Risultato della ricerca: zona franca
Dotare l’ONU di una Costituzione globale

Il problema
Guerre, genocidi, riarmo, sanzioni economiche, soprusi e ricatti degli Stati più forti nei confronti dei più deboli, segnano in modo inequivocabile la fine dell’ordine internazionale delineato con la Carta delle Nazioni Unite del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e i Patti internazionali sui diritti civili del 1966. Atti solenni che avevano un unico scopo: evitare il ripetersi delle tragiche guerre del ’900, con oltre 70 milioni di morti, e garantire dignità e sussistenza a tutta l’umanità. Principi ben presenti nella nostra Costituzione che all’art.11 “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Con l’abbattimento del muro di Berlino del 1989 sembrava essere venuta meno anche la barriera che resisteva ad una piena collaborazione tra gli Stati del continente europeo e tra questi e l’insieme degli Stati del mondo.
Sono propositi lasciati colpevolmente affievolire nei decenni e oggi brutalmente calpestati da azioni che mirano alla cancellazione del diritto internazionale e delle stesse Nazioni Unite. Prova ne sono, tra l’altro:
le recenti violazioni del diritto internazionale in Ucraina, a Gaza, in Iran, in Venezuela, nelle acque internazionali del Mediterraneo e negli oltre 50 conflitti armati attivi nel mondo; il numero più alto dalla fine della seconda guerra mondiale;
il ritiro degli USA, a partire dal 2026, da 31 organismi delle Nazioni Unite, tra cui quelli per i cambiamenti climatici, la sanità mondiale, i diritti umani, ecc.;
la costituzione, il 22 gennaio 2026, di un eufemistico “Consiglio di pace” per Gaza, arbitrariamente nominato e presieduto a vita da Trump. Un Consiglio in cui si entra pagando almeno un miliardo di dollari con il compito di ricostruire, sulle macerie e sui morti di Gaza, non le case per i palestinesi sopravvissuti al genocidio, ma nuovi sfavillanti grattacieli per finalità immobiliari speculative. Una vergogna dalla quale si sono sottratti alcuni Stati invitati da Trump a farne parte, ma non il nostro governo che ha dichiarato di non potervi aderire, per il momento, solo perché impedito dalla Costituzione.
Senza più veli ideologici è in atto su scala globale lo scontro sulle “aree di influenza geopolitica” che altro non sono che i nuovi confini armati pretesi dalle grandi potenze che si contendono il controllo economico e militare del mondo intero. Basti ricordare che in Europa nel 1989 i confini orientali dell’alleanza militare NATO erano di 1.200 km e oggi sono circa 2.600. Dovevano sparire con il crollo del muro di Berlino e invece sono più che raddoppiati. Quello a cui stiamo assistendo è uno scontro selvaggio, senza regole e morale, che impone rigide alleanze tra Stati “amici” contro Stati “nemici”, a loro volta organizzate in forma imperiale con uno Stato sovrano e colonie rigidamente asservite. E’ una prospettiva regressiva che punta a sostituire il diritto internazionale con la forza delle armi, la cooperazione con la competizione; la libertà e la democrazia con la subordinazione servile; la pace con la guerra che, in un mondo con 12.000 testate nucleari divise tra 9 potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano. E’ così che si allontana la possibilità di trovare soluzioni ai grandi problemi del pianeta, a partire dai pericoli incombenti dei cambiamenti climatici, dalle intollerabili diseguaglianze tra i popoli e dagli epocali e ineludibili fenomeni migratori che proprio da queste cause prendono origine.
Purtroppo è una prospettiva che ha fatto propria anche l’Europa, negando i valori di pace e cooperazione internazionale sui quali è stata fondata. Da qui la miopia che oggi la induce da un lato a non spendere una parola per rilanciare il ruolo insostituibile dell’ONU come sede per la regolazione dei rapporti tra tutti gli Stati del mondo, dall’altro ad assumere l’obiettivo di un poderoso riarmo dei propri Stati come unica strategia della politica estera. Con disinvoltura i suoi rappresentanti dichiarano da tempo che la guerra non è eludibile in Europa, che anzi è prevedibile in tempi brevissimi e che per questo dobbiamo riarmarci entro il 2030 per combattere il nemico individuato ora nella Federazione Russa. E’ la filosofia tragica dell’amico-nemico che “naturalizza” la guerra come inevitabile, con il duplice scopo di riarmare gli arsenali e disarmare le coscienze dei cittadini con la negazione di qualsiasi alternativa.
La realtà è diversa. L’alternativa esiste, ma non la si vuole vedere e neppure nominare perché contraria agli interessi selvaggi dei poteri economici e militari. E’ quella di una profonda riforma dell’ONU in linea con i cambiamenti avvenuti dalla sua fondazione ad oggi. Una riforma basata su due capisaldi fondamentali: da un lato l’eliminazione del diritto di veto dei 5 Stati membri del Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito) che blocca le risoluzioni contrarie ai loro interessi; dall’altro dotando l’ONU di una vera e propria Costituzione che consenta di garantire, con vincoli rigidi che oggi non esistono, la pace e i diritti universali comuni a tutti i cittadini della Terra. Non un governo unico del mondo, ma una Costituzione che, nel rispetto delle diversità di tutti gli Stati e nell’interesse di tutte le persone – povere, ricche, deboli e forti – faccia compiere all’umanità intera un salto di civiltà con la stipulazione di un nuovo patto globale di pacifica convivenza e sopravvivenza. E’ un’alternativa complessa, difficile, ma non impossibile. E’ comunque la sola alternativa realistica alla legge del più forte e alla sudditanza dell’intera umanità alla violenza delle armi, alla politica degli affari e degli interessi dei pochi padroni che oggi stanno conducendo il mondo verso la catastrofe. Nessuno può dire, realisticamente, in che forma e quando questi propositi potranno inverarsi, ma con altrettanta convinzione pensiamo che sia necessario scegliere ora, nel vivo delle intemperie drammatiche che stiamo vivendo, da che parte stare rispetto all’orizzonte alternativo che delinea la Costituzione della Terra: o si condivide e ci si muove coerentemente per realizzarla nel tempo anteponendo sempre il diritto internazionale alla prepotenza della forza, o si nega in quanto ritenuta utopistica finendo per accettare come naturale e ineluttabile ciò che sta accadendo, ossia le competizioni e le guerre militari, economiche, tecnologiche o ibride che siano.
I sottoscrittori del presente documento sono ben consapevoli che i principali ostacoli sono da un lato la cecità e la forza di chi detiene i poteri decisori e dall’altro la sfiducia, l’indifferenza e la rassegnazione sempre più diffuse tra le persone. Sono tuttavia altrettanto convinti che non si debba accettare la catastrofe annunciata come naturale e ineluttabile e che serva, subito, una proposta alternativa per un nuovo ordine mondiale fondato sulla pace e la cooperazione. Per questo ritengono che la Costituzione della Terra sia oggi la sola alternativa realistica al disastro globale ed invitano singoli, associazioni, organizzazioni politiche e istituzioni a dare vita ad un movimento internazionale per sostenerla.
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Firma la petizione:
https://www.change.org/p/dotare-l-onu-di-una-costituzione-globale?recruited_by_id=cca22f60-01b7-11f1-9655-9755b79fbf75&utm_source=share_petition&utm_campaign=psf_combo_share_message&utm_term=psf&utm_medium=copylink
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Firmatari
Grazia Viaggi; Simonetta Noè Massa M.ma, Massimo Zucconi; Rossano Pazzagli Suvereto, Ado Gr, Lido Andreoni, Adriano Bruschi; Fabio Baldassarri; Franca Grassi Campiglia, Mario Gottini; Franceilli, Andrea Baldassarri, Giovanni Manetti, Marco Lamisco Taruntoli, Alberta Ticciati; Silvia Benedettini; Iacopo Bernardini; Matteo Brogioni; Stella Zannoni; Sara Brogioni;, Elisa Papa; Patrizio Alberini; Debora Teglia, Maria Cristina Campaiola; Teresa Bettini; Jole Bertaccini; Leonardo Mastroleo; Fabrizio Zucconi; Jessica Pasquini; Monica Pierulivo; Eraldo Ridi; Ivana Guarguaglini; Paolo Bertini; Alessandro Rossi; Francesco Taruntoli; Maria Concetta Mondello; Raffaella Biagioli; Simona Capra; Aldo Bassoni; Paolo Dolfi; Giulia Gentile; Ruggero Stanga; Giorgio Salvini; Leonardo Petri; Stefano Tamburini; Adolfo Carrari; Cristina Berlini; Silvia Guideri; Chiara Cilli; Alessandro Micheletti; Maria Christine Mastroleo; Elisabetta Lazzeri; Deborah Ceravolo; Adeanna Grilli; Soriana Montomoli; Cinzia Tarquino; Alessandra Doni; Sarina Chiarchiaro; Gabriella Verrucci; Francesco Vanni; Lorella Niccolini; Silvia Tagliaferri; Silvana Sardi; Roberta Casali; Lorella; Giovanna Barsotti; Roberta Barsotti; Daniela De Rossi; Antonietta Atticciati; Fulvia Carrucoli; Maddalena Castellini; Luciana Marchetti; Ivana Zannerini; Simonetta Pesci; Renato Tonelli; Stefano Tognoni; Abra Grilli; Giovanni Ugolini; Vittoriano Bernardeschi; Erika Grilli; Franca Petrocchi; Paola Ferretti; Giuseppe Fulceri; Nicoletta Mastroleo; Giovanni Morlino; Patrizia Viaggi; Patrizia Costa; Franca Orlandini; Grazia Ruggeri; Roberto Rossi; Elisabetta Massone; Nadia Marchionni; Graziella Pocci; Alvaro Mastroleo; Loredana Teglia; Ada Sampietro; Manfredo Bianchi; Rosanna Rossi; Gianni Federico; Paola Anzuini; Patrizia Pagnini; Manuela Gori; Maria Rocchi; Francesca Pacini; Martina Pacini; Michele Zucconi; Paola Guglielmi; Rosaria Lombardo; Neda Caroti; Clara Bozolan; Laura Anzuini; Deanna Anichini; Paola Ribechini; Annalisa Morganti; Luana Fiorini; Vilna Francini; Donatella Salvestrini; Chiara Braccialini; Gaia Gaggioli; Vanna Petrocchi; Riccardo Bellucci; Carla Longobardi; Gianna Longobardi; Domenico Ambrosino; Gianluca Ambrosino; Rosetta De Martino; Gianni Fenu; Evi Govi; Tiziana Sileoni; Renato Gori; Mabel Zanelli; Teloni Giuseppe; Veronica Chelli; Francesca Nucci; Eleonora Montagnani Piombino, David Romagnani; Graziano Simoncini; Massimo Lami Piombino, Ugo Preziosi; Renzo Carletti; Alessandro De Gregorio; Edoardo Parello; Francesca Villani; Luciano Francardi; Paola Minelli; Paola Pellegrini; Anna Tempestini; Doriano Baldassarri Piombino, Davide Leonelli; Marcello Piccini; Claudia Carnesecchi! Cristina Quochi; Sabrina Biscetti; Agostino Da Robbio; Patrizio Donati; Fabrizio Vanni; Nide Da Mommio; Doriano Scali; Adriana Taffara; Francesca Tai; Rosanna Matteo Leonetti; Mirko Pierini;Rebecca Baldassarri; Fiorella Gasperini; Paola Reggiani; Luca Aterini; Diego Barsotti; Emiliano Carnieri; Stefano Zocco Pisana; Andrea Schiffer; Manrico Golfarini; Michela Pertici; Leonardo Barsalini; Alessandro Grassi; Carlo Giangregorio; Lorenzo Partesotti; Filippo Di Rocca; Maurizio Giacobbe, Chiara Golfarini; Lucrezia Ferrà; Matteo Fontana; Gianluca Camerini; Miretta Beccari; Sergio Mori; Clelia Cucca; Enrico Pompeo; Maurizio Villani; Jacopo Bertocchi; Roberto Busdraghi; Federica Becherini; Cinzia Bartalini; Luciano Nocenti; Odetta Barani; Franco Meloni; Antonello Murgia…
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Deterrenza digitale: l’intelligenza artificiale diventa la nuova arma egemonica di Washington
Di Jamal Meselmani* – The Craddle
Gli Stati Uniti stanno utilizzando l’intelligenza artificiale come arma per integrare il controllo imperiale nelle infrastrutture digitali dei loro alleati e rivali.
Per oltre un secolo, oleodotti e rotte di navigazione hanno sostenuto le rivalità militari ed economiche mondiali. Oggi, quella mappa del potere è in fase di ridisegno. A Washington, nella Silicon Valley e al Pentagono, si sta tracciando una nuova mappa del dominio, ancorata non al petrolio o alle rotte marittime, ma al silicio, alla capacità di calcolo e al controllo delle infrastrutture digitali.
L’intelligenza artificiale (IA) riorganizza la geopolitica nel suo nucleo. Le guerre in Ucraina, il restringimento dei punti critici nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz e l’improvviso corteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela dimostrano che la geografia è ancora importante.
Ma nell’ultimo decennio è emersa un’infrastruttura parallela: digitale, fondamentale e sempre più sovrana. Al centro c’è il calcolo, che comprende l’hardware, l’energia e la capacità di elaborazione che alimentano i modelli avanzati di intelligenza artificiale. Washington intende monopolizzare questo potere .
La supremazia computazionale come dottrina strategica
Ciò che un tempo veniva pubblicizzato come innovazione si è consolidato in un’infrastruttura sovrana. I sistemi di intelligenza artificiale ora supportano la pianificazione militare, la logistica e il coordinamento economico. Gli Stati dotati di capacità informatiche avanzate possiedono un vantaggio strategico che si estende sia all’ambito economico che a quello militare.
Gli Stati Uniti hanno colto per tempo questo cambiamento. Non considerano l’intelligenza artificiale come un settore speculativo, ma come un pilastro del dominio strategico. Con questa prospettiva, Washington ha allineato capitale privato, ricerca accademica, dottrina militare e politica industriale in un’architettura coerente volta alla preminenza globale.
I numeri riflettono questa ambizione. Lo Stanford AI Index 2025 riporta investimenti privati in IA negli Stati Uniti pari a 109,1 miliardi di dollari in un solo anno, 12 volte in più rispetto alla Cina e 24 volte in più rispetto al Regno Unito. Gli investimenti istituzionali hanno superato i 252 miliardi di dollari . Ciò riflette una strategia deliberata volta a costruire data center iperscalabili, concentrare i talenti e implementare modelli su una scala che rimane inaccessibile alla maggior parte degli stati.
Questo accumulo digitale si scontra con la crescente ondata di resistenza multipolare. In tutta l’Asia occidentale e nel Sud del mondo, stati e movimenti allineati con l’Asse della Resistenza considerano sempre più l’infrastruttura di intelligenza artificiale guidata dagli Stati Uniti come una forma di controllo neo-imperiale , che rispecchia le precedenti battaglie per petrolio, valuta e armi. Ciò che un tempo si basava su navi da guerra e sanzioni ora si muove attraverso data center e gatekeeping algoritmici.
Ciò ha già iniziato a plasmare la posizione strategica dei movimenti di resistenza e dei loro alleati. L’Iran, ad esempio, ha pubblicamente collegato il controllo dei flussi di dati e delle infrastrutture alla sovranità nazionale . Gli attori della resistenza e i sostenitori dei diritti digitali hanno ripetutamente criticato le piattaforme tecnologiche occidentali per la censura e la sorveglianza sistemiche dei contenuti e del dissenso palestinesi, inquadrando il controllo delle infrastrutture digitali come parte di una più ampia lotta per la narrazione e il potere.
Il chip AI chokehold e Pax Silica
Il cuore pulsante dell’intelligenza artificiale è il silicio. Chip, acceleratori e server sono alla base di ogni modello e sono sempre più monopolizzati. Negli Stati Uniti, il fatturato di Nvidia nel settore dei data center ha raggiunto quasi 39 miliardi di dollari in un solo trimestre.
Gli eserciti moderni si affidano ora all’intelligenza artificiale per pilotare droni , analizzare i segnali satellitari, difendere le reti e calibrare i sistemi missilistici. L’infrastruttura informatica è diventata un campo di battaglia fondamentale a sé stante. Consapevole di ciò, Washington ha trasformato i controlli sulle esportazioni in blocchi strategici , prendendo di mira l’accesso della Cina ai chip di fascia alta.
Pechino, in risposta, ha incrementato la produzione nazionale di chip, costruito enormi centri dati e integrato l’intelligenza artificiale nella pianificazione sia civile che militare.
L’iniziativa Pax Silica del Dipartimento di Stato americano delinea un’alleanza tecnico-industriale che abbraccia Giappone, Corea del Sud, Paesi Bassi e Israele. Descritta come una “rete di fiducia” per le catene di fornitura dell’intelligenza artificiale, questa struttura integra elaborazione, energia e fabbricazione in un blocco condiviso.
L’integrazione di Israele nella guerra informatica, nelle tecnologie di sorveglianza e nelle applicazioni militari basate sull’intelligenza artificiale lo posiziona come un nodo di sicurezza chiave nel quadro strategico di Washington. Tel Aviv porta con sé strumenti collaudati sul campo di battaglia e una dottrina operativa affinata in decenni di occupazione e conflitti regionali.
Attraverso questa rete, l’infrastruttura informatica funge anche da leva politica. Gli alleati all’interno del sistema ottengono un accesso privilegiato alla tecnologia e agli investimenti. Quelli all’esterno affrontano esclusione, scarsità e costi crescenti. L’infrastruttura di intelligenza artificiale diventa sia la carota che il bastone.
Un tempo considerata neutrale, l’architettura digitale è diventata uno strumento di disciplina strategica. La costruzione di alleanze da parte di Washington si basa sempre più sul controllo della larghezza di banda, dei chip e dello spazio sui server. L’accesso al computer è calibrato in base all’allineamento.
La presenza di aziende israeliane nei forum sulla sicurezza informatica e sulla tecnologia militare in Asia e Africa consolida ulteriormente questo allineamento. Joint venture e accordi di esportazione confondono il confine tra partnership economica e dipendenza militare.
Intelligenza artificiale, energia e dipendenza forzata
La battaglia per l’hardware ora si inserisce in un progetto più ampio: il controllo della distribuzione globale. Il vero vantaggio risiede nel dominio dell’infrastruttura cloud. Da Amazon Web Services a Microsoft Azure, gli Stati Uniti cercano di affermarsi come substrato dell’economia digitale globale, definendone le regole, i permessi e i termini di partecipazione.
I governi e le aziende di tutto il mondo che si affidano alle infrastrutture cloud statunitensi operano entro vincoli legali e operativi definiti a Washington. Il disimpegno da queste piattaforme comporta pesanti sanzioni politiche ed economiche.
Queste dinamiche sono già emerse nel conflitto del Mar Rosso , dove le Forze Armate yemenite (YAF) allineate ad Ansarallah hanno dimostrato sistemi di puntamento adattivi e capacità informatiche . Sebbene asimmetrici, tali strumenti riflettono la crescente portata dell’IA negli arsenali della resistenza e la corrispondente urgenza di Washington di negare l’accesso ai blocchi rivali. Washington ottiene il controllo non con la forza, ma attraverso l’architettura.
Esiste anche una dimensione materiale. L’esecuzione di modelli su larga scala consuma quantità impressionanti di elettricità. Il calcolo richiede centrali elettriche, reti di raffreddamento e flussi di energia ininterrotti. In questo senso, l’intelligenza artificiale è profondamente fisica: si basa su materie prime, infrastrutture estrattive e controllo territoriale.
Questa convergenza tra politica informatica ed energetica rivela il disegno più ampio di Washington. L’incremento dell’intelligenza artificiale non è altro che una riaffermazione dell’egemonia statunitense all’insegna dell’innovazione.
Chiudere il cerchio: l’intelligenza artificiale come infrastruttura imperiale
Gaza, cerchiamo di capire. Antonio Dessì
Diciamocela tutta.
A me il “Piano Trump” per Gaza non piace affatto.
Tutta la Striscia sarebbe governata da un comitato di tecnocrati e di lobbisti (come definire altrimenti figure come Tony Blair?) a presidenza statunitense (lo stesso Presidente degli States), che dovrà gestirla come una sorta di zona franca economica offshore per investitori e affaristi finanziari, immobiliari, turistici. I palestinesi potrebbero restarci, ma prevalentemente come forza lavoro subordinata. Manca solo la legittimazione come altro protagonista della mafia internazionale, ma quella è una cosa che verrebbe da sè. Sembra una specie di riedizione .2025 della Cuba di Batista.
Davide Carta in Consiglio comunale: Cagliari città della Pace e del dialogo nel Mediterraneo
Segnalo l’intervento del Consigliere Davide Carta, svolto in Consiglio Comunale nel dibattito seguito alla presentazione delle dichiarazioni programmatiche del Sindaco Zedda per la nuova Consiliatura (Giancarlo Morgante).
Davide fa un discorso di ampio respiro teso alla costruzione di una comunità più inclusiva e coesa, a partire dalla cultura, avendo come punto di riferimento il Mediterraneo, il dialogo con le città e i paesi che si affacciano su di esso “Cagliari città della pace”.
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Qualche anno fa sono stato con la Caritas diocesana in Terra Santa. Durante la navigazione (con tutto il gruppo di pellegrini) nel lago di Tiberiade è stato ricordato un discorso dello storico Sindaco di Firenze “Giorgio La Pira”.
“Mediterraneo come il lago di Tiberiade”, il nuovo universo delle nazioni.
Traduzione concreta del messaggio evangelico di giustizia sociale e amore verso gli ultimi.
La Pira aveva una visione politica: “Il pilotaggio della speranza” sua questa espressione. È stato un profeta del dialogo, della speranza e della pace (mai come in questi ultimi tempi così tanto invocata).
Alla logica del conflitto, La Pira opponeva la supremazia del dialogo, cercato con tutte le forze nei Paesi dell’Europa dell’Est, in Asia, in America Latina e in Africa.
Amava ripetere “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci” (Isaia).
Si proponeva di arrivare al disarmo generale trasformando le «armi distruttive in strumenti edificatori della pace e della civiltà». Secondo la sua visione escatologica, tutta la storia convergerà verso «il porto finale» la pace.
Per raggiungerla, La Pira aveva incontrato capi di Stato di parecchie Nazioni.
In uno di questi incontri, conia una delle sue espressioni più note: «Abbattere i muri e costruire i ponti».
Abbattere il muro della diffidenza tra i popoli e costruire ponti di dialogo tra le genti. Unire e non dividere.
Diceva “il Mediterraneo è il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni”. Il Mediterraneo, culla delle civiltà monoteiste che chiamava «la triplice famiglia di Abramo». Il futuro del Mediterraneo è quello di riprendersi il suo posto (dialogo, pace, fratellanza tra i popoli che ivi si affacciano), in un mondo sempre più minacciato da guerre e distruzione.
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Per concludere, riprendendo l’intervento di Davide Carta, “un dialogo con città e paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che domani potranno diventare opportunità anche di cooperazione economica e di crescita, consapevoli che lo sviluppo è il nuovo nome della Pace”.
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Di Davide Carta.
LA COSA SEMBRAVA IMPOSSIBILE E QUINDI LA FECERO
La politica deve avere l’ambizione di realizzare i sogni dei cittadini e la loro felicità, partendo dalla comunità, nella quale ci sono i bisogni, le risposte e le energie.
Questa la chiusura del mio intervento in aula sulle dichiarazioni programmatiche del sindaco Zedda. [...]
Verso il Convegno su Adriano Olivetti e la Sardegna – Documentazione

Verso il Convegno di Cagliari del 27 e 28 ottobre 2023. ADRIANO OLIVETTI E LA SARDEGNA, quando il comunitarismo incontrò il sardismo.
di Salvatore Cubeddu, sul sito della Fondazione Sardinia.
La storia del rapporto tra Adriano Olivetti e il partito sardo nelle elezioni politiche del 1958. Il racconto dell’intellettuale lussurgese Antonio Cossu inviato da Ivrea in Sardegna. Il testo dell’accordo elettorale tra Adriano Olivetti e Titino Melis, segretario del PSd’A(z) (i due nelle foto). Il programma politico-economico-culturale (stralcio). Le elezioni politiche del 1958 in Sardegna.
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TACCIANO LE ARMI NEGOZIATO SUBITO!
Aderiamo, diffondiamo, ci impegnamo!
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TACCIANO LE ARMI NEGOZIATO SUBITO!
Verso una conferenza internazionale di pace
23 luglio giornata nazionale di mobilitazione per la Pace in tutte le città italiane
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L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata con drammatiche conseguenze per la vita e il futuro delle popolazioni ucraine, ma anche per l’accesso al cibo e all’energia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per l’economia europea e globale.
Siamo e saremo sempre dalla parte della popolazione civile, delle vittime della guerra in Ucraina e dei pacifisti russi che si battono per porre fine all’aggressione militare.
Questa guerra va fermata subito e va cercata una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali che dimostrino la volontà di cercare una soluzione politica alla crisi.
Occorre invece che il nostro paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro.
Bisogna fermare l’escalation militare. Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace, facendo tacere le armi e portando al tavolo del negoziato i rappresentanti del governo ucraino, di quello russo, delle istituzioni internazionali.
La popolazione italiana, nonostante sia sottoposta a una massiccia propaganda, continua ad essere contraria al coinvolgimento italiano nella guerra e a chiedere che si facciano passi concreti da parte del nostro governo e dell’Unione Europea perché sia ripresa con urgenza la strada dei negoziati.
Questo sentimento maggioritario nel paese è offuscato dai media mainstream ed è non rappresentato nel Parlamento. Occorre dargli voce perché possa aiutare il Governo a cambiare politica ed imboccare una strada diversa da quella attuale.
Per questo – a 150 giorni dall’inizio della guerra – promuoviamo per il 23 luglio una giornata nazionale di mobilitazione per la pace con iniziative in tutto il paese per ribadire: TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!
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Per adesioni: segreteria@retepacedisarmo.org
Per comunicare le iniziative: https://sbilanciamoci.info/europe-for-peace/
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PRIME ADESIONI (aggiornamento al 5 luglio)
Rete Italiana Pace e Disarmo
Accademia apuana della pace – ACLI – AGESCI – ALTROMERCATO – Ambasciata democrazia locale – ANSPS – AOI – Associazione di cooperazione e di solidarietà internazionale – Archivio Disarmo – ARCI – ARCI Bassa Val di Cecina – ARCI Servizio Civile aps – ARCS – Associazione Papa Giovanni XXIII – Associazione per la pace – AssopacePalestina – AUSER – Beati i costruttori di Pace – Casa per la pace di Modena – CDMPI – Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale – Centro Studi Difesa Civile – Centro Studi Sereno Regis – CGIL – CGIL Padova – CGIL Verona – CIPAX – CNCA – Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI – Conferenza degli Istituti Missionari in Italia – Coordinamento Comasco per la Pace – Coordinamento pace in comune Milano – Emmaus Italia – FIOM-Cgil – FOCSIV – Fondazione Angelo Frammartino – Fondazione Finanza Etica – Forum Trentino per la Pace e i diritti umani – Gruppo Abele – IPRI – rete CCP IPSIA – Lega per i diritti dei popoli – Legambiente – Libera – Link – coordinamento universitario – Link2007 cooperazione in rete – Lunaria – Movimento europeo – Movimento Internazionale della Riconciliazione – Movimento Nonviolento – Nexus Emilia Romagna – Noi Siamo Chiesa – Opal Brescia – Pax Christi Italia – Percorsi di pace – Rete degli studenti medi – Rete della conoscenza – Tavola sarda della pace – U.S. Acli – UDS – UDU – Un ponte per… – Ventiquattro marzo, Aladinpensiero, il manifesto sardo, Democraziaoggi, Comitato sardo No armi-Trattativa subito, Campagna Sbilanciamoci!, ActionAid, ADI–Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, Altreconomia, Altromercato, Antigone, ARCI, ARCI Servizio Civile, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, CESC Project, CIPSI–Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, Cittadinanzattiva, CNCA–Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’Acqua, Comunità di Capodarco, Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, Crocevia, Donne in Nero, Emergency, Emmaus Italia, Equo Garantito, Fairwatch, Federazione degli Studenti, Federazione Italiana dei CEMEA, FISH–Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, Fondazione Finanza Etica, Gli Asini, ICS–Consorzio Italiano di Solidarietà, Legambiente, LINK Coordinamento Universitario, LILA–Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, Lunaria, Mani Tese, Medicina Democratica, Movimento Consumatori, Nigrizia, Oltre la Crescita, Pax Christi, Reorient Onlus, Rete Universitaria Nazionale, Rete degli Studenti Medi, Rete della Conoscenza, Terres des Hommes, UISP–Unione Italiana Sport per Tutti, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, Un ponte per…, WWF Italia, #StopTheWarNow
Comunità Papa Giovanni XXIII, Pro Civitate Christiana, FOCSVI, AOI Cooperazione e solidarietà internazionale, Rete Italiana Pace e Disarmo, Libera contro le Mafie, ARCI, ARCS, ARCI Solidarietà, Insieme verso Nuovi Orizzonti, Forum Terzo Settore, Paxchristi Italia, Beati i costruttori di pace, ACMOS, Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Un ponte per, Fair Watch, COSPE, Gruppo Abele, Terre des Hommes, Mediterranea, CEFA, AVIS, CGIL Nazionale, Fondazione RUT, G.A.V.C.I., CELIM, Per un nuovo welfare, RESQ – People saving people, Come Pensiamo – Etnografia e Formazione, Portico della Pace, M.I.R. Movimento Internazionale della Riconciliazione, 6000 Sardine, Movimento Nonviolento, Movimento dei Focolari – Italia, Nove Onlus, Centro Studi Sereno Regis, Emmaus Villafranca, CulturAmbiente, Agronomi Forestali Senza Frontiere, Serviens in spe, Associazione Iqbal Masih OdV, CEDEUAM – Università del Salento, Centro Pace, Ecologia, Diritti Umani – Rovereto, Extinction Rebellion, Albero di Cirene OdV, FMSI, Gioventù Federalista Europea, Casa dei Diritti sociali – Valle dell’Aniene, Associazione sulle Orme OdV, ECPAT Italia, Legambiente Airone APS, CIPAX, Associazione il Manifesto in rete, Hiroshima Mon Amour, IED, PACHAMAMA, Associazione Onlus Lumbe Lumbe, Comunità dell’Arca, CESC Project, Fondazione Arché, Cooperazione Internazionale Sud Sud (CISS), Comitato Riconversione Rwm, Italia che Cambia, IRIAD, Medicus Mundi Italia, New Humanity, Rete Welcoming Asti, APRED, Istituzione Teresiana Italia, Sale della Terra, Piccoli Comuni del Welcome, Fondazione Capodanno in Paradiso, Una Proposta Diversa, Manifattura Saltinbanco, Associazione Mare Aperto, Movimento di Volontariato Italiano, Slaves No More, ProgettoMondo, Raccontincontri, Radio Popolare, La Coperta di Yusuf – Ponente Ligure, Social Street fornaci, Terzo Millennio, Laici Missionari Comboniani, ASC Aps, Associazione Sentieri di Pace, Libera Voce, Vite in Transito – Associazione multiculturale Onlus, AFL, Comunità Cristiane di Base Italiane, Consiglio Nazionale dei Giovani, Mondo di Comunità e Famiglia, Vittoria, Associazione Giovanni Paolo II, Cooperativa sociale Terra dei Miti, Il Sogno Cooperativa Sociale, AMMP – Associazione Maria Madre della Provvidenza, Agency for Peacebuilding, Socie e Soci di Bancaetica Verona, MOCI, CSVnet, La Voce, Consorzio ONG Piemontesi, NOVA OdV, CNESC, UILDM, International Action, Giuristi Democratici, World Union of Catholic Women’s Organization (WUCWO), ADL Zavidovici, Altreconomia, Parco di Monte Menola Pontecorvo, Federazione Nazionale Pro Natura, I Ricostruttori nella Preghiera, UISP APS, Lucy Associazione, Marche Solidali, Rivolti ai Balcani, WWF Sicilia Centrale, Forum Antirazzista Palermo, Associazione Forneletti, Volontari nel Mondo RTM, Namasté, Amici dei Popoli, Gruppo Trans, AEres Venezia per l’altraeconomia, Popoli Insieme, CONSCOM, Fondazione Amore Libertà, Solidarietà Alpina, Nigrizia, Circolo Laudato Sì – Milazzo, Matumaini Speranza Onlus Associazione di Solidarietà, ForumSaD, AGESCI Zona Valdarno – Toscana, UniTwin – Cattedra UNESCO “Diritti Umani, Democrazia e Pace” – Università degli Studi di Padova, Sapori Reclusi, Centro di Ateneo per i diritti umani Antonio Papisca, Circolo Laudato Sì – Pontedera – Valdera, Solidarietà Vigolana, IR, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Mani Tese – Vico Equense, Il Colibrì Monselice, Associazione di ricerca e sostegno alla società civile afgana, Tavolo della Pace – Carugate, CISV, Luce e Vita, Fondazione Romano Cagnoni, OK! Mugello, Il Tulipano Bianco, Forgat Odv, Pace Disarmo Coordinamento Provinciale di Belluno, AES-CCC Organismo di Cooperazione Internazionale, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Mondo di Comunità e Famiglia, Fair, Gruppo Solidarietà, 99 percento, NEXUS Emilia Romagna, Semi di Pace, Parallelo Associazione Culturale, Fondazione Ebbene, Mondo Roverso, To the border, MOCI Cosenza, Tavola della Pace e della Cooperazione, Fondazione Punto Missione ONLUS, Comune Info, MAG, Marco Mascagna, Benvenuti in Italia, Ukrainian Education Platform, Leadership and Ministry, Caritas-Lviv UGCC
ANPI
Associazione Salviamo la Costituzione Casa Internazionale delle Donne Centro per la Riforma dello Stato Cospe
Fondazione Lelio e Lisli Basso
Movimento dei Focolari Italiani Associazione Paese Reale Baobab Experience
UP – Su la testa
Portico della Pace di Bologna
Oltre il Pregiudizio per i Diritti Umani aps Campagna Oltre il Pregiudizio Liberacittadinanza
La Casa dei Diritti Sociali della Valle dell’Aniene Arci Servizio Civile Pisa Aps
ASC Pontedera
Arci Servizio Civile Toscana APS
WILPF Italia
Anpi Vittorio Veneto
Circolo Culturale ARCI Rossi da Brodo APS Comitato ‘Fermiamo la guerra’
MAG4 Piemonte s.c.
La Rete Antirazzista di Firenze
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DIBATTITI: CATTOLICI E POLITICA / LEGGE ELETTORALE / CITTADINANZA
10 Luglio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem.
La redazione di Settimana news riprende l’articolo di Marco Damilano e apre un nuovo dibattito: “I cattolici e la politica”. Giuseppe De Rita, “L’eredità di noi ottantenni? La fede nella nostra società” (Corriere della sera). Maurizio Ferraris, “L’umanità delle macchine” (La Stampa). GOVERNO/PARTITI: No comment su Barbara Spinelli: “Conte e il partito unico” (Il Fatto). Monica Guerzoni, “Conte: il tema è ‘quando’ uscire, non restiamo a farci schiaffeggiare” (Corriere della sera). Marcello Sorgi, “Un anno di fallimenti per i partiti” (La Stampa). Giorgio Pogliotti, “Salario minimo, CIG, tagli al cuneo. Draghi riparte dalla politica dei redditi” (Sole 24 ore). Lucia Annunziata, “Landini: il premier ci asciolti o in autunno l’Italia esploderà” (La Stampa). LEGGE ELETTORALE: Alessandro Di Matteo, “Riapre il cantiere della legge elettorale. Ma l’ipotesi fa arrabbiare i 5 Stelle” (La Stampa). Roberto Gressi, “Le mosse e i calcoli incrociati sulla legge proporzionale” (Corriere della sera). Roberto D’Alimonte, “Riforma elettorale, il nodo delle soglie” (Sole 24 ore). Sonia Ricci, “Il Pd usa la legge elettorale per smarcarsi da Conte” (Domani). Salvatore Vassallo, “I dem, i 5 stelle e il proporzionale con il premio di maggioranza” (intervista a Il Dubbio). Alessandra Ghisleri, “Se si votasse ora vincerebbe il centrodestra” (La Stampa). CITTADINANZA: Giorgia Serughetti, “La cittadinanza non è un privilegio legato alla nascita ma un diritto” (Domani). IMMIGRAZIONE: Flavia Amabile, “Migranti. Lampedusa, l’hot spot della vergogna” (La Stampa). Roberto Volpi, “I flussi intelligenti” (La Lettura). Andrea Riccardi, “Ci svegliamo solo con gli sbarchi d’estate. Ora la sfida è regolarizzare gli invisibili” (intervista a La Stampa). Francesca Paci, “Migranti, siamo davvero al limite?” (La Stampa). Maurizio Ambrosini, “Tutto il deludente pragmatismo dell’abbraccio Draghi-Erdogan” (Avvenire). Gianfranco Schiavone, “L’Europa fortezza feroce. Lungo i suoi confini muri, morti e violenza” (Il Riformista).
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ISTAT. RAPPORTO 2022 SUI DISAGI DEL PAESE
10 Luglio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem
Un estratto, in dieci pagine, della sintesi del Rapporto Istat 2022. Il Rapporto in pillole. A questo link del sito Istat si possono vedere grafici e l’intero Rapporto. Alcuni commenti: Chiara Saraceno, “L’Italia povera dell’Istat e la sfiducia dei cittadini” (La Stampa). Francesco Manacorda, “Lavoro e inflazione. Spinta per l’equità” (Repubblica). Maria Cecilia Guerra, “Il Paese che ipoteca il futuro dei giovani” (La Stampa). Carlo Trigilia, “La povertà si combatte cambiando il welfare” (Domani). Alessandro Rosina, “Lavoro ai giovani del Sud o tra due anni Italia finita” (intervista al Mattino). Mauro Magatti, “I giovani lontani dal lavoro, brutto segnale per il futuro. Il paese rischia il default” (intervista al Mattino). Francesco Seghezzi, “I problemi del mercato del lavoro vanno oltre il reddito di cittadinanza” (Domani). Lina Palmerini, “Tanti candidati a rappresentare i numeri Istat del disagio” (Sole 24 ore). E’ il caso di provare a consolarci con Roberto Napoletano, “L’autostima che manca al Paese” (Il Quotidiano del Sud).
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Estate 2022: siamo in pausa, ma aperti e attivi per le urgenze!

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Che succede? Verso la giornata di mobilitazione per la Pace di sabato 23 luglio 2022
FAR FINIRE LA GUERRA. VALORIZZARE L’IMMIGRAZIONE
5 Luglio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem.
Mauro Magatti, “Dove porta il non-dialogo” (Avvenire). Lucio Caracciolo, “La grande chimera di una pace giusta” (La Stampa). Bernard Guetta, “Una speranza per Kiev” (Repubblica). Maurizio Ferrera, “L’identità (più forte) della Ue. L’errore di Putin” (Corriere della sera). Gian Guido Vecchi, “Il papa vuole andare a Kiev (e prima a Mosca)” (Corriere della sera). Una nuova (singolare) riflessione di Domenico Quirico, “L’Occidente ha creato Putin e ora vorrebbe cancellarlo” (La Stampa). IMMIGRAZIONE/ CITTADINANZA: Caterina Bonvicini, “Il ragazzo in fuga dal Togo e quella bimba in balia del mare” (La Stampa). Massimo Livi-Bacci, “Sull’immigrazione sinistra timorosa. Per l’Italia è questione di sopravvivenza” (intervista a Il Riformista). Giampiero Leo, “L’integrazione degli immigrati sarà la missione delle diverse fedi” (intervista a La Stampa). Pier Ferdinando Casini, “Vedo una regressione. La cittadinanza amplia gli spazi della legalità” (intervista al Corriere). Giovanni Moro, “Paradossi di cittadinanza” (Repubblica). PUNTI DI PROGRAMMA: Andrea Moriroli, “Un sostegno strutturale a chi combatte la povertà educativa” (Domani). Giuseppe Pisauro, “I progetti di autonomia differenziata fanno crescere le diseguaglianze” (Domani). Ermete Realacci, “Rinnovabili, digitali, circolari: le uniche vie della competitività” (intervista a Buone Notizie del Corriere). IDEE: Maurizio Ferrera, “C’è bisogno di Weber per salvare l’Occidente” (La Lettura). Stefano Bonaga, “Ma l’esercizio della delega non taglia fuori i cittadini” (Espresso). Giovanni Cominelli; “Il blocco storico conservatore e la ‘Mèlenchonisation des esprits’” (libertàeguale).
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Lanciata una mobilitazione nazionale diffusa per sabato 23 luglio 2022.
Continua l’impegno delle organizzazioni della società civile italiana per chiedere il cessate il fuoco e l’inizio di un percorso di pacificazione in Ucraina. Dopo le manifestazioni, le carovane di pace, le iniziative di solidarietà e gli appelli alla politica delle ultime settimane viene ora promossa una nuova mobilitazione, diffusa su tutto il territorio nazionale, per il prossimo sabato 23 luglio.
L’invito ad organizzare iniziative di varia natura è esteso a tutte le associazioni, sindacati, gruppi che già sono attivi da mesi, per far convergere gli sforzi in una giornata nazionale che possa rilanciare una forte di richiesta di cessate il fuoco affinché si giunga ad una conferenza internazionale di Pace.
L’appello è promosso da Europe for Peace l’iniziativa congiunta avviata già dallo scorso marzo con le mobilitazioni contro l’aggressione russa in Ucraina e che raccoglie l’adesione di un ampio arco di reti, campagne, associazioni, sindacati. Dunque è questa coalizione a lanciare l’iniziativa del 23 luglio con numerose prime adesioni già ricevute (vedi allegato) a partire dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, dalla Campagne Sbilanciamoci! e della coalizione “Stop the War Now”.
Nel testo diffuso oggi si legge come “l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata” portando conseguenze nefaste “anche per l’accesso al cibo e all’energia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per l’economia europea e globale”. Ribadendo la vicinanza alle popolazioni colpite dalla guerra si ricorda poi come occorra cercare “una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali” sottolineando come invece sia necessario “che il nostro paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro”.
Il documento ripropone poi il punto fondamentale ribadito dal movimento pacifista italiano fin dall’inizio del conflitto: “Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace” e per tale motivo viene proposta (a 150 giorni dall’inizio della guerra) la giornata nazionale di mobilitazione per la pace del 23 luglio con iniziative in tutta Italia, con uno slogan chiaro: “TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!”
Le iniziative che verranno definite e programmate nei prossimo saranno comunicate e rilanciate da tutte le organizzazioni promotrici di questo appello.
Segue il testo dell’Appello con le prime adesioni (aggiornate al 5 luglio 2022)
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TACCIANO LE ARMI NEGOZIATO SUBITO!
Verso una conferenza internazionale di pace
23 luglio giornata nazionale di mobilitazione per la Pace in tutte le città italiane
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata con drammatiche conseguenze per la vita e il futuro delle popolazioni ucraine, ma anche per l’accesso al cibo e all’energia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per l’economia europea e globale.
Siamo e saremo sempre dalla parte della popolazione civile, delle vittime della guerra in Ucraina e dei pacifisti russi che si battono per porre fine all’aggressione militare.
Questa guerra va fermata subito e va cercata una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali che dimostrino la volontà di cercare una soluzione politica alla crisi.
Occorre invece che il nostro paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro.
Bisogna fermare l’escalation militare. Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace, facendo tacere le armi e portando al tavolo del negoziato i rappresentanti del governo ucraino, di quello russo, delle istituzioni internazionali.
La popolazione italiana, nonostante sia sottoposta a una massiccia propaganda, continua ad essere contraria al coinvolgimento italiano nella guerra e a chiedere che si facciano passi concreti da parte del nostro governo e dell’Unione Europea perché sia ripresa con urgenza la strada dei negoziati.
Questo sentimento maggioritario nel paese è offuscato dai media mainstream ed è non rappresentato nel Parlamento. Occorre dargli voce perché possa aiutare il Governo a cambiare politica ed imboccare una strada diversa da quella attuale.
Per questo – a 150 giorni dall’inizio della guerra – promuoviamo per il 23 luglio una giornata nazionale di mobilitazione per la pace con iniziative in tutto il paese per ribadire: TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!
Per adesioni: segreteria@retepacedisarmo.org
Per comunicare le iniziative: https://sbilanciamoci.info/europe-for-peace/
PRIME ADESIONI (aggiornamento al 5 luglio 2022)
Rete Italiana Pace e Disarmo
Accademia apuana della pace – ACLI – AGESCI – ALTROMERCATO – Ambasciata democrazia locale – ANSPS – AOI – Associazione di cooperazione e di solidarietà internazionale – Archivio Disarmo – ARCI – ARCI Bassa Val di Cecina – ARCI Servizio Civile aps – ARCS – Associazione Papa Giovanni XXIII – Associazione per la pace – AssopacePalestina – AUSER – Beati i costruttori di Pace – Casa per la pace di Modena – CDMPI – Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale – Centro Studi Difesa Civile – Centro Studi Sereno Regis – CGIL – CGIL Padova – CGIL Verona – CIPAX – CNCA – Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI – Conferenza degli Istituti Missionari in Italia – Coordinamento Comasco per la Pace – Coordinamento pace in comune Milano – Emmaus Italia – FIOM-Cgil – FOCSIV – Fondazione Angelo Frammartino – Fondazione Finanza Etica – Forum Trentino per la Pace e i diritti umani – Gruppo Abele – IPRI – rete CCP IPSIA – Lega per i diritti dei popoli – Legambiente – Libera – Link – coordinamento universitario – Link2007 cooperazione in rete – Lunaria – Movimento europeo – Movimento Internazionale della Riconciliazione – Movimento Nonviolento – Nexus Emilia Romagna – Noi Siamo Chiesa – Opal Brescia – Pax Christi Italia – Percorsi di pace – Rete degli studenti medi – Rete della conoscenza – Tavola sarda della pace – U.S. Acli – UDS – UDU – Un ponte per… – Ventiquattro marzo – Campagna Sbilanciamoci! – ActionAid, ADI–Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, Altreconomia, Altromercato, Antigone, ARCI, ARCI Servizio Civile, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, CESC Project, CIPSI–Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, Cittadinanzattiva, CNCA–Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’Acqua, Comunità di Capodarco, Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, Crocevia, Donne in Nero, Emergency, Emmaus Italia, Equo Garantito, Fairwatch, Federazione degli Studenti, Federazione Italiana dei CEMEA, FISH–Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, Fondazione Finanza Etica, Gli Asini, ICS–Consorzio Italiano di Solidarietà, Legambiente, LINK Coordinamento Universitario, LILA–Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, Lunaria, Mani Tese, Medicina Democratica, Movimento Consumatori, Nigrizia, Oltre la Crescita, Pax Christi, Reorient Onlus, Rete Universitaria Nazionale, Rete degli Studenti Medi, Rete della Conoscenza, Terres des Hommes, UISP–Unione Italiana Sport per Tutti, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, Un ponte per…, WWF Italia
#StopTheWarNow
Comunità Papa Giovanni XXIII, Pro Civitate Christiana, FOCSVI, AOI Cooperazione e solidarietà internazionale, Rete Italiana Pace e Disarmo, Libera contro le Mafie, ARCI, ARCS, ARCI Solidarietà, Insieme verso Nuovi Orizzonti, Forum Terzo Settore, Paxchristi Italia, Beati i costruttori di pace, ACMOS, Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Un ponte per, Fair Watch, COSPE, Gruppo Abele, Terre des Hommes, Mediterranea, CEFA, AVIS, CGIL Nazionale, Fondazione RUT, G.A.V.C.I., CELIM, Per un nuovo welfare, RESQ – People saving people, Come Pensiamo – Etnografia e Formazione, Portico della Pace, M.I.R. Movimento Internazionale della Riconciliazione, 6000 Sardine, Movimento Nonviolento, Movimento dei Focolari – Italia, Nove Onlus, Centro Studi Sereno Regis, Emmaus Villafranca, CulturAmbiente, Agronomi Forestali Senza Frontiere, Serviens in spe, Associazione Iqbal Masih OdV, CEDEUAM – Università del Salento, Centro Pace, Ecologia, Diritti Umani – Rovereto, Extinction Rebellion, Albero di Cirene OdV, FMSI, Gioventù Federalista Europea, Casa dei Diritti sociali – Valle dell’Aniene, Associazione sulle Orme OdV, ECPAT Italia, Legambiente Airone APS, CIPAX, Associazione il Manifesto in rete, Hiroshima Mon Amour, IED, PACHAMAMA, Associazione Onlus Lumbe Lumbe, Comunità dell’Arca, CESC Project, Fondazione Arché, Cooperazione Internazionale Sud Sud (CISS), Comitato Riconversione Rwm, Italia che Cambia, IRIAD, Medicus Mundi Italia, New Humanity, Rete Welcoming Asti, APRED, Istituzione Teresiana Italia, Sale della Terra, Piccoli Comuni del Welcome, Fondazione Capodanno in Paradiso, Una Proposta Diversa, Manifattura Saltinbanco, Associazione Mare Aperto, Movimento di Volontariato Italiano, Slaves No More, ProgettoMondo, Raccontincontri, Radio Popolare, La Coperta di Yusuf – Ponente Ligure, Social Street fornaci, Terzo Millennio, Laici Missionari Comboniani, ASC Aps, Associazione Sentieri di Pace, Libera Voce, Vite in Transito – Associazione multiculturale Onlus, AFL, Comunità Cristiane di Base Italiane, Consiglio Nazionale dei Giovani, Mondo di Comunità e Famiglia, Vittoria, Associazione Giovanni Paolo II, Cooperativa sociale Terra dei Miti, Il Sogno Cooperativa Sociale, AMMP – Associazione Maria Madre della Provvidenza, Agency for Peacebuilding, Socie e Soci di Bancaetica Verona, MOCI, CSVnet, La Voce, Consorzio ONG Piemontesi, NOVA OdV, CNESC, UILDM, International Action, Giuristi Democratici, World Union of Catholic Women’s Organization (WUCWO), ADL Zavidovici, Altreconomia, Parco di Monte Menola Pontecorvo, Federazione Nazionale Pro Natura, I Ricostruttori nella Preghiera, UISP APS, Lucy Associazione, Marche Solidali, Rivolti ai Balcani, WWF Sicilia Centrale, Forum Antirazzista Palermo, Associazione Forneletti, Volontari nel Mondo RTM, Namasté, Amici dei Popoli, Gruppo Trans, AEres Venezia per l’altraeconomia, Popoli Insieme, CONSCOM, Fondazione Amore Libertà, Solidarietà Alpina, Nigrizia, Circolo Laudato Sì – Milazzo, Matumaini Speranza Onlus Associazione di Solidarietà, ForumSaD, AGESCI Zona Valdarno – Toscana, UniTwin – Cattedra UNESCO “Diritti Umani, Democrazia e Pace” – Università degli Studi di Padova, Sapori Reclusi, Centro di Ateneo per i diritti umani Antonio Papisca, Circolo Laudato Sì – Pontedera – Valdera, Solidarietà Vigolana, IR, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Mani Tese – Vico Equense, Il Colibrì Monselice, Associazione di ricerca e sostegno alla società civile afgana, Tavolo della Pace – Carugate, CISV, Luce e Vita, Fondazione Romano Cagnoni, OK! Mugello, Il Tulipano Bianco, Forgat Odv, Pace Disarmo Coordinamento Provinciale di Belluno, AES-CCC Organismo di Cooperazione Internazionale, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Mondo di Comunità e Famiglia, Fair, Gruppo Solidarietà, 99 percento, NEXUS Emilia Romagna, Semi di Pace, Parallelo Associazione Culturale, Fondazione Ebbene, Mondo Roverso, To the border, MOCI Cosenza, Tavola della Pace e della Cooperazione, Fondazione Punto Missione ONLUS, Comune Info, MAG, Marco Mascagna, Benvenuti in Italia, Ukrainian Education Platform, Leadership and Ministry, Caritas-Lviv UGCC
ANPI
Associazione Salviamo la Costituzione Casa Internazionale delle Donne Centro per la Riforma dello Stato Cospe
Fondazione Lelio e Lisli Basso
Movimento dei Focolari Italiani Associazione Paese Reale Baobab Experience
UP – Su la testa
Portico della Pace di Bologna
Oltre il Pregiudizio per i Diritti Umani aps Campagna Oltre il Pregiudizio Liberacittadinanza
La Casa dei Diritti Sociali della Valle dell’Aniene Arci Servizio Civile Pisa Aps
ASC Pontedera
Arci Servizio Civile Toscana APS
WILPF Italia
Anpi Vittorio Veneto
Circolo Culturale ARCI Rossi da Brodo APS Comitato ‘Fermiamo la guerra’
MAG4 Piemonte s.c.
La Rete Antirazzista di Firenze
Aladinpensiero
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Benessere
Una politica nuova per gli anziani e le RSA a Milano
26 Settembre 2021 by c3dem_admin | su C3dem
[C3dem]Pubblichiamo un interessante documento, frutto della ricerca e della riflessione del gruppo Demos di Milano che, dell’analisi delle condizioni di vita degli anziani più fragili e di come riformare i servizi di cura e di sostegno loro rivolti, ha fatto uno dei temi centrali del suo impegno politico
[segue]
Un grande sardo. Ricordando Mario Melis nella prossima ricorrenza dei 100 anni dalla sua nascita

Il 17 u.s. si è celebrato il centenario della Fondazione del Partito Sardo d’Azione. Il 10 giugno di questo anno celebreremo la ricorrenza dei 100 anni dalla nascita di Mario Melis, un grande militante e dirigente di quel Partito, grande sardo, ricordato particolarmente per essere stato uno dei più prestigiosi presidenti della Regione Autonoma della Sardegna.

In questi giorni è uscito un libro che ne ricorda la personalità, scritto dal giornalista Anthony Muroni. Il libro viene in questi giorni presentato in diverse occasioni via webinar. Tra queste quella che si terrà venerdì 23 c.m., promossa dalla Scuola di cultura politica Francesco Cocco. Aladinpensiero ha dedicato spesso spazio a ricordo di Mario Melis. Vogliamo continuare a dare rilievo alla sua attività politica al servizio dei sardi e della Sardegna, soprattutto per l’utilità che ha sicuramente oggi nel confronto delle sue idee e della sua pratica di coerente sardista con l’attuale deriva politica del suo Partito, che ci auguriamo trovi nel tempo che viene una decisa inversione per tornare nell’alveo della sua migliore tradizione democratica.
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Per ricordare Mario Melis , ripubblichiamo ancora una volta un editoriale di Aladinews dell’8 maggio 2016, che crediamo dia conto, seppur in modo semplice, della statura del grande uomo politico sardo.
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Quale classe dirigente per la Sardegna che vorremo
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di Aladin
«Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione.»
In un recente convegno sulle tematiche dello sviluppo della Sardegna, un relatore, al termine del suo intervento, ha proiettato una slide con la frase sopra riportata, chiedendo al pubblico (oltre duecento persone, età media intorno ai 40/50 anni, appartenente al modo delle professioni e dell’economia urbana) chi ne fosse l’autore, svelandone solo la qualificazione: “Si tratta di un personaggio politico”. Silenzio dei presenti, rotto solo da una voce: “Mario Melis?”. No, risponde il relatore. Ulteriore silenzio. Poi un’altra voce, forse della sola persona tra i presenti in grado di rispondere con esattezza: “Giovanni Maria Angioy”. Ebbene sì, proprio lui, il patriota sardo vissuto tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, (morto esule e in miseria a Parigi, precisamente il 22 febbraio 1808), nella fase della sua vita in cui inutilmente chiese alla Francia di occupare militarmente la Sardegna, che, secondo i suoi auspici, avrebbe dovuto godere dell’indipendenza, sia pur sotto il protettorato francese (1).
E’ significativo che l’unico uomo politico contemporaneo individuato come possibile autore di una così bella frase, decisamente critica nei confronti della classe dirigente dell’Isola (e quindi autocritica) e tuttavia colma di sviluppi positivi nella misura in cui si potesse superare tale pesante criticità, sia stato Mario Melis,, leader politico sardista di lungo corso, il quale fu anche presidente della Regione a capo di una compagine di centro-sinistra nel 1982 e di nuovo dal 1984 al 1989. Evidentemente la sua figura di statista resiste positivamente nel ricordo di molti sardi. E questo è bene perché Mario Melis tuttora rappresenta un buon esempio per le caratteristiche che deve possedere un personaggio politico nei posti guida della nostra Regione: onestà, competenza (soprattutto politica più che tecnica), senso delle Istituzioni, passione e impegno per i diritti del popolo sardo. Caratteristiche che deve possedere non solo il vertice politico, ma ciascuno dei rappresentanti del popolo nelle Istituzioni. Aggiungerei che tali caratteristiche dovrebbero essere comuni a tutti gli esponenti della classe dirigente nella sua accezione più ampia, che insieme con la classe politica comprende quella del mondo del lavoro e dell’impresa, così come della società civile e religiosa.
Oggi al riguardo non siamo messi proprio bene. Dobbiamo provvedere. Come? Procedendo al rinnovo dell’attuale classe dirigente in tutti i settori della vita sociale, dando spazio appunto all’onestà, alla capacità tecnica e politica, al senso delle organizzazioni che si rappresentano, alla passione e all’impegno rispetto alle missioni da compiere.
Compito arduo ma imprescindibile.
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(1) Sappiamo come andò a finire la storia: i francesi si guardarono bene dall’intervenire, perlomeno in Sardegna – contrariamente a quanto fecero in Piemonte – per la quale tennero fede all’Armistizio di Cherasco (28 aprile 1796) e al successivo Trattato di Parigi (15 maggio 1796) che, sia pure con termini pesantissimi per i sabaudi, consentì loro di mantenere costantemente e definitivamente il potere sull’Isola.
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[Mario Melis, su wikipedia] Sulle orme del fratello Giovanni Battista (detto Titino), militò fin da giovanissimo nel Partito Sardo d’Azione (P.S.d’AZ). Quando Mario era ancora un bambino, il fratello fu arrestato a Milano insieme a Lelio Basso, Ugo La Malfa ed altri antifascisti nelle retate disposte dopo l’attentato del 12 aprile 1928 in zona Fiera[1].
È stato sindaco di Oliena (NU), e successivamente consigliere e assessore provinciale di Nuoro. Eletto consigliere regionale nella VI, VIII e IX legislatura, è stato assessore regionale degli enti locali, personale e affari generali (gennaio-novembre 1973) e della difesa dell’ambiente (1980-1982), e successivamente presidente della Regione Sardegna nel 1982 e di nuovo dal 1984 al 1989. Ha ottenuto due voti alle elezione del Presidente della Repubblica del 1985 e del 1992.
Senatore nella VII legislatura e deputato nella IX, è divenuto eurodeputato dal 1989 al 1994.
Fece attività politica fino agli ultimi anni, difendendo in particolare il posizionamento del sardismo nell’area di sinistra durante le elezioni regionali del 1999, in cui tanto il candidato presidente di centro-sinistra quanto il candidato presidente di centro-destra furono sostenuti da esponenti sardisti.
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Una lettera datata 6 dicembre 2018, che mantiene intatta validità.
Quando a guidare il Psd’az c’era Mario Melis, un grande sardo. Laura Melis, figlia di Mario, a Solinas: “grave non avere memoria della propria storia”.
“Mi chiamo Laura Melis, figlia di Mario, esponente del Partito Sardo d’Azione, nelle cui liste è stato più volte eletto, avendo iniziato a fare politica da ragazzo. In questi ultimi anni e, precisamente, dopo che l’allora segretario del Partito Trincas compì il “bel gesto” di consegnare la bandiera dei quattro mori nelle mani di Silvio Berlusconi, mi sono sentita ripetere più e più volte le stesse frasi: «Tuo padre si starà rivoltando nella tomba», «Chissà cosa direbbe/farebbe tuo padre vedendo dove sta andando il Partito Sardo d’Azione».
Credo che, viste le ultime decisioni che il Partito ha preso, sia giunto il momento di dire una cosa: mio padre quello che pensava l’ha detto chiaramente più volte in vita. Non ci possono essere fraintendimenti a riguardo. È arrivato a organizzare un convegno sul Federalismo nei primi anni ’90, invitandovi l’onorevole Umberto Bossi, per chiarire e marcare le differenze di concezione e di finalità che fra le due forze, pur entrambe federaliste, vi erano. È ovvio che non sarebbe stato d’accordo riguardo a quest’ultima alleanza con la Lega.
Ho troppo rispetto per il pensiero che mio padre ha espresso per permettermi di supporre altri scenari e altri messaggi da parte sua. Ciò che doveva e voleva dire l’ha detto in vita e di conseguenza ha agito, con coerenza estrema. Infine, vorrei fare un’ultima considerazione in merito all’intervista all’onorevole Solinas pubblicata su La Nuova Sardegna del 2 dicembre.
È stupefacente per me (ma sono di parte!) la rapidità con cui l’onorevole liquida le alleanze avvenute nel passato tra il Partito Sardo e le forze di sinistra, relegandole a scelte sbagliate, direi suicide. C’è da chiedersi se consideri un errore l’elezione del ’76 al Senato in alleanza con il Partito Comunista che portò alla presentazione della proposta di legge sulla zona franca. O se considera fallimentare l’elezione del ’79 che portò Mario Melis a rivestire il ruolo di assessore Regionale all’Ambiente. O infine, se considera fallimentare l’elezione di 12 consiglieri regionali nell’84 che portò all’elezione del primo Presidente della Giunta sardista.
La mancanza di generosità intellettuale è un limite grave. Come è grave non avere memoria della propria storia perché porta, ahimè, alla perdita della propria identità. È sempre bene ricordare dove sono piantate le proprie radici”.
- L’illustrazione in testa è tratta dal sito ufficiale di Mario Melis, gestito dalla sua famiglia: http://www.mariomelis.eu
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IL PRECEDENTE EDITORIALE

Più partecipazione? Subito cambiare la legge elettorale sarda! Tre anni passano in fretta…
L’Italia a sovranità limitata. Come liberarsi dei vecchi e nuovi vincoli. Da Stato unitario a Stato federale?
I “vincoli” che condizionano la difesa dell’interesse nazionale
di Gianfranco Sabattini
L’Italia degli ultimi decenni, costantemente in emergenza, ha praticato la propria politica estera trascurando spesso la cura e la difesa dei propri interessi, anche con riferimento a quelle aree del mondo all’interno delle quali, per ragioni storiche e geografiche, era solita muoversi come uno degli attori principali. Una trascuratezza che è valsa ad amplificare le conseguenze negative del “vicolo esterno” del quale la Repubblica ha sofferto sin dal suo nascere, anche a causa del “vincolo interno”, espresso dal deterioramento delle istituzioni nazionali.

Racconta l’Editoriale di “Limes” (4/2020) che, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, il viaggio in America compiuto da Alcide De Gasperi [3-17 gennaio 1947], capo del governo italiano, per chiedere “dollari, pane e carbone”, sia stato il prodromo che ha segnato l’inizio del massimo “vincolo esterno” nella storia d’Italia. [segue]
Coronavirus. Pensare, analizzare, agire. Il contributo dei redattori della rivista Rocca, della Pro Civitate Christiana di Assisi su: PANDEMIA. La politica economica dell’Unione europea – SCUOLA. I limiti della didattica a distanza – SMART WORKING. Una strada per il futuro.


PANDEMIA. La politica economica dell’Unione europea
di Roberta Carlini su Rocca
Chi governa nello stato di eccezione, e soprattutto di fronte a sfide senza precedenti (ossia senza una qualche esperienza a cui rifarsi), ha una responsabilità enorme ma anche un indubbio vantaggio di popolarità.
Così, in un’epoca di sfiducia crescente nella politica e nei politici, il presidente del consiglio italiano raccoglie un gradimento molto forte: è vero che con i tentennamenti della «fase due» sembra essersi un po’ ridotto, ma è sempre sopra il 60%, a stare ai sondaggi.
riscoperta del ruolo dello Stato
Non c’è solo il fatto che la popolazione, impaurita e incerta, tende a fidarsi. Ma anche un effetto più strutturale della crisi da pandemia: l’emergenza sanitaria prima, ed economica subito dopo, hanno portato a una generale riscoperta del ruolo dello Stato. Così come non ci si può affidare al mercato per avere buoni e funzionanti reparti di terapia intensiva, e così come serve un intervento pubblico di emergenza per integrare il reddito di chi è rimasto senza lavoro; serve, e servirà sempre più, una direzione politica per l’economia del dopo-Covid.
Tutti i governi, di qualsiasi orientamento politico e in tutto il globo, stanno rispondendo alla crisi con iniezioni massicce di intervento pubblico. Magari non durerà, e a un certo punto le strade si diversificheranno, ma per adesso è così. Dalle nostre parti, questo improvviso ritorno del governo si scontra con un enorme ostacolo che sta nella domanda: quale governo? Non pensiamo ai giochi politici attorno al futuro di Conte, ma a qualcosa enormemente più rilevante: l’Europa con la sua Unione senza governo
sospensione del Patto di stabilità
La crisi ci chiede di usare tutti gli strumenti della politica economica, e all’Unione europea manca quello basilare, ossia la leva fiscale. Non solo. In pochissimi giorni la pandemia ha travolto le fondamenta sulle quali l’Unione, pur in assenza di governo, aveva costruito l’identità e la politica europea: una politica fiscale ispirata al rigore, a tenere i conti in ordine e quindi tendenzialmente i bilanci in pareggio; una visione dell’economia ispirata al principio della tutela della concorrenza; una politica monetaria ancorata all’obiettivo della stabilità e della lotta all’inflazione.
La primavera del 2020 ha cambiato i connotati della costituzione materiale dell’Unione europea. Prima è caduto il Patto di stabilità e crescita: per la prima volta nella storia, è stata utilizzata la cosiddetta «escape clause», una clausola di uscita, per cui i governi nazionali dell’area dell’euro non sono più tenuti a rispettare i tetti all’indebitamento e al debito. Questi parametri, sui quali ogni anno si arrovellava la politica di bilancio nei Paesi del Sud – i cosiddetti «spendaccioni» – e si esercitava il controllo severo della Commissione, soprattutto su impulso dei Paesi del Nord – che si sono autonominati «frugali» –, non valgono per quest’anno, e forse non varranno neanche il prossimo. Tutti i governi hanno varato importanti misure di stimolo fiscale, ossia di aumento di spese e riduzione di tasse. L’Italia, che fino a qualche mese fa combatteva strenuamente per fare uno 0,2-0,3% di deficit in più, tenendosi sempre ben sotto il 3% annuo, ha approvato già misure che portano il deficit previsto per il 2020 sopra il 10% del Pil. Ma gli altri non sono da meno. Questo vuol dire che ci sarà un enorme aumento del debito pubblico, finanziato ricorrendo al mercato, ciascun governo per suo conto. E ciascun governo dovrà ripagare quel debito secondo i tassi che sul mercato si fisseranno.
la rete protettiva della Bce
Qui entra in gioco la questione degli spread, ossia la differenza delle condizioni che i governi trovano sul mercato. Il tasso di riferimento è quello tedesco – negativo, fino ai giorni pre-virus – e lo spread misura quanto di più devono pagare tutti gli altri per attirare il risparmio. Nonostante un passo falso iniziale, la Bce di Christine Lagarde ha varato un piano eccezionale per contrastare la speculazione e acquistare titoli, dunque tener bassi gli spread. Il piano si chiama «Pepp» (acronimo che sta per Pandemic Emerging Purchase Program») e grazie ad esso la Bce potrà acquistare nuovi titoli pubblici dalle banche per 750 miliardi. È la continuazione, con aumentata potenza di fuoco, della politica inaugurata da Mario Draghi (con il famoso «bazooka») ai tempi della precedente crisi, grazie alla quale la Bce ha già incamerato 2.500 miliardi di titoli di Stato.
Il risultato di queste prime due mosse (la sospensione del patto di stabilità e la rete protettiva della Bce) è che i governi possono andare a indebitarsi sui mercati, cioè collocare i loro titoli presso risparmiatori e banche; e che la Bce interverrà ad acquistare gli stessi titoli per evitare impennate dei tassi stessi, a danno dei Paesi più deboli, e dunque disinnescare il rischio di crisi finanziarie e fallimenti delle banche o dei governi stessi.
strumenti supplementari: Sure e Mes
Per ora, sono questi i due pilastri dell’intervento europeo post-coronavirus, entrambi non privi di crepe e rischi che vedremo tra poco. Ci sono poi altri due strumenti di intervento-tampone, e un progetto più ambizioso. Come si è già capito, a Bruxelles le sigle piacciono molto, dunque i due strumenti supplementari si chiamano Sure e Mes: il primo (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency, ossia: sostegno per mitigare i rischi di disoccupazione in fase di emergenza) è un fondo di 100 miliardi al quale i governi possono accedere per sostenere le spese straordinarie per la disoccu- pazione; si tratta di prestiti garantiti, non di trasferimenti a fondo perduto. Il Mes invece è il «vecchio» meccanismo europeo di stabilità, ed è stato istituito nel 2012 per far fronte alla crisi greca. Anche in questo caso, si tratta di prestiti il cui vantaggio, per i governi, è nel tasso di interesse e nell’essere al riparo dalle oscillazioni degli spread; lo svantaggio è invece nel fatto che lo stesso accesso al Mes indica una condizione di instabilità finanziaria (dunque può allarmare i mercati e le opinioni pubbliche) e nella condizionalità che originariamente il meccanismo aveva con sé. Vale a dire, l’obbligo di seguire un percorso di rientro sorvegliato e imposto dai creditori – la famigerata «trojka» nel caso greco, composta da Commissione europea, Fmi e Bce. Nella revisione post-coronavirus, il Mes è stato modificato con la cancellazione di questa ultima clausola; ma rimane il fatto che i dettagli sull’entità del prestito, sui tempi della concessione e su quelli della restituzione saranno decisivi per indurre un Paese a farvi ricorso o meno – senza contare le polemiche politiche, in Italia molto forti poiché spaccano i due principali partiti al governo, con il Pd timidamente pro-Mes e i Cinque Stelle radicalmente contrari
Recovery Fund un fondo per la ripresa
In ogni caso, sia il fondo temporaneo per la disoccupazione che il Mes sono due strumenti aggiuntivi, due vie (forse) più convenienti che i governi nazionali possono usare per fare debito. Resta lontana invece la prospettiva di un’unione più stretta, che, per i debiti contratti o da contrarre per l’emergenza Covid 19, preveda l’emissione di titoli di debito comuni: i cosiddetti «coronabonds». Sarebbe il passaggio da titoli dei singoli Stati a titoli dell’Unione, o almeno della zona dell’euro. La proposta, sostenuta da 9 Paesi dell’eurozona (tra i quali l’Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo), è stata osteggiata dal gruppo dei nordici, che è guidato dalla Germania ma che è stato rappresentato, nella discussione pubblica, soprattutto dai «falchi» olandesi. Dallo scontro è venuto fuori un compromesso, ossia quello di istituire un Fondo per la ripresa – il Recovery Fund – nell’ambito e a rafforzamento del bilancio europeo. La palla è passata alla Commissione, e anche in questo caso bisognerà aspettare un po’ di tempo per capire se quella che adesso è una realtà assai piccola, ossia il bilancio comune europeo, potrà diventare davvero l’embrione di una politica fiscale comune; in questo, la questione-chiave ancora una volta è quella del debito, ossia la possibilità di questo fondo di ricorrere anche a strumenti finanziari per alimentarsi. Finora infatti il bilancio europeo è formato con i contributi degli Stati membri, e sia i meccanismi del finanziamento che quelli della ripartizione delle spese sono oggetto di negoziati lunghissimi ed estenuanti: stava appunto per partire quello per il prossimo settennato, quando è arrivata la crisi pandemica a cambiare le carte sul tavolo.
A corredo di questi cambiamenti, già in atto o in potenza, c’è la revisione o temporanea sospensione degli altri pilastri della costituzione materiale dell’Unione, con nuove direttive sulla politica della concorrenza e degli aiuti di stato, che dovranno tener conto dell’emergenza. Dunque è possibile – anche se c’è grande discussione su questo – che i guardiani del mercato chiudano un occhio di fronte a fusioni difensive tra i grandi gruppi o ad aiuti di Stato che prima erano considerati una forma di concorrenza sleale (si pensi al trasporto aereo in crisi).
una bomba a tempo
Ci sono dunque tutte le premesse perché l’Unione europea riscriva, di fatto, i suoi trattati e cambi i suoi connotati. Ma anche grandi pericoli. Per esempio, l’allentamento delle regole comuni su concorrenza e aiuti di Stato riflette un ritorno ai poteri nazionali che mal si concilia con lo spirito comunitario che dovrebbe informare tutto il processo. E questo è particolarmente evidente nella questione principe, quella del debito.
Le riserve e ostilità esplicite dei Paesi del Nord verso ogni soluzione mutualistica, vista come un cavallo di Troia per far entrare i nemici di sempre (ossia quelle che sono viste come politiche irresponsabili di Paesi con minor rigore nei conti pubblici), hanno trovato agli inizi di maggio una formidabile arma giuridica nella sentenza della Consulta tedesca che ha dichiarato parzialmente illegittimi gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce. Non è stato un blocco immediato, ma una bomba a tempo, che potrebbe minare in futuro l’operatività e i piani della Banca centrale e mettere a scompiglio i mercati. Un bazooka giuridico che avrà ripercussioni sulla trattativa politica per il «Recovery fund»: paradossalmente, potrebbe anche aiutarla, spingendo verso soluzioni che puntino di più sulla politica fiscale comune che sulla sola politica monetaria. Ma ancora una volta molto dipenderà dalla scelta dei poteri dei governi più forti in Europa.
Roberta Carlini
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SCUOLA. I limiti della didattica a distanza
di Fiorella Farinelli *
Aver vissuto la pandemia ci farà diventare migliori? Impareremo a non massacrare il pianeta in nome del profitto e del mercato, saremo meno complici di un modello economico e sociale devastante, ci convinceremo che il bene di ciascuno passa dal bene di tutti? Non fa bene, forse, un troppo facile ottimismo. Ma è certo che stiamo reimparando l’essenziale. Come il valore di una scuola di tutti e per tutti, capace di tener conto delle caratteristiche di ciascuno, fiduciosa nella possibilità di chiunque di imparare e di migliorare.
Per molto tempo è stato sottovalutato o distorto, e troppi – proprio come per i sistemi sanitari pubblici e per la ricerca scientifica di base – hanno applaudito distratti e distruttori. Ma ora sappiamo cosa significa avere le scuole chiuse. Sembrava un problema dei soli Paesi poveri, quelli massacrati da guerre infinite o da ricorrenti catastrofi ambientali, quelli sotto il giogo di poteri determinati ad escludere. Oggi è diventata esperienza anche dell’Occidente ricco, evoluto e più o meno democratico.
A marzo l’Unesco, l’Agenzia delle Nazioni Unite che promuove l’istruzione e la cultura, ha calcolato che più di tre quarti del miliardo e 500.000 studenti del mondo erano rimasti senza scuola. Per quanto tempo e con quali prospettive di ritorno alla normalità non è chiaro neanche a maggio. Non era mai successo, con questa durata ed estensione, neppure sotto le bombe o dopo i terremoti.
I costi sociali sono altissimi. Ci sono quelli dei genitori di bambini piccoli, le mamme soprattutto, che non possono lavorare perché i figli sono a casa. E quelli del mancato apprendimento che colpiscono gli studenti, anche se non tutti con la stessa gravità. Secondo alcuni studi, per le troppo lunghe vacanze estive i bambini della scuola primaria perdono tra il 20 e il 50 per cento di quello che imparano in un anno, cosa ci lascerà la lunga chiusura del 2020? Ma non è tutto, la scuola che funziona bene è anche lo spazio pubblico in cui tutti sono eguali «davanti alla legge», e dove talento e impegno possono liberare dal destino sociale iscritto nelle condizioni familiari. E poi le relazioni tra coetanei e con gli adulti, tra poveri e ricchi, bianchi e neri, sani e disabili, che insegnano intelligenza e solidarietà, e l’equilibrio così prezioso nei due primi decenni di vita tra bisogno di tutela e desiderio di autonomia. Non che la scuola sia l’unica agenzia educativa, ma anche l’educazione familiare ha un gran bisogno del controcanto dell’educazione pubblica. E la seconda di una certa distanza dalla prima.
utilizzo delle tecnologie
Nei paesi che se lo possono permettere, si è cercato di rimediare con la didattica online, detta didattica a distanza. Anche in Italia, dove sembrava più problematico che altrove se non altro per l’alta età media degli insegnanti, tutti hanno dovuto misurarsi con l’utilizzo delle tecnologie. Cantano vittoria gli entusiasti della Dad (dentro, oltre a una parte dei docenti e a un grappolo di pedagogisti, c’è un ampio e variegato mondo di editori, produttori di software, giganti delle telecomunicazioni come Google e Microsoft, enti di formazione). Sostengono che sarà questo il cavallo di Troia per il superamento dell’obsoleto modello trasmissivo dell’insegnamento – lezioni-esercitazioni-verifiche-valutazione – e dell’ingresso trionfale di una didattica creativa, interattiva, liberatoria. Tra gli entusiasti anche la ministra dell’istruzione Azzolina, figlia di un movimento che alle piattaforme telematiche avrebbe voluto consegnare addirittura tutte le carte della partecipazione e del gioco democratico. Sono bastate poche settimane perché apparisse il rovescio della medaglia. Fatto non solo dell’improvvisazione dovuta alle circostanze emergenziali della prima attuazione, ma anche di una diffusa e tenace tentazione di travasare nel «nuovo» gran parte del vecchio: inclusi il disciplinarismo, le valanghe di compiti, le ansie di programmi smisurati. Ma se a questi limiti si potrà porre rimedio più avanti, lavorando sulla falsariga delle esperienze migliori e sull’analisi delle peggiori, la criticità principale sta nell’intreccio forzato tra utilizzo delle nuove tecnologie e homeschooling – cioè nel trasferimento in toto dell’attività scolastica in ambiente domestico. Perché sparendo la «comunità di eguali» dello spazio scolastico pubblico, sull’apprendimento e anche sull’insegnamento si sono scaricate le diseguaglianze della dimensione familiare. Non solo l’ineguale disponibilità di devices e connessioni (che ora si cerca di risolvere con il modesto impegno degli 85 milioni del Decreto Scuola del 17 marzo) ma la variabilità delle abitazioni, in tanti casi prive di spazi dedicabili all’apprendimento, tanto più per la diffusione dello smart working. E poi c’è la differenza fondamentale – già esaltata dall’eccessiva valorizzazione dello «studio individuale», ovvero dei compiti a casa – fatta della diseguale disponibilità di tempo, attenzione, strumenti culturali necessari ai genitori per supportare l’accesso alle piattaforme e la gestione delle attività dei più piccoli, quelli che, pur «nati digitali», non sono ancora autonomi nel rapporto con l’informatica.
Non che non lo si sapesse che una cosa è realizzare nelle scuole «ambienti di apprendimento» per la didattica digitale e un’altra è affidarsi alle risorse familiari (secondo Istat 2019 il 14,3% delle famiglie con almeno un minore non ha né computer né tablet, e anche in quelle che ne sono provviste è raro che ce ne siano di individuali per ogni componente), né che le dimensioni medie di un appartamento non superano in Italia gli 81metri quadrati.
diseguaglianze che si aggiungono a diseguaglianze
Non è una novità, d’altra parte, che anche tra le fasce più giovani della popolazione, quella con figli in età scolare, decenni di alti tassi di abbandoni precoci e di percorsi scolastici poco capaci di sviluppare e consolidare gli apprendimenti hanno depositato livelli troppo bassi di istruzione e di cultura. E tuttavia molti si sono sorpresi di fronte all’evidenza di una Dad che, nelle condizioni date, scarica altre diseguaglianze su un sistema scolastico peggiore di altri per «equità sociale», cioè per capacità di affrancare il successo scolastico dalle condizioni economiche, sociali, culturali di origine. Diseguaglianze che si aggiungono a diseguaglianze, dunque. In cui a pagare i costi più alti sono i più deboli. I bambini e i ragazzi più poveri, quelli con problemi di disabilità, quelli con back ground migratorio, ben più del 20% ammesso anche da viale Trastevere.
Le notizie che arrivano dalle scuole non sono buone. Troppi gli studenti che non si sono mai connessi, che partecipano sporadicamente alle lezioni a distanza, che stentano a stare al passo, che hanno abbandonato. E troppi, al momento, i limiti di una didattica on line ancora troppo standardizzata rispetto alla pluralità delle caratteristiche e dei bisogni formativi individuali. La situazione più grave, energicamente sollevata dai genitori e dalle loro associazioni, è quella dei ragazzi disabili o con «bisogni educativi speciali», che con la scuola fisica hanno perso anche relazioni preziose e stimoli essenziali, e che hanno spesso enormi difficoltà ad adattarsi alle tecnicalità e alla manualità richiesta dalla Dad. Ma la perdita colpisce tutti.
un’estate insieme
Anche per tutti questi motivi, oltre che per l’esigenza dei genitori di riprendere le attività lavorative, in tutti i Paesi si guarda con ansia alla riapertura delle scuole. A quando e a come bambini e ragazzi potranno ritornarci, sia pure con le precauzioni che dovranno esserci finché non si verrà a capo, con terapie e vaccini, della maledetta pandemia. Un’ansia che in Italia viene alimentata non solo dall’incertezza sul quando e sul come, ma anche dall’evidente sottovalutazione da parte dei responsabili istituzionali del bisogno di recuperare da subito, anche in forme leggere e simboliche, il rapporto fisico con la scuola, i compagni, gli insegnanti. Si potrebbero almeno salutarli
gli studenti, in spazi aperti e nel rispetto della sicurezza, alla fine dell’anno scolastico. Si potrebbe dedicare un po’ di tempo, dopo il 9 giugno, a incontri individuali o di piccoli gruppi con gli insegnanti. Invece niente, neppure per i mesi estivi, quando molti non potranno andare in vacanza perché i genitori devono lavorare e i nonni, questa volta, non potranno occuparsene.
Si dovrebbe fin d’ora organizzare una «estate insieme», come suggeriscono molte associazioni, nelle scuole, negli spazi pubblici, nei parchi, giardini, strutture sportive e musei deserti, con attività di socializzazione, giochi e educazione ambientale. Molti in questi mesi hanno subìto discriminazioni, esclusioni, sofferenze psicologiche, talora anche lutti, non ci si può limitare a prevedere soltanto, a settembre e ottobre, momenti di recupero didattico. E invece niente, dovranno essere i Comuni, le associazioni, il volontariato ad organizzare i «Centri estivi», ma senza impegno alcuno delle scuole e degli insegnanti. Una volta stabilito che, grazie alla Dad, l’anno scolastico è «valido» e che, grazie a passaggi all’anno successivo esenti da bocciature, non ci sarà spazio per possibili ricorsi, viale Trastevere sembra al momento lavarsene le mani. Non va bene. E preoccupa se per settembre non si fosse capaci di prevedere niente altro che un mix tra scuola in presenza e scuola a distanza, con sequenze che potrebbero costringere ancora le famiglie a barcamenarsi tra il lavoro e la cura domestica dei figli e del loro rapporto con le piattaforme telematiche. Cosa succederà ai più piccoli, quelli che a settembre entreranno per la prima volta, senza aver mai visto in faccia gli insegnanti e senza conoscere ancora i loro compagni, nelle scuole per l’infanzia e nella primaria? Anche tra i più convinti delle grandi potenzialità dell’uso didattico delle tecnologie, sono ormai in tanti ad augurarsi che il ricorso alla Dad in alternativa alla didattica «in presenza» non sia necessario, o almeno che vi si debba ricorrere solo in condizioni di assoluta emergenza e per periodi brevi. Anche se questo dovesse richiedere, per una volta, investimenti straordinari in nuovi spazi fisici e in nuove risorse professionali.
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L’articolo di Fiorella Farinelli, che proponiamo alle nostre lettrici e ai nostri lettori – pubblicato sulla rivista Rocca in uscita il 15 maggio – è l’ottavo contributo condiviso dalle redazioni de il manifesto sardo, Democraziaoggi e aladinpensiero, nell’ambito dell’impegno comune che qui si richiama.
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SMART WORKING. Una strada per il futuro
di Ritanna Armeni
È davvero così «smart» questo «working» svolto durante i giorni della quarantena? È stato davvero così allegro, piacevole, attraente il lavoro che uomini e donne, impossibilitati a uscire hanno svolto fra le mura domestiche? E, soprattutto, è stato davvero una comodità per le donne? Alcuni, in nome della modernità, della flessibilità, della produzione comunque sia, dicono di sì. E aggiungono: lo smart working non è stato utile solo durante la forzata quarantena ma ha indicato una strada per il futuro.
I vantaggi sono tanti. Per le aziende che hanno meno costi, perché possono ridurre gli spazi, pagare meno affitti e bollette e mantenere la stessa produttività. Per l’ambiente che diventa meno inquinato. Chi lavora – si dice – non è costretto a muoversi, ci saranno in circolazione meno auto e meno autobus, quindi, meno gas tossici.
E poi si potrà valorizzare il merito. Nello smart working l’importante non è quante ore si trascorrono a tavolino, ma quanto effettivamente si produce. E se per produrre basta meno tempo questo non può che andare a beneficio del lavoratore e della lavoratrice.
E allora? Tutto bene? Possiamo accogliere il lavoro a casa come un’eredità positiva del triste periodo del coronavirus? Non proprio. Quello che è accettabile, o comunque non si può fare a meno di accettare, nell’emergenza va esaminato nuovamente in tempi di normalità. Per tutti, ma soprattutto per le donne.
Per queste ultime il lavoro a casa ai tempi del coronavirus è già stato un girone dell’inferno. Hanno lavorato di più. Lo smart working ha imposto una presenza continua, il computer sempre acceso, il telefonino sempre in funzione. L’orario di lavoro contrattuale è saltato o è diventato straordinariamente e, quasi misteriosamente, più lungo. Orari dei pasti, domeniche, festivi sono stati poco rispettati. Una mail si può ricevere e spedire in qualunque momento e in qualunque giorno. Un colloquio telefonico può avvenire anche nella tarda serata se non c’è un orario da rispettare. Tutto questo – pensateci – è avvenuto, e per molte avviene tuttora, mentre si dovevano seguire le lezioni on line dei bambini, preparare i pasti, mandare la lavatrice, dare una spazzata alla casa perché neppure l’aiuto domestico a ore o la baby sitter potevano venire. E i genitori anziani si proteggevano dal virus rimanendo a casa loro.
È avvenuto così che fra le mura di casa anche durante la pandemia si è misurata, ancora una volta, la disparità fra uomo e donna nella divisione del lavoro domestico.
Dobbiamo ricordare tutto questo quando parliamo di lavoro a casa per il futuro. Perché lo stato di emergenza può portare qualche (qualche) giustificazione, ma poi? Poi si dirà la situazione cambia, con i bambini a scuola, il marito in ufficio, con la possibilità di un aiuto domestico, allora sì che lo smart working può diventare seducente, la soluzione migliore per le donne che da sempre devono adempiere un doppio ruolo. È vero?
Chi scrive ha fatto una piccola personale inchiesta. Da non sottovalutare perché le piccole inchieste, proprio perché consentono di non limitarsi a una domanda ma di andare più a fondo, danno spesso risultati più veritieri dei grandi sondaggi. Ha scoperto che sul lavoro a casa le donne si dividono in due categorie. Le più anziane, come appunto chi scrive, lo considerano una vera iattura. Il lavoro fuori casa ha favorito emancipazione e libertà, ha consentito momenti di socializzazione importante, ha creato nuovi legami e amicizie, ha aperto orizzonti affettivi e culturali. È quindi da difendere strenuamente.
La seconda categoria è formata dalle più giovani che non vedono male l’idea di rimanere a casa, alcune addirittura lo preferirebbero.
L’inchiesta personale, che consente appunto di approfondire e di analizzare le risposte, mi ha fatto capire i motivi di questa scelta. Intanto le giovani donne hanno meno bisogno (o credono di avere meno bisogno) di lavorare fuori casa per essere libere. Ritengono la loro autonomia già ampiamente conquistata. Sbagliano? Può darsi, ma è quello che pensano. Nel giudicare vantaggi e svantaggi tengono anche conto del tempi trascorsi sui mezzi di trasporto e deducono – non con tutti i torti – che è meglio passare due ore a cucinare e a rifare i letti che su un autobus o in metropolitana.
C’è poi un terzo più importante motivo. Oggi il lavoro in ufficio non è così diverso da quello a casa. Le tecnologie, i social lo hanno largamente spersonalizzato, le relazioni fisiche e umane sono state sostituite da quelle sullo schermo del computer o dello smartphone. Che differenza c’è allora fra casa e ufficio? Forse a casa si sta più comode e nel frattempo si può mettere su l’acqua per la pasta e controllare il sugo.
E gli uomini? Non si premia così il disimpegno maschile dal lavoro domestico? La risposta in questo caso è univoca: l’impegno maschile c’è o non c’è a prescindere. In genere non c’è.
C’è poi un ultimo motivo che ha dato a chi scrive motivo di particolare riflessione. Oggi i luoghi di lavoro che le giovani donne frequentano sono scarsamente attraenti anzi in genere sono brutti, dominati dal controllo, dalla competizione, dall’ignavia dei dirigenti, dalla mancanza di criteri seriamente meritocratici, dall’assenza di ogni gioco di squadra, da un’atmosfera di ricatto, dall’assenza di solidarietà. E dal potere e dalla supremazia maschile. Allora è preferibile stare col computer acceso a casa.
Forse concentrando la nostra attenzione sul lavoro che non c’è, sulla disoccupazione, l’abbiamo distolta da ciò che il lavoro è diventato quando c’è. Invece le due condizioni non sono disgiunte. La minaccia della disoccupazione ha reso spiacevoli i luoghi di lavoro. La voglia di molte di rimanere a casa accettando anche gli svantaggi dello smart working ce lo fa comprendere a pieno.
Ritanna Armeni
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Sardine in Sardegna: per proseguire organizzati
Scrivono i promotori del Movimento Sardine in Sardegna
CASELLA MAIL E PROGRAMMI PER IL FUTURO
CASELLA MAIL
Abbiamo aperto una casella mail per ricevere tutte le vostre proposte, i temi e le idee che vi verranno in mente! La casella mail è 6000sardine.sardegna@gmail.com e la vorremmo usare appunto per concentrare tutti gli spunti che magari scrivete nei commenti o nei post e che poi, inevitabilmente, cascano sommersi da altre mille idee! Cerchiamo quindi di riorganizzarci tutti. Siete tantissimi, quasi sicuramente sarà difficile rispondere a tutti, ma così avrete la quasi matematica certezza che uno di noi riceverà le vostre idee. Noi siamo qui per questo!
PROGRAMMI PER IL FUTURO [segue]
La storia della medicina
51. Pasteur, nascita della microbiologia.
Un francese, che non era medico, è una delle figure più importanti della storia della medicina.
Louis Pasteur nasce il 27 dicembre 1822 a Dole nel Giura (oggi in Borgogna-Franca Contea, capitale Besançon).
Professore di fisica al Liceo di Digione nel 1848, l’anno seguente è docente di chimica all’Università di Strasburgo, poi a Lille, poi a Parigi, per vent’anni.
Una vita metodica, durante la quale affronta uno dopo l’altro i grandi problemi legati all’agricoltura, agli animali, all’uomo.
I primi studi riguardarono la cristallografia, poi le cause della fermentazione e della putrefazione, qui scopre che non si tratta di semplici processi chimici, ma che ne sono causa certi microorganismi.
Nel periodo di Lille, zona viticola, dimostra che sono i microbi a far inacidire il vino e il latte e mostra il rimedio nella pastorizzazione, cioè l’eliminazione dei microbi col calore, procedimento che da lui prende il nome.
Si dedica successivamente alla prevenzione del carbonchio, che minacciava all’epoca di rovinare la zootecnia francese.
Secondo il metodo di Jenner inoculò negli animali un germe attenuato a bassa virulenza, ne risultò l’immunizzazione.
Il successo forse più celebre lo conseguì con la scoperta del siero antirabbico, riducendo la mortalità da rabbia a meno dell’uno per cento dei casi.
Nei festeggiamenti del suo settantesimo compleanno a Parigi intervenne il medico inglese Joseph Lister (del quale parleremo prossimamente) e disse: “Non c’è in tutto il mondo una persona cui la scienza medica debba quanto a lei”.
Pasteur morì a Marnes-la Coquette il 28 settembre 1895.
Elezioni. Chi vince, chi perde, riconteggi e di più
Interventi di Andrea Pubusa, Aldo Lino, Tonino Dessì, Franco Meloni. Il prof. Umberto Allegretti ritiene doveroso il ricorso per il riconteggio dei voti ai fini dell’ammissione del ballottaggio.
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Doveroso pensare al riconteggio, ma senza illudersi di ribaltare il risultato
17 Giugno 2019
Andrea Pubusa su Democraziaoggi
Quando si perdono le elezioni con uno scarto non grandissimo, di solito, si pensa ad un intervento salvifico della magistratura, che – come un deus ex machina – scende dal cielo e rimette le cose a posto. E cioè ribalta il risultato. Raramente però questo rimedio funziona. [segue]
Oggi sabato 15 giugno 2019
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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————————
Su SardiniaPost: confronto a distanza tra Truzzu e Ghirra, a chiusura della campagna elettorale.
Comunali, Meloni tira volata a Truzzu: “Competente, onesto e determinato”

Comunali, ultimo appello di Ghirra: “Cagliari si trova davanti a un bivio”

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Su CagliariPad
Giorgia Meloni tira la volata a Paolo Truzzu —————–Massimo Zedda a sostegno di Francesca Ghirra.
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Su Casteddu online:
- Paolo Truzzu
- Francesca Ghirra.
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Su L’Unione Sarda online.
- Francesca Ghirra.
- Paolo Truzzu.
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L’Italia verso l’irrilevanza internazionale?

Lo smarrimento dell’orgoglio di sentirsi italiani
di Gianfranco Sabattini
Uno dei meriti, forse il più rilevante, della rivista “Limes” è quello d’essere impegnata da sempre a ricordare perché gli italiani non possono non sentirsi tali. Anche il numero 2/2019, intitolato “Una strategia per l’Italia”, è dedicato per intero alla riproposizione di questo impegno, offrendo ai lettori una serie di articoli che illustrano, a partire dall’Editoriale, perché sia importante per l’Italia proporsi, oggi, contro la pretesa di chi vorrebbe ridurre l’unità dell’ordinamento giuridico-politico attuale del Paese a un’”ammucchiata di piccole patrie”, come “Stato compiuto e ricentrato per contare di più” sulla scena mondiale.
La rivista, recita l’incipit dell’Editoriale, “è nata italiana e ambirebbe restarlo. Ne è condizione l’esistenza dell’Italia”. Per questo è necessario che la Repubblica italiana si “faccia Stato, nel senso forte e compiuto del termine. Altrimenti la storia la travolgerà”. L’Editoriale conclude lo svolgimento dell’interessante insieme di riflessioni in esso contenute, affermando che “Limes”, comunque, “resterà italiana. Anche se un giorno l’Italia fosse altrove”.
Cosa spinge Lucio Cracciolo, il direttore della rivista, a nutrire tanto pessimismo riguardo all’incapacità dell’Italia attuale di essere autorevole e autonomo protagonista della difesa, a livello internazionale, delle propria soggettività e dei propri interessi?
Le ragioni sono molte, le principali e le più preoccupanti delle quali sono riconducibili al fatto che gli italiani hanno scarsa contezza della propria storia e nessuna consapevolezza riguardo al modo più appropriato di difendere i propri specifici interessi.
L’idea di Italia – afferma Lucio Caracciolo nell’Editoriale – è un “mito formidabile”, che è stato capace di attraversare i secoli, sia pure con andamento carsico, senza però “coagularsi in Stato”; ciononostante, il mito è giunto sino ai padri fondatori della nostra Patria ed è, oggi, ancora sufficiente a smentire – continua Caracciolo – “la vulgata antitaliana, cui molti italiani indulgono”. La nostra nazione “non è artificio chiamato Risorgimento. E’ espressione di una sostanza antropologica, linguistica, culturale dalle radici bimillenarie”; ciò che molti italiani stentano ad ammettere è, infatti, inscritto nel mito, “inventato, curato e tramandato da esigue ma tenaci élite letterarie, use remar controcorrente”, che hanno contribuito ad affermare che l’Italia, sino al Risorgimento, è stata “molto più nazione che Stato”.
La mancata formazione di una correlazione stretta tra nazione e Stato è lo stigma originario cha ha caratterizzato la nascita dello Stato unitario, ma anche quella della Repubblica italiana; stigma che, dopo il secondo conflitto mondiale, è valso a ridurre l’Italia a “provincia europea dell’impero americano”, una condizione poi allentatasi, con la fine della Guerra Fredda e “la più lasca presa di Washington sul Vecchio continente”. Nel periodo successivo al crollo del Muro di Berlino, attenuatisi gli “entusiasmi” europeisti, l’Italia si è trovata inadatta ad affrontare le nuovissime sfide nascenti dall’emergere della nuova situazione internazionale; essa, l’Italia, si è così mostrata tanto impreparata ad affrontare tali sfide, da indurre gli italiani a cercare una via di difesa contro le conseguenze indesiderate delle sua impreparazione, consistita nella tendenza a “sbriciolare” quel poco di Stato del quale disponevano, sulla base di “antiche e nuovissime contese” fra diversi raggruppamenti di soggetti nazionali.
Ora l’Italia è giunta ad un punto di non ritorno, nel senso che gli italiani, se non vorranno perdere quel “poco di Stato” che ancora residua, devono decidersi a condividere scelte politiche che, tenuto conto delle sfavorevoli tendenze demografiche, economiche e socioculturali nazionali, consentano a ciò che resta del loro Stato di adottare una strategia geopolitica che, considerata la “decomposizione dell’eterogenea famiglia comunitaria”, sappia assicurare la possibilità di attuare una politica interna ed internazionale idonee a sottrarre gli interessi nazionali alle conseguenze negative delle logiche del confronto oggi in atto tra le maggiori potenze globali: USA, Russia e Cina.
E’ lo stesso Caracciolo ad indicare la necessità, per l’Italia, di adottare una tale strategia, che consenta di sottrarsi ai possibili danni che possono derivare dal duro confronto in atto che sta caratterizzando i rapporti tra le superpotenze, al fine di conservare o acquisire una posizione dominate a livello mondiale. In un recente articolo apparso su “la Repubblica”, col titolo “L’Italia sul ring tra USA e Cina”, Caracciolo osserva che, se l’Italia vuole sottrarsi alle conseguenza dell’”ira del campione in carica” (gli USA, nostro nominale alleato) e dei suoi “sfidanti” (la Russia e, in questo momento particolare, la Cina) deve decidere responsabilmente con chi stare, e quali comportamenti privilegiare sul piano internazionale. Ciò, in considerazione del fatto che Russia e Cina sono protese, la prima, a servirsi della particolare congiuntura politica del Paese, per riuscire ad influenzare la conduzione della politica interna italiana in senso antieuropeo, e la seconda, ad acquisire il controllo di importanti segmenti produttivi e di infrastrutture strategiche nazionali per la progressiva attuazione della “Nuova Via della Seta”, con cui realizzare una globalizzazione delle economie nazionali, alternativa a quella dominata dagli USA.
L’Italia, mossa dalle sue asfittiche condizioni economiche, da tempo sta immaginando, afferma Caracciolo, le relazioni tra le grandi potenze come un mercato, nel quale poter scegliere la posizione contrattuale più conveniente, senza considerare che il “gioco duro” in atto tra i tre supercompetitori, non solo riguarda la stabilità del mercato globale nel quale essa (l’Italia) è inserita, ma investe anche “le decisive dimensioni delle reti, delle nuove tecnologie, dell’intelligenza artificiale, oltre che la sfera militare”; tutte dimensioni, queste, sul cui controllo gli USA fondano la loro posizione dominante sul mercato globale. Lo status quo, pertanto, dovrebbe indurre chi governa l’Italia a valutare attentamente che un’apertura disinvolta ai competitori degli Stati Uniti, potrebbe dare luogo a una “severa” reazione di questi ultimi ai danni del Paese, anche “attraverso le agenzie di rating [...], che smetterebbero di edulcorare il giudizio sullo stato delle nostre finanze pubbliche”.
Da queste considerazioni, la classe politica italiana dovrebbe trarre, a parere del direttore di “Limes”, il convincimento della necessità di porre rimedio allo stato di debolezza nel quale versa il Paese. Innanzitutto, l’Italia dovrebbe essere dotata di un “centro strategico nazionale”, gestito in modo affrancato da pregiudizi e da divisioni ideologiche; ciò, perché non è più ammissibile che “autorità locali, settoriali o addirittura singoli individui prendano impegni che riguardano la sicurezza dello Stato”; oppure, che si discuta quando e come devolvere l’autonomia finanziaria alle regioni più ricche del Paese, mettendo a repentaglio la sua unità giuridico-politica; od ancora, che si possa immaginare, per il miglioramento dei livelli di benessere degli italiani, la costituzione di città-Stato (Milano e Napoli), sino a sognare “regressioni pre-unitarie”, con la riedizione di Regni, quali quello Lombardo-Veneto e quello Borbonico, o con l’accoglimento delle pretese degli indipendentisti sardi per la costituzione di una “Sardigna Natzione”; o infine, che si possa continuare a fare affidamento sulla solidarietà di un’Unione Europea, come se essa stesse operando realmente per il bene di tutti i Paesi che la costituiscono.
In secondo luogo, poiché il Paese ha bisogno di attrarre investimenti esteri per rilanciare la propria economia, esso dovrebbe, tenere conto che non tutte le provenienze delle risorse finanziarie sono uguali (soprattutto se tali risorse sono destinate ad essere investite in comparti produttivi o infrastrutture strategiche), o quanto meno dovrebbe considerare che, per accettare le risorse estere, occorre concordare la decisone con i propri alleati. Ciò significa – osserva giustamente Caracciolo – che se, ad esempio, l’Italia dovesse decidere di legarsi al principale competitore attuale degli USA, dei quali l’Italia è alleata, l’accettazione delle risorse (se provenienti dalla Cina) dovrebbe essere concordata con Washington, per stabilire (così come hanno fatto altri Paesi) le “linee rosse da non superare”.
Infine, l’Italia dovrebbe ricostruire le proprie “burocrazie profonde” che, a causa della dura contrapposizione ideologica che ha caratterizzato la vita politica nazionale durante la Guerra Fredda, non è stato possibile orientare in modo univoco alla “tutela” degli interessi nazionali. In altre parole, l’Italia dovrebbe riconfigurare il proprio “Stato profondo”, con burocrazie in grado di assicurare, “indipendentemente dal colore politico di chi governa”, la raccolta e la gestione delle informazioni, al fine di garantire il supporto strategico necessario alla politica internazionale del Paese, affrancata da scelte casuali e irresponsabili.
Posto che l’Italia sia messa nella condizione di fare fronte alle urgenze sopra descritte, a quale strategia internazionale – si chiede Caracciolo – può convenientemente appellarsi, attenendosi però al rispetto dei vincoli che le derivano dalle sue attuali alleanze? A parere del direttore di “Limes”, “prima di tutto e malgrado tutto” deve essere salvaguardata la relazione con il nostro principale alleato, gli Stati Uniti, e devono anche essere stabiliti punti fermi riguardo all’atteggiamento dell’Italia nei confronti delle decisioni dei principali partner europei.
Il rispetto degli obblighi nei confronti di Washington, non dovrà tuttavia significare sudditanza al volere statunitense, ma l’instaurazione di un rapporto di correttezza diplomatica che consenta all’Italia, una volta accettato il principio della pre-negoziazione delle scelte, di chiedere a Washington, in primo luogo, di non pretendere l’impiego di militari italiani in missioni estere che destabilizzino gli equilibri politici esistenti all’interno di aree di nostro interesse; in secondo luogo, di chiedere, in sostituzione di un ulteriore approfondimento dei contrasti con la Germania, una sua pressione su quest’ultima perché, abbandonando le proprie stantie idee ordoliberiste, contribuisca a realizzare equilibri interni tra i diversi Stati aderenti all’Unione Europea, compatibili con il “risanamento” dei sistemi economici nazionali maggiormente in dissesto; in terzo luogo, per quanto riguarda i nostri rapporti con la Cina, di chiedere di non ostacolare l’adesione dell’Italia “ai dossier economico commerciali della Via della Seta”, posto che le forme con cui dovesse avvenire l’adesione saranno preventivamente concordate; infine, di si dovrebbe chiedere agli USA di non ostacolare la politica italiana volta all’approfondimento dell’interdipendenza energetica con la Russia, senza una partecipazione italiana alla sua destabilizzazione.
Sul fronte europeo, i suggerimenti di Caracciolo, riguardo ai più convenienti rapporti da intessere con i principali partner, riflettono un buonsenso del quale le forze politiche che attualmente governano l’Italia sembrano esserne privi. Ad ogni buon conto, tale buonsenso dovrebbe motivare l’Italia a considerare le relazioni con la Francia e la Germania di maggior interesse rispetto a qualsiasi altra, “giocando di sponda” su ciò che le divide (ad esempio – sottolinea Caracciolo – l’Italia potrebbe “allearsi” con Berlino, per contenere i francesi nella loro propensione a destabilizzare o a tener destabilizzate, per il loro esclusivo interesse nazionale, certe aree del Nordafrica; oppure “allearsi” con Parigi, per premere sui tedeschi al fine di arrivare alla decisione di riformare le regole dell’eurozona, in direzione contraria alla volontà di Berlino di voler ad ogni costo salvaguardare la stabilità dell’euro). L’Italia, inoltre, dovrebbe dissociarsi dalle pretese dei Paesi del fronte del Trimarium, nonché rifiutare le “sirene” dei movimenti sovranisti sparsi in molti Paesi europei e premere perché i Paesi comunitari del Nord-Europa partecipino alla stabilizzazione dell’area mediterranea.
Può l’Italia attenersi, a livello internazionale, a questa conveniente strategia comportamentale? Caracciolo ne dubita; ciò perché gli italiani, a suo parere, pur non essendo contenti della debolezza internazionale del loro Stato, mostrano una spiccata propensione ad indebolirlo ulteriormente, coltivando fantasie interne separatiste ed indipendentiste e smarrendo ogni traccia del significato che il Risorgimento ha avuto nella formazione del nostro “focolare” nazionale. Si tratta di una triste conclusione che lascia solo intravedere, per il Paese, l’impossibilità, almeno nel breve periodo, di fuoriuscire dal tunnel di una crisi politica ed economica, che per molte sue responsabilità si è trovato a dover percorrere dopo la fine della Guerra Fredda.






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