E’ passata la notte e la civiltà persiana, millenaria ma minacciata di essere cancellata in queste ore, è ancora lì, mentre il cosiddetto regime degli ayatollah, pur uccisi i suoi capi, ha dato una prova di straordinaria dignità e coraggio. Invece c’è un’altra civiltà, antica di tre secoli, quella nordamericana, che non è finita, perché una civiltà non può essere soppressa, ma è sparita alla vista, perché non è una civiltà quella che vuole distruggere le altre.

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I DUE AMERICANI
di Raniero La Valle
Cari amici,
è passata la notte e la civiltà persiana, millenaria ma minacciata di essere cancellata in queste ore, è ancora lì, mentre il cosiddetto regime degli ayatollah, pur uccisi i suoi capi, ha dato una prova di straordinaria dignità e coraggio. Invece c’è un’altra civiltà, antica di tre secoli, quella nordamericana, che non è finita, perché una civiltà non può essere soppressa, ma è sparita alla vista, perché non è una civiltà quella che vuole distruggere le altre. Certo, si deve dire, Trump non è la civiltà americana, ne è solo un usurpatore e un sintomo grottesco, ma è pur vero che il Congresso non lo ha fermato, l’esercito non si è ribellato, i giudici hanno dovuto tacere, gli infermieri non l’hanno prelevato, il suo staff lo ha sostenuto. Quello che è finito è però il mito americano, di cui anche noi siamo stati vittime, il mito o “sogno americano”, “libertà democrazia e libera impresa”, in nome del quale sono state portate guerre e maledizioni in tutto il pianeta, e popoli interi resi servi, e i “valori occidentali” contrapposti al “resto del mondo”, parola del “Corriere della Sera”. Né si è salvata l’Europa di Bruxelles, già complice del genocidio compiuto dallo Stato di Israele, con l’eccezione della Spagna che ha chiuso il cielo agli avvoltoi; e anche il Regno Unito ha reagito negando le basi ai cugini americani, facendosi per questo sbeffeggiare da Trump, come i nuovi Chamberlain.

È ora da qui che per mille segni, in Iran, negli Stati Uniti e anche in Italia, grazie ai giovani che hanno vinto il referendum, sta partendo la resistenza, comincia la risalita. E i cortei “No King” che hanno spontaneamente riempito oltre 3.000 piazze di tutto il mondo, con la partecipazione di oltre 8 milioni di persone, stanno lì a dimostrarlo.

Intanto deve essere stato uno straordinario regista quello che ha organizzato lo spettacolo della notte di Pasqua, nel quale si è mostrata in modo quasi plastico la scena oggi del mondo: da un lato il presidente americano alla Casa Bianca che promette l’inferno se non viene riaperto lo stretto di Hormuz, di cui lui stesso, gettandolo in guerra, ha provocato la chiusura, dall’altro il papa americano a San Pietro che promette il regno dei cieli a chi apre i sepolcri della guerra e dell’ingiustizia, guardando alla potenza dell’amore di Dio, capace di “dissipare l’odio” e di “piegare la durezza dei potenti”.

Nei giorni precedenti papa Leone aveva tracciato una specie di identikit di Trump: il giovedì santo deprecando “l’uomo che si crede potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene potente quando è temuto”; denunciando, nelle letture pasquali, “l’occupazione imperialistica del mondo”, e “la violenza che fino a oggi si fa legge”; avendo, nella domenica delle Palme, evocato nella passione di Gesù “un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere io non ascolterei. le vostre mani grondano sangue’”; e avendo già allargato lo sguardo nell’Angelus della domenica precedente dalla situazione del Medio Oriente alle “altre regioni del mondo lacerate dalla guerra e dalla violenza” così da non poter “rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone vittime inermi di questi conflitti” mentre “ciò che li ferisce ferisce l’intera umanità, e la morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio”. Tutto ciò è culminato poi nel messaggio al mondo del giorno di Pasqua con l’appello a tutti i potenti pur non chiamati per nome, perché riconoscano la “vera terra promessa”, che non è quella “dove non regnano la giustizia, la libertà e la pace” (mentre Netanyahu è sempre più crudele!), perché “chi ha in mano armi le deponga, chi ha il potere di scatenare guerre scelga la pace; non una pace perseguita con la forza , ma con il dialogo; non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo”. E noi, ha aggiunto, dobbiamo smettere di “abituarci alla violenza di rassegnarci ad essa e di essere indifferenti alla morte di migliaia di persone, indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano e alle conseguenze economiche e sociali che essi producono” sapendo, come ha proclamato nell’omelia pronunciata pochi minuti prima nella Messa a piazza san Pietro, che “la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi!” È questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere”, perché “la morte è sempre in agguato. La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”.

In questo fronteggiarsi dell’inno alla vita e della forsennata minaccia di morte, si è manifestato ancora una volta come la storia presenti sempre una scelta: il bene e il male, la luce e le tenebre, l’amore e l’odio, la felicità e il dolore.

Due lati della realtà, che in quelle stesse ore lo scenario del creato mostrava nel fondo: gli astronauti che guardavano l’altra faccia della luna, quella oscura: e ciò rimandava a un simbolo per queste giornate: la luce di Dio che è riflessa dalla Chiesa, che perciò è chiamata nella tradizione dei Padri “mysterium lunae”, e le tenebre del potere genocida; da un lato gli aguzzini, dall’altro i testimoni della luce.

Nel sito di Prima Loro (e qui li riprendiamo) pubblichiamo due di questi discorsi del Papa della Settimana Santa: il messaggio “urbi et Orbi” e l’omelia “in Coena Domini”. Dopo di questi, ieri 7 aprile, interrogato dai giornalisti il Papa ha detto, in italiano e poi in inglese: “Oggi, come tutti sappiamo, c’è stata questa minaccia (di Trump) contro tutto il popolo dell’Iran. Questo veramente non è accettabile, qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale ma molto di più. È una questione morale per il bene del popolo intero. Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente ai tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti, che sarebbero anche loro vittime di questa escalation”. “Tutti dobbiamo lavorare per la pace”, ha aggiunto il pontefice, lanciando un appello a “rigettare la guerra”.

“Continuare l’escalation”, ha affermato, “non risolve niente e provoca una crisi economica mondiale, crisi energetica e grande instabilità. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e il segno di una distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto”. “Occorre tornare al tavolo per trovare soluzioni. Torniamo al dialogo, ai negoziati, cerchiamo come risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i politici, con i congressisti (allusione al Congresso degli Stati Uniti), a dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace, siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo”.

Con i più cordiali saluti ed auguri post-pasquali,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
Prima Loro
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img_7945Cessate il fuoco sull’orlo del baratro. Il giorno in cui il genocidio è diventato una tattica negoziale
Di Joshua Scheer – Scheerpost

Nel giro di un solo giorno, gli Stati Uniti sono arrivati a un passo terrificante dal varcare una linea di non ritorno.

Un presidente ha minacciato pubblicamente la distruzione di «un’intera civiltà», per poi cambiare rotta poche ore dopo e arrivare a un fragile cessate il fuoco dell’ultimo minuto mediato grazie a una frenetica attività diplomatica.

Questo voltafaccia non è strategia. È la normalizzazione dell’annientamento come strumento di negoziazione.

E ora, i principali organismi mondiali per i diritti umani stanno dicendo esattamente ciò che Washington si rifiuta di affrontare: questa non è solo retorica sconsiderata, potrebbe essere criminale.

Amnesty International ha avvertito che tali minacce riflettono un “livello sconcertante di crudeltà e disprezzo per la vita umana” e potrebbero costituire una minaccia di genocidio ai sensi del diritto internazionale.

Non è un’iperbole. Non è indignazione di parte. È linguaggio giuridico.

Chiariamo bene cosa era in gioco.

Il deliberato attacco a centrali elettriche, sistemi idrici, ponti e infrastrutture essenziali non è una qualche opzione militare astratta. È lo smantellamento della vita civile stessa: i sistemi che rendono possibile la sopravvivenza. Come hanno avvertito Amnesty e gli esperti medici, tali attacchi priverebbero milioni di persone dell’accesso all’acqua, al cibo, all’assistenza sanitaria e alla dignità umana di base, mentre potrebbero innescare una catastrofe ambientale e persino nucleare.

Questa non è guerra nel senso convenzionale del termine. È l’ingegneria del collasso sociale.

Eppure, nell’odierna Washington, persino la retorica genocida viene sfruttata come leva.

Questa è la crisi più profonda: non solo la guerra in sé, ma l’erosione dei confini che un tempo limitavano il potere. L’idea che si possa minacciare la morte di massa di civili per costringerli all’obbedienza – e poi fare marcia indietro come parte di un accordo – non è diplomazia. È coercizione travestita da arte di governare, una dimostrazione di dominio in cui le vite umane diventano merce di scambio.

Il cessate il fuoco, secondo quanto riferito mediato dal Pakistan sotto intensa pressione globale, concede due settimane.

Due settimane per negoziare.

Due settimane per sospendere i bombardamenti.

Due settimane affinché i mercati si stabilizzino e i titoli dei giornali si placino.

Ma cosa non fa?

Non cancella gli oltre 1.600 civili già uccisi.

Non ricostruisce le infrastrutture già distrutte.

Non cancella il terrore inflitto a decine di milioni di persone improvvisamente costrette a contemplare la propria distruzione.

E non cancella il precedente.

Perché una volta che un leader invoca apertamente la distruzione di un’intera civiltà, la soglia è già stata superata. L’inimmaginabile è stato pronunciato – e quindi reso immaginabile.

Gli esperti di diritti umani avvertono che il pericolo non è solo ciò che potrebbe accadere in seguito, ma ciò che è già stato normalizzato. Come ha affermato Amnesty, il solo atto di formulare tali minacce «stravolge sfacciatamente le regole fondamentali del diritto internazionale umanitario».

Questa è la vera storia.

Non solo una guerra che precipita verso la catastrofe, ma un ordine globale in cui le regole volte a prevenire la catastrofe vengono apertamente scartate.

Abbiamo già visto questa traiettoria. L’Iraq è stato giustificato con una certezza che non esisteva. L’Afghanistan è diventato una guerra senza fine, senza una chiara conclusione. Ora l’Iran si trova sull’orlo di qualcosa di ancora più pericoloso: non solo un’invasione o un’occupazione, ma la minaccia esplicita di cancellazione della civiltà.

Persino alcuni alleati del presidente hanno fatto marcia indietro, riconoscendo che questa non è forza, ma instabilità mascherata da determinazione. Quando le minacce allontanano gli alleati, incoraggiano gli avversari e terrorizzano il mondo, non sono strategiche: sono avventate.

Nel frattempo, il Congresso va alla deriva. Sono emerse richieste di controllo, votazioni sui poteri di guerra e persino di destituzione dall’incarico, ma solo dopo che la retorica ha varcato il confine che il diritto internazionale era stato concepito per impedire.

Questo è il fallimento centrale della governance americana nell’era della guerra permanente: l’abdicazione di responsabilità finché la crisi non diventa catastrofe.

Il cessate il fuoco non va scambiato per un successo. È una pausa imposta dall’allarme globale e dalla gravità di ciò che stava per scatenarsi. È la prova che la diplomazia esiste ancora, ma solo all’ombra di qualcosa di ben più oscuro.

Perché la domanda ora è inevitabile:

Se minacciare di distruggere una civiltà fa parte del manuale di negoziazione, cosa succede quando le minacce smettono di funzionare?

La storia offre una risposta cupa: l’escalation.

E la prossima volta, potrebbe non esserci alcun intervento dell’ultimo minuto.

Nessuna corsa diplomatica.

Nessuna pausa di due settimane.

Solo le conseguenze di una linea già superata.

Leggi anche: https://www.theguardian.com/world/2026/apr/08/ceasefire-wins-trump-instant-gratification-but-iran-can-enter-talks-with-stronger-hand

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Trump sconfitto: sospende il suo ultimatum e decreta un cessate il fuoco di due settimane
Di José Antonio Gómez* – Diario Sabemos

Il presidente degli Stati Uniti dimostra ancora una volta di essere un chiacchierone costretto a rimangiarsi le proprie minacce non appena i suoi avversari non cedono alle pressioni e ai ricatti tipici di Trump.

La decisione di Donald Trump di concedere una nuova proroga all’Iran non è un semplice gesto tattico nel quadro di una negoziazione. È, in realtà, la manifestazione di una strategia geopolitica basata sulla massima pressione, l’imprevedibilità e la diplomazia coercitiva, dove il tempo diventa uno strumento di potere. La proroga di due settimane dell’ultimatum, richiesta da Shehbaz Sharif e sostenuta dall’establishment militare pakistano, introduce inoltre un attore chiave nello scacchiere regionale: il Pakistan come mediatore indiretto in una delle crisi più instabili del sistema internazionale. Tuttavia, nel mondo da bullo da liceo del presidente statunitense, questa decisione rappresenta una sconfitta.

L’epicentro di questa tensione non è altro che lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi energetici più strategici del pianeta. Per questa via transita circa un quinto del petrolio mondiale, il che rende qualsiasi alterazione della sua operatività un fattore di rischio sistemico per l’economia globale. La richiesta statunitense della sua apertura “completa, immediata e sicura” rivela che, al di là del conflitto militare, ciò che è in gioco è il controllo delle rotte energetiche e, per estensione, la stabilità del mercato internazionale.

La proroga annunciata da Trump attraverso il suo social network Truth Social avviene in un contesto di estrema tensione, a poche ore dalla scadenza di un ultimatum che includeva minacce esplicite di distruzione di massa. Questo elemento è fondamentale per comprendere la logica dell’attuale politica estera statunitense: una combinazione di escalation retorica e ritirata tattica che cerca di massimizzare le concessioni senza arrivare necessariamente allo scontro diretto. In questo senso, la decisione di sospendere l’attacco non implica una de-escalation strutturale, ma piuttosto una riconfigurazione temporanea del conflitto.

Il ruolo del Pakistan in questa equazione risulta particolarmente significativo. Storicamente allineato agli interessi occidentali ma con legami complessi con il mondo islamico, Islamabad emerge come un intermediario in grado di dialogare sia con Washington che con Teheran. L’intervento di Sharif e del capo di Stato Maggiore, Asim Munir, suggerisce una diplomazia di sicurezza in cui gli attori militari assumono un ruolo di primo piano nella gestione delle crisi internazionali. Questa mediazione rafforza la posizione del Pakistan come attore geopolitico rilevante in uno scenario in cui le alleanze tradizionali sono in fase di trasformazione.

Da parte sua, Trump presenta la proroga come un accordo “a doppio binario”, in cui entrambe le parti traggono benefici. Tuttavia, questa narrativa racchiude una logica asimmetrica. Gli Stati Uniti affermano di aver raggiunto i propri obiettivi militari, mentre l’Iran è spinto a fare concessioni strategiche senza chiare garanzie di reciprocità a lungo termine. Il riferimento a una presunta proposta iraniana in dieci punti indica l’esistenza di canali di negoziazione attivi, ma evidenzia anche l’opacità che caratterizza questo processo.

Da una prospettiva geopolitica, la reiterazione degli ultimatum e il loro successivo rinvio sollevano interrogativi sulla credibilità della strategia statunitense.

Il moltiplicarsi delle scadenze (fino a cinque in poche settimane) può essere interpretato come una tattica di logoramento, ma anche come un sintomo di indecisione, di calcolo errato o del fatto che a Trump siano stati aperti gli occhi e gli sia stato mostrato che, forse, è stato ingannato da Israele. In un contesto internazionale in cui la percezione di fermezza è cruciale, queste oscillazioni possono indebolire la posizione negoziale di Washington e offrire margine di manovra a Teheran.

La componente retorica della crisi aggiunge un’ulteriore dimensione. Le dichiarazioni di Trump sulla possibilità di distruggere «un’intera civiltà» non solo generano allarme internazionale, ma collocano il conflitto su un terreno che sfiora la retorica della guerra totale. La reazione di figure come Papa Leone, che ha definito queste minacce inaccettabili, evidenzia il rifiuto globale di un’escalation che potrebbe avere conseguenze umanitarie devastanti.

A livello interno statunitense, la crisi ha riacceso dibattiti costituzionali di grande portata. L’invocazione del Venticinquesimo Emendamento da parte dei legislatori democratici riflette la preoccupazione per la capacità del presidente di gestire una situazione di elevata complessità. Questo elemento introduce una variabile interna nell’equazione geopolitica, dove la stabilità della leadership statunitense diventa un fattore di incertezza internazionale.

Lo Stretto di Hormuz, in questo contesto, si consolida come un punto di attrito globale in cui convergono interessi energetici, militari e politici. La sua chiusura o apertura non riguarda solo l’Iran e gli Stati Uniti, ma anche potenze come la Cina, l’India o l’Unione Europea, fortemente dipendenti dall’approvvigionamento energetico che transita per questa rotta. L’internazionalizzazione del conflitto è, quindi, inevitabile.

La strategia di Trump deve essere analizzata anche in relazione al suo approccio generale al Medio Oriente. Il coordinamento con Israele nelle operazioni militari e la pressione simultanea sull’Iran suggeriscono un tentativo di ridefinire l’equilibrio regionale a favore dei tradizionali alleati di Washington. Tuttavia, questa politica comporta rischi significativi, compresa la possibilità di un’escalation regionale che coinvolga molteplici attori statali e non statali.

L’Iran, dal canto suo, si trova di fronte a un dilemma strategico. Cedere alle richieste statunitensi potrebbe essere interpretato come un segnale di debolezza interna ed esterna, mentre resistere aumenta il rischio di un conflitto aperto. In questo scenario, la diplomazia indiretta attraverso attori come il Pakistan diventa uno strumento chiave per evitare uno scontro diretto.

La proroga di due settimane non risolve il conflitto, ma ne ridefinisce i termini. Introduce un margine temporale per la negoziazione, ma prolunga anche l’incertezza. In termini geopolitici, questo tipo di decisioni ha effetti cumulativi: ogni rinvio, ogni minaccia e ogni concessione contribuiscono a plasmare un nuovo equilibrio di potere.

*Direttore di Diario Sabemos. Scrittore e analista politico. Autore dei saggi politici «Gobernar es repartir dolor», «Regeneración», «El líder que marchitó a la Rosa», «IRPH: Operación de Estado» e dei romanzi «Josaphat» e «El futuro nos espera».

Leggi anche: https://www.jornada.com.mx/noticia/2026/04/07/editorial/trump-insania-alarmante
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