Per la Pace: Sit-in giovedì 4 giugno 2026 nella Scalinata di Bonaria

“INSIEME OPERATORI DI PACE”:
GIOVEDÌ 4 GIUGNO A CAGLIARI UNA MANIFESTAZIONE
NELLA SCALINATA DI BONARIA (viale Diaz)
COMUNICATO STAMPA
2 giugno 2026
“Insieme operatori di pace” è il titolo della manifestazione che si terrà giovedì 4 giugno alle 18.30 a Cagliari nei pressi della scalinata della basilica di Bonaria. L’iniziativa intende esprimere la preoccupazione per le minacce sempre più concrete e diffuse per la Pace nel mondo e le conseguenze sulla libertà e i diritti dell’umanità.
Sarà questa un’occasione che vedrà insieme cittadini e cittadine, giovani e anziani, per affermare e difendere i valori su cui è possibile edificare una reale, diffusa, pace universale: libertà, democrazia, giustizia, rispetto reciproco.
“Ventidue anni fa, in occasione della guerra in Iraq, era stato piantato un ulivo ai piedi della gradinata di Bonaria e pubblicato un piccolo libro di pensieri, poesie e preghiere. Oggi, ci sembra opportuno rincontrarci vicino a quell’ulivo per un momento di riflessione, di unità e di letture di testi significativi sul tema della pace” spiegano gli organizzatori.
I partecipanti, singoli e associazioni, saranno espressione delle molteplici sensibilità politiche, culturali e religiose presenti nel nostro territorio, uniti da una comune ispirazione alla Pace, manifestando INSIEME senza primati o primogeniture.
Ognuno nella prassi quotidiana seguirà forme di militanza e impegno che gli sono più congeniali ma insieme ci si ritroverà nel difendere i valori su cui si possa edificare una reale, diffusa, pace universale: libertà, democrazia, giustizia e rispetto reciproco.
Alla manifestazione partecipano una cinquantina di associazioni religiose e umanitarie, organizzazioni sindacali, cooperative e professionali, movimenti politici e culturali (elenco in aggiornamento), i cui rappresentanti (insieme all’attore Elio Turno Arthemalle, all’attrice Laura Fortuna), leggeranno poesie, brani significativi di autori legati al mondo pacifista, democratico e della non violenza.
Aderiscono:
Movimento T’Essere Pace, Memoratu Arci, Associazione La Casa del Quartiere Is Mirionis, Associazione Joyce Lussu scuola di cultura politica, ScienzaSocietàScienza, Giovedì Bianco, Auser Casteddu, Legambiente, CNGEI, Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco, CGIL, CISL, UIL, CSS, ANPI, ANPPIA, UAPS, Assotziu Consumatori Sardegna, movimenti politici e loro espressioni giovanili, Arci, Associazione Aldo Moro, Centro Studi Paolo Dettori, Legacoop, Unione Cooperative, OPG Osservatorio per la Giustizia, Ordine dei Giornalisti della Sardegna, Associazione Stampa Sarda, Fondazione Berlinguer, Partecipazione e Solidarietà, Nurnet Aps, Meic, Acli, Comunità Sant’Egidio, Movimento Focolari Umanità Nuova, AGESCI, ACI Azione Cattolica, Domu Mia Amici Sant’Egidio, Chiesa Battista, Associazione Ex Allievi Don Bosco, Associazione Suor Teresa Tambelli, Associazione Suor Giuseppina Nicoli, Caritas diocesana, Fondazione San Saturnino, Congregazione Mariana, Congregazione degli Artieri, Rete War Free, Confraternita San Vincenzo, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Associazione culturale Sicurezza Partecipata e Sviluppo, Sardegna 2050, Amnesty International, Circolo Sardegna Costituente Terra.
Per contatti:
GIAN MARIO SELIS, gmselis@tiscali.it, 320.4270206
MARIO GIRAU, mario1946girau@gmail.com, 339.1568342
STEFANO MELONI, melonistefano1955@gmail.com, 320.2133101
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OTHER NEWS

Un Premio Nobel alternativo per Trump? / L’Iran si alza dal tavolo: «Il sangue di un palestinese vale quanto quello di un iraniano»
Un Premio Nobel alternativo per Trump?
Di Ramesh Jaura* – rjaura.substack.com
Un’idea satirica con un messaggio serio.
Immaginate Donald Trump che riceve un Premio Nobel — non per aver difeso la pace, la democrazia o l’unità globale, ma per aver inavvertitamente ricordato al mondo quanto siano davvero fondamentali questi ideali.
Questa è l’audace idea del giornalista italiano di lunga data e innovatore dei media Roberto Savio, fondatore di Inter Press Service (IPS) ed editore di Other News. In un appello personale ampiamente condiviso, Savio propone un “Premio Nobel alternativo” per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – non come onorificenza, ma come un acuto atto di ironia politica volto a mettere in luce le conseguenze involontarie delle azioni e delle parole di Trump.
La proposta si muove su una linea sottile tra satira e serietà. Sotto l’umorismo pulsa una profonda preoccupazione per la salute della democrazia, lo sgretolarsi della cooperazione internazionale e quella che Savio definisce una crescente ondata di sottomissione politica a un leader che egli vede come narcisista, impulsivo e antagonista ai valori democratici.
«L’attuale situazione di diffusa sottomissione nei confronti di Trump mi sembra grave, pericolosa e irrazionale», scrive Savio. Esprime allarme per il fatto che i leader politici e i personaggi pubblici ricorrano sempre più spesso all’adulazione e all’accomodamento piuttosto che a un impegno basato sui principi.
Ma invece di ricorrere alle solite critiche, Savio ribalta completamente la situazione.
La sua idea è semplice: assegnare a Trump un premio internazionale per aver involontariamente aumentato la consapevolezza globale su pace, democrazia, energie rinnovabili, diritto internazionale e cooperazione, mostrando al mondo cosa succede quando questi valori vengono ignorati.
La logica dell’ironia politica
A prima vista, la proposta sembra pura satira politica. Eppure l’argomentazione di Savio affonda le radici in una classica lezione della storia: spesso i leader finiscono per ottenere l’esatto contrario dei loro obiettivi.
Più e più volte, governanti e movimenti controversi hanno scatenato potenti reazioni contrarie, lasciando spesso un segno più profondo rispetto ai loro programmi originali. Provocando resistenza, finiscono per rafforzare proprio quelle istituzioni e quei valori che cercavano di minare.
Secondo Savio, l’eredità politica di Trump potrebbe alla fine rientrare in questa categoria.
Anziché placare le preoccupazioni sul cambiamento climatico, sulle garanzie democratiche o sul diritto internazionale, le politiche di Trump hanno spinto i governi, i gruppi della società civile e i cittadini di tutto il mondo a riconsiderare quanto siano cruciali questi pilastri.
Energia rinnovabile attraverso la disruption
Una delle argomentazioni principali di Savio riguarda la politica energetica.
Trump ha costantemente sostenuto i combustibili fossili e messo in dubbio le iniziative sul clima. Eppure Savio sostiene che proprio questa posizione abbia spinto molte nazioni ad accelerare la ricerca dell’indipendenza energetica attraverso le energie rinnovabili.
Il ragionamento è semplice. La dipendenza dai mercati dei combustibili fossili crea spesso vulnerabilità strategiche, esponendo i paesi a tensioni geopolitiche, interruzioni dell’approvvigionamento e volatilità dei prezzi.
Man mano che la sicurezza energetica si intreccia sempre più con la sicurezza nazionale, i governi stanno aumentando gli investimenti nel solare, nell’eolico e in altre energie rinnovabili. Per molti responsabili politici, il messaggio è inequivocabile: la vera indipendenza energetica significa liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili.
Vista in questa luce, l’appoggio di Trump all’energia tradizionale potrebbe aver involontariamente rafforzato la causa globale delle energie rinnovabili.
Il risveglio della vigilanza democratica
La seconda argomentazione principale di Savio riguarda la democrazia stessa.
In tutto il mondo, le preoccupazioni riguardo a un regresso democratico sono diventate sempre più evidenti. I dibattiti sull’indipendenza giudiziaria, l’autorità esecutiva, l’integrità elettorale e la responsabilità istituzionale si sono spostati dai circoli accademici al discorso politico mainstream.
Savio sostiene che le parole e le azioni di Trump abbiano riacceso la consapevolezza pubblica sull’importanza dei controlli e degli equilibri costituzionali.
Che si sia d’accordo o meno, è chiaro che i dibattiti sulla forza delle istituzioni democratiche sono aumentati durante gli anni di Trump. I tribunali, i parlamenti, le elezioni e i media indipendenti sono ora sottoposti a un livello di scrutinio pubblico raramente visto prima.
Per Savio, questa ondata di vigilanza è un dono inaspettato per la cultura democratica.
Spingendo al limite le istituzioni, Trump ha spinto le persone a interrogarsi non solo su come funzionano le democrazie, ma anche su come possono sgretolarsi.
Il risveglio strategico dell’Europa
Un terzo elemento dell’argomentazione di Savio si concentra sulle relazioni transatlantiche.
Per decenni, molti governi europei hanno operato sulla base di presupposti plasmati dal sistema di alleanze del secondo dopoguerra. Le garanzie di sicurezza, la cooperazione economica e l’allineamento politico con Washington costituivano la pietra angolare del pensiero strategico europeo.
I confronti di Trump con la NATO, le critiche agli alleati e la diplomazia orientata agli accordi hanno scosso quelle convinzioni di lunga data.
Secondo Savio, ciò ha costretto l’Europa a confrontarsi con realtà scomode riguardo alla propria posizione geopolitica e alla propria dipendenza strategica.
I leader europei ora discutono apertamente di autonomia strategica, bilanci della difesa, politica industriale e destino dell’alleanza occidentale. Questioni un tempo considerate risolte sono tornate sul tavolo.
Agli occhi di Savio, lo sconvolgimento causato da Trump ha risvegliato l’Europa.
La conclusione non è antiamericana. Piuttosto, le alleanze costruite solo su interessi condivisi possono cambiare rapidamente al mutare delle priorità, quindi le nazioni devono rafforzare la loro capacità di agire in modo indipendente.
Il ritorno del diritto internazionale
Forse l’affermazione più ambiziosa di Savio riguarda il diritto internazionale.
In un’era caratterizzata dalla competizione tra grandi potenze, dai conflitti militari e dalla rivalità geopolitica, la rilevanza delle norme internazionali appare spesso fragile.
Eppure Savio insiste sul fatto che, mentre la politica di potere assume un ruolo centrale, il valore del diritto internazionale emerge più chiaramente che mai.
Quando gli Stati agiscono principalmente nel perseguimento di interessi immediati e di potere relativo, il risultato è spesso l’instabilità piuttosto che una sicurezza duratura. Il diritto internazionale, per quanto imperfetto, fornisce un quadro di riferimento per gestire gli interessi contrastanti senza ricorrere alla coercizione o alla forza.
Più i leader si concentrano esclusivamente sul potere, suggerisce Savio, più le persone vedono l’urgente necessità di limiti giuridici e istituzionali.
Quindi ciò che sembra una minaccia all’ordine internazionale potrebbe, per uno scherzo del destino, in realtà rafforzare il rispetto per le regole che lo tengono insieme.
Più che satira
La proposta di Savio va oltre la critica simbolica.
Egli immagina un premio ufficiale presentato prima delle prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti, sostenuto da una coalizione globale, una motivazione pubblica e un’ondata di attenzione mediatica.
L’obiettivo non è solo quello di prendere in giro Trump, ma di innescare un dibattito sui valori che molti ritengono ora sotto assedio.
La motivazione del premio metterebbe in evidenza risultati non nel senso usuale, ma nell’ambito inaspettato delle conseguenze non intenzionali.
In sostanza, il premio onorerebbe le risposte del mondo alla presidenza di Trump, non le politiche in sé.
L’idea funge da specchio politico, riflettendo non le intenzioni di Trump, ma ciò che i suoi critici ritengono che le sue azioni abbiano messo a nudo.
Sfide pratiche
Dare vita a questa idea non sarebbe un’impresa semplice.
Savio individua diversi ostacoli.
Il primo è la credibilità. Chi assegnerebbe un premio del genere?
Una giuria composta da personalità pubbliche rispettate potrebbe conferirgli prestigio, ma molti potrebbero rifuggire da un progetto che rischia un contraccolpo politico.
In alternativa, potrebbe prendere l’iniziativa una coalizione globale di gruppi della società civile. Savio immagina 100 organizzazioni dei cinque continenti che uniscono le forze per assegnare il premio.
La seconda sfida riguarda la rappresentanza.
Per evitare l’etichetta di antiamericanismo, l’iniziativa avrebbe bisogno di una forte partecipazione dall’interno degli Stati Uniti. Studiosi, attivisti, ex funzionari e leader della società civile americani dovrebbero assumere un ruolo centrale.
Altrimenti, i critici potrebbero dipingere il progetto come una semplice espressione dell’opposizione straniera alla politica americana.
La terza sfida riguarda l’indipendenza.
Savio suggerisce un segretariato gestito da volontari e un budget ridotto. Tenersi alla larga dai grandi donatori aiuterebbe a mantenere il premio politicamente neutrale e a proteggerlo da accuse di faziosità.
Un dibattito sulla leadership
In fondo, la proposta solleva questioni più ampie sulla leadership e sulla responsabilità del potere.
I leader controversi possono contribuire positivamente alla società attraverso le reazioni che provocano?
I movimenti politici a volte rafforzano le istituzioni democratiche costringendo i cittadini a difenderle?
La satira pubblica può fungere da forma legittima di impegno democratico?
I sostenitori potrebbero dire che l’umorismo è sempre stato uno strumento per sfidare l’autorità. La satira può rivelare contraddizioni, sgonfiare miti politici e ispirare una riflessione più profonda.
I critici, d’altra parte, avvertono che tali sforzi potrebbero banalizzare questioni serie o approfondire le divisioni politiche.
Alcuni sostengono che trasformare le dispute politiche in premi simbolici distragga dai veri dibattiti politici. Altri vedono la proposta come una nuova forma di attivismo civico.
Indipendentemente dalla propria posizione, l’iniziativa di Savio ha successo sotto un aspetto fondamentale: fa discutere.
Uno specchio scomodo
La parte più sorprendente della proposta è come sposti i riflettori da Trump alle società che reagiscono a lui.
In definitiva, il premio proposto riguarda meno un singolo politico e più la risposta collettiva alla sua ascesa.
Per Savio, la vera storia non è il potere di Trump, ma le debolezze che egli ha messo a nudo: la dipendenza dai combustibili fossili, l’autocompiacimento riguardo alla democrazia, l’eccessiva dipendenza dalle alleanze e la mancanza di impegno nei confronti del diritto internazionale.
Che si sia d’accordo o meno con Savio, la proposta ci invita a riflettere su un paradosso politico: i leader sono spesso ricordati non solo per i loro obiettivi, ma per le forze involontarie che scatenano.
Se il Premio Nobel Alternativo di Savio dovesse mai diventare realtà, probabilmente non sarebbe esposto accanto alle medaglie ufficiali del Nobel a Oslo o a Stoccolma.
Ma come esperimento mentale, sfida i lettori a immaginare che alcune figure politiche lascino il segno più profondo non attraverso i trionfi, ma ispirando gli altri a difendere con forza valori un tempo dati per scontati.
*Affiliato all’ACUNS, il Consiglio Accademico delle Nazioni Unite, è un giornalista affermato con sessant’anni di esperienza professionale come freelance, direttore dell’Inter Press Service e fondatore-editore di IDN-InDepthNews. La sua competenza si basa su un’ampia attività di reportage sul campo e su una copertura completa di conferenze ed eventi internazionali.
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L’Iran si alza dal tavolo: «Il sangue di un palestinese vale quanto quello di un iraniano»
Di Eduardo García Granado* – Diario Red
L’Iran rafforza la propria leadership nell’Asse della Resistenza e accelera i tempi della decisione di Trump.
La trappola in cui Trump si è cacciato da solo da quando ha lanciato la sua infame guerra di aggressione contro l’Iran alla fine di febbraio si è complicata con il semplice passare del tempo. La chiarezza delle diagnosi strategiche di un Iran oggettivamente meno potente degli Stati Uniti, sebbene apparentemente più razionale nel suo approccio bellico, ha contrastato con la goffaggine della Casa Bianca.
Una simile disparità nelle strategie e, di conseguenza, nelle mosse belliche, ha logorato il governo statunitense e, per la semplice erosione del passare delle settimane e l’aggravarsi della crisi energetica, ha posto Washington in una posizione di fragilità. Evidentemente, l’Iran intende approfittare di questo statu quo, data l’urgenza che siano le sue tattiche di guerra asimmetrica a consentirgli di sopravvivere all’assalto dell’esercito più potente del mondo.
Un pugno sul tavolo
Il 1° giugno, dopo diverse settimane in cui la pressione economica e politica sembra aver offuscato la lucidità dell’azione imperiale, l’Iran ha deciso di alzarsi dal tavolo delle trattative. L’incapacità — e l’assoluta mancanza di volontà — degli Stati Uniti di frenare Israele sui fronti palestinese e libanese ha esaurito la pazienza iraniana. Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la pretesa israeliana di accelerare i propri processi di pulizia etnica e conquista a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.
Attraverso l’agenzia Tasnim, l’Iran ha dichiarato il 1° giugno che «dato che persistono i crimini dell’entità sionista in Libano e considerando che il Libano era parte delle condizioni preliminari per il cessate il fuoco, e che questo cessate il fuoco è stato violato su tutti i fronti, la squadra negoziale iraniana sospenderà i colloqui e lo scambio di testi tramite intermediari».
In sintesi, Teheran sta rafforzando la propria posizione negoziale e, soprattutto, sta insistendo sul profondo legame tra i diversi fronti della guerra antisionista nella regione. Una simile decisione rappresenterebbe – qualora riuscisse a mantenersi nel tempo – un colpo alla strategia di pressione statunitense, fondata sulla premessa israeliana di scollegare i fronti tra loro.
Infatti, sebbene possa sembrare controintuitivo a una prima lettura, il crollo dei negoziati di due settimane fa era del tutto logico. Nonostante gli avvicinamenti tra iraniani e statunitensi in numerosi ambiti centrali, il rifiuto dell’Iran di ritirare il Libano dalla sua lista di richieste ha costretto Trump a rompere il pre-accordo per non «tradire» Israele. Netanyahu cerca proprio che gli Stati Uniti raggiungano qualche accordo con l’Iran, purché tale accordo non limiti la sua capacità di azione in Libano — dove cerca la pulizia etnica del sud del paese —, a Gaza — dove si propone di portare a termine il suo genocidio — e in Cisgiordania — dove permette la balcanizzazione del territorio per porre fine di fatto allo Stato palestinese —.
Il fatto che l’Iran si opponga su questo tema, che si rifiuti di fare qualsiasi concessione su questo punto, è estremamente significativo. Tant’è che gli iraniani hanno comunicato che, per riaprire anche solo i canali di comunicazione, dovrà essere loro proposta «la cessazione immediata degli attacchi del regime sionista a Gaza e in Libano» e «il ritiro completo di Israele dai territori occupati in Libano». Finché tale posizione non sarà riconosciuta, hanno affermato, «non ci saranno più colloqui». Hanno anche dichiarato che «il sangue di un palestinese vale quanto il sangue di un iraniano. Il sangue di un libanese vale quanto il sangue di un iraniano. La comunità musulmana è un unico fronte, fianco a fianco, in questa battaglia».
Ormuz… e Bab Al-Mandeb
Secondo quanto riportato, l’Iran avrebbe decretato una chiusura totale dello Stretto di Ormuz, aumentando ulteriormente la pressione sul governo statunitense. Ma, parallelamente a ciò, l’Iran sarebbe in grado di attivare la leva houthi, finora cauta nel corso della guerra, ma storicamente impegnata nella causa palestinese e, in generale, nella strategia antisionista.
L’Iran ha dichiarato che attiverà «altri fronti, compreso lo Stretto di Bab Al-Mandeb, per punire i sionisti e i loro alleati». È opportuno ricordare che questo collo di bottiglia, che dà accesso al Mar Rosso attraverso il Golfo di Aden, è stato una delle armi più efficaci dell’Asse della Resistenza nel costringere Washington a fare concessioni durante il genocidio israeliano contro Gaza. Lo Yemen gode di una posizione privilegiata in quella zona, controllando la parte più stretta, a pochi chilometri dalla costa di Gibuti.
Il rafforzamento della chiusura iraniana di Ormuz, se integrato da un nuovo strangolamento houthi —Ansar Allah, per il suo nome arabo— a Bab Al-Mandeb, può mettere in scacco i flussi commerciali internazionali, evidenziando la fragilità della libertà di navigazione presumibilmente garantita dagli Stati Uniti e, soprattutto, stringendo il cappio al collo di Trump.
In realtà, Trump si trova ora allo stesso bivio in cui si trova da diverse settimane, ma questa mossa da parte dell’Iran accelera i tempi e riduce il margine di riflessione da parte dell’amministrazione statunitense, poiché la crisi energetica affronta ora un rischio ancora maggiore. Trump deve ancora scegliere tra tre opzioni negative —dopotutto, in politica estera, e ancor più nella politica estera imperiale, se si commettono diversi errori consecutivi, si finisce per dover limitare i danni accettando certe perdite—.
Trump può accettare il nuovo quadro negoziale iraniano, conservando le concessioni che Teheran voleva per sé e includendo le richieste massimaliste che ora avanza in relazione a Palestina e Libano. Per farlo dovrebbe essere disposto ad accettare la tempesta politica di una sconfitta militare di tali proporzioni, nonché ad affrontare il ripudio di Israele e della lobby sionista. Potrebbe anche mantenere lo statu quo, ma il margine di tempo a sua disposizione prima che la crisi economica sfugga al controllo si è ridotto.
Infine, Trump può scegliere di riprendere la guerra, ma un’operazione terrestre è una follia oggi e continuerà ad esserlo domani. Lanciare una nuova campagna di attacchi aerei contro l’Iran non risolverà la situazione, ma potrebbe mettere gli Stati Uniti in una posizione negoziale migliore – o almeno questo è ciò che alcuni falchi stanno sussurrando all’orecchio di Trump in questo momento. In fin dei conti, sarebbe una mossa di rischio medio e di beneficio medio-basso… ma forse non può aspirare a niente di meglio se davvero non vuole cedere, ritirarsi e assumersi il costo politico. Quest’ultima sarebbe la cosa più sensata… quindi probabilmente non lo farà.
*Politologo e master in Relazioni Internazionali (UNSAM). Analista internazionale.
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