Leggendo la Magnifica Humanitas. Paolo Benati: “È un testo di filosofia politica”.
Non era il vapore ma l’etica, non sono i dati ma la dignità: ciò che vale non è misurabile
di Paolo Benanti
Dalla Rerum novarum alla Magnifica humanitas di Leone XIV, perché leggere l’enciclica come documento religioso sarebbe un errore di categoria
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Nel 1891 la questione non era il vapore. Leone XIII non scrisse la Rerum novarum per lamentarsi delle macchine a vapore né per celebrare i portenti del progresso industriale: scrisse perché la rivoluzione industriale aveva concentrato una capacità di controllo sulle vite umane in mani che non rispondevano di nulla a nessuno, e questo squilibrio stava distruggendo il tessuto sociale delle nazioni europee. Quando, centotrentacinque anni dopo, Leone XIV firma la Magnifica humanitas – datata 15 maggio 2026 come citazione deliberata del predecessore – l’argomento è lo stesso, il soggetto è cambiato: non il capitale industriale ma il capitale computazionale, non le fabbriche ma i data center, non i padroni delle ferriere ma i proprietari degli algoritmi. Leggere l’enciclica come documento religioso sarebbe un errore di categoria. È un testo di filosofia politica, e lo è nel senso più rigoroso del termine: affronta la domanda di chi detiene il potere di definire le regole dell’accesso all’informazione, della visibilità pubblica, dell’organizzazione delle opportunità economiche e della formazione delle preferenze individuali. Il documento nomina esplicitamente ciò che la letteratura accademica chiama “algocrazia” – il governo degli algoritmi – e “algoretica” – la gestione etica degli algoritmi – riconoscendo che i principali motori dello sviluppo tecnologico sono oggi attori privati transnazionali dotati di risorse superiori a quelle di molti governi, che non rispondono ad alcun meccanismo di accountability democratica. È una diagnosi che molti economisti e scienziati politici hanno elaborato negli ultimi anni; è raro che entri nel registro del magistero con questa precisione, e con questa franchezza nel nominare i soggetti del dominio.
Il contributo filosoficamente più originale del documento, tuttavia, non è la diagnosi: è la critica del paradigma tecnocratico come struttura cognitiva, non solo come assetto economico. Leone XIV riprende la categoria introdotta da Francesco nella Laudato si’ e la radicalizza: il paradigma tecnocratico non è l’eccesso di fiducia nella tecnica, ma il modo in cui la logica dell’efficienza e del controllo si è installata come misura esclusiva del reale, relegando affettività, moralità e relazione nell’irrilevanza operativa. Il problema non è che abbiamo troppe macchine ma che le macchine sono diventate il modello con cui misuriamo gli esseri umani: e quando un essere umano viene misurato con lo stesso metro di un algoritmo, ciò che non è quantificabile – la dignità, la coscienza, la capacità di relazione autentica – cessa di esistere come dato rilevante per i sistemi che organizzano la vita collettiva.
È qui che il documento tocca la questione più profonda. Byung-Chul Han ha descritto la contemporaneità come una «società della trasparenza» in cui la pressione sistemica a rendere tutto visibile, misurabile e confrontabile produce paradossalmente l’opacità dei meccanismi di potere reale: chi controlla i parametri della trasparenza esercita il dominio più efficace, perché appare neutrale. L’enciclica coglie questo movimento con la citazione di Hannah Arendt sui «sudditi ideali» del totalitarismo – non gli ideologicamente convinti, ma coloro per cui la distinzione tra fatto e finzione è già scomparsa – indicando che la crisi epistemica prodotta dagli algoritmi di disinformazione non è un fastidio comunicativo ma una condizione strutturale che rende possibile l’autoritarismo senza che nessuno lo decreti e senza che nessuno ne assuma formalmente la responsabilità.
C’è poi una sezione del documento che non ha precedenti nel magistero e che merita attenzione specifica: quella dedicata alle nuove forme di schiavitù nell’economia digitale. Leone XIV descrive con precisione il lavoro di etichettatura dei dati svolto da giovani donne a compensi minimi, l’estrazione delle terre rare da parte di adolescenti, lo sfruttamento delle piattaforme digitali da parte delle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. L’ideologia dell’immaterialità digitale – la narrazione secondo cui gli algoritmi esisterebbero in una sfera di pura intellegibilità separata dalla materia – viene smontata nella sua funzione ideologica: nascondere la catena di corpi, energie e risorse fisiche su cui il potere computazionale si fonda. Non si può governare eticamente l’intelligenza artificiale, osserva il documento, senza governare le condizioni materiali della sua produzione; e questa osservazione semplice suona come una denuncia nei confronti di ogni discussione sull’etica dell’IA che ignori la filiera che la sostiene.
La proposta positiva dell’enciclica si articola attorno a un’immagine biblica che il documento elabora con cura: Neemia che ricostruisce le mura di Gerusalemme pezzo per pezzo, affidando a ciascuno il proprio tratto, ascoltando le paure, coordinando gli sforzi senza imporre soluzioni dall’alto. È la logica della sussidiarietà applicata alla governance tecnologica – una ripartizione delle responsabilità che si oppone tanto alla delega totale al mercato quanto alla regolamentazione centralizzata e calata dall’alto, riconoscendo che scienziati, legislatori, educatori, imprenditori e comunità civili hanno ciascuno competenze irriducibili e oneri non delegabili. L’intelligenza artificiale è già ambiente in cui siamo immersi; il problema non è più se governarla ma chi governa chi, secondo quali criteri e con quale distribuzione reale dei benefici e delle vulnerabilità.
Quella che Leone XIV chiama Magnifica humanitas – la magnifica umanità – non è una categoria sentimentale. È una posizione politica: la tesi che la dignità umana non sia una variabile dipendente dell’efficienza algoritmica ma la condizione di possibilità di ogni ordinamento politico legittimo. Rivendicare la magnificenza dell’umano di fronte a sistemi che ottimizzano il comportamento a partire da profili di dati non è nostalgia romantica: è l’atto fondativo di ogni forma di resistenza democratica al dominio computazionale, e dunque una questione laica prima ancora che religiosa.





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