Oggi venerdì 3 luglio 2026 – Other news

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La via cinese, come Pechino sta riscrivendo la mobilità

Di Alessandra Colarizi* – China Files

“Se vuoi diventare ricco, costruisci prima una strada”. Siamo nella Cina delle riforme di mercato anni Ottanta quando comincia a diffondersi il vecchio detto e con lui la convinzione che lo sviluppo economico dipenda anzitutto dai collegamenti: strade, ferrovie, porti e infrastrutture permettono a persone, merci e capitali di circolare. La Repubblica popolare ne ha urgente bisogno. Concluso l’esperimento maoista, il mercato interno si presenta gravemente frammentato. Molte regioni sono mal servite e i costi logistici dei trasporti elevati. La scritta “Yao xiang fu, xianxiu lu (要想富,先修路)” diventa il mantra che per decenni adorna i muri di quasi tutti i villaggi, le autostrade e le piccole città cinesi.

Da allora il paese ha costruito e ristrutturato oltre 2,5 milioni di chilometri di strade rurali. Il 100% dei comuni e dei villaggi amministrativi ha ora accesso a strade asfaltate. La rete ferroviaria nazionale ha raggiunto una lunghezza operativa totale di circa 165.000 km, di cui 50.400 dedicati all’alta velocità (AV), ovvero oltre il 70% del totale realizzato a livello mondiale. Un traguardo – occhieggiato con invidia in varie parti del mondo – reso possibile grazie a un mix di fattori difficilmente repricabili altrove: il massiccio controllo del governo sul territorio, l’enorme capacità industriale e l’ingegneria iper-avanzata (acquisita anche con il trasferimento di know-how occidentale) hanno permesso di tagliare tempi e costi.

Se la proprietà statale del suolo riduce il rischio di cause ambientali e lunghe battaglie contro gli espropri, il supporto di banche pubbliche ed enti locali fornisce capitali pressoché illimitati, dando priorità alla connettività e allo sviluppo economico di lungo termine rispetto al profitto immediato. Il tutto con il supporto di solide catene di approvvigionamento: sfornando più acciaio e cemento di tutto il resto del mondo messo insieme, la Cina produce la stragrande maggioranza dei materiali da costruzione che utilizza senza pericoli di eventuali interruzioni delle forniture esterne. Che in questi tempi di conflitti e crescente instabilità globale non è poco.

I grandi piani infrastrutturali di Pechino hanno un obiettivo ambizioso: favorire i flussi commerciali, decongestionare le megalopoli sovraffollate e ridurre le diseguaglianze regionali, integrando le province interne con le aree costiere più dinamiche. Nel frattempo, gli investimenti continuano a tenere a regime la macchina industriale quando l’export – l’altro principale motore economico del paese asiatico – rallenta nei momenti di turbolenze internazionali. Questa visione trova riscontro nella formazione di mega regioni: aree altamente integrate in cui decine di città con caratteristiche economiche e industriali complementari funzionano come un unico sistema economico grazie a reti di trasporto sempre più rapide e capillari.

Riducendo i tempi di percorrenza tra i vari centri entro la cosiddetta “cerchia di un’ora”, il concetto delle macro aree favorisce un modello urbanistico in cui vivere in una città, lavorare in un’altra e fare affari in un’altra ancora diventa la normalità. Ne è un esempio la Greater Bay Area che, con un’estensione di 56.000 km2, comprende l’hub finanziario di Hong Kong, oltre a Macao e nove municipalità della provincia del Guangdong note per la produzione avanzata nell’elettronica, la robotica, le biotecnologie e i nuovi materiali.

Mentre i mega cluster in costruzione hanno raggiunto quota diciannove, il modo di intendere la mobilità oltre la Muraglia sta, tuttavia, a poco a poco cambiando. Complice l’elevato indebitamento delle amministrazioni locali; un lascito dei massicci investimenti infrastrutturali con cui Pechino ha aggirato la crisi finanziaria internazionale del 2009. In tutta risposta, da alcuni anni è stata ridimensionata l’espansione delle reti metropolitane urbane (arrivata a quasi 12.000 km), fatta eccezione per le città di prima fascia, come Pechino e Shenzhen. La maggior parte dei centri minori ha sospeso i lavori di costruzione o si è orientata verso progetti ferroviari suburbani e regionali meno costosi, collegati alla rete ferroviaria nazionale ad alta velocità.

Al contempo, a caccia di nuovi catalizzatori economici, i governi locali hanno avviato promettenti sinergie con le aziende private, più agili e innovative. Il boom dei veicoli elettrici (VE) cinesi sembra infatti debba molto al cosiddetto “modello Hefei”: la città, dove ha quartier generale NIO, è diventata un importante polo manifatturiero investendo fondi pubblici nella crescita di promettenti start-up.

Gli oltre 60.000 miliardi di yuan (7.600 – 7.700 miliardi di euro) di debiti infrastrutturali basterebbero a giustificare il graduale ripensamento strategico. Ma è soprattutto il nuovo paradigma di sviluppo perseguito dalla leadership cinese a incidere sul cambio di passo. Alle opere ingegneristiche su larga scala viene ora preferita la creazione di un ecosistema integrato che intreccia digitalizzazione, elettrificazione e tecnologie avanzate. Lo mette bene in chiaro il 15° Piano Quinquennale (2026-2030) che, approvato lo scorso marzo, pone al centro dell’agenda economica nazionale le famigerate “nuove forze produttive di qualità”, ovvero l’hi-tech e l’industria delle rinnovabili.

Dando massima priorità alla tutela ambientale, il documento prevede la creazione di 10.000 km di trasporti a zero emissioni di carbonio, specificando che il settore dovrà contribuire a ridurre il gas serra del 17% per unità di PIL. E poi c’è l’intelligenza artificiale, colonna portante della strategia economica cinese per il prossimo futuro. In termini di mobilità, la nuova tecnologia viene ormai ampiamente utilizzata per monitorare il traffico, ottimizzare la temporizzazione dei semafori, e gestire le emergenze. Un esempio è City Brain, il progetto che la città di Hangzhou ha intrapreso in tandem con Alibaba. Lanciato nel 2016 è ormai passato alla fase 3.0, che include l’aviazione a bassa quota, comparto compreso nello spazio aereo sotto i 1.000 metri. Non parliamo più solo di droni per le consegne (dove la Cina ha già un monopolio globale grazie a DJI), ma anche “taxi volanti” a decollo e atterraggio verticale. Un settore, quello della “Low-Altitude Economy”, destinato a raggiungere un valore di 3.500 miliardi di yuan entro il 2035.

Ormai, se vuoi diventare ricco, non basta più solo costruire una strada.

*Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.

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Trump, la sindrome dell’arricchirsi

Di John Feffer* – Foreign Policy In Focus

Trump e i suoi collaboratori saranno mai chiamati a rispondere delle loro malefatte e la loro corruzione avrà un impatto duraturo sulle istituzioni politiche?

L’amministrazione Trump ha recentemente concluso un accordo minerario con il Kazakistan che, com’era prevedibile, arricchisce non solo la famiglia di Trump, ma anche quella del suo segretario al Commercio, Howard Lutnick. I due figli maggiori di Trump, comproprietari della Dominari Securities, sono destinati a trarre profitto dall’accordo sul tungsteno kazako. Lo stesso vale per la Cantor Fitzgerald, la società di investimento gestita dai due figli di Lutnick.

Come ha sottolineato The New York Times nella sua inchiesta sul sistema, «I loro figli si sono presto trovati a fare affari con partner in un accordo che i loro padri stavano negoziando, perpetuando un modello di autoarricchimento nella seconda amministrazione Trump che ha pochi precedenti nella storia americana».

Le espressioni «autoarricchimento» e «pochi precedenti» sono modi interessanti per caratterizzare questo ultimo caso di corruzione dell’amministrazione. L’arricchimento personale non è forse una cosa positiva, nel senso di trarre profitto dal proprio duro lavoro? Al contrario, l’articolo non menziona affatto la parola «corruzione». Forse il Times teme di essere colpito da un’altra causa legale intentata da Trump (nell’ottobre dello scorso anno, Trump ha ripresentato una causa per diffamazione da 15 miliardi di dollari contro il quotidiano per la sua copertura della sua campagna presidenziale del 2024).

Esistono infatti diversi precedenti nella storia americana per ciò che Trump sta facendo. Questi precedenti scandali di corruzione — Credit Mobilier, Whiskey Ring, Teapot Dome — hanno distrutto la reputazione dei presidenti e gettato lunghe ombre sulla politica americana. Hanno anche contribuito a creare quel tipo di garanzie che Trump sta ora distruggendo.

Come per gran parte della mancanza di rispetto di Trump nei confronti delle norme, la sua corruzione è stata massiccia e in gran parte sotto gli occhi di tutti. Le due domande che rimangono in sospeso sono: Trump e i suoi saranno mai chiamati a rispondere delle loro malefatte e questa corruzione avrà un impatto duraturo sulle istituzioni politiche degli Stati Uniti?

Tracciare i danni

Se un comportamento scandaloso si svolge sotto gli occhi di tutti, è ancora uno scandalo? Il termine «scandalo» suggerisce qualcosa di nascosto, qualcosa di cui si mormora, qualcosa che viene rivelato. Le azioni di Trump sono in piena vista. Sono sia sfacciate che disinvolte.

Secondo l’amministrazione Trump e la sua cerchia allargata, il denaro sottratto dalle transazioni economiche è semplicemente politica intelligente. L’amministrazione si è adoperata per negoziare ogni accordo di pace, accordo commerciale, accordo di investimento e patto minerario in modo tale da garantire a Trump, alla sua famiglia e alla cerchia dei suoi stretti sostenitori una bella fetta di guadagno.

Questa è l’interpretazione che Trump dà del sogno americano: sarebbe da veri sciocchi non trarre profitto dalla propria posizione. Tutti i grandi magnati hanno fatto fortuna, dalle ferrovie all’intelligenza artificiale, trovandosi nel posto giusto al momento giusto con la giusta dose di spietatezza. Nel caso di Trump, tuttavia, sta usando il denaro dei contribuenti per coprire il rischio. E il più delle volte, dati i termini dell’accordo, il rischio è praticamente inesistente perché Trump sta usando il suo potere presidenziale per manipolare il sistema. È questo che intende davvero con «l’arte dell’affare». Trump gioca solo con un mazzo di carte truccato.

La corruzione non è un segreto, anche se a volte gli importi effettivi coinvolti sono oscurati da strati di operazioni finanziarie complesse. La recente dichiarazione patrimoniale obbligatoria di Trump offre alcuni dettagli. Ma grazie a una serie di siti web, è diventato piuttosto facile monitorare in tempo reale l’aumento della fetta di torta che spetta a Trump.

Il Center for American Progress gestisce Trump’s Take, che stima che il presidente abbia ricevuto poco più di 2,6 miliardi di dollari in contanti e regali da quando è entrato in carica nel gennaio 2025. Gran parte di questo denaro proviene da vari schemi legati alle criptovalute, tra cui la “meme coin” di Trump, ma anche da iniziative discutibili come il documentario su Melania Trump e una serie di accordi extragiudiziali (più comunemente noti come “estorsioni”). Corruption Counter stima il valore a 2,2 miliardi di dollari e include voci recenti come i 100 milioni di dollari di risparmio per Trump derivanti dal recente tentativo di impedire all’IRS di sottoporre il presidente a verifica fiscale. (I tribunali hanno bloccato il “fondo di transazione” complessivo di 1,8 miliardi di dollari, ma il Dipartimento di Giustizia sta mantenendo l’amnistia dell’IRS.)

Se volete tenere traccia solo delle operazioni legate alle criptovalute, i Democratici della Commissione di Vigilanza della Camera gestiscono il Trump Family Digital Grift Wealth Tracker. Il senatore Chris Murphy (D-CT) tiene un proprio elenco, che mette in evidenza l’insider trading relativo alla guerra con l’Iran e un contratto di difesa con Dell dopo che il presidente aveva investito nell’azienda. David Kirkpatrick, su The New Yorker, tiene un conteggio aggiornato del patrimonio in rapida espansione di Trump. A gennaio, ha aggiornato il totale a 4 miliardi di dollari, cifre che descrivono, tra le altre cose, il flusso di denaro proveniente dal Golfo che finisce nelle tasche di Trump. Nel frattempo, su RepresentUS, è possibile trovare una cronologia di accordi loschi, dal contratto senza gara d’appalto assegnato a un sostenitore presidenziale per il “rinnovamento” del Reflecting Pool, fino a un contratto dell’Aeronautica Militare per i droni aggiudicato a una società sostenuta dai figli maggiori di Trump.

A maggio, il Campaign Legal Center ha pubblicato una panoramica sul traffico di influenze — ovvero ciò che i sostenitori di Trump ottengono in cambio dei loro contributi — che include la nomina di Elon Musk alla DOGE, i contratti dell’ICE per il GEO Group (sostenitore di Trump) e la sospensione di varie cause legali a favore di entità vicine a Trump (Gemini, Robinhood, Coinbase). L’organizzazione Citizens for Responsibility and Ethics in Washington dispone di un proprio strumento di monitoraggio che tiene traccia del numero di eventi di rilievo tenuti nelle proprietà di Trump e del numero di progetti all’estero con il marchio Trump sviluppati durante il suo secondo mandato (con una nuova Trump Tower in programma a Tbilisi, in Georgia, il numero è ora salito a 25).

A volte sembra che la politica dell’amministrazione Trump sia solo una copertura per fare soldi, proprio come una società di comodo fornisce una facciata legittima alla criminalità organizzata.

Ottenere la sua percentuale

Uno dei punti critici nell’attuale conflitto con l’Iran è il tentativo di quest’ultimo di controllare il traffico marittimo in entrata e in uscita dallo Stretto di Hormuz. Teheran vuole imporre un pedaggio alle navi che attraversano lo stretto. Dato che lo stretto è una via navigabile internazionale – e non un canale – la mossa dell’Iran viola il diritto internazionale.

Trump si è opposto alla mossa dell’Iran non tanto perché viola il diritto del mare, quanto perché l’Iran ha preso spunto dal manuale di Trump. Come osano cercare di battere Trump sul suo stesso terreno! Infatti, il presidente ha minacciato di imporre a sua volta un pedaggio se il cessate il fuoco non dovesse reggere: una percentuale del 20 per cento dei ricavi regionali qualora gli Stati Uniti diventassero «i guardiani del Medio Oriente» ricorrendo alla forza militare per proteggere il traffico marittimo nella regione.

La politica estera è uno strumento con cui l’amministrazione impone un pedaggio a qualsiasi entità che abbia l’audacia di essere uno Stato diverso dagli Stati Uniti. L’accordo con il Kazakistan sul tungsteno è solo uno dei tanti modi in cui l’amministrazione ha tratto profitto dai minerali critici. I figli di Trump hanno un interesse finanziario in 14 società che collaborano con il governo statunitense su accordi minerari che comportano quasi 9 miliardi di dollari di finanziamenti federali. Ciò include un prestito del Pentagono di 620 milioni di dollari, accelerato dalla Casa Bianca, a un’azienda della Carolina del Nord produttrice di magneti in terre rare in cui ha investito la società di venture capital di Donald Trump Jr. Diversi collaboratori di Trump potrebbero trarne vantaggio da qualsiasi futuro accordo riguardante i minerali della Groenlandia.

Trump ha utilizzato i dazi per ottenere varie concessioni. In alcuni casi, i paesi hanno reagito facendo leva sull’interesse personale di Trump. Il Vietnam, ad esempio, ha approvato la realizzazione di un campo da golf di Trump e ha ottenuto una riduzione dei dazi. Anche la Svizzera ha goduto di un trattamento simile quando ha regalato a Trump «un orologio da tavolo Rolex speciale, un lingotto d’oro personalizzato da 1 chilogrammo e un sacco di lusinghe». Il messaggio è chiaro: la politica commerciale degli Stati Uniti è in vendita.

Persino gli accordi di pace non sono immuni dal trattamento alla Trump. L’accordo di pace su Gaza offre opportunità potenzialmente redditizie alle imprese esterne per trarre profitto dalla ricostruzione dell’area ridotta in macerie. «Tutti quanti, senza eccezioni, stanno cercando di accaparrarsi una fetta di questo affare», ha dichiarato un appaltatore di lunga data a The Guardian. «La gente sta trattando questa situazione come se fosse un altro Iraq o un altro Afghanistan. E stanno cercando di arricchirsi, insomma, grazie a tutto questo». Il consiglio direttivo del «Board of Peace» di Trump è dominato da titani dell’industria — Marc Rowan, Steve Witkoff, Jared Kushner — tutti che non vedono l’ora di sfruttare la loro posizione privilegiata per trarne profitto (anche se, con i progressi in stallo sul campo, il «Board of Peace» potrebbe finire per praticare la corruzione alla vecchia maniera, semplicemente sottraendo i fondi in anticipo e concedendosi l’immunità legale per sfuggire alle conseguenze).

Anche l’accordo che avrebbe creato un «corridoio Trump» tra Armenia e Azerbaigian era stato concepito per offrire opportunità commerciali agli amici di Trump. Ma non è ancora decollato, ennesima vittima della propensione di Trump a fare grande scalpore con i suoi accordi e a trascurarne l’attuazione. Anche l’accordo di pace di Trump con la Russia, negoziato a spese degli ucraini, avrebbe significato un enorme guadagno inaspettato per i suoi amici: opportunità di appalti per la ricostruzione in Ucraina e profitti ancora maggiori grazie alla ripresa dei rapporti commerciali con la Russia.

Su The Atlantic, diversi mesi dopo l’insediamento di Trump, David Frum ha riassunto così le attività corrotte dell’amministrazione:

Nulla di simile è mai stato tentato o nemmeno immaginato nella storia della presidenza americana. Gettate via i libri di storia; scartate i deboli paragoni con gli scandali del passato. Non c’è alcuna analogia con alcuna azione precedente compiuta da alcun presidente del passato. La sfacciataggine dell’arricchimento personale non ha eguali in nessuna delle precedenti amministrazioni della Casa Bianca. Questa è corruzione americana su scala pari a quella di una repubblica post-sovietica o di una dittatura africana postcoloniale.

Frum ha prestato servizio alla Casa Bianca sotto George W. Bush. Pur essendo un «NeverTrumper», ne sa comunque qualcosa di conservatori corrotti. Oltre 20 miliardi di dollari di aiuti per la ricostruzione postbellica dell’Iraq sono scomparsi nel nulla della corruzione (e nelle tasche delle aziende statunitensi, tra cui Halliburton). Trump sta sulle spalle dei giganti.

Immunità e conseguenze

Donald Trump sa bene di essere una violazione vivente e palese della legge. Ecco perché ha fatto di tutto per assicurarsi l’immunità: dalla sentenza della Corte Suprema che garantisce ai presidenti l’immunità dall’azione penale per i loro atti ufficiali, al tentativo di ottenere l’esenzione dalle verifiche fiscali dell’IRS. Trump ha anche promesso di concedere un perdono preventivo a «chiunque si sia avvicinato a meno di 200 piedi dallo Studio Ovale».

Affrontiamo prima Trump. La sua immunità non è assoluta. Innanzitutto, non copre gli «atti non ufficiali». A seconda di come i tribunali definiranno questa categoria, Trump (e certamente la sua famiglia) potrebbe essere perseguito per affari corrotti ritenuti «privati». In secondo luogo, l’immunità non si applica se si può dimostrare che il procedimento penale non comporta «pericoli di intrusione nell’autorità e nelle funzioni del ramo esecutivo». Si tratta di un altro concetto difficile da interpretare, e probabilmente spetterà ai futuri tribunali definirlo. Ma se un fatto è dimostrabilmente corrotto, allora dovrebbe, per definizione, ricadere al di fuori dell’autorità e delle funzioni legittime del ramo esecutivo.

Trump ha già usato i suoi ampi poteri per concedere la grazia ai rivoltosi del 6 gennaio e ad altri malfattori, tra cui 22 politici corrotti. I fedelissimi di Trump devono guardare a questo precedente e sentirsi piuttosto al sicuro da future azioni penali.

Ma anche le grazia presidenziali hanno i loro limiti. Tali grazia non possono violare la Costituzione o il diritto penale — sebbene Trump abbia contestato tali restrizioni — e non coprono i reati futuri. Più precisamente, le grazia di Trump si applicano solo ai procedimenti penali federali. Gli individui possono comunque essere processati in vari Stati (e all’estero se la loro condotta illecita ha avuto luogo in altri paesi).

L’impatto della condotta scorretta di Trump è direttamente correlato a questa questione dell’immunità. Se il presidente e la sua cerchia «la fanno franca», allora la corruzione da loro avviata sarà molto più difficile da sradicare dalle istituzioni politiche. Gli atti non perseguiti possono consolidarsi fino a diventare precedenti. Mettere Trump e compagnia in prigione sarebbe soddisfacente. Lo stesso vale per il recupero dei loro guadagni illeciti. Dal punto di vista della democrazia, tuttavia, anche un patteggiamento in cui i malfattori restino fuori dal carcere e paghino una sanzione simbolica in cambio di una dichiarazione di colpevolezza rappresenterebbe una vittoria.

È meglio considerare Trump come un’aberrazione, per quanto il suo comportamento possa ricondursi a scandali passati, alle tendenze autoritarie dei presidenti precedenti e ai meccanismi spesso corrotti del capitalismo americano. La democrazia, come ogni finzione, richiede la volontaria sospensione dell’incredulità. Trump è davvero un personaggio incredibile. Una volta che se ne sarà andato, sarà il momento di fingere che il mostro sia stato sconfitto e che lo Stato di diritto sia stato ripristinato. Solo in questo modo l’America uscirà dal suo semiquincentenario con i vestiti infangati ma con le sue presunte buone intenzioni intatte.

*Direttore di Foreign Policy In Focus.

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