Oggi sabato 11 aprile 2026 – OTHER NEWS. Grandi potenze, interesse nazionale e diplomazia / Quando una società si radicalizza: il pericoloso percorso di Israele verso l’isolamento
Grandi potenze, interesse nazionale e diplomazia
Di Fernando Ayala* – Treccani
Che cos’è l’interesse nazionale, chi lo definisce e in che modo? Sono molte le domande che sorgono in seguito alla revisione delle posizioni di diversi Paesi alla luce dell’ultima Strategia di sicurezza nazionale (NSS, National Security Strategy) degli Stati Uniti, resa nota dal presidente Donald Trump lo scorso novembre. L’interesse nazionale, come definito dagli autori classici, mira a garantire la sicurezza dello Stato, a proteggere la sua sovranità, i confini, gli abitanti, la cultura e le tradizioni, identificando al contempo le minacce e proiettando la propria influenza in un mondo internazionale spesso descritto come anarchico. Ciò è dovuto all’assenza di un governo centrale globale che faccia rispettare il diritto internazionale. Oggi, siamo testimoni di questo disordine globale in cui il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite non vengono rispettati, i trattati vengono violati e l’uso della forza viene imposto per cambiare i governi, sottomettere i Paesi, assassinare autorità o rapire i capi di Stato.
Nei primi due decenni del XXI secolo, l’ordine internazionale sembrava più o meno stabile e la globalizzazione si consolidava senza grandi intoppi. Tuttavia, nel 2014 la Russia ha occupato la Crimea e sono state applicate sanzioni economiche parziali, ma non si presumeva che ciò potesse alterare l’ordine internazionale. L’anno successivo, nella NSS degli Stati Uniti, sotto la presidenza di Barack Obam, si affermò che l’aggressione russa costituiva una minaccia all’ordine esistente e che quest’ultimo doveva essere rafforzato sulla base di norme e valori universali, riaffermando così i principi del diritto internazionale. Inoltre, per la prima volta, il cambiamento climatico veniva definito come una minaccia alla sicurezza nazionale. Nel 2017, sotto la prima presidenza di Trump, il nuovo documento strategico ha eliminato il cambiamento climatico e introdotto Cina e Russia come potenze concorrenti, in grado di minacciare l’egemonia globale USA. Nel 2021 il presidente Joe Biden, nella sua NSS, ha ribadito l’impegno nei confronti della Nato e delle democrazie, identificando la Cina come il principale rivale sul piano tecnologico e militare. Nel suo secondo mandato, il presidente Trump ha reso nota la sua strategia identificando chiaramente la Cina come principale minaccia all’egemonia statunitense e stabilendo che l’emisfero occidentale debba contribuire a contenere l’espansione globale della Cina, proclamando che il continente americano è per gli americani, ribadendo la dottrina del presidente James Monroe proclamata nel 1823 e che Trump ha definito, richiamando il suo nome, “Donroe”.
Per i 27 Paesi dell’Unione Europea, ridefinire l’interesse nazionale collettivo sembra essere una priorità che deve a sua volta adeguarsi alla definizione che ciascuno di questi Stati dà del proprio interesse nazionale. L’urgenza sembra risiedere nella frattura sempre più ampia tra i Paesi che compongono la NATO e il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti. Non sappiamo ancora come si risolverà questa equazione; ciò che invece conosciamo sono le dichiarazioni del presidente Trump secondo cui l’Alleanza atlantica è una «tigre di carta», espressione ripetuta in diverse occasioni nel secolo scorso dal leader cinese Mao Zedong per riferirsi all’«imperialismo americano» e alle sue debolezze interne. Non è facile per Washington ritirarsi dalla NATO, poiché ciò richiede una votazione a maggioranza dei due terzi da parte del Senato. Inoltre, con l’eccezione della Francia e del Regno Unito, che dispongono di un arsenale atomico sebbene limitato, ciò priverebbe i Paesi europei della protezione dell’ombrello nucleare che li ha difesi sin dalla fine della Seconda guerra mondiale.
In ogni caso, ogni giorno diventa sempre più urgente per l’Unione Europea avanzare rapidamente verso una politica di difesa comune e un esercito autonomo, e porre definitivamente fine alla dipendenza dall’industria militare statunitense. A tale scopo sarebbe necessario procedere verso la creazione di un’Unione Europea di carattere federale, il che significa che ogni Paese dovrebbe rinunciare a un pezzo della propria sovranità individuale, cedendo maggiori competenze a un organo centrale. Oggi, questo obiettivo sembra molto difficile da raggiungere. L’eterogeneità dei sistemi politici europei, che includono repubbliche e monarchie parlamentari, e le differenze culturali e linguistiche, rappresentano una sfida ancora rilevante.
Ma come si definisce l’interesse nazionale in Russia, in Cina, in India, in Giappone o in Israele? Per tutti vale lo stesso principio: garantire la sicurezza e la sovranità e proiettare il proprio potere sulla scena internazionale. Mosca ha affermato ciò percependo una minaccia nella progressiva espansione verso est della NATO, una politica avviata sotto la presidenza di Bill Clinton nel 1999, quando l’Alleanza si estese a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Allora, le opinioni di politici e specialisti di spicco, come Henry Kissinger e George Kennan, che sconsigliavano tale espansione, non furono ascoltate. Nel 2004 si sono aggiunte Bulgaria, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania e Romania. Nel 2017 ha aderito il Montenegro, nel 2020 la Macedonia del Nord e nel 2024 la Finlandia e la Svezia. Tutti questi Paesi hanno ridefinito il proprio interesse nazionale sulla base della percezione di una potenziale aggressione da parte della Russia. Mosca ha percepito questa espansione come una minaccia alla propria sicurezza e, quando l’Ucraina ha manifestato il proprio interesse ad aderire alla NATO dopo l’annessione della Crimea, la Russia l’ha invasa, dando inizio a una guerra che ha portato a una riconfigurazione dell’ordine internazionale, almeno in Europa. Nel caso di Israele, protetto senza riserve dagli Stati Uniti e sostenuto con decisione dall’Europa occidentale, ha deciso di agire autonomamente e, insieme agli Stati Uniti, ha attaccato l’Iran. Tel Aviv sta inoltre bombardando le città del Libano e occupando la parte meridionale del Paese per eliminare la minaccia per la sua sicurezza rappresentata da Hezbollah. La Cina, dal canto suo, ha definito il proprio interesse nazionale sulla base dei cinque principi di coesistenza pacifica, con l’eccezione dell’annessione del Tibet nel 1950 e dell’invasione del Vietnam nel 1979, in risposta all’invasione vietnamita della Cambogia di Pol Pot. Pechino considera Taiwan parte del proprio territorio e così è stata di fatto considerata dalle potenze occidentali, ma negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno sottolineato l’importanza dell’isola per il suo posizionamento del campo delle tecnologie avanzate e per la sua posizione strategica nell’area dell’Asia-Pacifico. Approfittando della crescente rivalità tra Washington e Pechino, il Giappone sta potenziando le proprie capacità militari, il che, a causa del suo passato militarista, è motivo di preoccupazione non solo in Cina, ma anche in entrambe le Coree, ex colonie giapponesi con una storia travagliata, così come nelle Filippine e in altri Paesi. L’India è un mondo a sé stante, consapevole di essere destinata, nel medio termine, a diventare una delle grandi potenze economiche mondiali, dotata di armi nucleari, tecnologia e capacità militari. Mantiene un delicato equilibrio con le grandi potenze e sulle controversie territoriali irrisolte con la Cina.
L’Africa è un continente che continua a cercare la propria strada e che fatica a liberarsi dal passato coloniale, segnato dallo sfruttamento, dagli abusi e dalle umiliazioni che hanno determinato i suoi confini in base agli interessi delle potenze europee. L’interesse nazionale di ciascuno dei suoi Stati è condizionato dal proprio contesto e dalla propria storia. Il Sudafrica, con un passato di lotta per l’indipendenza e contro l’apartheid, ha avuto un leader come Nelson Mandela che, come Lumumba, Nkrumah, Nyerere, Nasser e tanti altri, non è riuscito a unificare un continente in cui guerre civili, colpi di Stato e, oggi, il cambiamento climatico, stanno peggiorando la situazione economica di milioni di persone, la cui unica alternativa per la sicurezza è l’emigrazione.
L’America Latina possiede immense ricchezze in termini di risorse naturali e umane, ma è caratterizzata da grandi disuguaglianze e da una povertà diffusa nelle città e nelle zone rurali. Dal Messico verso sud, è una zona libera da armi nucleari e da conflitti bellici. Nessun Paese della regione è una nazione sviluppata secondo gli standard europei. L’interesse nazionale regionale è debole e negli ultimi anni l’ideologia prevale sul pragmatismo e sulla cooperazione. La mano ferma degli Stati Uniti si fa sentire con forza, esercitando pressioni sui Paesi affinché riducano o chiudano gli spazi in cui la Cina è presente in settori considerati strategici. In altre parole, Washington esige che parte dei propri interessi strategici o nazionali sia anche interesse dei Paesi dell’America Latina.
La diplomazia oggi è soffocata dal rumore delle bombe e delle granate in molti luoghi, tra cui l’Ucraina, l’Iran, lo Yemen e il Libano. Il loro rumore e le loro conseguenze si avvertono in tutto il pianeta, così come le conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha fatto lievitare i prezzi dell’energia, provocando un’inflazione globale a causa dell’effetto moltiplicatore sull’economia dell’aumento del prezzo del petrolio. Quando i trattati e la Carta delle Nazioni Unite non vengono rispettati e risuonano i proiettili, la prima vittima, insieme alle vite umane, è il diritto internazionale. Poi seguono gli effetti economici che possono esercitare pressioni per porre fine ai conflitti. Gli appelli e le voci della ragione non servono a nulla quando i leader sono accecati dal potere e dal desiderio di imporre le proprie condizioni. Il Consiglio di sicurezza, organo supremo che i Paesi si sono dati per risolvere i conflitti, è da tempo paralizzato dal diritto di veto dei cinque membri che ne detengono il monopolio. Dalla sua entrata in vigore nel 1945, è stato utilizzato per la prima volta l’anno successivo e, fino allo scorso anno, è stato applicato 282 volte; i Paesi che vi hanno maggiormente fatto ricorso sono stati la Russia (129 volte) e gli Stati Uniti (89 volte). In 51 occasioni, il diritto di veto di Washington è stato esercitato a favore di Israele. La realtà è che i Paesi hanno interessi, alleati, nemici, rivali e complici sulla scena internazionale, ma nessun amico o nemico lo è per sempre, come ha dimostrato la storia.
La guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran è stata dichiarata a loro estranea dai Paesi della NATO, che non si sono impegnati né hanno partecipato a tale conflitto. I grandi beneficiari di questa situazione sono la Cina e la Russia, che osservano il declino militare e politico degli Stati Uniti e il diffondersi delle critiche dell’opinione pubblica in tutto il pianeta. Mosca, isolata a livello internazionale, ha ripreso a vendere petrolio, e gli europei si chiederanno quando il gas russo tornerà a raggiungere le loro aziende e le loro case. La domanda è: quale ordine internazionale si sta configurando sotto le attuali leadership? La corsa sfrenata alla spesa militare si sta diffondendo in tutto il mondo: tutti pensano sia meglio essere preparati a qualsiasi eventualità. Nel frattempo, però, la voce dei Paesi più piccoli non viene ascoltata. Le Nazioni Unite devono essere riformate, prima possibile, per garantire una maggiore democratizzazione della loro struttura e porre fine al monopolio dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, che hanno dimostrato la loro incapacità di assolvere al compito fondamentale per cui l’organizzazione è stata creata: preservare la pace e la sicurezza internazionale. Quest’anno si terrà l’elezione del nuovo Segretario generale dell’organizzazione e l’America Latina dovrebbe poter svolgere un ruolo di primo piano, con una donna alla guida per la prima volta, che potrebbe segnare l’inizio di un cambiamento profondo, in risposta al fallimento che stiamo vivendo oggi.
*Ex ambasciatore, laureato in economia presso l’Università di Zagabria, in Croazia, e titolare di un master in scienze politiche presso l’Università Cattolica del Cile. Ex vicedirettore per gli affari strategici dell’Università del Cile, ex sottosegretario alla Difesa e attuale professore associato presso l’Istituto di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Santiago del Cile. Autore del romanzo Zavasabel, Ed. Renacimiento, Spagna 2025.
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Quando una società si radicalizza: il pericoloso percorso di Israele verso l’isolamento
Di Jon Manning* – Modern Diplomacy
La distruzione sistematica da parte di Israele delle abitazioni civili a Gaza è un’altra manifestazione della politica governativa influenzata dalla radicalizzazione della società israeliana.
I leader politici israeliani stanno assistendo a una drammatica radicalizzazione della società israeliana. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha favorito una cultura che danneggia gli stessi cittadini israeliani e rischia di isolare Israele sulla scena internazionale. Le azioni intraprese a livello esecutivo e di attuazione delle politiche rischiano di causare un impatto duraturo sui cittadini israeliani sia come individui che come società nel suo complesso. La domanda che i leader della società israeliana devono porsi è la seguente: se gli eventi durante le campagne militari contro Gaza e la campagna congiunta USA-Israele contro l’Iran portano a una frattura tra Israele e i suoi alleati occidentali, allora questo è nell’interesse a lungo termine di Israele?
Durante un discorso nel settembre 2025, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele doveva diventare una “super-Sparta”. Richiamarsi all’antica città-stato greca ipermilitarizzata, dove la guerra era l’obiettivo primario della società, è una scelta singolare. La società spartana era brutale, non solo verso i propri nemici, ma anche verso i propri figli. Ciò offre uno spaccato della mentalità di Netanyahu e della direzione verso cui sta guidando la società israeliana. Il discorso su Sparta ha riconosciuto che Israele stava affrontando l’isolamento, sia economico che diplomatico, a causa della guerra a Gaza. Anziché tentare di porre rimedio a questo isolamento, è stata presa la decisione di dare inizio alla guerra in Iran. Non c’è dubbio che ciò aggraverà l’isolamento di Israele.
Radicalizzazione della società
La condotta del governo israeliano durante l’offensiva militare a Gaza illustra quanto sia diventata istituzionalizzata la radicalizzazione della sua società. A seguito del terribile attacco del 7 ottobre, durante il quale sono stati uccisi oltre 1200 israeliani e presi 240 ostaggi, il governo israeliano sembra aver abbandonato ogni pretesa di agire in conformità con il diritto umanitario internazionale. Organizzazioni per i diritti umani, tra cui B’Tselem e Human Rights Watch, hanno redatto rapporti dettagliati sui crimini di guerra israeliani. Forse l’esempio più chiaro ed eclatante riguarda l’uso della fame come metodo di guerra da parte di Israele. Durante tutto il conflitto Israele ha limitato la quantità di aiuti che entrano a Gaza. Tra marzo e maggio 2025, Israele ha imposto un blocco totale degli aiuti umanitari per 11 settimane. Quando è stata ripristinata una quantità molto limitata di aiuti, Israele ne ha ostacolato la distribuzione. L’esercito israeliano ha inoltre distrutto l’84% delle infrastrutture idriche, igienico-sanitarie e di igiene di Gaza, oltre a impedire attivamente le riparazioni. Secondo le Convenzioni di Ginevra, l’uso della fame come arma di guerra costituisce una grave violazione delle leggi di guerra. Costituisce inoltre una forma di punizione collettiva, un crimine di guerra a sé stante. Si tratta di azioni indifendibili che dimostrano come la natura radicalizzata della società israeliana abbia permeato la politica governativa.
La distruzione sistematica da parte di Israele delle abitazioni civili a Gaza è un’altra espressione della politica governativa influenzata dalla società radicalizzata di Israele. A febbraio 2025, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avevano distrutto circa il 92% delle abitazioni residenziali nella Striscia di Gaza. A livello esecutivo, questa distruzione su larga scala è una politica deliberata di domicidio, un’altra grave violazione delle Convenzioni di Ginevra. A ulteriore indicazione della radicalizzazione della società, nella primavera del 2025 il Ministero della Difesa israeliano ha istituito un ufficio dedicato alla gestione dello sfollamento della popolazione di Gaza. Questa radicalizzazione è evidente anche a livello di attuazione delle politiche, con un gran numero di soldati israeliani che pubblicano video dei crimini di guerra sopra descritti su varie piattaforme di social media. Queste gravi violazioni delle leggi di guerra vengono diffuse apertamente. Forse ancora più preoccupante è il fatto che i soldati appaiano gioviali, orgogliosi di queste azioni.
L’esame del trattamento riservato ai prigionieri o ai detenuti offre un’altra prospettiva sulla portata della radicalizzazione. B’Tselem ha descritto le prigioni e i centri di detenzione militari israeliani come “una rete di campi di tortura”. Nel luglio 2024, la polizia militare israeliana ha arrestato 9 soldati per le gravi torture e gli abusi sessuali inflitti a un detenuto palestinese presso il centro di detenzione militare di Sde Teiman.
Dopo che ai media sono trapelati filmati e prove mediche che documentavano gli abusi, 200 manifestanti di estrema destra hanno preso d’assalto la base dove erano detenuti i soldati chiedendo il loro rilascio. Alle proteste hanno partecipato diversi membri di estrema destra della Knesset e ministri del governo. Nelle ultime settimane, annunciando pubblicamente che le accuse contro i soldati sarebbero state ritirate, il primo ministro Netanyahu ha definito gli imputati “eroici combattenti”. Difendere questo livello di abuso è davvero scioccante. Questo incidente descrive in modo crudo la normalizzazione della radicalizzazione estrema all’interno della società israeliana.
Gli studi hanno dimostrato che non solo le vittime, ma anche coloro che infliggono violenza o tortura soffrono, correndo il rischio di sviluppare una serie di disturbi psicologici e medici. È altamente probabile che gli autori sviluppino il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD), comprese condizioni correlate come l’abuso di sostanze, la depressione o l’ansia. Questi individui possono anche manifestare comportamenti antisociali aggressivi. Sebbene le principali vittime di questi abusi siano ovviamente i palestinesi, l’attuale governo israeliano sembra incapace o non disposto a riconoscere il danno che ciò sta infliggendo agli israeliani, sia a livello individuale che sociale. C’è una tragica ironia nel fatto che le Convenzioni di Ginevra, istituite in gran parte per prevenire il trattamento orribile subito dagli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, vengano violate in modo così grave dal governo di Israele.
Isolamento internazionale
Israele si sta allontanando dai suoi alleati di lunga data. La società israeliana sembra sempre meno condividere gli stessi valori democratici liberali dei suoi alleati occidentali di lunga data. Man mano che questo divario si allarga, il cambiamento dell’opinione pubblica nei paesi occidentali è evidente. Un sondaggio Pew Research condotto nella primavera del 2025 ha rilevato che in 20 paesi su 24 la maggioranza degli adulti ha un’opinione negativa di Israele. Le relazioni bilaterali con gli Stati Uniti sono di cruciale importanza per Israele. Tra il 1946 e il 2024, Israele ha ricevuto 330 miliardi di dollari in aiuti statunitensi complessivi. Il secondo beneficiario più grande, l’Egitto, ha ricevuto invece 179 miliardi di dollari. Nei due anni a partire dall’ottobre 2023, gli Stati Uniti hanno fornito 21,7 miliardi di dollari in aiuti strettamente militari. Ciò illustra l’importanza di questa relazione storica e quanto sia essenziale per il futuro di Israele. Nonostante abbiano intrapreso un impegno militare congiunto contro l’Iran, vi sono indicazioni che le relazioni tra Stati Uniti e Israele siano in pericolo.
Gallup ha riportato a febbraio che, per la prima volta, i cittadini statunitensi provano più empatia per i palestinesi che per gli israeliani. Questo ribaltamento di simpatia rappresenta un cambiamento drammatico nel panorama politico interno degli Stati Uniti. La deviazione nel sentimento non è un fenomeno di parte. I sondaggi hanno mostrato che la percentuale di elettori con opinioni sfavorevoli su Israele sta aumentando sia tra i Democratici che tra i Repubblicani. Forse ancora peggio, l’analisi demografica documenta che questa sfavorevolezza è più alta tra la fascia più giovane dei 18-35enni, suggerendo che questa tendenza accelererà negli anni a venire. Le ostilità in corso lanciate dalla partnership USA-Israele contro l’Iran rischiano di rafforzare ulteriormente il sentimento descritto. Un recente sondaggio Reuters/Ipsos ha rilevato che il 61% disapprova gli attacchi militari statunitensi contro l’Iran.
Ci sono indicazioni che il calo del sostegno pubblico statunitense a Israele si stia ripercuotendo sull’arena politica interna degli Stati Uniti. L’influenza di cui ha goduto per decenni l’American-Israel Public Affairs Committee (AIPAC) sta affrontando una sfida senza precedenti. Il gruppo di pressione ha dimostrato di saper utilizzare con successo le donazioni elettorali e la pubblicità per rafforzare il sostegno a Israele tra i politici statunitensi. Tuttavia, a causa della percezione di tossicità del governo israeliano, i politici statunitensi stanno assumendo impegni pubblici a non accettare alcun contributo elettorale dall’AIPAC. Persino politici che nel 2024 facevano grande affidamento sull’AIPAC come principale finanziatore, come i rappresentanti Morgan McGarvey del Kentucky e Valerie P. Foushee della Carolina del Nord, hanno dichiarato che non accetteranno più donazioni dall’AIPAC o dai suoi affiliati. Le azioni del governo israeliano sono così impopolari che, nelle recenti elezioni, l’AIPAC ha scelto di convogliare i finanziamenti attraverso organizzazioni che sembrano non essere collegate né a sé stessa né a Israele. In quattro recenti campagne elettorali a Chicago, l’AIPAC ha convogliato 13,7 milioni di dollari in contributi elettorali e pubblicità attraverso organizzazioni come “Elect Chicago Women” e “Affordable Chicago Now”21.
Israele rischia di rimanere sempre più isolato a livello internazionale, anche dai suoi alleati finora più stretti. Poiché il calo del sostegno pubblico a Israele si ripercuote sulla politica interna degli alleati occidentali, i politici subiranno pressioni per modificare le politiche in modo meno favorevole al governo israeliano.
Nonostante la storica vicinanza del rapporto, alcuni politici negli Stati Uniti stanno già chiedendo di cessare o ridurre le esportazioni di armi offensive verso Israele. Come minimo, qualsiasi futuro aiuto militare potrebbe essere accompagnato da condizioni. Se Israele dovesse diventare sempre più isolato, le implicazioni negative sarebbero significative. Il potenziale di riduzione del potere e dell’influenza è reale. Ciò si applicherebbe al di là dell’ambito della sicurezza, includendo le sfere diplomatica ed economica.
La strada da percorrere
I politici israeliani, i cittadini israeliani e i sostenitori di Israele dovrebbero prendersi del tempo per riflettere sulla portata della radicalizzazione nella società israeliana. I leader devono agire per affrontare il danno arrecato agli individui e alla società nel suo complesso. Si dovrebbe considerare l’impatto delle azioni descritte sulla società israeliana e se questa sia una società che sono disposti a tramandare alla generazione successiva. È necessario adottare misure urgenti per prevenire un ulteriore isolamento internazionale, ricostruire le relazioni bilaterali e la posizione di Israele nella comunità internazionale. Il primo ministro Netanyahu dovrebbe rivalutare se l’antica Sparta sia una società a cui Israele dovrebbe aspirare a emulare. Gli sarebbe invece consigliabile trarre insegnamento dal prolungato declino di Sparta dal potere e dalla preminenza.
*Laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università di Bristol, con specializzazione in studi sulla sicurezza nell’Asia orientale e meridionale. Ha lavorato presso il think tank politico Resolution Foundation e ha scritto per la rivista New Statesman. Jon ha collaborato a diverse campagne elettorali per il Parlamento britannico, tra cui quelle di Tullip Siddiq e Liz Kendal.
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