Editoriale

Appello. Un patto di tutti i sardi per la Sardegna.

costituenteNon ci si salva da soli
di Franco Meloni, su il manifesto sardo.

Attraverso l’appello qui pubblicato, un gruppo di cattolici sardi preoccupati della situazione generale e, in particolare, della Sardegna, sollecitano un impegno corale dei cittadini sardi e delle Istituzioni per arrestare il declino della regione e lavorare uniti per un suo nuovo sviluppo, volgendo la terribile crisi dovuta all’epidemia covid-19 a nuove prospettive.

L’appello si collega idealmente alle esortazioni di Papa Francesco, significativamente al video-messaggio da lui fatto al termine delle giornate del The Economy of Francesco e al documento finale dello stesso evento denominato “Patto di Assisi”. Con questi intenti l’appello mira a creare un forte spirito unitario, ispirandosi alla proficua alleanza tra appartenenti a diverse impostazioni culturali (cattolica, marxista, liberale, azionista) che caratterizzò la ricostruzione dell’Italia dalle macerie della II guerra mondiale, superando le profonde devastazioni morali, culturali e materiali del nazifascismo. Proprio a quel “Patto politico-culturale” dobbiamo la magnifica Carta costituzionale della Repubblica e, per quanto ci riguarda, lo Statuto di autonomia della Sardegna. Ovviamente, nel nostro caso, il primo ambito di riferimento e terreno di azione è la Sardegna, tuttavia inserita nei più ampi contesti: italiano, mediterraneo, europeo, planetario. In conclusione, l’appello non si indirizza solo ai cattolici, singoli e associati, chiamati a un risveglio rispetto alla necessità imprescindibile di un loro maggior impegno politico (come precisamente indicato da Papa Francesco), ma a tutte le componenti organizzate della società e ai singoli cittadini, nel rispetto delle diversità di ogni tipo, che però devono trovare comuni percorsi per grandi finalità da perseguire, insieme. Ecco perchè in questa fase si chiede a tutte e tutti di sottoscriverlo, per poi far scaturire dallo stesso e dal dibattito che saprà suscitare coerenti iniziative culturali, sociali, politiche.
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“Non ci si salva da soli”. Per battere il Covid in Sardegna è urgente la “buona politica; non quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi”.

Appello di cattolici sardi

Premessa.

Noi cittadini sardi, cattolici ispirati dai valori del Vangelo, fedeli agli insegnamenti del Concilio Vaticano II e della dottrina sociale della Chiesa, convintamente riproposti dalle ultime illuminanti encicliche di Papa Francesco, ci dichiariamo preoccupati e angosciati per il precipitare della situazione economica della Sardegna, con il portato di sofferenze materiali e psicologiche per un numero crescente di persone appartenenti a tutti gli strati della società sarda, specie dei meno abbienti. Chiediamo pertanto a tutti, a partire da quanti hanno responsabilità pubbliche, nelle Istituzioni e nelle altre organizzazioni della Società, e a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, un impegno corale che, nel rispetto delle differenze delle diverse appartenenze politiche e culturali, ci renda solidali e attivi per uscire dalla situazione di crisi e difficoltà antiche e attuali della nostra regione.

1. Il momento della Sardegna.

La Sardegna nel momento in cui ha bisogno della più grande ricostruzione morale sociale ed economica della sua storia contemporanea – che può iniziare proprio dalla lotta al Coronavirus e ai suoi devastanti effetti – risulta paralizzata da un insieme di contraddizioni che si scaricano soprattutto sui più deboli.

La pandemia da Coronavirus ha ulteriormente aggravato le già precarie condizioni economiche e sociali della Regione. L’aggiornamento congiunturale dell’economia della Sardegna del novembre 2020, pubblicato dalla Banca d’Italia, sottolinea la forte negatività di tutte le variabili ( molto peggio di quanto accaduto a livello nazionale) dal PIL ai consumi, dalle esportazioni all’occupazione, dal fatturato agli ordinativi di tutti i settori dall’agricoltura all’industria, dal commercio, all’edilizia dal turismo ai servizi. Gli effetti di questa crisi strutturale avranno pesanti conseguenze oltrechè sul piano sociale anche su specifiche situazioni come l’emigrazione dei giovani istruiti, l’ulteriore spopolamento dei piccoli comuni, l’incremento dei livelli di povertà.

2. Principali emergenze

In diversi settori fondamentali le situazioni di crisi si sono aggravate negli anni.

– Nella scuola, nella formazione, nell’Università e nella Ricerca, comparti in cui si ampliano i divari tra i partecipanti a tutti i livelli – con esclusioni dettate in grande misura dalle condizioni economiche di partenza delle famiglie – oggi anche acuiti dalla formazione a distanza.

– Nei trasporti perennemente incerti al punto di togliere ai sardi il diritto costituzionale alla mobilità. E’ dei giorni scorsi la dichiarazione relativa all’interruzione dal 1° dicembre di tutti i collegamenti navali in convenzione.

– Nella sanità, con i tagli sistematici agli organici, l’annuncio di riforme penalizzanti nei confronti dei territori, l’intasamento degli ospedali; il taglio delle borse di studio per le specializzazioni mediche. Questioni ben rappresentate in questo periodo dal malessere dei sindaci di fronte all’enormità dell’emergenza sanitaria disperatamente affrontata dai medici, dal personale sanitario, dagli operatori delle cooperative sociali e del volontariato a cui va la nostra solidarietà

– Nelle pubbliche amministrazioni, in tutte le diverse articolazioni, dove si aggrava la farraginosità burocratica al punto da compromettere i diritti dei cittadini, ma anche delle imprese, ostacolate anzichè sostenute nella funzione di creare lavoro per uno sviluppo economico eco-sostenibile.

Nella politica, segnata dal crollo della partecipazione dei cittadini sardi agli eventi elettorali e, spesso , da carenze programmatiche e attuative che rischiano di mettere a repentaglio i diritti della persona e perfino del rispetto della dignità umana. Nell’emergenza attuale, che riguarda tutti, ad essere maggiormente colpite sono, come sempre, le fasce sociali più deboli della popolazione: giovani, donne, anziani, poveri di ogni tipologia e, tra essi, ammalati, persone con basso livello culturale, analfabeti digitali, i residenti nei piccoli centri dell’interno, disoccupati.

Le famiglie che già vivevano in situazioni di disagio prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, versano oggi in situazioni di gravissima difficoltà, come testimoniano anche i recenti dati della Caritas sull’aumento della povertà assoluta e relativa.

La Sardegna ha bisogno, dunque, di interventi concreti sulle politiche per la famiglia, i giovani, il lavoro e le imprese, la questione ambientale, la sanità, la scuola, le infrastrutture, l’Università, la ricerca, le nuove tecnologie, la lotta alla corruzione.

3. La buona politica

Sulle orme di Papa Francesco chiediamo per la Sardegna “l’urgenza della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali […] che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza”

L’obiettivo principale della Politica deve essere, in questo frangente, la salvezza della la dignità delle persone, concentrando ogni sforzo sul lavoro, sulla ricerca del bene comune e non sull’assistenzialismo.

4. Piano straordinario e Piano per la Rinascita

Si metta perciò a punto un piano straordinario di investimenti da far partire al più presto, non oltre il 1° gennaio 2021. Quando la moratoria statale sui licenziamenti finirà e termineranno le risorse straordinarie per la cassa integrazione, gran parte dei lavoratori più deboli e meno qualificati perderà il lavoro col rischio più che concreto di rimanere intrappolata in una condizione di impoverimento per lungo tempo. Pertanto è necessario fin da ora intervenire con determinazione, anche con provvedimenti legislativi straordinari, sulle ben note emergenze create dalla pandemia.

Ma anche risulta indispensabile elaborare la fase della ricostruzione con un Piano per la Rinascita da costruire da parte delle Istituzioni con la collaborazione delle parti sociali – datoriali e sindacali – dei cittadini e delle loro organizzazioni, nella pratica della sussidiarietà, affinché si immaginino e si costruiscano percorsi di riqualificazione e affiancamento sociale condivisi e in grado di traghettare non solo le vittime del lockdown, ma l’intera Sardegna nella fase del post Covid. Questo piano indispensabile anche per utilizzare al meglio le ingenti risorse, che dovrebbero arrivare dal Recovery fund dell’Unione Europea. Si corre il rischio, infatti, che tali risorse vengano male utilizzate o sprecate se non si dovessero avere le idee chiare sulla loro destinazione e modalità d’impiego.

5. Unità per il bene della Sardegna

Come cattolici apprezziamo e sosteniamo il valore e l’importanza del pluralismo e della dialettica tra le forze politiche. Ma oggi, in questi tempi straordinari, le contrapposizioni devono mitigarsi lasciando posto al perseguimento di una grande unità tra le forze politiche e istituzionali. Il bene della Sardegna e della sua gente vale molto di più di piccoli vantaggi elettorali.

Speravamo tutti che questa pandemia da Covid-l9 cessasse e si potesse riprendere la vita nella sua normalità. Ma non è così. L’emergenza non sarà di breve durata e siamo certi che molto non sarà più come prima e che dobbiamo acquistare capacità politica di disegnare e realizzare nuovi e inediti scenari, come abbiamo cercato di argomentare in questo scritto.

Nell’esperienza drammatica che stiamo vivendo, e che ci ha fatto toccare con mano quanto siamo collegati e interdipendenti, ci è consegnata questa lezione: come il contagio avviene per contatto anche l’uscita dall’emergenza è possibile nel fare corpo unico. Non ci si salva da soli.

6. «Non sprechiamo la crisi!»

Rammentiamo in conclusione il recente messaggio della Conferenza Episcopale Italiana alle comunità cristiane in tempo di pandemia: “Viviamo una fase complessa della storia mondiale, che può anche essere letta come una rottura rispetto al passato, per avere un disegno nuovo, più umano, sul futuro. «Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020)”.

Noi, cattolici sardi, raccogliamo queste esortazioni e chiamiamo tutte e tutti agli impegni che sinteticamente e sicuramente non esaurientemente abbiamo delineato in questo nostro appello.

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Per sottoscrivere l’appello – che fino alla pubblicazione di questo editoriale (1 dicembre 2020 ore 10) ha raggiunto 172 sottoscrizioni – inviare l’adesione (Nome, Cognome, paese/città) a una delle seguenti email: mario1946.girau@gmail.com o melonif@gmail.com. L’elenco aggiornato dei sottoscrittori è disponibile – in continuo aggiornamento – sul sito web di Aladinpensiero online, al seguente link: http://www.aladinpensiero.it/?p=115820 .

Anpi: “Per la repubblica, per il lavoro, per la rinascita, per la riforma intellettuale e morale”.

costituente
anpi-logo Il presidente provinciale di Cagliari dell’ANPI, Antonello Murgia, nell’aderire personalmente all’appello di un gruppo di cattolici sardi “Un Patto di tutti i sardi per la Sardegna”, ci invia la relazione del neoletto Presidente nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, al Comitato nazionale del 20 novembre, che propone l’alleanza dei democratici in difesa della Costituzione con la costruzione di un progetto che rappresenti i più deboli ed i lavoratori. Aggiunge Antonello che su tali tematiche è urgente promuovere iniziative comuni nei nostri territori. Siamo d’accordo e ci impegniamo in tale direzione. Intanto della pregevole relazione, che troverete integrale nel sito web dell’ANPI, pubblichiamo le conclusioni che spiegano esaurientemente lo spirito e le finalità delle politiche dell’ANPI.

“Per una nuova fase della lotta democratica e antifascista”
La relazione del Presidente nazionale ANPI al Comitato nazionale ANPI del 20 novembre. Uno sguardo analitico sulla grave situazione sanitaria e sociale italiana (e internazionale) e le prospettive di grande alleanza per affrontarla in modo pienamente costituzionale

gianfranco-pagliaruloDALLA RELAZIONE DEL PRESIDENTE GIANFRANCO PAGLIARULO AL COMITATO NAZIONALE ANPI
Considerazioni conclusive
È il momento di trarre alcune considerazioni da questa situazione così complessa, contraddittoria e grave. Vige una generale incertezza, perché non è dato sapere né quando né come terminerà il dramma della pandemia, e tale incertezza di per sé condiziona il futuro per il mondo e per l’Italia. L’unica cosa certa – è stato scritto – è che con la pandemia i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri.
L’anello debole principale della tenuta sociale è oggi dato sia da una middle class declassata e puntiforme, sia dall’esercito degli invisibili verso cui precipita parte della classe media, verso cui va la prestata la massima attenzione per le reali e gravissime difficoltà in cui versano, e anche per evitare l’esplosione di gravi tensioni sociali di cui ad oggi abbiamo avuto solo qualche segnale. Le azioni eversive dei fascisti sono la spia di un allarme democratico già evidente per le sconnessioni sociali, e mettono all’ordine del giorno una vera politica antifascista e antirazzista da parte del governo. Tale politica non è evidente e pare alle volte del tutto opaca nelle azioni e nelle dichiarazioni della ministra dell’Interno.
Il pessimo rapporto con le Regioni, lo scaricabarile di diversi loro presidenti, il loro ruolo oramai del tutto personalizzato e spesso al di fuori dei loro stessi partiti, pone a tema urgente, in un più ampio ragionamento sullo Stato, una riflessione sul Titolo V della Costituzione. Occorre salvaguardare maggiormente il fondamento dell’unità nazionale e garantire davvero l’eguaglianza dei diritti, dei servizi e delle tutele dei cittadini su tutto il territorio nazionale. A maggior ragione è inattuabile e inaccettabile qualsiasi programma di autonomia differenziata. La sostanza è che il buon dottor Jekill del presunto decentramento federalista si è concretamente trasformato nel malvagio mister Hide di una forza centrifuga rispetto al fondamento dell’unità nazionale.
In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un ulteriore abbassamento della guardia nei confronti dei fenomeni di revisionismo storico, con una tendenziale equiparazione delle due parti in conflitto durante la Resistenza. Ma l’ultimissima generazione di storici sembra contrastare questa deriva con una rinnovata vis polemica. E’ opportuno che l’Anpi aggiunga alla relazione con storici della precedente generazione il rapporto con quest’ultima generazione che ha introdotto un interessante plus di impegno civile. Occorre insomma attrezzarsi per tempo a una battaglia che è sempre stata politica e che oggi ha i suoi bastioni a destra con le foibe, le speculazioni su Norma Cossetto, la risoluzione del parlamento europeo, e che riporti al centro del dibattito le gravissime responsabilità del fascismo: nel 39 l’Italia invadeva l’Albania, l’Italia entrava in guerra attaccando la Francia e poi la Grecia e poi, nel 1941, la Jugoslavia.
Da sempre l’Anpi ha operato nella direzione del contrasto ai neofascismi. Usciamo in particolare da stagioni di grande lavoro su questo terreno. Consapevoli che oggi questo impegno, pur necessario, non è più sufficiente, dobbiamo rapidamente aggiornare il nostro programma a questo proposito, cosa che faremo come segreteria e forse anche come presidenza nelle prossime settimane.
Il lavoro è propriamente campo dell’attività sindacale. Qui accenno soltanto al fatto che il covid ha costretto a cambiamenti radicali nell’organizzazione del lavoro, penso per esempio allo Smart working. Più in generale va affrontato il tema dell’integrazione degli stranieri nel mondo del lavoro. Si tratta di una questione essenziale sia per la diminuzione di manodopera italiana causata dal crollo demografico, sia per l’equilibrio finanziario degli istituti di previdenza, sia per la diffusione del lavoro nero e del lavoro schiavile a cui sono costretti migliaia e – credo – decine di migliaia di lavoratori stranieri. Tutto ciò non ci può impegnare in prima persona, ma ci chiama all’appoggio del movimento sindacale col quale dobbiamo cementare i già ottimi rapporti.
Il rapporto con le giovani generazioni è una priorità in generale e una priorità specifica per l’Anpi, perché esse sono il punto di intersezione più evidente col malessere delle periferie, perché l’Italia, come già detto, è uno dei Paesi col più alto tasso di crisi demografica, perché inevitabilmente una parte sempre maggiore delle nuove generazioni sarà formata da migranti di seconda o terza generazione, perché il fenomeno migratorio dei giovani italiani in cerca di lavoro all’estero è sempre più consistente, perché da questa generazione nascerà il gruppo dirigente di domani. Negli ultimi decenni la cultura dominante ha contrapposto gli interessi delle giovani generazioni a quelli degli adulti e degli anziani, contribuendo a creare nei giovani un senso di abbandono e di solitudine e contemporaneamente alzando l’età pensionabile per poi scoprire, al tempo del covid, che gli anziani sono più fragili degli altri. Questa cultura negativa e divisiva va combattuta proponendo una grande alleanza fra generazioni unita dai fondamentali.
I temi di una vita sociale “sostenibile” e della lotta al riscaldamento globale sono propri delle ultime generazioni, i millennials e la generazione Z. Gli effetti del riscaldamento globale stanno già avvenendo con esito potenzialmente catastrofico per la comunità umana. Non si tratta più – né mai lo è stato – di un tema per così dire aggiuntivo, ma di una questione centrale. Per di più sono proprio queste le generazioni con maggiore sensibilità ed attenzione al tema.
Per queste ragioni uno dei terreni di maggiore impegno dell’Anpi dev’essere quello della formazione, in specie nella scuola e nelle università. L’accordo Anpi Miur può essere un punto di partenza per una ricontrattazione che comprenda progetti complessi e a lungo termine e si rivolga ai discenti e ai docenti in un più generale disegno di riqualificazione civile della formazione.
Ancora sugli anziani: la crisi della socialità, la chiusura coatta dei luoghi di incontro costringe intere fasce di anziani, già sotto scacco per il pericolo del virus, all’isolamento forzoso, ad una solitudine tanto più triste quanto più avanzata è l’età. L’unica risposta è, per quanto possibile, una prossimità verso questa fascia che è la più debole e spesso la più sola.
Il dramma della pandemia mette a tema in modo nuovo e contestuale tre questioni: la presenza pubblica nell’economia, dopo decenni di demonizzazioni del pubblico e di privatizzazioni, a cominciare dalla sanità; la fruizione dei beni comuni, cioè delle risorse materiali e immateriali condivise dalla comunità: posso fare di questi un solo esempio per così dire di tipo nuovo? Il vaccino anti Covid; la sostenibilità ambientale. Tutti argomenti che mettono in discussione il postulato della società di mercato; non è in discussione – sia chiaro – l’importanza dell’economia di mercato; sono in discussione i limiti di tale economia e una organizzazione sociale e civile modellata sul mercato. Non si tratta soltanto – per esempio – della riduzione dei cittadini a consumatori. Ne è investita persino la politica, che “non è più una sana discussione sui progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune, bensì solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace” (dall’enciclica Fratelli tutti, ottobre 2020).
Da Hobbes a Rousseau, il tema della sicurezza ritorna come ragione dell’esistenza stessa dello Stato. Noi dobbiamo forse tornare sull’argomento, contrastando le visioni forcaiole di tanta parte della destra che sovente trasforma questioni di ordine sociale in questioni di ordine pubblico. Va da sé che il senso di sicurezza dei cittadini va ben oltre le questioni di ordine pubblico e investe l’insieme delle attività dello Stato (compreso il tema della sicurezza sanitaria) e, nello specifico, attiene al corretto rapporto fra prevenzione e repressione dei reati. Noi dobbiamo ragionare sul tema dell’ordine democratico, cosa vuol dire, come si realizza, cosa comporta. Accenno solo a pochi temi: periferie, migranti, incidenti sul lavoro. Aggiungo: sicurezza come tutela della democrazia e delle sue istituzioni E concludo accennando allo spirito repubblicano che dovrebbe ispirare l’istituzione delle forze dell’ordine, cosa che avviene spesso, ma non sempre. Cito per esempio la recente promozione a vicequestore di due agenti di polizia condannati per i fatti di Genova, e ancor di più la motivazione di tale promozione causata, parole dei dirigenti, da “procedura amministrativa obbligata”.
La proposta
Ma arrivo ora a quello che vorrei fosse il cuore di questa relazione, la sua conclusione, la base ideale dei nostri compiti e delle nostre prospettive. Mi pare che noi dobbiamo avere una capacità di visione, cioè immaginare il futuro e praticare di conseguenza delle scelte.
A lunga scadenza, si propone il tema di una nuova statualità, cioè di un nuovo rapporto fra Stato (nelle sue più ampie articolazioni), società, corpi intermedi, che da un lato rilanci la repubblica alla luce delle lezioni della modernità, dall’altro torni allo spirito e anche alla lettera della Costituzione tramite la sua applicazione integrale e la piena attuazione dei diritti e dei doveri dei cittadini. Una nuova statualità non può che nascere da una grande “riforma intellettuale e morale” che richiede soggetti, energie e progetti ancora assenti, che vanno suscitati anche grazie all’associazionismo e al volontariato laico e cattolico. Questa è la risposta plausibile alla crisi della democrazia liberale, la cui unica soluzione è una democrazia sociale comprensiva dei suoi caratteri liberali, ma che si espande dando finalmente compimento alla prima e specialmente alla seconda parte dell’art. 3 Cost.
Questa riforma intellettuale e morale è un atto propriamente culturale, richiede cioè la comunione del patrimonio dei saperi e delle esperienze e il ruolo attivo del complesso mondo degli intellettuali contemporanei, e assieme richiede, come già detto, un progetto di riqualificazione della formazione, cioè della scuola e dell’università. La principale operazione culturale da fare è esattamente il contrario della cultura elitaria, perché si tratta di una trasmissione culturale che penetri nel profondo della società, nel suo ventre, dove allignano ignoranza e qualunquismo.
In questa grande prospettiva di cambiamento che dev’essere sostenuta in primo luogo dall’Anpi in un più ampio movimento popolare, si incarna e si inquadra l’antifascismo di oggi, che non può ridursi alla ovviamente necessaria negazione del fascismo, ma dev’essere conoscenza e coscienza della storia recente del Paese, e puntare sulla centralità della persona umana e dell’essere sociale. Della persona, perché la sua centralità è scomparsa nell’orizzonte reale del sistema di valori dominante, pur essendo il fulcro della Costituzione. Dell’essere sociale, perché la persona esiste e si realizza esclusivamente nelle relazioni con l’altro nello spazio e nel tempo. Le relazioni nello spazio sono quelle che determiniamo ogni giorno e coincidono con la nostra vita e con il lavoro.
Le relazioni nel tempo sono quelle che determiniamo tramite la memoria, cioè il rapporto con persone ed eventi del passato. La memoria è uno degli attributi dell’umanità in quanto esseri sociali. La grande scatola sociale della memoria, cioè del segno di ciò che è avvenuto, è la condizione per pensare a ciò che avverrà, cioè al futuro. Anche da questo punto di vista è attuale la nostra idea di memoria attiva. La persona e il suo essere sociale sono il soggetto della Costituzione, che definisce diritti e doveri dell’umano “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost.).
In questa misura l’antifascismo si deve riproporre come religione laica, repubblicana, da un lato, e come punto di convergenza di diverse culture dall’altro, in sostanza come cemento ideale e pratico di un nuovo blocco sociale che porti l’Italia fuori dalle secche della crisi utilizzandola come occasione del cambiamento, ciò che non è avvenuto in occasione della prima crisi, avviatasi in America nel 2007/8 e che rischia di non avvenire anche in questa drammatica circostanza. In una visione del mondo che mette al centro le persone e i comportamenti politici, sociali e culturali che ne conseguono, l’antifascismo del tempo d’oggi si può legittimamente definire un nuovo umanesimo.
In questo scenario vanno contestualizzati i valori generali che abbiamo ereditato dalla Resistenza, e cioè giustizia sociale, libertà, democrazia, solidarietà, pace.
Ciascuno di questi temi va riconiugato nella concretezza della situazione attuale, uscendo dalle secche dell’enfasi e della retorica e ricercandone il senso nelle diverse articolazioni della società, ma anche e per alcuni versi specialmente nelle diverse articolazioni dello Stato.
Una speciale attenzione va posta nei rapporti col mondo cattolico oggi profondamente diviso. In particolare nella lettura dell’enciclica Fratelli tutti si troveranno diversi punti di larga condivisione, sui quali è possibile un percorso comune con l’associazionismo che in forme dirette o indirette si riferisce al mondo cattolico. Più in generale va notato che su punti qualificanti l’aspra competizione interna alla chiesa cattolica fra Bergoglio e i suoi critici corrisponde alla competizione fra democratici e nazionalpopulisti nel mondo, e che l’insieme del pensiero del pontefice ruota attorno al valore della persona umana, valore da noi laicamente condiviso.
Su tutti questi temi dobbiamo immaginare un programma di aggiornamento dei nostri gruppi dirigenti con particolare attenzione ai temi del fascismo, del razzismo e delle tensioni sociali sullo sfondo della Costituzione. Dovremo studiare anche la ricaduta di questi temi sui programmi di formazione.
Ma va da sé che, se si condividono le cose che ho detto, dobbiamo impegnarci nella lenta e faticosa costruzione di un vastissimo fronte popolare che deve passare attraverso la mobilitazione del mondo dell’associazionismo e del volontariato e deve trovare alleanze e sponde nei partiti democratici e nelle istituzioni. La chiave unitaria è l’unica chiave possibile per combattere il degrado e per avanzare una risposta positiva che comprenda il contrasto a fascismi, razzismi, nazionalismi e disegni un passo avanti di civiltà.
Quello che propongo in sostanza è che l’Anpi sia promotrice di una grande alleanza democratica e antifascista per la persona, il lavoro e la socialità. Un’alleanza che unisca tendenzialmente ogni energia disponibile dell’associazionismo, del volontariato, del cosiddetto Terzo settore, del movimento sindacale, un’alleanza che guardi al dramma presente attraverso i valori della solidarietà e della prossimità, – due parole chiave – ma guardi al futuro, affinché l’Italia del dopo Covid non sia la restaurazione dei modelli economici e valoriali del recente passato, ma si avvii sulla strada del cambiamento. Un solo esempio: il recente passato ha visto il trionfo delle diseguaglianze. O ci sarà una svolta vera, oppure il futuro le riproporrà in forma ancora più grave. E cosa può essere questa alleanza se non un’alleanza per la Costituzione? So bene che è prospettiva difficile per la realtà di un Paese che manifesta oramai una fortissima presenza dell’estrema destra a fronte di una debolezza politica delle forze democratiche, ma proprio per questo oggi non basta più rispondere colpo su colpo, giocare di rimessa; c’è bisogno di avviare un processo di ricostruzione pur navigando a vista, partendo dall’interno della società, ricomponendo ciò che è disperso, unendo ciò che è diviso, restituendo socialità dove c’è solitudine.
Riconvocheremo penso a dicembre il famoso tavolo dei 23, ripensandolo profondamente, allargandolo in modo significativo e operando in quantità e in qualità. In quantità dovremo estendere gli inviti ad altre grandi associazioni laiche e cattoliche interessate a questo progetto, in qualità perché dovremo proporre una unità antifascista che comprenda il contrasto ai fascismi e ai razzismi ma vada oltre, e proponga idee, suggerimenti, suggestioni, perché oggi un grande cambiamento antifascista è un grande cambiamento generale sulla via della civiltà e del progresso sociale. Noi dobbiamo contribuire a creare una nuova prospettiva. L’Anpi può essere il sale, il detonatore, l’innesco di una proposta generale incardinata sull’attuazione della Costituzione e declinata nel tempo che viviamo.
Se si vede bene, non è una novità assoluta. Come ci ha ricordato Smuraglia in una lunga mail dell’aprile di quest’anno, ci sono momenti della vita nazionale in cui l’Anpi di sempre – scriveva – dev’essere qualcosa di più incisivo e aggiornato. E il presidente emerito faceva due calzanti esempi: contro la legge truffa nel 1953, contro Tambroni nel 1960. Siamo in uno di quei momenti di svolta con una differenza: allora intervenimmo giustamente contro.
Oggi dobbiamo intervenire per. Per la repubblica, per il lavoro, per la rinascita, per la riforma intellettuale e morale. Su questi temi ho sondato il terreno di una disponibilità per ora con Maurizio Landini, Anna Maria Furlan, Don Ciotti, Francesca Chiavacci, Beppe Giulietti, Mattia Santori e Jasmine Cristallo, del movimento delle sardine e ho trovato un consenso davvero molto forte e motivato. Perché? Perché vedono nell’Anpi quei fondamentali di cui parlavo all’inizio.
Quando tutto è in crisi si guarda a chi ha i fondamentali. E dobbiamo uscire dal Comitato nazionale con un’idea che esprima preoccupazione e fiducia, che inneschi un motore per uscire dalla crisi, che proponga, come accennavo, una capacità di visione.
Ho finito. La nostra è una lotta iniziata con la Resistenza, segnata dalla Liberazione, ma poi continuata in modo sotterraneo o manifesto in mille forme. Nei giorni scorsi lo storico Claudio Dellavalle mi ha inviato una bellissima mail a proposito della scomparsa di Carla.
Ha fra l’altro scritto: “Penso che Carla ci abbia offerto un linguaggio e un modo di porsi che dovremmo cercare di salvaguardare perché è come guardare con occhi nuovi un impegno che viene da lontano”. Mi ha ricordato una nota frase di Marcel Proust: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Ecco, essere partigiani oggi. Il nostro impegno richiede questo cambio di passo che ho citato all’inizio: dobbiamo avviare una nuova fase della lotta democratica e antifascista.

Appello di cattolici sardi: un Patto di tutti i Sardi per la Sardegna

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lampada aladin micromicroPubblichiamo volentieri e diffondiamo un appello di cattolici sardi che preoccupati della situazione generale e, in particolare della Sardegna, sollecitano un impegno corale dei cittadini sardi e delle Istituzioni per arrestare il declino della regione e lavorare uniti per un suo nuovo sviluppo, volgendo la terribile crisi dovuta all’epidemia covi-19 a nuove prospettive. Torneremo sui contenuti dell’appello che abbiamo istantaneamente collegato alle esortazioni di Papa Francesco, significativamente all’appello da lui fatto al termine delle giornate del The Economy of Francesco e al documento finale dello stesso evento denominato “Patto di Assisi”. I cattolici in fondo delineano la proposta che insieme con tutti gli uomini di buona volontà si costruisca un “Patto di Assisi per la Sardegna”. (fm)
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“Non ci si salva da soli”. Per battere il Covid in Sardegna è urgente la “buona politica; non quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi”.
Appello di cattolici sardi

Premessa. Noi cittadini sardi, cattolici ispirati dai valori del Vangelo, fedeli agli insegnamenti del Concilio Vaticano II e della dottrina sociale della Chiesa, convintamente riproposti dalle ultime illuminanti encicliche di Papa Francesco, ci dichiariamo preoccupati e angosciati per il precipitare della situazione economica della Sardegna, con il portato di sofferenze materiali e psicologiche per un numero crescente di persone appartenenti a tutti gli strati della società sarda, specie dei meno abbienti. Chiediamo pertanto a tutti, a partire da quanti hanno responsabilità pubbliche, nelle  Istituzioni e nelle altre organizzazioni della Società, e a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, un impegno corale che, nel rispetto delle differenze delle diverse appartenenze politiche e culturali, ci renda solidali e  attivi per uscire dalla situazione di crisi e difficoltà antiche e attuali della nostra regione. 

1. La Sardegna nel momento in cui ha bisogno della più grande ricostruzione morale sociale ed economica della sua storia contemporanea – che può iniziare proprio dalla lotta al Coronavirus e ai suoi devastanti effetti – risulta paralizzata da un insieme di contraddizioni che si scaricano soprattutto sui più deboli.
La pandemia da Coronavirus ha ulteriormente aggravato le già precarie condizioni economiche e sociali della Regione. L’aggiornamento congiunturale dell’economia della Sardegna del novembre 2020, pubblicato dalla Banca d’Italia, sottolinea la forte negatività di tutte le variabili ( molto peggio di quanto accaduto a livello nazionale) dal PIL ai consumi, dalle esportazioni all’occupazione, dal fatturato agli ordinativi di tutti i settori dall’agricoltura all’industria, dal commercio, all’edilizia dal turismo ai servizi. Gli effetti di questa crisi strutturale avranno pesanti conseguenze oltrechè sul piano sociale anche su specifiche situazioni come l’emigrazione dei giovani istruiti, l’ulteriore spopolamento dei piccoli comuni, l’incremento dei livelli di povertà.

2. Principali emergenze
In diversi settori fondamentali le situazioni di crisi si sono aggravate negli anni.
- Nella scuola, nella formazione, nell’Università e nella Ricerca, comparti in cui si ampliano i divari tra i partecipanti a tutti i livelli – con esclusioni dettate in grande misura dalle condizioni economiche di partenza delle famiglie – oggi anche acuiti dalla formazione a distanza.
- Nei trasporti perennemente incerti al punto di togliere ai sardi il diritto costituzionale alla mobilità. E’ dei giorni scorsi la dichiarazione relativa all’interruzione dal 1° dicembre di tutti i collegamenti navali in convenzione.
- Nella sanità, con i tagli sistematici agli organici, l’annuncio di riforme penalizzanti nei confronti dei territori, l’intasamento degli ospedali; il taglio delle borse di studio per le specializzazioni mediche. Questioni ben rappresentate in questo periodo dal malessere dei sindaci di fronte all’enormità dell’emergenza sanitaria disperatamente affrontata dai medici, dal personale sanitario, dagli operatori delle cooperative sociali e del volontariato a cui va la nostra solidarietà
- Nelle pubbliche amministrazioni, in tutte le diverse articolazioni, dove si aggrava la farraginosità burocratica al punto da compromettere i diritti dei cittadini, ma anche delle imprese, ostacolate anzichè sostenute nella funzione di creare lavoro per uno sviluppo economico eco-sostenibile.
Nella politica, segnata dal crollo della partecipazione dei cittadini sardi agli eventi elettorali e, spesso , da carenze programmatiche e attuative che rischiano di mettere a repentaglio i diritti della persona e perfino del rispetto della dignità umana. Nell’emergenza attuale, che riguarda tutti, ad essere maggiormente colpite sono, come sempre, le fasce sociali più deboli della popolazione: giovani, donne, anziani, poveri di ogni tipologia e, tra essi, ammalati, persone con basso livello culturale, analfabeti digitali, i residenti nei piccoli centri dell’interno, disoccupati.
Le famiglie che già vivevano in situazioni di disagio prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, versano oggi in situazioni di gravissima difficoltà, come testimoniano anche i recenti dati della Caritas sull’aumento della povertà assoluta e relativa.
La Sardegna ha bisogno, dunque, di interventi concreti sulle politiche per la famiglia, i giovani, il lavoro e le imprese, la questione ambientale, la sanità, la scuola, le infrastrutture, l’Università, la ricerca, le nuove tecnologie, la lotta alla corruzione.

3. La buona politica
Sulle orme di Papa Francesco chiediamo per la Sardegna “l’urgenza della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali […]  che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza”
L’obiettivo principale della Politica deve essere, in questo frangente, la salvezza della la dignità delle persone, concentrando ogni sforzo sul lavoro, sulla ricerca del bene comune e non sull’assistenzialismo.

4. Piano straordinario e Piano per la Rinascita
Si metta perciò a punto un piano straordinario di investimenti da far partire al più presto, non oltre il 1° gennaio 2021. Quando la moratoria statale sui licenziamenti finirà e termineranno le risorse straordinarie per la cassa integrazione, gran parte dei lavoratori più deboli e meno qualificati perderà il lavoro col rischio più che concreto di rimanere intrappolata in una condizione di impoverimento per lungo tempo. Pertanto è necessario fin da ora intervenire con determinazione, anche con provvedimenti legislativi straordinari, sulle ben note emergenze create dalla pandemia.
Ma anche risulta indispensabile elaborare la fase della ricostruzione con un Piano per la Rinascita da costruire da parte delle Istituzioni con la collaborazione delle parti sociali – datoriali e sindacali – dei cittadini e delle loro organizzazioni, nella pratica della sussidiarietà, affinché si immaginino e si costruiscano percorsi di riqualificazione e affiancamento sociale condivisi e in grado di traghettare non solo le vittime del lockdown, ma l’intera Sardegna nella fase del post Covid. Questo piano indispensabile anche per utilizzare al meglio le ingenti risorse, che dovrebbero arrivare dal Recovery fund dell’Unione Europea. Si corre il rischio, infatti, che tali risorse vengano male utilizzate o sprecate se non si dovessero avere le idee chiare sulla loro destinazione e modalità d’impiego.

5. Unità per il bene della Sardegna
Come cattolici apprezziamo e sosteniamo il valore e l’importanza del pluralismo e della dialettica tra le forze politiche. Ma oggi, in questi tempi straordinari, le contrapposizioni devono mitigarsi lasciando posto al perseguimento di una grande unità tra le forze politiche e istituzionali. Il bene della Sardegna e della sua gente vale molto di più di piccoli vantaggi elettorali.
Speravamo tutti che questa pandemia da Covid-l9 cessasse e si potesse riprendere la vita nella sua normalità. Ma non è così. L’emergenza non sarà di breve durata e siamo certi che molto non sarà più come prima e che dobbiamo acquistare capacità politica di disegnare e realizzare nuovi e inediti scenari, come abbiamo cercato di argomentare in questo scritto.
Nell’esperienza drammatica che stiamo vivendo, e che ci ha fatto toccare con mano quanto siamo collegati e interdipendenti, ci è consegnata questa lezione: come il contagio avviene per contatto anche l’uscita dall’emergenza è possibile nel fare corpo unico. Non ci si salva da soli.

6. «Non sprechiamo la crisi!»
Rammentiamo in conclusione il recente messaggio della Conferenza Episcopale Italiana alle comunità cristiane in tempo di pandemia: “Viviamo una fase complessa della storia mondiale, che può anche essere letta come una rottura rispetto al passato, per avere un disegno nuovo, più umano, sul futuro. «Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020)”.
Noi, cattolici sardi, raccogliamo queste esortazioni e chiamiamo tutte e tutti agli impegni che sinteticamente e sicuramente non esaurientemente abbiamo delineato in questo nostro appello.

Cagliari, giovedì 26 novembre 2020
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Seguono le firme
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Daremo conto nella news delle diverse sottoscrizioni, aggiornandole man mano che pervengono, direttamente a noi o ad altri promotori.

The Economy of Francesco

the-economy-of-francesco-logoVideomessaggio del Santo Padre Francesco ai partecipanti all’Incontro internazionale “Economy of Francesco – Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani” (Assisi, 19 – 21 novembre 2020), 21.11.2020

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Videomessaggio del Santo Padre

Pubblichiamo di seguito il testo del Videomessaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato, a conclusione dei lavori, ai partecipanti all’Incontro internazionale “Economy of Francesco – Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani”, in corso ad Assisi – in diretta streaming – dal 19 al 21 novembre 2020:

Cari giovani, buon pomeriggio!

Grazie per essere lì, per tutto il lavoro che avete fatto, per l’impegno di questi mesi, malgrado i cambi di programma. Non vi siete scoraggiati, anzi, ho conosciuto il livello di riflessione, la qualità, la serietà e la responsabilità con cui avete lavorato: non avete tralasciato nulla di ciò che vi dà gioia, vi preoccupa, vi indigna e vi spinge a cambiare.

L’idea originaria era di incontrarci ad Assisi per ispirarci sulle orme di San Francesco. Dal Crocifisso di San Damiano e da tanti altri volti – come quello del lebbroso – il Signore gli è andato incontro, lo ha chiamato e gli ha affidato una missione; lo ha spogliato degli idoli che lo isolavano, delle perplessità che lo paralizzavano e lo chiudevano nella solita debolezza del “si è sempre fatto così” – questa è una debolezza! – o della tristezza dolciastra e insoddisfatta di quelli che vivono solo per sé stessi e gli ha regalato la capacità di intonare un canto di lode, espressione di gioia, libertà e dono di sé. Perciò, questo incontro virtuale ad Assisi per me non è un punto di arrivo ma la spinta iniziale di un processo che siamo invitati a vivere come vocazione, come cultura e come patto.

La vocazione di Assisi

“Francesco va’, ripara la mia casa che, come vedi, è in rovina”. Queste furono le parole che smossero il giovane Francesco e che diventano un appello speciale per ognuno di noi. Quando vi sentite chiamati, coinvolti e protagonisti della “normalità” da costruire, voi sapete dire “sì”, e questo dà speranza. So che avete accettato immediatamente questa convocazione, perché siete in grado di vedere, analizzare e sperimentare che non possiamo andare avanti in questo modo: lo ha mostrato chiaramente il livello di adesione, di iscrizione e di partecipazione a questo patto, che è andato oltre le capacità. Voi manifestate una sensibilità e una preoccupazione speciali per identificare le questioni cruciali che ci interpellano. L’avete fatto da una prospettiva particolare: l’economia, che è il vostro ambito di ricerca, di studio e di lavoro. Sapete che urge una diversa narrazione economica, urge prendere atto responsabilmente del fatto che «l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista»[1] e colpisce nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata, e insieme i più poveri e gli esclusi. Vanno insieme: tu spogli la terra e ci sono tanti poveri esclusi. Essi sono i primi danneggiati… e anche i primi dimenticati.

Attenzione però a non lasciarsi convincere che questo sia solo un ricorrente luogo comune. Voi siete molto più di un “rumore” superficiale e passeggero che si può addormentare e narcotizzare con il tempo. Se non vogliamo che questo succeda, siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati con intelligenza, impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi.[2] Tutto ciò mi ha spinto a invitarvi a realizzare questo patto. La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra.

Una nuova cultura

Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento.[3] Il problema nasce quando ci accorgiamo che, per molte delle difficoltà che ci assillano, non possediamo risposte adeguate e inclusive; anzi, risentiamo di una frammentazione nelle analisi e nelle diagnosi che finisce per bloccare ogni possibile soluzione. In fondo, ci manca la cultura necessaria per consentire e stimolare l’apertura di visioni diverse, improntate a un tipo di pensiero, di politica, di programmi educativi, e anche di spiritualità che non si lasci rinchiudere da un’unica logica dominante.[4] Se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi – non dimenticatevi questa parola: avviare processi – tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze… Ogni sforzo per amministrare, curare e migliorare la nostra casa comune, se vuole essere significativo, richiede di cambiare «gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società».[5] Senza fare questo, non farete nulla.

Abbiamo bisogno di gruppi dirigenti comunitari e istituzionali che possano farsi carico dei problemi senza restare prigionieri di essi e delle proprie insoddisfazioni, e così sfidare la sottomissione – spesso inconsapevole – a certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie. Ricordiamo, ad esempio, come bene osservò Benedetto XVI, che la fame «non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale».[6] Se voi sarete capaci di risolvere questo, avrete la via aperta per il futuro. Ripeto il pensiero di Papa Benedetto: la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale.

La crisi sociale ed economica, che molti patiscono nella propria carne e che sta ipotecando il presente e il futuro nell’abbandono e nell’esclusione di tanti bambini e adolescenti e di intere famiglie, non tollera che privilegiamo gli interessi settoriali a scapito del bene comune. Dobbiamo ritornare un po’ alla mistica [allo spirito] del bene comune. In questo senso, permettetemi di rilevare un esercizio che avete sperimentato come metodologia per una sana e rivoluzionaria risoluzione dei conflitti. Durante questi mesi avete condiviso varie riflessioni e importanti quadri teorici. Siete stati capaci di incontrarvi su 12 tematiche (i “villaggi”, voi li avete chiamati): 12 tematiche per dibattere, discutere e individuare vie praticabili. Avete vissuto la tanto necessaria cultura dell’incontro, che è l’opposto della cultura dello scarto, che è alla moda. E questa cultura dell’incontro permette a molte voci di stare intorno a uno stesso tavolo per dialogare, pensare, discutere e creare, secondo una prospettiva poliedrica, le diverse dimensioni e risposte ai problemi globali che riguardano i nostri popoli e le nostre democrazie.[7] Com’è difficile progredire verso soluzioni reali quando si è screditato, calunniato e decontestualizzato l’interlocutore che non la pensa come noi! Questo screditare, calunniare o decontestualizzare l’interlocutore che non la pensa come noi è un modo di difendersi codardamente dalle decisioni che io dovrei assumere per risolvere tanti problemi. Non dimentichiamo mai che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma»[8], e che «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità».[9]

Questo esercizio di incontrarsi al di là di tutte le legittime differenze è il passo fondamentale per qualsiasi trasformazione che aiuti a dar vita a una nuova mentalità culturale e, quindi, economica, politica e sociale; perché non sarà possibile impegnarsi in grandi cose solo secondo una prospettiva teorica o individuale senza uno spirito che vi animi, senza alcune motivazioni interiori che diano senso, senza un’appartenenza e un radicamento che diano respiro all’azione personale e comunitaria.[10]

Così il futuro sarà un tempo speciale, in cui ci sentiamo chiamati a riconoscere l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta. Un tempo che ci ricorda che non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale.[11] Come se potessimo contare su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse. No, non siamo costretti a continuare ad ammettere e tollerare in silenzio nei nostri comportamenti «che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti»[12] o privilegi per il godimento garantito di determinati beni o servizi essenziali.[13] Non basta neppure puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare. Infatti, non si tratta solo o esclusivamente di sovvenire alle necessità più essenziali dei nostri fratelli. Occorre accettare strutturalmente che i poveri hanno la dignità sufficiente per sedersi ai nostri incontri, partecipare alle nostre discussioni e portare il pane alle loro case. E questo è molto più che assistenzialismo: stiamo parlando di una conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale.

In pieno secolo XXI, «non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori».[14] State attenti a questo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. È la cultura dello scarto, che non solamente scarta, bensì obbliga a vivere nel proprio scarto, resi invisibili al di là del muro dell’indifferenza e del confort.

Io ricordo la prima volta che ho visto un quartiere chiuso: non sapevo che esistessero. È stato nel 1970. Sono dovuto andare a visitare dei noviziati della Compagnia, e sono arrivato in un Paese, e poi, andando per la città, mi hanno detto: “No, da quella parte non si può andare, perché quello è un quartiere chiuso”. Dentro c’erano dei muri, e dentro c’erano le case, le strade, ma chiuso: cioè un quartiere che viveva nell’indifferenza. A me colpì tanto vedere questo. Ma poi questo è cresciuto, cresciuto, cresciuto…, ed era dappertutto. Ma io ti domando: il tuo cuore è come un quartiere chiuso?

Il patto di Assisi

Non possiamo permetterci di continuare a rimandare alcune questioni. Questo enorme e improrogabile compito richiede un impegno generoso nell’ambito culturale, nella formazione accademica e nella ricerca scientifica, senza perdersi in mode intellettuali o pose ideologiche – che sono isole –, che ci isolino dalla vita e dalla sofferenza concreta della gente.[15] È tempo, cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda, è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi (e tra questi anche sorella terra), cessino di essere – nel migliore dei casi – una presenza meramente nominale, tecnica o funzionale per diventare protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale.
[segue]

Dibattito: per uscire dalla crisi del capitalismo

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Ripensare la teoria economica ai tempi del Covid
Emilio Carnevali
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Sbilanciamoci! 12 Novembre 2020 | Sezione: Apertura, Economia e finanza
L’epidemia di coronavirus ha assestato un altro duro colpo a quel “nuovo consenso” in macroeconomia già messo in discussione dalla crisi finanziaria del 2007/2008. E nel nostro paese nasce la Rete Italiana Post-Keynesiana.

“Devising new ways of getting back to full employment
is once again the top priority for economists.”
The Economist, luglio 2020

Qualche anno fa – era il 2015 – il Financial Times pubblicava un pezzo a firma di John Key sul complicato rapporto fra teoria economica ed evidenza empirica. Nel mezzo dell’articolo veniva disinvoltamente lasciato cadere un riferimento alla celebre controversia sul capitale delle “due Cambridge”, che fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento ha visto contrapporsi la scuola keynesiana dell’Università di Cambridge (nel Regno Unito) agli economisti “neoclassici” guidati da Robert Solow e Paul Samuelson di stanza al MIT, nella Cambridge statunitense (Massachusetts): “un dibattito”, secondo Key, “che Solow vinse facilmente grazie alla cura con cui specificò sia i suoi modelli teorici sia i rilevanti dati empirici”.

I termini di quella questione possono risultare ostici: il cuore della controversia – volendo sintetizzare un po’ brutalmente – rimanda alla possibilità che il “comportamento” di una funzione di produzione neoclassica, così come emerge in modelli a un solo bene, possa essere generalizzato in modelli a più beni. Arrovellarsi su un tecnicismo simile può sembrare a prima vista un esercizio un po’ futile, almeno agli occhi dei meno appassionati alla materia. Ma le sue implicazioni pratiche sono estremamente rilevanti. Senza la possibilità di quella generalizzazione saltano molti meccanismi che assicurano il buon funzionamento degli ingranaggi della teoria economica tradizionale. Primo fra tutti la tendenziale convergenza delle moderne economie di mercato a riassorbire la disoccupazione: la presenza di lavoratori disoccupati crea pressione al ribasso sui salari reali e – se tutto funziona come dovrebbe – tale pressione promuove l’utilizzo di tecniche produttive a più alta intensità di lavoro. Ecco che i lavoratori prima disoccupati trovano un impiego e il sistema ricomincia a girare con pieno utilizzo delle risorse.

Questo riassunto abborracciato e un po’ maldestro non renderà forse piena ragione degli argomenti dei protagonisti di quell’affascinante dibattito. Ma il modo con cui Key lo ha fotografato appare – a circa mezzo secolo da quella vicenda – abbastanza sorprendente.

Chissà cosa ne avrebbe pensato, leggendolo, lo stesso Samuelson, il quale a suo tempo formulò un bilancio assai meno trionfalistico di quel confronto: “Se tutto ciò crea mal di testa ai nostalgici delle parabole contenute negli scritti neoclassici, dobbiamo ricordare a noi stessi che gli studiosi non sono nati per avere una vita semplice. Dobbiamo rispettare e farci una ragione dei fatti della vita” [1].

C’è tuttavia un motivo per il quale giudizi inaccurati come quello di Key possono circolare. Nel lungo termine, infatti, è stata la Cambridge americana, ovvero la sintesi neoclassica di cui Samuelson e Solow erano due fra più autorevole esponenti, a imporsi. Per altro, la lettura che di Keynes è stata proposta dai manuali di economia di tutto il mondo [2] è in ultima analisi una traduzione in termini warlasiani (cioè di equilibrio economico generale) di alcune intuizioni – a volte nemmeno le più feconde – presenti nell’opera originale.

In un libro intitolato Keynes e i Keynesiani di Cambridge (Laterza, 2010) Luigi Pasinetti, un membro della “componente italiana” di quella scuola, ha tentato di interrogarsi sulle ragioni di un bilancio storico così modesto sul piano della capacità di influenzare le generazioni successive di economisti. Perché una impresa intellettuale di quella portata, che si avvaleva del contributo di personalità eccezionali come quelle di Joan Robinson, Richard Kahn, Piero Sraffa, Nicholas Kaldor, ha inciso così poco nella teoria economica prevalente? Pasinetti ha provato ad avanzare più di una ipotesi o spiegazione. Alcune sono di carattere squisitamente teorico. Altre sovrappongono in qualche modo un piano teorico ad uno quasi ideologico-politico, come ad esempio il rimprovero di non aver attribuito “alcun peso o valore a ciò che avrebbe significato il mantenere viva un’alternativa veramente keynesiana (vale a dire non-marxista) alla prevalente corrente di pensiero economica ortodossa” (occorre ricordare che quello era ancora un mondo diviso in due blocchi, schiacciato dalla contrapposizione fra occidente capitalista e paesi comunisti).

Di tipo completamente diverso, e assai originali, sono invece le ragioni che Pasinetti riconduce ad una “componente di temperamento” di alcune di quelle illustri personalità: non solo certi atteggiamenti rischiavano di sembrare “arroganti” o “dottrinari” a chi non simpatizzava con le loro idee, ma contribuirono al fallimento “nel coinvolgere, in un processo di fruttuosa discussione, i molti talenti (non pregiudizialmente ostili)” che si affacciavano su quel mondo ed erano presenti nella stessa università di Cambridge.

È un peccato che le considerazioni di Pasinetti possano essere soppesate solo all’interno di dibattiti relegati ai margini della ricerca accademica “che conta”. Purtroppo, la stessa storia del pensiero economico come disciplina è stata fra le prime vittime del nuovo corso apertosi con la fine dell’egemonia keynesiana. La preparazione e lo spirito critico degli economisti avviati allo studio solo di ciò “che conta” non ne hanno certo tratto giovamento.

Eppure, sarebbe sbagliato discutere di questi temi con lo sguardo esclusivamente rivolto al passato. Già la Grande Recessione del 2007-2008 aveva messo in discussione alcuni dei pilastri teorici del “Nuovo Consenso” emerso in macroeconomia dalla fine degli anni Novanta. Per citare le parole di uno che ha fortemente contribuito a dare forma a quel consenso, Michael Woodford [3], la crisi finanziaria “ha imposto una significativa riconsiderazione della precedente convinzione comune (conventional wisdom) secondo la quale la politica dei tassi di interesse – o, più specificamente, la politica di aggiustamento dei tassi a breve termine condotta dalle banche centrali in risposta alle condizioni economiche congiunturali (…) – fosse sufficiente a mantenere la stabilità macroeconomica”. Detto in altri termini: la crisi ha fatto riscoprire alla teoria economia la politica fiscale.

La pandemia di Covid-19, che sta avendo sulle economie mondiali un impatto simile a quello di un evento bellico, è deflagrata su un terreno teorico già in movimento. Adesso sono gli stessi banchieri centrali a esortare i governi ad intervenire con decisione per limitare i devastanti danni economici del blocco della produzione. Milioni di persone in Europa come negli Stati Uniti vivono del sostegno diretto fornito loro da programmi pubblici il cui costo sarebbe stato giudicato “insostenibile” solo fino a pochi mesi fa. E mentre il debito degli Stati si impenna su livelli mai visti in decenni recenti, i tassi di interesse sui titoli governativi rimangono fermi o addirittura si riducono, grazie all’opera delle banche centrali. Nell’eurozona si sono affacciate politiche che sembravano tabù per l’ortodossia economica tedesca, dagli eurobonds al superamento del criterio del capital key per l’acquisto dei titoli dei paesi membri da parte della BCE. Senza contare le prospettive che si aprono con la fine dell’epoca buia di Donald Trump alla Casa Bianca, epoca buia per motivi che vanno assai oltre le sue – per altro poche e confuse – idee in materia di economia.

A molti dei dibattiti in corso la teoria economica cosiddetta “post-keynesiana” – che vanta una discendenza diretta dalle idee degli economisti della scuola keynesiana di Cambridge – può dare un contributo importante. Ed è per questo che rappresenta un bel segnale la nascita della Rete Italiana Post-Keynesiana (IPKN – Italian Post-Keynesian Network). Il suo primo workshop si terrà online il prossimo 27 novembre (tutte le informazioni si possono trovare qui e sulla pagina Facebook di IPKN). Il network raduna alcuni fra i più brillanti giovani economisti ed economiste italiani che in questi anni si sono cimentati su tematiche variamente collocabili nell’arcipelago teorico Post-Keynesiano: dalla modellistica Stock-Flow Consistent a quella ad agenti eterogenei; dall’approfondimento dell’approccio “classico-keynesiano” (nella tradizione di pensiero ascrivibile a Sraffa e Pierangelo Garegnani) fino alla Modern Monetary Theory, che tanto interesse sta suscitando negli Stati Uniti.

Un poemetto di un anomico funzionario inglese mostrava così le illusioni dell’establishment britannico alla vigilia della conferenza di Brettons Woods (1944): “In Washington Lord Halifax, / once whispered to Lord Keynes, / ‘It’s true that they have the money bags / But we have all the brains”. In quell’occasione Lord Keynes dovette fare ulteriore esperienza di come spesso le buone idee, da sole, non bastano.

Non saremo alla vigilia di una nuova Bretton Woods. Di nuovi Keynes in giro non se ne vedono. E certamente nessuno può vantare alcun monopolio di cervelli. Ma in tempi così incerti, tutti i tentativi di dare gambe, corpo e organizzazione alle buone idee sono importanti e meritano di essere incoraggiati e sostenuti.

Note
[1] La traduzione è mia, e anche in questo caso non sono sicuro di essere riuscito a rendere tutte le sottigliezze dell’elegante espressione inglese usata da Samuelson.

[2] Tranne lodevoli eccezioni – fra cui, ad esempio, l’università di Roma Tre in Italia – la Teoria Generale nella sua versione originale non è parte dei programmi degli insegnamenti universitari quasi da nessuna parte.

[3] Michael Woodford e Yinxi Xie, 2020. “Fiscal and Monetary Stabilization Policy at the Zero Lower Bound: Consequences of Limited Foresight”, Nber Working Paper Series, Working Paper 27521.

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La foto in testa sembrerebbe fuori contesto. Ma non lo è in quanto il signore che vi appare in evidenza è Muahammad Yunus, economista, premio Nobel per la pace del 2006, che rappresenta un’altra idea di economia. Yunus ha partecipato a una conferenza-dibattito online nell’ambito dell’evento, in gran parte in collegamenti telematici, The Economy of Francesco, in corso di svolgimento nei gg. 19, 20 e 21 novembre 2020, con epicentro in Assisi e con altri partecipanti sparsi nel mondo.

La filosofia come cura

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Perché serve la filosofia per curare il presente e costruire il futuro post-Covid
di Matteo Ficara su Italia che cambia.
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La filosofia può essere uno strumento per aiutarci a vivere con più consapevolezza il momento di pandemia che stiamo vivendo ma anche a restituire bellezza a ciò che ormai ci sembra di aver perso, costruendo nuove alternative per il futuro. Per questo motivo è essenziale guardare alla filosofia come una “cura”: delle relazioni sociali, del nostro tempo e di ciò che ci circonda.

Dal 2002 l’UNESCO ha definito che il 19 novembre sarebbe stata la Giornata Mondiale della Filosofia. Guardare alla filosofia oggi, ai tempi del Covid 19, fa pensare che essa possa svolgere ancora di più il suo ruolo di “cura”. Una filosofia come cura e anche una filosofia della cura, insomma, che ci aiuti a riportare l’attenzione laddove è urgente e necessario, per ritrovare il “senso”. Una filosofia che può anche essere un aiuto a fare chiarezza, a gestire il passaggio verso un “new normal” e a costruire i primi passi di un nuovo futuro.

Perché guardare alla filosofia come cura?
In primis perché essa è sempre stata la via dell’eudaimonia, ovvero della ricerca della felicità attraverso la vita virtuosa. In secondo luogo perché l’emergenza che viviamo oggi è sanitaria, per cui il tema della cura ha sicuramente un volto che possiamo cogliere in modo diretto e immediato: è il volto di chi sta affrontando la malattia, la fatigue, la sofferenza ed il morire. Il volto chi sta dando una mano, senza sosta da mesi.

Ma cura significa anche “attenzione”. Una filosofia della cura è anche uno sguardo che torna a portare attenzione al reale e a tutto ciò, che nel vivere accelerato di ogni giorno, avevamo scordato o iniziato a dare per scontato. Tanto per cominciare, le relazioni. Troppo spesso la normalità del vivere stende un velo di trasparenza sull’importanza di persone care vicine o lontane. E per assurdo, questo “distanziamento”, che è fisico e non sociale, ha allontanato ciò che era vicino e avvicinato ciò che era lontano.

La cura è anche andare al di là del singolo e pensare al “comune”, a quel “noi condiviso” che siamo, sotto sotto, e che possiamo essere ancora. La distanza fisica può essere il luogo per ripensare la relazione sociale, lo spazio della partecipazione, il luogo ove una voce non è né un sussurro disperso e né un grido – come quello di ormai troppi social.

Quello della cura è anche il volto di chi si prende cura di ricercare le fonti di notizie da condividere (o meno) in un social network. La cura è nelle parole che usiamo e nell’azione sociale. La chiamata all’agire sociale è importante, un richiamo che, come popolo umano, non avevamo da tempo. Eppure è contornato dalla sfiducia che quella “politica” non sia più la voce della poleis, ma un’imitazione a distanza di un’eco.

La cura è l’azione consapevole delle sue conseguenze. Un’azione non solo politica, ma filosofica. Meditata, ragionata, soppesata. Un’azione che ha una testa ed un cuore, due gambe per andare lontano e gli occhi per vedere che il suo cammino non calpesti nessuno.

La filosofia come costruzione del futuro

L’esperienza inattesa del Covid-19, di un nemico invisibile, ha messo in scacco la società della rete. Il web – come dice Baricco nel suo “The Game” – è come una “copia del mondo”, che ci ha permesso di fare un salto: bypassare gli intermediari, essere in prima linea a scoprire le cose e a mettere voce in capitolo. E con il Covid19, quella rete che prima ci aveva avvicinati (nelle idee e nelle culture), ora ci fa stare troppo vicini.

La pandemia ha generato un caos enorme e rapidissimo: informazioni “impazzite”, allarmismo, eventi complessi da affrontare in poco tempo. E soprattutto: scelte. Scelte da prendere con informazioni incerte, in tempi brevi e sulle quali costruire il presente ed il futuro per sé e per altri, su tutti i livelli. Non ci eravamo abituati ancora alle coordinate digitali della nuova modalità “social” del nostro modo di fare, che le troviamo minate e siamo smarriti: “E adesso… Che si fa?”.

È qui che, secondo me, entrano in gioco la filosofia ed il suo modo di fare (poiché questo è una filosofia: un modo di vivere), che mette a disposizione tutto quello che serve in questo momento, per la ricerca di senso e la costruzione di un futuro nuovo:

l’attitudine al pensiero critico, per discernere le informazioni e fare chiarezza;
l’apertura necessaria per sapere che non è necessario “schierarsi”, perché non dobbiamo rendere la lotta delle informazioni una guerra;
le capacità di visione per guardare lontano e iniziare a valutare opzioni nuove, scoprire orizzonti, costruire scenari;
la sensibilità per ricordarci di chi abbiamo vicino e di cosa ha valore.

La filosofia nello sguardo, oltre lo schermo e oltre la mascherina

Forse per troppo tempo abbiamo abituato lo sguardo ad un orizzonte troppo piccolo, digitale e vicino, che mentiva riguardo al fatto che potevamo arrivare in ogni dove ed adesso ci troviamo costretti in quella sua dimensione, un po’ per intero: lontani nel corpo, vicini attraverso uno schermo. Forse abbiamo bisogno di alzare lo sguardo, oltre lo schermo, per ritrovare un pianeta, una realtà che ogni giorno alza la mano per chiedere aiuto. Dovremmo alzare lo sguardo al di là del confine della mascherina, per ritrovare l’altro.

Siamo chiamati a guardare vicino e lontano. A recuperare e restituire valore e bellezza al dimenticato e costruirne alternative per cambiare sistema. Questo la filosofia può fare: può prendersi cura del presente e del futuro. Dell’essere e dell’agire, con la sua “vita attiva e contemplativa”. Può aiutarci a scendere i gradini della ricerca del senso del vivere e a salire in cima alla montagna di tutti i futuri, per scorgere i migliori da realizzare.

Mi piace pensare alla filosofia come il modo di vivere di chi si prende cura del tempo, di quello passato, rammemorandolo, di quello presente, vivendolo e del futuro, costruendolo in pace.

Cambiare si può, cambiare si deve

schermata-2020-11-11-alle-19-22-21
lampadadialadmicromicro1Impegnati nella divulgazione (e nel dibattito relativo) delle due encicliche di Papa Francesco, facciamo seguito ai numerosi interventi già ospitati dalla nostra News e, in particolare, all’ultimo editoriale del direttore, per dare spazio all’importante contributo di Mario Agostinelli, che sotto riportiamo integralmente dalla rivista online Sbilanciamoci!.
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Da Laudato Si’ a Fratelli Tutti: lavoro e conflitto sociale oltre lo sviluppo
di Mario Agostinelli
sbilanciamoci-20 Sbilanciamoci! 11 Novembre 2020 | Sezione: Alter, Lavoro, primo piano.
Papa Francesco a cinque anni di distanza dalla Laudato Si’ ci propone con Fratelli Tutti un nuovo cambio di paradigma che dall’emergenza climatica mette al centro questa in rapporto al lavoro. Una riflessione sul cambiamento antropologico che serve all’umanità.

Dopo cinque anni di esperienza a contatto di una Associazione che ha preso ispirazione dall’Enciclica Laudato Si’, traggo la convinzione che le resistenze politico-culturali, oltre che ad un irresponsabile rigetto del monito di Francesco, siano dovute principalmente al rifiuto di separarsi definitivamente dall’idea dello “sviluppo”. Un rifiuto che continua ad alimentare un’illusione rivelatasi al fondo un disastro: che cioè l’aumento della torta da spartire in base alla crescita non avrebbe trovato limiti nelle risorse della biosfera e non avrebbe fatto i conti con la rapacità del sistema capitalista nell’appropriarsi delle ricchezze provenienti dal lavoro e dalla natura. Occorre riconoscere che anche tra le maglie del progressismo lo sviluppo è stato insignito di un favore largo, nella convinzione che le nazioni “avanzate” potessero indicare ai paesi ritardatari la strada da intraprendere per allinearsi e misurare il miglioramento della loro prestazione economica misurata dal PIL. Dopo aver preso in custodia la loro economia, la sbalorditiva varietà dei popoli si sarebbe ridotta ad una classifica basata sul debito contratto e preteso e sulla ricchezza prodotta e immancabilmente depredata. Almeno dal secondo dopoguerra fino al suo declino con l’inizio del nuovo secolo, questa riduzione delle differenze culturali, sociali, naturali, che fanno dell’umanità un punto di osservazione plurale e cosciente della biosfera entro cui convive, ha tenuto banco, contaminando la gran parte delle culture politiche. Le merci e il loro consumo si son eretti a mezzo di comunicazione quando non a scopo dell’esistenza e si è creato uno spazio sociale transnazionale nel quale il tempo veniva ad essere in continua accelerazione. Rompere uno schema così potenzialmente inclusivo, eppure distruttivo, è il compito che Francesco si è dato ed è la misura dell’ostilità incontrata da un autentico capovolgimento di valori.

Le élite mondiali ed i media transnazionali si sforzano di dare credibilità ad una loro rappresentazione della civiltà industriale che garantisca in prospettiva il livello minimo dei diritti umani e delle condizioni ambientali, assicurando comunque per l’impresa la massimizzazione dei profitti. Ma non esiste misura per trovare un equilibrio tra i tre contendenti, se non la pratica di un conflitto in cui lavoro e natura stanno dalla stessa parte. Un conflitto giunto ad un punto di rottura che riguarda la messa in discussione radicale del sistema. Sono i fatti a dimostrare che il ricorso senza limiti al consumo di natura ed i danni provocati dallo sfruttamento del lavoro tramutano quello che viene spacciato per sviluppo – un termine ormai privo di significati positivi – nel lento declino della vita vegetale e animale. Di fatto, si tratta di un pezzo di archeologia ormai in decomposizione quanto l’antropocentrismo e tanto meno attrattivo per le nuove generazioni, quanto più logorato dall’ingiustizia sociale e dal danno alla salute che ne hanno accompagnato la parabola. Non solo nelle parole del papa, ma nelle stesse preoccupazioni della scienza, esso, da consunta utopia, cede ormai il passo ad un bisogno di sopravvivenza, che può sussistere solo in armonia con la natura e come tensione cosciente verso una storia in comune, fatta di innumerevoli relazioni ed interconnessioni, visibili o invisibili, di cui “niente ci risulta indifferente”. Siamo, insomma, ad una svolta storica, ad una scoperta e, dall’altro lato, ad un “necrologio” – come afferma Wolfgang Sachs – che non a caso non ci è dato di elaborare quanto prima possibile. Possiamo però chiederci perché e cercare di scorgere quale sia il passo in avanti compiuto dalla seconda enciclica, che, al di là di ogni dubbio, tratta esplicitamente di politica e di un soggetto politico da definire nelle stesse settimane in cui Trump non risulta un semplice incidente, dal momento che non solo negli USA, ma anche vicino a noi si manifestano compulsioni che si riflettono in lui come in uno specchio.

Nonostante non ci fosse angoscia nelle pagine di una Enciclica premonitrice che invita a “camminare cantando”, ma una carica avvincente al rinnovamento, non è bastata la sintonia con l’affermarsi del movimento degli studenti di Greta né il crescente protagonismo delle donne in ogni regione del mondo, per incrociare un linguaggio o una pratica che imprimessero correzioni all’agenda dei governanti. Probabilmente lo stesso Francesco, così ostinatamente coerente ad ogni sua esternazione pubblica, riconosce che la Laudato Si’ peccò di ottimismo e non ci sono stati gli effetti sperati. Oltretutto, sulla scena globale, se si fa eccezione per qualche movimento degli “ignudi” nelle campagne o nelle foreste, il mondo del lavoro nel complesso si è mostrato incerto o poco attivo, mentre nel disagio sociale la democrazia ha fatto passi indietro, lasciando il campo ad una politica ostile all’austerità, insensibile ai limiti della natura e orientata all’economia dello scarto. Così, la nuova leva di leader autoritari e le corporation globali non hanno affatto desistito nel loro percorso involutivo: anzi, hanno concordemente intuito che, con la fine dell’era fossile e la limitazione dell’estrazione delle risorse naturali, la sconfitta inferta negli ultimi decenni a danno del bene comune e delle classi meno abbienti si sarebbe potuta arrestare se non addirittura ribaltare. Per il capitalismo globalizzato è parso giungere il momento per rendere ancora più aspro il conflitto con la crescente massa dei salariati e più pressante l’alienazione degli ultimi, sia nei confronti del lavoro sia verso la natura. Nelle strette di un cambio di passo con la pretesa di una resa dei conti, si è fatta strada – non solo ai piani alti, ma in molte fasce di popolazione temporaneamente protette – un’interpretazione del futuro prossimo del tutto incompatibile con il pensiero del pontefice argentino: non ci sarebbe stato più spazio per tutti gli scartati sul pianeta; il simulacro del PIL e il ruolo della finanza avrebbero assicurata la competizione più ostile e avida nei mercati; perfino l’idea di sviluppo si sarebbe potuta mettere in dubbio, ma avrebbe resistito all’erosione purché la si colorasse “un poco di verde”. A ruota, i media si sono distinti, da un versante, nel negare che fosse necessaria una rottura per riprogrammare modi e finalità di una produzione che aggredisce salute, ambiente e vite, da un altro, nel far sparire nel silenzio le domande più coinvolgenti sulla portata dell’Antropocene e sul ruolo non settario delle religioni in un mondo dilaniato ed in decomposizione ed in un tempo che sta tragicamente venendo a mancare (interrogativi consegnati ad una reazione niente affatto scontata, così ben rimarcati e rappresentati da un riflesso bianco che avanza nel buio di un Venerdì di pioggia in una piazza San Pietro deserta…).

La posta oggi è alta; forse più di quanto lo fosse cinque anni addietro, perché la pandemia ha accorciato ancor più i tempi. Ed è pertanto in un contesto aggravato che dobbiamo valutare il “rilancio” di Bergoglio attraverso la nuova enciclica “Fratelli Tutti”. Fortunatamente, Landini, i metalmeccanici e il sindacato stanno ribattendo senza arretramenti all’offensiva di Confindustria in una partita apertissima, il cui esito sarebbe ancora più incerto se terreni di scontro tra loro disconnessi si frazionassero ulteriormente. Non arriverei certo qui a sostenere che ci debba essere un nesso tra due versanti – i contratti e la predicazione – ovviamente autonomi e indipendenti. Ma come non riconoscere che il mondo cui si rivolge Francesco abbia necessità di poter contare anche sulla riconversione della produzione verso valori d’uso condivisi e sulla dignità del lavoro, affinché si possa aver cura della Terra, del clima e della giustizia sociale? Basta leggere – e rileggere, se occorre – il testo firmato il 3 di Ottobre del 2020 nella Basilica di Assisi. Il papa riprende sul terreno esplicito dove si sarebbe dovuta collocare la politica – cosa che quest’ultima non ha fatto – l’intero discorso del cambiamento strutturale antropologico, economico, finanziario e sociale auspicato, ma platealmente eluso. Ovviamente non si ripete, ma articola su altri temi e terreni la stessa provocazione di un cambio d’era evocata un lustro prima. Una boccata d’aria per credenti, non credenti, movimenti popolari, democrazie, forze sociali, forze politiche impegnate in cantieri spesso smarriti: un messaggio ed una alleanza da non lasciarsi sfuggire, anche se risulterà complesso comporre il quadro entro cui superare e sconfiggere l’involuzione nazionalista, populista e xenofoba, che comprime gli scarti e le povertà che dilagano nella società mondiale.

Parlo di alleanza da costruire perché abbiamo a che fare più con una pietra angolare che non con un edificio già strutturato. La diagnosi papale dei mali del mondo è oggettiva ed esplicita, ma la “pars construens”, anche quando luminosa e circostanziata, resta debole. Manca un anello: non è un limite di pensiero o di intenti, è un guasto – forse irreparabile – nell’ordine delle cose: la fraternità e l’amore universale non hanno ancora la forza che ha animato i movimenti politici in nome della libertà e dell’uguaglianza. A meno che, con il capovolgimento che nella Lettera viene concepito come una nuova gerarchia nella triade libertà-uguaglianza-fraternità si riscopra un primato di sorellanza e fratellanza tra gli individui ed un rapporto nuovo tra loro e la natura mediato dal lavoro: un lavoro che, avrebbero detto Marx ed Engels di metà Ottocento , “produce l’accrescimento della natura umanizzata senza provocare la scomparsa della primordiale natura amica”, ovvero, un lavoro che si autolimita a creare valore d’uso in un mondo in cui la sufficienza soppianta l’efficienza e il profitto cessa di essere identificato col fare impresa.

Dopo le sconfitte, rimangono due certezze: rivalutare la memoria come fonte di valori inalienabili e dare titolo di rappresentanza al fondo del barile dell’ingiustizia sociale e ambientale. Non sorprende allora se si dichiara senza mezzi termini che “Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati”, con un attacco frontale al principio su cui si regge un sistema capitalistico sempre più raffinato e corroborato dalla tecnocrazia. E non ci si stupisce nemmeno quando viene ribadita “la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”, riprendendo così, all’interno delle contraddizioni laceranti tra sistema d’impresa, società e natura, il contestatissimo art. 41 di una Costituzione di democrazia sociale come quella della nostra Repubblica. Tanto meno meraviglia il ricorso ad una “consapevole coltivazione della fraternità”, come antidoto alla restrizione della libertà quando questa appaga solo per possedere o godere e come inveramento di una uguaglianza, che, se è definita solo in astratto, viene in realtà minata dall’individualismo competitivo.

Affermazioni non proprio ordinarie e difficili da elaborare sui due piedi dai commentatori di routine, che ne sono usciti spaesati, preferendo parlare di sé, anziché di un contenuto davvero complesso. Ci hanno provato infatti subito da destra, dando al papa del comunista, (Marcello Veneziani), dal centro, citando la triade della Rivoluzione Francese come “ponte” tra Illuminismo e Cattolicesimo e lamentando una tardiva rivalutazione della tecnica (Massimo Cacciari) ed anche da sinistra, richiamando la sproporzione tra ricchezza delle denunce e scarsezza dei rimedi (Pietro Stefani).
[segue]

Cambiare si può, cambiare si deve

800px-giotto_di_bondone_-_legend_of_st_francis_-_2-_st_francis_giving_his_mantle_to_a_poor_man_-_wga09119 Riflessioni su alcune importanti questioni trattate dall’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco, e correlazioni con analoghi concetti sviluppati nel mondo laico*.
di Franco Meloni

BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA
Il Papa dedica una parte dell’ultima sua enciclica “Fratelli tutti” ad alcuni concetti che, se pur antichi, oggi si ripropongono in maniera dirompente. Si tratta del diritto alla proprietà privata che deve comunque sottostare al primato del bene comune: parole sul tema che hanno destato scalpore, peraltro del tutto strumentale e superficiale.
Ricordiamo solo alcuni tra i molti titoli dei media al riguardo: “La svolta a sinistra di Bergoglio: «La proprietà non è intoccabile»”. “Bergoglio all’attacco della proprietà privata”. E così via (1).
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Il Papa aveva probabilmente previsto tali reazioni, scontate da oppositori con posizioni preconcette, meno da altri opinionisti, anche considerato che non propone altro di diverso dalla consolidata dottrina sociale della Chiesa, certo – ed è questa la novità – ridandole nuovo vigore per rispondere alle esigenze attuali dell’umanità, degli ultimi e dei diseredati in primo luogo.
Sostiene il Papa [FT 120]: ”Di nuovo faccio mie e propongo a tutti alcune parole di San Giovanni Paolo II, la cui forza non è stata forse compresa: «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». In questa linea ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI. Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica”.
Se ci pensiamo bene il Papa non va oltre i principi ribaditi da alcune avanzate Costituzioni europee, tra cui esemplarmente quella italiana, che all’art. 41 recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Nonché all’interno dell’art. 42: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti».
Ma la parte più avanzata e oggi di estrema attualità è quella che riguarda i ben comuni. La FT riprende concetti molto chiari formulati al riguardo nella LS [93]: ”Oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale». La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. San Giovanni Paolo II ha ricordato con molta enfasi questa dottrina, dicendo che «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». Sono parole pregnanti e forti. Ha rimarcato che «non sarebbe veramente degno dell’uomo un tipo di sviluppo che non rispettasse e non promuovesse i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli». Con grande chiarezza ha spiegato che «la Chiesa difende sì il legittimo diritto alla proprietà privata, ma insegna anche con non minor chiarezza che su ogni proprietà privata grava sempre un’ipoteca sociale, perché i beni servano alla destinazione generale che Dio ha loro dato». Pertanto afferma che «non è secondo il disegno di Dio gestire questo dono in modo tale che i suoi benefici siano a vantaggio soltanto di alcuni pochi». Questo mette seriamente in discussione le abitudini ingiuste di una parte dell’umanità”. Ecco in queste affermazioni sta, a mio parere, la carica dirompente dell’enciclica, anzi delle due encicliche: l’Umanità vive la sua Terra, di cui ha diritto di beneficiare, amministrandola come bene comune da preservare e trasmettere alle generazioni future.
generazioni-futureSulla questione dei beni comuni – concetto sviluppato negli ambiti della filosofia, dell’etica, della scienza politica, della giurisprudenza e della religione, da tempo immemorabile – per gli aspetti che interessano l’odierna realtà, il Papa s’inserisce in un grande attuale dibattito, che a livello internazionale aveva trovato un momento di sintesi e riproposizione nelle elaborazioni di Elinor Ostrom, premio Premio Nobel per l’economia 2009. In Italia il dibattito si è assopito dopo la scomparsa dell’illustre politico e giurista Stefano Rodotà, che della questione era il massimo esperto, soprattutto per gli aspetti giuridici, anche se occorre segnalare una buona ripresa di attenzione, più culturale che politica, con l’iniziativa di un apposito Comitato denominato Generazioni future (2).
costituente-terra-logoTroviamo in questi concetti una bellissima assonanza con il movimento «Costituente Terra», promosso da intellettuali credenti e non credenti, tra i quali Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli, Paola Paesano, Adolfo Pérez Esquivel, Anna Falcone, il vescovo Raffaele Nogaro, Mariarosaria Guglielmi, Domenico Gallo e molti altri, che persegue “l’obiettivo di un costituzionalismo mondiale e di una Costituzione della Terra, da raggiungersi attraverso gli opportuni strumenti politici e di pensiero (…) per suscitare il pensiero politico dell’unità del popolo della Terra, disimparare l’arte della guerra e promuovere un costituzionalismo mondiale”. Presupposto di tale iniziativa è la persuasione che comincia una nuova fase della storia umana e occorrono politiche e istituzioni adeguate alle dimensioni globali e fino a ieri del tutto imprevedibili della vita sulla terra. Si tratta infatti di rispondere alle sfide, cresciute esponenzialmente, alla vita pacifica e alla stessa sopravvivenza dell’umanità, e di avviare la costruzione di una nuova soggettività politica e giuridica mondiale, quale espressione dell’intero popolo della Terra. Ciò è favorito oggi da una condizione mai verificatasi prima, ovvero l’imporsi del fenomeno detto «globalizzazione» o «mondializzazione» e il solenne riconoscersi delle grandi religioni nella comune fraternità umana” (3).

lampadadialadmicromicroPer correlazione con le riflessioni sull’enciclica “Fratelli tutti”, particolarmente sulla questione della proprietà privata e dei beni comuni, constatiamo l’assonanza delle considerazioni di Papa Francesco con quelle di molti intellettuali del mondo laico. Tra questi citiamo Thomas Piketty e Mariana Mazzucato, cogliendo l’occasione di un interessante articolo di Valentina Pazé sul sito Volerelaluna (4). L’intervento riguarda sopratutto Piketty, del quale Pazé recensisce il poderoso ultimo libro Capitale e ideologia (La nave di Teseo, 2020). Solo una citazione è dedicata al libro di Mariana Mazzucato, dal significativo titolo
“Non sprechiamo questa crisi” (Laterza, 2020), che riecheggia il monito di Papa Francesco nella messa celebrata il 31 maggio scorso nella basilica di San Pietro, per la solennità di Pentecoste, dopo le misure restrittive imposte dalla pandemia: “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.
NOTE
(1) Da “Il giornale” del 4 ottobre 2020
La svolta a sinistra di Bergoglio: “La proprietà non è intoccabile”
di Francesco Boezi su Il giornale del 4/10/2020.
[Il Papa nella "Fratelli Tutti"] “rilegge l’accezione giuridica di “proprietà”, sottolineandone la “funzione sociale”. E questo potrebbe essere un passaggio criticato nella misura in cui la proprietà viene associata dalla prassi, dalla giurisprudenza e dalla tradizione occidentale ad un diritto assoluto [?]. Bergoglio scrive che “la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”. (…) sembra lecito immaginare che l’enclica del Papa possa essere attaccata dalla destra ecclesiastica. Il punto più discusso – lo ripetiamo – dovrebbe essere la concettualizzazione attorno al valore della “proprietà”. Se il fronte tradizionale criticasse il pontefice argentino, allora verrebbe messo in campo l’ennesimo accostamento di Bergoglio al marxismo o alla teologia della liberazione”.
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L’ideologia della fratellanza in Bergoglio
Sul blog di Marcello Veneziani, accreditato intellettuale della destra, 6 ottobre 2020
“«Fratelli tutti» è il manifesto ideologico del bergoglismo. (…) La parola comunismo è dimenticata da Bergoglio, anche se alcune sue eredità appaiono in lui, a cominciare dall’attacco alla proprietà privata”.

(2) Tra i testi fondamentali c’è, ovviamente, “Governare i beni collettivi” di Elinor Ostrom (Marsilio Editore), premio Premio Nobel 2009 per l’economia, insieme a Oliver Williamson, per l’analisi della governance e, in particolare, delle risorse comuni (vedasi: https://it.wikipedia.org/wiki/Elinor_Ostrom). In Italia principali riferimenti sono gli studi di Stefano Rodotà. Meritoriamente un Comitato denominato Generazioni future, guidato dal prof. Ugo Mattei, ha di recente ripreso l’iniziativa, tra l’altro proponendo una legge di iniziativa popolare. Informazioni sul sito web https://generazionifuture.org. Alcuni riferimenti: Il concetto di “beni comuni” è da individuare concretamente nelle “cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona (…) che devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future” e dei quali favorire la fruibilità e la gestione da parte dei cittadini attivi e organizzati in accordo con le Pubbliche amministrazioni. La categoria dei “beni comuni” è immensa. Il primo bene comune universale è la terra, nella sua generalità (superficie e sottosuolo), da utilizzare a beneficio di tutti, nel rispetto dei limiti imposti dall’ordinamento giuridico. E possiamo continuare in un’elencazione di dettaglio, non certo esauriente, traendola dalle elaborazioni della Commissione Rodotà (2007/2008): “i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria; i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate”.

(3) Le informazioni sul movimento “Costituente Terra” sono presenti sul sito web dedicato http://www.costituenteterra.it

(4) Sostiene Piketty (ovvero, cambiare si può)
09-11-2020 – di Valentina Pazé su Volerelaluna.

* Sigle utilizzate nel corpo dell’articolo: LS per la Laudato si’; FT per la Fratelli tutti.

L’America e noi. Il cambiamento possibile

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IN PRIMO PIANO
Il mondo in bilico
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di
Domenico Gallo su Volerelaluna [6/11/2020]*

L’esito ancora in bilico delle elezioni americane getta un fascio di luce sulla drammatica ambiguità del tempo che stiamo vivendo. Un tempo di incertezze in cui la vita stessa dell’umanità è soggetta al rischio della rovina. Un tempo in cui la potenza tecnologica, dopo aver raggiunto vette inimmaginabili, deve confrontarsi con la fragilità del fattore umano, messa in evidenza dalla pandemia, e con le minacce agli ecosistemi che consentono la vita sulla Terra, provocate dal mutamento planetario del clima in corso.

Questi due fattori di crisi globale a loro volta si combinano fra di loro e chiamano in causa un terzo fattore, quello della responsabilità della politica che dovrebbe guidare le comunità umane. Per questo si sono rivelate profetiche le predizioni di intellettuali americani come Noam Chomsky che, nel novembre del 2016, aveva avvertito che l’elezione di Trump sarebbe stato un disastro per il genere umano.

L’avvento di Trump alla guida degli Stati Uniti non è stato un disastro solo per il Paese che lo ha scelto, ma ha realmente gettato un’ombra nera sulla vita della Terra. A cominciare dall’uscita degli Stati Uniti, cioè la potenza più inquinante del mondo, dall’accordo di Parigi sul clima, che ha fortemente danneggiato i timidi passi intrapresi dalla comunità internazionale per fronteggiare i mutamenti climatici. Il disprezzo per il diritto internazionale e per le conquiste di civiltà faticosamente consolidate attraverso una trama di trattati multilaterali messi a punto nel quadro dell’ONU è diventato, nel corso del suo mandato, moneta corrente ed è stato esibito con la massima sfrontatezza, com’è avvenuto con la licenza concessa a Israele di annettersi una parte dei territori occupati e con l’adozione di sanzioni ad personam nei confronti degli organi della Corte penale internazionale.

Il disprezzo per il bene pubblico della salute, che ha portato alla contestazione della riforma sanitaria Obama, ha raggiunto il suo massimo apice nel modo con cui è stata affrontata la pandemia da Covid-19, che ha portato gli Stati Uniti a essere il Paese al mondo dove si è sviluppata la massima diffusione dell’epidemia con nove milioni e mezzo di contagiati e oltre 234.000 vittime. Il negazionismo dettato dall’esigenza di non rallentare la macchina produttiva e l’insensibilità verso i soggetti più fragili, hanno portato ai massimi livelli la cultura dello scarto incarnata dall’amministrazione Trump.

Sul piano interno Trump ha fatto venire a galla il fondo nero dell’anima americana, quello incarnato dai riti nazisti del Ku Klux Klan; ha incoraggiato i gruppi paramilitari e i suprematisti bianchi, col risultato che ormai ci sono milizie armate dovunque che si coagulano su messaggi d’odio nei confronti delle minoranze, di immigrati e stranieri. Il populismo arrogante di Trump e la sua insofferenza nei confronti di ogni controllo (a cominciare dalla stampa) hanno creato una profonda frattura nella società americana e nell’ordinamento politico. In passato le elezioni americane per la scelta del Presidente (che negli USA impersona le funzioni di Capo dello Stato e di Capo del Governo), apparivano come una competizione fra due diverse correnti dello stesso partito, poiché entrambi i candidati concorrenti e i loro partiti si muovevano all’interno dello stesso mainstream politico. Di conseguenza anche l’interesse dei cittadini e la partecipazione popolare era limitata. Questa volta invece la scelta del Presidente marcava uno spartiacque insuperabile e metteva in gioco valori profondi, attinenti non soltanto allo scivolamento dell’ordinamento politico verso un sistema autoritario, ma alla stessa convivenza pacifica fra gruppi sociali all’interno di un Paese sempre più ostaggio della violenza pubblica e privata, come evidenziato dal movimento Black lives matter. Questo spiega la grande partecipazione popolare alle elezioni con un’affluenza al 66% che non si era mai vista in un Paese dove il voto non costituisce dovere civico e dove per poterlo esercitare bisogna fare una trafila per iscriversi nelle liste elettorali.

Lo scenario che si presenta quando il risultato sembra definito a favore di Biden, sebbene il conteggio dei voti sia ancora in corso, è quello di uno straordinario radicamento della politica populista di Trump. Come ha osservato Nadia Urbinati, anche se Biden dovesse vincere: «la sua vittoria sarebbe così risicata da non avere da sola la forza di liberare la scena politica dal populista Trump». Ma il passaggio dei poteri si profila come molto complicato, dopo che Trump, alla Casa Bianca, si è proclamato vincitore e ha dichiarato a priori di non accettare il verdetto delle urne se a lui sfavorevole. In una situazione di scontro politico incandescente, con le milizie armate dei suprematisti bianchi che inneggiano a Trump, basta una scintilla per appiccare un incendio.

Permane l’incertezza in cui siamo immersi tutti e che ormai è diventata una condizione esistenziale, sospesi come siamo fra passato e presente, fra la vita e la morte, fra una politica da incubo e la speranza incomprimibile di una vita migliore.
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* Magistrato, è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale.
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1280px-liberty-statue-from-belowIL GRANDE RITORNO DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA
di Marino de Medici su Aladinpensiero online.
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lampadadialadmicromicro132Siamo d’accordo
costituente-terra-logouna Terra
un popolo
una Costituzione
una scuola

Newsletter n.23 del 7 novembre 2020

AIUTIAMO L’AMERICA
Care Amiche ed Amici, Socie e Soci,
la lotta politica in America ha raggiunto livelli di massima crisi, nel momento in cui lo stesso meccanismo fondante della democrazia formale, il suffragio elettorale, viene delegittimato e messo sotto attacco. È il sintomo che questa volta è in atto non solo uno scontro tra divergenti interessi economici e di potere, ma tra valori altissimi di umanità e di vita comune: uno scontro che verosimilmente, non sappiamo con quanta asprezza, continuerà anche dopo la proclamazione dell’eletto.
Siamo consapevoli che il corso di questo conflitto può compromettere un lungo futuro nel mondo e condizionerà anche fortemente l’avanzamento del progetto di una Costituzione della Terra fondata sull’unità umana e su una conversione del pensiero. Perciò dobbiamo chiederci che cosa possiamo fare noi per favorire sviluppi positivi della società americana verso il rispetto dei diritti umani, la pace, il ripudio delle armi e il disarmo atomico, la ripresa dell’internazionalismo democratico, il sostegno alle cause del diritto e della liberazione dei popoli. La cosa migliore è di metterci noi stessi su questa strada, anticipando per quanto possibile le acquisizioni verso tali traguardi, appellandoci alle nostre tradizioni e nel contempo criticandole e superandole, così come a quelle dell’Europa, aderendo al Trattato per l’interdizione delle armi nucleari e inducendo gli altri Paesi NATO a farlo, abolendo le discriminazioni di cittadinanza, accogliendo gli “stranieri”, disarmando gli odi religiosi, intessendo reti di cooperazione e di amicizia con tutti i popoli, facendo avanzare le culture del costituzionalismo e della giustizia.
In questa cornice pubblichiamo sul nostro sito l’audizione alla Camera di Luigi Ferrajoli con una puntuale critica alla “falsa riforma dei decreti Salvini”, e una severa analisi di Barbara Spinelli sull’islamofobia francese e il conseguente spegnersi dei Lumi.
Con i più cordiali saluti

America, America

1280px-liberty-statue-from-belowIL GRANDE RITORNO DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA
di Marino de Medici

Alla fine, ha prevalso la democrazia rappresentativa. Joseph Biden è stato dichiarato presidente eletto degli Stati Uniti al termine di un interminabile stressante conteggio svoltosi tra contestazioni, ricorsi legali ed ignobili proclami di vittoria emessi dal perdente, il presidente Donald Trump, che passerà alla storia per la sua politica velleitaria ma soprattutto come “one term president” sfuggito per poco allo ”impeachment”. Di fatto, Trump è il primo presidente non rieletto dopo la sconfitta di George W.H. Bush nel 1992. La vittoria di Joe Biden rappresenta una svolta epocale in America anche per l’elezione alla vice presidenza della prima donna, Kamala Harris, che impersona la diversità dell’America che cambia. Il 77enne Joe Biden era al suo terzo tentativo per la Casa Bianca. Il suo successo ha dello straordinario perché nella battaglia delle elezioni primarie aveva rischiato l’eliminazione. Se è lecito fare dell’ironia, l’America ha detto a Trump “you are fired” (sei licenziato) sulla falsariga del verdetto che Trump emetteva ai concorrenti nel suo programma televisivo “the apprentice” (l’apprendista). Ora tocca a Donald Trump apprendere come comportarsi all’indomani della sua sconfitta, dapprima nei 75 giorni di governo che gli rimangono e poi negli anni susseguenti. Sarà un periodo di fuoco perché il presidente uscente continuerà ad inveire contro il “complotto” che ha consegnato la presidenza a Biden. Mentre è possibile che Trump venga accompagnato alla porta, non scompare un macigno che condiziona il progresso della democrazia rappresentativa, un base trumpista di notevole pervicace consistenza che intralcerà l’opera della nuova amministrazione.

Un’altra riflessione ironica si impone all’immediato indomani della vittoria di Biden. “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Nel 2016, Trump aveva strappato la presidenza alla modesta Hillary Clinton raccogliendo 107.000 voti in più in tre stati del Nord (Pennsylvania, Michigan e Wisconsin), un’inezia rispetto ai 120 milioni di voti espressi in quella tornata elettorale. Questa volta Biden ha prevalso su Trump per 34.000 voti in Pennsylvania, lo stato che lo ha proiettato oltre la soglia dei 270 voti del Collegio Elettorale necessari per l’elezione. Gli scarti nel Michigan e nel Wisconsin sono risultati analogamente minimi, ma sufficienti all’affermazione di Biden nel cosiddetto “Blue wall” (il muro blu), che aveva determinato l’elezione a sorpresa di Trump quattro anni fa. In questo raffronto emerge un dato decisivo: gli elettori democratici che nel 2016 avevano subito l’attrazione della campagna di Trump contro lo “swamp” ossia la palude di Washigton, quest’anno sono tornati nella loro casa democratica.

La vittoria di Joe Biden ha altre rilevanti matrici. Innanzi tutto, segna un record nel numero di votanti a suo favore, 75 milioni, uno scarto di 4.200.000 sul presidente repubblicano. Ed ancora, Biden ha conquistato la Georgia che non aveva votato a favore di un candidato democratico dal lontano 1992.
In aggiunta, l’Arizona aveva votato per il candidato repubblicano dal 1952, con una sola eccezione. Il fatto centrale comunque è questo: Biden è prevalso su una formidabile cultura politica trumpista che poggiava su fatti alternativi, su una virulenta propaganda conservativa ed estremista dei social media e sul penoso servilismo degli organi del partito repubblicano. L’imperiosa politica di Donald Trump aveva stravolto i principi fondamentali della democrazia rappresentativa, a cominciare dal rispetto della costituzione e del dialogo politico improntato ad un confronto civile di idee ed ove possibile al compromesso. I padri fondatori volevano rompere con
l’autoritarismo della monarchia inglese e intendevano promuovere una dialettica, anche intensa fino ad essere conflittuale, ma ispirata ai dettami della democrazia rappresentativa. Donald Trump aveva dichiarato guerra a tutti coloro che sostenevano idee e tendenze politiche contrastanti, con un linguaggio politico portato all’offesa e spesso all’insulto gratuito.
L’ostilità dichiarata agli elementi critici, visti come nemici anziché come avversari, resterà purtroppo l’asse portante del trumpismo che continuerà ad imperare su una vasto settore della popolazione americana, in particolare quello sudista e rurale. Se e come la democrazia rappresentativa potrà far breccia sull’intransigente blocco trumpista non è dato prevedere, ma il successo di Biden in stati del Sud come la Georgia e l’Arizona alimenta una qualche speranza.

La vittoria di Biden autorizza quanto meno la prosecuzione di un processo politico che assimila i portatori di diversità e li responsabilizza come partecipanti all’evoluzione della giustizia sociale. Biden ha additato il dovere degli americani con una frase illuminata: “L’unità sopra le divisioni. La Speranza sui timori. La Scienza sulla finzione”. Joe Biden eredita il potere in una nazione prostrata dall’epidemia del covid-19 e dal regresso economico. Ma i suoi istinti, soprattutto quelli attinenti alla creazione di unità, appaiono fondati e tali da incoraggiare fiducia in una grave congiuntura politica e morale. In questo quadro si collocano gli impulsi della parte sana della popolazione americana volti a superare le divisioni razziali, classiste e quelle insite nella diseguaglianza dei redditi. Joe Biden è tutt’altro che un apprendista promosso alla guida della nazione. Ha una lunga esperienza di moderato, portato al dialogo e al compromesso. Ora dovrà vedersela con un senato che molto probabilmente resterà nelle mani dei repubblicani (anche se restano da attribuire due seggi nella Georgia). Cercherà di venire a patti con il cerbero republicano del senato, il leader McConnell, un tecnico dell’ostruzionismo.
Contrariamente a quanto molti avvertono, Biden e McConnell si conoscono bene e si stimano reciprocamente. Particolare interessante, McConnell fu l’unico senatore republicano presente alle esequie del figlio di Biden, Beau.
L’opposizione di McConnell potrebbe essere ben diversa e certamente non implacabile come lo era quella di Trump. Un primo elemento di giudizio verrà con l’approvazione di un legge di soccorso finanziario agli americani in generale ed alla struttura economica colpita dalla pandemia.

La volontà di Biden di promuovere unità nella nazione ha un altro destinatario, la sinistra americana. Le divergenze di indirizzi sociali ed economici non mancheranno di farsi sentire e potranno complicare la ricerca di compromessi legislativi. Anche su questo versante, dunque, il compito del presidente eletto è quanto mai impegnativo.
Il fatto stesso che Biden finirà probabilmente con l’accumulare 306 voti elettorali, quanti ne riportò Trump nel 2106, testimonia la spaccatura che continua a tormentare la nazione americana. Tra le tante analisi del voto e dell’elettorato, una dovrebbe sovrastare: Biden ha vinto non solo perché questa volta si è riprodotta la coalizione democratica che elesse Obama – che abbracciò afro-americani, la suburbia ed un numero sufficiente di lavoratori “blue-collar” – ma perché una maggioranza di americani lo ha percepito come un uomo dotato di equilibrio, moralmente e politicamente qualificato a fare fronte alla doppia sconvolgente crisi della pandemia e dell’economia.
In fondo, questa resta la maggiore differenza con Trump, artefice di un caos morale e politico. Coerenza alla ricerca ’di unita’ e fiducia nel futuro sono il viatico alla presidenza Biden.
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RAPPORTO CARITAS 2020

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covid e crisi economica una povertà sempre più “normale”

di Sabrina Magnani su Rocca

Il dibattito accesissimo di queste settimane circa la gestione dell’emergenza Covid si è imperniato sul nodo salute pubblica/economia cercando di procedere salvaguardando il più possibile entrambi, cosa che si sta profilando difficilissima. D’atra parte tale procedere ha la sua motivazione nel cercare di evitare una situazione di crisi economica così accentuata da porsi come problema più grave dell’epidemia stessa. Si tratta di un nodo drammatico, che tutti i paesi del mondo stanno affrontando, e che nel nostro paese ha già mostrato il suo volto in occasione del lockdown della scorsa primavera. A quali scenari di povertà e difficoltà economica si sia giunti in quei mesi e a quali potremmo indirizzarci nuovamente lo mostra chiaramente il Rapporto sulla povertà ed esclusione sociale in Italia 2020 presentato in occasione della Giornata mondiale di contrasto alla povertà, il 17 ottobre scorso, che restituisce una fotografia dei gravi effetti economici e sociali dell’attuale crisi sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, e offre una tendenza che potrebbe ripetersi nei prossimi mesi.

pre-Covid, tra povertà e ripresa
Una «bilancia» fragilissima.
Nell’Italia pre-Covid i poveri assoluti risultavano 4,6 milioni, pari al 7,7% della popolazione (nel 2018 l’incidenza si attestava
all’8,4%), complessivamente 1,7 milioni di famiglie che corrispondono al 6,4% dei nuclei familiari (7,0% nel 2018). Rispetto al 2018, dunque, la povertà assoluta era calata – anche se con livelli ancora molto alti rispetto agli anni antecedenti – grazie alle misure di contrasto alla povertà messe in campo a livello governativo e alla cosidetta «ripresina» economica dopo la crisi economica del 2008. Più vulnerabili erano sempre le famiglie del Mezzogiorno, le famiglie numerose con 5 o più componenti, le famiglie con figli minori, i nuclei di stranieri (tra loro l’incidenza è pari al 24,4% a fronte del 4,9% tra le famiglie di soli italiani) e le persone meno istruite. Continua inoltre la correlazione negativa tra incidenza della povertà e età della persona di riferimento, decretando i nuclei degli under 34 come i più svantaggiati, che presentavano un’incidenza della povertà pari all’8,9%, mentre tra gli over 65 era pari al 5,1%, mentre molto alto era il peso della povertà tra i minori, che coinvolgeva l’11,4%, per un totale in valore assoluto di oltre 1,1 milioni bambini e ragazzi in stato di povertà.
Si tratta, evidentemente, di una situazione di grande fragilità, con una ampia fascia di popolazione che già prima della pandemia mostrava difficoltà evidenti, in un contesto, tipicamente italiano, connotato da uno de- gli indici di disuguaglianza tra i più alti e di mobilità sociale tra i più bassi d’Europa, una bilancia costantemente in bilico verso il basso, che il lockdown ha ulteriormente inclinato sfavorevolmente facendo scivolare nella povertà una parte della popolazione che a fatica riusciva a stare sui margini. Analizzando il periodo maggio-settembre del 2019 e confrontandolo con lo stesso periodo del 2020 emerge che da un anno all’altro l’incidenza dei «nuovi poveri» passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani che risultano in maggioranza (52% rispetto al 47,9% del- lo scorso anno) e delle persone in età lavorativa; cala di contro la grave marginalità. A fare la differenza, tuttavia, rispetto allo shock economico del 2008 è il punto dal quale si parte, giacchè nell’Italia del pre-pandemia il numero di poveri assoluti era più che doppio rispetto al 2007. Secondo i dati pubblicati da Banca d’Italia, nei mesi di aprile e maggio, vi è stata una riduzione di reddito per la metà delle famiglie italiane, anche tenendo conto degli eventuali strumenti di sostegno ricevuti; e per il 15% del campione il calo è stato di oltre la metà del reddito complessivo.
L’impatto è più negativo tra i lavoratori indipendenti: quasi l’80% ha subito un calo nel reddito e per il 36% la caduta è di oltre la metà del reddito familiare. Oltre a un diffuso calo nei redditi, più di un terzo degli individui ha dichiarato di disporre di risorse finanziarie liquide sufficienti per meno di 3 mesi a coprire le spese per con- sumi essenziali. Questa quota supera il 50 per cento per i disoccupati e per i lavoratori dipendenti con contratto a termine.
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i tre mesi di lockdown nuovi disagi e nuove criticità
In tre mesi (marzo-maggio) la rete Caritas ha registrato un forte incremento del numero di persone sostenute a livello diocesano e parrocchiale, con un aumento complessivo del 12,7% di chi ha chiesto un aiuto: complessivamente si parla di circa 450mila persone. Tra i beneficiari circa il 30% è rappresentato dai cosiddetti «nuovi poveri», che per la prima volta hanno sperimentato condizioni di disagio e di deprivazione economica tali da dover chiedere aiuto. Tra gli assistiti nel periodo marzo-maggio prevalgono i disoccupati, le persone con impiego irregolare fermo a causa delle restrizioni imposte dal lockdown, i lavoratori dipendenti in attesa della cassa integrazione ordinaria o in deroga e i lavoratori precari o intermittenti che, al momento della presa in carico, non godevano di ammortizzatori sociali.
Il disagio ha mostrato anche fenomeni nuovi, come ad esempio le difficoltà di alcune famiglie rispetto alla didattica a distanza, manifestate nell’impossibilità di poter accedere alla strumentazione adeguata (tablet, pc, connessioni wi-fi). Colpiscono, poi, i numerosi alert delle Caritas inerenti la dimensione psicologica: si rileva un evidente aumento durante il lockdown del «disagio psicologico-relazionale», di problemi connessi alla «solitudine» e di forme depressive. I territori sottolineano anche un accentuarsi delle problematiche familiari, in termini di conflittualità di coppia, violenza, difficoltà di accudimento di bambini piccoli o di familiari colpiti dalla disabilità, conflittualità genitori-figli. Preoccupa, infine, anche il fenomeno della «rinuncia o il rinvio di cure e assistenza sanitaria», determinato dal blocco dell’assistenza specialistica ordinaria e di prevenzione che potrebbe deter- minare in futuro un effetto di onda lunga sul piano del carico assistenziale e del profilo epidemiologico del nostro paese.
A fronte di uno spettro di fenomeni così vasto e inedito, le Caritas hanno evidenziato una grande capacità di adattamento, mettendo in atto risposte innovative e diversificate, mai sperimentate in precedenza. Una vivacità di iniziative e opere realizzate anche grazie all’azione di circa 62mila volontari, a partire dai giovani impegnati nel Servizio Civile Universale. Sono 19.087 gli over 65 che si sono dovuti fermare per ragioni di sicurezza sanitaria e 5.339 le nuove leve (under 34), attivate in questo tempo di emergenza. Sono stati mantenuti i «centri di ascolto» con forme anche telefoniche nel periodo di chiusura e poi di nuovo in presenza non appena è stato possibile. Preziosa è stata l’attività sul fronte dell’accompagnamento e orientamento rispetto alle misure previste dal Decreto «Cura Italia» e «Decreto Rilancio»; che ha permesso a numerose persone e famiglie in difficoltà di poter accedere a tali sostegni pubblici (l’83% delle diocesi ha svolto questa specifica attività). Circa l’ambito del lavoro, in particolare quello della sofferenza sperimentata da tanti piccoli commercianti e lavoratori autonomi, le Caritas diocesane hanno erogato sostegni economici specifici, in ben 136 diocesi sono stati attivati fondi dedicati, utili a sostenere le spese più urgenti (affitto degli immobili, rate del mutuo, utenze, acquisti utili alla ripartenza dell’attività, ecc.). Complessivamente sono stati 2.073 i piccoli commercianti/lavoratori autonomi accompagnati in questo tempo.
Caritas Italiana ha anche esaminato il funzionamento delle misure emergenziali disposte dal governo in particolare di quelle volte a sostenere i redditi di famiglie e lavoratori, anche per individuare i difetti e le criticità da evitare in futuro. Da una rilevazione ad hoc condotta su un campione di 756 nuclei beneficiari dei servizi Caritas nei mesi di giugno-luglio 2020, il Rem (Reddito di emergenza) è risultata la misura più richiesta (26,3%) ma con un tasso di accettazione delle domande più basso (30,2%) rispetto alla indennità per lavoratori domestici (61,9%), al bonus per i lavoratori stagionali (58,3%) e al bonus per i lavoratori flessibili (53,8%). Il Rem è stato fruito prevalentemente da nuclei composti da adulti over 50, soprattutto single e monogenitori con figli maggiorenni, con un reddito fino a 800 euro e bassi tassi di attività lavorativa. Si tratta di un profilo del tutto sovrapponibile a quello di coloro che percepiscono il Reddito di cittadinanza (32,5%) all’interno dello stesso campione intervistato: questo dice che tra le due misure, rispetto alle caratteristiche dei beneficiari, vi sia sovrapposizione piuttosto che compensazione.

una povertà strutturale, mutevole e multiforme
Quello che il Covid-19 ha messo in evidenza è il carattere mutevole della povertà e stiamo ora entrando in una nuova fase nel nostro Paese. Si tratta di una povertà sempre più cronica, multidimensionale, legata a vissuti complessi che richiedevano percorsi di accompagnamento anche molto lunghi.
Se si collega tale constatazione, che emerge da un’azione costante e articolata territorialmente come quello delle Caritas, ai dati sui processi di disagio registrati anche da altri fonti (Istat, Banca d’Italia) e che evidenziano il maggiore peso degli italiani sulla popolazione in difficoltà, con un aumento dell’incidenza dei giovani tra i 18 e i 34 anni, un innalzamento della quota di coniugati, delle famiglie con figli e delle famiglie con minori, si intravede dunque l’ipotesi di una nuova fase di «normalizzazione» della povertà che si innesta tuttavia su un fenomeno già di per sé normalizzato. Occorre, dunque, suggerisce il Rapporto, istituire strumenti di analisi e di intervento adeguati al mutato contesto, realizzare analisi di lungo periodo per monitorare come cambiano le condizioni di vita delle persone in povertà e come su di esse incidano le misure pubbliche, concepire le misure nazionali di contrasto alla povertà come un «work in progress», che, a partire da un attento e sistematico lavoro di monitoraggio, vengano periodicamente «aggiustate» per poter adeguarsi e meglio rispondere alle trasformazioni in corso. In definitiva, come dice papa Francesco, occorre «lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi» (3 ottobre 2020). Solo in questo modo si potranno fornire elementi a partire dai quali proiettarsi in un futuro di concreto cambiamento.
Sabrina Magnani
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GLI ANTICORPI DELLA SOLIDARIETÀ
RAPPORTO 2020 SU POVERTÀ
ED ESCLUSIONE SOCIALE IN ITALIA

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Gli operai non vorranno mica imparare il clavicembalo?

lezione alla scuola popolare 1971
Formazione permanente e l’eredità delle 150 ore
di Fiorella Farinelli
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Sbilanciamoci! 3 Novembre 2020 | Sezione: Apertura, Lavoro.
La povertà educativa non è solo minorile. L’Italia occupa la coda delle classifiche Ocse. In più adesso abbiamo bisogno di competenze nuove, digitali e non. 500 mila lavoratori utilizzarono i corsi delle 150 ore poi quel patrimonio sindacale andò disperso. L’occasione del contratto dei metalmeccanici.

Sarebbe una buona cosa se col rinnovo del contratto dei metalmeccanici si facessero progressi sulla formazione continua, definita già nel testo del 2016 come “diritto soggettivo” (la stessa definizione è in una normativa nazionale del 2012, largamente inapplicata, sull’apprendimento permanente) [nota 1]. Diritto soggettivo significa che la formazione sul lavoro è esigibile da tutti i lavoratori, anche i non coinvolti nelle azioni formative delle aziende. Viene perciò previsto un pacchetto di 24 ore di congedo retribuito utilizzabile anche individualmente. Assicurarne l’attuazione, e anche qualche sviluppo, sarebbe importante.

Sebbene ingabbiato in varie condizionalità (i lavoratori interessati, per esempio, sono solo quelli a tempo indeterminato ), quel modesto pacchetto di ore fruibile anche a richiesta individuale potrebbe fare da contrappeso all’avarizia sociale di gran parte delle politiche formative aziendali. Nella definizione vivono infatti due finalità, entrambe strategiche, e nessuna granché apprezzata dalle imprese. La prima, di profilo universalistico, è che alla formazione devono poter accedere tutti i lavoratori, anche quelli che, in tutta la loro vita lavorativa conoscono, se va bene, solo quella obbligatoria sulla sicurezza: i tanti esclusi dai progetti aziendali (anche concordati col sindacato) che privilegiano solitamente le figure di livello professionale più alto, dirigenti, quadri, tecnici, impiegati, e poi più i maschi che le femmine, più le fasce di età centrali che le altre, più i nativi che gli immigrati. La seconda finalità è che la formazione non dovrebbe tradursi solo in adattamento alle trasformazioni organizzative e tecnologiche dell’azienda ma andare oltre, contribuendo a sviluppare nei lavoratori le competenze, specifiche o trasversali, e spesso anche di base, necessarie a rafforzarne “l’occupabilità”, cioè ad essere più forti e preparati a misurarsi con la mobilità, necessitata o scelta, e con la riconversione professionale. Con le “transizioni”, le incertezze e gli agguati di un lavoro sempre meno stabile, oltre che con le prospettive, quando ci sono, di carriere interne.

Nell’accordo del 2016 si annunciava infatti anche una campagna per lo sviluppo delle competenze digitali, divenute ormai di base, almeno nel senso che chi non le ha è di sicuro svantaggiato nel mondo del lavoro di oggi. Possono certo apparire secondari, a fronte di tanti altri problemi, i piccoli passi avanti della contrattazione in materia di formazione (e, viceversa, lo scarso utilizzo dei congedi di “diritto allo studio”, che nei contratti ci sono ma vengono per lo più regalati alle aziende), ma non lo è. Le politiche attive del lavoro di cui si tanto si parla non hanno a che fare solo con l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, ma dovrebbero essere fatte anche di formazione. Non solo per chi è stato messo fuori dal lavoro o per chi un lavoro, come si deve non l’ha mai incontrato, ma anche per chi nel lavoro c’è già ma ha buone ragioni per prevedere che sarà prima o poi costretto a cercarne un altro. A sollecitare l’attenzione per i contenuti dell’accordo del 2016, è però anche che è stato ancora una volta il contratto dei metalmeccanici a introdurre per primo qualcosa di innovativo in campo formativo.

Ancora una volta. E a quasi cinquant’anni dallo storico rinnovo contrattuale in cui i metalmeccanici, e poi di seguito tutte le altre categorie, comprese quelle del terziario e del lavoro pubblico, conquistarono le “150 ore”. Cosa sono state e cosa hanno prodotto, perché furono appassionatamente volute, direttamente gestite e infine abbandonate dal sindacato, non lo sa quasi più nessuno. Non lo sanno, e forse neppure interessa, i delegati e gli operai, e neppure i sindacalisti che sembrano non sapere cosa farsene di quel congedo formativo retribuito – una riduzione del tempo di lavoro, una irruzione nel tempo di lavoro del tempo di vita – ha depositato nei contratti. Nate dalle lotte di fabbrica, oggi le “150 ore”, variamente ritoccate in tanti rinnovi contrattuali, vengono infatti utilizzate soprattutto nel pubblico, di solito per via individuale o, per meglio dire, solitaria. E invece in quella lontana esperienza di utilizzo del congedo – collettivo perché ispirato alla volontà di una emancipazione collettiva – non c’è solo un pezzo importante della storia sindacale, sociale, scolastica degli anni Settanta. Vi sono diritti, idee, pratiche sociali, contenuti utili anche oggi, in un mondo del lavoro pur irriconoscibile rispetto ad allora. Sarebbe utilissimo, per esempio, tener fermo che la “domanda” dei lavoratori, fosse anche solo di tipo individuale deve, per poter emergere e contare, essere ascoltata, capita, rappresentata, negoziata. Circolarono ai tempi un bel po’ di storie su chi nella Flm, a ridosso dell’Autunno caldo del 1969, ebbe per primo l’idea, forse anche sulla scorta di esperienze francesi (e allora è Bruno Trentin il primo indiziato), di buttare sul tavolo della trattativa anche un congedo retribuito per “studiare”. Sulle reazioni di una controparte ostile e arrogante, e su come gli si seppe rispondere. “Per studiare che cosa ? Gli operai non vorranno mica imparare il clavicembalo?”. “Perché no, se lo vogliono? anche il clavicembalo“.
clavicembalo e 150 ore
Fu così che lo sconosciuto strumento musicale divenne per anni il logo, fin nei volantini, di una rivendicazione felicemente trasgressiva – una specie di versione operaia dell’immaginazione al potere – che era stata prima di tutto di libertà, uguaglianza, autonomia. Anche se c’è chi ancora ricorda un corso sul rock di grande successo per giovani delegati, la musica che poi si suonò fu tutta un’altra. Anch’essa indigesta a gran parte del padronato , e ovviamente anche al ministero dell’Istruzione, che cercò di ridurne la portata innovativa tentando di assimilarla a vecchi corsetti di tipo assistenziale per analfabeti. Le richieste su come utilizzare il congedo (150 ore non bastavano per i percorsi lunghi e gli operai dovettero aggiungerci un bel pò del proprio tempo di vita) erano di più tipi. C’era la formazione di livello alto, ma senza riferimento a titoli di studio, come i seminari universitari (ce ne furono tanti, affollati di delegati, che trattarono di economia, diritto, storia, medicina del lavoro…). E c’era quella di livello intermedio collocabile nel primo biennio della secondaria superiore. Ma il fuoco fu da subito sulla scuola media e sul diritto a concluderla in un anno. Già nel 1973, a trattative ancora aperte, Cgil Cisl e Uil avviarono il negoziato per ottenere in tutto il Paese corsi statali per lavoratori di durata annuale per la licenza media (e, quando necessario, e in molti casi lo era, anche per la licenza elementare). I corsi, a centinaia, gradualmente si ottennero e, anche grazie a una singolare alleanza con tanti insegnanti affascinati dall’idea di far vivere nella scuola degli operai la scoperta sessantottina del Don Milani della “Lettera a una professoressa”, l’esperimento si sviluppò un po’ ovunque e tenne alla grande per più di una quindicina d’anni.
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Solo nei primi dieci, dal 1973 al 1983, i lavoratori coinvolti furono più di 500 mila. Ma perché proprio la scuola media, perché la Flm non puntò anche , o solo, sulla qualificazione professionale? Si è a lungo sostenuto che l’identificazione della formazione professionale con “lo strumento del padrone” fosse effetto di un eccesso di ideologia. Di risvolti ideologici, certo, ce n’erano, in questo e in altri aspetti della vicenda, ma in quella scelta che suscitò discussioni anche dentro le stanze della Flm, c’era soprattutto altro. Da un lato l’imprescindibile riflesso della distruzione delle professionalità operaie imposta dall’organizzazione fordista della grande fabbrica, dove bastavano due giorni di affiancamento perché gli addetti alla “catena” imparassero i contenuti della prestazione. Dall’altro il bisogno di una proposta adeguata a una classe operaia affamata di uguaglianza, quella che aveva ottenuto l’inquadramento unico e gli aumenti salariali eguali per tutti, quella che rivendicava una sua cultura con cui trasformare “l’organizzazione capitalista del lavoro”. L’obiettivo, allora, non poteva essere che il “diritto allo studio”, allora incarnato nella scuola che, cancellato con la riforma del 1962 il doppio binario tra “il ginnasio” dei figli dei ricchi e “l’avviamento professionale” (o anche niente) degli altri, era diventata l’emblema dell’istruzione per tutti. L’attuazione, finalmente, degli “almeno otto anni“ di obbligo scolastico scritti in Costituzione, il sapere come via per l’emancipazione sociale, nel lavoro e fuori. Tutti ne avevano diritto, dunque anche gli operai che non avevano potuto avere che pochi anni di scuola elementare, anche loro, proprio come i loro figli. Ma la scuola media degli operai doveva essere un’altra rispetto ai programmi e ai metodi della scuola ordinaria che continuava a bocciare i figli dei più poveri. Bisognava partire dall’esperienza e dai bisogni dei lavoratori, valorizzare il tanto che già sapevano e avevano imparato insieme, costruire una didattica nuova, conoscere quello che serve per poter trasformare la realtà. Della fabbrica, e anche oltre. Una sfida alta anche per gli insegnanti, che portò spesso a pratiche educative e strumentazioni didattiche, concordate con il sindacato, davvero innovative per l’italia e la scuola del tempo.

Ma la sfida era evidentemente anche politica, e non poteva restare la stessa quando il vento cominciò a cambiare. Quando, negli anni Ottanta, e dopo la traumatica sconfitta alla Fiat, il sindacalismo industriale dovette misurarsi con le ristrutturazioni e le crisi aziendali. Non resse, in verità, anche al fatto che i corsi 150 ore venivano sempre più frequentati da figure diverse dagli operai-massa della grande fabbrica (anche perché la riforma della scuola media stava poco a poco avendo i suoi benefici effetti, almeno per i più giovani). Tanti operai delle piccole fabbriche dove il sindacato non c’era o non riusciva a far riconoscere il diritto al congedo, tanti artigiani, disoccupati, casalinghe, cassaintegrati, bidelli e commessi del lavoro pubblico, giovani drop out della scuola dell’obbligo. E poi anche i primi immigrati a imparare l’italiano.

Sarebbe potuto essere motivo di orgoglio che una conquista operaia si stesse trasformando in una conquista civile, ma furono in molti a non vederla affatto in questo modo. Le Confederazioni avrebbero potuto, di fronte alle trasformazioni, rilanciare la palla per fare della scuola per i lavoratori il primo nucleo attorno a cui far crescere quel sistema di apprendimento permanente per adulti, lavoratori e non, che in Italia non c’era, e che ancora ci manca. Ma per tanti motivi non andò così. E la gestione dei corsi, passata di fatto ai sindacati Scuola, diventò sempre più questione di organici, concorsi, stabilità e orari del personale. Tra gli effetti indiretti della dismissione, ci fu anche l’appannarsi del ruolo protagonista sul diritto allo studio e sulla scuola che le Confederazioni si erano conquistate negli anni Settanta. Le dismissioni senza alternativa – i sindacati dell’industria sono i primi a saperlo – lasciano sempre dei brutti segni.

Fu persa, insomma, un’occasione importante. Non è di sicuro per questo, visti i tanti anni trascorsi, che sulla formazione continua, sulla formazione professionale tra lavoro e non lavoro e da un lavoro all’altro, e più in generale sull’apprendimento permanente, si debbano registrare risultati molto modesti e vistosi ritardi rispetto ad altri grandi Paesi dell’area europea. Ma è certo che da allora il movimento sindacale e quello che a lungo gli si è mosso attorno non ha più saputo sviluppare con continuità iniziative coerenti e lungimiranti su questi temi. E che – in verità paradossalmente, in una fase in cui la formazione per il lavoro e per la cittadinanza attiva ha acquisito un’urgenza che allora non c’era – ha lasciato troppo spazio a culture sociali miopi e a politiche mediocri, delle imprese come delle istituzioni. Tutt’altro che attente a innalzare il livello di istruzione e di qualificazione della popolazione adulta, a offrire una seconda chance ai tanti giovani inguaiati dagli abbandoni scolastici precoci, a rendere attraente e praticabile la partecipazione all’apprendimento “lungo tutto il corso della vita”. Ad attivare , come prevede la legge del 2012 e come sollecitato dalle politiche europee, i dispositivi di validazione delle competenze acquisite nel lavoro, nel volontariato, nella vita sociale, come strumento di accorciamento dei percorsi e come incoraggiamento a rientrare in formazione.

Eppure i numeri, confermati anno dopo anno da studi, indagini, comparazioni in area UE e OCSE dicono con chiarezza la gravità della situazione italiana. La “povertà educativa” di cui si parla non è solo “minorile”, non riguarda solo le aree più svantaggiate del Paese, i tanti ragazzi con background migratorio, il 22% dei Neet. E non è fatta solo di quel 15% di early school leavers che non concludono i percorsi formali. Nasce anche dal non lavoro, dal lavoro poco qualificato e senza seri processi di qualificazione, dagli apprendistati senza veri investimenti formativi, dai tirocini in cui non si impara niente, da una formazione professionale inadeguata per numeri e qualità, da interventi per gli occupati che trascurano, più che in altri Paesi, i più deboli. Dall’incapacità o non volontà di giocare la carta della formazione, si tratti del programma europeo “Garanzia Giovani”, del reddito di cittadinanza, della cassa integrazione, e di tanti altri contesti.

Pesa del resto l’ostinata assenza di un sistema effettivo di apprendimento permanente. Ciò di cui disponiamo, in un’Italia che occupa l’ultimo posto nelle classifiche OCSE per possesso delle competenze di base in italiano e matematica degli adulti tra 25 e 64 anni (con gravi carenze anche tra i giovani fino ai 35 anni), è fatto di spezzoni scoordinati che non fanno sistema, di un insieme che non sa mettersi in sintonia con l’intera gamma dei bisogni di istruzione, formazione professionale, educazione in età adulta. E che lascia sistematicamente fuori quelli che, per motivi soggettivi o oggettivi, alla formazione non possono arrivarci da soli.
[segue]

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una scuola

Newsletter n. 22 del 04 novembre 2020

L’ASSEMBLEA DEL 28 OTTOBRE 2020

Care Amiche, cari Amici e Soci,

l’Assemblea di “Costituente Terra” convocata alla Biblioteca Vallicelliana, si è svolta felicemente il 28 ottobre in videoconferenza, con una buona partecipazione di soci collegati “da remoto” e altri per delega.
In sede straordinaria l’Assemblea ha approvato a maggioranza (ma non abbiamo rilevato voti contrari) nome, ragione sociale e Statuto dell’Associazione e della relativa Scuola (intendendo “scuola” non in senso determinato e fisico, ma piuttosto al modo dei Greci antichi).
In sede ordinaria l’Assemblea ha approvato il bilancio del 2019, le cui entrate sono state costituite dalle quote associativeversate entro il 2019, primo anno dell’esercizio sociale, ma considerate valide anche per il 2020, primo anno dell’attività effettiva. L’Assemblea ha poi eletto il Comitato Esecutivo di otto membri (numero così fissato dallo Statuto per ragioni funzionali), con le relative cariche sociali, Comitato che è risultato così composto: Raniero La Valle (presidente), Luigi Ferrajoli (vicepresidente), Marco Romani (segretario-tesoriere), Paola Paesano, Grazia Tuzi, Francesco Carchedi, Raul Mordenti e Domenico Gallo. Infine, sulla base di un’introduzione programmatica del prof. Luigi Ferrajoli, l’Assemblea ha intensamente discusso orientamenti e proposte per l’attività futura.
Di tutto ciò si può ora trovare la registrazione sul sito, a questo link, nella sezione tematica “Attività della Scuola”.
L’esperienza del collegamento on line è stata positiva e incoraggiante per future iniziative. Siamo lieti che anche grazie agli adempimenti fatti dall’Assemblea e all’impegno mostrato dai soci, pur nelle difficoltà frapposte dalla pandemia possa ora essere rilanciato il nostro lavoro, che proprio la tragedia che stiamo vivendo rende più necessario ed esigente. Infatti aprire la strada a un costituzionalismo mondiale appare come la cosa più razionale, quando proprio la ragione oggi sembra perduta, nelle stanze dei Potenti non meno che nelle piazze, nella politica e nell’informazione, nel dibattito culturale e nel confronto religioso, le diverse sedi dove ormai, nonostante gli appelli all’unità, siamo ai coltelli, non solo metaforici: si sbaglia nemico e si perdono i Lumi, e anche le grandi democrazie diventano irriconoscibili. Al contrario il passaggio in ogni nazione e nell’ordinamento mondiale ai valori e agli istituti fatti già propri delle grandi tradizioni costituzionali, è oggi la scelta più realistica, a fronte dei profeti della fine.
C’è anche però una buona notizia, che può essere il sintomo di un’altra direzione verso cui si va: grazie al raggiungimento del numero necessario di ratifiche entra in vigore il Trattato che proibisce le armi nucleari (se ne può leggere il testo a questo link
o anche in calce al presente articolo) che quanto meno, in attesa della sua effettiva attuazione, ha la forza di additare come soggetti criminali le nazioni che si gloriano di tale armi. L’Italia non ha firmato il Trattato, e l’urgente battaglia politica da fare è perché essa si dissoci da questo crimine, restituendo a chi di dovere le testate nucleari di cui è stato riempito il suo territorio, come chiedono gli articoli di Mario Agostinelli, Maurizio Acerbo e Gregorio Piccin pubblicati sul sito.
Con i più cordiali saluti
www.costituenteterra.it
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trattato-armi-nucleari
Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti alla loro totale eliminazione New York, 27-31 marzo e 15 June-7 luglio 2017
Punto 9 dell’ordine del giorno
Negoziati, ai sensi del paragrafo 8 della risoluzione 71/258 dell’Assemblea Generale del 23 dicembre 2016, su uno
strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti alla loro totale eliminazione
Trattato sul divieto delle armi nucleari Presentato dalla Presidente della Conferenza

Gli Stati Parte del presente trattato,
Determinati a contribuire alla realizzazione degli scopi e dei principi della Carta
delle Nazioni Unite,
Profondamente preoccupati delle catastrofiche conseguenze umanitarie che deriverebbero da qualsiasi uso di armi nucleari, e riconoscendo la conseguente necessità di eliminare completamente tali armi, come l’unico modo per garantire che le armi nucleari non vengano mai più utilizzate in nessun caso,
Tenendo conto dei rischi derivanti dalla continua esistenza di armi nucleari, inclusa qualsiasi detonazione accidentale di armi nucleari, per errore di calcolo o di progetto, e sottolineando che questi rischi riguardano la sicurezza di tutta l’umanità e che tutti gli Stati condividono la responsabilità di impedire qualsiasi uso delle armi nucleari,
Consapevoli che le conseguenze catastrofiche delle armi nucleari non possono essere adeguatamente affrontate, trascendono le frontiere nazionali, comportano gravi implicazioni per la sopravvivenza umana, l’ambiente, lo sviluppo socioeconomico, l’economia globale, la sicurezza alimentare e la salute delle generazioni attuali e future e hanno un impatto sproporzionato sulle donne e sulle bambine, anche come conseguenza delle radiazioni ionizzanti,
Riconoscendo gli imperativi etici per il disarmo nucleare e l’urgenza di raggiungere e mantenere un mondo libero da armi nucleari, un bene pubblico globale del più alto ordine, che serve sia gli interessi di sicurezza nazionali che collettivi,
Consapevoli delle inaccettabili sofferenze e danni alle vittime dell’uso di armi nucleari (hibakusha), nonché di coloro che sono colpiti dai test delle armi nucleari,
Riconoscendo l’impatto sproporzionato delle attività delle armi nucleari sulle popolazioni indigene,
Ribadendo la necessità che tutti gli Stati rispettino sempre il diritto internazionale applicabile, compresi il diritto umanitario internazionale e il diritto internazionale dei diritti umani,

Basandosi sui princìpi e sulle norme del diritto umanitario internazionale, in particolare: il principio che il diritto delle parti di un conflitto armato di scegliere metodi o mezzi di guerra non è illimitato; la regola di distinzione; il divieto di attacchi indiscriminati; le regole sulla proporzionalità e sulle precauzioni in attacco; il divieto di utilizzare armi che causino lesioni superflue o sofferenze inutili e le norme per la protezione dell’ambiente naturale,
Considerando che qualsiasi uso di armi nucleari sarebbe contrario alle norme del diritto internazionale applicabili nei conflitti armati, in particolare i principi e le norme del diritto umanitario internazionale,
Riaffermando che qualsiasi uso di armi nucleari sarebbe anche ripugnante rispetto ai princìpi dell’umanità e ai dettami della coscienza pubblica,
Ricordando che, conformemente alla Carta delle Nazioni Unite, gli Stati devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualsiasi altro modo incoerente con le Finalità delle Nazioni Unite, e che la creazione e il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali devono essere promossi spostando nella misura minima possibile sugli armamenti le risorse umane ed economiche mondiali,
Ricordando anche la prima risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottata il 24 gennaio 1946, e le successive risoluzioni che richiedono l’eliminazione delle armi nucleari,
Preoccupati per la lentezza del disarmo nucleare, per il continuo fare affidamento alle armi nucleari nei concetti, nelle dottrine e nelle politiche militari di sicurezza e per lo spreco di risorse economiche e umane in programmi per la produzione, la manutenzione e la modernizzazione delle armi nucleari,
Riconoscendo che un divieto giuridicamente vincolante delle armi nucleari costituisce un importante contributo al raggiungimento e al mantenimento di un mondo privo di armi nucleari, compresa l’eliminazione irreversibile, verificabile e trasparente delle armi nucleari e determinato ad agire in tal senso,
Determinati ad agire al fine di raggiungere effettivi progressi verso il disarmo generale e completo sotto un controllo internazionale rigoroso ed efficace,
Riaffermando che esiste l’obbligo di perseguire in buona fede e concludere negoziati che conducano al disarmo nucleare in tutti i suoi aspetti sotto un controllo internazionale rigoroso ed efficace,
Ribadendo inoltre che l’attuazione completa ed efficace del Trattato di Non- Proliferazione delle armi nucleari, che costituisce la pietra angolare del disarmo nucleare e del regime di non proliferazione, ha un ruolo fondamentale per promuovere la pace e la sicurezza internazionali,
Riconoscendo l’importanza fondamentale del CTBT – Trattato di bando complessivo dei test nucleari – e del suo regime di verifica come elemento essenziale del regime di disarmo nucleare e non proliferazione,
Ribadendo la convinzione che l’istituzione di zone riconosciute a livello internazionale libere da armi nucleari (NWFZ) sulla base di accordi liberamente raggiunti tra gli Stati della regione interessata esalta la pace e la sicurezza globali e regionali, rafforza il regime di non proliferazione nucleare e contribuisce alla realizzazione dell’obiettivo del disarmo nucleare,
Sottolineando che nulla nel presente Trattato dovrà essere interpretato in un senso che incida sul diritto inalienabile dei suoi Stati Parte a sviluppare la ricerca, la produzione e l’uso dell’energia nucleare per scopi pacifici senza discriminazione,
Riconoscendo che la pari, piena ed efficace partecipazione delle donne e degli uomini costituisce un fattore essenziale per la promozione e il conseguimento di pace e sicurezza sostenibili e impegnata a sostenere e rafforzare l’effettiva partecipazione delle donne al disarmo nucleare,
Riconoscendo altresì l’importanza dell’educazione alla pace e al disarmo in tutti i suoi aspetti e l’importanza di creare consapevolezza sui rischi e sulle conseguenze delle armi nucleari per le generazioni presenti e future e impegnarsi nella diffusione dei princìpi e delle norme del presente Trattato,
Sottolineando il ruolo della coscienza pubblica nell’avanzamento dei princìpi dell’umanità come dimostrato dalla richiesta di eliminazione totale delle armi nucleari e riconoscendo gli sforzi a tal fine intrapresi dalle Nazioni Unite, dal Movimento internazionale della Croce Rossa e dal Mezzaluna Rossa, da altre organizzazioni internazionali e regionali, organizzazioni non governative, leader religiosi, parlamentari, accademici e dagli hibakusha,
Hanno convenuto quanto segue: Articolo 1
Divieti
Ciascuno Stato Parte si impegna, in qualsiasi circostanza, a non:
(a) Sviluppare, testare, produrre, produrre, oppure acquisire, possedere o possedere riserve di armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari;
(b) Trasferire a qualsiasi destinatario qualunque arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari o il controllo su tali armi o dispositivi esplosivi, direttamente o indirettamente;
(c) Ricevere il trasferimento o il controllo delle armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari, direttamente o indirettamente;
(d) Utilizzare o minacciare l’uso di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari;
(e) Assistere, incoraggiare o indurre, in qualsiasi modo, qualcuno ad impegnarsi in una qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato;
(f) Ricercare o ricevere assistenza, in qualsiasi modo, da chiunque per commettere qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato;
(g) Consentire qualsiasi dislocazione, installazione o diffusione di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo.
Articolo 2 Dichiarazioni
1. Ciascuno Stato Parte sottopone al Segretario Generale delle Nazioni Unite, entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del presente Trattato per tale Stato Parte, una dichiarazione nella quale:
(a) Dichiara se ha detenuto, posseduto o controllato qualsiasi arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari e eliminato il programma relativo alle armi nucleari, compresa l’eliminazione o la conversione irreversibile di tutte le strutture collegate alle armi nucleari, prima dell’entrata in vigore del presente Trattato in tale Stato Parte;
(b) In deroga all’Articolo 1, lettera (a), dichiara se detiene, possiede o controlla qualsiasi arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari;
(c) In deroga all’Articolo 1, lettera (g), dichiara se nel proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo esistono armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari che sono detenuti, posseduti o controllati da un altro Stato.

2. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite trasmette tutte le dichiarazioni ricevute agli Stati Parte.
[segue]

UNITÀ ED EGUAGLIANZA UMANA

564882df-16fe-4f9b-b2b6-56f50b43f7e8 15 FEBBRAIO 2020 / COSTITUENTETERRA / L’UNITÀ UMANA /
Non c’è più né Giudeo né Greco
(Gal. 3, 28)

Relazione tenuta da Raniero La Valle a Portici il 6 ottobre 2018 alla Festa Multiculturale “Pane nostro”del Coordinamento Campano contro le camorre e le mafie.

di Raniero La Valle

Vi potrà stupire che ci sia una citazione biblica come titolo di questo mio intervento , quando né le citazioni bibliche né il cristianesimo sembrano oggi molto di moda, e anzi si sta cercando di dare una spallata per abbatterli.

Però a ben vedere anche il titolo di questa vostra Festa multiculturale è una citazione biblica, “Pane nostro”, anzi è addirittura una citazione del “Padre nostro”. E in sostanza le due citazioni vogliono dire la stessa cosa: e cioè che non c’è nulla di nostro, nemmeno il pane, che non sia anche degli altri, che non sia un nostro di tutti. E se non c’è né Giudeo né Greco è perché non c’è un mondo di soli cittadini e non anche di stranieri, non c’è da una parte un’Europa comunitaria e dall’altra un mondo barbarico di extracomunitari, non c’è un’Italia di residenti che non sia anche un’Italia di immigrati, di fuggiaschi e di nomadi.

Questa è la tesi del nostro discorso. Ma perché cominciare proprio dal mettere insieme Giudei e Greci? Per la buona ragione che nella nostra società non c’è più posto per l’antisemitismo. È vero che per arrivarci ci sono voluti milioni di morti, ma ormai su questo, a parte i negazionisti e gli acciecati, sono tutti d’accordo. Allora è bene partire da una posizione da tutti condivisa, per affermarne un’altra altrettanto sacrosanta, e cioè che come non c’è Giudeo e Greco, così non c’è Italiano e Straniero; e questa affermazione è invece oggi fieramente contestata, quando si dice “prima gli Italiani” o addirittura “solo gli Italiani”, come si dice “prima l’America” o “la Francia per prima”. L’altra sera in TV la signora Santanchè diceva che i migranti devono essere respinti in quanto delinquenti, e anche sotto questo profilo doveva valere il motto “prima gli Italiani”, anzi in questo caso il messaggio era “solo gli Italiani, vogliamo solo i delinquenti italiani”; e questi ce li dobbiamo tenere almeno fino a quando non si riuscirà a togliere la cittadinanza anche a loro, come prevede il decreto sicurezza del ministro Salvini.

Allora qui bisogna sapere che è in gioco una grande questione, che ha attraversato tutta la storia, e su cui si decide tutto il nostro futuro: è la questione della diseguaglianza.

La storia della diseguaglianza

Dire non c’è più Giudeo né Greco, come dissero Paolo e il cristianesimo nascente, era una rivoluzione epocale anzitutto perché gli stessi Ebrei sostenevano una differenza invalicabile tra sé e gli stranieri, che non potevano neanche entrare nel recinto del Tempio, gli uni essendo eletti gli altri dannati; ma era una novità straordinaria anche perché il pensiero della diseguaglianza dominava non solo l’immaginario religioso, ma tutta la cultura dell’umanità, e non solo nel sentire comune e nell’opinione del volgo, ma ai livelli più alti della filosofia e del pensiero. Quella che dominava era infatti l’antropologia di Aristotile che divideva la società in signori e servi, e i servi erano tali per natura, “naturaliter servi”, come traducevano i latini. Questa diseguaglianza non dipendeva da contingenti condizioni economiche e sociali, ma era una diseguaglianza originaria; in termini colti si potrebbe dire una diseguaglianza ontologica, per essenza, e quindi umanamente irrimediabile. È la stessa cosa che valeva e vale ancora oggi per le caste in India, per cui mai lì si potrà passare dalla casta dei mercanti o dei servi alla casta dei guerrieri o dei brahamani: l’unica possibilità di cambiare casta è di morire e ricominciare un’altra vita. E non parliamo poi dei dalit, o intoccabili e “fuori casta”, con cui le caste superiori non devono nemmeno venire in contatto; anzi per la strada essi devono camminare al centro per non offuscare con la loro ombra le mura delle case delle caste alte.

In Occidente Aristotele spiegava che come per natura si uniscono maschio e femmina per la riproduzione, così deve esserci “chi per natura comanda e chi è comandato al fine della conservazione” (“Politica”, libro I), e questo rapporto di dominio si fondava su una diseguaglianza originaria, per cui si nasce liberi o schiavi, maschio e femmina, “l’uno per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata”, e da qui scendevano a cascata le altre diseguaglianze, sociali, di classe ed etniche, per cui erano contrapposti padroni e servi, liberi dal lavoro e costretti ai lavori necessari, cittadini e non cittadini, greci e barbari, nativi e meteci (che erano poi i meticci, gli immigrati).

Fu perciò una grande rivoluzione religiosa e antropologica che Gesù, in nome di Dio Padre nostro, padre di tutti, rompesse il muro di separazione tra Giudei e Greci, tra Ebrei e Gentili e affermasse la radicale eguaglianza di tutti gli esseri umani, fino a dire con Paolo non solo che non c’è più né Giudeo né Greco, ma non c’è più maschio e femmina, non c’è Barbaro o Scita, schiavo e libero, e non c’è più circoncisione e incirconcisione (Col. 3, 11): e questo voleva dire abrogare quella divisione tra eletti e scartati che, secondo le Scritture ebraiche era addirittura di diritto divino, tanto da essere poi per sempre impressa nella carne dei membri del popolo eletto mediante la circoncisione.

Ora questa radicale unità ed eguaglianza di tutti gli uomini e le donne che Gesù ha affermato e realizzato attraverso la croce veniva ad adempiere quelle promesse messianiche, che già nell’Antico Testamento avevano prefigurato l’unità di tutte le famiglie della terra; basta pensare alla profezia di Isaia che annunciava che dalle loro spade fabbricheranno vomeri, dalle loro lance falci, nessuna nazione alzerà più la spada contro l’altra e non impareranno più l’arte della guerra (Is. 2, 4), o la profezia di Michea che annunciava che potranno sedersi ciascuno tranquillo sotto la sua vite e sotto il suo fico senza nessuno che li spaventi, e addirittura che tutti i popoli avrebbero camminato insieme ognuno nel nome del suo Dio (Mich. 4, 4-5): cioè tutte le discriminazioni sarebbero cadute, mentre tutte le identità sarebbero state salvate. La novità del Cristo, che poi significa Messia, portava cioè quel cambiamento radicale che doveva segnare il passaggio dall’età della profezia, dell’annuncio, a quella della realizzazione delle promesse messianiche.

Purtroppo però questa antropologia nuova non è entrata di fatto nella storia successiva, e nemmeno, se non con molta fatica, nello stesso cristianesimo. È vero che, come dice la seconda lettera di Pietro un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno al cospetto di Dio (2Pt 3,8), ma fatto sta che il pensiero della diseguaglianza ha continuato a dominare la storia. Ed è stata questa cultura della diseguaglianza che ha fondato e legittimato le società signorili e feudali, e innumerevoli forme storiche concrete di società inegualitarie, castali, razziste, sessiste e classiste.

La conquista dell’America

Per venire a tempi più recenti, possiamo dire che questa cultura della diseguaglianza è all’opera e produce il massimo della sua capacità discriminatoria agli albori della modernità, quando, con la conquista dell’America, gli europei si imbattono negli Indios, e parte la grande vicenda della colonizzazione. Nel 1500 si ricorre infatti all’antropologia di Aristotile, per dire che vi sono uomini e collettività che non essendo per limiti innati dotati di ragione sufficiente, sono incapaci di essere liberi e padroni di se stessi e quindi giustamente assoggettati dagli Spagnoli. È la tesi che Francisco De Vitoria confuterà nella sua famosa Relectio de Indis: ma intanto gli Indios vengono assoggettati e questo pensiero della diseguaglianza arriverà fino ad Hegel, a Croce, a De Gobineau e ai razzismi del Novecento europeo.

È proprio a partire dalla conquista dell’America che si sviluppa infatti nella filosofia dell’Occidente la concezione che teorizza una diseguaglianza per natura tra gli esseri umani, come dirà apoditticamente il grande dizionario Larousse alla fine del XIX secolo: “Nul ne contestera que la race blanche ne soit superieure à toutes les autres”. L’idea antica che tra gli esseri umani ci fossero i superiori e gli inferiori, i perfetti e i malriusciti, trova nella percezione europea degli Indios “scoperti” o incontrati in America la conferma irrefutabile. Se ci sono uomini e meno uomini, gli Indios ne forniscono la prova. Comincia Colombo, che non riconosce “l’altro” (come ha mostrato Cvetan Todorov in «La conquista dell’America: il problema dell’”altro”») non riconosce colui che a suo parere non “sa parlare” (in verità non sa parlare lo spagnolo), e poi c’è il conquistatore Francisco Pizarro che ha ben ragione di sentirsi superiore dal momento che con soli 168 soldati riesce a prevalere su un esercito di 80.000 uomini, e prende prigioniero Atahualpa, il re degli Inca, nella città andina di Cajamarca, uccidendo settemila Indios (ma la verità è che aveva i cavalli, non ancora domesticati nel continente americano, e perciò aveva la cavalleria, e i fucili e l’acciaio delle corazze e delle spade e delle lance, ancora ignoti agli indiani che combattevano potendo ferire, ma non uccidere); e poi c’è Hernan Cortés, che impone con la violenza il meticciato facendo sposare agli spagnoli le più belle indiane e sposando lui stesso una principessa indiana, la Malinche, che poi naturalmente ripudia, per popolare le terre conquistate con una razza nuova, non più di indigeni, ma di mestizos, cioè di indiani spagnolizzati. Ci penserà poi la teologia di Juàn de Sepùlveda a suggellare l’inferiorità degli Indios, ma purtroppo questa teorizzazione della diseguaglianza non resta isolata, si pianta nella cultura europea fino ad essere espressa nel punto più alto della filosofia occidentale, cioè nell’opera di Hegel. Il grande filosofo tedesco ha delle pagine terribili sulla presunta inferiorità degli Indios. “Dal tempo in cui gli Europei sono approdati in America, gli indigeni sono scomparsi a poco a poco, al soffio dell’attività europea”, dice nelle “Lezioni sulla filosofia della storia”, e lo spiega così: “Della civiltà americana quale si era venuta evolvendo specialmente nel Messico e nel Perù… sappiamo solo che essa era del tutto naturale, e che doveva quindi scomparire al primo contatto con lo spirito”. Ma lo scarto tra lo spirito e la natura è anche uno scarto nella stessa natura; la scomparsa degli indigeni dipende dunque per Hegel “dall’inferiorità di questi individui sotto ogni aspetto, perfino quanto a statura”.

Nel rievocare queste pagine, il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli sottolinea come esse abbiano fatto scuola, fino a Croce. Anche il patriarca della cultura italiana adotta infatti il criterio storiografico di un’opposizione tra popoli della natura e popoli dello spirito, e scrive: “Gli uomini si distinguono tra uomini che appartengono alla storia e uomini della natura, uomini capaci di svolgimento e uomini di ciò incapaci; e verso la seconda classe di esseri, che zoologicamente e non storicamente sono uomini, si esercita, come verso gli animali, il dominio, e si cerca di addomesticarli e di addestrarli, e in certi casi, quando altro non si può, si lascia che vivano ai margini… lasciando che di essa si estingua la stirpe, come accadde di quelle razze americane che si ritiravano e morivano (secondo l’immagine che piacque) dinanzi alla civiltà da loro insopportabile”[1].

E che la soluzione migliore per gli Indiani fosse lo sterminio, è stato teorizzato da eminenti studiosi. Nel 1782 a Pittsburgh il giurista e letterato H. Henry Brackenridge così si esprime a proposito degli Indiani: “Essi hanno l’aspetto umano e forse fanno parte della specie umana”; ma “la natura dell’indiano è feroce e crudele… Il loro sterminio sarebbe utile al mondo e onorevole per coloro che vi provvederanno”.

Ma purtroppo l’Indio è solo un prototipo; infatti la diseguaglianza teorizzata per loro riguarderà poi i neri, gli ebrei ed ogni altra categoria di diversi. Locke, all’inizio della rivoluzione industriale, assimilerà agli Indios i proletari: “un manovale non è in grado di ragionare meglio di un indigeno”. E Spencer, il promotore ottocentesco della società dell’utile, applicando alla sociologia e alla società la teoria darwiniana dell’evoluzione, scriverà nel suo “Sistema di filosofia sintetica”: Tutti gli uomini sono come sottoposti a un giudizio di Dio, “se sono realmente in grado di vivere, essi vivono, ed è giusto che vivano. Se non sono realmente in grado di vivere, essi muoiono, ed è giusto che muoiano”.

Il punto d’arrivo di questa linea di pensiero è Nietzsche, il vero teorico della società della selezione. Per Nietzsche non si può parlare di uomini “eguali”: questa è l’illusione dei deboli. In diversi punti delle sue opere Nietzsche mette sotto accusa l’eguaglianza, intesa come una grande follia. “Così parla a me la giustizia: gli uomini non sono tutti eguali. E neppure devono diventarlo!” (Zarathustra); l’eguaglianza “è volontà di negazione della vita, principio di dissoluzione e di decadenza” (Al di là del bene e del male). Di qui gli effetti, le conseguenze e gli scopi dell’eguaglianza: trasformare l’umanità in sabbia: tutti molto eguali, molto piccoli, molto tollerabili, molto noiosi”); essa porta a un “guazzabuglio sociale”, a una degenerazione della razza a .. sopprimere “la selezione” e rovinare la specie (Frammenti postumi). Il razzismo ha pertanto la sua copertura filosofica. Da tutto questo veniamo, altro che Salvini!

La svolta

Ma a un certo punto c’è una svolta epocale. La svolta arriva dopo i genocidi del Novecento, quello degli Armeni prima, e quello degli Ebrei poi, e arriva dopo quella tragedia della volontà di potenza che era stata la seconda guerra mondiale. L’umanità capisce il suo lungo errore, decide di cambiare pagina: sull’eguaglianza di tutti gli uomini e le donne e di tutte le Nazioni grandi e piccole è fondata l’ONU, viene messa fuori legge la guerra, il principio di eguaglianza è assunto come irrevocabile nella Costituzione italiana e nel costituzionalismo postbellico. Sembrava davvero l’inizio della realizzazione delle promesse messianiche. Invece è arrivata la guerra fredda, il terrore atomico, il riarmo nucleare; e quando i blocchi sono caduti e il comunismo è finito, il capitalismo, che era stato messo sotto scacco dalle politiche comuniste, socialdemocratiche, keynesiane e dalle stesse Costituzioni, ha preso la sua rivincita e ha potuto prendere il dominio del mondo nelle forme della globalizzazione. A questo punto la diseguaglianza è tornata a dominare la politica, l’economia e la finanza, e si è aperto il baratro di quella che papa Francesco chiama oggi la società dello scarto.

La società dello scarto

La nuova società dello scarto, che mette fuori gioco i non scelti, i non salvati, gli esuberi, i senza casa e i senza lavoro, è peggiore della vecchia società dello sfruttamento; lo ha spiegato il papa nella “Evangelli Gaudium” e lo ha ribadito nella recentissima intervista al Sole 24 ore (7 settembre 2018): “non si tratta semplicemente del fenomeno conosciuto come azione di sfruttamento e oppressione, ma di un vero e proprio fenomeno nuovo. Con l’azione dell’esclusione colpiamo nella sua stessa radice i legami di appartenenza alla società a cui apparteniamo dal momento che in essa non si viene semplicemente relegati negli scantinati dell’esistenza, nelle periferie, non veniamo privati di ogni potere, bensì veniamo sbattuti fuori. Chi viene escluso non è sfruttato, ma completamente rifiutato, cioè considerato spazzatura, avanzo, quindi spinto fuori della società. Non possiamo ignorare che un’economia così strutturata uccide perché mette al centro e obbedisce solo al denaro: quando la persona non è più al centro, quando fare soldi diventa l’obiettivo primario e unico, siamo al di fuori dell’etica e si costruiscono strutture di povertà schiavitù e di scarti”.

E noi possiamo aggiungere che mentre gli sfruttati almeno potevano lottare per riscattarsi, gli scartati non possono nemmeno lottare perché di fatto “non ci sono”. Non ci sono.

Il popolo dei migranti

Allo stesso modo non ci sono, non ci devono essere i migranti.
[segue]

Meditando. Siamo sulla terra una sola famiglia, un solo mondo umano orientato verso il futuro.

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FESTA DI TUTTI I SANTI – Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1 Gv 3,1-3; Mt 5,1-12 -
di Ernesto Balducci
La grande tribolazione è anche il morire e tutti coloro che son segnati da questa condanna e la vivono con amore, con speranza, sono nella santità. Allora il nostro codice di santità è vasto come il mondo, senza nulla derogare a quelle che sono le indicazioni profetiche di Gesù.
È sufficiente superare l’inciampo delle mediazioni perché sentiamo che veramente siamo sulla terra una sola famiglia, un solo mondo umano orientato verso il futuro. In questa tensione scopriamo le contraddizioni vere, serie del nostro esistere in questo tempo. Fino ad ora siamo vissuti prigionieri nell’isola culturale che ci ha modellato. Anche i santi sugli altari spesso rispondono più ai modelli della cultura che è nostra che non ai modelli della coscienza prima. Ci sono dei santi sugli altari che hanno bruciato le streghe, ci sono dei santi che hanno incitato i crociati ad ammazzare gli infedeli. Sono figli della nostra cultura; anche se qualcosa della coscienza prima si riflette in loro.
Noi non abbiamo più dei modelli da additare nel passato, salvo qualche eccezione come quella di Francesco di Assisi, perché siamo alle frontiere della cultura che ci ha partoriti. Per questo i santi, quelli ufficiali, ci dicono sempre meno. Non è per mancanza di devozione, ma perché siamo dislocati in un altro spazio storico, quello in cui batte ormai l’appello al trascendimento della diversità delle religioni, nessuna delle quali ha la pietra filosofale per salvarci.
Non sappiamo quel che saremo! Noi andiamo verso un futuro in cui la nostra identità recondita si farà palese. In questo momento non possiamo che rifarci alle indicazioni profetiche del Vangelo. Dove troverò io, adesso, i rappresentanti di ciò che saremo? Li troverò nei miti, nei pacifici, negli uomini inermi, in coloro che hanno ripugnanza a far forza sull’uomo, in coloro che sono gli sconfitti di oggi, che non giocano di furbizia per prevalere, non si appoggiano sui forti per far carriera.
Dove li trovate? Ci sono, ma sono anonimi, perché su di loro non si posa mai l’occhio artificiale che è il mezzo di informazione. Essi non sono degni di entrare nello spazio informativo. Hanno il futuro dalla loro parte perché vivono respirando in quella coscienza prima di cui ho parlato.
In questa innumerevole schiera forse ci siamo anche noi, con una parte di noi stessi, perché per quanto viviamo nelle due società, in quella futura che è già dentro di noi e in quella attuale, prevale in noi il desiderio di una società diversa in cui sia possibile dare a Dio un solo nome. Ora Dio non è Uno, è Molti, perché siamo molti noi, siamo divisi.
Dio non lo conosciamo in quanto ognuno lo conosce a modo suo, ma come Egli è non lo conosciamo. Il segreto per conoscerlo è che noi superiamo la nostra divisione. Solo allora potremo dare un nome a Dio; per ora Dio è sempre un idolo della nostra tribù.
Ecco come il discorso sulla santità si spoglia delle sovrastrutture accumulatesi nel corso dei tempi e diventa il grande discorso della pace. Questa liturgia di pace celebrata nei cieli, secondo la visione arcaica dell’Apocalisse, ci dice che dobbiamo muoverci verso quel mondo perché il tempo è arrivato. In questo giorno, come sempre mi accade, provo venerazione per i santi anonimi innumerevoli, che non hanno monumenti, che non hanno neppure lapidi, che sono scomparsi dalla memoria, se non ci fosse una memoria diversa, quella che si chiama simbolicamente «il libro della vita», in cui il loro nome è segnato. In quel libro, sfogliandolo, non trovate in evidenza Napoleone o Alessandro, perché i nomi grandi non ci sono. Forse avranno anch’essi un posto perché nessuno di noi deve avere tanta durezza di cuore da escludere qualcuno dal Libro della vita.
La santità anonima la vedo splendere in tanti volti semplici, in tante persone miti. So che questo elenco ha già i suoi nomi: nelle carceri, nelle zone dove la civiltà non ha portato il suo beneficio e il suo maleficio, nei malati, in coloro che sono nell’ ombra dell’agonia, in coloro che sono «nella grande tribolazione» come dice con parola misteriosa e potente la Scrittura. La grande tribolazione è anche il morire e tutti coloro che son segnati da questa condanna e la vivono con amore, con speranza, sono nella santità. Allora il nostro codice di santità è vasto come il mondo, senza nulla derogare a quelle che sono le indicazioni profetiche di Gesù.
La storia ufficiale è una enorme struttura che ha sotto una cariatide che la regge: è la santità, degli anonimi. Se si spostassero, cadrebbe tutto. È la loro santità che sorregge ancora il mondo e ci dà diritto a sperare.
Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – vol. 1