In ricordo di un’amica

ScreenshotDoretta veniva da Sant’Arennera.
Gianni Loy – 1 ottobre 2026.

Avete presenti i cavalloni estivi che setacciavano il mare antistante la spiaggia del poetto, sino a frangersi impetuosi sulla sabbia – allora bianca – dell’arenile, dopo aver scavalcato il bagnasciuga?
E i bambini che ad ogni ondata perdevano il contatto con il fondo, e annaspavano tra le schiume, terrorizzati ma contenti, ansiosi di ritrovare, dopo la paura, la quiete dopo la tempesta. Una quiete breve, perché già annunciava l’imminente arrivo di un altro flutto, e ancora l’ansia, e la paura, e soprattutto la fatica, del dibattersi all’interno dell’onda.
Proprio così è stata la vita terrena di Doretta, che oltretutto veniva da Sant’Arennera, – ancora mezza campagna e mezza periferia urbana – dove tra cortile e parrocchia si potevano ancora praticare gli antichi riti del vicinato, prima di inerpicarsi, assiema al suo compagno di tutta la vita, fin sul liminare della collina che si affaccia sulla pineta, alla ricerca di serenità. Un susseguirsi interminabile di sfide, al termine delle quali tornava immancabilmente il sereno.
Si chiamava Maria Dolores, per la verità, ma spesso la chiamavamo Doloretta, tra il serio e il faceto, perché sembrava proprio che fosse destinata ad essere accompagnata dal dolore, lungo il sentiero della vita.
Anche dal dolore, ma non solo, perché Doretta, sin da ragazzina, aveva un bel sorriso e il gusto della compagnia, della celia: il sorriso, ma anche la risata.
E poi la fede, quella speranza postconciliare di giovani che incominciavano a far vibrare le chitarre dentro le chiese, e si abbracciavano, maschi e femmine, senza più l’ossessione del peccato, sotto lo sguardo di preti che incominciavano a dismettere la sottana e a celebrare il sacrificio con parole comprensibili a tutti; giovani che imparavano a leggere i segni dei tempi e parole nuove: il ruolo dei laici, la partecipazione, la comunità, la liberazione, la fraternità, e l’amore, naturalmente.
Fu vera gloria? Per Doretta certamente è stata una missione, da catechista, da guida, da insegnante. Amore, attenzione per gli altri, a cominciare dalla famiglia, quella d’origine, e quella costruita in collina.
Solo che da oriente, inclementi, continuavano ad arrivare, i cavalloni ed ogni resistenza, ogni annaspo, diventava sempre più faticoso, le sfide più impegnative, il sorriso più rassegnato, mentre le forze, a poco a poco, la abbandonavano.
Aveva un carattere forte, tenace, sì, certo, a volte persino abettiosa. Ma è proprio grazie a quella forza che ha potuto far fronte, sino alla fine, a quanto riteneva fosse il proprio dovere, il suo imperativo categorico.
E per sé stessa? Non lo so. Per il prossimo suo, invece, ne sono certo.
Se il paradiso non esistesse, bisognerebbe inventarlo, o almeno illudersi che esista. Se la interrogheranno sull’amore, le daranno certamente un giaciglio dove poggiare il capo e riposare. Amen.
1 ottobre 2026.
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