Monthly Archives: febbraio 2020

Che succede?

c3dem_banner_04SE SI CANCELLA IL TRUCISMO
17 Febbraio 2020 su C3dem.
Marzio Breda, “La crisi e l’ipotesi di un governo elettorale, secondo il Quirinale” (Corriere della sera). Franco Monaco, “Italia viva, governo morto?” (Settimana News). Luigi Manconi sull’intervista di Marta Cartabia: “Quando la giustizia è una cura” (Repubblica). Guido Formigoni, “Bachelet a 40 anni dalla morte” (intervista a Pierluigi Mele, blog Confini di Rai News). Claudio Cerasa intervista il ministro Luciana Lamorgese: “Cancellare il trucismo” (Foglio). Alessandra Ziniti, “Ecco il piano che smonta i decreti Salvini” (Repubblica). Paolo Balducci, “Emergenza istruzione. L’investimento dimenticato” (Messaggero). Fabrizio D’Esposito, “L’attivismo cattolico del premier e il sostegno della chiesa italiana” (Il Fatto). Gualtiero Bassetti, “In ascolto del grido dei popoli” (intervista all’Avvenire alla vigilia dell’incontro della Cei a Bari sul Mediterraneo). [segue C3dem]

È online il manifesto sardo trecento

pintor il manifesto sardoIl numero 300
Il sommario
Il giorno del ricordo (Marco Ligas), Come privatizzare le spiagge in Sardegna (Stefano Deliperi), CPR di Macomer: usciamo dalla nebbia e dall’egoismo (Michele Salis), Concentrazione della ricchezza e crescita della disuguaglianza economica (Gianfranco Sabattini), White Savior, il colonialista buono (Fiammetta Cani), Fanno il deserto e lo chiamano Conad (Cristiano Sabino), Turchia e dintorni. L’ossessione politica turca (Emanuela Locci), I virus dell’economia alimentano quelli della politica (Alfonso Gianni), Sulla mancata manifestazione di interesse per il progetto SPRAR di Sassari (red), Senza partecipazione nessun riscatto per la Sardegna dei paesi (Danilo Lampis e Salvatore Lai), Il successo dello Sinn Fein tra questione nazionale e questione sociale (Andrìa Pili).

Per un possibile nuovo umanesimo

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Eguaglianza e democrazia

di Gianfranco Sabattini

Mai, come in questi ultimi anni, la democrazia ha dovuto affrontare l’aggravarsi del mai risolto problema della disuguaglianza; a questo tema Aldo Schiavone, dedica un ponderoso volume dal titolo: “Eguaglianza. Una nuova visione sul filo della storia”. L’autore inizia l’analisi partendo dai tempi dell’antica civiltà greca, dove tra il VI e il V secolo a.C. hanno incominciato a delinearsi i caratteri dell’uguaglianza, un concetto che, con la sua evoluzione, avrebbe improntato di sé gran parte della storia dell’intero Occidente, antico e moderno.
La prima riflessione intorno al concetto di uguaglianza è iniziata con la nascita della “polis”, ovvero con il costituirsi della prima forma di organizzazione politica che ha portato i cittadini “a stringere tra loro vincoli molto stretti, reciproci e paritari”, sino a sviluppare una socialità divenuta il “contesto di una peculiare gestione del potere”: la democrazia; ciò è valso ad affermare una generalizzata simmetria tra tutti i cittadini racchiusi nella polis, ma anche ad aprire un dibattito su quali fossero i limiti di questa condizione.
Il discorso sulla delimitazione del campo di applicazione dell’uguaglianza, sviluppatosi all’interno dell’organizzazione dell’antica città greca, ha preso una piega radicale, che ha assegnato all’uguaglianza un “carattere ‘naturale’” della condizione del cittadino; ma il fatto che tale carattere implicasse l’estensione dell’uguaglianza oltre i confini della polis ha impedito che il discorso fosse ulteriormente approfondito. Comunque, si è trattato di una problematica, quella insorta con il discorso intorno al concetto di uguaglianza e dei confini della sua applicazione, arrivata – sia pure in modo decontestualizzato – sino a noi, ma che, secondo Schiavone, “per l’essenzialità del suo contenuto, avrebbe finito col non abbandonare mai più la storia d’Europa e dell’Occidente”. La forza oggettiva del dibattito antico, che estendeva la condizione di uguaglianza a tutti gli esseri umani, è giunta infatti sino ai tempi moderni, inclusa la possibile estensione della cittadinanza oltre i confini della polis sino a ricomprendere l’intera specie umana.
Il discorso sulla condizione dell’uguaglianza e sulla sua estensione è stato ripreso, ma in tutt’altro modo indirizzato, sulle rive del Tevere, per via del fatto che la storia sociale e culturale di Roma – osserva Schiavone – si è sviluppata “in una direzione completamente diversa rispetto a quella greca”, a causa delle specificità connesse alla formazione e al consolidarsi di una differente struttura politica, al cui consolidamento ha avuto un peso decisivo l’azione di aristocrazie opulente e aggressive, che è valsa a fissare “un modello culturale e organizzativo centrato sulla figura solitaria del capostipite maschio, intorno al quale ruotava un intero sistema di subordinazioni e di scambi – economici e matrimoniali”.
La città ha così preso forma sulla base di un compromesso tra due distinte forme di potere: il primo, espresso, come presupposto, dalla situazione di preminenza dei singoli capi-gentes; il secondo, di natura politica, nascente dalla formazione di istituzioni incardinate prevalentemente su alcune forme assembleari. A tale compromesso tra le due forme di potere ha corrisposto una tipo di cittadinanza politica che garantiva – sostiene l’autore – “un suo fondo egualitario, nonostante l’evidente sbilanciamento oligarchico”. Si è trattato di una situazione che, a causa dei tale sbilanciamento, era successivamente destinata a mutare.
Il mutamento è stato reso possibile dalla profonda trasformazione culturale iniziata in Europa con l’Umanesimo e proseguita con il Rinascimento, i cui tratti esenziali hanno concorso a definire la cosiddetta modernità. Nel nuovo quadro mentale umanistico-rinascimentale, radicalmente diverso da quello della tradizione antica, è cambiata sostanzialmente, all’interno delle organizzazioni politiche, la “posizione dell’uomo”, la cui condizione ha cessato d’essere dettata “da un organico radicamento all’interno di reti familiari o di corpi civici agglutinati e vischiosi a causa delle gerarchie di status, dei legami (anche politici) comunitari, e della forza delle relazioni di parentela”; ciò ha reso possibile la formazione di un nuovo ambiente culturale e sociale all’interno del quale ha avuto inizio lo sviluppo di un nuovo discorso sull’uguaglianza, anche se ancora molto lontano da quello che prevarrà tra il XIX e il XX secolo.
Dal tardo Cinquecento e per tutto il Seicento, il concetto di uguaglianza ha continuato ad essere liberato dai residui feudali, sino a diventare, grazie al pensiero dell’Illuminismo francese del Settecento, l’idea centrale del discorso pubblico, dopo l’iniziale esperienza greca. Il ricupero della dimensione politica dell’uguaglianza è stato l’esito finale di molte convergenze, soprattutto di lungo periodo, culminate nell’impatto della Rivoluzione francese, prima, e della Rivoluzione Industriale, poi; ques’ultima, in particolare, ha contribuito ad affermare la connessione che, nella nascente organizzazione capitalistica della società, si è consolidata tra individuo e lavoro. E’ stato infatti il costituirsi del nuovo ambiente culturale e sociale formatosi dopo le due rivoluzioni (quella francese e quella industriale) che è stato possibile definire una nuova condizione umana dei singoli individui.
Si è trattato di una definizione che ha considerato l’uomo – afferma Schiavone – “come soggetto che innazitutto lavora, e lavorando definisce sé stesso, e insieme produce e acquisisce ricchezza (diventandone proprietario)”. E’ stata questa una specificità divenuta propria dell’individuo operante all’interno delle società industriali, formatesi tra il XIX e il XX secolo, “interamente costruite sulla base di rapporti di cooperazione conflittuale fra capitale e lavoro – e dunque segnate dalla lotta di classe che si sviluppava all’interno di contesti particolarmente complessi”. In questi contesti, l’idea di uguaglianza è venuta a configurarsi come una “grande questione sociale, in grado di coinvolgere interi popoli”; in altri termini, essa è diventata una questione legata alla centralità del lavoro, esenziale per il riconoscimento della dignità e dei diritti di ogni singolo soggetto. In questo senso, perciò, l’idea di uguaglianza è diventata, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, “l’icona ideologica dei contrasti, ma anche della capacità di emancipazione, di liberazione e di lotta sociale di un’intera epoca”.
E’ stato dunque all’interno delle società industriali che l’idea di uguaglianza si è legata alla “lotta di classe” teorizzata da Karl Marx, divenuta uno dei motori della storia di quelle società; una storia che ha avuto – nota Schiavone – un preludio nelle rivoluzioni del 1848, per raggiungere il “suo culmine con la Rivoluzione russa dell’ottobre 1917 e con la successiva instaurazione del comunismo in Russia”; un evento, quest’ultimo, che ha avuto come epilogo, circa settant’anni dopo la morte di Lenin, il crollo dell’URSS, determinato sostanzialmente dall’eccessivo autoritarismo della società sovietica, che era valso a restringere la libertà individuale e a negare i principi economici liberistici sui quali si erano affermate le società industriali.
Nel lungo periodo, al crollo del comunismo sovietico non è stato estraneo, tra gli anni Trenta e Cinquanta del secolo scorso, l’affermarsi di un paradigma organizzativo della socialità, alternativo a quello adottato dall’Unione Sovietica. Il nuovo paradigma ha implicato un’idea di uguaglianza diversa da quella che si era affermata con il pensiero marxista; si è trattato di una diversità che ha implicato – rileva Schiavone – una “sperimentazione politica e sociale di un modo flessibile ed espansivo di essere uguali [...], senza tuttavia immettere nella società dosi eccessive di coazione [...], e senza sovvertirne i fondamenti economici [liberistici]”.
Il nuovo contesto organizzativo della società è stato caratterizzato da un nesso stretto, formatosi dopo l’avvento del pensiero teorico di John Maynard Keynes e l’azione politica del socialismo democratico, tra “politica, democrazia e lavoro, fondato su un’idea di quest’ultimo come esperienza antropologica unificante e intrinsecamente ugualitaria, come carattere distintivo dell’umano”. Questo nuovo contesto sociale ha attribuito al soggetto-lavoratore la garanzia di “un miglior rapporto distributivo fra redditi di lavoro e redditi di capitale” ed ha anche consentito di realizzare un’identificazione del lavoratore con il cittadino: una garanzia che ha ampliato il significato del concetto di uguaglianza, “al di là del solo riconoscimento dei diritti politici, e della parità di fronte alla legge”; si è trattato di una garanzia che, non mettendo in dubbio la struttura capitalistica della società, ha assicurato la compensazione degli “squilibri, dal lato della distribuzione – attraverso la fiscalità e la spesa pubblica – sia sotto forma di aumenti salariali, sia di servizi collettivi, sia infine di ammortizzatori sociali e di sostegni economici individualizzati”. La forma istituzionalizzata di questa garanzia, però, racchiudeva in sé un limite, costituito dal fatto che tutte le società industriali democratiche correlassero le politiche di riequilibrio sociale a una forma di lavoro “storicamente determinato”.
Gli Stati sociali costruiti in Occidente dopo il secondo conflitto mondiale hanno subito, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, gli effetti destabilizzanti delle trasformazioni sociali seguite ai progressi tecnologici che hanno investito il mondo produttivo e distrutto i “presupposti materiali e ideali” sui quali erano stati costruiti “i paradigmi moderni di uguaglianza”; ciò ha aperto “la strada a nuove dismisure”, che hanno eroso “in modo irreversibile il retroterra sociale e culturale sul quale era stata costruita la moderna idea di uguaglianza”. La fine della società del lavoro ha dato origine – per Schiavone – a “un tremendo vuoto di identità al centro della tradizione occidentale”, che sta incrinando, dopo l’affievolimento del ruolo positivo svolto dal socialismo democratico, “la forza democratica dell’Occidente” e la sua capacità di rispondere alle sfide poste dall’insorgenza dei nuovi problemi.
A parere di Schiavone, rispetto alla nuova situazione venutasi a creare con la crisi della società del lavoro, la prospettiva che sembra delinearsi per il futuro “porta a superare l’idea di uguaglianza dalla forma storica e antropologica dell’individuale, con cui ha problematicamente convissuto per l’intera modernità”; un superamento, cioè, che porta a considerare l’uguaglianza non più come dimensione sociale insopprimibile dell’uomo in quanto singolo, né a tentare di superarla con una modello (dimostratosi fallimentare) di società collettiva, ma a una sua ridefinizione in funzione dell’individuo inteso come risultato del “dispiegarsi intrinsecamente oggettivo e intra-individuale del vivere umano nell’interezza della sua complessità”. Scegliere questa prospettiva – sottolinea Schiavone – non significa “immaginare di cancellare l’individualità dal nostro futuro”, significa solo, nella fase di crisi che sta attraversando l’Occidente, definire sul piano etico politico e giuridico la forma intra-individuale del soggetto, inteso “come prodotto storico” che può essere “messo in prospettiva, relativizzato, consapevolmente integrato in un processo più ampio”.
Ricondurre l’uguaglianza al carattere impersonale del soggetto intra-individuale può diventare, secondo Schiavone, l’obiettivo di una nuova epoca che, se governato in modo opportuno, può consentire di porre rimedio “alla dissoluzione delle strutture di classe delle vecchie società capitalistiche” e mettere in moto “ricomposizioni solidali dell’umano prima inconcepibili”, da cui possono “emergere elementi espansivi di oggettiva, impersonale uguaglianza, rispetto a ogni tipo di differenza individuale”.
Sarebbe questa, conclude Schiavone, una rivoluzione dell’impersonale, che darebbe luogo a un nuovo umanesimo, sulla base del quale cominciare a pensare a un nuovo “patto di uguaglianza, per salvare il futuro della democrazia; [...]. Un patto che sappia farsi programma politico [...], e parta non dalla parità degli individui, ma dall’illimitata eguale divisibilità della cose [...], da condividersi equamente fra tutti i viventi. Un patto stretto, non nel nome di una classe, o di un qualunque soggetto che per indicare sé stesso debba escludere altri dalla definizione [...], ma del comune umano come soggetto e come valore includente e globale”.
Quella che propone Schiavone è una proiezione condivisibile della struttura della società futura, all’interno della quale conciliare l’idea di uguaglianza con i caratteri dei moderni sistemi industriali; la edificazione di una tale società, però, come lo stesso Schiavone ricorda, richiederà “molta fatica e molto studio”, ma anche – va aggiunto – un forte impegno collettivo; un impegno che le democrazie attuali non sembrano disposte a volersi assumere, nonostante dispongano delle conoscenze necessarie per realizzare un nuovo umanesimo e ridefinire l’idea di uguaglianza sulla base del carattere impersonale del soggetto intra-individuale della società del futuro.

Oggi lunedì 17 febbraio 2020

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Referendum e silenzi della sinistra
17 Febbraio 2020
Alfiero Grandi su Democraziaoggi
Fabio Vender in un articolo su Il manifesto dell’8 febbraio scroso ha posto una serie di questioni sul taglio dei parlamentari. Alfiero Grandi riprende la riflessione sulla questione con questo intervento.
Vander sul Manifesto solleva diversi problemi sul referendum costituzionale. Allarme condivisibile. Se si cambia la Costituzione per consentire un accordo di governo ci si […]

Riceviamo, condividiamo, diffondiamo

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Oggi domenica 16 febbraio 2020

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Carbonia. Il fronte interno durante la guerra in miniera e in città si vive così (1942-1943)
16 Febbraio 2020
Gianna Lai su Democraziaoggi.
Continua la storia di Carbonia iniziata su questo blog il 1° settembre.
‘Molti operai si rifiutano di rendere come prima, dicendo che l’esaurimento fisico non permette loro di lavorare per 8 ore con martelli e picconi, che richiedono una costante forza muscolare. Anche le donne brontolano perché non sanno come sfamare i figli’, cita G.Giacomo […]

Iniziativa Caritas di domenica 16 febbraio 2020

Caritas Sardegna logoCARITAS SARDEGNA
Gruppo Regionale di Educazione alla Pace e alla Mondialità (GREM)
Giornata formativa GREM Domenica 16 febbraio 2020 – Casa per esercizi spirituali “Pozzo di Sichar”
(Quartu Sant’Elena – via dei Ginepri, 32) [segue]

Costituente della Terra

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un popolo
una Costituzione
una scuola
Newsletter n. 4 del 14 febbraio 2020
SCUOLA E ANTISCUOLA

Gentili Amiche/i, [segue]

Che succede?

PALUDE ITALIA
14 Febbraio 2020 by Forcesi | su C3dem.
Paolo Pombeni, “La crisi di governo strisciante frutto di politici dell’assurdo” (Il Quotidiano). Marco Follini, “Palude Italia” (Il Dubbio). Claudio Tito, “Prove tecniche di crisi” (Repubblica). Stefano Ceccanti, “Scenario in tre punti” (blog). Franco Monaco, “IV non è riformismo, è genio guastatori” (Il Fatto). Mario Chiavario, “Per giustizia non per calcoli” (Avvenire). Ezio Mauro, “Il vittimismo dell’uomo forte nel paese senza coscienza”. Giancarlo Giorgetti, “La Lega è affidabile: mai via dall’Euro e dall’Europa” (intervista al Corriere della sera). Guido Neppi Modona, “Spazzacorrotti, una sentenza importante della Consulta che ribalta la cassazione” (Il Dubbio). OLTRE LA PALUDE: Giovanni De Luna, “Beato il mite, perché sua è la democrazia” (La Stampa).

Oggi sabato 15 febbraio 2020

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Evviva la riduzione dei tempi del processo! Ma sentite una favoletta…
15 Febbraio 2020
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Evviva! Arriva la riduzione dei tempi del processo penale. La durata? Non può superare i 4-5 anni, con una stretta alle indagini preliminari. E non si scherza! Sanzioni ai magistrati che non li rispettano, per i quali è prevista la segnalazione da parte del dirigente degli uffici ai titolari dell’azione disciplinare. E la previsione […]

Newsletter

logo76Newsletter 182 del 14 febbraio 2020

UNA LETTERA D’AMORE

Care Amiche ed Amici, [segue]

Uscire dall’ideologia neo-capitalista dominante

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Grande Recessione e “colpevolizzazione” dei Paesi indebitati

di Gianfranco Sabattini

Dopo la Grande Recessione del 2007-2008, il debito, soprattutto in Europa, è diventato un problema all’ordine del giorno, soprattutto dopo l’”imposizione” delle politiche di austerità da parte delle autorità internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea) preposte al governo della stabilità dei mercati finanziari; ciò al fine di evitare il rischio di “default” di quei Paesi, tra i quali l’Italia che, nel momento in cui la crisi si è espansa oltre il suo epicentro (gli Stati Uniti) sono risultati maggiormente indebitati.
I Paesi comunitari più esposti al rischio di default hanno dovuto infatti “subire”, per iniziativa del Paese economicamente dominante (la Germania) gli esiti delle politiche fiscali restrittive, suggerite – come sostenuto da più parti – da una “visione ‘colpevolizzante’ dei Paesi indebitati”. Elettra Stimilli, ricercatrice in Filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, nel suo libro intitolato “Debito e colpa”, pubblicato negli anni immediatamente successivi all’inaugurazione delle politiche di austerità, ha inteso “mettere a fuoco i nodi teorici contenuti nella “relazione semantica [intercorrente tra debito e colpa], attraverso un confronto con i più importanti studi usciti sul debito negli ultimi anni”.
Alla luce degli esiti seguiti all’applicazione delle politiche restrittive, volte a rilanciare la ripresa dell’economia dei Paesi comunitari, l’autrice, attraverso la riflessione sulle regole adottate negli anni più critici della crisi per la regolazione del debito, ha inteso dare una risposta alla domanda se l’essere in debito implichi effettivamente “una condizione da emendare”, come l’ingiunzione autoritaria dei sacrifici imposti dal rigorismo monetario tedesco sembra suggerire. A differenza dei molti lavori recenti sul debito e degli antichi giudizi sul capitalismo come “culto indebitante”, Stimilli ha cercato di formulare la risposta alla domanda, collocando “il problema del debito in un contesto più articolato rispetto a quello strettamente tecnico della scienza economica, usufruendo di risorse provenienti da punti di vista diversi, nel tentativo di condurre un’indagine in cui l’economia non sia più collocata entro confini troppo angusti, ma riacquisti il confine più ampio che le spetta”.
Muovendo da questi presupposti, Stimilli ha potuto affermare che, se l’”essere in debito” è oggi l’esperienza prevalente, che la crisi della Grande Recessione ha portato in evidenza come fenomeno di grandi proporzioni, occorre tuttavia riconoscere che su di esso grava ancora una “certa opacità” che occorre rimuovere. Dall’inizio del nuovo millennio, l’abbondante disponibilità di risorse finanziarie ha spinto gli operatori economici, soprattutto negli Stati Uniti, ad effettuare operazioni di credito secondo modalità mai sperimentate prima di allora; sono state così create le premesse che hanno alimentato la formazione di una bolla speculativa sul mercato immobiliare, per via del fatto che l’unica garanzia richiesta ai beneficiari del credito era espressa da una ipoteca sulla casa acquistata con la linea del credito ricevuto.
La facilitazione dell’accesso al credito ha introdotto una cesura tra il tenore di vita delle persone dotate di redditi medio-bassi e l’andamento del reddito percepito sulla base del lavoro svolto; le nuove operazioni di credito inaugurate hanno così dato origine a mutui altamente aleatori, per l’elevato rischio di insolvenza che comportavano. L’indebitamento, anche se privo di adeguate forme di garanzia, è diventato per questa via il motore principale dell’economia americana; motore, che però si è “inceppato” nel 2006, a seguito dello scoppio della bolla alimentata dall’eccessiva espansione del credito immobiliare (ma anche di quello al consumo) senza la copertura delle garanzie necessarie.
Quando gli effetti della crisi del mercato immobiliare americano hanno “contaminato” l’economia globale, i problemi inizialmente legati al ricorso all’indebitamento privato (oltre ogni limite economicamente giustificabile) si sono estesi nel 2009 al debito pubblico di molti Paesi economicamente avanzati, come quelli dell’Unione Europea, creando le premesse per l’inasprirsi della crisi; ciò a causa dei consistenti stock di titoli del debito pubblico detenuti dalle banche, i cui livelli patrimoniali minimi sono stati ripristinati con l’erogazione a loro favore di denaro pubblico, acquisito attraverso operazioni di indebitamento dello Stato sul mercato finanziario internazionale.
Se una forma di indebitamento planetario “risulta alla base degli ingranaggi dell’economia mondiale – afferma Stimilli -, vale allora la pena chiedersi cosa in essa è in gioco e perché [...] la figura centrale che emerge ai nostri giorni è diventata quella del debito”. Secondo l’autrice, per rispondere è necessario collocare le questioni del debito “in un contesto più vasto” di quello strettamente economico; questioni che, nelle analisi politiche prevalenti (oltre che economiche), sono considerate “modalità correlate al sistema produttivo”: l’appropriazione e lo scambio. Poiché l’appropriazione, in un contesto politico “bene ordinato”, è un processo economico regolato da un corrispondente processo politico, occorre stabilire che tipo di istituzioni chiami in causa l’atto appropriativo fatto valere su tutto ciò che è il risultato della collaborazione sociale.
A parere di Stimilli, lo studioso che ha illustrato “in maniera netta” la natura dell’atto appropriativo dal punto di vista istituzionale è stato il giurista realista tedesco Carl Schmitt; per spiegare la natura politica dell’atto, egli risale ai significati originari del termine greco “nómos”, che significa, oltre che regola, in primo luogo, “prendere/conquistare”, in secondo luogo, “spartire/dividere” e, in terzo luogo, “coltivare/produrre”. Per Schmitt – sottolinea Stimilli – i tre significati esprimono altrettanti processi (del prendere, dividere e produrre) che, secondo le parole del giurista tedesco, riassumono la regolazione, cioè l’“essenza di ciò che finora, nella storia umana, è apparso come ordinamento giuridico e sociale”. L’atto appropriativo, quindi nella prospettiva schmittiana, appare – afferma Stimilli – “originariamente connesso al processo di formazione di norme giuridiche e all’azione politica alla base dell’istituzione dello Stato nazionale moderno”; in questo senso, i tre momenti del prendere, dividere e produrre sono gli atti fondativi presupposti alla formazione dello Stato attraverso cui sono definiti i meccanismi di appropriazione del prodotto sociale, o quanto meno le modalità della sua divisione tra tutti i componenti della popolazione dello Stato.
Com’è noto, ricorda ancora Stimilli, il primo studioso ad evidenziare l’importanza politica del problema dell’appropriazione in ambito economico è stato Karl Marx, attraverso la teoria del plusvalore, secondo cui il capitalista, con lo sfruttamento del lavoratore nel processo di produzione, si appropria, non pagandola, di una determinata quantità del lavoro reso. E’ interessante notare – continua Stimilli – come “tanto per Schmitt, quanto per Marx, l’’appropriazione’ sia all’origine di una tensione specificatamente politica, che si rende visibile fra fronti contrapposti”, espressi dai partecipanti alla distribuzione del prodotto sociale.
Nelle due prospettive di analisi del processo appropriativo (quella schmittiana e quella marxiana), lo Stato assolve però ad una funzione diversa: per Schmitt, lo Stato nazionale moderno, a differenza dello Stato liberale di diritto (che, vittima di una deriva economicista, ha perso gran parte delle sua energia costitutiva) si fa carico del governo del processo distributivo del prodotto sociale; per Marx, invece (che si muove all’interno della teoria economica classica, impostando il suo discorso sullo sfruttamento sul piano materiale dell’economia) le istituzioni politiche fanno parte delle sovra-strutture, negando alla natura giuridica dello Stato il ruolo di regolatore del processo distributivo.
Stimilli ritiene che la prospettiva schmittiana di analisi del processo di appropriazione sia più interessante di quella marxiana; ciò perché, con essa, già dai primi anni Cinquanta del secolo scorso, Schmitt ha saputo prevedere come, nell’età della globalizzazione, quando il mercato mondiale fosse diventato dominante sulle strutture politiche degli Stati, il problema della appropriazione sarebbe stato regolato fuori dalla sfera del politico. I fatti più recenti hanno dimostrato la fondatezza della previsione schmittiana, per via del fatto che il processo di appropriazione fuori da ogni forma di regolazione politica ha causato livelli di disuguaglianza distributiva, tali da divenire, dal punto di vista economico, gli aspetti più rilevati dell’attuale stato del mondo e da giustificare la comparsa di un nuova struttura istituzionale, né giuridica, né economica, ma di tipo amministrativo. Questa nuova struttura, coinvolgendo lo Stato e il mercato, ha “trasformato la configurazione che questi hanno assunto in età moderna”, facendo emergere una “forma di indebitamento planetario”, che ha rimesso in discussione le modalità del processo di appropriazione e la validità delle politiche economiche tradizionali.
Infatti, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, lo Stato nazionale moderno si è trasformato, con l’avvento dell’ideologia neoliberista, in “Stato manageriale”; quest’ultimo – sostiene Stimilli -, oltre “ad implicare un’enorme trasformazione dei modi di produzione, ha anche coinvolto l’istituzione di Stati più flessibili, reattivi, fondati sul mercato e orientati verso il consumatore”. Ma tutto ciò si deve anche alla trasformazione della politica in economia, avvenuta non tanto per l’”invasione e la conquista, per così dire dall’esterno, da parte del mercato divenuto globale”, quanto attraverso l’assunzione, da parte degli Stati della logica del mercato a fondamento dei loro processi decisionali. Per questa via, prosegue Stimilli, l’”espansione del mercato finanziario e il finanziamento del debito pubblico sui mercati delle obbligazioni [sono divenuti] il risultato di un processo che ha visto gli Stati in primo piano nella gestione di un potere manageriale”; un mutamento che ha investito “nel profondo lo statuto della politica e il processo di istituzione delle norme” che nello Stato nazionale moderno erano valse a disciplinare il processo distributivo del prodotto sociale.
Muovendo da questi presupposti occorre allora cercare di comprendere, non solo i possibili sviluppi del fenomeno dell’indebitamento, che ha investito tanto i singoli individui quanto gli Stati nazionali, ma anche le possibili implicazioni esistenziali negative a livello individuale; tutto ciò per chiedersi, infine, se alla dissoluzione del politico esiste un qualche rimedio.
Alla base del primo punto (riguardante i possibili sviluppi del fenomeno dell’indebitamento) vi è l’idea, propria dell’ideologia neoliberista, che il livello del prodotto sociale dipenda dalle modalità del suo consumo, strettamente connesse a forme di indebitamento, per alimentare una domanda finale finanziata dal debito privato, grazie ad una crescente fiducia nei mercati finanziari, nel presupposto che gli esiti delle continue crisi possano essere rimosse da ricorrenti politiche di austerità. In questo contesto, il debito deve trovare sempre nuove forme di investimento, mentre la necessità che venga di continuo espanso evidenzia la sua implicita inestinguibilità; un indebitamento crescente e inestinguibile è divenuto, così, il motore della crescita economica.
Proprio da quest’ultima considerazione sul crescente indebitamento (considerato come motore della crescita economica) deriva l’aspetto problematico delle implicazioni esistenziali negative originate dall’inestinguibilità del debito; quest’ultimo diventa così una “colpa”, che cambia al mutare delle condizioni che l’hanno generata. In questo contesto, il debito non è più uno stato personale da emendare secondo la sfera del diritto, ma una condizione esistenziale negativa, implicante la presenza nell’individuo di un senso di colpa, che lo motiva ad effettuare “forme ossessive di consumo volte a compensare la convinzione a non essere adeguati” a quanto richiesto per assicurare la crescita continua della produzione.
La necessità di uscire dalla morsa degli effetti negativi causati dalla dissoluzione del politico impone l’urgenza di una riflessione sul come liberarsi da una condizione esistenziale che sembra non offrire alcuna via di fuga. Al riguardo, Stimilli conclude la sua analisi critica su “debito e colpa” affermando che, “se è vero che ogni società è in grado di produrre un tipo d’uomo di cui ha bisogno” per liberarsi dalle pastoie che impediscono ai suoi componenti di vivere una “vita buona, allora diventa necessario individuare i meccanismi che sono all’origine del sensi di colpa”, dei quali l’uomo è vittima nelle società neoliberiste.
Tra questi meccanismi, quelli che sono alla base della crescita delle disuguaglianze distributive rappresentano, sicuramente, il principale punto di attacco all’ideologia dominante, cui si deve un funzionamento del sistema economico che, anziché essere fonte di liberazione dal bisogno, origina invece un senso di colpa che rende sgradevole la condizione esistenziale dell’uomo.
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Beato il mite, perché sua è la democrazia
di Giovanni De Luna
in “La Stampa” del 13 febbraio 2020
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PER IL VALORE DELL’UMANITÀ, CONTRO FASCISMI, RAZZISMI E GUERRE

Anpi logo nazAppello di associazioni, sindacati, partiti democratici nazionali per una grande campagna unitaria
PER IL VALORE DELL’UMANITÀ, CONTRO FASCISMI, RAZZISMI E GUERRE

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Eventi segnalati da Aladinpensiero online

Oggi venerdì 14 febbraio 2020

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La fabbrica che ha vinto l’Oscar
14 Febbraio 2020
LAVORO E DIRITTI
a cura di www.rassegna.it, su Democraziaoggi.
La settima arte, per guardare in faccia le ombre del presente. Non solo Parasite di Bong Joon-ho, il miglior documentario è American Factory di Steven Bognar e Julia Reichert: la storia della General Motors in Ohio, che viene acquistata dai cinesi con una riduzione di stipendi e diritti.
di Emanuele […]
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