Editoriale

Usa – Cina, condominio del mondo. La Russia bussa per entrare.

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Gli interessi che legano a “doppio filo” gli USA e la Cina

di Gianfranco Sabattini*

L’ordine mondiale, almeno nel momento attuale, sembra non soffrire di alcun pericolo riguardo alla sua stabilità; ciò, per via del fatto che le due massime potenze economiche globali, USA e Cina, non hanno interesse, per vari motivi, a deteriorare i loro rapporti. La Cina è impegnata sul fronte interno per rimediare ai profondi squilibri, approfonditisi malgrado l’impetuosa crescita sperimentata negli ultimi decenni. La stabilizzazione dei risultati conseguiti è però strettamente legata alla possibilità di poter continuare ad espandere le proprie esportazioni verso il resto del mondo. Inoltre, come gli Stati Uniti, la Cina ha interesse a risolvere il problema della minaccia nucleare rappresentata dalla politica di Pyongyang, per garantire la stabilità dei traffici internazionali, necessaria per supportate la crescita delle proprie esportazioni.
Con riferimento agli USA, per quanto siano molti i motivi di possibili conflitti che potrebbero insorgere con la Cina, il problema del necessario “congelamento” della minaccia atomica della Corea del Nord li ha riavvicinati alla potenza asiatica in quanto, a parere di Carlo Jean, esperto di geopolitica e di studi strategici (“USA e Cina: competitori legati a filo doppio”, in Aspenia n. 79/2017), per Washington è indispensabile il sostegno di Pechino nel gestire l’”affaire” nordcoreano, “anche per la riluttanza di Seul a contemplare l’uso della forza, malgrado le pressioni di Donald Trump – che è persino giunto a minacciare la cancellazione dell’accordo di libero scambio tra i due Paesi per indurre la Corea del Sud ad allinearsi con le minacce americane di attacco preventivo”.
Gli USA, però, non hanno sinora definito una stabile strategia per spingere la Cina a collaborare per la risoluzione del problema della denuclearizzazione di Pyongyang, mostrando poco interesse alla proposta avanzata da Henry Kissinger, consistente nell’impegno che gli USA dovrebbero assumere nei confronti della Cina, in caso di collasso della Corea del Nord, a ritirare le forze americane attualmente dislocate nella penisola coreana, a cessare le esercitazioni militari congiunte con le forze di Seul e, soprattutto, a non favorire ciò che la Cina teme al di sopra di ogni altra minaccia: la possibile riunificazione delle due Coree.
Tuttavia, a parere di Jean, anche se gli USA fossero disposti a dare seguito alla proposta di Kissinger, la Cina avrebbe valide ragioni per continuare a nutrire seri dubbi sulla volontà di Washington di rispettare gli impegni assunti; ciò, per varie ragioni, antiche e moderne. Innanzitutto, perché la Cina non è, com’è noto, tanto disponibile a dimenticare i torti subiti, anche se lontani nel tempo, come quello che gli USA hanno “consumato” ai suoi danni, in occasione degli accordi di Versailles del 1919, allorché hanno promesso al Giappone i territori cinesi occupati dagli Stati europei. In secondo luogo, perché buona parte delle politica internazionale dell’amministrazione Obama è stata condotta col preciso intento di contenere la continua espansione internazionale degli interessi cinesi, cui ha fatto seguito la campagna presidenziale del 2016, nello svolgimento della quale Trump ha avuto modo di affermare che la Cina sottraeva posti di lavoro agli americani, “manipolando” la moneta e “barando al gioco” con la Corea del Nord. Infine, la diffidenza di Pechino nei confronti di Washington è alimentata dal fatto che il dibattito pubblico statunitense faccia trapelare che nei rapporti con la Cina persista il convincimento dell’esistenza della “Trappola di Tucidide”, evocante, al pari di quanto accaduto nei rapporti fra Atene e Sparta prima della guerra del Peloponneso, l’”inevitabilità di uno scontro fra la potenza egemone e una potenza emergente che ne insidi la superiorità”.
Non è detto però che sia destinata a materializzarsi la presunta inevitabilità di un conflitto armato o di una guerra commerciale; anzi sono molti, invece, i motivi che spingono le due potenze economiche globali a collaborare tra loro; a parere di Jean, fra questi, soprattutto da parte degli USA, vi è sicuramente la palese incapacità di “salvaguardare il ‘proprio’ ordine mondiale”, ma anche e soprattutto “la crescente consapevolezza di Washington di non poter gestire la questione nordcoreana senza il sostegno cinese”.
La propensione degli USA a collaborare con la Cina non è nuova, se si tiene conto del fatto che negli Stati Uniti, negli ultimi decenni, si sono affermate due “dottrine” contrapposte sulle relazioni con il grande Paese asiatico: la “dottrina Armitage” e la “dottrina Zoellick”. La prima, che trae il nome da Richard Armitage, consulente del Ministero della difesa americana ai tempi di Bush padre, sostiene l’inevitabilità di un conflitto e la necessità di contenere Pechino, sia sul piano economico che su quello strategico; la seconda, che trae il nome da Robert Zoellick, vice Segretario di Stato ai tempi di Bush figlio, sostiene, al contrario, l’essenzialità della Cina nel condividere, con gli Stati Uniti, le “responsabilità della conservazione del nuovo ordine mondiale”.
Questa seconda dottrina prevede la possibile gestione di tale ordine in regime di duopolio; la ragione che la ispira sta nell’assunzione della complementarità delle due economie, nella convinzione da parte americana che la Cina “non possa mai competere con gli Stati Uniti in una guerra commerciale, né che mai costituirà una seria minaccia militare agli interessi americani nel mondo, e neppure nel sistema Asia-Indo-Pacifico”. La dottrina Zoellick trova conforto nel fatto che, dopo il suo inserimento nell’economia mondiale e il particolare sviluppo dei comparti produttivi manifatturieri, la Cina ha reso la propria economia dipendente dal mercato mondiale e dalla disponibilità di grandi infrastrutture (quali sono le vie della seta in fase di realizzazione, con l’attuazione del progetto BRI-“Belt & Road Iniziative”) attraverso le quali importare le materie prime delle quali necessita e per esportare i propri manufatti.
Contrariamente alle tendenza protezionistiche attuali degli Stati Uniti, la Cina sarà interessata ad integrare sempre di più la propria economia nel mercato globale, diventando il principale sostenitore della globalizzazione e del multilateralismo economico, occupando il vuoto creato dall’attuale amministrazione americana, “nel dare priorità all’’America First’, rispetto alla leadership mondiale, che era stata l’obiettivo costante di Washington dopo il secondo conflitto mondiale”. A parere di Jean, la Cina persegue i propri obiettivi, ricorrendo in modo esclusivo a un “soft power”, in sostituzione di quello americano fondato sui “principi”, che le consente di accreditare le propria politica commerciale in termini pacifici; fatto questo che le permette anche di porre, sempre più nettamente, la propria politica commerciale mondiale in alternativa a quella americana.
Secondo Jean, alla base della disponibilità di Washington a tollerare la continua espansione commerciale della Cina, e a consentire la prosecuzione della realizzazione delle grandi vie della seta, potrebbe esservi anche l’obiettivo degli USA di contenere la concorrenza della Russia nei Paesi dell’Asia centrale, che Mosca considera ricadenti all’interno della propria esclusiva zona di influenza. Per altro verso, l’interesse della Cina a collaborare con Washington potrebbe essere giustificato dalla necessità di attenuare lo stato di tensione causato dalla trasformazione della Corea del Nord in potenza nucleare. Ciò perché il governo cinese non possiederebbe il “livello di influenza e capacità di pressione su quello nordcoreano che gli Stati Uniti le attribuiscono”; ragione, quest’ultima, per cui la Cina, sempre in funzione della conservazione di stabili condizioni di pace nell’area del Pacifico, tende ad affievolire gli “intenti punitivi di Washington ai danni di Kim Jong-un, ma anche per evitare che a trarne vantaggio possa essere la Russia, che approfittando dell’instabilità strategica che il perdurante stato di tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord potrebbe offrirle, anche solo come “possibile mediatore”, sebbene i suoi rapporti commerciali con la Corea del Nord siano del tutto trascurabili.
Le considerazioni sinora svolte sono di per sé sufficienti a lasciar prevedere l’interesse degli USA e della Cina ad approfondire la collaborazione economica, senza che ciò possa essere ostacolato dagli effetti del deficit commerciale e dell’indebitamento estero degli Stati Uniti. A parere di Jean, sia il deficit commerciale che l’indebitamento estero, e soprattutto il fatto che la Cina ne possieda una consistente quota, non possono compromettere l’interesse alla reciproca collaborazione. Ciò perché – afferma Jean – la competizione strategica e commerciale e la possibile manipolazione delle monete non “avvengono nel vuoto: sono inseparabili dalla geopolitica, dalla lotta politica interna e dagli equilibri economici e militari globali. Inoltre, lo scarso “interesse di Trump per i diritti umani”, tradizionale motivo con cui le precedenti amministrazioni americane erano solite giustificare in parte l’aggressività della loro politica estera, tende ad avvicinare ancora di più USA e Cina nella collaborazione sul piano della politica commerciale globale. Malgrado le minacce protezionistiche del nuovo presidente americano, lo scoppio di una guerra commerciale, almeno nella fase attuale, appare plausibilmente del tutto improbabile, in quanto le sue conseguenze sarebbero disastrose per entrambe le due superpotenze.
Concludendo, Jean è del parere che le relazioni fra Stati Uniti e Cina non siano destinate, almeno per ora, a deteriorarsi; sarà, infatti, “la politica interna, più che la geopolitica, a determinare il futuro dei rapporti fra Washington e Pechino”; per cui le preoccupazioni da molti avanzate “circa l’aumento della potenza militare cinese e il sorpasso del PIL americano da parte di quello cinese sono in gran parte ingiustificate”.
I problemi interni che la Cina dovrà affrontare per diminuire gli squilibri territoriali e sociali saranno di enorme portata. A tal fine, essa dovrà affrontare un’incisiva ristrutturazione economica, destinata ad avere “profondi riflessi sulle relazioni con gli Stati Uniti e con il resto del mondo”, non solo per l’intento, che sicuramente non vorrà abbandonare, di voler continuare a conservare un sistema economico liberista, per quanto gestito da un sistema politico fortemente centralistico ed autoritario, ma anche perché gli accresciuti squilibri territoriali e sociali non mancheranno di creare condizioni di instabilità, che varranno ad ostacolare la politica inaugurata da Xi Jinping. Questi, infatti, pur avendo rafforzato il proprio potere e quello del Partito Comunista Cinese, vuole aprire alla Cina una “nuova era”, dopo quella della liberalizzazione dell’attività economica voluta Deng Xiaoping; a tal fine, Xi avrà bisogno di stabilità, non solo interna, ma anche internazionale; pena la mancata possibilità di perseguire, entro il 2050, l’obiettivo di fare della Cina la più grande potenza economica mondiale.
La realizzazione dell’obiettivo renderà anche irrinunciabile l’approfondimento della collaborazione con gli USA; da un lato, perché sarà necessario il supporto del mercato interno statunitense per perseguire con successogli obiettivi interni e internazionali; da un altro lato, perché, assieme agli USA, la potrà meglio contenere, quantomeno in una posizione di stallo, la situazione critica dei rapporti con la Corea del Nord. Tuttavia, se la prospettiva di un continuo approfondimento della collaborazione tra gli Stati Uniti e la Cina può salvaguardare la conservazione di condizioni di stabilità e di pace a livello globale, non è privo di preoccupazioni il fatto che dal nuovo “condominio del mondo USA-Cina” sia estranea la Russia, proprio per questo propensa, come molti affermano, a “pescare nel torbido”, ovvero a creare situazioni di crisi, per trarne vantaggio.
Vien fatto di pensare che l’atteggiamento russo a livello internazionale, non sia la conseguenza di una politica premeditatemene aggressiva ai danni del resto del mondo, quanto l’esito degli effetti ereditati dal passato regime; quest’ultimo, avendo privilegiato costantemente l’industria pesante, ha impedito, dopo il crollo dell’URSS un processo di riconversione della struttura produttiva che si integrasse progressivamente nel mercato mondiale dei prodotti dei comparti produttivi leggeri, così come invece ha fatto la Cina. Oggi, perciò, alla Russia non resta che fare affidamento sulle esportazioni di materie prime, prevalentemente energetiche, che la estraniano dal mercato globale che conta, dove la Cina occupa una posizione dominante.
Il fatto che la Russia nella sua politica commerciale mondiale usi a volte la natura particolare delle sue esportazioni come strumento di ricatto può indurre a farla percepire come aggressiva e propensa a “pescare nel torbido”; per altro verso, però, il possibile fraintendimento dell’uso delle esportazioni, vale ad affermare la necessità che, al pari di quanto avvenuto all’indomani del crollo dell’URSS, i Paesi che l’hanno “aiutata” si adoperino per favorire una maggiore diversificazione della sua produzione nazionale, per supportare una sua crescente integrazione nel mercato mondiale. Ciò nell’interesse di tutti, per la conservazione di uno stabile ordine mondiale in condizioni di pace.

* Anche su Avanti online

Oltre il 4 marzo. Alchimie di grandi intese.

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di Roberta Carlini, su Rocca*
Può succedere di tutto, ma può anche non succedere niente. A pochi giorni dal voto del 4 marzo, i sondaggi e le previsioni degli osservatori più attenti concordano nel prevedere un risultato incerto, che potrebbe consegnare il Paese a una nuova fase di transizione, con un parlamento diviso in tre blocchi e incapace di garantire la maggioranza a nessuno degli schieramenti in campo.

È vero che i sondaggi spesso sono fallaci, e gli stessi istituti di ricerca più autorevoli invitano alla prudenza: basti pensare che, rispetto a soli dieci-quindici anni fa, sono molti meno gli interpellati che rispondono alle domande telefoniche sulle intenzioni di voto; che a volte queste ricerche sono fatte solo usando i telefoni fissi; che dunque l’attendibilità del campione così selezionato è minore che in passato; e che le regole spesso irrazionali della nuova legge elettorale rendono molto difficile prevedere cosa succederà in ogni singolo collegio.
Però è anche vero che sulle grandi tendenze e i grandi numeri c’è una certa concordia, tra tutti gli istituti demoscopici: l’unico schieramento in grado di ambire alla conquista della maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato è quello di centro-destra. Se questo non succederà – e potrebbe non succedere, tutto dipende dall’esito della parte uninominale della votazione – il prossimo parlamento sarà diviso in tre spicchi, come il precedente. Con la sola differenza che la fetta dei Cinque stelle, nonostante le deludenti prove di governo delle città date nel frattempo, la «separazione» di Grillo e gli infortuni della campagna elettorale, potrebbe essere più grande che nell’ultima legislatura. Ma, a meno di clamorose sorprese e dunque la conquista da parte dei pentastellati del premio di maggioranza, i seggi non basteranno al candidato Di Maio per formare un governo autosufficiente; e poiché il suo movimento ha fatto dell’autosufficienza e del rifiuto delle alleanze con altri il suo marchio distintivo, i Cinque Stelle potrebbero allo stesso tempo essere il primo partito eppure non esprimere il nuovo governo.

la cabala delle probabilità
E allora? Si lavora già sulle formule, entrando persino nei dettagli delle varie possibilità, che ruotano tutte attorno alle «larghe intese». Cioè un’alleanza tra la maggioranza che sostiene il governo uscente (il centrosinistra, ossia il Pd più gli alleati della lista di Emma Bonino più il piccolo cespuglio centrista) e Forza Italia (il partito del Caimano essendo considerato la parte «moderata» del centrodestra, da staccare dagli estremi, Lega e Fratelli d’Italia, in nome della responsabilità nazionale).
Va detto che questa possibilità è ventilata anche in un altro caso, ossia quello in cui un centrodestra vincente non riuscisse a mettersi d’accordo su governo e programma, data la incompatibilità di molte delle posizioni al suo interno, dall’Europa alla legge Fornero, dal federalismo fiscale ai nuovi condoni; preoccupazione molto fondata su dati di fatto, ma che trascura quel formidabile collante che è il potere, capace di far convivere, con adeguata spartizione del bottino, anche istanze tra loro lontane.

ma con quali programmi?
Quel che colpisce però è che, anche tra i tanti che approfondiscono le alchimie delle larghe intese, sia totalmente negletto il merito, ossia il contenuto dell’azione di un futuro governo di questo tipo. Si parla di composizione, di leader (Gentiloni? Minniti? Un forzista?), di durata, di equilibri interni; ma mai del programma.
Qualche settimana fa, al termine di una trattativa durata mesi, il partito socialdemocratico tedesco e la Cdu-Csu hanno presentato le loro «larghe intese»: la Grosse Koalition, contestatissima dalla base della Spd, potrebbe anche non vedere mai la luce, visto che deve essere sottoposta a referendum in quel partito – i cui risultati, coincidenza curiosa, si conosceranno nella stessa sera nella quale arriveranno quelli del voto italiano. Ma se nascerà, la Grande coalizione tedesca avrà il programma già pronto: scritto nelle settimane del negoziato, lungo ben ventotto pagine, con capitoli, dettagli e numeri. Quale programma potrebbe avere la grande coalizione italiana?
Abbiamo provato a fare un esercizio, sfogliando le paginette che i vari partiti hanno consegnato al Viminale e le slide che usano nella propaganda elettorale, e cercando possibili punti di incontro, limitandoci ai contenuti di politica economica. Impresa complicata, in primo luogo a causa della genericità dei programmi. Come ha notato l’Istituto Cattaneo in uno studio su tutti i partiti, le affermazioni generali, che non contengono proposte specifiche di singole politiche, sono prevalenti un po’ ovunque. Per il Pd sono «generali» il 76,4% degli enunciati del programma; per Forza Italia il 70,4%. È del tutto prevedibile altrettanta genericità anche in un «programma delle larghe intese» (far uscire il Paese dalla crisi, rilanciare l’occupazione, aiutare i più deboli, cose così). Ma immaginando di essere in Germania e pretendendo impegni più precisi, cosa mai potrebbero scrivere sullo stesso foglio gli sherpa del Pd e quelli del partito di Berlusconi?

l’Europa
Al primo posto potrebbe esserci l’Europa. Un governo così nascerebbe anche (forse soprattutto) per rassicurare Bruxelles, le cancellerie europee e i mercati del fatto che l’Italia resta dov’è, che i temutissimi populisti non entreranno nelle stanze del potere, che Roma resterà un interlocutore della Commissione europea e della Bce. Ma, al contrario che negli ultimi venti-trent’anni, questa adesione di per sé non fa un programma. Ricordiamo che nel recente passato l’Italia ha già avuto due governi di grande coalizione; il primo fu quello di Mario Monti e la sua agenda fu dettata dalla necessità di uscire dalla crisi del debito sovrano, quella che aveva portato lo spread dei nostri titoli pubblici alle stelle: di fatto, la sua prima manovra economica d’urgenza fu dettata dall’eurogruppo. Il secondo fu quello di Enrico Letta, la larga alleanza durò poco perché il voto del Senato sull’espulsione di Berlusconi dopo la condanna per corruzione portò alla fuoriuscita dalla maggioranza di Forza Italia, ma per un po’ ci fu e anche in questo caso l’agenda della politica economica fu in sintonia con i desiderata della Commissione Ue. Stavolta le cose sono diverse.
È vero che abbiamo avuto diverse tirate d’orecchie sui conti pubblici, e che in primavera potrebbe arrivare la richiesta di una manovra correttiva. Ma è anche vero che – per ora – non c’è una emergenza sui mercati; che le istituzioni europee si sono fatte da un po’ più flessibili, anche senza ammetterlo esplicitamente; e che uno dei contenuti della Grande Coalizione tedesca ha a che vedere proprio con il processo di riforma dell’Unione. Questo non vuol dire che avremo un’Europa benigna, progressista e in grado di tirarci generosamente fuori dalle secche. Ma che non siamo più al 2011-2012, a programmi politici di fatto determinati dall’esterno e nei quali la politica interna poteva solo immettere dettagli di bricolage: anche perché – e questo è un punto in comune – sia il Pd renziano che il sedicente moderatismo del nuovo Berlusconi chiedono una revisione dell’austerity europea. Che poi riescano a ottenerla, è tutto da dimostrare. Ma scriverlo in un programma non costa niente…

tasse e fisco
Il problema è che poi quel programma dovrebbe essere credibile anche sugli altri punti, sulle riforme interne. E qui le proposte divergono. Il cavallo di battaglia di Forza Italia è la flat tax (della quale abbiamo parlato nel numero precedente di Rocca): un’aliquota unica al 23 per cento e una «no tax area» a 12.000 euro annui (vale a dire, non si pagano tasse sotto quella cifra).
La proposta del Pd invece non tocca le aliquote, ma vede una revisione totale degli assegni familiari: sostanzialmente, è un alleggerimento fiscale e un trasferimento alle famiglie con redditi medio-bassi con figli. La proposta di Forza Italia costa moltissimo (sui 50-60 miliardi) e premia tutti, ma soprattutto i più ricchi; quello del Pd costa un po’ meno (attorno ai 10 miliardi) e premia i più poveri. Nella proposta di Forza Italia, spariscono gli 80 euro varati a suo tempo da Renzi; in quella del Pd ovviamente restano. Restando in tema fiscale, ancor più rilevante è il moloch del solito condono che i forzitalioti fanno intravedere («ristabilire la pace fiscale», è il nome in codice), al quale il Pd si dice contrario. Come tenere insieme programmi che, per quanto ancora vaghi, sono tuttavia così distanti?

lavoro e welfare
Passando al capitolo lavoro, il Pd continua a puntare tutto, come ha fatto già quando era al governo, sugli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato; il programma di Forza Italia non li prevede, mentre punta, per sollevare l’occupazione, sull’effetto a cascata delle riduzioni delle imposte, sull’alleggerimento dei vincoli alle imprese, anche in tema di costruzioni e certificazioni. Uno dei temi nuovi, introdotto dal partito di Renzi nel suo programma, è l’introduzione di un salario minimo legale, molto inviso ai sindacati (che vedono così perdere il ruolo e la forza della contrattazione collettiva), ma che forse potrebbe trovare ascolto dalle parti di Forza Italia.
Tema prevalente, nei programmi di tutti, è il welfare. Anche qui, con posizioni inconciliabili, come quella sulla legge Fornero che Forza Italia, sia pure con toni meno forti della Lega, dice di voler abolire. La stessa Forza Italia promette di portare a 1000 euro le pensioni minime, mentre nel piano del Pd si guarda più alle pensioni basse del futuro, introducendo un nuovo meccanismo per tutti coloro che, facendo lavori precari e poco pagati, potrebbero trovarsi a fine carriera con un assegno da fame. Tutti e due i partiti propongono di allargare la platea degli attuali beneficiari del reddito di inclusione e aumentare le risorse destinate alla lotta alla povertà. In questo campo, forse è più semplice trovare la quadra, distribuendo un po’ di soldi qua e là, a seconda di quel che si trova nel bilancio.
rischio di un governo senza identità e missione
E il punto è proprio questo: essendo gli annunci elettorali irrealizzabili – soprattutto quello di Forza Italia, che aprirebbe una voragine nel gettito fiscale – il minimo comun denominatore potrebbe essere alla fine trovato facendo i conti con quel che c’è, e addossando alla necessità della grande coalizione la colpa del mancato rispetto delle promesse (che invece non sarebbero stati rispettate comunque, essendo iperboliche). Ma resta il fatto che tutto ciò non darebbe una identità né una missione al nuovo eventuale governo di grande coalizione. A meno che la missione unica per il governo non sia, appunto, quella di esistere, e per i partiti quella di starci dentro, amministrando posizioni di potere, in attesa che succeda qualcosa di nuovo. Ma questo «qualcosa» potrebbe, ancora una volta, beneficiare chi sta all’opposizione e vive – e cresce – di questo.

* Roberta Carlini su Rocca n.5/2018

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Quali risposte in positivo alla crisi degli Stati democratici occidentali?

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E’ proprio vero che le città-Stato e le tecnocrazie possono rimediare ai limiti della democrazia?

di Gianfranco Sabattini*

Lo scienziato politico indiano, Parag Khanna, considerato una figura di spicco del think tank di Washington “New America Foundation” e dell’”European Council on Foreign Relations”, ha pubblicato di recente “La rinascita delle città-Stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”. Nel libro Khanna sostiene che la democrazia, il regime politico più accreditato presso gran parte dei sistemi economici più avanzati, può sottrarsi ad un irreversibile declino, solo se le sue istituzioni riusciranno a migliorare le loro performance; secondo il politologo indiano, infatti, è il degrado istituzionale delle democrazie a determinare l’insoddisfazione degli elettori, per il contenimento della quale non esiste che una via: assegnare il governo delle comunità democratiche a squadre di tecnocrati.
A parere di Khanna, le istituzioni democratiche hanno ormai perso credibilità circa la loro adeguatezza a risolvere i problemi del mondo contemporaneo; in particolare, i riti celebrati ricorrentemente in occasione delle consultazioni elettorali per il rinnovo del personale politico servono solo a portare “allo scoperto ampi strappi nel tessuto delle nazioni senza che si sia stilata un’agenda condivisa sul modo in cui ricucirli”. I limiti della democrazia, quindi, per Khanna, non stanno solo nella sua incapacità di risolvere in modo adeguato gli stati di bisogno dei governati, ma anche nel modo in cui essa funziona; conseguentemente, la “democrazia, da sola, non basta più”, occorre supportarla, anzi sostituirla, con l’apporto di tecnocrati professionali.
Per assicurare la sostituzione della democrazia non c’è bisogno – afferma Khanna – “né di guerre né di rivoluzioni – e nemmeno di una parentesi dittatoriale -, bensì di un’evoluzione tecnocratica”, che porti il sistema politico ad essere fondato “sulle analisi degli esperti e sulla pianificazione a lungo termine anziché sulle improvvisazioni senza respiro e prospettiva tipiche del populismo”. A differenza del mondo politico tipico delle democrazie, sempre propenso ad adottare non disinteressatamente provvedimenti ad hoc di breve respiro, la tecnocrazia, secondo il politologo indiano, ha la “virtù di essere sia utilitarista (nel senso di cercare inclusivamente il massimo vantaggio per la società) che meritocratica (dotata di leader molto qualificati e non corrotti”; essa, perciò, è strumento atto a far sì “che la scienza politica possa aspirare a diventare qualcosa di degno del suo nome: un approccio rigoroso all’amministrazione”.
Inoltre, la tecnocrazia non perde tempo a discutere se occorra allargare o restringere lo spazio da riservare all’iniziativa privata o a quella pubblica, in quanto essa (la tecnocrazia) predilige sempre agire perché sia la prima che la seconda cooperino per agire nel modo più efficace; è questo il motivo per cui sono sempre più numerosi i cittadini che credono nella competenza degli esperti, anziché in quella del personale politico, per decidere quali obiettivi devono essere perseguiti nell’interesse del Paese. A supporto di questo suo convincimento Khanna si rifà ad una ricerca del World Values Survey (un progetto di ricerca globale, che esplora i valori e le fedi delle persone, di come esse cambiano nel tempo e quale impatto sociale e politico hanno), dalla quale risulta che la percentuale dei cittadini europei e americani che ritiene essenziale vivere in un regime democratico è diminuita da due terzi a meno di un terzo del totale, mentre la quota di cittadini americani che crede che debbano essere gli esperti, anziché i politici, a decidere cosa è meglio fare per il Paese è salita dal 32 al 49%. Fatti, questi, che consentono a khanna di poter affermare, a sostegno della sua tesi, che sempre più cittadini “desiderano ardentemente un governo migliore, che sappia bilanciare democrazia e tecnocrazia”.
L’obiettivo che Khanna, con il suo libro, intende perseguire è quello di redigere un “promemoria” per vivere la trasformazione della democrazia attraverso “una combinazione di ciò che sappiamo e di ciò che possiamo immaginare su quello che significa progettare un governo efficiente che sia veramente al servizio dei cittadini”. Alcune delle sue proposte, avverte Khanna, potranno essere percepite come irrealistiche nelle attuali condizioni delle istituzioni e della politica, ma egli ammonisce che la storia punirà quei sistemi politici che non si predisporranno al cambiamento.
Khanna non si limita ad auspicare una trasformazione “ab imis” della forma di governo democratico, ma la estende anche alle dimensioni prevalenti degli Stati; secondo lui, la ricerca della “forma ideale dello Stato più adatta ai tempi non è un astratto esercizio filosofico, ma una necessità ricorrente”; ciò, perché le dimensioni degli Stati e i regimi democratici non sarebbero più strumenti idonei a consentire ai governi di risolvere i problemi del mondo attuale, essendo caratterizzati più dall’incapacità di fare qualcosa che di reagire, senza alcuna coerenza, al manifestarsi degli eventi negativi. Nel corso degli ultimi decenni, a parere di Khanna, gli studiosi dei problemi politico-istituzionali sono stati sempre impegnati ad individuare le dimensioni dello Stato ed il regime politico più convenienti, in funzione della complessità delle emergenze che maggiormente assillano i cittadini.
Dopo la fine della Guerra fredda, l’attenzione degli studiosi si è indirizzata verso l’individuazione del modo più conveniente per “capitalizzare” la creazione di un mercato mondiale, ovvero di un “mondo dominato dalla geoeconomia anziché dalla geopolitica”. Con il consolidarsi della globalizzazione delle economie nazionali, quindi, la concentrazione della produzione e l’approfondirsi dell’interdipendenza tra i vari sistemi produttivi, si sarebbero poste le premesse – afferma Khanna – per la nascita di quello che gli storici economici hanno definito “Stato commerciale” o “Stato di mercato”. Successivamente, gli strateghi della globalizzazione hanno previsto che i centri di potere del mercato mondiale sarebbero divenuti degli “agglomerati urbani di città-Stato analoghi a quelli che nel Medioevo formavano la Lega anseatica”.
La ricerca delle dimensioni dello Stato e della forma di governo più convenienti è proseguita ulteriormente con l’avvento dell’era dell’informazione digitale, portando ad individuare nell’”info-Stato” l’evoluzione modificata, ma più adattata ai tempi, dei modelli precedentemente indicati di “Stato commerciale”, di “Stato di mercato” e di “Agglomerato urbano di città-Stato”. A differenza dei modelli precedentemente individuati, l’info-Stato, a parere di Khanna, non “si fida più del mercato” e della tradizionale sua mano invisibile; esso crede piuttosto nell’azione congiunta del settore privato e di quello pubblico, ai fini dell’attuazione di piani strategici economici finalizzati alla soddisfazione degli stati di bisogno dei cittadini e realizzati sotto la guida esperta di una “tecnocrazia diretta”. In tal modo, secondo Khanna, l’info-Stato esprimerebbe una “democrazia postmoderna [...] che combina priorità dal basso e management tecnocratico”.
Il mondo è composto principalmente da Stati che ancora privilegiano la grande dimensione e la celebrazione dei riti propri delle democrazie elettorali; ma osservandole da vicino diventa facile capire, a parere di Khanna, le loro inefficienze e le insoddisfazioni dei loro cittadini. E’ questa la ragione per cui, secondo il politologo indiano, la piccola dimensione e la tecnocrazia costituiscono la via della salvezza degli Stati che agiscono su scala globale; ciò richiede però che i grandi Stati democratici riescano per tempo a maturare la consapevolezza che la grande dimensione e la democrazia non sono più in grado di garantire con successo la stabile soddisfazione dei bisogni delle loro società. Pertanto, gli Stati attuali potranno salvarsi solo muovendo “verso modelli di governance migliore”, in cui l’apertura alla riduzione delle dimensioni “si accompagni a una tecnocrazia orientata agli obiettivi”.
I grandi Stati democratici potranno pervenire a questo risultato – afferma Khanna – se riusciranno a superare il grave deficit teorico del pensiero occidentale, che ancora confonde la politica con la governance, tralasciando tra l’altro di considerare che, per legittimarsi, la democrazia deve poter realizzare ciò che promette; il suo fallimento, secondo Khanna, è riconducibile al fatto che i riti elettorali sui quali essa è fondata esprimono un sistema di distribuzione di responsabilità, “non un modo per realizzare progetti. La legittimazione procedurale [...] della democrazia non può mai sostituire del tutto la legittimazione dei risultati [...] della fornitura dei servizi di base dei cittadini”.
Inoltre, è molto più probabile che la legittimazione dei risultati possa avvenire nei piccoli Stati, anziché in quelli più grandi. L’idea che i piccoli Stati potessero costituire dei modelli di organizzazione politica è sempre stata considerata impraticabile; ma nel mondo attuale, sostiene Khanna, la sovranità è in via di trasferimento dagli Stati-nazione alle città-Stato, e la primazia ed il prestigio dei primi sono sempre più in declino, in quanto ciò che conta è il successo, che per il politologo indiano non ha nulla a che fare con la dimensione. Di conseguenza, le città-Stato sono destinate a rappresentare le fondamenta per la soluzione di tutte le “sfide che stanno al cuore di questo XXI secolo”. Ovviamente, osserva Khanna, essere un piccolo Stato ha i suoi costi, e proprio per questo alla loro conduzione si addice meglio la tecnocrazia piuttosto che la democrazia; quest’ultima non insegna le virtù del risparmio, o almeno non quanto lo fa la consapevolezza dei tecnocrati di dover fare assegnamento solo su di esso per provvedere a fornire servizi nella quantità e qualità attese dai cittadini.
La superiorità dei tecnocrati in competenza ed iniziativa, rispetto al personale politico, è dovuta al fatto che, a parere di Khanna, una “buona tecnocrazia” ispira sempre il suo comportamento alla “fede dell’utilitarismo”, inteso quest’ultimo, non solo come propensione a massimizzare il risultato economico, ma, anche e soprattutto, a massimizzare il benessere sociale, attraverso l’espansione e la protezione della “libertà individuale e la promozione di opportunità e vantaggi giusti e uguali per tutti”.
Concludendo, Khanna afferma che riporre fiducia su una buona tecnocrazia non significa che le decisioni democratiche dei cittadini e i fini utilitaristici siano in contrasto tra loro; per legittimarsi i tecnocrati devono prestare tutta la loro attenzione alle decisioni dei cittadini e spendersi per realizzarne i fini. Durante questo processo, essi non possono decidere di agire discrezionalmente, perché, se ciò avvenisse, i cittadini disporrebbero di un accesso all’informazione come mai era stato possibile prima dell’avvento dell’informazione digitale, vogliono e possono avere rapporti con esperti in grado di rispondere ai loro desiderata.
Sin qui Khanna; la sua analisi dell’auspicabile evoluzione che possono subire le forme dello Stato e del regime democratico nell’interesse delle comunità solleva non poche perplessità. La prima è riconducibile alla recente esperienza del nostro Paese: i tecnocrati, che erano alla guida dell’Italia in occasione della recente crisi finanziaria non hanno certamente dato prova di lungimiranza e d’essersi ispirati ad un’ideologia utilitaristica nel senso di Khanna. Le loro politiche di austerità non sono andate molto più in là di una spanna dal loro naso; le loro severe politiche di austerità sono state cosi lontane dalle aspettative dei cittadini da costringerli solo “a stringere la cinghia”, senza che la contrazione della spesa pubblica abbia prodotto una ripresa dell’economia e un miglioramento della sicurezza dei cittadini. Ma, a parte questa lamentazione su quanto è accaduto in Italia con la tecnocrazia al potere, l’analisi di Khanna induce a riflessioni preoccupate ben più significative.
Intanto, al di là dell’entusiasmo che sembra riporre sulla sua proposta, quella di fronteggiare le sfide del mondo attuale attraverso una contrazione delle dimensioni dello Stato e la rinuncia alla democrazia sinora sperimentata, Khanna poco si sofferma sui limiti delle forme assunte dalla globalizzazione e nulla dice sul modo in cui andrebbero rimossi. Anzi, tacendo e sorvolando sulle cause che hanno determinato la crisi economica mondiale dell’ultimo decennio, Khanna sembra voglia farne ricadere la responsabilità su due specifici versanti: da un lato, sulle resistenze opposte alla riduzione del ruolo dello Stato-nazione; dall’altro lato, sui regimi democratici, per la loro presunta strutturale incapacità di effettuare previsioni credibili e di reagire in tempi rapidi contro gli effetti negativi del ciclo economico, con politiche lungimiranti e affrancate dai condizionamenti degli interessi consolidati.
L’analisi e il promemoria di Khanna sembrano quindi suggerire riforme dell’organizzazione statuale e del regime democratico, idonee non tanto a migliorare le capacità di governo delle comunità, quanto ad assecondare appropriate per assecondare la formazione di un mercato mondiale, in conformità agli interessi dei poteri che hanno plasmato la globalizzazione a loro immagine e somiglianza. In altre parole, le proposte di Khanna appaiono un subdolo promemoria a sostegno di una politica mondiale consona alla formazione di un mondo fatto di “piccole patrie”, prone più agli interessi di chi controlla il mondo che a quelli dei cittadini che compongono le singole comunità.
Inoltre, a parere di Khanna, il famoso detto di Churhill, secondo cui la democrazia sarebbe la “peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre”, dovrebbe essere ripensato; sì!, ma non per le ragioni indicate dal politologo indiano, ma per rafforzarla e garantirne il funzionamento, per il ruolo che essa svolge a tutela dei destinatari degli esiti delle azioni di chi governa. Al contrario di quanto può pensare Khanna, non è vero che i cittadini siano univocamente interessati alla massimizzazione del risultato che può essere perseguito coi mezzi a disposizione. Ciò è tanto più vero, quanto più l’impiego dei mezzi a disposizione è affidato a tecnocrati, fuori da ogni controllo diretto dei cittadini; questi ultimi, contrariamente a quanto pensa Khanna, oltre ad essere interessati alla massimizzazione del risultato finale, sono anche fortemente motivati a conoscere le possibili conseguenze che possono derivare, a danno della loro esistenzialità, dal modo in cui i mezzi sono impiegati.
Oggi i cittadini, potendo accedere ad una produzione di conoscenza informatizzata come mai è stato possibile in passato, sono sicuramente più informati, ma certamente non sono garantiti riguardo alle procedure utilizzate per la produzione della conoscenza alla quale possono liberamente accedere. E’ questa la ragione per cui, nel mondo attuale e in quello di un tempo a venire sufficiente lungo, la democrazia risulta insostituibile. Essa consente ai cittadini di autoproteggersi, attraverso il dibattito pubblico circa il modo in cui i mezzi possono essere impiegati per la soddisfazione dei loro stati di bisogno; ciò che può essere garantito solo da una organizzazione democratica delle comunità, fondata sul funzionamento di istituzioni idonee a consentire lo svolgersi di un approfondito dibattito pubblico riguardo alle alternative d’impiego dei mezzi.
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*Anche su Avanti online

Oltre il 4 marzo. Alchimie di grandi intese.

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di Roberta Carlini, su Rocca*
Può succedere di tutto, ma può anche non succedere niente. A pochi giorni dal voto del 4 marzo, i sondaggi e le previsioni degli osservatori più attenti concordano nel prevedere un risultato incerto, che potrebbe consegnare il Paese a una nuova fase di transizione, con un parlamento diviso in tre blocchi e incapace di garantire la maggioranza a nessuno degli schieramenti in campo.

È vero che i sondaggi spesso sono fallaci, e gli stessi istituti di ricerca più autorevoli invitano alla prudenza: basti pensare che, rispetto a soli dieci-quindici anni fa, sono molti meno gli interpellati che rispondono alle domande telefoniche sulle intenzioni di voto; che a volte queste ricerche sono fatte solo usando i telefoni fissi; che dunque l’attendibilità del campione così selezionato è minore che in passato; e che le regole spesso irrazionali della nuova legge elettorale rendono molto difficile prevedere cosa succederà in ogni singolo collegio.
Però è anche vero che sulle grandi tendenze e i grandi numeri c’è una certa concordia, tra tutti gli istituti demoscopici: l’unico schieramento in grado di ambire alla conquista della maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato è quello di centro-destra. Se questo non succederà – e potrebbe non succedere, tutto dipende dall’esito della parte uninominale della votazione – il prossimo parlamento sarà diviso in tre spicchi, come il precedente. Con la sola differenza che la fetta dei Cinque stelle, nonostante le deludenti prove di governo delle città date nel frattempo, la «separazione» di Grillo e gli infortuni della campagna elettorale, potrebbe essere più grande che nell’ultima legislatura. Ma, a meno di clamorose sorprese e dunque la conquista da parte dei pentastellati del premio di maggioranza, i seggi non basteranno al candidato Di Maio per formare un governo autosufficiente; e poiché il suo movimento ha fatto dell’autosufficienza e del rifiuto delle alleanze con altri il suo marchio distintivo, i Cinque Stelle potrebbero allo stesso tempo essere il primo partito eppure non esprimere il nuovo governo.

la cabala delle probabilità
E allora? Si lavora già sulle formule, entrando persino nei dettagli delle varie possibilità, che ruotano tutte attorno alle «larghe intese». Cioè un’alleanza tra la maggioranza che sostiene il governo uscente (il centrosinistra, ossia il Pd più gli alleati della lista di Emma Bonino più il piccolo cespuglio centrista) e Forza Italia (il partito del Caimano essendo considerato la parte «moderata» del centrodestra, da staccare dagli estremi, Lega e Fratelli d’Italia, in nome della responsabilità nazionale).
Va detto che questa possibilità è ventilata anche in un altro caso, ossia quello in cui un centrodestra vincente non riuscisse a mettersi d’accordo su governo e programma, data la incompatibilità di molte delle posizioni al suo interno, dall’Europa alla legge Fornero, dal federalismo fiscale ai nuovi condoni; preoccupazione molto fondata su dati di fatto, ma che trascura quel formidabile collante che è il potere, capace di far convivere, con adeguata spartizione del bottino, anche istanze tra loro lontane.

ma con quali programmi?
Quel che colpisce però è che, anche tra i tanti che approfondiscono le alchimie delle larghe intese, sia totalmente negletto il merito, ossia il contenuto dell’azione di un futuro governo di questo tipo. Si parla di composizione, di leader (Gentiloni? Minniti? Un forzista?), di durata, di equilibri interni; ma mai del programma.
Qualche settimana fa, al termine di una trattativa durata mesi, il partito socialdemocratico tedesco e la Cdu-Csu hanno presentato le loro «larghe intese»: la Grosse Koalition, contestatissima dalla base della Spd, potrebbe anche non vedere mai la luce, visto che deve essere sottoposta a referendum in quel partito – i cui risultati, coincidenza curiosa, si conosceranno nella stessa sera nella quale arriveranno quelli del voto italiano. Ma se nascerà, la Grande coalizione tedesca avrà il programma già pronto: scritto nelle settimane del negoziato, lungo ben ventotto pagine, con capitoli, dettagli e numeri. Quale programma potrebbe avere la grande coalizione italiana?
Abbiamo provato a fare un esercizio, sfogliando le paginette che i vari partiti hanno consegnato al Viminale e le slide che usano nella propaganda elettorale, e cercando possibili punti di incontro, limitandoci ai contenuti di politica economica. Impresa complicata, in primo luogo a causa della genericità dei programmi. Come ha notato l’Istituto Cattaneo in uno studio su tutti i partiti, le affermazioni generali, che non contengono proposte specifiche di singole politiche, sono prevalenti un po’ ovunque. Per il Pd sono «generali» il 76,4% degli enunciati del programma; per Forza Italia il 70,4%. È del tutto prevedibile altrettanta genericità anche in un «programma delle larghe intese» (far uscire il Paese dalla crisi, rilanciare l’occupazione, aiutare i più deboli, cose così). Ma immaginando di essere in Germania e pretendendo impegni più precisi, cosa mai potrebbero scrivere sullo stesso foglio gli sherpa del Pd e quelli del partito di Berlusconi?

l’Europa
Al primo posto potrebbe esserci l’Europa. Un governo così nascerebbe anche (forse soprattutto) per rassicurare Bruxelles, le cancellerie europee e i mercati del fatto che l’Italia resta dov’è, che i temutissimi populisti non entreranno nelle stanze del potere, che Roma resterà un interlocutore della Commissione europea e della Bce. Ma, al contrario che negli ultimi venti-trent’anni, questa adesione di per sé non fa un programma. Ricordiamo che nel recente passato l’Italia ha già avuto due governi di grande coalizione; il primo fu quello di Mario Monti e la sua agenda fu dettata dalla necessità di uscire dalla crisi del debito sovrano, quella che aveva portato lo spread dei nostri titoli pubblici alle stelle: di fatto, la sua prima manovra economica d’urgenza fu dettata dall’eurogruppo. Il secondo fu quello di Enrico Letta, la larga alleanza durò poco perché il voto del Senato sull’espulsione di Berlusconi dopo la condanna per corruzione portò alla fuoriuscita dalla maggioranza di Forza Italia, ma per un po’ ci fu e anche in questo caso l’agenda della politica economica fu in sintonia con i desiderata della Commissione Ue. Stavolta le cose sono diverse.
È vero che abbiamo avuto diverse tirate d’orecchie sui conti pubblici, e che in primavera potrebbe arrivare la richiesta di una manovra correttiva. Ma è anche vero che – per ora – non c’è una emergenza sui mercati; che le istituzioni europee si sono fatte da un po’ più flessibili, anche senza ammetterlo esplicitamente; e che uno dei contenuti della Grande Coalizione tedesca ha a che vedere proprio con il processo di riforma dell’Unione. Questo non vuol dire che avremo un’Europa benigna, progressista e in grado di tirarci generosamente fuori dalle secche. Ma che non siamo più al 2011-2012, a programmi politici di fatto determinati dall’esterno e nei quali la politica interna poteva solo immettere dettagli di bricolage: anche perché – e questo è un punto in comune – sia il Pd renziano che il sedicente moderatismo del nuovo Berlusconi chiedono una revisione dell’austerity europea. Che poi riescano a ottenerla, è tutto da dimostrare. Ma scriverlo in un programma non costa niente…

tasse e fisco
Il problema è che poi quel programma dovrebbe essere credibile anche sugli altri punti, sulle riforme interne. E qui le proposte divergono. Il cavallo di battaglia di Forza Italia è la flat tax (della quale abbiamo parlato nel numero precedente di Rocca): un’aliquota unica al 23 per cento e una «no tax area» a 12.000 euro annui (vale a dire, non si pagano tasse sotto quella cifra).
La proposta del Pd invece non tocca le aliquote, ma vede una revisione totale degli assegni familiari: sostanzialmente, è un alleggerimento fiscale e un trasferimento alle famiglie con redditi medio-bassi con figli. La proposta di Forza Italia costa moltissimo (sui 50-60 miliardi) e premia tutti, ma soprattutto i più ricchi; quello del Pd costa un po’ meno (attorno ai 10 miliardi) e premia i più poveri. Nella proposta di Forza Italia, spariscono gli 80 euro varati a suo tempo da Renzi; in quella del Pd ovviamente restano. Restando in tema fiscale, ancor più rilevante è il moloch del solito condono che i forzitalioti fanno intravedere («ristabilire la pace fiscale», è il nome in codice), al quale il Pd si dice contrario. Come tenere insieme programmi che, per quanto ancora vaghi, sono tuttavia così distanti?

lavoro e welfare
Passando al capitolo lavoro, il Pd continua a puntare tutto, come ha fatto già quando era al governo, sugli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato; il programma di Forza Italia non li prevede, mentre punta, per sollevare l’occupazione, sull’effetto a cascata delle riduzioni delle imposte, sull’alleggerimento dei vincoli alle imprese, anche in tema di costruzioni e certificazioni. Uno dei temi nuovi, introdotto dal partito di Renzi nel suo programma, è l’introduzione di un salario minimo legale, molto inviso ai sindacati (che vedono così perdere il ruolo e la forza della contrattazione collettiva), ma che forse potrebbe trovare ascolto dalle parti di Forza Italia.
Tema prevalente, nei programmi di tutti, è il welfare. Anche qui, con posizioni inconciliabili, come quella sulla legge Fornero che Forza Italia, sia pure con toni meno forti della Lega, dice di voler abolire. La stessa Forza Italia promette di portare a 1000 euro le pensioni minime, mentre nel piano del Pd si guarda più alle pensioni basse del futuro, introducendo un nuovo meccanismo per tutti coloro che, facendo lavori precari e poco pagati, potrebbero trovarsi a fine carriera con un assegno da fame. Tutti e due i partiti propongono di allargare la platea degli attuali beneficiari del reddito di inclusione e aumentare le risorse destinate alla lotta alla povertà. In questo campo, forse è più semplice trovare la quadra, distribuendo un po’ di soldi qua e là, a seconda di quel che si trova nel bilancio.
rischio di un governo senza identità e missione
E il punto è proprio questo: essendo gli annunci elettorali irrealizzabili – soprattutto quello di Forza Italia, che aprirebbe una voragine nel gettito fiscale – il minimo comun denominatore potrebbe essere alla fine trovato facendo i conti con quel che c’è, e addossando alla necessità della grande coalizione la colpa del mancato rispetto delle promesse (che invece non sarebbero stati rispettate comunque, essendo iperboliche). Ma resta il fatto che tutto ciò non darebbe una identità né una missione al nuovo eventuale governo di grande coalizione. A meno che la missione unica per il governo non sia, appunto, quella di esistere, e per i partiti quella di starci dentro, amministrando posizioni di potere, in attesa che succeda qualcosa di nuovo. Ma questo «qualcosa» potrebbe, ancora una volta, beneficiare chi sta all’opposizione e vive – e cresce – di questo.

* Roberta Carlini su Rocca n.5/2018

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Oltre il 4 marzo. CHE ALLA POLITICA RITORNI IL PENSIERO

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La cultura avanza le sue proposte: intervento pubblico per creare lavoro nonostante l’Europa, il capitale riportato nella legge, la funzione difesa nelle mani dell’ONU, il migrare come diritto umano universale. Un appello a candidati ed elettori

Al termine della campagna elettorale la cultura rivolge un appello ai candidati, alle candidate e all’elettorato del 4 marzo, per un ritorno al pensiero nella politica e la messa in campo di quattro grandi opzioni volte a cambiare il nostro destino. Esse riguardano la creazione di lavoro per mano pubblica nonostante il regime europeo, la riconduzione del capitale alla regola del bene comune, la pace come responsabilità e compito del Consiglio di sicurezza dell’ONU e l’adozione dello ius migrandi come diritto umano universale. Questo il testo dell’appello:

Alle candidate e ai candidati alle elezioni del 4
marzo

e
Alle elettrici e agli elettori del 4 marzo

Roma, 16 febbraio 2018

L’appassionato confronto sui valori e i dettati della Costituzione in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 – al quale abbiamo contribuito sostenendo il No – ha visto partecipare un imponente numero di elettrici e di elettori, pur con scelte difformi, a riprova che le grandi opzioni della politica sono percepite come proprie dai cittadini quando sono messi in grado di scegliere.

Per questo ci rivolgiamo a tutte le candidate e a tutti i candidati di buona volontà con questo accorato e rispettoso appello.

È necessario concentrare almeno quanto resta della campagna elettorale su alcuni obiettivi di fondo che per loro natura vanno oltre il periodo del prossimo mandato parlamentare e oltre i confini dell’Italia, in quanto decisivi dell’intero futuro. Su tali obiettivi non mancano accenni e proposte nel programma di alcuni partiti, ma essi appaiono del tutto oscurati e distorti nel dibattito pubblico rappresentato dagli attuali mezzi di informazione che perseguono altri interessi e logiche contingenti, onde è necessario farli venire alla luce e metterli al centro delle prossime decisioni politiche.

La prima questione è quella del lavoro retribuito, nella specifica forma della sua assenza e precarietà.
La mancanza di lavoro sta raggiungendo tali dimensioni di massa da rendere illusori i rimedi finora proposti. La riduzione al minimo di quella che una volta si chiamava “forza lavoro” a fronte dell’ingigantirsi degli altri mezzi di produzione è tale da alterare tutti gli equilibri dei rapporti economici politici e sociali.

In Italia infatti la Repubblica rischia di perdere il suo fondamento (art. 1 Cost.) e perciò la sua stabilità e la stessa sicurezza della sua durata; in Europa l’Unione economica e monetaria perde il primo dei tre obiettivi fondamentali per cui è stata costituita e via via potenziata, ossia “piena occupazione, progresso sociale e tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente” come prevede l’art. 3 del Trattato sull’Unione; nel mondo il sistema economico perde l’equilibrio dialettico tra capitale e lavoro, deprimendo fino a sopprimerlo il ruolo del fattore lavoro. La resa imposta a uno dei due protagonisti del relativo conflitto – il lavoro – non lo risolve, ma ne spegne la spinta propulsiva e spinge la polarizzazione delle diseguaglianze fino agli estremi di una pari ricchezza detenuta da una decina di uomini e da 3,6 miliardi di persone sulla terra.

La perdita di lavoro umano non è genericamente dovuta al progresso, ma è il frutto di scelte politiche ed economiche che hanno potuto avvalersi come mai fino ad ora dello sviluppo della tecnologia e dell’automazione; paradossalmente ciò ha finito per ritorcersi contro l’ortodossia e la funzionalità del Mercato, perché a esserne snaturato e viziato è stato proprio il meccanismo della concorrenza a causa degli squilibri nel costo del lavoro umano tra le imprese, le diverse aree produttive e gli Stati, messi in concorrenza tra loro nella corsa ad abbattere il ruolo del lavoro, fino alla minaccia del controllo elettronico dei lavoratori anziché delle macchine e dei processi produttivi. Le conseguenze della crisi scoppiata si fanno sentire pesantemente, il Pil dell’Italia è ancora inferiore del 6,5% sul 2008, l’attività industriale è calata oltre il 25% e secondo il prof Giovannini mancano ancora un milione di unità-lavoro rispetto al 2008.

Per ristabilire gli equilibri e una giusta concorrenza è ora necessario puntare non solo ad impadronirsi delle tecnologie e del loro uso ma creare nuovo lavoro in settori finora considerati meno interessanti dal punto di vista del reddito, anche se più di recente anch’essi sono stati invasi dal mercato che ne distorce pesantemente l’utilizzo a fini di profitto. Questi interventi possono essere creati dall’unico soggetto in grado di farlo, cioè il soggetto pubblico, nelle sue varie articolazioni e competenze, sia in Italia che in Europa che a livello globale. Non si tratta solo di proporre una nuova fase dell’intervento dello Stato quanto di un più generale intervento pubblico, da sviluppare in modo coordinato tra le diverse sedi istituzionali. In particolare c’è da coprire l’enorme fabbisogno di lavoro umano per la conservazione e il miglioramento dell’ambiente, la riconversione ecologica delle strutture esistenti, la prevenzione delle calamità, la salute come bene primario universale, l’educazione, i nuovi servizi alle persone, in particolare all’infanzia e al crescente numero di anziani, ecc.; così è necessaria una strategia di riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro.

A tal fine l’Italia dovrebbe riaprire il capitolo dell’intervento pubblico nell’economia e riproporlo all’Europa, anche per una nuova interpretazione del Trattato europeo che deplora gli “aiuti di Stato”, che in realtà non sono aiuti ma la manifestazione stessa delle scelte della comunità politica sovrana come soggetto anche economico.

Come rivendicazione politica immediata dovrebbe assumersi pertanto un’abrogazione o rinegoziazione degli artt. 107-109 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (“Aiuti concessi dagli Stati”). In ogni caso, anche in assenza di modifiche, si dovrebbe ritenere verificata, per l’Italia ma anche per l’Europa impoverita, la clausola che secondo l’art. 107 reintegra a pieno titolo gli “aiuti di Stato” nel mercato interno europeo: la clausola cioè, prevista dall’art. 107, 3 del Trattato, che ci siano regioni “ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione”. Clausola innegabilmente adempiuta quando in Italia ci sono 5 milioni di persone che vivono “in povertà assoluta”, 18 milioni “a rischio di povertà e di esclusione”, e la disoccupazione è all’11 per cento con 3 milioni di disoccupati, tra cui il 37 per cento dei giovani.

Analoga rivendicazione, sia per l’Italia che per l’Europa, dovrebbe farsi per un nuovo approccio fiscale volto a finanziare questi interventi che, in coerenza con la progressività prevista dall’art 53 Cost. , alleggerisca il prelievo fiscale su lavoro e pensioni e lo estenda alla intera ricchezza prodotta e ai grandi patrimoni.

Allora diventerà nuovamente possibile dare effettività all’art. 3 della Costituzione.

La seconda questione riguarda il controllo e la regolazione delle attività e dei movimenti finanziari, compresa la tassazione della produzione e dei consumi nei Paesi in cui avvengono.
La dominanza del capitale finanziario, la sua libertà di movimento globale, il suo potere di ricatto verso gli Stati nazionali, l’assenza di controlli sui movimenti finanziari, la cui provenienza è fin troppo spesso illegale, l’uso speculativo dei capitali finanziari hanno creato uno squilibrio di fondo tra il ruolo ancora essenziale degli Stati e il capitale finanziario globalizzato.

Non basta invocare un ritorno del ruolo degli Stati che pure deve esserci, ad esempio sui bitcoin che sono l’ultima forma speculativo-finanziaria del tutto fuori controllo; purtroppo con grande ritardo si sta comprendendo che consentire lo sviluppo di questa forma di moneta porta alla crescita esponenziale di speculazioni e alla crescita di aree di economia fuori da ogni controllo. Malgrado la crisi scoppiata nel 2008 sia stata del tutto paragonabile a quella del 1929 gli interventi per evitarne il ripetersi non sono paragonabili a quelli adottati dopo la crisi del 1929, senza sottovalutare che perfino molti degli strumenti all’epoca adottati sono stati rimossi, lasciando campo libero ai movimenti speculativi e a comportamenti infedeli a danno dei risparmiatori, fino allo svilimento delle forme di controllo. Vanno rivisti i ruoli nel sistema del credito distinguendo tra credito per gli investimenti e banche di raccolta e uso del risparmio, così come vanno intensificati e resi cogenti strumenti e regole per il controllo dell’operato degli operatori bancari e finanziari, introducendo deterrenti adeguati a tutela del risparmio, contro amministratori e operazioni infedeli. Questo sulla base di precise regole di trasparenza e di uso del risparmio, comprese dissuasioni penali adeguate. Occorre rivedere a livello europeo e mondiale gli accordi che regolano, o meglio non regolano, i movimenti di capitali, sulla base del principio della reciprocità, di un controllo sull’adeguatezza dei comportamenti degli Stati nei controlli sulla base degli accordi. Occorre ripensare le politiche di governo dei debiti pubblici in modo solidale a livello europeo e puntare ad accordi a livello sovranazionale, anche nelle politiche fiscali nazionali oggi usate per la concorrenza tra Stati distorcendo la concorrenza tra imprese. La lotta all’elusione e all’evasione fiscale – cruciale e strategica per il nostro Paese – con un’azione sistematica di contrasto e di nuove normative va inquadrata in una decisa lotta ai paradisi fiscali e alla concorrenza fiscale tra gli Stati, nell’epoca del dominio del capitale finanziario, che è in larga misura all’origine dello squilibrio nei rapporti di forza a danno del lavoro reso sempre più mera merce, per di più sottovalutata. Per questo il sistema di regole e di controlli è indispensabile. L’accento non è più sulla libertà di scambio nel reciproco interesse, ma per evitare pratiche di dumping tra lavoratori e tra Stati occorrono regole e controlli severi sui movimenti e sui comportamenti dei capitali finanziari.

Di conseguenza diventerebbe possibile l’attuazione dell’articolo 41 della Costituzione.

La terza questione cruciale è quella della pace, oggi purtroppo negata da gran parte della politica nazionale e mondiale.
La pace è fin troppo negata dalla nostra politica nazionale, con il formale rovesciamento del ripudio costituzionale della guerra, da quando il nuovo Modello di Difesa italiano, sostituendosi nel 1991 al vecchio Modello concepito in funzione della difesa dei confini nazionali (la famosa “soglia di Gorizia), adottò la formula della “difesa avanzata” degli interessi esterni dell’Italia e dei suoi alleati. Tale difesa comprendeva anche quella degli interessi economici e sociali, ovunque fossero in gioco, “anche in zone non limitrofe”, a cominciare dall’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, supponendo (già allora!) l’Islam come nemico dell’Occidente in analogia al conflitto arabo-israeliano che veniva ideologicamente interpretato come una “contrapposizione tra tutto il mondo arabo da un lato ed il nucleo etnico ebraico dall’altro”.

L’art 11 della Costituzione è contraddetto dalla politica nazionale quando si estende la formula della difesa fino all’invio di Forze Armate in Africa per intercettare le carovane di profughi nel deserto o per attivare la Marina libica alla caccia e alla cattura dei migranti nel Mediterraneo, fino alla negazione di ogni umanità nei campi profughi.

La pace è negata dalla politica nazionale quando l’Italia non approva, non firma e non ratifica il Trattato dell’ONU sull’interdizione delle armi nucleari, mentre rifornisce di armi Paesi che ne bombardano altri e primeggia nel mercato degli armamenti realizzando uno dei più alti avanzi commerciali del settore, svuotando di significato la legge nazionale che prevede trasparenza e precisi divieti in materia di commercio delle armi e un controllo delle transazioni finanziarie ad esse collegate. Il divieto dell’esportazione di armi in zone di guerra deve essere ripristinato, così il divieto della fabbricazione di mine e il divieto assoluto di produrre e usare armi all’uranio impoverito di cui si stanno scoprendo le tragiche conseguenze anche per la salute dei militari.

La pace è negata dalla politica internazionale quando Trump reintroduce nelle opzioni americane la risposta nucleare a offese “convenzionali” e perfino al terrorismo.

La pace è negata dalla politica internazionale quando l’ONU viene esclusa dal compito che dovrebbe svolgere di fronteggiare le minacce e le violazioni alla pace, le violazioni della sovranità e gli atti di aggressione. Nessun intervento di polizia internazionale o di interposizione fuori dai confini nazionali deve essere possibile senza una specifica decisione dell’Onu e il suo controllo. L’Onu pur con evidenti limiti è l’unica sede internazionale dotata di legittimità per azioni di polizia internazionale

La pace è negata dalla politica internazionale quando le Potenze nucleari respingono il bando delle armi nucleari, e quando Stati o sedicenti Stati alimentano la guerra mondiale diffusa già in atto e avallano e praticano politiche di genocidio.

L’Italia deve firmare e ratificare il Patto per l’abolizione delle armi nucleari approvato da 122 Paesi e firmato finora da 56 Paesi e ratificato da 4; che l’Italia non fornisca armi all’Arabia Saudita, al Kuwait, ad Israele e alla Libia; che respinga la richiesta degli Stati Uniti e della NATO di aumentare le sue spese militari fino al 2 per cento del prodotto interno lordo, che rappresenta da solo i due terzi di quanto l’Europa consente a uno Stato membro di indebitarsi al di sopra del PIL; che l’Italia si batta con gli altri Paesi europei e con la NATO per una riformulazione della filosofia delle alleanze militari dell’Occidente e per dare attuazione al capo VII della Carta dell’ONU che postula una forza di polizia internazionale comandata dai cinque Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, finora impedita dalla divisione del mondo in blocchi; che si riprenda la grande proposta avanzata ma non accolta alla fine della guerra fredda di “un mondo senza armi nucleari e non violento”. Un mondo, si può oggi aggiungere, sollecito verso la propria conservazione e salvaguardia anche fisica secondo le analisi e le sollecitazioni della intera comunità scientifica fatte proprie anche dalla stessa Enciclica “Laudato sì”.

Allora diventerà nuovamente possibile dare effettività all’art. 11 della Costituzione che riteniamo un principio fondamentale.

La quarta questione cruciale è quella del diritto di cittadinanza, nella specifica forma del suo disconoscimento a quanti, abitanti in uno Stato, non ne siano considerati cittadini.
È una questione che riguarda l’Italia ma che egualmente va posta dinnanzi all’Europa e all’intera comunità internazionale, perché oggi è questa la dimensione necessaria degli interventi.

La discriminazione di cittadinanza che sopravvive a tutte le altre discriminazioni che almeno in via di principio sono cadute (di sesso, di razza, di religione ecc.) deve ora essere superata attraverso politiche programmate e controllate di accoglienza, protezione e integrazione, mirate a realizzare lo ius migrandi già proclamato come diritto umano universale all’inizio della modernità, e a tradurlo gradualmente e con regole nella stabilità dello ius soli.

La realtà delle migrazioni è un prodotto irrecusabile della globalizzazione da noi voluta e perseguita. Non è possibile nasconderla, segregarla o reprimerla perché questo porta con sé in nuce il genocidio. La xenofobia è una nuova declinazione del fascismo, e il genocidio è il suo destino.

Nel mondo di oggi i muri non sono più verosimili. Quello delle migrazioni non è più pertanto un problema esterno degli Stati, ma un problema interno dell’unica Nazione umana e del suo ordinamento giuridico sulla terra, da affrontare con politiche e regole graduali, in grado di promuovere integrazione.

L’Italia per la sua posizione geopolitica, ma ancora di più per il suo DNA, deve essere all’avanguardia nell’ avviare questo processo e nel rivendicarlo dagli altri, prima che la catastrofe avvenga.

In tali modi l’intera Costituzione e la nostra Repubblica, l’Unione europea e l’Ordinamento delle Nazioni Unite, unite dal diritto come base per affrontare i problemi diventeranno forza e garanzia della nostra stessa vita.

Proponiamo che al più presto si tenga una tavola rotonda per una prima ricognizione e discussione su questi temi con la partecipazione di quanti vorranno dare un contributo al loro approfondimento e agli sviluppi futuri.

Francesco Baicchi, Leonardo Becheri, Mauro Beschi, Carmen Campesi, Sergio Caserta, Riccardo De Vito, Mario Dogliani, Luciano Favaro, Nino Ferraiuolo, Luigi Ferrajoli, Umberto Franchi, Domenico Gallo, Sandro Giacomelli, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Maria Longo, Sara Malaspina, Silvia Manderino, Tomaso Montanari, Alessandro Pace, Giovanni Palombarini, Pancho Pardi, Livio Pepino, Maria Ricciardi, Giovanni Russo Spena, Mauro Sentimenti, Giuseppe Sunser, Giulia Veniai, Massimo Villone, Vincenzo Vita.
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Lo Stato non si abbatte, si cambia! Verso la ricerca instancabile di democrazia.

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La politica non sempre è garante della natura libertaria del “paternalismo” dello Stato

Gianfranco Sabattini*

Il paternalismo dello Stato suscita non poche riserve da parte di chi lo subisce; sono molti quelli che lo aborrono, perché, a parere di Cass Sunstein, professore di diritto costituzionale all’Università di Harvard, essi “pensano che gli esseri umano debbano essere lasciati andare per la propria strada, anche a costo di finire in un fosso”. Sunstein in ”Effetto nudge. La politica del paternalismo libertario”, nega che ai consumatori debba essere lasciata la libertà assoluta di effettuare le proprie scelte, contestando il cosiddetto “principio del danno” formulato da John Stuart Mill; secondo questo principio, il solo aspetto della condotta individuale del quale ognuno “deve rendere conto alla società è quello riguardante gli altri: per l’aspetto che riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta. Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo l’individuo è sovrano”.
Le obiezioni di Sunstein contro il principio milliano del danno sono motivate dal fatto che le persone sono spesso propense a commettere errori, mentre “gli interventi paternalistici potrebbero rendere le loro vite migliori”. In tutte le circostanze in cui ciò può accadere vi sarebbero “forti argomenti” a favore del paternalismo.
Gli economisti, afferma Sunstein, generalmente hanno concentrato le loro argomentazioni in ossequio al principio della “sovranità del consumatore”, sui mezzi utilizzabili e non sui fini da perseguire; il loro obiettivo (quello degli economisti) è stato di creare una architettura istituzionale idonea a rendere “più probabile che gli individui riescano a promuovere i propri fini, così come essi stessi li intendono”. Sunstein, però, intende andare oltre il paternalismo libertario degli economisti, inteso come forma di pressione (nudge) esercitata sui consumatori per influenzare le loro scelte senza coercizione, con l’intento in ogni caso di conservare la pressione entro i limiti di un “paternalismo debole”, rendendolo così libertario.
Le argomentazioni di Sunstein, tuttavia, per quanto supportate da esempi calzanti, non si sottraggono al limite che le pressioni, anche se esercitate debolmente, risultino eccessivamente, se non in assoluto, inficiate dagli effetti della discrezionalità con cui lo Stato regola il comportamento del consumatore, sino a trasformare il suo paternalismo da libertario in autoritario.
Questo pericolo, presente nell’analisi di Sunstein, è dovuto al fatto che egli fa esclusivo riferimento ai beni economici intesi in astratto, mancando di tener presente, da un lato, la distinzione fra “beni privati” e “beni pubblici” e, dall’altro lato, il fatto che, proprio con particolare riferimento ai beni pubblici, gli economisti hanno elaborato un’opportuna organizzazione delle istituzioni economiche del sistema sociale, con cui estendere il paternalismo dello Stato non solo ai mezzi, ma anche ai fini, per contenere gli esiti della discrezionalità nell’esercizio del paternalismo.
Dal punto di vista economico, i beni privati sono definiti dalla presenza dei principi della “rivalità nel consumo” ed dell’“escludibilità dal consumo”. Il primo principio postula la condizione che il consumo di un bene da parte di un soggetto impedisce ad altri di consumare lo stesso bene; il secondo, invece, afferma che dall’offerta complessiva di un dato bene sul mercato è esclusa la possibilità di impedire il consumo di quel bene da parte di uno qualsiasi dell’intera platea di consumatori. Al contrario dei beni privati, i beni pubblici sono definiti sia dall’assenza della “rivalità” nel consumo, che dalla “escludibilità” dal consumo. Una caramella è un bene privato; se un soggetto ne compra una per mangiarla, nessun altro la può mangiare; d’altra parte, dal consumo di una caramella, delle tante disponibili nel mercato, nessuno può essere escluso. I segnali di un faro collocato su un promontorio a tutela dei naviganti sono un bene pubblico; il loro “consumo” da parte di un navigante non impedisce il “consumo” anche da parte degli altri naviganti; il fatto che molti naviganti possano “consumare”, contemporaneamente o in momenti successivi, i segnali del faro non riduce la disponibilità complessiva dei segnali del faro per tutti i naviganti che si trovino a passare in prossimità dello scoglio sul quale è collocato il faro.
Inoltre, sempre dal punto di vista economico, se in un sistema sociale coesistono beni privati e beni pubblici, il mercato può funzionare correttamente solo quando tutti i soggetti economici, dal lato del consumo, rivelano le loro preferenze e, quindi, le disponibilità a pagare per le diverse quantità che è possibile consumare dei beni disponibili, ed inoltre quando tutti soggetti dal lato dell’offerta (i produttori) producono ed offrono i beni domandati in funzione delle preferenze rivelate e delle disponibilità a pagare i prezzi di mercato per l’acquisto quei beni.
Nei sistemi economici ad economia di mercato, queste due condizioni (rivelazione delle preferenze e della disponibilità a pagare) per i beni pubblici non sussistono, perché l’organizzazione delle istituzioni economiche del sistema sociale non motiva i consumatori a rivelare le loro preferenze e la loro disponibilità a pagare. Gli operatori economici, in quanto produttori, perciò, sono disincentivati a produrre e ad offrire i beni pubblici secondo la quantità e la qualità desiderate dai consumatori; ciò comporta il cosiddetto “fallimento del mercato”, al cui superamento provvede lo Stato, il quale fissa, attraverso procedure istituzionali, da un lato, quanti e quali beni pubblici produrre e, dall’altro lato, come ripartire il costo della loro produzione tra tutti i contribuenti dell’intero sistema economico.
La supplenza dello Stato, pur non presupponendo necessariamente che la produzione e l’offerta dei beni pubblici debbano essere da esso direttamente organizzate, è attuata attraverso il ricorso a “procedure istituzionali” che dal punto di vista economico costituiscono un “quasi-mercato”, espresso dalla contemporanea azione di istituzioni che nell’insieme simulano un mercato vero e proprio. In questo modo, lo Stato provvede alla produzione e alla distribuzione dei beni pubblici, con risultati prossimi a quelli del mercato di concorrenza.
Non tutti i beni pubblici sono consumati dalla generalità dei componenti del sistema sociale; esistono dei beni pubblici che i consumatori sono liberi di consumare nella quantità desiderata, o di non consumare affatto, pur essendo loro offerti. In questo caso si dice che i beni pubblici per i quali esiste questa libertà (di consumo o di non consumo) non hanno la natura di “beni pubblici puri”. Esistono, però, beni pubblici per i quali il fenomeno della libertà di consumare o di non consumare è rimosso, rendendo obbligatorio il consumo di tali beni, soprattutto in considerazione della “posizione di debolezza” del consumatore rispetto alla capacità di valutare con sufficiente razionalità gli esiti di tale consumo; sono questi i beni aventi natura di “beni pubblici puri di merito”, quali, ad esempio, i servizi dell’istruzione, quelli sanitari e quelli ambientali, per via della loro rilevanza dal punto di vista delle esigenze esistenziali dei consumatori. In questo caso, il paternalismo dello Stato è esercitato, oltre che sui mezzi, anche sui fini.
L’obbligatorietà che caratterizza il consumo dei beni pubblici puri di merito, tende ad evitare che il non consumo possa danneggiare, per cause imputabili a conoscenza imperfetta o a comportamenti opportunistici, l’interesse generale della comunità. L’implicazione dell’obbligatorietà del consumo dei beni pubblici puri di merito è che ogni singolo consumatore di una data collettività non possa essere l’unico “giudice” di ciò che è “bene” o “male” per sé. Pertanto, l’intervento dello Stato è giudicato necessario per correggere l’esito delle decisioni disinformate dei consumatori, in quanto componenti di una comunità. In tutti questi casi, l’opzione di stabilire il livello di consumo e la qualità dei beni consumati viene avocata a sé, e poi esercitata, dallo Stato.
La natura dei beni pubblici puri di merito non deriva tanto dall’obbligatorietà del loro consumo, ma dal fatto che questo consumo è determinato dall’esistenza di “rapporti diretti” tra i consumatori; nel caso di beni pubblici non-puri, un consumatore, in quanto facente parte di un insieme più ampio di soggetti, si trova nella condizione di dover effettuare il consumo di determinate quantità di tali beni per evitare di procurare un danno agli altri soggetti. Chi è portatore di una malattia deve curarsi, per evitare danni a se stesso ed agli altri componenti la comunità di appartenenza.
Nel caso dei servizi dei beni pubblici puri di merito, il consumo avviene in presenza di “rapporti diretti e di reciprocità tra tutti consumatori”; si ha perciò la configurazione di “uno stato di bisogno indivisibile, comune all’intera collettività”. Tale stato di bisogno è soddisfatto col comune concorso di tutti, in quanto ciascun consumatore, in condizioni di reciprocità, lo avverte congiuntamente agli altri componenti la comunità. Per questo motivo, per i beni pubblici puri di merito è appropriata l’espressione di beni comuni (commons, secondo la terminologia anglosassone) e il loro consumo, da parte di chi lo effettua, oltre ad essere vantaggioso per se stesso, lo è anche per gli altri, e viceversa.
Quanto sin qui detto consente di definire meglio il ruolo e la funzione del paternalismo libertario del quale parla Sunstein. Con riferimento ai beni pubblici puri di merito, la “presenza meritoria” dello Stato non può tuttavia oscurare del tutto l’autonomia valutativa dei consumatori dei servizi dei beni comuni riguardo alla loro quantità e alla loro qualità. E’, infatti, il rispetto delle valutazioni dei consumatori, circa la quantità e la qualità dei beni comuni desiderati, che assegna rilevanza alla natura libertaria del paternalismo dello Stato. A tal fine, per neutralizzare l’eccesso di discrezionalità dello Stato, è necessario che i servizi dei beni comuni siano prodotti e distribuiti all’interno di un quasi-mercato; ciò, per evitare che i servizi dei beni comuni, prodotti, offerti e consumati non siano totalmente estranei al consumatore, in quanto “non consumatore ubbidiente e passivo”, ma “consumatore interessato” ad orientare ed a controllare le decisioni riguardanti le sue esigenze esistenziali.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario che lo Stato assicuri alla produzione, all’offerta ed al consumo dei servizi dei beni comuni alcune garanzie, nel senso che i servizi prodotti, offerti e consumati devono essere di “alta qualità”, prodotti in modo “efficiente”, erogati con “efficacia”, “rispondenti” alle aspettative dei consumatori, fiscalmente “giustificabili” e distribuiti secondo “equità”.
La qualità riguarda le modalità di soddisfazione delle esigenze del consumatore sul piano della premura, della velocità e della competenza con cui i servizi devono essere resi accessibili. L’efficienza, considerato il livello delle risorse impiegate, deve implicare che tale livello sia il migliore possibile in termini di quantità e qualità. La rispondenza alle aspettative dei consumatori deve essere volta a garantire il rispetto delle esigenze esistenziali del consumatore, in considerazione del fatto che per ogni soggetto il consumo di una determinata quantità di servizi resi da beni comuni deve risultare compatibile con il principio dell’autonoma determinazione individuale delle scelte di vita, mentre l’autonomia decisionale che deve sottostare al consumo dei servizi dei beni comuni deve essere assicurata attraverso la realizzazione da parte dello Stato delle condizioni utili allo scopo.
La giustificazione fiscale deve essere fondata sulla necessità che la rispondenza alle aspettative di consumo dei componenti la collettività sia controbilanciata dall’accettazione di una pressione fiscale condivisa e sostenibile, al fine di evitare che in determinate circoscrizioni territoriali (a causa, per esempio, della presenza di immigrati esentasse) le preferenze dei soggetti, in quanto contribuenti fiscali, non coincidano con le preferenze degli stessi soggetti in quanto fruitori di determinate aspettative in termini di servizi. Infine, la distribuzione equa dei servizi dei beni comuni deve comportare una omogenea distribuzione territoriale dei consumi, in modo tale da annullare qualsiasi ostacolo che possa tradursi in una discriminazione sociale intraterritoriale e interterritoriale.
Sono queste le garanzie che possono rendere libertario il paternalismo del quale parla Sunstein; non sembrano sufficienti i livelli di “pressione” deboli o forti ai quali egli fa di continuo riferimento, a seconda del tipo di bene consumato. La considerazione unilaterale di tali livelli da parte dello Stato implica un eccesso di discrezionalità che è plausibile considerare, pur anche all’interno di un mercato regolato da un regime politico democratico, non adeguato al rispetto del principio di autonomia di giudizio del consumatore in quanto cittadino, ma anche ad evitare che i singoli consumatori con le loro scelte arrechino danni ad altri.

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* Anche su Avanti online

Il 68 dei cattolici

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di Dolores Deidda, su Rocca.

1. Il 68 è stato un fenomeno incubato a lungo nella società italiana a causa delle crescenti contraddizioni che hanno accompagnato il boom economico del Paese ma certamente connesso con il movimento internazionale che, fin dalla metà degli anni ’60, prese piede negli USA e in Europa dove l’apice fu raggiunto dal maggio francese.
Epicentro del movimento – di quello racchiuso nel periodo di tempo che va dal dicembre del 1967 al maggio del 1668 – è l’università. A Milano, Torino, Trento e Pisa maturano le prime iniziative.
Nei primi mesi dell’anno le lotte si estendono all’insieme delle Università italiane ed alle scuole superiori. La richiesta degli studenti dell’abolizione della lezione cattedratica e la sua sostituzione con seminari di studio e di ricerca, diventa, la principale rivendicazione. Vengono proposti “controlezioni”, “occupazioni bianche”, “controcorsi”. La protesta all’inizio si concentra contro i principi autoritari, paternalistici, conformisti ed il modello di vita consumistico. I giovani rifiutano di lasciarsi integrare nelle strutture dell’apparato socio-politico dominante e arrivano a proporsi come forza sociale autonoma, con una propria identità.
Le istituzioni scolastiche sono chiaramente inadeguate a sostenere la scolarizzazione di massa verificatasi in quegli anni ma ancor più sono inadeguate ad interpretare le esigenze delle giovani generazioni.
In un quadro crescente di effervescenza politico-ideologica la contestazione diviene globale, rivolta contro tutte le organizzazioni istituzionalizzate, estendendosi alle grandi questioni internazionali dell’imperialismo e del bellicismo americano esasperato dalla guerra nel Vietnam. La scoperta della classe operaia come soggetto antagonista del sistema porta poi a ricercare un collegamento con la fabbrica interessata da un nuovo e straordinario ciclo di lotte operaie che culminerà nell’ “autunno caldo” del 69. Ma qui comincia un’altra fase del 68 italiano che lo vedrà distinguersi da altre esperienze, in particolare da quella francese, sia per le sue caratteristiche che per la sua durata e i suoi esiti.

2. Divergenti rimangono le valutazioni sul significato e la portata generale della contestazione studentesca. C’è chi sostiene, senza mezzi termini, che la rivolta sessantottina sia stata illusoria, una grande «sbornia» in una fase turbolenta della nostra storia, condividendo la stigmatizzazione di Pierpaolo Pasolini nei confronti della “ rivoluzione dei figli di papà” e la critica del sociologo tedesco Jurgen Habermas sull’incapacità degli studenti di andare oltre la fase provocatoria. C’è chi ritiene che il desiderio di “cambiare il mondo” fosse un buon proposito naufragato con le utopie marxiste o rivoluzionarie che hanno finito con il prevalere. C’è chi definisce quegli anni “formidabili” per il protagonismo assunto dalle nuove generazioni, capaci di far emergere le storture della società e di modificare in profondità i rapporti pubblici e privati. Da allora, “i rapporti tra padroni e operai, studenti e insegnanti, perfino tra figli e genitori, non sarebbero mai più stati gli stessi”, ha scritto Umberto Eco. Un processo capace, dunque, di segnare un prima e un dopo nella storia sia per il modo di porsi del mondo giovanile in rapporto alle istituzioni, sia per l’essere stato momento di avvio di una lunga stagione di azione collettiva destinata a mettere in discussione in modo radicale gli apparati di potere esistenti.

3. Sulle origini italiane del 68 sono in molti a riconoscere che una delle principali componenti va ricercata nel sommovimento che ha attraversato il mondo cattolico nella stagione post-conciliare, caratterizzata da ansie profetiche e spirito di radicale cambiamento portato dall’emergere di una coscienza nuova e contestativa negli ambienti più vivaci della cattolicità italiana, tesa a riscoprire la categoria terrena della costruzione della “città di Dio” in questo mondo.
Sui rapporti tra Concilio e Sessantotto cattolico, il giornalista Roberto Beretta sostiene che sostanzialmente si confrontano due tesi: “Quella più di destra sostiene che il Concilio ha fatto nascere direttamente il Sessantotto, rimuovendo certe solidità dogmatiche o liturgiche tradizionali della Chiesa. In pratica avrebbe scoperto una pentola dentro la quale stavano un sacco di venti nocivi che hanno creato la contestazione. La tesi più di sinistra, sostiene invece che il Sessantotto non è figlio del Concilio quanto piuttosto di una sua mancata applicazione”. Ma la sua tesi si colloca nel mezzo. “Non si può negare che ci sia stata una raccolta di linfe nel mondo cattolico, soprattutto quello intellettualmente e culturalmente più preparato che il Concilio aveva facilitato. C’era un’attesa, uno studio di testi, una circolazione di libri, di idee e di maestri, che il Concilio aveva messo in giro nel corpo della Chiesa italiana e che all’inizio soprattutto sembravano poter trovare l’applicazione migliore attraverso i moti del Sessantotto cattolico. Quindi è vero, che all’inizio è nato “conciliare”. Ma poi ha preso una sua strada. Più avanti ha scelto una strada che non era più sempre conciliare, a volte non era più neanche ecclesiale, e neppure più cristiana e religiosa”.
In effetti nel 68 italiano confluiscono altre componenti intellettuali, in particolare quelle legate a riviste quali Quaderni Rossi di Raniero Panzeri (chiusa nel 1966), capostipite di una serie di gruppi e movimenti politico-culturali, Classe Operaia di Padova, La Voce Operaia di Torino che, pur rappresentando esperienze minoritarie, si propongono l’impresa ambiziosa di revisionare la cultura della sinistra e assumono fondamentale importanza per la formazione politico-culturale della nuova sinistra.
4. I cattolici sono protagonisti fin della nascita del movimento studentesco a Milano, quando il 17 novembre 1967 viene occupata la Cattolica, l’ateneo fondato da padre Gemelli. Miglia di studenti sfilano per la città. È un fatto senza precedenti. Si avvia un dialogo tra gli studenti e le gerarchie. Il presidente dell’assemblea studentesca della Cattolica viene ricevuto in Segreteria di Stato dal Sostituto Giovanni Benelli. Ma lo strappo arriva inevitabilmente. Vengono espulsi gli studenti contestatori, a cominciare da Mario Capanna, il leader che guida l’occupazione e che, come altri leader del movimento studentesco, è cattolico praticante.
Anche alla Statale di Milano uno dei leader del Movimento Studentesco è Luigi Manconi, proveniente da una famiglia di stretta osservanza cattolica, egli stesso da studente liceale è animatore dei gruppi cattolici del dissenso in Sardegna.
All’Università di Trento (dove già nel ’66 si erano verificate agitazioni), i leader del movimento sono in prevalenza di estrazione cattolica. In particolare emerge la figura di Marco Boato (poi fondatore e capo di “Lotta Continua”), attivo in movimenti di ispirazione cristiana, nella FUCI, nelle ACLI e redattore di riviste quali «Dopoconcilio (a Trento) e «Questitalia (a Venezia). Margherita Cagol, che sarà la moglie di Curcio, ha anch’essa un passato da scout e da cattolica praticante.
Anche a Firenze, durante l’occupazione della facoltà di Giurisprudenza, si fa notare un giovane cresciuto nel cattolicesimo postconciliare che proprio in quella città aveva riferimenti di grande profilo, a cominciare da Giorgio La Pira. Piergiuseppe Sozzi da lì a pochi anni diventerà responsabile dell’organizzazione giovanile delle Acli, nel più turbolento periodo della storia dell’organizzazione.
Ma l’apporto dei cattolici al 68 non si può misurare solo per il ruolo che hanno assunto singoli leader direttamente impegnati nel movimento studentesco.

5. Certo è che nel 1968 il fenomeno del “dissenso”cattolico risulta molto esteso nelle diverse aree del Paese, toccando anche piccoli centri tradizionalmente assenti dai fermenti culturali. Si tratta di una galassia di realtà spontanee e di base (centri di studi politici e sociali, centri culturali, associazioni, gruppi parrocchiali, che comincia dialogare con il neonato movimento dell’università. Spesso i gruppi nascono intorno a riviste che sviluppano temi di impegno politico e culturale: Quest’Italia a Venezia, Note di Cultura e Testimonianze a Firenze, il Gallo a Genova, il Tetto a Napoli, solo per citare quelle più note.
Alcuni episodi di contestazione ecclesiale e di rottura di appartenenze politiche consolidate fanno da detonatore per tutta questa realtà: le forzate dimissioni di Raniero La Valle, direttore dell’Avvenire d’Italia, divenuto una delle voci più autentiche del rinnovamento conciliare; il successivo manifesto di accusa firmato da decine di associazioni, realtà di base, circoli (tra questi molti delle Acli) sulle responsabilità della gerarchia nel bloccare un discorso libero e pluralistico tra i cattolici; la presa di distanze di molti gruppi dal documento dell’episcopato italiano sul voto dei cattolici nel gennaio del 1968 (ancora proteso a raccomandare il voto unitario, ovvero democristiano); le dimissioni di Corrado Corghi dalla DC, dopo venticinque anni di responsabilità al suo interno, giustificate dall’inconciliabilità tra la sua coscienza di cristiano e le posizioni di politica estera del partito con riferimento alla tragedia del Vietnam; la candidatura di Gian Mario Albani, presidente delle Acli della Lombardia, nelle liste della sinistra indipendente; le dimissioni di Lidia Menapace da consigliera regionale e nazionale della DC; il cosiddetto “controquaresimale di Trento”, dove uno studente cattolico contesta pubblicamente il predicatore nella cattedrale; l’occupazione della cattedrale di Parma da parte di gruppi di giovani del dissenso all’insegna di una “chiesa dei poveri”; l’inizio della contestazione dell’Isolotto, il quartiere periferico di Firenze dove si consuma la rottura tra il parroco don Mazzi e il vescovo di Firenze, Florit.
L’Isolotto diventa immediatamente l’emblema della contestazione cattolica del ’68 e un riferimento anche per i non cattolici, esprimendo una “opzione per i poveri, i rifiutati, gli oppressi, gli affamati e assetati di giustizia”. E mentre la comunità di base di Firenze si collega con diverse realtà in lotta, costruendo legami con la Cattolica di Milano e con varie altre università, la Lettera ad una professoressa di don Milani diventa una sorta di “libretto rosso”, il manifesto del nuovo modello di educazione che il sessantotto intende introdurre: un’educazione non più nozionistica, paternalistica, autoritaria, classista.
6. I cattolici del dissenso alimentano il fenomeno dell’associazionismo. Aprono il confronto con altre esperienze provenienti da diverse radici culturali e politiche. Guardano ai gruppi di estrazione marxista o comunque laica che manifestano posizioni critiche nei confronti dei partiti della sinistra storica e con essi cominciano a creare esperienze di collaborazione. Guardano al movimento studentesco come soggetto in grado di operare nella prospettiva di un’innovazione profonda degli scopi della scuola e dell’università, perseguendo un cambiamento laico e anticlassista delle strutture culturali ed educative, trasformando i rapporti di potere interni alle medesime, agendo autonomamente, senza investiture partitiche.
Ricercano nuove forme di fare politica, attraverso la partecipazione dal basso, con uno spirito critico e dialettico, non riconoscendo più ai partiti tradizionali la volontà di operare per una vera e profonda trasformazione della società italiana e la rappresentanza delle nuove istanze sociali -pur non proponendosi come alternativa al sistema dei partiti.
La rivista Questitalia, diretta da Wladimiro Dorigo, si fa portatrice di un progetto di collegamento tra i circoli e gruppi spontanei caratterizzato dalla ricerca di un nuovo rapporto tra credenti e non credenti per la costruzione di una nuova sinistra. In questo ambito non si contesta solo la copertura ideologica che la gerarchia ecclesiastica offre al sistema capitalistico, comprimendo la presa di coscienza delle masse popolari cattoliche, ma anche le responsabilità della sinistra storica tesa a garantismi concordatari e a dialoghi opportunistici nonché alla conservazione di privilegi confessionali che impediscono la liberazione politica dei cattolici e l’affermazione della laicità dello Stato, contribuendo così a mantenere l’immobilismo del sistema.
Di fatto, se la gerarchia ecclesiastica reagisce duramente rispetto ai “dissidenti cattolici”, l’intera classe politica dimostra di non saper dare risposte efficaci alle istanze sollevate dagli studenti. La reazione di chiusura delle istituzioni accademiche alla domanda di innovazione di metodi e contenuti della didattica, la dura repressione con misure di ordine pubblico delle iniziali forme di lotta non violente, influiranno non poco sull’evoluzione del movimento verso forme di lotta violente.
Sul piano politico la logorata maggioranza di centro sinistra, basata sull’alleanza tra Dc e Psi, incapace di attuare le promesse riforme, si chiude a riccio. I partiti di opposizione di sinistra, il Pci e il Psiup, mostrano inizialmente una maggiore apertura nei confronti del movimento. Il Pci non tarderà a modificare il proprio atteggiamento, dimostrando prima un crescente sospetto e poi un’ aperta ostilità verso un movimento che fuoriesce dal suo ambito d’influenza. Nelle elezioni politiche che si tengono in maggio, il Pci registra una lieve avanzata mentre il neonato Psiup, cui va la maggior parte dei voti del movimento, raccoglie un certo successo.

7. Al cinquantesimo anniversario del 68 parteciperanno in molti, protagonisti di allora e critici del dopo. L’Università e la città di Pisa hanno già indetto la celebrazione dei 50 anni delle Tesi della Sapienza – un documento considerato il punto d’avvio delle elaborazioni, delle proposte e delle proteste che sfociarono da lì a pochi mesi nel movimento del 1968.
Sull’apporto dato a questo processo da esperienze di gruppi e di circoli cattolici – nonché da singole individualità che in quel periodo si imposero con la forza delle loro posizioni e soprattutto, delle loro opposizioni – non c’è discussione.
La discussione è semmai sulla capacità che queste componenti ebbero di distinguersi nella fase in cui la crescita della radicalizzazione ideologica portò prima all’affievolirsi della carica innovatrice del movimento studentesco e poi ad una deriva che sfociò nelle conseguenze nefaste rappresentate dal terrorismo rosso, trasformando in tragedia personale e collettiva quella che doveva essere l’“immaginazione al potere”.

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Startup: tra utopismo tecnologico, imprenditoria-piratesca e rigenerazione dell’impresa capitalistica. Il dibattito attuale.

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I limiti dell’ideologia degli “startupper”

Gianfranco Sabattini*

Col termine “startup” si fa riferimento a una nuova impresa realizzata attraverso un’organizzazione di persone o di capitali altamente innovativa, sia riguardo all’oggetto dell’attività produttiva, che all’”ideologia comportamentale” del fondatore o dei fondatori. Il fenomeno, afferma Alfredo Ferrara, dottore di ricerca in Filosofia e teorie sociali contemporanee, in “L’ideologia startup tra rigenerazione capitalista e processi di rimozione” (Quaderni di Sociologia, vol. LXI/2017) ha assunto all’interno dello spazio pubblico occidentale notevole rilevanza, “ponendosi al centro non solo dei dibattiti che coinvolgono gli addetti ai lavori ma, proprio perché diventato oggetto d’interesse in virtù delle storie di successo che propone, suscitando entusiasmi anche in settori delle società del tutto estranei ad esso”. Il fenomeno fa parte ormai della storia economica recente di molti Paesi capitalisticamente avanzati, mentre l’Italia, malgrado le difficoltà che caratterizzano da tempo la sua economia e la sua società, ha incominciato a valutarne le implicazioni dinamiche solo di recente.
Ciò che, con la sua analisi, Ferrara si propone di evidenziare, non è tanto il contributo del fenomeno startup “nelle trasformazioni contemporanee dei processi produttivi”, ma il ruolo delle sua ideologia, “in virtù dell’egemonia simbolica che tale fenomeno [delle startup] ha conquistato”. Ferrara, nella sua analisi, adotta un prospettiva di metodo che afferma di mutuare dal pensiero di Antonio Gramsci sul fordismo, inteso questo come una forma di organizzazione del lavoro e della produzione sempre accompagnata da una concezione del mondo e da un’idea di uomo. A parere di Ferrara, l’idea di un’organizzazione produttiva altamente dinamica, qual era quella intrinseca all’ideologia del fordismo, consentirebbe, secondo Ferrara, di “lasciare aperto l’interrogativo se sia l’organizzazione della produzione a determinare l’ideologia nello schema classico struttura-sovrastruttura o se invece [sia questa ideologia ad ereditare] culture e concezioni del mondo pregresse, compatibili con il proprio sviluppo”.
Sulla base di questa prospettiva, Ferrara ricostruisce “l’ideologia startup, facendo riferimento ad aspetti tematici”, una parte dei quali relativi al sistema dei valori e dei comportamentali (indipendenza decisionale, propensione al rischio e ambizione; “zero ego”; cosmopolitismo; ed altri ancora) ed un’altra parte concernenti “la vita ed il lavoro” degli startupper, operanti all’interno di un contesto capitalistico a “decisioni decentrate”, com’è appunto quello capitalistico (priorità assegnata alle idee; uso spinto delle tecnologie informatiche; competizione; propensione ad investire nei sogni, ecc.). Dopo aver ricostruito l’ideologia, considerata propria degli startupper, Ferrara tende a mettere in luce alcuni suoi aspetti particolari che la letteratura riguardante il fenomeno delle startup sottopone a un “processo di rimozione”; tali aspetti, secondo Ferrara, devono necessariamente essere considerati, pena la mancata possibilità di caratterizzare in modo preciso il fenomeni stesso.
Prima di illustrare i termini essenziali dell’analisi di Ferrara, conviene precisare meglio le considerazioni che egli formula riguardo al rapporto tra struttura e sovrastruttura, proprio della teoria dell’egemonia gramsciana. Le argomentazioni di Gramsci, riguardo a questo rapporto non si prestano ad essere interpretate nel modo in cui le interpreta Ferrara. La concezione gramsciana riguardo al rapporto tra struttura e sovrastruttura differisce da quella originaria di Marx: come ora normalmente si conviene, in Marx il primo elemento del rapporto (la struttura) è il momento primario e subordinante, mentre il secondo (la sovrastruttura) è quello secondario e subordinato. In Gramsci è vero l’opposto; ciò esclude che il pensatore sardo nell’interpretare il rapporto tra struttura e sovrastruttura abbia lasciato aperto l’interrogativo se sia la struttura a determinare la sovrastruttura (ovvero l’ideologi), oppure se sia l’ideologa a prefigurare una nuova struttura, trascendente quella esistente.
Pur sempre considerati in relazione reciproca, i termini del rapporto in Gramsci tra struttura e sovrastruttura ammettono un unico verso, cha va dalla struttura alla sovrastruttura, nel senso che è l’ideologia, ovvero il momento della sovrastruttura, a prevalere e a proporre gli elementi dinamici per trascendere il momento della struttura di partenza. Tenuto conto di questa precisazione, è possibile formulare un giudizio più compiuto, anche se critico, del risultato cui perviene Ferrara, con la sua analisi dei valori e dei comportamenti degli startupper.
Seguendo la prospettiva di metodo mutuata da una sua personale interpretazione del pensiero gramsciano, Ferrara ricava “un profilo dello startupper molto affine alla descrizione dell’imprenditore capitalista proposta da Schumpeter negli anni Quaranta del secolo scorso”; in realtà, ciò solleva non pochi dubbi sulla possibilità di ricondurre lo startupper all’imprenditore schumpeterieno. Secondo Ferrara, l’economista austriaco, in “Capitalismo, socialismo e democrazia”, ha interpretato “lo sviluppo capitalistico come l’ultima e più compiuta tappa del pensiero razionale” e il processo che lo ha sorretto avrebbe indirizzato il capitalismo verso il “suo acme nei decenni segnati dall’egemonia del modello della grande impresa taylorista e del keynesismo, travolgendo la stessa figura dell’imprenditore capitalista”; l’esito del processo sarebbe stato un capitalismo “senz’anima” che avrebbe dato luogo a “un clima di ostilità nei propri confronti, dilagante [...] per la sua intrinseca incapacità di produrre passione e ambizione al continuo successo dei capitani d’impresa. Il capitalismo moderno sarebbe, invece, a parere di Ferrara, “il prodotto di un’inversione rispetto a queste tendenze descritte da Schumpeter”.
Diversi sarebbero stati i fattori che hanno determinato l’inversione di tendenza, ma l’aspetto più importante, a parere di Ferrara, consisterebbe nel fatto che “il modello d’impresa egemone in Europa nel secondo dopoguerra (e negli Stati Uniti già negli anni Trenta) è entrato negli anni Settanta in una duplice crisi per motivi parzialmente affini a quelli individuati da Schumpeter”: da un lato, perché il tasso di profitto del modello egemone di impresa si sarebbe ridotto per via delle conquiste della forza lavoro; dall’altro, perché lo stesso modello egemone di impresa sarebbe diventato inefficiente “nell’estrarre valore” dalla forza lavoro, divenuta con l’accresciuto benessere sociale “propensa a stili di vita e orientamenti culturali più individualistici”.
In conseguenza dell’inversione di tendenza, la figura dell’imprenditore avrebbe riassunto in sé alcuni connotati propri della figura dell’imprenditore schumpeteriano; uno in particolare, la sua “attitudine piratesca” che, divenuta la base dell’ideologia degli startupper, li avrebbe motivati a prediligere un costante mutamento evolutivo dell’esistente, grazie allo spirito fortemente innovativo trasmesso loro dalla nuova ideologia. Di quest’ultima, tuttavia, non farebbero parte alcuni aspetti che, pur contribuendo a connotare il comportamento proprio degli startupper, sarebbero stati rimossi, quasi a voler tacere sulla vera natura degli startupper.
Una rimozione riguarderebbe il fatto che l’ideologia degli startupper non contemplerebbe la circostanza che il loro successo è strettamente legato ai caratteri propri dei processi di finanziarizzazione dell’economia capitalistica moderna. Una seconda rimozione riguarderebbe il modo specifico di creare valore, nel seno che nel mondo degli stratupper essa avverrebbe “attraverso la cooperazione tra i fondatori”, che consentirebbe di “mettere a riparo le startup dalla spersonalizzazione”, causata dalla organizzazione dell’impresa di tipo fordista-taylorista, e permettendo alle stesse starttup di connotarsi come fenomeno “compiutamente postlavorista e alieno dalle dinamiche di sfruttamento”. La terza forma di rimozione, infine, riguarderebbe la politica, nel senso che l’ideologia degli startupper non contemplerebbe l’attribuzione all’iniziativa dei singoli “i processi di innovazione e i salti tecnologici che costituiscono il motore del mutamento storico”.
Dall’analisi di Ferrara emerge, conclusivamente, che l’ideologia degli startupper si configura, da un lato, “come una sistematica rivendicazione degli aspetti del fenomeno [degli startupper] più innovativi e in controtendenza rispetto all’accelerazione dei processi di razionalizzazione che hanno contraddistinto il capitalismo” verso la fine della prima parte del secolo scorso; dall’altro lato, come una altrettanto sistematica rimozione degli elementi più dinamici che connotano la figura dello startupper.
Tuttavia, sulla base del concetto di ideologia mutuato dal pensiero gramsciano, Ferrara afferma che, fuori da ogni prospettiva positivistica, è normale che al pari di ogni ideologia, anche quella che esprimerebbe i valori e i comportamenti propri degli startupper non sia priva di scarti tra il mondo ideale che essa prefigura e quello reale; se una critica a tale ideologia può essere formulata – afferma Ferrara – non dovrebbe riguardare una sua presunta falsità, ma semmai la sua sostenibilità etica, economica e politica, nella consapevolezza che il senso di un’ideologia è messo più in crisi quando essa è portatrice di una concezione del mondo e dei processi di rinnovamento che ancora non esistono, che dalle sue contraddizioni. Le conclusioni dell’analisi di Ferrara sono poco condivisibili.
La concezione che egli ha del concetto di ideologia riferita agli startupper non è riconducibile, come precedentemente si detto, al pensiero gramsciano. In Gramsci, la sovrastruttura ideologica, che tende ad acquisire una posizione egemonica, non presenta per definizione delle contraddizioni rispetto alla struttura (situazione del mondo esistente) che vuole trascendere. Nel caso dell’ideologia considerata da Ferrara propria degli startupper, le contraddizioni stanno nell’ipotesi, da lui assunta, secondo la quale, a metà degli anni Settanta del secolo scorso, la formazione dell’ideologia degli startupper sarebbe nata dall’inversione di tendenza dell’evoluzione del modello prevalente di impresa, a causa della caduta del tasso di profitto dovuto alle rivendicazioni della forza lavoro, all’eccessiva standardizzazione della produzione ed anche agli orientamenti culturali della società in senso individualistico.
Ma un’ideologia che faccia propria tale ipotesi non presuppone il ricupero, attraverso gli startupper, di un imprenditore di tipo schumpeteriano; Schumpeter non ha mai ipotizzato che l’imprenditore, sia pure attraverso la “distruzione creativa”, fosse orientato ad “estrarre valore” dalla forza lavoro e fosse motivato da una “attitudine piratesca”. Egli ha solo descritto le modalità di svolgimento del processo imprenditoriale moderno che, a causa della sua instabilità e degli eccessi che lo caratterizzavano, era all’origine del manifestarsi degli “animal spirit” di keynesiana memoria. E’ stato proprio per limitare gli effetti dell’instabilità che si è imposta la necessità di rimuoverla attraverso la regolazione di un equilibrato rapporto che si è ritenuto necessario fosse realizzato tra efficienza nell’uso delle risorse, equità distributiva e libertà decisionale; fatto, questo, che hanno implicato la standardizzazione della produzione e dei comportamenti individuali, valutati da Ferrara come regressivi.
L’ideologia che, a parere di Ferrara, avrebbe ispirato i comportamento degli startupper, più che segnare il ritorno alla figura dell’imprenditore innovatore preschumpeteriano, ha ispirato invece la nascita di una nuova figura dei creatore di imprese, lo startupper, espressione dell’ideologia neoliberista; di quest’ultima, quella proposta da Ferrara non è che una riproposizione, assunta a giustificazione di una figura di nuovo imprenditore, mentre in realtà non è che la giustificazione dell’imprenditore proprio del mondo prekeynesiano, unicamente motivato ad “estrarre profitti” senza essere condizionato da alcun vincolo di natura sociale. Lo startupper dell’ideologia formulata da Ferrara, perciò, non è che l’idealizzazione di un modello di ”imprenditore-pirata” molto frequente nei tempi attuali.
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SENZA UGUAGLIANZA NON C’È LAVORO, NÉ SENZA LAVORO UGUAGLIANZA

copia-di-eu_direct_loc_4-5_ottobre_ok_001-2_2_21-2logo76 Ricostruire il fondamento.
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La questione del lavoro, nella specifica forma della sua assenza e precarietà, dovrebbe essere il primo e determinante tema della campagna elettorale. Le ragioni del suo degrado e la sua rifondazione costituzionale in un “manifesto per l’uguaglianza” di Luigi Ferrajoli
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Luigi Ferrajoli

l-ferrajoli-manifesto-egÈ uscito presso l’Editore Laterza un importante “Manifesto per l’uguaglianza” di Luigi Ferrajoli in cui viene ridisegnato un modello di società che sia effettivamente ispirato ai valori della Costituzione, oggi così largamente disattesi e traditi. Pubblichiamo di questo libro la prima parte del capitolo V dedicata al lavoro.

Articolo uno: lavoro e sovranità popolare quali fondamenti della Repubblica
Il principio di uguaglianza, quale è espresso dall’articolo 3 della Costituzione italiana, è il principio costitutivo della democrazia. C’è però un altro articolo della Costituzione che definisce l’identità democratica della Repubblica. E’ l’articolo 1, che la definisce sotto due aspetti, entrambi strettamente connessi all’uguaglianza e corrispondenti ad altrettante dimensioni della democrazia: la dimensione sociale, espressa dal fondamento della Repubblica sul lavoro, e la dimensione politica, espressa dal principio della sovranità popolare. Il testo di questo primo articolo – “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – è il frutto del felice compromesso tra tutte e tre le culture – quella cattolica, quella social-comunista e quella liberale – dal cui incontro e confronto è nata la Costituzione repubblicana[1].

Grazie a questi due principi costitutivi dell’identità della Repubblica – il lavoro e la sovranità popolare – la Costituzione italiana segna una svolta rivoluzionaria nella storia del costituzionalismo. Nel costituzionalismo liberale, italiano e europeo, il lavoro era svalutato e i lavoratori, al pari delle donne e dei poveri, erano esclusi dai diritti politici. È questo un tratto comune a tutto il pensiero liberale, anche il più avanzato. Basti ricordare la tesi di Kant secondo cui “cittadino”, ossia titolare del “diritto di voto”, doveva considerarsi solo chi è “padrone di sé (sui iuris) e quindi abbia una qualche proprietà… che gli procuri i mezzi per vivere” e non anche, quindi, il lavoratore dipendente che, “per vivere”, debba vendere ad altri “l’uso delle sue forze”[2]. Ma si ricordino anche le parole di Benjamin Constant: “coloro che l’indigenza mantiene in un’eterna dipendenza e condanna a lavori giornalieri non [sono] né più illuminati dei fanciulli in merito agli affari pubblici, né più interessati degli stranieri a una prosperità nazionale di cui non conoscono gli elementi e di cui godono i vantaggi soltanto indirettamente”[3]. Perfino John Stuart Mill, che pure sostenne il suffragio universale, escluse dal voto gli analfabeti, coloro che non pagano le tasse e gli assistiti dalla pubblica carità e propose il voto plurimo e differenziato sulla base delle differenze di classe[4]. Di qui il suffragio ristretto[5], che esclude, scrisse Kant, “tutte le donne e in generale tutti coloro che nella conservazione della loro esistenza (nel mantenimento e nella protezione) non dipendono dal proprio impulso ma dai comandi degli altri (al di fuori del comando dello Stato)”[6]. Sono tesi e norme che rivelano un’esplicita antropologia della disuguaglianza: la svalutazione, al tempo stesso, delle donne e dei lavoratori, le une e gli altri squalificati come inferiori.

L’incipit della Costituzione italiana ribalta questa concezione, facendo del lavoro il principale fattore della dignità della persona e introducendo, insieme, il suffragio universale quale corollario della sovranità popolare. I due principi vengono affermati simultaneamente, essendo tra loro connessi ed entrambi conseguenti al principio di uguaglianza. Cambia grazie ad essi, fino a capovolgersi, il significato sia del lavoro che della sovranità.

Il lavoro – secondo il suo modello costituzionale, oggi letteralmente dissolto e capovolto, come vedremo più oltre – non è più una merce, ma un valore. E’ il valore costitutivo della dignità della persona, che in quanto tale forma un presupposto di diritti fondamentali: non solo di tutti i diritti della persona, ma anche dei diritti conferiti al lavoratore dagli articoli 35-40 della Costituzione nei confronti dei datori di lavoro, oltre che della sfera pubblica, primo tra tutti il diritto a una retribuzione “sufficiente”, come dice l’articolo 36, “ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

La sovranità, d’altro canto, non è più quella figura anti-giuridica che era la potestas legibus soluta in capo a un soggetto o a una pluralità di soggetti – il sovrano monocratico o il Parlamento – dotati di poteri illimitati, dato che nello Stato costituzionale di diritto tutti i poteri costituiti sono sottoposti, appunto, al diritto e nessuno di essi è sovrano. “La sovranità appartiene al popolo”, dichiara l’articolo 1, cioè a tutti in quanto persone e cittadini. Essa è dunque, anzitutto, una garanzia negativa: significa che non appartiene a nessun altro, e che quindi nessun potere costituito – nessun Presidente eletto dal popolo, nessun Parlamento – può usurparla. Ma il popolo non è un soggetto unitario. È l’insieme di tutti i cittadini che lo compongono. E allora, come garanzia positiva, la sovranità popolare equivale alla somma di quei frammenti di sovranità che sono i poteri e i contro-poteri nei quali consistono i diritti fondamentali di cui ciascuno e tutti sono titolari. Equivale, in breve, all’uguaglianza quale uguale valore di tutte le differenze d’identità per il tramite dei diritti di libertà e quale riduzione delle disuguaglianze materiali per il tramite dei diritti sociali.

Tutti noi, popolo, siamo così posti, dalla Costituzione, al di sopra dei poteri costituiti. In che senso “al di sopra”? Nel senso che tutti noi siamo partecipi della sovranità. E lo siamo perché le norme costituzionali, e perciò i diritti che la Costituzione ci attribuisce, sono rigidamente sopraordinate, quali limiti e vincoli, a tutti i poteri costituiti e a tutte le altre fonti dell’ordinamento.

La rigidità della Costituzione e la sfera del non decidibile
Vengo così a un secondo e ancor più rilevante aspetto rivoluzionario dell’articolo 1 e, in generale, dell’intera Costituzione italiana e delle altre costituzioni del secondo dopoguerra: la rigidità della Costituzione. Cosa vuol dire rigidità costituzionale? Vuol dire la collocazione della Costituzione – e perciò, nel caso della Costituzione italiana, del lavoro e del popolo da essa assunti quali fondamenti – al vertice dell’ordinamento e della gerarchia delle fonti; con la conseguenza che una legge successiva con essa in contrasto non è in grado di modificarla, come accadde con le leggi fasciste del 1925-’26 che stracciarono lo Statuto albertino perché privo appunto di rigidità o comunque di garanzie della rigidità[7], ma ne rappresenta al contrario una violazione, cioè una legge invalida, costituzionalmente illegittima, destinata ad essere annullata dalla giurisdizione costituzionale.

È questa la forma giuridica che hanno assunto il patto pre-politico di convivenza e, insieme, il “mai più” opposto al fascismo e al nazismo; i quali, non dimentichiamolo, avevano preso il potere con mezzi legali conquistando la maggioranza parlamentare, e con mezzi legali, a maggioranza, avevano soppresso la democrazia. Fu proprio per impedire il ripetersi di simili suicidi della democrazia che il costituzionalismo del secondo Novecento ha operato questo mutamento strutturale dei sistemi politici: la rigida sopra-ordinazione a qualunque altra fonte delle sue norme sostanziali – il valore del lavoro, il suffragio universale, il principio di uguaglianza, la dignità della persona, la pace e i diritti fondamentali, di libertà e sociali – quali limiti e vincoli inderogabili imposti a qualunque maggioranza e, più in generale, all’esercizio di qualunque potere. Grazie a questa rigidità, la costituzione disegna quella che ben possiamo chiamare la sfera del non decidibile: la sfera del non decidibile che, cioè di ciò che nessuna maggioranza può decidere, a garanzia dei diritti di libertà, e la sfera del non decidibile che non, cioè di ciò che qualunque maggioranza non può non decidere, cioè deve decidere, in attuazione e a garanzia dei diritti sociali alla salute, all’istruzione, alla previdenza e alla sussistenza. Grazie alla prima sfera, quella del non decidibile che, la Costituzione impone un passo indietro delle istituzioni pubbliche a garanzia dei diritti di libertà, che in quanto aspettative negative di non lesione implicano il divieto di lederli o di ridurli. Grazie alla seconda sfera, quella del non decidibile che non, la Costituzione impone invece un passo avanti delle medesime istituzioni a garanzia dei diritti sociali, che in quanto aspettative positive di prestazione implicano l’obbligo di attuarli e di soddisfarli.

Anche questa è stata una rivoluzione, che ha cambiato la natura e la struttura sia del diritto che della democrazia: una rivoluzione sul piano giuridico, e conseguentemente della teoria del diritto, giacché non era stata immaginata, dal vecchio positivismo giuridico, una fonte normativa superiore alla legge, cioè una legge sulle leggi; ma anche una rivoluzione sul piano politico, e conseguentemente della teoria della democrazia, giacché, essendo la legge concepita come espressione della volontà popolare, era a sua volta inconcepibile, dall’immaginario democratico tradizionale, che tale volontà potesse essere limitata o paralizzata da una legge precedente, sia pure costituzionale. Ricordiamo l’articolo 1 del titolo VII della Costituzione francese del 1791 secondo cui “la Nazione ha il diritto imprescrittibile di cambiare la sua Costituzione”, e poi l’articolo 28 della Costituzione del 1793, secondo cui “ogni popolo ha sempre il diritto di rivedere, di riformare e di cambiare la sua Costituzione” e “una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future”: non può, secondo una classica formula, “legare le mani” del popolo futuro[8].

Il costituzionalismo rigido e garantista, dopo le lezioni impartite dai fascismi, ribalta questo argomento: proprio se vogliamo garantire il diritto di tutte le generazioni di decidere del loro futuro, e perciò la sovranità popolare delle generazioni future e gli stessi poteri delle future maggioranze, dobbiamo mettere al riparo dalle contingenti maggioranze la Costituzione o, quanto meno, i suoi principi supremi: il suffragio universale, i diritti di libertà e i diritti sociali, che del consapevole esercizio dei diritti politici formano il presupposto elementare. La rigidità, in breve, lega le mani delle generazioni volta a volta presenti per impedire che siano da queste amputate le mani delle generazioni future[9].

Ebbene, in forza di questo mutamento strutturale, cambiano le condizioni di validità delle leggi, le quali non riguardano più soltanto la forma (il chi e il come), ma anche i contenuti (il che cosa) delle decisioni legislative; non più solo le norme formali di competenza relative al chi e le regole di procedure relative al come, cioè al metodo di formazione delle leggi, ma anche i principi costituzionali sostanziali relativi al che cosa le leggi non devono ledere e al che cosa devono attuare, cioè i principi di uguaglianza, di libertà e di giustizia che esse non devono contraddire e, prima ancora, devono garantire. E cambiano, parallelamente e correlativamente, le condizioni, non più soltanto formali e procedurali[10], ma anche sostanziali della democrazia: la quale non risiede più nell’onnipotenza delle maggioranze, bensì nel loro potere limitatamente alla sfera del decidibile, cioè “nelle forme e nei limiti della Costituzione” come dice l’articolo 1, ossia nel rispetto e in attuazione dei diritti fondamentali dei cittadini. Solo in questo modo la Costituzione unisce e non divide. Solo così essa è patrimonio di tutti e non di una maggioranza: perché consiste nel patto dell’uguaglianza, quale precondizione della convivenza pacifica finalizzato a garantire tutti contro l’arbitrio di qualunque potere.

Oggi entrambi questi fondamenti della Repubblica, il lavoro e la sovranità popolare, sono in crisi. È in crisi la sovranità popolare, a causa del crollo della rappresentanza politica. E’ in crisi il valore e la dignità del lavoro, che le politiche liberiste di questi anni hanno nuovamente trasformato in merce. Le due crisi – l’una della dimensione politica o formale, l’altra della dimensione sociale e sostanziale della democrazia – sono tra loro in larga parte connesse, l’una come causa dell’altra, così come sono connesse le due dimensioni della democrazia e i valori costituzionali sui quali si fondano. E sono a loro volta connesse al ribaltamento della gerarchia democratica dei poteri: non più il ruolo di governo della politica sull’economia, legittimato dalla rappresentatività delle diverse forze sociali nelle quali si articola la sovranità popolare, bensì il primato dell’economia, la quale detta oggi le sue regole alla politica anche in danno dei diritti costituzionalmente stabiliti.

AladinewsInternational. Il Cile si è “destrizzato”. E l’Italia?

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Raffaele Deidda 2 lampadadialadmicromicro132Il nostro redattore Raffaele Deidda di ritorno dal Cile ha scritto l’articolo seguente, che contiene anche testimonianze e opinioni raccolte durante il viaggio.
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Il Cile si è “destrizzato”. E l’Italia?
di Raffaele Deidda.
Il prossimo 11 marzo si insedia il nuovo presidente del Cile, Sebastian Piñera, vincitore delle elezioni presidenziali nel ballottaggio del dicembre 2017 contro Alejandro Guillier, il candidato della coalizione di centro-sinistra della presidenta uscente Michelle Bachelet. Si tratta di un ritorno, essendo stato già presidente del Cile dal 2010 al 2014. Piñera è un uomo ricchissimo (i cileni lo definiscono “il Berlusconi del Cile”). I suoi interessi vanno dalle tv alle compagnie aeree, dall’edilizia fino al calcio (è proprietario della squadra Colo Colo). Fratello di José Piñera, uno dei più spietati collaboratori della dittatura di Augusto Pinochet, è un uomo di destra a cui la sinistra cilena attribuisce storie di tangenti, di affari poco chiari e di corruzione bancaria e finanziaria.
La sinistra, ma quale? Il docente cileno di giornalismo, analista politico e scrittore Ascanio Cavallo richiama uno studio del CEP, il Centro di Studi Pubblici, da cui risulterebbe che a fine 2017 solo il 16% dei cittadini cileni si sia dichiarato di sinistra, mentre il 20% si sia riconosciuto nella destra. Un altro 28% ha dichiarato di collocarsi politicamente al centro. Questo significa che il paese si è “destrizzato” sostiene Cavallo anche se, precisa, le nazioni non sono di destra o di sinistra ma tendono da una parte o dall’altra. Solo momentaneamente però, poi sono capaci di riorientarsi quando appare necessario. L’idea di una maggioranza immutabile si può definire reazionaria. Senza richiamare le intenzioni di voto, per completare la lettura dello scenario cileno occorre osservare come i cittadini, invitati ad esprimere un giudizio sul livello di soddisfazione relativo alla propria vita, si siano dichiarati totalmente soddisfatti in una scioccante percentuale del 70%.
Piñera ha vinto le elezioni pur con un’affluenza al voto molto bassa, sotto il 50%. Da quando, nel 2012, è stata tolta l’obbligatorietà del voto, la disaffezione per le elezioni è aumentata moltissimo. Ha giocato a suo favore anche il fatto che il consenso verso il governo Bachelet fosse sceso ai minimi storici, soprattutto a causa di alcuni scandali di corruzione che l’avevano coinvolta assieme al figlio e alla nuora. Eppure con la presidenza Bachelet erano state adottate importanti misure in tema di diritti civili con l’approvazione del diritto all’aborto, almeno nei casi di gravidanza in seguito a violenza, pericolo di vita della madre e gravi malformazioni del feto, ed era stato presentato un disegno di legge che introduce il matrimonio per persone dello stesso sesso, unito alla possibilità di adozione. Erano state anche avviate alcune riforme in materia di istruzione in direzione della gratuità dell’accesso all’educazione, tema molto sentito e generatore di diseguaglianze a causa dei costi insostenibili da parte dei giovani meno abbienti.
Piñera ha vinto al ballottaggio col 54,57% dei voti, contro il 45,43% di Guillier, ribadendo le sue promesse di riforme utili a rilanciare l’economia, nel campo fiscale, dell’istruzione e del lavoro. Al primo turno aveva ricevuto il 36,6 per cento dei voti, con l’elettorato di centrosinistra diviso tra lui (22,7%) e Beatriz Sánchez (20,3%). La quinta potenza economica dell’America Latina sarà governata, ancora, da un presidente di destra per la seconda volta dal 1990. Avendo come alleato, fra l’altro, l’ultraconservatore Jose Antonio Kast, nostalgico della dittatura di Pinochet, contrario all’aborto e all’immigrazione, che vuole un alleggerimento delle leggi sul possesso di armi per consentire ai cittadini di difendersi. Kast rappresenta quel 12% di popolazione cilena che secondo un recente sondaggio, nonostante il regime autoritario instaurato dopo il colpo di stato del 1973 sia considerato responsabile di circa 40.000 morti e desaparecidos, considera ancora il defunto dittatore militare uno dei migliori leader nella storia del Paese.
Piñera si dichiara liberista, un convinto sostenitore della privatizzazione dei più importanti settori economici del Cile che è riuscito ad aggiudicarsi l’appoggio dal mondo imprenditoriale cileno che controlla la maggior parte delle risorse e dei servizi del Paese. Con la risalita del prezzo del rame, minerale di cui il Cile è il maggior produttore al mondo e che rappresenta ancora il 50% delle sue esportazioni totali, con l’apertura di nuovi mercati per il litio, materia prima per la produzione delle batterie delle auto elettriche di cui il Cile detiene il 27% delle riserve mondiali, con la crescita dell’esportazione dei vini sempre più apprezzati, con le ricchezze dei suoi mari, il Cile ha tutti i requisiti per essere un paese ricco con una invidiabile qualità della vita. Permangono però, radicate e profonde, le disuguaglianze sociali e culturali in un paese che non ha chiuso il debito storico con la dittatura, che stridono con il paradigma neoliberista dell’economia che pure ha reso il Cile uno dei paesi più sviluppati del Sud America.
Ciò che appare evidente, e per taluni versi sconcertante, è come il centrosinistra cileno non sia riuscito a vincere le elezioni soprattutto a causa delle divisioni interne che di fatto hanno prodotto il sabotaggio del candidato Alejandro Guiller, in una consultazione dove per la prima volta la coalizione di centro-sinistra Concertación de Partidos por la Democracia, formatasi per sconfiggere il dittatore Pinochet, si è presentata divisa autocondannandosi alla sconfitta.
Il prossimo 4 marzo si vota in Italia per eleggere il Parlamento della Repubblica. La maggioranza parlamentare dovrà poi concedere la fiducia al prossimo Governo. A meno di un mese dalle elezioni il centrosinistra italiano si ritrova diviso come non mai in una lotta senza quartiere fra componenti, quasi incuranti delle percentuali di consenso raggiunte dalla destra nei sondaggi che dovrebbero far lanciare un richiamo assordante all’unità. Invece, sembra non interessare l’ipotesi di un ritorno dei berluscones, con corollario di “patrioti” italiani e di leghisti, padani e no. Tanto, la colpa sarà sempre dell’altro che ha “rotto” al centro oppure a sinistra e le lezioni, compresa quella cilena, non saranno servite a nulla.

Elezioni. I partiti la flat tax e l’immigrazione.

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Se passasse la proposta del centro destra lo stato sociale andrebbe verso la sparizione.
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I partiti e la flat tax.
di Roberta Carlini, su Rocca n.4/2018

Estonia, Lettonia, Lituania, Russia, Ucraina, Romania, Macedonia, Al- bania, Bulgaria. Sono questi i modelli fiscali ai quali guarda la proposta del centrodestra italiano sul fisco: la flat tax, la tassa piatta con un’aliquota unica per tutti i redditi, già proposta a più riprese da Berlusconi e stavolta condivisa anche dalla Lega. Se si escludono alcuni piccoli Paesi sparsi qua e là e alcuni paradisi fiscali, gli esempi concreti più importanti di flat tax sono infatti nell’ex mondo comunista. I cui Stati, nella foga di aderire all’economia di mercato, hanno adottato il sistema fiscale più vicino all’ideologia liberista e alla cosiddetta «politica dell’offerta», che ha un principio guida: liberiamo le persone dal peso delle tasse e da schemi troppo complicati, così tutti saranno incentivati a lavorare di più, e l’economia andrà alla grande.
Molte delle critiche, in terra occidentale, alla flat tax si sono concentrate sulla sua realizzabilità, per un’imposta che è pilastro del sistema fiscale come quella sui redditi delle persone fisiche. La curva dell’Irpef vede il prelievo crescere al crescere dei redditi stessi, in misura più che proporzionale: vale a dire, al crescere del reddito tassabile cresce anche l’aliquota. Se si schiacciano tutte le aliquote su una sola, gli effetti sul gettito finale dipenderanno ovviamente dal livello dell’aliquota unica: che può anche essere molto alto, per esempio in Olanda un consiglio di esperti propose di fissarla al 40%. Non è questo il caso delle proposte attualmente sul tappeto in Italia, che vanno dal 15% della Lega al 23% di Forza Italia: attualmente la curva dell’Irpef parte da un’aliquota del 23% per salire fino al 43% per i redditi che sono sopra i 75.000 euro l’anno.

il disegno dell’intero sistema
Ma l’impatto sul gettito non dipende solo dal livello dell’aliquota; è determinante il disegno dell’intero sistema, in particolare l’esistenza o meno di un’area di esenzione dall’imposta – al di sotto di una certa soglia non si paga niente: è la cosiddetta «no tax area» – e il regime delle detrazioni e deduzioni, per esempio quelle attualmen- te esistenti per il reddito dipendente, per i carichi familiari, eccetera. Sia la proposta della Lega che quella di Forza Italia prevedono un allargamento della «no tax area», che attualmente è attorno agli 8mila euro annui. Dunque, l’abbassamento delle aliquote per i redditi medio-alti e l’allargamento della no tax area per i più bassi determinano un effetto molto importante sul gettito. Secondo i calcoli fatti su lavoce.info dagli economisti Massimo Baldini e Leonzio Rizzo, verrebbero a mancare ogni anno, nelle casse dello Stato, circa 58 miliardi: questo «a bocce ferme», cioè escludendo che l’introduzione della flat tax abbia effetti positivi per altre vie, favorendo l’emersione dell’evasione o la ripresa economica. Sono questi invece gli effetti miracolosi su cui contano gli esperti che l’hanno messa a punto per i due partiti, negando che quello delle «coperture» (ossia, il non aprire voragini nel bilancio pubblico) sia un problema. La discussione sull’entità del mancato gettito e dunque sulla sua copertura, è importante, decisiva per la praticabilità della proposta. Sulla quale però basterebbe rifarsi a quanto successo durante il governo Berlusconi II: in quella fase la flat tax entrò in un testo di legge, il governo ricevette la delega dal parlamento a introdurla nel nostro ordinamento (in forma leggermente diversa da quella che si propone ora, ossia con due aliquote, una ordinaria del 23% e una del 33% per i redditi superiori ai 100.000 euro l’anno). Non lo fece mai, poiché non riuscì concretamente a disegnare un sistema che restasse in equilibrio.

chi ci guadagna
Ma, per quanto importante, questa discussione rischia di oscurare l’aspetto redistributivo della proposta, di impedire di guardare dentro la scatola della flat tax e capire a chi vanno i suoi doni. In altre parole: non si può fare, ma, ove si potesse, sarebbe giusto farlo? A chi vanno i benefici della flat tax? Ai più ricchi, ai più poveri, a tutti? Tornando ai calcoli di Baldini e Rizzo, difficilmente smentibili poiché basati sui numeri e sul dettaglio delle proposte di Forza Italia e Lega, si ha un quadro molto chiaro: tutti risparmieremmo qualcosa, nel magico mondo della flat tax, ma ai più ricchi andrebbe decisamente meglio. Chi sta agli scalini più bassi del reddito, e guadagna attorno ai 1000 euro al mese, «risparmierà» 102 euro l’anno, meno di 9 euro al mese. Chi invece sta ai piani più alti, e guadagna 7000 euro al mese, avrà un risparmio d’imposta attorno ai 900-1000 euro al mese (a seconda che si attui lo schema della Lega o quello di Forza Italia). In percentuale, la fascia più bassa del reddito risparmierà l’1% di imposta, quella più alta risparmierà tra l’11 e il 14%. Insomma, la flat tax premierà di più i redditi più alti, e sarà molto vantaggiosa per quelli altissimi. Come pensa il centrodestra di prendere i voti della maggioranza da una proposta che premia una minoranza? Si conta su un effetto di illusione ottica, lo stesso che ha ammaliato gli elettori di Trump: se io ho in tasca qualche spicciolo in più, è comunque positivo, non darò peso al fatto che chi sta meglio di me starà, alla fine, molto meglio. Ma soprattutto, fa presa il messaggio generale, quello che ha cominciato a radicarsi trent’anni fa e ancora scalda i cuori: le tasse non piacciono a nessuno, non sono viste come utili a qualcosa (per esempio, a pagare per i beni pubblici, a manutenere le rotaie in modo che i treni non deraglino, a far funzionare gli ospedali), né come uno strumento per redistribuire tra chi ha di più e chi ha di meno. Un messaggio così forte che trascina con sé gli argomenti razionali, quelli che sono alla base anche della nostra Costituzione che sancisce il principio della progressività dell’imposizione.

schieramento di partiti e coalizioni
I risultati delle elezioni del 4 marzo ci diranno quanto questo argomento (insieme agli altri, non economici) sia ancora dominante. Certo la destra – data per vincente soprattutto nel Nord – continua a farne il suo cavallo di battaglia. E gli altri partiti? Anche nella proposta fiscale dei 5 stelle (che, a stare ai sondaggi, sono forti ovunque ma soprattutto dilagano nel Mezzogiorno) c’è una revisione delle aliquote, non una flat tax ma un abbassamento generale, che porterebbe risparmi di imposta un po’ a tutti, in modo più equamente spalmato. Anche in questo caso, con scarsissima preoccupazione per la copertura finanziaria. Il Pd invece punta soprattutto su una revisione degli assegni familiari per premiare le famiglie con figli e, quanto alle aliquote dell’Irpef, promette una ristrutturazione. Mentre Liberi e Uguali disegna un sistema nel quale si taglia l’Irpef solo sui redditi più bassi e più in generale si riduce il peso del prelievo fiscale e contributivo sul lavoro.
Chissà se, nella gara continua alle promesse mirabolanti, nella campagna elettorale ci sarà il tempo e il modo, per ciascuno, di chiedere conto ai propri candidati degli effetti concreti dei piani fiscali delle coalizioni e dei partiti. Resta il fatto che quelli che hanno per ora il vento in poppa propongono un nuovo patto fiscale, che è lontano dallo spirito della Costituzione ed è anche poco affidabile dal punto di vista della effettiva realizzabilità. Ma, a quanto pare, dopo anni nei quali si è scavato il solco tra politica e società, e i politici hanno perso man mano credibilità, una parte del Paese pare pronta ad affidarsi all’incredibile.
Roberta Carlini
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rocca-4-2018
ROCCA n. 4, 15 FEBBRAIO 2018.
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IL SONNO DELLA RAGIONE CREA MOSTRI
sedia-van-gogh4La sedia
di Vanni Tola
Campagna elettorale, ritorna la strategia della tensione per far vincere le destre. Come in passato con il “pericolo” dell’estremismo rosso, anche stavolta si fa perno sulla paura della gente minacciando la “bomba sociale che sta per esplodere” rappresentata dai migranti. Ignorato l’invito del Presidente della Repubblica ad abbassare i toni del dibattito elettorale e l’invito imperativo del Ministro degli Interno a “non cavalcare l’odio”.
Il sospetto che il gesto stragista di un fascista non fosse un episodio occasionale generato da uno squilibrato era nell’aria. Molti hanno pensato, con ragione, ad un gesto inserito in una precisa strategia del terrore finalizzata a garantire e rafforzare l’affermazione elettorale delle destre. Diversi segnali lo confermano. Intanto l’atteggiamento dell’autore del gesto che viene descritto come assolutamente non pentito e lucidamente convinto, e magari anche fiero, della strage compiuta. Poi l’immediato appoggio al suo operato di una formazione di destra, Forza Nuova, che con tempestività annuncia sostegno morale e assistenza legale all’autore del fatto criminale. Via a seguire Salvini che, pur condannando il gesto in sé, dichiara che la responsabilità dell’accaduto va ricercata nella “invasione” di clandestini in atto. Simile la posizione della Meloni (Fratelli D’Italia). Inizialmente fuori dal coro Silvio Berlusconi che, nelle prime ore dopo la vicenda, preferisce attribuire il gesto ad uno squilibrato. Giusto il tempo di comprendere che non poteva lasciare al solo Salvini la gestione della strategia della paura ed ecco che anche Berlusconi decide di cavalcare l’odio. E’ lui che conia la definizione di “bomba sociale pronta ad esplodere” intendendo con tale definizione la presenza di un eccessivo numero di immigrati clandestini in Italia. Poco importa se i dati sull’immigrazione dimostrano inconfutabilmente l’infondatezza di qualunque minaccia di invasione del Paese. I livelli di migranti sono nella norma degli altri paesi europei, non è in atto nessuna islamizzazione del Paese, nessun tentativo di sostituzione etnica degli italiani con altre popolazioni e altre scemate analoghe. L’effetto previsto del folle gesto di un fascista ha ottenuto l’effetto sperato, rilanciare con forza le ragioni delle destre, diffondere paura e ansia tra la gente, favorire la scelta elettorale di quelle forze politiche che si candidano per la tutela e lo ristabilimento dell’ordine e la pulizia etnica. La palla è in campo e con quella si giocherà. Nessuno verificherà più di tanto l’irrazionalità del concetto di “bomba sociale” pronta a deflagare. Se lo dice Berlusconi, molti non hanno difficoltà a crederlo. La altre forze politiche, quelle che dovrebbero essere antagoniste e alternative al blocco delle destre, si guardano bene dallo schierarsi in modo deciso contro questa operazione. Lo fanno per vari e innumerevoli motivi e con occhio attento agli umori della gente e ai sondaggi elettorali. Ma lo fanno anche perché non hanno saputo rimuovere quella vergogna immane rappresentata dalla legge Bossi-Fini che sta alla base di tutte le distorsioni ideologiche e le riserve mentali che hanno determinato una errata politica di controllo e governo dei movimenti migratori. Ma anche perché la politica di controllo dell’emigrazione, dell’accoglienza e dell’integrazione del governo Renzi si é rivelata, a dir poco, inadeguata. E, da ultimo, il silenzio imbarazzato della sinistra è determinato dal fatto che, quello che viene rappresentato come una vittoria del Governo e del ministro Minniti, il calo del numero di immigrati sbarcati in questi mesi, è frutto di un accordo miserabile e vigliacco con la Libia del quale non ci si può che vergognare. Gli sbarchi sono diminuiti perché i libici bloccano i migranti richiudendoli in carceri improvvisate che rassomigliano molto più ai lager nazisti piuttosto che a centri di raccolta e smistamento di migranti. E mentre gli organi di stampa si interrogano su eventuali rapporti di conoscenza tra la ragazza massacrata e il suo carnefice ci si interroga sul profilo psicologico del fascista che ha realizzato la strage, tutto procede come da copione. Salvini continua a predicare odio con ossessive presenze televisive, Berlusconi cerca di scavalcarlo a destra per ribadire la sua premiership sullo schieramento di destra Intanto e le altre forze portano avanti come possono le loro misere strategie elettorali che ci condurranno quasi certamente al governo delle grandi ammucchiate o a nuove elezioni. Si pensava che sarebbe stata una campagna elettorale col botto, ma si pensava principalmente ad un botto metaforico non a quello reale. Invece siamo già alla “bomba sociale pronta ad esplodere” e nessuno sa che altro potranno inventarsi ancora.

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Elezioni

IL SONNO DELLA RAGIONE CREA MOSTRI
sedia-van-gogh4La sedia
di Vanni Tola
Campagna elettorale, ritorna la strategia della tensione per far vincere le destre. Come in passato con il “pericolo” dell’estremismo rosso, anche stavolta si fa perno sulla paura della gente minacciando la “bomba sociale che sta per esplodere” rappresentata dai migranti. Ignorato l’invito del Presidente della Repubblica ad abbassare i toni del dibattito elettorale e l’invito imperativo del Ministro degli Interno a “non cavalcare l’odio”.
Il sospetto che il gesto stragista di un fascista non fosse un episodio occasionale generato da uno squilibrato era nell’aria. Molti hanno pensato, con ragione, ad un gesto inserito in una precisa strategia del terrore finalizzata a garantire e rafforzare l’affermazione elettorale delle destre. Diversi segnali lo confermano. Intanto l’atteggiamento dell’autore del gesto che viene descritto come assolutamente non pentito e lucidamente convinto, e magari anche fiero, della strage compiuta. Poi l’immediato appoggio al suo operato di una formazione di destra, Forza Nuova, che con tempestività annuncia sostegno morale e assistenza legale all’autore del fatto criminale. Via a seguire Salvini che, pur condannando il gesto in sé, dichiara che la responsabilità dell’accaduto va ricercata nella “invasione” di clandestini in atto. Simile la posizione della Meloni (Fratelli D’Italia). Inizialmente fuori dal coro Silvio Berlusconi che, nelle prime ore dopo la vicenda, preferisce attribuire il gesto ad uno squilibrato. Giusto il tempo di comprendere che non poteva lasciare al solo Salvini la gestione della strategia della paura ed ecco che anche Berlusconi decide di cavalcare l’odio. E’ lui che conia la definizione di “bomba sociale pronta ad esplodere” intendendo con tale definizione la presenza di un eccessivo numero di immigrati clandestini in Italia. Poco importa se i dati sull’immigrazione dimostrano inconfutabilmente l’infondatezza di qualunque minaccia di invasione del Paese. I livelli di migranti sono nella norma degli altri paesi europei, non è in atto nessuna islamizzazione del Paese, nessun tentativo di sostituzione etnica degli italiani con altre popolazioni e altre scemate analoghe. L’effetto previsto del folle gesto di un fascista ha ottenuto l’effetto sperato, rilanciare con forza le ragioni delle destre, diffondere paura e ansia tra la gente, favorire la scelta elettorale di quelle forze politiche che si candidano per la tutela e lo ristabilimento dell’ordine e la pulizia etnica. La palla è in campo e con quella si giocherà. Nessuno verificherà più di tanto l’irrazionalità del concetto di “bomba sociale” pronta a deflagare. Se lo dice Berlusconi, molti non hanno difficoltà a crederlo. La altre forze politiche, quelle che dovrebbero essere antagoniste e alternative al blocco delle destre, si guardano bene dallo schierarsi in modo deciso contro questa operazione. Lo fanno per vari e innumerevoli motivi e con occhio attento agli umori della gente e ai sondaggi elettorali. Ma lo fanno anche perché non hanno saputo rimuovere quella vergogna immane rappresentata dalla legge Bossi-Fini che sta alla base di tutte le distorsioni ideologiche e le riserve mentali che hanno determinato una errata politica di controllo e governo dei movimenti migratori. Ma anche perché la politica di controllo dell’emigrazione, dell’accoglienza e dell’integrazione del governo Renzi si é rivelata, a dir poco, inadeguata. E, da ultimo, il silenzio imbarazzato della sinistra è determinato dal fatto che, quello che viene rappresentato come una vittoria del Governo e del ministro Minniti, il calo del numero di immigrati sbarcati in questi mesi, è frutto di un accordo miserabile e vigliacco con la Libia del quale non ci si può che vergognare. Gli sbarchi sono diminuiti perché i libici bloccano i migranti richiudendoli in carceri improvvisate che rassomigliano molto più ai lager nazisti piuttosto che a centri di raccolta e smistamento di migranti. E mentre gli organi di stampa si interrogano su eventuali rapporti di conoscenza tra la ragazza massacrata e il suo carnefice ci si interroga sul profilo psicologico del fascista che ha realizzato la strage, tutto procede come da copione. Salvini continua a predicare odio con ossessive presenze televisive, Berlusconi cerca di scavalcarlo a destra per ribadire la sua premiership sullo schieramento di destra Intanto e le altre forze portano avanti come possono le loro misere strategie elettorali che ci condurranno quasi certamente al governo delle grandi ammucchiate o a nuove elezioni. Si pensava che sarebbe stata una campagna elettorale col botto, ma si pensava principalmente ad un botto metaforico non a quello reale. Invece siamo già alla “bomba sociale pronta ad esplodere” e nessuno sa che altro potranno inventarsi ancora.

Dall’esperienza napoletana della giunta di Luigi de Magistris strumenti nuovi che fanno rivivere gli “usi civici”, e introducono la nozione di “redditività civica” contro la liberista “valorizzazione”.

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L’uso civico e la rete dei beni comuni
di GIUSEPPE MICCIARELLI su
eddyburg
Comune-Info, 28 gennaio 2018, ripreso da eddyburg. Dall’esperienza napoletana della giunta di Luigi de Magistris strumenti nuovi che fanno rivivere gli “usi civici”, e introducono la nozione di “redditività civica” contro la liberista “valorizzazione”. (m.p.r.)

“Arrendetevi siamo pazzi”. In questi cinque anni di occupazione la scritta all’ingresso dell’Asilo Filangieri di Napoli non è stata un bizzarro slogan ma il grimaldello con cui ripensare la gestione di uno spazio comune, tessere percorsi inediti tra teoria e prassi (a cavallo tra filosofia, mondo dell’arte e scienze umane), costruire legami con esperienze di altre città e perfino promuovere un’incursione nel diritto. Dopo un percorso complicato c’è stato il pieno riconoscimento dell’itinerario giuridico partito dal basso. Secondo Giuseppe Micciarelli, ricercatore presso l’Università di Salerno, l’idea vincente è stata immaginare una forma di gestione per cui un bene pubblico viene amministrato direttamente dai cittadini, non con un’assegnazione, «ma attraverso una dichiarazione d’uso collettivo ispirata agli usi civici, un antico istituto tutt’ora vigente che rappresenta uno degli echi di quell’altro modo di possedere quasi dimenticato dall’ordinamento»

Beni comuni e spazi urbani

Com’è possibile che da un’occupazione di uno spazio pubblico nasca un nuovo istituto giuridico? Com’è possibile che il collettivo che ha intrapreso l’azione si sciolga per costruire un sistema assembleare regolamentato, aperto a tutti i lavoratori del settore culturale e agli abitanti del territorio? E ancora, com’è possibile che questo strumento si sia diffuso tra altre esperienze di occupazioni, in diverse parti di Italia, e che queste stesse realtà abbiano deciso di scrivere pubblicamente delle dichiarazioni di autonormazione civica per mostrare e garantire l’accessibilità a questi spazi? La risposta a queste domande spiega l’anomalia che la città di Napoli sta percorrendo sui beni comuni. L’uso civico e collettivo urbano, nato a partire dalla sperimentazione pratica e teorica dell’Asilo Filangieri, ha sfidato l’ordinamento giuridico per dare la possibilità a tante realtà caratterizzate da una gestione collettiva e comunitaria di essere coerentemente riconosciute anche dal mondo del diritto. Molti elementi di questo percorso sono diventati, in questi anni, oggetto di studi e hanno portato la città di Napoli alla vittoria del prestigioso premio Urbact 2017. Proverò qui a descriverne alcuni passaggi essenziali.

Dal punto di vista teorico, anche questa battaglia nasce sulla sponda dei beni comuni. Eppure, essi sono diventati qualcosa di diverso da ciò che la Commissione Rodotà aveva ipotizzato nel 2007-2008. Quei lavori furono fondamentali perché avvicinarono le battaglie più disparate arricchendole, in senso evocativo, di una dirompente matrice comune. Si è venuta così a creare una polisemia feconda, che ha visto la proliferazione di nuovi beni pretesi come comuni. È questa la peculiarità, forse la forza e insieme la debolezza, della via italiana ai beni comuni che, diversamente dagli studi di ascendenza economica sui commons nel mondo anglosassone (Ostrom, 1990), si interroga ancora sul loro perimetro e sulla eventuale necessità di individuarne uno in forme consuete (Mattei, 2011; Marella, 2012). In parte si tratta di una debolezza perché, come Stefano Rodotà ammoniva se tutto è bene comune allora niente è un bene comune. Ma è anche un elemento di forza, perché l’incertezza ha dato la straordinaria opportunità a tanti conflitti sociali di riconoscersi reciprocamente in un significante capace di riempire di senso comune lotte solo geograficamente distanti (Negri-Hardt, 2010; Dardot-Laval, 2015). Ma c’è di più. Questa fase costituente ha dato la possibilità ai protagonisti di quelle lotte di prendere in prima persona parola sul loro significato, scavando nuovi percorsi intellettuali a cavallo tra filosofia, diritto, economia, mondo dell’arte e scienze umane. Un percorso raro dove studio e conflitto continuano ad andare di pari passo, alimentandosi reciprocamente.

Com’è noto la prima ondata di studi e lotte sui beni comuni è culminata con la vittoria referendaria del 2011. Dopo quel successo è nata una seconda generazione di conflitti, che si sono “appoggiati” al lessico dei beni comuni. Mi riferisco in particolare al movimento dei lavoratori dell’arte, dello spettacolo e della cultura che hanno dato vita a forme di riappropriazione diretta di teatri e spazi culturali abbandonati o sottoutilizzati. Il teatro Valle a Roma, l’Asilo Filangieri a Napoli, l’ex colorificio a Pisa e Macao a Milano sono stati non a caso la sede di una seconda Commissione itinerante – la costituente dei beni comuni – presieduta dallo stesso Rodotà con la partecipazione di alcuni degli studiosi che facevano parte di quella istituzionale del 2007, insieme a tanti giovani ricercatori e attivisti impegnati in prima persona in quelle esperienze. Tali pratiche sperimentali hanno prodotto uno scarto rispetto al profilo teorico originario, quando il bene di riferimento era limitato alla sola risorsa idrica. Infatti, rivendicare spazi urbani come beni comuni ha messo per certi versi in crisi la stessa loro tassonomia, che tanto difficilmente era stata abbozzata (Mattei-Reviglio-Rodotà, 2007).

Terminata anche questa esperienza è cresciuta una seconda generazione di pratiche e studi che hanno rimesso al centro del dibattito il tema che la prima Commissione non solo aveva ritenuto superabile, ma che anzi aveva definito un ostacolo alla protezione dei beni comuni, vale a dire il tema dei regimi di governo dei beni. Attualmente, al contrario, la rivendicazione di forme di gestione, o controllo, partecipate o dirette, di beni da parte di comunità organizzate di cittadini è diventato il cuore della questione sia politica sia teorica. In questo senso uno dei punti su cui si è poggiata l’esperienza napoletana è stata la nozione di beni comuni emergenti (Micciarelli 2014, 2017), cioè quei beni che, esprimendo utilità funzionali all’arricchimento del catalogo dei diritti fondamentali, si caratterizzano per una forma di gestione diretta e non esclusiva da parte delle comunità di riferimento individuabili, al fine di garantire, attraverso modelli di regolamentazione specifici, l’uso e il godimento collettivo del bene, indirizzandolo al soddisfacimento di tali diritti, nonché al libero sviluppo della persona e la salvaguardia per le generazioni future[1]. Un modo per materializzare, anche nel mondo del diritto, il principio secondo cui «non esistono beni comuni senza le pratiche e le consuetudini che consentono alla comunità di gestire le risorse per il bene collettivo (…) caratterizzati da partecipazione diffusa, responsabilità individuale e capacità autogestionali» (Bollier, 2015).

L’anomalia napoletana

Sono tanti gli spazi abbandonati che disegnano le nostre città: orfanotrofi, scuole, caserme dismesse, ospedali psichiatrici, conventi, stazioni. La brama di riempirli di nuove attività svela l’interesse trasversale per la rigenerazione urbana, che non a caso è uno dei temi più attraversati non solo dalla letteratura, ma anche da progetti europei, bandi regionali, corsi di laurea e premi. Ed è anche terreno di conquista dei soggetti economici più attrezzati. Si pensi ai grandi protagonisti della rigenerazione degli ultimi anni: i poli commerciali e le grandi multinazionali che, grazie a una forza di investimento e persuasione economica maggiore di tanti finanziamenti pubblici, hanno trasformato pezzi di città in “non luoghi”, secondo il fortunato paradigma descritto da Marc Augè, in cui gli individui si incrociano senza mai entrare in relazione, se non attraverso quelle mediate dal consumismo. Multi utilities dell’intrattenimento a gettone svolgono ora anche una funzione, in senso lato, “sociale”: arricchite oltre che di merci anche da arcipelaghi di bar, ristoranti, cinema, pub e asili nido sempre aperti e dal prezzo quasi conveniente, dove intere famiglie si rovesciano nel loro tempo libero.

Ribaltando l’espressione di Augè, possiamo riconoscere che a diverse latitudini ci sono degli “ex-luoghi”, sulla loro riscoperta e funzionalizzazione si gioca il futuro della città. Qui la creatività gioca un ruolo fondamentale; non a caso il campo artistico è quello che viene più di tutti chiamato in causa per favorire processi di rigenerazione di questi ex-luoghi. Purtroppo però, come mostra il caso di quartieri del genere di Kreuzberg a Berlino, Covent Garden a Londra, Isola a Milano, spesso l’azione di artisti e designer diventa il preludio alla gentrificazione di intere aree popolari.

Questo destino non è ineluttabile. Una delle ricchezze di quel movimento di artisti/attivisti che si è costituito intorno al lessico dei beni comuni è il tentativo di produrre una forma di rigenerazione consapevole e conflittuale dello spazio urbano, provando a mettere al centro tanto le vertenze dei lavoratori, la necessità di riforma dei finanziamenti e della governance del settore culturale, quanto i bisogni del tessuto sociale, degli abitanti di quartieri che normalmente vengono esclusi dalla fruizione dei prodotti artistici estranei al circuito mainstream. Un percorso quindi altamente politicizzato, legato da principio al tessuto connettivo di movimenti che sui territori lottavano per il diritto alla casa, a un ambiente salubre e contro le forme di razzismo e neofascismo che tipicamente infestano le zone socialmente più povere delle città.

In Italia, questo movimento così peculiare – che si immaginava come quinto Stato (Ciccarelli-Allegri, 2011) e trovava linfa nell’eco delle lotte degli intermittenti in Francia (Lazzarato, 2004) – aveva cominciato, subito dopo la vittoria referendaria, a organizzare una scia di occupazioni, sviluppando un’ondata di rivendicazioni non impiantante tanto su una base vertenziale di categoria, bensì sulla pretesa gestione diretta degli spazi culturali da parte degli stessi lavoratori, organizzati attraverso la messa in comune dei mezzi di produzione. Dopo il cinema Palazzo e il teatro Valle a Roma, Macao a Milano, a Napoli la manifestazione di questo movimento occupò il 2 marzo del 2012 l’Asilo Filangieri. Un’azione simbolica, nell’idea originaria di soli tre giorni, considerato che l’immenso edificio, un ex convento di circa 5.000 mq2 nel centro storico della città, era stato da poco ristrutturato e assegnato al Forum Universale delle Culture: organismo aspramente criticato in quanto parte di un modello di finanziamento che non avrebbe accolto le esigenze del territorio, data una permeabilità già presente nei confronti del circuito di clientele e favoritismi che attanaglia buona parte del settore dello spettacolo.

Le assemblee partecipate da centinaia di persone spinsero però gli occupanti a osare e il processo, dapprima limitato al solo terzo piano del palazzo, cominciò a estendersi in altre zone, protraendo per un paio di anni una coabitazione con altre stanze usate dagli uffici amministrativi del Forum, il quale poi si rivelò, come preconizzato, un fallimento (Cagnazzi, 2017). Parallelamente al crescente numero di attività, anche all’Asilo ci si interrogò sulla sperimentazione giuridica, che caratterizzava il movimento. Diversamente dal teatro Valle, che a Roma stava sperimentando un’innovativa idea di fondazione con l’aiuto di molti giuristi impegnati nella prima commissione Rodotà (Caleo, 2016), a Napoli si tentò di trovare una forma che potesse rispecchiare meglio il cuore teorico della pratica assembleare che si stava sperimentando, cioè quello di costruire una comunità aperta, orizzontale, porosa e non strettamente identitaria. Un modello che pretendeva di rinunciare alla direzione artistica e al contingentamento dei tempi e degli spazi finalizzati alla produttività piuttosto che alla libera ricerca. Una forma che creasse una interdipendenza – professionale e relazionale – tra soggetti diversi, disobbedendo così all’educazione alla concorrenza tra competitors imposta da bandi, festival e mercato.

Limitandomi al punto di vista giuridico, si trattava di evadere l’illusoria conquista di una concessione, che avrebbe magari dato la rassicurante immagine di un ambito di autonomia e indipendenza, ma che staccata da un tentativo di impatto più generale sul circuito arte/rigenerazione urbana avrebbe rischiato, anche nel caso di successo, di essere schiacciata dal peso degli oneri che qualunque soggetto giuridico concessionario di un bene pubblico si deve assumere. Avrebbe inoltre rischiato di favorire la costruzione di un privilegio proprietario a vantaggio di chi era riuscito a conquistare, sebbene con la lotta e alla luce del sole, un titolo di uso esclusivo. Un discorso che piccole associazioni, realtà informali e cittadinanza attiva conoscono purtroppo molto bene. D’altronde, il minimo comun denominatore per cui si stanno diffondendo nel paese tanti regolamenti sui beni comuni urbani, pur nella loro diversità, è appunto che il patrimonio abbandonato rappresenta per un ente locale un serio problema: ogni mancata manutenzione apre la porta a rischi sia in termini di responsabilità civile sia per danno erariale, nel caso si riscontrasse la violazione degli obblighi di messa a reddito degli immobili.

Si trattava perciò di provare a cambiare il sistema, e con esso immaginare una diversa erogazione dei fondi pubblici, che sfuggisse sia ai parametri del successo decretati solo dalle leggi del mercato sia alla subalternità clientelare con gli apparati amministrativi di turno. L’idea vincente fu quella di immaginare una forma di gestione per cui un bene pubblico fosse amministrato direttamente dai cittadini, non con un’assegnazione, ma attraverso una dichiarazione d’uso collettivo ispirata agli usi civici, un antico istituto tutt’ora vigente che rappresenta uno degli echi di quell’altro modo di possedere quasi dimenticato dall’ordinamento post unitario (Grossi, 1977).

La scelta di dotarsi di un regolamento, per quanto scritto a partire dalle proprie pratiche, fu ovviamente il fulcro di una rivoluzione identitaria. L’esito di questo complesso confronto può essere riassunto con delle parole molto efficaci che ricordano come l’immanenza e lo spontaneismo non possano chiudere «i conti con un passaggio istituzionale ineludibile: il riconoscimento giuridico di una destinazione propria a tali beni, procedimento tecnico che in taluni momenti della storia interviene con quella forza decisoria che le lotte politiche e le nuove acquisizioni conoscitive sono in grado di suscitare e le costruzioni formali provvedono poi a tutelare. Contrariamente a un certo marxismo dal sapore tralatizio, la “forma” giuridica non spegne, ingannandola, la prassi sociale, ma ne rappresenta un’articolazione di pari livello e sovente più attrezzata» (Napoli, 2013).

La scrittura della dichiarazione è diventata invece una straordinaria opportunità di auto-riflessività politica, in cui le pratiche vengono messe alla prova della teoria e viceversa. Una strategia anche concreta, perché la pur importante rivendicazione del diritto di uso civico, ove non regolamentato, rappresenterebbe altrimenti uno spazio indeterminato, in cui è facile prevedere l’espansione dei poteri ora dei soggetti privati più attrezzati ora della stessa Amministrazione, al primo cambio d’umore politico. Una strategia ambiziosa quella della riscoperta degli usi collettivi perché, com’è stato chiaramente messo in evidenza, può ambire a una possibile ricostruzione della nozione di proprietà pubblica, che in un clima di esasperata esaltazione della proprietà individuale è stato progressivamente rimosso dalla riflessione giuridica e politica dei diritti collettivi (Capone, 2016). Una sperimentazione originale, che si può riassumere nello slogan “arrendetevi siamo pazzi” che gli attivisti dell’Asilo affissero all’ingresso del bene, rivendicando una strategia politico-teorica che allora appariva eretica più che eterodossa, anche per il resto del movimento nazionale.

Nel frattempo la nuova amministrazione de Magistris aveva cominciato un suo percorso che, dopo la nascita dell’azienda speciale di diritto pubblico Abc (Acqua bene comune), per la gestione della risorsa idrica, modificava lo statuto del Comune di Napoli, riconoscendo “i beni comuni in quanto funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali della persona nel suo contesto ecologico” e garantendone “il pieno godimento nell’ambito delle competenze Comunali”. Veniva inoltre istituito, caso unico in Italia, un assessorato ai beni comuni, presieduto da uno degli studiosi più radicali che avevano partecipato ai lavori della prima commissione Rodotà. A questo punto venne lanciato un dialogo che aveva il sapore della sfida, alle volte con toni aspri, nei confronti dell’Amministrazione: capire fino a che punto il riconoscimento da parte loro dei beni comuni potesse spingersi oltre la dimensione evocativa, per sostenere progettualità conflittuali che si muovevano in un orizzonte poco compatibile con declinazioni docili della sussidiarietà orizzontale, in cui a cittadini resi carpentieri e muratori viene concesso di prendersi cura di giardini e strade periferiche, in forme del tutto a-conflittuali.

Riconoscere l’uso civico era non facile e non era scontato, poiché si andava a definire un tipo di uso collettivo che non trovava piena collocazione giuridica tra gli strumenti tipicamente usati dagli enti locali. Di solito, infatti, la scorciatoia adottata nel caso di simili rivendicazioni è l’affidamento diretto o la sottoscrizione di patti di collaborazione tra Comune e un’associazione. Questi, però, in alcuni casi si risolvono in fictio iuris, cioè nella creazione di associazioni ad hoc, forme di affido a custodi o garanti che, però, non sono né gli animatori né i veri fruitori degli spazi; modalità che cioè non rispecchiano un uso collettivo non limitato a soci o cerchi di affinità ristretti. E invece in molti casi la scelta di non costituirsi in una singola associazione, il privilegiare la costituzione di gruppi informali o reti di realtà in continuo divenire, la garanzia del ricambio costante di utilizzatori, rappresentano una forma di uso la cui specificità è un patrimonio che l’ordinamento deve valorizzare, trovando strategie adeguate.

L’alternativa dell’uso civico urbano è stata dunque al centro dei lavori del tavolo di autogoverno dell’Asilo, e portò all’approvazione di una prima delibera già il 24 maggio 2012. Con questa gli attivisti impegnavano il Comune a «garantire una forma democratica di gestione del bene comune monumentale denominato ex asilo Filangieri in coerenza con una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 43al fine di agevolare una prassi costituente dell’“uso civico” del bene comune, da parte della comunità di riferimento dei lavoratori dell’immateriale». L’impianto però, nella parte del deliberato, tradiva il complesso sistema assembleare e di tavoli di lavoro, assegnando loro un ruolo semplicemente consultivo, mentre i poteri decisionali formalmente restavano in capo agli assessori di volta in volta competenti nel quadro partecipativo del cosiddetto. “laboratorio Napoli”[2]. Una soluzione provvisoria, che però ha avuto il pregio di dare respiro alla sperimentazione. Ci sono voluti oltre tre anni di tavoli di lavoro, scontri, riunioni interminabili con il nuovo assessore ai beni comuni Carmine Piscopo, studi fatti a tavolino anche con funzionari e dirigenti per provare a contaminare il quadro amministrativo vigente che riconoscesse l’uso civico come una nuova forma di amministrazione diretta del patrimonio pubblico (Micciarelli, 2017).

Un lavoro che è stato rafforzato anche da numerose realtà di movimento e associative, che stavano svolgendo altri esperimenti di autogestione nel panorama cittadino, il cui impatto sociale era enorme. Coinvolti poco a poco nel progetto di estensione dell’uso civico urbano si giunse alla importante tappa dell’approvazione in Consiglio Comunale di alcuni emendamenti, scritti dagli attivisti, per migliorare la regolamentazione quadro sulla gestione dei “cd. beni percepiti come comuni di proprietà pubblica” (delibera n. 7/2015). Così si introduceva un esplicito riferimento ai «regolamenti di uso civico o altra forma di autorganizzazione civica» da riconoscere in apposite convenzioni collettive e affiancando questo modello a quello delle concessioni e affidamenti.

Il pieno riconoscimento c’è stato però con una successiva delibera, la n. 893 del 29 gennaio 2015: [vedasi sito del Comune di Napoli con tutte le delibere riconducibili ai “beni comuni”]la dichiarazione di uso civico e collettivo urbano, che a quel punto era stata completata dagli “abitanti” dell’Asilo, è stata assunta «quale complesso di regole di accesso, di programmazione delle attività e di funzionamento, e innovativo modello di governo di spazi pubblici». La dichiarazione, esplicitamente richiamata anche nella parte dispositiva, così diventava non lo statuto di un’associazione assegnataria, ma il regolamento pubblico di utilizzo dello spazio. Veniva acquisito anche il calendario, che indicava come il concetto di sostenibilità andasse di pari passo con quello di “redditività civica”, cioè i vantaggi economici per tutto il territorio generati dalla capacità autonoma degli abitanti di coordinarsi per accogliere un numero impressionante di richieste da parte di altri concittadini (ex Asilo Filangieri, 2016).

Così gli irrisori oneri di spesa per garantire l’accessibilità (come le utenze e la guardiania) potevano essere assunti dal Comune, mentre tutte le attività e la dotazione degli spazi gravavano sulla comunità generata dagli organi di autogoverno previsti dalla dichiarazione. Queste delibere hanno rappresentato la base per un’ulteriore estensione del modello. Un nuovo atto amministrativo, delibera n. 446 del 2016, ha riconosciuto «quali beni comuni emergenti e percepiti dalla cittadinanza quali ambienti di sviluppo civico e come tali strategici» altri sette ex-luoghi della città, occupati negli ultimi anni: ex Carcere minorile Filangieri (ora Scugnizzo Liberato); Ex Scuola Schipa; Villa Medusa; ex Lido Pola; ex Opg (ora Opg Je so’ pazzo); ex convento delle Teresiane (ora Giardino Liberato di Materdei); ex convento di Santa Maria della Fede (ora Santa Fede Liberata).

Nello specifico, aderendo alla “seconda via” aperta con gli emendamenti alla delibera n.7 sopra citata, è stata attivata “una procedura di ricognizione degli spazi di rilevanza civica ascrivibili nel novero di beni comuni” che si è tradotta nell’acquisizione da parte degli uffici competenti di sette dossier, contenenti le attività generate fino ad allora e le forme di gestione sviluppate dagli occupanti. Una spinta dal basso che oggi ha portato il comune di Napoli a riconoscere un percorso che, allo stato attuale, coinvolge un patrimonio immobiliare di circa 40 mila mq2 ed è rivendicato da una rete di altre esperienze da Torino a Palermo, da Firenze a Reggio Emilia. Una strategia che crea nuove istituzioni, sia come una piattaforma polemica di quelle esistenti, sia come banco di prova per la realizzazione concreta di comunità capaci di organizzarsi in una eterogeneità, che non significhi neutralità, nei confronti dei modelli di produzione esistenti.

NOTE
[1] Una differenziazione questa che segue quella che l’art. 822 c.c. opera per il demanio: i beni comuni necessari e quelli in senso eventuale o emergenti si distinguono per le forme di governance. Al primo caso appartengono beni necessariamente in comuni, come l’acqua, la cui governance dovrebbe essere connessa a forme tradizionali di democrazia partecipativa; i beni comuni emergenti sono invece da forme di gestione diretta da parte delle comunità di riferimento, e emergono si possono generare queste forme di partecipazione.
[2] Un modello di democrazia partecipativa su cui aveva alacremente lavorato l’allora assessore Alberto Lucarelli.
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Pagina tratta da Comune-Info. L’articolo completo di immagini, riferimenti e bibliografia è qui raggiungibile
L’illustrazione in testa è tratta dal medesimo sito.

Ricordando Salvatore Loi, con una sua riflessione, datata 1971, ma sempre attuale

img_4707La fatica e il coraggio di essere uomini.
di Salvatore Loi, Guamaggiore agosto 1971.

Mi hanno sempre colpito due frasi del Vangelo: una è di San Luca “ma il Figlio dell’uomo, alla sua venuta, troverà forse la Fede sulla terra?” (Lc. 18,8) e l’altra è di San Matteo “per il moltiplicarsi dell’iniquità si raffredderà la carità di molti” (Mt. 24,12).
A pensar bene sono due frasi drammatiche: sembra che Gesù veda con amarezza tempi in cui fede e amore entreranno in agonia. E l’agonia della fede e dell’amore coincide con l’agonia di Dio nel mondo, ma anche con l’agonia dell’uomo.
Forse oggi essere uomini significa vivere accettando la terrificante condizione umana senza lasciarsene vincere.
Se abituassimo i nostri occhi a superare le barriere dell’apparenza e il nostro cuore ad avere il coraggio di guardare fino in fondo anche ciò che non vorremmo vedere, ci accorgeremmo che siamo povera gente presa dalla paura di tutto.
Il peggio è che questo tutto te lo senti di fronte e di spalle e di fianco e non riesci ad afferrarlo, te lo senti in fondo al cuore e non sai che sia.
Siamo spesso come il povero ebreo errante che sente su di sè il peso di una vita che non riesce a portare, come il pellegrino in viaggio verso una terra che desidera e teme. Gente seduta alla porta di casa a sognare e mentre sogna si accorge che arriva la fine e che il sogno finisce.
La nostra esperienza non è stata voluta per uscire dalla condizione di ogni uomo: guai a coloro che per essere cristiani dimenticano di essere uomini.
È stata voluta come un momento in cui insieme potessimo ricuperare dal fondo del nostro essere quella nostalgia di fede e di amore che ci facessero sperare che è ancora possibile essere uomini veri, con Dio e in Dio.
Il mistero dell’uomo, ha scritto il Concilio Vaticano II, trova spiegazione alla luce del mistero di Cristo. Perciò abbiamo cercato di porre Cristo al centro della nostra esperienza: la sua Parola, il suo Sacrificio e la sua Carità.
Non è che la sua presenza abbia reso la nostra vita più superficialmente tranquilla.
Io non mi so dire perché Dio preferisca piangere con l’uomo piuttosto che dargli una gioia che l’uomo non ha la felicità di costruirsi, ma so, voglio sapere che Dio non è tanto occupato da non ascoltare il pianto di chi non sa ricevere, come di chi non sa dare.
La presenza di Dio: ora consolante e ora sconvolgente, però tale che non ci toglierà la fatica di essere uomini.
Ci darà solo il coraggio di esserlo fino in fondo, se noi vorremo.
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Dall’esperienza napoletana della giunta di Luigi de Magistris strumenti nuovi che fanno rivivere gli “usi civici”, e introducono la nozione di “redditività civica” contro la liberista “valorizzazione”

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L’uso civico e la rete dei beni comuni
di GIUSEPPE MICCIARELLI
eddyburg
Comune-Info, 28 gennaio 2018, ripreso da eddyburg. Dall’esperienza napoletana della giunta di Luigi de Magistris strumenti nuovi che fanno rivivere gli “usi civici”, e introducono la nozione di “redditività civica” contro la liberista “valorizzazione”. (m.p.r.)

“Arrendetevi siamo pazzi”. In questi cinque anni di occupazione la scritta all’ingresso dell’Asilo Filangieri di Napoli non è stata un bizzarro slogan ma il grimaldello con cui ripensare la gestione di uno spazio comune, tessere percorsi inediti tra teoria e prassi (a cavallo tra filosofia, mondo dell’arte e scienze umane), costruire legami con esperienze di altre città e perfino promuovere un’incursione nel diritto. Dopo un percorso complicato c’è stato il pieno riconoscimento dell’itinerario giuridico partito dal basso. Secondo Giuseppe Micciarelli, ricercatore presso l’Università di Salerno, l’idea vincente è stata immaginare una forma di gestione per cui un bene pubblico viene amministrato direttamente dai cittadini, non con un’assegnazione, «ma attraverso una dichiarazione d’uso collettivo ispirata agli usi civici, un antico istituto tutt’ora vigente che rappresenta uno degli echi di quell’altro modo di possedere quasi dimenticato dall’ordinamento»

Beni comuni e spazi urbani

Com’è possibile che da un’occupazione di uno spazio pubblico nasca un nuovo istituto giuridico? Com’è possibile che il collettivo che ha intrapreso l’azione si sciolga per costruire un sistema assembleare regolamentato, aperto a tutti i lavoratori del settore culturale e agli abitanti del territorio? E ancora, com’è possibile che questo strumento si sia diffuso tra altre esperienze di occupazioni, in diverse parti di Italia, e che queste stesse realtà abbiano deciso di scrivere pubblicamente delle dichiarazioni di autonormazione civica per mostrare e garantire l’accessibilità a questi spazi? La risposta a queste domande spiega l’anomalia che la città di Napoli sta percorrendo sui beni comuni. L’uso civico e collettivo urbano, nato a partire dalla sperimentazione pratica e teorica dell’Asilo Filangieri, ha sfidato l’ordinamento giuridico per dare la possibilità a tante realtà caratterizzate da una gestione collettiva e comunitaria di essere coerentemente riconosciute anche dal mondo del diritto. Molti elementi di questo percorso sono diventati, in questi anni, oggetto di studi e hanno portato la città di Napoli alla vittoria del prestigioso premio Urbact 2017. Proverò qui a descriverne alcuni passaggi essenziali.

Dal punto di vista teorico, anche questa battaglia nasce sulla sponda dei beni comuni. Eppure, essi sono diventati qualcosa di diverso da ciò che la Commissione Rodotà aveva ipotizzato nel 2007-2008. Quei lavori furono fondamentali perché avvicinarono le battaglie più disparate arricchendole, in senso evocativo, di una dirompente matrice comune. Si è venuta così a creare una polisemia feconda, che ha visto la proliferazione di nuovi beni pretesi come comuni. È questa la peculiarità, forse la forza e insieme la debolezza, della via italiana ai beni comuni che, diversamente dagli studi di ascendenza economica sui commons nel mondo anglosassone (Ostrom, 1990), si interroga ancora sul loro perimetro e sulla eventuale necessità di individuarne uno in forme consuete (Mattei, 2011; Marella, 2012). In parte si tratta di una debolezza perché, come Stefano Rodotà ammoniva se tutto è bene comune allora niente è un bene comune. Ma è anche un elemento di forza, perché l’incertezza ha dato la straordinaria opportunità a tanti conflitti sociali di riconoscersi reciprocamente in un significante capace di riempire di senso comune lotte solo geograficamente distanti (Negri-Hardt, 2010; Dardot-Laval, 2015). Ma c’è di più. Questa fase costituente ha dato la possibilità ai protagonisti di quelle lotte di prendere in prima persona parola sul loro significato, scavando nuovi percorsi intellettuali a cavallo tra filosofia, diritto, economia, mondo dell’arte e scienze umane. Un percorso raro dove studio e conflitto continuano ad andare di pari passo, alimentandosi reciprocamente.

Com’è noto la prima ondata di studi e lotte sui beni comuni è culminata con la vittoria referendaria del 2011. Dopo quel successo è nata una seconda generazione di conflitti, che si sono “appoggiati” al lessico dei beni comuni. Mi riferisco in particolare al movimento dei lavoratori dell’arte, dello spettacolo e della cultura che hanno dato vita a forme di riappropriazione diretta di teatri e spazi culturali abbandonati o sottoutilizzati. Il teatro Valle a Roma, l’Asilo Filangieri a Napoli, l’ex colorificio a Pisa e Macao a Milano sono stati non a caso la sede di una seconda Commissione itinerante – la costituente dei beni comuni – presieduta dallo stesso Rodotà con la partecipazione di alcuni degli studiosi che facevano parte di quella istituzionale del 2007, insieme a tanti giovani ricercatori e attivisti impegnati in prima persona in quelle esperienze. Tali pratiche sperimentali hanno prodotto uno scarto rispetto al profilo teorico originario, quando il bene di riferimento era limitato alla sola risorsa idrica. Infatti, rivendicare spazi urbani come beni comuni ha messo per certi versi in crisi la stessa loro tassonomia, che tanto difficilmente era stata abbozzata (Mattei-Reviglio-Rodotà, 2007).

Terminata anche questa esperienza è cresciuta una seconda generazione di pratiche e studi che hanno rimesso al centro del dibattito il tema che la prima Commissione non solo aveva ritenuto superabile, ma che anzi aveva definito un ostacolo alla protezione dei beni comuni, vale a dire il tema dei regimi di governo dei beni. Attualmente, al contrario, la rivendicazione di forme di gestione, o controllo, partecipate o dirette, di beni da parte di comunità organizzate di cittadini è diventato il cuore della questione sia politica sia teorica. In questo senso uno dei punti su cui si è poggiata l’esperienza napoletana è stata la nozione di beni comuni emergenti (Micciarelli 2014, 2017), cioè quei beni che, esprimendo utilità funzionali all’arricchimento del catalogo dei diritti fondamentali, si caratterizzano per una forma di gestione diretta e non esclusiva da parte delle comunità di riferimento individuabili, al fine di garantire, attraverso modelli di regolamentazione specifici, l’uso e il godimento collettivo del bene, indirizzandolo al soddisfacimento di tali diritti, nonché al libero sviluppo della persona e la salvaguardia per le generazioni future[1]. Un modo per materializzare, anche nel mondo del diritto, il principio secondo cui «non esistono beni comuni senza le pratiche e le consuetudini che consentono alla comunità di gestire le risorse per il bene collettivo (…) caratterizzati da partecipazione diffusa, responsabilità individuale e capacità autogestionali» (Bollier, 2015).

L’anomalia napoletana

Sono tanti gli spazi abbandonati che disegnano le nostre città: orfanotrofi, scuole, caserme dismesse, ospedali psichiatrici, conventi, stazioni. La brama di riempirli di nuove attività svela l’interesse trasversale per la rigenerazione urbana, che non a caso è uno dei temi più attraversati non solo dalla letteratura, ma anche da progetti europei, bandi regionali, corsi di laurea e premi. Ed è anche terreno di conquista dei soggetti economici più attrezzati. Si pensi ai grandi protagonisti della rigenerazione degli ultimi anni: i poli commerciali e le grandi multinazionali che, grazie a una forza di investimento e persuasione economica maggiore di tanti finanziamenti pubblici, hanno trasformato pezzi di città in “non luoghi”, secondo il fortunato paradigma descritto da Marc Augè, in cui gli individui si incrociano senza mai entrare in relazione, se non attraverso quelle mediate dal consumismo. Multi utilities dell’intrattenimento a gettone svolgono ora anche una funzione, in senso lato, “sociale”: arricchite oltre che di merci anche da arcipelaghi di bar, ristoranti, cinema, pub e asili nido sempre aperti e dal prezzo quasi conveniente, dove intere famiglie si rovesciano nel loro tempo libero.

Ribaltando l’espressione di Augè, possiamo riconoscere che a diverse latitudini ci sono degli “ex-luoghi”, sulla loro riscoperta e funzionalizzazione si gioca il futuro della città. Qui la creatività gioca un ruolo fondamentale; non a caso il campo artistico è quello che viene più di tutti chiamato in causa per favorire processi di rigenerazione di questi ex-luoghi. Purtroppo però, come mostra il caso di quartieri del genere di Kreuzberg a Berlino, Covent Garden a Londra, Isola a Milano, spesso l’azione di artisti e designer diventa il preludio alla gentrificazione di intere aree popolari.

Questo destino non è ineluttabile. Una delle ricchezze di quel movimento di artisti/attivisti che si è costituito intorno al lessico dei beni comuni è il tentativo di produrre una forma di rigenerazione consapevole e conflittuale dello spazio urbano, provando a mettere al centro tanto le vertenze dei lavoratori, la necessità di riforma dei finanziamenti e della governance del settore culturale, quanto i bisogni del tessuto sociale, degli abitanti di quartieri che normalmente vengono esclusi dalla fruizione dei prodotti artistici estranei al circuito mainstream. Un percorso quindi altamente politicizzato, legato da principio al tessuto connettivo di movimenti che sui territori lottavano per il diritto alla casa, a un ambiente salubre e contro le forme di razzismo e neofascismo che tipicamente infestano le zone socialmente più povere delle città.

In Italia, questo movimento così peculiare – che si immaginava come quinto Stato (Ciccarelli-Allegri, 2011) e trovava linfa nell’eco delle lotte degli intermittenti in Francia (Lazzarato, 2004) – aveva cominciato, subito dopo la vittoria referendaria, a organizzare una scia di occupazioni, sviluppando un’ondata di rivendicazioni non impiantante tanto su una base vertenziale di categoria, bensì sulla pretesa gestione diretta degli spazi culturali da parte degli stessi lavoratori, organizzati attraverso la messa in comune dei mezzi di produzione. Dopo il cinema Palazzo e il teatro Valle a Roma, Macao a Milano, a Napoli la manifestazione di questo movimento occupò il 2 marzo del 2012 l’Asilo Filangieri. Un’azione simbolica, nell’idea originaria di soli tre giorni, considerato che l’immenso edificio, un ex convento di circa 5.000 mq2 nel centro storico della città, era stato da poco ristrutturato e assegnato al Forum Universale delle Culture: organismo aspramente criticato in quanto parte di un modello di finanziamento che non avrebbe accolto le esigenze del territorio, data una permeabilità già presente nei confronti del circuito di clientele e favoritismi che attanaglia buona parte del settore dello spettacolo.

Le assemblee partecipate da centinaia di persone spinsero però gli occupanti a osare e il processo, dapprima limitato al solo terzo piano del palazzo, cominciò a estendersi in altre zone, protraendo per un paio di anni una coabitazione con altre stanze usate dagli uffici amministrativi del Forum, il quale poi si rivelò, come preconizzato, un fallimento (Cagnazzi, 2017). Parallelamente al crescente numero di attività, anche all’Asilo ci si interrogò sulla sperimentazione giuridica, che caratterizzava il movimento. Diversamente dal teatro Valle, che a Roma stava sperimentando un’innovativa idea di fondazione con l’aiuto di molti giuristi impegnati nella prima commissione Rodotà (Caleo, 2016), a Napoli si tentò di trovare una forma che potesse rispecchiare meglio il cuore teorico della pratica assembleare che si stava sperimentando, cioè quello di costruire una comunità aperta, orizzontale, porosa e non strettamente identitaria. Un modello che pretendeva di rinunciare alla direzione artistica e al contingentamento dei tempi e degli spazi finalizzati alla produttività piuttosto che alla libera ricerca. Una forma che creasse una interdipendenza – professionale e relazionale – tra soggetti diversi, disobbedendo così all’educazione alla concorrenza tra competitors imposta da bandi, festival e mercato.

Limitandomi al punto di vista giuridico, si trattava di evadere l’illusoria conquista di una concessione, che avrebbe magari dato la rassicurante immagine di un ambito di autonomia e indipendenza, ma che staccata da un tentativo di impatto più generale sul circuito arte/rigenerazione urbana avrebbe rischiato, anche nel caso di successo, di essere schiacciata dal peso degli oneri che qualunque soggetto giuridico concessionario di un bene pubblico si deve assumere. Avrebbe inoltre rischiato di favorire la costruzione di un privilegio proprietario a vantaggio di chi era riuscito a conquistare, sebbene con la lotta e alla luce del sole, un titolo di uso esclusivo. Un discorso che piccole associazioni, realtà informali e cittadinanza attiva conoscono purtroppo molto bene. D’altronde, il minimo comun denominatore per cui si stanno diffondendo nel paese tanti regolamenti sui beni comuni urbani, pur nella loro diversità, è appunto che il patrimonio abbandonato rappresenta per un ente locale un serio problema: ogni mancata manutenzione apre la porta a rischi sia in termini di responsabilità civile sia per danno erariale, nel caso si riscontrasse la violazione degli obblighi di messa a reddito degli immobili.

Si trattava perciò di provare a cambiare il sistema, e con esso immaginare una diversa erogazione dei fondi pubblici, che sfuggisse sia ai parametri del successo decretati solo dalle leggi del mercato sia alla subalternità clientelare con gli apparati amministrativi di turno. L’idea vincente fu quella di immaginare una forma di gestione per cui un bene pubblico fosse amministrato direttamente dai cittadini, non con un’assegnazione, ma attraverso una dichiarazione d’uso collettivo ispirata agli usi civici, un antico istituto tutt’ora vigente che rappresenta uno degli echi di quell’altro modo di possedere quasi dimenticato dall’ordinamento post unitario (Grossi, 1977).

La scelta di dotarsi di un regolamento, per quanto scritto a partire dalle proprie pratiche, fu ovviamente il fulcro di una rivoluzione identitaria. L’esito di questo complesso confronto può essere riassunto con delle parole molto efficaci che ricordano come l’immanenza e lo spontaneismo non possano chiudere «i conti con un passaggio istituzionale ineludibile: il riconoscimento giuridico di una destinazione propria a tali beni, procedimento tecnico che in taluni momenti della storia interviene con quella forza decisoria che le lotte politiche e le nuove acquisizioni conoscitive sono in grado di suscitare e le costruzioni formali provvedono poi a tutelare. Contrariamente a un certo marxismo dal sapore tralatizio, la “forma” giuridica non spegne, ingannandola, la prassi sociale, ma ne rappresenta un’articolazione di pari livello e sovente più attrezzata» (Napoli, 2013).

La scrittura della dichiarazione è diventata invece una straordinaria opportunità di auto-riflessività politica, in cui le pratiche vengono messe alla prova della teoria e viceversa. Una strategia anche concreta, perché la pur importante rivendicazione del diritto di uso civico, ove non regolamentato, rappresenterebbe altrimenti uno spazio indeterminato, in cui è facile prevedere l’espansione dei poteri ora dei soggetti privati più attrezzati ora della stessa Amministrazione, al primo cambio d’umore politico. Una strategia ambiziosa quella della riscoperta degli usi collettivi perché, com’è stato chiaramente messo in evidenza, può ambire a una possibile ricostruzione della nozione di proprietà pubblica, che in un clima di esasperata esaltazione della proprietà individuale è stato progressivamente rimosso dalla riflessione giuridica e politica dei diritti collettivi (Capone, 2016). Una sperimentazione originale, che si può riassumere nello slogan “arrendetevi siamo pazzi” che gli attivisti dell’Asilo affissero all’ingresso del bene, rivendicando una strategia politico-teorica che allora appariva eretica più che eterodossa, anche per il resto del movimento nazionale.

Nel frattempo la nuova amministrazione de Magistris aveva cominciato un suo percorso che, dopo la nascita dell’azienda speciale di diritto pubblico Abc (Acqua bene comune), per la gestione della risorsa idrica, modificava lo statuto del Comune di Napoli, riconoscendo “i beni comuni in quanto funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali della persona nel suo contesto ecologico” e garantendone “il pieno godimento nell’ambito delle competenze Comunali”. Veniva inoltre istituito, caso unico in Italia, un assessorato ai beni comuni, presieduto da uno degli studiosi più radicali che avevano partecipato ai lavori della prima commissione Rodotà. A questo punto venne lanciato un dialogo che aveva il sapore della sfida, alle volte con toni aspri, nei confronti dell’Amministrazione: capire fino a che punto il riconoscimento da parte loro dei beni comuni potesse spingersi oltre la dimensione evocativa, per sostenere progettualità conflittuali che si muovevano in un orizzonte poco compatibile con declinazioni docili della sussidiarietà orizzontale, in cui a cittadini resi carpentieri e muratori viene concesso di prendersi cura di giardini e strade periferiche, in forme del tutto a-conflittuali.

Riconoscere l’uso civico era non facile e non era scontato, poiché si andava a definire un tipo di uso collettivo che non trovava piena collocazione giuridica tra gli strumenti tipicamente usati dagli enti locali. Di solito, infatti, la scorciatoia adottata nel caso di simili rivendicazioni è l’affidamento diretto o la sottoscrizione di patti di collaborazione tra Comune e un’associazione. Questi, però, in alcuni casi si risolvono in fictio iuris, cioè nella creazione di associazioni ad hoc, forme di affido a custodi o garanti che, però, non sono né gli animatori né i veri fruitori degli spazi; modalità che cioè non rispecchiano un uso collettivo non limitato a soci o cerchi di affinità ristretti. E invece in molti casi la scelta di non costituirsi in una singola associazione, il privilegiare la costituzione di gruppi informali o reti di realtà in continuo divenire, la garanzia del ricambio costante di utilizzatori, rappresentano una forma di uso la cui specificità è un patrimonio che l’ordinamento deve valorizzare, trovando strategie adeguate.

L’alternativa dell’uso civico urbano è stata dunque al centro dei lavori del tavolo di autogoverno dell’Asilo, e portò all’approvazione di una prima delibera già il 24 maggio 2012. Con questa gli attivisti impegnavano il Comune a «garantire una forma democratica di gestione del bene comune monumentale denominato ex asilo Filangieri in coerenza con una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 43al fine di agevolare una prassi costituente dell’“uso civico” del bene comune, da parte della comunità di riferimento dei lavoratori dell’immateriale». L’impianto però, nella parte del deliberato, tradiva il complesso sistema assembleare e di tavoli di lavoro, assegnando loro un ruolo semplicemente consultivo, mentre i poteri decisionali formalmente restavano in capo agli assessori di volta in volta competenti nel quadro partecipativo del cosiddetto. “laboratorio Napoli”[2]. Una soluzione provvisoria, che però ha avuto il pregio di dare respiro alla sperimentazione. Ci sono voluti oltre tre anni di tavoli di lavoro, scontri, riunioni interminabili con il nuovo assessore ai beni comuni Carmine Piscopo, studi fatti a tavolino anche con funzionari e dirigenti per provare a contaminare il quadro amministrativo vigente che riconoscesse l’uso civico come una nuova forma di amministrazione diretta del patrimonio pubblico (Micciarelli, 2017).

Un lavoro che è stato rafforzato anche da numerose realtà di movimento e associative, che stavano svolgendo altri esperimenti di autogestione nel panorama cittadino, il cui impatto sociale era enorme. Coinvolti poco a poco nel progetto di estensione dell’uso civico urbano si giunse alla importante tappa dell’approvazione in Consiglio Comunale di alcuni emendamenti, scritti dagli attivisti, per migliorare la regolamentazione quadro sulla gestione dei “cd. beni percepiti come comuni di proprietà pubblica” (delibera n. 7/2015). Così si introduceva un esplicito riferimento ai «regolamenti di uso civico o altra forma di autorganizzazione civica» da riconoscere in apposite convenzioni collettive e affiancando questo modello a quello delle concessioni e affidamenti.

Il pieno riconoscimento c’è stato però con una successiva delibera, la n. 893 del 29 gennaio 2015: [vedasi sito del Comune di Napoli con tutte le delibere riconducibili ai “beni comuni”]la dichiarazione di uso civico e collettivo urbano, che a quel punto era stata completata dagli “abitanti” dell’Asilo, è stata assunta «quale complesso di regole di accesso, di programmazione delle attività e di funzionamento, e innovativo modello di governo di spazi pubblici». La dichiarazione, esplicitamente richiamata anche nella parte dispositiva, così diventava non lo statuto di un’associazione assegnataria, ma il regolamento pubblico di utilizzo dello spazio. Veniva acquisito anche il calendario, che indicava come il concetto di sostenibilità andasse di pari passo con quello di “redditività civica”, cioè i vantaggi economici per tutto il territorio generati dalla capacità autonoma degli abitanti di coordinarsi per accogliere un numero impressionante di richieste da parte di altri concittadini (ex Asilo Filangieri, 2016).

Così gli irrisori oneri di spesa per garantire l’accessibilità (come le utenze e la guardiania) potevano essere assunti dal Comune, mentre tutte le attività e la dotazione degli spazi gravavano sulla comunità generata dagli organi di autogoverno previsti dalla dichiarazione. Queste delibere hanno rappresentato la base per un’ulteriore estensione del modello. Un nuovo atto amministrativo, delibera n. 446 del 2016, ha riconosciuto «quali beni comuni emergenti e percepiti dalla cittadinanza quali ambienti di sviluppo civico e come tali strategici» altri sette ex-luoghi della città, occupati negli ultimi anni: ex Carcere minorile Filangieri (ora Scugnizzo Liberato); Ex Scuola Schipa; Villa Medusa; ex Lido Pola; ex Opg (ora Opg Je so’ pazzo); ex convento delle Teresiane (ora Giardino Liberato di Materdei); ex convento di Santa Maria della Fede (ora Santa Fede Liberata).

Nello specifico, aderendo alla “seconda via” aperta con gli emendamenti alla delibera n.7 sopra citata, è stata attivata “una procedura di ricognizione degli spazi di rilevanza civica ascrivibili nel novero di beni comuni” che si è tradotta nell’acquisizione da parte degli uffici competenti di sette dossier, contenenti le attività generate fino ad allora e le forme di gestione sviluppate dagli occupanti. Una spinta dal basso che oggi ha portato il comune di Napoli a riconoscere un percorso che, allo stato attuale, coinvolge un patrimonio immobiliare di circa 40 mila mq2 ed è rivendicato da una rete di altre esperienze da Torino a Palermo, da Firenze a Reggio Emilia. Una strategia che crea nuove istituzioni, sia come una piattaforma polemica di quelle esistenti, sia come banco di prova per la realizzazione concreta di comunità capaci di organizzarsi in una eterogeneità, che non significhi neutralità, nei confronti dei modelli di produzione esistenti.

NOTE
[1] Una differenziazione questa che segue quella che l’art. 822 c.c. opera per il demanio: i beni comuni necessari e quelli in senso eventuale o emergenti si distinguono per le forme di governance. Al primo caso appartengono beni necessariamente in comuni, come l’acqua, la cui governance dovrebbe essere connessa a forme tradizionali di democrazia partecipativa; i beni comuni emergenti sono invece da forme di gestione diretta da parte delle comunità di riferimento, e emergono si possono generare queste forme di partecipazione.
[2] Un modello di democrazia partecipativa su cui aveva alacremente lavorato l’allora assessore Alberto Lucarelli.
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Pagina tratta da Comune-Info. L’articolo completo di immagini, riferimenti e bibliografia è qui raggiungibile
L’illustrazione in testa è tratta dal medesimo sito.