Editoriale

Sostenibilità

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Muoversi nella città del futuro
Rete della Conoscenza, su Sbilanciamoci
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18 Settembre 2019 | Sezione: Ambiente, primo piano. Su Sbilanciamoci.

L’obiettivo dell’UE al 2030 consiste nella riduzione del 40% di emissioni climalteranti. Per raggiungerlo i governo, Italia compresa, dovrebbero adottare piani per la transizione alla mobilità sostenibile, privilegiando il trasporto pubblico locale.

Gli ultimi due rapporti dell’IPCC dell’ONU e la mobilitazione di Fridays for Future hanno rilanciato l’allarme sulla catastrofe climatica a cui andiamo incontro, ma le scelte delle classi politiche mondiali sono tutt’altro che adeguate a salvare il nostro futuro. L’obiettivo dell’UE al 2030 consiste nella riduzione del 40% di emissioni climalteranti – obiettivo insufficiente – tramite l’approvazione da parte di ogni Stato membro di un Piano nazionale Energia e Clima che programmi dettagliatamente una serie di misure settoriali per la riduzione delle emissioni. Tra i settori interessati, quello dei trasporti è uno dei più importanti, poiché circa un quinto delle emissioni di gas serra europee deriva dal trasporto su strada. Il pericolo del cambiamento climatico deve essere l’occasione per immaginare un nuovo modello di città, caratterizzata da zero emissioni climalteranti e da maggiore benessere per i cittadini. La mobilità in una società interconnessa, oggi ma ancor più in futuro, è un diritto fondamentale per accedere alla cultura, al lavoro, determina le possibilità di autodeterminazione. Potersi muovere nel territorio e fuori dal proprio territorio, senza necessariamente abbandonare la propria terra, è un diritto che può essere garantito con l’utilizzo del progresso tecnico al servizio di tutte e tutti. Nella città del futuro che vogliamo, ciascuno può avere accesso libero e gratuito ad un trasporto pubblico ecologico e capace di connettere le aree urbane e i territori, eliminando i confini tra aree interne e metropoli, tra centri e periferie.

L’Italia è immobile, diamo una spinta alla storia.

In Italia ci sono più di 37,2 milioni di automobili private in circolazione (Pendolaria 2018) e il 58,6% dei trasporti totali avviene in automobile, ma gli ultimi Governi non hanno adottato un piano per la transizione alla mobilità sostenibile. La rivendicazione di una politica industriale sulla produzione e diffusione dell’auto elettrica viene troppo spesso utilizzata per nascondere il problema centrale del nostro stile di vita: siamo troppo dipendenti dai veicoli privati. L’Italia dovrebbe stabilire per legge la messa al bando dei veicoli diesel entro il 2025, ma pensare di sostituire tutto lo stock attuale con automobili elettriche avrebbe un impatto dannoso sull’ambiente, per via del consumo di risorse necessarie alla produzione e carica elettrica. Seppure riteniamo importante lo sviluppo della mobilità privata elettrica, per tutelare i lavoratori del settore dell’automotive e rilanciare la riconversione delle industrie inquinanti, pensiamo che lo Stato debba concentrarsi soprattutto sull’investimento nella mobilità elettrica pubblica. Dovremmo affrontare un cambio di paradigma sul diritto alla mobilità, investendo sul trasporto pubblico, rendendolo capace di soddisfare i bisogni di ogni cittadino con risparmio di risorse e tutelando l’ambiente. Tuttavia nel nostro Paese persino la mobilità su ferro continua ad essere arretrata, sia rispetto all’efficienza del servizio che all’impatto ambientale del trasporto ferroviario. Solo il 68,7% della rete ferroviaria italiana nel 2017 era elettrificata, con casi di grave arretratezza come in Molise, dove 205km su 265km totali di ferrovia funzionano ancora con motori diesel. Serve un piano industriale che risponda alle rivendicazioni dei lavoratori, con investimenti sulla produzione di veicoli ecosostenibili per il trasporto pubblico, come nel caso di Industria Italiana Autobus.

Il costo dei carburanti sempre più elevato, in un Paese attraversato da sempre maggiori disuguaglianze, ha portato ad un aumento dei pendolari. I cittadini che usufruiscono quotidianamente del trasporto ferroviario regionale sono 2,8 milioni nel 2017, segnando un aumento di passeggeri del 6,8% rispetto al 2010, a fronte di un aumento dell’offerta del 0,2% nello stesso periodo. I passeggeri che ogni giorno utilizzano la metropolitana – presente in sole 7 città italiane – sono 2,7 milioni, ma più della metà (1,7 milioni) riguardano la sola metro di Milano. Eppure il 42% della popolazione italiana vive nelle città metropolitane e gli studi demografici sono unanimi nel prevedere in futuro una ulteriore concentrazione della popolazione nelle città. La dimensione dei collegamenti metropolitani, tramviari e ferroviari suburbani dell’Italia è nettamente inferiore a quella di Paesi come Francia e Germania. Nei territori in cui sono stati fatti investimenti sulla qualità del servizio su rotaia – treno, tram e metro – i passeggeri sono aumentati notevolmente (ex: triplicati in Alto Adige tra 2011 e 2017). Questi dati dimostrano che i cittadini sarebbero disposti a cambiare abitudini, ma non ci viene garantito un servizio di qualità per unire maggiore benessere ad un modello più ecologico di mobilità.

L’età media dei treni in tutta Italia è di 16,8 anni, mentre al Sud è di oltre 19 anni contro i 12 anni del Nord. Al Sud gli investimenti in nuovi treni non sono sufficienti a rinnovare una flotta sempre più antiquata. I dati annuali tra 2009 e 2017 sul numero di passeggeri che utilizza il treno dimostrano come in alcune Regioni, prevalentemente al Nord, i passeggeri siano quasi raddoppiati (in Emilia-Romagna da 106.500 a 205.000) mentre in altre Regioni, soprattutto al Sud, siano drasticamente diminuiti (in Sicilia da 50.300 a 37.600). Nella sola Lombardia ci sono più corse ferroviarie giornaliere che in tutte le Regioni del Sud Italia.

Anche nei territori in cui gli investimenti sul trasporto ferroviario sono stati relativamente maggiori, la qualità del servizio non è comunque adeguata alla domanda: è il caso della Lombardia, in cui i pendolari lamentano sempre maggiori disagi e disservizi, come nel caso della frequentatissima tratta Milano-Bergamo via Treviglio.

Redistribuire la ricchezza per il diritto alla mobilità sostenibile

La spesa media delle Regioni per il servizio di trasporto ferroviario è dello 0,45% del bilancio annuale. In seguito ai tagli dello Stato centrale sui finanziamenti alle Regioni per il trasporto pubblico locale, alcune Regioni hanno compensato con maggiori fondi regionali, mentre altre hanno permesso la riduzione delle risorse destinate al servizio.

Tra il 2009 e il 2014 le risorse dello Stato centrale per il trasporto ferroviario sono calate del 20,4% mostrando il totale disinteresse della nostra classe politica per un piano di transizione ecologica della mobilità. Il Governo Conte con la Legge di Stabilità 2019 ha tagliato di 56 milioni il finanziamento statale per il trasporto pubblico regionale: una scelta inaccettabile che sacrifica sull’altare dell’austerità il progresso del trasporto pubblico italiano e la riduzione delle emissioni climalteranti.

Ogni anno circa 1,7 miliardi vengono stanziati nella Legge di Bilancio dello Stato per finanziare sussidi per l’autotrasporto, sottraendo importanti risorse che permetterebbero un balzo in avanti nello sviluppo della mobilità sostenibile in Italia. Lo Stato centrale dovrebbe aumentare gli stanziamenti innanzitutto tramite maggiori tasse su multinazionali e la minoranza ricca della popolazione che non ha pagato la crisi economica dell’ultimo decennio. Coloro che si sono arricchiti su questo modello di sviluppo insostenibile devono adesso contribuire più di tutti ai costi della transizione ecologica. Allo stesso tempo l’Unione Europea, oggi dominata dalla retorica della Presidente della Commissione Von Der Leyen sull’ecologia, deve abolire i vincoli di bilancio che impediscono agli Stati di tutelare i diritti dei cittadini insieme agli investimenti necessari per la transizione.

Muoversi liberamente nella città del futuro

Il trasporto in automobile oggi è ben più costoso per un cittadino rispetto al trasporto pubblico, ma la qualità scadente o l’assenza del servizio impedisce a tanti di utilizzare i mezzi pubblici. Tuttavia non possiamo ignorare che il diritto alla mobilità è un diritto fondamentale dei cittadini, che permette l’accesso ad opportunità occupazionali, formative, culturali e di autodeterminazione personale. Perciò il trasporto pubblico locale è un servizio pubblico essenziale per la cittadinanza e in quanto tale deve essere gratuito per tutti i cittadini, finanziato attraverso la fiscalità generale in proporzione alla ricchezza e ai profitti di tutta la popolazione. L’amministrazione municipale di Berlino, dove il servizio di trasporto pubblico urbano è ben più efficiente di quasi tutte le città italiane, ha deciso di abbassare ad un euro al giorno il costo dell’abbonamento annuale, più che dimezzando il costo per tutti i cittadini e puntando a raggiungere in futuro la gratuità del trasporto pubblico per tutti. In Italia si può garantire la gratuità del trasporto pubblico locale con circa 3,5 miliardi di euro, pari alle entrate commerciali dei sistemi di trasporto pubblico locale nel 2014 (Osservatorio Conti Pubblici Italiani 2018). Per quanto riguarda il servizio ferroviario, si può garantire la gratuità con circa 3,2 miliardi. Con questi finanziamenti si potrebbe abbattere il costo delle tariffe, raggiungendo la gratuità del servizio come in Sardegna – dove è però limitata ai soli studenti residenti. Il 27 settembre per il terzo sciopero globale di Fridays for Future rivendicheremo in piazza la mobilità pubblica gratuita ed ecosostenibile, perché sui trasporti si gioca un’importante sfida per il nostro futuro.
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Economia Civile

Terenzio mercatino pop Is Mirrionis
La responsabilità dei mercati nei confronti della
società civile

di Gianfranco Sabattini

In “Responsabili. Come civilizzare il mercato”, Stefano Zamagni intende mostrare come nella prospettiva dell’economia civile (intesa come teoria economica di mercato alternativa al capitalismo e fondata sui principi solidaristici di reciprocità e fraternità) sia possibile avanzare un concetto di responsabilità dell’agire in grado di integrare sia l’etica della responsabilità che quella delle conseguenze. In una stagione come quella attuale – egli afferma – “nella quale le forze del mercato controllano ormai il pianeta, è urgente muovere passi decisivi verso l’elaborazione di un concetto di responsabilità che vada oltre la familiare imputabilità”; ciò, al fine di tener conto delle conseguenze dell’azione economica, non solo sul soggetto che l’ha posta in essere, ma anche sull’intera collettività (non necessariamente racchiusa all’interno di un determinato Stato-nazione).
L’urgenza di elaborare un concetto di responsabilità più comprensivo rispetto a quello implicito nella logica del comportamenti economico è resa palese dalla considerazione che, “se pensare l’atto senza ascriverlo a chi lo compie” significa cadere in un inaccettabile oggettivismo (come se l’azione potesse esistere indipendentemente da chi agisce), del pari inaccoglibile è “la posizione del soggettivismo, secondo cui basterebbe l’intenzione buona a rendere tale l’azione”.
Tradizionalmente, il concetto di responsabilità, per l’agente che deve rendere ragione del suo agire, veniva inteso – secondi Zamagni – nel senso di una chiamata dell’agente a rispondere solo delle conseguenze delle proprie azioni; tale concetto aveva a suo supporto l’autorità della filosofia del libero arbitrio, secondo la quale ogni agente è dotato della capacità di essere causa dei propri atti e, di conseguenza di essere responsabile degli esiti negativi che da essi (gli atti) possono derivare. Da un cinquantennio a questa parte – continua Zamagni – ha preso forma un’accezione di responsabilità che è valsa a collocarla “al di là del principio del libero arbitrio e della sola sfera della soggettività, per porla in funzione della vita”; una collocazione che ha comportato un obbligo morale vincolante l’agente ne confronti del mondo.
In questo contesto, il focus della responsabilità è divenuto la vulnerabilità “degli esseri investiti dagli effetti di azioni, individuali e collettive”. Mentre nel passato il problema della responsabilità si poneva nei confronti di agenti nettamente individuabili, oggi, “di fronte alla portata cosmica del mercato e della nuova tecno-scienza”, le azioni individuali e collettive “possono turbare le stesse prospettive di sopravvivenza nonché le stesse basi biologiche della vita”. In queste condizioni – sottolinea Zamagni – il non danneggiare gli altri (che per l’etica liberale tradizionale è l’unico limite alla libertà d’agire a livello personale) non è più sufficiente, in quanto occorre fuoriuscire dall’indeterminatezza e stabilire chi siano “quelli” che non devono essere danneggiati.
Zamagni ritiene che, per uscire dall’incertezza si debba adottare la prospettiva di analisi della responsabilità fondata sull’”etica del futuro”, formulata dal filosofo tedesco Hans Jonas, in “Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”. L’interpretazione del concetto di responsabilità offerta dal filosofo tedesco presuppone la liberazione dell’uomo dai problemi posti dal “dominio sconfinato della tecnoscienza” e della possibilità che le azioni ad essa informate “possano trasformare o alterare le strutture originarie della vita umana”. A tal fine, secondo Jonas, occorre che la responsabilità sia definita sulla base di un “imperativo non eludibile”, ovvero sulla base di un dovere, per l’essere umano, di non danneggiare se stesso con le proprie azioni e di difendere la specie umana, per garantirne la sopravvivenza. Da ciò consegue che l’uomo contemporaneo debba sempre comportarsi senza mai fare dell’esistenza una “posta in gioco nelle scommesse dell’agire”.
Secondo Jonas, le possibilità aperte dal potere conferito dai progressi della tecnoscienza hanno messo in crisi i presupposti impliciti all’etica della responsabilità tradizionale; in particolare è stato messo in crisi quello secondo cui l’azione dell’uomo non sarebbe mai stata in grado di violare la natura. Proprio per questo, in passato, la riflessione sulla responsabilità non aveva bisogno di porsi il problema della sopravvivenza della specie umana.
Tuttavia, secondo Zamagni, la prospettiva di analisi del concetto di responsabilità di Jonas presenta il limite di ridurre il fine “dell’uomo alla pura sopravvivenza, intesa in senso basicamente biologico”. Per l’economia civile, invece, il fine dell’uomo, e della società alla quale egli appartiene, non è il semplice sopravvivere, ma il “vivere bene”; ciò, per rendere possibile la “piena realizzazione di tutte le capacitazioni [nel senso di Amartya Sen] della persona”. Sul piano del vivere insieme, ciò implica – sostiene Zamagni – “una disponibilità da parte della politica alla trasformazione dell’assetto istituzionale esistente, non tanto alla sua conservazione con interventi meramente riformisti”, quanto al suo continuo adattamento alle aspirazioni dell’uomo alla realizzazione piena del proprio progetto di vita.
Dopo la lunga premessa sull’evoluzione del concetto di responsabilità e sulla più comprensiva definizione dello stesso formulata all’interno della prospettiva di analisi di Jonas, Zamagni si chiede: “Se il fondamento di un comportamento responsabile non può essere il solo calcolo economico, né il rispetto formale della norma legale, né la libertà di fare ciò che si vuole, dove lo si può cercare? [...] Se il fine ultimo è il compimento della persona [...], come un tale fine può essere perseguito in un ambito come quello economico”, dove la massimizzazione del risultato dell’azione individuale è “considerata condizione di successo nel mondo degli affari?”. Se è impossibile vivere senza un’economia di mercato – risponde Zamagni -, non è detto che questa sia l’unica via del progresso. Se il mercato è necessario, in esso possono essere oggetto di scambio solo le cose, non anche le persone e l’insieme delle loro reciproche relazioni, che stanno a fondamento del loro “vivere bene”. Esistono valori, asserisce Zamagni, che possono essere realizzati attraverso il mercato, solo se, secondo la prospettiva dell’economia civile, lo si considera come luogo in cui sia possibile perseguire la “virtù” e non solo la ricerca di “rendite”.
E’ noto come il mercato sia stato originariamente definito come il luogo all’interno del quale l’uomo è capace di dare vita, con le proprie azioni, a conseguenze buone o cattive a seconda delle circostanze, del tutto imprevedibili e non intenzionali; quindi del tutto indipendenti da ogni considerazione sulla moralità dell’agente. Con l’inizio della modernità e la progressiva affermazione del mercato, si è dovuto affrontare il problema di trovare il modo di “assicurare un ordine sociale senza ricorrere al principio d’autorità o a presupposti teologici”; se, con l’istituzionalizzazione del mercato, non si poteva prescindere che in esso potesse prevalere il “vizio” della ricerca di rendite da parte di agenti egoisti, occorreva trovare le particolari condizioni che in qualche modo valessero a “giustificare” il loro comportamento. La soluzione della “mano invisibile” di Adam Smith è servita allo scopo; secondo il filosofo-economista morale scozzese non era necessario assumere la moralità delle azioni degli agenti di mercato, a condizione che fossero stati “predisposti (e fatti correttamente funzionare) ben definiti meccanismi di mercato”. La genialità della metafora di Smith, a parere gi Zamagni, è consistita proprio nel fatto d’aver consentito di dimostrare che “gli individui servono l’interesse collettivo proprio quando sono guidati nelle loro azioni dall’interesse proprio”.
Nel mercato guidato dalla mano invisibile smithiana, gli esiti finali del processo economico “non conseguono dalla volontà di un qualche ente sovrastante [...], ma dalla libera interazione di una pluralità di soggetti, ognuno dei quali persegue razionalmente il proprio obiettivo, sotto un ben definito insieme di regole”. Per Zamagni, l’elegante dimostrazione di Smith, che il libero mercato, quando razionalmente governato, produce risultati ottimali, sia per gli agenti che in esso operano che per l’intera collettività, nasconde in realtà “elementi di fragilità”. Ciò perché, il ragionamento alla base del convincimento che il mercato possa consentire con libere scelte individuali, il perseguimento di risultati ottimali per tutti, “non è quasi mai vero”; sarebbe vero “se il soggetto che sceglie avesse preso parte alla definizione del menù di scelta”.
Infatti, la scelta sarebbe libera solo se gli agenti avessero preso parte alla definizione dell’insieme delle alternative tra le quali essi possono scegliere; se l’insieme delle alternative è gia dato, perché fissato da altri, la condizione di libertà di scelta non è soddisfatta. Si deve allora concludere – sottolinea Zamagni – “che l’inganno e la manipolazione delle preferenze degli agenti, essendo endemici al meccanismo di mercato”, determinino il venir meno della responsabilità degli agenti. Così stando le cose, accettare il libero mercato alla base dell’ordine sociale non implica necessariamente una sua organizzazione deresponsabilizzante; ciò perché esso (il mercato) può essere organizzato in maniera tale da fare sempre risaltare la responsabilità delle azioni degli agenti che in esso operano.
Quanto ciò sia necessario è reso evidente dal fatto che nella produzione di beni e servizi nelle condizioni storiche attuali (caratterizzate dalla presenza del fenomeno della globalizzazione), è “l’anonimato” dei suoi protagonisti (in particolare delle organizzazioni d’impresa) e gli effetti di lunga gittata delle loro operazioni che “tendono a scoraggiare o addirittura a dispensare gli individui dal sentirsi responsabili di quel che fanno”.
Negli ultimi due secoli, la scienza economica è stata in grado di far valere il senso di superiorità che le derivava dal fatto d’essere considerata la più scientifica delle scienze sociali; una presunzione fondata sul nucleo duro espresso “dal celebrato modello della scelta razionale”, posto a fondamento dell’agire dell’homo oeconomicus. Da qualche tempo – sostiene Zamagni – si è affermato “un interesse crescente degli economisti nei confronti del problema riguardante i presupposti antropologici del discorso economico”, ancora dominato da una concezione limitata del benessere personale e dall’incapacità di riconoscere la rilevanza dell’esistenza nell’uomo di “disposizioni che vanno oltre il calcolo dell’interesse personale”.
Tali insufficienze del discorso economico hanno motivato molti economisti a interiorizzare la necessità di un cambiamento del “raggio d’azione della ricerca economica”. Da questo allargamento è emerso con chiarezza – secondo Zamagni – “il segnale del disagio di continuare a muoversi entro una camicia di Nesso che impone di credere alla presunta neutralità del discorso economico”. I limiti del discorso economico tradizionale sono emersi con “conseguenze devastanti” in ambiti specifici della teoria economica, quali ad esempio quello della giustizia distributiva e quello della qualità dell’impatto sull’ambiente naturale delle moderne attività industriali.
I limiti che la teoria economica tradizionale ha sempre presentato riguardo al problema della giustizia distributiva sono riconducibili, a parere di Zamagni, innanzitutto al permanere del convincimento tra gli economisti della validità dei dogmi dell’ingiustizia, considerata l’esito di “una sorta di legge ferrea cui il genere umano mai si sarebbe potuto sottrarre”; oppure, l’esito della credenza che l’”elitarismo” dovesse essere sempre incoraggiato, nel convincimento che il “benessere dei più” potesse crescere “maggiormente con la promozione delle abilità dei pochi”. Riguardo al problema ecologico, l’insufficienza della teoria economica tradizionale è invece riconducibile alla persistenza di un altro dogma, quello secondo il quale il sistema economico, “attraverso i suoi stessi meccanismi”, sarebbe sempre riuscito a superare, con un continuo flusso di innovazioni tecnologiche, qualsiasi impatto negativo del processo produttivo sull’ambiate. Si tratta di un dogma smentito dalle modalità di funzionamento delle attuali economie industriali, i cui effetti esterni sull’ambiente, se nel passato potevano essere considerati trascurabili, oggi causano invece danni irreversibili sulle risorse naturali indispensabili per la vita dell’uomo.
Gli effetti delle ineguaglianze distributive e dei danni ambientali irreversibili sulla stabilità dell’attività produttiva e della tenuta della coesione sociale impongono oggi, conclude Zamagni, non solo una completa ristrutturazione degli attuali metodi produttivi, ma anche e soprattutto “nuove categorie di pensiero per una disciplina – l’economia appunto –troppo a lungo rimasta estranea” alle problematiche che agitano il mondo contemporaneo e all’urgenza di una più puntuale definizione di bene comune.
Non si può che condividere l’analisi critica che Stefano Zamagni formula nei confronti delle categorie proprie della teoria economica tradizionale; ugualmente va condiviso il suo convincimento che la ristrutturazione degli attuali metodi produttivi e l’introduzione, nel corpus teorico della teoria economica, di nuove categorie di pensiero dipendano dalla necessità che gli economisti, nello svolgimento della loro professione (per stabilire quali “regole e quali strumenti” rispondono a una più comprensiva definizione dei bene comune), si aprano più alla ragione sapienziale che a quella strumentale; il problema di fondo, però, sta nel fatto che, nell’esercizio della loro professione, la maggior parte degli economisti tende, oggi come ieri, ad aprirsi molto più alla ragione strumentale che a quella sapienziale.

Che succede?

Narciso di Caravaggio
di Tonino Dessì.
La scissione di Renzi apre una fase di ristrutturazione del sistema politico italiano.

Con l’uscita definitiva di Matteo Renzi e dei suoi seguaci finisce sostanzialmente anche la parabola del PD.
Ci sarebbe molto da dire su come si va consumando questa vicenda.
Sul piano interno è una scissione di vertice e di rappresentanza istituzionale che non avviene attraverso e come sbocco di un confronto con la base militante e con gli elettori. Insomma, se Rousseau piange, non so bene chi rida, fra i teorici della democrazia partecipata.
Sul piano politico-istituzionale non è una gran prova di trasparenza e di coerenza aver concorso a trasmettere al Capo dello Stato la certezza che la compagine disposta a costituire la nuova maggioranza di governo aveva sufficienti caratteri di omogeneità programmatica e di stabilità di partiti e gruppi di riferimento, per ordire subitaneamente una scomposizione della stessa maggioranza.
Si ha un bel dire, come dichiara Renzi nell’intervista di oggi su La Repubblica, che la stabilità del Governo non è in discussione nè corre pericoli.
La maggioranza in realtà è cambiata.
Che il Governo non corra pericoli non è affatto certo, ma sostenere che ne esca rafforzato è affermare cosa non vera.
L’opposizione avrà da giocare ulteriormente sulla contestazione che si tratta di un accrocchio di potere esclusivamente difensivo dai rischi dell’esito di elezioni anticipate.
Tutto quello che il volenteroso Conte potrà spendere nella narrazione di un ciclo nuovo e virtuoso è fin d’ora destinato a non essere credibile di fronte all’opinione pubblica italiana e agli interlocutori esterni.
C’è solo da sperare che questo Governo sopravviva, per un residuo senso di responsabilità delle componenti della sua maggioranza, consapevole che la sua funzione è ormai quella di accompagnare la fase di scomposizione-ricomposizione del sistema politico, anche mediante alcune riforme (in primis quella elettorale) che garantiscano uno sbocco democratico e non avventurista alla scadenza della legislatura.
Una scadenza che comunque non consegnerà all’elettorato quel bipolarismo tanto velleitariamente agognato e artificiosamente perseguito negli ultimi decenni dalle principali forze politiche.
L’altra speranza è che Governo e maggioranza sopravvivano col consapevole obiettivo di normalizzare i fondamentali economico-sociali in chiave espansiva dell’economia, di miglioramento delle condizioni di reddito e fiscali dei ceti più bassi, di sostegno a una ripresa dell’occupazione.
Rigore finanziario si, ma non lacrime e sangue, anzi segnali di miglioramento delle condizioni di vita generali.
E, aggiungerei, un impegno comunicativo, di metodo, di costume, di sostanza, per contrastare e abbattere il clima di odio artificiosamente introdotto nella vita civile italiana dalle forme del conflitto politico alimentate dall’estrema destra salviniana.
Non dico che questo assicurerebbe un successo elettorale a una coalizione di Governo che comunque non pare destinata a presentarsi come coalizione di soggetti politici nelle prossime consultazioni.
Dico piuttosto che nessuna delle formazioni politiche della maggioranza di governo scamperebbe a una catastrofica sconfitta elettorale in caso di bilancio diverso e negativo dell’esperienza di governo in corso.
Personalmente non scommetterei gran che sul futuro del nuovo soggetto politico renziano. Anche a leggere l’intervista su La Repubblica, basi ideali e programmatiche capaci di suscitare entusiasmo non ne vedo. Nè i richiami al Jobs Act e alla proposta bocciata di revisione costituzionale mi paiono particolarmente destinati alla popolarità.
Resta al fondo piuttosto un sedimento politico-ideologico-culturale declinato in negativo. In fondo anche questa nuova formazione si radica in quell’orizzonte di liquidazione del retaggio e della stessa attualità potenziale della cultura politica della sinistra italiana che d’altra parte, se la provenienza democristiana giustifica in Renzi, è ben vero che si è innestato nella sinistra stessa, prima con Craxi, che immolò il PSI su quell’altare, poi col gruppo dirigente che liquidò l’ultimo PCI (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, col beneplacito dei “riformisti”, Napolitano e Macaluso in testa).
Credo che la consumazione di questa scissione non debba essere vissuta con l’anatema attribuito a Franceschini, il quale rievoca la frantumazione dei partiti democratici nei primi anni ‘20 del secolo scorso di fronte al fascismo.
Riempire le cronache politiche di una nuova guerra fratricida “a sinistra” (sempre che possa essere usato nel caso questo termine) non servirebbe ad altro che a nascondere l’ineluttabilità di un fallimento originario e a dare ulteriori argomenti alla destra.
Semmai resterebbe da capire come dal naufragio di un natante vulnerato e fallato come il PD qualcuno possa innescare un’operazione innovativa nel campo democratico più generale.
Se tutto si riducesse, come ironizza Renzi, al rientro di D’Alema e di Bersani, beh, meglio lasciar perdere da subito.
Percentuali non dico alla LEU, ma poco più, in vista, anche per il relitto ereditato da Zingaretti.
No, serve altro che il richiamo a un ovile diruto da troppo tempo.
Infine, la ristrutturazione del sistema politico investe direttamente il M5S.
La scissione renziana (dopo l’impallinamento, sempre renziano, della velleità salviniana di andare a elezioni anticipate), mette il M5S (e Conte: unitamente, ma distintamente) al centro dell’attuale situazione politica.
Persa l’occasione post-referendaria di porsi come punto di riferimento democratico-radicale del diffuso “partito della Costituzione”, giocato malissimo, dopo il successo elettorale del 2018, il primo tempo della corrente legislatura, fino a correre il rischio di essere fagocitato dallo spregiudicato ed esuberante partner di estrema destra, il M5S sarà capace di fare il salto di maturità necessario per impedire di essere travolto dalle insidie dei nuovi partner, inquieti e instabili e di ristrutturarsi anch’esso in chiave non contingente, ma tale da affermare una propria durevole, legittima centralità politica, programmatica, di immagine, non neo-moderata, ma riformista e popolare?
Anche qui, i precedenti consigliano prudenza.
Però se io fossi in loro, mi giocherei una partita ambiziosa con prospettive decisamente gratificanti.

Editoriali. Come ci vedono dagli USA. Il Conte nelle vesti di Robin Hood?

robin_hoodIn Italia un forte ritorno al centro
Come vedono l’Italia dagli Usa: sul New York Times
sbilanciamoci-20
14 Settembre 2019 | Sezione: Materiali, Politica. Su Sbilanciamoci.
Il primo ministro Giuseppe Conte riunisce una nuova coalizione e respinge il nazionalismo e il fervore anti-immigrazione dei partiti di destra.

Dato che l’Italia ha avuto più di sessanta governi in 73 anni, l’emergere di un’altra coalizione improbabile e instabile potrebbe apparire, per dirla con la frase spesso attribuita a Yogi Berra (leggendario giocatore di baseball degli Yankees famoso per gli aforismi ndt), come un déjà vu da capo (“déjà vu all over again”). Eppure nell’attuale ondata di populismo in Europa e nel mondo, il successo del Parlamento italiano nel respingere una marchiatura a fuoco di destra, necessita uno sguardo più attento.

Il momento del giro di boa è stato ad agosto, quando Matteo Salvini – capo del partito della anti-immigrazione di estrema destra della Lega che per oltre un anno era stato in una coalizione di potere con il Movimento cinque stelle, anti-establishment – ha deciso di incassare la sua popolarità e chiedere all’elettorato italiano di consegnargli “pieni poteri” con nuove elezioni.

Invece il primo ministro – un professore di diritto di nome Giuseppe Conte, che era stato strappato dall’oscurità lo scorso anno per servire come cane poliziotto di quel governo di coalizione – ha pronunciato un potente discorso al Senato italiano rimproverando il suo ex padrone, Salvini, di “opportunismo politico” cioè di “seguire i propri interessi e quelli del suo partito”.

Conte ha poi messo insieme una improbabile coalizione di due partiti che di solito si scannano, il Movimento a Cinque stelle e il Partito Democratico, di centro-sinistra. Lunedì il governo – meglio noto come Conte II, con Salvini ringhiante all’opposizione – ha facilmente ottenuto un voto di fiducia e ha restituito a Conte la campanella cerimoniale di primo ministro che aveva tenuto nel precedente governo di coalizione.

Non si può dire per quanto tempo sopravviverà questo nuovo governo, dato che l’Italia sta soffrendo di una prolungata crisi economica che ha tormentato i governi recenti ed è improbabile che il nuovo governo cambi le cose a meno che non convinca in qualche modo l’Unione Europea ad allentare i suoi vincoli fiscali.

Salvini aveva come obiettivo principale, poi abortito per la sua smania di potere, di sfidare quei vincoli, a costo di mettersi in aperto contrasto con l’Unione Europea. Salvini era anche noto per la sua linea dura nelle politiche di immigrazione e per pendere verso la Russia, per uno stile autoritario e distante dai tradizionali alleati europei e atlantici.

Tuttavia, la battuta d’arresto della Lega e dei suoi alleati di estrema destra, è stata un sollievo per l’Unione Europea e per le forze moderate in tutto il Continente. Alcuni degli atti politici più anti-migranti di Salvini saranno probabilmente attenuati dal nuovo ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, esperta in questioni migratorie. E un membro del Parlamento europeo, Roberto Gualtieri, è stato nominato ministro dell’Economia, con il compito fondamentale di redigere la legge di bilancio per il 2020. Conte ha dichiarato che il nuovo governo sarà meno controverso del precedente. ”Dobbiamo recuperare sobrietà e rigore in modo che i nostri cittadini possano tornare ad avere una rinnovata fiducia nelle istituzioni”, ha detto riprendendo i suoi attributi di primo ministro.

Sarebbe eccessivamente ottimista interpretare il freno che il Parlamento italiano ha messo a Salvini, un populista in cerca di “pieni poteri”, come una difesa altruistica della democrazia – molti membri hanno agito perché rischiavano di perdere il posto con nuove elezioni. Tuttavia è stata la seconda volta in una settimana – incluso il rifiuto opposto dael parlamento britannico al tentativo del primo ministro Boris Johnson di intrufolarsi in una Brexit senza alcun accordo sospendendo la legislatura – che un Parlamento europeo si è alzato per bloccare un leader forte che voleva andare troppo lontano. Questo è qualcosa che i parlamentari di altri stati sfidati da uomini forti populisti, compresi gli Stati Uniti, dovrebbero prendere a cuore.

Gli slogan “Elezioni! Elezioni!” dei sostenitori di Salvini in Parlamento e nelle strade adiacenti hanno confermato che la Lega e il suo leader non erano ancora finiti. Ma per il momento il potere è nelle mani di un professore di legge che sostiene che in assenza di reciproco rispetto, la democrazia rischia di diventare “solo la maschera di una nuova tirannia“.
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Aprite un poco gli occhi: l’economia del “Conte 2”
di Mauro Gallegati
sbilanciamoci-20
13 Settembre 2019 | Sezione: Apertura, Economia e finanza. Su Sbilanciamoci
Con il “Conte-bis” la prima buona notizia è l’addio alla flat tax. Ma sono molti i nodi irrisolti di politica economica che devono essere sciolti, partendo dal necessario superamento dell’approccio neoliberista: redistribuzione del reddito, investimenti, riconversione produttiva, occupazione e Mezzogiorno.

Comunque la si pensi sul governo appena nato, l’addio alla flat tax è una bellissima notizia. Redistribuire reddito in favore di chi è già ricco, storicamente non ha mai funzionato e non solo farebbe “arrabbiare” Robin Hood, ma anche è jettatorio visto che ogni volta che la distribuzione è diventata troppo iniqua – fu così nel 1873, nel 1929 e ultimamente nel 2008 – l’economia è entrata in una Grande Depressione.

Ovviamente non si tratta di sfiga, ma credere che più profitti e rendite si traducano in maggiori investimenti significa sostenere che si può decidere quanto guadagnare – domani – e non quanto spendere – oggi. A parte gli economisti mainstream, nessuno ci può veramente credere.

Dare più reddito ai ricchi non implica maggiori investimenti perché la domanda viene soprattutto dai consumi delle classi media e bassa. Se queste vivessero d’aria, i salari e gli stipendi potrebbero azzerarsi, le merci diventare molto competitive salvo poi accumularsi invendute nei magazzini perché nessuno può comprarle. Poiché però si investe solo se ci si aspetta di vendere, siamo sicuri che impoverire l’80% della popolazione, o abbassare di frazioni di punto i tassi di interesse, sia la strada giusta per farli aumentare?

Scongiurato l’incubo della tassa piatta, cosa possiamo attenderci sul mercato del lavoro, che succederà al “Jobs Act” di Renzi e al cosiddetto “reddito di cittadinanza” di Di Maio? Nulla, in quanto ispirati – consapevolmente o meno – dalla medesima ideologia liberista: più ci sarà lavoro a buon mercato maggiore sarà l’occupazione, come dimostrano ad esempio i casi di Germania o Giappone, da un lato, e Botswana o Ruanda, dall’altro. Se la disoccupazione diminuisce perché aumentano i working poor o gli scoraggiati o i part time involontari, il benessere non aumenta. Questa è la storia.

Il Governo ha certo molto da fare, ma intanto deve chiarirsi le idee su quale politica economica adottare. Poiché il malessere dell’economia italiana persiste da almeno un quarto di secolo, solo un Dulcamara di turno può proporre elisir miracolosi fatti di riforme neoliberiste e sovranità monetarie – nonostante l’esempio dell’Argentina che può stampare tutta la moneta che vuole.

Soluzioni ci sono, ma occorrono scelte coraggiose e spesso di lungo periodo, come una politica industriale “verde” e meta-sostenibile (alla Roberto Danovaro), che guardi non solo alla sostenibilità, ma recuperi almeno parte di quel capitale naturale che l’“Antropocene” ha distrutto.

Questa riconversione produttiva – quasi un “New Deal” verde – deve basarsi sulla rivoluzione 4.0 e quindi sulla ricerca. Attività costose che non possono essere lascate al buon cuore dei singoli operatori privati che non hanno convenienza economica a farlo, ma potrebbero essere guidate dai consumatori e dagli Stati e finanziate da una riforma della politica fiscale europea, dalla Banca Europea degli Investimenti e dall’abbandono dei vincoli di bilancio liberisti.

Guardando sempre al futuro non immediato, l’Esecutivo non potrà non interrogarsi su quale welfare – di ciò che è rimasto – avremo. Sanità, pensioni e diritto allo studio non possono più essere affrontati a colpi di slogan. Ragioni demografiche e vincoli di bilancio vanno ben valutati se non si vuole far ricadere tutti gli oneri sulle generazioni future.

Il dualismo territoriale merita poi un discorso a parte. Se non si mira alla secessione, al Mezzogiorno occorre prestare massima attenzione. Si sa dove intervenire – legalità, scuola, capacità di creare nuovi prodotti, turismo – ma i tempi sono, in questo caso, assai stretti. Nonostante la propaganda, la vera emergenza migratoria è quella che colpisce i giovani del Sud. Qui bisogna davvero inventarsi più soluzioni.

Nel breve periodo credo si debba prendere sul serio l’ipotesi di introdurre un’imposta annuale sui patrimoni molto alti, sull’esempio dei paesi del Nord Europa, per ridurre il Debito Pubblico e gli oneri finanziari sullo stesso che redistribuiscono redditi ai ricchi e sottraggono risorse al welfare e agli investimenti pubblici.

Occorre ora rompere il senso unico della politica economica neoliberista sui vincoli di bilancio. La lezione – vedi i lavori di Mariana Mazzuccato – è che la spesa, privata o statale che sia, può produrre esiti del tutto differenti – se ci si indebita per far studiare i figli o per abbonarsi ai siti porno, le conseguenze potrebbero essere differenti – e che le maggiori innovazioni richiedono un impegno di spesa che solo lo Stato può sostenere.

Iniziare una politica di redistribuzione del reddito porterà benefici a tutti. Un livello eccessivo di disuguaglianza fa sì che l’élite dei più ricchi controlli i media e non esista più una politica economica diversa da quella dettata dagli interessi dell’élite. Il governo è parzialmente responsabile della disuguaglianza nella distribuzione del reddito e ha ridotto il suo ruolo nel correggere queste disparità attraverso politiche fiscali progressive e di spesa pubblica.

Quando i ricchi diventano più ricchi, hanno più da perdere riguardo ai tentativi di limitare le loro attività di ricerca di rendita e incoraggiare una ridistribuzione del reddito al fine di creare un’economia più equa. Inoltre, hanno più risorse per resistere a questi tentativi. Se continuassimo a pensare che semplicemente facendo crescere il PIL tutti ne trarrebbero automaticamente vantaggio, avremmo torto.

Anche se l’economia producesse più beni e servizi, se, anno dopo anno, la maggior parte dei cittadini di oggi avesse un reddito sempre più basso o più alto, ma a spese delle generazioni future, la nostra economia non funzionerebbe bene. Il Governo se ne ricordi, valorizzando la da poco istituita “Benessere Italia”.
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Lavoro benedetto e lavoro maledetto

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di Gianni Loy.
caccaita-dal-paradiso-terr-masaccioNon è un caso, credo, che il filo conduttore dell’enciclica Laudato sì’, sia costituito da una precisa e forte denuncia dell’esclusione sociale, delle immense diseguaglianze che, sia livello individuale che collettivo, caratterizzano il mondo in cui viviamo. Il Papa denuncia, ripetutamente, l’inaccettabile predomino del potere economico sulla politica che favorisce la speculazione, la rendita finanziaria e l’arbitrio. Ciò fa si che le risorse del mondo possano facilmente diventare “proprietà del primo arrivato o di quello che ha più potere”, come afferma Papa Francesco, concludendo con la constatazione che “il vincitore prende tutto” (par. 82).
Il dissesto ambientale, in tutte le sue forme, ha quindi una causa economica ma, allo stesso tempo, culturale e in definitiva, morale: “L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano” (par. 109).
Un secondo monito dell’enciclica ci avverte della necessità di una corretta interpretazione della relazione che deve esistere tra l’uomo (e la donna) ed il creato o, se si vuole, con l’ambiente. “Soggiogare la terra” non significa affatto poterne disporre a piacimento e con arbitrio, ma piuttosto “coltivarla e custodirla” (cfr Gen 2,15), quindi proteggerla e preservarla in modo da poterla consegnare, intatta, alle future generazioni. Non a caso, il riposo del settimo giorno non è proposto solo per l’uomo e la donna, ma anche per l’ambiente, perché “possano godere quiete il tuo bue ed il tuo asino” (Es 23,12). Del resto, il padrone, è colui che cura la proprietà per poter continuare a trarne i frutti nel tempo, e non colui che la sfrutta in maniera dissennata, per il capriccio di un momento, così da distruggerla in poco tempo.
Anche in tale prospettiva, l’enciclica ci ricorda che “Dio ha dato la terra a tutto il genere umano perché essa sostenga i suoi membri, senza escludere o privilegiare nessuno” (G.Paolo II) e che la tradizione cristiana “non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata” mettendo sempre in risalto la sua funzione sociale (Par. 93).
Il danno ambientale, in ultima analisi, è sempre causato dall’opera dell’uomo, dal suo lavoro, inteso nel senso di attività, e non solo come rapporto giuridico su cui si fonda il rapporto di lavoro subordinato.
Apprezzo, in modo particolare, il fatto che il Papa, nel soffermarsi sull’aspetto del lavoro ed auspicando una degna occupazione per tutti, non faccia alcun riferimento ad un lavoro che, nella tradizione cattolica, è stato spesso considerato quale condanna dovuta in espiazione del peccato originale, remedium peccati. Esalta, invece, il lavoro, con il quale “l’uomo si associa all’opera stessa redentiva di Cristo il quale ha conferito al lavoro una elevatissima dignità lavorando con le proprie mani” ( Gaudium et spes, 76,b).
Tuttavia, il lavoro degno, il lavoro “santo” insistentemente richiamato dal Magistero negli ultimi tempi, non è certamente quello oggi più diffuso. Mi chiedo se possiamo definire “benedetto” il lavoro di chi, con l’opera delle sue mani, contribuisce alla distruzione del pianeta, del lavoro sfruttato, nero, sottopagato, del lavoro di chi costruisce strumenti di morte. Ahinoi, l’occupazione viene spesso utilizzata come ricatto, perché prosegua una devastazione che, allo stesso tempo, crea profitto per pochi. Quante volte, in nome della salvaguardia dei posti di lavoro, con gli operai costretti a testimoniare che la fabbrica non produce alcun danno alle persone ed alle cose, che se le armi non le produciamo noi le produce qualcun altro, vengono consentite, e talvolta persino finanziate dallo Stato, attività economiche che proseguono l’incessante devastazione del pianeta e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Quasi due secoli fa, di fronte al crudele fenomeno dello sfruttamento dei bambini, Victor
Hugo scriveva:
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Dove vanno tutti questi bambini che non sorridono?
Queste bimbe di otto anni che vediamo camminare da sole? Vanno a lavorare per quindici ore alle macine;
Dall’alba al tramonto, vanno a compiere all’infinito
Nella stessa prigione lo stesso gesto.
Oh infame schiavitù imposta al bambino!
Distrugge ciò che Dio ha creato;
Lavoro malvagio che produce la ricchezza creando la miseria, che dà un’anima alla macchina e la estirpa all’uomo!
Che questo lavoro, sia maledetto!
Maledetto come l’infamia e la bestemmia!
Oh Dio! che sia maledetto in nome del lavoro stesso,
In nome del lavoro vero, santo, fecondo, generoso,
Che rende il popolo libero e l’uomo felice!

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Credo che dovremmo proprio metterci alla ricerca di quel lavoro, vero, santo, fecondo e dignitoso, quello che ricorda e prosegue la creazione, quello che il Papa invoca anche nella Laudato sì’. Non basta dire “lavoro”, perché il lavoro, può ancora essere sinonimo di sfruttamento e di devastazione e, quindi, maledetto.

Gianni Loy
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Nel secondo riquadro “Cacciata dal paradiso terrestre” di Masaccio (part.), Cappella Brancacci Firenze.
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Giovannini, portavoce ASviS. «L’onda sostenibile avanza, ora via le dighe»
Luca Mazza giovedì 12 settembre 2019, su Avvenire.
Giovannini: coinvolgere anche i meno giovani e superare gli ostacoli che frenano un cambiamento positivo
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Enrico Giovannini

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«Tutte le rilevazioni demoscopiche ci mostrano che in Italia sta crescendo l’attitudine dei consumatori e delle imprese verso prodotti e comportamenti responsabili, verdi, sostenibili. Una tendenza confermata anche dalle scelte dei risparmiatori sempre più orientate alla finanza green. Adesso, attraverso i Saturdays for Future, vogliamo provare a fare un ulteriore salto in avanti accelerando questa tendenza, coinvolgendo anche i meno giovani e superando alcuni ostacoli che frenano un cambiamento positivo e sempre più necessario». Enrico Giovannini – economista, statistico e attuale portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) – spiega da dove nasce l’idea di lanciare la prima giornata di mobilitazione nazionale per il consumo responsabile e quali sono gli obiettivi che l’iniziativa si prefigge di centrare seguendo la scia del successo dei Fridays for Future. «La nostra proposta, ancora prima di partire, ha già suscitato interesse informale sia nell’ambito delle istituzioni dell’Unione Europea sia nelle Nazioni Unite. Magari sul piano internazionale, oltre all’attivismo della giovane svedese Greta Thunberg sul clima, un giorno si potrà parlare anche dell’Italia che è riuscita a lanciare per prima i Saturdays for Future, una buona pratica da esportare in altri Paesi».

Professore, come si lega l’iniziativa italiana alla campagna globale in corso sul clima? In connessione con i Fridays for future, che ormai hanno contagiato anche genitori dei ragazzi, abbiamo pensato di far partire anche la nostra mobilitazione. Ci piace immaginare che un giovane al rientro a casa dallo sciopero globale sul clima, venerdì 27 settembre, alla richiesta della mamma o del papà su come sia andata la giornata possa rispondere: ‘Dipenderà da come farai la spesa domani…’. La spinta al cambiamento in chiave sostenibile e responsabile deve arrivare dal basso e chiamare in causa tutte le generazioni. Nessun soggetto, inoltre, dalle imprese al singolo consumatore, deve sentirsi escluso dal fornire il suo contributo. È stato creato il sito www.saturdaysforfuture. it proprio allo scopo di ricevere adesioni e proposte per organizzare eventi sul territorio.

Si possono fare esempi concreti di azioni virtuose che ognuno può compiere? Sul portale si trovano indicazioni chiare a seconda della sezione di riferimento per consumatori, imprese, associazioni e media. È chiaro che la singola persona è chiamata a informarsi preventivamente sul livello di sostenibilità dei suoi acquisti e sulle migliori abitudini di consumo elettriche o idriche. Le imprese, ovviamente, sono chiamate a informare i consumatori sull’impatto ambientale e le realtà della grande distribuzione a promuovere prodotti in linea con un’economia circolare. Spesso non si tratta necessariamente di fare di più, ma solo di agire in modo diverso e più consapevole. L’onda sostenibile continua ad avanzare, ma dobbiamo togliere ancora alcune dighe.
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«Apprezzabile che lo sviluppo sostenibile sia stato inserito nel documento di 29 punti elaborato dalle forze politiche di maggioranza e sia stato citato dal premier Conte»
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L’iniziativa italiana dei ‘sabati per il futuro’ si inserisce in un quadro europeo dove, negli ultimi anni, è cresciuto l’impegno delle istituzioni Ue per favorire lo sviluppo sostenibile. Crede che con la nuova Commissione si proseguirà in questa direzione? Sulla carta l’Unione Europea sta compiendo un salto quantico anche recependo alcune proposte che come ASviS abbiamo avanzato. Basti pensare che la presidente Ursula von der Leyen, nelle lettere di mandato inviate ai singoli commissari, ha sottolineato come ciascuno di loro è responsabile dell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile nell’ambito politico di competenza e la Commissione della realizzazione complessiva. Anche la nomina della Commissaria all’uguaglianza è un segnale molto forte. Ora aspettiamo che si passi alla pratica, ma non si può ignorare che l’Europa è la prima area del mondo ampia ad assumere impegni così significativi e a prendere l’Agenda 2030 come punto di riferimento.

Anche Giuseppe Conte e il nuovo governo si sono presi impegni precisi su questo fronte… È apprezzabile che lo sviluppo sostenibile sia stato inserito nel documento di 29 punti elaborato dalle forze politiche di maggioranza assieme al riferimento all’Agenda 2030 e sia stato citato dal presidente del Consiglio. Sarebbe auspicabile, inoltre, come ha fatto Ursula von der Leyen con i commissari, che anche Conte inviasse una lettera del genere a tutti i ministri e i sottosegretari per indicare compiti e responsabilità. L’Italia avrebbe bisogno anche di dotarsi di una forte struttura di coordinamento per prepararsi adeguatamente a un semestre europeo in cui non ci si concentrerà solo su crescita, debito e deficit, ma dove saranno centrali pure l’ambiente, il disagio sociale e il benessere.

Il primo e vero banco di prova dell’esecutivo giallo-rosso sarà la manovra. Quali misure si potrebbero mettere in campo in tale contesto? Il 4 ottobre presenteremo come ASviS le proposte per scrivere la prossima Legge di Bilancio. La fiscalità può essere strumento importante per orientare le decisioni. Dall’eliminazione dei sussidi dannosi per ambiente fino agli incentivi per le imprese che si muovono verso un’economia circolare e digitale (nell’ottica di una riduzione complessiva del gettito) sono tanti gli interventi che si potrebbero inserire in manovra. Il nuovo governo ha fin subito l’opportunità di dimostrare che sullo sviluppo sostenibile vuole fare sul serio.
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E’ la “partecipazione” la chiave per combattere gli squilibri territoriali, soprattutto per superare o almeno attenuare le disuguaglianze sociali

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Gli aspetti negativi degli squilibri tra i territori subregionali

di Gianfranco Sabattini

Aurelio Bruzzo, docente di Politica economica presso l’Università degli studi di Ferrara, ha pubblicato di recente, a cura del Dipartimento di Economia e management della stessa Università, il “Quaderno DEM, n. 6/2019”, dal titolo “Situazione socio-economica e politica di coesione in Emilia-Romagna a fine 2018”. L’autore, utilizzando documenti ufficiali sugli esiti delle misure adottate dall’Amministrazione regionale dell’Emilia-Romagna, nell’ambito della politica di coesione sociale dell’Unione Europea, analizza i valori assunti dalle principali variabili socio-economiche nel contesto dell’area (in anticipo di due anni rispetto alla fine del periodo di programmazione 2014-2020 della succitata politica di coesione).
A parte i risultati, di per sé importanti (sui quali vale la pena di riflettere), che Bruzzo ha ottenuto con la sua analisi, il lavoro è rilevante anche perché può essere assunto a “metro e misura” dei ritardi che non permettono alla Sardegna, da settant’anni impegnata a promuovere un processo omogeneo di crescita e di sviluppo di tutta l’area regionale, di fare altrettanto; ovvero, di non condurre un’analisi socio-economica come quella compiuta da Bruzzo, per la mancanza della documentazione tecnica della quale la Regione Sardegna avrebbe dovuto e potuto da tempo dotarsi.
Avvalendosi dello stato di attuazione del Programma Operativo Regionale FEST dell’Emilia-Romagna alla fine del 2018, Bruzzo compie una valutazione dei risultati che si stanno profilando a seguito della politica di coesione, con l’obiettivo di “sollecitare l’attenzione da parte sia degli studiosi, che dei policy maker” sugli effetti di tale politica a livello locale; obiettivo, questo, solitamente “trascurato e sottovalutato”, nonostante che dalla maggior coesione sociale realizzata a livello locale, attraverso gli investimenti infrastrutturali e produttivi previsti dall’attuazione dei POR regionali, dipenda “il conseguimento di un più elevato livello di sviluppo socio-economico”, non solo delle singole regioni, ma anche dell’intera area economica nazionale alla quale esse appartengono.
Al riguardo è bene ricordare che il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) è uno dei principali strumenti finanziari della politica regionale dell’Unione europea, il cui scopo è quello di rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale, per ridurre il divario fra le regioni più avanzate e quelle in ritardo sulla via dello sviluppo. L’impiego del fondo si inserisce quindi all’interno della politica di coesione comunitaria, con l’obiettivo fondamentale di supportare e promuovere il processo di integrazione economica del Vecchio Continente. A tal fine, la politica di coesione europea, col concorso nel finanziamento delle misure adottate di ogni Stato membro, si propone di perseguire la creazione di posti di lavoro, il miglioramento della competitività tra le imprese, la crescita economica, lo sviluppo sostenibile e il “miglioramento della qualità della vita dei cittadini in tutte le regioni e le città dell’Unione europea”. Il miglioramento-sviluppo delle qualità della vita è dunque stabilito a livello regionale, e solo indirettamente a livello locale.
Bruzzo ha condotto la sua analisi, non a livello regionale, ma locale, considerando in particolare la Provincia di Ferrara, in quanto rappresentante “la porzione del territorio regionale notoriamente meno sviluppata”; in quanto tale, sarebbe stato logico attendersi una particolare attenzione verso di essa da parte dell’Amministrazione regionale, mediante una più consistente destinazione di risorse, in considerazione della specifica finalità assegnata alla politica di coesione dal Trattato sul funzionamento dell’UE, “di perseguire un più ‘armonioso’ livello di sviluppo economico all’interno del territorio europeo”.
Sulla base dell’analisi dei dati risultanti dalla documentazione disponibile, Bruzzo ha accertato che l’attuazione della politica di coesione in Emilia-Romagna è stata “del tutto ottimale” e che il periodo di programmazione 2014-2020 potrà concludersi, per la Regione, “entro la scadenza prevista, senza imbattersi nelle difficoltà sofferte da buona parte delle altre Amministrazioni regionali”. Stando infatti alle informazioni diffuse dall’Agenzia per la Coesione Territoriale (un ente pubblico, vigilato direttamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri, che ha l’obiettivo di sostenere, promuovere ed accompagnare programmi e progetti per lo sviluppo e la coesione territoriale), le altre Amministrazioni regionali alla fine del 2018 apparivano in ritardo rispetto all’Emilia-Romagna, al punto che alcune di esse risultavano impossibilitate “ad assumere in tempo utile tutti gli impegni previsti dai rispettivi Programmi”.
Però, la valutazione dell’azione della Regione Emilia-Romagna può essere considerata positiva solo per quanto riguarda l’attuazione della politica di coesione sociale dallo stretto punto di vista degli obblighi operativi; non altrettanto può dirsi nei confronti dell’impatto socio-economico manifestatosi concretamente sull’intero territorio regionale, considerato questo nella sue articolazioni territoriali. A livello territoriale, i dati disponibili, hanno consentito di rilevare come, dal punto di vista di molte grandezze socio-economiche, la provincia di Ferrara sia stata penalizzata sul piano demografico e, più specificatamente, su quello della popolazione residente: a partire dal 2010, tale provincia ha invertito il suo precedente trend crescente, facendo presumere che esso, in assenza di adeguate contromisure di medio e lungo periodo, sia destinato a proseguire; dal 2013, l’occupazione è stata caratterizzata da un andamento tendenzialmente negativo, mentre ancora più preoccupante sono risultati il livello e l’andamento della disoccupazione, mantenutasi su posizioni più elevate rispetto a quelli regionali; infine, se si considera l’aggregato maggiormente rappresentativo circa il livello di sviluppo economico di un’area territoriale, il valore aggiunto pro-capite nella Provincia di Ferrara ha assunto, alla fine del periodo 2014-2020, valori inferiori rispetto alla media nazionale e ancor più rispetto a quella regionale
Le cause di tutti questi aspetti, a parere di Bruzzo, sono sicuramente situate in buona parte all’interno del territorio ferrarese, che risulta tradizionalmente arretrato da molti punti di vista, non solo da quello economico; esse, però, ricadono anche all’esterno, in considerazione del fatto che la crescita e lo sviluppo della provincia di Ferrara, dipendono, oltre che dalle sue relazioni economiche con le altre regioni italiane, anche da quelle con le restanti province emiliano-romagnole. Sulla posizione economico-sociale di maggior debolezza della Provincia di Ferrara, rispetto alle altre province della regione di appartenenza, avrebbe dovuto intervenie con maggiore oculatezza la politica di coesione sociale co-finanziata dall’Unione Europea, che ha come obiettivo “il conseguimento di uno sviluppo equilibrato e bilanciato sia tra le varie regioni ed aree urbane europee sia al loro interno, al fine di evitare in tal modo il permanere nel lungo periodo di porzioni di territorio in condizioni di arretratezza socio-economica”.
La conoscenza del modo in cui sono avvenute le erogazioni effettuate a livello territoriale, quale quella offerta dall’accesso al “portale web”, coordinato dal “Dipartimento per le Politiche di Coesione” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha consentito di accertare come le risorse stanziate, distinte per ambiti tematici, sono state distribuite a livello locale; nel caso della Regione Emilia-Romagna, le erogazioni in attuazione della politica di coesione della Comunità Europea, secondo il programma 2014-2020, sono state caratterizzate da una loro maggiore concentrazione nell’area del capoluogo (quelle godute dalla Provincia di Bologna sono risultate maggiori del 40% rispetto a quelle destinate alla Provincia di Ferrara).
Appare evidente, secondo Bruzzo, che la politica di coesione sociale attuata in Emilia-Romagna (e, generalizzando, in tutte le regioni caratterizzate da diffusa arretratezza economica), invece di favorire “il riequilibrio intra-regionale che dovrebbe essere uno dei primari obiettivi di tale politica”, ha incrementato la forza attrattiva dei centri regionali privilegiati, a causa della concentrazione territoriale delle erogazioni. Le risultanze empiriche evidenziano infatti che la distribuzione territoriale degli investimenti effettuati nella Regione Emilia-Romagna è avvenuta a scapito delle aree periferiche, dando luogo ad un processo di sviluppo regionale squilibrato, sorretto da una logica di “causazione circolare cumulativa” negativa.
La conseguenza di ciò sarà che, a causa di questa logica, le iniziali differenze territoriali, in termini di crescita economica e di sviluppo sociale, saranno destinate ad accentuarsi, con il pericolo (spesso reale come, ad esempio, sta a dimostrare l’esperienza della Sardegna, afflitta dal fenomeno dello spopolamento dei comuni delle zone periferiche) che, lasciando le disuguaglianze territoriali incontrastate, si finisca – afferma Bruzzo – per modificare la struttura produttiva, demografica ed urbanistico-territoriale delle regioni; da aree regionali “tendenzialmente policentriche” (in cui i vari centri urbani possono stabilire tra loro un valido rapporto di complementarietà per la promozione di un processo di crescita e sviluppo condiviso) si passerà ad aree regionali dove prevarranno solo alcuni centri dominanti (o, al limite, solo uno), lasciando a quelli periferici, nel migliore dei casi, un ruolo marginale, e nel peggiore, una sicura estinzione.
Per evitare il consolidarsi degli esiti della logica di causazione circolare cumulativa negativa, sarebbe importante, sottolinea Bruzzo, cercare di approfondire, attraverso un approccio interdisciplinare, quali sono le cause che danno luogo agli esiti produttivi, demografici ed urbanistico-territoriale indesiderati a livello locale. E’ questo un tema da sempre dibattuto, ma mai affrontato razionalmente; l’approccio interdisciplinare evocato da Bruzzo, implicherebbe che le regioni arretrate (ma, in generale, tutte, indipendentemente dal loro livello di sviluppo) si dotassero di una “matrice di contabilità sociale”. Ciò al fine di acquisire informazioni utili per la predisposizione di “modelli” di politica di sviluppo regionale che tengano conto del modo in cui si distribuisce il prodotto sociale a livello locale, a seguito dell’attuazione degli interventi attuativi della politica di coesione, considerando tale distribuzione come causa ed effetto dei processi di formazione del prodotto sociale.
Il successo riscosso dal sistema di contabilità sociale nelle sue applicazioni ai Paesi sottosviluppati è da attribuirsi principalmente alla sua caratteristica di utilizzare, nelle decisioni assunte, i dati puramente economici in combinazione con informazioni di carattere sociale. Ma non basta, per contrastare le disuguaglianze sub-regionali, occorrerebbe anche che le regioni decentrassero il processo decisionale, realizzando le condizioni compatibili con la partecipazione delle popolazioni locali alla determinazione degli investimenti destinati alle infrastrutture e ai comparti produttivi che maggiormente possono contribuire alla valorizzazione della risorse locali.
Solo in questo modo la crescita e lo sviluppo territoriale possono diventare la condizione necessaria e sufficiente per assicurare una coesione sociale diffusa nell’intero territorio delle singole regioni; quindi, permettere che gli esiti della maggior coesione sociale siano distribuiti in modo da evitare il permanere e l’approfondimento delle disuguaglianze territoriali e di quelle sociali esistenti.
Tra l’altro, una più larga partecipazione dal basso nella determinazione degli interventi servirebbe, come sottolinea Bruzzo, a recidere la correlazione spesso esistente tra le decisioni di distribuzione territoriale degli investimenti e i “processi socio-politici”, che nell’esperienza delle politiche regionali di sviluppo risultano spesso connessi alla formazione delle disuguaglianze; è noto come i processi socio-politici nelle regioni arretrate siano all’origine dell’”affievolimento” del ruolo e della funzione degli imprenditori, i quali, partecipando all’attuazione della politica di sviluppo delle regioni, hanno spesso privilegiato di svolgere il ruolo di “imprenditore da trasferimento di risorse pubbliche”, piuttosto che quello di “imprenditore da re-investimento”. Anche per la rimozione di queste collusioni improprie, la partecipazione dal basso nella determinazione della politica regionale di crescita e di sviluppo può risultare strumentale rispetto al contenimento delle disuguaglianze territoriali.

Beni comuni

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Il governo razionale dei beni comuni e il problema della scarsità
di Gianfranco Sabattini

Il continuo dibattito sulla natura e l’uso dei beni comuni è condizionato dall’incertezza che pesa sulla loro definizione; da esso tuttavia sembra “emergere” una definizione che considera beni comuni tutte quelle risorse che risultano necessarie alla vita (perché preordinate a soddisfare stati di bisogno di particolare rilevanza per gli individui) e che, investendo i diritti fondamentali delle persone, si caratterizzano per la non esclusione dall’uso generale, con conseguente non assoggettabilità ad un prezzo, quale corrispettivo per il loro uso.
In tempi di crisi economica persistente, il dibattito pubblico in corso in Italia tende a porre la gestione dei beni comuni in controtendenza rispetto all’assoggettamento delle risorse alle logiche del mercato. Tuttavia, le incertezze persistenti sulla definizione di bene comune impediscono che dal dibattito emergano le linee di una politica di riforma istituzionale utile a prefigurare una loro razionale gestione; ciò, al fine di sottrarre i beni comuni alla cosiddetta “tragedia dei commons” che, in considerazione della loro non esclusione dall’uso generale, potrebbe condurre alla loro totale “distruzione”.
Il governo razionale dei beni comuni può essere infatti prefigurato solo tenendo conto, al pari di tutte le risorse economiche, della loro scarsità. Ciò perché, il fatto d’essere di proprietà comune comporta che all’intera platea dei proprietari sia assegnato a titolo individuale il diritto d’uso, mentre a nessuno di essi è concessa la facoltà di escludere gli altri. Se i proprietari che dispongono del diritto d’uso sono troppi, le risorse di proprietà comune potrebbero essere esposte al rischio della sovrautilizzazione; le stesse risorse, potrebbero essere esposte anche al rischio della sottoutilizzazione, a causa, ad esempio, di una definizione del diritto di proprietà dei beni comuni che potrebbe “margini” di interferenza nelle modalità del loro uso (come accade, per esempio, in Italia, nell’uso di ciò che resta dei cosiddetti “usi civici”, la cui utilizzazione da parte dell’operatore pubblico – di solito i comuni – è spesso contestata dall’intera comunità municipale, titolare del diritto di proprietà). In entrambi i casi, i proprietari dei beni comuni sarebbero “condannati” a subire gli esiti negativi della “tragedia dei commons”.
La “tragedia” è connessa al rischio che i beni comuni possano essere gestiti, come sostengono i “benecomunisti”, da operatori diversi dai loro legittimi proprietari, in quanto fruitori; i titolari della proprietà indivisa di beni devono infatti sostituirsi direttamente a qualsiasi forma di potere, privato o pubblico, nel determinare come gestire la conservazione e le forme di fruizione di tali beni. Tuttavia, perdurando lo stato di scarsità, la loro gestione di questi beni non può prescindere dalle leggi economiche tradizionali che indicano le modalità ottimali, sia per la loro conservazione, che per il loro uso.
La proprietà comune, in quanto riferita all’insieme dei soggetti che compongono una determinata comunità, è diversa dalla proprietà pubblica. A differenza dei beni comuni, quelli di proprietà pubblica possono essere gestiti direttamente dagli enti pubblici proprietari, sulla base di processi decisionali maggioritari (cioè sulla base delle maggioranze politiche pro-tempore esistenti). Poiché l’insieme dei proprietari-fruitori dei beni comuni non dispone di autonomi meccanismi decisionali, l’esercizio del diritto di proprietà comune e la gestione dei beni cui tale forma di proprietà si riferisce devono essere delegati alla responsabilità di un “soggetto operante” (quale, ad esempio, una cooperativa) che deve esercitarli in nome e per conto del delegante, la comunità, in funzione della volontà collettiva che essa esprime.
Con riferimento al governo e all’uso dei beni comuni, sorgono perciò gli stessi problemi presenti ancora oggi in Italia in molte realtà territoriali, con riferimento agli antichi “usi civici”, dove gli enti locali, sulla base di decisioni maggioritarie, amministrano risorse che, in quanto beni comuni, possono essere gestite solo dalla comunità olisticamente intesa come “un tutto”.
Il suggerimento di Elinor Ostrom, l’economista premio Nobel che ha approfondito il tema dei beni comuni, si presta poco ad essere utilizzato per realizzare in termini efficienti il governo della proprietà di tali beni, secondo forme cooperative. L’intento del suo contributo è stato quello di pervenire ad una teoria adeguatamente specificata delle azioni collettive, mediante le quali un gruppo di operatori può organizzarsi volontariamente per utilizzare il frutto del suo stesso lavoro, o dei suoi beni di proprietà indivisa.
La Ostrom non crede nei risultati delle analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale, ma solo nelle spiegazioni empiricamente confermate del funzionamento delle organizzazioni umane relative a specifiche e particolari realtà. Ciò perché, secondo la Ostrom, le analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale comportano l’astrazione dalla complessità dei contesti concreti, per cui diventa probabile il rischio di rimanere “intrappolati” in una “rete concettuale” che astrae dalle realtà particolari.
Molte analisi condotte a livello di intero sistema sociale sarebbero perciò niente di più che metafore; ma affidarsi a metafore per gestire specifiche realtà può portare a risultati sostanzialmente diversi da quelli attesi. Un conto è spiegare come possono essere gestite in modo efficiente le risorse scarse di proprietà comune di una comunità di pescatori, oppure quelle di una comunità di allevatori; altro conto è spiegare come può essere realizzato, in condizioni di equità e di giustizia distributiva, il governo di tutte le risorse di proprietà comune di una determinata comunità nazionale.
In Italia il dibattito su come affrontare i problemi connessi alla realizzazione di uno stato del mondo più confacente alla gestione dei beni comuni si è svolto sinora prevalentemente con riferimento alla struttura istituzionale esistente. Questa, a causa dell’egemonia della logica capitalistica, secondo i “benecomunisti” avrebbe subito trasformazioni tali da determinare la crescente privatizzazione delle risorse disponibili. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, all’insegna del “terribile diritto” della proprietà privata e del misconoscimento di alcuni dettati costituzionali che ne salvaguardavano la funzione sociale, è stata realizzata la distruzione dell’economia pubblica e la privatizzazione di buona parte del patrimonio pubblico; processo, questo, che, non essendo ancora ultimato, è giusto motivo di preoccupazione per i “benecomunisti”.
Il movimento “benecomunista”, dotato prevalentemente di un’anima giuridica, considera i beni comuni, non già come beni economici aventi caratteri peculiari, ma come dei diritti universali, la cui definizione non può essere “appiattita” su considerazioni esclusivamente derivanti dalla teoria economica. Per dirla con le parole di Stefano Rodotà, il giurista che è stato tra i primi ad introdurre la questione dei beni comuni in Italia, “se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, [...] allora può ben accadere che si perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità ‘comune’ di un bene può sprigionare tutta la sua forza», in funzione della soddisfazione dei diritti universali corrispondenti ai bisogni esistenziali incomprimibili degli esseri umani.
I “benecomunisti” sostengono che, per evitare lo smarrimento della loro vera qualità comune, i beni comuni devono essere tolti dal mercato e salvaguardati giuridicamente per garantire a tutti la loro fruibilità. Ma come? Rodotà manca di dirlo; mentre è ineludibile, considerata la loro natura di risorse scarse, la necessità che siano stabilite le procedure da istituzionalizzate per governare la proprietà e la gestione dei beni comuni. Ciò al fine di evitare che la sola definizione dal lato del consumo di tali beni (intesi come fonte di soddisfazione di diritti universali) li esponga al rischio di un loro possibile spreco.
Tra l’altro, è necessario pervenire a una precisa definizione dei beni comuni, anche per stabilire quali dovrebbero essere realmente, tra le risorse disponibili, quelle da sottrarre alle leggi di mercato; se ci si riferisce, ad esempio, al trasporto pubblico locale, la mobilità delle persone nel territorio è un bene comune o è solo, tra gli altri, un bene il cui governo deve essere lasciato alle leggi di mercato? L’interrogativo potrebbe essere esteso ad una molteplicità di situazioni, sino ad includere nella classe dei beni comuni la maggior parte di tutto ciò che di momento in momento viene prodotto ed utilizzato all’interno del sistema sociale.
L’incertezza nella definizione dei beni comuni causa l’impossibilità di fare appropriati passi in avanti nella riflessione sulla riorganizzazione del quadro istituzionale che sarebbe necessario per una loro razionale gestione. I “benecomunisti”, mancando perciò di uscire dalla vaghezza definitoria su cosa sia un bene pubblico e quali siano le condizioni che valgono a trasformare una data risorsa in bene comune, “soffrono” dell’atteggiamento di chi è sempre propenso a valutare ex ante le proposte destinate a fare fronte a specifiche emergenze, senza il conforto di una valutazione sia pure potenziale ex post della loro desiderabilità ed attuabilità. Essi, infatti, trascurano che le proposte formulate in sede preventiva, senza un confronto con la modalità necessarie alla loro attuazione, corrono il rischio di rivelarsi fallimentari a posteriori.
Inoltre, le critiche che i “benecomunisti” rivolgono alla situazione istituzionale esistente mancano di prefigurare una struttura istituzionale alternativa, idonea ad esprimere “una progettualità di lungo periodo”. Tali critiche, infatti, si limitano ad affermare, in astratto, gli ostacoli che si oppongono al rispetto del mandato costituzionale che coniuga l’equità distributiva con l’efficienza economica e gestionale delle risorse delle quali dispone il Paese, mancando di considerare i problemi connessi con la forte territorializzazione che caratterizza di solito i beni comuni; nessun cenno viene fatto, inoltre, alle “politiche di infrastrutturazione” necessarie per garantire, a livello nazionale, l’accesso all’uso dei beni comuni localizzati solo in un dato territorio.
Per queste ragioni, le critiche dei “benecomunisti” tendono a risultare, dal punto di vista economico, quasi delle “scatole vuote”, utili solo a mobilitare sul piano ideologico l’opinione pubblica contro gli esiti della logica capitalistica; si tratta di critiche del tutto prive di ogni riferimento alla struttura istituzionale che dovrebbe essere realizzata, per garantire, a livello di intero sistema sociale ed economico, un razionale soddisfacimento dei diritti universali cui si fa riferimento. In altri termini, i “benecomunisti” mettono il carro davanti ai buoi, nel senso che la loro progettualità risulta finalizzata, non a prefigurare un possibile riformismo istituzionale, utile a consentire una gestione razionale dei beni comuni di proprietà collettiva, ma solo a correggere e contenere gli esiti indesiderati del funzionamento dei sistemi sociali capitalistici attuali; tutto ciò senza preoccuparsi di evitare gli esiti negativi dell’eccessiva propensione a rifiutare quanto dell’economia standard può risultare ancora idoneo a governare e salvaguardare i beni comuni.
Ciò sarebbe invece necessario, al fine di evitare che il rischio connesso al rifiuto ideologico delle leggi dell’economia standard possa causare anche inintenzionalmente la formulazione di strategie riformiste di lungo periodo svincolate dalla realtà. Uno dei peggiori sbagli che si possa commettere, nelle condizioni in cui versa attualmente l’Italia sul piano sociale ed economico, è pensare che una proposta astratta possa essere realmente attuata; sarebbe il peggior servizio reso al Paese, per via del fatto che esso finirebbe con l’essere ulteriormente penalizzato sovrastato dal funzionamento del proprio sistema economico in assenza di regole certe e concrete.

SALVARE IL CREATO

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Ogni creatura ci è stata donata come una “parola di Dio”. È ora di abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili e di intraprendere, in modo celere e deciso, transizioni verso forme di energia pulita e di economia sostenibile e circolare
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Quello che segue è il messaggio di papa Francesco per la giornata mondiale di preghiera del 1 settembre e il “Tempo del creato” che si concluderà il prossimo 4 ottobre, festa di san Francesco
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«Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,25). Lo sguardo di Dio, all’inizio della Bibbia, si posa dolcemente sulla creazione. Dalla terra da abitare alle acque che alimentano la vita, dagli alberi che portano frutto agli animali che popolano la casa comune, tutto è caro agli occhi di Dio, che offre all’uomo il creato come dono prezioso da custodire.
Tragicamente, la risposta umana al dono è stata segnata dal peccato, dalla chiusura nella propria autonomia, dalla cupidigia di possedere e di sfruttare. Egoismi e interessi hanno fatto del creato, luogo di incontro e di condivisione, un teatro di rivalità e di scontri. Così si è messo in pericolo lo stesso ambiente, cosa buona agli occhi di Dio divenuta cosa sfruttabile nelle mani dell’uomo. Il degrado si è accentuato negli ultimi decenni: l’inquinamento costante, l’uso incessante di combustibili fossili, lo sfruttamento agricolo intensivo, la pratica di radere al suolo le foreste stanno innalzando le temperature globali a livelli di guardia. L’aumento dell’intensità e della frequenza di fenomeni meteorologici estremi e la desertificazione del suolo stanno mettendo a dura prova i più vulnerabili tra noi. Lo scioglimento dei ghiacciai, la scarsità d’acqua, l’incuria dei bacini idrici e la considerevole presenza di plastica e microplastica negli oceani sono fatti altrettanto preoccupanti, che confermano l’urgenza di interventi non più rimandabili. Abbiamo creato un’emergenza climatica, che minaccia gravemente la natura e la vita, inclusa la nostra.
Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato.
Perciò invito fortemente i fedeli a dedicarsi alla preghiera in questo tempo, che da un’opportuna iniziativa nata in ambito ecumenico si è configurato come Tempo del creato: un periodo di più intensa orazione e azione a beneficio della casa comune che si apre oggi, 1° settembre, Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del creato, e si concluderà il 4 ottobre, nel ricordo di San Francesco d’Assisi. È l’occasione per sentirci ancora più uniti ai fratelli e alle sorelle delle varie confessioni cristiane. Penso, in particolare, ai fedeli ortodossi che già da trent’anni celebrano la Giornata odierna. Sentiamoci anche in profonda sintonia con gli uomini e le donne di buona volontà, insieme chiamati a promuovere, nel contesto della crisi ecologica che riguarda ognuno, la custodia della rete della vita di cui facciamo parte.
È questo il tempo per riabituarci a pregare immersi nella natura, dove nasce spontanea la gratitudine a Dio creatore. San Bonaventura, cantore della sapienza francescana, diceva che il creato è il primo “libro” che Dio ha aperto davanti ai nostri occhi, perché ammirandone la varietà ordinata e bella fossimo ricondotti ad amare e lodare il Creatore (cfr Breviloquium, II,5.11). In questo libro, ogni creatura ci è stata donata come una “parola di Dio” (cfr Commentarius in librum Ecclesiastes, I,2). Nel silenzio e nella preghiera possiamo ascoltare la voce sinfonica del creato, che ci esorta ad uscire dalle nostre chiusure autoreferenziali per riscoprirci avvolti dalla tenerezza del Padre e lieti nel condividere i doni ricevuti. In questo senso possiamo dire che il creato, rete della vita, luogo di incontro col Signore e tra di noi, è «il social di Dio» (Udienza a guide e scout d’Europa, 3 agosto 2019). Esso ci porta a elevare un canto di lode cosmica al Creatore, come insegna la Scrittura: «Benedite, creature tutte che germinate sulla terra, il Signore; lodatelo ed esaltatelo nei secoli» (Dn 3,76).
È questo il tempo per riflettere sui nostri stili di vita e su come le nostre scelte quotidiane in fatto di cibo, consumi, spostamenti, utilizzo dell’acqua, dell’energia e di tanti beni materiali siano spesso sconsiderate e dannose. In troppi stiamo spadroneggiando sul creato. Scegliamo di cambiare, di assumere stili di vita più semplici e rispettosi! È ora di abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili e di intraprendere, in modo celere e deciso, transizioni verso forme di energia pulita e di economia sostenibile e circolare. E non dimentichiamo di ascoltare le popolazioni indigene, la cui saggezza secolare può insegnarci a vivere meglio il rapporto con l’ambiente.
È questo il tempo per intraprendere azioni profetiche. Molti giovani stanno alzando la voce in tutto il mondo, invocando scelte coraggiose. Sono delusi da troppe promesse disattese, da impegni presi e trascurati per interessi e convenienze di parte. I giovani ci ricordano che la Terra non è un bene da sciupare, ma un’eredità da trasmettere; che sperare nel domani non è un bel sentimento, ma un compito che richiede azioni concrete oggi. A loro dobbiamo risposte vere, non parole vuote; fatti, non illusioni.
Le nostre preghiere e i nostri appelli sono volti soprattutto a sensibilizzare i responsabili politici e civili. Penso in particolare ai Governi che nei prossimi mesi si riuniranno per rinnovare impegni decisivi a orientare il pianeta verso la vita anziché incontro alla morte. Vengono alla mente le parole che Mosè proclamò al popolo come una sorta di testamento spirituale prima dell’ingresso nella Terra promessa: «Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30,19). Sono parole profetiche che potremmo adattare a noi e alla situazione della nostra Terra. Scegliamo dunque la vita! Diciamo no all’ingordigia dei consumi e alle pretese di onnipotenza, vie di morte; imbocchiamo percorsi lungimiranti, fatti di rinunce responsabili oggi per garantire prospettive di vita domani. Non cediamo alle logiche perverse dei guadagni facili, pensiamo al futuro di tutti!
In questo senso riveste speciale importanza l’imminente Vertice delle Nazioni Unite per l’azione sul clima, durante il quale i Governi avranno il compito di mostrare la volontà politica di accelerare drasticamente i provvedimenti per raggiungere quanto prima emissioni nette di gas serra pari a zero e di contenere l’aumento medio della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Nel prossimo mese di ottobre, poi, l’Amazzonia, la cui integrità è gravemente minacciata, sarà al centro di un’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi. Cogliamo queste opportunità per rispondere al grido dei poveri e della Terra!
Ogni fedele cristiano, ogni membro della famiglia umana può contribuire a tessere, come un filo sottile, ma unico e indispensabile, la rete della vita che tutti abbraccia. Sentiamoci coinvolti e responsabili nel prendere a cuore, con la preghiera e con l’impegno, la cura del creato. Dio, «amante della vita» (Sap 11,26), ci dia il coraggio di operare il bene senza aspettare che siano altri a iniziare, senza aspettare che sia troppo tardi.

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- LAUDATO SI’

Dalla resistenza alla ricostruzione

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di Vanni Tola

Buoni propositi per l’autunno.

Terminata la pausa estiva caratterizzata, tra l’altro da una insolita e “pazza” crisi di governo, si ricomincia. Per noi che trascorriamo parte del nostro tempo utilizzando i social per confrontarci con gli altri, per analizzare e apprendere, si impone una riflessione importante. E’ necessario riprendere e ricostruire un’etica del confronto e del dialogo che alcuni noti personaggi politici e del mondo della comunicazione hanno contribuito a devastare alimentando la pratica dell’odio, del sospetto e dell’insulto, contro chiunque esprima concetti che non coincidano con il proprio modo di pensare. Non intendo rivolgere nessun appello alla esasperata pazienza e tolleranza nei confronti di individui che si collocano al di fuori di un confronto civile, tutt’altro. Occorre fare, ciascuno per se, delle scelte che concorrano a migliorare lo stare nei social. Alcuni punti che offro soltanto come base di partenza della discussione e che invito tutti ad integrare. 1) E del tutto inutile imbarcarsi in sterili polemiche contro chi insulta gli interlocutori, contro chi si sente depositario di certezza incrollabili che spesso utilizza per provocare reazioni, incrementare rancori e odio, generando paure e malcontento. Meglio non rispondere in alcun modo. “Ragli d’asino non salgono in cielo” o se preferite in limba “A paraulas macca oricras surdas”. Lasciate cadere le provocazioni in un eloquente silenzio. 2) Si è appena insediato un nuovo governo. Composizione originale, se volete strana e fuori dai vecchi modelli di riferimento. Per ciascuno di noi non è certamente il meglio, speravamo forse in qualcosa di diverso, in una formazione di governo che meglio rispondesse alla nostra visione di società, ai nostri ideali di riferimento. Bene, ma che si fa? Continuiamo a piangerci addosso e a strapparci le vesti in un dignitoso quanto inutile isolamento o diventiamo più realisti del Re? La seconda, direi. Intanto prendiamo atto del fatto che, nella situazione data, non si poteva fare di meglio e che esisteva un serio pericolo di vedere la destra fascista al potere con Salvini presidente del Consiglio. Diventare realisti significa provare ad individuare possibili sviluppi positivi della vicenda e favorirne il miglioramento e la realizzazione. E’ innegabile, per esempio, che, con l’insediamento del nuovo governo, è nettamente cambiato il rapporto con l’Unione Europea e la possibilità di stabilire con i paesi partner rapporti di dialogo e confronto costruttivi. Si profila un cambiamento della politica dell’immigrazione e dell’accoglienza, la gestione dell’economia e nelle mani di politici competenti. Non è esattamente quello che molti di noi si aspettavano ma è indubbiamente molto meglio di ciò che ci siamo lasciati alle spalle. 3) Quale comunicazione nei social? E’ inevitabile che la destra di Salvini e Meloni, da sempre in campagna elettorale, scateneranno una campagna mediatica contro il governo come non ne abbiamo viste mai. I primi segnali sono già evidenti, da “governo venuto da Bruxelles” ai commenti sull’aspetto fisico e il basso titolo di studio della ministra dell’agricoltura. Proviamo a non rispondere, a lasciare cadere nel vuoto tutte le sciocchezze e le provocazioni che gli staff propagandistici confezioneranno e diffonderanno con impegno. Aiutiamo gli italiani a “dimenticare Salvini” evitando di nominarlo continuamente nei nostri post. Sfidiamo i beceri che scrivono insulsaggini sul piano della logica, della correttezza di analisi, degli obiettivi da realizzare. Diffondiamo le esperienze di partecipazione dal basso alla realizzazione di pratiche di accoglienza e integrazione dei migranti e quant’altro rappresenti un momento di crescita della società contro il disfattismo dei diffusori di odio, paura e malcontento. E’ una delle poche armi in possesso di chi, attraverso i social, vuole dare il proprio modesto contributo per la crescita sociale del Paese.
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La quarta rivoluzione industriale è già qui

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Resistenza alla “tecnofobia” e riscatto del lavoro

di Gianfranco Sabattini

Marco Bentivogli, segretario nazionale della Federazione Italiana dei Metalmeccanici della CISL, nel libro “Contrordine compagni. Manuale di resistenza alla tecnofobia per la riscossa del lavoro e dell’Italia”, contrordine-compagnipassa in rassegna le grandi tendenze dell’innovazione (quella già in atto e quelle che si prospettano nel medio-lungo periodo). Egli si propone, da un lato, di diffondere una maggior conoscenza circa i contenuti della quarta rivoluzione industriale (della quale dovrebbe essere portatore il progetto “Industria 4.0”) e delle tecnologie che la renderebbero possibile; dall’altro lato, intende però dimostrare quanto sia necessario vincere la ritrosia della politica e del sindacato ad accettare l’inevitabilità dell’innovazione nell’ambito del mondo del lavoro.
Bentivogli è certo che la conoscenza anticipata delle implicazioni dell’innovazione possa costituire, se ben governata, uno straordinario mezzo per la soluzione dei principali problemi economici attuali e per il miglioramento della condizione umana. Il “Manuale” ha infatti l’obiettivo di spiegare, nel modo più chiaro possibile, che “il futuro è un formidabile terreno di sfida in cui nulla è predeterminato”, per cui è importante “cogliere alcune tendenze già in atto, e soprattutto decidere cosa e come fare perché la persona resti il fine di ogni progetto umano, che sia economico, industriale, tecnologico o sociale”.
Dalla prima grande rivoluzione nella storia dell’umanità, quella neolitica, sono stati necessari diversi millenni – afferma Bentivogli – “per fare il successivo passo in avanti di portata paragonabile: l’introduzione di tecnologie industriali mai sperimentate precedentemente, alle quali è dato convenzionalmente il nome di Rivoluzione Industriale”. La rivoluzione neolitica, nel X millennio A.C., attuatasi in periodi diversi in varie aree del mondo, ha portato alla transizione da una economia di sussistenza (basata su caccia e raccolta) all’addomesticamento di animali e alla coltivazione di piante. Essa ha avuto profonde conseguenze, non solo sul piano strettamente esistenziale, ma anche sulla struttura sociale delle comunità preistoriche; mentre la pratica dell’attività della vita nomade giustificava l’esistenza di piccole comunità di limitate dimensioni e poco strutturate da un punto di vista sociale, l’”invenzione” dell’agricoltura stanziale ha dato inizio alla formazione di comunità sedentarie di sempre maggiori dimensioni e complessità.
L’incremento della popolazione verificatosi con il consolidarsi della sedentarietà delle comunità ha dato luogo, a sua volta, ad una strutturazione della società fondata sulla divisione del lavoro, nonché allo sviluppo degli scambi e del commercio. Inoltre, con la rivoluzione agricola, l’uomo ha iniziato lo sfruttamento dell’ambiente naturale, reso possibile da un continuo miglioramento degli strumenti di lavoro, inaugurando in tal modo un’attitudine che ne ha caratterizzato, nel bene e nel male, la sua successiva storia come essere sociale.
Oggi, col termine “Industria 4.0” viene indicata la moderna tendenza all’automazione nell’attività industriale, con l’adozione di nuove tecnologie produttive fondate sull’”Intelligenza Artificiale”, che consentono di migliorare anche le condizioni di lavoro. In termini tecnici, l’intelligenza artificiale è un ramo dell’informatica che permette la programmazione e la progettazione di tecnologie in grado di dotare le macchine di determinate caratteristiche considerate proprie dell’uomo. Un sistema intelligente è infatti realizzato cercando di ricreare una o più di queste caratteristiche che, sebbene siano definite umane, in realtà sono il risultato di particolari comportamenti riproducibili meccanicamente.
Sull’impatto dell’introduzione dell’intelligenza artificiale nell’organizzazione della produzione non vi è accordo tra gli esperti, sia riguardo alla conservazione dei livelli occupazionali, sia riguardo alle condizioni alle quali sono costretti ad attenersi i lavoratori nell’espletamento delle proprie mansioni. Per alcuni, il miglioramento dei livelli occupazionali e delle condizioni del lavoratore sarebbero solo promesse, simili a quelle che ogni trasformazione tecno-organizzativa sinora verificatasi ha di solito portato con sé; per altri, invece, la complessa riorganizzazione del mondo della produzione, realizzata con gli investimenti in infrastrutture, scuole, sistemi energetici, enti di ricerca ed altro ancora, oltre che aumentare i livelli produttivi, consentirebbe di migliorare anche le condizioni del lavoratore.
La disparità di questo può essere compresa solo considerando in una prospettiva storica intesa solo giudicando i continui miglioramenti tecnologici verificatisi dopo l’”invenzione” dell’agricoltura stanziale, rilevandone le diverse fasi che si sono succedute nel tempo; ciò rende possibile valutarne l’impatto sul mondo del lavoro in relazione alle condizioni esistenziali prevalenti in ognuna della fasi considerate.
Dalla rivoluzione neolitica sino alla fine del XVIII secolo, il progresso tecnologico ha proceduto molto lentamente, tanto da caratterizzare l’intero intervallo temporale come l’era della “scarsità” e di un’esistenza dell’umanità caratterizzata da condizioni di prevalente povertà. Alla fine del XVIII secolo, sulla scorta delle idee dell’Illuminismo e del progresso scientifico e tecnologico verificatosi con la Rivoluzione Industriale ha avuto inizio il riscatto dell’umanità dalla povertà.
Questa “Rivoluzione” ha avuto cadenze temporali diverse: una prima fase ha interessato i settori produttivi che hanno potuto avvalersi dell’introduzione della macchina a vapore. Una secondo stadio, sviluppatosi intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento, è stato contrassegnato dall’introduzione dell’energia elettrica nei processi produttivi e dall’aumento della rete commerciale internazionale, reso possibile dalla diminuzione del costo del trasporto. Una terza fase, il cui inizio è collocato convenzionalmente nella seconda metà del secolo scorso, ha determinato una stretta connessione dell’informatica coi processi produttivi; con questa connessione viene anche identificato l’insieme dei processi di trasformazione della struttura produttiva, caratterizzati da una forte propensione all’innovazione tecnologica e dal conseguente sviluppo economico dei sistemi sociali, resi sempre più integrati tra loro dal processo di globalizzazione delle economie nazionali.
Infine, un’ulteriore rivoluzione industriale, tutt’ora in corso, è destinata a caratterizzare il futuro delle moderne economie industriali; il sup obiettivo è quello di introdurre il tele-lavoro, le cui caratteristiche sono espresse dal progetto “Industria 4.0”. Con il lento materializzarsi degli esiti di questa nuova rivoluzione industriale, saranno i sistemi produttivi strettamente connessi con i sistemi informatici a determinare le trasformazioni del mondo del lavoro. Queste ultime provocheranno il decentramento dei processi produttivi, che si svolgeranno, non più all’interno dei ristretti confini degli Stati-nazionali, ma all’interno del mercato globale nato dalla integrazione delle economie nazionali.
E’ diffusa l’opinione di molti esperti secondo i quali l’avvento della quarta rivoluzione industriale influenzerà profondamente l’evoluzione delle modalità produttive e lavorative; esso avrà l’effetto di creare molti milioni di nuovi posti di lavoro, ma contemporaneamente anche quello di distruggerne molti di più. Oltre ai benefici, soprattutto in termini di efficienza, la realizzazione del progetto ”Industria 4.0” provocherà un radicale cambiamento delle relazioni tra il mondo della produzione e lo svolgimento delle attività lavorative; ciò perché diventerà possibile organizzare il “lavoro in remoto”, dando luogo ad una generalizzata sostituzione dell’uomo nella gestione della produzione.
Alcuni centri di ricerca prevedono che entro il 2025 circa un quarto dei lavori che oggi si conoscono saranno sostituiti da robot intelligenti. La nuova rivoluzione industriale è sicuramente ancora all’inizio, ma è certo che con l’avvento del tele-lavoro non sarà più possibile, come avveniva nel passato, avvalersi delle tradizionali politiche attive del lavoro per assicurare un ruolo lavorativo a quanti saranno coinvolti nella crescente disoccupazione strutturale irreversibile.
Le società del futuro avranno a loro disposizione minori strumenti con cui opporsi alle conseguenze delle innovazioni tecnologiche, in quanto la rivoluzione digitale sarà caratterizzata da dinamiche diverse da quelle proprie delle precedenti rivoluzioni. Ai tempi della meccanizzazione dei processi produttivi, i mutamenti originavano sconvolgimenti nelle combinazioni produttive solo in settori specifici dell’economia, mentre gli esiti della rivoluzione digitale avranno carattere generale e investiranno indistintamente tutti i settori produttivi. La domanda alla quale occorre allora dare una risposta è: sino a che punto il sistema sociale potrà sopportare la formazione al suo interno di una crescente massa di disoccupati strutturali, senza correre il rischio di collassare?
Il vero problema della condivisione della quarta rivoluzione industriale è la mancata previsione delle procedure da attuare per tutelare chi non potrà più disporre di un reddito attraverso la partecipazione al lavoro. Coloro che condividono con entusiasmo acritico l’attuazione del progetto “Industria 4.0” solitamente non indicano il rimedio a questo problema, limitandosi ad osservare che la riorganizzazione del mondo della produzione comporterà la necessità di una nuova politica sociale. Il silenzio su questa carenza viene meno solo per iniziativa di chi è propenso ad esaltare la digitalizzazione dell’economia senza una razionale valutazione del come risolvere i problemi sociali conseguenti, qualificando le proposte volte a garantire in ogni caso un reddito a chi suo malgrado resta senza lavoro dotate di un “fascino sinistro”; ciò perché, a parere di chi è acriticamente affascinato dalla progetto “Industria 4.0”, queste proposte varrebbero solo a “’spezzare’ il legame tra sforzo e ricompensa”. Conseguenza, questa, considerata negativa ai fini della crescita e del progresso dell’umanità, perché avrebbe l’effetto di impedire alla forza lavoro disoccupata involontariamente (ma senza la possibilità di un reinserimento in un nuovo rapporto di lavoro) di essere valorizzata.
Ma come può essere valorizzata la forza lavoro espulsa involontariamente dalla stabilità occupazionale e destinata solo ad aumentare l’”esercito della disoccupazione strutturale ed irreversibile”? Su questo punto Bentivogli non ha dubbi: occorre accompagnare la nuova rivoluzione industriale con una rivoluzione culturale. E’ questa una condizione che non ha alternative, perché per le società, tra le quali l’Italia, i cui componenti si sono trovati soli di fronte agli esiti negativi della crisi del 2007-2008, non “esistono scorciatoie”; per le società in crisi non esistono, “né le facili ricette della ‘rottamazione’ [...], né la spinta verso il sogno perpetuo [...] di un cambiamento radicale”. A parere del sindacalista Bentivogli, entrambi gli approcci sfocerebbero “nella fragile personalizzazione della politica e nel populismo”.
Che fare allora? Nel breve periodo, occorrerebbe dare “contenuto e forma alla rabbia e alla disperazione delle persone”, assolvendo a quella che da sempre è la tipica funzione dei sindacati; per cui questi ultimi dovrebbero abbandonare il ruolo di presidio degli insostenibili livelli occupazionali. In particolare, i sindacati, secondo Bentivogli, farebbero meglio a “ridurre” il dibattito sugli aspetti tecnologici ed economici della fase attuale di ristrutturazione del mondo della produzione e del lavoro, spostando il focus della discussione circa gli effetti della rivoluzione digitale in atto “su un terreno culturale, etico e di senso”. I sindacati, infine, dovrebbero soprattutto tenere conto che, per “effetto delle rivoluzione digitale, la cultura si deterritorializza”, in quanto la “condivisione di credenze, valori, esperienze, tradizioni, non avviene più all’interno del ghetto della comunità organica chiusa, ma si apre all’influenza e alla contaminazione dello spazio aperto dalla comunicazione globale”.
Per quanto possa sembrare condivisibile, l’approccio di Bentivogli ai problemi attuali delle moderne società industriali, è privo però della messa a punto di una pre-condizione ineludibile, espressa dalla necessità di indicare preventivamente come rendere possibile lo spostamento della discussione circa gli effetti della rivoluzione digitale “su un terreno culturale, etico e di senso”, risolvendo senza pregiudizi il problema della riforma delle modalità di distribuzione del prodotto sociale e prescindendo dal legame, sinora considerato insopprimibile, tra “sforzo e ricompensa”.
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Il risveglio della ragione

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LA RAGIONE CHE HA SBLOCCATO LA CRISI
di Luigi Ferrajoli

C’era bisogno di un governo di esplicita e dichiarata difesa della Costituzione che ristabilisse i fondamenti elementari della nostra democrazia costituzionale e fosse alieno dall’accanimento contro i più deboli e indifesi

C’è una ragione di fondo che impone la formazione di un governo giallo-rosso: la necessità, prima di porre termine alla legislatura, di disintossicare la società italiana dai veleni in essa immessi da oltre un anno di politiche ferocemente disumane contro i migranti. La Lega di Salvini intende «capitalizzare il consenso» ottenuto a tali politiche pretendendo nuove elezioni e chiedendo al popolo «pieni poteri».
L’idea elementare della democrazia sottostante a questa pretesa – poco importa se per analfabetismo istituzionale o per programmatico disprezzo delle regole – è la concezione anticostituzionale dell’assenza di limiti alla volontà popolare incarnata dalla maggioranza e, di fatto, dal suo capo: dunque, l’esatto contrario di quanto voluto dalla Costituzione, cioè la negazione del sistema di vincoli, di controlli e contrappesi da essa istituito a garanzia dei diritti fondamentali delle persone e contro il pericolo di poteri assoluti e selvaggi.
Non dimentichiamo quanto scrisse Hans Kelsen contro questa tentazione del governo degli uomini, e di fatto di un capo, in alternativa al governo delle leggi: «la democrazia», egli scrisse, «è un regime senza capi», essendo l’idea del capo al tempo stesso non rappresentativa della complessità sociale e del pluralismo politico, e anti-costituzionale perché in contrasto con la soggezione alla legge e alla Costituzione di qualunque titolare di pubblici poteri.
Di fronte a queste pretese, il dovere delle forze democratiche – di tutte quelle che si riconoscono non già nell’idea dell’onnipotenza delle maggioranze ma in quella dei limiti e dei vincoli ad esse imposte dalla Costituzione – è quello di dar vita a un governo che ripari i guasti prodotti proprio da chi quelle politiche velenose contro la vita e la dignità delle persone ha praticato e intende riproporre con più forza ove vincesse le elezioni.
Dunque un governo di disintossicazione dall’immoralità di massa generata dalla paura, dal rancore e dall’accanimento – esibito, ostentato – contro i più deboli e indifesi.
Non un governo istituzionale o di transizione, che si presterebbe all’accusa di essere un governo delle poltrone, ma al contrario un governo di esplicita e dichiarata difesa della Costituzione che ristabilisca i fondamenti elementari della nostra democrazia costituzionale: la pari dignità delle persone, senza differenze di etnia o di nazionalità o di religione, il diritto alla vita, il rispetto delle regole del diritto internazionale, prima tra tutte il dovere di salvare le vite umane in mare, il valore dei diritti umani e della solidarietà, il rifiuto della logica del nemico, come sempre identificato con i diversi e i dissenzienti e immancabilmente accompagnato dal fastidio per la libera stampa e per i controlli della magistratura sull’esercizio illegale dei poteri.
Su questa base non ha nessun senso condizionare il governo di svolta a un no a un Conte-bis o alla riduzione del numero dei parlamentari.
L’alternativa possibile è un governo Salvini, preceduta dalla riduzione dei parlamentari ad opera di una rinnovata alleanza giallo-verde, e poi chissà quante altre e ben più gravi riforme in tema di giustizia, di diritti e di assetto costituzionale.
Una probabile maggioranza verde-nera eleggerebbe il proprio capo dello Stato e magari promuoverebbe la riforma della nostra repubblica parlamentare in una repubblica presidenziale. Di fronte a questi pericoli non c’è spazio per calcoli o interessi di partito.
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Luci e ombre di un governo diverso
Giulio Marcon su
sbilanciamoci
5 Settembre 2019 | Sezione: Editoriale, Politica
Con l’insediamento del “Conte-bis” si apre una fase politica che promette di essere diversa rispetto a quella del precedente governo giallo-verde. Ma alla bontà di alcuni punti del programma e di alcuni nuovi ministri fanno da contraltare le ombre e le incognite su decreti sicurezza, spese militari, investimenti pubblici, sistema fiscale e bancario.

Parte un governo nuovo, diverso da quello del passato. Certo, migliore: scompaiono dal radar di governo il virulento Salvini e alcune politiche scellerate come la flat tax e la cosiddetta autonomia differenziata in salsa leghista. Si rompe il connubio liberista-populista. Diventano ministri persone di qualità come Provenzano, Fioramonti, Pisano, Boccia.

Nel programma dei 29 punti ci sono cose nuove, che non possono non essere apprezzate: il Green New Deal, la promessa di una politica economica espansiva e di sostegno al welfare, alla scuola, all’istruzione, il salario minimo, l’impegno sull’Agenda 2030, la web tax, la promessa della legge sull’acqua pubblica e altro ancora.

Ma ci sono anche cose negative: i decreti sicurezza non vengono cancellati (ci si limita a una loro “rivisitazione” e si rimanda a una futura legge sull’immigrazione), le spese militari non vengono tagliate (e nemmeno i cacciabombardieri F35), il richiamo al “cuneo fiscale” è del tutto vago (tutto dipende da come verrà declinato), sugli investimenti pubblici non ci sono impegni concreti, solo due righe insignificanti sul sistema bancario e zero parole sulla tobin tax.

Vedremo come tutto ciò si concretizzerà. Le incognite sulle misure specifiche e la tenuta del governo sono molte. Quello che conta è il merito delle scelte: spazzare via i decreti sicurezza è dirimente, una questione di civiltà e di democrazia. Così come stanziare più soldi per la scuola, per gli ospedali, per i servizi sociali. Ci sono emergenze sociali in questo paese: la povertà non è stata di certo “abolita”, le diseguaglianze continuano a essere profonde, le condizioni dei giovani sono drammatiche. La questione sociale – insieme a quella ambientale – deve tornare al centro delle scelte.

Il paese è in stagnazione, l’economia e l’apparato industriale (e la finanza) galleggiano in una situazione di grandissimo rischio sistemico, anche per il contesto globale. Il paese non ha bisogno – come dice Conte – di “novità”, ma di una vera e propria svolta, come invece più volte in questi anni ha chiesto Sbilanciamoci!: più investimenti pubblici e meno inventivi fiscali alle imprese, più lavoro con diritti e meno precariato, più lotta ai cambiamenti climatici e meno sussidi ambientalmente dannosi (16 miliardi di euro), più soldi per l’accoglienza dei migranti e la cooperazione e meno spese militari.

Aspettiamo il nuovo governo alla prova dei fatti, a partire dalla prossima Nota di aggiornamento del DEF.

Impegnati per salvare la Terra e i viventi

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Road Map per l’emergenza climatica
29.08.2019 – Guido Viale su pressenza
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A un anno dall’inizio dello sciopero solitario di Greta Thunberg possiamo misurare l’enorme risultato che una sola persona, priva di ogni potere, è riuscita a produrre:

Un milione e mezzo di giovani in tutto il mondo si sono svegliati, hanno capito che gli stiamo rubando il futuro, e forse anche la vita, sono scesi in piazza per protestare (e lo rifaranno, più numerosi e forti, tra il 20 e il 27 settembre) e stanno moltiplicando le loro iniziative riempiendo di eventi dirompenti il calendario di molti paesi;

Stampa e Tv, mute fino a pochi mesi fa, hanno cominciato a raccontare quello che sta succedendo al pianeta, compreso spiegare (per es. La Stampa del 29.8) che non c’è più posto per politiche di “crescita”, per quanto virtuose: de profundis per le politiche di tutti i paesi;

Tra la popolazione più informata, trasformata, come tutti, in consumatori, cresce la consapevolezza di dover porre fine a uno stile di vita insostenibile (per chi uno “stile di vita” può permetterselo: poche centinaia di milioni di persone). Innanzitutto molta meno carne, ma sotto tiro ci sono anche viaggi aerei, vacanze esotiche, auto private, condizionatori, abbigliamento, moda, case troppo grandi;

Molte imprese corrono ai ripari verniciandosi di verde: i capibastone dell’industria Usa dichiarano che tra i loro fini non c’è più solo il profitto, anche se non si è mai visto che i profitti diminuiscano se non sotto la pressione di lavoratori sfruttati e consumatori imbrogliati;

I più in ritardo di tutti sono i politici: quelli negazionisti, come Trump e Bolsonaro, non si vantano più delle politiche apertamente distruttive che perseguono. Tutti gli altri, che si riempiono la bocca di ambiente da decenni senza fare niente, sono ancora lì a misurare i decimi di punto di PIL che qualsiasi misura ambientale potrebbe sottrargli. La nuova Presidente delle Commissione europea Ursula Von der Leyden annuncia un fondo per fare fronte ai cambiamenti climatici; ma a chi andranno quei soldi? Se tutti i fondi stanziati per la crisi economica sono finiti in bocca alle banche, quelli per il clima, se mai saranno stanziati, rischiano la stessa fine. Per questo è ormai urgente mettere in chiaro alcuni punti:

Non ci si può limitare alla protesta e alla denuncia. Occorre pensare anche alle cose da fare, muovendosi su due piani: pressione sulle istituzioni e sui media, con rivendicazioni da mettere a punto un po’ per volta; e mobilitazione dal basso per cambiare insieme il nostro stile di vita, facendo cose che si possono fare anche in pochi senza chiedere permesso. Valgono le ingiunzioni promosse da Extinction Rebellion: “dite la verità, agite subito, convocate il pubblico”, ma nell’ordine inverso: senza momenti collettivi non si infrange il muro di omertà che ha nascosto le cose finora, né si può intraprendere iniziative che coinvolgano chi non si è ancora mobilitato. Gli interlocutori principali sono due: i lavoratori di fabbriche e aziende, da contattare sia direttamente che con la mediazione dei sindacati, e i “territori”, o “comunità”, facendo leva sul tessuto associativo: comitati di lotta, società sportive, parrocchie, centri sociali. Le scuole, dove sono nati gli scioperi del venerdì, possono diventare sedi e riferimenti per ogni quartiere.

I temi più immediati da affrontare sono quattro:

Decarbonizzazione, cioè elettrificazione con fonti rinnovabili. Non tutti dispongono di un tetto da solarizzare (e ci sono anche i senzatetto), ma in tutti i quartieri gli interventi possibili per produrre energia rinnovabile e risparmio energetico sono centinaia: possono venir individuati e progettati, esigendo dalle amministrazioni locali la formazione e la messa a disposizione di squadre interdisciplinari di tecnici (un lavoro interessante per migliaia e migliaia di giovani laureati e diplomati). La ristrutturazione degli edifici offrirà per anni milioni di posti di lavoro a nativi e migranti a tutti i livelli di qualificazione.

Mobilità: si tratta – bisogna avere il coraggio di dirlo – di abbandonare per sempre e in pochi anni l’auto privata, sia tradizionale che elettrica, per sostituirla con trasporti pubblici più efficienti, più comodi, più economici, sia di linea (treni, tram e bus) che personalizzati (taxi singoli e collettivi, car sharing, trasporto a domanda per passeggeri e merci). Una transizione che non può essere affidata solo alle autorità: va organizzata dal basso con la creazione di mobility manager di quartiere e di caseggiato (e non solo quelli, del tutto inefficienti, che esistono già a livello di azienda) individuando e rivendicando le risorse necessarie: affidare al mercato una demotorizzazione discriminatoria, come ha cercato di far Macron con le tasse sul diesel, è il modo migliore per far fallire tutto. E si è visto.

Agricoltura e alimentazione: non basta ridurre la carne; ci vuole un’agricoltura ecologica, di prossimità, gestita da piccole aziende, che consenta il “ritorno alla terra” a decine di migliaia di giovani acculturati che non aspirano ad altro e ad altrettanti migranti già occupati, ma da mettere in regola. La transizione può essere facilitata dai gruppi di consumo solidale (gas) con un rapporto diretto tra chi produce o trasforma il cibo e chi lo consuma;

Territorio: per metterlo in sicurezza bisogna demolire gli edifici insicuri, ma soprattutto piantumare. Nel mondo c’è ancora posto per mille miliardi di nuovi alberi: quanto basta per riassorbire una parte significativa del CO2 emesso negli ultimi due secoli…
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Road Map per l’emergenza climatica
(Foto di https://www.facebook.com/gretathunbergsweden)

Europa, Europa

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L’Europa del futuro secondo Giuliano Amato

di Gianfranco Sabattini

La “Treccani” ha pubblicato in un libro snello il testo della voce “Europeismo”, di Altiero Spinelli scritto per l’”Enciclopedia del Novecento”, opera dedicata dalla celebre Casa Editrice al pensiero del secolo discorso. Il testo è seguito da un saggio di Giuliano Amato, che dell’Istituto di gestione della Casa Editrice è stato Presidente; questo saggio è una “robusta” chiosa ai “temi” e ai “fili rossi” che hanno caratterizzato, secondo Spinelli, le diverse fasi in cui si è articolata l’evoluzione dell’europeismo: “i precedenti storici, con la centralità nel primo Novecento degli Stati sovrani e del nazionalismo; gli europeisti e l’europeismo, con i due percorsi del federalismo e del funzionalismo; quindi, i protagonisti che hanno occupato la scena durante e dopo la seconda guerra mondiale, prima i leader, poi le grandi potenze e i singoli Paesi europei, ultime le orze politiche; e infine ciò che ne è uscito e ciò che dovrà ancora uscire sul terreno dell’integrazione europea”.
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I “temi” sono esposti tenendo conto dei diversi “fili rossi” (simboleggianti i valori che in momenti diversi hanno ostacolato gli ideali dell’europeismo), con riferimento ai quali Spinelli narra degli attori e delle vicende cui essi hanno dato vita. A parere di Amato, di tali “fili”, tre sembrano “sovrastare” tutti gli altri: la forza che l’idea di Stato-nazione ha di continuo esercitato sulla costruzione dell’Europa unita, il federalismo, pensato “come antidoto per neutralizzarne gli eccessi devastanti”, e infine il funzionalismo, che è risultato “l’alternativa preferita dagli Stati al federalismo”.
Lo Stato-nazione – afferma Amato – è stato per Spinelli “la matrice delle immani tragedie del secolo”; lo è stato non “in ragion della statualità, ma del pernicioso nutrimento che questa ha avuto, da un lato dal nazionalismo aggressivo e dall’altro dalla concezione della sovranità come fonte di poteri assoluti, esclusivi, sempre legittimati a farsi valere anche con le armi”. Il federalismo era inteso dall’estensore del famoso Manifesto di Ventotene (“Per un’Europa libera e unita”), non come strumento per smantellare gli Stati-nazione, ma “come messa in comune delle sole, grandi politiche trasversali: politica militare, politica estera, politica economica e monetaria”. Sarà questo uno degli obiettivi il cui perseguimento solleverà le maggiori resistenze da parte dei singoli Stati; resistenze delle quali lo stesso Spinelli era consapevole, al punto da indurlo – secondo Amato – a desistere dall’impostare “i concreti svolgimenti dell’integrazione europea” sulla realizzazione di un impianto federalista, optando per un metodo di azione politica, quello del funzionalismo, che pur non corrispondendo al suo disegno, consentisse di “influire sulla direzione e sui risultati degli indirizzi maggiormente sostenuti”.
Il funzionalismo – ricorda Amato – era stato già sperimentato dagli Stati che con esso, soprattutto durante lo svolgersi del secondo conflitto mondiale, avevano messo insieme diverse funzioni, affidandone l’esercizio ad “una gestione tecnica unica”. Questo genere di funzionalismo non metteva in discussione la sovranità degli Stati, ma offriva un metodo più facile da seguire sulla via dell’integrazione europea. Così è stato con la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, poi con l’Euratom e con la Comunità Europea; e via via che il funzionalismo avesse consentito un approfondimento della solidarietà tra gli Stati aderenti al disegno europeo, sarebbe stato possibile realizzare ulteriori avanzamenti nel processo dell’integrazione.
Tuttavia Spinelli, per quanto accettasse il metodo del funzionalismo, era consapevole – sostiene Amato – che ad esso non ci si dovesse affidare, “poiché senza la politica si sarebbe esaurito nella gestione del presente”; ma, ob torto collo, lo ha accettato, accomunandolo “al federalismo nella condivisa ripulsa dell’intergovernativismo”, in cui Spinelli vedeva “il contrario dell’integrazione”. Un’integrazione che, invece, il funzionalismo, anche se non condiviso, contribuiva a creare, perché fungeva da “trampolino” per il lancio di iniziative politiche inserite nella prospettiva della realizzazione del federalismo.
L’intreccio dei tre “fili rossi” descritti (Stato-nazione, federalismo e funzionalismo) ha caratterizzato e condizionato, durante i primi decenni postbellici, la formazione e la vita della Comunità Europea, che secondo Spinelli non era una comunità “reale e istituzionalizzata”, ma solo un’unione di Stati impegnati ad assolvere funzioni comuni; ciononostante, il processo di integrazione ha potuto avviarsi, grazie al funzionalismo, contando su “una larga anche se passiva simpatia popolare” e sull’azione di forze politiche che, da un lato, sono sempre state condizionate dall’”avversario permeante”, costituito dalla non rimossa abitudine di pensare entro le categorie dello Stato-nazione, e dall’altro lato, non hanno mai potuto muoversi tra “istituzioni consolidate”, in quanto non ancora scoperte.
E’ stata, questa, una situazione che, negli anni Settanta, ha spinto Spinelli a sostenere la necessità di passare dall’unione doganale all’unione economica e monetaria, al fine di arrivare alla tanto agognata “voce unica” per la soluzione dei problemi economici e monetari di tutti i Paesi facenti parte della Comunità. Questo passo in avanti sulla via dell’integrazione è parso possibile a Spinelli, che negli ultimi anni della sua vita, alla fine degli anni Ottanta – ricorda Amato – è giunto ad affermare che “senza ‘visionari’ come lui gli ‘statisti’ non avrebbero saputo dove andare, ma gli stessi visionari, senza il realismo degli statisti, non sarebbero andati da nessuna parte”. Nel commentare questa riflessione finale di Spinelli alla vigilia della trasformazione della Comunità in Unione Europea e nel prevedere la probabile forma futura dell’integrazione, Amato si limita ad illustrare solo ciò che è andato storto, mancando di rilevare gli errori del realismo degli statisti che, se per un verso, hanno saputo portare i “visionari” da qualche parte, per un altro verso, li hanno spinti, non sempre inintenzionalmente, verso una strada cosparsa di trabocchetti che sarebbero valsi sicuramente a deludere Spinelli, se fosse sopravvissuto.
All’inizio degli anni Settanta, c’è stata la prima elezione del Parlamento europeo, giudicato da Spinelli – secondo Amato – decisivo per l’avvento dell’Europa federale, ma che si è risolto “in quella che era e rimane un’unione di Stati”. Tuttavia, l’elezione del primo Parlamento europeo è stata un primo passo verso una maggiore integrazione; tutto sembrava muovere nella direzione giusta, al punto che l’elezione del Parlamento è stata seguita negli anni successivi da una serie di trattati che hanno trasformato la Comunità Europea in Unione Europea; essi hanno disciplinato, con la firma dell’Atto Unico Europeo, il completamento del mercato interno e, con quella del Trattato di Maastricht, l’introduzione dei famosi parametri che hanno fissato i requisiti economici e finanziari cui gli Stati dell’Unione avrebbero dovuto attenersi per consentire l’attuazione di una stabile politica monetaria comune e la costituzione di un’area valutaria per l’introduzione di una moneta unica governata da una Banca Centrale Europea. Sul piano istituzionale – continua Amato – si è trattato di manifestazioni di maggiore integrazione, che tuttavia esprimevano anche qualcosa di più, ovvero il rafforzamento di quella identità comune che, all’inizio del processo era molto più debole delle identità nazionali.
Eppure – secondo Amatao – è stato proprio il Trattato di Maastricht “ad aprire gli spazi più larghi a quell’Europa non comunitaria, ma intergovernativa, nei cui moduli operativi gli Stati avrebbero giustapposto i rispettivi interessi nazionali”; è ciò che accaduto affidando il governo della moneta a una politica monetaria unificata nella Banca Centrale Europea, ma confidando nel coordinamento delle politiche nazionali, rimaste di competenza dei singoli Stati membri. Le vicende connesse all’introduzione dell’euro e alla costituzione dell’eurozona saranno poi le cause delle corrosione di quello “strato di identità comune che lo stesso euro aveva contribuito a creare”.
Tutti gli effetti negativi connessi a tali vicende, congiuntamente ai disagi creati dal dilagare del fenomeno incontrollato dell’immigrazione, sono stati, a loro volta, la causa del sopraggiungere della crisi economico-finanziaria culminata nella Grande Depressione del 2007-2008 e del prevalere della difesa degli interessi nazionali manifestatasi nella “forma di autodifesa e di chiusura verso l’esterno”; crisi strumentalizzata da movimenti politici che ne hanno fatto motivo di attacco alla stessa Europa, considerata colpevole di non aver saputo offrire adeguate difese degli interessi dei singoli Stato membri.
Quale la causa della crescente disaffezione dall’Europa originata dai movimenti politici che hanno “cavalcato” il malcontento? Strana e poco convincente la risposta di Amato; egli, infatti, sostiene che solo nei primi decenni della costruzione dell’Europa unita sono prevalse considerazioni connesse alla profonda motivazione suscitata dagli orrori della guerra e dai crescenti benefici assicurati dalla creazione del mercato interno; successivamente, però, attenuandosi la memoria degli effetti disastrosi della guerra e dei benefici riscossi, i crescenti sintomi del sopraggiungere della Grande Depressione hanno divaricato gli interessi dei singoli Stati rispetto al disegno dell’integrazione economico-politica dell’Europa.
In queste condizioni – afferma Amato – i vantaggi “dell’essere europei hanno perso nitore e quello che era stato vissuto come un valore aggiunto [il processo di integrazione] è sembrato a molti un valore sottratto [...], ove non si fosse tornati a far leva sulla differenze nazionali”. Senza più la forza del messaggio messianico iniziale e senza il ricorso dei vantaggi derivanti dallo stare insieme, “l’azione politica europea ha perso vigore e è sempre più arretrata davanti ai nazionalismi, sino al punto che questi hanno dettato l’agenda alle stesse forze politiche fedeli all’europeismo”.
Cosa si può fare per contrastare i nazionalismi? A parere di Amato occorre prioritariamente ripristinare la fiducia degli Stati nei confronti dell’Europa, combattendo i nazionalismi, migliorando la governance dell’eurozona, rendendo più flessibile l’uso delle istituzioni europee per lasciare maggior spazio alle diversità nazionali, aumentando l’autorità dell’Europa, attenuando l’intergovernativismo e individuando un insieme di settori e di materie nei quali “sia possibile dotarsi di più Europa”. Solo in questo modo sarebbe possibile, per Amato, ristabilire un positivo rapporto di fiducia fra tutti i cittadini e le istituzioni europee, nella certezza che, sebbene il clima non sia più quello dei primi decenni, non per questo esso è diventato “così desolante come può sembrare attualmente”.
Per una reale ripresa del processo di integrazione – continua l’ex Presidente dell’Istituto Treccani – occorre essere consapevoli che ad alimentare il processo degenerativo dell’europeismo hanno molto contribuito le crisi che si sono succedute negli ultimi decenni e che hanno portato ad “irrigidirsi le identità e le difese nazionali”; non si tratta – secondo Amato – di atteggiamenti anti-europei, ma piuttosto di “una predisposizione a-europea”. Stando così le cose, diventa allora necessario tener conto dei mutamenti che sono avvenuti nella cultura europeista durante il succedersi delle generazioni post-belliche; poiché tali cambiamenti ci sono stati (non foss’altro che per l’affievolimento della forza che ha connotato l’ideale dell’Europa unita subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale), è inevitabile che si accetti la conseguenza che essi (i cambiamenti) portino con sé “un nuovo vento a favore dell’Europa, anche se, certo, non possiamo sapere cosa ne uscirà”, ovvero se sarà un “Europa Federale”, quale quella che era nei sogni di Spinelli, oppure un’”Europa Diversificata” nei suoi livelli di integrazione.
In conclusione, accedendo all’idea che siano cambiati nelle nuove generazioni i canoni della cultura europeista, Amato conclude affermando che i futuri modelli di Europa possono essere solo due: quello di un’”Europa a due velocità” e quello di un’”Europa ‘Multicluster’”: il primo modello si rifarebbe ad un’Europa suddivisa in gruppi di Stati propensi ad adottare politiche comuni differenziate; l’altro a un modello di un’Europa caratterizzata dalla condivisione differenziata delle politiche comuni per ciascun gruppo (cluster) di Paesi. A parere dello stesso Amato è difficile, perdurando lo stallo attuale, prevedere quale sarà il modello finale di Europa; due fatti è però possibile prevedere: il primo è che, anche nel perdurare delle critiche anti-europee, l’Unione sarà in grado di “sopravvivere in attesa di tempi migliori”; il secondo è che, dopo la difficile esperienza della Brexit, il pericolo di una fuoriuscita dall’euro è destinato a rientrare. Si tratta di due previsioni che spingono Amato a nutrire l’ottimistica fiducia nella circostanza che l’Unione Europea non sia “avviata a perdere pezzi”, in quanto sembra piuttosto probabile che “ne acquisti”.
Sbrigativa conclusione questa di Amato; egli continua a nutrire fiducia nell’efficacia delle tradizionali iniziative consistenti nel trovare nuove ragioni per la conservazione dell’inossidabile intergovernativismo come fonte di “più Europa”; per quanto rinvenga nel miglioramento della governance dell’euro una delle condizioni per promuovere il rilancio del processo di integrazione dei Paesi europei, stranamente egli sorvola sul fatto che sono proprio le regole convenute per il governo della moneta unica la causa prima di tutti i mali del processo d’integrazione; perciò, sin tanto che non saranno cambiate tali regole, nessun modello alternativo d’Europa potrà evitare lo stato di crisi perenne dell’originario progetto europeo.
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Per la salvezza della Terra e dei viventi

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Un’estate di drammi, un autunno di speranze

In questo agosto si è parlato molto di crisi climatiche, ma con poche riflessioni sulle soluzioni, che investono molteplici aspetti dello sviluppo sostenibile. Da settembre il mondo dovrebbe cambiare passo. Ci riuscirà? 29/8/2019

di Donato Speroni su ASviS
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E la chiamano estate. Altro che ferie rilassanti, se si hanno a cuore le sorti del mondo che ci circonda, cioè il nostro immediato futuro. Oltre alle vicende italiane (che certo non hanno contribuito alla nostra serenità sotto l’ombrellone) abbiamo assistito a molteplici allarmi sulla situazione ambientale e sociale, ciascuno con effetti a breve e a medio termine. Se si sciolgono i ghiacci in Groenlandia il livello del mare rischia di salire pericolosamente. Se brucia la Siberia, le emissioni di anidride carbonica si impennano per lo scioglimento del permafrost, lo strato di terreno che sgelandosi rilascia grandi quantità di CO2. Se la Cina blocca le importazioni di soia dagli Stati Uniti per ritorsione sui dazi di Trump, il Sudamerica cerca di inserirsi nel formidabile mercato della soia per i 375 milioni di maiali cinesi. In questo modo vanno in fumo le foreste amazzoniche perché i governi sono ben felici di chiudere un occhio su chi incendia e disbosca per ricavare terre per l’agricoltura e la zootecnia. E usiamo il plurale, “i governi”, perché oltre a Jair Bolsonaro del Brasile anche Evo Morales della Bolivia ha le sue responsabilità, pur avendo posizioni politiche opposte.

Insomma, non si può più dire che i media non si occupino di sostenibilità. Mai come in questa estate i temi relativi al clima hanno tenuto banco su giornali, televisioni e social, ma l’allarmismo non basta. È possibile ricavare da queste vicende qualche segnale positivo su cui costruire? Le foreste che bruciano e i ghiacciai che si sciolgono, per non parlare di tanti fenomeni meteorologici estremi e della crescente spinta alle migrazioni e all’inurbamento per l’inaridimento delle terre, mandano messaggi che non possono essere più ignorati e che non si risolvono cambiando i governi, ma con un modo nuovo di fare politica. Vediamone alcuni.

Il clima è un problema da affrontare con la cooperazione a livello mondiale. La catastrofe climatica non può essere mitigata senza un sistema di intensa cooperazione internazionale. Il G7 di Biarritz è stato meno generico del solito, almeno sul piano ambientale, perché l’urgenza degli incendi amazzonici ha imposto di affrontare il dilemma tra sovranità nazionale e governance mondiale, un dilemma che, come ha ricordato Gianfranco Bologna nell’intervista su questa pagina, non si risolve con gli eserciti e neanche solo con i ricatti economici, ma con un grande sforzo di concertazione internazionale basato sulla scienza. Dall’altra parte del mondo, a Funafuti nelle Tuvalu, il 15 agosto si era vista una scena analoga: i capi dei governi delle piccole isole del Pacifico hanno messo sotto torchio il primo ministro australiano Scott Morrison perché non voleva dire parole chiare contro le centrali a carbone che l’Australia non intende smantellare. Morrison ha dovuto capitolare (o almeno fingere), nonostante la dipendenza di molti Stati del Pacifico dagli aiuti di Canberra. L’Australia ha molto a cuore i rapporti con queste isole, soprattutto in funzione anticinese; ma per i leader della Polinesia la minaccia del mare è più importante di qualsiasi altro problema. Ben diversa la posizione della prima ministra della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, che con le dovute accortezze diplomatiche a Funafuti ha preso una posizione molto più allineata con quella degli Stati insulari. Ardern ha anche promesso la cittadinanza neozelandese agli abitanti delle isole che verranno sommerse dall’aumento del mare. Una scelta politica lungimirante, che dovrebbe far discutere anche in questo emisfero di fronte al dramma dei migranti climatici.

Bisogna aiutare la gente a distinguere il vero dal falso. Di fronte alle notizie sui cambiamenti climatici l’opinione pubblica è più che mai confusa. Sull’evidenza scientifica spesso i media per ragioni di “teatrino” danno pari dignità alla diagnosi condivisa da migliaia di scienziati in tutto il mondo e ai pochi negazionisti ancora rimasti, che peraltro discutono semmai sul ruolo dell’uomo nel riscaldamento, ma non possono negare che il riscaldamento sia in atto. È necessario fare una grande campagna di informazione e sensibilizzazione su tutti i comportamenti che rendono lo sviluppo insostenibile. Non aiutano le leggerezze, come l’uso di foto di molti anni fa, fatte circolare in tutto il mondo per documentare gli incendi di oggi in Amazzonia, facilmente smascherate da Bolsonaro. Per fortuna l’astronauta italiano Luca Parmitano ha inviato prove inoppugnabili degli incendi dalla stazione spaziale.

L’impegno per lo sviluppo sostenibile riguarda tutti. Nei dibatti sull’Agenda 2030 al recente meeting di Rimini, questi messaggi sono scaturiti forti e chiari, grazie agli interventi del portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini, di numerosi altri esperti, ma anche a seguito delle sollecitazioni del pubblico. Bisogna cambiare a tutti i livelli: nei comportamenti individuali, nelle politiche nazionali ed europee, nelle politiche internazionali.

Cambiare adesso! Per raggiungere gli Obiettivi dell’Agenda 2030 abbiamo a disposizione poco più di un decennio e non stiamo facendo abbastanza. Tuttavia l’accelerazione potrebbe cominciare già dalla prossima settimana. Settembre infatti sarà un mese di mobilitazione globale per cambiare passo sullo sviluppo sostenibile. A cominciare dai giornalisti, che verranno sollecitati dalla Columbia Journalism Review ad affrontare i temi della catastrofe climatica con linguaggio e attenzione adeguata, “per non commettere l’errore di sottovalutazione che la stampa ha commesso con Hitler”, dice il decano dei giornalisti americani Bill Moyers.

Nella seconda metà del mese si avranno grandi eventi di portata internazionale: lunedì 23 il World climate summit, voluto dal segretario generale dell’Onu António Guterres per fare il punto sulle iniziative in corso in materia di clima: da parte degli Stati, ma anche delle imprese, della finanza e della società civile. Il giorno dopo all’assemblea generale dell’Onu si aprirà il dibattito sull’Agenda 2030. Per la prima volta dopo l’approvazione nel settembre 2015, i 193 Paesi firmatari ridiscuteranno gli impegni, i progressi e i ritardi, ma quello che si dibatterà al Palazzo di vetro non rimarrà chiuso nelle stanze della diplomazia, perché in contemporanea è stata lanciata una settimana di mobilitazione in tutto il mondo del movimento Fridays for future. Anche la presenza di Greta Thunberg, arrivata mercoledì 28 a New York dopo la sua faticosa traversata “no carbon” sulla barca di regata Malizia II, contribuirà a rafforzare il rapporto tra i movimenti di massa che operano dal basso e le scelte dei governi.

Successivamente, le scelte che potrebbero cambiare il panorama in materia di clima dovrebbero essere adottate in dicembre alla Cop 25 di Santiago, che potrebbe rendere operative le indicazioni dell’Onu per il prossimo decennio. Anche lì Greta arriverà da New York viaggiando con mezzi “low carbon”: sarà interessante vedere come.

A quell’incontro l’Europa parteciperà con volti nuovi, i rappresentanti della Commissione che affiancheranno Ursula von der Leyen. È improbabile che arrivino a Santiago in barca a vela, ma l’importante è che portino una nuova determinazione a fare davvero dell’Unione europea “la campionessa dello sviluppo sostenibile”, come l’ASviS propugna da quando è nata.

Insomma, mesi di grande mobilitazione. E in Italia? Ci sembra corretto rinviare qualsiasi discorso sulla crisi di governo: l’Alleanza non può pronunciarsi finché intenzioni e programmi non saranno definitivamente enunciati dall’esecutivo che dovrà reggere il Paese. Tuttavia l’ASviS ha davanti due impegni importanti, in aggiunta alle diverse attività di questo periodo in materia di educazione allo sviluppo sostenibile, con le summer school di Milano e Siena, a cura dell’Alleanza.

A fine settembre, l’ASviS lancerà la prima edizione dei “Saturdays for future” per orientare gli acquisti delle famiglie (i maggiori acquisti si fanno di sabato) verso consumi ecosostenibili.

Venerdì 4 ottobre l’Alleanza presenterà alla Camera dei deputati il suo quarto Rapporto annuale sull’Italia e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Non sappiamo chi sarà l’interlocutore a livello di governo, ma il lavoro di preparazione del Rapporto, con proposte generali e specifiche sui 17 SDGs, è in pieno svolgimento.

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E INOLTRE…

a cura di Ivan Manzo

Le best practice sul Goal 11 – Tratte dall’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile:

- Sensibilizzazione e coinvolgimento dei giovani delle scuole attraverso la mobilitazione degli amministratori locali
di Carla Rey, Aiccre
- Accesso universale all’acqua e ai servizi igienici di base
di Rosario Lembo, Comitato italiano contratto mondiale sull’acqua (Cicma)
- LandscapeBim
di Donatella Diolaiti, Università di Ferrara
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- La foto in testa all’articolo è tratta dal sito Fridays for future di Cagliari.

Ritorno al fascismo?

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Il “male oscuro” della democrazia

di Gianfranco Sabattini

L’avvento al governo (ora dimissionario) di una coalizione inclusiva di forze che si ispirano a valori propri delle ideologie di destra è valso in Italia a diffondere il convincimento che fosse in atto un “ritorno del fascismo”. Secondo Emilio Gentile, autorevole storico studioso del fascismo, autore di “Chi è fascista”, il convincimento è privo di senso sul piano politico-culturale e su quello storico.
Sul piano politico-culturale, egli afferma, se oggi in Italia fossimo convinti di trovarci “di fronte al ritorno del fascismo, [dovremmo] allora riconoscere che l’antifascismo non ha veramente debellato il fascismo nel 1945. Se così fosse, la celebrazione della festa della Liberazione sarebbe la celebrazione di un falso storico, o comunque sarebbe un abuso celebrativo, perché l’antifascismo avrebbe vinto solo una battaglia contro il fascismo e non la guerra”.
Sul piano storico, il convincimento che in Italia sia in atto un ritorno del fascismo è ancor più privo di senso; ciò perché l’azione delle forze oggi al governo in Italia non è sorretta dalle “dimensioni” esprimenti gli aspetti originali e specifici del fenomeno rappresentato dal fascismo, sia dal punto di vista organizzativo, che da quelli culturale ed istituzionale.
Dal punto di vista organizzativo, quando le forze che si ispirano all’ideologia fascista accedono al governo per vie parlamentari e legali (come, ad esempio, è avvenuto in Italia e in altri Paesi) e non attraverso colpi di stato o rivoluzioni, esse si ritengono investite “di una missione di rigenerazione nazionale”. Quelle forze, perciò, si considerano in perenne stato di guerra contro gli avversari politici e, usando il terrore e il compromesso con i gruppi parlamentari più arrendevoli, creano “un nuovo regime, distruggendo la democrazia parlamentare”.
Dal punto di vista culturale, le forze fasciste sono portatrici di una cultura fondata “sul pensiero mitico, sul senso tragico e attivistico della vita, concepita come manifestazione della volontà di potenza”; antidemocratica, anti-individualista, tendenzialmente, anticapitalista e populista, la cultura fascista è espressa “attraverso i miti, i riti e i simboli di una religione laica”, recitata per l’attivazione ed il supporto di un “processo di acculturazione, di socializzazione e d’integrazione fideistica della masse per la creazione di un ‘uomo nuovo’”. Dal punto di vista istituzionale, infine, le forze fasciste, una volta consolidato il loro potere, si avvalgono di un apparato di polizia per reprimere il dissenso e l’opposizione, realizzano una “simbiosi fra regime e Stato” e, organizzando l’economia su basi corporative, sopprimono la libertà sindacale, ampliando l’intervento pubblico e imponendo la collaborazione del lavoro col capitale, per il conseguimento dei fini di potenza della nazione, attraverso una politica estera imperialistica, “in vista della creazione di una nuova civiltà”.
Sulla base delle “dimensioni” che Gentile ha individuato come i parametri esprimenti gli aspetti originali e specifici del fascismo, tutto si può dire, tranne che l’azione di governo posta in essere a seguito dall’”alleanza contrattuale” stretta tra la Lega Nord e il Movimento 5 Stelle sia stata sorretta e connotata da quei parametri; per quanto lo stile politico comportamentale dei leader dei due movimenti (in particolare di quelli della Lega) sia stato tale da indurre a pensare che fosse in atto un ritorno del fascismo, un simile giudizio è stato quanto meno fuori luogo. Ciò non significa, tuttavia, che nei Paesi occidentali più industrializzati la democrazia sia esposta alle insidie di una nuova ideologia che, combinando populismo e nazionalismo, esprime la base valoriale di forze politiche illiberali e propense ad utilizzare la loro legittimazione elettorale per mettere in discussione lo Stato di diritto al fine di instaurare nuove forme di governo antidemocratico.
Le cause e le modalità di svolgimento di questo processo di indebolimento della democrazia liberale è oggetto dell’analisi che Steven Levitsky e Daniel Ziblatt (due docenti di Scienza politica presso la Harvard Kennedy School of Government) compiono nel libro “Come muoiono le democrazie”; il lavoro dei due docenti americani è preceduto da un saggio di Sergio Fabbrini (professore di Scienze politiche e relazioni internazionali presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli di Roma) che illustra come sia stata possibile, all’interno dei Paesi industrializzati dell’Occidente di più antica democrazia, la formazione di forze politiche che, combinando populismo e nazionalismo, esprimono ora un’”insidia legale” per il regime democratico.
Da sempre, secondo Fabbrini, il populismo ha rappresentato una ”alternativa al liberalismo”, concorrendo a creare i presupposti per l’avvento dei totalitarismi tra le due guerre mondiali. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, i principi dello Stato di diritto e della legittimazione elettorale del potere di governo avevano consentito l’assestamento di un ordine liberale delle relazioni interne dei Paesi occidentali e delle relazioni internazionali; ma “da diversi anni questo ordine è stato messo radicalmente in discussione”: il pluralismo delle istituzioni interne e di quelle internazionali è stato sottoposto “ad una critica feroce da parte di leader e gruppi politici che rivendicano di parlare a nome di popoli nazionali che (si ritiene) siano stati imprigionati da quelle istituzioni”.
Così, i leader populisti mobilitano il popolo contro i tradizionali establishment (politici, economici e culturali) accusati di aver gestito la democrazia liberale, divenendo corrotti e autoreferenziali. In tale processo, i leader populisti hanno ricuperato il concetto di nazione (caro a tutte le forme di fascismo), intendendolo come “il luogo naturale di esistenza del popolo, rilanciando così il nazionalismo come una sorta di nuova ideologia politica”, rifiutando il multilateralismo internazionale “basato sul mutuo riconoscimento di interessi nazionali diversi, con la relativa disponibilità ad accettare compromessi tra loro”.
Le ragioni sulle origini del riproporsi del populismo nelle forme attuali sono oggetto di un dibattito ancora aperto. Secondo gli economisti, il populismo è la conseguenza degli esiti negativi del modo non regolato col quale si è realizzata l’integrazione internazionale delle economie nazionali; la crisi finanziaria occorsa dopo il 2007-2008 ha approfondito le disuguaglianze sociali all’interno dei Paesi occidentali ed ha alimentato la protesta sociale; il populismo sarebbe quindi la reazione all’impatto negativo della globalizzazione sugli strati più deboli della popolazione, per cui i nuovi movimenti hanno potuto proporsi come strumenti politici per arrestare il declino della loro condizione economica e sociale, mediante l’attuazione di politiche isolazioniste e redistributive.
Per molti cultori di scienze politiche, il populismo riflette una crisi di identità dei gruppi sociali “danneggiati” dalla globlizzazione; le disuguaglianze distributive sul piano economico hanno accentuato il grado di marginalizzazione sociale che, congiuntamente ai disagi dovuti ai crescenti flussi di immigrati, è stata la causa dell’”esplosione” dei movimenti populisti. Per i sociologi, infine, il populismo è la conseguenza della rivoluzione epocale provocata dalla ricerca tecnologica nel campo della comunicazione politica, che ha consentito di superare i tradizionali canali di informazione tra i cittadini e la dirigenza politica, con l’accentuazione del processo di disintermediazione tra gli stessi cittadini e le rappresentanze politiche.
A parere di Fabbrini, è stata forse una combinazione di ragioni di natura, sia economica che identitaria e tecnologica, a fare del populismo un soggetto dotato di una forza politica competitiva e del potere elettorale necessario a scardinare “i tradizionali sistemi politici ed economici che si erano consolidati nel lungo secondo dopoguerra” e ad esprimere “una sfida esistenziale, piuttosto che politica, alla democrazia liberale”. I leader populisti, infatti, non vogliono sostituire i partiti tradizionali o una coalizione di governo da essi espressa, ma tendono “a mettere in discussione un sistema rappresentativo che ha funzionati [...] a sostegno degli interessi esclusivi e privilegiati delle élite dominanti (di destra e di sinistra)”.
Con questa pretesa, i populisti hanno rivolto in particolare la loro critica “velenosa” contro i cosiddetti “corpi intermedi”, in quanto detentori di posizioni di potere non elettive, e quindi non legittimate dal popolo, ignorando che questi corpi intermedi (strutture associative di ogni genere: culturali, politiche, imprenditoriali, sindacali, ecc.) sono il “sale” della democrazia liberale, in considerazione del fatto che la loro funzione è sempre stata quella di “bilanciare la spinta proveniente dalle maggioranze elettorali, così da impedire [...] la loro trasformazione in tirannie democratiche”. Per i populisti, perciò – afferma Fabbrini – il popolo “non deve avere limiti, perché limiti non deve avere il regime che vuole creare, la ‘popolocrazia’”.
Con la presenza di forti movimenti populisti nei sistemi politici democratici è divenuta alta la possibilità che i loro leader diventino autoritari, influenzando di sé il funzionamento delle istituzioni democratiche. A questo proposito, Levitsky e Ziblatt introducono quattro indicatori, per valutare se i leader populisti, una volta giunti al potere, possano con la loro azione esprimere un’autentica minaccia legale per la democrazia: il primo indicatore riguarda l’osservanza delle regole democratiche; il secondo, il rispetti degli avversari politici; il terzo, la propensione a praticare o tollerare la violenza politica nei confronti del dissenso; il quarto, la disponibilità a riconoscere e tutelare la libertà d’informazione.
Sulla base dei quattro indicatori possono essere registrati gradi diversi di predisposizione autoritaria dei leader populisti, a seconda del numero di indicatori che ne confermano l’orientamento. Fabbrini ritiene tuttavia che la predisposizione autoritaria non vada commisurata solo rispetto all’obiettivo di rovesciare la democrazia, ma debba essere valutata anche in funzione della propensione dei leader populisti ad “indebolire la democrazia senza necessariamente trasformarla in un sistema autoritario”. Su questo punto il libro di Levitsky e Ziblatt offre indicazioni pregnanti sul come le democrazie possono perire per lente trasformazioni interne, pur in assenza di colpi di stato o di altri fatti eccezionali; ciò accade, secondo i due autori americani, quando i principali leader populisti con responsabilità di governo non sono disposti a difendere, disinteressatamente e con determinazione, le regole democratiche, la legittimità dei loro oppositori, la logica del confronto politico e la libertà dell’informazione.
Finora, nessun Paese occidentale economicamente avanzato e di antica civiltà democratica si è trasformato in un regime autoritario; cionondimeno, tendenze autoritarie sono riscontrabili, secondo gradi diversi, in molti di essi. Di conseguenza, le democrazie liberali fanno fatica a conservarsi e tendono, perché indebolite al loro interno, a trasformarsi in democrazie illiberali. Come è possibile contrastare questa deriva? Levitsky e Ziblatt ripondono che le tutele costituzionali, da sole, non sono sufficienti; ciò perché, a loro parere, anche le prescrizioni di Costituzioni ben formulate e radicate nella coscienza dei cittadini possono fallire nel loro intento, in quanto le loro parole “possono essere seguite alla lettera, ma in un modo che mina alla base lo spirito della legge”.
A causa delle lacune e delle ambiguità inevitabili in tutti i sistemi legali – continuano Levitsky e Ziblatt – “è impossibile fare affidamento solo sulla Costituzione per preservare la democrazia dagli aspiranti autocrati”, poiché le regole costituzionali sono sempre soggette a interpretazioni concorrenti; per conservarsi la democrazia ha bisogno, non solo di regole scritte, ma anche di regole non-scritte, consuetudinarie, che svolgano “la funzione di barriere di sicurezza della democrazia, impedendo che la competizione politica quotidiana degeneri in un conflitto senza esclusione di colpi”. Le norme non-scritte sono necessarie, perché quelle scritte non possono fare affidamento solo “sulla benevolenza dei leader politici”. Quando le norme scritte, supportate da quelle non-scritte, esprimono solidità, la loro violazione, in una società autenticamente democratica, scatena manifestazioni di disapprovazione che costringono chi le viola ad aspettarsi d’essere chiamato a “pagare un prezzo”.
In particolare – secondo Levitsky e Ziblatt – due sono le norme non-scritte che presiedono al buon funzionamento della democrazia: la tolleranza reciproca e le “temperanza istituzionale”. La prima si riferisce all’idea che, fin tanto che i populisti “giocheranno” secondo le regole scritte, essi accettino il fatto che i loro avversari politici abbiano il loro stesso diritto di esistere; la seconda norma, cioè la “temperanza istituzionale”, è quella che Levitsky e Ziblatt evocano per indicare la necessità che le forze che sono al governo siano dotate di un “paziente autocontrollo” nell’esercizio del loro potere istituzionale, nel senso che essi devono evitare di prendere decisioni che “pur rispettando la lettera della legge, ne violano palesemente lo spirito” (come, ad esempio, quando, nelle democrazia parlamentari, le crisi di governo avvengano fuori dalla sede del Parlamento, a seguito di decisioni prese dalle segreterie dei partiti).
Il rispetto delle norme scritte, supportato da quello delle norme non-scritte e corroborato dalla tolleranza e dalla “temperanza istituzionale” costituisce l’essenza della democrazia; oggi, concludono Levitsky e Ziblatt, questa essenza è sotto attacco in tutto l’Occidente industrializzato. I nostri padri hanno fatto sacrifici immani, prima per conquistare e poi per difendere (anche quando, a volte, sono stati sconfitti) le istituzioni democratiche dalle minacce provenienti dall’interno e dall’esterno; le generazioni attuali, cresciute considerando la democrazia come qualcosa di dato per sempre, non hanno un compito diverso: esse devono impegnarsi per impedire che la democrazia muoia a causa delle minacce provenienti ora solo dal suo interno.
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