Una foto, una pagina di vita. Raccontiamo… (7)


ape-innovativaSu proposta del nostro amico Peppino Ledda pubblichiamo una serie di raccontini sulla Cagliari del passato: vita vissuta di protagonisti – ultrasessantenni al momento della scrittura (2010) e oggi ancor più avanti negli anni, alcuni non più tra noi – sul filo della memoria. Lo facciamo per la gradevolezza delle narrazioni nella convinzione che, come diceva uno splendido adagio “Il futuro ha un cuore antico”. Ecco mentre siamo impegnati a dare prospettive alla nostra città per il presente e per il futuro, crediamo utile oltre che bello, ricordarne il passato, fatto di luoghi ma soprattutto di persone che lo hanno vissuto. I racconti sono contenuti in una pubblicazione . Oggi il settimo raccontino, dopo l’esordio del 17 settembre, il secondo del 18, il terzo del 19, il quarto del 20, il quinto del 21, il sesto del 23.
Massimo Murgia
Maria Vittoria Desogus
Racconto di Maria Vittoria, basato sulla vita giovanile del marito

Cagliari-1943 bombardataSono cagliaritano anche se nato ad Addis Abeba nel lontano 1938, ai tempi dell’Impero e del colonialismo.
La storia vissuta dai miei genitori mi ha coinvolto in avvenimenti più grandi di me di cui conservo ancora nitidi ricordi.
Le foto che ancora conservo mostrano soltanto le gravi ferite che la guerra ha inflitto alla città, non la grande sofferenza vissuta, e risalgono al 1947, mio padre era appena rientrato da sei lunghi anni di prigionia di guerra in India, nel territorio di Madhya nell’altopiano di Deccam caratterizzato da un clima tropicale monsonico caldissimo d’estate e freddissimo d’inverno. – segue
La lunga lontananza da casa, il clima, una alimentazione povera e limitata, le tante umiliazioni subite lo avevano fiaccato nel corpo sì da condurlo nel giro di 10 anni alla morte.
Una vita movimentata, laureato in giurisprudenza, inizialmente intraprende la professione forense che poi abbandona senza un apparente motivo e nel 1935, col grado di sottotenente di complemento, parte volontario per L’Africa Orientale dove fu decorato al valor militare con medaglia di bronzo; nel 1936, con la conquista dell’Etiopia, ebbe inizio l’impero italiano.
A guerra finita, mio padre non rientrò in Italia perché venne assunto come funzionario all’INAIL di Addis Abeba, allora INFAIL, quindi, quasi contemporaneamente, si sposò per procura con mia madre che immediatamente lo raggiunse in Africa.
Addis Abeba sorge a circa 2350 metri di altitudine, presenta un clima gradevole durante il giorno con sensibili escursioni termiche la notte, la vita trascorreva serenamente nel clima tipico del colonialismo da cui affioravano benessere e razzismo, espressioni proprie di quel tempo.
Mia Madre ed Anna, la ragazza italiana che aiutava in casa, mi coccolavano e mi viziavano ed io vivevo felice con loro, in quella comoda casa e nel suo giardino così ricco di piante e di animali vari cavalli, dikdik, scimmie, tartarughe, camaleonti ed uccelli di vario tipo; il camaleonte soprattutto mi stupiva per la sua rapidissima capacità di mutare il colore o di acchiappare una mosca al volo con la sua lunga lingua. Ero veramente felice.
Tutto a un tratto un avvenimento terribile venne ad incidere fortemente sulla vita della mia famiglia e sulla mia: la guerra; mio padre si arruolò volontario e venne incaricato, assieme ad un altro ufficiale, di far saltare la polveriera di Addis Abeba perché non cadesse in mano agli inglesi che stavano per occupare la città.
Nell’esplosione, la pietra dell’anello di laurea di mio padre, un topazio, andò perduta.
Ritrovata successivarnente dagli inglesi permise, attraverso i loro servizi segreti, di risalire a mio padre che fu subito inserito nella lista dei ricercati speciali e su di lui venne posta anche una taglia pari a 10.000 talleri (moneta corrente in Etiopia).
A questo punto ha inizio una vera odissea, mio padre ricercato da ogni parte, anche con annunzi alla radio, la casa controllata a vista con continue ed improvvise perquisizioni, anche notturne; contavano la biancheria di mio padre infilzandola con la baionetta una vera vita di inferno caratterizzata dalla paura e dalla sofferenza per la violenza dei soldati inglesi, quasi tutti sudafricani mal disposti verso i bianchi.
Mio padre preoccupato per la nostra sorte e deciso a far cessare quella situazione, nel settembre del 1941 si consegna spontaneamente agli inglesi, subito condotto in un campo di concentramento provvisorio dove, rifiutandosi di collaborare, viene sottoposto ad una detenzione dura e violenta, custodito per diversi giorni in un pozzo nero; durante una nostra visita, nel salutare mio padre si chinò a baciarmi e subito il soldato sudafricano lo colpì al capo col calcio del fucile facendolo svenire, noi fummo subito allontanati e quella fu l’ultima volta che vidi mio padre. Subito venne mandato a Mandera (Kenya), uno dei poli del caldo, in un campo di smistamento prigionieri, e di la, dopo 40 giorni circa, fu mandato in India ed assegnato al campo 25 (fascisti), dove restò fino al dicembre 1946 per far rientro in Sardegna nel gennaio 1947.
Nel 1942, abbandonato ogni avere, anche e soprattutto a causa della crescente ostilità manifestata dagli indigeni verso gli italiani, gli attentati e gli omicidi erano all’ordine del giorno, fummo costretti a scappare.
Mia Madre noleggiò un camion di proprietà di un autista italiano e partimmo tutti e tre verso Asmara dove vivevano un fratello di mia madre ed un fratello ed una sorelladi mio padre con le loro famiglie. Il viaggio diventò subito pericolosissimo in quanto costretti ad attraversare luoghi dove imperversavano violenti e continui combattimenti ed anche per le incursioni dei ribelli etiopi, gli “sciftà”, particolarmente rinomati per la loro feroce crudeltà.
Anche il nostro autista col suo carattere violento e minaccioso contribuì moltissimo a trasformare il viaggio in un inferno e dopo che, durante una sosta per la notte, cercò di fuggire abbandonandoci, mia madre cominciò a dormire pochissimo per controllarne le mosse, aggravando così fortemente le sue già precarie condizioni di vita.
Dopo un terribile viaggio di 15 giorni giungemmo in Eritrea, ad Asmara; fummo alloggiati presso la locale sede dell’INAIL, un ampio sottoscala trasformato in appartamentino con l’ausilio di pareti mobili in legno, sembrava di vivere un sogno, niente più combattimenti, niente più perquisizioni, il clima mite e gradevole e le coccole affettuose dei parenti consentirono la ripresa di una vita tranquilla e serena nonostante la pesante precarietà che ci accompagnava dall’ inizio del conflitto e che mai ci avrebbe abbandonato.
Il nostro sogno, purtroppo, fu di breve durata, dopo un anno circa le autorità inglesi che occupavano la città di Asmara, considerando ingiustificata la nostra presenza, decisero il nostro rimpatrio e subito ci trasferirono in un campo di prigionia presso il Forte Baldiserra; ecco ricominciare difficoltà non in differenti, reticolati, camerate vastissime e quanto mai affollate, e male odoranti, cibo scarso e cattivo eb nuovamente i soldati armati e minacciosi.
Dopo circa 20 gg. fummo trasferiti a Massaua, uno dei poli del caldo, situazione analoga a quella del Forte aggravata da un caldo feroce e da limitatissime possibilità di lavarsi e rinfrescarsi e sempre più affamati ed indeboliti.
Il desiderio delle buone pietanze che mia madre ed Anna mi preparavano nei tempi felici mi assaliva frequentemente, mentre ora ero costretto a trangugiare brodaglie scure ed insapori, chiamate pomposamente “minestre”; unica consolazione l’affetto e le attenzioni delle persone care che condividevano con me quella avventura.
Dopo tre lunghi mesi trascorsi nel campo di concentramento, finalmente fummo imbarcati sul transatlantico Duilio trasformato in nave ospedale per il rimpatrio dei feriti e dei profughi civili. Poiché il Canale di Suez era stato bloccato a scopo militare con l’affondamento di un relitto proprio al centro del percorso navigabile, la nostra nave, per tornare in
Italia fu costretta al periplo dell’Africa ed utilizzare lo stretto di Gibilterra. Un viaggio lunghissimo, 45 gg. di navigazione, faticoso continuamente esposti agli attacchi dei sommergibili spesso poco rispettosi degli accordi di Ginevra, attraverso il Mar Rosso, l’Oceano Indiano, l’Atlantico ed il Mediterraneo.
Un viaggio caratterizzato dal maltempo ed il mal di mare provava terribilmente la maggior parte dei passeggeri, mia madre ed Anna erano degli stracci affidati alle mani pietose del personale medico di bordo che comunque poteva fare ben poco vista la situazione del momento; io non soffrivo il mal di mare e per la prima voltami sono ribellato, avevo fame, il fatto che i miei stessero male non giustificava minimamenteche anch’io dovessi saltare i pasti che pur non esendo abbondantissimi, tuttavia, per me, erano assolutamente indispensabili; quindi, affidato finalmentead una signora nostra compagna di cabina potei fruire regolarmente dei pasti di bordo.
Decisamente migliori del paninetto di riso e sardine sottosale riservato a coloro che non potevano consumare i pasti nella sala ristorante; i panini di riso, caratteristici nella loro dimensione mignon, nel loro candore e l’impressionante capacità di indurirsi e le mele rosse che venivano distribuite rappresentano ancora oggi un ricordo così vivo che tantissimi anni dopo, nel 1993, quando a Brno, Repubblica Ceca, una notte mi servirono una bianchissima pasta di riso molti ricordi affiorarono alla mia mente, provai una gradevole sensazione di serenità e pace, scoprii che il passato nonostante le difficoltá vissute non mi aveva scandalizzato e che ogni avvenimento aveva il suo aspetto positivo e simpatico e quanto mai importante per la mia crescita personale.
Finalmente Gibilterra, finalmente salvi, pura utopia! I veri guai stavano per cominciare, improvvisamente le cannoniere inglesi affiancano la nostra nave, impongono l’alt e quindi comunicano che se nel giro di un’ora i soldati italiani saliti a bordo clandestinamente nell’intento di evitare la prigionia non si fossero consegnati, avrebbero aperto il fuoco ed affondato la nave.
A bordo si creò una situazione molto confusa, tutti indossammo i salvagente e fummo invitati a prendere posto lungo i ponti di passeggiata pronti ad abbandonare la nave; quasi allo scadere dell’ultimatum i 5 ufficiali italiani si consegnarono, accompagnati da un lungo applauso di saluto e di gratitudine.
Con l’aiuto di Dio finalmente giungemmo a Civitavecchia accolti dalla Croce Rossa che provvide a rifocillarci, a curare i malati ed a sostenere le persone anziane; qui una nuova e bellissima scoperta il “Cappuccino” ricco di schiuma che lasciava grossi baffi con un gusto eccezionale ma anche tutto condito da violenti bombardamenti che provocavano ancora paura nonostante avessimo acquisito una certa abitudine a convivere con i pericoli.
Alcuni giorni dopo venimmo imbarcati per la Sardegna diretti ad Olbia e di lì, in treno, dopo un lunghissimo viaggio notturno, rischiarato a stento da lampade blu, onde evitare possibili avvistamenti da parte degli aerei nemici, ed inverosimilmente affollato e male odorante, giungemmo a Cagliari.
I bombardamenti si susseguivano a ritmo frenetico, tutta la giornata era scandita dalle sirene di allarme e di cessato allarme, una corsa continua ai rifugi sempre bui, poco arieggiati e saturi di fumo provocato dalle candele che molti si ostinavano ad accendere.
Cagliari giorno dopo giorno crollava sotto le bombe, la vita diventava sempre più difficile e molto pericolosa; una notte ebbi un’altra grande ribellione sempre legata al cibo; per ben tre volte tentai di nutrirmi con una tazza di caffellatte, per altrettante volte dovetti desistere per l’allarme, i bombardamenti si susseguivano ad ondate, ad intervalli irregolari, al terzo tentativo mi rifiutai di uscire di casa prima di poter finalmente cenare, esponendo così, per un capriccio, mia madre e mia nonna a grossi pericoli, intorno alla nostra abitazione, infatti, numerosi palazzi erano già crollati al suolo a causa delle bombe, lasciando spazio a cumuli di macerie, morti, pianti e tanta sofferenza. La vita diventava sempre più insopportabile, pian piano i cagliaritani abbandonavano la città cercando rifugio nei paesi e nelle campagne.
Eravamo a febbraio del 1943, faceva freddo, quando verso le 9 del mattino ci avviammo a piedi alla stazione ferroviaria di Cagliari, le Reali; un lunghissimo treno già molto affollato, attendeva sui binari mentre una grande folla si accalcava a ridosso della biglietteria dove l’esasperante lentezza degli operatori collaborava fortemente a far crescere la protesta e l’agitazione.
Improvvisamente l’ennesimo allarme, subito nella sala della biglietteria si scatena il panico, mia madre mi prende per mano, si avvicina ad uno dei varchi di accesso al treno, da uno spintone all’addetto e quindi, incurante dei richiami corre verso il treno ormai in partenza; saliti in estremis sull’ultimo vagone, voltandoci vedemmo la stazione crollare rovinosamente a causa delle bombe, seppellendo ed uccidendo o ferendo gravemente, quanti si trovavano nella biglietteria, vittime di una ottusa ed assurda burocrazia.
Il treno si allontanava con il suo carico di umanità sofferente, in un attimo la stazione non c’era più; sul treno la gente gridava, piangeva o pregava stringendosi ai vicini, Cagliari moriva pian piano, con i suoi abitanti e con i suoi figli più cari.
Noi scendemmo a Villasor un centro agricolo a circa 30 km. da Cagliari dove ci aveva preceduti una sorella di mia madre, ma ben presto si dimostrò una scelta errata, l’attiguo campo di aviazione, infatti, divenne l’attrazione principale dell’aviazione nemica e le incursioni aeree si succedevano quasi continuamente come a Cagliari ed i rifugi improvvisati continuavano ad essere la nostra meta abituale.
Da Villasor ci trasferimmo a Gergei, altro piccolo centro delta Sardegna; qui le incursioni aeree erano molto sporadiche, il problema più serio era rappresentato dalla difficoltà di procurarsi il cibo, il pane, farina e zucchero erano tesserati e molto spesso non se ne trovava in quanto accaparrato più o meno lecitamente da persone che esercitavano il commercio clandestino dei beni a prezzi altissimi.

Passeggiata in via Garibaldi nel 1947

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