… un buon risveglio!
I nuovi fatti di Ungheria
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La penso come Enrico Rossi (su fb); trovo molte affinità con i compagni Tonino Dessì e Nicolò Migheli (su fb). Qualche dissenso sull’atteggiamento rispetto alla Russia, che dobbiamo considerare un paese europeo, seppure non candidato all’Unione Europea, che è altra cosa, per fortuna e nonostante tutto! E, soprattutto: pensiamo a un programma comune del centro sinistra-campo largo-opposizione attuale, testardamente unitari, prima di indicare il candidato premier (di cui nessuno ci vieta di parlare, ma non è allo stato la priorità) [fm]
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Meloni e Matteo Salvini hanno sostenuto attivamente Orbán, comparendo persino in uno spot elettorale internazionale a suo favore. In questo video, i leader della destra italiana hanno celebrato l’Ungheria come un modello di difesa della sovranità nazionale e delle radici cristiane contro il “centralismo di Bruxelles”.
La realtà è che Orbán ha lasciato un Paese isolato in Europa a causa dello smantellamento dello Stato di diritto, del controllo ferreo sui media e del blocco dei fondi UE (circa 20 miliardi di euro) per corruzione e violazioni dei diritti; compresi i diritti sociali con leggi che consentono abusi e sfruttamento inumano dei lavoratori.
Péter Magyar cosa ha promesso per vincere?
Magyar non è un leader di sinistra, ma un conservatore europeista. Non c’è da aspettarsi cambiamenti sociali ma si può sperare in un ritorno allo stato di diritto, dopo il regime illiberale di Orban.
I punti cardine del suo programma sono:
- la lotta alla corruzione con lo smantellamento del sistema di potere oligarchico creato da Fidesz;
- lo sblocco dei fondi UE ripristinando immediatamente l’indipendenza della magistratura per ottenere i miliardi di euro congelati da Bruxelles, necessari per far ripartire l’economia;
- la fine della propaganda di Stato con la trasformazione della TV pubblica da strumento di regime a servizio informativo indipendente;
- il ritorno all’Europa con l’allontanamento dell’Ungheria dall’orbita russa per riportarla pienamente nel cuore dell’integrazione europea.
L’Ungheria ha scelto di voltare pagina, preferendo un’alternativa che promette legalità ed europeismo al posto del sovranismo identitario di Orbán.
È innegabile che il risultato ungherese non sia solo un fatto locale, ma un sasso lanciato in uno stagno le cui onde arriveranno dritte a Bruxelles e anche in Italia.
La caduta di quello che era considerato il “bastione inespugnabile” del sovranismo sposta inevitabilmente gli equilibri continentali.
Per anni, l’Ungheria di Orbán è stata il laboratorio politico per chi voleva un’Europa fatta di nazioni chiuse, scettiche verso l’integrazione e critiche sui diritti civili, oltre che arretrate sul piano dei diritti sociali.
Con la sua sconfitta, questo modello perde il suo capofila più carismatico e radicale.
In sede di Consiglio Europeo, l’asse dei veti si indebolisce drasticamente e sparisce l’”alibi” Orban usato spesso per non fare le cose.
Per anni abbiamo assistito a una narrazione che dipingeva il sovranismo populista come una forza inarrestabile, un “destino” della storia.
Non si può generalizzare ma è legittimo forse trarre buoni auspici per l’Italia e non solo. Un ciclo politico mondiale sembra iniziare a mostrare le crepe. Il vento sta cambiando?
È presto per dirlo ma già il fatto di poterci fare questa domanda è una soddisfazione che ci dà fiducia.
Soprattutto se Vance, il vicepresidente americano, dopo essere stato in Ungheria, vorrà tornare spesso anche in Italia a dare una mano all’alleata Meloni che versa in evidente difficoltà.
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