Europa, Europa… perché non batti un colpo?

Screenshot Maurizio Fragola, Tutti gli uomini della Democrazia. Dialogo con il “non-umano” e la trappola dell’opinione prevalente. La scelta di analizzare argomenti complessi che attengono all’esercizio democratico con la simulazione di un “dialogo” con il “non-umano” (intelligenza artificiale-IA) è certamente non usuale e criticabile; tuttavia, offre lo spunto per attualizzare alcuni aspetti della democrazia – e dei suoi “uomini” – alla luce del contesto tecnocratico nel quale viviamo. Gli “uomini della democrazia” sono analizzati come i “mattoncini” di una immaginaria piramide a partire dalla base – i cittadini in quanto “popolo” (“Demos”) – via via a scalare fino all’apice che rappresenta chi detiene un potere (“Kratos”) di decidere sugli altri poteri e sul popolo. Il “non-umano” (IA) ha un impatto importante e visibile sul sistema democratico, sui diritti e le libertà della persona e del suo precipitato costituzionale rappresentato dal sistema delle tutele giurisdizionali. Realtà cibernetica enigmatica per molte persone che, quindi, ignare, si lasciano guidare dagli influencer senza comprendere e senza conoscere, cadendo così nella rete dei manipolatori seriali (la “trappola dell’opinione prevalente”). …
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In libreria e online [Ecco una delle possibilità: https://www.lafeltrinelli.it/tutti-uomini-della-democrazia-dialogo-libro-massimo-fragola/e/9791220504843?utm_source=google&utm_medium=cpc&utm_campaign=pmax_libri&gad_source=1&gad_campaignid=17339121055&gclid=CjwKCAjw687NBhB4EiwAQ645dq_cCKRddSKyvdggWdqSUoIr_EFTZyEM6JzY56XebMJihAJTXkglZRoC_yIQAvD_BwE].
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img_7945Quo Vadis, Europa?
Di Enrique López* – La Marea

«Se l’Europa accetta che il diritto internazionale sia una reliquia di un mondo che non esiste più – scrive il professor Enrique López –, avrà perso ciò che giustificava la sua stessa esistenza».

«L’Europa non può più essere la custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che è scomparso e non tornerà più». Con queste parole, pronunciate lo scorso 9 marzo davanti agli ambasciatori dell’Unione Europea, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha voluto descrivere il momento storico che stiamo attraversando. E ha aggiunto qualcosa di ancora più significativo: che l’Unione Europea «continuerà a difendere il sistema basato sulle regole», ma che non può più fare affidamento su di esso come unico modo per proteggere i propri interessi.

Sebbene in seguito si sia cercato di precisare e chiarire tale dichiarazione, non si può ignorarne l’importanza. Le numerose reazioni che ha suscitato riflettono quanto abbia messo sul tavolo un dibattito centrale: quello dell’autonomia della politica estera europea di fronte a un “nuovo ordine mondiale” imposto dagli Stati Uniti e caratterizzato da interventi unilaterali, dall’uso della coercizione e della forza, e dalla crescente erosione del sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite e del rispetto del diritto internazionale.

Forse, a una prima lettura, queste parole potrebbero essere interpretate come un’espressione di pragmatismo. Ma, in realtà, esse indicano qualcosa di molto più profondo: la possibilità che l’Unione Europea rinunci a basare la sua azione esterna sul diritto internazionale. In altre parole, significherebbe accettare che la politica estera europea si adegui al quadro della “legge del più forte” che Donald Trump intende imporre. Inoltre, questa idea non deriva solo dalle dichiarazioni citate. In un modo o nell’altro, era già stata espressa da leader come Emmanuel Macron o il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Tutto ciò che queste parole sintetizzano non nasce dal nulla. Esse riflettono una posizione che da anni attraversa l’Unione Europea: la progressiva subordinazione alla strategia globale degli Stati Uniti e la rassegnazione di fronte a un ordine internazionale sempre più dominato dall’unilateralismo. In questo contesto, piuttosto che tracciare una propria rotta, la Commissione Europea sembra accettare il quadro imposto da Washington.

Questo dibattito ruota attorno ad almeno tre elementi centrali, profondamente legati tra loro: in primo luogo, la crescente subordinazione agli interessi strategici degli Stati Uniti; in secondo luogo, la messa in discussione dei valori fondanti dell’Unione; e in terzo luogo, la stessa architettura politica su cui è stato costruito il progetto europeo, in un momento di instabilità internazionale che non si vedeva dalla fine della seconda guerra mondiale.

Per quanto riguarda il primo, le sanzioni extraterritoriali, le minacce tariffarie contro alleati e avversari o anche le dichiarazioni sulla possibile appropriazione o controllo di territori strategici fanno parte di questa logica. Un modello di relazioni internazionali in cui il diritto è subordinato al potere e agli interessi economici. Purtroppo, l’Unione Europea sembra essere rimasta “intrappolata” in questa dinamica. Nonostante i successivi tentativi di sfumare (o addirittura rettificare) le sue parole, motivati dalla controversia generata, le dichiarazioni della Von der Leyen finiscono per rafforzare questa percezione di subordinazione. Un’immagine simbolica come la firma dell’accordo tariffario nella residenza Mar-a-Lago del presidente Trump riassume bene questo rapporto di forze.

Per quanto riguarda le altre due questioni, è opportuno ricordare che il trattato sull’Unione europea fonda la sua azione esterna su principi molto chiari: il rispetto del diritto internazionale, la cooperazione tra Stati, la risoluzione pacifica dei conflitti e la difesa della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani. La svolta che ora si profila è in diretta contraddizione con questi valori fondanti, i pilastri morali e giuridici su cui è stato costruito il progetto europeo.

La costruzione europea è nata anche come risposta politica e morale al fascismo, al militarismo e alla logica della guerra che aveva devastato il continente. Mettere in discussione oggi questi fondamenti significa, in realtà, mettere in dubbio la stessa ragione storica che ha dato origine all’Unione europea.

Allo stesso tempo, il processo di integrazione ha coinciso con la fine del ciclo coloniale delle grandi potenze europee e con l’accettazione di un ordine internazionale basato su regole, articolato attorno alla Carta delle Nazioni Unite e al principio di uguaglianza sovrana tra gli Stati. In questo senso, l’Unione Europea ha rappresentato anche la rinuncia alle vecchie logiche imperiali che per secoli hanno caratterizzato la politica internazionale. L’attuale ritorno a dinamiche di pressione economica, controllo delle risorse o appropriazione strategica dei territori ricorda tuttavia forme di neocolonialismo che si scontrano frontalmente con tale impegno multilaterale.

Se il diritto internazionale cessa di essere il limite, ciò che rimane è la politica dei blocchi, la pressione economica e, in ultima analisi, la minaccia o l’uso della forza. Il ritorno a un ordine internazionale in cui le grandi potenze impongono i propri interessi al di sopra delle norme. Alcuni partiti politici, come il Partito Popolare attraverso il suo portavoce, lo hanno capito rapidamente: «L’Europa non deve restare in un angolo perché le norme non vengono rispettate». Sorge quindi una domanda inevitabile: cosa deve fare l’Europa? E se non ci si può più fidare del diritto internazionale, cosa deve sostituirlo? La guerra?

Il vero problema è che le posizioni favorevoli alla costruzione di un’alternativa basata sul multilateralismo e sul rispetto del diritto internazionale rimangono minoritarie. In questo senso, il governo spagnolo si è eretto come una delle principali voci del “no alla guerra”, sostenendo che la sicurezza globale non si costruisce con sanzioni indiscriminate, minacce economiche o interventi militari preventivi, ma attraverso negoziati, accordi e rispetto della legalità internazionale.

Se l’Europa rinuncia a difendere il diritto internazionale come fondamento della sua azione estera, rinuncia a ciò che ha giustificato la sua stessa esistenza. L’Unione Europea è nata dalla convinzione che la politica potesse emanciparsi dalla logica della guerra e dal dominio dei più forti. Abbandonare questo principio significa accettare che tale aspirazione sia fallita. E se l’Europa accetta che il diritto internazionale sia una reliquia di un mondo che non esiste più, non solo si adatterà a un nuovo ordine mondiale, ma contribuirà a consolidarlo. In quel mondo in cui regna la legge del più forte, l’Europa non avrà solo perso influenza. Avrà perso ciò che giustificava la sua stessa esistenza.

*Enrique López è professore associato di diritto internazionale pubblico all’Università Carlos III di Madrid.
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