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Chiesa, papa Francesco diceva: “Todos, todos”: i confini dell’umanità e della Chiesa coincidono
ci troviamo di fronte a due svelamenti, non veramente nuovi, ambedue con timbro americano.
Da Trump viene la rivelazione della trascendenza, ovvero del dominio del denaro come vero sovrano.
Dal papa americano viene la rivelazione della immanenza, ovvero della umanizzazione di Dio, così spinta fino all’annientamento di sé, da fargli rischiare di essere dagli uomini smarrito.
Trump lavora solo per il denaro. Va in giro per il mondo per fare soldi. Mette e toglie dazi, cioè concede o sottrae soldi. Preferisce fare affari e non la guerra, ma si serve della guerra per fare affari, e la chiama pace. Alla Russia mette il tappeto rosso, per farle fare quello che dice lui, ma poi le mette le sanzioni, il diciannovesimo pacchetto fino all’ottobre scorso, per mandarla in rovina, come se quelli già messi dalla cosiddetta Europa di Ursula von der Leyen non bastassero a far capire che non servono a niente. Perfino Gaza la vorrebbe libera dal genocidio e da Hamas, ma per riempirla di casinò e di profitti del regime, e sui suoi sudditi invece di far “piovere la giustizia” fa piovere oltraggio, nella trascrizione fatta dalla Intelligenza Artificiale della invettiva di Cambronne, e mostra tutta la violenza americana. E naturalmente fa scuola: secondo l’OXFAM un’imposta del 5% sui grandi patrimoni potrebbe affrancare dalla povertà fino a 2 miliardi di persone, mentre da una ridda di cifre si ha che l’1 per cento della popolazione più ricca nel mondo acquisisce fino all’82 per cento della ricchezza prodotta in un anno, mentre fornisce solo 4 centesimi per ogni dollaro di gettito fiscale. Sicché perfino qualche centinaio di super ricchi si sono vergognati di questo divario e nel settembre 2023 rivolsero un appello al G20 riunitosi in India per chiedere che si promuovessero misure coraggiose e lungimiranti di tassazione delle grandi ricchezze: ma la proposta è rimasta inascoltata, anzi il cavallo di battaglia dei governi per vincere le elezioni sono la detassazione, la flat tax e simili, mentre in Italia alla sola idea di tassare le banche si è scatenato l’inferno. Insomma il capitalismo allo stato puro.
Il Papa americano lavora per i poveri, e dice quali sono “le cose nuove”, per fare le quali ha preso perfino il nome. Ma le cose nuove di cui parla non sono quelle dell’altro Leone, che Charlie Chaplin ha filmato, della prima rivoluzione industriale e della nuova tecnologia che ci usa invece di essere usata, da cui Heidegger ha lasciato detto che “solo un Dio ci può salvare”; le “cose nuove” sono la terra, la casa e il lavoro, che ai poveri sono negati. Non glieli dà infatti l’attuale società dello scarto, come la chiamava papa Francesco; ma papa Leone non chiede, connivente, che vengano da Dio, bensì è ammirato dei poveri, che lottano per essi, anche se vengono dalle case occupate e quindi sono incriminati dalla signora Meloni, e dice di voler lottare con loro: “Ci sto!”, “sono con voi.”. E quasi per scusarsi con quanti pensano che questo non è il mestiere della Chiesa (ma al cardinale Burke basta la messa in latino) dice che “sono diritti sacri”: in realtà sono diritti umani universali, e proprio per questo sono sacri, cioè nel cuore di Dio. E qui sta il rovesciamento, perché vuol dire guardare a questi diritti negati non dal trono di Dio, né dal trono di tutti i potenti, ma dalla periferia, magari dalle favelas, dove non si era abituati a pensare che Dio fosse di casa. Ma se adesso lì Dio c’è, e lì il Papa con i movimenti popolari lo va a scovare, vuol dire che lì era nascosto. E la cosa nuova, forse la missione di un Papa agostiniano, è di far trovare, a un mondo che l’ha perduto, il “Deus absconditus”, che era l’assillo e il tema di sant’Agostino: “veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore”, lo proclamava, prima di lui, il profeta Isaia.
Ma se Dio è nascosto, va cercato nel suo nascondiglio, e questo è nella carne dell’uomo: “mi hai preparato un corpo”, dice la lettera agli Ebrei; questo è detto del Figlio, con cui i membri della Chiesa fanno un unico corpo; ma il Padre raccoglie in sé tutti i figli, per cui fa corpo con l’umanità tutta intera, si “svuota” scambiandosi con loro, ne assume il dolore, e in forza di questo gli uomini sono una cosa sola. Nel Talmud c’è una curiosa esegesi rabbinica sul fratricidio di Caino: dice il Rabbi Nathan che «chi fa perire un solo uomo è come se facesse perire il mondo intero. Ciò vale anche riguardo a Caino che uccise Abele, secondo quanto è scritto: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”». Secondo il rabbino Nathan benché fosse versato il sangue di uno solo, l’ebraico usa questa parola al plurale (damaym), ciò che vorrebbe dire che “il sangue dei figli di Abele, quello dei suoi nipoti e di tutti i discendenti che sarebbero nati da lui sino alla fine dei tempi, gridavano” davanti a Dio.
Dal canto suo papa Leone non ammette alcuna esclusione, e ha detto ai Movimenti popolari che l’umanità “non è riuscita ad invertire la rotta sulla drammatica esclusione di milioni di persone che rimangono ai margini. Questo è un punto centrale nel dibattito sulle ‘cose nuove’”; e nell’Enciclica sui poveri, “Dilexit te”, ha scritto che “anche teologicamente si può parlare di un’opzione preferenziale per i poveri da parte di Dio, un’espressione nata nel contesto del continente latino-americano e in particolare nell’Assemblea di Puebla, ma che è stata ben integrata nel successivo magistero della Chiesa”. Lo svelamento è che non c’è alcuno che può essere considerato escluso, nemmeno dal seno della Chiesa (papa Francesco diceva: “Todos, todos”): i confini dell’umanità e della Chiesa coincidono. Se la Chiesa, da Francesco a papa Leone, denuncia che c’è una “drammatica esclusione di milioni di persone che rimangono ai margini”, come si può pensare che la maggior parte siano esclusi proprio dalla Chiesa, fuori della quale “non c’è salvezza” e nella Chiesa non si entra se non “per il battesimo come per una porta”, come ancora diceva il Concilio Vaticano II? Infatti non lo pensano più, né papa Francesco che lavava i piedi ai musulmani, né papa Leone che dice questa cosa nuova. Sarebbe paradossale che Dio preferisca i poveri su tutti, ma solo a patto che siano entrati nella Chiesa visibile, quando poi, in un modo o nell’altro nella “società dello scarto” tutti sono e siamo poveri, tutti esclusi, tutti alienati, tutti deprivati come soggetti, dominati dalle cose, e gli uni agli altri nemici, gli Ucraini che perseguitano i Russi e i Russi che invadono l’Ucraina, gli Israeliani che occupano una terra che consideravano come una “res nullius”, e i Palestinesi che la rivendicano come loro. Il mondo accetta queste esclusioni, e le lascia in balia delle guerre, annoverando gli esclusi come nemici; la Chiesa invece rigetta queste esclusioni, sostiene che i nemici sono fratelli, che la guerra non finisce mai in vittoria, ma sempre in sconfitta, che la terra è una, e che tutti sono una cosa sola, e che perciò devono riconciliarsi, abrogando il passato di odio e di lotta (“per eliminarne dalla terra il ricordo”, come dice il salmo di David, che poi sarebbe il perdono, nella visione di Panikkar). Il mondo come nascondiglio e insieme come manifestazione di Dio. Solo se così si fa umano, e nel suo abbassamento prende domicilio nell’umanità tutta intera, “solo un Dio ci può salvare”.
Nel sito pubblichiamo il discorso di Leone XIV ai Movimenti Popolari [anche su Aladinpensiero] e un articolo sulla possibile pace in Ucraina del prof Jeffrey Sachs, reduce da una vera aggressione verbale da parte di Carlo Calenda in una recente trasmissione de La 7.
Con i più cordiali saluti,
da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
Prima Loro
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La Cina o il ritorno dell’Impero di Mezzo attraverso il multilateralismo / L’ascesa del Sud del mondo
La Cina o il ritorno dell’Impero di Mezzo attraverso il multilateralismo
Di Cristina Buhigas* – Diario Red
Xi Jinping consolida la sua leadership internazionale al vertice dell’APEC, mentre Trump riesce solo a ottenere una moratoria commerciale e si rifugia nel bellicismo per fini interni.
“Le tempeste possono destabilizzare un piccolo stagno, ma non l’oceano. Dopo innumerevoli tempeste, l’oceano è ancora lì! Dopo oltre 5.000 anni di difficoltà, la Cina è ancora qui! Guardando al futuro, la Cina sarà sempre qui!” Con queste parole, il presidente cinese Xi Jinping rispose nel 2018, durante il primo mandato di Donald Trump, alle minacce commerciali della sua controparte americana. Sette anni dopo, il percorso del Regno di Mezzo verso la leadership economica globale si sta consolidando. Ciò è stato evidente al vertice APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation Forum), dove una ventina di paesi hanno aderito al multilateralismo sostenuto dalla Cina sabato. La delegazione statunitense ha lasciato la Cina in anticipo, dopo aver ottenuto una moratoria di un solo anno sui dazi e sulle forniture di terre rare. Trump, nel tentativo di minimizzare l’esito di un incontro con Xi che aveva descritto come un “incontro incredibile”, ha fatto ricorso ancora una volta a una retorica bellicosa a uso interno, annunciando che gli Stati Uniti avrebbero ripreso i test nucleari, sospesi dal 1992.
I capitoli successivi dello stallo commerciale tra Washington e Pechino si svolgono in modo pressoché identico: la provocazione di Trump, una risposta cinese misurata, i negoziati, un accordo che lascia le cose come erano prima della provocazione e la corsa precipitosa del presidente degli Stati Uniti, armi in pugno. Ricordiamo che prima dell’estate, dopo l’assurda escalation dei dazi reciproci, la Cina è rimasta ferma, ma ha continuato ad aprirsi a nuovi mercati; c’è stata una moratoria sull’applicazione dei dazi e il presidente in arancione ha lasciato prima il vertice del G7 in Canada per concentrarsi sull’attacco di Israele all’Iran, proprio come ha fatto questa volta quando ha lasciato la Corea. La mossa del leader repubblicano si basa sulla certezza che la sua base interna sostenga sempre l’aggressione belligerante.
Durante le proteste di giugno, la popolarità di Trump era ai minimi storici, con i dimostranti in piazza e le aziende in perdita. Le cose non sono migliorate nelle ultime proteste; anzi, la reazione dell’opinione pubblica sta crescendo e ben quattro senatori repubblicani hanno votato con i democratici pochi giorni fa nel tentativo di revocare i dazi su oltre cento paesi. La misura non passerà senza l’approvazione della Camera dei Rappresentanti, ma rivela il crescente malcontento nei confronti delle politiche di Trump. Lui lo sa, ed è per questo che si è recato in Corea per ingraziarsi il suo avversario. “Il presidente Xi è un grande leader di un grande paese e penso che avremo un rapporto fantastico per molto tempo”, ha affermato. Per lui, era urgente placare le aziende tecnologiche, che non potevano produrre nulla (dai cellulari alle auto elettriche) senza la fornitura di terre rare di cui la Cina controlla il 90%, e gli agricoltori, disperati nel vendere la loro soia.
Il suo problema era che anche i cinesi lo sapevano. Ecco perché l’accordo si è concluso in parità: una nuova moratoria tariffaria bilaterale, questa volta per un anno, e la sospensione per lo stesso periodo delle restrizioni sulle esportazioni di terre rare che Pechino aveva appena imposto in risposta all’ampliamento da parte di Washington dell’elenco delle aziende legate alla Cina soggette a controlli sulle esportazioni. Trump si è gonfiato il petto mentre l’Air Force One decollava, sottolineando l’impegno della Cina nell’acquistare soia americana e nel collaborare alla lotta contro la droga. Quest’ultima, in realtà, si riferisce alla vendita di sostanze chimiche necessarie per produrre il fentanil, la bestia nera domestica che cerca di attribuire ad altri Paesi, quando invece era originata, tra le altre ragioni, dalla mancanza di un sistema sanitario pubblico nel suo Paese.
I negoziatori statunitensi devono aver chiarito al presidente di essere riusciti a lasciare le cose come stavano solo prima della sua ultima provocazione, perché il suo ricorso alla bellicosità è arrivato poco prima di entrare in quello che sarebbe stato “un incontro incredibile”. Sul suo account social, Truth ha scritto: “Dato che altri paesi hanno programmi di test, ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra [Pentagono] di iniziare a condurre test sulle nostre armi nucleari come fanno loro. Questo processo inizierà immediatamente”. In teoria, si è trattato di una risposta al test russo di un super siluro in grado di trasportare una testata nucleare, sebbene in quell’occasione non ne avesse una; ma è anche una manovra per spostare l’attenzione dalla guerra commerciale con la Cina, dove la vittoria è ben lungi dall’essere raggiunta, all’orgoglio militare della principale potenza mondiale.
Questo è il nocciolo della questione!, come diceva il comico messicano Cantinflas, nel determinare quale sia la potenza leader mondiale. È chiaro che tutti i grandi imperi della storia umana, quando sono caduti, si sono mantenuti per un bel po’ di tempo come se fossero ancora egemoni, ingannando se stessi e milioni di abitanti del pianeta. Questo è successo con l’Impero Romano, poi con quello spagnolo e, più tardi, con quello britannico, sostituito nel XX secolo da quello americano. Ora, l’autoproclamato “leader del mondo libero” viene progressivamente sostituito da una potenza emergente che non basa la sua crescita commerciale ed economica sul disprezzo per i suoi presunti partner nel resto del mondo, ma piuttosto sul multilateralismo. E il resto del mondo – Africa, America Latina e il resto dell’Asia – sta aderendo a questa formula.
Al 25° vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) di fine estate, era già chiaro che un gran numero di paesi, tra cui Russia, India e Iran, stavano unendo le forze con la Cina per coordinare le politiche di sicurezza, difesa, energia e commercio per promuovere l’integrazione regionale. Xi Jinping dichiarò all’epoca che si trattava di abbandonare la “mentalità da Guerra Fredda” e il “comportamento prepotente”, presumibilmente da parte degli Stati Uniti. L’ascesa dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dimostra il consolidamento di questo sistema internazionale multipolare. Alla riunione dell’APEC, dove il presidente cinese ha concordato con il primo ministro canadese Mark Carney e il primo ministro giapponese Sanae Takaichi di “ripristinare le relazioni”, l’avanzata della Cina verso l’assunzione di una leadership internazionale era evidente, mentre Trump tornava a Washington ignaro di quanto stava accadendo.
Chi sembra essere fuori dal mondo sono i leader dell’Unione Europea. La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha recentemente attaccato il gigante asiatico, accusandolo di aver sostituito “l’ordine mondiale cooperativo di 25 anni fa” con “un’economia globale conflittuale”, dimenticando opportunamente il ruolo cruciale degli Stati Uniti nel conflitto. Ha anche accusato la Cina di furto di tecnologia, investimenti ostili, controlli sulle esportazioni e sussidi come “strumenti di coercizione e concorrenza”. Vale la pena ricordare che l’UE, nel corso della sua storia, ha controllato le esportazioni e sovvenzionato la sua agricoltura e industria, in contrasto con la libera concorrenza che afferma di difendere. Von der Leyen ha concluso minacciando: “Siamo pronti a usare tutti i nostri strumenti per rispondere, se necessario”. Ma nessuno crede più alle sue minacce dopo che non ha fatto nulla per contrastare gli aumenti dei dazi statunitensi, andando invece, prima da sola e poi con diversi capi di Stato e di governo dell’UE, a rendere omaggio all’uomo vestito d’arancio e a sottomettersi ai suoi dettami.
Dopo aver appreso dell’accordo tra Cina e Stati Uniti, Bruxelles si è subito schierata a favore, basandosi sulle parole di Trump dopo l’incontro con Xi: “L’intera questione delle terre rare è stata risolta […] E questo vale per il mondo”. Pertanto, il Commissario per il Commercio Maroš Šefčovič ha organizzato incontri tecnici con la sua controparte cinese, Wang Wentao, che sembrano essersi conclusi con un esito simile, almeno per quanto riguarda le terre rare, all’accordo raggiunto in Corea dai due leader mondiali. Indipendentemente da chi detenga l’egemonia, entrambi sono chiaramente al di sopra dell’UE, che ha perso la sua indipendenza geopolitica, economica e commerciale. Ha perso anche la sua indipendenza difensiva, che ora è nelle mani della NATO, controllata da Washington, ma questa è un’altra storia.
Mentre tutto questo accade lontano dai suoi confini, Pechino sta consolidando la sua espansione commerciale e perseguendo la crescita interna, con un fermo impegno verso quella che chiama “economia reale”, che non è altro che il mantenimento dell’economia produttiva, dell’industria nazionale in tutti i settori, per creare posti di lavoro, aumentare il potere d’acquisto dei cittadini e stimolare i consumi come motore della crescita. Ignari di questo processo, l’Europa, convinta che sia un letto di rose, e gli Stati Uniti rimangono immersi nella finanziarizzazione dell’economia e negli investimenti immobiliari, che non possono che generare ulteriore precarietà nella società, nuove bolle e crisi. Che Confucio abbia pietà di noi!
*Cristina Buhigas è una giornalista specializzata in economia spagnola e internazionale. Nel corso della sua lunga carriera, dall’ex quotidiano Pueblo alla moderna edizione cartacea di Público, ha lavorato per innumerevoli pubblicazioni, tra cui La Economía 16, Cambio 16, La Gaceta de los Negocios, La Clave e l’agenzia di stampa Europa Press, di cui è stata caporedattrice. Dopo il pensionamento, si è dedicata alla letteratura e ha scritto sei romanzi che esplorano l’erotismo femminile da una prospettiva femminista.
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L’ascesa del Sud del mondo
Di Leon Hadar* – Global Zetgeist Substack
Riequilibrare il potere in un mondo multipolare.









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