Other news. Le tecnologie dell’ICE e il perverso sistema automatizzato di persecuzione dei migranti latini / Quante persone hanno ucciso gli Stati Uniti e Israele in Iran?
Le tecnologie dell’ICE e il perverso sistema automatizzato di persecuzione dei migranti latini
Di Ximena Cuzcano* – Derechos Digitales
La persecuzione migratoria nei confronti delle persone latine negli Stati Uniti non inizia più con una retata. Inizia settimane prima, sui server di aziende private che vendono al governo la capacità di rintracciare chiunque non voglia essere trovato. L’ICE ha smesso di essere un’agenzia di espulsioni per diventare un’agenzia di sorveglianza di massa, e capire come funziona è il primo passo per sapere cosa si può fare per contrastarla.
L’amministrazione Trump ha trasformato l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti in un’agenzia di sorveglianza di massa. Con un budget che supererà i 28 miliardi di dollari nel 2025 (il triplo rispetto all’anno precedente), l’agenzia ha intessuto una rete che attraversa banche dati governative, acquista informazioni da aziende e dispiega tecnologia nelle strade.
Un migrante messicano lo ha scoperto quando l’ICE ha rintracciato i bonifici che inviava alla sua famiglia in Messico, ha identificato il suo indirizzo alle Hawaii e lo ha arrestato, nonostante non avesse precedenti penali. A Chicago, una donna colombiana è stata fermata in quello che sembrava un normale controllo stradale: il suo veicolo era stato segnalato in anticipo, incrociando i registri statali con le banche dati federali. Un altro migrante messicano, che vendeva fiori in una città nei pressi di Los Angeles, è rimasto in detenzione per settimane perché l’ICE lo ha scambiato per un sospettato con un nome simile, nonostante avesse documenti che provavano la sua innocenza. Tre casi, tre tecnologie diverse, un unico sistema.
L’agenzia costruisce da anni questo ecosistema di sorveglianza, un’architettura di dati originariamente creata dopo l’11 settembre per “combattere i terroristi”, ora reindirizzata verso le comunità di migranti che lavorano e sostengono l’economia del Paese. Un imbuto che parte dai dati generati dalle persone stesse (rimesse, immatricolazioni dei veicoli, localizzazioni dei cellulari), passa attraverso l’incrocio con banche dati governative e commerciali, e termina in un’operazione di strada dove un agente dell’ICE con un telefono decide il destino di qualcuno in pochi secondi. Un sistema che, in questo processo, non distingue tra chi ha un ordine di espulsione e chi semplicemente esiste nelle sue banche dati.
Fase 1: la macchina della raccolta massiccia di dati
Il punto di partenza del sistema sono i dati. L’ICE non raccoglie la maggior parte delle informazioni da sola: le acquista. Ogni volta che qualcuno paga una bolletta della luce, invia una rimessa, ottiene una patente di guida o pubblica qualcosa sui social media, quelle informazioni possono finire nelle mani dell’agenzia. Aziende come Thomson Reuters e LexisNexis raccolgono dati da molteplici fonti su una stessa persona (storia creditizia, indirizzi, numeri di telefono, registri automobilistici, legami familiari) e li vendono all’ICE. Non serve un mandato giudiziario, poiché la legge non lo richiede quando i dati vengono venduti da un’azienda privata, ed è proprio questa la porta d’ingresso dell’ICE.
Anche il cellulare ti tradisce. Le app che milioni di persone usano ogni giorno registrano costantemente la loro posizione, e aziende come Venntel o PenLink catturano e rivendono al governo quei registri di spostamenti tramite GPS. E per le strade, la rete Flock Safety gestisce 100.000 telecamere in 49 stati che leggono 20 miliardi di targhe al mese.
A ciò si aggiungono i dati biometrici. La foto della patente di guida rimane nei database statali a cui l’ICE ha accesso. Clearview AI è andata oltre: ha estratto immagini dai social network e dai siti di notizie fino ad accumulare oltre 50 miliardi di volti, e l’ICE ha firmato un contratto per sfruttare tale database. Infine, sono disponibili anche le informazioni già in possesso dello Stato stesso, come ad esempio le dichiarazioni dei redditi, le cartelle cliniche di Medicaid e i dati della previdenza sociale. Nel 2025, un giudice federale ha stabilito che l’IRS, l’autorità fiscale statunitense, ha violato la legge circa 42.000 volte condividendo i dati dei contribuenti con l’ICE.
Fase 2: l’intelligenza artificiale trasforma i dati in obiettivi
Le informazioni raccolte nella prima fase non sono sufficienti. Il sistema deve trasformarle in persone localizzabili, ed è per questo che esistono aziende come Palantir. Fondata con capitali della CIA, questa società tecnologica ha contratti con l’ICE dal 2011. La sua piattaforma incrocia tutte le fonti di informazione della fase precedente e costruisce un profilo con una probabile ubicazione. Non si tratta di una ricerca manuale, ma di un modello di IA che elabora migliaia di variabili per determinare dove potrebbe trovarsi qualcuno in questo preciso momento.
Lo strumento più rivelatore che Palantir ha sviluppato per l’ICE è ELITE. Funziona, secondo un agente che ha testimoniato sotto giuramento in tribunale, come un “Google Maps delle persone espellibili”. In sostanza mostra su una mappa la possibile ubicazione di ogni obiettivo, con un punteggio di probabilità. Per calcolarla, incrocia, ad esempio, l’indirizzo registrato su Medicaid con l’ultimo tracciato GPS e l’ultima volta in cui la sua targa è stata rilevata da una telecamera. Inoltre, crea un fascicolo automatico con precedenti penali e ordinanze giudiziarie. Il sistema ha restrizioni interne su cosa può fare e chi può prendere di mira. Tuttavia, in alcune operazioni che l’agenzia definisce “speciali”, vengono applicati filtri diversi per identificare persone che in condizioni normali non sarebbero considerate obiettivi. Finora, l’ICE non ha spiegato pubblicamente quando ciò avvenga né chi lo autorizzi.
Nel 2025, l’agenzia per l’immigrazione ha stanziato 30 milioni di dollari in più per espandere tale sistema e creare ImmigrationOS, una piattaforma progettata per tracciare una persona dal momento in cui entra nel paese fino a quando viene espulsa, con monitoraggio in tempo reale. Una persona che è entrata nel sistema come un dato finisce qui ridotta a un caso con uno stato e una data stimata di uscita dal paese, senza essere stata ascoltata né aver potuto confutare ciò che l’algoritmo ha deciso su di lei.
Fase 3: qualsiasi strada può essere una zona di sorveglianza
Una volta identificato un obiettivo, il sistema passa dagli algoritmi alla strada. L’agente arriva con un’applicazione chiamata Mobile Fortify sul suo telefono di servizio, punta l’obiettivo sul volto di qualsiasi persona (non necessariamente quella che stava cercando) e in pochi secondi confronta quell’immagine con milioni di fotografie raccolte in precedenza nella Fase 1. Vale la pena chiarire che quelle fotografie raccolte sono state scattate senza il relativo preavviso: le persone non sanno che un giorno quei registri faranno parte di un sistema di identificazione di massa. Se c’è una corrispondenza, il sistema restituisce nome, data di nascita, nazionalità e se esiste un ordine di espulsione. Se l’immagine facciale non è sufficiente, un altro strumento di BI2 Technologies ripete il processo con l’iride dell’occhio. Tutto questo avviene per strada, senza che la persona abbia fatto nulla, a sua insaputa e senza che alcun giudice lo abbia autorizzato.
L’aspetto più preoccupante di Mobile Fortify è che è stato implementato mentre era ancora in fase di test, senza una valutazione d’impatto sulla privacy. Inoltre, non è preciso. In un caso documentato davanti a un tribunale dell’Oregon, il sistema ha scansionato la stessa donna due volte e ha restituito due nomi diversi. Ciononostante, l’ICE tratta i suoi risultati come prova definitiva, al di sopra persino di un certificato di nascita.
Esistono persino strumenti che operano in modo ancora più occulto. I simulatori di cellulari, noti anche come IMSI Catchers, si camuffano da ripetitori di telefonia per costringere i telefoni nelle vicinanze a connettersi e identificare quali dispositivi si trovano in una determinata area. L’agenzia per l’immigrazione ha acquistato veicoli equipaggiati con questi dispositivi per dispiegarli in modo occulto in quartieri specifici. Per chi è in fase di procedura migratoria esiste SmartLINK, un’applicazione che l’ICE obbliga a installare sul telefono personale, che traccia la posizione ed esige verifiche periodiche tramite riconoscimento facciale. Una migrante colombiana in California lo ha scoperto quando l’app le ha bloccato un viaggio in un altro stato. Quando ha chiesto spiegazioni, un funzionario le ha detto che non aveva fatto nulla di male, era una decisione discrezionale dell’agenzia.
Quando i migranti vengono arrestati, subiscono una maggiore perdita di privacy. I dispositivi delle aziende Cellebrite e Magnet Forensics sbloccano e copiano l’intero contenuto di un telefono in pochi minuti, come messaggi, foto, cronologia delle posizioni e contatti. Infatti, le app con crittografia, come WhatsApp, non possono proteggere le informazioni in questo contesto. La crittografia impedisce che i messaggi vengano intercettati mentre viaggiano su Internet, ma una volta che il telefono è sbloccato nelle mani di un agente, tale crittografia è irrilevante. Le conversazioni di una persona detenuta possono diventare il punto di partenza per rintracciare altre persone che non hanno mai avuto contatti con l’ICE.
Proteggersi è anche un modo per resistere
Capire come funziona questo sistema è già una forma di resistenza. Per chi sta migrando o pensa di farlo, questa consapevolezza può fare la differenza fin dal primo giorno. Il cellulare è la fonte di dati più vulnerabile. Utilizzare Signal, invece di WhatsApp, riduce significativamente le tracce: Signal non memorizza metadati né condivide informazioni con terzi. Controllare quali app hanno accesso alla posizione e revocare le autorizzazioni non necessarie limita ciò che le aziende possono acquisire e vendere. In zone con forte presenza dell’ICE, una borsa di Faraday blocca tutti i segnali del cellulare, impedendo ai localizzatori di rilevarlo. E sui social network, pubblicare la propria posizione o taggare luoghi equivale a fornire volontariamente le informazioni che il sistema pagherebbe per ottenere.
Tuttavia, le misure individuali hanno un limite: il sistema descritto non può essere smantellato con un’app. L’Electronic Frontier Foundation pubblica guide gratuite e aggiornate su come proteggere la privacy digitale in situazioni di rischio; la sua sezione Surveillance Self-Defense è un punto di partenza concreto. Organizzazioni come l’ACLU, il National Immigration Law Center e Just Futures Law stanno attivamente conducendo cause legali in questa direzione. Diffondere il loro lavoro ed esigere che i rappresentanti prendano posizione è anche un modo per agire.
La libertà delle persone dipende da un algoritmo?
Ciò che Edward Snowden ha rivelato nel 2013 sulla sorveglianza di massa della NSA sembrava, all’epoca, il limite dell’immaginabile. Oggi, l’operato dell’ICE lo supera ampiamente. A differenza dei programmi di Snowden, questo sistema non opera nell’ombra: ha appalti pubblici, nomi di aziende e cifre di investimento.
Questo sistema perverso non si esaurisce al momento dell’arresto. Le fotografie scattate da Mobile Fortify vengono archiviate per 15 anni; i contatti estratti dal telefono di una persona arrestata diventano nuovi soggetti di interesse. E dietro ogni fase c’è un’azienda che incassa. Il Brennan Center lo definisce un “complesso industriale della deportazione”, aziende i cui introiti dipendono direttamente dallo sviluppo e dalla crescita del sistema automatizzato.
L’IA commette errori, come qualsiasi sistema automatizzato. C’è una differenza fondamentale tra un’IA addestrata a consigliare film e una addestrata con decenni di dati delle agenzie di sicurezza statunitensi per localizzare persone e deportarle. Quando la prima sbaglia, si guarda un film che non piace. Quando la seconda sbaglia, una persona innocente finisce in detenzione per settimane, come quel migrante messicano che lavorava vendendo fiori. Il problema non è solo l’errore, è che anche quando il sistema funziona come è stato progettato, una persona perde la propria libertà per decisione di un algoritmo, senza che nessuno l’abbia vista o ascoltata e senza che abbia potuto difendersi. La domanda a cui nessuna agenzia ha risposto è chi se ne assume la responsabilità, e la risposta, finora, brilla per la sua assenza.
Palantir, Clearview, Thomson Reuters, LexisNexis, GEO Group: queste sono solo alcune delle aziende che compongono questo ecosistema (ce ne sono decine di altre che non sono state menzionate). Ciò che è stato descritto in questa rubrica è solo una frazione di questa architettura di sorveglianza che continua a crescere, contratto dopo contratto, dato dopo dato. Rimane in sospeso una domanda che non deve essere affrontata da un punto di vista tecnologico, ma piuttosto dalla dimensione etico-politica: che tipo di società si plasmano quando si costruiscono sistemi in grado di privare le persone della libertà sulla base di un punteggio e di una data di espulsione? Chi sono le prime e principali vittime di questo sistema di espulsione automatizzato?
*Analista di sicurezza e resilienza digitale presso Derechos Digitales.
———————————————————————————————————————
Quante persone hanno ucciso gli Stati Uniti e Israele in Iran?
Di Medea Benjamin* e Nicolas J. S. Davies** – Consortium News
Il fatto che il nostro governo e i media istituzionali minimizzino le cifre precise delle vittime rende ancora più urgente scoprirle.
Dopo il fallimento dei colloqui in Pakistan, il cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran è più fragile che mai e ora sembra destinato a lasciare il posto a una nuova fase della guerra.
Il cessate il fuoco e i colloqui non sono riusciti a porre fine ai devastanti attacchi di Israele contro il Libano né a negoziare l’accesso internazionale allo Stretto di Hormuz, ora sotto il controllo dell’Iran.
Il mondo deve sfruttare questa pausa nella guerra per spingere verso un cessate il fuoco permanente e un accordo di pace, ma dobbiamo anche iniziare a valutare il vero costo umano della guerra – cosa che gli Stati Uniti sono sempre riluttanti a fare nelle loro guerre, dal Vietnam all’Iraq all’Afghanistan.
Mentre conosciamo sempre il numero esatto di americani uccisi in queste guerre, non abbiamo mai un conteggio accurato di quante persone gli Stati Uniti abbiano ucciso – non solo perché spesso è difficile ottenere i dati, ma anche perché gli Stati Uniti minimizzano sistematicamente le vittime civili e trattano le loro vite come meno preziose.
Lo abbiamo visto fin dal primo giorno di questa guerra. Gli Stati Uniti hanno sferrato un doppio attacco contro una scuola elementare femminile a Minab, uccidendo 175 persone, per lo più bambine.
La risposta di Trump è stata quella di dare la colpa all’Iran: «A mio parere, in base a ciò che ho visto, è stata opera dell’Iran», ha detto, suggerendo in seguito che l’Iran potesse essersi procurato un missile Tomahawk e averlo usato per uccidere la propria gente.
Nessun dato preciso
Minab non è un caso isolato: è una finestra su un fallimento molto più ampio da parte del governo e dei media statunitensi, così come del governo iraniano e dei media internazionali, nel rivelare onestamente il bilancio delle vittime di questa guerra durata 40 giorni.
I dati sulle vittime forniti dal Ministero della Salute iraniano non sono stati aggiornati in modo dettagliato dal 29 marzo, quando indicavano 2.076 morti e 26.500 feriti tra gli iraniani, e c’è un evidente squilibrio tra questi due numeri.
Il rapporto tra i due è molto più alto rispetto ad altre guerre, o anche se confrontato con l’attacco israeliano al Libano in questa guerra, dove il Ministero della Salute libanese ha riportato 1.830 morti e 4.927 feriti al 10 aprile, un rapporto di 2,7 a 1 tra feriti e morti.
Per un ulteriore confronto, le cifre dell’ONU relative alle vittime civili nella guerra in Ucraina sono 15.172 morti e 41.378 feriti, il che corrisponde anch’esso a un rapporto di 2,7 a 1. Si tratta certamente di stime al ribasso, come il conteggio delle vittime civili in ogni guerra, ma il rapporto tra morti e feriti è realistico, a differenza di quello riportato nelle cifre di Teheran.
Se le cifre del Ministero della Salute iraniano fossero accurate, significherebbe che solo una persona viene uccisa ogni 13 feriti. Ma se la cifra di 26.500 feriti fosse accurata e il rapporto tra morti e feriti fosse simile a quello riscontrato in altre guerre, ci si aspetterebbe che circa 10.000 persone siano state probabilmente uccise.
Guardando ad altre fonti, il sito web Iran International, con sede nel Regno Unito, il 31 marzo ha riportato 4.770 morti e 20.880 feriti tra militari, milizie e polizia iraniani, ma non ha divulgato le sue fonti.
Anche due gruppi per i diritti umani, l’Human Rights Activists News Agency (HRANA) e Hengaw, hanno pubblicato stime sulla mortalità. HRANA, con sede a Fairfax, Virginia, negli Stati Uniti, è in parte finanziata dal governo statunitense, l’aggressore in questa guerra. Pertanto, i suoi dati sulle vittime di guerra sono sospetti quanto quelli relativi alle vittime durante le proteste in Iran a dicembre e gennaio, che gli Stati Uniti hanno usato come pretesto per la guerra.
L’altra organizzazione per i diritti umani, Hengaw, ha sede in Norvegia e nel Kurdistan iraniano. Riferisce di un totale di almeno 7.650 persone uccise al momento del cessate il fuoco dell’8 aprile, di cui 6.620 erano militari e 1.030 civili.
Se la cifra del governo iraniano di 26.500 feriti fosse corretta, il conteggio di Hengaw di 7.650 morti di guerra corrisponderebbe a un rapporto di 3,5 feriti per ogni persona uccisa, il che sarebbe più vicino a quanto ci si aspetterebbe rispetto ad altre guerre.
Ma anche la cifra del Ministero della Salute, pari a 26.500 feriti, è sospetta. Il Pentagono sostiene che i raid aerei statunitensi e israeliani abbiano colpito più di 13.000 “obiettivi”, quindi 26.500 feriti equivarrebbero a sole due persone ferite per ogni obiettivo attaccato. Ciò suggerisce che il conteggio di 26.500 feriti sia di per sé sottostimato e che il numero reale delle vittime in Iran, tra morti e feriti, militari e civili, sia quindi probabilmente molto più alto di qualsiasi cifra riportata finora.
Mentre è facile capire perché il governo statunitense non voglia parlare delle vittime, sembra che nemmeno il governo iraniano voglia farlo. Se, come sospettiamo, le cifre reali delle vittime sono molto più alte di quelle riportate dal ministero della salute, è possibile che le stia nascondendo e minimizzando per evitare il panico tra la popolazione e mantenere alto il morale del paese, specialmente alla luce delle recenti grandi proteste nel paese. Questo potrebbe anche spiegare perché non ha aggiornato il suo rapporto sulle vittime dal 29 marzo.
Incoraggiamo tutte le parti in causa, e i gruppi indipendenti, a cooperare negli sforzi per contare con precisione i morti e i feriti. Perché è importante? In una guerra illegale, ogni morte è un crimine, mentre ogni persona uccisa o mutilata è il marito, la moglie, il padre, la madre, il figlio o la figlia di qualcuno. Dovrebbero essere tutti ancora vivi e integri.
Le forze armate statunitensi non dovrebbero uccidere o ferire nessuno di loro. Qualcuno potrebbe quindi chiedersi che differenza faccia se ne abbiano uccise 2.000, 7.000 o addirittura 70.000.
Decenni di minimizzazione delle vittime di massa
Diremmo che è proprio perché ogni vita è preziosa, e perché il dolore e l’orrore che ogni persona subisce in queste morti e ferite violente sono così inaccettabili, che ognuna merita di essere contata e considerata.
Gli americani, e i loro vicini in tutto il mondo, devono comprendere appieno la portata del massacro che il governo degli Stati Uniti sta commettendo, in modo che tutti possiamo reagire in modo appropriato.
Il fatto che il governo degli Stati Uniti e i media istituzionali minimizzino l’importanza di cifre accurate sulle vittime e non facciano alcuno sforzo per scoprirle rende solo più urgente trovarle, come noi e altri abbiamo cercato di fare durante le precedenti guerre degli Stati Uniti.
Nel 2006, a tre anni dall’inizio della militare statunitense occupazione dell’Iraq, straordinariamente violenta, esperti di sanità pubblica della Johns Hopkins University negli Stati Uniti e della Mustansiriya University di Baghdad hanno condotto il secondo di due studi epidemiologici sulla mortalità in Iraq dall’invasione statunitense.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista medica Lancet e ha stimato che, solo nei primi tre anni di guerra e occupazione in Iraq, queste avessero causato circa 650.000 morti, di cui 600.000 omicidi violenti. Si trattava di una cifra più di dieci volte superiore a quelle pubblicate in precedenza, basate su compilazioni di notizie occidentali e rapporti del ministero della sanità del governo di occupazione.
I risultati dello studio sono stati contestati da coloro responsabili della guerra e delle vittime di massa che essa ha causato, tra cui il presidente degli Stati Uniti George W. Bush e il primo ministro britannico Tony Blair.
Ma alcune e-mail trapelate hanno rivelato che il principale consulente scientifico del governo britannico descriveva la metodologia dello studio come “vicina alle migliori pratiche” e la sua struttura come “solida”.
Le e-mail inviate da funzionari britannici in preda al panico chiedevano: “Siamo davvero sicuri che il rapporto sia verosimilmente corretto? Questo è certamente ciò che il documento implica”, e “…la metodologia di indagine qui utilizzata non può essere screditata. Si tratta di un metodo collaudato per misurare la mortalità nelle zone di conflitto”.
Nel 2015, i gruppi vincitori del Premio Nobel per la Pace Physicians for Social Responsibility (P.S.R.) e International Physicians for the Prevention of Nuclear War (I.P.P.N.W.) hanno pubblicato un rapporto intitolato Body Count: Casualty Figures After 10 Years of the War on Terror.
Nel discutere le stime di mortalità ampiamente divergenti relative alla guerra in Iraq, il rapporto osservava: “Nonostante le feroci critiche che ha suscitato, la maggior parte degli esperti considera il secondo studio del Lancet dell’ottobre 2006 come la stima più solida del numero di vittime, fino al momento della sua pubblicazione”.
In Afghanistan non sono mai stati condotti studi così completi. L’ONU ha pubblicato dati annuali sulle vittime civili, ma si trattava solo di compilazioni delle vittime civili confermate dall’Ufficio per i diritti umani dell’ONU nel seguito dato alle segnalazioni di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani giunte al suo ufficio di Kabul, il che escludeva qualsiasi decesso non segnalato al suo ufficio o che non avesse avuto il tempo di indagare a fondo.
Come sta accadendo oggi con i rapporti del Ministero della Salute iraniano, i rapporti frammentari delle Nazioni Unite sono stati ripetuti acriticamente dai media mondiali come se fossero stime realistiche del totale delle vittime di guerra in Afghanistan.
Infine, nel 2019, dopo 18 anni di guerra e occupazione militare, Fiona Frazer, responsabile dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani a Kabul, ha ammesso alla BBC che i rapporti delle Nazioni Unite non fornivano un quadro completo delle vittime civili in Afghanistan.
«I dati delle Nazioni Unite indicano chiaramente che in Afghanistan il numero di civili uccisi o feriti a causa del conflitto armato è più alto che in qualsiasi altra parte del mondo», ha affermato Frazer, aggiungendo però: «Sebbene il numero di vittime civili registrate sia preoccupantemente elevato, a causa dei rigorosi metodi di verifica, le cifre pubblicate quasi certamente non riflettono la reale entità del danno».
Centinaia di migliaia di afghani sono stati uccisi anche combattendo come combattenti in entrambi gli schieramenti in quella guerra. I media mondiali sono rimasti sorpresi quando il presidente Ashraf Ghani ha rivelato nel gennaio 2019 che 45.000 soldati del governo afghano erano stati uccisi da quando era entrato in carica nel settembre 2014. Ma gli Stati Uniti hanno fatto affidamento sugli afghani per combattere altri afghani durante i 20 anni della loro fallimentare guerra nel Paese.
Qualunque sia l’esito dell’attuale cessate il fuoco e dei negoziati, e per quanto a lungo gli Stati Uniti e Israele continuino a muovere guerra all’Iran, il popolo degli Stati Uniti e del mondo deve esigere un resoconto completo e veritiero dei costi umani di questa guerra, per i quali gli americani e il loro governo hanno la primaria responsabilità morale e legale.
Nella migliore delle ipotesi, ciò dovrebbe includere lo stesso tipo di studio epidemiologico indipendente e scientificamente fondato condotto in Iraq nel 2006.
Ma la richiesta di responsabilità parte da un pubblico e da media scettici, in grado di distinguere tra resoconti parziali e frammentari sulle vittime e stime serie del numero totale di morti in una zona di guerra violenta, e che si preoccupano abbastanza da voler sapere quante persone le loro forze armate stanno realmente uccidendo e mutilando in questa guerra illegale.
*Co-fondatrice di Global Exchange e CODEPINK: Women for Peace. È coautrice, insieme a Nicolas J.S. Davies, di War in Ukraine: Making Sense of a Senseless Conflict. Tra gli altri libri: Inside Iran: The Real History and Politics of the Islamic Republic of Iran (2018); Kingdom of the Unjust: Behind the U.S.-Saudi Connection (2016); Drone Warfare: Killing by Remote Control (2013); Don’t Be Afraid Gringo: A Honduran Woman Speaks from the Heart (1989), e, con Jodie Evans, Stop the Next War Now (2005).
**Giornalista indipendente e ricercatore presso CODEPINK. È autore di Blood On Our Hands: the American Invasion and Destruction of Iraq.
OtherNews
Via Panisperna 207, Roma – Italy
www.other-news.info
——————————————————–





AService Studio
Lascia un Commento