In morte di Luciano Ortu, amico e socio dell’associazione Toniolo di Stampace

I farmacisti – mali cunsillaus – decisero che a partire dalla prima settimana di dicembre non avrebbero più venduto il clorato di potassio nelle classiche bustine in polvere. Fu allora che ci toccò compralo in compresse, impilate nelle scatoline di latta che suggerivano di scioglierlo lentamente in bocca. Da quel momento, oltreché costarci più caro, ci toccò di ridurlo in polvere, per poi miscelarlo con lo zolfo, una polvere giallastra che Pirlo, al pari degli altri droghieri della zona, continuava a venderci,
[Nella foto Luciano Ortu e Giorgetto Mura in un incontro di reduci della Toniolo a Sant’Anna] nonostante non all’oscuro delle nostre intenzioni.
Trasformare in polvere le pasticche, pestandole tra un sasso e la soglia di pietra di un portone, non era pericoloso. Per trasformalo in esplosivo mancava un passaggio: mischiarlo con lo zolfo; e a miscelarlo pensavamo noi, senza ricetta.
Ce ne andavamo così, la sera, per le strade del quartiere, con in tasca la bustina dell’esplosivo e un pezzetto di marmo levigato, ché non era difficile procurarselo, tra le macerie che ancora ingombravano Stampace e che, non di rado, ospitavano i nostri giochi.
La venuta del Signore, prima ancora del Regem venturum dominum che – con l’inizio della novena – esplodeva sopra le scalinate di Sant’Anna, veniva annunciata da improvvise esplosioni.
L’odore, il via vai, i botti, ci preparavano con lo spirito all’anno nuovo, che allora sostituiva il vecchio che andava via, per non tornar mai più, e che qualche settimana più tardi avremmo festeggiato, facendoci strada sulle stoviglie e gli ingombri che piovevano dalle finestre delle case, dopo il rituale cenone consumato nella sede di via Fara.
Ogni volta che Bullone mi torna alla mente, mi riappare il ricordo agrodolce di quella atmosfera
di attesa, l’odore dello zolfo e il rimorso per un peccato che altra volta ho confessato, ma non ho
ancora espiato, e che continuo a potarmi appresso.
L’androne di una casa può fungere da cassa di risonanza, l’entusiasmo dell’impresa può farti
dimenticare ogni cautela. Quella volta ho esagerato nella quantità di esplosivo collocato sotto il
pezzetto di marzo. Il boato è stato potente, la fiamma e il contraccolpo hanno investito la gamba di
Luciano – si andava ancora di calzoni corti – ché toccava a lui il colpo finale, di striscio… Ci ha messo non so quanti giorni a smaltire gli effetti collaterali di quell’esplosione, i segni delle ustioni sulla pelle.
Un senso di colpa che non mi ha mai abbandonato, sarà che son troppo sentimentale. Lui non me l’ha mai messo in conto. Magari, l’avrà dimenticato.
Lo so, lo sappiamo che quel soprannome a volte lo infastidiva. Ma le cose vanno come vanno, bisogna farsene una ragione. Ad altri, me compreso, è toccato di peggio. E poi il suo era un soprannome classico, di quelli che ti si incollano addosso e non te ne puoi liberare. Non era burla, era un vestito che ti eri, o ti avevano, cucito addosso, che era entrato prepotentemente nel tuo identikit.
Come l’arguzia, quello spirito che sempre ti accompagnava come un’ombra fedele, e che ci divertiva. Ricordi quando a Parigi, a Pigalle, cercavi di convincere Giorgetto ad entrare in un locale di spogliarelliste? Il rifiuto dell’ebreo era ostinato e categorico. Ricordo, come fosse ieri, la tua mossa vincente:
- Insomma, ti rendi conto che venire a Parigi e non vedere lo spogliarello, è come andare a Roma e non vedere il Papa!?
Touché! Giorgetto quella serata non se la passò bene, consumò la menta stringendo forte la borsa con le due braccia, e scostandosi ogni volta che un’entraîneuse si avvicinava per sollecitare ulteriori consumazioni.
E tu, come sempre, dopo aver tirato il sasso ridevi, sornione. Dovevi controllare – era un tuo vezzo – che la tua risata non esplodesse, perchè avrebbe stemperato l’efficacia della battuta, delle tue continue battute, che non erano barzellette. Era la tua sottile arte di rivelare il comico nei fatti
quotidiani. Giorgetto era una spalla ideale. Bastava che ci raccontassi l’accaduto.
Poi, tutto scorre, ciascuno va per la sua strada, ma senza mai essere dimenticato. Anzi, se proprio lo vuoi sapere, ci chiedevamo spesso di te, con affetto, quando nelle ricorrenti rimpatriate – per lo più in occasione di qualche funerale – non rispondevi all’appello. Ma sapevamo che c’eri.
Siamo andati via, per mille strade, siamo cambiati, ma non abbiamo dimenticato: un pezzo di cuore è rimasto in questo vecchio quartiere – oggi trasformato in sonnolento bed and breakfast – perché la drogheria dove comprare qualche decilitro di olio di gomito o un po’ di ombra di campanile non ha ancora chiuso i battenti, almeno non per noi.
E poi, gli amici di un tempo sono ancora tutti lì. Paoletto continua indomito a tenerci sotto controllo, dietro il chiosco di piazza Jenne, sotto l’ombra della statua di Carlo Felice.
Caro Luciano, non sei tu ad andar via – come tutti, ad uno ad uno – siamo noi, i superstiti, che perdiamo, nel cammino, un’altra foglia.
Gianni. 3 marzo 2026
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