Politica

Elezioni sarde. Dalla parte degli elettori: le nostre (prime) richieste alle organizzazioni politiche e ai candidati

a9eed5f8-3b48-4659-babe-1ab9f29f8f22Per la Sardegna servono candidati serendipitosi
di Raffaele Deidda

Il neologismo serendipità deriva dal termine inglese serendipity, originato da Serendip, il nome persiano dell’attuale Sri Lanka. Fu lo scrittore inglese Horace Walpole che nel 1754 utilizzò il termine ispirato dalla spiritosa fiaba I principi di Serendip: “Facevano sempre nuove scoperte, per caso e per intelligenza, di cose che non andavano minimamente cercando”. Il termine ha così assunto, nel tempo, il significato di “trovare una cosa non cercata o imprevista mentre se ne cerca un’altra” .
Così l’idea di un andamento che dispone a trovare cose inaspettate mentre si sperimenta o si opera in tutt’altra direzione, e magari con tutt’altri fini, si è progressivamente introdotta nelle cognizioni di umanisti, filosofi, economisti ed è andata ad occupare un posto rilevante nella storia delle scoperte scientifiche.  Dal viagra della società farmaceutica Pfizer alla penicillina di Fleming, dalla mela di Newton alla vasca di Archimede fino ad internet, prodotto dalla paranoia della Guerra Fredda. Da esclusivo appannaggio di pochi scienziati, con internet il web si è trasformato in quell’esperienza vissuta quotidianamente dalla moltitudine dei suoi frequentatori.
Alcuni studiosi si sono interrogati sulla possibile esistenza di una relazione fra serendipità e politica oggi che la polis non esiste più, sostituita da un villaggio globale che è altra cosa rispetto a quell’universo compiuto in cui individuo e collettività si fondevano in una sfera del politico che era socialità in azione. L’uomo inteso come “animale politico” sembra quasi scomparso dall’orizzonte della nostra esperienza per rimanere nei luoghi comuni. L’uomo politico attuale è concepito come colui che fa o che dovrebbe fare politica, che dovrebbe spendere parte del proprio tempo nella sfera pubblica al servizio delle istituzioni. Sembra invece che la politica, lungi dal farsi fulminare dal colpo di genio, si comporti come se tutto fosse lasciato al caso. Soprattutto nel nostro paese, apparentemente dinamico negli umori e nelle tensioni ideali ma in realtà statico e in perenne ricerca di un evento rivelatore che possa determinare un cambiamento. Per poi rimanere deluso dal cambiamento stesso e dagli attori politici che lo promettono, lo annunciano, senza avere le necessarie capacità e risorse per realizzarlo compiutamente.
Il fatto è che la politica, come la scienza, dovrebbe prendere spunto dalla massima di Pasteur: “La fortuna favorisce le menti preparate”. Quelle menti, cioè, disponibili a rivisitare in termini innovativi le proprie visioni della realtà. Se ad osservare gli eventi non c’è una mente preparata, anche l’incontro fortuito con interessanti contributi di idee di cui s’ignorava l’esistenza, e che soprattutto non si sarebbero mai impattati restando fermi in una linea di ragionamento tradizionale, è improbabile che venga colto nella sua importante novità. Se un autorevole istituto di ricerca effettuasse una rilevazione di quali e quante menti politiche realmente preparate “al servizio delle istituzioni” siano oggi attive in Italia, a tempo pieno o a tempo parziale, potremmo amaramente scoprire che sono decisamente poche. Le altre, molte, menti politiche non preparate sono quelle che hanno un concetto riduttivo della serendipità e che forse conoscono solo la descrizione data dall’americano Julius H. Comroe: “La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”.
In Sardegna si voterà per le elezioni regionali il prossimo 24 febbraio. E’ troppo pretendere che chi si candida a vincerle sia dotato di “mente preparata” non per ricercare la propria fortuna personale o per incensare la propria, statica, quanto improduttiva autoreferenzialità? E’ troppo sperare che sia reale la volontà di chi si candida alla guida della Regione di voler unicamente perseguire il bene comune dei sardi nella consapevolezza delle difficoltà, senza mirabolanti promesse che poi non potranno essere mantenute?
Non è troppo, sono le condizioni minime perché l’azione politica possa produrre effetti benefici per l’intera società sarda. In questa direzione, ricercando e sperimentando le migliori pratiche di governo, la serendipità può venire in aiuto consentendo di individuare soluzioni insperate ai problemi e percorsi virtuosi di sviluppo socio-economico. Purché a governare vi siano menti preparate, serendipitose. Le altre continuino pure a cercare l’ago nel pagliaio, chissà che non vi trovino la figlia del contadino.
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Cattolici e Politica: il Dibattito è aperto e vivace!

logo76NON ABBIAMO BISOGNO

di Raniero La Valle*

noi non abbiamo bisogno di un partito cattolico. Noi abbiamo bisogno di un’umanità convertita. Non: “già” convertita, bensì capace di convertirsi e che, coi suoi tempi, si converta. Perché la scure è già posta alla radice dell’albero. Non ce lo dicono i profeti di sventura che annunciano eventi sempre infausti. Essi hanno torto, grandissimo torto, la vita e la storia sono piene di felicissimi eventi, per questo ci teniamo, le vorremmo salvare, tutte e due, la nostra e quella di tutti. Ma lo dicono gli scienziati, che rischiamo la fine, lo stanno dicendo da decenni, da quando nessuno ancora ci credeva e pubblicarono, su incarico del Club di Roma, un rapporto intitolato “I limiti dello sviluppo”. Adesso tutti lo sanno, l’idea di un precipizio incontrollato è entrata nel senso comune, benché oscuramente e benché, per non morirne, sia in gran parte rimossa; ma non oscuramente e senza sconti se ne è fatto eco il papa in una lettera insolitamente indirizzata a tutti gli abitanti del pianeta. E lo sanno anche coloro che sono considerati i governanti delle nazioni e i capi che le opprimono; e se non fanno niente per fermare la scure non è perché non sia vero, tant’è che fanno summit su summit per discuterne, ma perché a provvedervi non ci vedono un tornaconto e vogliono sfruttare l’albero finché sta in piedi.
Non abbiamo bisogno di un partito cattolico e abbiamo bisogno invece di un ritorno della politica, di un ritorno alla politica. Lo ha detto anche il cardinale Bassetti, da una Chiesa italiana che da tempo era in sonno, e ora forse si sveglia.
Non che qualcuno non ci pensi e non ci provi. Hanno provato a rifare la Democrazia Cristiana, hanno ottenuto dal giudice la pronuncia che la DC non era mai stata sciolta, che giuridicamente ne potevano disporre quelli che vi erano iscritti nel 1992, ne hanno recuperato il simbolo completo di scudo crociato e perfino la storica sede di piazza del Gesù, hanno convocato un congresso e ristampato le tessere. Ma non c’è niente da fare, lasciate che i morti seppelliscano i morti. Il principale promotore, Gianni Fontana, si è accorto che tra questi fantasmi prevalevano quelli che ne volevano fare la componente cristiana della destra, per contrastare i “populismi” (loro, gli ex “popolari”), e si è autosospeso dalla carica, ha dichiarato il fallimento.
Avvertiti da questa sconfitta, altri esponenti, preti e laici, tuttora ci provano, vogliono fare un partito che si chiama “Insieme”: insieme agli altri cattolici, “democratici” però. Essi pensano a una “convergenza cristiana” numero 3 (dopo la prima, che fu l’Opera dei Congressi del patto Gentiloni, dopo la seconda, che fu il Partito Popolare intransigente e la Democrazia Cristiana interclassista, questa sarebbe la terza, che dovrebbe rimediare ai guasti della seconda Repubblica, mettersi sotto il manto azzurro della Vergine Maria, restaurare la dottrina sociale cristiana e il diritto naturale e, se non oggi, vincere domani). Ma la dottrina sociale cristiana mai fu al governo, se in essa si include non solo il blando interclassismo di Leone XIII, ma la feroce critica al capitalismo finanziario che ai tempi del fascismo fece Pio XI nella “Quadragesimo Anno”.
Si capisce però che ci provino. Hanno provato i comunisti a rifare il partito comunista e, mai superando la linea del loro orizzonte, hanno fallito e falliscono. Ci provano a fare una ex DC, una Democrazia cristiana emerita, e falliscono. Provano a fare un nuovo partito “a forte ispirazione cristiana, un partito di centro protagonista della rinascita italiana ma nella discontinuità dal triste ed opaco passato ventennio”, e falliscono perché la DC, comunque rivangata non ha e non può più avere quella cosa che imparò dai comunisti ed esercitò per quarant’anni nella vita politica italiana: l’egemonia. La quale vuol dire anzitutto accorgersi degli altri, mediare con le culture e le ragioni degli altri.
Ma soprattutto non può darsi un partito cattolico, residuo della vecchia Cristianità, perché prima che l’albero caschi occorre affrontare problemi sconosciuti ad altre età, riguardo a cui un partito cattolico non ha alcun precedente, alcuna esperienza, alcun know how nei vecchi magazzini. Se i problemi di oggi, come instancabilmente avverte papa Francesco, sono i popoli frantumati, la guerra mondiale nascosta, artificialmente tenuta in piedi dalla produzione e dal commercio delle armi, se i problemi sono la società dell’esclusione, l’economia che uccide, la globalizzazione dell’indifferenza, l’ideologia dello scarto di esuberi, disoccupati, anziani, profughi, migranti, la persistente disparità tra uomo e donna e quella tra cittadino e straniero, allora ci vuole ben altro che un partito cattolico. Ci vogliono soggetti politici nuovi, non identitari, non separati, non confessionali, internazionalisti e a vocazione universale, però credenti che un mondo è possibile. Non solo che un altro mondo è possibile, ma che questo mondo è possibile, lo si può raddrizzare.
Se tutta la predicazione di papa Francesco andasse a finire nell’imbuto di un partito a ispirazione cristiana, sarebbe il suo punto di caduta più arretrato. Invano egli avrebbe parlato ai movimenti popolari esortandoli a lottare contro l’ingiustizia, per la terra la casa e il lavoro, invano avrebbe chiesto di attivare processi, non occupare spazi, invano avrebbe invitato a preferire l’unità al conflitto, il tutto alla parte, invano avrebbe esortato a stare attaccati alla realtà, non al mito, invano avrebbe chiesto conto all’Europa non delle sue radici ma del servizio da rendere nell’incontro con altri popoli e culture, invano avrebbe detto amate lo straniero, aprite le porte e i porti ai naufraghi e ai migranti, salvate la Siria, ossia ogni terra a cominciare dalla più povera e violentata. Che è poi quello che abbiamo chiamato “fare il tagliando” al nuovo millennio appena iniziato, su cui si intratterrà la prossima assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”.
Questo vuol dire che l’umanità si converta. Dal più piccolo al più grande, ognuno mettendo fuori le sue risorse, le sue cassette degli attrezzi, ognuno facendo, con gli altri, la politica del mondo. Non per ricavarne un potere. La politica non è solo il potere o fatta mediante il potere. Possono esservi partiti della società, non dello Stato, che anche se maggioritari non esercitino il potere, che decidano temporanee o permanenti astensioni dal potere, per meglio ispirare e vigilare e guidare il cambiamento. Possono esservi strumenti di nuova invenzione o, come dice il cardinale Bassetti, scuole, luoghi di confronto che nascano dal basso, come ad esempio una rete di associazioni civiche in cui scambiare “buone pratiche” e valorizzare i talenti inutilizzati; insomma, assicura Bassetti rievocando precedenti infelici tentativi, nessuna “Todi 3 o 4 all’orizzonte né tanto meno il progetto di un partito di cattolici sponsorizzato dalla CEI”.
E dove andrebbe, se no, la laicità? La strada è un’altra: partire dall’agenda delle cose da fare, e vedere poi con chi si possono fare e come farle.
Non sappiamo dunque che cosa potrà esserci, nessuno lo sa quando veramente in terra ignota ci si mette in cammino, seguendo una stella. Ma occorre mettersi in cammino.
Nel sito “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” è pubblicato l’appello del cardinale Bassetti pubblicato sull’ “Avvenire” dell’8 dicembre scorso e l’intervista resa il 17 dicembre al “Fatto quotidiano”.

*Raniero La Valle
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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Cattolici: pasta o lievito?
di Romolo Menighetti su Rocca

Si torna a parlare di un rinnovato impegno dei cattolici nella politica italiana (La Repubblica 2/12/18). È quanto afferma Gastone Simoni, Vescovo di Prato, supportato da «pezzi da novanta» del Vaticano, quali Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione dei santi, e Pietro Parolin, segretario di Stato.
I motivi di questa riproposizione sarebbero la necessità, a fronte della solitudine entro cui vive l’uomo d’oggi, di offrirgli una rete di solidarietà concreta, che tocchi il quotidiano, a partire da principi e ideali forti, l’urgenza di «rammendare» l’organiz- zazione sociale del Paese, strappato sia moralmente sia socialmente, e il contrasto alla leadership esagerata e imperante di Lega e Cinque Stelle. Più terra terra si può ipotizzare che, considerato essere la legge elettorale con la quale si andrà al voto alle prossime elezioni politiche quasi certamente di natura proporzionale, ci sarà la possibilità per diversi partiti di recuperare elettoralmente la propria autonomia e affermare la propria identità, evitando la dispersione dei voti in liste di centro, destra e sinistra. Può perciò tornare attuale l’ipotesi della costruzione in Italia di un partito popolare d’ispirazione cristiana, che dovrebbe accogliere i cattolici ormai dispersi in tanti rivoli, tra cui l’astensione. Simoni intende ispirarsi al Partito Popolare di Luigi Sturzo, nel centenario del famoso appello «Ai liberi e forti» (18 gennaio 1919), che fu il suo atto di nascita. Giova ricordare che questo partito, per espressa volontà del suo fondatore, era interclassista, partito di cattolici ma non cattolico, ispirantesi alla dottrina sociale della Chiesa ma senza dipendere dalla gerarchia. Sturzo, infatti, diceva che i due termini, partito e cattolico, sono antitetici, perché il cattolicesimo esprime universalità, mentre il partito è per sua natura di parte. Circa la nuova e futura formazione politica finora siamo solo alle dichiarazioni d’intenti. Stiamo a vedere. Anche se alcune perplessità affiorano.
Intanto c’è il timore che nasca l’ennesimo raggruppamento con percentuale bassissima. E poi che prospettiva ha un nuovo partito quando quelli strutturati come il Pd e FI sono in profonda crisi? Inoltre qual è la figura, nel contesto di leader carismatici come l’attuale, capace di fare da contraltare a Salvini, Grillo, Renzi, Berlusconi?
Ma c’è anche e soprattutto una perplessità di fondo, che tocca il tema della laicità. Il futuro partito, anche se viene esclusa ogni ingerenza da parte dei Vescovi, vuole pur sempre essere «presenza identitaria dei cattolici in politica» (Bassetti), «qualcosa di nostro» (Simoni). Cioè si ripropone un partito a forte identità cattolica. Ora, non vorrei che, sulla base di questi input, si ritornasse alla vecchia idea del recinto «sacro», in contrapposizione al «laico». In proposito giova ricordare che con l’Incarnazione del Verbo il recinto sacro/profano è stato abbattuto, e che i cattolici impegnati in politica non sono coloro che propongono alla società civile un progetto celestialmente preconfezionato. Essi, al contrario, esercitano le loro responsabilità nella storia senza determinismi, senza pretese di onnipotenza, senza leggi immutabili. Entro questa prospettiva l’ispirazione cristiana, lungi dall’essere il braccio rasserenante che assicura comunque voti, diventa il più esigente dei parametri di giudizio. Ciò comporta un radicale cambiamento nel modo di pensare e di vivere l’impegno nella storia. Nel senso che obbliga alla ricerca di una laicità vissuta nella fede e nel confronto, escludendo ogni integralismo.
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Il Dibattito ripreso da C3dem
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LA STELLA POLARE RESTA LA COSTITUZIONE

Legge “Sicurezza”. Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!

no al razzismo 11 lug
Un lungo cammino xenofobo
Alex Zanotelli | 5 dicembre 2018 | su Comune.Info

L’approvazione del Decreto sicurezza è l’ultimo passaggio di un percorso cominciato con la Turco-Napolitano, seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e più recentemente dall’accordo firmato dal signor Minniti con la Libia, arrivando alla guerra contro le ONG e alla chiusura dei porti. “È grave che ora anche il presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto – scrive Alex Zanotelli – Non possiamo più tacere. Dobbiamo reagire, organizzare la resistenza per salvare la nostra comune umanità”. Come? Sperimentando forme di disobbedienza civile ovunque, sostenendo la possibile disobbedienza immediata dei responsabili degli Sprar e dei Cas, appoggiando istituti missionari e parrocchie disponibili a offrire asilo nelle chiese, collaborando con giuristi nelle battaglia alla Corte Europea di Strasburgo… “Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!”

alex zanotelli fto microdi Alex Zanotelli

Il 27 novembre 2018 sarà ricordato come il Martedì Nero della Repubblica italiana perché il Parlamento ha trasformato in legge il Decreto Sicurezza che è in netta contraddizione con i principi della nostra Costituzione. E questo è avvenuto senza una discussione parlamentare e senza la possibilità di inserire emendamenti. Altro che centralità del Parlamento! È un brutto segnale per la nostra democrazia. Il Decreto Sicurezza è una legge repressiva anche nei confronti degli italiani. Rende reato, per esempio, il blocco delle strade o delle ferrovie (strategia nonviolenta attiva), proibisce l’assembramento di persone (elemento costitutivo della stessa democrazia), impone il daspo e gli sgomberi. È forse l’inizio di un sistema poliziesco guidato dall’uomo forte?

Ma la gravità di questo Decreto sta nel fatto che nega i principi di solidarietà e di uguaglianza che sono alla base della nostra Costituzione. Il Decreto prevede per i migranti l’abolizione della protezione umanitaria, il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri per il Rimpatrio(CPR), lo smantellamento dei centri SPRAR (Sistema per i richiedenti asilo e rifugiati) affidati ai Comuni (un’esperienza ammirata a livello internazionale, per non parlare di Riace), la soppressione dell’iscrizione anagrafica con pesanti e concrete conseguenze, l’esclusione all’iscrizione del servizio sanitario nazionale e la revoca di cittadinanza per reati gravi. Trovo particolarmente grave il diniego del diritto d’asilo per i migranti, un diritto riconosciuto in tutte le democrazie occidentali, menzionato ben due volte nella nostra Costituzione. Questa è una legge che trasuda la ‘barbarie’ leghista e rappresenta un veleno micidiale per la nostra democrazia. Di fatto il decreto è profondamente ingiusto perché degrada la persona dei migranti e crea due classi di cittadini, rendendo lo ‘straniero’ una minaccia, un nemico e sancendo così la nascita del ‘tribalismo’ italiano, come lo definisce Gustavo Zagrebelsky. Anzi crea l’apartheid giuridica e reale…

Per di più questo Decreto si chiama “sicurezza”, ma sicurezza non offre, perché moltiplicherà il numero dei “clandestini” e degli irregolari che verranno sbattuti per strada. L’effetto è già sotto i nostri occhi: tre migranti su quattro si sono visti negare l’asilo, migliaia di titolari di un permesso di soggiorno sono stati messi alla porta, circa quarantamila usciranno dagli Sprar. E sono spesso donne con bambini che hanno attraversato l’inferno per arrivare da noi! Così entro il 2020 si prevedono oltre 130.000 irregolari per strada. E gli irregolari verranno rinchiusi nei nuovi lager, i CPR. A questi verrà ingiunto, entro sette giorni, di ritornare nei loro paesi. Ma né i migranti né il governo hanno i mezzi per farlo. Così rimarranno in Italia mano d’opera a basso prezzo per il capolarato del nord e del sud.

È questa la conclusione amara di un lungo cammino xenofobo di questo paese, iniziato con la Turco-Napolitano (i CIE!), seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e dalla legge Orlando-Minniti, oltre che al criminale accordo di Minniti con la Libia. Questo Razzismo di Stato è poi sfociato in una guerra contro le ONG presenti nel Mediterraneo, per salvare vite umane, e alla chiusura dei porti, in barba a leggi nazionali e internazionali! Non c’è più Legge che tenga, la legge la fa la maggioranza di turno al governo! È in ballo il diritto, la legge, la nostra stessa democrazia. È grave che ora anche il Presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto. Non possiamo più tacere. Dobbiamo reagire, organizzare la resistenza per salvare la nostra comune umanità.

Per questo ci appelliamo a:

– Corte Costituzionale, perché dichiari il Decreto sicurezza incostituzionale;

– Giuristi, perché portino queste violazioni dei diritti umani alla Corte Europea di Strasburgo;

– Conferenza Episcopale Italiana perché abbia il coraggio di bollare questo Decreto e la politica razzista di questo governo come antitetici al Vangelo;

– Istituti missionari, perché facciano udire con forza la loro voce, mettendo a disposizione le loro case per ‘clandestini’ come tante famiglie in Italia stanno facendo;

– Parroci, perché abbiano il coraggio di offrire l’asilo nelle chiese ai profughi destinati alla deportazione, attuando il Sanctuary Movement, praticato negli USA e in Germania;

– Responsabili degli SPRAR, CAS e altro, perché disobbediscano, trattenendo nelle strutture i migranti, soprattutto donne con bambini;

– Medici, perché continuino a offrire gratuitamente servizi sanitari ai clandestini;

– Cittadinanza attiva, perché in un momento così difficile e buio, si oppongano con coraggio a questa deriva anti-democratica, xenofoba e razzista anche con la ‘disobbedienza civile’ così ben utilizzata da Martin Luther King che affermava:

”L’individuo, che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità riguardo alla sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge!”

Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!

*Missionario comboniano

Verso le elezioni sarde. CoStat chiama la Sinistra e il mondo indipendentista all’unità contro la Destra

Un bel aforisma di Barbara Wootton
“E’ dai campioni dell’impossibile piuttosto che dagli schiavi del possibile che l’evoluzione trae la sua forza creativa”
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costat-logo-stef-p-c_2Il CoStat propone un’Intesa elettorale al Centro Sinistra, al M5Stelle e alle organizzazioni indipendentiste e autonomiste per battere la Destra di Salvini e soci. Missione impossibile? Non è detto. Il CoStat non demorde e, dati alla mano, chiama tutti all’impegno perché la Sardegna non venga consegnata alla Destra, la peggiore Destra oggi presente sullo scenario politico.
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dabfacc3-8a43-47f4-a9f3-856f34bc227eL’Unione Sarda – Edizione del 1/12/2018
Sezione “Primo Piano”
Centrosinistra e Cinquestelle uniti al voto per battere Salvini in Sardegna.
pubusa-23-nov18Fantapolitica? Non per Andrea Pubusa, ex consigliere regionale del Pci e animatore del dibattito nella sinistra sarda. «La mia proposta – spiega – nasce da un’osservazione: a livello nazionale si è arrivati a questo governo per il veto del Pd sui 5Stelle. Uguale a quello di Grillo su Bersani 5 anni fa. Esclusioni reciproche che hanno avuto esiti disastrosi».
[segue]

Il culto della personalità per sostituire la democrazia

93216bd0-0268-42d5-a7ec-c0edb6ad700b Il volto codardo dell’autoritarismo.

The New York Times del 3 dicembre 2018
di Timothy Snyder* – Traduzione di Raffaele Deidda

Prima vediamo la faccia. La faccia dell’America Donald Trump o dell’Ungheria Viktor Orban, o del russo Vladimir Putin, o del turco Recep Tayyip Erdogan, il volto di uomini che vogliono trasformare le democrazie in culti della personalità.

Il volto è il marchio più antico della leadership, il marchio che funziona per clan o tribù. Se vediamo solo la faccia, non pensiamo alle politiche o alla politica. Stiamo invece accettando il nuovo regime e le sue regole. Tuttavia una democrazia riguarda la gente, non una singola persona mitizzata. Le persone hanno bisogno della verità, quella che il culto della personalità distrugge. Le teorie della democrazia, dagli antichi greci attraverso l’illuminismo fino ad oggi, danno per scontato che il mondo intorno a noi dia la precedenza alla comprensione. Seguiamo i fatti insieme ai nostri concittadini. Ma nel culto della personalità la verità è sostituita dal credere e noi crediamo in ciò che il leader vuole che crediamo. Il volto sostituisce la mente.

La transizione dalla democrazia al culto della personalità inizia con un leader che è disposto a mentire sempre, con lo scopo di screditare la verità in quanto tale. La transizione è completa quando le persone non possono più distinguere tra verità e sentimento. Il culto della personalità funziona allo stesso modo ovunque; si basa sulla nozione imprecisa che il volto rappresenta in qualche modo la nazione. Il culto della personalità ci fa sentire, piuttosto che pensare. In particolare, ci fa sentire che la prima domanda della politica è “Chi siamo noi e chi sono loro?” piuttosto che “Com’è il mondo e cosa possiamo fare noi al riguardo?” Una volta che accettiamo che la politica riguardi “noi e loro”, sentiamo di sapere chi siamo “noi”, dal momento che sentiamo di sapere chi sono “loro”. In realtà, non sappiamo nulla, dal momento che abbiamo accettato la paura e l’ansia, le emozioni animali, come base della politica. Siamo stati giocati

Gli autoritari di oggi dicono bugie di media grandezza. Queste si riferiscono solo superficialmente alle esperienze; ci trascinano in una caverna di emozioni. Se crediamo che Barack Obama sia un musulmano nato in Africa (una menzogna americana con il sostegno russo), o che Hillary Clinton sia una mezzana pedofila (una menzogna russa con il sostegno americano), in realtà non stiamo pensando; stiamo cedendo il passo alla paura sessuale e fisica.
Queste menzogne ​​di media grandezza non sono proprio le grandi bugie dei totalitarismi, sebbene gli attacchi di Orban a George Soros come leader di una cospirazione ebraica gli assomiglino. Sono, tuttavia, abbastanza grandi da contribuire a rendere disabile il mondo reale. Una volta accettate queste bugie, ci disponiamo a credere a tutta una serie di altre falsità, o almeno sospettiamo che ci siano altre, più vaste cospirazioni.

Il volto del leader diventa, di conseguenza, una bandiera, un indicatore arbitrario di “noi” e “loro”. Internet e i social media ci stanno aiutando a vedere la politica in questo modo binario. Pensiamo di fare delle scelte mentre stiamo seduti di fronte ai nostri computer ma le scelte sono, di fatto, strutturate per noi da algoritmi che apprendono cosa ci terrà online. La nostra attività online insegna alle macchine che gli stimoli più efficaci sono negativi: paura e ansia. Quando i social media diventano istruzioni politiche, ci sentiamo rappresentati dai politici che riproducono lo stesso binario: cosa ci fa paura e cosa ci fa sentire sicuri? Chi sono loro e chi siamo noi?

Una volta il culto della personalità aveva bisogno di monumenti; ora richiede “meme” (contenuti che in poco tempo diventano virali, n.d.r). I social media pervadono l’immaginazione pubblica come le gigantesche statue dei tiranni dei tempi passati che occupavano lo spazio pubblico. Ma, come ricordano quei monumenti, i tiranni muoiono sempre. La vuota postura eterosessuale, le foto insulse senza camicia, la misoginia e l’indifferenza per l’esperienza femminile, le campagne anti-gay, sono progettate per nascondere un fatto fondamentale: il culto della personalità è sterile. Non può riprodursi. Il culto della personalità è la mitizzazione di qualcosa di temporaneo. È quindi confusione e, in fondo, vigliaccheria: il leader non può accettare il fatto che morirà e sarà sostituito, e i cittadini sono complici dell’illusione dimenticando che condividono la responsabilità per il futuro. Il culto della personalità diminuisce la capacità di far andare avanti un paese. Quando accettiamo un culto della personalità, non stiamo solo rinunciando al nostro diritto di scegliere i leader, ma anche smussando le capacità e indebolendo le istituzioni che ci permetterebbero di farlo in futuro. Mentre ci allontaniamo dalla democrazia, dimentichiamo il suo scopo: dare a tutti noi un futuro. Il culto della personalità dice che una persona ha sempre ragione; così dopo la sua morte arriva il caos.

La democrazia dice che tutti noi commettiamo errori, ma che abbiamo la possibilità, ogni tanto, di correggere noi stessi. La democrazia è il modo coraggioso di avere un paese. Il culto della personalità è un modo vigliacco di distruggerne uno.

* Docente di Storia all’Università di Yale e membro permanente presso l’Institute for Human Sciences di Vienna.

Link all’articolo originale: https://www.nytimes.com/2018/12/03/opinion/authoritarian-leaders-trump-putin-orban.html?fbclid=IwAR2ZUru4uP4Adc5lRmFluk1Q_K7D8SkmHhNUMYo731-_XO8MUBlLq4JeksoH

Elezioni

ora
3f555ee7-6c23-42b0-b6e2-6df7df3b95b0Elezioni regionali, dall’impegno contro il centrodestra alla convergenza intorno al principio dell’autodeterminazione
di Fernando Codonesu*

Da alcune settimane su questo blog, sull’onda lunga oltre di due anni di impegno sul fronte politico, democratico e culturale che contraddistingue l’attività del Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria, ad iniziare dal tema del lavoro su cui abbiamo concentrato larga parte del nostro tempo e delle nostre energie, abbiamo ripreso a parlare delle ormai prossime elezioni regionali.
3e45830d-b4f4-44d3-83c0-797ffabbc8dbSu iniziativa del CoStat venerdì 23 si è svolta a Cagliari una importante assemblea dibattito sulla scadenza elettorale invitando ad un confronto le forze politiche che hanno votato NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, con esclusione di quelle di centrodestra, con l’auspicio che si trovino terreni unitari di confronto, per aggredire la crisi che sembra non finire mai, che è certo crisi economica, ma anche crisi politica di rappresentanza e difficoltà di identificazione in un partito, in uno schieramento o in un movimento di un elettorato, quello sardo, che per metà non vota più.
Ha introdotto il dibattito Andrea Pubusa che ha, tra l’altro, toccato i temi principali che dovrebbero caratterizzare l’attività politica del Consiglio regionale: lavoro, economia, riequilibrio e sviluppo territoriale, welfare, riforme istituzionali, neocentralismo regionale, ecc.
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Dal mio punto di vista è doveroso prima di affrontare gli aspetti principali del dibattito riprendere uno dei punti più significativi sviluppati da Gianfranco Sabattini che, con il rigore scientifico che lo contraddistingue, il 21 novembre in un suo intervento su questo blog ci ha ricordato che i risultati di due recenti ricerche demoscopiche dell’Università di Cagliari mostrano che per i sardi “i problemi prioritari sono quelli di carattere economico-sociale e non quelli di carattere etnico-cultural-territoriale; di fronte alla richiesta di esprimere le loro preferenze (con l’assegnazione di un punteggio, in una scala da 1 a 10, sulle priorità d’intervento riferite a diversi settori: Identità e cultura, Economia, Lavoro, Trasporti e infrastrutture, Riforme e istituzioni, Ambiente e territorio, Welfare, Sicurezza) i risultati hanno evidenziato la massima priorità assegnata al Lavoro, seguito da Trasporti e infrastrutture, Economia, Sicurezza, Welfare, Ambiente e territorio; penultimo il settore Identità e cultura e, ultimo, il settore Riforme e istituzioni”.
Bisogna far tesoro delle rilevazioni oggettive e approfondite che vengono da fonti autorevoli.
Detto questo, che ci impegna al rispetto della realtà e delle priorità maggiormente sentite dalla popolazione sarda, credo che sia indispensabile riconoscere alla politica che si occupa del bene pubblico e soprattutto alle forze politiche nostre interlocutrici del dibattito che abbiamo promosso, il diritto-dovere di osare, di superare i vincoli attuali che comprimono le aspirazioni di un popolo che intende essere nazione e che lavora per una sua collocazione ben definita all’interno dell’Europa. Si tratta di appunto di intravedere un percorso di superamento dei vincoli attuali, senza fretta e senza forzature perché la lezione che ci viene dalla storia e da esperienze recenti in campo europeo, prima di tutte l’esito del referendum catalano, suggeriscono un cammino che risponda alle esigenze espresse dai sardi come ci ha ricordato Sabattini e sia il risultato di una sperimentazione di lunga durata sul campo, per una politica che crei innanzitutto consenso per evitare che una minoranza, per quanta vasta, colta e per certi versi agguerrita, pensi di potersi imporre alla maggioranza dei cittadini. Le istituzioni, il governo e il potere si ottengono solo con una lavoro lungo e faticoso, nel rispetto delle regole, senza scorciatoie e proponendo uno scenario, ancorché non facilmente percorribile, sicuramente ricco di suggestione e tale da poter convogliare importanti energie della nostra isola verso una prospettiva comune.
Di questo si è parlato nel nostro incontro.
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I protagonisti del dibattito, Andrea Murgia candidato presidente di AutodermiNatzione, Gianni Marilotti per il M5S, Claudia Zuncheddu di Sardigna Libera, Roberto Mirasola di Sinistra Italiana, Giovannino Deriu di Potere al Popolo e Paolo Maninchedda del Partito dei Sardi, hanno avuto modo di riprendere alcuni dei temi introdotti da Pubusa, sviluppare le loro proposte e rispondere ad interventi e domande del pubblico.
Le aree politiche rappresentate nel dibattito erano fondamentalmente due: una vasta area dell’autodeterminazione e dell’indipendentismo rappresentata da Murgia, Zuncheddu e Maninchedda, due formazioni a sinistra del PD rappresentate da Mirasola e Deriu e una forza di governo, il M5S rappresentato da Marilotti.
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Da anni sono convinto che in Sardegna ci siano le condizioni per una vasta convergenza di forze politiche, gruppi, associazioni e singole personalità che si rifanno agli stessi principi cardine, che guardano ad un necessario avanzamento e superamento dell’autonomia regionale che, per molti aspetti, non ha nemmeno saputo attuare lo Statuto, ad un ruolo della Sardegna in quegli Stati Uniti dell’Europa che avevano pensato alcuni dei suoi padri fondatori.
Una convergenza, si badi bene, non di facciata e frutto di cartelli elettorali dell’ultima ora, ma che si radichi in un lavoro comune nei territori perché è di questo che c’è bisogno, perché un’area politica che si riconosce in un unico raggruppamento ha una forza d’urto e di cambiamento maggiore della somma delle singole componenti, una capacità di attrazione dell’elettorato senza pari, decisamente superiore a quella derivante da qualunque cartello elettorale o giustapposizione insiemistica di sigle partitiche.
Fatti salvi i vincoli nazionali del M5S per cui non si fanno alleanze, tema però non chiuso nemmeno da Marilotti che ha anzi ribadito la necessità che il M5S discuta e affronti questo tema, è risultato evidente nel dibattito di ieri che tutti stanno cercando di superare le divisioni e le diffidenze reciproche.
deriu1Così è stato a partire dall’area dell’autodeterminazione e dell’indipendentismo e così è anche per le due forze rappresentate da Deriu e Mirasola.
In questo senso sono state molto significative le aperture reciproche registrate soprattutto nella seconda parte del confronto, ad iniziare da Maninchedda
maninchedda1 che chiude dicendo che “le porte sono aperte fino all’ultimo minuto” e passando per gli appassionati interventi di Murgia per la soluzione dei tanti problemi della Sardegna, così come dell’avviso da parte di Deriu di non basarsi sul “programmismo” o sull’appello al voto utile. Le risposte concrete sono
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venute anche da Claudia Zuncheddu con il suo approfondimento sul sistema sanitario e da Mirasola che ha concentrato il suo ragionamento proprio sulle possibili convergenze.
Oggi conosciamo anche gli altri candidati presidente: Solinas su indicazione di Salvini per il centrodestra e Zedda che mette la sua faccia su un centrosinistra gattopardesco e trasformista come non mai. Di Pigliaru non si parla più: è scomparso anche come nome dal dibattito politico. Eppure Pigliaru è padre, figlio e fratello di ciascuno dei componenti della maggioranza in carica!
Non sappiamo se Pili e il suo movimento Unidos si presenteranno da soli, ma in tal caso Pili non entrerà in Consiglio a causa della legge elettorale pur superando la soglia della lista unica, oppure se preferirà far parte dello schieramento di centrodestra (ad oggi non è presente nell’elenco delle varie sigle componenti) avendo più di una chance di entrare in Consiglio dal portone principale.
In ogni caso è utile ricordare che una elezione si affronta con i numeri e se consideriamo le soglie di sbarramento del 5% per l’unica lista e del 10% per le coalizioni, a me pare evidente che un’unica lista che comprenda tutte le aree politiche presenti al dibattito di ieri, ovvero una lista che comprenda PDS, AutodetermiNatzione, Sardigna Libera, Sinistra Italiana (la componente alternativa a Zedda e al PD) e Potere al Popolo, avrebbe una forza dirompente, sarebbe capace di attrarre voti anche in larga parte dell’astensione e dell’area democratica, e conseguirebbe una larga rappresentanza in Consiglio regionale fino a poterne condizionare l’agenda politica.
In base al dibattito di ieri, che finalmente si è concentrato sui temi politici e non sui personalismi, credo che ci siano tutte le condizioni per lavorare unitariamente su un’unica lista, ma se proprio ciò non fosse nelle corde di qualcuno, che almeno si ragioni in termini di coalizione.
Sono i temi che uniscono. E’ il lavoro comune nei territori che può creare sintonie, affinità, modi di sentire e di vedere il mondo con uno scenario così ampio da valorizzare anche sensibilità differenti. Con il lavoro comune sperimentato nel tempo e direttamente nella risoluzione dei problemi che viviamo quotidianamente si possono superare le diffidenze reciproche e costruire una comune prospettiva di progresso per l’intera regione.
Personalmente lavorerò in questa direzione perché ritengo che la cosa più sbagliata da fare sia che ognuno vada incontro alle elezioni per conto proprio.
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* Anche su Democraziaoggi.
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“La prospettiva della creazione di una lista che possa mettere al centro i problemi concreti dei sardi dando però delle risposte in completa discontinuità con le politiche sino ad oggi portate avanti deve a mio parere essere perseguita con fiducia e umiltà.”
di Roberto Mirasola.

“Dopo la débâcle delle sinistre il 4 marzo scorso alle elezioni politiche e il continuo crescere, perlomeno nei sondaggi, del consenso nei confronti di Lega e M5S è evidente che ci si chiede come si possa fermare questa avanzata, soprattutto nei confronti della Lega xenofoba e razzista. Cosa fare dunque?
Io credo non esistano ricette sicure e tantomeno mi sento di rassicurare a cuor leggero in un contesto di difficoltà sopratutto per responsabilità nostre. E’ inutile girarci intorno se a sinistra non torniamo ad essere credibili è difficile poter ritornare a vincere, anche perché ciò che si propone riguarda soltanto nomi e il vecchio mascherato con l’utilizzo di parole in perfetto politichese ma lontane dalla gente: “coalizioni progressiste ampie, una volta civiche un’altra autonomiste” ma prive di contenuti. Nella politica Sarda sembra sia diventato centrale il leaderismo.
A monte manca totalmente un’analisi dell’attuale situazione in Sardegna. Un recente studio dell’Università di Cagliari, menzionato tra l’altro in questi giorni da Prof. Sabattini, ricorda che le preoccupazioni dei Sardi e dunque le loro priorità si concentrano su: Lavoro, Trasporti e infrastrutture, Riforme e istituzioni, Ambiente e territorio, Welfare. Da qui bisogna dunque ripartire e dare risposte concrete finalmente con coraggio voltando pagina con decisione rispetto al passato. Perché non possiamo dimenticare che, dati ISTAT alla mano, la disoccupazione si attesta al 16% contro una media nazionale del 10% per non parlare della disoccupazione giovanile.
Come ci ricorda spesso Fernando tra il 2007 e il 2016 ben 21.746 sardi sono emigrati all’estero e il trend negli ultimi anni è in aumento. E’ chiaro dunque che si è fatto poco ed è anche vero che per “creare” posti di lavoro bisogna avere una prospettiva di sviluppo locale avendo le idee chiare. Sino ad oggi abbiamo puntato su un sistema industriale completamente estraneo al contesto Sardo basato sulle importazioni più che sulle esportazioni con industrie come la chimica, la petrolchimica, la produzione dell’alluminio che hanno portato disoccupazione lasciando tra l’altro l’ambiente circostante fortemente compromesso avendolo inquinato. E’ necessario, dunque, ripensare un modello di sviluppo che debba essere sostenibile, ponendo al centro il rapporto ambientale che deve salvaguardare la salute e la qualità della vita. Puntare sull’agroalimentare, sul turismo, sull’economia del mare, investire nell’agricoltura e sulle energie rinnovabili, tutelando la piccola e media impresa. Questo non significa dire NO all’industria, significa perseguire altre vie.
Vorrei però approfondire ancora questo ragionamento, analizzandolo da un’altra prospettiva. E’ curioso che in un contesto di neo centralismo che da Bruxelles arriva sino a Roma, contestato da tutte le forze politiche, la stessa Regione abbia introdotto delle riforme che tendono ad accentrare. Ora una prospettiva di crescita economica si potrebbe avere se le risorse venissero adeguatamente redistribuite nei territori con un’adeguata programmazione territoriale. Invece l’ente Regione ha assorbito nel tempo competenze crescenti, sottraendole agli Enti Locali e allontanando le decisioni dal livello più vicino alle popolazioni, disconoscendo il principio di sussidiarietà che pure è ribadito nei principi europei e nazionali. Provvedimenti legislativi come la riforma degli enti locali proposta dalla Giunta Pigliaru e approvata dal Consiglio regionale hanno sancito per l’ennesima volta la situazione di una Regione che mentre rivendica maggiore autonomia nei confronti dello Stato è ben lontana dal riconoscerla all’interno del territorio regionale.
Ma quella degli Enti Locali non è stata la sola riforma in questa direzione. L’accentramento della organizzazione sanitaria, con la creazione dell’Azienda unica regionale è un altro esempio negativo. Noi siamo fortemente e decisamente contrari all’attuale riorganizzazione del sistema sanitario così come scritto nel nuovo piano sanitario che lascia sguarniti i territori dei livelli essenziali di assistenza facendo aumentare i rischi per i pazienti, le disuguaglianze e le iniquità. La nostra azione sarà improntata al sostegno della sanità pubblica, non accettando riforme sanitarie con trasformazioni decise dall’alto senza essere concertate con i territori.
Ora mi par di capire che su queste tematiche le differenze, perlomeno a livello programmatico, non siano tante tra SI, AutodetermiNatzione e Sardigna Libera. Il che impone uno sforzo di dialogo tra noi per superare con il dovuto tatto le piccole diversità che ci possono essere. La prospettiva della creazione di una lista che possa mettere al centro i problemi concreti dei sardi dando però delle risposte in completa discontinuità con le politiche sino ad oggi portate avanti deve a mio parere essere perseguita con fiducia e umiltà.”
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- Le foto sono tratte dal servizio fotografico di Renato d’Ascanio Ticca su fb.

Esistono ancora i cattolici democratici?

eremo-di-camaldoli__coverboxape-innovativaNel proseguo del nostro lavoro di approfondimento giornalistico sulla tematica dei “Cattolici e politica”, che si esplica anche nella ricerca sulla rete, ci siamo imbattuti nel blog di Paolo Rodari, classe 1973, vaticanista di Repubblica. Ne traiamo un interessante contributo, autore Piero Bargellini (Ufficio Studi Acli Pistoia, collaboratore della Rivista Bene comune), utile a ricostruire una storia nobile che ci da una mano per il nostro tempo verso un rinnovato impegno sociale, politico e culturale dei cattolici insieme con tutti gli uomini di buona volontà, credenti, non credenti o diversamene credenti,
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Che fine hanno fatto i cattolici democratici?
di Paolo Rodari sul suo blog

Il voto del 4 marzo sembra aver sancito la fine dei cosiddetti partiti plurali. Il Partito Democratico, in particolare, appare in grande crisi, e così Forza Italia. Mentre cresce sempre più sia la destra sovranista e post ideologica sia il populismo istituzionalizzato dei 5 Stelle.

Eppure non sono pochi coloro che si ritrovano fuori da questo schema, fra questi coloro che si sentono vicini al cattolicesimo politico, democratico e sociale italiano. Una presenza importante ma oggi, come mai prima, incredibilmente flebile. Perché?

Uso di questo mio blog per aprire un dibattito, consapevole che la conservazione e la qualità della democrazia italiana può dipendere anche da un riaffermarsi di questo cattolicesimo dalla storia non certo marginale.

Il primo intervento è di Piero Bargellini, 67 anni, nonno di sei nipoti, sposato da 45 anni. Iscritto alle Acli dal 1970, vive a Pistoia. Attualmente è collaboratore dell’Ufficio Studi del movimento. Componente della redazione del giornale diocesano “La Vita” e membro della commissione della pastorale sociale della stessa diocesi di Pistoia. Per lui il cattolicesimo democratico è sì morto da tempo, sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino, ma non lo sono i cattolici democratici.

Non più immediatamente visibili, ma ci sono

di Piero Bargellini
Novembre 1989: crollava il muro di Berlino. Tutti esultavano per la fine del comunismo, ma quando tolsero le macerie del muro trovarono un cadavere inaspettato: era quello di John Maynard Keynes.

Gli addetti avvertirono subito le classi dirigenti, ma queste dettero l’ordine di tenere nascosto il ritrovamento e continuarono imperterrite come se nulla fosse successo.

Potremmo far risalire al novembre del 1989 la fine del cattolicesimo democratico, esattamente con la morte di Keynes. Dopo quella data ci furono dei sussulti, dei ritorni di fiamma, ma ormai il destino era segnato.

Il cattolicesimo democratico si afferma in Italia nel secondo dopoguerra ad opera dei “professorini” della Dc che introducono un capitalismo nuovo e dinamico nel Paese che prima fa la ricostruzione e poi costruisce il “boom” economico degli anni ’60.

Il filo conduttore di questa nuova teoria (economica, sociale e politica) si ritrova nel documento di Camaldoli della nascente Dc addirittura del 1943 e messa in atto da un ex comandante partigiano cattolico Enrico Mattei a partire dalla fine del 1945.

Questa spinta fu talmente forte e prorompente che riuscì non solo ad arginare l’avanzata comunista, ma dopo pochi anni spazzò via le resistenze del capitalismo ante guerra, ancora tutto arroccato sulla difesa dei privilegi e delle prerogative di una classe sociale ormai vecchia e compromessa con il fascismo.

Sul versante laico il maggior interprete di questa nuova visione fu Adriano Olivetti, tuttavia questi due filoni di pensiero avevano in comune il profondo spirito religioso che li animava.

Sul piano politico non fu una passeggiata: l’autonomia della politica dal Vaticano fu una conquista lunga e dolorosa di cui ne fece le spese De Gasperi per il suo rifiuto alla alleanza con i neo fascisti alle elezioni del comune di Roma nel 1951 tanto che non fu più ricevuto più in Vaticano.

Però, nonostante questi incidenti di percorso, il cattolicesimo democratico si affermava fino ad arrivare alla sua consacrazione ufficiale durante il Concilio Vaticano II e il pontificato di Paolo VI.

Nel 1944 nascono le Acli con Achille Grandi in appoggio al sindacato unico della Cgil, poi con la scissione sindacale del 1948 nasce ufficialmente la Cisl che, pur non essendo un sindacato cattolico, ne è comunque vicina. Le due associazioni affondano le loro radici nella nuova teoria Keynesiana che si dimostra capace di trovare un punto di equilibrio tra capitale e lavoro.

È un equilibrio dinamico che vede anche aspri confronti con il padronato, ma che è capace di superare il liberismo di anteguerra con le trattative a tre che includono anche lo Stato. Anzi questo diventa un elemento essenziale per la redistribuzione del reddito così come era previsto dalla teoria economica. Di contro, la Cgil si attarda sulla vecchia concezione di cinghia di trasmissione del partito a cui è delegata la Politica, quella con la “P” maiuscola.

Gli anni ’60 sono il periodo di massimo fulgore del cattolicesimo democratico; menti illuminate e il ricambio dei vertici della Chiesa lo assumono e lo fanno proprio. Molti operatori sono animati da due precise convinzioni: una è la convinzione delle nuove teorie economiche che stanno dando i loro buoni frutti, e l’altra è un forte spirito evangelico a servizio dei lavoratori vissuti come i più bisognosi di aiuto.

Sarà proprio questa duplice motivazione che al tramonto del keynesismo porterà molti cattolici democratici a disperdersi in mille rivoli perdendo quella visibilità e forza che avevano avuto per almeno tre decenni.

Negli anni ’70 il cattolicesimo democratico nel suo aspetto più propriamente politico è ancora capace di portare a termine importanti riforme come il nuovo diritto di famiglia e la riforma sanitaria, inoltre dà il contributo di sangue di gran lunga maggiore al terrorismo, segno evidente che è ancora vivo e vegeto. Non è un caso infatti, se il declino delle Br inizia con il perdono di Giovanni Bachelet agli assassini di suo padre Vittorio, dal pulpito della chiesa durante i funerali nel 1980.

Sul piano più strettamente economico la fine degli anni ’70 è segnata da una forte inflazione in tutto il mondo occidentale. In molti Paesi si attuano politiche keynesiane di spesa pubblica sia corrente che di investimenti, ma ben presto ci si accorge che non danno i risultati sperati. Addirittura si conia una nuova parola: stagflazione. La stagnazione economica in presenza di inflazione; un fenomeno che nessuno aveva previsto e che mai era successo prima. Sono i primi sintomi evidenti dell’affanno delle teorie economiche applicate senza alcun riscontro con una nuova e mutata realtà.
Con la fine del comunismo, cade l’ultimo legame che aveva tenuto assieme un quadro politico ormai logoro e senza più una prospettiva economico-sociale.

Sotto le macerie del muro di Berlino viene trovato il cadavere di Keynes che alcuni si ostinano a nascondere nel tentativo di continuare ad attuare politiche assistenziali.

Il resto è storia recente. In venti anni c’è la finanziarizzazione dell’economia, spariscono i beni di investimento ad eccezione del denaro, l’equilibrio dinamico tra lavoro e capitale si rompe a tutto vantaggio del capitale finanziario e la compressione del lavoro.

A distanza di qualche lustro possiamo dire che il cattolicesimo democratico, così come lo abbiamo conosciuto nel ’900, è scomparso; tuttavia rimangono i cattolici democratici.

Rimane la Cisl che però ha perso la cornice teorica all’interno della quale ascrivere il proprio operato; rimangono le Acli anch’esse con lo stesso problema ma con il vantaggio di stare sotto l’ombrello della Chiesa in attesa di tempi migliori; rimane l’Agesci che non avendo finalità politiche ma solo educative è stata poco coinvolta da questo cataclisma; rimangono le mille e mille associazioni di base, a cominciare dalle parrocchie, dove si svolge il volontariato sociale.

I cattolici democratici non sono scomparsi, solo che non sono più immediatamente visibili, ma ci sono.

Essi non hanno più una prospettiva comune sia economica che politica perché essa è morta sotto le macerie del muro di Berlino; non ce l’hanno loro come non ce l’ha tutta la sinistra italiana, politica o sindacale che sia; rimane tuttavia intatto lo spirito evangelico di servizio agli ultimi.

Eppur qualcosa si muove.

Basta girare per le parrocchie, per le comunità, nei corridoi dei seminari per accorgersi che c’è un nuovo fermento, un “novo sentir”. Si rifugge dalle grandi organizzazioni, mentre si privilegia la piccola comunità dove tutti si conoscono e partecipano. In 40 anni ben 10 milioni di italiani hanno cambiato residenza scappando dalla città e sono andati ad abitare nella frazione o nel borgo. Sono venuti via da un condominio, dove i diritti sono tutti regolamentati e sono andati nella frazione dove invece prevale il “bene comune” e l’identità. Le stesse relazioni familiari si sono rinsaldate pur abitando in nuclei anagrafici diversi.

Fioriscono in tutta Italia le “cooperative di comunità” (incredibile a dirsi ma la più alta concentrazione è a Scampia) e fenomeni come la Tav o la Tap posso essere letti in questa ottica.

Si va affermando un nuovo soggetto sociale, che per ora rimane tale, ma ha tutte le potenzialità per cresce e svilupparsi come soggetto autonomo culturalmente e politicamente.

“Nel luglio 1943 un gruppo di intellettuali di fede cattolica firma nell’eremo di Camaldoli (nella foto) un documento ribattezzato ‘Il Codice di Camaldoli’. Lo scopo è quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidi l’azione nell’Italia liberata. Il Codice funge da subito da ispirazione e linea guida per l’azione della Dc, che si sta formando in quel periodo, e di tutto un filone che prenderà il nome di cattolicesimo democratico”.
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Andrea Murgia con Autodeterminatzione: avanti ostinatamente!

lampada aladin micromicroAladinews, saldamente collocata a Sinistra, non parteggia per nessuna delle Organizzazioni che saranno presenti nell’agone elettorale. Insomma, non diamo alcuna indicazione di voto. Manteniamo una “terzietà”, ma nello stesso tempo segnaliamo e appoggiamo tutte le Organizzazioni collocate a sinistra che si battono per gli interessi dei sardi e della Sardegna e lo fanno senza condizionamenti di sorta, sia di consorterie romane, sia di potentati locali. In questo ambito è senz’altro situata, per ora in solitaria, AutodetermiNatzione, con Andrea Murgia, candidato presidente della Regione Sardegna. Ad Andrea Murgia va il nostro apprezzamento, per le ragioni più volte riportate su questa News, che non celiamo anzi enfatizziamo. Nessuna indicazione di voto specifica a “balla sola”, confermiano, se non giocoforza per il fatto di essere Autodeterminatzione con Andrea Murgia allo stato la sola formazione presente ufficialmente nell’agone elettorale. Riteniamo fare cosa giusta nel pubblicare una dichiarazione di Andrea Murgia, riportata oggi nella sua pagina fb come risposta alle notizie stampa che accrediterebbero una sorta di segreto negoziato tra lo stesso Andrea Murgia e Massimo Zedda, possibile candidato della coalizione di centro sinistra per elezioni regionali, di tuttora incerta composizione. Andrea Murgia con cortesia e determinazione respinge tale ipotesi, cioè quella che prevederebbe la partecipazione di AutodetermiNatzione alla coalizione del centro sinistra.
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andrea-murgia-autodeterMASSIMO, IN QUESTO PERIODO TI VEDO DI PIU’ COME UN BUON AMICO
Non sono un collezionista di articoli di giornale e non li raccolgo neppure quando, come succede di questi tempi, riportano il mio nome o la mia foto.
Bisogna pur commentarli però, non foss’altro per il rispetto che si deve alle centinaia di persone che in tutta la Sardegna si stanno mobilitando per il progetto che rappresentiamo.
AUTODETERMINATZIONE è nata per raccontare il progetto che stiamo presentando, per costruirlo insieme ai SARDI. Anche per riprendere quelle tradizioni importanti dell’autonomismo e dell’indipendentismo. Da Lussu a Melis, a oggi. Nasce per unire e non per dividere, mette insieme persone e movimenti “rivali”, leader carismatici e intellettuali erranti. [segue]

E’ online il manifesto sardo duecentosettantadue

pintor il manifesto sardoIl numero 272
Il sommario
Alghero, Calabona: la speculazione edilizia sul mare (Stefano Deliperi), Ospedali disumanizzati. Un codice conta più della persona (Ottavio Olita), Turchia e dintorni. Il movimento Gülen (Emanuela Locci), Vassilissa e la lotta contro il patriarcato (Gianfranca Fois), Le mire egemoniche di Israele (Gianfranco Sabattini), Lo scontro Italia-Ue in un vicolo cieco (Alfonso Gianni), Per la cittadinanza sarda onoraria, ovvero per lo Ius Voluntatis (Cristiano Sabino), Storie in Trasformazione: Come cambia la scuola? (red), Nuovo delitto di Stato in territorio Mapuche (red), Amnesty International: “Codici identificativi subito” (red), Scorie nucleari. Nessun sollievo per i sardi (Claudia Zuncheddu), Le scuole sicure sono quelle che non crollano (red), La Regione pachiderma (Massimo Dadea), Iglesias annulli l’autorizzazione alla RWM. Con le bombe e la guerra, tutto è perduto (Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita), La propaganda di estrema destra alla conquista dell’Europa (Nina Horaczek, traduzione di Claudia Tatasciore).

Il peggio dell’America dall’America

INTERNAZIONALE. «Via lo ius soli»: l’ultimo attacco alle origini dell’America moderna.
Stati uniti d’America. Nuova minaccia di Trump ai migranti per guadagnare consenso a due settimane dal voto di medio termine: con un ordine esecutivo il presidente vuole stracciare uno dei pilastri del paese e della costituzione. Dure critiche dai democratici, dubbi dagli esperti: serve la maggioranza del Congresso
31inchiesta1-f02-ius-soli New York, 25 settembre 2018: American Muslim Parade
© LaPresse
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di Marina Catucci su il manifesto
NEW YORK
il manifesto , edizione del 31 ottobre 2018. [segue]

Dibattito. Guai ad abbandonare l’Europa! Cambiamola in meglio!

poveraEuropa
La polemica rivelatrice sul Documento economico-finanziario del governo giallo-verde
di Guido Formigoni
19 ottobre 2018 by Forcesi, segnalato da C3dem.
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La vicenda del Def è istruttiva, sia sui comportamenti dell’attuale governo, sia sul modo di fare opposizione. Da una parte, sembra proprio che l’asse Salvini-Di Maio abbia fatto slittare il pedale nel proprio ormai tipico modo di far politica, tutto basato sull’annuncio e sulla costruzione mediatica di consenso. Mi spiego: non c’era nessuna necessità reale di mettere per iscritto il punto del 2,4% di deficit in un documento come il Def, che doveva solo indicare una stima. Per poi infatti ricorrere a un pietoso tira e molla (il 2,4% per tre anni, anzi no, per un anno e poi vedremo; 10 miliardi per le pensioni, anzi no di meno…). In sostanza, hanno scelto di amplificare l’effetto annuncio per porre una sfida di parole, che incassasse a breve un sostegno del proprio elettorato ansioso, ribollente e preoccupato per i vincoli europei. Occorreva insomma fissare un punto propagandistico, costruire la scena del balcone. Poi, si sarebbe visto… i fatti sono più complicati da gestire delle parole.
Intanto – forse hanno anche pensato – si poteva verificare la reazione europea e quella dei mercati. E qui è cascato mezzo asino, perché l’Europa è stata prudente e tutto sommato consapevole del contenuto modesto della sfida, senza offrire sponde a un innalzamento del conflitto verbale (qualcuno dice che non sarebbe spiaciuto soprattutto a Salvini inasprire lo scontro). I mercati, molto meno: lo spread salito a 300 significa una perdita secca di svariati miliardi in conto interessi sul debito (le stime variano per il solo 2019 a 4-6 miliardi, se si resta per un anno a questi livelli, cosa non garantita). Il che segna già da ora un autogol clamoroso del governo, quando di trippa per i gatti ancora non si è visto nemmeno il profumo. E poco serve dire che c’è il complotto degli speculatori, perché è ora che ci si accorga anche nel sospettoso popolo grillino che il meccanismo finanziario in cui siamo immersi e condizionati è talmente vasto e capillare, costituito di tanti molecolari interessi, che è assolutamente impossibile condizionarlo ad opera di un numero ristretto di operatori.
Altro si sarebbe potuto fare se la maggioranza fosse più seria e cioè non fautrice di una politica basata sugli annunci, ma capace di immaginare una correzione di rotta graduale e sensata della finanza pubblica. Tutti i governi passati hanno infatti sforato le cifre e cifrette indicate nel Def: ma senza dirlo prima con le grancasse (nel 2017 a cose fatte il deficit è stato del 2,3%). In quel modo un po’ surrettizio, la correzione attuale rispetto alle previsioni sarebbe stata molto più gestibile. Il problema è che questa classe di governo, nel suo palese dilettantismo, non sembra all’altezza della necessaria accorta gestione dei delicati equilibri della finanza pubblica.
Dicevo però che questo episodio rivela anche molto dell’opposizione attuale. E più in generale di come vengono criticate le scelte del nuovo governo da parte di una opinione pubblica mainstream come quella rappresentata da parte della grande stampa. Si è infatti aperto ampiamente da parte politica e mediatica il fronte della polemica sul rigore di bilancio, che ripete cose molto note sul fatto che non si può creare nuovo debito, dato che l’Italia è già al 130% del Pil, e che non si può fare assistenzialismo sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza in deficit. Sì, ma… Il precedente ciclo di governi a trazione Pd non è che sul rientro del debito abbia costruito molto, anzi: la percentuale è sempre la stessa da sei anni. Semplicemente, si sono avvalsi in modo molto opportuno della difesa dell’euro compiuta da Draghi con la creazione enorme di liquidità monetaria, che ha sconfitto la speculazione sul debito pubblico dell’Italia e dei paesi più fragili che si era innescata nel 2011: cioè ha appunto abbattuto lo spread a livelli irrisori, facendo risparmiare al paese una cosa come 65 miliardi di euro in cinque-sei anni in interessi da pagare sullo stock di debito pregresso (lo 0,8 del Pil all’anno, mica noccioline). Al riparo del cospicuo scudo della Bce, tali governi hanno comunque ridotto di pochissimo il deficit, continuando a tagliare su alcuni capitoli come la pubblica amministrazione, riducendo di pochissimo la pressione fiscale e facendo la scommessa su modalità diverse di incentivo economico, rispetto a quelle oggi in discussione: dagli 80 euro erogati ai bassi redditi, fino ai molti miliardi messi nella riduzione contributiva del Jobs act. Con risultati discussi (e discutibili, non apriamo qui il capitolo): comunque non certo eclatanti, ci si concederà, in termini di occupazione e sviluppo. Siamo un paese in cui il Pil è ancora sotto del 5-6% rispetto al 2008.
Quindi, qual è il punto vero, a mio sommesso parere (non è farina del mio sacco, naturalmente, ma si basa su un dibattito non banale che su questi temi è avviato da tempo in Europa)? Il punto non è il mantra liberista del pareggio di bilancio o la discussione sulle percentuali del deficit, con il relativo braccio di ferro con l’Europa per sfangare un decimale in più. Nessuno è immune da critiche su queste dimensioni, e soprattutto non c’è nessun terreno sicuro in proposito. Paradossalmente, nemmeno un governo che avviasse veramente la riduzione della montagna di debito che attualmente abbiamo – cosa possibile solo a costi sociali drammatici, diciamocelo – sarebbe a rigore veramente al riparo dalla speculazione finanziaria: perché mai, infatti, il 110 o il 120% dovrebbe andare bene, invece del 130%? Se per qualche motivo gli investitori avessero sentore di una certa debolezza si appiglierebbero anche al 110 o al 120%. Il rischio speculazione rimarrebbe, soprattutto a causa del mero fatto che lo scudo della Bce si sta riducendo e ogni paese resterà progressivamente più esposto ai marosi.
Cosa significa questo discorso? Ovviamente non che siamo liberi di fare quello che vogliamo. È palese che ci siano compatibilità economiche sostanziali, cui nessuno sfugge a lungo andare. Chi parla di sospendere il pagamento del debito o di uscire dall’euro ciancia di cose insostenibili, o comunque a costi altissimi per la collettività. Ma è anche vero che le coerenze economiche non sono per definizione rigide, né assolute. Possono essere gestite nel tempo in modo diverso, a seconda della capacità strategica e della forza politica che ci sta dietro. La globalizzazione non ha spazzato via il ruolo degli Stati, come a volte si dice: ha però di certo molto ridimensionato il peso degli Stati piccoli e medi. Il punto quindi è che la sovranità vera sulla propria politica economica, oltre alla serietà necessaria su un discorso di strategia e di rapporto mezzi/obiettivi (che non guasta mai), richiede nel mondo attuale una dimensione tale da poter gestire (non del tutto eliminare) la sfida dei “mercati”, cioè dell’ansiosa ricerca di rendite da parte di masse di capitali finanziari enormi e potentissimi. L’Italia, diciamocelo chiaro, questa dimensione non ce l’ha.
Naturalmente oggi sono in pochissimi ad averla: gli Stati Uniti che si permettono di aumentare un debito accolto con indifferenza da tutti i mercati. La Cina, con il proprio sistema che (per ora efficacemente) combina dirigismo e liberismo. Il Giappone, che ha un debito al 250% del Pil e lo gestisce senza affanno alcuno (e non vale obiettare cose peraltro vere, cioè che per un terzo tale debito è in mano alla banca centrale o che molta parte è risparmio interno, perché questi elementi non mutano l’enormità della massa finanziaria coinvolta). L’unica altra alternativa sarebbe l’Europa. Già: qui si rivela il vero punto critico del sovranismo nostrano. Picconare l’Europa è segno di miopia assoluta, perché impedisce di costruire livelli di compartecipazione e corresponsabilità finanziaria che soli potrebbero essere in grado di sfidare gli altri soggetti globali e la forza generalizzata dei mercati. Certo, l’Europa attuale è del tutto inadempiente sul punto, data l’annosa polemica interna sull’austerity e l’interpretazione restrittiva della solidarietà causata dal peso del modello tedesco, che si crogiola nel proprio enorme surplus commerciale (ottenuto in buona parte anche grazie all’esistenza dell’euro) e lo gestisce pigramente senza utilizzarlo in chiave espansiva. Politicamente parlando, però, l’unico futuro immaginabile di una sovranità politica democratica che sfidi i vincoli dell’attuale sistema e allarghi le sue maglie si collocherebbe nella capacità di costruire un consenso in Europa su questo punto. Se c’è una battaglia vera da fare non è ottenere un decimale di deficit in più dai guardiani della commissione, ma cambiare pian piano questa logica perdente. Smuovendo la miope posizione tedesca, compito certo non semplice. Ma prima o poi anche a Berlino ci si renderà conto che da soli non vanno da nessuna parte nemmeno loro e che costruire un’Europa più solida politicamente e finanziariamente serve anche a loro.
Un soggetto europeo che cominci a mettere in comune non solo la moneta, ma anche la politica economica e finanziaria, con l’europeizzazione prudente e responsabile di una parte dei debiti nazionali, è cruciale per potere infatti porsi obiettivi di politica economica veramente incisivi. Solo l’Europa avrebbe infatti la forza di raccogliere risorse tali da avviare un nuovo ciclo di investimenti espansivi orientati dalla mano pubblica, che potrebbe essere all’altezza delle difficoltà attuali, contrastando gli effetti della grande stagnazione e bilanciando i limiti del sistema della globalizzazione. Solo un tipo di svolta epocale come questa sarebbe decisiva per potersi porre obiettivi non risibili e tutti solo apparenti, come quelli che si possono affannosamente gestire nel cortile di casa. Naturalmente poi occorrerebbe discutere della qualità di questa spesa: e potremmo tornare a ragionare se e come il reddito di cittadinanza sia meglio degli sgravi contributivi o di un grande piano di ristrutturazione delle città o delle infrastrutture. Laicamente e senza preconcetti, provando e magari sbagliando.
Non mi pare ci siano attualmente, né nella maggioranza né nell’opposizione (politica e intellettuale) molti ambienti disponibili a prendere sul serio questo ragionamento. E questo è il limite dell’attuale situazione. Se non facciamo fare al dibattito questo salto di qualità, non credo andremo lontano. Dopo i giorni dell’euforia del balcone, seguiranno le mezze promesse e le spese rimandate, i ritorni indietro e i contentini risibili, le riforme dilazionate e gli allarmi per i cattivi speculatori. Il tutto condito con un inarrestabile declino dell’apparato amministrativo e del nerbo pubblico del paese. Un balletto che nessuna società – tantomeno quella italiana così slabbrata e provata – può ancora reggere a lungo.

Elezioni sarde. Tutto si complica o si chiarisce?

3f555ee7-6c23-42b0-b6e2-6df7df3b95b0[Su CagliariPad] Abuso d’ufficio: condannato Mario Puddu, candidato M5s Regionali sarde.
Da Ansa News – 18 ottobre 2018
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[Da CagliariPad] Puddu (M5S): “Dopo la condanna, ritiro la mia candidatura alla presidenza della Regione”.
Da Ansa News – 18 ottobre 2018
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[Democraziaoggi] Mario Puddu (M5S) condannato a un anno per abuso d’ufficio.
18 Ottobre 2018
Red su Democraziaoggi.
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Un commento (a caldo) di Tonino Dessì su fb. Boh. Le vicende giudiziarie dei politici non hanno mai destato un mio particolare interesse.
Detto però con franchezza, come candidatura presidenziale mi è sempre sembrata piuttosto scarsa.
Ma non darei per scontato che ne tirino fuori una migliore.
Insomma, elezioni regionali ancora più incerte.
Poi il contesto italiano pesa e peserà negativamente ancora di più.
Su tutti gli schieramenti, prevedo.
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Oggi martedì 16 ottobre 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
———-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti———————————–
Riace: continuismo burocratico e… politico, Salvini prosegue l’opera di Minniti
15 Ottobre 2018
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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62f5e22e-e801-4ad6-bee2-be4ee7790b92Sinistra sarda: quanto è necessario uscire dall’ambiguità!
16 Ottobre 2018

Roberto Mirasola – responsabile provinciale SI
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La doppiezza del Governo sui diritti umani e civili
16 Ottobre 2018
Roberto Murgia su Democraziaoggi.
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L’Europa che vogliamo!

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Per un’Europa dei diritti umani e della giustizia sociale!
Per una società solidale piuttosto che esclusione e razzismo!
Per il diritto alla protezione e all’asilo – contro l’isolamento dell’Europa!
Per una società libera e diversificata!
La solidarietà non conosce confini!

Berlino, 13 novembre 2018. Anche Berlino in marcia contro il razzismo e invocando la solidarietà contro l’ascesa dell’estrema destra in tutta la Germania e l’Europa. In un tratto di tre miglia, da Alexanderplatz alla Porta di Brandeburgo fino alla Colonna della Vittoria, migliaia di persone si sono riunite “Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!”

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Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!
Si sta verificando un drammatico cambiamento politico: razzismo e discriminazione stanno diventando socialmente accettabili. Ciò che ieri era considerato impensabile e indicibile, oggi è diventato realtà. Umanità e diritti umani, libertà religiosa e stato di diritto vengono apertamente attaccati. Questo è un attacco a tutti noi.
Non permetteremo che lo stato sociale venga messo in gioco contro l’asilo e la migrazione. Saremo resistenti quando i diritti e le libertà fondamentali rischiano di essere ulteriormente limitati.
Ci si aspetta che accettiamo la morte di coloro che cercano rifugio in Europa come “normali”. L’Europa è in preda a un’atmosfera di antagonismo ed esclusione nazionalistici. Tuttavia, ogni critica a queste condizioni disumane viene liquidata come non realistica.
Mentre lo Stato stringe le sue cosiddette “leggi sulla sicurezza” e estende la sorveglianza in uno spettacolo di forza, il sistema sociale è sempre più caratterizzato da debolezza: milioni subiscono l’impatto di un sottoinvestimento nell’assistenza di base, nell’assistenza sanitaria, nell’infanzia e nell’istruzione. Da “Agenda 2010″, la ridistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto è progredita ad un ritmo allarmante. I miliardi di profitto generati dagli incentivi fiscali sono in netto contrasto con uno dei più grandi settori settoriali a basso salario in Europa e il livello di persone povere e svantaggiate.
Siamo contrari – resisteremo!
Rappresentiamo una società aperta e attenta, in cui i diritti umani sono indivisibili e in cui stili di vita diversi e autodeterminati sono innegabilmente rispettati.
Siamo contro ogni forma di odio e discriminazione. Insieme, affrontiamo decisamente il razzismo anti-islamico, l’antisemitismo, l’antiziganismo, l’antifemminismo e la fobia LGBTIQ *.
Ci sono già molti di noi.
Che si tratti delle frontiere esterne dell’Europa o di organizzazioni di rifugiati e di iniziative gradite; in movimenti queer-femministi e antirazzisti, organizzazioni di migranti, sindacati, associazioni, ONG, comunità religiose, società e
quartieri; che si tratti della lotta contro i senzatetto, il dislocamento o la mancanza di servizi di assistenza, contro la sorveglianza e l’inasprimento delle leggi sulla sicurezza, o la spogliazione dei diritti dei rifugiati, in molti luoghi le persone difendono se stesse e gli altri da discriminazioni, criminalizzazioni ed esclusioni.
Insieme, renderemo visibile questa società premurosa. Il 13 ottobre verrà inviato un chiaro segnale da Berlino.
#unteilbar
Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!
Dimostrazione: 13 ottobre 2018 – Berlino
Per un’Europa dei diritti umani e della giustizia sociale!
Per una società solidale piuttosto che esclusione e razzismo!
Per il diritto alla protezione e all’asilo – contro l’isolamento dell’Europa!
Per una società libera e diversificata!
La solidarietà non conosce confini!

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For an Open and Free Society: Solidarity, not Exclusion!
A dramatic political shift is taking place: racism and discrimination are becoming socially acceptable. What yesterday was considered unthinkable and unutterable, has today become a reality. Humanity and human rights, religious freedom, and the rule of law are being openly attacked. This is an attack on all of us.
We will not allow the welfare state to be played off against asylum and migration. We will stand in resistance when fundamental rights and freedoms are in danger of being further restricted.
We are expected to accept the deaths of those seeking refuge in Europe as ‘normal’. Europe is in a grip of an atmosphere of nationalistic antagonism and exclusion. However, any criticism of these inhumane conditions is dismissed as unrealistic.
While the State tightens its ‘so-called’ security laws and extends surveillance in a show of strength, the social system is increasingly characterised by weakness: millions suffer the impact of an underinvestment in basic care, healthcare, childcare, and education. Since ‘Agenda 2010’, the redistribution of wealth from below to above has advanced at an alarming rate. The billions in profit generated through tax incentives stand in stark contrast to one of the biggest low-wage sectors sectors in Europe and level of impoverished, disadvantaged people.
We are against this – we will resist!
We stand for an open and caring society, in which human rights are indivisible and in which diverse and self-determined ways of life,are undeniably respected.
We stand against all forms of hatred and discrimination. Together, we decidedly confront anti-Muslim racism, antisemitism, antiziganism, antifeminism and LGBTIQ*-phobia.
There are already many of us.
Whether it’s on Europe’s external borders, or here within refugee organisations and in welcome initiatives; in queer-feminist and antiracist movements, migrant organisations, trade unions, associations, NGO’s, religious communities, societies and
neighbourhoods; whether it’s through the fight against homelessness, displacement, or lack of care services, against surveillance and tightened security laws, or the stripping of rights from refugees — in many places, people are actively defending themselves and others against discrimination, criminalisation and exclusion.
Together, we will make this caring society visible. On 13 October, a clear signal will be sent from Berlin.
#unteilbar
For an Open and Free Society: Solidarity, not Exclusion!
Demonstration: 13 October 2018 – 13:00 Berlin
For a Europe of human rights and social justice!
For a solidarity-based society rather than exclusion and racism!
For the right to protection and asylum – against the isolation of Europe!
For a free and diverse society!
Solidarity knows no borders!

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#unteilbar
Für eine offene und freie Gesellschaft – Solidarität statt Ausgrenzung!
Es findet eine dramatische politische Verschiebung statt: Rassismus und Menschenverachtung werden gesellschaftsfähig. Was gestern noch undenkbar war und als unsagbar galt, ist kurz darauf Realität. Humanität und Menschenrechte, Religionsfreiheit und Rechtsstaat werden offen angegriffen. Es ist ein Angriff, der uns allen gilt.
Wir lassen nicht zu, dass Sozialstaat, Flucht und Migration gegeneinander ausgespielt werden. Wir halten dagegen, wenn Grund- und Freiheitsrechte weiter eingeschränkt werden sollen.
Das Sterben von Menschen auf der Flucht nach Europa darf nicht Teil unserer Normalität werden. Europa ist von einer nationalistischen Stimmung der Entsolidarisierung und Ausgrenzung erfasst. Kritik an diesen unmenschlichen Verhältnissen wird gezielt als realitätsfremd diffamiert.
Während der Staat sogenannte Sicherheitsgesetze verschärft, die Überwachung ausbaut und so Stärke markiert, ist das Sozialsystem von Schwäche gekennzeichnet: Millionen leiden darunter, dass viel zu wenig investiert wird, etwa in Pflege, Gesundheit, Kinderbetreuung und Bildung. Unzählige Menschen werden jährlich aus ihren Wohnungen vertrieben. Die Umverteilung von unten nach oben wurde seit der Agenda 2010 massiv vorangetrieben. Steuerlich begünstigte Milliardengewinne der Wirtschaft stehen einem der größten Niedriglohnsektoren Europas und der Verarmung benachteiligter Menschen gegenüber.
Nicht mit uns – Wir halten dagegen!
Wir treten für eine offene und solidarische Gesellschaft ein, in der Menschenrechte unteilbar, in der vielfältige und selbstbestimmte Lebensentwürfe selbstverständlich sind. Wir stellen uns gegen jegliche Form von Diskriminierung und Hetze. Gemeinsam treten wir antimuslimischem Rassismus, Antisemitismus, Antiziganismus, Antifeminismus und LGBTIQ*- Feindlichkeit entschieden entgegen.
Wir sind jetzt schon viele, die sich einsetzen:
Ob an den Außengrenzen Europas, ob vor Ort in Organisationen von Geflüchteten und in Willkommensinitiativen, ob in queer-feministischen, antirassistischen Bewegungen, in Migrant*innenorganisationen, in Gewerkschaften, in Verbänden, NGOs, Religionsgemeinschaften, Vereinen und Nachbarschaften, ob in dem Engagement gegen Wohnungsnot, Verdrängung, Pflegenotstand, gegen Überwachung und Gesetzesverschärfungen oder gegen die Entrechtung von Geflüchteten – an vielen Orten sind Menschen aktiv, die sich zur Wehr setzen gegen Diskriminierung, Kriminalisierung und Ausgrenzung.
Gemeinsam werden wir die solidarische Gesellschaft sichtbar machen! Am 13. Oktober wird von Berlin ein klares Signal ausgehen.
#unteilbar Für eine offene und freie Gesellschaft – Solidarität statt Ausgrenzung Demonstration: 13. Oktober 2018 – 13:00 Uhr Berlin
Für ein Europa der Menschenrechte und der sozialen Gerechtigkeit!
Für ein solidarisches und soziales Miteinander statt Ausgrenzung und Rassismus!
Für das Recht auf Schutz und Asyl – Gegen die Abschottung Europas!
Für eine freie und vielfältige Gesellschaft!
Solidarität kennt keine Grenzen!

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Qui il link al blog e all’appello.
Fonte: foto di Carsten Koall/Getty Images, presa dal sito Common Dreams, ripresa da eddyburg.

Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gianfranco Sabattini.

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lampadadialadmicromicro Con il contributo di Gianfranco Sabattini proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì 5 del corrente mese, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
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Reddito di cittadinanza o riduzione del tempo di lavoro?

di Gianfranco Sabattini*

Nel recente “Incontro dibattito” sui problemi del lavoro svoltosi a Cagliari il 5 ottobre scorso, il Professor Domenico De Masi, autorevole docente di Sociologia del Lavoro, ha tenuto una dotta relazione sull’evoluzione che ha subito nel tempo il concetto e la funzione del lavoro, giungendo sino ai nostri giorni. Con riferimento al nostro tempo, De Masi ha posto in risalto come oggi la “questione del lavoro” si ponga in termini radicalmente diversi rispetto al passato, in quanto mai, prima di oggi, si era presentato il fenomeno della crescita e dello sviluppo senza lavoro.
Il fenomeno, com’è noto, e De Masi lo ha evidenziato a chiare lettere, è originato dal fatto che il mondo contemporaneo è caratterizzato, a causa del progresso scientifico e delle continue innovazioni tecnologiche, da una crescita continua della produzione materiale e immateriale, cui corrisponde una “distruzione” di posti di lavoro, con il conseguente dilagare di una disoccupazione strutturale irreversibile.
Data questa tendenza, secondo De Masi, sul piano della politica del lavoro, occorrerà contrastare la distruzione” dei posti di lavoro, innanzitutto attraverso la riduzione dell’orario di lavoro che dovrà verificarsi parallelamente all’aumentare della produttività; in secondo luogo, ai lavoratori che perderanno il lavoro dovrà essere corrisposto un sussidio di sopravvivenza, che potrà assumere la natura di un “reddito di cittadinanza”, limitato ai soli disoccupati e condizionato per il tempo necessario ad essere reinseriti nel lavoro (se lo troveranno), previo un corso di riqualificazione professionale (in pratica, un reddito di cittadinanza ridotto a semplice “reddito di inclusione di stampo welfarista.
Ciò che della relazione di De Masi stupisce maggiormente è il fatto che la situazione attuale del mercato del lavoro sia presentata quale esito naturale immodificabile del modo di funzionare capitalistico delle moderne economie industriali. La sua proposta circa il modo di governare le problematiche attuali di tale mercato attraverso la riduzione del tempo di lavoro, prescindendo dalla prefigurazione di un possibile progetto di futuro volto a conformare la distribuzione del prodotto sociale a un processo produttivo in continua espansione associata ad una crescente disoccupazione strutturale, ricade totalmente e contraddittoriamente all’interno della logica capitalistica, che rende il contrasto alla crescente disoccupazione pressoché inefficace.
Più efficace, in quanto reale alternativa alle forme tradizionali di governo del mercato del lavoro, è la proposta fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato (irriducibile a qualsivoglia forma di reddito di inclusione o di sussidio alla disoccupazione). Il reddito di cittadinanza correttamente inteso, tra i sociologi del lavoro e molti economisti, non gode (almeno nel nostro Paese) di buona fama; non perché non sia uno strumento che, prima o poi, certo non fra molto tempo, sarà gioco forza accettare come rimedio alle procedure tradizionali obsolete con cui, all’interno delle società industriali contemporanee, si procede alla distribuzione dl prodotto sociale.
Attualmente, il reddito di cittadinanza, così com’è stato introdotto in Italia, privo del ruolo e delle finalità per cui è stato pensato e formalizzato, non è altro che una “misura” di politica economica inquadrabile all’interno del modello di welfare State, nella forma oggi vigente, ridotta a strumento erogante prevalentemente servizi caritatevoli di beneficenza, con l’unico scopo di contenere e “gestire” il crescente fenomeno della povertà.
Su tutti gli aspetti del reddito di cittadinanza correttamente inteso e della sua possibile e necessaria istituzionalizzazione in funzione della lotta contro il fenomeno alla disoccupazione strutturale irreversibile e di quello della povertà (propri dei sistemi sociali economicamente avanzati), ci si può informare consultando la ricca letteratura esistente. E’ importante, invece, svolgere qualche considerazione (a margine della relazione di De Masi) sulla possibilità di contrastare la disoccupazione strutturale attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, che è stato poi il tema sul quale si è svolto il convegno sul problema del lavoro nell’ottobre dello scorso anno e anche quello dell’incontro dibattito del 5 ottobre di quest’anno.
Il titolo (lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) del convegno dello scorso anno (riproposto anche nella locandina dell’incontro dibattito di quest’anno) è sicuramente coinvolgente e accattivante, ma le difficoltà delle moderne economie industriali avanzate di creare nuovi posti di lavoro, di sconfiggere la disoccupazione e la povertà sono per loro natura troppo prosaiche, per lasciare spazio all’emotività che può essere tratta dal riferimento a slogan estetizzanti.
Da una robusta schiera di studiosi, che hanno poi ispirato lo slogan, tutti di orientamento di sinistra, quali, in particolare, Guy Aznar, Claus Offe e André Gorz, la lotta alla disoccupazione è stata ritenuta possibile solo attraverso una “riduzione dell’orario di lavoro”. Secondo questi autori, un reddito sociale, quale sarebbe il reddito di cittadinanza universale e incondizionato, svincolato dall’”unità indissolubile” che, secondo loro, deve sempre esistere tra diritto al lavoro e diritto al reddito, rientrerebbe nel novero dei palliativi di qualsiasi politica pubblica che fosse intenzionalmente diretta a proteggere i lavoratori (e i poveri) dalla decomposizione della “società del lavoro”, senza però promuovere una dinamica sociale in grado di aprire loro prospettive di emancipazione.
La contrazione continua dell’occupazione e il continuo aumento della povertà imporrebbero, perciò, la necessità di distinguere le “misure”, per loro natura temporanee, di qualsiasi politica pubblica finalizzate a lenire il disagio della disoccupazione e della povertà, dalla politica di riduzione continua dell’orario di lavoro, fondata sul tempo liberato dalla produttività crescente e sulla continua crescita del prodotto sociale.
Qual è il senso della proposta di Gorz, Offe e Aznar? Se tutti lavorassero sempre meno per effetto dell’aumentata produttività – essi affermano – significherebbe che tutti, oltre a lavorare, vedrebbero aumentare la quantità di tempo libero a disposizione che, opportunamente utilizzato, consentirebbe di porre fine all’esistente “società duale” (caratterizzata dalla compresenza di occupati, da un lato, e di disoccupati e poveri, dall’altro lato) e di creare una società caratterizzata dalla compresenza del lavoro determinato dalle esigenze funzionali del sistema economico e dal lavoro orientato allo svolgimento di attività autodeterminate, suggerite dalla condivisione di valori non riconducibili a quelli propri del mercato.
In questo modo, secondo Gorz, Offe e Azar, sarebbe possibile realizzare un’organizzazione del sistema sociale in cui tutti potrebbero lavorare sempre meno, sempre meglio (per via dell’aumento delle attività autodeterminate), pur continuando a conservare (e possibilmente a migliorare) il proprio tenore di vita. A differenza dei sistemi sociali che scegliessero di istituzionalizzare un reddito di cittadinanza universale e incondizionato per contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà, i sistemi sociali che scegliessero, invece, la riduzione dell’orario di lavoro verrebbero a dotarsi di automatismi di controllo e di gestione preventivi della disoccupazione e, indirettamente, della povertà.
Secondo gli autori che sostengono questa tesi, la realizzazione di un sistema sociale “rivitalizato” sulla base della riduzione dell’orario di lavoro, non porrebbe problemi particolari sul piano macroeconomico; la difficoltà, secondo loro, consisterebbe nel trasportare sul piano microeconomico ciò che, dal punto di vista dell’economia nel suo insieme, non presenta contraddizioni. Se la riduzione della durata del tempo di lavoro è concepita non come “misura” di una politica pubblica a sostegno della disoccupazione, ma come una “politica di rivitalizzazione” del sistema sociale, essi affermano, la lotta contro la mancata disponibilità di un reddito non sarebbe tanto condotta attraverso una riduzione meccanica del tempo di lavoro, ma attraverso l’inserimento nel governo della dinamica del mercato del lavoro, di un processo che richiede, si, sempre meno lavoro, ma che crea ricchezza sempre in condizioni di equilibrio del sistema economico.
Dal punto di vista microeconomica, secondo Gorz, Offe e Aznar, le economie di tempo di lavoro si tradurrebbero, per le imprese che le realizzano, in economie sui salari; e sebbene si possa pensare che, dal punto di vista macroeconomico, un’economia che, utilizzando sempre meno lavoro e distribuendo sempre meno salari, debba cadere inesorabilmente nel baratro della disoccupazione e della pauperizzazione, per evitare che ciò accada, essi concludono, occorre che il potere d’acquisto del settore delle famiglie cessi di dipendere dalla quantità di lavoro che il sistema economico utilizza sulla base degli indici espressi dagli automatismi di mercato; occorre, invece, pur in presenza di un minor numero di ore lavorative prestate, che il settore delle famiglie continui a percepire, attraverso la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento delle attività autodeterminate (rese possibili dall’aumento della produttività) un reddito complessivo (in parte, erogato dalle imprese e, in parte, erogato sotto forma di sussidio pubblico ai disoccupati e ai poveri) sufficiente a finanziare una domanda aggregata in grado di uguagliare il consumo dell’intero volume di beni e servizi prodotti.
La proposta di Gorz, Offe e Azar non può sottrarsi, però, alle considerazioni critiche che possono essere formulate riguardo a tutte le proposte fondate sull’ipotesi che il contrasto alla disoccupazione e alla povertà risulti sempre vincolato all’erogazione di un reddito condizionato all’esercizio di specifiche attività lavorative eterodirette, determinate dalle esigenze funzionali del mercato; in altri termini, la proposta di Gorz, Offe e Aznar (per lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) non rimuove la necessità di sottrarre l’organizzazione complessiva del sistema produttivo alla logica propria di ogni modello organizzativo del sistema economico fondato sulla centralità della produzione.
Prescindendo dall’osservazione che lo slogan “lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti” manca di essere sorretto dalla dimostrazione che la contrazione del tempo di lavoro per effetto dell’aumentata produttività sia sempre sufficiente a garantire un efficace contrasto alla disoccupazione, ciò che lo slogan stesso sottende (e non potrebbe essere diversamente) è che, dopo una riduzione del tempo di lavoro, quest’ultimo continui a contrarsi; in conseguenza di ciò, tutti indistintamente godrebbero di una provvigione di tempo libero destinato a crescere, le cui forme d’impiego dovrebbero essere autodeterminate.
Ma come è possibile pensare che la crescita continua del tempo libero a disposizione possa essere “goduto” in termini autodeterminati, se la parte del prodotto sociale necessario per finanziare le attività autodeterminate deriva dalla necessità che essa risulti condizionata dalla logica di mercato che deve sottendere la razionalità economica all’interno delle imprese che devono accettare la contrazione del tempo di lavoro e contribuire attraverso la fiscalità a finanziare i sussidi da corrispondere a chi non riuscisse a reinserirsi nel mercato del lavoro e ai poveri, senza vedere compromessi i loro obiettivi di produzione e la loro permanenza sul mercato?
E’ evidente che la riduzione del tempo di lavoro, volta a rimuovere la disoccupazione e la povertà, non riuscendo a sottrarsi alle implicazioni di una rigida conservazione dell’”etica del lavoro”, vada incontro ai limiti di ogni politica finalizzata a finanziare una spesa per il funzionamento di un welfare State come quello oggi esistente, non più in grado di contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà.
In conclusione, occorrerà riflettere in termini molto più approfonditi sulle funzioni che il reddito di cittadinanza correttamente inteso sarà chiamato a svolgere nel mondo globale di oggi, caratterizzato dal suo lento, ma continuo, passaggio dall’”età della scarsità” all’”età dell’abbondanza”. Il governo dei problemi connessi all’allargamento continuo dell’abbondanza, della quale godono, sia pure potenzialmente i moderni sistemi economici industriali avanzati, imporrà necessariamente che i nuovi meccanismi di distribuzione del prodotto sociale siano sempre più affrancati dalla logica tradizionale della produzione, pena la mancata possibilità di risolvere i mali del mondo attuale: disoccupazione e povertà.

*Anche su Democraziaoggi.
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