Editoriale

Sardegna Che fare? Una chiamata in causa dei cattolici e di tutte le persone di buona volontà

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Per un efficace ruolo dei cattolici nella Politica. Una proposta per la Sardegna
di Franco Meloni

La Sardegna non sta bene. Ha molti problemi, alcuni dei quali si aggravano ogni giorno che passa. Non vogliamo qui farne ulteriore elenco. Chi lo volesse non ha che da sfogliare uno dei quotidiani locali o consultare una News online di un giorno qualunque. E neppure qui vogliamo parlare delle ricette per risolvere o perlomeno affrontare questi problemi. Anche queste le trovate ogni giorno esposte, più o meno bene, negli stessi media. Qui vogliamo semplicemente lanciare un messaggio e proporvi una riflessione su che cosa possono fare i cattolici insieme con tutte le persone di buona volontà disposte a fare un percorso di comune impegno. Il messaggio è il seguente: la Sardegna ha soprattutto bisogno di fiducia. Innanzitutto della fiducia dei sardi verso se stessi, che è la condizione perché gli altri abbiano fiducia nei sardi. Dobbiamo pertanto impegnarci tutti a creare quel clima di fiducia che ci consenta di affrontare i problemi e di impegnarci a risolverli mettendo a frutto le capacità personali e delle comunità di appartenenza. Tutto ciò sembra banale, ma non lo è affatto. Sicuramente è difficile. Pensate cosa significa creare fiducia nel mondo della politica. Significa praticare rapporti di scambio tra persone che nella ricerca del bene comune, anche nel confronto e nello scontro dialettico, arrivino a soluzioni ottimali. La condizione è che si pratichi l’ascolto reciproco e che si persegua l’obbiettivo della massima partecipazione. Cosa abbastanza diversa da quanto accade oggi, laddove la politica tende a selezionare le idee e le scelte sulla base degli interessi dei gruppi prevalenti e la partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica è sempre più ristretta. Allora, se si vuole invertire la rotta, occorre allargare gli spazi di partecipazione democratica sia per quanto riguarda l’accesso alle rappresentanze istituzionali (riforma delle leggi elettorali), sia per la promozione della cittadinanza attiva, sia per la valorizzazione delle competenze che devono prevalere sulle appartenenze. Ma qualcosa occorre fare subito, partendo da casa nostra, cioè da quanto possono fare di nuovo (o forse di antico) i cattolici al servizio della società. La situazione attuale della nostra società richiede un impegno politico che riesca a rendere più incisivo e produttivo il poderoso lavoro che sul piano dell’impegno sociale fanno i volontari nelle diverse organizzazioni cattoliche e laiche al servizio della gente, in modo particolare degli ultimi. Innanzitutto ai volontari è richiesto che diano un aiuto alla Politica, anche se la stessa non la chiede. Al riguardo condividiamo in toto un invito formulato da Walter Tocci in un recente convegno della Caritas romana*. Ma torniamo allo specifico dell’impegno dei cattolici in Politica. Nel vivace dibattito nazionale che si è sviluppato su questa questione emerge con chiarezza anche la proposta della costituzione di un (nuovo) partito esplicitamente ispirato ai valori cristiani.
cattolici-e-politica Proposta legittima, che ha tra i promotori intellettuali di grande spessore culturale e credibilità indiscussa, ma che ci vede del tutto contrari, per una serie di considerazioni che in altre circostanze abbiamo esposto, anche in pubblici dibattiti da noi promossi insieme ad altri. Ci convince invece un’altra proposta che per chiarezza espositiva riprendiamo integralmente da uno scritto di Enzo Bianchi (fondatore della Comunità di Bose). La stessa, che ha valenza generale, vogliamo qui riproporre nella dimensione della nostra regione. Si tratta di dare vita nelle chiese locali, diocesane e regionale, a “uno spazio al quale tutti i cattolici che si sentono responsabili nella vita ecclesiale e nella società possano essere convocati e quindi partecipare. Non un’assemblea dei soliti scelti o eletti in base all’appartenenza ad associazioni o istituti pastorali, ma un’assemblea realmente aperta a tutti, che sappia convocare uomini e donne muniti solo della vita di fede, della comunione ecclesiale, della consapevole collocazione nella compagnia degli uomini. Si tratta di chiamarli a esprimersi in merito a una lettura della vita sociale, delle urgenze che emergono e perciò in merito a un ascolto del Vangelo.
Questo sarebbe un confronto in cui si esaminano i problemi che si affacciano sempre nuovi nella vita del paese e si cerca di discernere insieme le ispirazioni provenienti dal primato del Vangelo. Da questo ascolto reciproco, da questo confronto, possono emergere convergenze pre-politiche, pre-economiche, pre-giuridiche che confermano l’unità della fede ma lasciano la libertà della loro realizzazione plurale insieme ad altri soggetti politici nella società. Un forum, dunque, uno spazio pubblico reale in cui pastori e popolo di Dio insieme, in una vera sinodalità, ascoltino ciò che lo Spirito dice alle chiese e facciano discernimento per trarre indicazioni e vie di testimonianza, di edificazione della polis e della convivenza buona nella giustizia e nella pace. È in questo spazio che si possono delineare le istanze evangeliche irrinunciabili, che poi i singoli cattolici con competenza e responsabilità tradurranno in impegni e azioni diverse a livello economico, politico e giuridico.
Così sarebbe assicurata l’unità dell’ispirazione evangelica, ne sarebbe garantita l’autenticità, senza tentazioni di integralismo, dando vita a “una polifonia ispirata a una stessa fede e costruita con molteplici suoni e strumenti” (papa Francesco, 4 marzo 2019, Udienza a un gruppo della Pontificia Commissione per l’America Latina)
. Da qui si parte per ulteriori indispensabili interlocuzioni con il “resto del mondo” per comuni percorsi nel perseguire il bene comune. Questa proposta ci sembra collimare con le posizioni di Matteo Truffelli, presidente dell’Azione Cattolica italiana, esaurientemente esposte nel suo ultimo libro, del quale riportiamo una recensione apparsa sul quotidiano Avvenire**. Che ne dite? Il dibattito prosegue…

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*Da una lectio magistralis di Walter Tocci rivolta ai volontari della Caritas romana.

(…) La chiamata civica alla politica. Credetemi, il ceto politico non si sente bene, non ce la fa da solo, ha bisogno del vostro aiuto; si, proprio di voi volontari e cittadini attivi. Lo so che siete già molto impegnati, ma proprio voi più di altri sapete come fare. La malattia dei politici è una drammatica perdita del senso di realtà, un po’ come capita alle persone disorientate che arrivano nei vostri centri di accoglienza. Con lo stesso spirito potete aiutare la politica a ritrovare il proprio ruolo sociale.
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**MATTEO TRUFFELLI: CHIESA IN USCITA E IMPEGNO POLITICO DEI CATTOLICI
23 Gennaio 2020 by Forcesi | su C3dem.
Matteo Truffelli, presidente dell’Azione cattolica italiana dal 2014, docente di Storia delle dottrine politiche a Parma, nel suo nuovo libro “Una nuova frontiera. Sentieri per una Chiesa in uscita” (Ave, 130 pagine, 11 euro), sintetizza “in che modo i credenti possono contribuire concretamente a lasciare nel mondo l’impronta evangelica della fraternità”. L’Avvenire anticipa un brano del libro: “Le scelte politiche plurali, una ricchezza per i cattolici”.
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- Anche su Giornalia.

“Costituente Terra”: newsletter numero due

55aed52a-36f9-4c94-9310-f83709079d6dNewsletter n. 2 del 24 gennaio 2020

IL MONITO DELLE VITTIME

In attesa del nostro incontro inaugurale di venerdì 21 febbraio p.v. a Roma, su cui le faremo avere ulteriori notizie, abbiamo il piacere di informare tutti che già in altre parti d’Italia, a cominciare dalle isole, si stanno delineando iniziative sulla scia del nostro progetto “Costituente Terra”, nel suo doppio registro, la Scuola e la preparazione di un testo costituzionale mondiale, e naturalmente sollecitiamo che dovunque sia possibile si faccia altrettanto.
Sabato 25, come è noto, su iniziativa del movimento pacifista americano si terrà una giornata di mobilitazione per la pace, perché non si scateni la guerra trumpiana contro l’Iran. In Italia sono state predisposte molte iniziative, ma ciò che vogliamo segnalarle è un toccante messaggio che ai manifestanti di tutto il mondo è stato lanciato dalla piazza Tahrir di Bagdad. In quella piazza da ottobre il movimento popolare iracheno innalza il suo grido di protesta e denuncia le conseguenze della catastrofica guerra del Golfo di 17 anni fa, che ha distrutto l’Iraq e gettato nel caos tutto il Medio Oriente. Sono dunque le vittime che hanno sofferto i dolori e l’oltraggio della guerra che lanciano ora il monito a non ripetere quegli errori scatenando una nuova guerra dagli esiti imprevedibili.
Dice tra l’altro il messaggio: “Anni fa i leader mondiali dichiararono che con la guerra del Golfo si sarebbe ottenuta una pace stabile e la sicurezza globale, portando democrazia e libertà al popolo iracheno. Le società civili di tutto il mondo si unirono in difesa della pace, respingendo la guerra in Iraq con manifestazioni storiche che si svolsero in molte città del pianeta. Naturalmente, e come sempre, i leader mondiali ignorarono quelle proteste, spalancando, nel 2003, le porte dell’inferno … dando vita ad un brutale intervento militare su larga scala in Iraq. Da quel momento i popoli del Medio Oriente sono caduti in un continuo ciclo di violenze, che ha reso insicuro il mondo intero: quella guerra ha generato un’escalation che ha favorito la nascita e l’espansione dell’estremismo violento”.
Il popolo iracheno, che ha vissuto sulla sua pelle crudeli interventi militari, si schiera contro la guerra e per l’umanità. Si schiera in solidarietà del suo vicino e fratello, il popolo iraniano.
“E’ chiaro il tentativo di distogliere l’opinione pubblica da quei movimenti che rivendicano il diritto all’autodeterminazione, all’indipendenza, alla libertà, alla democrazia e alla giustizia sociale. Se dovesse tornare di nuovo la guerra, rischiamo di perdere tutto quello che è stato conquistato dal grande movimento di massa che è sceso in lotta qui in Iraq e nei Paesi limitrofi della regione. Verrebbe minata alla radice, l’unità popolare. La guerra sarà usata come scusa per eludere le richieste delle masse, causando gravi violazioni dei diritti umani e mettendo ancora più a rischio la vita dei difensori e delle difenditrici di quei diritti, la cui vita è già oggi sotto minaccia. Sostenere i popoli rivoluzionari del mondo e rimanere solidali con loro e le loro rivendicazioni significa tenere aperta una finestra verso un futuro libero dalla guerra. Un futuro più sicuro e pacifico, più democratico e, soprattutto, più giusto”.

In attesa dell’incontro del 21 febbraio, inviamo a tutti i più cordiali saluti

Costituente Terra
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marcia-pace-a-cagliari-paxchristiChiamata in causa l’Europa
SPEGNIAMO LA GUERRA ACCENDIAMO LA PACE

Una giornata di mobilitazione internazionale contro le guerre e le dittature a fianco dei popoli in lotta per i propri diritti

Pubblichiamo l’appello con cui è stata indetta, anche in Italia, la giornata di mobilitazione per la pace del 25 gennaio

“La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Art. 11: essa non deve più essere considerata una scelta possibile da parte della politica e della diplomazia”.

Il blitz del presidente Trump per uccidere il generale iraniano Soleimani, il vicecapo di una milizia irachena ed altri sei militari iraniani, è un crimine di guerra compiuto in violazione della sovranità dell’Iraq. Insieme alla ritorsione iraniana si è abbattuto anche sui giovani iracheni che da tre mesi lottano contro il sistema settario instaurato dall’occupazione Usa e contro le ingerenze iraniane, in un paese teatro di guerre per procura ed embarghi da decenni.
Irak, Iran, Siria, Libia, Yemen: cambiano i giocatori, si scambiano i ruoli, ma la partita è la stessa. Nella crisi del vecchio ordine internazionale, potenze regionali e globali si contendono con la guerra aree di influenza sulla pelle delle popolazioni locali. La sola alternativa consentita al momento è il mantenimento dei regimi teocratici o militari – comunque illiberali e non rispettosi dei diritti umani – con i quali si fanno affari, chiudendo occhi e orecchie su repressione, torture e corruzione.
La guerra non produce solo distruzione, ma cancella anche dall’agenda politica la questione sociale, oramai incontenibile ed esplosa nelle proteste delle popolazioni che hanno occupato pacificamente le piazze e le strade.
Non possiamo stare a guardare
Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra, alla sua preparazione, a chi la provoca per giustificare la produzione e la vendita di armi. Guerre che, in ogni momento, possono fare da miccia ad un conflitto globale tanto più preoccupante per il potenziale degli armamenti nucleari oggi a disposizione dei potenti del mondo. Le vittime innocenti dell’aereo civile abbattuto “per errore” da un missile, dimostrano una volta di più che la guerra è un flagello per tutti, nessuno può chiamarsi fuori, siamo tutti coinvolti.
Manifestiamo il nostro sostegno alle popolazioni, vere vittime delle guerre, a chi si rivolta da Baghdad a Teheran, da Beirut ad Algeri, da Damasco, al Cairo, a Gerusalemme, a Gaza.
Quel che sta avvenendo nel Golfo Persico, aggiungendosi alle sanguinose guerre e alle crescenti tensioni in corso, mette in luce la drammatica attualità e il vero realismo dei ripetuti ma inascoltati appelli di Papa Francesco per l’avvio di un processo di disarmo internazionale equilibrato.
L’UE, nata per difendere la pace, deve assumere una forte iniziativa che – con azioni diplomatiche, economiche, commerciali e di sicurezza – miri ad interrompere la spirale di tensione e costruisca una
soluzione politica, rispettosa dei diritti dei popoli, dell’insieme dei conflitti in corso in Medio Oriente e avviare una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa (Africa Plan) accompagnandolo da un patto per una gestione condivisa dei flussi migratori.
Fermare la spirale di violenze è responsabilità anche italiana e chiediamo al nostro Governo di farlo con atti concreti:
• opporsi alla proposta di impiego della Nato in Iraq e in Medio Oriente;
• negare l’uso delle basi Usa in Italia per interventi in paesi terzi senza mandato ONU;
• bloccare l’acquisto degli F35;
• fermare la vendita di armi ai paesi in guerra o che violano i diritti umani come sancito dalla L. 185/90;
• ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan, richiedendo una missione di peace-keeping a mandato ONU ed inviare corpi civili di pace;
• adoperarsi per la sicurezza del contingente italiano e internazionale in missione UNIFIL in Libano;
• aderire al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari eliminandole dalle basi in Italia;
• sostenere in sede europea la necessità di mantenere vivo l’accordo sul nucleare iraniano implementando da parte italiana ed europea le misure di revoca dell’embargo
• porre all’interno dell’Unione europea la questione dei rapporti USA-UE nella NATO.
Per tutto questo invitiamo a aderire ed a partecipare alla giornata di mobilitazione internazionale di sabato 25 gennaio 2020, promossa dal movimento pacifista statunitense contro la guerra, che per noi sarà una grande mobilitazione contro tutte le guerre e tutte le dittature, a fianco dei popoli che si battono per il proprio futuro.

PROMOTORI NAZIONALI
ACLI, AIDOS, AOI, ARCI, Archivio Disarmo, Arci Servizio Civile, ASGI, Ass. 46° parallelo, Ass. Senza Confine, Associazione della pace, Assopace Palestina, Atlante delle Guerre, Beati i Costruttori di Pace, CGIL, CIPAX, CIPSI, CNCA, Cultura è Libertà, Europa verde, FIOM, Fond. Benvenuti in Italia, Ass. naz. Giuristi Democratici, Gruppo Abele, Lega Diritti dei Popoli, Legambiente, Libera, Link, Lunaria, Medicina Democratica, MIR, Movimento Consumatori, Movimento Europeo, Movimento federalista europeo, Movimento Nonviolento, Noi Siamo Chiesa, Opal, Pax Christi, PeaceLink, PRC-SE, Rete della pace, Rete italiana disarmo, Rete degli Studenti, Rete della Conoscenza, Sbilanciamoci!, Sinistra italiana, Tavola della pace, Tavolo salta muri, Transform! Italia, UDS, UDU, Un ponte per …, US ACLI, Unione sindacale italiana, Chiesa di tutti Chiesa dei poveri.

PROMOTORI LOCALI
ACLI – Palermo, ACLI – Brescia, Amerindia, Amici di Villa S.Ignazio, Amnesty International – Sassari, ANPI – Sassari, ANPI – Genova, ANPI – Trentino A.A., Ass. Alisso, Ass. Donne+Donne, Ass. E. Berlinguer, Ass. Il Melograno, Baby Kinder Park, Casa della Carità, Casa delle Donne, Coord. Ass Vallagarina per l’Africa, CDMPI, Cesvitem, CGIL – Sassari, Circolo PD E. Berlinguer, Comitato Pop. Antico Corso, Comunità di Base S. Paolo, Comunità Parrocchiali, Consulta per la Pace – Palermo, Coop.Soc. Il Torchio, Coord. Per la Pace – Spoleto, Coordinamento per la Pace – Como, COPE, CSS, Earth Gardeners, Emergency – Venezia, Emergency -Sassari, Emergency – Perugia, Fermiamo la Guerra – Firenze, FIOM – Roma-Lazio, Firenze Città Aperta, FIS Raider,
Forum Siciliano Acqua Beni Comuni, MIR – Palermo, Movimento Nonviolento – Cagliari, NoiDonne 2005 – Sassari, Ora in Silenzio per la Pace, Parrocchia SS Pietro e Paolo, Rete Romana Solidarietà Popolo Palestinese, Salaam-Ragazzi dell’Olivo – Vicenza, Sardegna per la Pace, Sardine Napoletane, Sicilia Bene Comune, Sprar V.Solesin, Tavola Sarda della Pace, Telefono Amico – Sassari, Theatre en Vol, Ass. Voci della Terra, ANPI – Massa, Ass. reggiana per la Costiruzione – Reggio Emilia, ANPI – Perugia, Ass. Diritti e frontiere, Centro Ghandi – Ivrea, CGIL – Perugia, Circolo Libertà e giustizia – Umbria, Cittadinanza attiva – Umbria, Comitato pace convivenza e solidarietà Danilo Dolci – Trieste, Costituzione beni comuni – Milano, Fondazione Angelo Frammartino, L’altra Europa – Venezia, MIR -Palermo, Ponte solidale – Perugia, Società di mutuo soccorso – Umbria, Trieste per la pace contro la guerra, UDS – Perugia, Verso il Kurdistan – Umbria, Aladinpensiero associazione socio-culturale.
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In Sardegna
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MEDICINA POLITICA SOCIETÀ

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La Sanità italiana malata?

di Francesco Domenico Capizzi*
primo firmatario del Manifesto-appello per il diritto alla Salute

La Medicina moderna che conosciamo, nata nel periodo positivista, ha finito con il perseguire un suo sviluppo (clinico-tecnologico) piuttosto che un complessivo progresso (sociale) nel contrastare le radici delle incalzanti malattie cronico-degenerative: neoplasie (in Italia oltre 1.000 al giorno, con incrementi in soli quattro decenni del 62% delle pancreatiche con tassi di guarigione dopo le cure dell’8% entro i primi 5 anni che crollano al 3% entro i successivi 5, come riportato da “The Lancet Global Burden Disease” del 2019), affezioni cardiocircolatorie e respiratorie, obesità, cirrosi, patologie infettive ed autoimmuni e da stress psico-fisici, ecc.. Sono sostenute in larga parte da fattori culturali e da disagi sociali, trascurati nella trasmissione del sapere medico e nelle Istituzioni sanitarie incentrate in attività diagnostico-terapeutiche per un empirismo orientato verso alterazioni anatomiche, geometrie e formule matematiche.
In sostanza, il Servizio sanitario diagnostica e cura malattie evitabili ab initio (l’80% secondo l’OMS), ne trascura i fattori che le favoriscono e le sostengono. Intanto troppe persone continuano ad ammalarsi perché le cause patogene, indovate nelle pieghe della Società, vere fabbriche della malattia, conservano intatta la loro violenza mentre il diritto alla Salute viene confuso con l’assenza di malattia e complessità tecnologico-gestionali che imprimono alle Strutture ospedaliere, intese come fabbriche della salute, le ragioni oggettive della malattia con un involontario suggerimento: la salute si preserva apportando modifiche al corpo con tecnologie e terapie sofisticate al punto da esonerare Medicina e Istituzioni dalla primitiva missione ideale come i mezzi di locomozione esonerano dal camminare e ne superano l’esigenza.
Nella percezione comune le malattie vengono così assunte ad evento ineluttabile come la forza di gravità e i movimenti tellurici… E intanto oltre un terzo della popolazione è colpita da malattie cronico-degenerative ed acute, in costante crescita, in larga parte evitabili (prevenzione primaria) oltre che prevenibili (prevenzione secondaria=diagnosi precoce), non facilmente guaribili, più spesso trattabili con terapie riequilibratrici e palliative il cui costo diverrà presto incompatibile con l’universalismo del Servizio sanitario per vari fattori, fra cui il progressivo invecchiamento della popolazione.
La peste nera del secolo del progresso, suo misterioso lato oscuro e corollario innominabile, indicata per allusioni e parafrasi, avanza alimentata da almeno 150 cancerogeni e particolati sparsi nell’ambiente; da 30 milioni di tonnellate di amianto (letale per 10-12 persone al giorno) sul nostro territorio; da 52 miliardi di sigarette fumate ogni anno da italiani fin dall’età scolare, con rischi connessi di malattie gravi che raggiungono il 3.000% con 90.000 decessi; per la permanenza di estreme diseguaglianze sociali che costringono ad inaccettabili livelli di vita e che riducono la stessa percezione personale di malattia; per assenza di informazioni su errati stili di vita che conducono ad abusi di farmaci, psicofarmaci, stupefacenti ed alcoolici, zuccheri, proteine e grassi animali causa dell’esposizione di 10 milioni di italiani al rischio di cirrosi e di 5 milioni di obesi candidati a malattie gravi a partire dall’età scolare, ecc.
Sul piano socio-economico basterà citare un solo dato, e non il maggiore: nonostante 25 miliardi annui che l’Italia spende (OMS, 2016) per gestire le conseguenze degli eccessivi consumi di alcoolici, gli abusi rappresentano la causa principale di morte e disabilità tra i giovani e un aumentato rischio di declino cognitivo prima dei 65 anni e di decessi alcool-connessi di almeno 75.000 persone. Va aggiunto che il consumo di oltre 10 gr/die di alcool aumenta in modo significativo l’incidenza di tumore alla mammella in pre-post-menopausa e che dosi di oltre 20 gr/die favoriscono le neoplasie dell’apparato digerente senza contare le combinazioni con i prodotti del tabacco e con una erronea alimentazione (International Agency for Research on Cancer, 2018).

Cosa proporre di fronte ad una situazione che può essere definita tragica?

I – Informare la cittadinanza fin dalle Scuole primarie sulle conseguenze dei diversi stili di vita;
II – fatta salva l’autonomia didattica, un invito: che la trasmissione del sapere medico evidenzi le origini delle malattie;
III – un sostegno corposo alla Ricerca epidemiologica e di base;
IV – un piano per eliminare amianto e cancerogeni circolanti;
V – indagini sugli effetti delle onde elettromagnetiche;
VI – lotta alle ragioni della diffusa povertà economica e culturale;
VII – favorire il trasporto senza emissioni tossiche e privilegiare la produzione “pulita” di alimenti, merci e generi vari;
VIII – programmi nazionali di prevenzione primaria e secondaria;
IX – controlli permanenti sulla sicurezza in strade (oltre 160.000 incidenti di cui 3.200 letali annui) e luoghi di lavoro (un decesso ogni 3 giorni);
X – affrontare disagi e patologie delle età avanzate con provvedimenti che favoriscano aggregazioni, mobilità, assistenze attive e mirate a contrastare la solitudine, la povertà e il decadimento fisico e mentale.

*Francesco Domenico Capizzi
Già docente di Chirurgia Generale all’Università di Bologna e direttore di Chirurgia generale negli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna.
Su Koinonia, dicembre 2019.
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Per correlazione su sito ASviS: https://asvis.it/goal3/home/277-4221/incontro-sulle-disuguaglianze-di-salute-come-possono-le-politiche-anche-non-sanitarie-incidere-sullaccesso-al-benessere

SPEGNIAMO LA GUERRA ACCENDIAMO LA PACE

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SPEGNIAMO LA GUERRA ACCENDIAMO LA PACE

Una giornata di mobilitazione internazionale contro le guerre e le dittature a fianco dei popoli in lotta per i propri diritti

Pubblichiamo l’appello con cui è stata indetta, anche in Italia, la giornata di mobilitazione per la pace del 25 gennaio

“La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Art. 11: essa non deve più essere considerata una scelta possibile da parte della politica e della diplomazia”.

Il blitz del presidente Trump per uccidere il generale iraniano Soleimani, il vicecapo di una milizia irachena ed altri sei militari iraniani, è un crimine di guerra compiuto in violazione della sovranità dell’Iraq. Insieme alla ritorsione iraniana si è abbattuto anche sui giovani iracheni che da tre mesi lottano contro il sistema settario instaurato dall’occupazione Usa e contro le ingerenze iraniane, in un paese teatro di guerre per procura ed embarghi da decenni.
Irak, Iran, Siria, Libia, Yemen: cambiano i giocatori, si scambiano i ruoli, ma la partita è la stessa. Nella crisi del vecchio ordine internazionale, potenze regionali e globali si contendono con la guerra aree di influenza sulla pelle delle popolazioni locali. La sola alternativa consentita al momento è il mantenimento dei regimi teocratici o militari – comunque illiberali e non rispettosi dei diritti umani – con i quali si fanno affari, chiudendo occhi e orecchie su repressione, torture e corruzione.
La guerra non produce solo distruzione, ma cancella anche dall’agenda politica la questione sociale, oramai incontenibile ed esplosa nelle proteste delle popolazioni che hanno occupato pacificamente le piazze e le strade.
Non possiamo stare a guardare
Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra, alla sua preparazione, a chi la provoca per giustificare la produzione e la vendita di armi. Guerre che, in ogni momento, possono fare da miccia ad un conflitto globale tanto più preoccupante per il potenziale degli armamenti nucleari oggi a disposizione dei potenti del mondo. Le vittime innocenti dell’aereo civile abbattuto “per errore” da un missile, dimostrano una volta di più che la guerra è un flagello per tutti, nessuno può chiamarsi fuori, siamo tutti coinvolti.
Manifestiamo il nostro sostegno alle popolazioni, vere vittime delle guerre, a chi si rivolta da Baghdad a Teheran, da Beirut ad Algeri, da Damasco, al Cairo, a Gerusalemme, a Gaza.
Quel che sta avvenendo nel Golfo Persico, aggiungendosi alle sanguinose guerre e alle crescenti tensioni in corso, mette in luce la drammatica attualità e il vero realismo dei ripetuti ma inascoltati appelli di Papa Francesco per l’avvio di un processo di disarmo internazionale equilibrato.
L’UE, nata per difendere la pace, deve assumere una forte iniziativa che – con azioni diplomatiche, economiche, commerciali e di sicurezza – miri ad interrompere la spirale di tensione e costruisca una
soluzione politica, rispettosa dei diritti dei popoli, dell’insieme dei conflitti in corso in Medio Oriente e avviare una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa (Africa Plan) accompagnandolo da un patto per una gestione condivisa dei flussi migratori.
Fermare la spirale di violenze è responsabilità anche italiana e chiediamo al nostro Governo di farlo con atti concreti:
• opporsi alla proposta di impiego della Nato in Iraq e in Medio Oriente;
• negare l’uso delle basi Usa in Italia per interventi in paesi terzi senza mandato ONU;
• bloccare l’acquisto degli F35;
• fermare la vendita di armi ai paesi in guerra o che violano i diritti umani come sancito dalla L. 185/90;
• ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan, richiedendo una missione di peace-keeping a mandato ONU ed inviare corpi civili di pace;
• adoperarsi per la sicurezza del contingente italiano e internazionale in missione UNIFIL in Libano;
• aderire al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari eliminandole dalle basi in Italia;
• sostenere in sede europea la necessità di mantenere vivo l’accordo sul nucleare iraniano implementando da parte italiana ed europea le misure di revoca dell’embargo
• porre all’interno dell’Unione europea la questione dei rapporti USA-UE nella NATO.
Per tutto questo invitiamo a aderire ed a partecipare alla giornata di mobilitazione internazionale di sabato 25 gennaio 2020, promossa dal movimento pacifista statunitense contro la guerra, che per noi sarà una grande mobilitazione contro tutte le guerre e tutte le dittature, a fianco dei popoli che si battono per il proprio futuro.

PROMOTORI NAZIONALI
ACLI, AIDOS, AOI, ARCI, Archivio Disarmo, Arci Servizio Civile, ASGI, Ass. 46° parallelo, Ass. Senza Confine, Associazione della pace, Assopace Palestina, Atlante delle Guerre, Beati i Costruttori di Pace, CGIL, CIPAX, CIPSI, CNCA, Cultura è Libertà, Europa verde, FIOM, Fond. Benvenuti in Italia, Ass. naz. Giuristi Democratici, Gruppo Abele, Lega Diritti dei Popoli, Legambiente, Libera, Link, Lunaria, Medicina Democratica, MIR, Movimento Consumatori, Movimento Europeo, Movimento federalista europeo, Movimento Nonviolento, Noi Siamo Chiesa, Opal, Pax Christi, PeaceLink, PRC-SE, Rete della pace, Rete italiana disarmo, Rete degli Studenti, Rete della Conoscenza, Sbilanciamoci!, Sinistra italiana, Tavola della pace, Tavolo salta muri, Transform! Italia, UDS, UDU, Un ponte per …, US ACLI, Unione sindacale italiana, Chiesa di tutti Chiesa dei poveri.

PROMOTORI LOCALI
ACLI – Palermo, ACLI – Brescia, Amerindia, Amici di Villa S.Ignazio, Amnesty International – Sassari, ANPI – Sassari, ANPI – Genova, ANPI – Trentino A.A., Ass. Alisso, Ass. Donne+Donne, Ass. E. Berlinguer, Ass. Il Melograno, Baby Kinder Park, Casa della Carità, Casa delle Donne, Coord. Ass Vallagarina per l’Africa, CDMPI, Cesvitem, CGIL – Sassari, Circolo PD E. Berlinguer, Comitato Pop. Antico Corso, Comunità di Base S. Paolo, Comunità Parrocchiali, Consulta per la Pace – Palermo, Coop.Soc. Il Torchio, Coord. Per la Pace – Spoleto, Coordinamento per la Pace – Como, COPE, CSS, Earth Gardeners, Emergency – Venezia, Emergency -Sassari, Emergency – Perugia, Fermiamo la Guerra – Firenze, FIOM – Roma-Lazio, Firenze Città Aperta, FIS Raider,
Forum Siciliano Acqua Beni Comuni, MIR – Palermo, Movimento Nonviolento – Cagliari, NoiDonne 2005 – Sassari, Ora in Silenzio per la Pace, Parrocchia SS Pietro e Paolo, Rete Romana Solidarietà Popolo Palestinese, Salaam-Ragazzi dell’Olivo – Vicenza, Sardegna per la Pace, Sardine Napoletane, Sicilia Bene Comune, Sprar V.Solesin, Tavola Sarda della Pace, Telefono Amico – Sassari, Theatre en Vol, Ass. Voci della Terra, ANPI – Massa, Ass. reggiana per la Costiruzione – Reggio Emilia, ANPI – Perugia, Ass. Diritti e frontiere, Centro Ghandi – Ivrea, CGIL – Perugia, Circolo Libertà e giustizia – Umbria, Cittadinanza attiva – Umbria, Comitato pace convivenza e solidarietà Danilo Dolci – Trieste, Costituzione beni comuni – Milano, Fondazione Angelo Frammartino, L’altra Europa – Venezia, MIR -Palermo, Ponte solidale – Perugia, Società di mutuo soccorso – Umbria, Trieste per la pace contro la guerra, UDS – Perugia, Verso il Kurdistan – Umbria, Aladinpensiero associazione socio-culturale.
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In Sardegna
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PERCHE’ SI’
UNA COSTITUENTE DEI POPOLI, UNA COSTITUZIONE DELLA TERRA?

17 GENNAIO 2020 / EDITORE / COSTITUENTE TERRA /

Soggetto costituente è il popolo, i popoli, prima ancora che le nazioni. È il popolo degli oppressi che non sono “nazione”, gli esuberi, gli scarti, tutti coloro che oggi sono sotto il tallone dei potenti

Felice Scalia

L’iniziativa di cui il blog “Chiesa di tutti, chiesa dei poveri” ha dato notizia ai primi dello scorso dicembre, “La storia continui – Appello-proposta per una Costituzione della Terra”, non nasce come improvvisazione di sognatori per professione, ma come ovvio sbocco di un lungo cammino di ripensamento evangelico sul nostro destino di uomini e cristiani anche nei tempi grigi del “riflusso” ecclesiale e dell’incancrenirsi della politica.
Non mi soffermo su questo terreno di resilienza in nome del Vangelo. Basti dire che nell’ultimo decennio, si temeva di affogare e si prese coscienza che era venuta l’ora di scuotere la cenere. Giuseppe Ruggieri organizzava incontri già nel 2010 su “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”. Un gruppo di amici (credenti e non credenti) attorno a Raniero La Valle faceva suo il grido di Giovanni XXIII “La chiesa vuole essere la chiesa di tutti la chiesa dei poveri”, in un ciclo di incontri autoconvocati. Si ebbero quattro assemblee nazionali in occasione dei 50 anni dal Vaticano II, dal 2012 al 2015. Quella vasta iniziativa di base, in controtendenza rispetto al clima ecclesiale di allora, si chiamò “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”.
Ricordo bene quelle prime assemblee. Si era tutti come in attesa di trovare qualche indizio per scoprire qualche goccia d’acqua tra la dura roccia, rivelatrice che la sorgente non si era esaurita. Si era come a custodire le deboli fiammelle di ciascuno, piuttosto minacciate dal buio istituzionale e dal pratico abbandono delle prospettive conciliari.
Poi viene, irrompe come vescovo di Roma Francesco. Con lui ritorna il Concilio, il Vangelo come norma della Chiesa, un cammino di gioiosa speranza e di riscoperta del volto di Dio e del suo Verbo fatto carne. All’inizio del pontificato, dinanzi a una platea di 6000 giornalisti, il papa svelò il suo programma con parole altamente evocative: “Come vorrei una Chiesa povera per i poveri!”
La povertà ed i poveri di cui parlava erano luoghi molto concreti, storici, fatti di carne e sangue, di lotte e speranze, ma insieme “luoghi teologici” che rivelavano il Mistero Santo della vita, le immense chiamate del “Dio-con-noi” in una epoca dove al Dio della vita si era sostituito l’idolo del denaro-potere-possedere.
Dono inaspettato di Francesco fu “Evangelii gaudium”, il suo programma, e poi, “Laudato sì”. In quesa “esortazione apostolica” – come è noto – tra i “poveri” appare esplicitamente la Terra che geme sotto il peccato di coloro che genera e nutre. Donne oppresse, Terra oppressa, poveri oppressi diventati scarti di produzione, Vita a rischio di estinzione per guerre “infinite” e “preventive”, diventavano il “luogo” dove scoprire la volontà e lo stesso volto del Padre.
Ricordo che “ci sembrava quasi di sognare”. Possibile che quanto avevamo atteso e difeso trovando tra le pieghe di un magistero conservatore qualche appiglio di novità, ora diventava programma di un Papa e dunque voce dello Spirito che rivisitava la sua chiesa?
Ben presto però si fu … di nuovo in trincea. Molti nella Chiesa e nel mondo ebbero paura di Francesco. Molti di noi ebbero paura per Francesco. Ma l’onda lunga del soffio dello Spirito pareva oltrepassare gli argini che per secoli erano stati i confini della chiesa. Viene Greta Thunberg che parla di una “casa che brucia”, viene Carola Rackete che affronta la legge italiana e rimette sul tavolo il problema scottante delle migrazioni, vengono milioni di persone che gridano un “basta!” allo scempio della vita, alla politica dell’odio e della paura.
Come se navigassimo con vele gonfiate da soffi dello Spirito di Dio che ha un segno in Francesco, e da quello stesso Spirito che sorge prepotente dai cuori di milioni di creature nel mondo, ci rendiamo conto che è tempo di agire.
Per questo nasce la “Proposta-appello per una Costituzione della Terra”.
Adista pubblica il documento nella sua interezza. A me preme sottolineare solo qualche aspetto personale.
Se anche come prete ho accolto quanto veniva fuori dai nostri incontri, e dunque ho aderito all’avventura che si prospettava, lo attribuisco alla percezione chiara di una situazione globale di non-salvezza in cui versa il mondo e l’umanità intera, e della enormità del peso insopportabile di macerie che nei cuori umani sopprimono la stessa possibilità di un Dio annunziato da Gesù.
È stato rassicurante per me che “Costituzione della Terra” non significa “Governo della Terra”. Soggetto costituente è il popolo, i popoli, prima ancora che le nazioni. È il popolo degli oppressi che non sono “nazione”, gli esuberi, gli scarti, tutti coloro che oggi sono sotto il tallone dei potenti. La proposta infatti si configura come “movimento”, non come un ennesimo partito che vuole giungere al potere. Ai partiti riconosciamo il ruolo insostituibile che hanno nei regimi democratici, per questo pensiamo necessario influenzarli perché si adoperino per il bene comune oggi individuato nella necessità di essere dalla parte della Terra per essere sua voce, dato che essa è madre offesa e senza voce.
Infine, sono perfettamente convinto che qui si chiede un cambio assiale, non uno spostamento di qualche pedina sullo scacchiere internazionale. Cambio assiale antropologico, teologico, economico, industriale, ecc. Si tratta di un’opera immane e sarebbe ridicolo pensare che si possa agire da soli. Questa opera è compito di una umanità che assieme alla Terra oggi “geme ed attende”. E primo punto di riferimento sono quegli uomini di buona volontà diffusi in tutto il mondo, quei cenacoli di pensiero e di azione che sono sensibili al problema.
Mi pare sia doveroso concludere ribadendo una nostra convinzione. Ci siamo detti – cito a memoria – che tutta l’iniziativa parte da una idea o ipotesi: il tempo non si è fermato, il progresso storico non è ricacciato indietro dalla tempesta della crisi. Nonostante tutto, “viene un tempo nuovo ed è questo”. Un “tempo nuovo” offerto ad ogni uomo che ritiene indispensabile lasciargli aperto un varco, anche un piccolo varco, perché possa manifestarsi.

Felice Scalia

Lavoro, lavoro

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Il lavoro nel 2019, ancora una corsa verso il basso
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IN PRIMO PIANO. Su Volerelaluna, 08-01-2020.
di Fulvio Perini

Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso Susan George definì «corsa verso il basso» il processo di globalizzazione e gli accordi internazionali che lo sostenevano. Corsa verso il basso ma non per tutti, solo per gli esseri umani coinvolti in un modello economico fondato sulla competitività a costi più bassi del lavoro, della sicurezza sociale e della protezione ambientale. Il lavoro è stato direttamente investito. È vero che il processo di globalizzazione ha favorito per alcuni decenni, sino alla crisi finanziaria del 2008, una diffusione delle attività economiche e manifatturiere che ha comportato in diversi Paesi una crescita dell’occupazione, o meglio un trasferimento di centinaia e centinaia di milioni di lavoratori dell’agricoltura verso l’industria e, progressivamente, verso i servizi, ma questo processo si va esaurendo. L’unica cosa che continua – come documentato nei resoconti mensili pubblicati in questo sito [volerelaluna] – è la corsa verso il basso di diritti, condizioni e rispetto dell’ambiente.

Il quadro internazionale

Come ogni anno l’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO) pubblica alcuni dati e svolge alcune considerazioni. Va tenuto conto che è un organismo dell’ONU tripartito, composto cioè per un terzo da rappresentanti dei governi, per un terzo da rappresentanti degli imprenditori e per un terzo da rappresentanti dei lavoratori: i documenti sono valutati e condivisi considerando e mediando i tre punti di vista, ma i dati non si possono ignorare:

– l’8% degli occupati del mondo vive in povertà;

– il 55% della popolazione mondiale NON è coperta da alcuna forma di protezione sociale;

– il 51% dell’occupazione non agricola nel mondo è informale (senza riconoscimento e protezione sociale);

– esiste un divario retributivo globale di genere del 19% e le donne detengono solo il 27% delle posizioni manageriali;

– il tasso di disoccupazione globale è del 5%;

– il 21% dei giovani del mondo non ha impiego, istruzione o formazione;

– il 10% di tutti i bambini nel mondo è impegnato nel lavoro minorile;

– il 14% delle persone occupate nel mondo lavora nel settore manifatturiero;

– il 52% del PIL mondiale è destinato alla remunerazione del lavoro.

Dalla crisi del 2008 i salari dei lavoratori del gruppo dei Paesi più ricchi denominato G7 sono praticamente fermi. Erano invece cresciuti e parecchio quelli degli altri 13 Paesi del gruppo G20 ma questa crescita era fortemente influenzata dagli aumenti dei salari in Cina. Ora si sono fermati anche in Cina e dal 2016 si assiste a un lieve ma progressivo declino.

Tutto questo ha portato l’ILO a dichiarare: «la maggioranza dei 3,3 miliardi di persone impiegate a livello globale non ha potuto lavorare e vivere in condizioni di benessere materiale, di sicurezza economica, pari opportunità o possibilità di sviluppo umano. Il lavoro non garantisce sempre una vita dignitosa. Molti lavoratori si trovano a dover assumere lavori poco attraenti che tendono ad essere informali e sono caratterizzati da bassi salari e scarso o nessun accesso alla protezione sociale e ai diritti sul lavoro».

Circa 6.500 persone muoiono ogni giorno a causa di malattie professionali e 1.000 a causa di incidenti mortali sul lavoro. Sommati nell’anno i morti per ragioni di lavoro sono circa 2,4 milioni.

Circa 40,3 milioni di persone sono in condizione di moderna schiavitù, 24,9 milioni in condizioni di lavoro forzato e 15,4 milioni di matrimonio forzato. In larga parte il lavoro forzato rappresenta un modo per pagare debiti contratti, si chiama servitù del debito. Sorge spontanea una domanda: e quando il debito lo contrae uno Stato, ad esempio la Grecia, come lo dobbiamo chiamare?

Le diseguaglianze

Negli anni successivi alla crisi finanziaria il numero dei miliardari è raddoppiato e i loro patrimoni aumentano di 2,5 miliardi di dollari al giorno; nonostante ciò i superricchi e le grandi imprese sono soggetti alle aliquote fiscali più basse registrate da decenni. I costi umani di tale fenomeno sono enormi: scuole senza insegnanti, ospedali senza medicine. I servizi privati penalizzano i poveri e privilegiano le élite. I soggetti che risentono maggiormente di tale situazione sono le donne, su cui grava l’onere di colmare le lacune dei servizi pubblici con molte ore di lavoro di cura non retribuito. Forse non va ignorato il commento della segretaria del sindacato internazionale dei lavoratori dei servizi: «Il reddito di base universale senza servizi pubblici di qualità è un paradiso neoliberale». Illusorio, aggiungerei.

Immigrazione

Le stime attuali indicano che ci sono 244 milioni di migranti internazionali a livello globale (il 3,3% della popolazione mondiale). Mentre la stragrande maggioranza delle persone nel mondo continua a vivere nel paese in cui è nata, sempre più persone stanno migrando verso altri paesi, in particolare quelli all’interno della loro regione. Molti altri stanno migrando verso paesi ad alto reddito che sono più lontani. Il lavoro è la ragione principale per cui le persone migrano a livello internazionale e i lavoratori migranti costituiscono una grande maggioranza dei migranti internazionali del mondo: la maggior parte di quelli che vivono in paesi ad alto reddito è impegnata nel settore dei servizi.

Solo in Inghilterra esiste una norma che impone ai datori di lavoro di pubblicare informazioni sulla retribuzione su base etnica. Nel primo anno di pubblicazione dei dati sono emerse prove evidenti del divario retributivo.

Il blocco dell’immigrazione negli Stati Uniti e in Europa è una grande ipocrisia. Uno dei suoi massimi sostenitori, l’ungherese Orban, costruisce muri e blocca l’immigrazione dei musulmani ma grandi agenzie ungheresi organizzano l’immigrazione dalla Mongolia e dal Vietnam. L’obiettivo della destra nazionalista è quello di creare e mantenere un sottoproletariato senza riconoscimenti e senza diritti; eternamente ricattabile per poter ricattare così anche quei lavoratori che alcuni diritti li hanno e indurli ad accettarne una riduzione pur di lavorare ed evitare di diventare come degli immigrati.

Una diffusa lotta di classe, quasi sempre difensiva

Da ormai molti anni si va svolgendo un attacco ai diritti di libertà, rappresentanza e sciopero dei lavoratori e un attacco alle misure di protezione sociale, prima di tutto la sicurezza previdenziale rispetto alla vecchiaia.

Prima, ma soprattutto dopo la crisi del 2008 questo attacco si è svolto in Europa e in particolare nel Sud del continente con i tagli pesanti e ripetuti ai sistemi pensionistici e sanitari in Grecia, Italia, Francia, Spagna e Portogallo che hanno visto i lavoratori impegnati in decine di scioperi generali nazionali ma anche l’assenza totale di una azione del sindacato europeo. Lo stesso è avvenuto con il drastico depotenziamento, se non la demolizione, degli statuti del lavoro in Italia, Francia e Spagna. In Spagna la risposta è stata anche politica e il nuovo governo PSOE-Podemos ha nel programma il cambiamento delle norme volute da Rajoy; in Francia lo scontro è durissimo ma non si intravvede una proposta politica alternativa; da noi il problema non si pone, è prioritario “salvare la democrazia”.

Nel mondo. A gennaio si è svolto in India lo sciopero generale di due giorni che ha visto la partecipazione di quasi 200 milioni di lavoratori, il più grande sciopero della storia; a giugno lo sciopero unitario indetto dai sette sindacati brasiliani contro il governo ha visto partecipare 45 milioni di lavoratori. E poi: a fine giugno lo sciopero generale in Argentina contro i provvedimenti voluti dal Fondo Monetario (FMI); sempre nello stesso mese lo sciopero generale in Tunisia contro il governo e il FMI; a luglio sciopero generale in Uruguay contro la proposta dei padroni di cancellare la contrattazione collettiva nazionale, che vedeva disponibilità del governo a trovare una mediazione; a ottobre primo sciopero generale in Cile che proseguirà (e prosegue) con la costruzione del movimento Unidad Social mentre lo sciopero e le manifestazioni di dicembre hanno visto più di 2,5 milioni di manifestanti in piazza; nello stesso periodo lo sciopero generale in Ecuador e in Colombia; il 5 dicembre lo sciopero generale in Francia (e la continuazione della lotta è in corso ancora oggi).

In tutti questi casi le ragioni della lotta sono state l’opposizione alla precarizzazione del lavoro, alla riduzione dei diritti sindacali e di sciopero, al taglio dei servizi pubblici in particolare delle pensioni. I due scioperi generali in Algeria, ma anche quello di dicembre in Cile, hanno avuto al centro la riaffermazione della democrazia contro le derive elitarie e oligarchiche, prima di tutto militari. Nello Zimbabwe lo sciopero è stato represso a colpi di arma da fuoco che hanno provocato 12 morti e l’arresto di diversi dirigenti sindacali tra cui il segretario della confederazione sindacale del continente africano.

Gli arresti di dirigenti sindacali è fenomeno sempre diffuso nel mondo. Spiccano quelli in Russia, Bielorussia e Kazakhstan ma soprattutto la frequenza quasi mensile in Algeria anche in contemporanea con le elezioni politiche. Ma quello che colpisce è la frequenza degli omicidi dei dirigenti sindacali in Colombia con 18 vittime e nelle Filippine che ha provocato l’intervento di Sharan Burrow, segretaria del sindacato internazionale, indicando il governo Duterte come responsabile di 43 omicidi.

Le lotte delle insegnanti negli Stati Uniti

Nell’ultimo anno ci sono state negli Stati Uniti importanti e diffuse lotte delle lavoratrici delle scuole, insegnanti e assistenti. Lo scontro si è svolto a partire dal West Virginia contro le privatizzazioni, il trasferimento di servizi scolastici alle “scuole charter”, e a visto una importante vittoria delle decine di migliaia di lavoratrici in lotta per diverse settimane. Sempre sugli stessi temi si sono svolte lotte analoghe in California dove sono scesi in sciopero 30mila insegnati a Los Angeles. Alcune settimane fa sono scese in lotta le insegnanti di Chicago contro la scelta di privatizzare dell’amministrazione comunale, criticando il voltafaccia del sindaco che in campagna elettorale aveva chiesto i voti per un programma contro le privatizzazioni.

I 33 giorni di sciopero dei lavoratori della General Motors

A mezzanotte del 16 settembre i 50.000 lavoratori della General Motors (GM) sono scesi in sciopero. È stato il primo sciopero dal 2007. Gli obiettivi erano: l’abolizione del sistema di retribuzione “a due livelli”; il contrasto al continuo aumento di esternalizzazioni e di utilizzo di lavoro temporaneo; oltre ad aumenti salariali generalizzati e a miglioramenti nell’assistenza sanitaria contro il progetto di GM di far pagare ai lavoratori una quota maggiore di spese mediche; infine, il no alla chiusura di impianti negli USA.

Si sono ottenuti significativi aumenti salariali per tutti. Il “doppio livello” era stato introdotto negli anni passati e comportava il fatto che a svolgere la stessa mansione ci fossero operai retribuiti 30 e altri 15 dollari l’ora, in ragione del momento dell’assunzione. Questa differenza è stata superata per gli operai delle linee di montaggio ma permane per i lavoratori che operano direttamente nella componentistica e nella logistica dell’impresa. Differenze analoghe permangono per i contributi per l’assistenza sanitaria e per le pensioni.

Comunque il problema è stato risolto per la maggioranza dei lavoratori e la maggioranza ha approvato l’accordo.

Rider di tutto il mondo unitevi

Praticamente in ogni mese del 2019 s’è avuta notizia di scioperi, proteste, cause giudiziarie o sentenze che hanno visto protagonisti lavoratori delle piattaforme della logistica che qui chiamiamo “fattorini”.

I conflitti si sono svolti sempre sugli stessi problemi: l’imposizione del lavoro autonomo al posto del rapporto di lavoro subordinato, l’avviamento al lavoro da parte di agenzie in Belgio o di cooperative in Spagna, il taglio delle retribuzioni orarie o il mancato pagamento del salario.

In Europa ma anche in America Latina il più delle volte le controparti sono state Deliveroo, Glovo, Uber, Eat o Stuart. In Argentina lo scontro è avvenuto anche contro imprese nazionali come Pedidos Ya e Orden Ya. In Cina contro il gigante della logistica YTO Express e le principali piattaforme di distribuzione alimentare, Meituan ed Ele.me, oppure collegate al crollo del noto corriere Rufengda Express, mentre le altre proteste si sono verificate in piccole società di corrieri regionali nello Jiangxi, nello Yunnan e Shandong.

In alcuni casi, come è avvenuto a Torino (conosceremo tra alcune settimane la definitiva sentenza della Corte di Cassazione), si è ricorso alla magistratura.

Due recenti decisioni di un tribunale di Amsterdam segnano una vittoria nella lotta contro Deliveroo con il riconoscimento che i lavoratori svolgono l’attività come dipendenti, non come imprenditori autonomi.

Interessante è stata la sentenza di un tribunale a Valencia, in Spagna, dove un analogo riconoscimento è avvenuto dopo il ricorso del locale ispettorato del lavoro: inimmaginabile in Italia.

Le lotte e la drammatica repressione negli ultimi sei mesi

Drammatica è stata la repressione perché in essa hanno perso la vita quasi 1500 persone, più di 10mila sono rimaste ferite da armi da fuoco, gli arresti sono stati in numero ancora superiore. Ci sono stati casi di tortura ma quello che colpisce è lo stupro di centinaia e centinaia di donne, soprattutto in America Latina dove da anni le donne erano entrate in campo contro la violenza di genere e la libertà dell’aborto diventando un soggetto sociale protagonista. Sempre la polizia è stata affiancata dall’esercito e nei casi del Cile e dell’Ecuador il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e d’assedio. Parliamo delle manifestazioni ad Haiti e subito dopo in Ecuador, poi in Cile e a fine anno in Bolivia. Contemporaneamente si sono svolte analoghe proteste in Iraq e in Iran.

In Ecuador, Cile e, per ultimo, le lotte contro il golpe in Bolivia e lo sciopero generale in Colombia di dicembre hanno visto tra i protagonisti in prima fila le popolazioni indigene. La protesta in Haiti era stata definita levantamiento de los hambrientos, rivolta degli affamati. In Argentina l’opposizione al governo neoliberale ha vinto le elezioni e il primo provvedimento, contenuto in un accordo con le organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori, è garantire l’alimentazioni a tutti, come hanno scritto “a partire dagli ultimi”.

Alcune riflessioni

Gli avvenimenti prima descritti sono una delle espressioni della fase ormai di esaurimento del trentennio dell’economia globale. L’illusione si trasforma in dura realtà: non ce n’è più per tutti; una parte degli esseri umani deve essere abbandonata al suo destino.

Tra “noi” e “loro” vanno costruiti muri e siamo ormai giunti nel mondo a 55 muri per un totale di 40mila chilometri, metà dei quali costruiti dopo il 2008, e altri sono in costruzione. Se non basta vendere le armi perché si ammazzino tra loro, prima di tutto alimentando gli integralismi religiosi (i golpisti boliviani salutano con il tradizionale saluto militare ma con l’indice e il dito medio della mano incrociati appunto a forma di croce), allora li bombardiamo o appoggiamo in silenzio chi bombarda. Tutto questo mentre la crisi climatica incombe e già oggi – come ha segnalato l’organismo dell’ONU preposto ai diritti umani – oltre 120 milioni di esseri umani a sud dei muri vivono in una sorta di apartheid climatico, mentre palestinesi e kurdi in quello materiale.

In un contesto di questo tipo i lavoratori si battono, eccome… Non sono tutti come i lavoratori italiani! Eppure la prospettiva è incerta. Come scriveva Luciano Gallino «i lavoratori non pensano più di avere un destino comune», ma come possono pensare di averlo nel pieno della frantumazione del lavoro e quando, come scrive il sindacato internazionale dei lavoratori dell’industria, è venuta scemando la solidarietà internazionale? Se lo sguardo non va oltre al proprio villaggio anche quando sei subissato di notizie dai social e la speranza non va oltre la giornata o la settimana quando sei fortunato e lavori, viene anche a mancare la speranza individuale. Le contraddizioni impongono una nuova progettualità. Per ora è importante schierarsi, almeno idealmente, con quelli che stanno a sud dei muri.
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ROCCA 15 GENNAIO 2020
LAVORO E SOCIETÀ
i cupi colori della nuova schiavitù
di Ritanna Armeni

Ci sono cose che si sanno e si ritengono assodate. Che c’è la globalizzazione, per esempio, che questa ha sconvolto il mondo del lavoro, che ha creato insicurezza e precarietà, che ha cambiato anche – e a fondo – le nostre abitudini, il nostro modo di consumare e di vivere. Ripeto: si sa. Poi un giorno si va al cinema a vedere un film di un regista che si ama molto, Ken Loach. Il film s’intitola «Sorry, we missed you», «Spiacenti, non vi abbiamo trovato» (la frase del cartoncino lasciato dal corriere se il cliente è assente), e si capisce che quel che avevamo pensato e anche intravisto attorno a noi, quel che ci dicevano le statistiche, che qualche volta leggevamo nei libri e, raramente, anche sui giornali, ci aveva dato un’immagine edulcorata e solo sbiadita di quel che è oggi il mondo del lavoro. Che non è solo brutto, incerto, dominato dallo sfruttamento. Questo, appunto, lo sapevamo già. Quel che Ken Loach ci dice con lucidità e persino spietatezza e che è diventato il luogo di una nuova schiavitù e della disperazione. E fra sfruttamento e schiavitù, fra sconforto e disperazione c’è una bella differenza.
Ma cominciamo dall’inizio. Una famiglia, un uomo, una donna, due figli. Lui fa un nuovo lavoro, il corriere, appunto, di una delle tante ditte che consegnano a domicilio. Potrebbe essere Amazon, per capirci.
Potrebbe essere quell’uomo che almeno una volta la settimana ci consegna il pacco che abbiamo ordinato via Internet, o il giovane che ci porta la pizza ancora calda per cena. Quattordici ore di lavoro, sei giorni su sette, uno scanner che controlla ogni tuo passo, una bottiglia per pisciare dentro il camioncino perché non si possono perdere minuti preziosi per cercare un bagno. Niente assicurazioni e garanzie, tanti rischi, nessun diritto, di corsa per riuscire a vivere, o piuttosto per riuscire ad arrivare la sera a un letto che ti consente di riprendere forze per il giorno dopo e ricominciare. Non ci sono padroni, o almeno non si vedono, nel film di Loach, c’è solo un piccolo prepotente capetto, che somiglia a un ingranaggio, non ci sono sindacati, non c’è protezione di alcun tipo. C’è un «sistema», nella sua assurda astrazione, rappresentato da una macchinetta che dà ordini, controlla i minuti, monitora clienti e movimenti, conosce ogni spostamento e non dà tregua. Un oggetto piccolo e nero che si tiene in mano e che collega «il mercato» grande, invisibile, ma incombente al lavoro, o meglio all’uomo che lavora. E un’illusione che porta il protagonista Ricki direttamente all’inferno: quella di essere padrone del proprio destino, di non lavorare «per» un qualcuno ma «con» qualcuno. E per chi è padrone di se stesso non c’è bisogno di garanzie e diritti.
L’illusione diventa un incubo che Ricky vive ogni giorno nella corsa fino all’ultimo minuto, nella impossibilità di vivere gli affetti e la famiglia, nella disperazione che si estende agli altri, ai figli, alla moglie. Lavoratore? Sfruttato? Precario? No, piuttosto schiavo, legato dalla catena invisibile che è quella del consumo di tutti noi, dominato e diretto dall’alto attraverso le macchine e la tecnologia.
C’è poi la donna, Abby, moglie, madre e badante di tanti anziani non più autosufficienti. Una figura importante, ma che per incomprensibili motivi, nelle tante recensioni del film, trascurata. Eppure la vita di Abby ci mostra un altro spaccato di tragedia e di disperazione. I vecchi, malati, incontinenti, dementi che lei visita ogni giorno di corsa, con umanità amore e dedizione, sono gli scarti di una società che non produce più spontaneamente e naturalmente amore ma che lo delega a pagamento, a tempo parziale alle cure di una donna che, anch’essa sottopagata, dalle sette del mattino alle nove di sera gira per le case offrendo a pagamento quel che la famiglia, i figli, i coniugi, le madri e padri, non riescono più a dare. L’amore ai tempi della Gig economy dell’i commerce è solo limitato e a pagamento e se, di tanto in tanto fiorisce, come nel caso di Abby che ama i suoi pazienti (clienti), è un bocciolo unico e sofferente in una spianata di duro e grigio cemento. Affetto che si dà, certo, ma che si toglie. Ai figli, che hanno una madre e un padre sempre assenti, a se stessi, alla propria vita.
Il lavoro si tinge di tinte fosche nel film di Ken Loach. Ma sono le «sue» tinte, quelle nascoste, quelle appena intraviste nelle statistiche sulla disoccupazione e sulla precarietà o occultate dagli asettici dati sull’economia. Sono i colori cupi della nuova schiavitù e della disperazione. Sono i colori dell’assenza. Perché nel lavoro moderno, in cui il patto con il capitale si è infranto e la frana ha portato via sicurezze e diritti, sono le assenze che diventano gigantesche e incombenti. L’assenza di una solidarietà che aiuti i deboli, di un sindacato che sappia organizzare chi lavora, di una sinistra che offra prospettive migliori e diverse. Tutto questo non c’è più attorno a noi e non c’è nel film del regista inglese. Non c’è neppure nello sfondo, non è oggetto di nostalgia, di rimpianto e di rabbia. Semplicemente è finito. Fa parte di un mondo passato di cui i giovani non hanno neppure la memoria. Non lo vediamo e non lo troviamo più. E con esso è finita la dignità, la gerarchia dei valori, la capacità di amare. Rimane la sopravvivenza e la domanda amara che non ci si può non porre alla fine del film: « Come abbiamo fatto ad arrivare a tutto questo?».
Ritanna Armeni
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- L’illustrazione in testa è tratta da Rocca n.2 del gennaio 2020.

« Come abbiamo fatto ad arrivare a tutto questo?»

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REDDITO DI CITTADINANZA
il divario tra obiettivi e risultati
di Fiorella Farinelli
Liberare la discussione pubblica da faziosità, strumentalità, falsificazioni. Restituirle il rispetto dei fatti, la capacità di entrare nel merito, il contributo della competenza, intenzioni e prassi collaborative nella ricerca delle soluzioni. Hanno ragioni da vendere le Sardine a farne la ragione primaria del loro ingresso nello spazio pubblico. Senza, non c’è politica, e senza politica non c’è Polis, comunità, coesione sociale, fiducia nelle istituzioni. Emblematica è la discussione, a un anno ormai dal suo varo, del reddito di cittadinanza. Invece che l’analisi, dati alla mano, della distanza tra obiettivi e risultati, a prevalere è il solito confuso panorama fatto di contrapposizioni pregiudiziali o di giravolte dell’ultim’ora, di sottovalutazioni e ipocrisie, di silenzi e tatticismi. I poveri – assoluti, le famiglie disagiate con molti figli, quelli che il lavoro l’hanno perso senza alcun paracadute, quelli che non possono neppure cercarlo per fragilità soggettive, i disoccupati di lunga durata, i bambini a rischio di povertà educativa, i giovanissimi già in stato di marginalità sociale, una discussione politica fatta così non la meritano. Come non meritano le narrazioni di media che schiacciano tutto sotto il peso dei soliti furbetti, chi ha ottenuto il sussidio senza averne i requisiti, chi ne approfitta per lavorare in nero, i «divanari» che si risparmiano la fatica di cercare lavoro, e così via. Non che situazioni di questo tipo non ci siano in un paese dove anche delle indennità di disabilità si è sempre fatto mercato, ma non sono certo tutto quello che va controllato, prevenuto, modificato.

e ora che si fa?
Il contrasto della povertà, il sostegno al «lavoro povero», le politiche attive del lavoro sono temi serissimi, averli intrecciati insieme nello stesso provvedimento è stato un grave errore, uno dei tanti, del reddito di cittadinanza, ma ora che si fa? Sugli errori fatti, prevedibili fin dalla definizione del testo normativo e confermati dalla sua attuazione, si vuole solo lucrare politicamente, o si può cercare, riconoscendo gli errori e assumendosi finalmente serie responsabilità sia dal governo che dall’opposizione, di rendere più efficaci i tanti soldi che costa? O si preferisce svicolare, aspettando furbescamente il boomerang delle inchieste giornalistiche e giudiziarie che prima o poi lo travolgerà? Sulla linea della strumentalizzazione politica con annessa giravolta dell’ultim’ora, campeggia ovviamente Matteo Salvini, che da dominus del governo giallo-verde che quel reddito di cittadinanza l’ha fortemente voluto si è, ora che è all’opposizione, trasformato cinicamente in suo acerrimo detrattore, il reddito che non permette le assunzioni, che favorisce il lavoro nero, che viene elargito a ex brigatisti e ex detenuti, che i buonisti vorrebbero regalare a tutti gli immigrati.
Su quella della minimizzazione dei problemi e della richiesta di altro tempo per risolverli (ma quanto?), in particolare sul versante per ora nettamente fallimentare delle politiche attive del lavoro, ci sono il Conte 2 col suo socio del cuore Luigi Di Maio. Su quella del masticare amaro ma senza la capacità di imporre una discussione di verità e una ricerca di soluzioni c’è poi il Pd, per timore che le tensioni dentro il governo giallorosso si facciano insopportabili. Reticenze e genericità sono anche nelle organizzazioni sindacali, mentre più propositive sono le tante associazioni contro la povertà che, per ora inascoltate, temono guasti ulteriori, alla prima stretta finanziaria, emergenza economica, cambio di maggioranza di governo, se non si dovesse metter mano alle criticità più vistose.

il fallito contrasto alla povertà
Ma come stanno le cose in tema di contrasto alla povertà? A cosa sono serviti i 6 miliardi stanziati per il 2019? Il risultato positivo è che, tra reddito e pensione di cittadinanza, si è pressoché triplicata, con più di 1 milione di nuclei familiari e 2 milioni e 451.000 individui coinvolti, la platea dei beneficiari del reddito di inclusione (ReI) che nel 2018 aveva intercettato solo 359.000 famiglie. Un avanzamento importante – che insensibilità sociale e che avarizia ci sono state, purtroppo, in quel tardivo provvedimento sul ReI del gover- no Gentiloni – che non può tuttavia far di- menticare che gli individui poveri sono, secondo Istat, ben 5 milioni, e neppure che i 6 miliardi stanziati non sono stati interamente spesi perché il numero delle domande è stato assai inferiore alle attese.
I motivi sono più di uno. Il primo è che dei 5 milioni di poveri fanno parte molti nuclei familiari di immigrati volutamente esclusi da una norma che – «prima gli italiani!» – ha limitato l’accesso al sussidio ai soli residenti in Italia, regolarmente e continuativamente, da almeno dieci anni. Il secondo dipende invece dal non aver voluto affidare all’infrastruttura di servizi sociali istituita per il ReI (mai, è ovvio, può esserci continuità con ciò che è stato fatto dagli odiosi governi precedenti), l’erogazione del sussidio. Ma solo un welfare locale, incentrato sui servizi comunali che conoscono anche personalmente i soggetti in maggiore difficoltà, può intercettare i bisogni reali e attivare le domande delle persone più marginali, quelle senza residenza stabile e senza relazioni, quelle che da sole non sono in grado di informarsi, né di rivolgersi a chi potrebbe aiutarle. L’unico in grado, inoltre, di combinare il sussidio con altri tipi di intervento – nei campi dell’abitazione, della salute, dell’assistenza ai disabili e ai malati, dell’educazione e del- la formazione professionale – utili a favorire il rafforzamento delle risorse personali e lo sviluppo dell’inclusione sociale. Ed è da qui che bisognerebbe ripartire, per far uscire le persone , quando è possibile, dalla dipendenza totale dall’assistenza. C’è dunque molto da fare, per allargare la platea dei beneficiari includendo i più poveri non solo di risorse economiche ma anche di salute, educazione, competenze professionali, relazioni. Non basta, come molti a sinistra hanno fatto e continuano a fare, irridere il Di Maio che dai balconi si arrogò l’anno scorso il merito storico di aver «abolito la povertà». C’è infatti dell’altro che emerge dai dati, e che i dati suggeriscono di fare. L’essersi impuntati, per evidenti motivi di consenso elettorale, sui famosi 780 Euro mensili – quasi il doppio degli importi che in Francia e Germania sono previsti per una persona singola priva di risorse – non ha solo attivato un sussidio troppo vicino per entità ai salari dei lavori poveri, e quindi capace di scoraggiare la ricerca di un lavoro (magari malpagato ma pur sempre occasione di possibile sviluppo delle competenze e suscettibile di miglioramenti), ma ha anche ristretto le risorse per calibrarne l’ammontare secondo il numero dei familiari. Si è arrivati così all’assurdo, denunciato da più parti, per cui un nucleo familiare di sei componenti finisce col ricevere in media solo 150 Euro in più di una coppia senza figli. Un paradosso, considerati gli alti livelli della povertà minorile, e il surplus di responsabilità che si richiederebbe in questo caso alle istituzioni. Tra i nuclei familiari che beneficiano del RdC quelli con minori sono sì solo 368.000 su 895.000 ma rappresentando quasi il 60% del totale delle persone. Sono dunque tanti i limiti da correggere e le modifiche da apportare, anche dove il reddito di cittadinanza ha colpito meglio il bersaglio.

svolte per salvare il salvabile
Assai più problematica, per non dire disperata, la situazione sul versante, tanto enfatizzato dai gialloverdi, del rapporto tra reddito di cittadinanza e politiche attive del lavoro. Dove le scelte compiute sono così intrise di malafede e di ignoranza della complessità del tema da richiedere, per salvare il salvabile, svolte decisive. Tra Centri per l’Impiego da innovare, navigators da reclutare-formare-rendere operativi e poi fare accettare alle Regioni, e – soprattutto nel Sud – carenze di lavoro disponibile per quel tipo di offerta, il panorama attuale dei risultati non è lontano da un clamoroso fallimento.
Premesso che la platea dei diretti interessati è fatta – su 2 milioni e 200.000 percettori del reddito – di soli 700.000 definiti «occupabili», e che di questi solo 200.000 sono stati finora presi in carico, o comunque censiti, dai Centri per l’Impiego, non c’è alcuna ragionevole certezza che ciò abbia prodotto, oltre a qualche migliaio di tirocini, un numero significativo di nuovi contratti di lavoro. Che, secondo quanto fatto circolare dal governo, sarebbero 18.000 (una quota modestissima, quindi, rispetto non solo ai 700.000, ma anche ai 200.000), ma che secondo vari osservatori sarebbero dovuti non al successo dei servizi per l’impiego nell’incrociare la domanda con l’offerta bensì a un’autonoma ricerca del lavoro da parte di soggetti interessati, capaci di guardarsi attorno e prov- visti delle giuste competenze. Vedremo.

il problema della bassa scolarizzazione
Ma intanto dal censimento pur parziale dei percettori di reddito «occupabili», filtrano elementi inquietanti perché emerge che sono moltissime le persone, non solo in area meridionale, la cui occupabilità è bassissima perché privi, oltre che di esperienze di lavoro e di competenze professionali acquisite sul campo, perfino del completamento dell’obbligo scolastico. Quindi poco attrattivi per le imprese e «adatti» solo a lavori a bassa o nulla qualificazione, gli stessi su cui però in alcune aree territoriali agisce la concorrenza de- gli ultimi degli ultimi, cioè gli immigrati disposti – o meglio costretti da condizioni di irregolarità – a salari bassissimi, a lavori in nero, a condizioni di lavoro molto faticose. Una sorpresa? Niente affatto, lo sappiamo da sempre quanto incida sulla marginalità sociale e lavorativa la bassa scolarizzazione, e sappiamo anche che da decenni e ogni anno sono decine di migliaia i ragazzi che lasciano non solo la secondaria superiore ma anche la scuola dell’obbligo senza averla conclusa. Ma cosa si sta facendo, a fronte di questa emergenza, per superarla? Sebbene la legge sul reddito di cittadinanza dichiari tra i suoi obiettivi anche quello di favorire il diritto all’istruzione e alla formazione professionale, in questi mesi non c’è traccia di programmi nazionali mirati al recupero, in questa fascia di adulti, dei titoli di studio, delle qualifiche e dei diplomi professionali, delle competenze informatiche e linguistiche necessarie per un più agevole inserimento o reinserimento nel lavoro regolare. I ministri, anche quelli dell’istruzione, pensano ad altro, e le Regioni pure. Se ne può, almeno provvisoriamente, concludere che, se non si interviene né sul lato dell’offerta di lavoro (in termini di capacità di lavoro delle persone) né su quello della domanda (incremento delle richieste di lavoro da parte delle imprese), le politiche attive – sempre che si riesca a concretizzarne gli strumenti implementando in quantità e qualità l’attività dei Centri per l’Impiego – rischino di andare incontro a un diffuso fallimento. O di ridursi a un accompagnamento degli avviabili al lavoro da una condizione di poveri in cerca di lavoro a quella di lavoratori poveri e precari.
Non c’è via di uscita, se non ci saranno svolte positive tramite massicci investimenti in sviluppo produttivo (paradossalmente impediti anche dal forte impegno finanziario in reddito/pensione di cittadinanza, oltre che nell’altro geniale provvedimento denominato «quota 100»), se non abbassare il costo del lavoro per incoraggiare nuove assunzioni (una via già delineata dalla legge, ma da incrementare) e erogare sussidi pubblici alle basse retribuzioni, anche con l’introduzione di un «salario minimo». L’alternativa sono, checché se ne dica, sussidi assistenziali che negano la dignità e le potenzialità di crescita delle persone, e le espongono alla miseria di logiche clientelari e corruttive. Ci sarà, nei prossimi mesi, l’energia politica per affrontare problemi di questa natura? E, preliminarmente, la responsabilità di discuterne con serietà e responsabilità? Care Sardine, datevi da fare.

Fiorella Farinelli

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ROCCA 15 GENNAIO 2020
LAVORO E SOCIETÀ
i cupi colori della nuova schiavitù
di Ritanna Armeni

Ci sono cose che si sanno e si ritengono assodate. Che c’è la globalizzazione, per esempio, che questa ha sconvolto il mondo del lavoro, che ha creato insicurezza e precarietà, che ha cambiato anche – e a fondo – le nostre abitudini, il nostro modo di consumare e di vivere. Ripeto: si sa. Poi un giorno si va al cinema a vedere un film di un regista che si ama molto, Ken Loach. Il film s’intitola «Sorry, we missed you», «Spiacenti, non vi abbiamo trovato» (la frase del cartoncino lasciato dal corriere se il cliente è assente), e si capisce che quel che avevamo pensato e anche intravisto attorno a noi, quel che ci dicevano le statistiche, che qualche volta leggevamo nei libri e, raramente, anche sui giornali, ci aveva dato un’immagine edulcorata e solo sbiadita di quel che è oggi il mondo del lavoro. Che non è solo brutto, incerto, dominato dallo sfruttamento. Questo, appunto, lo sapevamo già. Quel che Ken Loach ci dice con lucidità e persino spietatezza e che è diventato il luogo di una nuova schiavitù e della disperazione. E fra sfruttamento e schiavitù, fra sconforto e disperazione c’è una bella differenza.
Ma cominciamo dall’inizio. Una famiglia, un uomo, una donna, due figli. Lui fa un nuovo lavoro, il corriere, appunto, di una delle tante ditte che consegnano a domicilio. Potrebbe essere Amazon, per capirci.
Potrebbe essere quell’uomo che almeno una volta la settimana ci consegna il pacco che abbiamo ordinato via Internet, o il giovane che ci porta la pizza ancora calda per cena. Quattordici ore di lavoro, sei giorni su sette, uno scanner che controlla ogni tuo passo, una bottiglia per pisciare dentro il camioncino perché non si possono perdere minuti preziosi per cercare un bagno. Niente assicurazioni e garanzie, tanti rischi, nessun diritto, di corsa per riuscire a vivere, o piuttosto per riuscire ad arrivare la sera a un letto che ti consente di riprendere forze per il giorno dopo e ricominciare. Non ci sono padroni, o almeno non si vedono, nel film di Loach, c’è solo un piccolo prepotente capetto, che somiglia a un ingranaggio, non ci sono sindacati, non c’è protezione di alcun tipo. C’è un «sistema», nella sua assurda astrazione, rappresentato da una macchinetta che dà ordini, controlla i minuti, monitora clienti e movimenti, conosce ogni spostamento e non dà tregua. Un oggetto piccolo e nero che si tiene in mano e che collega «il mercato» grande, invisibile, ma incombente al lavoro, o meglio all’uomo che lavora. E un’illusione che porta il protagonista Ricki direttamente all’inferno: quella di essere padrone del proprio destino, di non lavorare «per» un qualcuno ma «con» qualcuno. E per chi è padrone di se stesso non c’è bisogno di garanzie e diritti.
L’illusione diventa un incubo che Ricky vive ogni giorno nella corsa fino all’ultimo minuto, nella impossibilità di vivere gli affetti e la famiglia, nella disperazione che si estende agli altri, ai figli, alla moglie. Lavoratore? Sfruttato? Precario? No, piuttosto schiavo, legato dalla catena invisibile che è quella del consumo di tutti noi, dominato e diretto dall’alto attraverso le macchine e la tecnologia.
C’è poi la donna, Abby, moglie, madre e badante di tanti anziani non più autosufficienti. Una figura importante, ma che per incomprensibili motivi, nelle tante recensioni del film, trascurata. Eppure la vita di Abby ci mostra un altro spaccato di tragedia e di disperazione. I vecchi, malati, incontinenti, dementi che lei visita ogni giorno di corsa, con umanità amore e dedizione, sono gli scarti di una società che non produce più spontaneamente e naturalmente amore ma che lo delega a pagamento, a tempo parziale alle cure di una donna che, anch’essa sottopagata, dalle sette del mattino alle nove di sera gira per le case offrendo a pagamento quel che la famiglia, i figli, i coniugi, le madri e padri, non riescono più a dare. L’amore ai tempi della Gig economy dell’i commerce è solo limitato e a pagamento e se, di tanto in tanto fiorisce, come nel caso di Abby che ama i suoi pazienti (clienti), è un bocciolo unico e sofferente in una spianata di duro e grigio cemento. Affetto che si dà, certo, ma che si toglie. Ai figli, che hanno una madre e un padre sempre assenti, a se stessi, alla propria vita.
Il lavoro si tinge di tinte fosche nel film di Ken Loach. Ma sono le «sue» tinte, quelle nascoste, quelle appena intraviste nelle statistiche sulla disoccupazione e sulla precarietà o occultate dagli asettici dati sull’economia. Sono i colori cupi della nuova schiavitù e della disperazione. Sono i colori dell’assenza. Perché nel lavoro moderno, in cui il patto con il capitale si è infranto e la frana ha portato via sicurezze e diritti, sono le assenze che diventano gigantesche e incombenti. L’assenza di una solidarietà che aiuti i deboli, di un sindacato che sappia organizzare chi lavora, di una sinistra che offra prospettive migliori e diverse. Tutto questo non c’è più attorno a noi e non c’è nel film del regista inglese. Non c’è neppure nello sfondo, non è oggetto di nostalgia, di rimpianto e di rabbia. Semplicemente è finito. Fa parte di un mondo passato di cui i giovani non hanno neppure la memoria. Non lo vediamo e non lo troviamo più. E con esso è finita la dignità, la gerarchia dei valori, la capacità di amare. Rimane la sopravvivenza e la domanda amara che non ci si può non porre alla fine del film: « Come abbiamo fatto ad arrivare a tutto questo?».
Ritanna Armeni
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- L’illustrazione in testa è tratta da Rocca n.2 del gennaio 2020.

La chiamata civica alla politica (…) La malattia dei politici è una drammatica perdita del senso di realtà. [Dobbiamo] aiutare la politica a ritrovare il proprio ruolo sociale.

poverta-conv-roma-14-17-ott19Carità o diritti?
di Walter Tocci, sul suo blog

Sul tema i volontari della Caritas di Roma mi hanno chiesto di tenere una lectio magistralis in occasione della Giornata Mondiale della Lotta alla Povertà. Ne è venuta fuori una riflessione sulla relazione, in atto o in teoria, tra la politica e il volontariato. Il convegno si è svolto nei giorni 14-15 ottobre 2019 a Roma nell’Ostello di via Marsala dedicato alla memoria di don Luigi Di Liegro. Di seguito il testo del mio intervento.
Qui è disponibile il video del mio intervento
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Di seguito il testo scritto.

Carità o diritti?
di Walter Tocci
Un titolo lancinante apre la nostra sessione del convegno: Carità o diritti? Le parole vengono da antiche tradizioni culturali, ma in questo luogo di accoglienza e di fraternità indicano due esperienze di vita: la carità come un dono all’altro che è anche un dono a se stesso; i diritti come doni universali che regolano le relazioni tra le persone.
Fin qui il nostro titolo appare in tutta la sua positività. Ma interviene la parola più piccola a infrangere l’armonia, separando con la disgiunzione “o” ciò che dovrebbe andare insieme. C’è però un punto interrogativo a lenire la preoccupazione, annunciando che la questione è ancora aperta alla discussione e nulla è detto di definitivo. È appunto la discussione che la mia introduzione vorrebbe sollecitare.
È davvero scontato che ci sia un aut-aut oppure esiste uno spazio comune di relazione e anzi di interdipendenza? E quale sarebbe questo spazio comune?

Osserviamo innanzitutto gli esiti contrapposti che possono avere l’indifferenza oppure la relazione tra carità e diritti.
Quando le due esperienze rimangono indifferenti l’una all’altra non riescono a sviluppare pienamente le proprie ragioni. La carità senza i diritti non riesce a generalizzare la sua speranza di giustizia. I diritti senza la carità non riescono e personalizzare il soddisfacimento dei bisogni.
Quando invece le due esperienze sono in sintonia riescono a dare il meglio di se stesse e portano a compimento le proprie motivazioni.
Da un lato, se i diritti sono riconosciuti la carità è libera di trascenderli, perfino di tradirli, andando oltre la mera conformità alla legge per aprire il cuore delle persone e contemplare la beatitudine della misericordia. È il messaggio della lettera di Don Milani a Pipetta, il giovane comunista di S. Donato, un testo formativo per tanti della mia generazione, e a me molto caro.

Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.
Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”.
Dall’altro lato, la carità nella misura in cui coltiva le relazioni interpersonali genera l’humus sociale da cui traggono alimento i diritti. Questi, infatti, non sono garantiti solo dalle procedure formali, anzi hanno bisogno di una democrazia viva che non cada nell’apatia, ma sappia rinnovare continuamente le sue promesse. “Rinnovare le promesse della democrazia”, questo fu l’ammonimento di Norberto Bobbio. In uno dei suoi ultimi libri sentì il bisogno di raccomandare che la democrazia non poteva divenire un costume condiviso se non avesse mantenuta la promessa del “riconoscimento della fratellanza che unisce tutti gli uomini in un comune destino”.
Due maestri così diversi tra loro ci aiutano a comprendere come la carità e i diritti, solo nella loro felice congiunzione, siano in grado di esprimere le massime potenzialità. Per Don Milani la carità trascende la giustizia sociale, a cui aveva pur dedicato la vita, educando i ragazzi di Barbiana. Per Bobbio i diritti si fondano sulla promessa di fraternità e non solo sulle procedure, alle quali aveva pur dedicato tutta la sua opera intellettuale.
È come se i due grandi maestri, venendo da percorsi opposti, indicassero uno spazio comune tra carità e diritti. Possiamo a questo punto eliminare il punto interrogativo del nostro titolo, sostituendo aut-aut con et-et, ma viene spontanea una nuova domanda: quale è la natura della congiunzione?

Il significato costituzionale della dignità
Ciò che tiene insieme carità e diritti è la dignità. Questa parola è una presenza invisibile nel titolo, non appare nel suo lessico, ma illumina il significato delle parole che lo compongono.
La dignità, infatti, è il fine supremo della carità. Quando un senza fissa dimora incontra un volontario e riceve da lui una carezza riconquista come per miracolo la dignità di persona. L’atto più disinteressato e privo di scopi è sufficiente a realizzare l’opera umana che fino a un attimo prima sembrava impossibile.
Nel contempo la dignità è anche il fondamento giuridico dei diritti poiché è scritta in Costituzione. In una delle sue ultime lezioni Stefano Rodotà ha usato la parola addirittura per scandire una terza epoca del costituzionalismo moderno. Dopo l’Homo hierarchicus dell’ancien régime e l’Homo equalis del Novecento, dal dopoguerra siamo entrati nel costituzionalismo dell’Homo dignus. La parola, infatti, si trova esplicitamente nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e nell’incipit della Costituzione tedesca – La dignità umana è intangibile – come monito per l’avvenire dopo l’orrore dell’Olocausto. Ma è interessante notare che lo stesso concetto di intangibilità umana ritorni, in condizioni storiche molto diverse, nel costituzionalismo contemporaneo, ad esempio nella Carta di Nizza, come contenimento dei poteri pervasivi della tecnica e dell’economia che tendono a invadere la vita umana. La dignità diventa il nuovo principio di resistenza della persona di fronte alle sfide del postumano.
Ma è nella Costituzione italiana che la parola dignità esprime il meglio di sé. E lo fa in un modo originale e poco celebrato, quasi senza apparire, senza prendere le sembianze di un principio assoluto, ma mettendosi al servizio di altri principi costituzionali al fine di renderli cogenti.
Per scoprire questi rimandi reconditi dovremmo riprendere in mano la Carta, rileggerla con curiosità nuova, senza la trascuratezza e la retorica degli ultimi tempi. Si dovrebbe prendere esempio dai sacerdoti che tutte le domeniche dal pulpito leggono e commentano il Vangelo di fronte all’Assemblea. I fedeli conoscono la Buona Novella, non è affatto una sorpresa, ma quella lettura suscita ogni volta nuove riflessioni spirituali e impegni sociali.
Allo stesso modo dovremmo prendere l’abitudine di iniziare ogni assemblea civile, incontro pubblico, manifestazione popolare con la lettura di un articolo della Carta. Proviamo a farlo oggi qui con uno degli articoli più dimenticati, il 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Non si può non ammirare la chiarezza di questo testo composto di parole semplici e profonde. Nessuna legge sul lavoro degli ultimi venti anni ha cercato di raggiungere tale chiarezza e tutte si sono prodigate per indebolire quei principi. Anche da qui si vede che è la Costituzione per l’avvenire. È attuale proprio perché la sua inattualità orienta il nostro presente verso un diverso avvenire.
La nostra parola appare solo alla fine dell’articolo con l’aggettivo dignitosa, che apparentemente non aggiunge granché, poiché il senso della norma giuridica è già chiarito dalle parole precedenti. Eppure, in questo contesto l’aggettivo vuol dire che il lavoro di cui si parla non è solo un fatto economico, anzi riguarda una dimensione fondativa della società e della persona. Quindi l’articolo 36 richiama e chiarisce implicitamente l’articolo 1. È come se l’incipit costituzionale, La Repubblica fondata sul lavoro, pur non utilizzando la parola dignità, ne contenesse il significato.
E allo stesso modo opera l’articolo 41, quello che voleva cancellare il ministro Tremonti per farsi perdonare dall’establishment europeo lo sperpero nei conti pubblici. Esso stabilisce che l’iniziativa economica trova un limite nella «libertà e dignità umana». La dignità, quindi, rivela che sopra il mero interesse economico esiste una superiore sovranità, il cui primato non può che scaturire, come nel caso precedente, dall’articolo 1 della Repubblica fondata sul lavoro.
Inoltre, il mirabile articolo 3 sancisce la «pari dignità sociale» dei cittadini, senza distinzioni di razza, di censo, di genere. Questo primo comma è sempre stato considerato come il principio liberale dell’eguaglianza che nega ogni forma di discriminazione, mentre il secondo comma del «rimuovere gli ostacoli» è stato considerato il principio sociale dell’eguaglianza, che si afferma nella sostanza dei rapporti tra i cittadini. Ma è la parola dignità, non a caso accompagnata dalla denotazione «sociale», a creare un ponte tra i due principi fondamentali e a reggere l’unità costituzionale dell’articolo 3.
Da tutto ciò discende la particolare attitudine della dignità nel connettere principi costituzionali diversi – libertà, eguaglianza e sovranità – rinunciando a esprimere un proprio significato determinato.
La dignità non è né una supernorma, né un diritto fondamentale, ma è la forza connettiva della Carta. La pienezza della dignità non è in sé, ma per gli altri. Se immaginassimo la dignità come una persona sarebbe come il volontario che senza vantarsi dona un senso alla vita delle persone.

In questa natura connettiva la dignità rivela anche la sua dimensione politica. Se ne avverte una eco nel dibattito pubblico, seppure in forma distorta. Di fronte ai fallimenti, alla volgarità, al malaffare, di partiti e di correnti emerge sempre più accorato l’appello dell’opinione pubblica a ritrovare la Dignità della Politica. Leggiamo questa espressione nei titoli dei giornali e nei messaggi dei social, la sentiamo ripetere nei talk-show e anche nelle discussioni in famiglia o tra amici. Viene ripetuta distrattamente e di conseguenza si smarriscono le differenze tra due diversi significati.
Nel primo la politica costituisce l’oggetto ed è una sorta di scatola vuota che occorre riempire apportando dall’esterno il contenuto di valore. Tale accezione ha motivato tutti i tentativi di immettere la dignità nella politica mediante le leggi, le riforme istituzionali e le norme di comportamento e di finanziamento. Sono stati scarsi gli obiettivi raggiunti perché l’approvazione e soprattutto l’attuazione di tali provvedimenti dipendeva comunque dagli stessi politici di cui si voleva innalzare la qualità. Neppure il barone di Münchhausen è riuscito ad innalzarsi tirandosi per il codino.
È più ambizioso l’altro significato, nel quale la politica è il soggetto e assume la dignità come propria dimensione interiore. Intesa così l’espressione Dignità della Politica svela che le due parole sono in una relazione profonda e si valorizzano a vicenda.
Un esempio viene da Giuseppe Di Vittorio. Quando gli chiesero di parlare dei risultati raggiunti dal sindacato italiano disse: “nel mio paese di Cerignola abbiamo insegnato ai braccianti a non inchinarsi più di fronte al padrone delle terre, ma a guardare avanti a testa alta con la dignità di chi è consapevole dei propri diritti.
Con il linguaggio di oggi diremmo che il bracciante di Cerignola è un caso di empowerment, di presa di consapevolezza dei propri diritti. Sappiamo dirlo in modo più sofisticato rispetto alle parole semplici di Di Vittorio, ma molto meno siamo in grado di metterlo in pratica. E la difficoltà riguarda non solo la politica generale, ma anche le politiche sociali. La deriva prestazionale delle amministrazioni pubbliche trasforma i servizi in numeri di interventi che spesso prescindono dai risultati umani. Nei casi migliori si punta a soddisfare bisogni, molto spesso con risposte settoriali che non colgono la dimensione esistenziale del disagio.
[segue]

“Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”*

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Sei ore per quattro giorni a settimana, con lo stesso stipendio. La proposta rivoluzionaria della premier finlandese
Su fortebraccionews News del 5 gennaio 2020
Democrazia ProletariaIn Italia, per anni, è stato tra gli slogan più potenti della sinistra operaista, una proposta avanzata per la prima volta negli anni ’70 da un piccolo partito, “Democrazia Proletaria” (che aveva tra i suoi militanti anche Peppino Impastato), e sempre bollata come utopistica e irrealizzabile: “Lavorare meno, lavorare tutti”, ossia ridurre l’orario di lavoro mantenendo uguale il salario. Una proposta che, nel nostro Paese, non ha mai riscosso un grande successo. Eppure, secondo tanti osservatori, al netto dei benefici per le persone e per i lavoratori, cui verrebbero restitutiti tempi e spazi di vita, è una delle strade possibili per fronteggiare la riduzione dei posti di lavoro causata dall’avvento dell’automazione e dell’intelligenza artificiale: lavorare meno, lavorare tutti, appunto. Ma cosa succede altrove?

A febbraio 2018, in Germania, nella regione del Baden Wuerttemberg è stato firmato un accordo collettivo che copre circa 900.000 metalmeccanici ed elettrici tedeschi per la riduzione dell’orario di lavoro a 28 ore, seppur con qualche penalizzazione sulle retribuzioni. In Svezia, nella città città di Goteborg, è stato ridotto l’orario di lavoro a sei ore al giorno ai dipendenti dell’ospedale municipale, senza variazioni allo stipendio. I risultati sono incoraggianti: il personale è più felice, più sano e più produttivo e persino i pazienti sono più soddisfatti. La sperimentazione ha interessato anche il settore privato. La giornata di 6 ore è stata introdotta in Svezia anche dalla Toyota. Il risultati? Dipendenti più soddisfatti e produttività in aumento.

Ed è proprio l’esperienza svedese che ha ispirato la proposta rivoluzionaria di Sanna Marin, la premier finlandese, la più giovane al mondo, che ha proposto una drastica riduzione dell’orario di lavoro: 6 ore per quattro giorni a settimana, a parità di salario: “Una settimana lavorativa di quattro giorni, di sei ore ciascuno, con lo stesso stipendio – ha detto Sanna Marin – potrebbe essere il prossimo passo per la Finlandia. Otto ore sono davvero l’unica scelta possibile? Credo che le persone meritino di trascorrere più tempo con le loro famiglie, con i propri cari, dedicandosi agli hobby e altri aspetti della vita, come la cultura. Questo potrebbe essere il prossimo passo per noi”. Attualmente, in Finlandia si lavora come in Italia: otto ore al giorno per cinque giorni a settimana.

Fortebraccio News
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Cresce l’attenzione alle dimensioni e alla vulnerabilità del lavoro informale
di Viola Brancatella su ASviS

Il 61% della popolazione mondiale è occupata nel lavoro informale: bisogna sostenere i lavoratori e avviare un piano di protezione sociale che riduca la vulnerabilità e aiuti la transizione al lavoro formale, dice l’Ocse. 3/1/20

Oggi due miliardi di persone in tutto il mondo sono occupate in un lavoro informale, che, per sua definizione, non prevede un regolare contratto, non è soggetto alle legislazioni nazionali sul lavoro e non ha diritto alla protezione sociale e ad altri benefici sul lavoro, come il preavviso di licenziamento, il trattamento di fine rapporto e il congedo annuale pagato per malattia e maternità.

Di questo tema si continua a discutere. In novembre, “Measuring the Informal Economy”, la misura dell’economia informale è stata oggetto del 7mo Statistical forum organizzato dal Fondo monetario internazionale.

Il quadro più aggiornato delle dimensioni dell’economia informale è quello del il rapporto Ocse del maggio scorso “Tackling Vulnerability in the Informal Economy”, elaborato con la collaborazione della Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), che analizza i dati disponibili su 119 Paesi e un campione di nuovi indicatori sull’informalità nelle famiglie di 27 Paesi in via di sviluppo.

Il 61% della popolazione mondiale è occupato nel lavoro informale; l’informalità si verifica in tutti i tipi di lavoro e colpisce globalmente più di quattro lavoratori su cinque in proprio, un datore di lavoro su due e due persone su cinque che lavorano in famiglia, secondo i dati del Rapporto.

I settori più colpiti da questo fenomeno sono l’agricoltura e l’industria, con quasi il 94% di lavoratori informali occupati nel primo caso e il 57% nel secondo.

Il dossier rileva, inoltre, che l’informalità rappresenta il 70% di tutta l’occupazione nelle economie emergenti, rispetto al 18% dei Paesi sviluppati, e che colpisce maggiormente i giovani sotto i 15 anni e gli anziani sopra i 60 anni, raggiungendo il 94% tra gli individui senza un’istruzione di base.

Il Rapporto mette in luce anche la dimensione familiare del lavoro informale, mostrando che, generalmente, tutti i componenti delle famiglie analizzate sono occupati nel lavoro informale, inclusi bambini e anziani, con delle differenze sostanziali tra Paesi: in Cile questo fenomeno riguarda il 3% della popolazione, mentre in Burkina Faso raggiunge il 92%.

I lavoratori informali, inoltre, affrontano rischi di povertà due volte più alti rispetto agli altri lavoratori, a causa di una combinazione di fattori, tra cui la mancanza di accesso alla protezione sociale, con conseguenze drammatiche per donne, bambini e anziani.

Accanto all’analisi delle molteplici facce del lavoro informale a livello globale, il dossier mette in risalto il contributo dell’economia informale alla crescita del Pil nazionale, sia in modo diretto che indiretto, raggiungendo un contributo del 30% nel settore agricolo, e invita i policy maker all’estensione della protezione sociale anche ai lavoratori informali.

“L’obiettivo della protezione sociale universale – spiega il dossier – può essere raggiunto soltanto se effettivamente viene esteso anche agli impiegati nell’economia informale”, con la conseguenza positiva di arginare la vulnerabilità economica delle famiglie coinvolte nel lavoro informale e di favorire la transizione al lavoro formale.

A questo proposito, il dossier propone un piano di azione politico per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori informali, come primo passo verso il lavoro formale, che prevede le seguenti aree prioritarie di intervento: garantire l’estensione della protezione sociale al settore informale; migliorare la sicurezza e la salute sul lavoro; aumentare la produttività e il reddito del settore; creare un mix di politiche che incentivi la formalizzazione delle imprese e incoraggi la conformità legale; infine, conferire potere ai lavoratori e ai datori di lavoro informali grazie all’organizzazione, la rappresentanza e l’impegno nel dialogo sociale, inclusa la contrattazione collettiva.

Nuovi modelli politici di inclusione sul lavoro – conclude il dossier – insieme ad altre misure per aumentare la produttività e il reddito lavorativo, possono ridurre la vulnerabilità dei lavoratori informali, diventando un esempio di dignità sul lavoro, sviluppo inclusivo e giustizia sociale.
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- L’immagine in testa è tratta da sito dell’ASviS.
* “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”
E’ una frase tratta dall’Esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii Gaudium.

Riflessioni indotte

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Com’è la società italiana
DALL’ANSIA AL FURORE

Il rapporto del CENSIS sul 2019 italiano descrive una comunità che vive stressata in una condizione di “scomparsa del futuro”. Gravi le conseguenze politiche: in molti aspettano “l’uomo forte”. Mentre basterebbe lavoro, il ripristino di un sistema di protezione pubblica e una politica che non cancelli la memoria del passato

di Domenico Gallo

Poche righe sui giornali e poi il rapporto pubblicato dal CENSIS, il 6 dicembre, sulla situazione sociale del Paese è uscito fuori dai radar della politica e dell’informazione. Ma noi intendiamo ritornarci perché questa diagnosi sullo stato della società italiana al 2019 ci pone degli interrogativi sulla dimensione di senso della nostra vita come comunità politica organizzata in uno Stato democratico a cui non possiamo sfuggire. L’indagine del CENSIS ci proietta l’immagine di un incubo. Di una società ammalata in cui ricorrono stati emotivi generalizzati come ansia, stress, solitudine, sfiducia, paura, furore. Il rapporto parla di una società ansiosa, macerata dalla sfiducia. L’incertezza è lo stato d’animo con cui gli italiani guardano al futuro. Ma come siamo arrivati a questo punto?
Secondo il rapporto: “gli italiani avevano dovuto prima metabolizzare la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria, destinando risorse crescenti a strumenti privati di autotutela e introiettando l’ansia del dover fare da soli rispetto a bisogni non più coperti come in passato. Poi avevano dovuto fare i conti con la rottura dell’ascensore sociale, assumendo su di sé anche l’ansia provocata dal rischio di un possibile declassamento sociale. Anche perché la nuova occupazione creata negli ultimi anni è stata segnata da un andamento negativo di retribuzioni e redditi. Oggi il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.
Venuti meno i pilastri del modello tradizionale di sviluppo, agli italiani non è arrivata però l’offerta di percorrere insieme nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro. (..) Contando di fatto solo sulle proprie forze, gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro, in una solitaria difesa di se stessi (..) Finché l’ansia è riuscita a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non è scomparso dai loro volti, non c’è stato alcun crollo. Ma ora c’è un prezzo da pagare. Lo stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro, si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico. Nel corso dell’anno il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri.”

Naturalmente le conseguenze di questa crisi collettiva di fiducia si manifestano anche in campo politico e aprono la strada: “a tensioni che si pensavano riposte per sempre nella soffitta della storia, come l’attesa messianica dell’uomo forte che tutto risolve. Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni”. L’aspettativa dell’avvento dell’uomo forte non è frutto di impazzimento collettivo ma è direttamente collegata al disagio sociale, infatti il rapporto osserva che il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai. Sullo sfondo c’è quello che il rapporto chiama: il bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita, a causa della diminuzione del lavoro a tempo indeterminato a fronte dell’incremento di forme di occupazione precarie e sottopagate. L’elemento determinante, il nucleo della crisi che provoca il declino della società italiana ed il suo precipitare nell’angoscia è la scomparsa del futuro.
Nessuna società umana può vivere armoniosamente se non ha un futuro in cui credere, se non c’è un orizzonte comune in cui tutti si possano riconoscere nella dimensione della speranza. La scomparsa del futuro è certamente frutto di una crisi economica prolungata, ma il problema non è la crisi in se, in altre epoche storiche il nostro Paese ha vissuto situazioni molto più disastrate, bensì la capacità della politica di reagire alla crisi e di indicare un progetto di futuro verso il quale dirigersi. E tuttavia non può esistere un futuro se si perde di vista il passato. Quando nella società cresce l’aspirazione per l’uomo forte, vuol dire che si è perduto l’insegnamento che viene dal passato, che il passato è stato cancellato. Ma noi sappiamo che non vi può essere futuro senza passato.
Domenico Gallo
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L’omelia di Capodanno di Papa Francesco
DOBBIAMO RIPARTIRE DALLA DONNA

Ogni conquista per la donna è una conquista per l’umanità intera. La donna mediatrice di pace va associata ai processi decisionali. Il suo corpo è la carne più nobile del mondo. La violenza contro di essa è una profanazione di Dio. Così il papa nella messa del primo gennaio

Questa è l’omelia di papa Francesco nella Messa del capodanno, festa della maternità di Maria e giornata mondiale della pace

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Nato da donna: così è venuto Gesù. Non è apparso nel mondo adulto ma, come ci ha detto il Vangelo, è stato «concepito nel grembo» (Lc 2,21): lì ha fatto sua la nostra umanità, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Nel grembo di una donna Dio e l’umanità si sono uniti per non lasciarsi mai più: anche ora, in cielo, Gesù vive nella carne che ha preso nel grembo della madre. In Dio c’è la nostra carne umana!
Nel primo giorno dell’anno celebriamo queste nozze tra Dio e l’uomo, inaugurate nel grembo di una donna. In Dio ci sarà per sempre la nostra umanità e per sempre Maria sarà la Madre di Dio. È donna e madre, questo è l’essenziale. Da lei, donna, è sorta la salvezza e dunque non c’è salvezza senza la donna. Lì Dio si è unito a noi e, se vogliamo unirci a Lui, si passa per la stessa strada: per Maria, donna e madre. Perciò iniziamo l’anno nel segno della Madonna, donna che ha tessuto l’umanità di Dio. Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna.
Nato da donna. La rinascita dell’umanità è cominciata dalla donna. Le donne sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità. Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati! Oggi pure la maternità viene umiliata, perché l’unica crescita che interessa è quella economica. Ci sono madri, che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore.
Nato da donna. Secondo il racconto della Bibbia, la donna giunge al culmine della creazione, come il riassunto dell’intero creato. Ella, infatti, racchiude in sé il fine del creato stesso: la generazione e la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto. È quello che fa la Madonna nel Vangelo oggi. «Maria – dice il testo – custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (v. 19). Custodiva tutto: la gioia per la nascita di Gesù e la tristezza per l’ospitalità negata a Betlemme; l’amore di Giuseppe e lo stupore dei pastori; le promesse e le incertezze per il futuro. Tutto prendeva a cuore e nel suo cuore tutto metteva a posto, anche le avversità. Perché nel suo cuore sistemava ogni cosa con amore e affidava tutto a Dio.
Nel Vangelo questa azione di Maria ritorna una seconda volta: al termine della vita nascosta di Gesù si dice infatti che «sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (v. 51). Questa ripetizione ci fa capire che custodire nel cuore non è un bel gesto che la Madonna faceva ogni tanto, ma la sua abitudine. È proprio della donna prendere a cuore la vita. La donna mostra che il senso del vivere non è continuare a produrre cose, ma prendere a cuore le cose che ci sono. Solo chi guarda col cuore vede bene, perché sa “vedere dentro”: la persona al di là dei suoi sbagli, il fratello oltre le sue fragilità, la speranza nelle difficoltà; vede Dio in tutto.
Mentre cominciamo il nuovo anno chiediamoci: “So guardare col cuore? So guardare col cuore le persone? Mi sta a cuore la gente con cui vivo, o le distruggo con le chiacchiere? E soprattutto, ho al centro del cuore il Signore? O altri valori, altri interessi, la mia promozione, le ricchezze, il potere?”. Solo se la vita ci sta a cuore sapremo prendercene cura e superare l’indifferenza che ci avvolge. Chiediamo questa grazia: di vivere l’anno col desiderio di prendere a cuore gli altri, di prenderci cura degli altri. E se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, ci stia a cuore la dignità di ogni donna. Dalla donna è nato il Principe della pace. La donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace. Perciò, una conquista per la donna è una conquista per l’umanità intera.
Nato da donna. Gesù, appena nato, si è specchiato negli occhi di una donna, nel volto di sua madre. Da lei ha ricevuto le prime carezze, con lei ha scambiato i primi sorrisi. Con lei ha inaugurato la rivoluzione della tenerezza. La Chiesa, guardando Gesù bambino, è chiamata a continuarla. Anch’ella, infatti, come Maria, è donna e madre, la Chiesa è donna e madre, e nella Madonna ritrova i suoi tratti distintivi. Vede lei, immacolata, e si sente chiamata a dire “no” al peccato e alla mondanità. Vede lei, feconda, e si sente chiamata ad annunciare il Signore, a generarlo nelle vite. Vede lei, madre, e si sente chiamata ad accogliere ogni uomo come un figlio.
Avvicinandosi a Maria la Chiesa si ritrova, ritrova il suo centro, ritrova la sua unità. Il nemico della natura umana, il diavolo, cerca invece di dividerla, mettendo in primo piano le differenze, le ideologie, i pensieri di parte e i partiti. Ma non capiamo la Chiesa se la guardiamo a partire dalle strutture, a partire dai programmi e dalle tendenze, dalle ideologie, dalle funzionalità: coglieremo qualcosa, ma non il cuore della Chiesa. Perché la Chiesa ha un cuore di madre. E noi figli invochiamo oggi la Madre di Dio, che ci riunisce come popolo credente. O Madre, genera in noi la speranza, porta a noi l’unità. Donna della salvezza, ti affidiamo quest’anno, custodiscilo nel tuo cuore. Ti acclamiamo: Santa Madre di Dio. Tutti insieme, per tre volte, acclamiamo la Signora, in piedi, la Madonna Santa Madre di Dio: [con l’assemblea] Santa Madre di Dio, Santa Madre di Dio, Santa Madre di Dio!
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Che cos’è la grazia
DIO ARRIVA GRATIS

L’omelia della notte di Natale. Mentre tutto sulla terra è nella logica del dare per avere, l’amore di Dio non è negoziabile, non abbiamo fatto nulla per meritarlo nè potremo ricompensarlo. Dio ama ogni uomo, anche il peggiore. Come le nostre mani vuote diventano la culla di Dio

Questa è l’omelia di papa Francesco nella Messa della Notte di Natale 2019.

«Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Questa profezia della prima Lettura si è realizzata nel Vangelo: infatti, mentre i pastori vegliavano di notte nelle loro terre, «la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). Nella notte della terra è apparsa una luce dal cielo. Che cosa significa questa luce apparsa nell’oscurità? Ce lo suggerisce l’Apostolo Paolo, che ci ha detto: «È apparsa la grazia di Dio». La grazia di Dio, che «porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11), stanotte ha avvolto il mondo.

Ma che cos’è questa grazia? È l’amore divino, l’amore che trasforma la vita, rinnova la storia, libera dal male, infonde pace e gioia. Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù. In Gesù l’Altissimo si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi. Ma, possiamo ancora chiederci, perché San Paolo chiama la venuta nel mondo di Dio “grazia”? Per dirci che è completamente gratuita. Mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo.

È apparsa la grazia di Dio. Stanotte ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi. Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene. Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente. Ecco il dono che troviamo a Natale: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. La sua gloria non ci abbaglia, la sua presenza non ci spaventa. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore.

È apparsa la grazia di Dio. Grazia è sinonimo di bellezza. Stanotte, nella bellezza dell’amore di Dio, riscopriamo pure la nostra bellezza, perché siamo gli amati di Dio. Nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, felici o tristi, ai suoi occhi appariamo belli: non per quel che facciamo, ma per quello che siamo. C’è in noi una bellezza indelebile, intangibile, una bellezza insopprimibile che è il nucleo del nostro essere. Oggi Dio ce lo ricorda, prendendo con amore la nostra umanità e facendola sua, “sposandola” per sempre.

Davvero la «grande gioia» annunciata stanotte ai pastori è «di tutto il popolo». In quei pastori, che non erano certo dei santi, ci siamo anche noi, con le nostre fragilità e debolezze. Come chiamò loro, Dio chiama anche noi, perché ci ama. E, nelle notti della vita, a noi come a loro dice: «Non temete» (Lc 2,10). Coraggio, non smarrire la fiducia, non perdere la speranza, non pensare che amare sia tempo perso! Stanotte l’amore ha vinto il timore, una speranza nuova è apparsa, la luce gentile di Dio ha vinto le tenebre dell’arroganza umana. Umanità, Dio ti ama e per te si è fatto uomo, non sei più sola!

Cari fratelli e sorelle, che cosa fare di fronte a questa grazia? Una cosa sola: accogliere il dono. Prima di andare in cerca di Dio, lasciamoci cercare da Lui, che ci cerca per primo. Non partiamo dalle nostre capacità, ma dalla sua grazia, perché è Lui, Gesù, il Salvatore. Posiamo lo sguardo sul Bambino e lasciamoci avvolgere dalla sua tenerezza. Non avremo più scuse per non lasciarci amare da Lui: quello che nella vita va storto, quello che nella Chiesa non funziona, quello che nel mondo non va non sarà più una giustificazione. Passerà in secondo piano, perché di fronte all’amore folle di Gesù, a un amore tutto mitezza e vicinanza, non ci sono scuse. La questione a Natale è: “Mi lascio amare da Dio? Mi abbandono al suo amore che viene a salvarmi?”.

Un dono così grande merita tanta gratitudine. Accogliere la grazia è saper ringraziare. Ma le nostre vite trascorrono spesso lontane dalla gratitudine. Oggi è il giorno giusto per avvicinarci al tabernacolo, al presepe, alla mangiatoia, per dire grazie. Accogliamo il dono che è Gesù, per poi diventare dono come Gesù. Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo: noi cambiamo, la Chiesa cambia, la storia cambia quando cominciamo non a voler cambiare gli altri, ma noi stessi, facendo della nostra vita un dono.

Gesù ce lo mostra stanotte: non ha cambiato la storia forzando qualcuno o a forza di parole, ma col dono della sua vita. Non ha aspettato che diventassimo buoni per amarci, ma si è donato gratuitamente a noi. Anche noi, non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci considerino per servirli. Cominciamo noi. Questo è accogliere il dono della grazia. E la santità non è altro che custodire questa gratuità.

Una graziosa leggenda narra che, alla nascita di Gesù, i pastori accorrevano alla grotta con vari doni. Ciascuno portava quel che aveva, chi i frutti del proprio lavoro, chi qualcosa di prezioso. Ma, mentre tutti si prodigavano con generosità, c’era un pastore che non aveva nulla. Era poverissimo, non aveva niente da offrire. Mentre tutti gareggiavano nel presentare i loro doni, se ne stava in disparte, con vergogna. A un certo punto San Giuseppe e la Madonna si trovarono in difficoltà a ricevere tutti i doni, tanti, soprattutto Maria, che doveva reggere il Bambino. Allora, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù. Quel pastore, accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia. Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio. Si sentì amato e, superando la vergogna, cominciò a mostrare agli altri Gesù, perché non poteva tenere per sé il dono dei doni.

Caro fratello, cara sorella, se le tue mani ti sembrano vuote, se vedi il tuo cuore povero di amore, questa notte è per te. È apparsa la grazia di Dio per risplendere nella tua vita. Accoglila e brillerà in te la luce del Natale.

Prima l’istruzione

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Guardiamo alla Luna, senza conoscenza non c’è futuro
Giacomo Cossu su Sbilanciamoci
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Sbilanciamoci 30 Dicembre 2019 | Sezione: Apertura, Politica
Sono stati nominati due nuovi ministri per la Scuola e l’Università, ma non si può mettere sotto il tappeto la questione sollevata dal dimissionario Fioramonti. E’ ora di guardare alla luna, o non vedremo un futuro migliore nel nostro Paese.

Il ministro dell’Istruzione Fioramonti ha rassegnato le dimissioni denunciando l’assenza di investimenti sull’istruzione e la ricerca. In particolare il ministro ha dichiarato che il sistema di istruzione e ricerca richiederebbe “24 miliardi” per un adeguato finanziamento, mentre l’obiettivo di finanziamento urgente – la “linea di galleggiamento” – richiesto dal ministro era di 2 miliardi per la scuola e 1 miliardo per l’università nel 2020. La conoscenza è un fattore fondamentale nel determinare le disuguaglianze nella società, così come nell’abilitare l’innovazione tecnologica della produzione, la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro, la riconversione ecologica dell’economia. Il nostro Paese attraversa una grave crisi sociale ed economica, maturata di pari passo con la riduzione degli investimenti nella conoscenza, perciò gli obiettivi nel finanziamento e nel governo del sistema di istruzione e ricerca dovrebbero essere quanto più ambiziosi possibile. Guardando alla Luna anziché al dito, le dimissioni di Fioramonti possono attirare l’attenzione su una drammatica assenza di attenzione della classe politica e dell’opinione pubblica ad uno dei principali ostacoli allo sviluppo sostenibile del Paese.

Il dato più importante citato dall’ex-ministro non è quello dei 3 miliardi mancati, ma i 24 miliardi necessari alle scuole e alle università. La media OCSE di spesa in istruzione rispetto al PIL consiste infatti nel 5%, mentre il nostro Paese investe il 3,6%: la differenza per raggiungere la media è del 1,4% pari a circa 24 miliardi (dati OECD 2016). Senza queste risorse continueremo ad occupare il fondo delle classifiche per investimenti in istruzione. Non è una questione di competizione nel ranking internazionale, ma significa riuscire realmente a risolvere i problemi della scuola e dell’università.

Questa situazione è stata causata dai tagli di 8 miliardi sulla scuola e 1 miliardo sull’università stabiliti da Tremonti, ma nessun governo negli ultimi dieci anni ha concretamente cercato di invertire la rotta. Ogni anno le rilevazioni OCSE-PISA riportano dati relativamente negativi sulle competenze degli studenti italiani, ma il dibattito pubblico – e soprattutto all’interno della classe politica – non affronta il principale divario tra noi e gli studenti di altri Paesi: le risorse e gli strumenti a disposizione dei lavoratori della conoscenza e degli studenti. La spesa media annuale per studente in Italia ammontava nel 2016 a 9,298 dollari, mentre in Francia raggiungeva 11,364 dollari e in Germania 12.583 (OCSE).

La carenza di fondi incide sugli strumenti di cui la scuola e l’università possono dotarsi per garantire la qualità della formazione, un aspetto fondamentale per contrastare le disuguaglianze. Il tasso di dispersione scolastica ammonta al 14,5% nel 2018 (ISTAT) e in aumento da due anni, mentre il 62,5% degli studenti italiani nel 2016 ha avuto difficoltà a pagarsi gli studi – un dato superiore di 20 punti alla media europea (Eurostat). Oltre a danneggiare la qualità della formazione, la carenza di fondi impedisce di permettere a tutte e tutti l’accesso alla conoscenza a prescindere dalla propria condizione economica di provenienza.

Nell’ambito universitario la carenza di fondi ha causato una condizione disastrosa del personale poiché negli ultimi dieci anni la ricerca si è fondata sul lavoro di professionisti precari e sottopagati. Il costo dei tagli ha pesato sulle vite di chi ha scelto di dedicarsi alla conoscenza e ha incrementato la fuga di cervelli verso Paesi che offrono maggiori stipendi e maggior riconoscimento sociale.

Noi studenti subiamo la carenza di docenti e di spazi, in parte aggirata attraverso la negazione del diritto allo studio con il taglio del numero di corsi e l’imposizione dei numeri programmati e del numero chiuso. I tagli al Fondo di finanziamento ordinario degli atenei sono stati inoltre scaricati sugli studenti con forti aumenti delle tasse universitarie, a cui solo parzialmente si è posto rimedio con la no-tax area istituita dal governo Renzi. Infatti ancora troppi studenti sono costretti a pagare più di mille euro ogni anno per accedere ad un diritto fondamentale, nonostante il sistema formativo dovrebbe essere gratuito e finanziato tramite la fiscalità generale.

Il risultato di questa negazione decennale del diritto allo studio è il 19% dei laureati in Italia a fronte di una media OCSE del 37%. La situazione negli ultimi anni migliora tra i più giovani della fascia di 25-34 anni, in cui il tasso di laureati ha raggiunto il 28% nel 2018, ma comunque al di sotto della media OCSE del 44% – solamente il Messico ha una percentuale inferiore. L’assenza di elevati titoli di studio è il primo ostacolo ad uno sviluppo sostenibile, che richiede elevate conoscenze dei lavoratori per poter adottare tecnologie innovative e nuovi modelli produttivi dal minor impatto ambientale. Senza investire sulla conoscenza è impossibile definire un futuro migliore per la nostra società, ecco perché le dimissioni di Fioramonti – dopo dieci anni di mobilitazioni di studenti e lavoratori della conoscenza – dovrebbe spingere la classe politica ad azioni radicali per finanziare e tutelare il diritto allo studio.

Questa attenzione manca probabilmente perché non vi è un vero interesse politico a costruire una società della conoscenza, fondata sull’innovazione. Il nostro Paese nell’arco di trent’anni ha perpetrato un modello di sviluppo sempre più basato sulla riduzione del costo del lavoro piuttosto che sugli investimenti. Nonostante le retoriche di vari ministri sulle nuove tecnologie e l’industria 4.0, la spesa nel nostro Paese per la ricerca si attesta al 1,4% del PIL, mentre il tasso raccomandato dalla Commissione Europea per realizzare un reale processo di innovazione al passo con i nostri tempi è del 3%. Senza questi investimenti, non ci potrà essere una durevole ripresa economica né la riconversione ecologica di cui anche questo governo si dice sostenitore.

Un piano di investimenti per 24 miliardi non è sicuramente scontato, non in un Paese che ha rinunciato a prendere le risorse dove è più giusto per il bene comune. La campagna Sbilanciamoci! da tanti anni richiede una serie di misure che potrebbero fornire ingenti finanziamenti a vantaggio di tutta la società: l’aumento della “tobin tax” sulle transazioni finanziarie; l’aumento della web tax; il taglio dei sussidi ambientalmente dannosi; la riduzione delle spese militari. Le micro-tasse proposte da Fioramonti fornivano un gettito molto limitato rispetto alle esigenze, mentre con un piano di redistribuzione e revisione della spesa orientato alla giustizia sociale e alla riconversione ecologica si potrebbero ottenere notevoli risorse, raggiungendo in pochi anni un livello dignitoso di finanziamento. Sono stati nominati due nuovi ministri per la Scuola e l’Università, ma non si può mettere sotto il tappeto la questione sollevata da Fioramonti. E’ ora di guardare alla luna, o non vedremo un futuro migliore.
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Formazione e tecnologie, un testo importante
Vincenzo Comito
Sbilanciamoci, 30 Dicembre 2019 | Sezione: Lavoro, Materiali, Recensioni
Pamphlet e manuale sullo sviluppo dei modelli organizzativi L’ecosistema della formazione, Egea, si confronta con le nuove sfide tecnologiche e i ritardi imprenditoriali.
Formazione e tecnologie in Italia
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AUGURI A TUTTI. Erri De Luca: “Prontuario per il brindisi di Capodanno” – Il messaggio di Papa Francesco: LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA. DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA

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Prontuario per il brindisi di Capodanno
Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,

a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,

a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

Erri De Luca
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Messaggio del Santo Padre Francesco per la celebrazione della 53ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2020), 12.12.2019

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 53ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2020 sul tema “La Pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”.

Messaggio del Santo Padre

LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA:
DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA


1. La pace, cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove

La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso «può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino».[1] In questo modo, la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili.

La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. Anche intere nazioni stentano a liberarsi dalle catene dello sfruttamento e della corruzione, che alimentano odi e violenze. Ancora oggi, a tanti uomini e donne, a bambini e anziani, sono negate la dignità, l’integrità fisica, la libertà, compresa quella religiosa, la solidarietà comunitaria, la speranza nel futuro. Tante vittime innocenti si trovano a portare su di sé lo strazio dell’umiliazione e dell’esclusione, del lutto e dell’ingiustizia, se non addirittura i traumi derivanti dall’accanimento sistematico contro il loro popolo e i loro cari.

Le terribili prove dei conflitti civili e di quelli internazionali, aggravate spesso da violenze prive di ogni pietà, segnano a lungo il corpo e l’anima dell’umanità. Ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana.

La guerra, lo sappiamo, comincia spesso con l’insofferenza per la diversità dell’altro, che fomenta il desiderio di possesso e la volontà di dominio. Nasce nel cuore dell’uomo dall’egoismo e dalla superbia, dall’odio che induce a distruggere, a rinchiudere l’altro in un’immagine negativa, ad escluderlo e cancellarlo. La guerra si nutre di perversione delle relazioni, di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della differenza vista come ostacolo; e nello stesso tempo alimenta tutto questo.

Risulta paradossale, come ho avuto modo di notare durante il recente viaggio in Giappone, che «il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani».[2]

Ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento sulla propria condizione. Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria.

Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri.[3] Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente?

Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo.

2. La pace, cammino di ascolto basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità

Gli Hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, sono tra quelli che oggi mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. La loro testimonianza risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno».[4]

Come loro molti, in ogni parte del mondo, offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria, che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché essa, frutto dell’esperienza, costituisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace.

Ancor più, la memoria è l’orizzonte della speranza: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuta può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità.

Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contradditori. Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità.

Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse. La pace è «un edificio da costruirsi continuamente»,[5] un cammino che facciamo insieme cercando sempre il bene comune e impegnandoci a mantenere la parola data e a rispettare il diritto. Nell’ascolto reciproco possono crescere anche la conoscenza e la stima dell’altro, fino al punto di riconoscere nel nemico il volto di un fratello.

Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta. In uno Stato di diritto, la democrazia può essere un paradigma significativo di questo processo, se è basata sulla giustizia e sull’impegno a salvaguardare i diritti di ciascuno, specie se debole o emarginato, nella continua ricerca della verità.[6] Si tratta di una costruzione sociale e di un’elaborazione in divenire, in cui ciascuno porta responsabilmente il proprio contributo, a tutti i livelli della collettività locale, nazionale e mondiale.

Come sottolineava San Paolo VI, «la duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica […]. Ciò sottintende l’importanza dell’educazione alla vita associata, dove, oltre l’informazione sui diritti di ciascuno, sia messo in luce il loro necessario correlativo: il riconoscimento dei doveri nei confronti degli altri. Il significato e la pratica del dovere sono condizionati dal dominio di sé, come pure l’accettazione delle responsabilità e dei limiti posti all’esercizio della libertà dell’individuo o del gruppo».[7]

Al contrario, la frattura tra i membri di una società, l’aumento delle disuguaglianze sociali e il rifiuto di usare gli strumenti per uno sviluppo umano integrale mettono in pericolo il perseguimento del bene comune. Invece il lavoro paziente basato sulla forza della parola e della verità può risvegliare nelle persone la capacità di compassione e di solidarietà creativa.

Nella nostra esperienza cristiana, noi facciamo costantemente memoria di Cristo, che ha donato la sua vita per la nostra riconciliazione (cfr Rm 5,6-11). La Chiesa partecipa pienamente alla ricerca di un ordine giusto, continuando a servire il bene comune e a nutrire la speranza della pace, attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione.

3. La pace, cammino di riconciliazione nella comunione fraterna

La Bibbia, in modo particolare mediante la parola dei profeti, richiama le coscienze e i popoli all’alleanza di Dio con l’umanità. Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza.

Ci guida il brano del Vangelo che riporta il seguente colloquio tra Pietro e Gesù: «“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18,21-22). Questo cammino di riconciliazione ci chiama a trovare nel profondo del nostro cuore la forza del perdono e la capacità di riconoscerci come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel perdono accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace.

Quello che è vero della pace in ambito sociale, è vero anche in quello politico ed economico, poiché la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria: non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico. Come scriveva Benedetto XVI, dieci anni fa, nella Lettera Enciclica Caritas in veritate: «La vittoria del sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e comunione» (n. 39).

4. La pace, cammino di conversione ecologica

«Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire».[8]

Di fronte alle conseguenze della nostra ostilità verso gli altri, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una conversione ecologica.

Il recente Sinodo sull’Amazzonia ci spinge a rivolgere, in modo rinnovato, l’appello per una relazione pacifica tra le comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze.

Questo cammino di riconciliazione è anche ascolto e contemplazione del mondo che ci è stato donato da Dio affinché ne facessimo la nostra casa comune. Infatti, le risorse naturali, le numerose forme di vita e la Terra stessa ci sono affidate per essere “coltivate e custodite” (cfr Gen 2,15) anche per le generazioni future, con la partecipazione responsabile e operosa di ognuno. Inoltre, abbiamo bisogno di un cambiamento nelle convinzioni e nello sguardo, che ci apra maggiormente all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice.

Da qui scaturiscono, in particolare, motivazioni profonde e un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana.

La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a un nuovo sguardo sulla vita, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla gioiosa sobrietà della condivisione. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita. Per il cristiano, essa richiede di «lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo».[9]

5. Si ottiene tanto quanto si spera [10]

Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera.

Si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile.

La paura è spesso fonte di conflitto. È importante, quindi, andare oltre i nostri timori umani, riconoscendoci figli bisognosi, davanti a Colui che ci ama e ci attende, come il Padre del figlio prodigo (cfr Lc 15,11-24). La cultura dell’incontro tra fratelli e sorelle rompe con la cultura della minaccia. Rende ogni incontro una possibilità e un dono dell’amore generoso di Dio. Ci guida ad oltrepassare i limiti dei nostri orizzonti ristretti, per puntare sempre a vivere la fraternità universale, come figli dell’unico Padre celeste.

Per i discepoli di Cristo, questo cammino è sostenuto anche dal sacramento della Riconciliazione, donato dal Signore per la remissione dei peccati dei battezzati. Questo sacramento della Chiesa, che rinnova le persone e le comunità, chiama a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, che ha riconciliato «tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,20); e chiede di deporre ogni violenza nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sia verso il prossimo sia verso il creato.

La grazia di Dio Padre si dà come amore senza condizioni. Ricevuto il suo perdono, in Cristo, possiamo metterci in cammino per offrirlo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Giorno dopo giorno, lo Spirito Santo ci suggerisce atteggiamenti e parole affinché diventiamo artigiani di giustizia e di pace.

Che il Dio della pace ci benedica e venga in nostro aiuto.

Che Maria, Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra, ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo.

E che ogni persona, venendo in questo mondo, possa conoscere un’esistenza di pace e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2019

FRANCESCO

___________________

[1] Benedetto XVI, Lett. enc. Spe salvi (30 novembre 2007), 1.
[2] Discorso sulle armi nucleari, Nagasaki, Parco “Atomic Bomb Hypocenter”, 24 novembre 2019.
[3] Cfr Omelia a Lampedusa, 8 luglio 2013.
[4] Discorso sulla Pace, Hiroshima, Memoriale della Pace, 24 novembre 2019.
[5] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 78.
[6] Cfr Benedetto XVI, Discorso ai dirigenti delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, 27 gennaio 2006.
[7] Lett. ap. Octogesima adveniens (14 maggio 1971), 24.
[8] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 200.
[9] Ibid., 217.
[10] Cfr S. Giovanni della Croce, Notte Oscura, II, 21, 8.

[02001-IT.01] [Testo originale: Italiano]

PERCHÈ LA STORIA CONTINUI

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PERCHÈ LA STORIA CONTINUI
APPELLO-PROPOSTA PER UNA COSTITUZIONE DELLA TERRA

Istituzione di una Scuola della Terra per suscitare il pensiero politico dell’unità del popolo della Terra, disimparare l’arte della guerra e promuovere un costituzionalismo mondiale. Lo reclama la scena del mondo che soffre, lo rende possibile l’annuncio di un Dio non più geloso

Nel pieno della crisi globale, nel 72° anniversario della promulgazione della Costituzione italiana, Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli, Valerio Onida, Adolfo Perez Esquivel, il vescovo Nogaro, Mariarosa Guglielmi, Paolo Maddalena, Riccardo Petrella, Anna Falcone, Domenico Gallo, Grazia Tuzi, Giacomo Pollastri, Norma Lupi e molti altri hanno lanciato il progetto politico di una Costituzione per la Terra e promosso una Scuola, «Costituente Terra», che ne elabori il pensiero e prefiguri una nuova soggettività politica del popolo della Terra, «perché la storia continui». La proposta è espressa in questo documento.
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L’Amazzonia brucia e anche l’Africa, e non solo di fuoco, la democrazia è a pezzi, le armi crescono, il diritto è rotto in tutto il mondo. “Terra! Terra!” è il grido dei naufraghi all’avvistare la sponda, ma spesso la terra li respinge, dice loro: “i porti sono chiusi, avete voluto prendere il mare, fatene la vostra tomba, oppure tornate ai vostri inferni”. Ma “Terra” è anche la parola oggi più amata e perduta dai popoli che ne sono scacciati in forza di un possesso non condiviso; dai profughi in fuga per la temperatura che aumenta e il deserto che avanza; dalle città e dalle isole destinate ad essere sommerse al rompersi del chiavistello delle acque, quando la Groenlandia si scioglie, i mari son previsti salire di sette metri sull’asciutto, e a Venezia già lo fanno di un metro e ottantasette. “Che si salvi la Terra” dicono le donne e gli uomini tutti che assistono spaventati e impotenti alla morte annunciata dell’ambiente che da millenni ne ospita la vita.
Ci sono per fortuna pensieri e azioni alternative, si diffonde una coscienza ambientale, il venerdì si manifesta per il futuro, donne coraggiose da Greta Thunberg a Carola Rackete fanno risuonare milioni di voci, anche le sardine prendono la parola, ma questo non basta. Se nei prossimi anni non ci sarà un’iniziativa politica di massa per cambiare il corso delle cose, se le si lascerà in balia del mercato della tecnologia o del destino, se in Italia, in Europa e nelle Case Bianche di tutti i continenti il fascismo occulto che vi serpeggia verrà alla luce e al potere, perderemo il controllo del clima e della società e si affacceranno scenari da fine del mondo, non quella raccontata nelle Apocalissi, ma quella prevista e monitorata dagli scienziati.

Il cambiamento è possibile
L’inversione del corso delle cose è possibile. Essa ha un nome: Costituzione della terra. Il costituzionalismo statuale che ha dato una regola al potere, ha garantito i diritti, affermato l’eguaglianza e assicurato la vita degli Stati non basta più, occorre passare a un costituzionalismo mondiale della stessa autorità ed estensione dei poteri e del denaro che dominano la Terra.
La Costituzione del mondo non è il governo del mondo, ma la regola d’ingaggio e la bussola di ogni governo per il buongoverno del mondo. Nasce dalla storia, ma deve essere prodotta dalla politica, ad opera di un soggetto politico che si faccia potere costituente. Il soggetto costituente di una Costituzione della Terra è il popolo della Terra, non un nuovo Leviatano, ma l’unità umana che giunga ad esistenza politica, stabilisca le forme e i limiti della sua sovranità e la eserciti ai fini di far continuare la storia e salvare la Terra.
Salvare la Terra non vuol dire solo mantenere in vita “questa bella d’erbe famiglia e d’animali”, cantata dai nostri poeti, ma anche rimuovere gli ostacoli che “di fatto” impediscono il pieno sviluppo di tutte le persone umane.
Il diritto internazionale è già dotato di una Costituzione embrionale del mondo, prodotta in quella straordinaria stagione costituente che fece seguito alla notte della seconda guerra mondiale e alla liberazione dal fascismo e dal nazismo: la Carta dell’Onu del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, i due Patti internazionali del 1966 e le tante Carte regionali dei diritti, che promettono pace, sicurezza, garanzia delle libertà fondamentali e dei diritti sociali per tutti gli esseri umani. Ma non sono mai state introdotte le norme di attuazione di queste Carte, cioè le garanzie internazionali dei diritti proclamati. Non è stato affatto costituito il nuovo ordine mondiale da esse disegnato. È come se un ordinamento statale fosse dotato della sola Costituzione e non anche di leggi attuative, cioè di codici penali, di tribunali, di scuole e di ospedali che “di fatto” la realizzino. È chiaro che in queste condizioni i diritti proclamati sono rimasti sulla carta, come promesse non mantenute. Riprendere oggi il processo politico per una Costituzione della Terra vuol dire tornare a prendere sul serio il progetto costituzionale formulato settant’anni fa e i diritti in esso stabiliti. E poiché quei diritti appartengono al diritto internazionale vigente, la loro tutela e attuazione non è soltanto un’urgente opzione politica, ma anche un obbligo giuridico in capo alla comunità internazionale e a tutti noi che ne facciamo parte.
Qui c’è un’obiezione formulata a partire dalla tesi di vecchi giuristi secondo la quale una Costituzione è l’espressione dell’«unità politica di un popolo»; niente popolo, niente Costituzione. E giustamente si dice che un popolo della Terra non c’è; infatti non c’era ieri e fino ad ora non c’è. La novità è che adesso può esserci, può essere istituito; lo reclama la scena del mondo, dove lo stato di natura delle sovranità in lotta tra loro non solo toglie la «buona vita», ma non permette più neanche la nuda vita; lo reclama l’oceano di sofferenza in cui tutti siamo immersi; lo rende possibile oggi la vetta ermeneutica raggiunta da papa Francesco e da altre religioni con lui, grazie alla quale non può esserci più un dio a pretesto della divisione tra i popoli: “Dio non ha bisogno di essere difeso da nessuno” – hanno detto ad Abu Dhabi – non vuole essere causa di terrore per nessuno, mentre lo stesso “pluralismo e le diversità di religione sono una sapiente volontà divina con cui Dio ha creato gli esseri umani”; non c’è più un Dio geloso e la Terra stessa non è una sfera, ma un poliedro di differenze armoniose.
Per molti motivi perciò è realistico oggi porsi l’obiettivo di mettere in campo una Costituente della Terra, prima ideale e poi anche reale, di cui tutte le persone del pianeta siano i Padri e le Madri costituenti.

Una politica dalla parte della Terra
Di per sé l’istanza di una Costituzione della Terra dovrebbe essere perseguita da quello strumento privilegiato dell’azione politica che, almeno nelle democrazie, è il partito – nazionale o transnazionale che sia – ossia un artefice collettivo che, pur sotto nomi diversi, agisca nella forma partito. Oggi questo nome è in agonia perché evoca non sempre felici ricordi, ma soprattutto perché i grandi poteri che si arrogano il dominio del mondo non vogliono essere intralciati dal controllo e dalla critica dei popoli, e quindi cercano di disarmarli spingendoli a estirpare le radici della politica e dei partiti fin nel loro cuore. È infatti per la disaffezione nei confronti della politica a cui l’intera società è stata persuasa che si scende in piazza senza colori; ma la politica non si sospende, e ciò a cui comunque oggi siamo chiamati è a prendere partito, a prendere partito non per una Nazione, non per una classe, non “prima per noi”, ma a prendere partito per la Terra, dalla parte della Terra.
Ma ancor più che la riluttanza all’uso di strumenti già noti, ciò che impedisce l’avvio di questo processo costituente, è la mancanza di un pensiero politico comune che ne faccia emergere l’esigenza e ne ispiri modalità e contenuti.
Non manca certamente l’elaborazione teorica di un costituzionalismo globale che vada oltre il modello dello Stato nazionale, il solo nel quale finora è stata concepita e attuata la democrazia, né mancano grandi maestri che lo propugnino; ma non è diventato patrimonio comune, non è entrato nelle vene del popolo un pensiero che pensi e promuova una Costituzione della Terra, una unità politica dell’intera comunità umana, il passaggio a una nuova e rassicurante fase della storia degli esseri umani sulla Terra.
Eppure le cose vanno così: il pensiero dà forma alla realtà, ma è la sfida della realtà che causa il pensiero. Una “politica interna del mondo” non può nascere senza una scuola di pensiero che la elabori, e un pensiero non può attivare una politica per il mondo senza darsi prima la politica e poi la scuola, né prima la scuola e poi la politica. Devono nascere insieme, perciò quello che proponiamo è di dar vita a una Scuola che produca un nuovo pensiero della Terra e fermenti causando nuove soggettività politiche per un costituzionalismo della Terra. Perciò questa Scuola si chiamerà “Costituente Terra”.

“Costituente Terra”: una Scuola per un nuovo pensiero
Certamente questa Scuola non può essere pensata al modo delle Accademie o dei consueti Istituti scolastici, ma come una Scuola disseminata e diffusa, telematica e stanziale, una rete di scuole con aule reali e virtuali. Se il suo scopo è di indurre a una mentalità nuova e a un nuovo senso comune, ogni casa dovrebbe diventare una scuola e ognuno in essa sarebbe docente e discente. Il suo fine potrebbe perfino spingersi oltre il traguardo indicato dai profeti che volevano cambiare le lance in falci e le spade in aratri e si aspettavano che i popoli non avrebbero più imparato l’arte della guerra. Ciò voleva dire che la guerra non era in natura: per farla, bisognava prima impararla. Senonché noi l’abbiamo imparata così bene che per prima cosa dovremmo disimpararla, e a questo la scuola dovrebbe addestrarci, a disimparare l’arte della guerra, per imparare invece l’arte di custodire il mondo e fare la pace.

Molte sarebbero in tale scuola le aree tematiche da perlustrare: 1) le nuove frontiere del diritto, il nuovo costituzionalismo e la rifondazione del potere; 2) il neo-liberismo e la crescente minaccia dell’anomia; 3) la critica delle culture ricevute e i nuovi nomi da dare a eventi e fasi della storia passata; 4) il lavoro e il Sabato, un lavoro non ridotto a merce, non oggetto di dominio e alienato dal tempo della vita; 5) la “Laudato sì” e l’ecologia integrale; 6) il principio femminile, come categoria rigeneratrice del diritto, dal mito di Antigone alla coesistenza dei volti di Levinas, al legame tra donna e natura fino alla metafora della madre-terra; 7) l’Intelligenza artificiale (il Führer artificiale?) e l’ultimo uomo; 8) come passare dalle culture di dominio e di guerra alle culture della liberazione e della pace; 9) come uscire dalla dialettica degli opposti, dalla contraddizione servo-signore e amico-nemico per assumere invece la logica dell’ et-et, della condivisione, dell’armonia delle differenze, dell’“essere per l’altro”, dell’ “essere l’altro”; 10) il congedo del cristianesimo dal regime costantiniano, nel suo arco “da Costantino ad Hitler”, e la riapertura nella modernità della questione di Dio; 11) il “caso Bergoglio”, preannuncio di una nuova fase della storia religiosa e secolare del mondo.
Naturalmente molti altri temi potranno essere affrontati, nell’ottica di una cultura per la Terra alla quale nulla è estraneo d’umano. Tutto ciò però come ricerca non impassibile e fuori del tempo, ma situata tra due “kairòs”, tra New Delhi ed Abu Dhabi, due opportunità, una non trattenuta e non colta, la proposta di Gorbaciov e Rajiv Gandhi del novembre 1986 per un mondo libero dalle armi nucleari e non violento, e l’altra che ora si presenta di una nuova fraternità umana per la convivenza comune e la salvezza della Terra, preconizzata nel documento islamo-cristiano del 4 febbraio 2019 e nel successivo Comitato di attuazione integrato anche dagli Ebrei, entrato ora in rapporto con l’ONU per organizzare un
Summit mondiale della Fratellanza umana e fare del 4 febbraio la “Giornata mondiale” che la celebri.

Partecipare al processo costituente iscriversi al Comitato promotore
Pertanto i firmatari di questo appello propongono di istituire una Scuola denominata “Costituente Terra” che prenda partito per la Terra, e a questo scopo hanno costituito un’associazione denominata “Comitato promotore partito della Terra”. Si chiama così perché in via di principio non era stata esclusa all’inizio l’idea di un partito, e in futuro chissà. Il compito è oggi di dare inizio a una Scuola, “dalla parte della Terra”, alle sue attività e ai suoi siti web, e insieme con la Scuola ad ogni azione utile al fine che “la storia continui”; e ciò senza dimenticare gli obiettivi più urgenti, il risanamento del territorio, la rifondazione del lavoro, l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, la firma anche da parte dell’Italia del Trattato dell’ONU per l’interdizione delle armi nucleari e così via.
I firmatari propongono che persone di buona volontà e di non perdute speranze, che esponenti di associazioni, aggregazioni o istituzioni già impegnate per l’ecologia e i diritti, si uniscano a questa impresa e, se ne condividono in linea generale l’ispirazione, si iscrivano al Comitato promotore di tale iniziativa all’indirizzo ‘progettopartitodellaterra@gmail.com’ versando la relativa quota sul conto BNL intestato a “Comitato promotore del partito della Terra”, IBAN IT94X0100503206000000002788 (dall’estero BIC BNLIITRR),
La quota annua di iscrizione, al Comitato e alla Scuola stessa, è libera, e sarà comunque gradita. Per i meno poveri, per quanti convengano di essere tra i promotori che contribuiscono a finanziare la Scuola, eventuali borse di studio e il processo costituente, la quota è stata fissata dal Comitato stesso nella misura significativa di 100 euro, con l’intenzione di sottolineare che la politica, sia a pensarla che a farla, è cosa tanto degna da meritare da chi vi si impegna che ne sostenga i costi, contro ogni tornaconto e corruzione, ciò che per molti del resto è giunto fino all’offerta della vita. Naturalmente però si è inteso che ognuno, a cominciare dai giovani, sia libero di pagare la quota che crede, minore o maggiore che sia, con modalità diverse, secondo le possibilità e le decisioni di ciascuno.
Nel caso che l’iniziativa non riuscisse, le risorse finanziarie mancassero e il processo avviato non andasse a buon fine, l’associazione sarà sciolta e i fondi eventualmente residui saranno devoluti alle ONG che si occupano dei salvataggi dei fuggiaschi e dei naufraghi nel Mediterraneo.
Un’assemblea degli iscritti al Comitato sarà convocata non appena sarà raggiunto un congruo numero di soci, per l’approvazione dello Statuto dell’associazione, la formazione ed elezione degli organi statutari e l’impostazione dei programmi e dell’attività della Scuola.

PROPONENTI E PRIMI ISCRITTI. [segue]

Sardine «CheFare?»

sardine-su-repubblica-monaco
lampadadialadmicromicro13Dopo le riuscite manifestazioni di massa in tutte le città e in moltissimi paesi dell’Italia, il movimento delle Sardine si interroga sul fatidico “Che fare?”. Sono state fatte apposite riunioni nel presente mese e altre sono state programmate per i primi mesi del nuovo anno. Tutto questo lavoro di elaborazione politica troverà una prima sintesi in un maxi evento che si terrà a Bologna entro le prime settimane del gennaio 2020. Intanto il dibattito si sviluppa nei media e nei social. Anche Aladinpensiero vi contribuisce dando spazio ad analisi e proposte, tra queste ultime segnaliamo quelle del Comitato per la democrazia costituzionale (che in Sardegna è rappresentato dal CoStat e dai Comitati sardi per la democrazia costituzionale). Coerenti con l’impostazione delle organizzazioni citate riportiamo un contributo di Franco Monaco, che condividiamo in toto, pregevole per la incisiva concretezza.
———————————————–
Un suggerimento alle Sardine: comitati per la Costituzione
di Franco Monaco*

Chi, in positivo, coltiva una concezione partecipativa della democrazia e, per converso, nutre preoccupazione per la qualità del confronto politico non può non provare simpatia per le Sardine.

Un movimento allo stato nascente che si segnala positivamente per più ragioni: l’attiva mobilitazione (scendere fisicamente in piazza), il suo tratto immune da un sentimento antipolitico, la singolare attivazione di giovani spesso estranei o distratti rispetto ai problemi della polis. Difficile avanzare previsioni sugli sviluppi delle Sardine. Anche gli osservatori più simpatetici mettono in guardia il movimento dalla tentazione di farsi partito e dalle lusinghe di chi volesse annetterseli.

Giusto. Trattasi di fenomeno spontaneo e fluido. Piegarlo forzosamente verso un’opzione politica di parte ne segnerebbe il declino. E tuttavia, penso, neppure si può immaginare che la loro ragione sociale possa esaurirsi in quello che fu l’incipit originario: la prima autoconvocazione di Bologna che mirava a testimoniare che la piazza non è monopolio di Salvini. La ricerca e la riflessione che impegnano le Sardine circa il loro futuro si situa qui, in questo territorio mediano: né partito, né semplice alterità/opposizione alla destra illiberale e nazionalista. Si tratta di prospettare una idea aggregante e mobilitante in positivo.

Mi permetto un suggerimento meno generico di quanto possa sembrare a prima vista: dedicarsi alla Costituzione vivente. Essa non è o almeno non dovrebbe essere di parte. Ma, per converso, non è neppure neutrale o indifferente rispetto alla politica e alle politiche (le policies). La Costituzione dovrebbe rappresentare il quadro di principi e valori condivisi nel quale tutte le parti politiche, in competizione tra loro, tuttavia si riconoscono. Solo che – e qui appunto potrebbe innestarsi la mission delle Sardine – nel vissuto e nella prassi non è così.

Vi sono forze politiche che se ne discostano palesemente e, soprattutto, nella coscienza diffusa, vi è stato e vi è un distanziamento da quel patrimonio/patto di convivenza.

In concreto, si potrebbero immaginare tre linee d’azione:

1) dare vita a comitati di cittadini – che si avvalgano anche di adeguate competenze specie tra i costituzionalisti – che monitorino e vaglino la conformità alla nostra Carta delle deliberazioni o delle proposte avanzate dagli attori politici;

2) approntare un piano d’azione culturale ed educativa teso a coltivare e promuovere una “coscienza costituzionale” aggiornata su base popolare;

3) isolare due o tre questioni di merito (issues) di rilevanza costituzionale sulle quali incalzare gli attori politici, spesso distratti, pavidi o ostili, perché ossessionati dal consenso facile e a breve. Due esempi: il tema della cittadinanza dei nuovi italiani o la giustizia tra le generazioni (dal ripensamento del welfare all’ambiente).

Chi, se non un movimento animato da giovani, può mettere efficacemente in discussione una politica largamente tarata sulle sole esigenze dell’elettorato adulto e anziano? Penso a Comitati di cittadini situati nel territorio, nelle città e nei paesi, con un sobrio coordinamento nazionale.

Trattasi di un suggerimento che attingo anche dalla memoria di un precedente: tra il 1994 e il 1995 il vecchio costituente Giuseppe Dossetti, dopo trent’anni di riserbo monastico, propose di dare vita a “comitati (di cittadini) per la Costituzione”. Più d’una le analogie: anch’essi nacquero contro un progetto di riforma costituzionale (cui lavorò Miglio) propugnato dal governo Berlusconi-Bossi e che mixava bonapartismo e secessionismo, ma poi furono riconvertiti in positivo (comitati per); nel proporli, Dossetti fece due riflessioni che si attagliano anche al presente: 1) è opportuno scommettere sulle giovani generazioni, in quanto – osservava con una certa radicalità – gli adulti sono troppo organici a un tempo e a una cultura che hanno visto corrodere la coscienza costituzionale; 2) sul compito dei suddetti comitati – cito – “non collegati ad alcuna parte politica”, Dossetti precisava: “circa la grande differenza tra loro e i media, semplicissimamente, direi così: non creare una suggestione, ma provare a ragionare, per forgiare una vera coscienza costituzionale”.

Espressione ancor più pregnante di quella del patriottismo costituzionale, in quanto allude all’appropriazione personale di esso. Mi pare di scorgere una stretta consonanza con il punto 3 del decalogo delle Sardine, laddove si fa cenno alla ragione e al pensiero critico opposti alle pulsioni, alle emozioni, alla borborigmi della pancia.
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*Già Deputato Pd, su huffingtonpost.it
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matteo
La «Mappa dei valori»
Ecco i 10 comandamenti delle 6.000 sardine:
1. I numeri valgono più della propaganda e delle fake news;
2. È possibile cambiare l’inerzia di una retorica populista. Come? Utilizzando arte, bellezza, non violenza, creatività e ascolto;
3. La testa viene prima della pancia, o meglio, le emozioni vanno allineate al pensiero critico;
4. Le persone vengono prima degli account social. Perché? Perché sappiamo di essere persone reali, con facoltà di pensiero e azione. La piazza è parte del mondo reale ed è lì che vogliamo tornare;
5. Protagonista è la piazza, non gli organizzatori. Crediamo nella partecipazione;
6. Nessuna bandiera, nessun insulto, nessuna violenza. Siamo inclusivi;
7. Non siamo soli, ma parte di relazioni umane;
8. Siamo vulnerabili e accettiamo la commozione nello spettro delle emozioni possibili, nonché necessarie. Siamo empatici;
9. Le azioni mosse da interessi sono rispettabili, quelle fondate su gratuità e generosità degne di ammirazione. Riconoscere negli occhi degli altri, in una piazza, i propri valori, è un fatto intimo ma rivoluzionario;
10 Se cambio io, non per questo cambia il mondo, ma qualcosa comincia a cambiare. Occorrono speranza e coraggio.
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matteo
Le sei proposte delle sardine ai politici – Se nei giorni scorsi era circolato il manifesto delle 6mila sardine, a Roma il 14 dicembre il fondatore Santori dal palco ha annunciato le sei proposte che fanno ai politici:
Uno. Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi politiche invece di fare campagna elettorale permanentemente.
Due. Pretendiamo che chiunque ricopre la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali.
Tre. Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network, sia economica che comunicativa.
Quattro. Pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca lo sforzo” che facciamo “in messaggi fedeli ai fatti.
Cinque. Pretendiamo che la violenza venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica in ogni sua forma. E’ il momento che la violenza verbale venga equiparata alla violenza fisica.
Sei. Chiediamo di ripensare il decreto Sicurezza: c’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura, ma il desiderio di costruire una società inclusiva. Ci auguriamo che la politica possa migliorarsi, la politica è partecipazione. Oggi state facendo politica”.
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Con le sardine riparte il movimento, rilanciamo l’iniziativa del Comitato per la democrazia costituzionale
19 Dicembre 2019 (a cura di Red su Democraziaoggi e su Aladinpensiero online)

Mentre con le sardine riparte il movimento di massa, il Coordinamento per la democrazia costituzionale ha varato un documento come base di una discussione collettiva in vista di una Assemblea nazionale dei Comitati, da tenersi nelle prime settimane del nuovo anno. Ecco un sintesi del documento.

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Bozza per la discussione

Ragioni ed obiettivi del Coordinamento
[segue]

Auguri! Auguri! Auguri! (…) Riconosciamoci membri di un’unica umanità, e prendiamoci cura della nostra terra che, generazione dopo generazione, ci è stata affidata da Dio in custodia perché la coltiviamo e la lasciamo in eredità ai nostri figli. L’impegno per ridurre le emissioni inquinanti e per una ecologia integrale è urgente e necessario: facciamo qualcosa prima che sia troppo tardi! Ascoltiamo la voce di tanti giovani che ci aiutano a prendere coscienza di quanto sta accadendo oggi nel mondo e ci chiedono di essere seminatori di pace e costruttori, insieme e non da soli, di una civiltà più umana e più giusta. Il Natale, nella sua genuina semplicità, ci ricorda che ciò che veramente conta nella vita è l’amore.

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Incontro in Vaticano di Papa Francesco, autore della Laudato si’, con António Guterres, titolare dell’Agenda Onu 2030
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Comunicato della Sala Stampa: Udienza al Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, 20.12.2019
[B1020] Nella mattinata di oggi [venerdì 20.12.2019], nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, S.E. il Signor António Guterres, che successivamente si è incontrato con l’Em.mo Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, il quale era accompagnato da S.E. Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati.
L’incontro, nella tradizione delle udienze concesse dai Pontefici ai vari Segretari Generali delle Nazioni Unite succedutisi nel tempo, si colloca in prossimità del 75° anniversario dell’Organizzazione.
Nel corso dei cordiali colloqui, è stata espressa la considerazione della Santa Sede per l’impegno delle Nazioni Unite in favore della pace nel mondo. Ci si è poi soffermati sul processo di attuazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e sulla crisi del multilateralismo, resa particolarmente evidente dalle difficoltà di gestire alcune problematiche attuali, quali le migrazioni e la tratta di persone, il cambiamento climatico e il disarmo.
Nel prosieguo della conversazione sono state trattate anche alcune situazioni di conflitto, instabilità sociale e gravi emergenze umanitarie.
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Videomessaggio del Santo Padre e del Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, 20.12.2019

Testo in lingua originale
Es hermoso que celebremos este encuentro en los días previos a la Navidad. Son días en los que nuestras miradas se dirigen al cielo para encomendar a Dios las personas y las situaciones que más nos tocan el corazón. En esta mirada nos reconocemos hijos de un único Padre, hermanos.

Damos gracias por todo el bien que hay en el mundo, y por todos aquellos que se comprometen gratuitamente, por quienes gastan su vida en servir, por quienes no se rinden y tratan de construir una sociedad más humana y más justa. Lo sabemos, no podemos salvarnos solos.

No podemos, no debemos mirar para otro lado ante las injusticias, las desigualdades, el escándalo del hambre en el mundo, de la pobreza, de los niños que mueren porque no tienen agua, comida, los cuidados necesarios.

No podemos mirar para otro lado ante cualquier tipo de abuso contra los más pequeños. Debemos combatir todos juntos esta plaga.

No podemos cerrar los ojos ante nuestros hermanos que, por causa de los conflictos y de la violencia, de la miseria o de los cambios climáticos, dejan sus países y, a menudo, van al encuentro de un triste destino.

No podemos permanecer indiferentes ante la dignidad humana pisoteada y explotada, a los ataques contra la vida humana, sea la que todavía no ha nacido sea la de que cualquier persona necesitada de cuidados.

No podemos, ni debemos mirar a otro lado cuando en muchas partes del mundo los creyentes de distintas confesiones religiosas son perseguidos.

Clama a Dios el uso de la religión para incitar al odio, a la violencia, a la opresión, al extremismo y al fanatismo ciego, así como usarla para obligar al exilio o la marginación.

Pero clama a Dios también la carrera armamentística y el rearme nuclear. Y es inmoral no sólo el uso sino también la posesión de armas nucleares, las cuales tienen una capacidad destructiva tal, que incluso el mero peligro de un accidente representa una oscura amenaza para la humanidad.

No permanezcamos indiferentes ante las numerosas guerras que todavía se combaten y que ven morir a tantos inocentes.

La confianza en el diálogo entre las personas y entre las naciones, en el multilateralismo, en el papel de las organizaciones internacionales, en la diplomacia como instrumento para la comprensión y el entendimiento, es indispensable para construir un mundo pacífico.

Es necesario reconocerse miembros de una única humanidad y cuidar nuestra tierra que, generación tras generación, nos ha sido confiada por Dios en custodia para que la cultivemos y la dejemos en herencia a nuestros hijos. El compromiso para reducir las emisiones contaminantes y por una ecología integral es urgente y necesario: hagamos algo antes que sea demasiado tarde.

Escuchemos la voz de tantos jóvenes que nos ayudan a tomar conciencia de lo que esta sucediendo hoy en el mundo y nos piden que seamos sembradores de paz y constructores, juntos y no solos, de una civilización más humana y más justa.

La Navidad, en su genuina sencillez, nos recuerda que lo cuenta verdaderamente en la vida es el amor.

[02085-ES.01] [Texto original: Español]

Traduzione in lingua italiana

È bello che questo nostro incontro avvenga nei giorni che ci conducono verso il Natale. Sono giorni in cui i nostri sguardi sono rivolti al cielo per affidare a Dio le persone e le situazioni che più abbiamo a cuore. In questo sguardo ci riconosciamo figli di un unico Padre, fratelli.

Rendiamo grazie per tutto il bene che c’è nel mondo, per i tanti che si impegnano gratuitamente, per chi spende la propria vita nel servire, per chi non si arrende e costruisce una società più umana e più giusta. Lo sappiamo: non possiamo salvarci da soli.

Non possiamo, non dobbiamo girarci dall’altra parte di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze, allo scandalo della fame nel mondo, della povertà, dei bambini che muoiono perché non hanno acqua, cibo, le cure necessarie.

Non possiamo girarci dall’altra parte di fronte a qualsiasi tipo di abuso nei confronti dei più piccoli. Dobbiamo tutti insieme combattere questa piaga.

Non possiamo chiudere gli occhi di fronte ai tanti nostri fratelli che, a motivo di conflitti e violenze, della miseria o dei cambiamenti climatici, lasciano i loro Paesi e vanno incontro spesso a un triste destino.

Non dobbiamo rimanere indifferenti davanti alla dignità umana calpestata e sfruttata, agli attacchi contro la vita umana, sia quella non ancora nata sia quella di ogni persona bisognosa di cure.

Non possiamo, non dobbiamo girarci dall’altra parte quando i credenti di varie fedi sono perseguitati, in diverse parti del mondo.

Grida vendetta al cospetto di Dio l’uso della religione per incitare all’odio, alla violenza, all’oppressione, all’estremismo e al fanatismo cieco, così come per costringere all’esilio e all’emarginazione.

Ma grida vendetta al cospetto di Dio anche la corsa agli armamenti e al riarmo nucleare. Ed è immorale non soltanto l’uso ma anche il possesso di armi nucleari, le quali hanno una portata distruttiva tale, che anche il solo pericolo di un incidente rappresenta una cupa minaccia sull’umanità.

Non restiamo indifferenti di fronte alle numerose guerre che si continuano a combattere e che vedono soccombere tanti innocenti.

La fiducia nel dialogo fra le persone e fra le nazioni, nel multilateralismo, nel ruolo delle organizzazioni internazionali, nella diplomazia come strumento per la comprensione e l’intesa, è indispensabile per costruire un mondo pacifico.

Riconosciamoci membri di un’unica umanità, e prendiamoci cura della nostra terra che, generazione dopo generazione, ci è stata affidata da Dio in custodia perché la coltiviamo e la lasciamo in eredità ai nostri figli. L’impegno per ridurre le emissioni inquinanti e per una ecologia integrale è urgente e necessario: facciamo qualcosa prima che sia troppo tardi!

Ascoltiamo la voce di tanti giovani che ci aiutano a prendere coscienza di quanto sta accadendo oggi nel mondo e ci chiedono di essere seminatori di pace e costruttori, insieme e non da soli, di una civiltà più umana e più giusta.

Il Natale, nella sua genuina semplicità, ci ricorda che ciò che veramente conta nella vita è l’amore.

[02085-IT.01] [Testo originale: Spagnolo]
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Traduzione in lingua inglese

It is good that we are having this meeting in the days just before Christmas. These are days in which we raise our eyes to heaven and commend to God those people and situations that are closest to our heart. In this gaze, we acknowledge ourselves to be sons and daughters of one Father, brothers and sisters.

We give thanks for all the goodness present in this world, and for all those who freely give of themselves, those who spend their lives in service to others, those who do not give up but keep trying to build a more humane and just society. We know well that we cannot be saved alone.

We cannot and we must not avert our eyes from forms of injustice and inequality, the scandal of world hunger, poverty, children who die because they lack water, food and necessary care.

We cannot avert our eyes from abuse of any kind against our children. Together we must combat this scourge.

We cannot close our eyes before those of our brothers and sisters who, because of conflicts and acts of violence, dire poverty or climatic changes, leave their countries and often meet with a tragic fate.

We cannot remain indifferent when human dignity is trampled and exploited, when human life is attacked, whether that of the unborn or of any other person in need of care.

We cannot and must not look the other way when in many parts of our world the followers of different religious confessions are persecuted.

The misuse of religion to incite hatred, violence, oppression, extremism and blind fanaticism cries out to God, as does the use of religion to force others into exile or to marginalize them.

But the arms race and nuclear rearmament also cry out to God. Not only the use but also the possession of nuclear arms is immoral; they have so great a destructive capacity that the mere possibility of an accident represents a baleful threat for humanity.

May we not remain indifferent before the many wars still being fought, in which so many innocent people die.

Trust in dialogue between individuals and between nations, in multilateralism, in the role of the international organizations, and in diplomacy as an instrument for appreciation and understanding, is indispensable for the building of a peaceful world.

We need to realize that we belong to a single human family and to care for our earth, which in every generation God entrusts to our care so that we can cultivate it and hand it down as a legacy to our children. A commitment to the reduction of polluting emissions and to an integral ecology is urgently needed: let us do something before it is too late.

May we also hear the voice of all those young people who help us to realize what is happening in today’s world and who ask us to be peacemakers and builders, all together and not individually, of a more humane and just civilization.

May Christmas, in its authentic simplicity, remind us that the most important thing in life is love.

[02085-EN.01] [Original text: Spanish]
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- Le foto sono tratte dal sito della sala stampa vaticana.
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Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.
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Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.
di Franco Meloni, Editoriale di Aladinpensiero.
“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Così cantava Fabrizio De André in una delle sue canzoni più “dure” e “politicamente impegnate”(1), con la quale se la prendeva con i benpensanti incuranti delle ragioni del movimento della contestazione studentesca e operaia del 1968. Si tratta di un’invettiva che mi piace condividere con i lettori, separandola arbitrariamente dai fatti del passato a cui si riferisce, perché credo ben si attagli all’atteggiamento odierno di “indifferenza generalizzata” davanti a quanto sta succedendo al nostro Pianeta, attraversato da una crisi climatica ed ecologica, tanto grave e urgente da esserne minacciata la stessa sopravvivenza. Questo atteggiamento negativo riguarda innanzitutto i governanti degli Stati, a tutti i livelli, ma ad essi purtroppo si accompagna quello della stragrande maggioranza degli abitanti del Globo, noi compresi. Non voglio qui sminuire l’importanza delle reazioni alla situazione della Terra, tese a contrastarne la deriva di autodistruzione, sia per quanto attiene ai responsabili politici (e, in generale, alle classi dirigenti), sia ai cittadini, singoli e associati. Per quanto riguarda i primi, possiamo citare gli impegni presi dagli Stati nelle varie Conferenze internazionali sui cambiamenti climatici (2), e con l’Agenda Onu 2030, sulla quale mi soffermerò (3); mentre per i secondi basta rammentare le lotte dei movimenti ecologici in tutto il mondo, come quello encomiabile dei ragazzi di Fridays For Future (4). Queste iniziative vanno valorizzate e anche enfatizzate essendo precisamente nella giusta strada, ma emerge la loro complessiva inadeguatezza, rispetto alla gravità e urgenza dei problemi, così come avvertono gli scienziati competenti per materia e dotati di sensibilità culturale e sociale. 
Laudato si’. L’approccio dell’ecologia integrale. [segue]

Auguri, Auguri, Auguri! Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.

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Venerdì 20 dicembre nell’aula del Consiglio comunale di Cagliari è stato presentato il dossier 2019 della Caritas della Diocesi di Cagliari. Presenti con un numeroso pubblico il presidente del Consiglio comunale Edoardo Tocco, il sindaco Paolo Truzzu, il prefetto Bruno Corda e l’arcivescovo Arrigo Miglio. Con la regia di don Marco Lai e di Maria Chiara Cugusi, dopo gli interventi delle autorità, la relazione sui contenuti del dossier è stata tenuta da Franco Manca. Mons. Franco Puddu ha invitato tutti alla Marcia nazionale per la Pace che si terrà a Cagliari martedì 31 dicembre. Ha concluso i lavori don Marco Lai che ha ringraziato tutti, ma, in modo particolare l’arcivescovo Arrigo Miglio, che, come si sa, ha chiuso il suo mandato pastorale di titolare Chiesa di Cagliari per raggiunti limiti di età, rimanendone vescovo emerito. I presenti hanno tributato un lungo e caloroso applauso, un’autentica standing ovation, al Vescovo Miglio.
Torneremo sul rapporto. Intanto anticipiamo il contributo presente nel volume del direttore Franco Meloni.
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Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.
di Franco Meloni
“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Così cantava Fabrizio De André in una delle sue canzoni più “dure” e “politicamente impegnate”(1), con la quale se la prendeva con i benpensanti incuranti delle ragioni del movimento della contestazione studentesca e operaia del 1968. Si tratta di un’invettiva che mi piace condividere con i lettori, separandola arbitrariamente dai fatti del passato a cui si riferisce, perché credo ben si attagli all’atteggiamento odierno di “indifferenza generalizzata” davanti a quanto sta succedendo al nostro Pianeta, attraversato da una crisi climatica ed ecologica, tanto grave e urgente da esserne minacciata la stessa sopravvivenza. Questo atteggiamento negativo riguarda innanzitutto i governanti degli Stati, a tutti i livelli, ma ad essi purtroppo si accompagna quello della stragrande maggioranza degli abitanti del Globo, noi compresi. Non voglio qui sminuire l’importanza delle reazioni alla situazione della Terra, tese a contrastarne la deriva di autodistruzione, sia per quanto attiene ai responsabili politici (e, in generale, alle classi dirigenti), sia ai cittadini, singoli e associati. Per quanto riguarda i primi, possiamo citare gli impegni presi dagli Stati nelle varie Conferenze internazionali sui cambiamenti climatici (2), e con l’Agenda Onu 2030, sulla quale mi soffermerò (3); mentre per i secondi basta rammentare le lotte dei movimenti ecologici in tutto il mondo, come quello encomiabile dei ragazzi di Fridays For Future (4). Queste iniziative vanno valorizzate e anche enfatizzate essendo precisamente nella giusta strada, ma emerge la loro complessiva inadeguatezza, rispetto alla gravità e urgenza dei problemi, così come avvertono gli scienziati competenti per materia e dotati di sensibilità culturale e sociale. 
Laudato si’. L’approccio dell’ecologia integrale.
Su dette problematiche, che costituiscono una costante preoccupazione del suo pontificato fin dal suo insediamento, Papa Francesco ha scritto la “Laudato si’. Lettera enciclica sulla cura della casa comune”, datata 24 maggio 2015, autentica pietra miliare dalla quale il Papa continuamente riparte con piccole e grandi iniziative, tra le quali ultime l’istituzione della «Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato» il primo settembre di ogni anno, con le connesse iniziative del «Tempo del Creato» (5), e lo storico Sinodo sull’Amazzonia, celebrato a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019. La Laudato si’ è oggetto di studio e approfondimenti in tutto il mondo; costituisce un testo di riferimento che unifica credenti e non credenti (6) nell’impegno per la “Casa comune”. Sono innumerevoli le iniziative in tal senso e anche noi nella nostra come nelle altre Diocesi della Sardegna, abbiamo fatto e facciamo la nostra parte. Tuttavia sentiamo l’insufficienza di tale attività e di conseguenza la necessità di aumentare gli sforzi e il coinvolgimento di più soggetti. E’ anche questo lo scopo del presente articolo, nel quale non mi soffermo tanto sull’Enciclica, che comunque ne costituisce assoluto riferimento, quanto sulle iniziative “laiche” che sono consonanti con l’impostazione complessiva della stessa. Il documento laico più vicino all’Enciclica, che ha analogo “respiro”, è appunto l’Agenda Onu 2030. Vedremo più avanti. Intanto ci piace riportare dalla Laudato si’ l’appello di Papa Francesco, che ne sintetizza lo scopo ultimo, unendo le preoccupazioni alla Speranza sostenuta dal riconoscimento di quanto di positivo già si fa. (Laudato sì’, 13, 14) “13. La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. Il Creatore non ci abbandona (…). L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. (…) 14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta (…) Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche.(…)”.
Dell’Enciclica voglio rimarcare in modo particolare un concetto chiave, quello dell’ECOLOGIA INTEGRALE. Dice il Papa (Laudato si’, 137):  ”Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali.”. Dunque: l’ECOLOGIA AMBIENTALE, ECONOMICA E SOCIALE, l’ECOLOGIA CULTURALE, l’ECOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA, IL PRINCIPIO DEL BENE COMUNE, LA GIUSTIZIA TRA LE GENERAZIONI, tutti ingredienti compresi nell’accezione “Ecologia integrale”, che come vedremo, vengono puntualmente ripresi nell’Agenda Onu 2030, forse senza un confortevole respiro religioso, ma tale è il valore aggiunto che caratterizza il sentire dei credenti e non solo (6). Vi invito a soffermarvi innanzitutto sul “preambolo” del documento dell’ONU, proprio per evidenziarne la consonanza con la Laudato si’ (che lo ha preceduto), quasi come risposta concreta all’appello del Papa, anzi sembra davvero che lo abbia scritto lui, sicuramente, penso io, ha contribuito ad ispirarlo.
Trasformare il nostro mondo: l’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo Sostenibile approvata il 25 settembre 2015, dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
“PreamboloQuest’Agenda è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. Essa persegue inoltre il rafforzamento della pace universale in una maggiore libertà. Riconosciamo che sradicare la povertà in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà estrema, è la più grande sfida globale ed un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile. Tutti i paesi e tutte le parti in causa, agendo in associazione collaborativa, implementeranno questo programma. Siamo decisi a liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e vogliamo curare e salvaguardare il nostro pianeta. Siamo determinati a fare i passi audaci e trasformativi che sono urgentemente necessari per portare il mondo sulla strada della sostenibilità e della resilienza. (…) . PersoneSiamo determinati a porre fine alla povertà e alla fame, in tutte le loro forme e dimensioni, e ad assicurare che tutti gli esseri umani possano realizzare il proprio potenziale con dignità ed uguaglianza in un ambiente sano. PianetaSiamo determinati a proteggere il pianeta dal degradazione, attraverso un consumo ed una produzione consapevoli, gestendo le sue risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti riguardo il cambiamento climatico, in modo che esso possa soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future. ProsperitàSiamo determinati ad assicurare che tutti gli esseri umani possano godere di vite prosperose e soddisfacenti e che il progresso economico, sociale e tecnologico avvenga in armonia con la natura. PaceSiamo determinati a promuovere società pacifiche, giuste ed inclusive che siano libere dalla paura e dalla violenza. Non ci può essere sviluppo sostenibile senza pace, né la pace senza sviluppo sostenibile. CollaborazioneSiamo determinati a mobilitare i mezzi necessari per implementare questa Agenda attraverso una Collaborazione Globale per lo sviluppo Sostenibile, basata su uno spirito di rafforzata solidarietà globale, concentrato in particolare sui bisogni dei più poveri e dei più vulnerabili e con la partecipazione di tutti i paesi, di tutte le parti in causa e di tutte le persone.”
Occorre evidenziare il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, nella misura in cui si basa su un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo (in particolare di quello egemone capitalistico neo liberista), non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Si afferma pertanto una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo. Tutti i Paesi – senza distinzioni tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo, anche se evidentemente le problematiche possono essere diverse a seconda del posizionamento socio-economico – devono impegnarsi a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli SDGs entro il 2030. Rispetto a tali parametri, ciascun Paese viene valutato periodicamente sui risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’Onu e dagli Stati nazionali, auspicabilmente sostenuto dalle opinioni pubbliche nazionali e internazionali. L’attuazione dell’Agenda richiede pertanto un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese alle pubbliche amministrazioni, dalla società civile, al volontariato e alle entità del terzo settore, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. 
In questo intervento non mi occupo dei risultati conseguiti (a oltre quattro anni dal varo dell’Agenda), preferendo rimanere sui dati informativi dell’iniziativa. Dobbiamo constatare peraltro che tuttora permane una scarsa conoscenza dell’Agenda (così pure della Laudato si’) per cui è necessario incrementarne la diffusione e le iniziative di sensibilizzazione a tutti i livelli e in ogni possibile circostanza. Ci saranno sicuramente altre occasioni per effettuare opportune valutazioni, a cui non mancheremo. Per l’Italia i check-up annuali sono curati (a partire dal 2016) dall’ASviS, ultimo relativo al 2019 è stato presentato il 4 ottobre 2019 (8).
Goals e Targets (Obiettivi e Traguardi)
[segue]