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I due shock che stanno sconvolgendo l’America Latina
Di Dan Restrepo* e Ricardo Zuniga** – Foreign Affairs
Perché la regione deve prepararsi a una nuova ondata di turbolenze.
In tutta l’America Latina e nei Caraibi, gli elettori preoccupati per l’aumento della criminalità hanno eletto populisti che promettono di riportare ordine e sicurezza nei loro paesi. Alcuni osservatori hanno interpretato questo sviluppo come un segnale di una svolta a destra a livello regionale, ma vi sono poche prove di un cambiamento duraturo in tale direzione. Più che l’ideologia, ciò che sembra guidare gli elettori è la frustrazione per l’incapacità dei politici tradizionali di risolvere i problemi quotidiani. Nell’ultimo ciclo elettorale, gli elettori si sono ribellati al crollo dell’ordine pubblico; nel prossimo, potrebbero opporsi all’aumento dei costi e alle persistenti disuguaglianze sociali ed economiche della regione.
I governi dell’America Latina e dei Caraibi, che operano già con uno spazio fiscale limitato, devono ora fare i conti con due shock esterni: la chiusura prolungata dello Stretto di Ormuz e l’El Niño di quest’anno, un riscaldamento delle temperature superficiali del mare nell’Oceano Pacifico che stravolge i normali modelli meteorologici. Entrambi stanno alimentando l’inflazione, interrompendo le catene di approvvigionamento e costringendo i governi, a corto di liquidità e indebitati, a compiere scelte difficili.
Per gli elettori di tutta la regione, queste due crisi gemelle hanno riportato l’economia al centro della scena. Leader come il presidente cileno José Antonio Kast e il presidente ecuadoriano Daniel Noboa, eletti grazie a programmi incentrati sulla sicurezza, hanno visto crollare il proprio consenso pubblico con l’aggravarsi delle difficoltà economiche. Il presidente argentino Javier Milei, che nel 2023 ha condotto una campagna da outsider contro la cattiva gestione economica, si trova ad affrontare una difficile corsa alla rielezione nel 2027, mentre gli argentini lottano con le sfide economiche quotidiane nonostante i miglioramenti macroeconomici del Paese.
Tutto ciò prepara il terreno per ulteriori oscillazioni politiche nei prossimi anni, poiché il cambiamento climatico e gli spostamenti geopolitici generano sconvolgimenti a un ritmo difficile da gestire per qualsiasi governo. Tale turbolenza potrebbe alimentare un’ulteriore polarizzazione e favorire i populisti, le cui soluzioni promesse difficilmente riusciranno a risolvere i difetti strutturali che frenano la crescita.
Ma il caos non è inevitabile. La regione dispone delle risorse necessarie per adattarsi a un contesto più instabile. I suoi minerali strategici, l’abbondante energia rinnovabile e il solido settore agricolo sono esattamente ciò di cui il mondo ha bisogno per la sicurezza alimentare, la tecnologia avanzata e la transizione energetica. Per sfruttare tali risorse, tuttavia, la regione dovrà superare profonde carenze infrastrutturali, rafforzare lo Stato di diritto e accelerare l’integrazione regionale. Le banche multilaterali di sviluppo e gli attori esterni, come gli Stati Uniti e l’Europa, possono contribuire attirando investimenti privati per infrastrutture condivise, promuovendo il commercio intraregionale e l’armonizzazione normativa e creando catene del valore in cui i benefici economici siano ampiamente condivisi. L’alternativa è una regione che barcolla di crisi in crisi e da un estremo all’altro.
Le onde d’urto da Hormuz
Le perturbazioni dei mercati dell’energia e dei fertilizzanti derivanti dalla prolungata chiusura di fatto dello stretto hanno già ridisegnato la scena politica latinoamericana. A marzo, Kast ha visto il suo indice di gradimento calare di 14 punti dopo aver rifiutato di erogare sussidi ai consumatori per attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia. Ad aprile, i peruviani, sconvolti dal più forte picco mensile di inflazione registrato nel Paese in oltre 30 anni, hanno dimostrato come l’ansia economica possa stravolgere la politica e aprire la porta ai populisti. Il candidato di sinistra Roberto Sánchez ha registrato un’ascesa inaspettata al primo turno delle elezioni presidenziali, ma alla fine ha perso di misura al ballottaggio contro la candidata di destra, Keiko Fujimori. In Argentina, nonostante un settore degli idrocarburi in forte espansione, l’aumento dei costi energetici ha riacceso i timori di inflazione e creato un grattacapo a Milei, il cui indice di disapprovazione è salito al 63% a fine aprile, rispetto al 49% di inizio anno.
Data la dipendenza della regione dalla benzina e dal diesel importati, l’impatto economico del persistere dei prezzi elevati del petrolio non fa che aumentare. I governi della Repubblica Dominicana, del Nicaragua e di diversi piccoli paesi caraibici hanno sovvenzionato i costi energetici — una misura costosa, dato che i prezzi rimangono elevati. Altrove, i governi non possono permettersi tali misure di sostegno e i consumatori ne hanno risentito pesantemente. Il prezzo del mais, alimento base in tutta l’America Centrale, è aumentato di oltre il 60 per cento in Honduras dal 2025 al 2026. In Guatemala, l’impennata dei prezzi della benzina ha provocato proteste pubbliche.
Certo, alcuni paesi hanno tratto vantaggio dalle turbolenze nel settore energetico. Primo fra tutti è la Guyana, i cui proventi petroliferi sono cresciuti di oltre il 50 per cento da inizio anno. Anche il Venezuela ne ha tratto profitto, sebbene la sostenibilità a lungo termine del suo settore petrolifero e del gas rimanga in dubbio in assenza di una transizione democratica significativa. L’accordo dell’amministrazione Trump con la presidente ad interim Delcy Rodríguez è già oggetto di un esame da parte del Congresso, che non potrà che intensificarsi se le elezioni di medio termine negli Stati Uniti dovessero far passare il controllo di una delle due camere ai democratici dell’opposizione. In Argentina, l’espansione della produzione di petrolio e gas di scisto ha trasformato il Paese da importatore netto di energia a esportatore, incrementando i suoi ricavi da esportazione in dollari. Anche il settore degli idrocarburi in crescita del Brasile ha reso il Paese il maggiore produttore di petrolio dell’America Latina e uno dei primi dieci al mondo, con margini per un’ulteriore crescita. Perù e Cile hanno compensato l’aumento dei costi energetici esportando minerali, tra cui rame e oro, i cui prezzi hanno raggiunto livelli record.
Tuttavia, se lo stretto dovesse rimanere chiuso – e in particolare se gli Stati Uniti dovessero limitare le esportazioni di gasolio – i paesi dell’intera regione dovranno affrontare costi più elevati per le importazioni energetiche, che graveranno sulla produzione agricola e alimenteranno l’inflazione.
Di male in peggio
Quest’anno, le conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz saranno amplificate da quello che potrebbe rivelarsi uno dei fenomeni El Niño più significativi mai registrati. Nei prossimi mesi, questo fenomeno causerà probabilmente inondazioni in Argentina, Brasile, Ecuador, Paraguay e Perù; siccità in America Centrale e nella foresta pluviale amazzonica; e interruzioni delle principali attività di pesca nel Pacifico. Avendo prosciugato i propri bilanci per far fronte agli shock di mercato causati dal conflitto nel Golfo, molti governi dovranno affrontare queste nuove sfide con le casse vuote.
La regione sta già avvertendo alcuni di questi effetti. Il Perù ha subito forti piogge, frane e inondazioni che hanno colpito centinaia di migliaia di persone, e le conseguenti perturbazioni economiche sono destinate a intensificarsi nel corso dell’anno. La Colombia, colpita ad agosto da un terremoto di magnitudo 7,4, deve affrontare pressioni causate da El Niño sulle sue centrali idroelettriche e sulla produzione di caffè, che rimane una delle principali fonti di entrate da esportazione. In entrambi i paesi, la gestione delle emergenze sta mettendo a dura prova le finanze e la capacità dei nuovi leader, che hanno basato la propria campagna elettorale sulla sicurezza ma che ora devono fare i conti con la fragilità economica.
Mentre l’America Centrale si trova ad affrontare la possibilità di gravi siccità, insicurezza alimentare e costi elevati per carburante e fertilizzanti, i governi regionali dovranno probabilmente sospendere le imposte sui carburanti (e rinunciare a entrate sostanziali) per scongiurare proteste. Dieci anni fa, un forte El Niño danneggiò gli agricoltori in El Salvador, Guatemala e Honduras, alimentando un’ondata migratoria verso gli Stati Uniti. Ora, con restrizioni molto più severe al confine tra Stati Uniti e Messico che precludono la migrazione come valvola di sfogo, quei paesi devono affrontare la prospettiva di crescenti disordini sociali all’interno dei propri confini. Le minori precipitazioni stanno inoltre riducendo i livelli dell’acqua nel Canale di Panama e rallentando il traffico marittimo, mettendo ulteriormente a dura prova il commercio di gas naturale liquefatto, già in difficoltà.
Data la sua estensione e la varietà dei climi, il Brasile è il Paese più esposto. El Niño minaccia i raccolti di soia e mais nel sud, mentre fa sprofondare savane e foreste pluviali nella siccità e scatena incendi boschivi. L’energia idroelettrica, che fornisce la maggior parte dell’elettricità del Brasile, sarà probabilmente messa a dura prova, costringendo a un maggiore ricorso alla produzione di energia elettrica più costosa a gas, diesel e carbone nel nord e nel nord-est. Tale cambiamento potrebbe richiedere sussidi sui prezzi per i consumatori e rallentare il boom dei data center nel Paese. Tutto ciò sta avvenendo nel corso di un’elezione presidenziale polarizzante tra il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, condannato per aver ordito un colpo di Stato.
In Argentina, il piano economico di Milei dipende da un abbondante raccolto di cereali per ricostituire le riserve in dollari e sostenere la sua crociata contro l’inflazione. Dopo una prolungata siccità che ha ridotto i raccolti precedenti, l’Argentina ha bisogno delle precipitazioni superiori alla media che El Niño porterà, ma un eccesso potrebbe danneggiare le infrastrutture e ridurre le rese, colpendo i proventi delle esportazioni. Un calo delle entrate agricole lascerebbe il governo con meno fondi, mentre una minore produzione alimentare interna farebbe aumentare i prezzi al consumo: entrambi fattori a vantaggio dei populisti peronisti più estremisti che si candideranno contro Milei nel 2027.
La chiusura dello Stretto di Ormuz e un El Niño di portata storica arrivano proprio mentre la regione stava riprendendo piede dopo la pandemia di COVID-19, che ha colpito in modo particolarmente duro l’America Latina e i Caraibi e ha causato la contrazione economica più marcata della regione negli ultimi 120 anni. Il fatto che la regione abbia evitato un altro decennio di crescita persa è un segnale positivo. Ma con gli shock esterni che ormai si verificano regolarmente, ai governi mancherà lo spazio fiscale e politico necessario per affrontare i fattori strutturali che limitano la crescita e lo sviluppo. Senza sforzi concertati a livello regionale per cogliere le opportunità in un’economia globale in evoluzione, prevarrà una sottoperformance cronica.
Pressione a tutto campo
I paesi latinoamericani possono fare ben poco per riaprire lo Stretto di Hormuz o raffreddare le acque del Pacifico. Se vogliono superare queste crisi, dovranno unirsi in modi che in passato non sono riusciti a mettere in atto.
Nessuna regione al mondo intrattiene meno scambi commerciali al proprio interno rispetto all’America Latina e ai Caraibi. I governi devono trovare la volontà politica di collegare meglio le proprie economie nell’interesse di una crescita che raggiunga i cittadini comuni. Devono inoltre rafforzare lo Stato di diritto ed esercitare una maggiore disciplina fiscale. Le banche multilaterali di sviluppo della regione — la Banca Interamericana di Sviluppo, la CAF (Banca di Sviluppo dell’America Latina e dei Caraibi) e una miriade di banche subregionali — possono dare un contributo su diversi fronti. Possono fornire finanziamenti di emergenza e supporto nella pianificazione per la risposta alle catastrofi. Possono inoltre attirare maggiori investimenti privati.
Se i governi della regione non riusciranno a contrastare l’inflazione, l’insicurezza alimentare e altre turbolenze economiche, ne seguiranno disordini sociali. I leader eletti sulla base di programmi incentrati sulla sicurezza, come il presidente salvadoregno Nayib Bukele e l’ecuadoriano Noboa, intensificheranno probabilmente la loro retorica e le loro politiche intransigenti. Altri, tra cui il presidente colombiano Abelardo de la Espriella, che ha recentemente avviato una repressione nei confronti dei migranti venezuelani nel suo paese, saranno tentati di alimentare la xenofobia per sviare le critiche relative alle carenze delle loro politiche. I kirchneristi argentini – sostenitori dell’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner – e altri populisti economici guadagneranno nuovamente terreno alle urne. Come è tipico dei populisti, si presenteranno con promesse che non potranno mantenere e adotteranno politiche che faranno aumentare la spesa e i deficit senza generare una crescita significativa e ampiamente condivisa.
Al di là dei governi della regione stessa, due attori esterni possono aiutare a evitare le peggiori conseguenze di queste crisi: l’Europa e gli Stati Uniti. L’Unione europea si sta già posizionando come un’alternativa affidabile e prevedibile sia alla Cina che agli Stati Uniti. Se l’anno prossimo la Corte di giustizia dell’Unione europea confermerà l’accordo di partenariato UE-Mercosur, a lungo perseguito, l’UE consoliderà il libero scambio con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Attraverso la sua iniziativa «Global Gateway», l’UE sta inoltre sostenendo l’economia della regione con oltre 50 miliardi di dollari di investimenti pubblici e privati.
Gli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump stanno adottando un approccio diverso: la coercizione attraverso i dazi e l’uso della forza. Washington potrebbe essere in grado di esercitare pressioni su un paese come il Venezuela per un’appropriazione di risorse a breve termine, ma un simile approccio rischia di compromettere l’influenza degli Stati Uniti nella regione nel lungo periodo. Un’America Latina stabile e prospera è nell’interesse degli Stati Uniti, così come lo è mantenere le catene di approvvigionamento chiave vicine al proprio territorio, in particolare per quanto riguarda i minerali critici e le tecnologie avanzate. A tal fine, Washington dovrebbe incoraggiare i governi della regione, le banche multilaterali di sviluppo e il settore privato a costruire catene di approvvigionamento resilienti in tutta l’America Latina e nei Caraibi. Insieme, possono fornire ai paesi latinoamericani i finanziamenti e il sostegno nella risposta alle catastrofi di cui la regione ha bisogno per uscire più forte da queste crisi.
Nonostante le sfide che devono affrontare, i governi della regione hanno l’opportunità di contribuire a soddisfare alcune delle esigenze più urgenti del mondo e di promuovere una crescita condivisa. Se falliranno, apriranno la porta a populisti economici sempre più estremisti che non faranno altro che aggravare i problemi della regione. E se gli Stati Uniti e l’Europa non riusciranno a sostenere l’integrazione economica, la Cina rafforzerà i propri legami in tutto l’emisfero promettendo risultati rapidi e visibili ai governi di ogni orientamento ideologico — sostenendoli nel breve termine ma aggravando le loro difficoltà nel lungo periodo. I risultati rapidi non risolveranno i difetti strutturali che frenano la crescita.
*Senior Fellow presso il Center for American Progress. Ha ricoperto il ruolo di assistente speciale del presidente e direttore senior per gli affari dell’emisfero occidentale presso il Consiglio di sicurezza nazionale del presidente Barack Obama.
**Funzionario in pensione del Servizio estero degli Stati Uniti. Ha prestato servizio presso il Consiglio di sicurezza nazionale come consigliere del presidente Barack Obama per le Americhe dal 2012 al 2015 e ha partecipato all’apertura diplomatica di Obama verso Cuba.
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La Russia intensifica i suoi attacchi indiscriminati in Ucraina in risposta alla corsa agli armamenti europea
Di Juan Antonio Sanz* – Público.es
Mosca accusa Bruxelles di aver superato una linea rossa con l’invio a Kiev di armi sempre più potenti, mentre l’Europa sostiene che sia la Russia a tormentarla con una guerra ibrida.
Mercoledì la Russia ha sferrato il più grande attacco multiplo con droni e missili contro il sistema energetico ucraino dallo scorso inverno. A Kiev, gli obiettivi principali sono stati impianti elettrici e centri dati, ma non sono stati esclusi i quartieri residenziali, così come nelle altre dieci regioni ucraine attaccate nelle prime ore di questa mattina. È stata la più grande risposta di Mosca all’offensiva aerea ucraina che da settimane colpisce gli impianti dell’industria del gas e del petrolio russa con centinaia di droni e missili a lungo raggio forniti da un Occidente sempre più coinvolto nel conflitto.
La guerra in Ucraina si sta trasformando in una corsa alla distruzione dei nodi energetici del nemico – fabbriche, centrali elettriche, raffinerie, depositi di carburante – vitali per la sopravvivenza della sua popolazione e per il proseguimento del conflitto. L’intensificarsi dei bombardamenti russi contro obiettivi civili evidenzia il nervosismo di Mosca di fronte al successo che il sostegno bellico di Bruxelles a Kiev ha avuto nel bloccare il fronte orientale dell’Ucraina e, al contempo, nel minacciare con armamenti di ultima generazione (come i missili balistici a lungo raggio Storm Shadow, donati dal Regno Unito e dalla Francia) punti chiave della rete energetica nel cuore della Federazione Russa.
Secondo un’analisi della BBC, Kiev sta subendo in questo momento più allarmi giornalieri per bombardamenti aerei con droni e missili che in qualsiasi altro momento dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Nei primi dieci giorni di luglio sono morti nella capitale ucraina quasi 60 civili in attacchi su larga scala che si sono ripetuti in agosto e in settembre.
Queste ondate di attacchi russi vengono presentate in Europa come l’argomento migliore per moltiplicare il sostegno logistico e bellico all’Ucraina. Dei 90.000 milioni di euro approvati da Bruxelles per aiutare questo Paese in guerra, 60.000 milioni saranno destinati agli aiuti militari. Parte di questi hanno già raggiunto l’esercito ucraino e la loro efficacia si nota sul campo di battaglia.
Martedì, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, uno dei paladini della rusofobia più accanita che abbonda nei governi europei, ha promesso sostegno europeo all’Ucraina per «molto tempo» e ha previsto che la Russia non solo non vincerà la guerra, ma pagherà un prezzo elevato in termini economici. Ancora una volta, ha fatto leva sulla paura per sollecitare un maggiore impegno bellico a favore di Kiev: «L’Ucraina fa parte dell’Europa e se l’Ucraina cade, la pace e la libertà di tutta l’Europa saranno in pericolo».
In altre parole, la Russia, che in quasi cinque anni di guerra non è riuscita a impadronirsi di un quinto della regione di Donetsk, nel Donbas, se vincesse la guerra potrebbe arrivare con i suoi carri armati fino a Berlino, secondo l’isteria anti-russa promossa da Merz.
La guerra ibrida come pretesto
Il governo tedesco è stato uno dei più attivi in Europa negli ultimi mesi nell’accusare la Russia di sferrare attacchi ibridi, come è avvenuto con il drone con esplosivi sulla pista dell’aeroporto di Lipsia, attribuito ai russi, che ha portato i tedeschi a strapparsi le vesti e a sferrare ritorsioni diplomatiche contro Mosca.
Tra questi presunti attacchi ibridi ce n’è stato di tutti i tipi, sempre con lo stesso obiettivo di alimentare la paura della Russia: droni che entrano nello spazio aereo della NATO e vengono classificati come russi sebbene potrebbero appartenere a qualsiasi parte in conflitto; il presunto sabotaggio di una fabbrica di armi in Estonia; quel drone con esplosivo all’aeroporto tedesco (che non è esploso e sulla cui origine ci sono molti dubbi); le sporadiche violazioni dello spazio aereo europeo da parte di caccia russi (non si fa menzione di quelle compiute da aerei della NATO ai confini russi) o la guerra cibernetica e le campagne di disinformazione condotte da hacker con base in Russia.
Tali attacchi informatici e la propaganda che li accompagna non avevano mai rappresentato prima una minaccia esistenziale né per gli europei né per i russi, come sembra accadere ora. Durante la Guerra Fredda, il confronto tra l’Occidente e l’Unione Sovietica in materia di intelligence era molto più intenso di quanto non lo sia attualmente, e a nessuno sarebbe venuto in mente di affermare che vi fosse un rischio imminente di invasione da parte di nessuna delle due parti.
Lavrov: l’Europa sta già conducendo una guerra contro la Russia
La campagna anti-russa dell’Unione Europea (UE) e del Regno Unito, che attribuisce a Mosca una guerra ibrida come preludio a un’invasione o ad attacchi contro i paesi della NATO, giustifica per Bruxelles e Londra la fornitura di armi all’Ucraina. Allo stesso tempo, la guerra in Ucraina e la demonizzazione della Russia sono diventate il motore della corsa agli armamenti in Europa, anche a rischio di portare la contesa con Mosca su terreni molto pericolosi.
Lo ha sottolineato martedì scorso il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Quando gli è stato chiesto di questa presunta guerra ibrida, Lavrov ha ricordato che sono proprio l’UE e il Regno Unito a fornire droni e missili agli ucraini per attaccare le forze russe e lo stesso territorio russo. «Si tratta di una guerra che l’Europa sta conducendo contro di noi», ha affermato.
Ancora più duro è stato il vicedirettore del Consiglio di Sicurezza russo ed ex presidente del Paese, Dmitrij Medvedev, secondo il quale gli attuali leader europei sono dei «rusofobi miopi» che stanno trascinando i loro Paesi in una guerra contro la Russia, come ha spiegato secondo quanto riportato dall’agenzia EFE. Il Cremlino nega che vi siano preparativi per affrontare uno scontro con l’Occidente, ma al contempo entra nel gioco dei propagandisti europei e ammette, come ha fatto Medvedev, che «le possibilità che il mondo venga trascinato in un nuovo conflitto sono le più elevate dal 1945», quando finì la Seconda guerra mondiale.
L’agitazione è evidente da entrambe le parti, europei e russi, e il tempo gioca a loro sfavore. Gli europei vogliono assicurarsi almeno un minimo di sostegno popolare alla corsa agli armamenti in cui sono immersi, mentre i russi vedono che quella che quattro anni e mezzo fa prevedevano come una rapida campagna in Ucraina si è trasformata in una guerra di posizione e di logoramento umano ed economico, senza grandi battaglie e con vittorie minime.
Alla Russia sta finendo il tempo, perché le armi e i fondi europei che impediscono il collasso dello Stato ucraino stanno dando una svolta verso un tipo di guerra che l’anno scorso sembrava dominata da Mosca. Ora la malconcia economia di guerra russa fatica a mantenere l’esercito e a non cedere posizioni sul fronte del Donbas, dove nel 2025 l’avanzata era lenta, ma costante.
In questi giorni, l’Ucraina diffonde ovunque il successo dell’operazione «Vivaldi», che le ha permesso di recuperare quasi 180 chilometri quadrati nella regione di Donetsk, una bagatella dal punto di vista territoriale. L’unica realtà di questa vittoria è che ha impedito ai russi di circondare le linee ucraine e di sferrare il colpo definitivo per raggiungere le città-roccaforte di Kramatorsk e Sloviansk, e completare la conquista di Donetsk, una delle condizioni imposte da Mosca per sedersi al tavolo dei negoziati di pace.
L’emorragia di carburante in Russia
Che queste città cadano nelle mani dei russi potrebbe essere solo una questione di tempo, con le truppe del Cremlino a dieci chilometri da Sloviansk. Per questo la pressione europea cresce con l’invio di armi a Kiev. Più carburante perderà la Russia, bruciato dai droni ucraini, più complicato sarà per le truppe del Cremlino spostarsi via terra.
Questo mercoledì, ad esempio, il governo russo ha deciso di mantenere il divieto di esportazione di diesel e altri tipi di gasolio almeno per un altro mese. La carenza di questo carburante all’interno della Russia è evidente ed è aumentata a causa dei riusciti e sempre più numerosi attacchi ucraini alle raffinerie e ai depositi di idrocarburi.
In Russia è vietato esportare carburante fino al 31 gennaio 2027. In questo provvedimento erano previste delle eccezioni che riguardavano i produttori di gasolio, con una limitazione valida fino a questo mercoledì. Ora il divieto viene esteso, al fine di evitare una carenza di carburante per i macchinari agricoli nel pieno del raccolto, ma vi sono dubbi sul fatto che tale sospensione venga revocata presto. L’inizio della guerra in Ucraina, nel febbraio 2022, ha rappresentato un duro colpo per l’esportazione di gasolio e ora gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno portato a un crollo senza precedenti della produzione di questo combustibile, di cui la Russia era uno dei maggiori esportatori a livello internazionale. Il primo mercato colpito è stato quello interno russo, dove le code alle stazioni di servizio evidenziano tale carenza.
I droni ucraini arrivano sempre più lontano e ora tali bombardamenti contro gli impianti di carburante sono rafforzati dai missili balistici britannici e francesi a lungo raggio che abbondano negli arsenali di Kiev. Tali successi sono motivo di vanto per coloro che a Bruxelles li considerano vittorie europee e, di conseguenza, sostengono la necessità di eserciti più forti, anche se armati dagli Stati Uniti.
L’Ucraina come pretesto per blindare l’Europa
Questa settimana, il Consiglio dell’UE ha approvato i primi cinque progetti europei di difesa di interesse comune (EDPCI), che promuovono la cooperazione intraeuropea per sviluppare iniziative militari su larga scala. Tra le armi di punta previste da questi piani figurano i droni e i sistemi antidrone. E in ambito difensivo, le batterie antimissili, proprio quelle di cui sono carenti sia l’Ucraina che gli stessi europei. Questi ultimi stanno imparando molto dalla loro partecipazione indiretta alla guerra in Ucraina, pur sapendo che con tale sostegno hanno fatto arrabbiare, e molto, i russi.
A Bruxelles si è consapevoli del fatto che i 27 non sono in grado, da soli, di sostenere operazioni militari ad alta intensità in questo momento, e che la difesa collettiva un tempo garantita dalla NATO è messa in quarantena dall’incertezza con cui il presidente statunitense, Donald Trump, ha minato questo blocco militare occidentale.
Per questo motivo, i paesi europei ritengono che sia necessario investire massicciamente nella difesa, a qualsiasi costo, per colmare le «grandi lacune» presenti in questo settore, come riconosce Bruxelles. Tra il 2020 e il 2025, la spesa per la difesa dei paesi dell’UE è aumentata dell’80%, con l’incremento percentuale maggiore registrato a partire dall’invasione dell’Ucraina, in particolare negli ultimi due anni, quando la corsa agli armamenti europea ha subito un’accelerazione. Così, i bilanci annuali collettivi sono passati da 262 miliardi di euro nel 2022 a 418 miliardi nel 2025, con 453 miliardi previsti per l’anno in corso. Parallelmente, tutti i membri hanno raggiunto e superato l’obiettivo del 2% del PIL destinato alla difesa.
Secondo uno studio di Investigate Europe a cui partecipa Público, i membri europei della NATO prevedono di spendere 1,2 trilioni di euro in armi e equipaggiamenti tra il 2025 e il 2030, ovvero l’equivalente di sei anni del bilancio totale dell’UE
La guerra in Iran, dove gli Stati Uniti hanno impiegato ingenti quantità di missili e munizioni di artiglieria, ha lasciato anche gli arsenali europei privi delle scorte di quel tipo di armamenti che acquistavano da aziende statunitensi. Per questo motivo, la scommessa è quella di produrre in Europa materiale militare sfruttando lo slancio della guerra in Ucraina, come campo di prova, e la cooperazione con Kiev.
Nonostante il conflitto, l’Ucraina è attualmente, ad eccezione della Russia, il paese più militarizzato e con il maggior numero di armi di tutta Europa. La Germania è sulla buona strada per superarla. Per il momento i tedeschi puntano a fare dell’Ucraina la loro punta di diamante, con la Russia come bersaglio. È curioso che nessuno in Europa (e men che meno a Berlino) sembri ricordare che quella superpotenza possiede il più grande arsenale nucleare del pianeta.
*Analista specializzato in questioni internazionali.
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