Risultato della ricerca: Cagliari capitale della cultura
Cagliari Capitale – Riapriamo il dibattito sul ruolo di Cagliari in Sardegna.
Un prestigioso contributo 
[Ri]pubblichiamo un importante quanto prestigioso articolo di Francesco Cocco [Guspini 1936 - Cagliari 2017], illustre intellettuale e politico della sinistra, che in passato nella regione e nella nostra città ha ricoperto importanti ruoli istituzionali. Soprattutto è un nostro amico.
L’oscurità della guerra, la speranza della pace. Come superare la crisi delle Nazioni Unite. L’Europa: una nuova Camaldoli per rifondarla

Da Dossier Caritas 2025. L’oscurità della guerra, la speranza della pace. Come superare la crisi delle Nazioni Unite. L’Europa: una nuova Camaldoli per rifondarla
di Franco Meloni
In diverse occasioni Papa Francesco con la sua straordinaria capacità di leggere “i segni dei tempi” ci ha fatto riflettere sul tempo che stiamo vivendo nel quale «i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza». [Nota 1]
I cambiamenti si presentano come un coacervo di evenienze di valenza positiva e negativa, a seconda degli utilizzi che se ne fa e, evidentemente, del punto di vista degli osservatori. Così l’Intelligenza artificiale, novità dei nostri tempi, può essere utilizzata per fare del bene: es. combattere il cancro (qui dovremo essere universalmente d’accordo) o come strumento per fare del male, es. la sua introduzione nelle micidiali armi da guerra (qui troviamo molti fautori, a partire dai costruttori/commercianti di armi che le vendono a governi e trafficanti, lucrando profitti astronomici, nonostante questi sofisticatissimi ingegni, come i droni dotati di armamenti, seminino morte e distruzione negli scenari di guerra) [Nota 2].
La Democrazia in crisi
Un altro esempio di cambiamento in atto, a mio parere estremamente negativo, su cui ci soffermiamo, essendo una questione che ci sta a cuore, la democrazia: un sistema di gestione della cosa pubblica, nella modernità giudicata come l’optimum, risultando vincente nel confronto con i sistemi del socialismo reale, in termini di sviluppo economico, partecipazione dei cittadini al potere pubblico, esercizio delle libertà. Ricordiamo la famosa frase di Winston Churchill: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora» [Nota 3]. Fino ai nostri giorni si trattava solo di andare avanti. L’Occidente in tempi diversi, soprattutto dopo il secondo dopoguerra, ha impostato i sistemi istituzionali dei singoli Stati che ne fanno parte sulla base di questa convinzione dotandosi di Costituzioni democratiche. A livello planetario è stato costituito l’ONU (1945) e nel tempo i vari organismi collaterali [Nota 4]; è stata varata la ”Dichiarazione universale dei diritti umani” (1948) [Nota 5 ] e tanti altri Documenti, Carte e Convenzioni (tra queste ultime ricordiamo le COP sull’ambiente) [Nota 6] Non possiamo inoltre tralasciare l’Unione Europea, giustamente considerata “un esperimento unico al mondo e nella storia. Nata come progetto di pace con l’obiettivo di costruire uno spazio comune di riconciliazione, cooperazione e sviluppo tra i popoli del continente dopo secoli di conflitti e la tragedia delle due guerre mondiali” [Nota 7]. Queste e altre iniziative di democrazia e ricerca della pace e del benessere universali si sono sviluppate nel tempo in un crescendo, irto di difficoltà, che tuttavia mirava a sempre migliori traguardi per l’umanità intera. E così era generalmente percepito.
Certo il mondo continuava ad essere diviso in due blocchi (semplificando): da una parte l’Occidente, dall’altra l’Oriente, con l’Impero sovietico comunista, con alcune varianti dello stesso segno, come la Cina e, in altre dimensioni, la Jugoslavia e diversi paesi del cd terzo mondo. Lo spartiacque, lo ribadiamo, era il sistema economico sociale e la concezione delle libertà individuali e collettive. Tutto si teneva in equilibrio, definito del “terrore” o della “guerra fredda”, basato principalmente sulla deterrenza nucleare. Scriveva Giovanni XXIII nella sua memorabile ultima enciclica “Pacem in terris” (1963) [Nota 8]: “Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. (…) E che “quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”.
Da qui la previsione di un successo delle politiche di Disarmo, soprattutto della auspicata “non proliferazione nucleare”, con la diminuzione dei relativi arsenali. Impegni che vanno disattendendosi! [8 bis].
Il disfacimento dell’Unione Sovietica, con il forte impatto simbolico della caduta del muro di Berlino (1989), faceva ben sperare che alla dissoluzione dei blocchi seguisse un’accelerazione del cammino dell’Umanità verso una società “fondata sul dialogo tra gli Stati e su una diplomazia multilaterale, in un contesto sempre più globale. Superare le diseguaglianze, sradicare la povertà, creare le basi di un nuovo diritto internazionale e aiutare l’umanità a intraprendere un cammino di pace e benessere apparivano obiettivi raggiungibili.” [9]
Purtroppo non è andata così, la storia si è rivelata ben più complessa.
“Dopo la fine della Guerra Fredda, le Nazioni Unite hanno cercato di promuovere processi capaci di umanizzare la globalizzazione, mettendo al centro i diritti e la dignità della persona. Tuttavia, l’assenza di garanzie efficaci nel loro assetto istituzionale ha reso questi intenti, di fatto, semplici petizioni di principio. Le diseguaglianze non si sono ridotte; anzi, sono aumentate. Il dominio del capitale è diventato asfissiante, la politica si è piegata all’economia, mentre il ritorno di nazionalismi e fondamentalismi religiosi ha spaccato il mondo, alimentato circa 60 conflitti armati e prodotto guerre e massacri spaventosi. Il diritto internazionale è stato messo in discussione, i tribunali internazionali delegittimati, e anche negli Stati occidentali lo Stato di diritto e la democrazia sono oggi erosi dalla crescente affermazione delle autocrazie — a cominciare proprio dagli Stati Uniti” [10].
Sembra paradossale ma i principali sistemi di governo dei singoli Stati sembrano tendere a uniformandosi verso un modello autocratico in cui un singolo individuo detiene un potere assoluto e incontrastabile, senza condividerlo con altri organi o classi dirigenti diversi dal suo clan. Il “sovrano autocrate”, che oggi si chiama presidente, sia che venga nominato dall’Assemblea del popolo o sia eletto attraverso elezioni più o meno libere, comunque fortemente condizionate dagli strumenti persuasivi dei media in mano ai più ricchi, si sente investito da una sorta di diritto divino e può (o comunque tende a) esercitare un potere illimitato e privo di vincoli. Nell’“Occidente dei diritti scanditi dalle Costituzioni democratiche” il percorso, per nostra fortuna, è “accidentato”, complicato com’è dai principi democratici: la separazione e l’equilibrio dei poteri, l’autonomia delle magistrature, il sistema dei controlli… e ultimo ma non certo per importanza, il voto popolare, sempre più svalutato dall’astensionismo. Insomma la democrazia è in crisi in tutto il mondo in cui era sistema di governo indiscusso. L’Italia è investita in pieno da questo fenomeno involutivo, nel momento in cui si tende a ridimensionare la Costituzione o, nella prassi, non applicarla. Ce ne siamo accorti (perfino!) noi cattolici, purtroppo negli ultimi decenni troppo disattenti alla partecipazione politica. Assistiamo oggi a un sussulto di consapevolezza. Ne è prova la tematica della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia (Trieste, dal 3 al 7 luglio 2024), evento, significativamente intitolato “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”, che ha riunito circa 1200 delegati da tutta Italia per confrontarsi su temi come la partecipazione civica, il welfare e la sanità, e che ha visto la partecipazione di esperti e autorità tra cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente dei Vescovi italiani Matteo Zuppi, il nostro Arcivescovo nonché segretario generale della CEI, Giuseppe Baturi, Papa Francesco [11]. Mi scuseranno gli illustri intervenuti se cito solo il discorso del Papa, che nella sua sinteticità trovo esemplare. Gli esiti sono stati buoni e cominciano a dare frutti (la documentazione è disponibile in rete e su pubblicazioni), [Nota 12]
Vale la pena riportare i punti salienti, in una stringata sintesi.
“1. La Democrazia Malata e la Cultura dello Scarto:
Ricordando la definizione di democrazia del fondatore delle Settimane sociali il Beato Giuseppe Toniolo, (che deve rifluire a prevalente vantaggio delle classi inferiori), il Papa ha affermato che la democrazia “non gode di buona salute” nel mondo di oggi, pur riconoscendo il contributo determinante dei cattolici alla sua maturazione in Italia.
Ha usato l’immagine del “cuore ferito” per descrivere la crisi democratica, sottolineando che ogni forma di esclusione sociale (la “cultura dello scarto” verso poveri, fragili, malati, ecc.) è un danno per l’intero corpo sociale.
Ha richiamato la necessità che la democrazia crei le condizioni affinché tutti possano esprimersi e partecipare, e ha espresso preoccupazione per il basso numero di votanti.
Ha messo in guardia dalle ideologie e dal populismo, che sono “seduttrici”, e ha ribadito l’importanza dei principi di solidarietà e sussidiarietà e della necessità di passare dal “parteggiare” al “partecipare“.
Ha definito l’indifferenza come un “cancro della democrazia” e le forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone come “ipocrisia sociale“.
2. Partecipare per un Cuore Risanato:
Il Papa ha incoraggiato a “risanare i cuori” della vita sociale attraverso l’esercizio della creatività (il “cuore risanato”).
Ha citato esempi concreti di partecipazione e cura del bene comune (comunità energetiche rinnovabili, integrazione di migranti, iniziative per la natalità e il lavoro). Ha affermato che “Il cuore della politica è fare partecipe” e che la fraternità è ciò che fa fiorire i rapporti sociali.
Ha sottolineato l’importanza di pensarsi come “popolo” e non come clan, distinguendo nettamente il concetto di popolo dal populismo. Una democrazia sana deve coltivare sogni per il futuro.
3. L’Impegno dei Cattolici e il “Tempo è Superiore allo Spazio”:
Ha esortato i cattolici a non accontentarsi di una fede marginale, ma ad avere il coraggio di formulare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Questo è “l’amore politico”, che affronta le cause e non solo gli effetti, uscendo dalle polarizzazioni.
Ha esortato a riprendere la passione civile e a “organizzare la speranza” e la pace dal basso.
Ha concluso invitando a ricordare che “il tempo è superiore allo spazio”: il lavoro politico saggio consiste nell’avviare processi (come un genitore accompagna un figlio), non nell’occupare spazi.
Il ruolo della Chiesa è coinvolgere nella speranza, per essere “profeti e costruttori del futuro” e non solo “amministratori del presente“.
Le esortazioni di Papa Francesco sono evidenti: salvate la Democrazia fondamentalmente attraverso la partecipazione del popolo “Il cuore della politica è fare partecipe“.
Riprendiamo più avanti questo ultimo concetto, così come lo rilancia nell’approfondimento teologico e nelle indicazioni pastorali Papa Leone XIV. Al riguardo scegliendo di riferirci a due documenti: l’“Esortazione apostolica Dilexit te“ e il “Discorso all’udienza dei partecipanti all’incontro mondiale dei Movimenti Popolari, Roma, 23 ottobre 2025“. [Nota 13]
Parliamo ora dell’ONU e della sua crisi
A proposito dell’attuale situazione di crisi dell’ONU: proprio tra fine settembre e l’inizio di ottobre dell’anno in corso, si è tenuta a New York l’Assemblea generale celebrativa degli 80 anni dalla sua costituzione, con un titolo carico di speranza: «Meglio insieme: ottant’anni e oltre per la pace, lo sviluppo e i diritti umani».
La circostanza ha messo in luce, seppur non ce ne fosse bisogno, la crisi di questa fondamentale Istituzione. C’è stata una presenza di quasi tutti i leader mondiali (citiamo i capi di governo europei e dell’Unione Europea, il presidente cinese Xi Jinping, quello del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva, quello dell’Autorità palestinese Abū Māzen – in collegamento video perché stupidamente privato del visto d’ingresso dall’amministrazione Usa – etc., l’elenco sarebbe lungo), con interventi anche di notevole spessore culturale. Non lo è stato certo quello del presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che ha parlato per circa un’ora, a braccio, esponendo posizioni contraddittorie e ripetuti attacchi all’ONU, all’Europa e negando addirittura l’emergenza ecologica e climatica mondiale.
Trump ha messo in discussione lo scopo delle Nazioni Unite, definendone le determinazioni come “parole vuote che non risolvono la guerra”. Ha anche criticato duramente il Segretario Generale António Guterres (dopo che quest’ultimo aveva messo in guardia sui danni dei tagli ai finanziamenti all’ONU da parte degli Stati Uniti), pur assicurandogli il “sostegno al 100%” all’organizzazione (!). Ha rivendicato il merito di aver “posto fine a sette guerre” (?), lamentando di non aver mai ricevuto alcuna offerta di aiuto da parte dell’ONU per concludere gli accordi. La posizione critica di Trump è in linea con i precedenti ritiri della sua amministrazione da diversi organismi ONU, tra cui UNESCO, OMS e il Consiglio dei Diritti Umani, minando l’influenza degli Stati Uniti su importanti politiche globali, inclusa l’intelligenza artificiale, la cooperazione scientifica, il contrasto al disastro climatico del Pianeta [14].
In sostanza, il presidente statunitense, ha sfiduciato il sistema mondiale che lo stesso suo Paese ha contribuito in modo determinante a creare.
In contrapposizione, é importante rilevare come altri interventi, come quelli dei Presidenti del Brasile e dell’Indonesia, abbiano espresso messaggi positivamente molto diversi, difendendo: il multilateralismo, la responsabilità collettiva, il sostegno concreto alle Nazioni Unite.
Sempre nella medesima occasione, uno degli interventi più completo e apprezzabile è stato quello di Mons. Paul Richard Gallangher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, del quale si consiglia la lettura integrale [vedi Nota 15]. Vi si ritrovano tutti i riferimenti agli insegnamenti sulla ricerca ostinata della pace da parte della Chiesa e particolarmente degli ultimi Papi, a partire da Giovanni XXIII, rapportandosi soprattutto al pensiero di Francesco e Leone XIV, alle Costituzioni del Vaticano II, alla Dottrina sociale della Chiesa. Vi sono elencate tutte le situazioni di guerra del Pianeta con le raccomandazioni della Santa Sede per affrontarle nella prospettiva di soluzioni concrete.
In conclusione si evidenzia che, per affrontare le potenze economiche, finanziarie e tecnologiche dominanti e contenere gli Stati più forti e armati che rivendicano un potere assoluto e pertanto per salvare l’ONU è necessario un approccio diverso da quello espresso dal presidente statunitense e da altri, nella sua scia, come il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
A questo punto ci verrebbe da dire “Fermate il Mondo. Vogliamo scendere!”, ma è meglio chiederci: esiste un’alternativa alla situazione descritta? La risposta non è univoca. Ad esempio un giovane giornalista esperto in geopolitica in particolare di organizzazioni internazionali, Matteo Meloni, ha scritto in un suo recente libro [Nota 16]]: “La triste e sconsolante sensazione è che solo attraverso un nuovo conflitto generalizzato [una terza guerra mondiale], che ponga la comunità degli Stati di fronte a un’urgenza ineludibile, potrà emergere l’esigenza di ricostruire – o rifondare – un’organizzazione super partes capace di affrontare le problematiche globali con strumenti più forti, più rapidi, più equi”. Un esito pessimista quanto realistico, che evidentemente lui paventa senza ovviamente auspicarlo.
Nelle conclusioni del suo libro sembrerebbe lasciare uno spiraglio di speranza. Vale la pena riportarle: “Come disse Dag Hammarskjold, secondo Segretario Generale ONU e tra i più lungimiranti statisti dell’epoca, le Nazioni Unite non furono create per portare l’umanità in paradiso, ma per salvarla dall’inferno. E forse oggi, proprio nel solco di questa consapevolezza, risiede l’ultima possibilità di rendere l’utopia multilaterale qualcosa di reale. Qualcosa che, pur nei suoi limiti, continui a offrire un terreno comune su cui costruire, pretendere, correggere, immaginare. Perché rinunciare alle Nazioni Unite significherebbe rinunciare a quell’idea – tanto fragile quanto vitale – di un mondo condiviso, l’unico che ci rimane”. [Nota 17]
Una risposta che discende dalla medesima analisi della situazione, per me convincente, ce la da il prof. Luigi Ferrajoli, presidente dell’Associazione Costituente Terra [Nota 18]: anche lui parla di utopia ma per negare che di questa si tratti! Ecco il suo pensiero.
“Il fallimento dell’Onu ha mostrato i limiti della carta del 1945 e dalle tante carte internazionali dei diritti umani. Quelle Carte sono fallite – e non potevano non fallire – per due ragioni. La prima è stata la loro mancanza della forza vincolante che è propria delle odierne costituzioni avanzate, cioè di una loro rigida sopraordinazione alle fonti statali, e la conseguente impunità delle loro violazioni sistematiche. La seconda è stata la mancata previsione di adeguate garanzie e istituzioni di garanzia dei diritti di libertà e dei diritti sociali in esse proclamati. I principi della pace e dell’uguaglianza e i diritti fondamentali stipulati in tante carte internazionali sono perciò rimasti, letteralmente, sulla carta.
L’ALTERNATIVA consiste chiaramente nel superamento di questi due limiti. È un’alternativa radicale: il pericolo nucleare, l’inabitabilità della Terra tra crescenti e atroci sofferenze e il caos globale, oppure la rifondazione della carta dell’Onu e delle altre carte internazionali che introduca, come nel nostro progetto di una Costituzione della Terra, rigide garanzie dei principi in esse stabiliti.
Queste GARANZIE sono tutte vitali: la previsione come crimini contro l’umanità della produzione e del commercio di tutte le armi, non solo di quelle nucleari ma di tutte le armi da fuoco, a tutela della pace e della sicurezza; un demanio planetario che sottragga al mercato e alla dissipazione i beni vitali della natura, come l’acqua potabile, le grandi foreste e i grandi ghiacciai; la trasformazione dell’Oms, dell’Unesco e della Fao in istituzioni in grado di garantire a tutti salute, istruzione e alimentazione di base; la garanzia del diritto di tutti gli esseri umani di circolare liberamente sulla terra; un fisco globale progressivo in grado di finanziare le istituzioni globali di garanzia e di impedire le odierne accumulazioni sterminate di ricchezze.
Non si tratta di un’ipotesi utopistica. Si tratta della sola risposta razionale e realistica allo stesso dilemma che fu affrontato quasi quattro secoli fa da Thomas Hobbes, quando l’umanità non era dotata delle capacità di autodistruzione odierne. Neppure si tratterebbe di un ordinamento nuovo. Sarebbe l’attuazione di principi e diritti già scritti nelle carte internazionali vigenti: un’attuazione non solo giuridicamente dovuta, ma anche necessaria ed urgente, dato che da essa dipende, per la prima volta nella storia, la sopravvivenza dell’umanità”. [19]
Insomma, non dobbiamo demordere nonostante tutto, esercitando insieme al Pessimismo dell’intelligenza, l’Ottimismo della volontà, secondo il motto reso celebre da Antonio Gramsci [Nota 20], con la determinazione ben espressa nel motto di San Paolo, «spes contra spem» (Rm. 4,18): «la speranza contro ogni speranza, essere speranza per dare speranza».
Tutto ciò ci appare perfettamente coerente con le considerazioni e le proposte di Papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo 2025, non a caso intitolato «Spes non confundit», «la speranza non delude» (Rm 5,5) [7]: “8. Il primo segno di speranza si traduca in pace per il mondo, che ancora una volta si trova immerso nella tragedia della guerra. Immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza. (…) Il Giubileo ricordi che quanti si fanno «operatori di pace saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti. Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura” [Nota 21].
In perfetta sintonia con il predecessore, Papa Leone XIV ha fatto della pace la priorità assoluta. Non appena eletto, le sue prime parole al mondo sono state: «La pace sia con tutti voi! [...] una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» [Nota 22]
Della già cospicua produzione di riflessioni e indicazioni pastorali di Papa Leone, come già detto, ci riferiamo esclusivamente a una lettura parziale ma pregnante della sua prima Esortazione apostolica Dilexit te, che, come lui scrive: si pone “in continuità con l’Enciclica Dilexit nos [che] Papa Francesco stava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’Esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri, intitolata Dilexi te, immaginando che Cristo si rivolga ad ognuno di loro dicendo: Hai poca forza, poco potere, ma «io ti ho amato» (Ap 3,9). Avendo ricevuto come in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio – aggiungendo alcune riflessioni – e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato” [23]
Dell’Esortazione voglio soffermarmi solo sul Capitolo III, Movimenti popolari, punti 80 e 81.
“80. Dobbiamo riconoscere pure che, lungo i secoli di storia cristiana, l’aiuto ai poveri e la lotta per i loro diritti non hanno riguardato soltanto i singoli, alcune famiglie, le istituzioni o le comunità religiose. Ci sono stati, e ci sono, diversi movimenti popolari, costituiti da laici e guidati da leader popolari, tante volte sospettati e addirittura perseguitati. Mi riferisco a un «insieme di persone che non camminano come individui ma come il tessuto di una comunità di tutti e per tutti, che non può permettere che i più poveri e i più deboli rimangano indietro. [...] I leader popolari, quindi, sono coloro che hanno la capacità di coinvolgere tutti. [...] Non provano disagio né sono spaventati dai giovani piagati e crocifissi».
81. Questi leader popolari sanno che la solidarietà «è anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’impero del denaro [...]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari». Per tale ragione, quando le diverse istituzioni pensano ai bisogni dei poveri è necessario «che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune». I movimenti popolari, infatti, invitano a superare «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli». Se i politici e i professionisti non li ascoltano, «la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino». Lo stesso si deve dire delle istituzioni della Chiesa”.
Attenzione, Papa Leone non esprime solo concetti validi in astratto, indica modalità di impegno perché si modifichi radicalmente lo status quo, che tradotto in cifre ci svela che l’1 per cento della popolazione più ricca nel mondo acquisisce fino all’82 per cento della ricchezza prodotta in un anno, mentre fornisce solo 4 centesimi per ogni dollaro di gettito fiscale. Mentre le povertà sono in vertiginoso aumento. Una situazione scandalosa, non sostenibile oltre!
Papa Leone 19 giorni dopo la promulgazione della sua Esortazione apostolica (4/10/2025) riceve, il 23/10/2025, in udienza in Vaticano i partecipanti al V Incontro mondiale dei Movimenti Popolari che si svolge a Roma dal 21 al 24 ottobre 2025, nel centro di aggregazione sociale Spin Time Labs (situato in un palazzo di nove piani nel centro di Roma, occupato da 400 persone di 26 nazionalità diverse. E che offre alloggio, arte, servizi e cultura, che il Comune ha promesso di acquistare per riportarlo nella legalità formale). E rivolge loro un discorso che, a mio parere, ha del rivoluzionario, perché ribadisce, confermandolo, il sostegno del suo predecessore: si dichiara ammirato dei poveri, che lottano per le “cose nuove” che non sono le meravigliose nuove tecnologie ma sono la terra, la casa e il lavoro, che ai poveri sono negati, e dice di voler lottare con loro: “Ci sto!”, “sono con voi”. Commenta Raniero La Valle “quasi per scusarsi con quanti pensano che questo non è il mestiere della Chiesa dice che “sono diritti sacri”: in realtà sono diritti umani universali, e proprio per questo sono sacri, cioè nel cuore di Dio. E qui sta il rovesciamento, perché vuol dire guardare a questi “diritti negati” non dal trono di Dio, né dal trono di tutti i potenti, ma dalla periferia, magari dalle favelas, dove non si era abituati a pensare che Dio fosse di casa” [Nota 24]. Ed è giusto che i poveri non subiscano la situazione di tremenda ingiustizia, ma che è giusto che lottino, citando l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco: «finché i problemi dei poveri non saranno risolti in modo radicale, rifiutando l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e affrontando le cause strutturali della disuguaglianza, non si troverà alcuna soluzione ai problemi del mondo o, per meglio dire, a nessun problema. La disuguaglianza è la radice dei mali sociali». [Nota 25] Conclude il suo discorso con queste frasi: “Nell’Esortazione apostolica ‘Dilexi te’ ho voluto ricordare che «vari movimenti popolari, composti da laici e guidati da leader popolari, [...] sono stati spesso guardati con sospetto e persino perseguitati». Eppure le vostre lotte sotto la bandiera della terra, della casa e del lavoro per un mondo migliore meritano incoraggiamento. E come la Chiesa ha accompagnato la formazione dei sindacati in passato, oggi dobbiamo accompagnare i movimenti popolari. Questo significa accompagnare l’umanità, camminare insieme nel rispetto condiviso della dignità umana e nel desiderio comune di giustizia, amore e pace.
La Chiesa sostiene le vostre giuste lotte per la terra, la casa e il lavoro. Come il mio predecessore Francesco, credo che le vie giuste partano dal basso e dalla periferia verso il centro. Le vostre numerose e creative iniziative possono trasformarsi in nuove politiche pubbliche e diritti sociali. La vostra è una ricerca legittima e necessaria. Chissà se i semi dell’amore, che voi seminate, piccoli come semi di senape (cfr Mt 13,31-32, Mc 4,30-32, Lc 13,18-19) potranno crescere in un mondo più umano per tutti e aiutare a gestire meglio le «cose nuove». La Chiesa e io vogliamo esservi vicini in questo cammino”.
Potremmo azzardare che l’invito di Papa Leone corrisponda a un’antica suggestione: “Proletari di tutto il mondo unitevi”, che evoca grandi conquiste di emancipazione delle masse popolari e anche storici fallimenti, ma anche di questi occorre tener conto [Nota 26]. Evidentemente il contesto è diverso e la democrazia così come la intendiamo come sistema di partecipazione fornisce strumenti per una lotta risoluta quanto pacifica (ricordiamo la scelta irreversibile del “pacifismo attivo” e della nonviolenza), partendo dall’amore per l’umanità. Spetta pertanto alle donne e agli uomini di buona volontà, oggi oppressi, mettere in piedi organizzazioni e rafforzare, anche riposizionandole, le tanti esistenti, che riescano a perseguire con efficacia gli obiettivi di un mondo di uguaglianza e pace. Ricordiamo il motto della Populorum progressio di Paolo VI: “Lo sviluppo è il nuovo nome della Pace”. [Nota 27]
Urge intervenire, per quanto poco possiamo fare, è necessario farlo e, insieme, possiamo fare cose mirabili. Per fortuna non iniziamo da zero. Abbiamo tra l’altro grandi maestri che ci indicano concretamente la strada da percorrere. Tra i molti ricordiamo Giorgio La Pira, Gino Strada, Aldo Capitini [Nota 28]. E, come sempre, ci soccorre il nostro amico e guida Papa Francesco, con il suo straordinario e profetico lascito ereditario che il successore Leone XIV abbraccia convinto, con il suo stile personale e con capacità di lettura dei “segni dei tempi” per i cambiamenti che Papa Francesco aveva capito o solo intuito e che Papa Leone interpreta con saggezza e lungimiranza e già indica alla Chiesa e al Mondo in modo umile e coraggioso.
Infine una considerazione di Antonio Spadaro sj, contenuta nel suo recente libro “Da Francesco a Leone” che potrebbe avere questo titolo:
La politica ha un disperato bisogno di leadership …
“In un contesto di relazioni internazionali sempre più polarizzate, dove le diplomazie tradizionali mostrano i loro limiti, Leone XIV, come pure il suo predecessore Francesco, appare l’unico leader morale di impatto globale. Un impatto che nasce dall’inquietitudine di chi non si rassegna ad un ordine fondato sulla paura, ma cerca, con umiltà e pazienza, una pace fondata sulla giustizia e sulla dignità di ogni persona” [Nota 29]
Aspettiamo che anche nel mondo della Politica si palesino nuovi leader, che sappiano coinvolgere le comunità senza sostituirsi ad esse, capaci insieme di affrontare i problemi del Pianeta e dell’Umanità.
L’oscurità della guerra, la speranza della pace. Come superare la crisi delle Nazioni Unite. L’Europa: una nuova Camaldoli per rifondarla. Dossier Caritas 2025
Questa mattina [19/12/2025] è stato presentato il Dossier Caritas 2025. Contiamo come in passato di pubblicare i testi dei diversi interventi che vi sono contenuti, anche per farne materiale di studio e approfondimenti nell’organizzazione di appositi eventi nei prossimi mesi.
Il primo intervento che pubblichiamo è quello di Franco Meloni, non per importanza, ma semplicemente perché ne disponiamo già in formato digitale. Grazie ai curatori del Dossier, come sempre molto interessante e prezioso testo di informazione e formazione.
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L’oscurità della guerra, la speranza della pace. Come superare la crisi delle Nazioni Unite. L’Europa: una nuova Camaldoli per rifondarla
di Franco Meloni
UNA COSTITUZIONE DELLA TERRA PER SALVARE L’UMANITÀ


Dichiarazione del Direttivo di Costituente Terra – 24/09/2025
Al discorso demolitorio del multilateralismo, della democrazia e del diritto internazionale pronunciato da Trump all’Assemblea Generale dell’ONU, tuttora in corso, c’è una sola risposta possibile:
“UNA COSTITUZIONE DELLA TERRA PER SALVARE L’UMANITÀ”
Nei giorni scorsi si è aperta a New York la nuova sessione delle Nazioni Unite, in occasione dell’80° anniversario della nascita dell’organismo che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, segnava una svolta epocale e apriva alla speranza di un mondo senza guerre, fondato sul dialogo tra gli Stati e su una diplomazia multilaterale, in un contesto sempre più globale.
Superare le diseguaglianze, sradicare la povertà, creare le basi di un nuovo diritto internazionale e aiutare l’umanità a intraprendere un cammino di pace e benessere apparivano obiettivi raggiungibili. Ma la storia si è rivelata ben più complessa.
Dopo la fine della Guerra Fredda, le Nazioni Unite hanno cercato di promuovere processi capaci di umanizzare la globalizzazione, mettendo al centro i diritti e la dignità della persona. Tuttavia, l’assenza di garanzie efficaci nel loro assetto istituzionale ha reso questi intenti, di fatto, semplici petizioni di principio.
Le diseguaglianze non si sono ridotte; anzi, sono aumentate. Il dominio del capitale è diventato asfissiante, la politica si è piegata all’economia, mentre il ritorno di nazionalismi e fondamentalismi religiosi ha spaccato il mondo, alimentato circa 60 conflitti armati e prodotto guerre e massacri spaventosi.
Il diritto internazionale è stato messo in discussione, i tribunali internazionali delegittimati, e anche negli Stati occidentali lo Stato di diritto e la democrazia sono oggi erosi dalla crescente affermazione delle autocrazie — a cominciare proprio dagli Stati Uniti.
In questo contesto, il lunghissimo comizio pronunciato dal Presidente degli Stati Uniti all’apertura dell’Assemblea Generale ha espresso con forza tutti gli elementi che aggravano e alimentano la crisi in corso: individualismo patologico (la parola “io” ha sostituito quella del Paese che rappresenta), nazionalismo esasperato, disprezzo per le Nazioni Unite e per ogni Stato o istituzione che non si allinei alla sua visione del mondo, aggressività verbale verso gli avversari — trattati come nemici —, toni violenti contro i migranti e negazione della questione ecologica e climatica.
Fortunatamente, altri Capi di Stato e di Governo hanno fatto sentire parole ben diverse. Dall’intervento del Presidente del Brasile in apertura, al discorso appassionato del Presidente dell’Indonesia, subito dopo quello di Trump, si è levata una chiara difesa del multilateralismo, della responsabilità collettiva e del sostegno concreto alle Nazioni Unite.
Tuttavia, per poter affrontare adeguatamente i poteri economici, finanziari e tecnologici dominanti — e per contenere gli Stati più forti e armati che rivendicano un potere assoluto, privo di limiti e vincoli — è necessario fare un passo ulteriore: superare le molteplici Carte e Dichiarazioni Universali che, pur essendo sacrosante, restano troppo spesso mere enunciazioni di principio. È urgente dotarsi di una Costituzione della Terra, una costituzione rigida, sovraordinata, capace di vincolare i poteri che pretende di limitare.
La speranza, tuttavia, non è svanita. La partita è tutt’altro che chiusa. Ma va giocata con una visione e una proposta all’altezza della sfida, e con la determinazione necessaria.
Costituente Terra vuole contribuire a questa speranza, proponendo una Costituzione universale in 100 articoli, che rilanci il progetto delle Nazioni Unite, dotandolo finalmente di strumenti di garanzia efficaci. Non si tratta di un’utopia, ma di una lettura realistica e non rassegnata allo strapotere dei più forti, al loro desiderio di mani libere, di ricorrere alla violenza quando vogliono, di continuare l’oppressione sulla stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta e la distruzione delle risorse comuni.
Una nuova visione del mondo è possibile. Un nuovo orizzonte è già attivo, in molti Paesi d’Europa e dell’America Latina, e si pone come riferimento per tutte le iniziative che si oppongono alla logica del dominio dei più forti, più ricchi, più armati, e per tutte le associazioni, i movimenti e le forze democratiche, politiche e sociali che li animano.
Per questo, Costituente Terra, insieme all’Università della Pace, a Other News e ad altre associazioni, movimenti e istituzioni territoriali, affronterà questi temi il prossimo 24 ottobre, presso la sede dell’Università della Pace in Via Panisperna (Roma).
L’incontro sarà dedicato alla crisi del multilateralismo, della democrazia e del diritto internazionale, con un confronto tra visioni e proposte per offrire una risposta efficace e una via d’uscita. In tale occasione sarà presentata al dibattito pubblico la proposta di Costituzione in 100 articoli.
Direttivo di Costituente Terra
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COSTITUENTE TERRA
Verbale della Riunione Congiunta dell’Esecutivo e del Direttivo
Roma, 24 Settembre 2025
Segretario verbalizzante: Mimmo Rizzuti.
Ordine del Giorno:
Resoconto sintetico delle attività e delle iniziative dal 5 agosto ad oggi:
Convegno di Riace
Incontri online con il Congresso della Corte Costituzionale Colombiana
Confronto tra il Presidente di CT e il Ministro della Giustizia dell’Honduras
Tour accademico-politico in Brasile, Argentina e Uruguay con Dario Ippolito e Carlo Ferrajoli
Informativa sulle iniziative in corso
Preparazione dell’iniziativa del 24 ottobre a Roma, in collaborazione con:
Università della Pace
Other News
Fondazioni Basso e Di Vittorio
Altre associazioni e movimenti
Tema:
“A 80 anni dalla Carta dell’ONU e della crisi profonda del multilateralismo, della democrazia, del diritto internazionale, si può rispondere solo attraverso un processo e un percorso di Costituzionalismo Globale. La nostra Costituzione della Terra in 100 articoli. È possibile un percorso a tappe? Quale ruolo dovrebbe e potrebbe giocare l’Unione Europea?”
Iniziative in corso:
Rilancio tesseramento
Questioni amministrative
Varie ed eventuali
Introduzione.
Ha aperto i lavori il presidente L. Ferrajoli con una panoramica sulle grandi questioni che gravano sul pianeta e sulla portata politico/culturale della Costituzione della Terra, già attivismo in tanta parte dell’America latina e con una puntuale rassegna del suo viaggio e dei suoi incontri in Brasile, Argentina e Uruguay.
A seguire, Mimmo Rizzuti, per l’organizzazione, ha evidenziato come il percorso avviato dopo l’Assemblea Generale del 26 febbraio scorso sia stato portato avanti con successo. È stato avviato un primo riassetto organizzativo, ancora in fase di verifica, che ha cominciato a produrre risultati.
Costituente Terra (CT) è stata presente in modo visibile in numerose iniziative per la pace, per la riforma dell’ONU e dell’UE, puntando a garantire la democrazia e l’effettività delle decisioni democraticamente assunte. Ma ha fatto anche di più: ha iniziato a costruire un proprio percorso e un’agenda autonoma verso la Costituzione della Terra. È seguita una esposizione ragionata, a più voci delle attività svolte, così sintetizzate.
Attività Svolte
Convegno di Riace: “Una Costituzione della Terra per salvare l’Umanità. Perché ripartire da Riace”
Evento di grande rilievo, che ha intrecciato i grandi temi sociali con quelli dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’ecologia, della crisi climatica e del Mediterraneo. Ha incluso un forte messaggio di solidarietà con Gaza, culminato nel gemellaggio tra Riace e Gaza.
Il report completo è già disponibile sul sito di CT.
Prosecuzione del Percorso Internazionale
Il presidente di CT ha proseguito il percorso con:
Incontri online con il presidente Ibáñez e il Congresso della Corte Costituzionale Colombiana
Confronto diretto con il Ministro della Giustizia dell’Honduras, in rappresentanza della Presidente dello Stato
Tour accademico-politico in Brasile, Argentina e Uruguay con Dario Ippolito e Carlo Ferrajoli
Incontri con:
Presidente dell’Alta Corte Argentina
Ministri della giustizia e dei rapporti istituzionali del Brasile
Vicepresidente dell’Uruguay
Presidente del Brasile Lula
Un report dettagliato della missione è in preparazione a cura di Carlo Ferrajoli e sarà pubblicato in una newsletter dedicata.
Iniziativa del 24 Ottobre a Roma
Evento centrale a conclusione del programma annuale, in collaborazione con:
Università della Pace
Other News
Fondazioni Basso e Di Vittorio
Movimento Europeo Italia
Altre associazioni e movimenti
Titolo:
“A 80 anni dalla Carta dell’ONU: Multilateralismo, democrazia, diritto internazionale in crisi profonda e sotto attacco. Percorsi per una risposta improcrastinabile. Una Costituzione della Terra come via obbligata per uscirne.”
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24 ottobre – H. 9:30–18:00 – Via Panisperna 207, Palazzo Falletti, Salone UNIPACE
Alle 18:30, il Presidente Luigi Ferrajoli incontrerà il Giubileo dei Movimenti.
Tutti i membri degli organi dirigenti e gli attivisti di CT sono caldamente invitati a partecipare e contribuire attivamente alla costruzione e realizzazione della giornata.
Costituzione del Gruppo di Lavoro per il Consolidamento del Percorso in centro Sud America su proposta di Luigi Marini ,Javier Miranda e Francesco Vincenti
È stato approvato dal Direttivo un Gruppo di Lavoro ad hoc composto da:
Franco Vincenti
Javier Miranda
Luigi Marini
Michele Fiorillo
Carlo Ferrajoli
Sandra Regina Martini
Pedro Grandez Castro
Il gruppo avvierà un percorso di lavoro in costante confronto con il Presidente, l’organizzazione e l’Esecutivo di CT.
Iniziative in Corso (Politico-Culturali e Organizzative)
Settembre–Ottobre 2025
27 settembre – Roma: Dialogo del Presidente con Michela Ponzani su Guerra e Pace. Diritto umanitario e diritto internazionale.
30 settembre – Roma, Istituto Sturzo: Convegno “50 anni dalla Conferenza di Helsinki”, con Fondazioni Basso, Di Vittorio e “Salviamo la Costituzione”
1 ottobre – Firenze: Presentazione del libro Progettare il Futuro con Feltrinelli
4 ottobre – Fano: Consegna di un premio al Presidente, con Francesca Albanese
Proposta: registrare un colloquio tra i premiati su “incongruenze del presente e progettazione del futuro” (proposta di F. Vincenti)
6 ottobre – Roma: Iniziativa UNIPACE con Jeffrey Sachs (posti limitati)
Incontro con Unipace sulla proposta apprezzata e condivisa dagli organismi riuniti di CT, predisposta da Dario Ippolito, per la costruzione, in seno alla stessa, di un sistema di cattedre itineranti sulla Costituzione della Terra, articolate in partenza in 8 seminari da svolgere ciascuno in un Paese Diverso, con la partecipazione di un Accademico aderente al progetto di Costituente Terra.
10–11 ottobre: Partecipazione alla Marcia della Pace in preparazione del 12 ottobre
Gruppo di lavoro designato per l’organizzazione:
Paola Paesano, Federica Borlizzi, Matteo Bellucci, Michele Fiorillo, Giovanna Procacci, Gianluca Ruggiero, Alessandro Saso
Supporto: Silvano Falocco, Massimo Zucconi, organizzazione centrale
Riunione Zoom il 1° ottobre h. 18:00–19:30 (il link sarà inviato a ciascuno da M. Bellucci)
13 ottobre – Roma: Iniziativa con CISDA e Comune di Roma sui diritti delle donne in Afghanistan : Riconoscere l’apartheid di genere come crimine contro l’Umanità.
14 ottobre – Roma e 17 ottobre – Ventotene: Incontro con il gruppo Costituente Terra Catalano (progetto con scuole e università catalane)
Temi: costruzione di un sito internazionale multilingue e raccordo tra i nodi nazionali
16 ottobre – Ancona: Iniziativa locale per la costituzione di Costituente Terra Marche
Appello Finale
Esecutivo e Direttivo hanno rivolto un pressante appello:
“Il 24 ottobre è una giornata di particolare significato e valenza. Tutti i/le costituenti, i membri degli organismi di CT e gli attivisti sono invitati ad organizzarsi per essere presenti e partecipare all’intera giornata.”
Tesseramento e Amministrazione
La discussione sul rilancio del tesseramento e sulle questioni amministrative è stata rinviata ad una riunione successiva.
Varie ed eventuali:
Franco Meloni – CT Sardegna – ha suggerito, tra l’altro di cercare un collegamento, per una possibile auspicabile interazione con il Gruppo dei cattolici del “Nuovo Codice Europeo di Camaldoli”
Partecipanti (in presenza e da remoto)

Luigi Ferrajoli (ha introdotto i lavori)
Mimmo Rizzuti
Silvano Falocco
Giovanna Procacci
Javier Miranda
Stefano Bevere
Gianluca Ruggiero
Michele Fiorillo
Massimo Zucconi
Luigi Marini
Alessandro Saso
Franco Vincenti
Alessandro Schiattone
Franco Meloni
Roma, 24 settembre 2025
Il Segretario Verbalizzante
M.R.
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—Informazione importante—
Luigi Ferrajoli sarà a Cagliari mercoledì 3 dicembre per un’iniziativa culturale, in occasione della presentazione di una nuova pubblicazione di raccolta ragionata di suoi testi già editi. Contiamo
di trovare il tempo per un incontro
Con il nostro Circolo sardo di C.T.
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Giorgio La Pira, uomo di Pace. Il suo insegnamento vive


di Giorgio La Pira
Cari amici, permettete che io vi esponga il piano delle mie riflessioni relativamente a questo convegno, ed alla “premessa” a me affidata con la quale avete desiderato di introdurlo. Perché, mi sono
detto, gli amici della Regione Sarda e dell’Ipalmo hanno dato a me questo mandato? La risposta non poteva essere che questa (e ne abbiamo, del resto, con tanti di voi, parlato spesse volte): perché a Firenze noi abbiamo avuto, a partire dal 1956, una certa, singolare esperienza dei problemi tanto complessi storici, spirituali, culturali, sociali, economici, militari e politici dei popoli mediterranei: e perché questa esperienza si è svolta alla luce di una idea madre, di una ipotesi di lavoro, che gli eventi mediterranei europei e mondiali di questi ultimi quindici anni non hanno, come crediamo, affatto indebolito, ma hanno anzi, in certo senso, fortemente convalidato.
Oggi venerdì 12 luglio 2024
Il regno d’Italia nasce dal regno di Sardegna?
12 Luglio 2024
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Nei giorni scorsi l’Unione sarda ha diffuso un opuscolo in cui lo storico Francesco Cesare Casula ha illustrato la sua nota tesi secondo cui il Regno d’Italia è nato dal Regno di Sardegna. Ora, da un punto di vista formale la tesi appare ineccepibile. Il processo unitario italiano è stato guidato dal Regno di Sardegna […]
———————————Oggi venerdì 12 luglio 2024.
Diocesi di Cagliari
COMUNICATO STAMPA
Il MEIC per la Città di Cagliari
Ai Candidati/e Sindaci e Consiglieri
LL. SEDI
Lettera-aperta su impegni e programmi per Giustizia sociale, Cultura e partecipazione alla vita della città di Cagliari
Opportunamente i vostri programmi elettorali si caratterizzano per le “cose” che intendete realizzare nella gestione della città per trasformare sicuramente in meglio Cagliari: più pulita, sicura, ordinata nel traffico, vivibile, abitabile, turistica e molto altro ancora. Tutto questo è bello e onorevole per quanti intendono mettersi al servizio dei cittadini.
Il MEIC ( Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) ha un particolare legame con Cagliari, dove è stato fondato nel 1932 ad opera di alcuni giovani cattolici della nostra città – Antonio Dessì, Aurelio Espis, Gigi Fantola, Enrico Carboni, Giovanni Dore, Angela Mari, solo per citarne alcuni – insieme con monsignor Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI). Anche in virtù di questo forte legame il Meic ritiene opportuno, anzi doveroso, proporre ai candidati sindaci e a tutti i candidati consiglieri alcune linee d’impegno che potranno dare più senso e significato alla loro “missione” di amministratori della città, nei compiti di governo come quelli di opposizione. Siamo consapevoli che in tanta parte i nostri punti programmatici ricalcano i vostri, ma ci piace ribadirli anche per avere la legittimazione di esercizio di un’attività di collaborazione/controllo sull’effettiva realizzazione degli stessi.
RAS. Le dichiarazioni programmatiche della presidente Alessandra Todde.


[Dal sito web della RAS] Cagliari, 10 maggio 2024 – La presidente della Regione Alessandra Todde ha reso note oggi, in Consiglio regionale, le dichiarazioni programmatiche sul programma di governo.
Di seguito la traccia del suo intervento.
“Signor Presidente, onorevoli Consigliere e Consiglieri,
Cagliari amore mio. Progetto innovativo per la città e il territorio (I).
Un Museo della città e del territorio per Cagliari: un sogno da tradurre in realtà
di Carla Deplano (*)
Sono sempre più convinta che Cagliari, città più unica che rara nella sua morfologia, si meriti un Museo della città e del territorio.
Un Ecomuseo urbano inquadrabile all’interno di una dimensione storico culturale sostenibile imperniata sul “patrimonio diffuso” stratificato nella città e nel territorio, che travalica la vecchia concezione tradizionale di museo quale mero contenitore basato sull’industria della conservazione.
Occorre una visione globale e al contempo unitaria delle reti di relazioni della città, in una sinergia tra ambiente, beni culturali, contesto economico e sociale, in linea con l’interpretazione della struttura urbana come ecosistema.
In una fruizione ragionata e consapevole dei luoghi cospicui e dei beni culturali da parte della collettività, al servizio della società e del suo sviluppo, della ricerca, della comunicazione, dell’esposizione per scopi di studio, di educazione e diletto, delle testimonianze materiali della comunità e dell’ambiente, delle testimonianze della vita economica e sociale del territorio, della divulgazione culturale.

La buona Politica per le attese dei sardi*
di Franco Meloni
Il tema: “Sulla base di una seria analisi della situazione socio-economica della Sardegna, quali provvedimenti dovremo assumere per un suo futuro migliore?”. Svolgimento per noi arduo, per spazio non disponibile e carenza di competenze. E allora? Facciamo così: risolviamo subito la questione dell’analisi della situazione sarda condividendo quella del Rapporto Crenos 2023 [1], a cui rinviamo.
Il valore della Comunità

Convegno di studi
ADRIANO OLIVETTI E LA SARDEGNA
Attualità di una prospettiva umanistica
Cagliari 27 e 28 ottobre 2023
Aula Bachisio Motzo – Facoltà di Studi Umanistici
dell’Università degli Studi di Cagliari, Sa Duchessa.
La Comunità in una società individualizzata
di Remo Siza
Introduzione
Nel linguaggio corrente, in Italia, è molto ampio il richiamo alla comunità, sebbene, come ha rilevato Bagnasco (1999) l’uso del termine comunità per certi versi è problematico in quanto nella stessa parola si sovrappongono significati molto differenti. George Hillery (1955; Collins, 2010) rilevava che esistono 94 definizioni di comunità e l’unico aspetto comune a tutte queste definizioni è l’idea di un tessuto di relazioni sociali che si stabilisce tra le persone. Altre dimensioni del concetto quali la prossimità, la profondità emotiva delle relazioni non sempre sono condivise dai vari autori.
Nel dibattito politico e nei programmi dei principali partiti, il richiamo alla comunità assume differenti significati:
- la comunità locale, spesso come livello politico locale contrapposto a quello centrale
- la comunità come ambito della partecipazione diretta delle persone al governo che assicura l’efficacia e l’efficienza dell’azione pubblica
- come sistema delle autonomie locali capace di rispondere alla crisi dei partiti e della rappresentanza politica;
- come superamento dello squilibrio urbano/rurale, per riavvicinare la città alle aree interne dimenticate dal mercato e dall’attuale modello di sviluppo.
Infine, la comunità è stata riscoperta nei sistemi di welfare che intendono valorizzare il ruolo delle famiglie e le relazioni di comunità nella cura delle persone, il Servizio sociale di comunità, la comunità educativa; come iniziativa professionale di Sviluppo della comunità riconoscendone la sua rilevanza nella vita delle persone.
Nel pensiero di Adriano Olivetti tutte queste accezioni del termine comunità erano presenti: non per contrapporre comunità arcaica e città moderna, non come ritorno al passato, ma come idea-forza per una radicale riforma del sistema politico e la costruzione di una società ‘a misura d’uomo’ (Olivetti, 2001).
La comunità è vista come mediazione fra individuo e Stato, come riappropriazione inevitabilmente selettiva della tradizione, come ambito di innovazione, ambito di relazioni che rafforzano e danno sostanza umana allo sviluppo industriale. Il richiamo alla comunità era chiaramente legato alla necessità di valorizzare la comunità concreta come una forma nuova di rappresentanza più forte e più efficiente della democrazia ordinaria e ad una preoccupazione per la fragilità dei legami sociali, per i cambiamenti che travolgevano i sistemi di valore e le istituzioni in una società post-contadina.
I cambiamenti della società industriale
La comunità che Olivetti richiamava nel suo progetto di riforma era cambiata profondamente a partire dagli ultimi anni Cinquanta. Una straordinaria espansione economica e una imponente mobilità territoriale che aveva come destinazione le città del triangolo industriale contribuiva ad un cambiamento profondo della società italiana. Non cambiava soltanto l’economia, cambiavano, forse in modo più radicale, le relazioni fra le persone.
Lo sviluppo industriale incideva profondamente sull’equilibrio individuo e comunità e su un processo fondamentale della modernità: il processo di individualizzazione (Beck, 1992; Beck e Beck-Gernsheim, 2001).
Il processo di individualizzazione è il fondamento delle società occidentali e di ogni dinamica di innovazione e cambiamento. È un processo che valorizza l’autonomia individuale, che promuove il distacco dai ruoli e vincoli tradizionali, da ogni costrizione (della famiglia autoritaria tradizionale, della comunità), verso una crescita della libertà e della consapevolezza di sé dell’individuo, per costruire una vita indipendente sulla base dei valori e dei principi della nascente modernità industriale
In una fase di transizione, questi processi orientano le agenzie di socializzazione verso la costruzione di individualità che si distinguono dalle comunità di appartenenza.
Una individualizzazione parziale
Negli anni Sessanta, in particolare, i processi di individualizzazione si diffondono molto rapidamente e coinvolgono una larga parte della società italiana.
Una parte significativa della popolazione, soprattutto i più giovani, vuole realizzare il proprio progetto di vita, scegliere autonomamente il proprio destino spesso lontano dalla comunità di origine, assumere la propria indipendenza rispetto alle attese dei genitori, della rete parentale allargata, dalla comunità, dalle grandi associazioni collettive.
Le comunità tradizionali comunque non si dissolvono. In fondo, questi processi di emancipazione e di individualizzazione (cioè di distacco dai ruoli e vincoli tradizionali verso una crescita della libertà individuale) erano ancora governabili. Per certi versi era una individualizzazione contenuta e programmata secondo esigenze funzionali al nuovo sviluppo economico.
La società industriale era una società percorsa da grandi cambiamenti ma comunque solida nei suoi riferimenti culturali, era una società sostanzialmente integrata, in cui le patologie della modernità erano ancora governabili.
Il richiamo di Olivetti alla comunità aveva comunque una sua concretezza. La comunità aveva ancora la sua consistenza. Il Movimento Comunità declinò con la morte di Olivetti (1960), sebbene in quegli anni la comunità a cui Olivetti si riferiva era ancora vitale e poteva ancora contare su una larga parte delle sue risorse tradizionali di partecipazione e di relazioni sociali amichevoli. Il futuro di un movimento politico comunitario sembrò dipendere strettamente dall’iniziativa e dall’attivismo di Adriano Olivetti più che dai cambiamenti delle comunità concrete.
L’idea di comunità rimaneva comunque vitale nel linguaggio corrente, nelle iniziative sociali e culturali di associazioni, di gruppi locali molto attivi.
In fondo nella società industriale degli anni Cinquanta e Sessanta, i processi di individualizzazione si diffondono rapidamente nel tessuto sociale, ma sono ancora parziali. Gli individui sono più autonomi, ma le forme collettive di appartenenza (la comunità, la Chiesa, il sindacato, le grandi associazioni) sono ancora solide. La famiglia è diventata nucleare, ma è ancora stabile: si riduce sensibilmente il numero di figli, è ancora inserita nella rete parentale e nella rete dei diritti e dei doveri, seppure in termini meno vincolanti e più esplicitamente conflittuali. Le abitudini e le tradizioni della comunità di appartenenza ancora persistono sebbene si siano indebolite nella loro capacità di orientare i comportamenti sociali.
Gli individui sono più autonomi, ma le forme collettive di appartenenza (la comunità, il sindacato, le grandi associazioni, la Chiesa) sono ancora solide, si allentano i legami collettivi, ma non del tutto:
- la famiglia è diventata nucleare, ma è ancora stabile si riduce sensibilmente il numero di figli; ma i ruoli di genere persistono sebbene siano accettati con molte più resistenze dalla donna;
- la famiglia è ancora inserita nella rete parentale e nella rete dei diritti e dei doveri, seppure in termini meno vincolanti e più esplicitamente conflittuali;
- le abitudini e le tradizioni della comunità di appartenenza ancora persistono sebbene si siano indebolite nella loro capacità di orientare i comportamenti sociali.
Nelle società industriali, c’era ancora una continuità e un passaggio lineare tra due fasi del processo di individualizzazione
1. la fase “liberatoria” dai vincoli e costrizioni che limitano l’autonomia e la capacità di autodeterminazione delle persone e non consentono di realizzare i loro progetti di vita. Ciò che diventa importante è la raggiunta possibilità di scegliere la propria vita, senza rassegnazione e passività.
2. la successiva fase di ricomposizione di nuove forme di stare insieme, di convivenza, nuove relazioni di amicizia e di collaborazione, nuove relazioni con le istituzioni che di norma seguono questa fase liberatoria.
I cambiamenti economici e sociali travolgevano la civiltà contadina, le sue relazioni, le sue staticità, ma allo stesso tempo rivitalizzavano le istituzioni più moderne (famiglia nucleare, il ruolo della donna, i partiti, i sindacati…)
La società industriale è una società moderna che ha in mente il suo punto di arrivo:
- la famiglia nucleare (i genitori con un numero limitato di figli) modernizzata nelle sue relazioni, meno autoritaria;
- la Chiesa ha un ruolo cruciale nella vita delle persone seppure risulti indebolita da processi di secolarizzazione;
- le istituzioni politiche sono solide,
- il lavoro per una larga parte della popolazione è stabile, dignitoso, remunerato sufficientemente per partecipare a pieno titolo alla vita sociale.
I movimenti comunitari degli anni Novanta
Negli anni Novanta, cambia profondamente la relazione individuo-comunità ed emerge una radicalizzazione dei processi di individualizzazione. Le individualità che emergono sono più radicalmente indipendenti dalle comunità territoriali e i legami sociali si indeboliscono in termini molto più significativi.
In questi anni, i movimenti comunitari assumono particolarmente rilevanza in molte parti del mondo.
Così come era accaduto in Italia, in altre nazioni il movimento comunitario aveva una sua esplicita caratterizzazione politica e costituì una corrente fondamentale della Terza via il progetto politico che si proponeva di superare la tradizionale dicotomia tra destra (conservatrice o neoliberista) e la sinistra tradizionale.
Negli Stati Uniti e nel Regno Unito movimenti comunitari coinvogevano in un progetto di politica di riforma della società, politici come Bill Clinton e Tony Blair oltre che decine di altri Capi di Stato nel mondo. Il richiamo della comunità, lo ritroviamo qualche anno più tardi (nel primo decennio del duemila) nella Big Society del Governo conservatore inglese di David Cameron richiamato dal Governo Berlusconi nel Libro Bianco sul futuro del modello sociale (2009), verso un welfare community che sostituisca il welfare state.
Il Communitarian Network, fondato da Amitai Etzioni nel 1993, è il movimento più importante (Pesenti, 2002). Il movimento nasce da una forte preoccupazione sul futuro delle società contemporanee ed è fondato sulla rivitalizzazione delle comunità, sulla costruzione di valori comuni, di una cultura della coesione sociale.
Il perno di questo progetto di riforma sono gli agenti della socializzazione (famiglia, scuola, gruppo dei pari, lavoro, mass media) che orientano il comportamento individuale e collettivo e l’urgenza di un potenziamento delle loro capacità integrative:
- l’esigenza che la famiglia svolga la sua funzione educativa,
- che la scuola non si limiti a curare lo sviluppo cognitivo dei giovani senza alcuna attenzione ad aspetti morali;
- che la comunità si responsabilizzi rispetto ai problemi che sorgono nel suo ambito, sia realmente un punto d’incontro, di comunicazione, di sostegno reciproco tra le persone,
- sia responsive ‘capace di comprendere e dare risposta alle esigenze reali di tutti i membri della comunità.
- promuova il senso di responsabilità degli individui e delle collettività, un nuovo equilibrio tra diritti e doveri.
Il crescente individualismo sembrava delineare forme di vita non più socialmente ed ecologicamente percorribili (Etzioni, 1993; 1998).
Il neo comunitarismo costituiva una critica severa alla libertà del mercato, raccomandava una qualche prudenza nella libertà individuale e nelle scelte di vita, auspicava un ruolo più limitato dello stato e la necessità di un richiamo ad alcuni valori della tradizione.
Il richiamo alla comunità nella società individualizzata
In molte nazioni il pensiero comunitario ha costituito una delle radici culturali della Terza via: ha avuto capacità di mobilitazione nel primo decennio del nuovo millennio, ma negli anni successivi ha perso la capacità di affrontare le criticità che emergevano.
Dopo i primi anni di crescita, il pensiero comunitario non è emerso come sfida culturale credibile ai due principali sviluppi del liberalismo classico (espressione dominante dell’ideologia occidentale) analizzati da Fukuyama in un suo recente saggio (2022). L’idea centrale del liberalismo classico è la valorizzazione e la protezione della autonomia individuale, come libertà di parola, di associazione, di fede e di vita politica. Fukuyama, rileva che in questi ultimi due decenni il liberalismo ha avuto due sviluppi radicali:
- il neoliberismo nell’economia come libertà del mercato senza interferenze dello stato,
- il liberalismo come costante rivendicazione dell’autonomia individuale nella scelta dello stile di vita e dei valori, che valorizza l’autonomia delle persone nella vita quotidiana (p. 17).
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Il neoliberismo nell’economia ha travolto il conservatorismo delle destre tradizionali, sollecitato il cambiamento, l’innovazione, la conquista di nuovi mercati, la competizione, la liberazione dai vincoli e dalle costrizioni che limitano l’iniziativa individuale.
Il liberalismo negli stili di vita ha costituito il naturale compimento dell’affermata libertà individuale anche nella vita privata, sul piano culturale, piuttosto che il conservatorismo delle tradizioni, come espressione di una emancipazione e di una liberazione che finalmente era possibile assicurare a tutti, come espressione della modernità avanzata che il capitalismo intendeva rappresentare.
Queste due sviluppi del liberalismo hanno costituito i riferimenti fondamentali dello Spirito del nuovo capitalismo (Boltanski e Chiapello, 2014), di un capitalismo altamente tecnologico che si riappropria delle istanze di cambiamento, di modernità degli stili di vita, di diritti di libertà individuali negli stili di vita.
In nuovo capitalismo che emerge nella modernità avanzata si rivolge verso le azioni che concorrono alla realizzazione del profitto. Allo stesso tempo, in armonia con i valori e le preoccupazioni di coloro che sono coinvolti nei processi di produzione, si appoggia su un impianto culturale giustificatorio adeguato ad una società individualizzata che valorizza il cambiamento, la realizzazione individuale, il rischio e la mobilità (Boltanski e Chiapello, 2014: 76-84).
Nei primi due decenni del nuovo millennio il neoliberismo nell’economia e il liberalismo come costante rivendicazione dell’autonomia individuale hanno assunto un ruolo cruciale nella trasformazione dell’economia e delle relazioni fra le persone, hanno inciso significativamente sui processi di individualizzazione e sugli agenti di socializzazione (la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, i mass media) che ne orientano l’evoluzione, radicalizzandone le dimensioni liberatorie rispetto alle regole, ai legami e alle tradizioni.
Queste due versioni del liberalismo hanno sostituito, solo parzialmente, e in parte marginalizzato, il conservatorismo dei movimenti tradizionali di destra, legato ai valori e ai principi morali del passato, alla continuità e il compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro che per circa tre decenni ha assicurato ad una parte considerevole della popolazione estesi sistemi di welfare e alti salari, stabilità e crescita.
La crisi dei processi di individualizzazione
Il mix di cambiamenti radicali del lavoro, delle condizioni economiche e delle relazioni nella vita privata creano instabilità e insicurezze insostenibili per molti gruppi sociali. Cresce la capacità di mobilitazione di movimenti che coinvolgono gruppi sociali travolti dall’apertura dei mercati, dalla globalizzazione e resi incerti e insicuri nella sfera di vita. In molte parti del mondo i movimenti populisti si rivolgono al popolo che lavora duramente contro l’establishment politico, economico culturale, scientifico (le “élite corrotte”), che ha creato insicurezza, impoverimento diffuso, disuguaglianze. Questi movimenti intendono valorizzare lo stato nazionale come risposta al mercato globalizzato, con un costante richiamo alla famiglia tradizionale, alla comunità tradizionale e a principi conservatori nelle relazioni private; alla politica come espressione della volontà della maggioranza del popolo (general will) e non come espressione di minoranze etniche o religiose.
Nei movimenti populisti il richiamo alle comunità perde i suoi significati innovativi. Si assume come riferimento la comunità tradizionali del passato, le relazioni tradizionali nella scuola, in famiglia, le gerarchie e le distinzioni di una volta. Ma per realizzare questo ritorno al passato non dovremmo soltanto cercare di sollecitare relazioni tradizionali di fiducia e rispetto, ma dovremmo ricostruire anche le istituzioni che rendevano possibile e funzionali queste relazioni umane: il lavoro di una volta, la famiglia tradizionale, la comunità come ambito di relazioni territoriali, l’assenza di tecnologie, le concezioni tradizionali del tempo e dello spazio. Certe disposizioni interiore alla collaborazione e alle relazioni amichevoli tipiche di una comunità tradizionale nascono in un contesto oggettivo ben definito, con molte difficoltà possono essere riproposte in contesti che hanno opportunità di relazione e difficoltà oggettive molto differenti.
Il richiamo alla comunità del passato rischia in molti casi di trasformarsi in un impegno attivo per una comunità chiusa di persone uguali, di minoranze etniche, religiose che non intendono confrontarsi e trovare punti di contatto con altre culture oppure in una autosegregazione delle persone con alti livelli di reddito, le cosiddette gated community, residenze separate vigilate e presidiate da operatori di polizia privata, con sistemi di recinzione e di controllo tecnologico sofisticati.
Una lunga transizione
Una rilettura degli scritti del movimento comunitario di Adriano Olivetti e una valutazione più attenta del neo comunitarismo possono esserci utili per promuovere un dibattito pubblico più articolato sulla relazione individuo-comunità:
- sul ruolo che svolgono le principali istituzioni (la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, l’ambiente di lavoro)
- sulla loro capacità di promuovere il senso di responsabilità degli individui e delle collettività;
- sui processi di socializzazione, cioè, sui processi di interazione, di sviluppo e di formazione della personalità umana;
- sull’equilibrio che intendiamo stabilire tra comunità, mercato e Stato
Ciò che sembra delinearsi è una lunga transizione tra la società industriale del secolo scorso, sostanzialmente stabile, prevedibile e lineare nel suo sviluppo e nelle sue frequenti conflittualità collettive e una modernità molto avanzata di cui ancora non riusciamo a cogliere e a definire a grandi linee il punto di arrivo, le istituzioni che possono rappresentarlo, i suoi riferimenti culturali, le forme di convivenza civile che possiamo condividere, i comportamenti che possiamo tollerare.
La normalità è sempre più estesa, comprende scelte e stili di vita che pochi anni fa la maggioranza delle persone marginalizzava; in fondo siamo disponibili a ritenere normale qualsiasi comportamento.
In una larga parte delle società occidentali contemporanee, non sappiamo più come governare l’autonomia e l’attivismo delle persone nella vita reale (Siza, 2022). Nelle relazioni virtuali queste difficoltà sono ancora più evidenti. Ciò che noi osserviamo nella nostra vita sociale:
- è la crescita di moltitudini di individui con deboli legami collettivi,
- attivi nel senso che con loro impegno radicale intendono cambiare e semplificare le regole della democrazia e della convivenza civile,
- riflessivi nel senso che valutano individualmente ogni sollecitazione, ogni richiesta delle istituzioni anche in ambiti che richiedono specifiche competenze (dal vaccino alle reazioni al riscaldamento globale) (Siza, 2022).
In società globalizzate, caratterizzate da rapide innovazioni tecnologiche, l’attivismo radicale delle persone che intendono promuovere un cambiamento profondo nell’ambito dei sistemi pubblici e nella vita ordinaria, crea una generale instabilità nella vita quotidiana e nella vita di ogni istituzione (la famiglia, la scuola, il sistema politico).
In molti contesti, i processi di individualizzazione sono diventati disfunzionali, tendono a produrre estesi conflitti sociali, nuove divisioni sociali nuove, chiare e distinte, nuove e competitive identità sociali in termini di valori e modelli comportamentali, nella vita pubblica e privata.
Dobbiamo chiederci, quali siano i valori interiorizzati nel nostro passato oppure presenti e attivi nel nostro vivere quotidiano che promuovono l’integrazione, una convivenza civile più amichevole; i valori che ci impediscono o limitano significativamente la discriminazione di alcuni gruppi sociali, le relazioni di sopraffazione.
L’emergere di individualità collaborative
Allo stesso tempo, però, emergono sistemi di valore, azioni individuali e collettive molto differenti dall’individualismo strumentale. In molti contesti i processi di individualizzazione contribuiscono alla creazione di individualità collaborative, creano individui che riconoscono il valore e l’autonomia degli altri; costruiscono nuovi rapporti di collaborazione e di innovazione; valorizzano la comunità in cui vivono e operano non come fonte di norme e controllo stabilizzati, ma come contesto relazionale in cui creare risposte collettive ai bisogni delle persone.
Il nostro impegno può essere indirizzato all’osservazione di contesti, di condizioni, di sistemi di valore che favoriscono questi processi di crescita delle persone; alle iniziative delle istituzioni, delle famiglie, delle comunità che creano disponibilità umane, gli atti concreti che creano individualità attive capaci non soltanto di inserirsi attivamente nel mercato del lavoro, ma anche di creare relazioni collaborative, iniziative collettive, costruire attivamente una convivenza civile più soddisfacente,
Forse dobbiamo incominciare a riflettere su una visione di una società differente, in qualche modo alternativa al neoliberismo e alla costante rivendicazione dell’autonomia individuale nella vita quotidiana. Non un modello da generalizzare e neanche una normalità stringente e ben definita da assumere come riferimento in ogni contesto di vita.
È necessario, invece, incominciare ad immaginare una società che valorizzi le iniziative autonome che danno concretezza a principi come l’uguaglianza, la dignità delle persone, la giustizia sociale, l’inclusione e la sicurezza fondate comunque su principi e un tessuto di valori che progressivamente, con i tempi del cambiamento culturale, diventino largamente condivisi alle individualità e alle collettività capaci di curare le relazioni con le persone
Così come in questi ultimi decenni abbiamo fatto per le relazioni uomo-natura, i cambiamenti climatici, il degrado ambientale, abbiamo bisogno di riprendere il discorso pubblico sulla fragilità dei legami sociali, sulla crescente frammentazione sociale, sulla esigenza di costruire relazioni sociali caratterizzate da profondità emotiva, impegno morale e continuità nel tempo (Nisbet, 1977: 68), dimensioni di vita che sono alla base di rapporti amichevoli e di una comunità concreta. Il miglioramento delle nostre relazioni fra le persone può essere generato da un discorso pubblico ricorrente sulla insostenibile fragilità dei legami sociali, avviare una riflessione pubblica sulla nostra convivenza civile, per quali motivi il tessuto di relazioni che sta emergendo crea troppo frequentemente insicurezza e inquietudine.
Il pensiero di Adriano Olivetti, sulla comunità, sul lavoro, sui rapporti fra istituzioni politiche rappresentative, sul ruolo della famiglia e della scuola, del gruppo dei pari, ci sarà sicuramente molto utile in queste riflessioni.
Riferimenti bibliografici
Hillery, G. (1955) Definitions of Community: Areas of Agreement. Rural Sociology, 20, pp. 111-123.
Bagnasco, A. (1999) Tracce di comunità, Bologna: il Mulino.
Beck U. (1992) La società del rischio, Roma: Carocci.
Beck U. and Beck-Gernsheim E. (2001) Individualisation, London: Sage.
Collins, P.H. (2010) The New Politics of Community, American Sociological Review, 1(75), pp. 7-30.
Etzioni, A. (1993) The Spirit of Community: Rights, Responsibilities and the Communitarian Agenda, New York: Crown Publishers.
Etzioni, A. (a cura di) (1998) Nuovi Comunitari, Castelvecchio (Bologna): Arianna Editrice.
Fukuyama, F. (2023) Liberalism and Its Discontents, London: Profile Book.
Nisbet, R.A. (1977) La tradizione sociologica, Firenze: la Nuova Italia.
Olivetti, A. (2001) Città dell’uomo, Torino: Edizioni di Comunità, Torino
Olivetti, A. (20013) Il cammino della Comunità, Torino: Edizioni di Comunità.
Pesenti, L. (2002) Comunitarismo-Comunitarismi: una tipologia essenziale, in I. Colozzi (a cura di) Varianti di comunitarismo, in Sociologia e Politiche Sociali, 2(5), pp. 9-38
Siza, R. (2022) The Welfare of the Middle Class. Changing Relations in European Welfare States, Bristol: Policy Press.
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Il pensiero di Adriano Olivetti per il superamento della crisi della Sardegna

Nei giorni 27 e 28 ottobre prossimo si terrà a Cagliari un importante Convegno sulla figura di Adriano Olivetti – intitolato “Adriano Olivetti e la Sardegna – Attualità di una prospettiva umanistica” – che ne riproporrà a tutto tondo il pensiero, soffermandosi specificamente su “teorie e pratiche di comunità”, che lo caratterizzano e informarono la sua prassi politica, purtroppo interrottasi con la sua morte improvvisa e prematura, impedendone una diffusione nel paese. Olivetti trovò felice corrispondenza del suo pensiero anche in Sardegna,
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- Foto: Archivi Fondazione Sardinia e Fondazione Adriano Olivetti –
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dove strinse fecondi rapporti di collaborazione culturale e politica con il Partito Sardo d’Azione e con diversi esponenti della cultura operanti in Sardegna, come appunto Antonio Cossu, sul quale è incentrato il saggio del prof. Duilio Caocci. In particolare l’esperienza di Olivetti in Sardegna sarà approfondita nella ricerca degli elementi utili per proporre oggi una possibile alternativa all’attuale modello sociale, politico, culturale, nonché istituzionale, o, perlomeno, migliorare la situazione di crisi che attraversa la nostra Regione. Oltre l’autonomia verso un federalismo solidale? Il Convegno è organizzato dalla Fondazione Sardinia, dall’Università di Cagliari, dalla Pontificia Facoltà Teologica, con il patrocinio della Fondazione Adriano Olivetti. Aladinpensiero e il manifesto sardo assicurano la funzione di media partner della manifestazione. Proprio in questa veste, assumiamo l’impegno di pubblicizzare al massimo la meritoria iniziativa, prima, durante e successivamente. In questo contesto rilanciamo qui (e rilanceremo nei prossimi giorni/mesi) materiali di approfondimento a cura della Fondazione Sardinia, tratti dal suo sito web. Non ripetiamo quanto ben spiegato nelle premesse.
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Antonio Cossu, uno scrittore olivettiano in Sardegna
di Duilio Caocci su Fondazione Sardinia.
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Antonio Cossu, uno scrittore olivettiano in Sardegna
di Duilio Caocci su Fondazione Sardinia.
“Il primo contatto tra Antonio Cossu e Adriano Olivetti è decisivo”. Questo importante saggio di Duilio Caocci – professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università di Cagliari – sull’intellettuale lussurgese Antonio Cossu (nella foto) rappresenta la ripresa delle tematiche “comunitarie” poste dal pensiero e dall’azione di Adriano Olivetti ed il loro importante passaggio in Sardegna a partire dagli anni Cinquanta dello scorso secolo. Un discorso che continueremo.

All’interno della cosiddetta letteratura olivettiana, porzione minima e però importante della letteratura industriale, Antonio Cossu – per la quantità e per la qualità delle opere schiettamente olivettiane – dovrebbe occupare una posizione di primo piano. Se si conviene su una definizione ampia (1), ovvero sul fatto che con l’aggettivo derivato dal cognome del grande industriale si possa definire un gruppo ampio ed eterogeneo di prodotti letterari – poesie, saggi, romanzi, diari – che si ispirano alle idee di Adriano Olivetti (o evocano l’ingegnere, o rappresentano la vita nelle fabbriche di Ivrea e Pozzuoli, oppure ancora discutono i grandi temi dell’illuminato imprenditore), allora l’intera produzione dello scrittore sardo di cui vorremmo ora scrivere rientrerebbe pienamente in questo campo molto popolato. Anche quando – come accade nella più gran parte dell’opera – Antonio Cossu non parla affatto di fabbriche. Anzi, proprio perché riflette sul futuro dell’isola senza industria, in una fase storica in cui, dopo il fecondo dibattito sulle ragioni dell’autonomia, si pianifica l’attuazione dell’articolo 13 dello Statuto, quello che afferma che lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’Isola. Tale ‘rinascita’, secondo un’idea di sviluppo condivisa nel clima politico degli anni Cinquanta e Sessanta, doveva prevedere una radicale trasformazione delle dinamiche sociali e un rapido passaggio dall’economia rurale a quella industriale.
Tra i quattro romanzi di Cossu – I figli di Pietro Paolo, Il riscatto, Mannigos de memoria, Il sogno svanito – la Sardegna evoluta in senso industriale compare solo nel Sogno svanito, perché lo scrittore quando si dispone a fare letteratura non è tanto interessato al lavoro nella catena di montaggio, ma a questioni che riguardano più direttamente la sua terra: la modernizzazione dei processi economici in campo agropastorale in relazione al miglioramento della qualità di vita delle comunità, il perfezionamento dei rapporti di potere tra centri decisionali e periferie. Tutti nodi che Cossu aveva imparato a considerare con attenzione dalle letture dei filosofi personalisti francesi prima e da Adriano Olivetti poi.
Il primo contatto tra Antonio Cossu e Adriano Olivetti è precoce e decisivo. Risale al tempo immediatamente successivo alla Laurea conseguita presso la Statale di Milano2 e fu favorito da Diego Are (Santu Lussurgiu, 1914-2000), un intellettuale compaesano di Cossu che aveva fondato nella capitale il Movimento internazionale di unione e fraternità3 e si era presto avvicinato al Movimento Comunità. Nel 1954 si tiene a Roma un convegno organizzato dal Movimento di Are e dalla sede romana del Movimento Comunità, intitolato Abolire la miseria. Per un fronte di riforme e di lotta popolare contro il bisogno. È in quel contesto che Antonio Cossu, allora ventisettenne, viene reclutato dall’ingegnere per una collaborazione con il settimanale «La via del Piemonte» allora diretto da Geno Pampaloni4 e pubblicato a Ivrea dalle Edizioni di Comunità. A partire da quel momento il giovane lussurgese diventa protagonista di un grande progetto politico e culturale e ha la possibilità di lavorare accanto a una schiera di intellettuali composita e valorosa.
Nel settembre 1955 appare su «Comunità» (a. XI, n. 32) un racconto ibrido di Cossu, Sardegna a passo di carro e di cavallo, di quelli che si posizionano sulle zone di confine tra generi: reportage giornalistico, riflessione sociale e racconto finzionale, collocabile perciò tra quei non pochi scritti letterari olivettiani «che camuffano il rapporto tra narrativa e sociologia sotto la falsariga di una letteratura a carattere documentario perché oscillano tra scrittura d’invenzione e di testimonianza»5.
Il protagonista racconta in prima persona l’esperienza di un viaggio compiuto con suo padre in un’ampia area tra i paesi dell’oristanese, sino a Macomer, insistendo sulle condizioni arretrate del territorio e su una lentezza – quella appunto del carro – incompatibile con la modernità dei mezzi di trasporto a motore. Le descrizioni si accreditano come ‘oggettive’ per lo stile asciutto che caratterizza l’intera narrazione e per il corredo di fotografie scattate dall’autore al fine di documentare con maggiore evidenza i fenomeni tipici di un ritardo economico e culturale dell’Isola rispetto allo sviluppo frenetico di altre aree d’Italia. Ma le finalità documentarie del reportage non bastavano a Cossu neppure in quella fase di esordio e di formazione. Esse dovevano considerarsi – secondo un modello che l’autore aveva appreso dai personalisti francesi e che si era rafforzato e ‘aggiornato’ nel contatto con Adriano Olivetti e con l’ambiente olivettiano – un passo preliminare, una presa di coscienza e di conoscenza delle condizioni di una comunità, cui avrebbe necessariamente fatto seguito il momento dell’individuazione delle responsabilità prima e quello dell’azione individuale e collettiva poi, assieme all’impegno per la rimozione dei problemi. Il viaggio consente al protagonista di descrivere una serie di caratteristiche del paesaggio fisico e socio-antropologico di una parte della Sardegna e di esaltare la vocazione peculiare, l’irriducibile specificità di ciascuna comunità. È questo un modo di presentare l’Isola molto diverso rispetto a quello praticato da molta pubblicistica politica e da altrettanta produzione letteraria: qui la ‘frammentazione’ e la differenza sono considerate un valore e un punto di partenza per il riscatto collettivo; nelle negoziazioni tra Stato e Regione e nel dibattito politico interno, a pochissimi anni (sette per la precisione) dalla promulgazione dello Statuto Speciale per la Sardegna (26 febbraio 1948) e in un momento di grande entusiasmo per i poderosi investimenti promessi dallo Stato per la Rinascita, si preferiva confezionare discorsi identitari che puntavano sui tratti comuni più che su quelli divisivi.
A Cossu e all’intero gruppo di cui faceva parte interessava invece mostrare come si sviluppano nel tempo lungo le relazioni tra un paese e quello vicino. Il cosiddetto ‘campanilismo’, cioè il municipalismo, il provincialismo, è certamente un sentimento negativo se porta il cittadino alla chiusura nel piccolo spazio e al disprezzo per l’altro, ma nell’ottica personalistica e olivettiana il paese è il luogo in cui inizia la promozione dell’individuo a ‘persona’ capace di agire verso il prossimo e con il prossimo, a vantaggio di collettività sempre più ampie. Bisognava dunque senza timore restituire valore alle caratteristiche di ogni individuo, famiglia, quartiere, paese, regione e fare in modo che tale valore si aprisse verso lo spazio esterno. È per questa ragione che il racconto passa da Milis, paese di commercianti scialacquatori e pigri, a Macomer, cittadina industriosa, ricca di bestiame di qualità e capace di produrre ricchezza con i suoi caseifici e con la lavorazione della lana e attraversa la superba Ghilarza fino alla Cuglieri spagnolesca e esterofila. In quell’arcipelago ben delimitato di paesi ben delimitato era necessario anzitutto – secondo la prospettiva di Cossu – compiere un’indagine seria e capace di mettere in evidenza vizi e virtù di ciascuna comunità e di restituire la giusta dignità a ogni campanile. Con la giusta coscienza identitaria, si sarebbe dovuto incentivare e favorire il moto solidale di un paese verso l’altro, per il progresso dell’intera area.
Il campanile, o meglio, la campana è proprio il simbolo che salda istituzionalmente la più olivettiana delle imprese di Antonio Cossu al Movimento Comunità: la fondazione del «Montiferru. Periodico della Comunità del Montiferru». A partire dal primo numero – il numero unico provvisorio in attesa di registrazione del 20 febbraio 1955 – il periodico assume il logo della campana con il cartiglio su cui è incisa la locuzione humana civilitas, un’immagine che Leonardo Sinisgalli aveva trovato tra alcune carte cinquecentesche e che Giovanni Pintori6 aveva ridisegnato come logo per le Edizioni di Comunità e per la rivista «Comunità»7.
Si tratta dunque di un progetto che si inscrive all’interno del reticolo di pubblicazioni promosse dalle Edizioni di Comunità e che rappresenta uno degli ideologemi personalisti di Adriano Olivetti, il quale spiegherà così le ragioni di quell’invocazione umanistica e le finalità che tengono insieme, come un tutto omogeneo, le molte attività industriali e culturali:
Noi guardiamo all’uomo, sappiamo che nessuno sforzo sarà valido e durerà nel tempo se non saprà educare ed elevare l’animo umano, che tutto sarà inutile se il tesoro insostituibile della cultura, luce dell’intelletto e lume dell’intelligenza, non sarà dato ad ognuno con estrema abbondanza e con amorosa sollecitudine8.
Con la sua rivista Antonio Cossu intendeva portare nel suo paese le buone pratiche che si sperimentavano a Ivrea. Si trattava di favorire la costruzione di una comunità vera e solidale in un piccolo paese periferico, Santu Lussurgiu, ma evitando che la stessa si concepisse irrelata, autosufficiente. È infatti a un’area antropologicamente omogenea che si rivolge la testata, il Montiferru appunto, una sub-regione della Sardegna centro-occidentale caratterizzata da un’economia prevalentemente agro-pastorale. Il primo editoriale di Cossu, intitolato Oltre il campanilismo, colloca l’intera operazione tra due tendenze insidiose della modernità politica, il centralismo e l’individualismo, e chiarisce il senso dell’impegno coesivo e solidaristico in chiave federalista. Se la stampa e la politica ignorano e sottovalutano gli interessi dei piccoli paesi, è necessario avere una rivista che ne accolga e amplifichi le istanze, al fine di dotare le piccole patrie comunali di una forza contrattuale maggiore nei confronti delle istituzioni centrali. A supporto degli argomenti esposti, Cossu chiude l’editoriale con la citazione di un brano tratto da un libro di Luigi Einaudi e con un Appello del Consiglio dei Comuni d’Europa. Il brano di Einaudi – che avrebbe terminato il suo mandato da Presidente della Repubblica nel maggio di quello stesso anno 1955 – è particolarmente incisivo per il modo in cui connette il tema del federalismo a quello della libertà:
Federalismo è il contrario di assoggettamento dei vari stati e delle varie regioni ad un unico centro. Il pericolo del concentramento della cultura in un solo luogo si ha negli stati altamente accentrati, dove la vita fluisce da un solo centro politico verso la periferia, dall’alto verso il basso. Ma federazione vuol dire invece liberazione degli stati dalle funzioni accentratrici.9
La questione del rapporto tra il centro del potere e le periferie è – come dicevamo – una costante olivettiana nella rivista, sino all’ultimo numero del luglio-settembre 1957, dove Antonio Cossu presenta un intervento intitolato La Regione e i comuni, per dare conto della terza edizione del Convegno Sardegna d’oggi tenutosi nell’agosto del medesimo anno. La questione del decentramento si pone in relazione al compimento dell’Autonomia regionale e alla pianificazione della rinascita della Sardegna garantita dall’articolo 13 dello Statuto. Per una vera rinascita – sostiene Cossu – occorre creare un reticolo di comuni dotati di sufficiente autonomia, ma saldati l’uno all’altro dagli interessi condivisi e da un progetto più grande, di respiro almeno regionale.
Non si può tuttavia pensare di giungere a un impegno corale di tante comunità verso il bene comune se non si agisce correttamente sui presupposti di ogni relazione, cioè sulla formazione dei singoli cittadini, per fare in modo che ogni individuo acquisti la dignità e la consapevolezza di persona. A questo tema è dedicato il fascicolo che raccoglie i numeri 7-8-9 dell’ottobre-novembre-dicembre 1955. Più precisamente il tema centrale del fascicolo è quello dell’istruzione nella scuola e l’epigrafe viene da Manlio Rossi Doria, politico ed economista di primissimo piano:
[segue]
Oggi giovedì 19 gennaio 2023






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Eventi,Opinioni,Commenti e Riflessioni——————–——————
https://monasterodibose.it/preghiera/vangelo-del-giorno/15411-gesu-sta-traOggi
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L’Autonomia nel Paese arlecchino
19 Gennaio 2023
Massimo Villone su Democraziaoggi
In vista dell’assemblea pubblica a Cagliari contro l’autonomia differenziata del 24 prossimo, ad iniziativa della Scuola di cultura politica F. Cocco, pubblichiamo sull’argomento questo articolo di Massimo Villone, autorevole costituzionalista e presidente del Coordinamento per la democrazia Costituzionale (CDC).
Le sollecitazioni scomposte di Zaia e Salvini a sostegno della accelerazione impressa da Calderoli sul tema della […]
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BETTINI SU CATTOLICI E PD. MANCUSO SUL PACIFISMO
16 Gennaio 2023 by Giampiero Forcesi | su C3dem
Luci di carità in tempi di pandemìa

Fratelli tutti e Laudato si’: strumenti per la costruzione di un mondo migliore.
Riflessioni su alcune tematiche “laiche” così come trattate dalle due encicliche: IL LAVORO, POLITICA ed ECONOMIA, BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA*
di Franco Meloni
PREMESSA
L’enciclica “Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale” ci fa sentire partecipi della grande famiglia umana, abitanti della Terra, casa comune, che Papa Francesco ha ben descritto nella precedente enciclica Laudato si’. I due documenti si integrano e si completano, fornendoci strumenti per la costruzione di un mondo migliore. Ma non cerchiamo in essi ricette preconfezionate: le scelte in definitiva competono a noi, come singoli, come membri di aggregazioni comunitarie, e, per quanti lo sono, come rappresentanti istituzionali.
Veniamo al tema, la fraternità: è un valore assoluto, di cui disponiamo tutti, almeno in teoria, senza averla in nessun modo conquistata e meritata. Per i credenti “la nostra volontà non c’entra: siamo fratelli non perché lo vogliamo, ma perché siamo figli di Dio che è, di tutti noi, padre” (1). Anche i non credenti, almeno molti tra loro, pur senza coinvolgere Dio, ci credono! (2) Tanto è che la fraternità costituisce il terzo grande valore della triade della Rivoluzione francese «Libertà, uguaglianza e fraternità», bandiera del pensiero laico (3).
Se siamo fratelli e sorelle, come siamo, spetta a ciascuno di noi comportarci di conseguenza, per godere effettivamente di questo status naturale. Ma il mondo non va esattamente in tale giusta direzione. A moltissime persone su questa Terra non è riconosciuto il diritto alla fraternità. Un virtuoso programma mondiale dovrebbe tendere a renderlo effettivo, rimuovendo tutte le cause che lo impediscono.
E, invece… Addirittura nel tempo, soprattutto nel nostro tempo, la fraternità è stata quasi dimenticata. Perché? “Forse la causa sarà stata una confusione – errata confusione – tra fraternità e uguaglianza sociale. E dunque, fallite le forme di realizzazione storicamente date di tale uguaglianza (fallito cioè il cosiddetto socialismo reale), si è preferito non pensarci più. Qualunque sia la causa, resta il fatto che si è trattato – e si tratta – di una disattenzione imperdonabile” (1bis).
In sostanza così pensa anche il Papa che nella sua enciclica esalta la fraternità, sostenendone l’importanza fino a capovolgere la gerarchia tra i tre valori, dando alla fraternità la funzione di dare senso agli altri due (4): “La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. (…) ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori? Succede che la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere. Questo non esaurisce affatto la ricchezza della libertà, che è orientata soprattutto all’amore. Neppure l’uguaglianza si ottiene definendo in astratto che «tutti gli esseri umani sono uguali», bensì è il risultato della coltivazione consapevole e pedagogica della fraternità” [FT 103, 104]. La fraternità dimenticata da tutti? Sì, ma per fortuna non dai poeti – ricordate la poesia Fratelli di Giuseppe Ungaretti? (5) – e dagli artisti in generale. Un esempio lo fornisce lo stesso Papa quando nell’enciclica cita un verso della canzone Samba delle Benedizioni di Vinicius de Moraes [FT 215], che rende magnificamente l’invito a far crescere una cultura dell’incontro, laddove si pratica la fraternità: «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». E prosegue il Papa nella proposizione di un “modello di riferimento di società aperta ed inclusiva” ben rappresentato dalla figura geometrica del poliedro “che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché «il tutto è superiore alla parte». Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda (…). Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo” [FT 215 e LS 237] (6).
Tornando alla fraternità: dunque è un dono e personalmente ne sento l’afflato consolatorio nella sua pratica negli ambienti comunitari, ma ho la consapevolezza che si tratti di un privilegio, considerato che molta parte dell’umanità non ne può godere i benefici, in tutta la loro possibile estensione, a causa della difficile, per tanti drammatica, situazione in cui versa il nostro Pianeta, sia sul versante ambientale, sia su quello sociale ad esso strettamente connesso. Non esiste benessere della Terra senza che sussista contemporaneamente quello dei suoi abitanti, nell’accezione di “ecologia integrale”, concetto profondo dell’enciclica Laudato si’, che, come mi piace rimarcare, trova una “corrispondenza laica” nell’Agenda Onu 2030 (7).
Rifletto sul quadro che l’enciclica Laudato si’ mostra con crudo realismo: 1) il Pianeta è in pericolo, ma comunque sopravvivrà; chi rischia l’estinzione è l’umanità intera con gli altri esseri viventi, travolta da sconvolgimenti ambientali che non si vogliono adeguatamente contrastare; 2) nonostante la pandemia, purtroppo ancora in atto, continuano le guerre in tutto il mondo, una «terza guerra mondiale a pezzi», mentre crescono dappertutto le diseguaglianze e le povertà in un contesto mondiale “dominato dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllato dagli interessi economici miopi”.
E cerco allora possibili vie d’uscita, non solamente sul piano dell’impegno intellettuale, ma concretamente sulla modifica dei comportamenti (la “conversione ecologica”) perché mi sento pienamente coinvolto e perfino in qualche misura responsabile dell’attuale situazione, anche con riferimento alle realtà di impegno civile in cui sono inserito.
Nessuno deve tirarsi indietro per piccolo possa essere il contributo di ciascuno.
Ci aiutano in questa impresa proprio le due ultime encicliche di Papa Francesco.
Individuo alcune connessioni tra le stesse che mi aiutino a comprendere la situazione e che m’illuminino rispetto al “che fare?”. E’ un percorso che mi/ci impegna come cattolici, ma che può coinvolgere tutti. Proprio secondo gli intendimenti del Papa: [FT 6] “Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché (…) siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà”. Intendimenti ormai nella consuetudine dei Papi, da Giovanni XXIII (Pacem in terris, 1963) in poi.
L’enciclica “Fratelli tutti” richiama esplicitamente la “Laudato si’” in 23 note, sulle quali opero un’arbitraria selezione, riconducendo i contenuti a tre grandi tematiche, che schematizzo nei titoli seguenti: IL LAVORO, POLITICA ed ECONOMIA, BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA.
IL LAVORO
Alla questione il Papa dà molta enfasi, situandola nel solco tradizionale della Dottrina sociale della Chiesa, evitando di portarsi avanti nel dibattito sul rapporto tra lavoro e reddito, che pur aveva trattato in un precedente sorprendente intervento (8)
Dice il Papa [FT 162]: “Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze. Questo è il miglior aiuto per un povero, la via migliore verso un’esistenza dignitosa. Perciò insisto sul fatto che «aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze”. Ecco il passaggio in cui il Papa non insiste sulle teorie del «reddito universale di base» se non nel proporlo per le fasi emergenziali. Sostiene infatti che “Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro. Per quanto cambino i sistemi di produzione, la politica non può rinunciare all’obiettivo di ottenere che l’organizzazione di una società assicuri ad ogni persona un modo di contribuire con le proprie capacità e il proprio impegno. Infatti, non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro». In una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo“. Riprende pertanto quanto scritto nella LS [128]: “Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale.(…) Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro”. Il Papa ha ben presente le radicali trasformazioni del lavoro e mette in guardia da pericolose derive, nel momento in cui “l’orientamento dell’economia ha favorito un tipo di progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine. È un ulteriore modo in cui l’azione dell’essere umano può volgersi contro sé stesso. La riduzione dei posti di lavoro «ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del «capitale sociale», ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile. In definitiva «i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani». Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società”.
Ancora sulla FT [168]: “ Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del «traboccamento» o del «gocciolamento» – senza nominarla – come unica via per risolvere i problemi sociali (9). Non ci si accorge che il presunto traboccamento non risolve l’inequità, la quale è fonte di nuove forme di violenza che minacciano il tessuto sociale. Da una parte è indispensabile una politica economica attiva, orientata a «promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale», perché sia possibile aumentare i posti di lavoro invece di ridurli. La speculazione finanziaria con il guadagno facile come scopo fondamentale continua a fare strage. D’altra parte, «senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare». La fine della storia non è stata tale, e le ricette dogmatiche della teoria economica imperante hanno dimostrato di non essere infallibili. La fragilità dei sistemi mondiali di fronte alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato e che, oltre a riabilitare una politica sana non sottomessa al dettato della finanza, «dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno»“.
Riprendendo la LS [129]: “ Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Per esempio, vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale. Le economie di scala, specialmente nel settore agricolo, finiscono per costringere i piccoli agricoltori a vendere le loro terre o ad abbandonare le loro coltivazioni tradizionali. I tentativi di alcuni di essi di sviluppare altre forme di produzione, più diversificate, risultano inutili a causa della difficoltà di accedere ai mercati regionali e globali o perché l’infrastruttura di vendita e di trasporto è al servizio delle grandi imprese. Le autorità hanno il diritto e la responsabilità di adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della produzione. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica. L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune”.
Da quanto messo in evidenza, risulta esplicita la critica del Papa (ripetuta in molte occasioni) alle teorie economiche dominanti, quelle di stampo neoliberista, che mettono al centro la realizzazione del profitto, piuttosto che del benessere delle persone, generando privilegi e ricchezze per pochi, forti diseguaglianze e povertà per molti. Per converso il Papa incoraggia lo studio e la pratica di economie diverse, quali quelle cosiddette circolari o che si rifanno ai principi dell’economia civile. Afferma Papa Francesco in altra circostanza (10): “l’economia, nel suo senso umanistico di “legge della casa del mondo”, è un campo privilegiato per il suo stretto legame con le situazioni reali e concrete di ogni uomo e di ogni donna. Essa può diventare espressione di “cura”, che non esclude ma include, non mortifica ma vivifica, non sacrifica la dignità dell’uomo agli idoli della finanza, non genera violenza e disuguaglianza, non usa il denaro per dominare ma per servire (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53-60)”.
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Oggi domenica 21 marzo 2021





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Sbilanciamoci! – 19 Marzo 2021 | Sezione: Apertura, Politica
Il peggioramento degli indicatori del benessere equo e sostenibile (BES) confermano una situazione, economica ma anche culturale, allarmante. E indicano anche priorità e bisogni collettivi. “Peccato la politica non li utilizzi come strumento”, dice il ministro Giovannini.
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Sono pervenute in redazione richieste su come procurare il “documento-strumento” della “Pastorale Sociale e del Lavoro” della Diocesi di Cagliari presentato ieri alle forze politiche e sociali e alla stampa. Il direttore dell’Ufficio, Ignazio Boi, ci informa che il formato cartaceo è ottenibile a richiesta, anche per nostro tramite [eventualmente fateci sapere]. Peraltro lo stesso documento è disponibile online al seguente indirizzo web: https://www.chiesadicagliari.it/wp-content/uploads/2021/03/La-Chiesa-di-Cagliari-tra-crisi-sociale-e-pandemia-Strumento-di-riflessione-e-proposta-19-marzo-2021.pdf .
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