Editoriale

DIBATTITO sul LAVORO OGGI. Sindacato in trasformazione

quarto_statoQuestioni aperte
per il sindacato italiano

di Lorenzo Caselli
Professore emerito di Economia e gestione delle imprese e docente a contratto di Etica economica e responsabilità sociale delle imprese, Università di Genova,

as-loghettoFra le realtà più in crisi nel mondo del lavoro c’è quella del sindacato, che sembra accerchiato, spiazzato, incapace di cogliere le trasformazioni in atto nella domanda di lavoro e nelle modalità di impiego. Ha ancora senso oggi un sindacato forte e organizzato? Quali sono i suoi punti di forza e gli am- biti di azione? È possibile ipotizzare una partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese? Quali sono i passi da compiere per una riforma condivisa e realistica dei sindacati?
Traendolo da Aggiornamenti Sociali, pubblichiamo un contributo che affronta queste domande.

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Di fronte alla gravità dei problemi che sono sul tappeto, l’economia richiede di essere profondamente ripensata. Cresce la consapevolezza che efficienza, giustizia e partecipazione non possono più essere separate e che si pongono sempre più come condizioni per la sostenibilità dello sviluppo. Il coinvolgimento dei lavoratori, dei consumatori e dei cittadini è essenziale per il successo delle stesse iniziative economiche. La solidarietà e la sussidiarietà creano le premesse perché abbiano a dispiegarsi le potenzialità di ciascuna persona, perché sia possibile l’accesso più largo ai beni e ai sevizi di base nell’interesse del maggior numero di soggetti e nel rispetto delle generazioni future.
L’economia sociale di mercato, inserita nei principi del Trattato di Lisbona (art. 2, c. 3), si colloca in questa prospettiva. Essa però non è qualcosa di definitivo e di consolidato. I suoi elementi costitutivi – centralità dell’economia reale rispetto alla finanza, occhio di riguardo per il medio-lungo termine, ruolo regolatore dello Stato, equità fiscale, efficienza, competitività ma anche welfare, imprese e sindacati responsabili e partecipativi –, riscontrabili, ad esempio, nell’esperienza tedesca, possono essere variamente declinati e combinati.
Tali elementi sono tutti necessari, ma non sufficienti. Come hanno osservato i vescovi europei, l’economia sociale di mercato è infatti un grande obiettivo ancora da completare ed europeizzare. Il collegamento tra libero mercato e competitività da un lato e principio di solidarietà e giustizia sociale dall’altro non è affatto scontato.
Il mercato non soddisfa tutti i bisogni delle persone, deve essere integrato con la politica sociale e non può fare a meno di gratuità, sostenibilità, inclusività (COMECE 2011).
Tutto ciò vale per l’Europa e per il nostro Paese. In questa prospettiva, il sindacato italiano con la sua storia e il suo radicamento sociale, con le sue contraddizioni ma anche con i suoi punti di forza, può dare un grande contributo. Tra economia sociale di mercato e sindacato è infatti possibile attivare una circolarità virtuosa. Affinché ciò avvenga, occorre un sindacato sempre attento alle condizioni di vita dei lavoratori, sia di quelli che rappresenta sia di quelli che non riesce a rappresentare adeguatamente, che ne difenda gli interessi collettivi specifici e che consideri un ponte tra lavoro e welfare la fornitura di servizi, dalla tutela previdenziale alle problematiche fiscali e abitative, alla difesa dei consumatori, alla cultura e al tempo libero, alla formazione professionale; un sindacato, insomma, che cerchi di promuovere le condizioni favorevoli per l’assunzione di responsabilità partecipative a livello decisionale, finanziario e operativo da parte dei suoi rappresentati nelle diverse realtà della vita economica e sociale 1).

Anche nel nostro Paese può essere sostenuto un progetto di economia sociale di mercato, qualificandone e arricchendone strutture e processi con il concorso di sindacato, imprese, istituzioni e aggregazioni sociali. In questo ambito il sindacato può farsi promotore di un discorso in tema di democrazia economica e più in generale di allargamento delle frontiere della democrazia tout court. Si tratta di aumentare sia il numero dei soggetti che possono prendere la parola sulla scena politica, sociale ed economica (il mercato non appartiene soltanto alle imprese capitalistiche), sia le dimensioni da porre a fondamento delle scelte, definite non solo dal profitto ma anche da valori sociali, ambientali e culturali in vista del bene comune.
Può il sindacato assolvere al ruolo appena descritto? Non ci nascondiamo certamente le difficoltà di tale disegno. I margini di manovra – in Italia ma anche in molti Paesi europei – sono, nell’immediato, oggettivamente modesti. Ma non è soltanto il quadro economico che limita gli spazi di azione dei sindacati. Essi infatti devono fare i conti con un clima sociale, culturale e politico non favorevole alla presenza e all’azione di un soggetto collettivo del loro genere. Ci troviamo in una situazione di “destrutturazione sociale”, che da un lato frammenta la convivenza e dall’altro agevola l’emergere e il consolidarsi di nuovi centri di potere non facilmente controllabili.
Stando così le cose, gli assetti pluralistici, propri della modernità – fatti di istituzioni, associazioni, movimenti, aggregazioni e rappresentanze di interessi molteplici – rischiano di degenerare in differenziazioni fini a se stesse, in chiusure corporative, in una miriade di interessi particolaristici. Si moltiplicano le appartenenze tra loro non comunicanti, mentre l’affievolirsi dell’ethos collettivo rende difficile l’elaborazione di regole condivise con le quali governare le relazioni sociali, economiche, di lavoro. Di fronte a questo scenario, quale ruolo per le associazioni di categoria nel mondo del lavoro?

I punti di forza del sindacato
I rischi che i sindacati hanno di fronte non vanno taciuti. Non sono però tali – questa è la nostra opinione – da cancellare o nascondere le opportunità che il sindacato potrebbe cogliere attraverso l’intelligente valorizzazione e gestione dei suoi punti di forza spendibili nella prospettiva dell’economia sociale di mercato. Si pensi soltanto allo spostamento progressivo della tutela dal singolo posto lavorativo, strettamente inteso, alla gestione del mercato del lavoro, nel suo insieme e nelle sue articolazioni locali, attraverso l’armoniz- zazione dei flussi di domanda e offerta e il loro collegamento con i processi produttivi e formativi. Tutto è collegato, ma in modo nuovo e creativo. «Soltanto vincendo la sfida a diventare plurale il sindacato potrà ritrovare la propria funzione all’interno di un mutato scenario, che peraltro ne mostra un impellente bisogno» (Costa 2017, 9). Quattro punti di forza ci sembrano particolarmente significativi e giocabili dal sindacato.
Il primo è la possibilità di collegare aspetti macro e aspetti micro: da un lato le grandi politiche economiche e sociali, dall’altro le scelte delle imprese e delle istituzioni. Il tutto con particolare attenzione alla dimensione settoriale e territoriale dei problemi che attengono al mercato del lavoro, alla base industriale, alla promozione dei fattori di produttività, innovazione, competitività, alla flessibilità congiunta alla sicurezza.
Il secondo punto di forza è la possibilità per il sindacato di far interagire pubblico, privato e privato sociale nell’ambito di un gioco che non è necessariamente a somma zero, ma a somma potenzialmente positiva. Si pensi in particolare agli assetti di welfare, ove si tratta da un lato di creare le condizioni affinché la domanda di servizi da potenziare diventi effettiva e dall’altro di promuovere la pluralità dei soggetti di offerta, evitando posizioni di monopolio e di rendita tanto pubblica quanto privata, favorendo forme di collaborazione con il coinvolgimento effettivo della società civile. Nel quadro dell’economia sociale di mercato il sistema produttivo e quello amministrativo devono misurarsi con indicatori di efficienza e di efficacia. In particolare, la pubblica amministrazione – e qui il sindacato ha grandi responsabilità, a motivo del suo radicamento associativo – si trova a fare i conti con profonde trasformazioni, nuove esigenze e priorità, nuove domande e competenze professionali, per uscire dal rischio dell’autoreferenzialità, contribuendo attraverso il miglior utilizzo delle risorse disponibili all’innalzamento del livello di competitività e attrattiva del sistema Paese.
Terzo punto di forza è la possibilità di mettere in comunicazione produzione, lavoro, consumo e risparmio superando, nell’ambito di una responsabilità condivisa, separatezze e contraddizioni. A ciò si collega altresì la possibilità di essere presente in spazi vitali della società, come ad esempio i servizi all’impiego e la riforma dello Stato sociale, attraverso la valorizzazione del Terzo settore.
Infine, e questo è il quarto punto di forza, in raccordo con i sindacati degli altri Paesi della UE, esso potrebbe contribuire in misura notevole al rafforzamento dei poteri di intervento della CES (Conferenza europea dei sindacati), indispensabile per affrontare problemi che travalicano i confini dei singoli Stati, come quello occupazionale. Solo nel più ampio contesto comunitario possono infatti individuarsi soluzioni precluse su scala locale, perseguendo altresì, attraverso un dialogo sociale rafforzato, le tre grandi priorità a fondamento della strategia Europa 2020 (crescita intelligente, crescita sostenibile, crescita inclusiva).

Gli ambiti di azione del sindacato
Europa 2020 è la strategia decennale per la crescita definita dalla UE nel 2010. Oltre a uscire dalla crisi, essa mira a colmare le lacune del modello di crescita europeo e creare le condizioni per un tipo di sviluppo economico più intelligente, sostenibile e solidale. Per questo la UE si è data cinque obiettivi da realizzare entro il 2020, che riguardano l’occupazione, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, l’integrazione sociale e la riduzione della povertà, il clima e l’energia. La strategia indica anche sette settori di intervento su cui concentrare gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi: l’innovazione, l’economia digitale, l’occupazione, i giovani, la politica industriale, la povertà e l’uso efficiente delle risorse (cfr <http://ec.europa.eu/europe2020/europe- 2020-in-a-nutshell/index_it.htm>).
I punti di forza sopra evidenziati possono essere pienamente colti da un sindacato propositivo, non necessariamente “antagonista”, che non rinnega il conflitto ma lo sa usare saggiamente in vista dell’accordo, capace di attivare relazioni contrattuali, concertative, partecipative, che se necessario può essere anche imprenditore sociale; un sindacato cioè che oltre alla tutela diretta dei lavoratori vuole creare le condizioni per il loro benessere e per quello del Paese favorendone lo sviluppo, evitando il rischio tanto di chiusure corporative quanto di pratiche meramente assistenziali e difensive.
Un’azione strategica sindacale – nel quadro dell’economia sociale di mercato – si concretizza in tre passaggi fondamentali, tra loro strettamente collegati e interdipendenti: concertazione, contrattazione, partecipazione. Esaminiamoli distintamente.
La concertazione tra istituzioni e parti sociali, ovvero tra i grandi decisori politici, economici, sociali è condizione indispensabile per il governo di una società sempre più complessa. Ciò è tanto più urgente in una situazione di emergenza, ove occorre da un lato farsi carico di vincoli macroeconomici ai quali non è possibile sottrarsi (il rapporto tra debito e PIL per esempio) e dall’altro rilanciare sviluppo e occupazione.
Con la concertazione tutte le parti in gioco sono chiamate a costruire fiducia in vista di obiettivi condivisi. In quest’ottica, essa può essere l’antidoto sia alle politiche liberiste sia a quelle dirigiste, poiché amplia gli ambiti della democrazia sostanziale, valorizza il pluralismo sociale, impegna i diversi attori a comportamenti coerenti nella reciproca legittimazione. La concertazione può essere strumento sia per governare più efficacemente le relazioni industriali, sia per attivare un percorso riformatore, capace di incidere concretamente sui principali problemi del lavoro e del sistema economico e produttivo.
La questione della produttività si colloca in questa ottica. Essa è sempre più il frutto di un’azione combinata dei diversi fattori che agiscono sull’impresa, ma non soltanto di quelli della produzione tradizionalmente intesi, bensì anche di quelli istituzionali e di contesto (formazione, ricerca, servizi reali, organizzazione territoriale, stato sociale, efficienza della pubblica amministrazione). Il concorso coerente e integrato delle parti sociali e delle istituzioni si rivela condizione sempre più indispensabile per la crescita della produttività, specie nella prospettiva dell’industria 4.0. In altri termini, la capacità propositiva del sindacato in tema di dinamiche salariali e flessibilità organizzativa, connessa all’introduzione massiccia delle nuove tecnologie, si combina con gli investimenti delle imprese, finalizzati sia all’aumento dei livelli di competitività sia alla promozione quantitativa e qualitativa dell’occupazione, mentre il Governo si impegna per una politica economica e fiscale in linea con tali obiettivi. Il passaggio dalla concertazione alla contrattazione sindacale è evidente. Con la prima si creano le condizioni per aggredire gli squilibri più pesanti, con la contrattazione si valorizzano le differenze e le potenzialità esistenti nel tessuto produttivo. Ferma restando la necessità del contratto nazionale, opportunamente riqualificato affinché sia centro regolatore e di governance dei sistemi contrattuali settoriali, modellandolo sulle normative e tutele di carattere generale, a partire dalla difesa del potere di acquisto dei salari, occorre puntare sulla contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale) attraverso un trasferimento organico di competenze, in particolare sulle materie che si generano e si gestiscono in azienda e sul territorio, innalzando nel contempo il tasso di partecipazione dei lavoratori alla vita e alle decisioni dell’impresa.
L’efficacia del legame tra democrazia economica ed economia sociale di mercato presuppone un’ipotesi forte di partecipazione, di coinvolgimento di risorse individuali e collettive, come modo per cogliere e valorizzare le interdipendenze tra le molteplici dimensioni della vita sociale, promuovendo comportamenti più solidali. Tutto ciò, nel contempo, si rivela essenziale anche per il successo e le performance delle stesse iniziative economiche. Pur con tutti i limiti e contraddizioni, non si può sottovalutare il potenziale partecipativo oggi esistente nelle organizzazioni economiche e sociali, che si lega a istanze profonde di giustizia, di sussidiarietà, di democrazia in grado di esprimersi in tutti gli ambiti della vita associata. Tale potenziale partecipativo chiede però di essere, in qualche modo, interpretato, rappresentato, promosso e trasformato, per così dire, in “merce politica” da porre sul piatto della bilancia in vista di trasformazioni più generali, evitando il riflusso nel particolare, nel settoriale, nell’egoistico (cfr Grazzini 2014).
Nell’orizzonte strategico del sindacato, la partecipazione può giocare un ruolo di fondamentale importanza. Com’è noto, in rapporto al sistema delle imprese esistono una versione leggera della partecipazione (informazione, consultazione, quote di salario legate ai risultati, ecc.) e una forte, che può esprimersi tanto nella partecipazione dei lavoratori al governo, alle decisioni e al funzionamento organizzativo dell’impresa quanto nella partecipazione collettiva degli stessi al capitale con la presenza di propri rappresentanti negli organi societari. Questa versione forte può essere assunta come scelta qualificante del sindacato italiano e trovare ambito di sperimentazione nella realtà del nostro Paese, come avviene da tempo altrove 2)?

La partecipazione dei lavoratori all’impresa
Il ragionamento merita un minimo di approfondimento. I dipendenti possono partecipare agli organi societari – e quindi concorrere alla definizione delle scelte strategiche dell’impresa – sia in quanto lavoratori, sulla scorta del modello tedesco sostanzialmente recepito nello statuto della società per azioni europea, sia in quanto azionisti attraverso l’azionariato dei lavoratori. Nell’uno e nell’altro caso la presenza negli organi societari costituisce il punto di innesco per discorsi più puntuali che, muovendo dagli assetti di corporate governance, investono la tematica della democrazia economica a livello di sistema.
Assumendo realisticamente le trasformazioni in atto, la presenza dei rappresentanti dei lavoratori negli organi societari – a prescindere dal possesso di quote azionarie – si caratterizza di grande positività: essa può costituire sia un “collante” rispetto alle altre forme e momenti partecipativi, sia un ponte capace di collegare aspetti micro e macro, interessi individuali e collettivi. Per quanto riguarda il possesso azionario dei lavoratori, questo per poter contare deve essere collettivamente gestito attraverso associazioni che si configurano come investitori pronti a stabilire alleanze con alcuni e ad opporsi ad altri.
Richiamiamo sinteticamente alcune potenzialità connesse al coinvolgimento del lavoro nella governance delle imprese, che per dispiegare pienamente la loro efficacia richiedono alcune condizioni favorevoli: aspettative di crescita, quadro normativo, istituzionale e contrattuale sostanzialmente omogeneo a livello europeo, misure giuridiche e fiscali incentivanti, investimenti formativi e informativi per garantire affidabilità e trasparenza nei comportamenti dei diversi attori, ecc. Tali condizioni – specie nel nostro Paese, che nelle diverse graduatorie internazionali occupa posizioni di retroguardia – non sono di facile realizzazione. Esistono però ambiti di eccellenza su cui far leva a livello territoriale e settoriale ove imprese, istituzioni e sindacati stanno sperimentando modelli di comportamento innovativi, ad esempio in tema di welfare aziendale e di lavoro agile, in un’ottica di responsabilità condivisa. In non pochi casi è proprio il sindacato ad esercitare una funzione di stimolo.
In primo luogo, la partecipazione del lavoro al capitale d’impresa e la sua presenza negli organi societari conferiscono, in qualche misura, stabilità e radicamento all’impresa stessa, evitando le degenerazioni di un capitalismo invisibile e imprendibile, totalmente svincolato dalle esigenze ma anche dagli apporti in termini di cultura, valori, professionalità, relazionalità che possono provenire dalle comunità territoriali di riferimento, produttrici di quel “capitale fisso sociale” che si rivela sempre più fattore di competitività e di successo. Secondariamente, i lavoratori direttamente coinvolti nello sviluppo dell’impresa, attenti a qualità e quantità dell’occupazione, possono rappresentare un antidoto salutare contro la divaricazione tra dinamica reale e finanziaria, ponendo quest’ultima al servizio di un disegno di crescita che, nel creare benessere per tutti gli stakeholder dell’impresa, concorre altresì alla valorizzazione del suo stesso capitale. Il destino delle aziende come istituzioni produttrici di ricchezza e di benessere non può essere abbandonato agli esiti di giochi meramente finanziari, espropriando i luoghi dell’intelligenza e della progettualità reale. La partecipazione dei lavoratori concorre poi a creare un clima di consenso e di fiducia che, contribuendo ad accrescere (nel medio periodo) la redditività dell’impresa, crea risorse addizionali, spendibili anche – secondo una circolarità virtuosa – nella tradizionale attività negoziale e contrattuale. Infine, la presenza del lavoro nel capitale e negli organismi sociali si inserisce a pieno titolo nella prospettiva dell’economia sociale di mercato. Da un lato infatti essa può essere garanzia di stabilità contro il rischio di pressioni speculative di breve termine che nulla hanno a che vedere con lo stato di salute dell’impresa; dall’altro lato non si esclude la contendibilità dell’impresa medesima, nel senso che il management si trova a doversi confrontare con la capacità di iniziativa dei rappresentanti dei lavoratori negli organi societari, specie se i lavoratori sono anche azionisti. In definitiva, per quanto riguarda il nostro Paese, un ruolo attivo dei dipendenti nella governance e nel capitale dell’impresa può concorrere alla riforma e al consolidamento del capitalismo italiano in prospettiva europea. Al riguardo appare necessario un massiccio investimento culturale da parte del sindacato e delle imprese. Lavoratori disinformati, disincentivati, non supportati tecnicamente e culturalmente rischiano l’ininfluenza rispetto alle sorti dell’impresa e del lavoro stesso. Occorre pertanto costruire una strategia forte per la partecipazione e per l’azionariato dei lavoratori, che può diventare un elemento connettivo dell’impresa. Ciò attraverso l’attivazione di una circolarità virtuosa tra proprietà (non totalmente anonima o indistinta, ma facente capo a soggettività – quali i lavoratori – interessate allo sviluppo dell’impresa nel tempo come modo per salvaguardare occupazione e reddito sia in conto salario sia in conto capitale), governo (responsabile nei confronti delle diverse istanze interne ed esterne, di cui i lavoratori e il sindacato sono interpreti di fondamentale importanza), controllo (che il lavoro attraverso i propri rappresentanti negli organi societari può esercitare in maniera vigile, informata e propositiva) e gestione (cui lavoratori motivati e fidelizzati apportano secondo modalità partecipative competenze, professionalità, saperi).

Un patto per il lavoro e la crescita
La modernizzazione del nostro Paese, assunta nel quadro più ampio della costruzione dell’Europa in senso federale, non può essere interpretata né al ribasso né tantomeno in chiave autoreferenziale. Deve accompagnarsi a un disegno di trasformazione reale, traguardato sull’economia sociale di mercato e su assetti generalizzati di democrazia economica. Un disegno nel quale far convergere le politiche di breve, medio e lungo termine, nel quale far interagire il pubblico, il privato e il privato sociale, armonizzando l’insieme e le parti, il mercato e lo Stato, la libertà e la regolazione, la flessibilità e la sicurezza. Un disegno nel quale il sociale e il civile non sono confiscati, ma valorizzati per quanto di originale possono esprimere (cfr Caselli 2012). Un grande patto per il lavoro e per la produttività riveste un’importanza strategica non solo per il nostro Paese ma per tutta l’Unione Europea, che sembra talvolta dimenticare che la crescita costituisce un suo obiettivo prioritario, in quanto senza di essa rischiano di incrinarsi l’economia, il mercato comunitario e la coesione sociale ovvero i fondamenti stessi della democrazia economica. Il passaggio dall’ottica del singolo Stato nazionale a quella europea dovrebbe significare il passaggio da una politica di controllo rigido della domanda a una politica espansiva finalizzata al lavoro e a una migliore qualità della vita. Ciò attraverso un massiccio investimento nelle intelligenze, nella conoscenza e quindi nelle giovani generazioni. Occorre nel contempo la costruzione di reti con le quali diffondere le innovazioni, facendole fruttificare nel territorio. È indispensabile altresì investire in una migliore qualità di vita per tutti. Vi sono bisogni ed esigenze che non possono più essere sacrificati a livello di cultura, salute, lotta all’esclusione, protezione dell’ambiente. Essi costituiscono importanti “giacimenti” dai quali attingere per alimentare la crescita su basi nuove. In questa prospettiva le organizzazioni sindacali potranno assolvere a un ruolo di fondamentale importanza nella misura in cui riusciranno a integrare dimensioni nazionali e dimensione comunitaria anche attraverso – come già osservato – il rafforzamento dei poteri della CES. In definitiva il sindacato, in Europa e in Italia, ha di fronte una grande scommessa: farsi soggetto di modernizzazione e di trasformazione, accettando le sfide dell’innovazione, della flessibilità, dell’allargamento degli orizzonti di riferimento, della crescente complessità del sociale. Per confrontarsi con tali sfide, il sindacato non può stare al di fuori e neppure limitarsi a contrattare con le diverse controparti senza una visione strategica. Occorre viceversa un’assunzione di responsabilità nell’indirizzo, nel controllo e anche, talvolta, nella gestione delle scelte economiche e sociali. È giocoforza per il sindacato passare da una “cultura delle conseguenze” a una “cultura di progetto”, mettendo in comunicazione interessi differenziati, esplicitando e costruendo comuni valori condivisi, dandosi un programma e una speranza di vita buona, o per lo meno dignitosa, per tutti.
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NOTE
1 Nell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009) si legge: «Riflettendo sul tema del lavoro, è opportuno anche un richiamo all’urgente esigenza che le or- ganizzazioni sindacali dei lavoratori si aprano alle nuove prospettive che emergono nell’ambito lavorativo. Superando le limitazioni proprie dei sindacati di categoria, le organizzazioni sindacali sono chiamate a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società: mi riferisco, ad esempio, a quell’insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali identificano nel conflitto tra persona lavoratrice e persona consumatrice» (n. 64).

2 Isabelle Férreras, docente all’Università Cattolica di Lovanio, rilancia il dibattito sulla governance di impresa sulla base di un’idea forte: il “bicameralismo economico”. In quest’ottica viene immaginata una “direzione bicefala”, composta da una camera dei portatori di capitale e da una degli investitori in lavoro. Nessuna decisione potrà essere presa senza l’accordo di almeno il 50% + 1 dei salariati (cfr FérrerAs 2012).
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Caselli L. (2012), La vita buona nell’economia e nella società, Edizioni Lavoro, Roma.
CoMece (coMMission Des ePiscoPATs De lA coMMunAuTé euroPéenne) (2011), Une Communauté Européenne de solidarité et de responsabilité. Déclaration des Évêques de la COMECE sur l’objectif d’une économie sociale de marché compétitive dans le Traité de l’UE, Bruxelles, .
CosTA G. (2017), «Trasformare l’esistente: che lavoro vogliamo?», in Aggiornamenti Sociali, 1, 5-12 [ripreso da Aladinews].
FérrerAs I. (2012), Gouverner le capitalisme?,
Presses Universitaires de France, Parigi. GrAZZini E. (2014), Manifesto per la democrazia economica, Castelvecchi, Roma.
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PICCOLO GLOSSARIO
L’economia sociale di mercato integra in sé la concorrenza di mercato e l’equità sociale. Nata in Germania durante il periodo della Repubblica di Weimar, è una risposta soddisfacente contro le storture del liberalismo puro, in quanto cerca di garantire i singoli individui anche dal lato della giustizia sociale, della solidarietà, delle pari opportunità. L’autorità statale, considerata con un ruolo regolatore, individua alcune “condizioni quadro” da far rispettare: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza e una regolamentazione per scongiurare monopoli; una politica tributaria e fiscale che non sia elemento di disturbo alla libera concorrenza e che eviti sovvenzioni che la possano alterare; la protezione dell’ambiente; la tutela dei consumatori finalizzata a minimizzare i comportamenti opportunistici.

Europa 2020 è la strategia decennale per la crescita definita dalla UE nel 2010. Ol- tre a uscire dalla crisi, essa mira a colmare le lacune del modello di crescita europeo e creare le condizioni per un tipo di sviluppo economico più intelligente, sostenibile e solidale. Per questo la UE si è data cinque obiettivi da realizzare entro il 2020, che riguardano l’occupazione, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, l’integrazione so- ciale e la riduzione della povertà, il clima e l’energia. La strategia indica anche sette settori di intervento su cui concentrare gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi: l’innovazione, l’economia digitale, l’occu- pazione, i giovani, la politica industriale, la povertà e l’uso efficiente delle risorse (cfr ).

L’industria 4.0 scaturisce dalla quarta rivoluzione industriale. In estrema sintesi, la si può intendere come un processo che porterà alla produzione industriale del tutto automatizzata e interconnessa.
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Appello di padre Alex Zanotelli: «Rompiamo il silenzio sull’Africa»

Rilanciamo anche noi di Aladinews l’appello che il missionario Comboniano, direttore della rivista Mosaico di Pace, rivolge alla stampa italiana. «Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo», scrive.
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Padre Alex Zanotelli (Foto: centrobanchi.it)

di Alex Zanotelli*

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

È inaccettabile il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.
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Trasformare l’esistente: che lavoro vogliamo?

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di Giacomo COSTA, Aggiornamenti Sociali,
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Il tema del lavoro attraverserà l’annata 2017 della Rivista “Aggiornamenti Sociali”, per arricchire la riflessione in vista della Settimana sociale dei Cattolici italiani che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre p.v. A partire da un’analisi del contesto attuale, la Rivista con il presente Editoriale e con altri articoli correlati inizia a presentare alcuni spunti per rimettere a fuoco il senso del lavoro stesso. Come Aladinews ci permettiamo riprendere queste importanti riflessioni che costituiscono preziosa documentazione anche per il Convegno sul Lavoro promosso dal Comitato d’Iniziativa Sociale Costituzionale Statutaria di Cagliari, che si terrà nei giorni 4 e 5 ottobre 2017 (tra i relatori: Domenico De Masi e Silvano Tagliagambe).
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Trasformare l’esistente: che lavoro vogliamo?
Il lavoro, e ancora di più la sua mancanza, sono al centro dell’attenzione collettiva del nostro Paese, dalle preoccupazioni e sofferenze di tante persone e famiglie, al dibattito sulle politiche nazionali ed europee, passando per la rappresentazione mediatica di questi fenomeni. L’interesse si concentra in larga parte sull’andamento del tasso di disoccupazione (generale e giovanile), con l’onnipresente interrogativo se sia o meno effetto del Jobs Act, sulle modifiche delle tutele normative, sulle crisi aziendali e i relativi esuberi, sugli ammortizzatori sociali per chi perde il lavoro (ad esempio gli “esodati”), sul ruolo del sindacato, la dialettica al suo interno e con le controparti datoriali e governative.

In tutto ciò, il lavoro viene più o meno consapevolmente assunto come sinonimo di occupazione e, conseguentemente, di remunerazione, condizione peraltro essenziale per condurre un’esistenza dignitosa e progettare il proprio futuro. In questo modo però finisce col prevalere un approccio soprattutto economico al lavoro, e si lasciano nell’ombra altri aspetti non meno importanti.

Ad esempio, meno frequentato è il tema dei mutamenti radicali che il mondo del lavoro sta attraversando e che lo allontanano dall’impianto logico e ideologico novecentesco, ancora ben presente nell’immaginario collettivo: il posto fisso, la focalizzazione sul lavoro dipendente, le relazioni industriali e la concertazione. Serve dunque uno sforzo per mettere nuovamente a fuoco le coordinate del mondo del lavoro e capire come declinare al loro interno preoccupazioni antiche, ma non per questo obsolete: tutela dei diritti e della sicurezza di chi lavora, inclusione e protezione di chi un lavoro l’ha perso o non riesce a trovarlo, con un atteggiamento di rispetto per il dramma della disoccupazione che attraversa la vita di molte persone e la società nel suo insieme, in particolare al Sud, ma non solo.

8goals-buona-occupazione-crescita-economicaLa traiettoria evolutiva del lavoro è al centro dell’attenzione internazionale. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) si sta preparando a festeggiare il centenario della propria fondazione nel 2019 con una articolata iniziativa sul futuro del lavoro, che mette a tema i fattori che lo stanno cambiando, a partire da nuove tecnologie e cambiamenti climatici. Inoltre esso è uno dei temi centrali dell’intera Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, approvata dalle Nazioni Unite nel 2015, e non soltanto dell’Obiettivo n. 8, dedicato esplicitamente a lavoro dignitoso e crescita economica.

In ambito nazionale si sta preparando la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, prevista a Cagliari dal 26 al 29 ottobre 2017, intitolata «Il lavoro che vogliamo: “libero, creativo, partecipativo e solidale” (EG 192)» (cfr ). Nell’invito rivolto a tutte le diocesi italiane, il presidente del Comitato organizzatore, l’arcivescovo di Taranto mons. Filippo Santoro, oltre a dettagliare le tappe di preparazione, indica come obiettivo un confronto sul lavoro inteso come vocazione, opportunità, valore, fondamento di comunità e strumento di promozione della legalità, capace di articolare una pluralità di registri comunicativi (denuncia, racconto e condivisione dell’esperienza diretta, raccolta e rilettura delle buone pratiche, elaborazione di proposte innovative).

Aggiornamenti Sociali ha deciso di partecipare a questo processo di riflessione con le modalità proprie di una rivista di approfondimento, accompagnando con un dossier il percorso verso la Settimana sociale di Cagliari. Gli articoli che appariranno via via sulle nostre pagine saranno raccolti in una sezione dedicata del sito [Dossier di Aggiornamenti Sociali], a partire da questo editoriale e dai contributi di questo numero sull’alternanza scuola-lavoro (Daniela Robasto, pp. 14-23), sull’enciclica Laborem exercens che nel 1981 Giovanni Paolo II dedicò al tema del lavoro (Philippe Laurent SJ, pp. 73-77) e sui green jobs (l’infografica alle pp. 64-65). All’interno di questa prospettiva, l’obiettivo di questo editoriale è provare a evidenziare quattro tra gli snodi più significativi per una riflessione sul lavoro: l’impatto dell’innovazione tecnologica, la dimensione sociale del lavoro, le contraddizioni del settore informale, la questione del senso del lavoro. In forma più analitica, questa riflessione si arricchirà dei contributi che andranno man mano a comporre il dossier.

Governare la quarta rivoluzione industriale
Senza dubbio il primo fattore di cambiamento del mondo del lavoro resta il progresso tecnologico. Si parla ormai abbastanza comunemente di quarta rivoluzione industriale o di industria 4.0: dopo quella del carbone e della macchina a vapore (XIX secolo), quella del petrolio, dell’energia elettrica e della produzione di massa (secondo dopoguerra), quella di Internet, delle tecnologie dell’informazione e dell’automazione, questa nuova tappa, di cui non siamo ancora in grado di precisare l’inizio, appare legata agli sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale (macchine in grado di apprendere), della stampa 3D, delle nanotecnologie e delle biotecnologie, con la possibilità di creare interfacce di interazione uomo-macchina fino a pochi anni fa considerate fantascienza. Quali cambiamenti provocherà nel lavoro, nella società e nella vita quotidiana?
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Macchine sempre più sofisticate, capaci di apprendere dalla propria esperienza e da quella delle persone, e in grado di analizzare in un batter d’occhio masse di dati che una persona impiegherebbe anni a raccogliere, rivoluzioneranno il rapporto con coloro che le utilizzano, che potrebbero ritrovarsi a diventare semplici “terminali umani” di sistemi interconnessi sempre più sofisticati. Se anche non fosse così, si amplierà lo spazio dell’impiego di macchine al posto dei lavoratori, investendo non solo le mansioni di routine o di fatica, ma anche quelle più sofisticate: i progressi nel campo della traduzione automatica, della guida senza conducente e addirittura delle diagnosi mediche automatizzate e a distanza ne sono un esempio. Anche settori normalmente considerati tradizionali, come quello del commercio e della distribuzione, stanno sperimentando cambiamenti rapidissimi, con effetti occupazionali già piuttosto evidenti [in argomento si segnala il saggio-breve di Fernando Codonesu su Aladinews].

Un altro effetto delle nuove tecnologie è ridurre la necessità della standardizzazione a favore della personalizzazione dei prodotti in base alle esigenze del cliente e della possibilità di produrre on demand. Crescono dunque le pressioni perché anche i lavoratori accettino questa logica, uscendo da un modello basato su prestazioni lavorative continuative, per offrire invece la propria opera quando un’applicazione tecnologica ne trasmette la richiesta. A qualche possibilità di conciliazione tra vita personale e lavorativa, questi scenari accoppiano inquietudini radicali dal punto di vista delle tutele dei lavoratori. Bloccare innovazioni che portano benefici al consumatore è praticamente impossibile nel medio-lungo periodo: quali politiche e quali strutture potrebbero aiutare a gestire il cambiamento e a rendere la transizione sostenibile per tutte le persone coinvolte?

Certamente il massiccio ingresso delle tecnologie digitali nei processi produttivi rende imprescindibile affrontare la questione dell’alfabetizzazione digitale, dato che non padroneggiarle è un fattore potenziale di esclusione. Immaginare però le trasformazioni del rapporto uomo-macchina come un flusso che, senza attriti, conduce all’automazione totale è una rappresentazione con pochi appigli nella realtà. Si tratta piuttosto di chiedersi come orientare e governare questo processo che resta ancora aperto a esiti diversi (papa Francesco ci ricorda che in definitiva «i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani» [enciclica Laudato si’, 2015, n. 105] e che «rinunciare a investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (LS, n. 128]).

Pur con significative differenze, nasce dall’innovazione tecnologica anche la sharing economy (economia della condivisione). Anch’essa tende a rendere flessibile la frontiera netta tra tempo di lavoro e di non lavoro (ad esempio quando si trasforma un viaggio in auto in una opportunità di guadagno, offrendo un passaggio a pagamento), ma promuove anche modelli di interazione che possono favorire nuove forme di legame sociale. In questo senso, ancora maggiori sono le potenzialità dell’applicazione delle nuove tecnologie a contesti quali il consumo critico: le piattaforme digitali aumentano la possibilità di interazione a distanza tra produttori e consumatori, offrendo una tutela della stabilità lavorativa per i primi e della qualità per i secondi.

Riscoprire la dimensione sociale del lavoro
La fabbrica come luogo simbolo del XX secolo metteva in risalto la dimensione collettiva, immediatamente sociale del lavoro, recepita con chiarezza anche dalla nostra Carta costituzionale. In quell’epoca, il lavoro costituiva la base dell’identità sociale, veicolata dal mestiere esercitato, ma per certi versi ancora di più dalla posizione occupata nelle gerarchie del mondo del lavoro; al suo interno si formava quel tessuto di legami in cui potevano affondare le proprie radici le esperienze di solidarietà da cui traggono origine i sindacati o le mutue cooperative.

La progressiva parcellizzazione della produzione, unita al prevalere di una cultura individualista, spiegano l’indebolimento della percezione del carattere sociale del lavoro. Certo esso non è più la base principale dell’identità sociale, affiancato e talvolta rimpiazzato dal consumo, mentre la crisi delle solidarietà di tipo sindacale risulta evidente nella maggior parte dei Paesi del mondo. Anche il lavoro sembra spinto sempre più nella sfera del privato e alcune tendenze della quarta rivoluzione industriale possono accentuare questo processo.

È in questo scenario che va collocato il ripensamento di alcuni istituti e pratiche della nostra società. Un primo fronte è quello del welfare, il cui modello universalista novecentesco sembra entrato in una crisi irreversibile per ragioni economiche, di fronte alla quale emergono risposte innovative anche interessanti, come il welfare di comunità, proposto da alcuni soggetti del terzo settore, o il welfare aziendale, oggetto di crescente attenzione da parte delle imprese, anche a causa di forme di incentivazione pubblica. Il rischio è di perdere in uguaglianza e inclusione, frammentando la platea dei beneficiari tra ipergarantiti (ad esempio quanti lavorano in grandi imprese o in settori ad alta produttività), poco garantiti (gli occupati di settori più marginali) e per nulla garantiti (gli esclusi dal mercato del lavoro), sulla base di una condizione individuale che non è rappresentativa del contributo che ciascuno reca al bene comune e al benessere collettivo. Perplessità suscitano anche quegli strumenti che sembrano ridurre il welfare a erogazione di sussidi monetari: possono dare risposta a bisogni immediati, ma difficilmente da soli riescono a innescare dinamiche di partecipazione e di attivazione delle capacità personali, in vista di una definitiva uscita dalla condizione di marginalità. Anche nel caso del welfare risulta cruciale trovare forme adeguate di governo delle sperimentazioni e dei processi di innovazione, puntando a identificare attraverso l’ascolto e il dialogo le soluzioni più promettenti nel lungo periodo, e a valorizzarle in quanto generatrici di capitale sociale.

Un secondo cantiere riguarda la costruzione creativa di forme di solidarietà fondate sulla partecipazione alla produzione di ricchezza come sforzo collettivo, a prescindere dalla forma contrattuale con cui ciascuno è ingaggiato: è lo spazio in cui possono rinnovare la propria vitalità il mondo cooperativo e quello associativo, e mettere radici le nuove reti di cittadinanza attiva. Questo interpella anche il sindacato: soltanto vincendo la sfida a diventare plurale esso potrà ritrovare la propria funzione all’interno di un mutato scenario, che peraltro ne mostra un impellente bisogno. Occorre abbandonare una concezione del sindacato come strumento di tutela del lavoro salariato (per di più magari ormai a riposo), per assumere una responsabilità nei confronti della partecipazione ai processi decisionali di tutti coloro che sono coinvolti, nell’ottica di una contrattazione sociale territoriale.

Un terzo ambito, in cui con piacere registriamo un certo fermento innovativo, è quello della promozione di luoghi di lavoro accoglienti e inclusivi, che permettano di dare spazio e valorizzare la ricchezza delle peculiarità e differenze delle persone che vi operano. Ci riferiamo al percorso che, partendo dalla lotta ai divari di genere e passando per la conciliazione tra vita lavorativa e personale, approda via via al diversity management e alla Human Cooperation, su cui già abbiamo avuto occasione di riflettere (cfr Costa G., «Oltre le pari opportunità: valorizzare generi e generazioni», in Aggiornamenti Sociali, 3 [2016] 181-188). Almeno alcune aziende, che svolgono un ruolo di pioniere o di minoranza profetica, hanno ormai scoperto che, quando si investe in questo campo, andando oltre quanto richiesto dalla normativa vigente, diventa possibile stabilire nuove alleanze con i propri lavoratori, a vantaggio del loro benessere e della loro produttività, in una logica di mutuo guadagno. Anche questo è uno dei modi in cui si sperimenta oggi la dimensione originariamente sociale del lavoro.

Ai margini del mercato del lavoro
I mutamenti sociali, economici e tecnologici stanno riconfigurando la tradizionale bipartizione tra lavoro formale e informale, che torna in evidenza anche nei Paesi normalmente considerati sviluppati. Secondo la definizione dell’OIL, appartengono all’economia informale le attività realizzate da lavoratori e unità produttive totalmente o in larga parte prive di coperture formali, perché si situano al di fuori di quanto previsto dalle disposizioni legislative, o perché queste non sono di fatto applicate o ancora perché il rispetto della normativa è disincentivato dalla sua complessità o dagli eccessivi costi che impone. Come è noto, l’informalità lavorativa rappresenta una sfida per la tutela della dignità e dei diritti dei lavoratori, oltre che una minaccia per la solidità delle istituzioni e la sostenibilità economica, sociale e ambientale del sistema produttivo, e un danno per le finanze pubbliche.

La frequente coincidenza tra informalità, precarietà e un certo grado di esclusione non significa però che si tratti di un fenomeno marginale: si stima che operino nel settore informale circa 3 dei 7 miliardi di abitanti del pianeta, non solo nei Paesi in via di sviluppo (dove il lavoro informale rappresenta oltre la metà dell’occupazione non agricola). Proprio quest’ampia diffusione richiede attenzione alla complessità del fenomeno, accompagnando una transizione graduale verso l’economia formale che preservi e sviluppi il potenziale imprenditoriale, la creatività, il dinamismo e la capacità innovativa che sono spesso una cifra del settore informale.

Probabilmente si può andare oltre, valorizzando il settore informale non come strumento di compensazione delle crisi, una sorta di ammortizzatore sociale a basso costo, ma come punto di osservazione per una rilettura critica del sistema in vista di una sua riprogettazione [in argomento le riflessioni di Gianfranco Sabattini, su Democraziaoggi, riprese da Aladinews]. Il settore informale ha la potenzialità per diventare il laboratorio di una economia morale, solidale e radicata nei diversi contesti territoriali, al cui interno emerge con più facilità l’innovazione sociale, purché non sia circondato da barriere invalicabili verso il settore formale, che lo trasformano invece in una sorta di ghetto per cittadini di seconda categoria (lavoratori poveri e poco qualificati, specie se di sesso femminile, migranti, giovani che non riescono a ottenere un impiego formale, ecc.). Sia gli studi sociologici sul settore informale, sia l’esperienza diretta di chi lo pratica – a cui spesso si richiama anche papa Francesco, ad esempio in occasione degli Incontri con i movimenti popolari – evidenziano come esso costituisca una riserva di valori, capacità e opportunità che risultano invece più scarsi in altri segmenti della compagine sociale. Ne citiamo alcuni a titolo di esempio: la resilienza, come capacità di abitare il limite in modo creativo, aperto al cambiamento attraverso la costruzione di legami; la cura, come atteggiamento di responsabilità verso il mondo che può prendere diverse forme, dal lavoro in ambito domestico al rispetto della natura tipico di molti popoli indigeni, che sempre di più la globalizzazione spinge ai margini e dunque nell’informalità; la solidarietà e la cooperazione, come capacità di generare relazioni che superano l’anonimato dell’individualismo consumista attraverso pratiche di riconoscimento che si traducono in empowerment di tutte le persone coinvolte.

Senza attingere a queste risorse è difficile che il settore formale e gli ordinari strumenti politici e normativi possano dare risposte efficaci alla situazione di coloro che oggi non riescono a trovare un impiego formale e talvolta neppure informale: disoccupati di lunga durata, inattivi per scoraggiamento (persone che hanno perso la speranza di trovare lavoro e quindi nemmeno più lo cercano), NEET (giovani che non hanno un lavoro né frequentano la scuola o corsi di formazione).

Per un lavoro «libero, creativo, partecipativo e solidale»
L’indispensabile attenzione alle forme concrete del lavoro, alle contraddizioni che vi si possono nascondere e alle forme di tutela che richiedono, non deve però occultare la domanda più profonda sul senso del lavoro: a che scopo lavoriamo? A quali criteri e valori si ispira il nostro lavoro e il modo in cui lo svolgiamo? Sono domande rivolte a ciascuno individualmente, alle diverse istanze sociali (impresa, reparto, équipe) al cui interno si opera e alla società nel suo insieme (su scala locale, nazionale, ecc.), che devono trovare risposta su tutti i livelli.

Diamo spesso per scontato che la remunerazione economica rappresenti un elemento costitutivo del lavoro, accettando così di definirlo e misurarlo con un metro monetario e perdendo di vista che merita di essere definita lavoro «qualsiasi attività che implichi qualche trasformazione dell’esistente» (LS, n. 125). Fin dalle prime pagine, la Bibbia non teme di presentare la creazione come un lavoro e Dio come un lavoratore, in evidente assenza di qualunque remunerazione. Senza trascurare il dramma di coloro per i quali mancanza di lavoro equivale ad assenza di reddito e povertà, rimettere a tema il senso del lavoro richiede di tornare a interrogare anche il rapporto tra lavoro, remunerazione e gratuità, per riscoprire sia la dignità di tutti quegli impegni che trasformano la realtà (spesso in meglio) escludendo deliberatamente una retribuzione economica, sia la necessità che la logica della gratuità trovi spazio anche all’interno dei rapporti economici (lavoro compreso), che altrimenti diventano rapidamente inabitabili, secondo la lezione della Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Nel corso della storia, in particolare all’interno della cultura occidentale, il lavoro come trasformazione dell’esistente è diventato strumento di un paradigma di dominio e sfruttamento della natura che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza nella complessa e profonda crisi socioambientale che stiamo attraversando. Ne vediamo tutta la necessità, ma la costruzione di un paradigma in cui il lavoro sia invece inserito nella logica della cura della casa comune ha ancora bisogno di avanzare per affermarsi definitivamente. È questo un secondo ambito estremamente fecondo per una ripresa degli interrogativi sul senso del lavoro.

Infine, nell’esperienza storica così come nell’immaginario collettivo, il lavoro è posto sotto il segno del dovere e della necessità, oltre a essere spesso il luogo di forme odiose di sfruttamento e oppressione (schiavitù, tratta, lavoro forzato, ecc.). Tuttavia di tanto in tanto questo telo scuro si squarcia e l’impegno per la trasformazione dell’esistente diventa l’occasione per sperimentare libertà, creatività, realizzazione e pienezza di sé: è quanto accade non solo agli artisti, ma a tutti coloro che portano a termine qualcosa di cui sentono di poter andare fieri. Riflettere sul senso del lavoro è dunque un modo di riattraversare anche il delicato rapporto tra dovere e scelta, tra necessità e libertà.

Prendere sul serio il lavoro, nella concretezza delle sue forme e nel senso umano che lo abita, è dunque un investimento che ci permette di guadagnare, come singoli e come società, in dignità e inclusione, in gratuità, cura e libertà. È questo − come ricorda il titolo della Settimana sociale di Cagliari − il lavoro che vogliamo e che dobbiamo imparare a promuovere in maniera concreta. Ne vale certamente la pena e per questo lungo il 2017 Aggiornamenti Sociali cercherà di accompagnare i suoi lettori in questo cammino.
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Dietrich Bonhoeffer e la verità

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VITO MANCUSO parla di DIETRICH BONHOEFFER

Il 30 gennaio 1933 Hitler sale al potere. Nello stesso anno il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, allora ventisettenne e alle prime armi come docente di teologia all’Università di Berlino, prende apertamente posizione contro la Politica razzista del nuovo governo tedesco, dapprima con una conferenza pubblica sulla questione ebraica nel mese di aprile, poi, in agosto, distribuendo un volantino con una dura critica a chi voleva espellere dalla Chiesa protestante tedesca i cristiani di origine ebraica. E’ l’inizio di un impegno a favore della giustizia per il quale avrebbe pagato con la vita. Nel 1936 gli ritirano l’autorizzazione all’insegnamento universitario, nel 1940 gli vietano di parlare in pubblico obbligandolo a notificare i propri movimenti alla polizia, nel 1941 gli proibiscono ogni forma di pubblicazione, infine il 5 aprile 1943 la Gestapo lo arresta con l’accusa (fondata) di cospirazione. Passerà due anni nel carcere militare di Tegel a Berlino, per essere infine trasportato nel lager di Flossenbùrg dove verrà impiccato la mattina del 9 aprile 1945.
Prima di essere arrestato Bonhoeffer stava lavorando a un libro sull’etica. E in questa prospettiva di ricerca che si inserisce un saggio intitolato Che cosa significa dire la verità?, di cui riporto il seguente brano: “Un maestro chiede a un bambino dinanzi a tutta la classe se è vero che suo padre spesso torni a casa ubriaco. E vero, ma il bambino nega [...]. Nel rispondere negativamente alla domanda del maestro, egli dice effettivamente il falso, ma in pari tempo esprime una verità, cioè che la famiglia è un’istituzione sui generis nella quale il maestro non ha diritto di immischiarsi. Si può dire che la risposta del bambino è una bugia, ma è una bugia che contiene più verità, ossia che è più conforme alla verità che non una risposta in cui egli avesse ammesso davanti a tutta la classe la debolezza paterna”. Bonhoeffer dice che una bugia, un’esplicita negazione della verità e come tale un’affermazione falsa (mio padre non è un ubriacone), può contenere più verità di un’affermazione in sé vera (mio padre è un ubriacone). Con ciò egli profila una concezione della verità a più dimensioni, per illustrare la quale mi permetto di proseguire l’esempio. In quella classe ci sono due ragazzi che abitano vicino all’interrogato e sanno perfettamente come stanno le cose. Uno di loro, per dovere di precisione, si alza in piedi e dice di conoscere benissimo qual è la realtà dei fatti ossia che il padre torna spesso ubriaco. L’altro, però, interviene dicendo che non è per nulla così, che il ragazzo che ha appena parlato si sbaglia perché confonde il padre del ragazzo interrogato con un altro uomo, e che lui, che abita proprio li accanto, può garantire che le cose stanno effettivamente così. Chi tra questi due ragazzi dice la verità? Il primo ricorda la figura di “colui che pretende di dire la verità dappertutto, in ogni momento e a chiunque”, ma chi agisce così “è un cinico che esibisce soltanto un morto simulacro della verità”. Il secondo personifica una concezione secondo la quale il rapporto umano è più importante della descrizione oggettiva di come stanno effettivamente le cose, una concezione della vita al vertice della quale c’è la relazionalità dell’essere e che individua il criterio decisivo nell’incremento della qualità delle relazioni. Nel primo caso la verità è qualcosa di statico, è un dato di fatto: il padre è ubriaco punto e basta, poche chiacchiere. Nel secondo caso la verità è qualcosa di dinamico, più esattamente di relazionale, che sa collocare il dato di fatto dell’ubriachezza del padre nel contesto più ampio di un figlio costretto a riconoscerla pubblicamente di fronte al maestro e ai compagni di classe e che per questo, negandola a un primo livello (quello dell’esattezza), la serve a un livello più alto (quello della relazione). Nel primo caso la verità si dice, si riconosce, si dichiara, si professa. Nel secondo caso la verità si fa, si attua, si realizza, si costruisce. Nel primo caso la verità è un dato, una tesi, una dottrina, un dogma. Nel secondo caso la verità è un processo, un evento, una relazione, un sistema. Nel primo caso chi nega la verità dice un’eresia. Nel secondo caso chi nega la verità agisce ingiustamente.
La seconda prospettiva è quella di Bonhoeffer, e anche la mia. Scrive il grande teologo che “la parola veridica non è una grandezza costante in sé: è vivente come la vita stessa. Quando essa si distacca dalla vita e dal rapporto concreto con il prossimo, quando qualcuno dice la verità senza tenere conto della persona a cui parla, c’è l’apparenza ma non la sostanza della verità”. (da “La vita autentica”)

Così Dietrich Bonhoeffer scriveva dal carcere nazista: «La Chiesa deve uscire dalla sua stagnazione. Dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale col mondo. Dobbiamo anche rischiare di dire cose contestabili, se ciò permette di sollevare questioni di importanza vitale. Come teologo “moderno”, che tuttavia porta ancora in sé l’eredità della teologia liberale, io mi sento tenuto a mettere sul tappeto tali questioni». (da “Io e Dio”)
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I piromani

infernoChe l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito

ranierolavalle-fbdi RANIERO LA VALLE

La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone. Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima, piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie, piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Sardegna; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno.
In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.
Si può cambiare? Sì, si può cambiare, se torna la grande politica, non solo a mettere a tacere la petulanza dei piccoli arrivisti italiani, ma a mettere insieme i popoli in un nuovo grande patto mondiale come quello che fondò il diritto sovranazionale e mise al bando la guerra e perfino la minaccia dell’uso della forza nel 1945 a San Francisco.
Diritto universale di migrare, apertura delle frontiere e risanamento della terra sono i problemi più urgenti che con tenace speranza papa Francesco ha messo davanti ai potenti riuniti per un loro ennesimo balbettante vertice ad Amburgo nella prima settimana di luglio, con una lettera che pubblichiamo in questo sito.
Ma per cambiare rotta e registro bisogna prendere atto che questa epoca suicida è giunta alla fine, e che un nuovo tempo sta lievitando dal profondo, ed il tempo è questo, come argomenterà la nostra assemblea del prossimo 2 dicembre a Roma.
Quasi a ricordarci che tutto un tempo è finito, si sono accumulati i lutti di questo mese, tra giugno e luglio 2017. A metterli tutti in una luce non di fine, ma di principio, era venuto il 20 giugno scorso la grande rivendicazione papale delle profezia civile e religiosa di don Milani; e le morti dolorose che si sono susseguite dopo quel giorno, quasi a prolungarne il ricordo, sono state evocatrici di un intrico di dolori e speranze, di sconfitte subite e di vittorie annunciate: da quella, il 23 giugno, di Stefano Rodotà, a quelle di Ettore Masina, di Luigi Pedrazzi, fino alla morte il 13 luglio di Giovanni Franzoni. Ed è stato bello che nel commiato funebre dall’ex abate di San Paolo l’attuale abate della basilica lo abbia in qualche modo ricompreso nel mondo monastico, a cui Franzoni comunque apparteneva come “monaco in uscita”.
Messe tutte insieme, queste morti sono un segno dei tempi, che annuncia un passaggio d’epoca, così come nel 1992 avemmo il segno del passaggio da una stagione di progetto e di speranza che si chiudeva a una stagione di tristezza e restaurazione che si annunciava, quando mancarono insieme padre Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Cettina Capocasale, Italo Mancini, e la guerra tornava di moda.
Adesso invece una stagione sembra aprirsi, una novità annunciarsi. I tempi si succedono, a volte scanditi da segni più vistosi, a dirci che la storia va avanti, e nonostante tutto va verso l’aurora e non verso il tramonto.
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logo76I PIROMANI
19 LUGLIO 2017 / EDITORE / DICONO I FATTI/

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UNA NUOVA ERA SENZA INUTILI STRAGI, PROPIZIA PER L’AMBIENTE, CON PROGRESSIVA LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE PER TUTTI, E ANZITUTTO PER I POVERI E I FUGGIASCHI
L’agenda del Papa per i potenti
Il 29 giugno 2017 papa Francesco rivolgeva la seguente lettera ai potenti del G20 convocati per il 7 e 8 luglio ad Amburgo sotto la regia della Cancelliera Angela Merkel, che al papa aveva chiesto un messaggio da trasmettere al Vertice.

Dottoressa Angela Merkel
Cancelliere della Repubblica Federale di Germania
In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.
Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.
Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.
Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.
A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.
L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.
La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. Evangelii Gaudium, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.
Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).
Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).
Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

Vaticano, 29 Giugno 2017

Francesco

Migrazioni: un’ipocrisia dopo l’altra

fullsizerender-10di Roberta Carlini, su Rocca

Ancor più che sulla Grecia, sull’indisciplina fiscale dei Paesi del Sud, sul deficit di rappresentanza democratica, sulla più grande crisi economica del dopoguerra, l’Unione europea oggi può naufragare sull’emergenza delle migrazioni. Ma i motivi del naufragio non sarebbero molto diversi da tutti quelli che hanno scosso le fondamenta dell’Unione negli ultimi anni: e hanno a che fare con la mancata cooperazione per problemi che possono risolversi solo con un approccio cooperativo. Da questo punto di vista, l’emergenza dei migranti-rifugiati e quella del debito greco o italiano non sono molto diverse: anche se le fragili istituzioni dell’Unione, sopravvissute ai terremoti economici e finanziari, rischiano stavolta di essere travolte.

il gioco di squadra che non c’è
Un piccolo passo indietro. Quando, qualche estate fa, esplose la crisi del debito greco, in molti dissero che sarebbe stato tutto sommato indolore per i Paesi europei farsi carico dei problemi di quel piccolo Paese, per tenere al riparo le banche degli altri (e anche i bilanci pubblici) dalle ripercussioni di quella crisi. Non lo si volle fare, e alla fine la Grecia e anche l’Europa pagarono un prezzo più alto, poiché si scelse una linea politica: quella di chi non vuole assolutamente far passare il principio per cui dietro il debito di ogni Paese c’è la garanzia o il possibile aiuto degli altri. Alla strada della cooperazione si è preferita quella della competizione – anche tra i governi che vanno a chiedere soldi al mercato – e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: i Paesi «forti» restano tali, quelli «deboli» non sono affatto al riparo del rischio dell’indisciplina fiscale e non sono comunque riusciti a risanare i propri conti né a far ripartire la crescita. A tutti converrebbe un «gioco di squadra», ma questo non c’è, poiché l’Europa non è una squadra e le sue istituzioni politiche sono piccole e debolissime rispetto
allo spazio della moneta e del mercato.

l’urto dell’ondata migratoria
Questa situazione va tenuta presente, quando ci si chiede come mai la zona economica che comunque è la prima al mondo (o seconda, dipende dai criteri di valutazione) non riesce a reggere l’urto di un’ondata migratoria che è sì in aumento, ma è ancora molto al di sotto di quella che preme sui Paesi meno sviluppati. Il 90 per cento dei profughi nel mondo è collocato nei Paesi in via di sviluppo, solo il 10 per cento è giunto nella nostra parte del mondo, quella «sviluppata». Nel suo picco massimo, il 2015, l’Europa ha ricevuto 1.046.599 nuovi arrivi: su una popolazione di 743 milioni di persone, fa l’1,4 per mille. Ma quell’anno – possiamo ricordarlo bene, rivedendo le immagini che ci arrivavano dalla rotta balcanica e poi dalle stazioni di Vienna, Monaco, Berlino – il flusso fu soprattutto via terra e gli arrivi si diressero subito verso i Paesi centrali e nordici dell’Europa: quelli che restano comunque i più ambiti, sia da chi cerca lo status di rifugiato che da chi cerca «solo» lavoro e casa, perché c’è più lavoro, un welfare funzionante, spesso comunità di concittadini già insediate. Cosa è successo da allora? Il 18 marzo del 2016 l’Unione europea e la Turchia hanno firmato l’accordo che ha chiuso la rotta balcanica, e ricacciato tutti i migranti-rifugiati nei campi profughi di Erdogan. Per la Turchia, quella trattativa è valsa un compenso di 3 miliardi di euro. Per la Germania e satelliti, la chiusura dei confini. Per i Paesi del Mediterraneo, soprattutto Italia e Grecia, ha significato la ripresa dei flussi via mare.

emergenza Mediterraneo
Non è vero infatti che nel 2016 e 2017 è aumentata la pressione migratoria: i flussi sono in riduzione ovunque, tranne che sulle coste sud del Mediterraneo. Nel 2016 si sono avuti 362.753 arrivi via mare, e poco più di 25mila via terra. Nei primi mesi del 2017 gli arrivi dal mare sono stati 101.561, e quelli via terra solo 1.206 (dati Unhcr, aggiornati al 10 luglio). Sono saliti, di conseguenza, anche i morti in mare: 5.098 nel 2016, mentre siamo a 2.306 per questo primo scorcio del 2017. Nello stesso periodo, essendo cambiate le regole del soccorso degli Stati alle persone in mare, sono cresciuti anche i numeri di salvataggi effettuati dalle organizzazioni non governative, senza le cui navi nel Mediterraneo ci sarebbero molti più morti. Dunque, non esiste un’emergenza profughi europea, ma un’emergenza nel Mediterraneo e soprattutto verso l’Italia, originata dalle nuove regole europee; all’interno delle quali, l’Italia ha avuto qualche aiuto (molto inferiore al cachet pagato al dittatore turco): 558 milioni originariamente stanziati nei fondi europei, che saliranno di 35 milioni in virtù delle scarsissime concessioni fatte all’Italia nel fallimentare vertice di Tallinn. In più, l’Italia ha fatto «pesare» l’emergenza immigrazione anche nei complicati calcoli sulla flessibilità aggiuntiva nei conti pubblici, per calcolare quanto deficit può fare nelle sue manovre economiche: ma anche qui si tratta di pochi spiccioli, non certo risolutivi (né per gli immigrati né per la spesa pubblica).
Più che sbattere i pugni sul tavolo fuori tempo massimo, o cercare di spostare verso i politici europei il malcontento che si indirizza verso quelli autoctoni, sarebbe bene dunque cominciare a disvelare, una a una, le tante ipocrisie che si accumulano sulla questione dei migranti e dei rifugiati.
La prima ipocrisia è quella dei Paesi dell’Unione europea che hanno originato la crisi nel Mediterraneo, chiudendo con i soldi la rotta balcanica (e anche curandosi poco delle condizioni delle persone che, fuggendo da guerre e carestie, finiscono nei campi in Turchia), e adesso non vogliono occuparsene, considerandolo un problema italiano. Come se fosse una «colpa» dell’Italia – tra le tante reali che ha – quella di trovarsi piazzata come un terminal per traghetti in mezzo al Mediterraneo.

Ma è ipocrita anche la posizione del governo italiano che se la prende con gli altri Paesi per il rispetto di quegli accordi che lui stesso ha firmato, con la missione Triton. Tutti insieme poi si trovano nell’ipocrisia comune, quella di incolpare le organizzazioni non governative perché, soccorrendo i migranti in mare, incentiverebbero i nuovi arrivi: ma quanti morti in più potremmo tollerare ai nostri confini se non ci fosse il lavoro quotidiano delle Ong? E quanti morti di freddo o di caldo o di fame, se non ci fosse poi il volontariato sul territorio? Senza contare l’assistenza sanitaria e anche quella dell’educazione – i corsi di alfabetizzazione – totalmente nelle mani del volontariato, con scarsissima attivazione pubblica, se non in alcuni enti locali virtuosi.

per invertire la rotta
Sotto tutte queste ipocrisie, stiamo in realtà assistendo a una politica di respingimento subdolo, che non ottiene i suoi effetti – la gente continua a partire, dall’Africa subsahariana, dalla Siria, dal Bangladesh – e però costa moltissimo. Costa in termini di vite umane, e anche in termini economici: la gestione dell’emergenza è più onerosa, spesso aperta a infiltrazioni di corruzione (come si è mostrato in parecchi episodi di cronaca, dalla gestione dei centri di accoglienza a Mafia capitale), e politicamente spesso diventa insostenibile. E così assistiamo allo scaricabarile da parte di sindaci anche sedicenti progressisti, mentre una ordinata e ordinaria distribuzione dei profughi tra tutti i Comuni italiani renderebbe molto più facile gestire il loro arrivo. Per invertire la rotta e cercare di fare una politica più efficace, oltre che più umana, è necessario di certo che ciascuno riprenda il suo ruolo, e l’Unione europea accetti di gestire su scala comunitaria un problema che, di per sé, non conosce confini; ma anche che i politici italiani, a livello nazionale come del singolo Comune, non si coprano dietro l’inazione e l’ipocrisia europee, ossia non pensino di cancellare il problema addossandone interamente la colpa a qualcun altro.

Roberta Carlini
MIGRAZIONI
un’ipocrisia dopo l’altra
ROCCA 1 AGOSTO 2017

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Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti: «Rompiamo il silenzio sull’Africa»

Rilanciamo anche noi di Aladinews l’appello che il missionario Comboniano, direttore della rivista Mosaico di Pace, rivolge alla stampa italiana. «Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo», scrive.
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Padre Alex Zanotelli (Foto: centrobanchi.it)

di Alex Zanotelli*

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.

DIBATTITO: SardegnaCheFare?

sardegna-comuniunicaLa tessitura del nuovo
di STEFANO PUDDU CRESPELLANI

La difficoltà non consiste nel trovare idee nuove,
ma nel liberarsi dalle vecchie.
Albert Einstein

Il test elettorale delle comunali sarde lascia aperte quasi tutte le incognite sullo scenario politico futuro. I dati di tendenza sono da leggere con molta cautela. L’unico vincitore chiaro è l’astensione, che supera di media il 40%. Per il resto, nessuno convince. Nemmeno le proposte fuori dai poli. Ci sono, certo, alcune lodevoli eccezioni. Dove si è lavorato bene, l’astensione scende. L’elettore, come testimonia l’esempio di Bauladu, dà volentieri il voto a chi ha saputo meritarsi la sua fiducia con i fatti. Ma il resto non esprime tanto consenso quanto stanchezza e assuefazione.
Le forze bipolari, che si contendono il centro politico, a questo turno sono riuscite a “reggere”, come potrebbe farlo una pianta sull’orlo di un precipizio. Malgrado l’erosione implacabile del suolo, un esteso intrico di radici permette loro di tenersi ancora in piedi. In fondo è proprio a livello locale dove la trama delle conoscenze e dei favori funziona al meglio. Per riuscire a scalzare questo groviglio ci vuole tempo e molto lavoro serio.
Le forze “alternative”, sia le liste a 5stelle, sia soprattutto quelle sarde, più o meno indipendentiste, hanno intercettato solo debolmente il desiderio di cambiamento. La logica di andare da soli non ha dato frutto.
La classe politica sarda ha mostrato, finora, poca pratica di tessitura e di cucito. Sarà perché spesso si è rimasti a uno stadio precedente, legato alla preponderanza del maschio e ai suoi metodi di negoziazione “virili” (che sono più che altro metodi di negazione). Per fortuna il mondo cambia, e il beneficio di un approccio diverso alla diversità e ai conflitti sta arrivando anche da noi.
In ogni caso, il lavoro per una alternativa è ancora lì che attende. Per impegnarsi seriamente bisogna essere disposti a ragionare sul medio termine. Ci vorrà continuità e costanza, più di quanta non ce ne sia stata finora. Il che non significa rinunciare a un approccio intelligente e pratico alla sfida elettorale che si avvicina. Ci vuole un ordito di pazienza e di lavoro a medio termine, su cui però tessere una trama, cioè un disegno, colorato e ambizioso, a breve. Questo disegno non è altro che una proposta di governo alternativo, in stile sardo. Abbiamo pressoché la garanzia di non poter fare peggio di quel che è stato fatto nelle due ultime legislature, in cui le due forze principali hanno fatto a gara per stabilire record di inefficienza e asservimento alle logiche italiane. Tuttavia, bisogna prepararsi al compito con metodo, serietà e pazienza. E bisogna costruire il telaio, con perizia. Precisamente, questo è il punto in cui ci troviamo.
L’intelligenza politica oggi ci dice che nessuno, da solo, ce la può fare a spostare gli equilibri, forse neanche a entrare in forze nel Parlamento sardo (come sarebbe giusto chiamarlo). Nessuno, inoltre, a questo giro può fare da contenitore degli altri. Non abbiamo, insomma, una forza egemone. Questo può essere un inconveniente, o un vantaggio. In generale, dovrebbe ispirare a tutti una posizione di ascolto e di dialogo.
Un elemento a favore è che la legge elettorale mette ciascuna delle forze politiche davanti al rischio dell’irrilevanza, per non dire della figuraccia. Piuttosto che sparire, o ottenere risultati risibili, meglio trovare degli accordi sensati.
Il momento è propizio, perché l’insoddisfazione e il disagio della cittadinanza sarda non erano mai stati così acuti. I poli tradizionali reggono soltanto in virtù delle loro trame assistenziali, costruite in decenni di gestione del potere. Ma non convincono più, da tempo, non suscitano nessuna fiducia nell’elettore. Non regge più nemmeno il discorso del male minore. Sono troppo simili tra loro, cioè sono lo stesso male, due specchi che si fronteggiano e che moltiplicano all’infinito l’immagine di un unico modello di dipendenza distruttivo per la Sardegna. La loro egemonia è in disfacimento. Sono giunti al culmine di un processo di desertificazione accelerata. Hanno perso rappresentatività in ogni settore; perfino le clientele sono ormai senza fiducia. E tuttavia reggono, perché l’alternativa non c’è ancora.
È quindi tempo di prendere ago e filo, telaio e spola, e lavorarci. Cucire posizioni, anzitutto: per non andare alle elezioni in ordine sparso e sbrindellati.
Una proposta alternativa ha soprattutto un obbligo: quella di essere diversa. E di riuscire a comunicarlo. Diversa nelle proposte, nel linguaggio utilizzato, nei metodi, nei gesti.
Per sovvertire la situazione elettorale, l’unico fattore di variazione significativo sta in quel 40% di persone che scelgono di astenersi, perché del voto futile non ne vogliono più sapere. Nello spazio d’ombra dell’astensione ci sono molte elettrici e elettori orfani di una proposta credibile, che stanno aspettando appunto questo: una proposta credibile. Qualcosa che non assomigli a ciò che già esiste. Che non funzioni secondo le stesse logiche puerili. Una proposta che pensi più ai bisogni degli elettori che ai bisogni di chi si candida.
Per arrivare agli astensionisti non serve tirarsi i piatti in testa. Funzionano molto meglio le strategie di accordo. Soprattutto se si basano su militanze che conducono insieme lotte comuni, più che su segreterie che firmano patti. L’alternativa si tesse sul serio quando reti diverse si rendono reciprocamente compatibili. La chiave sta nel mettere in comune gli esperti di ogni gruppo, per sviluppare insieme proposte. Ciascuno continua a lavorare alla propria rete, com’è giusto fare; cambia solo un piccolo dettaglio: che si impara a interagire con reti diverse dalla propria. Ci si stimola, si scambiano le idee, si avanza nella stessa direzione. Il cambiamento dev’essere questo.
Negli anni ’80, di questo fenomeno se ne diceva “contaminazione”. È stata senza dubbio una stagione fertile. Tutto il contrario dell’idea sterile di coltivare solo il proprio orticello. Molte delle lezioni di quegli anni sono state dimenticate, ma restano vive come ipotesi latenti. Questo è il momento di recuperarle, se si vuole cambiare discorso, e governo.
L’alternativa ai conglomerati di potere gestiti da poche mani passa per le reti, cioè per includere le persone escluse dal potere, che sono oggi la grande maggioranza, e dare valore alle loro relazioni. L’obiettivo delle reti è quello di attivarsi. Il compito di chi vuole costruire una alternativa è quello di riuscire a stimolarle e integrarle. Renderle comunicanti, insomma.
C’è, qui, un gran lavoro da fare in termini di intelligenza e generosità. A ciascuno è richiesto il coraggio di mettere da parte l’abitudine alla diffidenza, e affinare invece le proprie capacità di costruire la fiducia. C’è da dire che è l’unica strada percorribile, oltre al fatto che è di gran lunga la più interessante.
Abbiamo il compito di costruire un polo alternativo, con programmi che propongano soluzioni fattibili, elaborati e sostenuti da gruppi di lavoro misti, ben organizzati, capaci di esprimere persone preparate, che godano della fiducia di tutte le parti. Può sembrare un percorso più lungo. In realtà, si procede con meno intoppi.
Il fatto che da molte parti si stiano attivando processi di aggregazione va visto come positivo. Avvicinamenti nell’area indipendentista; accostamenti tra settori sovranisti e indipendentisti; dialoghi con quelle forze che ancora meritano di essere chiamate di sinistra; aperture a chi, finora, ha manifestato il proprio bisogno di alternativa in area cinquestelle. Senza dimenticare, come si diceva prima, il mondo astensionista, che è sempre la cartina di tornasole di una proposta alternativa. Se questa non riesce a intercettare minimamente la zona d’ombra del non voto, vuol dire che di alternativo ha ben poco. È soltanto un terzo contendente a dare le stesse gomitate per spartirsi lo stesso piatto.
Oggi c’è bisogno di maggiore riconoscimento, maggiore comunicazione e maggiore generosità tra tutte le componenti che aspirano a proporre una alternativa ai sardi e alle sarde. L’invidia e il risentimento, sul piano politico, non pagano. Ci vuole semplicemente coraggio e senso pratico. Impariamo a parlare chiaramente tra noi dei problemi e delle proposte, senza offendersi. È anche vero che non andrebbe poi male lasciare la suscettibilità a casa. Ci sono cose più importanti dell’amor proprio su cui mettersi d’accordo.
In questo momento, l’invito da rivolgere a tutti è quello di cucire relazioni per il bene della Sardegna. Stimolare scambio e dibattito. Aprirsi all’idea del cambiamento. L’alternativa è possibile, ma solo se avremo il coraggio del nuovo. Gli equilibri della vecchia politica si possono superare, a patto di esplorare cammini diversi. L’oligarchia si può vincere solo con un coinvolgimento ampio, mettendo in campo la partecipazione. La pulsione di potere può essere superata solo dall’intelligenza delle reti. L’alternativa ai capibastone sta in quella dimensione comunitaria che vogliono a tutti i costi farci perdere. È proprio su questo che dobbiamo lavorare, insieme.
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STEFANO PUDDU CRESPELLANI·GIOVEDÌ 22 GIUGNO 2017
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unicacomunica_2L’illustrazione è (arbitrariamente) tratta da ComunicareUnica2017.

L’EREDITÀ SPIRITUALE DI GIOVANNI FRANZONI

img_3405 All’incrocio tra società e Chiesa ha legittimato la libertà cristiana di scegliere.

di Raniero La Valle

La morte di Giovanni Franzoni è un lutto per la Chiesa italiana ed è – come del resto lo fu quella di don Milani, il cui valore di recente è stato riconosciuto dai capi della Chiesa cattolica – un lutto per la società italiana. Per la società e la Chiesa, perché all’incrocio (o sulla croce) di questi due modi di essere degli uomini insieme, si sono consumate le vite e le testimonianze di “dom” Franzoni come di don Milani.
È un’interazione che di solito non viene evocata, quando si parla della morte di un uomo di Chiesa, così come si tace della Chiesa quando muore un uomo delle istituzioni, magari noto come “non credente”, come fu di recente nel caso di Stefano Rodotà. Tuttavia grande è l’influenza dell’uno e dell’altro, quando la personalità è forte e l’impegno pubblico è strenuo, su ambedue i mondi, religioso e civile.
Ciò vale soprattutto per la storia italiana dopo il Concilio Vaticano II. È stato poco studiato (e per nulla dalla cultura laica) l’impatto che il Concilio ha avuto sullo sviluppo della società, anche politica, italiana, sull’evoluzione del diritto, sulla storia delle istituzioni civili. Eppure è stato un impatto fortissimo, decisivo. Basti pensare alla revoca della legittimazione sacrale al partito cattolico (fu quella per l’Italia la vera fine della concezione carolingia o costantiniana del potere, della “cristianità”), basta pensare all’irrompere della secolarizzazione, veicolata dal Sessantotto, che la Chiesa aveva anticipato nel Concilio; basta pensare alla variabile introdotta nella politica italiana dall’incognita referendaria, inaugurata dal “NO” cattolico all’abrogazione della legge sul divorzio, e poi della 194 sull’aborto; basta pensare al rinnovamento del diritto di famiglia, con la sottrazione della donna al dominio maritale; basta pensare all’interdetto che prima del Concilio gravava perfino sul dialogo con i socialisti (i “punti fermi”!), e che diventa dopo il Concilio alleanza di governo con i comunisti, pagata col sangue di Moro e con la morte angosciata di Paolo VI. È chiaro che un così grande sommovimento storico ha portato con sé frutti e scorie, grano e zizzania, che non si possono separare ora, ci penserà la storia, o la coscienza profonda del popolo, a farne l’inventario.
Ora, in tutti i passaggi di questo incrocio di Chiesa e società, di fede e storia, dopo il Concilio, Giovanni Franzoni è stato al centro, è stato coinvolto, è stato protagonista: ha scelto e ha dato legittimità e forza alla libertà cristiana di scegliere.
Per questo la sua vita, dopo l’avvio fulgente come abate di San Paolo fuori le Mura fino al 1973, è stata vissuta nella solitudine istituzionale, attraverso i vari passaggi delle dimissioni da abate, della sospensione a divinis (1974) e della riduzione allo stato laicale (1976); solitudine istituzionale che lo ha visitato anche nella morte, avvenuta il 13 luglio mentre era solo nella sua casa di Canneto (Rieti), e che è stata lenita e compensata, fino alla fine della vita, dalla sequela e dall’affetto della comunità di base che egli aveva fondato nell’androne di via Ostiense al momento del suo esodo dalla basilica.
Quell’esodo aveva anticipato l’immagine della “Chiesa in uscita” che sarebbe stata resa canonica da papa Francesco; ed anche l’atto magisteriale che l’aveva preceduta, la lettera pastorale scritta come abate di San Paolo, “La terra è di Dio”, era stata la proposta di una uscita della Chiesa dall’involucro di una Chiesa temporalista; infatti prendendosi cura della terra anticipava la “Laudato sì” di papa Francesco, ma nello stesso tempo affermava che la cura della terra richiedeva anche un atteggiamento di povertà e di spossessamento, a cominciare dalle proprietà fondiarie che la Chiesa aveva a Roma e dalle speculazioni edilizie che vi prosperavano, contro cui doveva levare la sua voce perfino un’istanza istituzionale della Chiesa romana, nel famoso convegno del febbraio 1974 su “i mali di Roma”.
Ma se lì doveva cominciare la solitudine istituzionale di Giovanni Franzoni, non per questo veniva meno il rispetto e la stima – anche se anonima – di molti uomini di Chiesa; e fu una bella sorpresa quando due anni fa alla presentazione della sua autobiografia nella grande sala dei Musei capitolini, si presentò inaspettato il vescovo ausiliare di Roma, Matteo Zuppi, ora arcivescovo di Bologna. Era l’autobiografia di “un cattolico marginale”, e la presentammo al Campidoglio, di cui del resto Franzoni era stato per alcuni mesi al servizio, come consulente dell’Assessorato “Roma cambia millennio, progetti per una città aperta e solidale”, che avevamo messo su in vista del 2000 (ma poi rapidamente stroncato) all’ombra della giunta Rutelli.
Un altro ponte lanciato sulla sua solitudine fu l’intervento richiestogli per un convegno biblico, e l’anno scorso quando l’attuale abate di San Paolo e il cardinale Harvey, arciprete della basilica, fecero visita alla comunità di via Ostiense e insieme a lui hanno letto la pagina paolina sulla diversità dei doni in un unico Spirito.
Giovanni Franzoni continuerà a vivere in ciò che ha seminato, e anche nella lezione delle contraddizioni che ha attraversato. Non ha fondato un ordine, un’obbedienza, una chiesuola con pretese di durata, ma lascia un’eredità spirituale che sarà custodita da quanti lo hanno amato e poi ancora sarà riscoperta, come Dio vorrà.
Alla comunità di San Paolo e alla moglie Yukiko le condoglianze fraterne del sito Chiesa di tutti Chiesa dei poveri.
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E’ online Rocca n.15/2017
rocca-15-2017

Riflessioni. La piazza che diventa location è morta

CITTÀ E TERRITORIO » TEMI E PROBLEMI » SPAZIO PUBBLICO
La piazza che diventa location è morta
di SALVATORE SETTIS

carloforte_gberengogardin_smallEsistono molte forme, storie, funzioni degli spazi pubblici, e in particolare di quelli che chiamiamo “piazze”,tutte mutevoli nello spazio e nel tempo. Che vuol dire combattere «l’etica della location»? Ragioniamo. il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2017, ripreso da eddyburg, con postilla

Una nuova barbarie insidia le nostre città: l’etica della location. Imperversa dappertutto, ma colpisce al cuore specialmente la più originale creazione della città italiana, la piazza. Tanto originale, anzi, da avere un ruolo chiave nella ricerca, promossa dall’Istituto Max Planck per la Storia dell’arte e diretta da Alessandro Nova, sul rapporto tra forma della piazza e vita politica delle città. La piazza italiana è l’erede più nobile e più consapevole dell’agorà greca e del foro romano. È luogo di discussione e d’incontro, di commercio e di scontro politico, di festa e di lutto. Teatro di rituali collettivi (come il Palio di Siena), si presta alle manifestazioni civiche, accoglie cerimonie religiose, si trasforma talora in mercato, si circonda di caffé e altri luoghi di conversazione.

A questa densità di significati e di tradizioni pensavano certo i tanti pianificatori di città nuove (per esempio in Orange County, California) che usarono la parola italiana “piazza” per designare spazi pubblici destinati ad accogliere forme di vita civica. Esperimenti che di solito non hanno molto successo, perché replicare la piazza italiana fuori d’Italia è davvero difficile senza la trama urbana che la circonda, la stratificazione storica che l’accompagna, la memoria culturale dei cittadini che vi abitano.

Questa storia secolare vacilla ormai sull’orlo dell’abisso. Da Treviso a Todi, da Pisa a Palermo, da Cagliari a Lecce capita sempre più spesso di vedere meravigliose piazze storiche invase, anzi occultate, da palcoscenici, impalcature, riflettori, sedie per spettatori, barriere, attrezzature sportive, schiere di gabinetti mobili, contenitori di rifiuti, bottiglie rotte per terra e altri detriti. Il fenomeno è così esteso e frequente che è inutile stendere una lista nera, additare al ludibrio sindaci o soprintendenti o descrivere casi singoli. Chiuse al pubblico non pagante, deturpate da invadenti strutture “provvisorie”, che però durano settimane o mesi, le nostre piazze nascondono la loro bellezza e la loro diversità, diventano tutte uguali, accolgono gli stessi concerti dalle Alpi alla Sicilia, perdono forza e carattere, si svendono per trenta denari. Il principio che governa questo degrado, in una cacofonia di rumori che appesta quartieri interi, è l’etica della location. Ma una piazza storica che venga intesa solo come location è già morta. L’idea stessa di location implica che la piazza di per sé non è nulla, non ha una funzione sua propria, a meno che non la si riempia di qualcos’altro, non importa se tornei sportivi, concerti rock, dibattiti culturali o cantanti d’opera. A pagamento, spesso, così la piazza “rende”; mentre la piazza storica, i nostri antenati non l’avevano capito, era uno sbaglio, uno spazio vuoto che di per sé non rende nulla.

Il successo di queste iniziative, tanto più perverse quanto più a lungo durano, si misura sbigliettando, contando presenze e introiti. Nessuno fa i conti di quel che si perde: il turista che in quella piazza entra una volta sola nella vita, e avrebbe il diritto di vederla, ma ne è privato perché le architetture sono nascoste dall’attrezzeria dell’evento di turno; il degrado dell’immagine civica che ne consegue; il progressivo logoramento della stessa idea di città. La piazza fu infatti per secoli il supremo spazio sociale che crea e consolida l’identità civica e la memoria culturale, perché lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni vi accade grazie al luogo e non grazie al prezzo. Sta ora diventando, al contrario, un non-luogo (una non-piazza), dove solo il prezzo conta, e la bellezza del luogo è solo uno specchietto per le allodole, si mostra e si nasconde. E questo mentre crescono intorno a noi, in un processo inarrestabile, i nuovi italiani che vengono da altre culture,e a cui dovremmo saper trasmettere valori e comportamenti senza i quali ogni discorso sulla tutela dei centri storici e dei paesaggi presto diventerà lettera morta.

Alla stessa logica, la piazza storica come un invaso vuoto da riempire e “modernizzare”, risponde anche l’incongruo aggeggio installato nel bel mezzo di piazza Sordello a Mantova con la scusa di proteggere resti archeologici. A profanare la celebre piazza, con prevedibile escalation, è stavolta un’architettura non effimera, ma ingombrante e pomposa. Perfino in una delle più preziose città d’Italia le “autorità preposte” hanno dunque perso il senso di che cosa una piazza sia? Ma i mantovani mostrano di capire, e si allunga ogni giorno la lista dei firmatari di una petizione per la pronta demolizione del goffo edificio. L’etica della location è più difficile da battere perché si nasconde dietro eventi effimeri, ma in molte città cresce la protesta e il fastidio. Riusciremo, noi italiani, a ricordarci che una piazza storica deve vivere, mostrare, difendere la propria dignità?
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eddyburg
postilla

Ciò che Settis definisce «una nuova barbarie che insidia le nostre città: l’etica della location» è certamente un danno grave, che colpisce tutti gli spazi pubblici belli o brutti, nobili od ordinari. Tutto ciò che era finalizzato o è finalizzabile alla fruizione da parte di tutti e può essere oggi“valorizzato”nell’interesse di pochi (o anche semplicemente all’incremento del PIL) viene stravolto a questo fine. Ed è evidente che quando questa barbarie colpisce luoghi più ricchi di bellezza, di storia, di memorie ancora vive, o di usanze (e utilizzazioni) ancora verdi o rinverdite la cosa turba di più.
Ma non vorremmo che la ricchezza delle funzioni, dei ruoli, delle utilizzazioni cui sono soggette le piazze, mutevoli nel tempo come è mutevole la storia delle città e delle società che le abitano, vengano appiattite sui loro aspetti estetici, sulle “pietre” che le costituiscono.
Quante nobili piazze disegnate ed usate per celebrare l’orgoglio dei tiranni vennero adoperate come “location”per la ribellione vittoriosa degli oppressi? e quanti giardini costruiti per le delizie dei cortigiano trasformati in parchi pubblici per gli abitanti dei quartieri popolari? Le trasformazioni del suolo devono essere sempre orientate al miglioramento delle sue connotazioni positive, quale che sia la storicità infusa in esse.
Come icona abbiamo scelto una immagine di Gianni Berengo Gardin, “Francofonte”

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CITTÀ E TERRITORIO » CITTÀ QUALE FUTURO » PER COMPRENDERE
Vittorio Gregotti “L’architettura non interessa più a nessuno”
di FRANCESCO ERBANI E VITTORIO GREGOTTI
«Il grande progettista si racconta alla vigilia dei novant’anni “Tutto è cambiato. Chiudo lo studio”». la Repubblica, ripreso da eddyburg, 12 luglio 2017 (c.m.c.)

Povera Europa!

poveraEuropaG20: Usa, Russia e Cina fanno quello che vogliono, l’Europa non sa cosa vuole
Ad Amburgo è emersa un’Europa divisa su tutto. Ma soprattutto che a parole sostiene di seguire certe politiche, nei fatti fa esattamente l’opposto: una, nessuna, e centomila
di Fulvio Scaglione su LinKiesta

10 Luglio 2017 -

Se Italo Svevo l’avesse conosciuta, dell’Europa unita avrebbe detto ciò che diceva (“La coscienza di Zeno”) della vita in generale: non è né bella né brutta, è originale. E uno dei tratti più peculiari di questa nostra Europa è di affermare con estrema serietà un cosa salvo poi fare, non si sa bene se per passione o per necessità, l’esatto contrario. Come si è puntualmente visto anche all’ultimo G20, quello di Amburgo, officiato dalla cancelliera Angela Merkel.

Molti si sono attardati ad analizzare se avesse vinto il toro Donald Trump o la torera Merkel. In realtà non c’è stata corrida, perché gli Usa, la Cina, la Russia hanno una politica (più o meno illuminata, più o meno condivisibile, più o meno efficace) mentre l’Europa ne ha una, nessuna, centomila. Prendiamo alcuni dei temi più caldi e vediamo.

IL PROTEZIONISMO: pare che Trump abbia messo a segno un buon punto facendo inserire nel comunicato finale una sorta di autorizzazione a “misure difensive” (leggi: dazi) negli scambi commerciali. Strilli e strepiti in Europa dove però, senza tanti comunicati, sono già in vigore 41 dazi commerciali punitivi, 18 dei quali solo contro la Cina e la sua politica di dumping dei prezzi. Nell’ultima polemica, quella sull’acciaio cinese, è addirittura successo che la Commissione Commercio Internazionale dell’Europarlamento abbia chiesto a grande maggioranza (33 sì contro 3 no e 2 astenuti) di inasprire le misure contro la Cina comunque già previste dalla Commissione europea. Adesso, temendo che gli Usa di Trump facciano la stessa cosa con noi (si parla di dazi tra il 20 e il 25% sull’acciaio europeo) e per le stesse ragioni (difesa della produzione autoctona e dei posti di lavoro), ci diciamo disposti ad alzare le barricate e a difenderci in ogni modo.

IL TERRORISMO: anche qui l’Europa ha due facce (almeno), ma se non altro non è l’unica. Nella dichiarazione d’intenti che ha chiuso il G20 si dichiara con grande solennità di voler lottare contro il terrorismo internazionale e di voler bloccare le sue fonti di finanziamento. Se il tema non fosse così tragico, si potrebbe pensare a una barzelletta. Solo qualche giorno prima del G20, la responsabile della Ue per la politica estera, Federica Mogherini, aveva incontrato Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ministro degli Esteri del Qatar. E a lui aveva detto: “L’Europa ha sempre avuto buoni rapporti con i Paesi del Golfo Persico e vuole continuare ad averli in futuro”. Fuori dal gergo della diplomazia, ciò significa che l’Europa non vuole schierarsi né con l’Arabia Saudita né con il Qatar nella disputa che li oppone. Il problema è che sappiamo con scientifica certezza che sia il Qatar sia l’Arabia Saudita finanziano il terrorismo sunnita. Così come sappiamo che Donald Trump ha appena venduto pacchi enormi di armi americane sia ai sauditi sia ai qatarioti, cosa che peraltro fanno anche Francia, Regno Unito e Italia, mentre la Germania si contenta di vendere know how militare. Per non parlare dei Paesi come la Turchia, presente al G20 e per anni impegnata a rifornire in ogni modo i miliziani dell’Isis ma oggi Quindi, per l’ennesima volta, il terrorismo e i suoi finanziatori vogliamo combatterli, ma solo a parole.

LA RUSSIA: l’ultimo e recentissimo Consiglio Europeo ha rinnovato, in automatico e per sei mesi, le sanzioni contro la Russia. Però con Vladimir Putin tutti parlano e firmano contratti appena possono. Di più: lo Zar ha incontrato Donald Trump e i due, che si sono annusati e piaciuti, hanno persino discusso della possibilità di cooperare “per la stabilità della Siria”, organizzando insieme delle no fly zone. Applausi. Anche se due giorni prima lo stesso Trump, in un Paese oggi assai “pesante” nella Ue come la Polonia, aveva definito pericolosa e aggressiva la politica russa, dicendosi disposto a studiare con i polacchi un sistema per reagire. Applausi anche lì. Come si dice: la Ue ci è o ci fa? D’altra parte, ripetiamolo, non siamo soli: il Putin che non può metter piede nel G7 è lo stesso Putin che fa la star al G20, che peraltro rappresenta l’85% dell’economia mondiale. Una logica in tutto questo ci sarà, ma è difficile vederla.

I MIGRANTI: anche lì, una molto nobile riconferma degli obiettivi sanciti dal Global migration compact lanciato dall’Onu, il documento che prevede un contributo alla risoluzione del problema anche da parte dei Paesi lontani dalle aree di crisi e meno investiti dai flussi migratori. Sarà. Forse i Paesi molto lontani ci daranno una mano. Il problema è che, soprattutto in sede europea, sono i Paesi molto vicini a defilarsi e a lasciare il cerino acceso in mano all’Italia e alla Grecia, cioè agli approdi cui il famigerato Regolamento di Dublino lascia tutto l’onere dell’accoglienza. Regolamento che doveva essere cambiato al Consiglio europeo di cui sopra e invece niente. Condivisione dell’onere a cui tutti, in Europa, fanno marameo, come il fallimento del piano di redistribuzione di 160 mila migranti arrivati in Italia e Grecia dimostra. Mano che arriva, sì, ma sotto forma di schiaffone, come quando il presidente francese Macron si mette a filosofare di “migranti economici” e “richiedenti asilo” (ottimo sistema per non far nulla) o come quando l’Austria manda i blindati al confine del Brennero (una farsa, ma di non poco significato).

Per cui, ancora una volta, non è il mondo che ce l’ha con l’Europa. Non è Trump che vince o Putin che bara. È che l’Europa non sa più chi è. Quindi non sa nemmeno che cosa vuole.

La nuova storia, i vecchi poteri e la politica della paura

napoli-museo-archeologico-atlante-farnese_13243SOCIETÀ E POLITICA » CAPITALISMO OGGI » CRITICA
La nuova storia, i vecchi poteri e la politica della paura
di ENNIO CIRNIGLIARO
«Possiamo inserire il nostro tempo in una nuova era geologica, l’antropocene, perché le tracce dell’uomo, si trovano ormai anche all’interno delle rocce». lasinistraquotidiana, ripreso da eddyburg, 8 luglio 2017 (c.m.c.)

Viviamo in un Pianeta sempre più globalizzato ed interconnesso: il giro del mondo, che pareva prodigioso in 80 giorni, oggi si fa in 24 ore, ossia il tempo che sino al XIX secolo era necessario per fare un centinaio di chilometri. Nel frattempo, la popolazione umana, che ha impiegato cinquecentomila anni per raggiungere il Primo miliardo all’inizio dell’Ottocento, nei duecento anni successivi è sestuplicata, conferendo alla storia un’accelerazione senza precedenti.

Tale processo, reso possibile in seguito allo sviluppo dell’economia capitalistica e delle tecnologie ad essa legate,se da un lato ha certamente significato – seppur sempre con limiti di classe, e solo in seguito a grandi lotte sociali – l’aumento dell’aspettativa di vita, la fine di malattie secolari, l’affrancamento di milioni di persone dall’analfabetismo e la crescita della mobilità sociale, dall’altro ha determinato degli squilibri ecologici globali tali per i quali, a giusta ragione, possiamo inserire il nostro tempo in una nuova era geologica, l’antropocene, ché le tracce dell’uomo, sotto forma di emissioni, di plastiche e di polimeri, si trovano ormai anche all’interno delle rocce.

Allo stato attuale, dunque, la globalizzazione, la quale si presenta sotto un segno regressivo per la sua natura capitalistica, ha sviluppato due linee di faglia che rischiano di travolgere il Pianeta e la civilizzazione umana: la diseguaglianza che cresce in progressione geometrica, “grazie” ad una tecnologia che affina sempre di più la capacità di fare profitti e la crisi ecologica innescata da un sistema che è programmato per svilupparsi all’infinito, l’economia di mercato, all’interno però di un sistema chiuso, la biosfera.

Che tale fase regressiva, iniziata a partire dalle periodiche crisi finanziarie del capitalismo del secondo Novecento, sia in atto, è ben chiaro alle classi dominanti,che non a caso puntano alla privatizzazione integrale dei beni comuni,terreno di accaparramento senza scrupoli per multinazionali che impoveriscono milioni di persone, costringendole alla fame e alla migrazione in territori dove altri milioni di persone vengono aizzati contro di loro, scudi umani contro scudi umani, al fine di impedire nelle grandi masse del nord del mondo la presa di coscienza che pure nei secoli precedenti si era avuta.

Le classi dominanti, a differenza degli sfruttati, hanno infatti fatto tesoro della storia: onde evitare il rischio dello sviluppo di un nuovo socialismo e di una nuova coscienza di classe, e dunque un’espansione della democrazia sul terreno delle politiche redistributive, le classi dominanti fomentano lo sviluppo di partiti e movimenti xenofobi, utili idioti e gendarmi del sistema, mediaticamente sovraesposti in quanto fondamentali per deviare il malcontento popolare dalle reali cause (l’accaparramento delle risorse, la demolizione dello stato sociale, la distruzione della democrazia rappresentativa e della cultura di base) del loro malessere a quelle fittizie.

L’esplosione dei partiti e dei movimenti di estrema destra in tutta Europa – partiti di cui la Lega Nord è la variante nazionale – e della cosiddetta “fasciosfera”, ossia la bulimia di siti xenofobi che si autoreplicano diffondendo bufale e allarmando masse di persone deprivate degli strumenti critici di base, va dunque letta entro il contesto di redistribuzione della ricchezza verso l’alto mediante politiche austeritarie presentate come “riforme necessarie” e di conseguente abbandono di qualunque idea di intervento pubblico sul terreno sociale, civile e culturale.

Il rifluire delle grandi masse, dalla condizione di cittadini coscienti, a quella di plebe di consumatori indebitati, l’un contro l’altro armati grazie alla xenofobia ed al securitarismo, non è dunque un “danno collaterale” delle politiche neoliberiste, ma una precisa scelta che data almeno dalla metà degli anni Settanta, quando la Trilateral ammoniva il grande capitale circa i rischi degli “eccessi di democrazia” (sic!) che potevano danneggiare i profitti.

In sintesi, quando, di fronte al montare dell’estrema destra e del discorso razzista divenuto senso comune, ci troviamo ad essere impotenti, e frustrati assistiamo alla messa in mora di qualsiasi idea di solidarietà, dobbiamo mantenere la lucidità di un’analisi che ci permetta di storicizzare e contestualizzare il fenomeno, il quale è tutto tranne che spontaneo, e che dia, di conseguenza, la possibilità di invertire i rapporti di egemonia, attualmente drammaticamente sbilanciati dalla parte di un sistema che, per garantire la propria sopravvivenza, non esita a condannare a morte intere generazioni dell’Africa subsahariana, costruendo intere fortune politiche sulla rimozione collettiva delle migliaia di morti in mare e nel deserto, dato tanto certo quanto non percepito da quegli strati popolari europei che vengono aizzati come cani rabbiosi contro i più dannati fra i dannati della terra.

Ma è proprio nel momento di massimo scoramento, quando pare che l’avversario, la cui brutale razionalità sfida quotidianamente la ragionevolezza, abbia una potenza economica, mediatica e politica soverchiante, è proprio in tale momento che, lucidamente, dobbiamo renderci conto di un punto di partenza costituente anche la più grande contraddizione del sistema capitalistico, accanto a quelle con l’ambiente e con il lavoro: dal punto di vista antropologico, l’animale uomo non è un predatore individuale (come lo sono, ad esempio, i felini), ma fonda la propria sopravvivenza nella catena alimentare sulla sua capacità di agire collettivamente, di coordinare le proprie azioni con altri uomini.

Senza tale agire cooperativo, la specie umana sarebbe stata condannata a perire innanzi agli animali di grossa taglia e a quelli più veloci e più forti. Da questo dato di specie, nel corso dei secoli, si è evoluta poi l’etica in quanto prodotto storico, nata a partire dall’empatia con il prossimo, riconosciuto parte di un comune cammino di sopravvivenza. Ecco perché, se andiamo a scavare al fondo della questione, la grande distopia della destra, ossia il superuomo, non è altro che una super scemenza dietro alla quale sta una volontà non individuale (come viene propagandata), ma di classe, di difesa di una PARS di società contro un’altra, e dunque politicamente battibile attraverso lo sviluppo e la diffusione di diverse forme di pensiero.

Del resto, per paradosso apparente, il punto di massima forza delle propaganda di estrema destra è anche quello di estrema debolezza: quotidianamente, e ventiquattr’ore su ventiquattro, gli apprendisti stregoni delle classi dominanti e i loro utili idioti non fanno che gridare all’assedio, all’invasione e all’insicurezza, e, a loro modo, hanno ragione: i comunitarismi chiusi, gli egoismi di classe e di corporazione, i piccoli individualismi eretti a barriera dei grandi, sono effettivamente sotto assedio, invasi ed insicuri, ché un mondo nuovo, come si è visto all’inizio, avanza a passo spedito ed assedia i fortilizi dei poteri, rimescolando antropologicamente, ancor prima che politicamente, le carte in tavola, e determinando lo sviluppo di una storia che solo la miopia di una politica che si illude di sopravvivere alla crisi economica ed ecologica non sa o non vuole vedere.

Sta a noi mostrare la nudità del re, per poi abbattere la monarchia.

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Su eddyburg a mostrare la nudità del re e a raccontare con chiarezza, profondità e rigore che cos’è “Antropocene”, come ci siamo arrivati e come sopravviverci ci abbiamo già provato con la “opinione” di Enzo Scandurra, dal titolo, Natura e Cultura

Il Reddito di Cittadinanza non è un provvedimento-tampone contro la povertà

creare-attivita

di Gianfranco Sabattini
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costat-logo-stef-p-c_2Il Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria sta organizzando un convegno sul lavoro, da tenersi nella prima metà di ottobre. Questo scritto, un saggio breve, del Prof. Sabattini, autorevole economista dell’Ateneo cagliaritano, già apparso sul n. 6/2017 di Mondoperaio, costituisce un valido contributo a questa problematica.
(Su Democraziaoggi e su Aladinews)
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1. Premessa

Il dibattito politico che ha preceduto l’introduzione in Italia del “Reddito d’inclusione”, inteso come provvedimento utile per assicurare il sostegno economico in modo progressivo a tutte le famiglie che si trovino al di sotto della soglia di povertà assoluta, ha rilanciato la “campagna” di disinformazione sul Reddito di Cittadinanza (“RdC”), spargendo su quest’ultima forma di reddito valutazioni e giudizi che sono del tutto estranei al discorso degli economisti che ne hanno definito e formalizzato in termini compiuti il concetto, collocandolo all’interno di un’analisi coerente con i principi della teoria economica. Esempi di disinformazione recente sono offerti da un articolo di Raoul Kirchmayer, apparso su L’Espresso del 30 aprile scorso, dal titolo “Una trappola contro i poveri. Non fidatevi del reddito di cittadinanza: è la vittoria culturale del neoliberismo”, e dall’intervista concessa dal tedesco Henning Meyer, docente alla London School of Economics, a Carlo Bordoni, il cui testo è apparso sul periodico domenicale del Corriere delle Sera, “La Lettura”, col titolo “Il reddito garantito umilia le persone”.
Kirchmayer afferma d’aver sentito parlare per la prima volta del “RdC” dal filosofo Jean-Mark Ferry, uno degli studiosi che, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha contribuito a diffonderne la conoscenza e l’attuazione. Il nesso che si sosteneva esistesse tra la cittadinanza e una base economica garantita dall’introduzione del “RdC” è sembrata a Kirchmayer “una forma di protezione sociale capace di mettere al riparo dalle incertezze di quella che, di lì a poco, sarebbe stata chiamata ‘società del rischio’”.
Il nesso, perciò, non evocava nessuna correlazione del “RdC” con la povertà, della quale, tra l’altro, non si parlava; questo nesso, secondo Kirchmayer, è cominciato a comparire dopo il 2007/2008. Con la crisi, sarebbe mutato il senso e il significato originario, come utopia o come proposta di politica del “RdC”. Questo avrebbe cessato di rappresentare un progetto d’inclusione della democrazia e di ampliamento dei diritti democratici materiali dei cittadini, per diventare “un intervento-tampone per limitare la sofferenza dei ceti più attaccati dalla crisi”. La crisi, secondo Kirchmayer, avrebbe comportato, in merito al senso del “RdC”, un suo spostamento “nella produzione discorsiva pubblica”, che sarebbe valso ad attribuirgli un carattere non più utopico e progettuale; uno spostamento, cioè, che lo avrebbe “fatto entrare da qualche anno a questa parte e con denominazioni diverse, nell’agenda politica nazionale di movimenti e partiti”.
Il discorso critico di Kirchmayer è condivisibile; ciò che non è condivisibile è la sua implicita affermazione, secondo la quale, a causa dell’”incompetenza” dei movimenti e dei partiti politici, il concetto di Reddito di Cittadinanza possa aver perso il senso e il significato che gli sono stati attribuiti originariamente. Quando, però, il “RdC” sia correttamente inserito nella “cornice teorica” grazie alla quale coloro che l’hanno elaborata hanno dotato il concetto di senso e di significato univoci, nessun movimento o partito politico può stravolgerne il significato, in funzione di esigenze politiche contingenti.
Più grave è la disinformazione sul “RdC” che origina dalle considerazioni svolte da Henning Meyer nell’intervista concessa a Bordoni. Egli mette addirittura in dubbio l’efficacia del “RdC” contro la disoccupazione, facendo pensare che la sua introduzione possa portare allo “smantellamento del sistema previdenziale, sostituito da misure minime generalizzate”, destinate a ridursi “ad una falsa democratizzazione”, in quanto il Reddito di Cittadinanza “si risolverebbe in una falsa democratizzazione, privilegiando le classi che non hanno bisogno di sostegno”. Inoltre, Meyer nutre dubbi sull’efficacia del “RdC” come strumento utile a contrastare la disoccupazione tecnologica. Ciò si verificherebbe per diversi motivi: intanto, perché il “RdC” ridurrebbe il lavoro a semplice fonte di introiti, con la conseguenza di radicare l’ignoranza circa la sua natura di fattore di autostima; inoltre, perché il ricevimento di un salario sociale indurrebbe la forza lavoro a non riuscire più ad inserirsi nel mondo del lavoro, a causa della rapida obsolescenza delle competenze professionali, provocata dalle trasformazioni tecnologiche dei moderni sistemi economici.
In luogo di erogare un Reddito di Cittadinanza, i governi dovrebbero combattere la disoccupazione, comportandosi keynesianamente come “datori di lavori di ultima istanza”; in questo modo, a parere di Meyer, “i governi avrebbero uno strumento aggiuntivo per incrementare le attività socialmente utili”; ma anche “per finanziare lo sport e altre attività culturali a livello locale, rafforzando la coesione sociale delle comunità”. Si potrebbe anche aggiungere, sebbene Meyer manchi ricordarlo, il possibile ampliamento del servizio civile, secondo le forme e le modalità indicate dall’attuale Ministro della difesa italiano.
Concludendo la sua critica riguardo al “RdC”, contraddittoriamente Meyer, dopo aver escluso che le risorse necessarie per combattere la disoccupazione, attraverso lo Stato datore di lavoro di “ultima istanza”, possano essere recuperate con un “ripensamento” del sistema fiscale, non ha avuto altro di meglio che proporre, per il futuro, la “democratizzazione” del capitale accumulato, estendendo al maggior numero possibile di cittadini le quote di partecipazione alla sua proprietà.
Le osservazioni critiche di Meyer sorprendono, non solo per la sua rinnovata fiducia nel sistema del welfare State, che egli considera ancora come strumento efficace per risolvere il problema della disoccupazione tecnologica originata dai moderni sistemi industriali; ma anche, e soprattutto, perché mostra di ignorare il contributo di un suo illustre predecessore alla London School of Economics, James Edward Meade, il cui contributo pionieristico alla definizione e giustificazione del Reddito di Cittadinanza resta un punto di riferimento ineludibile, come si cercherà di evidenziare nelle pagine che seguono, per capirne il senso sul piano sociale, oltre che su quello economico.

2. Reddito di Cittadina e disoccupazione strutturale

Allo stato attuale, una cosa è certa: una schiera sempre più espansa di analisti di sinistra, di centro e di destra va sostenendo da tempo che la logica capitalistica di funzionamento dei moderni sistemi produttivi non è più in grado di “creare” posti di lavoro, né di “conservare” i livelli occupazionali acquisiti. Quindi, gli attuali sistemi industrializzati, anziché soddisfare gli stati di bisogno delle rispettive società civili (funzione, questa, che dovrebbe valere a giustificarli e a legittimarli socialmente) riversano su di esse l’”inconveniente” di produrre crescenti livelli di disoccupazione strutturale irreversibile. Di fronte a questa situazione sopraggiunge l’incombente e fatidica domanda: che fare allora?
Proprio per dare una risposta all’interrogativo, è maturata l’idea che occorresse creare, all’interno dei sistemi sociali che soffrono della crescente disoccupazione strutturale irreversibile, condizioni (fuori dalle logiche rivoluzionarie del passato) tali da consentire, non solo il sostentamento del nuovo “esercito industriale di riserva” senza lavoro, ma anche l’autoproduzione, resa possibile dall’erogazione del “RdC”, considerato come fonte alternativa di nuove opportunità di lavoro.
Affrontando la soluzione del problema della disoccupazione, insistendo sul valore psicologico del lavoro e trascurando la natura strutturale irreversibile della disoccupazione, si manca di considerare il crescente e continuo affievolimento, se non la totale estinzione, dell’etica del lavoro; in tal modo, ci si preclude la comprensione del come gli esiti negativi della disoccupazione strutturale possano essere rimossi, ricorrendo ad una forma di reddito incondizionato, qual è il Reddito di Cittadinanza, alternativo a quello di mercato. Sin tanto che non sarà rimosso il rapporto che si presume esista tra il lavoro e la stima di sé, che porta a considerare il lavoro stesso come un valore esistenziale dal quale non si possa prescindere (perché: “il lavoro è vita”, è “partecipazione”, è “autonomia”, ecc.), la necessità di creare occupazione continuerà a costituire una priorità sociale ineludibile, ma irrisolvibile in presenza delle attuali regole di funzionamento delle economie di mercato integrate nell’economia mondiale.
Perché il lavoro possa portare la stima di sé occorre che esso produca beni e servizi “apprezzati” dai potenziali consumatori e dai contribuenti, quando sono questi a doverlo finanziare; ne consegue, perciò, che il lavoro creato attraverso contribuzioni pubbliche, solo perché si ritiene costituisca un valore in sé, potrebbe non servire allo scopo. Ciò può accadere, se il lavoro fosse avvertito come controproducente, sia da chi fruisce del prodotto finale (consumatore), sia da chi ne finanzia la produzione (contribuente).
La stima di sé del lavoratore non è un valore che possa essere presidiato con il convincimento che esso esista o, peggio, che esso debba esistere. Se il lavoro svolto da un lavoratore è “apprezzato” dagli altri, esso sarà richiesto e, necessariamente, assicurerà la stima di sé a chi lo svolge; d’altra parte, se il lavoro non è richiesto, esso non potrà assicurare alcuna stima a chi lo esercita, ma solo uno stato di indigenza insostenibile e di grave frustrazione psicologica.
Inoltre, dal punto di vista dei rapporti sociali, la stima di sé, tratta da chi svolge un lavoro, dipende anche dal “tipo” di lavoro svolto. Un lavoro temporaneo, ad esempio, non può assicurare alcuna stima, in quanto coloro che lo eseguono sono occupati solo per un tempo limitato. Se, nelle condizioni attuali, lo scopo del lavoro temporaneo fosse quello di impedire l’autoafflizione dei disoccupati strutturali, occorrerebbe che esso fosse stabile e non precario. In conclusione, il lavoro, supposto dotato di valore in sé, nelle attuali economie industriali avanzate non è assunzione utile alla rimozione della disoccupazione strutturale e, con questa, dell’indigenza; il lavoro inteso come “vita”, “dignità”, “partecipazione” e “libertà” è un residuo biblico, che si è tradotto in un principio comportamentale individualistico ed arcaico dell’uomo, “condannato” a produrre ciò di cui ha bisogno per sopravvivere, ma non più idoneo, nei moderni sistemi industriali, a garantire stabilità economica e sociale, in presenza di una giustizia distributiva condivisa. Allora, il problema della giustificazione dell’erogazione di un reddito svincolato dallo svolgimento di un lavoro deve essere spostato sul piano sociale.

3. Giustificazione economico-sociale del Reddito di Cittadinanza

3.1. L’esperienza del modo di funzionare dei moderni sistemi industriali ha da tempo evidenziato che, quando la gestione del sistema economico è lasciata all’azione discrezionale della politica, per il perseguimento di scopi nobili, come l’incremento o il mantenimento dei livelli occupativi, in assenza di un qualche automatismo autoregolatore, è resa possibile una manipolazione dei flussi di reddito, tale da creare uno stock di capitale sociale negativo (somma dei disavanzi correnti del settore pubblico) a spese dei cittadini; è questa la ragione per cui si impone oggi, all’interno delle società industriali avanzate, in particolare nei sistemi, come quello italiano, che da tempo hanno visto deteriorarsi i propri “fondamentali” economici, la necessità di una riforma radicale del welfare esistente.
Prima del secondo conflitto mondiale, John Maynard Keynes affermava che gli Stati autoritari dell’epoca risolvevano il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Keynes, tuttavia, era certo che il mondo non avrebbe tollerato a lungo la mancanza di libertà, ma anche che non avrebbe sopportato la “piaga” della disoccupazione, imputabile alle ingiustificabili modalità di funzionamento delle economie capitalistiche. L’economista di Cambridge era anche certo che, abbattute le dittature, una corretta soluzione del problema della disoccupazione poteva essere trovata, ricuperando sia l’efficienza che la libertà.
Dopo il secondo conflitto mondiale, però, il mercato del lavoro ha subito un cambiamento nelle forme d’uso della forza lavoro, originando una diffusa disoccupazione sempre più difficile da “governare”, sino a diventare strutturale, mettendo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato sul modello elaborato nel Regno Unito, nel 1942, da William Henry Beveridge. Questo sistema aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza temporanea, nel caso in cui esse non avessero avuto il diritto ad alcun sussidio; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione ed al risparmio, attraverso la realizzazione delle condizioni che davano titolo a ricevere i sussidi. L’obiettivo fondamentale del welfare State è stato, sin dal suo inizio, univocamente determinato; il sistema è però “fallito”, a causa delle perdita della flessibilità del mercato del lavoro.
Il sistema di sicurezza sociale realizzato era basato sulla premessa che l’economia operasse in corrispondenza del pieno impiego, o ad un livello molto prossimo ad esso, cosicché le contribuzioni della forza lavoro bilanciassero le erogazioni previste in suo favore. Ma il sistema, così come era stato concepito all’origine, è divenuto largamente insufficiente rispetto all’evoluzione successiva della realtà economica e sociale. Ciò perché il welfare State è stato progressivamente esteso per coprire le emergenze conseguenti all’aumentata complessità dei sistemi economici; in tal modo, esso è divenuto costoso ed inefficiente, a seguito dell’espandersi delle varie forme di sussidio che è stato necessario corrispondere e dei costi burocratici per le “prove dei mezzi” (le prove cioè di trovarsi realmente in stato di bisogno) alle quali i beneficiari dei sussidi dovevano sottoporsi.

3.2. Il fallimento delle riforme e delle integrazioni, cui il sistema di sicurezza sociale è stato sottoposto dopo la sua realizzazione, ha orientato l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale dovesse avere principalmente lo scopo di assicurare una costante flessibilità del mercato del lavoro e non quello di compensare la crescente insicurezza reddituale della forza lavoro. Il modo per rendere tra loro compatibili, in regime di libertà, da un lato, la flessibilità del mercato del lavoro e la sicurezza reddituale individuale, e, dall’altro, l’efficienza del sistema economico, è stato individuato nell’istituzionalizzazione del Reddito di Cittadinanza.
Si tratta di una forma di reddito erogato incondizionatamente a favore di tutti e finanziato con le medesime risorse impegnate nel funzionamento del sistema di sicurezza sociale, l’attuale welfare; oppure mediante la distribuzione di un Dividendo Sociale, finanziato con le risorse derivanti dalla vendita dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva, gestiti dallo Stato, mediante la costituzione di un “Fondo-capitale nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini. Era questa l’idea originaria con cui James Edward Meade, docente alla London School of Economics e alla Cambridge University e insignito nel 1977 del premio Nobel per l’economia, parlando di Dividendo Sociale, ha introdotto nell’analisi economica il problema dell’istituzionalizzazione del Reddito di Cittadinanza.
Il Dividendo Sociale, doveva essere corrisposto di diritto a ciascun cittadino sotto forma di trasferimento, indipendentemente da ogni considerazione riguardo ad età, sesso, stato lavorativo, stato coniugale, prova dei mezzi e funzionamento stabile del sistema economico. Il suo fine ultimo doveva essere quello di realizzare un sistema di sicurezza sociale che avesse riconosciuto ad ogni singolo soggetto, in quanto cittadino, il diritto ad uno standard minimo di vita, in presenza di una giustizia sociale più condivisa; un sistema di sicurezza, cioè, che avesse consentito di raggiungere, sia pure indirettamente, tale fine, in termini più efficienti ed ugualitari di quanto non fosse stato possibile con qualsiasi altro sistema alternativo.

3.3. Meade ha sempre preferito parlare di Dividendo Sociale, anziché di Reddito di Cittadinanza; quest’ultima espressione sarà introdotta successivamente, verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, riproponendo significato ed implicazioni del concetto che Meade aveva mutuato dal lavoro di Lady Juliet Rhys-Williams, autrice nel 1943 di un libro dal titolo “Something to Look Forward Too” (Non vedere l’ora di fare qualcosa di nuovo), in cui veniva proposto un “Nuovo Contratto Sociale”, implicante la corresponsione incondizionata e universale di un reddito sociale alternativo a quello previsto dal Rapporto-Beveridge sulla sicurezza sociale. Nel 1948, in “Planning and the Price Mechanism”, James Meade ha presentato l’dea di Lady Rhys-Williams come una stimolante proposta per una riforma strutturale del modello di sicurezza sociale istituzionalizzato nel Regno Unito alcuni anni prima.
Meade ha riassunto come segue la proposta di Lady Juliet Rhys-Williams: ella – ha affermato il Nobel inglese – ha suggerito la corresponsione di un pagamento in moneta (o Dividendo Sociale) ad ogni singolo cittadino, uomo, donna o bambino. La somma pagata deve sostituire tutti i benefici sociali corrisposti sulla base del sistema di sicurezza sociale esistente, quali i sussidi ai disoccupati, il pagamento delle pensioni ai lavoratori collocati a riposo per raggiunti limiti di età, i sussidi per malattia e quelli corrisposti ai minori di età. Ogni uomo, donna o minore deve percepite il Dividendo Sociale, qualunque sia lo stato di salute, sia in caso di occupazione che di disoccupazione, e indipendentemente dall’età. Non deve essere prevista nessuna prova dei mezzi, né devono esistere dei test per provare che i soggetti destinatari del Dividendo Sociale sono impegnati nella ricerca di lavoro; né essi sono obbligati a dimostrare di essere realmente ammalati. I medici possono cessare di rilasciare certificati di malattia e procedere, quindi, a tempo pieno nella cura dei loro ammalati. Gli uffici per l’occupazione possono cessare di preoccuparsi dei disoccupati e impegnarsi maggiormente nell’avviare verso nuove opportunità occupazionali chi si trova involontariamente ad essere disoccupato. Conclusivamente, il Ministero della Sicurezza Sociale può addirittura essere chiuso. I sussidi personali universali concessi incondizionatamente a tutti i cittadini possono prendere il posto dell’intero apparato del sistema di sicurezza sociale esistente.

3.4. La proposta di Lady Juliet Rhys-Williams, secondo Meade, era da condividersi e da preferirsi al sistema di sicurezza sociale costruito sulla base del Rapporto-Beveridge, perché presentava quattro grandi vantaggi: 1. realizzava una semplificazione burocratica nel governo del sistema economico; 2. garantiva una maggiore libertà personale; 3. consentiva una “equalizzazione” dei redditi personali; 4. rappresentava un’efficace strumentazione per un più razionale controllo della spesa pubblica. Per tutti questi motivi, secondo Meade, la proposta meritava un’attenta e seria considerazione, in quanto rendeva possibile una razionalizzazione dei metodi correnti di distribuzione del costo della sicurezza sociale.
Negli anni successivi alla sua formulazione, la proposta sarà abbandonata, per via dell’inizio dei “Gloriosi trent’anni” (1945-1975), nell’arco dei quali le economie capitalistiche, rette da sistemi politici democratici, vivranno un periodo di crescita sostenuta che consentirà la realizzazione di welfare State sempre più universali; dopo la crisi monetaria ed energetica e l’instabilità di funzionamento dei sistemi economici degli anni Settanta, è insorto il problema della sostenibilità del costo dei sistemi di sicurezza sociale, anche per via del fatto che le politiche pubbliche finalizzate a regolare il mercato del lavoro sono diventate sempre meno efficaci per il mantenimento dei livelli occupazionali.
L’occasione per riproporre il dibattito sull’istituzionalizzazione di un reddito incondizionato da corrispondersi a tutti i cittadini (o residenti) sarà offerta dall’evento che nel 1985 ha visto la formazione del Basic Income European Network (BIEN), movimento fondato con la First International Conference on Basic Income, svoltasi all’Università Cattolica di Lovanio. La conferenza ha inaugurato la prima fase di riflessione sull’uso dell’espressione Reddito di Cittadinanza, ma ha anche concorso a consolidarne l’uso nell’analisi economica. La letteratura sull’argomento evidenzia che, nell’anno in cui si è svolta la conferenza, molti economisti inglesi erano ancora propensi ad usare, in luogo dell’espressione Reddito di Cittadinanza, quella di Dividendo Sociale. Alla fine della conferenza del 1986, i suggerimenti per stabilire definitivamente il nome del Network è stato, tra i molti avanzati, quello che, in considerazione della natura bilingue del Paese che ospitava la conferenza, proponeva di associare all’acronimo “BIEN” (che in lingua francese significa anche “bene”) la sua traduzione olandese in “GOED”, corrispondente all’espressione inglese “Great Order for European Dividend”. Tutti così hanno trovato la “pace dei sensi” sul come denominare il movimento a supporto dell’uso del “RdC”, inteso come strumento di politica economica attraverso il quale realizzare un sistema di sicurezza sociale alternativo a quello fino ad allora realizzato.

3.5. Le carenze del sistema di sicurezza sociale esistente erano la conseguenza della premessa originariamente assunta, che l’economia operasse in corrispondenza del pieno impiego o ad un livello molto prossimo al pieno impiego, cosicché una parte delle contribuzioni assicurative della forza lavoro potesse bilanciare le erogazioni previste in suo favore nelle fasi negative del ciclo economico.
Ma il sistema, così come era stato concepito, è divenuto largamente insufficiente rispetto alla nuova natura della realtà economica e sociale. È stato necessario estendere progressivamente il welfare State, per coprire le emergenze conseguenti alla crescente complessità del funzionamento dei sistemi economici; in tal modo, esso è divenuto costoso ed inefficiente, a seguito dell’espandersi delle varie forme di sostegno che è stato necessario erogare e dei costi burocratici originati dal suo funzionamento.
Il fallimento delle riforme e delle integrazioni, cui il sistema di sicurezza sociale è stato sottoposto dopo la sua realizzazione, ha orientato l’analisi economica ad assumere, come già si detto, che la sicurezza sociale dovesse avere principalmente lo scopo di assicurare una costante flessibilità del mercato del lavoro, attraverso la liberazione dal bisogno della forza lavoro, e non quella di compensare la sua crescente insicurezza reddituale. Il modo per rendere tra loro compatibili la flessibilità del mercato del lavoro e la sicurezza reddituale individuale nella libertà, da un lato, e l’efficienza del sistema economico, dall’altro, è stato individuato, come già si è detto, nell’adozione di un nuovo sistema di sicurezza sociale fondato sull’istituzionalizzazione del Reddito di Cittadinanza, sotto il vincolo di poter creare un sistema di sicurezza sociale più efficiente ed ugualitario di quanto non fosse possibile realizzare con il sistema del welfare State esistente.
All’interno del nuovo sistema di sicurezza sociale, lo scopo perseguibile con l’istituzionalizzazione del “RdC” sarebbe consistito, in sostanza, nell’assicurare a tutta la forza lavoro disponibile la possibilità di scegliere tra un più alto reddito/maggior lavoro e un più basso reddito/più tempo libero; ciò nella prospettiva che l’effettuazione di questa scelta avrebbe consentito il cambiamento in positivo della percezione negativa che tradizionalmente la disoccupazione ha sempre avuto sul piano individuale, ma anche su quello sociale. Le conseguenze dell’istituzionalizzazione di un sistema di sicurezza sociale fondato sull’istituzionalizzazione del Reddito di Cittadinanza, secondo chi lo proponeva, sarebbero state diverse e tutte positive sul piano individuale e su quello sociale.
In primo luogo sarebbe stato possibile ridurre il bisogno di attuare programmi pubblici volti ad avviare “attività di cantiere”, al solo fine di creare un alto numero di posti di lavoro fittizi; ciò perché la corresponsione di un reddito incondizionato, alternativo a quello ottenibile attraverso lo svolgimento di attività precarie, avrebbe reso più responsabile, per coloro che lo avessero percepito, la decisione del come impiegare il loro tempo libero.
In secondo luogo, l’erogazione del Reddito di Cittadinanza avrebbe contribuito ad incoraggiare la propensione a svolgere un’attività lavorativa per l’autosostentamento; questa propensione, comportando per la forza lavoro una minore necessità di inserirsi o di reinserirsi nel mercato del lavoro, avrebbe reso possibile l’innalzamento della qualità del lavoro e quella del risultato di chi lo avesse svolto.

4. Il superamento dell’etica del lavoro.

Nel dibattito sul Reddito di Cittadinanza, coloro che attraverso la sua istituzionalizzazione affrontano criticamente il superamento della disoccupazione strutturale e la dissociazione del reddito individuale dal rapporto di lavoro tendono a trascurare il problema della necessità di pervenire al superamento dell’etica del lavoro, intesa come valore in sé. Per tale motivo, sul piano degli effetti, essi finiscono anche col trascurare i limiti delle loro stesse proposte. Così, sin tanto che non sarà rimosso il rapporto che si presume esista tra il lavoro e la stima di sé, che porta a considerare il lavoro stesso come diritto (perché: “il lavoro è vita”, “partecipazione”, “autonomia”, ecc.), la necessità di creare posti di lavoro continuerà a costituire una priorità sociale ineludibile; priorità che, come si è detto, si sta rivelando quasi impossibile da soddisfare nei moderni sistemi economici.
Perché il lavoro porti la stima di sé occorre anche che esso produca beni e servizi apprezzati dai potenziali consumatori e dai contribuenti; ne consegue, perciò, che il lavoro creato attraverso contribuzioni pubbliche, solo perché si ritiene costituisca un diritto, potrebbe non servire allo scopo, in quanto avvertito come controproducente. La stima di sé non è un valore che possa essere assicurato con la creazione di un diritto; se il lavoro svolto da un dato soggetto è apprezzato dagli altri, esso, necessariamente, assicurerà stima per chi lo svolge. D’altra parte, se il lavoro non è richiesto, ed è garantito solo perché considerato un diritto, il lavoro stesso non potrà assicurare necessariamente stima per chi lo svolge.
Inoltre, dal punto di vista dei rapporti sociali, la stima di sé connessa al lavoro dipende dal “tipo” di lavoro svolto. Un lavoro temporaneo, ad esempio, non può portare alcuna stima duratura per chi lo svolge; né il lavoro ha implicazioni positive, per chi lo esegue allorché i disoccupati sono destinati alla produzione di “servizi socialmente utili” ritenuti tali in un momento particolare. Se lo scopo dei “lavori socialmente utili” è quello di impedire il disagio sociale dei disoccupati, mediante il loro inserimento nel mercato del lavoro, occorrerebbe che i lavori socialmente utili fossero stabili.
In conclusione, il lavoro come diritto non sembra “strumento” proponibile per rimuovere la disoccupazione strutturale; il lavoro come diritto, inteso come “vita”, “partecipazione” e “libertà”, è un residuo ideologico proprio dei sistemi sociali ad economia di mercato afflitti da disoccupazione strutturale irreversibile e da difficoltà di crescita. Occorre pertanto flessibilizzare il mercato del lavoro, dissociandolo dal reddito che deve essere corrisposto anche a coloro che non siano inseriti in tale mercato; ciò consentirà ai soggetti che percepiranno il Reddito di Cittadinanza di recuperare l’autostima, svolgendo attività lavorative che potranno essere intraprese grazie all’impiego del reddito ricevuto, secondo le scelte che ognuno potrà compiere tra un più alto reddito/maggior lavoro e un più basso reddito/più tempo libero. Il ricevimento di un reddito svincolato da un rapporto di lavoro costituirà, perciò, il ricupero della piena stima di sé da parte dell’intera forza lavoro, rinvenendo la sua “fonte” nella funzione economica, individuale e sociale svolta dal reddito universale e incondizionato ricevuto.
Il ruolo e la funzione del Reddito di Cittadinanza, “sganciato” dagli automatismi del mercato, saranno, come ripetutamente è stato affermato, strumentali al rilancio che, nel breve periodo, è possibile imprimere alle tre “istituzioni portanti” dei processi di crescita e di sviluppo dei sistemi produttivi: settore delle famiglie, mercato e settore pubblico. Il settore delle famiglie, fruendo dell’opportunità garantita a tutti i membri di ogni famiglia dal Reddito di Cittadinanza indipendentemente dal loro status lavorativo, potrà concorrere a rendere più flessibile il mercato del lavoro; con il sistema economico in espansione, sarà possibile finanziare il progresso tecnologico, aumentare la produzione e la distribuzione dei servizi sostituitivi di quelli prodotti e consumati direttamente dalle famiglie. D’altra parte, con l’attuazione di una politica riformatrice dello Stato sociale tradizionale, il mercato del lavoro, dotato di una maggiore flessibilità, sarà anche caratterizzato da una maggiore instabilità, per cui il settore pubblico, con il Reddito di Cittadinanza, potrà garantire alle famiglie un’adeguata protezione sul piano economico e su quello sociale, in presenza di una perdita temporanea di ogni capacità di reddito da lavoro e contro molti altri rischi sociali, quali, ad esempio, lo scadimento della professionalità, l’incapacità di reinserimento nel mercato del lavoro, ecc.

5. Finanziamento del Reddito di Cittadinanza

Un problema assai dibattuto riguardo all’istituzionalizzazione del Reddito di Cittadinanza concerne il suo finanziamento. Uno dei meriti di Meade è stata la dimostrazione della possibilità di istituzionalizzare l’introduzione del “RdC”, attraverso il suo finanziamento con le risorse utilizzate per il funzionamento del sistema di sicurezza sociale esistente; in alternativa; Meade ha anche ipotizzato la distribuzione di un Dividendo Sociale, finanziato con le rimunerazioni derivanti dalla vendita sul mercato dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva, gestiti dallo Stato mediante la costituzione di un “Fondo Capitale Nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini.
Al riguardo, è plausibile pensare che, in Paesi come Italia, la “via” del finanziamento del “RdC” tramite la riforma ab imis dell’attuale sistema di sicurezza sociale sia destinata ad essere percepita in assoluto come impercorribile, dati i tempi che sarebbero richiesti e le criticità inevitabili da affrontare durante la transizione dall’attuale sistema di sicurezza sociale a quello nuovo, imperniato sull’introduzione del “RdC”. Più facile sembra la “via” della costituzione del Fondo Capitale Nazionale, dal quale derivare le risorse da assegnare sino alla concorrenza delle disponibilità, variabili nel tempo, del “Fondo” ai singoli cittadini. In questo caso, come reperire le risorse necessarie?
Meade ipotizzava che lo stock di capitale costituivo del “Fondo” potesse essere finanziato dai surplus della bilancia internazionale dei pagamenti dei singoli Paesi; sarebbe però possibile anche un finanziamento realizzato grazie alla vendita di determinati beni, come ad esempio avviene in Norvegia, dove la costituzione del “Fondo” è alimentato dai proventi della vendita del petrolio. In Paesi come l’Italia, dove mancano le risorse petrolifere e dove è problematico pensare di trovare risorse alternative per introdurre il Reddito di Cittadinanza attraverso uno dei due possibili modi suggeriti da Meade, la soluzione del problema potrebbe essere inserita nella prospettiva di un riordino dei diritti di proprietà, senza eccessivi stravolgimento degli istituti giuridici esistenti.
L’idea di riordinare l’istituto della proprietà, in funzione dello stato presente del sistema sociale ed economico nazionale, può essere derivata dalla teoria economica dei diritti di proprietà, secondo la quale l’esistenza di tali diritti e la disponibilità di una loro definizione più rispondente alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici consentirebbero di massimizzare la convenienza della persone a “vivere insieme”, per svolgere l’attività utile al perseguimento dei loro progetti di vita, attraverso il meccanismo di produzione, di scambio o di fruizione della ricchezza accumulata.
In questa prospettiva, l’elemento che giustificherebbe la proprietà non sarebbe tanto il valore dei beni in sé e la possibilità di una loro illimitata od arbitraria utilizzazione, quanto l’insieme delle regole che ne dovessero sottendere la fruizione; i beni, perciò, sarebbero svuotati del loro mero significato di oggetti, per dare rilievo alle modalità con cui i costi ed i benefici connessi alle decisioni del loro uso sono suddivisi. In questo contesto, la proprietà privata sarebbe distinta da quella comune, proprio per il diverso grado di disponibilità a titolo individuale dei beni che costituiscono il contenuto sia dell’una che dell’altra forma di proprietà.
Gli stravolgimenti della vita sociale, imputabili alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici, giustificherebbero una migliore ridefinizione dei diritti di proprietà; su questa nuova base, diverrebbe possibile costituire un patrimonio collettivo di proprietà comune per il finanziamento del “Fondo” da utilizzare per finanziare il “RdC”.

6. Conclusioni

Da quanto sin qui esposto risulta chiaro come il Reddito di Cittadinanza (o Dividendo Sociale), fosse all’origine concepito come forma di reddito sul quale fondare la costruzione di un sistema di sicurezza sociale più efficiente di quello realizzato sulla base del “Rapporto-Beveridge”. Successivamente, dopo la “First International Conference on Basic Income”, svoltasi all’Università Cattolica di Lovanio nel 1985, esso è stato riferito ad una sfera di applicazione molto più allargata, sino a comprendere la soluzione del problema della disoccupazione tecnologica irreversibile, originata dalle modalità di funzionamento dei moderni sistemi industriali capitalistici.
Al Reddito di Cittadinanza, o Dividendo Sociale, o Reddito di Base, oltre che un significato economico, è stata assegnata la funzione di risolvere sul piano sociale i problemi che la sperimentazione del welfare State ha mostrato di non poter risolvere; in particolare, quello di conservare ai lavoratori che hanno perso la stabilità occupazionale la stima di sé e quello di poter garantire una maggiore flessibilità al mercato del lavoro.
Con il Reddito di Cittadinanza, tali obiettivi diventano perseguibili, senza la necessità di realizzare rivoluzioni sociali, ma solo attraverso una responsabile politica riformista, idonea a riproporre, su basi nuove, l’organizzazione dello stato di sicurezza sociale vigente, ponendo definitivamente fine all’uso di provvedimenti-tampone, per rimediare alle situazioni sociali negative causate dall’insorgenza di possibili crisi economiche. In tal modo, inoltre, si promuoverebbe l’avvio, da parte dei percettori del Reddito di Cittadinanza, di possibili gratificanti attività produttive autonome, in virtù del fatto che la fruizione del risultato del loro esercizio sarebbe affrancata dalla natura di “prestazione caritatevole”, propria dei sussidi di sopravvivenza corrisposti dall’assistenza statale.

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Elogio del dubbio

unknown2di Vito Mancuso, teologo.

LA SITUAZIONE DI PERPLESSITÀ DELL’UOMO DI OGGI
Nella sua lunga vita Norberto Bobbio si definì sempre lontano dalla fede, talora esplicitamente non-credente: «Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi [...]. Non sono un uomo di fede, avere la fede è qualcosa che appartiene a un mondo che non è il mio [...]. Io non credo». In un testo particolarmente delicato però, denominato “Ultime volontà” e pubblicato sulla «Stampa» il 10 gennaio 2004 all’indomani della morte, il grande filosofo torinese giunse a scrivere: «Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi». Penso sia inevitabile avvertire un senso di incertezza, se non di confusione: come definire un uomo che dice esplicitamente di non credere, ma che al contempo rifiuta di definirsi ateo o anche solo agnostico?
La condizione di uno dei più importanti pensatori del nostro tempo sul suo rapporto con il divino è sintomatica, direbbe un medico. E cioè il sintomo di qualcosa di inconsueto rispetto alla comune fisiologia della mente: non di un errore logico, non di un’imperfezione morale, ma certamente di un’anomalia. Segnala una condizione nella quale regna la perplessità. Così veniva già descritta dai celebri versi del Faust: «Chi può confessare: io credo in lui? Chi, se appena sente, può osar di dire: in lui non credo?». La differenza è che mentre Goethe ai suoi tempi costituiva un’eccezione, la situazione di Bobbio oggi rispecchia quella di molti. La gran parte degli uomini infatti sente di non poter più credere come le generazioni precedenti hanno fatto e come ancora oggi propongono le dottrine ufficiali delle religioni istituite, ma sente al contempo di non poter rinunciare allo slancio vitale e al gusto positivo del mondo che sottostà alla dimensione religiosa che da sempre accompagna il cammino dell’umanità. La dogmatica ecclesiastica non rappresenta più la tensione spirituale dell’anima contemporanea, ma non per questo tale anima intende perdere la fiducia complessiva nella vita che la fede in un Dio custodisce e incrementa. E quindi oggi ci si sente «laici», ma allo stesso tempo non ci si sente «né atei né agnostici», se essere tali significa spegnere il sentimento di vivere «immersi nel mistero».
Il risultato qual è? Quello di ritrovarsi in una sorta di terra di nessuno, nella scomoda condizione di essere «a Dio spiacenti ed a’ nemici sui» (Inferno 111,63), come disse di me un signore al termine di una conferenza, non ricordo se con tono elogiativo o denigratorio. Ma la situazione è questa, inutile girarci attorno, bisogna avere il coraggio di guardarla in faccia. «Perplessità» indicherebbe un ipotetico termometro della temperatura spirituale, paragonabile a quei fastidiosi 37 gradi che non sono ancora febbre ma nemmeno più salute. Una condizione, io penso, che non può essere vinta da nessuna predica o enciclica o grande evento mediatico, né da nessuna conferenza o esperimento o equazione; una condizione con cui imparare a convivere, da accettare quale «segno dei tempi» e da cui partire per trovare la strada giusta per procedere nella vita. Non è del resto la prima volta che l’umanità affronta una situazione del genere. (da Vito Mancuso, “Io e Dio”).

ROBOETICA. Uomo e robot una questione di responsabilità

rocca-14-2017di Pietro Greco, su Rocca

Le Forze armate della Corea del Sud, già tre anni fa, hanno dislocato uno squadrone di robot automatici in grado di individuare un nemico e colpirlo a due chilometri di distanza. Prima di sparare, per ora, i robot devono ricevere il permesso dagli uomini. Ma sarebbero già in grado di farlo da soli.
Il 5 maggio di un anno fa, l’agenzia Ansa annuncia che Smart, il primo robot chirurgo autonomo, ha debuttato con successo e ha operato sui tessuti molli senza rispondere ai comandi di un uomo.
Quello che viene vuoi dalla inquieta penisola coreana vuoi dal Children’s National Medical Centre di Washington rivela che i robot costituiscono una grande sfida per la scienza e per l’umanità. Forse la più grande. Perché ci obbligano a immaginare il futuro remoto, partendo dal presente tangibile. Perché ci invitano a pensare l’altro da noi. Perché, di conseguenza, ci impongono di guardarci allo specchio: per osservare noi stessi con più attenzione e capire come siamo fatti, fuori e, soprattutto, dentro. Perché ci costringono, semplicemente, a riflettere. Ma cosa sono, i robot?

l’era dei robot
Non è affatto semplice rispondere a questa domanda. Non a caso abbiamo chiamato a farlo, in questo libro, diverse persone, di riconosciuta competenza, di diversa estrazione culturale e con diversi interessi scientifici. Ingegneri, fisici, chimici, matematici, storici, filosofi, sociologi, antropologi, comunicatori. Tutti chiamati a descriverci le mille facce del robot. E i mille specchi in cui possiamo rifletterci. Tutti chiamati a costruire, insieme, l’era dei robot.
Un’era che è già iniziata.
E che già ci propone, a sua volta, mille domande concrete sul rapporto tra l’uomo e i robot.
E già questa voluta asimmetria (la parola uomo declinata al singolare; la parola robot declinata al plurale) è contenuta un’informazione o, almeno, una visione del mondo dei robot: qualsiasi cosa siano, i robot non sono una cosa sola. Ma una pluralità di cose. Che trova una prima espressione in una pluralità di forme.
C’è Asimo, il robot androide. E ci sono i robot industriali.
C’è il robot marziano. E il robot sottomarino.
C’è la macchina molecolare, il nanorobot. E ci sono i robot giganti.
C’è il robot chirurgo. Il robot giornalista. E c’è, anche, il robot soldato.

al posto dell’uomo
Ma procediamo con ordine. Iniziando col definire, in prima approssimazione, cosa possiamo intendere per robot. La parola deriva da robota, che in lingua ceca significa lavoro duro, pesante, forzato. L’attuale significato gli è stato attribuito da un giornalista e scrittore ceco, appunto: Karel Èapek. Nella sua opera più famosa, R.U.R (Rossum’s Universal Robots), scritta nel 1920, il giornalista e scrittore narra di un gran filosofo, il vecchio Rossum, che vuole ricostruire l’uomo, tal quale. Impiega dieci anni, usa materiale biologico e infine ci riesce. L’uomo, ricopiato tal quale dal vecchio Rossum vive solo tre giorni.
Giunge infine sulla scena il giovane Rossum, un geniale ingegnere. E chiede al vecchio zio: a che serve un uomo tal quale ricostruito in dieci anni, quando la natura ci riesce in nove mesi? A noi non serve l’uomo. A noi serve qualcuno, da costruire in tempi rapidi e a basso costo, che svolge le funzioni indesiderabili al posto dell’uomo. Uno schiavo che libera definitivamente l’uomo dalla fatica.
Ma lasciamo la parola a Karel Èapek: «Il giovane Rossum inventò l’operaio con il minor numero di bisogni. Dovette semplificarlo. Eliminò tutto quello che non serviva direttamente al lavoro. Insomma, eliminò l’uomo e fabbricò il Robot».
La parola robot, dunque, nasce nel 1920 per indicare una macchina che, come un nuovo schiavo, compie i lavori più duri e pesanti al posto dell’uomo.

la macchina evolve in robot
Già, ma qual è la differenza tra i robot del giovane Rossum e una qualsiasi macchina? Banalizzando, possiamo dire che una macchina qualsiasi aiuta l’uomo a compiere un lavoro. Un coltello aiuta l’uomo a tagliare il pane. Un’automobile aiuta l’uomo a muoversi velocemente. Un coltello se ne sta lì fermo se un uomo non lo utilizza. Un’automobile se ne sta lì ferma senza un uomo che la guida e si fa trasportare? Né il coltello né la macchina hanno senso se non c’è l’uomo. Né il coltello né la macchina agiscono «al posto dell’uomo».
Sia pure semplificato e ridotto all’essenziale, secondo la ricetta del giovane Rossum, il robot è una macchina che opera «al posto» dell’uomo e, dunque, si muove nell’ambiente con molta flessibilità e soprattutto in autonomia. Il robot è, almeno tendenzialmente, una macchina autonoma, capace di agire in maniera intelligente nell’ambiente nel quale opera.
Riassumendo. Il tagliaerba che abbiamo in giardino è una macchina che assolve la sua funzione, tagliare l’erba, se noi l’azioniamo e la guidiamo. Il robot tagliaerba è una macchina che assolve la sua funzione, tagliare l’erba del giardino, in maniera autonoma, senza che noi l’azioniamo e senza che noi la guidiamo.

Le macchine possono evolvere in robot. Basta che un coltello tagli il pane da solo, al momento giusto. O che un’automobile si muova nel traffico da sola, senza andare a sbattere e portando il passeggero (o la merce) a destinazione. Ed ecco che una macchina o comunque un artefatto è diventato un «operaio di Rossum», un robot.

da una libertà condizionata a una libertà totale
Naturalmente i gradi di libertà concessi all’operaio di Rossum possono essere molto diversi. Da una libertà molto condizionata a una libertà totale. Diciamo subito che, al momento, scienziati e ingegneri – talvolta con l’aiuto dei logici e dei filosofi – sono riusciti a costruire macchine dotate di diversi gradi di libertà. Ma non sono riusciti ancora a costruire robot con una «libertà totale». Di più: ancora non sappiamo – la possibilità, in linea di principio, è prevista da alcuni, ma negata da altri – se mai esisterà un robot dotato di «libertà totale».
Saltiamo tutti gli intermedi – peraltro già operativi – e veniamo ai robot di fine corsa: i sistemi completamente autonomi. Si tratta di macchine capaci di imparare dall’ambiente, adattarsi, evolvere e assumere decisioni. Diciamo subito che questi tipi di robot ancora non sono tra noi. Non a livello commerciale, almeno. Ma è molto probabile che lo saranno tra poco. Qualcuno avrà una forma umana (i robot androidi), altri no (per esempio i sistemi intelligenti per la gestione della casa). Molti ci aiuteranno nella nostra vita quotidiana: come camerieri tutto fare, come infermieri o anche medici, come manager della casa. Altri avranno una funzione sociale: come i sistemi di gestione del traffico o come i robot per così dire destinati alla protezione civile, in grado di intervenire in condizioni pericolose: l’incendio di una casa; la ricerca di persone sotto le rovine di un terremoto; l’intervento in un ambiente saturo di gas nocivi e così via lasciando briglia sciolta alla fantasia. Altri, occorre ricordarlo, potranno trovare impiego in guerra: diventando veri e propri soldati (e generali) dotati di autonomia di decisione. Alcuni già immaginano che la sicurezza nucleare del futuro sarà completamente in mano a questi robot, gli unici in grado di prendere decisioni in frazioni di secondo.
Questi robot del futuro ci pongono già due tipologie di domande cui bisogna rispondere. La prima riguarda la capacità tecnica di mettere a punto robot dotati di autonomia. La scienza sarà davvero in grado di crearle? Non abbiamo spazio per analizzare il problema. Ammettiamo che la risposta sia positiva. E che presto li avremo davvero i robot completamente autonomi.

domande di natura sociale ed etica
Eccoci, dunque, alla seconda tipologia di domande, che hanno una natura sociale ed etica. Possiamo lasciare che i robot ci rubino il lavoro? È consigliabile produrre macchine autonome il cui comportamento non può essere controllato e, all’occorrenza, interrotto dall’intervento dell’uomo? Potremo credere a queste macchine come o addirittura più di quanto crediamo a noi stessi? Chi ci assicura, per esempio, che in guerra un soldato robot si comporti in maniera eticamente più accettabile di un soldato in carne e ossa? Chi è responsabile per il loro comportamento? Se un robot ucciderà un uomo, chi metteremo in prigione: la macchina o il suo progettista? Chi ci assicura che riusciremo a impedire che l’evoluzione di robot in possesso di quella particolare autonomia che è l’autonomia di evolvere non si risolva in una minaccia per l’uomo? Vi sentireste sicuri se la gestione dell’enorme arsenale nucleare degli Stati Uniti o della Russia fosse affidato alle decisioni completamente autonome di un robot? Quando e come dovremo intervenire per limitare l’autonomia di questi robot autonomi?

etica del robot
Sono domande per ora premature. Ma è bene cercare una risposta, perché è bene non farci trovare impreparati quando e se il giorno dei robot completamente autonomi verrà. Può aiutarci nelle scelte che dovremo affrontare la riaffermazione di un valore fondante della scienza, compresa la scienza robotica: i robot autonomi non dovranno essere a vantaggio di questo o di quello, ma – come voleva Francis Bacon a proposito, appunto, dell’intera scienza – dovranno essere a vantaggio dell’intera umanità.
È in questa prospettiva che Isaac Asimov, il grande scrittore di fantascienza, ha elaborato le tre famose «leggi» cui immagina risponderanno i robot nel 2058:
1) un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno;
2) un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge;
3) un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge. La concertata applicazione di queste leggi generali ha già portato a elaborare una vera e propria «etica dei robot» o «roboetica»: un pensiero di «filosofia applicata» piuttosto complesso, solido, ben argomentato. Un pensiero che, tuttavia, è ancora in fase di forte evoluzione, perché il suo oggetto, i robot e il rapporto dei robot con l’uomo, è in fase di rapida evoluzione anch’esso. E ancor più lo sarà in prospettiva, se e quando i robot raggiungeranno il massimo grado di libertà possibile: la coscienza. E il libero arbitrio (ammesso che esista qualcosa che possiamo chiamare libero arbitrio).
Alcuni punti fermi esistono. Un vasto movimento di scienziati esperti, per esempio, chiede che vengano messe al bando le armi (robotiche) completamente autonome. O che almeno ci sia una moratoria sul loro sviluppo.
Il discorso sui robot soldati (e generali) è una chiara indicazione che possiamo (dobbiamo) iniziare a immaginare tutti gli scenari di possibilità. E simulare quali effetti ciascu- no di essi avrà sull’uomo e sulla sua società. L’esercizio ci aiuterà a costruire un futuro desiderabile.

chi siamo noi?
Intanto ci aiuta a capire noi stessi. Se, infatti, vogliamo costruire un robot simile a noi, dobbiamo capire in dettaglio chi siamo noi: come sono fatti il nostro corpo, il nostro cervello, la nostra mente. Come sono fatte le società dei nostri corpi, dei nostri cervelli, delle nostre menti.
E poi ci aiuta a interrogarci su chi è l’altro. In un mondo in cui esisteranno nuovi esseri, artificiali, con capacità cognitive analoghe o omologhe alle nostre, esseri dotati di intelligenza, di coscienza, di capacità etiche, di emozionarsi e quindi di gioire e di soffrire, ebbene non potremo limitarci a dare corpo alle «leggi di Asimov» perché tutelino la nostra sicurezza e il nostro benessere; dovremo elaborare leggi simmetriche che tutelino la sicurezza e il benessere anche dei robot senzienti. Dovremo imparare a riconoscere e a rispettare l’«altro» da noi. E questo, a ben vedere, è un esercizio necessario non solo per il futuro remoto, ma anche per quello più prossimo. Per il presente.

Pietro Greco, su Rocca
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rocca-14-2017
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Per correlazione: http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/07/05/news/_salvo_i_miei_passeggeri_o_i_pedoni_un_codice_etico_per_i_robot_al_volante-169994736/