Oggi 30 gennaio 2026 venerdì

Dov’è il terrorismo? Chi è terrorista?
29 Gennaio 2026 – Andrea Pubusa su Democraziaoggi
I pasdaran, il corpo dei guardiani della rivoluzione, fu istituito nel 1979: Khomeyni non si fidava dell’esercito e costituì un corpo speciale. Ora l’UE delibera l’inclusione di questo corpo nell’elenco dei terroristi. A questo punto, il problema è stabilire chi debba starne fuori. Sono terroristi i componenti della grande armata USA che si dirige […]
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ScreenshotIsraele e Trump travolti dall’onda della giustizia globale
Turi Grasso *- Meer Italia
Potrebbe sembrare quasi anacronistico tornare a parlare di Israele e Palestina dopo l’arresto di Maduro: un evento di tale portata da rischiare di oscurare, almeno temporaneamente, il disastro in corso in Medio Oriente. Ritengo tuttavia necessario affrontare preliminarmente come una parte sempre più ampia del mondo stia reagendo alle politiche del governo israeliano e al sostegno politico offerto da Donald Trump, rinviando a un successivo articolo l’analisi del caso Maduro e della carica simbolica di Trump, spesso teatrale, di esportare la democrazia come fosse una merce o un know-how trasferibile da un Paese all’altro.

Nel ciclone drammatico che ha attraversato il Medio Oriente e infiammato il pianeta, il conflitto tra Israele e Palestina è tornato a scuotere la coscienza collettiva mondiale.

Gli eventi che hanno investito la Striscia di Gaza dopo l’8 ottobre 2023 hanno aperto una frattura profonda fra narrazioni contrapposte: da un lato la giustificazione di Stato proposta da Benjamin Netanyahu e, sul palcoscenico internazionale, il sostegno politico del presidente Donald Trump, condiviso da diversi governi; dall’altro una condanna sempre più ampia che parla di responsabilità penale, di crimini contro l’umanità e, per molti osservatori e organismi internazionali, di genocidio.

Le parole usate dai leader non sono mai neutre: modellano la percezione pubblica, legittimano politiche e possono entrare nel perimetro del diritto internazionale. In questo articolo ricostruisco le giustificazioni ufficiali, le obiezioni interne e internazionali e analizzo le accuse mosse, facendo riferimento alle principali fonti estere e agli strumenti giuridici disponibili.

Le giustificazioni ufficiali: cosa hanno detto Netanyahu e Trump
Benjamin Netanyahu ha descritto ripetutamente le operazioni militari nella Striscia di Gaza come una “risposta necessaria” al terrorismo di Hamas: una misura volta a proteggere i cittadini israeliani, liberare gli ostaggi e distruggere la capacità militare del gruppo armato. Nei suoi discorsi pubblici il leitmotiv è stato quello della sicurezza nazionale e del dovere dello Stato di impedire nuovi attacchi contro civili israeliani. In più dichiarazioni ufficiali recenti, Netanyahu ha sostenuto che l’ingresso negli ultimi nuclei urbani di Gaza e l’azione contro i cosiddetti “centri di potere” di Hamas fossero finalizzati a neutralizzare la minaccia e a ottenere la restituzione degli ostaggi1.

Secondo questa impostazione, qualunque restrizione alle operazioni militari statali costituirebbe un incentivo per ulteriori attacchi futuri da parte di gruppi armati. Per i sostenitori di questa linea, la piena occupazione di Gaza e l’espulsione di Hamas dalla Striscia rappresenterebbero l’unica via per prevenire nuove minacce2.

Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un appoggio solido e reiterato a Israele, avanzando proposte che hanno suscitato forte allarme internazionale. In più occasioni, nel corso del 2025, ha suggerito che Paesi vicini — in particolare Egitto e Giordania — dovessero accogliere parte della popolazione di Gaza, arrivando a parlare della necessità di “ripulire” la Striscia. Dichiarazioni interpretate da molti osservatori come richieste implicite di trasferimento forzato di civili, in aperto contrasto con il diritto internazionale3.

Le narrazioni ufficiali — autodifesa nazionale, necessità militare, lotta al terrorismo — hanno così permeato l’azione diplomatica e militare. Tuttavia, quando tali operazioni producono decine di migliaia di vittime civili e la distruzione sistematica delle infrastrutture vitali, il linguaggio della sicurezza entra in collisione con norme internazionali che vietano trasferimenti forzati, attacchi indiscriminati e atti che mostrino l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso4.

La voce della comunità internazionale e dei rapporti indipendenti
Negli ultimi due anni, numerosi organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani hanno analizzato i fatti, producendo valutazioni di particolare durezza. Commissioni indipendenti delle Nazioni Unite hanno concluso che le azioni condotte nella Striscia di Gaza presentano elementi riconducibili al genocidio e hanno invitato Stati e organismi internazionali a intervenire per prevenire ulteriori atti e perseguire i responsabili. Parallelamente, Amnesty International e Human Rights Watch, al termine di indagini estese, hanno affermato che esistono elementi sufficienti per qualificare come genocidio alcune condotte adottate nel corso delle operazioni, chiedendo misure immediate per fermare la violenza e garantire responsabilità penale5.

Queste conclusioni incidono su più livelli: politico (pressioni per sanzioni, sospensione della vendita di armi, richieste di cessate il fuoco), diplomatico (richieste di indagini indipendenti, sospensione di cooperazioni militari) e giudiziario (aperture di inchieste presso la Corte Penale Internazionale o presso corti nazionali che applicano la giurisdizione universale6).

Parallelamente, il sostegno globale alla popolazione palestinese e le critiche alle operazioni israeliane hanno spinto diversi Paesi a condannare apertamente Tel Aviv per aver creato una crisi umanitaria profonda, denunciando la drammatica perdita di vite civili e la privazione di aiuti essenziali.

Voci critiche dentro Israele e negli Stati Uniti
La narrazione del consenso nazionale non è totale. All’interno di Israele si sono levate voci di dissenso significative: organizzazioni come B’Tselem e Breaking the Silence, insieme a giornalisti, accademici e gruppi di riservisti e pacifisti, hanno denunciato pubblicamente l’uso eccessivo della forza e le gravi implicazioni etiche e legali delle operazioni militari.

Documenti e rapporti prodotti da ONG israeliane descrivono ordini di evacuazione di massa, distruzione sistematica di quartieri e pratiche che hanno avuto come conseguenza diretta la privazione dei mezzi di sussistenza e la morte di numerosi civili7. In Israele, un numero crescente di riservisti ha espresso dissenso, segnalando una crisi di legittimità interna rispetto alla guerra8.

Negli Stati Uniti, settori dell’opinione pubblica, membri della comunità ebraica e figure politiche hanno messo in discussione il sostegno incondizionato a Israele, soprattutto alla luce delle dichiarazioni di Trump sulla possibile ricollocazione delle popolazioni civili9. Proteste di piazza, appelli al Congresso e pressioni per limitare le forniture militari sono diventati elementi centrali del dibattito pubblico.

Approfondimento legale: genocidio, crimini di guerra e responsabilità
La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948 definisce genocidio gli atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Gli elementi essenziali sono gli atti materiali — come uccisioni, lesioni gravi, imposizione di condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica del gruppo — e l’intenzione specifica, il cosiddetto dolus specialis.

Secondo le commissioni e le ONG citate, la combinazione di bombardamenti in aree densamente abitate, restrizioni sistematiche agli aiuti umanitari, ordini di evacuazione generalizzati e proposte di trasferimento forzato appare coerente con condotte che possono integrare le componenti materiali del genocidio, mostrando indizi di un progetto con effetti distruttivi su larga scala.

Accanto al genocidio, i rapporti evidenziano possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inclusi attacchi indiscriminati contro civili e infrastrutture protette. La Convenzione sul genocidio impone inoltre agli Stati non solo l’obbligo di punire, ma anche quello di prevenire, sollevando interrogativi sulla responsabilità di chi fornisce sostegno politico o militare.

La Corte Penale Internazionale ha aperto indagini sulla situazione in Palestina e ha respinto recenti tentativi di bloccarne il corso, confermando la prosecuzione dell’esame delle responsabilità penali. A ciò si affianca la possibilità, per alcuni ordinamenti nazionali, di esercitare la giurisdizione universale.

Le implicazioni politiche e morali
Se le accuse dovessero tradursi in incriminazioni o sentenze, le conseguenze geopolitiche sarebbero profonde: isolamento diplomatico, sospensione di aiuti militari, misure economiche mirate e una compromissione duratura dell’immagine internazionale dei responsabili. Già oggi si registrano segnali concreti in questa direzione, accompagnati da una pressione crescente delle piazze e delle società civili. Il conflitto ha ormai superato la dimensione puramente militare per entrare in quella giudiziaria e morale. È una prova decisiva per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle istituzioni nate dopo la Shoah con l’obiettivo di impedire il ripetersi di simili tragedie.

Conclusione
Quella che stiamo vivendo non è soltanto una guerra, ma una crisi morale globale. Le giustificazioni di Netanyahu e il pieno appoggio politico di Trump mostrano fino a che punto la ragion di Stato possa spingersi nel tentativo di negare l’evidenza dei fatti e il valore universale delle norme.

Il diluvio di verità che oggi si abbatte sulla coscienza globale non potrà essere arrestato da dichiarazioni ufficiali o da ragioni di opportunità politica. I tuoni di rabbia che attraversano le piazze del mondo sono il segnale che una parte dell’umanità rifiuta di voltarsi dall’altra parte. Spetta ora alle istituzioni, ai tribunali e ai governi decidere se essere all’altezza di questa sfida o consegnare al futuro l’ennesima pagina di vergogna.

Note
1 Dichiarazione di Netanyahu del 10 ottobre 2025.
2 Gaza, Netanyahu all’Onu tra proteste e applausi: “7 ottobre commessi atti indicibili”.
3 Trump says Jordan, Egypt should take in Palestinians from Gaza; Egypt and Jordan push back.
4 What is ‘home’ now? A woman’s two-year search for safety in the ruins of Gaza.
5 Israel has committed genocide in the Gaza Strip, UN Commission finds.
6 Gaza: Latest Israeli Plan Inches Closer to Extermination.
7 Il documento Our Genocide.
8 The Israeli army is facing its biggest refusal crisis in decades.
9 American Jewry as Netanyahu’s mob is accused of genocide for aid denial in Gaza.

* Turi Grasso. Ingegnere di formazione, da oltre trent’anni affianca all’attività professionale un intenso impegno sociale, promuovendo, attraverso associazioni internazionali di servizio, progetti per la pace nel Mediterraneo e per il riconoscimento dei diritti umani, in particolare di donne e bambini.

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La battaglia per la sopravvivenza dell’Iran è anche la battaglia del mondo arabo
Di David Hearst* – Middle East Eye

Tutti nella regione, qualunque sia il loro passato con la Repubblica islamica, dovrebbero fare tutto il possibile per difendere l’Iran e garantirne la sovranità.

È trascorsa appena una settimana da quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato davanti alle telecamere di Davos lo statuto del suo cosiddetto Consiglio per la Pace, e il Medio Oriente è sull’orlo del baratro per la possibilità concreta di una terza guerra del Golfo.

È una sensazione familiare. Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln è arrivato domenica a distanza di attacco dall’Iran . F-15E Strike Eagles e bombardieri B-52 sono stati inviati rispettivamente in Giordania e Qatar .

Il canale israeliano Channel 13 ha riferito che l’esercito statunitense si sta preparando a rafforzare anche le sue difese terrestri, con una batteria di difesa aerea Thaad che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Anche i media israeliani hanno lavorato duramente. Israel Hayom , il quotidiano più vicino al governo israeliano, ha riferito che Giordania, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito forniranno supporto logistico e di intelligence all’esercito statunitense in caso di attacco.

Ciò ha spinto gli Emirati Arabi Uniti a dichiarare pubblicamente di essersi impegnati “a non consentire che il proprio spazio aereo, territorio o acque vengano utilizzati in alcuna azione militare ostile contro l’Iran… Affermiamo il nostro impegno a non fornire alcun supporto logistico a nessuna azione militare ostile contro l’Iran”.

Questa iniziativa verrà ignorata dall’Iran, i cui alti funzionari hanno avvertito che gli Emirati Arabi Uniti hanno già esagerato. In caso di un altro attacco, la Repubblica Islamica non limiterebbe la sua ritorsione alle sole basi militari israeliane e statunitensi.

L’anno scorso, un alto funzionario iraniano mi ha dichiarato che Israele stava usando l’Azerbaigian e gli Emirati Arabi Uniti nella sua guerra sporca contro l’Iran. “Ci aspettiamo sicuramente un altro round di questa guerra, e questa volta l’Iran non si farà cogliere di sorpresa né si metterà sulla difensiva. Andrà all’offensiva”, ha affermato.

“Gli Emirati Arabi Uniti pagheranno un prezzo enorme. La prossima volta che saremo attaccati, le conseguenze si riverseranno nel Golfo e nella regione.”

Prendere di mira Khamenei

Quando Israele e gli Stati Uniti attaccarono l’Iran lo scorso giugno, in una guerra durata 12 giorni, Teheran fu indotta a credere, in un imminente round di colloqui in Oman, che Israele non avrebbe attaccato prima di allora.

All’epoca, la Casa Bianca respinse l’idea che un cambio di regime fosse uno degli obiettivi degli attacchi, che avevano come obiettivo alti comandanti militari , scienziati nucleari e i profondi bunker che ospitavano le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio dell’Iran.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tuttavia, voleva un cambio di regime. Ha affermato che l’assassinio della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, “non avrebbe aggravato il conflitto, ma lo avrebbe posto fine”.

Ma la Casa Bianca si è divisa. Axios ha riferito che Trump era più riluttante di Netanyahu a prendere di mira Khamenei. Un alto funzionario dell’amministrazione ha dichiarato: “È l’ayatollah che conosci contro l’ayatollah che non conosci”.

Questa volta, tuttavia, la reticenza è svanita. Il leader supremo sarà il bersaglio principale.

Migliaia di persone sono state uccise nella recente repressione delle proteste in Iran. Quanti siano stati, è oggetto di acceso dibattito. La scorsa settimana il governo iraniano ha stimato il bilancio delle vittime a poco più di 3.100 , mentre il Wall Street Journal ha citato stime di gruppi per i diritti umani che stimano il numero più vicino alle 10.000 .

La rivolta è iniziata a dicembre come protesta dei commercianti di Teheran che denunciavano il crollo del rial e l’aumento vertiginoso del costo della vita. Il movimento si è rapidamente diffuso in altre città e nei quartieri operai più poveri, in un chiaro segno di rabbia e disperazione a livello nazionale dopo decenni di sanzioni, corruzione e cattiva gestione da parte degli Stati Uniti.

Lo stesso accadde diversi anni fa, dopo la morte in custodia di Mahsa Amin i, una donna curda iraniana di 22 anni arrestata dalla “polizia morale” iraniana per non aver rispettato il codice di abbigliamento islamico.

Ma il fatto che questa rabbia contro la stagnazione economica, sperimentata sia dalla classe media che da quella operaia, fosse e sia genuina, non esclude il coinvolgimento delle agenzie di intelligence occidentali e israeliane nell’alimentare il fuoco. Le due cose non si escludono a vicenda.

Pressione massima

La profonda crisi economica dell’Iran è il risultato sia della cattiva gestione interna dello Stato, sia delle sanzioni paralizzanti imposte da Trump, che nel suo primo mandato ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano e ha imposto una politica di “massima pressione”, portata avanti dall’amministrazione democratica Biden .

Come il genocidio di Gaza , il tentativo di mettere in ginocchio l’economia iraniana è una politica bipartisan. Le principali vittime di questa politica sono il popolo iraniano, per il quale l’Occidente afferma di essere così preoccupato.

Creare le condizioni per la loro disperazione e poi usarle come casus belli contro l’intero Paese non è una novità per il Mossad, la CIA o l’MI6, né lo è cercare attivamente di trasformare una protesta economica in un’insurrezione armata. La differenza questa volta è che si è fatto ben poco o nessun tentativo di nascondere le loro impronte digitali.

Il Mossad non ha nascosto il suo coinvolgimento. In un post in lingua persiana su X (ex Twitter) del 29 dicembre, ha incoraggiato gli iraniani a protestare, affermando persino di essere fisicamente presente alle manifestazioni.

“Uscite insieme per le strade. È giunto il momento”, scrisse il Mossad. “Siamo con voi. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con voi sul campo”.

Questo da solo potrebbe spiegare l’elevato numero di morti tra la polizia. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato reti affiliate a Israele di infiltrarsi nelle proteste, impegnandosi in sabotaggi e attacchi mirati per inasprire gli scontri e aumentare il numero delle vittime.

La strategia di Israele fallì quando decine di migliaia di persone tennero una manifestazione pro-governo , Internet fu chiuso e migliaia di persone furono arrestate , ma non prima che nei media occidentali fosse stata diffusa l’idea che rovesciare il regime fosse ormai una causa internazionale per i diritti umani e che le fazioni anti-regime avessero un potenziale leader in Reza Pahlavi, il figlio 65enne dell’ultimo scià dell’Iran.

Trump si è rifiutato categoricamente di incontrare Pahlavi. Alla domanda del conduttore del podcast Hugh Hewitt se avrebbe incontrato Pahlavi, che vive negli Stati Uniti, Trump ha risposto: “L’ho osservato e sembra una brava persona. Ma non sono sicuro che sarebbe appropriato farlo in questo momento come presidente”.

Ciò è stato interpretato come un messaggio in stile venezuelano secondo cui, se Trump si fosse liberato di Khamenei, sarebbe stato disposto a raggiungere un accordo con l’amministrazione sopravvissuta.

Cambiamento di cuore

Abbiamo già intrapreso questa strada molte volte in passato. Ma questa volta c’è una differenza significativa rispetto ai precedenti tentativi di abbattere la Repubblica Islamica.

Il mondo arabo sunnita, che per molto tempo si è sentito un bersaglio dell’espansione della rete di gruppi armati dell’Iran, che a volte hanno combattuto aspre guerre per procura in Iraq , Libano , Yemen e Siria , si sta rivolgendo all’Iran.

Ciò non avviene per un’idea romantica di sostegno alla causa palestinese , né a causa di un improvviso attacco alla tolleranza religiosa. Né si tratta principalmente di preservare le risorse petrolifere, estremamente vulnerabili alle rappresaglie di droni e missili.

Questo cambiamento di rotta riguarda la percezione degli interessi nazionali arabi di sovranità e indipendenza. L’Iran è sempre più visto come impegnato a combattere la stessa battaglia che gli stati arabi stanno conducendo contro la dominazione e l’occupazione.

Anche loro temono che Israele sia sulla buona strada per diventare l’egemone militare della regione e che frammentare gli stati vicini sia il modo più rapido per raggiungere questo obiettivo.

La svolta più drammatica contro Israele si può osservare in Arabia Saudita , che nell’ultimo decennio è stata il baluardo delle macchinazioni anti-iraniane. Il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco guidato da Hamas al sud di Israele, l’Arabia Saudita era sul punto di firmare gli Accordi di Abramo, con i quali il regno avrebbe normalizzato le relazioni con Israele.

Oggi, al contrario, non solo questa mossa è del tutto fuori discussione, ma sui media è stata lanciata una campagna virulenta contro Israele.

“Nelle braccia del sionismo”

Un articolo in particolare avrebbe potuto essere pubblicato e ripubblicato solo con l’approvazione dei vertici.

In ogni caso, la comparsa dell’accademico saudita Ahmed bin Othman al-Tuwaijri nella sezione rubriche del quotidiano Al Jazirah avrebbe dovuto destare sospetti, dato che l’organo di stampa è portavoce del governo e lo stesso Tuwaijri si è mostrato più favorevole alla Fratellanza Musulmana, ora al bando.

Per un governo che ha condotto numerose epurazioni di accademici e giornalisti sauditi legati all’Islam politico , la comparsa di Tuwaijri è di per sé degna di nota.

Il quotidiano ha pubblicato un articolo feroce in cui Tuwaijri accusava gli Emirati Arabi Uniti di essersi gettati “nelle braccia del sionismo” e di fungere da “cavallo di Troia di Israele nel mondo arabo nella speranza di essere usati contro il Regno e i principali paesi arabi, tradendo Dio, il Suo Messaggero e l’intera nazione”.

Tuwaijri ha giustamente accusato gli Emirati Arabi Uniti di frammentare la Libia , di “diffondere il caos in Sudan ” finanziando e armando le Forze di supporto rapido e di “infiltrarsi in Tunisia come parassiti”.

Ha inoltre affermato che gli Emirati Arabi Uniti stavano deliberatamente sostenendo il progetto della diga Grand Renaissance dell’Etiopia, nonostante i danni che avrebbe potuto infliggere ai livelli delle acque del Nilo a valle e agli interessi strategici dell’Egitto .

Tutto questo è vero, ma se viene dall’Arabia Saudita, complice degli Emirati Arabi Uniti in gran parte della controrivoluzione che ha schiacciato la Primavera araba , si tratta di un messaggio forte.

Abu Dhabi ha risposto attivando le sue reti a Washington. Barak Ravid di Axios ha scritto su X che l’articolo non era solo anti-israeliano, ma anche antisemita.

L’Anti-Defamation League (ADL) è poi intervenuta, affermando di essere allarmata dalla “crescente frequenza e dal volume di importanti voci saudite – analisti, giornalisti e predicatori – che utilizzano apertamente messaggi antisemiti e promuovono aggressivamente una retorica anti-Accordi di Abramo, spesso diffondendo teorie del complotto su ‘complotti sionisti’”.

Non appena il clamore suscitato da questa rubrica ha raggiunto tale intensità, l’articolo stesso è scomparso da internet. L’ADL ha rivendicato la responsabilità di questa cancellazione, sottolineando che è avvenuta poco dopo la pubblicazione del post del gruppo.

Ma questa non doveva essere l’ultima parola dell’articolo, che riapparve quasi all’improvviso sul sito web di Al Jazirah.

Columbuos , che è ampiamente ritenuto la voce di Saud al-Qahtani , lo zar mediatico del principe ereditario Mohammed bin Salman, ha scritto su X: “Alcuni degli Emirati riconciliati – che Dio li riformi – stanno diffondendo la bugia secondo cui l’articolo saudita su al-Tuwaijri sarebbe stato cancellato da Al Jazirah! Per paura delle relazioni internazionali! Questo non è vero; l’articolo è ancora lì, ed ecco il link all’articolo”.

L’unica conclusione che si può trarre da questa vicenda è che quanto affermato da Tuwaijri rappresenta la linea ufficiale del regno stesso.

Questo non è passato inosservato in Israele. Netanyahu ha reagito con il suo consueto tono minaccioso. Ha dichiarato: “Stiamo seguendo il loro crescente riavvicinamento con Qatar e Turchia. Ci aspettiamo che chiunque voglia normalizzare le relazioni con noi non si allinei a un’ideologia che mira a fare l’esatto opposto della pace. Sarei molto felice di vedere un accordo con l’Arabia Saudita, sempre che l’Arabia Saudita voglia un Israele forte”.

Politica di frammentazione

L’effetto Gaza si sta facendo sentire in tutta la regione. Gaza stessa è stata una sconfitta militare per Hamas, Hezbollah e Iran. L’effetto Gaza, tuttavia, è tutt’altro.

Dopo aver schiacciato Gaza, Netanyahu ha ripetutamente promesso di rimodellare il Medio Oriente. Da allora ha affermato più volte di star “cambiando il volto del Medio Oriente” e che questo conflitto è una “guerra di rinascita”.

Parte integrante della politica di frammentazione di Israele era garantire che, dopo la caduta dell’ex presidente Bashar al-Assad, la Siria non riemerse mai più come stato nazionale sovrano.

Questa era l’intenzione di Netanyahu quando, poche ore dopo la caduta di Assad alla fine del 2024, lanciò il più grande bombardamento aereo della storia del Paese sulla Siria. L’aeronautica e la marina siriane furono distrutte in 24 ore.

I carri armati israeliani entrarono quindi nella Siria meridionale con il pretesto di stabilire un protettorato per i drusi, un’offerta inizialmente respinta dalla leadership drusa .

Israele si è anche offerto di “proteggere” i curdi nel nord della Siria. Questa offerta si è rivelata clamorosamente infondata la scorsa settimana, dopo che gli scontri scoppiati nelle aree curde di Aleppo hanno portato al drammatico collasso delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e all’assunzione del controllo di gran parte della Siria da parte di Damasco.

Gli Stati Uniti, un tempo sostenitori delle SDF, non hanno mosso un dito per fermare la disfatta e Israele non ha risposto alle richieste di aiuto dei curdi.

Prima che venisse firmato il cessate il fuoco, Tom Barrack, inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, accusò il comandante delle SDF Mazloum Abdi di aver tentato di trascinare Israele nelle questioni interne siriane.

La regione sta effettivamente cambiando, ma non come Netanyahu aveva immaginato. La Siria era esausta dopo un decennio di guerra civile, quando il regime di Assad è crollato come un castello di carte. Il suo nuovo leader, il presidente Ahmed al-Sharaa, si è fatto in quattro per dimostrare di non volere una guerra con Israele.

A distanza di un anno, l’umore in Siria è cambiato a causa dell’aggressività e dell’arroganza degli occupanti israeliani, che non solo non hanno alcuna intenzione di rinunciare alle alture del Golan occupate, ma le cui forze si trovano ora a meno di 25 chilometri da Damasco.

Lezione appresa

Combattere Israele è ormai motivo di orgoglio nazionale in Siria, come in gran parte della regione. Lo stesso Sharaa continua a farlo con la stessa cautela e astuzia che ha dimostrato quando ha rovesciato Assad.

Sulla soglia della vittoria nella Siria settentrionale, Sharaa ha emesso un decreto che riconosceva il curdo come lingua nazionale e restituiva la cittadinanza a tutti i curdi siriani.

Sono in vista nuovi patti militari. Israele ne definisce uno come una NATO musulmana, ma non lo è.

Si sta formando a causa della crescente consapevolezza, tra le potenze medie musulmane della regione, che l’unico modo per contenere Israele è difendersi a vicenda. Questa è la lezione appresa osservando Israele eliminare un nemico alla volta.

Il più grande esercito regionale, la Turchia , è attualmente in trattative per aderire al patto di mutua difesa esistente tra Arabia Saudita e Pakistan . Turchia, Arabia Saudita ed Egitto stanno ora apertamente sostenendo il capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan.

E per approfondire ulteriormente la frattura con gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita sta per acquistare oro sudanese , una mossa che limiterebbe, ma non porrebbe fine, al commercio di oro africano di Abu Dhabi.

Sono tutti segnali che la regione sta effettivamente cambiando, ma non esattamente come previsto da Netanyahu.

Sta affrontando una sconfitta su più fronti. Non è riuscito a innescare un trasferimento di massa della popolazione da Gaza o dalla Cisgiordania occupata, come tutte le sue politiche, dai bombardamenti alla fame, erano state concepite per ottenere.

Netanyahu sta progettando di attaccare l’Iran perché ogni altra mossa che ha fatto è fallita. La battaglia per la sopravvivenza dell’Iran è la battaglia per la sopravvivenza della regione.

Non è riuscito a frammentare la Siria. Al contrario: Israele è riuscito a unificarla come mai prima. Non è riuscito a stabilire una presenza militare nel Somaliland separatista e ora si trova ad affrontare l’aperta opposizione del governo somalo.

Ha perso il sostegno dell’Egitto a Gaza e della Giordania in Cisgiordania, entrambi paesi che considererebbero l’afflusso di rifugiati palestinesi una minaccia esistenziale.

L’ultima possibilità di Netanyahu sarebbe quella di attaccare nuovamente l’Iran. Il suo principale alleato, gli Emirati Arabi Uniti, ha perso molta influenza dopo essere stati cacciati dallo Yemen.

Se attaccasse, ci sono tre possibilità.

La prima sarebbe quella di decapitare la leadership iraniana e intimidire i membri sopravvissuti dell’élite per convincerli a collaborare. È improbabile che ciò funzioni in Iran. L’ayatollah che sostituirà Khameni sarebbe sicuramente più determinato a mettere le mani sull’unico deterrente iraniano contro un ulteriore attacco: la bomba nucleare.

La seconda opzione, in caso di collasso dello Stato, sarebbe quella di istituire un protettorato israeliano sotto la guida di Pahlavi. Anche questa è improbabile, poiché Pahlavi non gode di alcun sostegno in Iran e, se salisse al potere, sarebbe un burattino di Israele ancora più di quanto lo fosse suo padre.

Ma la terza e più probabile opzione, se lo Stato dovesse crollare, sarebbe una guerra civile e la frammentazione dell’Iran. Ciò provocherebbe un enorme afflusso di iraniani verso nord e ovest, in Arabia Saudita e Turchia, destabilizzando gravemente l’intera regione.

I sogni di modernizzazione dell’Arabia Saudita svanirebbero di colpo. Non ci sarebbe pace per nessun vicino dopo un simile crollo. La Turchia ha già elaborato piani per difendere il proprio confine e impedire a milioni di iraniani di attraversarlo.

Il governo iraniano ha ragione a considerare questi eventi come una minaccia esistenziale e tutti nella regione, qualunque sia il loro passato con la Repubblica islamica, dovrebbero fare tutto il possibile per difendere l’Iran e garantirne la sovranità.

Netanyahu sta architettando piani per attaccare l’Iran perché ogni altra mossa da lui intrapresa è fallita. La battaglia per la sopravvivenza dell’Iran è la battaglia per la sopravvivenza della regione, e nessun governante arabo dovrebbe dimenticarlo.

*David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

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