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Ordine attraverso la mutilazione
Di Kenneth M. Stokes – Articolo inviato a OtherNews dall’autore
Perché l’Occidente non può sconfiggere l’Iran.
Il perdurante confronto tra Stati Uniti e Israele con l’Iran, la crisi dello Stretto di Ormuz e l’ordine di sicurezza più ampio dell’Asia occidentale non dovrebbero essere interpretati semplicemente come l’ennesimo episodio della rivalità tra grandi potenze. È qualcosa di più rivelatore. Mette a nudo l’esaurimento di un intero modo di concepire il potere: il presupposto che le società complesse possano essere costrette alla sottomissione mediante pressioni, ispezioni, sanzioni, frammentazione o decapitazione. Ciò che in superficie appare come una crisi geopolitica è, a un livello più profondo, una crisi di governabilità.
La geopolitica si interroga su come interagiscano Stati, alleanze, risorse, punti nevralgici e capacità militari. Quel livello è importante, ma rimane insufficiente. *An Ecology of Power* pone la domanda preliminare: quali forme di organizzazione, percezione e abitudine istituzionale generano ripetutamente queste crisi? Tratta la geopolitica non come la spiegazione definitiva, ma come la superficie visibile di un’ecologia più profonda: istituzionale, infrastrutturale, finanziaria, militare, morale e civilizzazionale. La questione non riguarda solo le intenzioni degli Stati Uniti, di Israele o dell’Iran. Riguarda piuttosto il modo in cui un intero regime di potere è giunto a cercare l’ordine neutralizzando gli altri, perdendo al contempo la capacità di comprendere i sistemi adattivi che sta tentando di comandare.
La questione immediata è ben nota. Gli Stati Uniti e Israele hanno cercato di contenere l’Iran attraverso pressioni militari, sanzioni, richieste di verifica invasive, ambiguità diplomatica e manovre regionali. L’obiettivo dichiarato è impedire all’Iran di acquisire armi nucleari e limitarne la portata regionale. Eppure la logica strategica è più profonda. Essa mira a ridurre la capacità dell’Iran di agire in modo autonomo: renderlo più trasparente, più vulnerabile, più dipendente e meno in grado di esercitare un effetto deterrente. Il linguaggio della «verifica» assume quindi un significato politico più pesante. Promette rassicurazioni tecniche, ma rischia di diventare un meccanismo di vulnerabilità imposta.
Questo è un sintomo di una visione meccanicistica del potere: la riduzione della complessa vita politica a componenti che possono essere isolate, indebolite o riorganizzate dall’esterno. Tale concezione del potere confonde il controllo con la sostenibilità. Presuppone che ridurre le capacità di un altro attore produca ordine. Il disarmo diventa pace. La trasparenza diventa fiducia. La decapitazione diventa stabilità. L’ispezione diventa cooperazione. La complessità viene trattata non come qualcosa da comprendere, ma come qualcosa da semplificare fino a renderla governabile.
Da questa visione deriva un pericoloso restringimento del giudizio. La strategia comincia a chiudersi attorno ai propri presupposti. Definisce l’avversario come un problema da ridurre, non come una società complessa radicata in storie, istituzioni, lealtà, paure e capacità di adattamento. Una volta che tale restringimento prende piede, le prove che contraddicono la strategia vengono interpretate come la dimostrazione che occorre esercitare maggiore pressione. La coercizione fallita giustifica ulteriore coercizione. La resistenza diventa prova di intenti maligni. L’incapacità di ottenere la sottomissione diventa il motivo per esigere una neutralizzazione ancora più profonda. Questo è il modello della stupidità strutturale (non ignoranza, ma incapacità organizzata di imparare dalle conseguenze). Il termine non significa che i decisori siano personalmente privi di intelligenza. Significa che le istituzioni possono organizzarsi in modi che impediscono loro di percepire le conseguenze delle proprie azioni. Le sanzioni intese a indebolire l’autonomia potrebbero rafforzare l’autosufficienza. La pressione militare volta a isolare l’Iran potrebbe accelerare il riallineamento regionale. I tentativi di imporre regimi di ispezione invasivi potrebbero accentuare la sfiducia. Gli sforzi per controllare lo Stretto di Hormuz potrebbero aumentare il potere contrattuale dell’Iran anziché ridurlo. Ogni mossa può apparire razionale all’interno del proprio quadro burocratico. Considerate nel loro insieme, diventano ecologicamente irrazionali.
L’approccio statunitense-israeliano nei confronti dell’Iran può quindi essere descritto come una strategia di ordine attraverso la mutilazione (il perseguimento della «stabilità» attraverso lo smembramento controllato dell’altro). Esso mira alla stabilità regionale non creando relazioni sostenibili tra potenze contendenti, ma riducendo progressivamente la capacità dell’avversario di agire come soggetto storico autonomo. La deterrenza va indebolita attraverso il disarmo; la sovranità attraverso le ispezioni; l’influenza regionale attraverso la distruzione delle reti alleate; la coerenza politica attraverso la decapitazione; la profondità strategica attraverso l’accerchiamento; la capacità temporale attraverso sanzioni che ostacolano la ripresa. Ciò che viene presentato come sicurezza diventa il tentativo di fabbricare ordine rendendo inoffensivo l’altro.
Ecco perché l’analogia con l’Iraq prima del 2003 rimane così potente. Le ispezioni sulle armi venivano presentate come strumenti neutri di sicurezza internazionale. Eppure, nella pratica, si sono intrecciate con l’umiliazione, la coercizione, la raccolta di informazioni e la destabilizzazione del regime. La lezione che l’Iran probabilmente trarrà non è che le ispezioni generino fiducia, ma che una trasparenza diseguale produca subordinazione. Una parte viene resa sempre più leggibile; l’altra conserva la propria opacità. In tali condizioni, la verifica cessa di essere una misura di rafforzamento della fiducia e diventa un’architettura di asimmetria.
Il fallimento strategico più ampio risiede nel presupposto che l’Iran sia fragile: un «castello di carte» che può essere fatto crollare con una pressione sufficiente. Rimuovendo o indebolendo il centro, ci si aspetta che l’intera struttura regionale vada in pezzi. Hezbollah, Hamas, le formazioni della resistenza irachena e altri attori vengono quindi interpretati come estensioni dipendenti di Teheran, non come attori con le proprie storie, basi di sostegno, capacità e ragioni per combattere.
Si tratta di un errore di interpretazione profondo. I sistemi politici complessi non sempre si indeboliscono sotto pressione. Possono decentralizzarsi, irrigidirsi, adattarsi e innovarsi. La coercizione esterna può produrre non il crollo, ma la coesione. Le reti che appaiono dipendenti possono rivelare riserve di autonomia. I movimenti di resistenza possono sopravvivere non perché sono comandati centralmente, ma perché sono radicati in relazioni sociali, ideologiche, militari e regionali che non possono essere ridotte a un organigramma.
Qui diventa chiara la logica centrale dell’articolo. I sistemi meccanicistici cercano l’ordine attraverso la mutilazione. Le società sotto pressione spesso rispondono disperdendo l’autorità, reindirizzando i rifornimenti, rafforzando le lealtà e trovando nuovi modi per sopravvivere. Più il potere cerca di semplificare l’avversario con la forza, più quell’avversario può imparare a sopravvivere attraverso la dispersione, la ridondanza e la profondità relazionale. Il crollo atteso non arriva. Il centro non si spezza. La periferia non si dissolve. Gli strumenti di coercizione diventano allora controproducenti, generando proprio quelle forme di adattamento che erano stati progettati per impedire.
Lo Stretto di Hormuz non è quindi solo un punto di strozzatura. È diventato un luogo diagnostico. Rivela i limiti dell’egemonia coercitiva in un mondo in cui infrastrutture, energia, finanza, sicurezza marittima, politica regionale e deterrenza militare sono strettamente intrecciate. Una potenza che presume di poter imporre il passaggio per forza scopre che il passaggio dipende da realtà negoziate, non solo da corridoi dichiarati. La potenziale capacità dell’Iran di regolare, minacciare, tassare o consentire selettivamente il movimento attraverso lo Stretto non è semplicemente un problema militare. È un segno che la vecchia gerarchia di comando viene contestata a livello di architettura del sistema.
La geopolitica si chiede chi controlli lo Stretto. «Un’ecologia del potere» si chiede quale tipo di ordine si riveli quando le arterie energetiche del mondo non possono più essere garantite da un comando unilaterale. La risposta è scomoda. Il vecchio modello di sicurezza si basava sul presupposto che il potere americano potesse organizzare la circolazione regionale rimanendo relativamente immune dalle conseguenze della resistenza regionale. Quel presupposto si sta erodendo. Le basi potrebbero diventare un peso. I corridoi potrebbero diventare oggetto di contesa. La protezione potrebbe cominciare ad apparire come un’esposizione. La dipendenza potrebbe sembrare più pericolosa della diversificazione.
Le implicazioni regionali sono notevoli. Rapporti, segnali diplomatici e allineamenti emergenti suggeriscono che Arabia Saudita, Oman, Pakistan, Turchia, Cina, Russia e Iran potrebbero esplorare sempre più accordi alternativi di sicurezza nel Golfo. Se tali sforzi dovessero concretizzarsi, non si tratterebbe semplicemente di un altro cambiamento di alleanze. Indicherebbero l’emergere di una diversa ecologia della sicurezza — ovvero che la regione sta cominciando a concepire la sicurezza non tanto come dipendenza da un protettore esterno, quanto piuttosto come un equilibrio negoziato tra potenze regionali ed extraregionali. Il vecchio modello si basava sulla protezione americana, sulle basi americane, sulle garanzie americane e sulla supremazia americana. Un quadro di sicurezza guidato dal Golfo o collegato all’Eurasia rimarrebbe incerto, disomogeneo e caratterizzato da conflitti interni. Tuttavia, la sua possibilità segnala un cambiamento nella struttura dell’ordine regionale. La sicurezza non verrebbe più concepita esclusivamente come subordinazione a un egemone esterno, ma sempre più attraverso una negoziazione distribuita tra attori regionali ed extraregionali.
La stessa crisi rivela anche un’incoerenza istituzionale all’interno dello stesso potere americano. Percorsi diplomatici concorrenti, segnali contraddittori, reinterpretazioni unilaterali e pressioni da parte di fazioni interne rivali non suggeriscono una padronanza strategica, ma un apparato statale che parla con voci contrastanti. Diverse parti dell’apparato statale sembrano perseguire contemporaneamente obiettivi incompatibili. Un’iniziativa punta alla distensione; un’altra mina le condizioni alle quali la distensione potrebbe funzionare. I negoziati procedono, ma l’autorità necessaria a renderli credibili è frammentata.
Questa è l’espressione interna della stessa patologia. Il potere meccanicistico danneggia non solo l’avversario. Fragmenta anche le istituzioni attraverso cui agisce. L’ipocrisia può ancora essere strategicamente coerente. Un apparato statale che parla con voci contrastanti non può esserlo. Quando uno Stato non è in grado di far rispettare i propri impegni, la diplomazia diventa performativa. Gli accordi rimangono sulla carta, ma le condizioni necessarie per renderli operativi crollano. La controparte, quindi, negozia non con un governo, ma con una costellazione mutevole di fazioni, lobby, burocrazie, pressioni elettorali e riflessi ideologici. La fiducia diventa impossibile perché la stessa paternità delle decisioni è instabile.
La più ampia fragilità finanziaria e tecnologica degli Stati Uniti intensifica questo problema. La contesa centrale potrebbe non essere più militare in senso stretto. Riguarda sempre più la sostenibilità dell’egemonia del dollaro, la gestione dei mercati del debito, i flussi energetici, la rivalità tecnologica con la Cina e l’onere fiscale derivante dal mantenimento della supremazia militare globale. Un confronto con l’Iran non può essere separato da queste pressioni. Guerra, approvvigionamento di carburante, tassi di interesse, sanzioni, assicurazioni marittime, intelligenza artificiale, mercati obbligazionari e credibilità geopolitica fanno ormai parte di un unico campo interconnesso.
Ecco perché l’escalation comporta rischi che vanno ben oltre il campo di battaglia. Un attacco militare non è mai semplicemente un attacco militare quando si ripercuote sui mercati energetici, sugli allineamenti regionali, sull’inflazione interna, sulla finanza globale e sulla credibilità del potere della valuta di riserva. Più il mondo diventa interconnesso, meno è sostenibile pensare in termini di teatri d’operazione isolati. Eppure gran parte della strategia occidentale continua a comportarsi come se i problemi potessero essere compartimentati: l’Iran da una parte, l’Ucraina dall’altra, la Cina altrove, il dollaro in un altro ambito, la politica interna in un altro ancora. La realtà non permette più questa separazione.
La dimensione morale della crisi non è meno grave. Il dibattito pubblico negli Stati Uniti ha sempre più normalizzato un linguaggio un tempo considerato estremista: assassinio, umiliazione, punizione collettiva e distruzione degli avversari come strumenti ordinari di politica. Non si tratta solo di un eccesso retorico. Indica un degrado del giudizio civile. Quando il linguaggio politico perde la capacità di riconoscere l’umanità degli avversari, perde anche la capacità di percepirne le conseguenze.
La civiltà non si fonda solo sulla ricchezza, sulla forza militare o sulla superiorità tecnologica. Si fonda su freni, narrazioni, obblighi e forme di condotta che impediscono al potere di diventare nichilista. Quando l’assassinio viene discusso come uno strumento di negoziazione di routine, quando intere società vengono immaginate come oggetti da spogliare, penetrare o spezzare, la crisi non è più solo geopolitica. È una crisi di civiltà.
La questione, quindi, non è semplicemente se gli Stati Uniti possano costringere l’Iran ad accettare un particolare accordo. La questione più profonda è se l’attuale visione occidentale della sicurezza sia ancora in grado di imparare. È in grado di riconoscere che la coercizione spesso produce resistenza? È in grado di comprendere che l’umiliazione distrugge ogni possibilità diplomatica? È in grado di accettare che gli attori regionali cerchino sempre più l’autonomia da un ordine imposto dall’esterno? È in grado di vedere che il mondo è diventato troppo complesso per strategie basate sul dominio lineare?
Al momento, i segnali non sono incoraggianti. Il riflesso dominante rimane l’escalation dopo il fallimento. Quando il collasso non si verifica, si esige il disarmo. Quando il disarmo incontra resistenza, si intensifica la pressione. Quando la pressione produce un adattamento, si interpreta tale adattamento come un’ulteriore prova di intenti maligni. Questa logica circolare impedisce l’apprendimento. Trasforma ogni previsione fallita in una giustificazione per il successivo atto coercitivo.
Un approccio più praticabile partirebbe da una premessa diversa: che la sicurezza non può essere imposta all’infinito contro gli interessi esistenziali percepiti dai principali attori regionali. È improbabile che l’Iran accetti accordi che lo rendano indifeso. È improbabile che gli Stati del Golfo accettino indefinitamente un ordine di sicurezza che trasformi il loro territorio in un campo di battaglia. È improbabile che Cina e Russia rimangano passive mentre il potere coercitivo occidentale minaccia l’architettura energetica e strategica da cui dipendono i loro stessi interessi. La regione sembra già andare oltre il vecchio copione.
La crisi intorno all’Iran rivela quindi la fine di un’era. Il problema non è che il potere americano sia scomparso. Rimane immenso. Il problema è che il potere, senza un’adeguata percezione, diventa pericoloso per se stesso. Può ancora distruggere, sanzionare, minacciare e destabilizzare. Ma non è più in grado di gestire in modo affidabile le conseguenze delle proprie azioni.
La geopolitica registra queste conseguenze: lo stretto conteso, le sanzioni, i dilemmi della deterrenza, i cambiamenti nelle alleanze, le minacce militari, i fallimenti diplomatici. *An Ecology of Power* si chiede perché queste conseguenze continuino a riproporsi. La risposta è che il potere meccanicistico continua a cercare l’ordine attraverso la mutilazione, mentre il mondo con cui si confronta risponde sempre più attraverso l’adattamento, la dispersione e la resistenza.
La scelta che si presenta all’Asia occidentale, e sempre più all’ordine internazionale stesso, non è quindi semplicemente tra il potere americano e quello iraniano, né tra l’influenza occidentale e quella eurasiatica. È tra due concezioni di ordine fondamentalmente diverse. Una cerca la sicurezza attraverso la progressiva riduzione della vitalità degli altri. L’altra riconosce che un ordine duraturo può emergere solo laddove sia preservata la vitalità dell’intera ecologia. La prima produce un dominio temporaneo a costo di un disordine crescente. La seconda non elimina il conflitto, ma può mantenerlo entro i limiti di una civiltà vivente.
Se tale apprendimento non avrà luogo, lo Stretto di Hormuz potrebbe rivelarsi non solo uno stretto di strozzatura marittima, ma il luogo in cui le illusioni del potere meccanicistico si scontrano finalmente con la complessità del mondo che si sono rifiutate di comprendere.
*Presidente del World Sustainability Forum. Questo articolo attinge al progetto in corso dell’autore, *The Ecology of Power*, che sviluppa una teoria ecologica del potere che ripensa il conflitto, la sicurezza e la pace come proprietà emergenti delle ecologie istituzionali, epistemiche e civilizzazionali.





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