Other. Roberto Savio, portavoce di chi non ha voce/ La lunga guerra degli Stati Uniti contro Cuba
Roberto Savio, portavoce di chi non ha voce
Di Turi Grasso* – Sur y Sur

Quando ha fondato l’Inter Press Service, non ha creato soltanto un’agenzia: ha dato vita a uno spazio globale di informazione, con articoli e analisi pubblicati e distribuiti in 25 lingue, contribuendo alla lotta contro la povertà, le malattie, per i diritti umani, la democratizzazione, l’ambiente e lo sviluppo.
Savio compie un atto politico nel senso più alto del termine: spostare il punto di vista, dare spazio a ciò che il sistema tende a ignorare, quando non a cancellare. E questo ha sempre un prezzo.
La sua storia è attraversata da incontri che non sono semplici aneddoti, ma veri snodi della storia contemporanea.
Una notte, a Cuba, si trova davanti a Che Guevara: non un mito da poster, ma un uomo in carne e ossa, con cui confrontarsi senza retorica. Un incontro, ormai noto, che ha lasciato segni profondi e positivi nella sua attività giornalistica.
Anni dopo lavora con Mikhail Gorbaciov, nel tentativo — oggi quasi dimenticato — di costruire un ordine internazionale fondato sul dialogo, e non sulla contrapposizione permanente.
Ciò che colpisce in Roberto Savio non è solo ciò che ha visto, ma ciò che continua a dire e a fare.
In un tempo in cui l’informazione spesso semplifica, si allinea e tranquillizza, la sua voce resta scomoda. Perché ricorda che la pace non è una parola da convegno, ma un conflitto quotidiano contro disuguaglianze, silenzi e ipocrisie.
Tra i tanti riconoscimenti internazionali ricevuti, desidero ricordare il Premio Hiroshima per la Pace, conferitogli nel 2013.
Un riconoscimento che non è stato un semplice premio alla carriera, ma il segno di una coerenza: quella di chi non ha mai separato informazione e responsabilità.
E allora ascoltarlo, questa sera, non è un gesto formale.
È una scelta. La scelta di uscire, almeno per un momento, da una visione del mondo rassicurante; la scelta di confrontarsi con una lettura più esigente, più scomoda… ma anche più vera.
Grazie per aver accettato il nostro invito.
Siamo qui, stasera, caro Roberto, per ascoltare la tua esperienza e per lasciarci toccare da essa. Perché la pace — quella vera — nasce così: dall’incontro con chi ha avuto il coraggio di viverla davvero.
Prima domanda
«Viviamo in un mondo frammentato, polarizzato, spesso incapace di ascoltarsi. In questo scenario, come può oggi la società civile ritrovare una voce comune e costruire un’alternativa credibile al pensiero dominante?»
Risposta di Roberto Savio
Anzitutto vorrei dire, per voi che conoscete Turi Grasso, che è stato molto generoso e ha fatto una presentazione di me davvero eccessiva. Io sono semplicemente un attivista, nulla di più.
Ho lavorato nelle Nazioni Unite, nel mondo internazionale, in circa trenta Paesi, e ne ho visitati 106. Ho accumulato una serie di esperienze vissute.
Mi stupisce però che tendiamo a complicare moltissimo cose che, in realtà, sono molto semplici.
Quasi tutti voi sarete stati in un condominio. Basta che vi sia una persona arrogante e litigiosa perché la pace del condominio finisca. Non servono grandi cose per rompere il dialogo: basta qualcuno con l’arroganza di farlo.
Oggi viviamo in un mondo in cui l’arroganza del potere ha creato una situazione simile: in questo “condominio globale”, dove ci sono 186 Paesi membri, due o tre si comportano con estrema arroganza.
Questo ha prodotto uno sconvolgimento profondo: la crisi del diritto internazionale.
E non è cosa da poco, perché senza diritto internazionale non sappiamo più come regolare i rapporti tra gli Stati.
Abbiamo perso non solo regole, ma anche una visione comune, un’architettura di valori condivisi.
Faccio un esempio semplice: oggi la parola “pace” è diventata, per alcuni, un termine di parte. Anche il tema del clima viene letto in chiave ideologica.
Ma come può il cambiamento climatico essere “di sinistra” o “di destra”? Come può il pianeta avere un orientamento politico?
È evidente che siamo di fronte a una manipolazione della realtà legata a logiche di potere che tutti conosciamo.
Ma il fatto che Milei, diventato presidente dell’Argentina, abbia eliminato tutte le leggi ambientali, e che Kast, diventato presidente del Cile, abbia cancellato 57 leggi ambientali in un solo giorno, sono segnali molto chiari: esiste una logica forte, potente, che guida queste scelte.
Anche noi abbiamo fatto una marcia indietro rispetto ai tempi ambientali previsti dall’Unione Europea nell’Agenda 2030: diversi obiettivi sono stati di fatto rinviati. Questo perché, ad esempio, l’industria bellica tedesca non è favorevole a restrizioni rapide sulle emissioni, e quindi si tenderà a raggiungere quei traguardi con maggiore gradualità.
Insomma, ci sono varie ragioni per cui oggi il tema dell’ambiente è, di fatto, in una fase di stallo.
Eppure, il fatto che l’uomo non possa vivere senza una visione costruttiva del rapporto con l’ambiente è evidente. Lo dimostrano anche le crisi e i conflitti in atto: molti Paesi stanno aumentando l’uso di energie alternative.
La Cina, ad esempio, sta lavorando a ritmo accelerato per ridurre la dipendenza da gas e petrolio. E se guardiamo ai Paesi del Golfo, vediamo che stanno tutti discutendo come costruire meccanismi per diminuire la dipendenza energetica.
La stessa tensione sullo Stretto di Hormuz ha fatto capire a tutti che, senza una strategia di sopravvivenza, il sistema in cui viviamo rischia di collassare.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, tra pochi mesi l’Europa potrebbe trovarsi senza sufficiente carburante per il trasporto aereo.
Io stesso, dovendo prenotare un volo per giugno, mi sono sentito dire da un amico di agenzia: “Prendi quello del mattino, perché se dovremo cancellare dei voli, probabilmente saranno quelli del pomeriggio”.
Siamo arrivati a un punto in cui non è in gioco solo il tema della pace, ma la logica stessa dell’umanità, che è una logica sociale.
L’uomo è un animale sociale, più di altri, ed è proprio questa caratteristica — insieme al linguaggio e ad altri strumenti — che gli ha permesso di diventare ciò che è.
Oggi però ci troviamo davanti a una scelta molto semplice.
Il sistema politico è fermo: la polarizzazione e le divisioni lo hanno portato a una spaccatura radicale. I governi di centro sono scomparsi; esistono governi di destra o di sinistra, e sempre più spesso di estrema destra o sostenuti da forze di estrema sinistra.
In questa situazione, destinata a durare ancora per un po’, l’unica possibilità è che la società civile — che già si è mobilitata sul clima — assuma una posizione ferma e chieda con forza politiche orientate alla sopravvivenza dell’umanità.
C’è poi un altro tema che va affrontato, anche brevemente: l’intelligenza artificiale.
Così come si sta sviluppando, rischia di mettere in discussione la democrazia e la cooperazione umana, perché spinge verso un forte individualismo e verso la creazione di “bolle” chiuse, all’interno delle quali ci muoviamo.
In queste bolle, l’idea di valori comuni e di cooperazione tende a scomparire in modo profondo.
E c’è un’ultima questione: l’uomo è forse l’unico animale che non impara.
Continuiamo a cadere in due trappole che pensavamo superate: il nome di Dio e il nome della nazione.
Quanti milioni di morti ci sono stati nella storia in nome di Dio e della nazione? Eppure oggi stiamo tornando esattamente dentro queste logiche.
Se noi cittadini non troviamo la capacità di diventare consapevoli di questa situazione, di riconoscerne l’assurdità e la mancanza di logica, sarà difficile persino spiegarla razionalmente.
Se arrivasse qualcuno da Marte e ci chiedesse cosa sta succedendo, non sapremmo rispondere in termini logici, perché la razionalità sembra essersi smarrita.
E allora dobbiamo fare uno sforzo: recuperare consapevolezza, senso critico… e anche la capacità di rimettere in discussione noi stessi.
Seconda domanda
«In molte persone parlano ormai di ambiente come di una vera emergenza, ma pochi lo vedono come opportunità storica. Secondo te la tutela dell’ambiente può diventare non solo un fattore di crescita, ma anche una leva di equilibrio geopolitico e di pace tra i popoli?
La tutela dell’ambiente può diventare non solo un fattore di crescita, ma anche una leva di equilibrio geopolitico e di pace tra i popoli?»
Risposta
Non credo ci sia altra scelta.
Noi possiamo continuare a ignorare il dramma del cambiamento ambientale, possiamo continuare, non c’è problema. L’abbiamo fatto già per tanto tempo e abbiamo tutti i dati per sapere che siamo di fronte a un problema serio e reale.
Non succede nulla negli Stati Uniti. L’83% dei cittadini americani crede che il tema dell’ambiente sia un tema fondamentale, e abbiamo un governo che fa esattamente l’opposto. È un governo che sta rimettendo in funzione il carbone e i combustibili fossili, sta andando contro il cambiamento climatico.
Il governo americano ha pagato un miliardo di dollari alla Total, l’agenzia francese che doveva installare un parco eolico nel Golfo del Messico, per non installarlo. Ha pagato un miliardo di dollari pur di far fermare il parco eolico.
Queste sono scelte ideologiche, non sono scelte logiche. E uno può anche essere ideologicamente d’accordo con un mondo in cui il “market” guadagna 30.000 dollari al minuto e si vanta di non aver mai pagato un centesimo di tasse.
Un mondo in cui nei paradisi fiscali ci sono 40 trilioni di dollari immobilizzati. Un mondo in cui lo 0,003% dell’umanità possiede il 50% del prodotto lordo mondiale. Un mondo in cui abbiamo un debito globale arrivato a 108 trilioni, mentre il prodotto lordo mondiale è 110 trilioni.
Fra un anno, il prodotto lordo mondiale sarà inferiore a quello che spendiamo. E voi sapete che, in una famiglia, se uno spende più di quanto guadagna, non è una situazione sostenibile.
Allora, in questo mondo che non è sostenibile, qual è l’unica soluzione?
È quella di vedere come usare la crisi nella quale siamo come un aspetto positivo.
I cinesi, alla parola “crisi”, danno un senso ambivalente, perché la crisi significa anche apertura di opportunità.
C’è uno studio dell’OSCE, la più grande organizzazione regionale di sicurezza al mondo, che dice che per ogni dollaro investito in interventi positivi sul cambiamento climatico ci sono tre dollari di risparmio in costi e problemi.
A questo punto noi abbiamo tutti i dati, le cifre, le statistiche, eccetera. Però il problema è che non si fa, perché evidentemente il quadro politico è stretto tra il mondo delle lobby dell’industria fossile e quello dell’intelligenza artificiale, che ormai ha superato il mondo industriale ed è diventato il nuovo centro dell’economia.
E voi pensate che la IBM, nell’anno 1960, aveva 400.000 dipendenti e un certo bilancio.
Nvidia, la società che oggi produce microchip, ha circa 60.000 dipendenti e un bilancio venti volte superiore a quello dell’IBM.
Perché ormai l’economia sta cambiando, l’industria sta cambiando: siamo in un’epoca di transizione.
In questa transizione o noi troviamo il modo di usare in termini positivi la crisi, oppure sarà una crisi che ci porterà tutti quanti in un cammino senza speranza.
Riflessione finale
«Roberto, ascoltarti fa quasi venire i brividi, perché si percepisce chiaramente che hai detto solo una parte di ciò che vorresti esprimere, e già questo è profondamente preoccupante, anche alla luce delle riflessioni che abbiamo condiviso. Ti chiederei adesso un pensiero finale, di chiusura.
Se dovessi lasciare un messaggio a chi ci ascolta — un messaggio essenziale, una chiave di lettura di questo nostro tempo, che appare segnato da una crescente disumanizzazione —, cosa ti sentiresti di consigliare ai giovani, a tutti noi, e ai decisori politici in generale?»
Vado spesso a parlare nelle scuole e nelle università, e ciò che mi sorprende è quanto la società ignori i giovani. Di fatto c’è uno stacco generazionale, per cui i giovani ormai sono una categoria autosufficiente, autoreferente, che non ha in realtà nessuno scambio di contatti e di idee con le altre generazioni.
E questo è tipico del mondo in cui siamo, in cui la gente ha smesso di credere nelle speranze che avevamo negli anni dopo la guerra mondiale. Speranze che, negli anni ’80, hanno cominciato a crollare con il cosiddetto “Washington Consensus”, cioè la formula con cui la Banca Mondiale, il Fondo Monetario e il sistema bancario americano hanno ristrutturato l’economia mondiale.
Hanno detto: ciò che funziona è ciò che produce, ciò che non produce non è importante.
Allora, per esempio, l’educazione produce, ma non nel breve periodo, la sanità produce, ma non nel breve periodo, la finanza invece produce nel breve periodo.
Allora abbiamo cominciato a creare un mondo in cui si dà importanza a ciò che rappresenta produzione.
Il risultato è che da 50 anni stiamo riducendo sanità ed educazione.
In questo mondo, dove la logica è sempre più quella del mercato e non dell’uomo, il centro del soggetto è il mercato, non è l’uomo.
E noi dobbiamo cominciare a riflettere sul perché i giovani non si sentono parte di questa società.
E, per non andare tanto lontano, in Italia un governo — e non di destra — circa 14 anni fa spese 20 miliardi di dollari per salvare quattro banche. Nello stesso anno, il totale delle somme in bilancio per i giovani era di 1 miliardo.
E se voi foste giovani, una società che spende 20 miliardi per le banche e uno per loro crea una situazione in cui oggi i giovani si sentono completamente insicuri. Non votano più perché non si sentono parte del sistema.
E l’intelligenza artificiale aumenterà questo dramma, perché ci mette davanti a un sistema orizzontale che però ci rinchiude in bolle verticali.
Metti i “verdi” con quelli che pensano verde, metti i “rossi” con quelli che pensano rosso. Allora io entro in una bolla in cui mi trovo con persone che la pensano come me, sono felice e tranquillo; ma se esco dalla bolla e incontro uno che la pensa in modo diverso, lo vedo come un nemico, non come una persona che la pensa diversamente.
Tolleranza, solidarietà sono termini che sono scomparsi dal dibattito, non se ne sente più parlare.
Non si sente più parlare di giustizia sociale, non si sente più parlare dell’idea di cooperazione.
È scomparsa anche l’idea della differenza tra crescita, che è quantità, e sviluppo, che è qualità della persona.
Siamo entrati in un mondo in cui tutti quelli che erano valori stanno scomparendo.
I valori ormai sono quelli della borsa. Allora io mi metto nei panni dei giovani e vedo che entrano in un mondo in cui oggi un bambino che nasce in Italia nasce con 40.360 euro di debito.
Io, se fossi un bambino, non mi sentirei così felice di nascere in un mondo in cui c’è un debito destinato ad aumentare, perché continuerà ad aumentare e nessuno lo potrà pagare.
Allora, qual è la logica?
La logica è che una società non può vivere fino a quando non trova strumenti di cooperazione e di dialogo, soprattutto oggi, in un mondo in cui tutto è possibile globalmente, perché la tecnologia ce lo permette, in un mondo in cui non esistono più frontiere importanti, non esistono più vere barriere linguistiche, in un mondo in cui l’omogeneizzazione è così accelerata.
In questo mondo, o noi ritroviamo termini di dialogo e cooperazione per poter parlare fra di noi, oppure saremo condannati a una situazione di conflitti permanenti, in cui l’umanità si troverà di fronte a problemi molto seri.
Allora, il mio messaggio è questo.
Oggi quello che conta è non perdere la capacità di indignarsi. La gente che perde la capacità di indignarsi e rimane indifferente davanti a tutto è gente che non è più un animale sociale utile.
E la gente si indigni, a destra o a sinistra non ha importanza, però che la gente partecipi, che la gente si indigni, che la gente senta di far parte di una società e senta che può contribuire, nel suo piccolo, nelle relazioni quotidiane.
La pace, come diceva Gandhi, si costruisce nei rapporti personali. È un problema di cultura, è un modo di vedere la vita, non è un fatto tecnico: è un fatto culturale.
Dobbiamo riscoprire la cultura della pace fra tutti noi.
Questo è il messaggio che io darei.
«Roberto, grazie per il tuo messaggio e per il tuo contributo.
Grazie anche per aver portato in Italia una sezione dell’Università per la Pace delle Nazioni Unite dedicata all’intelligenza artificiale.»
*Laureato in ingegneria, ha conciliato il suo impegno professionale con quello sociale promuovendo iniziative e progetti, attraverso associazioni di servizi internazionali, per contribuire al processo di pace nell’area mediterranea e al riconoscimento dei diritti umani e, in particolare, dei diritti delle donne e dei bambini.
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La lunga guerra degli Stati Uniti contro Cuba
Di Eric Ross* – Common Dreams
Un’invasione statunitense non darebbe certo inizio a un nuovo conflitto. Segnerebbe invece la fase più sanguinosa di una lunga guerra bipartisan contro Cuba per il “peccato” di aver rivendicato la sovranità nazionale.
Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi, Washington ha intensificato la sua campagna di lunga data di punizione collettiva contro il popolo cubano. L’escalation delle sanzioni ha ulteriormente stretto il cappio di un blocco statunitense punitivo che strangola l’isola da più di mezzo secolo. La conseguente “carenza energetica” ha aggravato una crisi artificiale, minacciando l’accesso dei cubani al cibo, all’acqua, all’assistenza sanitaria, al carburante, all’elettricità e ad altri diritti umani e bisogni fondamentali, intensificando al contempo l’attacco più ampio alla sovranità e allo sviluppo dell’isola.
Dal 2017, quando la prima amministrazione Trump ha iniziato a smantellare le limitate misure di normalizzazione introdotte sotto l’ex presidente Barack Obama, Cuba è stata nuovamente sottoposta a un regime di guerra economica di “massima pressione”. Le conseguenze sono state gravi. Queste politiche hanno degradato le condizioni materiali in tutta l’isola, accelerato l’esodo di oltre 1 milione di cubani e inflitto sofferenze sproporzionate alle popolazioni più vulnerabili del paese.
Questa arma economica, brandita dalle élite al potere della più grande potenza finanziaria e militare del mondo, ha avuto conseguenze particolarmente devastanti su madri e bambini. Durante questo periodo, il tasso di mortalità infantile è salito da 4 decessi ogni 1.000 nati vivi nel 2018 a 9,9 nel 2025. In parole povere, si stima che in questi anni siano morti 1.800 neonati cubani che sarebbero sopravvissuti se non ci fossero state le sanzioni criminali intensificate da Washington. Questa è solo una delle misure più crude della profonda brutalità e disumanità del blocco.
L’unico “reato” di questi bambini, come quello di innumerevoli altri cubani, è stato quello di essere nati in un paese che continua a rivendicare il proprio diritto di determinare il proprio futuro politico ed economico al di fuori delle strutture di dominio emisferico che gli Stati Uniti hanno cercato di imporre in tutta l’America Latina, nei Caraibi e nel resto del mondo. L’inflizione di tali sofferenze non è mai stata un effetto collaterale di tali politiche. È stata, e rimane, una caratteristica centrale.
Lo stesso vale dal 1959, da quando Washington ha perseguito una singolare, quasi fanatica ossessione per rovesciare la Rivoluzione cubana e ripristinare le catene neocoloniali che un tempo aveva imposto all’isola. Il suo obiettivo non è stato solo quello di minare la trasformazione sociale e gli impegni internazionalisti di Cuba, ma di estinguere l’esempio che la rivoluzione rappresentava: che un’alternativa all’egemonia statunitense e al sottosviluppo capitalista era possibile.
Quindi, nonostante le recenti minacce di “conquistare” Cuba, tale retorica non può essere compresa isolatamente, né dovrebbe oscurare una realtà fondamentale: un’invasione statunitense difficilmente darebbe inizio a un nuovo conflitto. Segnerebbe invece la fase più sanguinosa di una lunga guerra bipartisan contro Cuba per il “peccato” di aver rivendicato la sovranità nazionale da un ordine illegale sostenuto da Washington che ha cercato di punire Cuba per la sua sfida e il suo rifiuto di sottomettersi docilmente ai dettami dell’impero.
Cuba all’ombra dell’impero statunitense
L’indipendenza di Cuba è stata a lungo messa a repentaglio dalla sua vicinanza e dal suo intreccio economico con gli Stati Uniti. Situata a 90 miglia al largo della costa della Florida, l’isola occupava un posto centrale nell’immaginario imperiale statunitense. Per tutto il XIX secolo, le élite di Washington consideravano Cuba non come una futura nazione sovrana, ma come un’inevitabile estensione delle loro ambizioni commerciali e geopolitiche, un “gioiello della corona” destinato a essere attirato nell’orbita di Washington.
L’occasione si presentò nel 1898. Approfittando della guerra d’indipendenza di Cuba dalla Spagna, ormai quasi vinta, gli Stati Uniti intervennero non per porre fine all’impero nell’emisfero, ma piuttosto per ereditarlo.
Washington presentò la sua azione come una missione altruistica volta a garantire la liberazione di Cuba. Ma per molti in tutta la regione, le contraddizioni erano evidenti. Gli Stati Uniti, essi stessi forgiati nel crogiolo dell’impero, con tutta la violenza e lo sfruttamento che quel progetto comportava, andarono a Cuba non per garantire la libertà, ma per sostituire Madrid con Washington come metropoli imperiale delle Americhe.
Già nel 1829, Simón Bolívar aveva avvertito che “gli Stati Uniti sembravano destinati dalla Provvidenza a affliggere l’America con la miseria in nome della libertà”. Decenni dopo, il rivoluzionario cubano José Martí lanciò una denuncia simile. Nel suo saggio del 1891 “La nostra America”, invocò una “causa comune” tra i popoli oppressi e mise in guardia contro la minaccia di subordinazione alla potenza emergente del nord. Martí sostenne inoltre l’autosufficienza piuttosto che l’integrazione in un sistema capitalista globale ineguale, insistendo sul fatto che Cuba dovesse «fare vino con le banane plantain. Potrà essere acido, ma è il nostro vino!». Dopo aver trascorso anni in esilio a New York, Martí acuì quella critica poco prima della sua morte nel 1895, scrivendo: «Ho vissuto nel mostro e ne conosco le viscere».
La storia avrebbe presto dato ragione a queste parole. Man mano che gli Stati Uniti estendevano il loro “Destino Manifesto” verso lidi stranieri, intervenivano ripetutamente in tutto l’emisfero, cercando di trasformarlo in un protettorato de facto. Così facendo, Washington si schierò costantemente dalla parte degli interessi del capitale e delle élite locali, a scapito delle richieste di sovranità popolare. Nei decenni che seguirono, gli Stati Uniti invadono paesi in tutta la regione, rovesciando governi democratici, schiacciando movimenti rivoluzionari e sostenendo brutali dittature.
A Cuba, ciò si concretizzò in tre lunghe occupazioni militari che coprirono metà dei primi 24 anni di “indipendenza” dell’isola, dal 1898 al 1902, dal 1906 al 1909 e dal 1917 al 1922. In ciascun caso, l’obiettivo era quello di sostenere l’ordine neocoloniale stabilito durante la prima occupazione e radicato negli interessi economici statunitensi. In questo quadro restrittivo, al governo cubano fu negato il controllo sulle relazioni estere e sulla politica economica interna, fu costretto a cedere territori alle forze armate statunitensi e a accettare il diritto unilaterale di intervento di Washington.
Negli anni ’20, questo rapporto aveva prodotto una profonda dipendenza dalle esportazioni, principalmente di zucchero, verso gli Stati Uniti, alimentando al contempo un sistema profondamente corrotto incapace di rispondere ai bisogni e alle aspirazioni del popolo cubano. La terra dell’isola rimase concentrata nelle mani delle società americane e di un’aristocrazia collaborazionista locale, mentre lo Stato investiva più nella repressione che nello sviluppo sociale, costruendo più caserme che scuole. Con l’inizio della Grande Depressione e il crollo dell’economia dello zucchero da cui il paese era stato reso dipendente, il malcontento popolare non fece che intensificarsi.
Nel 1933, il governo di Gerardo Machado, che aveva promesso di trasformare Cuba in un’isola di stabilità per gli investimenti americani reprimendo violentemente le correnti nazionaliste e anti-imperialiste nella società cubana, era diventato insostenibile. In un clima di crescente agitazione, Machado fu deposto ed emerse una coalizione rivoluzionaria guidata da Ramón Grau San Martín, che cercava di sfidare lo status semicoloniale di Cuba. Ma gli Stati Uniti si rifiutarono di riconoscerla. L’instabilità che ne derivò creò le condizioni per l’ascesa di una delle figure più conservatrici all’interno della coalizione anti-Machado, l’ufficiale dell’esercito Fulgencio Batista, che nel 1934 depose il governo di breve durata e consolidò il potere de facto nelle proprie mani con l’appoggio di Washington.
Le radici della rivoluzione cubana
Batista avrebbe tirato le fila della politica cubana, direttamente o indirettamente, per gran parte del quarto di secolo successivo. Sebbene il suo primo mandato avesse assunto una linea più populista, culminata con la sua elezione alla presidenza dal 1940 al 1944, la vita dei cubani migliorò di poco. La corruzione e la dipendenza dal capitale straniero rimasero radicate. E nel 1952, Batista aveva preso il potere in modo definitivo con un colpo di Stato militare, inaugurando un regime autoritario sostenuto da una crescente violenza di Stato.
Fu l’ascesa di Batista, unita a decenni di disparità economiche, repressione politica e abbandono sociale, a creare le condizioni mature per la rivoluzione. Tra coloro che si preparavano a contestare le elezioni sospese di quell’anno c’era un giovane avvocato di nome Fidel Castro. La chiusura da parte di Batista anche delle limitate vie per un cambiamento democratico diede peso alla successiva osservazione di John F. Kennedy secondo cui «chi rende impossibile la rivoluzione pacifica renderà inevitabile la rivoluzione violenta».
Il primo assalto rivoluzionario di Castro avvenne poco dopo, con l’attacco alla caserma Moncada il 26 luglio 1953. Sebbene l’attacco fallì, l’arresto e il processo di Castro gli diedero l’opportunità di difendere non la sua innocenza, ma la legittimità e la necessità della rivoluzione, pronunciando un discorso di due ore che condannava le radicate disuguaglianze dell’isola e il regime che le sosteneva.
Lo Stato mise in prigione Castro e i suoi compagni rivoluzionari prima di commutare le loro condanne sotto la pressione popolare nel 1955, dopodiché andarono in esilio. Dal Messico, raggiunti da Che Guevara, iniziarono a tramare il loro ritorno a Cuba e il rovesciamento del regime. Verso la fine del 1956, erano sbarcati a Cuba e avevano lanciato la loro insurrezione dalle montagne della Sierra Maestra. Appena due anni dopo, Batista fuggì dal paese il giorno di Capodanno del 1959, portando con sé ben 300 milioni di dollari in fondi statali sottratti e guadagni illeciti accumulati a spese del popolo cubano, lasciandosi alle spalle le rovine di un regime macchiato del sangue di ben 20.000 cubani.
Controrivoluzione nei Caraibi
Nel 1959, la nuova leadership ereditò un paese prosciugato, saccheggiato dagli avvoltoi del capitale straniero e da un’élite locale corrotta. I rivoluzionari cubani si misero all’opera per superare queste condizioni e costruire un ordine sociale più giusto, in grado di garantire un tenore di vita di base a lungo negato alla popolazione cubana attraverso l’appropriazione indebita delle ricchezze e delle risorse dell’isola.
Le prime misure includevano la riforma agraria, l’istruzione universale, una campagna nazionale di alfabetizzazione, l’ampliamento dell’assistenza sanitaria, riforme urbane che aprivano la strada alla proprietà immobiliare per i cubani della classe operaia e leggi antidiscriminatorie volte a smantellare le radicate gerarchie razziali. Fondamentale per la traiettoria delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, la rivoluzione nazionalizzò anche le industrie parassitarie di proprietà straniera e quelle privatizzate.
Il nuovo governo cubano fu inizialmente accolto con un certo consenso popolare e una copertura mediatica favorevole negli Stati Uniti, ulteriormente amplificati dalla visita di aprile 1959 di Fidel Castro nel paese, durante la quale cercò di spiegare la rivoluzione al pubblico americano. Durante la sua permanenza a Washington, Castro incontrò persino il vicepresidente Richard Nixon, ma l’amministrazione Eisenhower si inasprì rapidamente nei confronti del governo rivoluzionario e ben presto decise di vederlo fallire.
La preoccupazione non era Cuba in sé, ma ciò che la rivoluzione avrebbe potuto rappresentare. Come avvertì quell’anno il funzionario del Dipartimento di Stato J.C. Hill, «vi sono indicazioni che, se la rivoluzione cubana avrà successo, altri paesi dell’America Latina e forse altrove la useranno come modello e dovremo decidere se vogliamo o meno che la rivoluzione cubana abbia successo».
Nell’ottobre 1960, quella decisione era stata di fatto presa con l’imposizione di un blocco sull’isola. La logica alla base di questa dichiarazione di guerra economica fu esplicita in un promemoria del funzionario del Dipartimento di Stato Lester Mallory. Riconoscendo che Castro godeva di un ampio sostegno popolare, Mallory concluse che il mezzo più efficace per minarlo fosse l’impoverimento deliberato del popolo cubano. Il promemoria chiedeva di negare «denaro e rifornimenti» all’isola al fine di provocare «fame, disperazione e rovesciamento del governo».
Nell’aprile 1961, Washington intensificò la sua campagna sostenendo un attacco militare diretto all’isola. Tuttavia, il fallimento dell’invasione della Baia dei Porci non servì a smorzare l’ossessione di rovesciare Castro. In seguito, si rafforzò il consenso all’interno dell’amministrazione Kennedy sul fatto che «la politica statunitense nei confronti di Cuba dovesse mirare alla caduta di Castro». Ciò che seguì fu una vasta campagna di guerra segreta che comprendeva sabotaggi, complotti di assassinio e sostegno agli esiliati anticomunisti.
Tra le proposte prese in considerazione c’erano piani per creare consenso a favore di un’escalation militare attraverso false provocazioni. Un suggerimento era quello di «organizzare una campagna di terrore comunista cubana nell’area di Miami… diretta contro i rifugiati cubani in cerca di asilo negli Stati Uniti… [che] sarebbe utile per diffondere l’idea di un governo irresponsabile». Altre proposte prevedevano attacchi sotto falsa bandiera contro la marina statunitense e l’abbattimento di un aereo di linea civile, che sarebbe stato poi attribuito al governo cubano.
Questa fissazione ostinata non contribuì affatto a far avanzare gli obiettivi statunitensi. Al contrario, spinse Cuba ancora di più verso l’Unione Sovietica, che offrì all’isola un’ancora di salvezza economica e politica di fronte al blocco di Washington e alla crescente campagna di destabilizzazione. Fu in questo contesto che Castro dichiarò il carattere marxista-leninista della Rivoluzione cubana nel 1961. Le incessanti minacce all’isola alimentarono inoltre un profondo e comprensibile senso di assedio all’interno dello stesso governo cubano.
In definitiva, la politica di Washington nei confronti di Cuba, unita a quello che Kennedy descrisse in privato come il dispiegamento “maledettamente pericoloso” di missili statunitensi in Turchia, contribuì a creare le condizioni per la crisi dei missili di Cuba del 1962, portando il mondo sull’orlo di un olocausto nucleare e rivelando fino a che punto gli Stati Uniti fossero disposti a rischiare una insensata, in gran parte autoimposta catastrofe globale per difendere il mantenimento del proprio impero.
La persistente “minaccia” dell’esempio
Nonostante questa lunga guerra contro Cuba, il governo e il popolo cubani non hanno abbandonato il loro progetto rivoluzionario. Hanno continuato a costruire il socialismo e un nuovo ordine sociale verso ciò che Che Guevara descriveva come la costruzione di “nuove [persone]”: esseri umani le cui motivazioni, i cui impegni e le cui relazioni sociali non sono governati da un interesse personale opportunistico a spese degli altri, ma dalla solidarietà e da un senso condiviso di umanità collettiva.
Cuba ha costantemente cercato di dimostrare questo impegno sulla scena mondiale. Uno dei primi atti di politica estera di Fidel Castro fu il sostegno a coloro che cercavano di liberare la Repubblica Dominicana dalla brutale dittatura di Rafael Trujillo, sostenuta dagli Stati Uniti. Nei decenni successivi, soldati e consiglieri cubani avrebbero svolto un ruolo di primo piano nelle lotte di liberazione in tutta l’Africa, tra cui in Algeria, Congo, Angola, Mozambico e Guinea-Bissau.
Gli interventi all’estero di Cuba si sono rivelati particolarmente determinanti nella lotta contro l’apartheid sudafricano e il dominio della minoranza bianca nell’Africa meridionale. È stata questa solidarietà concreta a spingere Nelson Mandela a dichiarare, durante la sua visita all’Avana nel 1991, che «il popolo cubano occupa un posto speciale nel cuore dei popoli africani», recandosi a Cuba poco dopo il suo rilascio dal carcere.
Ma la principale esportazione di Cuba verso il Terzo Mondo non sono state bombe per uccidere, come nel caso degli Stati Uniti. Ha inviato medici per salvare vite. Dal 1960, Cuba ha inviato più di 600.000 professionisti sanitari in oltre 160 paesi. In questo modo, Cuba ha promosso non solo il principio e la pratica secondo cui l’assistenza sanitaria è un diritto umano, ma anche una visione dell’istruzione e della politica estera radicata sia nella scienza che nella coscienza.
Da oltre sei decenni, quindi, Cuba rappresenta la “minaccia” dell’esempio: la possibilità di costruire una società più giusta e umana in cui lo Stato sia al servizio del popolo e non il contrario. È ora di porre fine alla follia della politica statunitense nei confronti di Cuba e di riconoscere che Cuba non è uno Stato fallito, ma uno Stato sottoposto a un assedio criminale. Non è uno sponsor del terrorismo, ma la vittima di una continua aggressione da parte degli Stati Uniti.
Per chi vive nel ventre della bestia, abbiamo una chiara responsabilità morale e politica di stare al fianco del popolo cubano, di chi è sull’isola, per opporci alla violenza perpetrata in nostro nome. Cuba, come tutti coloro che si confrontano con l’impero statunitense, non merita la “libertà” della tomba che Washington ha così spesso offerto al mondo, ma una vera libertà radicata nella giustizia, nell’autodeterminazione e nel rispetto della vita e della dignità umana.
Dobbiamo quindi esigere la fine del blocco contro Cuba. Dobbiamo respingere qualsiasi ulteriore escalation militare. Dobbiamo chiedere che Cuba sia rimossa dalla lista degli Stati che sponsorizzano il terrorismo. E dobbiamo sostenere il ripristino della sovranità cubana sul territorio occupato della Baia di Guantánamo.
*Organizzatore, educatore, ricercatore e dottorando presso il Dipartimento di Storia dell’Università del Massachusetts ad Amherst.
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