Editoriale

Candidau istimau, Candidau a Presidente de sa Regione nostra.

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Candidau istimau, Candidau a Presidente de sa Regione nostra,

di Michele Podda,

a perdonare si ti dao istrobbu in custa casione de impinnu e contipizu, ma narrer ti lu depo. SA LIMBA SARDA, de custu ti cheria dimandare a facher carchi cosa, da chi tue podes esser, cando a deghe dies, su chi at aer in possa su Guvernu de totu sos Sardos.
M’as a narrer chi jai bi nd’at aer ateru de pessare, si no a sa limba: zovanos chene triballu e ateros fuindesinde; zente manna chi totu in d-unu s’azzapan chene triballu e chene pensione tenende puru familiedda; operas chene dissinias e ateras chene mancu comizzadas; biddas intreas isparindesiche dassande domos boidas carrigas de amentos e de istoria; e tando su pastoriu, cussa zenia de Sardos chi semus totus, ca tue puru che a mie ses naschidu dae sa erbeghe, e bi ses creschiu e fatu a mannu, ca sa Sardinna est da issa chi s’est mantesa semper libera, binta o binchidora chi esseret.

Zustu tando, pessa prima a su pastoriu, a totu sos Sardos chi sun in apretu; ma chene dassare cussu, dae una betada ‘e ocru puru a sa limba sarda, ca cussa puru est che a sa erbeghe etotu, ca nos at pesau dae minores totu cantos, ca cussa fit sa limba de mamas nostras, e de babbos, jajos e jajas, mannois e babbais, e de totu sos mannos de milli e mill’annos. Si tue cumandas, ater podet facher s’ordiminzu, su dovere chi tocat po non che la dassare morrer, ca jai l’ischis chi est dae tempus meda chi non campat e nen morit, continu a filipende. Tue cumanda, dae s’ordine chi dae ocannu, DERETU in su mese ‘e capidanni, in donzi iscola de Sardinna bi siat unu argumentu novu: LIMBA SARDA. Totu cantos, dae sa materna a sas iscolas artas, sos pizzinnos minores o mannitos chi sian, TOTUS ISTUDIEN DE OBBRIGU SA LIMBA SARDA.

M’as a narrer chi non solu sos Sardos ma puru sa limba nois la tenimus a trabessu, cumente sas chentu concas … NO EST ABBERU, tenimus una limba solu, mantesa in donzi bidda, cadiuna cun su colore suo ma semper sa matessi, ca semper sos sardos l’an chistionà e si cumprendian a pare unu cun s’ateru, in Capu ‘e Susu e in Capu ‘e Josso, innubesisiat. E tando non bi nd’at ite irballiare: in s’iscola s’imparat SA LIMBA DE MAMA, cumente faghen in totu su mundu. Apusti de annos si podet mezorare, currezire, cambiare carchi cosa, ma si non si comizzat non si faghet nudda, e sa limba si ch’andat.

M’as a torrare chi cheret dinare meda, chi sos de Roma no l’aprobban e chi cheret mastros novos chi si depen istruire issos puru …NO EST ABBERU, nd’agatas cantu nde cheres, in donzi bidda, in s’iscola etotu, in sas familias de sos pizzinnos; nd’agatas mannos e bonos, cumente li ruet. Si tenes bolontade prova, arriscu de dannos non bi nd’at; como lu podes promiter, tando apustis intrau a Presidente lu faghes e as a bier chi totus, TOTU SOS SARDOS po custu t’an a torrare grassias, como etotu e semper, ca custa cosa, amentatilu, at a abbarrare in s’istoria de Sardinna.

Pro unu cussizu ti doe custu libritu “Su sardu totunu” iscritu cun sa mente ma galu prus cun su coro; ma si b’at bisonzu deo puru, e ateros mille istudiaos e capassos, semus a cumandu tuo po dare una manu ‘e azudu.

E tando promiti e mantene, e pone in parte puru sos ateros Candidaos a Presidente, ca PARIS SI FAGHET PRUS E MENZUS, po sa Sardinna.

Europa, Europa!

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ELEZIONI EUROPEE
lo spartiacque della politica italiana

di Roberta Carlini, su Rocca.

«Se ne parlerà dopo le Europee». Che sia la manovra-bis, la resa dei conti tra gli alleati di governo, la Tav, le trivelle nel mare, le nomine o qualsiasi altra cosa importante ma spinosa per la vita politica italiana, è frequente sentire il rinvio a dopo la fatidica data, il 26 maggio. Invece per altre scelte, importanti ma portatrici di consenso, la dinamica è stata opposta: un’accelerazione, spesso con sfida al buon senso e alle capacità dell’amministrazione, per arrivare prima delle Europee. È il caso del reddito di cittadinanza, la cui entrata in vigore è stata accelerata e forzata, senza tener conto dei problemi dell’amministrazione, della mancanza di personale nei centri, e di altre carenze che potrebbero mettere a rischio tutta la tenuta del sistema congegnato con quella legge: si vuole far arrivare qualcosa – almeno una promessa formale – nelle case dei più poveri entro la data del voto.

aspettando le Europee
Le Europee sono dunque diventate lo spartiacque della politica italiana, a solo un anno dalla grande svolta che ha mandato in pensione i partiti tradizionali della destra e della sinistra e lanciato l’inedita e imprevista alleanza tra la destra naziona-
lista della Lega e il movimentismo populista, che si dice «né di destra né di sinistra», del M5S. Un’alleanza che finora ha premiato l’astro sorgente di Salvini e la sua Lega, e penalizzato il primo e più giovane partito italiano, adesso guidato da Di Maio. Alle Europee, tra le tante cose, si misure- rà anche la tenuta di questa alleanza, che è così deteriorata, dopo soli nove mesi di governo, che qualcuno pensa che potrebbe anche deflagrare prima del 26 maggio. Tutto ruota attorno al voto con cui manderemo i nostri rappresentanti a Bruxelles: strano destino, per due partiti che sono contro l’Europa, che fanno campagna, con diverse ma convergenti motivazioni, contro la burocrazia di Bruxelles ma anche le sue istituzioni; che volevano uscire dall’euro, salvo rimangiarsi questi fieri propositi nel fotofinish della campagna elettorale; che hanno impostato tutta la loro prima manovra economica sulla sfida ai limiti e ai paletti della Commissione europea, anche qui poi rimangiandosi la dichiarazione di guerra; che attribuiscono all’Europa anche tutte le colpe dell’arrivo dei migranti, oltre che dello scaricabarile sull’immigrazione ai danni dell’Italia.
Si dirà: proprio per questo le elezioni europee sono importanti, i nostri partiti di governo, protagonisti di una rivoluzione nell’atteggiamento dell’Italia rispetto all’Europa, vogliono conquistare l’Unione per cambiarla. Aprirla come una scatoletta di tonno, per seguire l’immagine usata dai Cinque Stelle per il parlamento italiano. Ma allora diventa determinante sapere come, e con chi. Ma purtroppo più di un indizio porta a credere che né Lega né Cinque Stelle sappiamo come vogliono cambiare la politica e le istituzioni dell’Unione Europea, e soprattutto con quali alleanze.

euro sì euro no!
Una cosa è chiara. Anche per queste elezioni, la bandiera della lira non tornerà. Per quanto rimanga negli argomenti dei nostri attuali governanti, e soprattutto nell’umore di una fascia anziana dei loro elettori, l’idea che il declino italiano sia iniziato venti anni fa con l’euro, e che con la vecchia lira e le relative svalutazioni ricorrenti staremmo tutti meglio, pare proprio che questo argomento non sia destinato a diventare tema di campagna elettorale. Ed è un peccato: confinato nel limbo del «vorrei ma non posso», per i costi legati alle turbolenze sui mercati e a una transizione che non prevede regole certe, l’argomento continua ad aleggiare nell’aria, senza essere seriamente discusso ed even- tualmente demolito. Invece sarebbe bene,
e a questo punto della storia possibile, tracciare un bilancio dei benefici che la moneta unica ha portato – in primis, con l’entrata in un’area di stabilità monetaria e bassi tassi di interesse, cruciali per un Paese che ha da pagare una montagna di debiti – e dei costi economici, politici e sociali pagati negli ultimi anni per l’adesione all’area e alla politica dell’Eurogruppo. Si potrebbe distinguere la moneta dalle politiche che l’hanno governata; capire chi sarebbe beneficiato, e chi punito, da un cambiamento dell’una e delle altre; insomma discutere laicamente e non nel generico chiacchiericcio che alimenta lo scontento ma non cerca né trova soluzioni.
bilanci nazionali e bilancio europeo
Se l’euro resterà fuori dalla campagna elettorale, saranno però ben presenti altri temi economici: a partire, per l’Italia, dall’osservazione e i vincoli di Bruxelles sui bilanci nazionali; per passare poi al bilancio europeo, quello che potrebbe essere destinato a una politica comune, adesso microscopico e oggetto di proposte di riforma. E sarà presente il grande tema dell’immigrazione, quello su cui davvero l’Unione ha fallito, non riuscendo a dare una risposta comune e solidale a una pressione migratoria che è sì crescente ma ancora in proporzioni gestibili per un continente esteso, potente e ricco come quello in cui viviamo.

contro l’austerità, ma come?
Sulla politica di bilancio, sia pure in modo confuso e contraddittorio, è abbastanza chiara la visione gialloverde: è contro l’austerità, la linea di rigore sui conti imposta da Bruxelles che è tra le cause, dicono, dell’impoverimento e della precarietà della vita degli italiani. Senza discutere qui nel merito di questa connessione (se ne è parlato tante volte, anche su Rocca, e quel che si può dire ora è che in molti ambienti mainstream, e anche nella stessa presidenza della Commissione, si sono diffuse la critica e l’autocritica per la politica dell’austerità europea negli anni più duri della crisi), certo è che con questa linea i due partiti interpretano il mandato e il messaggio che hanno avuto dal moto di popolo che li ha portati al governo.
Ma adesso che al governo dell’Italia ci sono da un po’, e aspirano a conquistare la maggioranza politica in Europa, è tempo di dire: con quali proposte? Tra i critici dell’austerità così come decisa e interpretata dall’élite europea degli anni Dieci, c’è chi chiede più flessibilità e discrezionalità dei bilanci nazionali, chi un rafforzamento di quello europeo, che passo dopo passo porti a un vero e proprio bilancio federale. Per natura, cultura e storia, né i Cinque Stelle né la Lega ambiscono a un bilancio europeo: la seconda è federalista in casa propria, ma non certo per l’Europa. Nella loro sfida sulla manovra italiana, nei giorni più caldi dello scontro con la Commissione, i governanti italiani hanno detto più o meno apertamente: tanto a maggio cambia tutto, Juncker e soci hanno i mesi contati. Ma in una nuova Commissione «sovranista» gli interessi dei Paesi come l’Italia, che chiederà ancora più flessibilità e ricorso al deficit, saranno più tutelati?

e con quali alleati?
Tutto fa pensare di no. Spesso nelle discussioni sulla tenuta dei conti italiani i «falchi» più agguerriti sono stati proprio i rappresentanti dei governi più vicini all’attuale maggioranza di governo, a partire dalla destra nazionalista del «gruppo di Visegrad» (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia). Non è un caso, ma la conseguenza di quello che è un paradosso logico: l’alleanza tra sovranisti, o tra nazionalisti, si può fare su un obiettivo comunque, possibilmente esterno. Ma appena c’è una posta in gioco comune, ecco che ognuno penserà solo a massimizzare il proprio vantaggio nazionale, a scapito degli altri. Il ministro ceco sarà pure più vicino, per cultura politica e nostalgie nazionaliste, al suo omologo italiano; ma, per quanto riguarda i cordoni della borsa, trova più simpatia con il collega di tavolo tedesco, della cui ortodossia monetaria si sente parte. La falla logica di un «patto» tra nazionalisti è già emersa, in tutta la sua evidenza, a ogni sbarco e discussione sull’immigrazione, con gli alleati di Salvini in prima linea nel negare ogni possibilità di farsi carico, anche in piccolissima parte, dei problemi che si presentano sulla costa italiana. Senza alcuna contropartita sulla condivisione dei problemi italiani, Salvini sta consegnando il suo partito (e, probabilmente, tutto il centrodestra se lo seguirà) a una compagnia politica che in alcuni Paesi – Polonia e Ungheria – è già sotto accusa per la violazione dei diritti politici e democratici fondamentali. Ma almeno la Lega – che non sa bene cosa vuole fare dell’Europa – sa con chi vuole allearsi. I Cinque Stelle invece non sanno né cosa né con chi. Né è prova la casuale e sconclusionata ricerca di alleati, che è passata all’inizio dalla destra nazionalista inglese di Nigel Farage agli ipereuropeisti del gruppo Alde (Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, nel cui gruppo nel Parlamento europeo i Cinque Stelle chiesero, a un certo punto, di entrare, ricevendo in risposta un sonoro «no»), fino ad approdare tra pezzi sparsi dei Gilet Gialli francesi, realtà sociale interessante e turbolenta ma senza ancora alcuna strutturazione né chiara visione politica. Finora la cosa più chiara che i Cinque Stelle hanno detto sulle elezioni è che vogliono abolire la sede di Strasburgo del Parlamento europeo, perché inutile e costosa, concentrando tutti i lavori sulla sede di Bruxelles: un po’ poco, per un movimento che vorrebbe scrivere un’altra storia dell’Europa partendo dal basso, dai cittadini e dalla democrazia diretta.
Le settimane che ci separano dal voto europeo sono ancora lunghe. Converrà passarle guardando bene a tutte le dichiarazioni, frasi, impegni, indizi su cosa davvero potrà succedere nella politica europea, piuttosto che restare chiusi in quella italiana.
Roberta Carlini
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Cattolici e Politica

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DIBATTITI
Un nuovo partito dei cattolici?
di Ritanna Armeni, su Rocca

Quello che si aggira per l’Italia non è, come diceva il vecchio Marx, «un fantasma», ma un dibattito vero, sentito, appassionato che ha trovato spazio soprattutto sulle colonne dell’Avvenire, giornale dei vescovi, ma che agita concretamente il grande mondo dell’associazionismo e della cultura cattolica, grande, articolato e diffuso. Come può contare di più oggi, in questa società, in questa situazione politica? Diciamo subito che non è un caso che il dibattito sia esploso ora, proprio ora che i cattolici si chiedano come intervenire nuovamente, in quanto tali, nella politica italiana. L’anniversario del discorso di Don Sturzo «sui liberi e forti» dal quale nacque il Partito popolare, è stata solo un’occasione, importante, ma pur sempre un’occasione. Come un’occasione è stato il recente discorso – pure molto politico e teso al risveglio dei cattolici – del Cardinale Bassetti, presidente della Cei.
Se oggi si parla di nuovo di partito o meglio della necessità di un intervento organizzato dei cattolici e dei loro valori nella società è perché appare evidente che la politica – gran parte della politica che si svolge nei palazzi del governo e dei mag- giori partiti – sta andando in direzione opposta, che temi e valori proposti e diffusi su accoglienza e migrazioni, non solo non sono coincidenti con quelli della Chie- sa, ma ne appaiono lontani e in contrasto. Il dibattito è particolarmente vivo e interessante perché, malgrado le spinte antisolidaristiche della politica, in Italia permane una presenza cattolica diffusa e ancora oggi importante. Non è un caso che i promotori del dibattito siano quei giornali, Avvenire e Famiglia Cristiana, che in questi ultimi mesi si sono battuti con più convinzione e fermezza, non temendo di fare scandalo contro la deriva portata avanti dai partiti di governo, in primis la Lega di Matteo Salvini. L’esigenza di una nuova organizzazione che raccolga, rafforzi, metta dei paletti, distingua, faccia battaglia, nasce in genere quando i valori della società in cui si vive appaiono incompatibili con quelli che si sostengono, anzi questi ultimi sono in pericolo e rischiano di essere travolti. E per ripararsi dalla tempesta delle nuove e nocive tendenze politiche e culturali non basta evidentemente la presenza di cattolici nelle alte cariche della politica – in Italia ce ne sono molti dal presidente della Repubblica in giù – e neppure l’associazionismo che continua a essere forte, variegato, propulsivo ed efficace. Non bastano neppure i gesti esemplari, gli interventi controcorrente, le testimonianze quotidiane, le iniziative parrocchiali, gli interventi autorevoli di uomini della Chiesa. Persino le parole di Francesco sempre chiare, nette, inequivocabili riescono a scalfire il muro della diffidenza, dell’odio per il diverso, per l’altro, della paura che pare oggi dominare la società italiana.

Allora – e in questo caso si può citare il vecchio Lenin – «Che fare?». Un partito omogeneo, dichiaratamente cattolico come fu agli inizi del secolo il Partito popolare di Don Sturzo e poi la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi che raccolga e dia forza a chi l’ha evidentemente perduta e riconduca a sé quei cattolici che per paura o incertezza o confusione hanno scelto par- titi che non li rappresentano?
Non è una via senza dubbi. Oggi, in partiti che non si ritengono rappresentativi dei valori della Chiesa, di cattolici ce ne sono molti e pensano di essere nel giusto. Il cattolico che vota Lega non pensa di essere incoerente con i valori della Chiesa, pensa di essere realista o ritiene di essere debole e di doversi difendere. Oppure ritiene che il suo voto non sia in contrasto con i suoi valori: una cosa è la politica un’altra è la morale o la fede.
Non appare ormai efficace neppure quella «movimentista», dei cento fiori fioriscano (e qui la citazione è di Mao Tze Tung) perché di fiori ce ne sono già tanti. L’associazionismo cattolico è fiorente, sono centinaia le organizzazioni, i gruppi che ogni giorno praticano la solidarietà, portano avanti progetti di fratellanza, proclama- no la necessità di un’alternativa alla società consumista e feroce nella quale ci troviamo a vivere. I movimenti possono fermarsi – e lo stanno sperimentando – di fronte ad una soglia o meglio a un vento contrario che, non basta ad annientarli, ma è sufficiente perché non vadano avanti, perché, in poche parole, l’iniziativa sociale non diventi politica, non incida nelle scelte di fondo.
Nascono allora le «terze vie»: costruire gli «Stati generali» dei movimenti, oppure dar vita a un Movimento politico che non sia un partito ma che gli assomigli. E così via. È difficile scendere nel merito delle singole proposte. Soprattutto per chi, come me, di questo mondo non fa parte anche se, nella sinistra, ha vissuto un dibattito analogo e ahimè finora senza risultato. Due cose però mi sembrano evidenti.
La prima. Nel mondo cattolico c’è un sentimento di resilienza forte. Il fatto che per il momento non incida nella politica dei partiti e del governo o incida poco, non intacca il colossale «preferirei di no» di melvilliana memoria che ancora oggi è ripetuto. La seconda. Il passato non è riproducibile. Il partito popolare, la Dc, Sturzo. De Gasperi, ma anche Moro e Zaccagnini, fa parte di una storia che può insegnare ma che non si ripete. Alla Balena Bianca manca l’acqua nella quale nuotare, non c’è più l’Italia del dopoguerra con le sue speranze e timori. E neppure quella ottimista e propulsiva degli anni sessanta e settanta. Oggi le speranze e i timori sono altri. Con questi occorre confrontarsi. Anche a costo di essere minoranza. Anzi con l’orgoglio di esserlo.

Ritanna Armeni
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I CATTOLICI E LA POLITICA
quale presenza e operatività?
di Giannino Piana, su Rocca.

Da alcuni mesi la questione della presenza dei cattolici in politica è al centro del dibattito ecclesiale (e non solo). A sollevarla sono stati una serie di interventi sia di papa Francesco che della Cei – il presidente card. Bassetti è più volte intervenuto in proposito – nonché del quotidiano cattolico «Avvenire», il quale ha ospitato una serie di interventi di vari esponenti della cultura e dell’associazionismo cattolico che hanno recato un importante contributo al dibattito, con l’offerta di significativi apporti tanto all’analisi dell’attuale situazione di crisi e delle cause che l’hanno prodotta, quanto all’individuazione delle vie da percorrere per contribuire alla sua soluzione.
A conferire particolare rilievo a questo vivace confronto ha poi concorso, in misura consistente, la celebrazione il 19 gennaio scorso del centenario dell’appello «A tutti gli uomini liberi e forti» di don Luigi Sturzo, il manifesto da cui è nato il Partito popolare. Un evento storico, quest’ultimo, di grande importanza, perché non ha segnato soltanto la fine del non expedit, ma ha soprattutto inaugurato una nuova stagione (purtroppo breve per l’avvento poco dopo del fascismo) di presenza dei cattolici in politica con un programma di profondo significato morale e civile, che conserva tuttora grande attualità.

le ragioni del ritorno di una domanda
La sollecitazione ad interrogarsi su tale presenza non è tuttavia ai nostri giorni legata a fattori contingenti o di semplice memoria storica. È, più radicalmente, motivata dalla preoccupazione per una congiuntura politica particolarmente difficile (persino drammatica), che non può non interpellare chi ha a cuore le sorti del Paese, in particolare quelle delle categorie più deboli. La gravità dei fenomeni in corso (non solo in Italia) è ben documentata dal messaggio di papa Francesco per la celebrazione della 52° giornata della pace; messaggio in cui vengono messi in luce i vizi della politica «che indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale». Un lungo elenco, quello del papa, che comprende: «la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone – , la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza col pretesto artificioso della ‘ragion di Stato’, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio» (La buona politica è al servizio della pace, 1 gennaio 2019, n. 4).
Un quadro fosco e allarmante, dunque, che trova riscontro anche nel nostro Paese, dove ai mali delineati si aggiungono le spinte nazionaliste e populiste e il farsi strada di forme di vero e proprio razzismo – si pensi alla chiusura dei porti e allo smantellamento di alcuni centri di accoglienza dei migranti –, fino all’avanzare di una forma di antipolitica, che trova espressione in un dilettantismo superficiale e nel rifiuto della competenza – tutto è lasciato all’improvvisazione – nonché nel rifiuto, in nome della democrazia diretta, di ogni forma di intermediazione.

il significato di un coinvolgimento
Non si possono certo ignorare le cause che hanno prodotto tale situazione: dal disagio sociale provocato dalla crisi economica, che ha accentuato le diseguaglianze e dilatato l’area delle povertà, al crescente sviluppo tecnologico che sottrae posti di lavoro e determina il venir meno di garanzie sociali per i lavoratori; dalla paura, dovuta agli sviluppi del fenomeno migratorio, spesso artificiosamente alimentata dai media – la percezione della consistenza di tale fenomeno è di gran lunga superiore alla realtà – alle forti spinte individualiste e corporative che alimentano la lacerazione del tessuto sociale, fino agli atteggiamenti di diffidenza e di sospetto nei confronti della classe politica tradizionale per il distacco (purtroppo spesso reale) dalla vita della gente.
Alla radice di tutto non è tuttavia difficile scorgere il venir meno di una proposta etico-culturale e ideologica, che consenta di fornire all’azione politica una visione progettuale capace di suscitare un consenso sempre più ampio e di concorrere alla co- struzione di una democrazia partecipata e solidale. Una proposta per la cui attuazione si esige il coinvolgimento di forze sociali e politiche di diversa estrazione, che concorrano con il loro apporto specifico – come è avvenuto in occasione della redazione della Carta costituzionale – a fornire i tasselli di un mosaico largamente rappresentativo. In questo quadro diviene comprensibile l’insistenza con cui i cattolici vengono sollecitati all’assunzione di una particolare responsabilità. Dopo una lunga stagione di presenza diretta attraverso il partito della Democrazia cristiana – dal dopoguerra agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso – la presenza dei cattolici in politica si è progressivamente attenuata. Il venir meno del partito cattolico, a seguito della vicenda di Tangentopoli, e la poca consistenza dei tentativi fatti in seguito per risuscitarlo, sia pure sotto forma diversa, hanno finito per generare uno stato di frammentazione del mondo cattolico in ambito politico, con la conseguente scarsa visibilità provocata anche da una incapacità di comunicare, in modo efficace, le proprie convinzioni.

un approccio laico alle questioni sociali e legislative
L’importanza della politica, che papa Francesco non ha esitato a definire, ricuperando una formula coniata a suo tempo da Paolo VI, «una forma eminente di carità» (ibidem, n. 2), è fuori discussione. La possibilità di farsi carico, in termini strutturali, dei bisogni sociali implica infatti l’impegno diretto nelle istituzioni pubbliche, tanto a livello amministrativo che strettamente politico. Ma il problema che affiora riguarda le condizioni secondo le quali tale impegno va esercitato.
La prima di esse è senza dubbio la laicità. Essa non comporta soltanto il rifiuto della ricostituzione del partito cattolico – il che risulterebbe oggi un anacronismo –; implica, più radicalmente, un approccio «laico» alle questioni sociali e legislative, nel rispetto del pluralismo delle diverse posizioni etico-culturali presenti nella società e nell’offerta del proprio contributo mediante il ricorso ad argomentazioni razionali, con il riferimento dunque a un’ispirazione cristiana non confessionale. Ad essere richiesta è, in altri termini, una forma di laicità, che si oppone tanto al clericalismo quanto a un laicismo di matrice radicale che non riconosce il ruolo sociale della religione. Una laicità che ha le proprie radici nel messaggio evangelico e il cui obiettivo è la costruzione di un progetto riformatore incentrato sui valori della libertà, della giustizia e della pace.
La seconda condizione è la relativizzazione della politica. In questo consiste (forse) il contributo più significativo del cristianesimo. La convinzione che non si dà un sistema perfetto di società libera infatti la politica – come scrive Marta Cartobbia – «da ogni teologia politica di schmittiana memoria, dall’irrazionalità dei miti politici e dalla pretesa salvifica delle cose mondane» (Introduzione a: Francesco Occhetta, Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo del populismo, San Paolo 2018); la mette, in altre parole, al riparo dalla tentazione di una totalizzazione ideologica che, oltre ad avere come esito l’affermarsi di regimi assolutistici di cui conosciamo le tragiche conseguenze, apre la strada al suo inserimento entro un quadro più ampio in cui entrano in gioco fattori quali le attività sociali, culturali e ricreative, che costituiscono un ineludibile fonte di arricchimento per la crescita umana.

quali prospettive
per un contributo costruttivo
Ma, accertate le condizioni che ne rendono corretta la presenza, quale contributo i cat- tolici possono offrire al rinnovamento della politica nel nostro Paese? La risposta coinvolge due diversi versanti: quello etico e culturale, nel quale sono in gioco i valori di fondo sui quali la politica va radicata, e quello della proposta operativa, dove è necessario fare i conti con la situazione reale ed individuare le priorità su cui intervenire, nonché le modalità degli stessi interventi.

il versante etico-culturale
Sul primo versante – quello etico e culturale – esiste una tradizione di pensiero del mondo cattolico, che è venuta consolidandosi nel tempo e che è riconducibile a un’antropologia – quella del personalismo sociale –, in cui personale e politico sono tra loro integrati così da superare tanto le derive individualiste che quelle collettiviste. A questa antropologia si è anzitutto rifatto il popolarismo di Sturzo, al centro del quale vi era una concezione limitata dello Stato rispettosa della persona umana e degli organismi naturali – famiglia, classi e comuni –; un popolarismo pertanto che, contrariamente all’odierno populismo incentrato sul modello della «democrazia diretta» che è la negazione della mediazione politica, si identificava – è Pierluigi Castagnetti a rilevarlo – «con il protagonismo del popolo e la capacità della politica di sentirsene espressione» (Come servire il popolo senza mai servirsene. La lezione sturziana a cento anni dall’appello ai liberi e forti, in: Avvenire, 18 gennaio 2019, p. 3).
Questa linea di tendenza, pur con gli inevitabili aggiustamenti (e alcune discutibili limitazioni), è stata, nell’immediato dopoguerra, posta al centro dell’azione politica del partito della Democrazia cristiana – è sufficiente ricordare il contributo offerto alla stesura della Carta costituzionale –, ma si è poi – purtroppo – progressivamente attenuata con il trascorrere degli anni. Ad essa occorre tornare, vincendo la tentazione di inseguire soluzioni di piccolo cabotaggio, motivate da ragioni meramente elettorali, e avviando processi di cambiamento ispirati a valori irrinunciabili e insieme capaci di incidere concretamente sulla realtà.
Molti sono gli ambiti in cui il mondo cattolico può dare in proposito un importante contributo, attingendo alle risorse del proprio patrimonio etico e civile e facendosi catalizzatore di energie morali, di competenze professionali e di esperienze particolarmente significative. Obiettivo fondamentale di tale azione deve essere la ricostruzione del tessuto sociale, favorendo la crescita di un sistema plurale di enti intermedi, capaci di rappresentare esigenze e interessi di parti diverse della società e di farle convergere verso il bene comune. Il che comporta l’instaurarsi di nuovi rapporti tra comunità civile e comunità politica, mediante lo sviluppo, da un lato, di una corretta applicazione del principio di sussidiarietà, e, dall’altro, della creazione di luoghi nei quali dare vita a un dibattito costruttivo sui temi pubblici.

proposta operativa
Il secondo versante – quello della proposta operativa – rende necessaria l’individuazione delle priorità concrete alle quali occorre dare risposta, considerando la diversa gravità delle situazioni nelle quali sono in gioco diritti soggettivi e diritti sociali e, più radicalmente, la dignità della persona umana. Muovendo da questo assunto un posto di primo piano va oggi assegnato alle questioni del lavoro e dell’occupazione, all’intervento pubblico a sostegno della famiglia, all’inserimento degli immigrati nel tessuto sociale attraverso i processi di integrazione e di interazione, alla lotta contro le crescenti diseguaglianze, al tema della sicurezza e al ridimensionamento delle paure spesso indotte dall’enfasi con cui i media dipingono la situazione. E l’elenco potrebbe continuare. Tutto questo senza trascurare le questioni più squisitamente politiche, sia di politica interna – si pensi alla questione della partecipazione democratica e della scelta della rappresentanza in una società dominata da poteri forti come quello economico-finanziario e quello della comunicazione – sia di politica internazionale, dove un ruolo di prim’ordine va assegnato al tema della pace, di cui – come ci ha ricordato papa Francesco – «la buona politica deve essere al servizio».
Queste sono, in definitiva, le modalità dell’impegno che il mondo cattolico deve fare proprie. Un impegno che, stante la situazione di difficoltà che la politica attraversa, diviene un dovere ineludibile, se si vogliono ricostruire le basi di una convivenza civile partecipata e solidale.

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Non sparate sul(l’) pian(econom)ista!

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I torti degli economisti

di Gianfranco Sabattini

Dopo la crisi del 2007/2008, gli economisti sono diventati il bersaglio prediletto delle critiche dell’opinione pubblica, perché nonostante il loro accreditamento sociale come privilegiati “consiglieri del principe”, non hanno saputo prevedere che il nemico era giunto sotto le “mura di casa”; anzi, secondo molti, le idee che negli ultimi decenni essi avevano contribuito ad affermare e a diffondere erano all’origine della Grande Depressione, per uscire dalla quale hanno spesso suggerito, e concorso a fare accettare dalle forze politiche, l’adozione di provvedimenti di politica economica che sono valsi a produrre effetti peggiori di quelli della crisi.
Dani Rodrik, autorevole economista, professore di Economia politica internazionale alla John F. Kennedy School of Government, presso l’Università di Harvard, negli Stati Uniti, ha scritto un libro in difesa della professione di economista, nel quale però, nello stesso tempo, ha anche formulato una severa critica contro il modo d’essere di coloro che la praticano. Il libro, “Ragioni e torti dell’economia”, costituisce infatti una celebrazione e una critica della professione di economista; Rodrik difende il “nucleo centrale” della disciplina, che individua nel ruolo svolto dai modelli economici nella “creazione di conoscenza”, ma critica “la maniera in cui spesso gli economisti praticano la loro tecnica e (ab)usano dei loro modelli”. Merita attenzione il modo in cui Rodrik ha maturato gli stimoli che lo hanno condotto a scrivere il libro.
L’esperienza di docente di Economia politica che Rodrik ha vissuto ad Harvard lo ha spinto a riflettere, egli afferma, “sui punti di forza e di debolezza delle teoria economica”, stimolato dal fatto che alcuni suoi colleghi sostenessero che l’economia come scienza “fosse diventata sterile e stantia [...], perché la teoria economica aveva abbandonato la grande teorizzazione sociale nello stile di Adam Smith e Karl Marx”. Questa valutazione dell’economia era l’opposta di quella maturata da Rodrik, secondo il quale la “forza delle teoria economica” risiedeva nella “teorizzazione su piccola scala, nel tipo di pensiero contestuale che chiarisce cause ed effetto e getta luce – anche se parzialmente – sulla realtà sociale”. Una scienza modesta, praticata con umiltà, era la sua tesi, “è probabilmente più utile della ricerca di teorie universali sul funzionamento dei sistemi capitalistici o su ciò che determina la ricchezza e la povertà nel mondo”.
Le convinzioni di Rodrik sono state messe a “dura prova”, allorché egli è stato ospite per due anni, a partire dal 2013, presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, dove la School of Social Science dello stesso Istituto era affollata da scienziati sociali i cui studi erano fondati su approcci umanistici e interpretativi che “in netto contrasto con il positivismo empirista della teoria economica”. Durante la frequentazione del nuovo ambiente, Rodrik afferma d’essere stato colpito dal “forte sottofondo di sospetto” che gli studiosi di antropologia, sociologia, storia, filosofia e scienze politiche, nutrivano nei confronti degli economisti. Per gli studiosi di queste discipline, gli economisti “o affermavano l’ovvio o si spingevano decisamente oltre il segno, applicando schemi semplici a fenomeni sociali complessi”.
Rodrik afferma d’avere talvolta avuto l’impressione che i pochi economisti che frequentavano l’Istituto di Princeton fossero trattati da “idioti sapienti”, bravi con la matematica o con la statistica, ma di poca utilità. Ciò che maggiormente lo ha colpito è stato che il tipo di atteggiamento degli studiosi di scienze sociali nei confronti degli economisti era simile a quello che egli aveva avuto modo di rinvenire, nelle Università nelle quali aveva insegnato, da parte degli economisti nei confronti di sociologi e di antropologi, considerati “poco rigorosi, indisciplinati, verbosi, non abbastanza empirici, o (alternativamente) poco preparati alle insidie dell’analisi empirica”. Tuttavia, una delle conseguenze del soggiorno a Princeton è stata, per Rodrik, quella di aver concorso a farlo “sentire meglio come economista”, perché gli ha consentito di appurare che molte delle critiche portate contro gli economisti “non colpivano il bersaglio”.
L’esperienza vissuta a Princeton è valsa infatti a convincere Rodrik che gli approcci ai problemi sociali operati dalle scienze dell’uomo potevano essere migliorati, se avessero adottato il tipo di argomentazione analitica e il ricorso all’evidenza empirica propri dell’economica; quindi, gli economisti devono biasimare solo se stessi per il giudizio negativo che scontano presso gli studiosi delle altre scienze sociali. Secondo Rodrik, il problema degli economisti “non è solo il loro senso di autogratificazione e il loro attaccamento spesso dottrinario a un modo peculiare di guardare il mondo”; è bensì il fatto che essi fanno un “pessimo lavoro”, allorché, presentando i risultati delle loro analisi e ricerche, inducono i non economisti a percepire che con tali risultati si vogliano “enunciare leggi economiche universali valide ovunque, indipendentemente dal contesto”.
Con la maggiore consapevolezza sul ruolo della professione di economista maturata durante il soggiorno a Princeton, Rodrik ha scritto il libro “Ragioni e torti dell’economia”, per formulare un doppio messaggio rivolto, da un lato, agli economisti, perché “raccontino meglio il tipo di scienza che praticano”, e dall’altro, ai non economisti, perché, pur criticando l’economia come scienza, si convincano che di essa “c’è molto da apprezzare (ed emulare)”.
Per Rodrik, la scienza economica non è che un insieme di modelli, consistenti in costrutti astratte su basi matematiche; i modelli coi quali gli economisti cercano di dare senso al mondo dei fenomeni economici, oltre ad essere ciò che fa della disciplina economica una scienza, sono però – sempre secondo Rodrik – sia il “punto di forza sia il tallone di Achille dell’economia”. La scienza economica, “piuttosto che in un singolo modello, consiste in una molteplicità di modelli; la disciplina – egli afferma – avanza espandendo la sua library di modelli e migliorando l’aderenza dei modelli al mondo reale”. La loro diversità e molteplicità “non è che il necessario contraltare della flessibilità del mondo sociale”, che dà luogo ad una pluralità di situazioni, la cui interpretazione e spiegazione richiedono la costruzione di modelli differenti, rendendo del tutto improbabile che gli economisti possano costruire “modelli universali di carattere generale”.
Molte diffidenze nei confronti dell’economia dipendono dal modo in cui chi la studia e la pratica fa in genere “un cattivo uso” del proprio lavoro; gli economisti, secondo Rodrik, devono superare questo limite sul piano della comunicazione, evitando la loro tendenza a “scambiare un modello con il modello” applicabile a tutte le situazioni e convincendosi che, quando queste cambiano, si deve scegliere tra i modelli disponibili quello che meglio si adatta all’interpretazione ed alla spiegazione dei fenomeni propri della situazione oggetto di studio. Nella misura in cui gli economisti non terranno nel debito conto la diversità delle situazioni sociali, saranno inevitabili le critiche, molte delle quali continueranno a riproporre un clichè ben noto: l’economia è semplicistica e riduttiva, perché ignora il ruolo della cultura, della storia ed è colma di giudizi di valore.
Queste critiche, a parere di Rodrik, derivano dall’incapacità di riconoscere che “l’economia è, in realtà, una collezione di diversi modelli”, che colgono, senza alcuna inclinazione ideologica, solo un aspetto della complessità dei fenomeni sociali, per cui essi non si prestano ad offrire un’unica interpretazione dei fenomeni considerati. Perciò, preso singolarmente, un modello non è “che una mappa parziale che illumina un frammento di territorio”, mentre, nel loro insieme, i “modelli degli economisti sono la nostra migliore guida cognitiva alla distesa senza fine di colline e di valli che costituiscono l’esperienza sociale”.
I modelli economici, infatti, sono delle semplificazioni, volte ad accertare l’esistenza di relazioni specifiche tra i fenomeni che connotano una data realtà sociale; essi, sulla base delle semplificazioni introdotte, consentono di cogliere il modo in cui si svolgono quelle relazioni, isolandole da altri aspetti della stessa realtà sociale che possono fare velo sulla comprensione di quelle relazioni. Gli economisti, perciò, col loro lavoro creano un “mondo artificiale che rivela un certo tipo di connessioni tra le parti del tutto: connessioni che potrebbero essere difficili da discernere se si osservasse il mondo reale in tutta la sua complessità”. Una delle ragioni della diffidenza nutrita dai non economisti nei confronti dei modelli economici è il fatto che essi, per chiarezza e coerenza, siano espressi nel linguaggio della matematica; una diffidenza in realtà giustificata, se si dimentica che la matematica ha un valore solo strumentale nella costruzione dei modelli.
Gli economisti spesso perdono di vista il fatto che i modelli, in linea di principio, non richiedono l’uso della matematica; non è quest’ultima “a rendere i modelli utili e scientifici”, come dimostra il fatto che grandi economisti, quali Karl Marx, Joseph Schumpeter e John Maynard Keynes, abbiano costruito i loro modelli in forma verbale. Cionondimeno, sottolinea Rodrik, non si può trascurare che lo strumento matematico, oltre a consentire una maggior precisione nella formulazione delle ipotesi e delle assunzioni poste alla base dei singoli modelli, assicura anche la loro coerenza interna, ovvero che le conclusioni sulla realtà oggetto di studio possano essere tratte, in termini di deduzione stretta, dalle premesse.
In conclusione, a parere di Rodrik, i modelli “sono ciò che fa dell’economia una scienza”, precisando che per sottolineare la natura scientifica dell’economia sia meglio usare il termine “modello” piuttosto che quello di ”teoria”; termine, quest’ultimo, che avrebbe in sé un “suono ambizioso”. Per comprendere la convenienza di questa distinzione, occorre porsi tre ordini di domande: quelle del tipo “che cosa?”, per spiegare, ad esempio, quale sia l’effetto dell’afflusso esterno dei capitali sul tasso di crescita di un Paese; quelle del tipo “perché?”, per spiegare il manifestarsi di un insieme di fatti e lo svolgersi di un insieme di processi, quali sono stati, ad esempio, quelli che si sono verificati con l’inizio della Rivoluzione industriale e l’affermarsi del modo capitalistico di produrre; infine, quelle che sollecitano risposte riguardanti le “grandi questioni dell’economia e delle scienze sociali”. Le risposte a queste grandi questioni costituiscono il dominio della grandi teorie.
La scienza economica contemporanea è spesso criticata perché non offre teorie sulle grandi questioni, del tipo di quelle offerte, ai loro tempi, da Adam Smith o da Karl Marx, o perché, ad esempio, non formula un’univoca teoria della distribuzione del prodotto sociale. Su quest’ultima grande questione esiste una pluralità di teorie, ma nel complesso esse danno “meno di quanto promettono”. Perché? Rodrik considera le teorie economiche generali come “un’impalcatura per contingenze empiriche. Sono un modo per organizzare i nostri pensieri, piuttosto che congegni esplicativi dotati di esistenza propria. In sé, esse hanno scarsa presa reale sul mondo. Prima di diventare utili, devono essere combinate con una valida analisi contestuale”, possibile solo attraverso la costruzione di specifici modelli.
Tuttavia, a giudicare dalla frequenza con cui in economia ricorre il termine teoria, sembrerebbe che la scienza economica sia costituita solo da un insieme di teorie (teoria dei giochi, teoria dei contratti, teoria della crescita, ecc.); in realtà, a parere di Rodrik, si tratta sempre di “particolari collezioni di modelli”, da applicare con la dovuta attenzione al contesto sociale al quale vengono riferiti. Essi (i modelli) vanno considerati come la “cassetta degli arnesi” della quale si dispone per interpretare le specifiche situazioni sociali, e non come la spiegazione dei fenomeni di tutte le possibili situazioni sociali studiate.
Perciò, la propensione a formulare teorie universali, in luogo di modelli contestualizzati, deve essere considerata inutile e sbagliata, ai fini della comprensione della contingenza e delle possibilità offerte dal mondo reale. Lo studio di quanto accade nel mondo dell’economia richiede approcci più modesti di quelli riconducibili alla formulazione di grandi teorie; quando l’”ambizione, eclissa questo intento”, non solo può essere che la realtà sociale sia fraintesa, ma può anche accadere che i provvedimenti presi sulla base di teorizzazioni generali producano effetti peggiori del male che si intende contrastare.
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Elezioni

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La buia notte che si profila e la
prospettiva di un’opposizione unitaria
.
di Fernando Codonesu.

Dopo le elezioni in Abruzzo che hanno portato la Lega oltre il 27%, il M5S al 20% col dimezzamento dei consensi raccolti nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso e il PD all’11%, cosa ci si può aspettare in Sardegna?
Intanto aumenterà l’astensione e per la prima volta dall’esistenza della Regione è prevedibile che voterà meno della metà degli elettori, forse il 45/47%, e ciò è un grave vulnus della rappresentanza democratica oltre ad un’ulteriore constatazione dei danni direttamente derivanti dalla pessima legge elettorale regionale.
Avevamo auspicato l’unità delle forze e dei movimenti identitari, autonomisti, indipendentisti e delle forze a sinistra del PD, che teoricamente potrebbero rappresentare un buon 20% dell’elettorato, ma hanno preferito andare avanti in ordine sparso con la presentazione di quattro liste, con il rischio reale che almeno due dei simboli in corsa rimangano lontanissimi dalla soglia di sbarramento e se per gli altri due candidati presidente si può ipotizzare il superamento del 5%, non è altrettanto certo che le due liste collegate siano in grado di superarlo.
Naturalmente ci piacerebbe che il 25 febbraio i risultati smentissero questa affermazione: avremmo solo da festeggiare, ma è un’ipotesi altamente improbabile, ahinoi!
Del M5S ho già avuto modo di parlare e sui blog Democraziaoggi e Aladinews Andrea Pubusa ha spiegato anche della nostra proposta di un affiancamento con una lista proveniente dalla società civile e sganciata dai partiti, ma non c’è stato niente da fare. Il M5S si è votato per scelta all’isolamento e questo condurrà ad un ridimensionamento pesante del loro consenso elettorale, tutto a vantaggio del loro socio-concorrente di governo, la Lega di Salvini. Senza una politica di alleanze è evidente che questo movimento è destinato a non vincere alcuna competizione locale: una politica suicida che vanifica l’alto consenso di cui ancora gode, ancorché in fase calante e che continuerà a scendere inesorabilmente di fronte alle evidenti difficoltà nell’azione di governo e totale mancanza di una classe dirigente adeguata allo scopo.
Sono annunciati per la settimana prossima cinque giorni di presenza di Salvini in Sardegna, che sull’onda di un credito politico in costante ascesa si prefigge di conquistare definitivamente l’elettorato sardo, anche con la sparata del prezzo “politico” del latte in barba al mercato e della soluzione del problema dei pastori “in 48 ore”. La follia di tutto questo è che molti elettori lo seguiranno convintamente senza il bisogno neanche di “turarsi il naso” e gli faranno raggiungere una percentuale dei consensi inimmaginabile appena qualche mese fa.
Insomma, Salvini farà una passeggiata di cinque giorni in Sardegna e potrà dire in idioma lombardo-bergamasco l’equivalente di “veni, vidi, vici”.
Infatti, il tema degli immigrati ridotto a puro e semplice problema di “sicurezza” sull’onda dei provvedimenti incominciati da Minniti e i proclami sulla vicenda del prezzo del latte pagheranno anche in terra di Sardegna nelle urne e il vero vincitore sarà Salvini e non certo i sardi e le forze politiche sarde.
D’altronde abbiamo avuto i precedenti di Berlusconi con la sparata della sua telefonata risolutrice a Putin per la soluzione dei problemi del Sulcis e poi l’innamoramento per Grillo e dintorni fino al 42% delle elezioni politiche del 4 marzo. In quei due casi i voti sono stati espressi e loro se li sono presi senza sforzo alcuno, ma i problemi sono rimasti tutti sul terreno.
Per il 24 febbraio è facile prevedere che la Lega raggiungerà un risultato analogo se non superiore a quello conseguito in Abruzzo considerato il buon 11% di partenza, con i 5S che si attesteranno al 20% o poco più e con un risultato analogo del PD, e dei rimasugli del centrosinistra che fu, dietro il faccino sorridente e rassicurante di Zedda, quale camuffamento per nascondere il fallimento dei cinque anni della giunta Pigliaru. A questo punto discutere sul raggiungimento del secondo o sul terzo posto ha poco senso, così come interrogarsi sui meriti e demeriti degli uni o degli altri.
Insomma, si profila una notte molto buia per la Sardegna governata dalla Lega di Salvini, ma forse questo potrà permettere un buon percorso di opposizione comune tra M5S, Centrosinistra e le forze identitarie che entreranno in Consiglio, ridando la possibilità concreta di intravedere una luce in fondo al tunnel.
In questa direzione, e non vuole essere una consolazione ma la semplice presa d’atto della situazione, noi siamo pronti a fare la nostra parte.
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- Anche su Democraziaoggi.
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LO SGABELLO
di Raniero La Valle.

Ancora una volta si sta sbagliando diagnosi e prognosi rispetto a ciò che è avvenuto domenica con le elezioni in Abruzzo. Sembra che il tema sia quello della competizione in atto tra Lega e 5 Stelle, e che tutta la domanda riguardi il futuro, su come continuerà la gara, se i 5 Stelle riusciranno a rimontare lo svantaggio in vista delle elezioni europee, o saranno le opposizioni a trarne vantaggio.
Invece l’Abruzzo ha dimostrato ciò che è già successo e ciò che certamente avverrà se non sarà interrotto l’attuale corso delle cose.
Ciò che sta per accadere è quanto segue:
Le autonomie differenziate che si stanno per concedere alle regioni del Nord esacerberanno lo squilibrio tra Regioni e Stato, divideranno il Paese rompendo la condizione di eguaglianza in base al censo, renderanno più povero ed emarginato il Sud, creeranno disparità di diritti e di tutele tra chi abita in un luogo o in un altro del nostro Stato unitario;
Le riforme costituzionali in corso trivialmente motivate dal rapporto costi-benefici, come se fossero la TAV, e dalla lotta contro “la casta”, revocheranno la centralità del Parlamento, svuoteranno la rappresentanza, guasteranno il processo legislativo e se approvate con la probabile maggioranza dei due terzi, saranno sottratte al vaglio del referendum popolare.
La riforma del Codice penale trasformando da eccezione a regola la violenza esercitata per “legittima difesa” armerà i cittadini, potenzierà le lobby dei fabbricanti d’armi e indurrà una sempre più diffusa cultura da Far West.
Il passaggio alla fase esecutiva del “decreto sicurezza” creerà folle di stranieri vaganti per l’Italia senza controlli, negherà loro il nome all’anagrafe e il diritto a un’esistenza legittima e renderà precaria la stessa cittadinanza, che ai non meritevoli potrà essere revocata a discrezione del governo;
La perdita di credibilità sul piano internazionale finirà per paralizzare la politica estera dell’Italia e la speranza stessa di un suo ruolo nel mondo. Sta già accadendo con la rinunzia alla neutralità nella crisi venezuelana, che avrebbe dovuto indurre le parti al dialogo, non a qualunque dialogo ma a quello, come ha scritto il papa a Maduro, “che si intavola quando le diverse parti in conflitto mettono il bene comune al di sopra di qualsiasi altro interesse e lavorano per l’unità e la pace”. Invece l’Italia si è rapidamente riallineata all’ideologia occidentalistica sempre pronta a interventi violenti nelle sovranità altrui, con le conseguenze ben note dal Cile di Pinochet al Brasile dei generali, da Saddam Hussein a Gheddafi, dall’Afghanistan alla Siria, per ricordare le recenti grandi devastazioni della politica mondiale.
Ciò che è già successo domenica in Abruzzo, non parla dell’Abruzzo, ma parla dell’Italia. E proprio perché Salvini non c’entra niente con l’Abruzzo, dovrebbe essere chiaro che la questione è l’Italia.
Ciò che è successo è che si sta compiendo il processo per cui una minoranza prende il potere, ma non per virtù propria, bensì perché il sovrano glielo consegna, e si fa sgabello di tale alienato potere.
È accaduto quando il sovrano consegnò il potere a Mussolini, venuto in vagone letto da Milano mentre le sue comparse facevano la marcia su Roma; era a capo di una minoranza residuale, reduce dall’interventismo, e con le idee confuse, ma il sovrano lo mise sul piedistallo e gli lasciò la scena, senza avvedersi di segnare così la sua fine, il suicidio del regno.
La Lega era una minoranza in declino, il più vecchio partito tra quelli esistenti, come è stato ricordato in questi giorni, e mai era stata capace di egemonia e di dominio: fino a quando il sovrano, ossia il popolo sovrano, mediante le due forze uscite vittoriose dalle elezioni del 4 marzo, 5 Stelle e Partito democratico, l’ha messa al potere, le ha consegnato l’interno, e non solo l’interno, del Paese, le ha dato lo sgabello di una base parlamentare e di massa e ha portato tutta l’informazione a farsene eco.
Le elezioni in Abruzzo (non c’è bisogno di aspettare le europee) sono forse l’ultimo avviso per fermare in tempo la resistibile ascesa. Prima che le cose più gravi, già annunziate, accadano. Non c’è nessuna rivoluzione da fare: della mente, certamente sì, ma dal punto di vista istituzionale basta una crisi di governo. Per molto meno nella precedente fase della Repubblica la forza di maggioranza, la DC, faceva le crisi di governo, e fu così che quel partito non si suicidò anzitempo, e governò per quarant’anni, e fece sì che reggesse l’impianto democratico e costituzionale, con vantaggio di tutti. Così dovrebbe fare, oggi non domani, la forza di maggioranza; se è movimento si muova, faccia politica, rivendichi grandi valori democratici e nazionali, acquisendo il merito storico di interdire la restaurazione impietosa della nuova destra.
Il Paese è solido, i sindacati sono di nuovo uniti. Basta togliere lo sgabello, e comincerà una transizione in vista di costruire poi, finalmente, il nuovo.
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Da
Chiesa di tutti Chiesa dei poveri
Newsletter n. 137 del 14 febbraio 2019
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

DIBATTITO INTERNAZIONALE. Come per il colesterolo: esiste una “globalizzazione buona” o perlomeno “gestibile a vantaggio di tutti”?

6f7823e3-9b02-4886-b50f-fe0ea090a942E’ possibile un governo democratico della globalizzazione?

di Gianfranco Sabattini

La crisi del processo di globalizzazione delle economie nazionali ha suscitato da parte delle popolazioni dei Paesi coinvolti delle reazioni politiche che si sono identita-perdute-globalizzazione-e-nazionalismo-colin-crouchtrasformate in un revival del nazionalismo ed anche del razzismo. In “Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo”, Colin Crouch, teorico della “postdemocrazia”, denuncia il fatto che, a causa dell’impatto negativo che la globalizzazione ha avuto sull’identità culturale dei cittadini (oltre che sulla stabilità economica) nei Paesi economicamente sviluppati, essa (la globalizzazione) è ora all’origine di un vasto fronte di oppositori.
Sebbene l’opposizione provenga da gran parte del mondo della politica di ogni orientamento, la sua leadership è, per il momento, totalmente egemonizzata delle forze della destra nazionalista, nonostante che, sul piano economico, la globalizzazione sia stata promossa dall’ideologia neolibersita, della quale sono state portatrici le forze liberali di destra non nazionaliste; ciò non significa, osserva Crouch, che sul piano politico la globalizzazione possa giustificare solo uno “scontro” tra fazioni diverse delle destra e che la sinistra non abbia validi motivi per parteciparvi, rilanciando la contrapposizione tra destra e sinistra, la cui esistenza non ha certo perso ogni valore.
Crouch, al contrario, è del parere che la differenza tra destra e sinistra continui a risultare utile, ai fini di una rappresentazione esaustiva delle criticità della globalizzazione; al riguardo, il politologo sostiene che un “blocco” delle forze di sinistra, riformiste e democratiche, “possa offrire un suo contributo” al cambiamento delle modalità con cui sinora si è svolto il processo di globalizzazione, salvaguardando quanto di positivo esso ha rappresentato ed opponendosi alle pretese dei movimenti nazionalistici estremi di “liquidare in toto” il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali. Crouch si schiera a favore della globalizzazione, convinto che essa, al contrario di quanto sostengono i nazionalisti, non implichi affatto una sorta di “attentato” contro le “identità nazionali o locali”; a suo parere, però, la globalizzazione può godere di un ampio consenso, solo se le “identità multiple” oggi esistenti diventano una “serie di cerchi concentrici che si arricchiscono l’un l’altro con radici ferme in una sussidiarietà cooperativa”, sviluppando iniziative costruttive in corrispondenza di ognuno di questi livelli.
Le problematiche che oggi agitano i singoli sistemi sociali coinvolti nel processo di globalizzazione sono, secondo Crouch, la riproposizione di una nuova fase del confronto tra l’”antico” e il “nuovo”, ovvero tra la situazione propria dei sistemi sociali del passato e il loro superamento, causato dalle innovazioni intrinseche alla dinamica del processo storico. Esaminando le conseguenze della globalizzazione da questo punto di vista generale, anziché dal solo punto di vista economico, è possibile comprendere l’ostilità nei confronti dell’internazionalizzazione delle economie nazionali da parte della destra tradizionalista e nazionalista. Tali conseguenze negative, però, sono oggetto di critiche anche da parte della sinistra, le cui posizioni possono essere espresse nei termini che seguono.
Innanzitutto, per le forze della sinistra, la globalizzazione ha comportato un’estensione planetaria del capitalismo, resa possibile dalla rimozione delle “barriere regolative” che nel passato permettevano ai governi degli Stati-nazione di impedire il verificarsi di fenomeni, quali disoccupazione strutturale, povertà e disuguaglianze distributive. In secondo luogo, la globalizzazione ha determinato un deterioramento del livello di governo delle economie nazionali (quello dello Stato-nazione), in corrispondenza del quale le procedure della democrazia sostanziale hanno potuto allargarsi e consolidarsi a vantaggio di tutti i componenti della società civile; ciò ha reso possibile una facile mobilitazione di questi ogni volta che è stato necessario supportare l’azione dello Stato per contrastare il potere del capitalismo deregolamentato. In terzo luogo, le conseguenze negative della globalizzazione, superando il livello dello Stato nazionale, sono cadute sotto la competenza delle élite capitaliste dominanti lo spazio transnazionale. In quarto luogo, infine, man mano che si è allargata e approfondita, la globalizzazioner ha depotenziato lo stato di sicurezza sociale, il welfare State (una realizzazione dello Stato nazionale, resa possibile dalla solidarietà che legava tra loro i membri della società civile).
Riguardo a queste posizioni critiche, Crouch osserva che esse sono risultate più deboli in quei Paesi (ad esempio, in quelli del Nord dell’Europa), le cui società civili erano fortemente omogenee sul piano culturale, al contrario dei Paesi le cui società civili erano culturalmente eterogenee (come, ad esempio, negli Stati Uniti d’America). Secondo Crouch, quindi, è necessario riconoscere che tra omogeneità culturale delle società civili e multiculturalismo esiste una relazione inversa, che la destra ha strumentalizzato unicamente sul piano emotivo, per ragioni di natura elettorale, sostenendo la necessità di una svolta nell’azione dei governi nazionali con cui tutelare gli interessi economici nazionali e porre severe restrizioni al fenomeno dell’immigrazione.
Nel loro insieme le critiche della sinistra circa le conseguenze negative della globalizzazione sono condivisibili; ma, a volte, esse tendono ad omologarsi alle posizioni della destra, assumendo toni xenofobi. In alcuni segmenti delle forze di sinistra di diversi Paesi europei (ad esempio, Francia, Germania e Italia) spesso affiora questa tendenza, mostrando la propensione ad invocare posizioni economiche protezionistiche, risultando così ostili all’Unione Europea; inoltre, tali segmenti manifestano atteggiamenti ambigui sugli immigrati e sulle minoranze etniche, sebbene nessuno di essi condivida l’ostilità assoluta contro i “diversi”, propria delle forze di estrema destra.
Questo modo di opporsi alla globalizzazione, a parere di Crouch, dato il punto cui l’internazionalizzazione delle economie nazionali e la pressione consolidatasi in suo favore sono arrivate, rende difficile separare in termini netti le critiche della sinistra da quelle dell’estrema destra non democratica.
In considerazione di ciò, Crouch ritiene che sia compito delle sole forze della sinistra riformista e democratica individuare una possibile prospettiva d’azione, seguendo la quale possa essere esteso il raggio della democrazia, della regolamentazione e delle politiche sociali, al fine di superare lo Stato-nazione e mettere la globalizzazione al servizio di tutti i Paesi del mondo. Deve trattarsi di una prospettiva d’azione che consideri congiuntamente, sia le questioni economiche che quelle di natura culturale e sociale sollevate dall’internazionalizzazione delle economie nazionali; ciò perché, secondo Crouch, vivere nel XXI secolo significa “gestire identità multiple, che vanno dal sentirsi radicati in una piccola comunità fino a raggiungere la dimensione transnazionale”.
Per quanto alle forze della sinistra riformista e democratica sia difficile ricondurre ad una possibile azione politica responsabile uno spettro così ampio di problemi, occorre però che tali forze si pongano l’interrogativo riguardo al modo in cui può essere pensata questa prospettiva, per la realizzazione di un possibile futuro della globalizzazione, che sia al servizio di tutti i popoli del mondo. Ciò significa che questa prospettiva dovrebbe partire dall’assunto che, dopo essere giunta al punto cui ora è pervenuta la mondializzazione delle economie nazionali, non è possibile – afferma Crouch – ritornare a un mondo preglobalizzato, pensando di poter superare facilmente la crisi che inevitabilmente seguirebbe il tentativo di “liquidare” l’attuale interconnessione tra le economie nazionali; è molto più auspicabile e costruttivo, cercare il modo in cui può essere perseguita l’idea di sostituire la sovranità economica nazionale con “una concezione di sovranità riunite per perseguire una migliore regolamentazione trasparente dell’economia globalizzata”.
Le forze della sinistra sono storicamente interventiste; per cui diventa plausibile ipotizzare che quelle tradizionalmente riformiste e democratiche possano opporsi alla “forma neoliberista della globalizzazione”, in favore di una sua regolamentazione sovranazionale; ciò significa però che dovranno essere superati i limiti dello Stato-nazione, per dotare il mondo di un apparato istituzionale in grado di sostituire lo spontaneismo col quale si è svolto sinora il processo di integrazione delle economie nazionali con un’azione regolativa globale, che non sia solo un’azione “concertata” tra i singoli Stati nazionali. Una semplice concertazione non può assicurare una governance politica universalmente condivisa, che in linea di principio può esserlo, solo se stabilita da un sistema politico mondiale dotato di un’identità culturale ben definita; un sistema, però, impossibile da conseguire, a causa della forte eterogeneità valoriale.
In queste condizioni, a livello internazionale, la “global governance” ha potuto essere espressa come attività concertativa delle politiche orientate alla soluzione dei problemi originati dal processo di integrazione economica delle economie nazionali; infatti, a livello internazionale, in assenza di un struttura istituzionale superiore a quella propria dello Stato-nazione, è stato possibile attuare solo un’attività di concertazione delle politiche di intervento nell’economia mondiale, in modo del tutto indipendente da una qualunque forma globale di controllo politico.
La concertazione delle politiche nazionali a livello internazionale è divenuta così la procedura con la quale è stata attuata l’azione unitaria di tutti gli organismi internazionali oggi esistenti che, nati da accordi tra Stati-nazione indipendenti, hanno mostrato una spiccata tendenza a sottrarsi ad ogni forma di controllo democratico. Questa disfunzione è oggi particolarmente avvertita dalle popolazioni degli Stati che maggiormente hanno subito gli effetti negativi della globalizzazione; esse, infatti, avvertono la necessità che la costruzione della “global governance” sia riconducibile a una qualche forma di controllo politico.
A tal fine, alcuni analisti di relazioni internazionali hanno avanzato la proposta di un modello di “governo regionale” della globalizzazione, fondato sull’ipotesi che l’intera area dell’economia mondiale sia suddivisa in subaree regionali (della dimensione, ad esempio, dell’Unione Europea), le quali, in prospettiva, potrebbero essere assunte come punto di riferimento, in sostituzione degli attuali Stati-nazione. Il modello di una “global governance regionale”, tuttavia, dal punto di vista della realizzazione di un effettivo governo democratico dei rapporti tra le aree regionali del mondo, non mancherebbe di presentare gli stessi limiti di una governance mondiale fondata sulla mera concertazione delle politiche dei “vecchi” Stati-nazione.
Allo stato attuale, perciò, la riconduzione della globalizzazione a un possibile governo democratico non può che essere poco probabile; a meno che non si assuma l’attivazione di un sistema di governi democratici regionali, fondata su un “iter processuale” finalizzato a dare corpo ad una ancora inesistente sfera pubblica mondiale, all’interno della quale radicare il riconoscimento della convenienza ad adottare, nella risoluzione dei problemi comuni, procedure democratiche consensuali e condivise, anch’esse risultanti dall’esito del medesimo iter processuale.
Una prospettiva come questa, infatti, non ipotizza la costruzione nell’immediato di un organismo soprannazionale democratico della globalizzazione, ma l’attivazione di un possibile “iter processuale” dal quale derivare gradualmente un possibile esito finale, che risulti strumentale rispetto alla realizzazione, nel lungo periodo, di una governance globale democratica delle varie circoscrizioni regionali del mondo.
La improponibilità della realizzazione immediata di una governance globale democratica è dovuta al fatto che essa presuppone l’adozione di regole valide in astratto per tutti i popoli delle regioni del mondo. Ciò potrebbe implicare, per molti governi regionali, che le regole adottate a livello globale risultino estranee alle loro tradizioni storiche; è questo il motivo per cui viene proposta l’attuazione di un governo globale delle relazioni tra le aree regionali del mondo in una prospettiva temporale molto remota e tale da comportare la considerazione della sua realizzazione come esito finale di un continuo processo di approssimazione.
Il progetto qui immaginato, a sostegno di una globalizzazione al servizio della crescita e dello sviluppo di tutti Paesi del mondo, può essere percepito come surreale e utopistico; a sorreggerlo, però, può essere di conforto la frase seguente di Barbara Wootton: “E’ dai campioni dell’impossibile piuttosto che dagli schiavi del possibile che l’evoluzione trae la sua forza creativa.”

Pastori sardi. Oltre la doverosa solidarietà: si è aperto e si continui il dibattito per arrivare quanto prima a soluzioni accettabili.

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Sversamenti sull’orlo della catastrofe
di Nicolò Migheli

By sardegnasoprattutto/11 febbraio 2019/

Prevista da tempo alla fine la rivolta dei pastori è arrivata. Autoconvocata sulle reti sociali, senza leader riconosciuti, una sorta di gilet gialli in versione vellutino. Lo stesso movimento organizzato dei pastori, le stesse organizzazioni tradizionali, sorpassate da una rabbia sorda che fa sversare il latte sulle strade. Un atto estremo perché nessuno vuol vedere il frutto del suo sacrificio buttato nelle fogne. In quei gesti una richiesta d’aiuto da parte di chi non ha riconosciuta la propria fatica.

Il latte a 60 centesimi di euro vuol dire che migliaia di imprese pastorali sono destinate alla chiusura. Il problema è centenario, legato alla monocultura di un’unica tipologia di formaggio: il Pecorino Romano e alla grande volatilità del prezzo del latte sui mercati internazionali. Su circa 12.000 imprese pastorali sarde 10.093 producono latte per il Romano. Quel formaggio rappresenta 81,54% dei pecorini dop prodotti in Italia, il 52% di quelli Ue.

Il Roquefort francese è il 28%, il Mancego spagnolo il 20%. 198.116.000 litri di latte, compreso Lazio e provincia di Grosseto, nella campagna 2017-18 sono stati utilizzati per produrre Romano. Lazio e Grosseto hanno solo 297 aziende pastorali conferitrici. Il punto di pareggio per tenere il prezzo alto è di 270.000 quintali, oltre la remunerazione del prodotto e del latte precipita.

Il Pecorino Romano si trova con un’eccedenza di oltre 100.000 quintali di pasta di formaggio. Si è passati dai 9,39 € a chilogrammo del maggio del 2015, con il latte pagato a 1,20€, ai 5,59€ al chilo di questo febbraio. Quel formaggio in Sardegna rappresenta il 60% di tutti i pecorini prodotti, di conseguenza determina il prezzo di tutto il latte ovino e dei derivati.

Il 50% del Romano è fatto dalle cooperative, quindi dagli stessi pastori che ne sono soci. Con produzioni così imponenti: 3 milioni di pecore per 1,6 milioni di abitanti compresi nascituri e moribondi, la Sardegna è obbligata ad esportare. Nel mercato internazionale la domanda di latte ovino cresce dell’8% all’anno, altri ne traggono vantaggi ma non noi. Il mercato Usa, principale sbocco del Romano, si contrae da anni con ricadute pesanti sulla remunerazione. Quote che vengono guadagnate dal Manchego.

Se si dà uno sguardo ai prezzi europei se ne ha conferma, anche se questi mostrano tendenze al ribasso rispetto a qualche hanno fa. In Francia per il prezzo del latte ovino nel 2018, è andato dagli 80 cent a 1,20. Quest’ultimo per il Roquefort. In Spagna, dati di settembre ‘18, il latte è stato pagato in una forbice che va dai 78 agli 88 cent. In Grecia la media dell’ultimo decennio è stata di 97 cent.

In questi giorni si è favoleggiato di importazioni in Sardegna di latte dal resto d’Europa, soprattutto da Romania e Bulgaria. Questa voce è stata messa in giro perché il più grosso imprenditore caseario sardo ha un suo stabilimento a Timsoara. Chi l’ha diffusa non conosce quelle realtà o l’ha fatto ad arte.

Romania e Bulgaria hanno allevamenti ovini da carne, il latte è un prodotto residuale. Peraltro in questo periodo le pecore sono in secca, i parti cominceranno tra un mese, le loro produzioni sono estive con i prezzi del latte tal quale sono più vicini alla media europea di quelli sardi.

Anche in Sardegna però alla fine ci sono comportamenti che variano da azienda trasformatrice all’altra. La CAO di Siamanna, la più grossa cooperativa ovina della Sardegna e d’Italia, 800 soci, nella stagione scorsa compreso il latte estivo, ha pagato 88 cent. a litro e per quest’anno ha già annunciato che darà un anticipo di 70 cent. Le ricette per uscire da uno stato così disastroso sono vecchie di anni e mai applicate. Occorre diversificare si dice, in parte lo si sta facendo però le altre due dop: Pecorino Sardo e Fiore Sardo non vengono valorizzate.

Quest’ultima, sia detto per inciso, dovrebbe essere prodotta principalmente negli ovili, così come era stata pensata a suo tempo. Molti trasformatori preferiscono i marchi aziendali, con una proliferazione di etichette che non aiuta le commercializzazioni. Dieci anni fa si è pure visto un formaggio destinato al mercato siciliano chiamato Bunga Bunga.

Il latte sardo negli anni è cresciuto in qualità, tanto da essere uno dei migliori al mondo, è principalmente da pascolo, ma questa caratteristica positiva non entra negli standard industriali. Come qualità vengono registrati solo i parametri del grasso, caseina, proteine, cellule somatiche e carica batterica.

Vengono tralasciati quelli che invece fanno la reale differenza come l’alta concentrazione di CLA, Acido Linoleico Coniugato, acido grasso polinsaturo che impedisce la crescita del colesterolo cattivo in chi si ciba di quel formaggio. Un imprenditore caseario produce formaggio certificato con quelle caratteristiche con ottimi risultati di mercato. Un strada da seguire.

Negli anni i pastori sardi sono diventati imprenditori, è stato chiesto loro di migliorare le greggi, con il risultato di avere macchine da latte e nel contempo però alti costi di gestione. Una tendenza che forse andrebbe rivista, puntare più sulla qualità che sulla quantità. Però si insiste, anche in Sardegna stanno entrando razze iperproduttive come Assaf -300 litri a pecora- e la Lacune– 350 litri ad animale-; anche se il loro latte non può essere utilizzato per la produzione di formaggi dop, accresce la quantità totale.

L’altro aspetto, quello più urgente, è che va totalmente rivista la struttura commerciale che non può essere lasciata a una moltitudine di soggetti, imprenditori e cooperative che si fanno la lotta tra di loro abbassando i prezzi.

La crisi attuale è forse l’ultima chiamata. Altre realtà nel mondo si stanno muovendo per accaparrarsi la domanda di latte ovino. La Nuova Zelanda sta riconvertendo il suo patrimonio ovino da lana e carne a latte con un investimento di 400 milioni di dollari.

Il mercato dovrebbe essere quello del latte in polvere per la Cina. La Turchia oggi produce carne e lana ma potrebbe convertire gli allevamenti, L’Iran aspetta solo che qualche imprenditore europeo insegni loro le tecniche di caseificazione.

Gli incentivi agli allevamenti sardi sono solo palliativi, occorrono strumenti nuovi e tecnici preparati ad affrontare i mercati internazionali. Siamo sull’orlo della catastrofe che travolgerà produttori e trasformatori. Possiamo evitarla, però è l’ultima chiamata.
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lampadadialadmicromicro133- Il precedente editoriale sullo stesso argomento.

La protesta dei pastori sardi. Oltre la doverosa solidarietà: necessità di un dibattito senza infingimenti

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ALTRO LATTE VERSATO
di Gianni Pisanu.

Il latte s-versato non risolverà i problemi della Sardegna, temo che aggraverà lo stato di cose nelle località dell’interno.
L’obiettivo dei pastori è l’aumento del prezzo del latte dai 60 cent. a un euro al litro. Chi è il cattivo, anzi, chi sono i cattivi? Gli industriali del formaggio e i politici. Tutto molto semplice, basterebbe una buona parola dei politici e gli industriali allargherebbero prontamente i cordoni della borsa. Tutto bene quel che finisce bene.
Ma non funziona così, se volenti o nolenti abitiamo una società dove le parole Mercato e Concorrenza contano e conta pure la parola Profitto unitamente a Capitale e Rischio d’impresa. Quanto alla politica, deve rispondere in qualche modo.
La risposta più frequente sarà probabilmente, come sempre, assistenza allo stato puro. Ricorrendo alla fantasia l’assistenza potrà essere chiamata Contributo per il benessere degli animali o chissà come. Problema risolto. Per il momento mettendo la polvere sotto il tappeto. Fino alla prossima puntata.
Di assunzione di responsabilità da parte dei pastori in ordine al loro eventuale impegno nelle problematiche di filiera, dalla trasformazione alla promozione e vendita del prodotto, nessun accenno. I cattivi forse lo sono davvero, ma i buoni oltre che sversare il latte cosa propongono oltre alla protesta?
Questa riflessione e quanto segue (già pubblicato in questo blog) non è frutto di studi approfonditi, ma dell’attenzione e preoccupazione di un cittadino che come tanti sardi ha a cuore il bene della Sardegna e mantiene un forte legame affettivo e di rapporti con il suo paese d’origine nell’interno dell’Isola.

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Nel corso dell’incontro del 15 dicembre 2017 presso la Comunità di San Rocco, a Cagliari, si attendeva qualche riflessione oltre che sullo stato delle cose, anche sulle prospettive, provo con queste note, a indicare una serie coordinata di interventi che potranno essere attivati. Da chi, quando, con quali risorse è da vedere.

Idee per il Lavoro in Sardegna.

Allevamento e relativa filiera. Con un minimo di razionalità, da solo potrebbe costituire un bel pezzo di soluzione del problema occupazione e dipendenza dall’esterno. Penso al paradosso che il porchetto sardo è per circa il 75% importato, che la salsiccia sarda è per il 90% confezionata con carne importata, così come il prosciutto, mentre nelle macellerie se si eccettua l’agnello, le percentuali delle carni vendute sono all’incirca 15 – 20% locali.

Come fare? La soluzione non può aversi semplicemente nell’incentivare la creazione di micro e piccole aziende senza un lavoro in profondità. Occorre preliminarmente agire in alcune direzioni: 1) studio e classificazione del territorio e delle strutture esistenti; 2) formazione del nuovo allevatore/trasformatore/operatore agrituristico; 3) costituzione di una struttura che si faccia carico di tutta la parte burocratica compreso l’aspetto fiscale, la promozione pubblicitaria, la formazione, l’aggiornamento degli operatori ecc.; 4) creazione di un vero marchio per il prodotto vincolando l’operatore all’osservanza di appositi disciplinari; 5) rendere raggiungibili i terreni manutenendo e mettendo in sicurezza le attuali strade di penetrazione, dotandole di segnaletica, ricuperare quelle soppresse o usurpate restituendole ad uso civico, e ove necessario aprirne altre col duplice obiettivo di rendere più agevole la logistica, e favorire il flusso turistico sia dai centri urbani che dalle coste. Questo ultimo punto, darebbe opportunità di occupazione a tante figure di lavoratori e lavoratrici, dall’operaio, al tecnico, allo studioso, al dirigente.

Si tratta di programmare e investire. Negli anni 50 qualcosa è stato fatto. La Nurra di Sassari e Alghero, in parte possono essere considerate un esempio. In quelle realtà, nate come sfogo alla disoccupazione bracciantile agricola nell’immediato dopoguerra, si è verificata col tempo una trasformazione dell’economia in modo spontaneo. La cosa è stata possibile grazie alla seppur minima presenza di strutture (strade di penetrazione, elettricità). Attualmente una parte delle centinaia di poderi, che continuano a produrre ed operare nel settore agroalimentare si sono trasformati in agriturismo, resort, e servizi. Tutto il comprensorio partecipa ad un relativo benessere.

Come si diceva, programmare.

Territorio. Il territorio deve essere quello dell’intera Sardegna, con il coinvolgimento della Regione e di tutti i Comuni, che dovranno approntare un piano di sistemazione delle reti viarie. Sarà necessaria la sinergia di assessorati, sindaci, corpo forestale con l’obiettivo di uniformare gli standard di progetto e intervento. I GAL avrebbero un ruolo sempre in sintonia col progetto base.

Centri Abitati. La quasi totalità dei comuni della Sardegna necessita di urgenti interventi di manutenzione/finitura/recupero/restauro del patrimonio abitativo, per eliminare o correggere per quanto possibile i devastanti effetti di abusivismo, condoni e opere non finite. Anche in questo caso, sinergie fra Regione e Comuni e tempi certi per recuperare quella bellezza indispensabile per un recupero anche sociale.

Formazione degli operatori.
Basta andare in uno dei vari agriturismo in Sardegna, fare un confronto con altre realtà in Italia e all’estero, e si nota il gap, a partire dalla raggiungibilità e segnaletica, decoro e cura dell’ambiente esterno, parcheggi, igiene, comfort in genere, disponibilità ed elasticità rispetto alle diverse esigenze, Siamo molto indietro, a parte le caratteristiche uniche regalateci dalla natura. Se i sardi, soprattutto i giovani, non si sognano di trascorrere nell’interno dell’isola più di qualche ora, come si può pretendere che lo facciano gli italiani o gli stranieri? L’effetto ciambella (fuga verso la costa e desertificazione di tutto il resto) è assicurato. Pertanto, fra i vari fattori, non si può eludere il problema della carenza di professionalità.

Serve una formazione a tutto tondo a partire dalla produzione alla trasformazione alla vendita e all’accoglienza che, pur conservando una sana naturalità, deve rispettare uno standard professionale adeguato alle diverse sensibilità e tipologie di cliente/ospite con l’obiettivo della fidelizzazione.

Lavoro e Ambiente
Creare il lavoro. Le risposte a questo bisogno possono essere di due tipi. Più frequentemente, quasi sempre, si risponde alla sola urgenza di dare sollievo a situazioni difficili, con nessuna prospettiva di lungo periodo. Spesso si destinano fondi a perdere in opere destinate a sicuro fallimento.

Per ottenere risultati apprezzabili e tali da produrre benessere duraturo e tale da fermare e nel tempo invertire la tendenza allo spopolamento, il progetto dovrà essere orientato alla ricerca della qualità a 360 gradi. Al primo posto la qualità del contributo delle persone che devono essere fortemente motivate. Per questo motivo gli incentivi alle aziende dovranno essere attentamente dosati sulla base dei risultati che ciascun segmento (ambiente, decoro dei centri urbani, sentieristica, ippovie, gestione dei boschi, protezione civile, strutture agrituristiche, strutture formative, Gal, manifestazioni culturali qualificate).

Il piano per il Lavoro e l’Ambiente, per quanto riguarda il settore turistico/ricettivo dovrà prevedere delle strutture modello preposte alla formazione, aggiornamento, verifica delle professionalità con percorsi destinati agli operatori delle aziende già esistenti che utilizzeranno il marchio e corsi completi preliminari all’avvio di nuove iniziative.

Gianni Pisanu

Pubblicata su “Aladin” dicembre 2017
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SEMUS TOTUS PASTORES
di Valeria Casula, su fb.
Come tanti, probabilmente anche in virtù delle mie origini pastorali, sono rimasta molto impressionata dalla protesta dei pastori sardi, una modalità che mi ha trasmesso un senso di urgenza senza eguali.
Liquido brevemente la polemica sulle modalità per poi dedicarmi al tema vero.
A mio modesto avviso qualsiasi forma di protesta che non utilizzi violenza è lecita, d’altro canto anche la modalità più tradizionale, lo sciopero, provoca una riduzione di beni (o servizi), quantomeno relativamente alla mancata produzione nei giorni di sciopero, e nessuno lo definisce uno “spreco”. Mi chiedo inoltre se la loro protesta avrebbe la stessa risonanza qualora si limitassero al solito corteo.
Il tema vero è che questo settore viene nei fatti (ma spesso anche a parole da taluni, benché non in campagna elettorale), considerato un settore non strategico e assistito, un settore a cui occorre elargire ogni tanto un po’ di soldi (e con molto ritardo) per farlo sopravvivere.
In realtà quasi tutti i settori industriali sono assistiti, ma spesso indirettamente per cui non lo vediamo. Forse fanno eccezione i settori del lusso, del top di gamma, che riescono ad ottenere dei premium price che consentono di camminare sulle proprie gambe, ma siccome la produzione di beni (e servizi) deve essere tale da consentire a chiunque, non solo ai ricchi e ricchissimi, di mangiare, vestirsi, muoversi, svagarsi … appare ovvio che tali settori debbano essere supportati.
Alcuni esempi di settori e aziende assistiti:
• Il settore automobilistico, assistito per anni con gli incentivi alla rottamazione (oltre alla cassa integrazione), salvo poi chiudere baracca e burattini e andare altrove;
• Il settore edile assistito con le detrazioni IRPEF, sano al 50%, dei costi di ristrutturazione (e relativi arredi), con il segmento della riqualificazione energetica che gode di incentivi maggiori;
• La oil company nazionale, quella che vanta ottimi conti economici, ma che ci costa uno sproposito in missioni militari per difendere le licenze petrolifere a Nassiriya in Iraq, gli interessi in Libia … o forse pensate che queste missioni le abbia pagate l’ENI? Vi do una notizia, le abbiamo pagate noi (e questo a prescindere da altre considerazioni sugli interventi militari italiani in paesi terzi);
• La Saras che produce energia elettrica sotto incentivi (CIP 6) bruciando gli scarti della raffinazione;
• Tutti i settori manifatturieri che usufruiscono di piccole e grandi infrastrutture realizzate con soldi pubblici;
• Addirittura finanziamo la sanità privata dell’Emiro del Quatar in Sardegna, il Mater Olbia, a cui andranno ogni anno e per 10 anni 55 milioni di Euro di finanziamenti pubblici sardi!
A questi si aggiungono i settori che di fatto generano dei costi per la collettività, per lo più riconducibili all’inquinamento, in termini di spesa sanitaria, incapacità lavorativa, necessità di assistenza (anche questa considerazione prescinde dal costo umano legato ad una patologia o a una morte prematura). Ebbene, anche questi costi li sosteniamo noi.
E quando magari questi costi non li sosteniamo noi perché le produzioni sono delocalizzate, li sostengono altri, messi peggio di noi, dove a questo costo si aggiunge il costo sociale di un lavoro senza diritti.
Allora io non solo trovo giusto che il decisore pubblico incentivi e disincentivi alcuni settori sulla base dell’interesse complessivo della collettività, ma trovo anche che sia doveroso.
Ritengo tuttavia che le scelte su cosa incentivare, vale a dire a chi destinare i soldi pubblici, non siano sempre legate all’interesse della collettività.
La pastorizia è un caso lampante, la pastorizia non è incentivata, ma solo miseramente sostenuta.
Io non so quali incentivi e in che misura siano necessari, su quali forse occorre chiederlo ai pastori stessi, mentre sulla misura occorre valutare davvero quale sia il valore generato sul territorio da questa attività (es. argine allo spopolamento del centro della Sardegna, qualità e “salubrità” dei loro prodotti, mantenimento del territorio, ricadute positive sull’ambiente…).
Insomma occorre valutare tutto e in funzione di questo definire quanto investire, parlo proprio di investimenti, non di copertura di costi correnti come avviene ora.
Quali sono gli asset strategici per la pastorizia? L’innovazione? Allora si investa in Ricerca e Sviluppo nelle università per innovare. La tutela di un brand del prodotto e dei suoi derivati attraverso un marchio (es. IGP)? La disponibilità di caseifici locali? Io non lo so davvero, né francamente ritengo che spetti a me saperlo, ciò che so è che un litro di latte non può essere pagato ad un pastore quanto lui spende per acquistare una bottiglia d’acqua (si veda a questo proposito l’articolo “il prezzo del latte” in cui Andrea Murgia converte i vari costi che un pastore sostiene in una giornata in litri di latte https://www.vistanet.it/…/prezzo-del-latte-la-provocazion…/…).
Che chi ci governa (e chi ci governerà) stabilisca chiaramente se la pastorizia è un settore strategico per la Sardegna, sia in termini occupazionali, sia in termini di benefici (c.d. esternalità positive) che genera per la collettività, che esprima in modo chiaro le sue valutazioni e agisca di conseguenza, perché questa prolungatissima precarietà non è più tollerabile.
Al link seguente: immagini della disperata protesta dei pastori
https://www.facebook.com/youtg.net/videos/2272479389677929/UzpfSTEyNzQ5ODk1NDc6MTAyMTg3NTE2MjQ2ODMxMjM/
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[il manifesto] Pastori neri come il latte
Sardegna. Esplode la rabbia contro il prezzo imposto dagli industriali caseari. Bloccate le arterie principali, regione spaccata a metà, versati in strada litri di prodotto.
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- La foto in alto è tratta da un servizio apparso su il manifesto del 9 febbraio 2019.
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Franco Mannoni (su fb).
La protesta dei pastori riporta in grande evidenza una crisi di comparto endemica. Rimediata in passato da fattori diversi,come i premi per le esportazioni, il super valore del dollaro, gli interventi sulle aziende di trasformazione. Oggi esplosa come ricaduta grave della mondializzazione non regolata dei mercati. Circola molto latte in Europa, circola molto formaggio senza sufficienti garanzie di qualità e autenticità del prodotto.
I nostri pastori producono buon latte, ma non trovano remunerazione adeguata nè attenzione sufficiente. Protestano con grande clamore del tutto adeguato alla drammaticità della crisi. Urgente restituire alla categoria livelli di reddito, innanzitutto, che restituiscano il respiro. La crisi del comparto è tragedia per una parte della Sardegna già provata è sottoposta a declino economico, demografico, sociale. Conte, Pigliaru e via dicendo, spero percepiscano il livello del dramma. Peró non lasciamo soli i pastori,facciamo in modo che la loro sia la protesta di tutti i cittadini sardi!
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Reddito di cittadinanza: luci e ombre

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Reddito di cittadinanza: le forti criticità sulla povertà minorile
di Chiara Saraceno | 4 Febbraio 2019 su welfOrum.it

Il reddito di cittadinanza (RdC), il nuovo strumento di sostegno al reddito per i poveri che sostituirà il ReI presenta tre indubbi aspetti positivi: un maggiore livello di copertura e una maggiore generosità media e una specifica attenzione per chi vive in affitto. A fronte di questi aspetti positivi, ce ne sono altri altamente problematici.
Tra questi, uno mi sembra poco messo a fuoco nel dibattito: la scarsa attenzione che questa misura presta alla povertà minorile, che pure è, insieme a quella giovanile, il fenomeno più preoccupante all’interno della diffusione della povertà.
Come è noto, i bambini e i ragazzi costituiscono poco meno di un quarto di tutti i poveri assoluti a motivo del fatto che la povertà in Italia è particolarmente concentrata nelle famiglie con figli minori, specie, ma non esclusivamente, se sono numerose.
Altrettanto noto è che crescere in condizione di povertà ha effetti di breve e lungo periodo sulla salute e sulla possibilità di sviluppare appieno le proprie capacità. Una misura di contrasto alla povertà, perciò, dovrebbe valutare con attenzione i loro bisogni sia per quanto riguarda la parte monetaria del sostegno, sia per quanto riguarda le attività e i servizi di accompagnamento e integrazione sociale. La combinazione di orientamento prevalentemente lavoristico, della scala di equivalenza adottata nel RdC, e della forte limitazione all’accesso al beneficio delle famiglie straniere pur legalmente residenti, invece, sembra andare esattamente nella direzione opposta.

Partiamo dalla scala di equivalenza. Probabilmente per rimanere dentro al budget previsto senza toccare l’importo base di 780 euro per una persona sola promesso in campagna elettorale (diventati 500 più eventualmente 280 per chi vive in affitto nel decreto legge), a differenza di quanto avviene con il ReI, la scala di equivalenza adottata è molto svantaggiosa per le famiglie numerose. Come ha osservato Cecilia Guerra, la scala adottata dal Rdc attribuisce un peso doppio ad un adulto rispetto ad un minore (0,4 contro 0,2). La scala, inoltre, cessa di crescere (e quindi di riconoscere risorse aggiuntive) quando il parametro utilizzato arriva a 2,1 (ad esempio due adulti e due minorenni, o tre adulti e un minorenne). Inoltre, l’importo del RdC riservato a chi è in affitto è lo stesso qualsiasi sia la numerosità della famiglia, come se all’aumentare del numero dei componenti non ci fosse bisogno di più spazio.
In primo luogo non si capisce perché si adotti, per definire l’entità del beneficio, una scala di equivalenza diversa da quella utilizzata per calcolare l’ISEE che non distingue tra adulti e minori, ma attribuisce un coefficiente aggiuntivo dello 0,2 alle famiglie con minori. In altri termini non si capisce perché, per lo stesso beneficio, si utilizzino criteri diversi a seconda che si valuti la condizione economica della famiglia o invece l’entità del beneficio.
Questa considerazione vale anche per il ReI, ma tanto più per il RdC, dove lo scostamento tra le due scale di equivalenza, a sfavore delle famiglie numerose e con figli minori, è maggiore.

Questa sottovalutazione dei bisogni delle famiglie numerose (o sopravvalutazione delle economie di scala possibili) è tanto più inaccettabile alla luce dell’ulteriore squilibrio tra famiglie piccole e grandi, giovani e meno giovani e tra minori, generato dal fatto che la soglia di reddito per accedere alla cosiddetta pensione di cittadinanza, ovvero ad una integrazione fino a 780 euro, è più alta di quella massima per il RdC: 7650 invece che i 6000 euro annuali.
Visto che si richiamano, a mio parere impropriamente, al modello tedesco di sostegno al reddito, i promotori del RdC dovrebbero sapere che questa sottovalutazione dei bisogni alimentari, di abbigliamento, di cultura, sport e tempo libero dei bambini e ragazzi è in contrasto con quanto avviene in Germania, dove la Corte Costituzionale diversi anni fa ha imposto di calcolare, nel beneficio, una quota specifica da destinare all’arricchimento delle esperienze e allo sviluppo delle capacità dei bambini e ragazzi, perché essere poveri non dovrebbe impedire loro di imparare la musica, o fare sport, o andare a teatro. Invece, oltre a considerare, nel RdC, i bisogni dei bambini largamente inferiori a quelli degli adulti, il governo ha anche ridotto drasticamente – della metà – il Fondo per la povertà educativa, laddove sarebbe stato opportuno avviare una sistemazione organica di una sperimentazione frammentata e un po’ casuale, a partire da un coinvolgimento più sistematico dei servizi per l’infanzia e delle scuole primaria e secondaria di primo grado.
Questa riduzione si accompagna alla già ricordata assenza di finanziamenti agli enti locali per i servizi di inclusione. Verrebbe da pensare che, dato che non sono “attivabili” sul mercato del lavoro i bambini e ragazzi in povertà non interessano a questo governo che cerca di far passare una politica di contrasto alla povertà come politica attiva del lavoro.
Per altro, anche rimanendo all’interno di questa prospettiva distorta, si tratta di una scelta miope, stante che investire nelle capacità, nello sviluppo dei bambini e ragazzi è indispensabile per evitare che diventino “inoccupabili” una volta adulti. Miope e anche paradossale da parte di un governo che proclama di voler sostenere la natalità, ma ignora i bisogni dei più vulnerabili tra i bambini che già ci sono (per non parlare del fatto che esclude a priori una parte rilevante di minori stranieri, ancorché spesso nati e cresciuti qui).

Ma vi è ancora almeno un altro aspetto problematico nel disegno del RdC, dal punto di vista dei bambini e ragazzi. Il decreto prevede che una madre con figli sotto i tre anni possa essere esentata dal requisito della disponibilità al lavoro (più opportuno sarebbe lasciare la scelta ai genitori, se ci sono entrambi, in base alle loro esigenze, preferenze, gradi di occupabilità). Ma non prevede né che a questa madre siano offerti servizi di consulenza e opportunità formative in modo che, una volta che il bambino abbia raggiunto i 4 anni, lei sia eventualmente pronta ad entrare nel mercato del lavoro, né che a lei e al suo bambino possano essere offerti servizi di cura, socializzazione, sostegno alla genitorialità. Inoltre, da tutti i genitori di bambini dai quattro anni in su ci si aspetta che siano disponibili a lavorare anche a 250 chilometri di distanza senza che ci si preoccupi di chi si occuperà e materialmente educherà questi bambini nelle lunghe giornate di assenza dei genitori.

E’ sperabile che nel dibattito parlamentare queste ed altre criticità vengano corrette. Che il governo si disponga ad ascoltare chi ha a cuore che non si sprechi l’occasione, che l’Italia riesca davvero a dotarsi di uno strumento di sostegno al reddito dei poveri efficace, rispettoso, abilitante, anche per i più piccoli.
E’ anche auspicabile che l’opposizione, in particolare il PD, abbandoni la crociata contro il RdC fatta anche di molti travisamenti e fake news, che hanno avuto solo l’effetto di far accentuare le dimensioni più restrittive e inutilmente punitive della misura, oltre che il linguaggio più irrispettoso nei confronti dei poveri stessi anche da parte del governo (si pensi alla disinvoltura con cui si è parlato di “norme anti divano”).
E’ auspicabile invece che il PD lavori in Parlamento per modificare il RdC in senso più equo e più aderente all’esperienza e alle, diversificate, caratteristiche di chi si trova in povertà, inclusi i minori, facendo anche tesoro di quanto si è imparato con l’esperienza del ReI, delle sue positività, ma anche delle sue criticità.

Il Comitato d’iniziativa Costituzionale e Statutaria investe sulla formazione politica e civica

universita_cultura_e_sapere bis Il CoStat ha deciso di fondare una propria “Scuola di formazione politica” che possa svolgere un ruolo di animazione culturale e di formazione politica delle persone avendo come primo riferimento il territorio regionale. Per queste finalità ha promosso uno studio che consenta in tempi brevi di definire e avviare un preciso progetto. Il CoStat ha chiamato a coordinare la fase di formazione del progetto Fernando Codonesu, che al riguardo ha formulato una prima ipotesi organica. Il Comitato la ha approvata e la sottopone da oggi ad un dibattito che possa arricchirla fino a una compiuta definizione del progetto che ne consenta l’avvio in tempi brevi, corrispondendo alle esigenze che il territorio esprime, in modo esplicito ed implicito.
costat-logo-stef-p-c_2-2Il Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria propone e organizza
una Scuola di formazione politica

di Fernando Codonesu

Lo scenario

Le scuole di formazione politica sono sempre state diretta emanazione dei partiti e, fatto salvo il periodo dei grandi partiti di massa del ‘900, hanno cessato da tempo di svolgere la loro funzione di formazione preminente dei quadri di partito e di approfondimento tematico dei vari problemi politici che venivano poi affrontati in sede istituzionale e negli altri organi di conoscenza, organizzazione, dibattito ed elaborazione svolti nelle sedi di partito, a livello di base e via via di vertici provinciali, regionali, direzioni nazionali e, in ultima istanza, le segreterie nazionali.
Ad oggi non sembra esistere in campo nazionale e tanto meno in Sardegna una scuola di formazione politica di ispirazione laica, fondata al di fuori dei partiti e con finalità e target di riferimento dedicati a tutta la cittadinanza, giovani, donne, adulti, anziani e immigrati compresi.
Che ci sia l’esigenza di una formazione politica mirata, se non altro, almeno all’acquisizione dei principi di base del funzionamento del nostro ordinamento democratico e delle leggi costitutive, in primis della Costituzione e del nostro Statuto, è un dato assodato, anche a partire dalla semplice constatazione che una larga fetta della cittadinanza non esercita più neanche il proprio diritto di voto. L’astensione elettorale non è dovuta solo al sentire come “inutile” il proprio voto perché si è verificato nel tempo che i partiti che raggiungono posizioni di potere e di governo non rispondono più alle esigenze degli elettori. Spesso ci si astiene anche per la scarsa “qualità” dell’offerta politica, il suo essere un prodotto “indifferenziato” con qualità decrescente proporzionalmente al diminuire della partecipazione politica della cittadinanza. Siamo convinti che ora più che mai, in questo periodo storico dominato dalla globalizzazione economico finanziaria con tutto ciò che ha portato nel bene e nel male in questi ultimi 25 anni, ad incominciare dall’aumento della povertà a tutte le latitudini del pianeta, ci sia bisogno di maggiore politica, maggiore partecipazione consapevole: abbiamo bisogno di persone formate, preparate che possano scegliere consapevolmente i propri rappresentanti ai quali chiedere conto non solo alla fine del mandato, ma prima, durante lo svolgimento della propria funzione e dopo, a valutazione del consuntivo per eventualmente riconfermarne la fiducia.
Poter scegliere consapevolmente i propri rappresentanti avendo competenze di discernimento e giudizio è per noi sinonimo di libertà.
Una maggiore conoscenza e preparazione della cittadinanza permette di contribuire a qualificare in meglio le istituzioni rappresentative a partire da quelle locali fino a quelle nazionali.
E’ a partire da questo quadro di riferimento a dagli ultimi due anni di attività politica e culturale svolta qui a Cagliari che come Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria abbiamo deciso di promuovere la nascita di una scuola di formazione politica per coprire un vuoto evidente e con l’obiettivo di diventare interlocutori affidabili del bisogno diffuso di partecipazione politica cosciente, documentata, critica, informata e finalizzata in ultima istanza allo sviluppo del benessere individuale, sociale e collettivo.

L’Organizzazione

La scuola di formazione politica che nasce per iniziativa del CoStat viene strutturata come Associazione culturale e formativa autonoma con un proprio Statuto, Presidente, Direttore, Comitato scientifico e Segreteria organizzativa.
Questa organizzazione di tipo laico e apartitica, senza finalità di lucro, è finalizzata a creare un’organizzazione stabile e duratura nel tempo che possa utilmente interloquire con altre istituzioni culturali e formative presenti nel territorio regionale e nazionale, così come con associazioni professionali e di categorie produttive, sindacati ed enti locali. E’ nostra intenzione proporre iniziative, progetti e programmi formativi anche in collaborazione con altre istituzioni pubbliche e private, partiti e movimenti politici, altre organizzazioni e movimenti politici e culturali presenti in Sardegna, nel resto del paese e in Europa, che con tale veste qualificativa, possano avere ampio riconoscimento sociale e usufruire anche di finanziamenti pubblici e privati dedicati.

La scuola ispirata ai principi della nostra Costituzione è aperta a tutti, senza alcuna discriminazione.

Finalità

In sintesi la scuola di formazione politica intende:
Contribuire alla formazione politica e culturale dei cittadini migliorandone le conoscenze di base, la capacità critica e argomentativa, la capacità di orientamento e di selezione delle informazioni significative e vere da quelle secondarie e false nel mare magnum del bombardamento informativo quotidiano che tutti viviamo, immersi come siamo nel sistema totalizzante dei media tradizionali e dei social basati sul web.
Favorire la partecipazione al voto.
Concorrere ad ampliare significativamente la partecipazione attiva alla politica da parte della cittadinanza ad incominciare dalla città di Cagliari.
Creare un luogo di dibattito ampio, plurale e alto sulle problematiche e i diversi aspetti della vita.
Sviluppare le capacità di soluzione collettiva dei problemi dello sviluppo locale e regionale.
Fornire strumenti di conoscenza e approfondimento tematico con il ricorso a testimonianze di riconosciuti protagonisti ed esponenti della cultura, dell’economia, della solidarietà, delle lotte sociali ed ambientali presenti nel territorio regionale, nazionale e internazionale.
Sviluppare conoscenza e consapevolezza che lo sviluppo a cui tendere deve essere sostenibile, in grado perciò di coniugare il lavoro con l’ambiente e la salute.
Sviluppare competenze di natura quasi professionale dei futuri rappresentanti negli organi elettivi locali e regionali, con specifico riferimento all’organizzazione e funzionamento degli enti locali e della Regione.

Contenuti, docenti e metodologia didattica

I contenuti formativi saranno organizzati per argomenti tematici che saranno strutturati per moduli didattici con un monte ore definito per ciascuno come modulo-base, ai quali potranno seguire opportuni approfondimenti.
Alcuni degli argomenti che tratteremo riguardano la Costituzione, i diritti individuali e collettivi, le organizzazioni sovranazionali come l’ONU e la sua organizzazione, le carte dei diritti riconosciute ancorché disapplicate, l’Europa e le sue organizzazioni, il funzionamento degli Enti locali, la formazione continua della cittadinanza, i partiti politici e sindacati, lo Statuto della Sardegna, programmi e progetti di sviluppo locale, l’ambiente in cui viviamo e gli ecosistemi, la crescita e il benessere, la partecipazione democratica al tempo del web, l’etica di fronte alla robotica e all’intelligenza artificiale, ecc.
I nostri docenti provengono dalla scuola, dall’università, dai settori delle professioni, da personalità della società civile impegnate nel dibattito politico, culturale, economico e sociale cagliaritano e regionale.
Ciascun tema e relativo modulo formativo afferirà ad un docente che svilupperà l’argomento anche con il ricorso ad altre autonome collaborazioni.
Non si faranno solo lezioni ex cathedra, ma si ricorrerà largamente ad attività seminariali e in certi campi all’analisi e studio di “casi” progettuali replicabili in organizzazioni e contesti diversi.
Per alcuni temi di particolare rilevanza prevediamo la possibilità di disporre di “crediti formativi” spendibili in corsi universitari di riferimento.
Le iniziative pubbliche che verranno organizzate dal Comitato, anche in collaborazione con altri gruppi, verranno inquadrate all’interno di programmi aperti alla cittadinanza, da tenere come di consueto in luoghi pubblici.
Il progetto della nostra Scuola di Formazione Politica è in dirittura di arrivo e contiamo a breve di farne una presentazione durante un’iniziativa pubblica alla presenza degli organi di informazione in cui verrà anticipato il calendario delle prossime conferenze dibattito con alcuni dei maggiori protagonisti del dibattito politico, economico e culturale regionale, nazionale ed internazionale.

FRATELLANZA UMANA PER LA PACE MONDIALE E LA CONVIVENZA COMUNE

logo-emirati-arabi-uniti2019VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
NEGLI EMIRATI ARABI UNITI
(3-5 FEBBRAIO 2019)

DOCUMENTO SULLA
FRATELLANZA UMANA
PER LA PACE MONDIALE E LA CONVIVENZA COMUNE

PREFAZIONE

La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere.

Partendo da questo valore trascendente, in diversi incontri dominati da un’atmosfera di fratellanza e amicizia, abbiamo condiviso le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo, al livello del progresso scientifico e tecnico, delle conquiste terapeutiche, dell’era digitale, dei mass media, delle comunicazioni; al livello della povertà, delle guerre e delle afflizioni di tanti fratelli e sorelle in diverse parti del mondo, a causa della corsa agli armamenti, delle ingiustizie sociali, della corruzione, delle disuguaglianze, del degrado morale, del terrorismo, della discriminazione, dell’estremismo e di tanti altri motivi.

Da questi fraterni e sinceri confronti, che abbiamo avuto, e dall’incontro pieno di speranza in un futuro luminoso per tutti gli esseri umani, è nata l’idea di questo »Documento sulla Fratellanza Umana « . Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli.

DOCUMENTO

In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace.

In nome dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera.

In nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi e degli emarginati che Dio ha comandato di soccorrere come un dovere richiesto a tutti gli uomini e in particolar modo a ogni uomo facoltoso e benestante.

In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna.

In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre.

In nome della» fratellanza umana «che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali.

In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini.

In nome della libertà, che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa.

In nome della giustizia e della misericordia, fondamenti della prosperità e cardini della fede.

In nome di tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo della terra.

In nome di Dio e di tutto questo, Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio.

Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive.

Ci rivolgiamo agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura in ogni parte del mondo, affinché riscoprano i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune, per confermare l’importanza di tali valori come àncora di salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque.

Questa Dichiarazione, partendo da una riflessione profonda sulla nostra realtà contemporanea, apprezzando i suoi successi e vivendo i suoi dolori, le sue sciagure e calamità, crede fermamente che tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti.

Noi, pur riconoscendo i passi positivi che la nostra civiltà moderna ha compiuto nei campi della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’industria e del benessere, in particolare nei Paesi sviluppati, sottolineiamo che, insieme a tali progressi storici, grandi e apprezzati, si verifica un deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme di dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva.

La storia afferma che l’estremismo religioso e nazionale e l’intolleranza hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una «terza guerra mondiale a pezzi», segnali che, in varie parti del mondo e in diverse condizioni tragiche, hanno iniziato a mostrare il loro volto crudele; situazioni di cui non si conosce con precisione quante vittime, vedove e orfani abbiano prodotto. Inoltre, ci sono altre zone che si preparano a diventare teatro di nuovi conflitti, dove nascono focolai di tensione e si accumulano armi e munizioni, in una situazione mondiale dominata dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllata dagli interessi economici miopi.

Affermiamo altresì che le forti crisi politiche, l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali – delle quali beneficia solo una minoranza di ricchi, a discapito della maggioranza dei popoli della terra – hanno generato, e continuano a farlo, enormi quantità di malati, di bisognosi e di morti, provocando crisi letali di cui sono vittime diversi paesi, nonostante le ricchezze naturali e le risorse delle giovani generazioni che li caratterizzano. Nei confronti di tali crisi che portano a morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani – a motivo della povertà e della fame –, regna un silenzio internazionale inaccettabile.

È evidente a questo proposito quanto sia essenziale la famiglia, quale nucleo fondamentale della società e dell’umanità, per dare alla luce dei figli, allevarli, educarli, fornire loro una solida morale e la protezione familiare. Attaccare l’istituzione familiare, disprezzandola o dubitando dell’importanza del suo ruolo, rappresenta uno dei mali più pericolosi della nostra epoca.

Attestiamo anche l’importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni, tramite l’educazione sana e l’adesione ai valori morali e ai giusti insegnamenti religiosi, per fronteggiare le tendenze individualistiche, egoistiche, conflittuali, il radicalismo e l’estremismo cieco in tutte le sue forme e manifestazioni.

Il primo e più importante obiettivo delle religioni è quello di credere in Dio, di onorarLo e di chiamare tutti gli uomini a credere che questo universo dipende da un Dio che lo governa, è il Creatore che ci ha plasmati con la Sua Sapienza divina e ci ha concesso il dono della vita per custodirlo. Un dono che nessuno ha il diritto di togliere, minacciare o manipolare a suo piacimento, anzi, tutti devono preservare tale dono della vita dal suo inizio fino alla sua morte naturale. Perciò condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo.

Altresì dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente.

Questo Documento, in accordo con i precedenti Documenti Internazionali che hanno sottolineato l’importanza del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale, attesta quanto segue:

- La forte convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune; a ristabilire la saggezza, la giustizia e la carità e a risvegliare il senso della religiosità tra i giovani, per difendere le nuove generazioni dal dominio del pensiero materialistico, dal pericolo delle politiche dell’avidità del guadagno smodato e dell’indifferenza, basate sulla legge della forza e non sulla forza della legge.

- La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano.

- La giustizia basata sulla misericordia è la via da percorrere per raggiungere una vita dignitosa alla quale ha diritto ogni essere umano.

- Il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani contribuirebbero notevolmente a ridurre molti problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano grande parte del genere umano.

- Il dialogo tra i credenti significa incontrarsi nell’enorme spazio dei valori spirituali, umani e sociali comuni, e investire ciò nella diffusione delle più alte virtù morali, sollecitate dalle religioni; significa anche evitare le inutili discussioni.

- La protezione dei luoghi di culto – templi, chiese e moschee – è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dalle convenzioni internazionali. Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale.

- Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza; per questo è necessario interrompere il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica, e considerare tutto ciò come crimini internazionali che minacciano la sicurezza e la pace mondiale. Occorre condannare un tale terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni.

- Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli.

- Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture. L’Occidente potrebbe trovare nella civiltà dell’Oriente rimedi per alcune sue malattie spirituali e religiose causate dal dominio del materialismo. E l’Oriente potrebbe trovare nella civiltà dell’Occidente tanti elementi che possono aiutarlo a salvarsi dalla debolezza, dalla divisione, dal conflitto e dal declino scientifico, tecnico e culturale. È importante prestare attenzione alle differenze religiose, culturali e storiche che sono una componente essenziale nella formazione della personalità, della cultura e della civiltà orientale; ed è importante consolidare i diritti umani generali e comuni, per contribuire a garantire una vita dignitosa per tutti gli uomini in Oriente e in Occidente, evitando l’uso della politica della doppia misura.

- È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti.

- La tutela dei diritti fondamentali dei bambini a crescere in un ambiente familiare, all’alimentazione, all’educazione e all’assistenza è un dovere della famiglia e della società. Tali diritti devono essere garantiti e tutelati, affinché non manchino e non vengano negati a nessun bambino in nessuna parte del mondo. Occorre condannare qualsiasi pratica che violi la dignità dei bambini o i loro diritti. È altresì importante vigilare contro i pericoli a cui essi sono esposti – specialmente nell’ambiente digitale – e considerare come crimine il traffico della loro innocenza e qualsiasi violazione della loro infanzia.

- La protezione dei diritti degli anziani, dei deboli, dei disabili e degli oppressi è un’esigenza religiosa e sociale che dev’essere garantita e protetta attraverso rigorose legislazioni e l’applicazione delle convenzioni internazionali a riguardo.

A tal fine, la Chiesa Cattolica e al-Azhar, attraverso la comune cooperazione, annunciano e promettono di portare questo Documento alle Autorità, ai Leader influenti, agli uomini di religione di tutto il mondo, alle organizzazioni regionali e internazionali competenti, alle organizzazioni della società civile, alle istituzioni religiose e ai leader del pensiero; e di impegnarsi nel diffondere i principi di questa Dichiarazione a tutti i livelli regionali e internazionali, sollecitando a tradurli in politiche, decisioni, testi legislativi, programmi di studio e materiali di comunicazione.

Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi.

In conclusione auspichiamo che:

questa Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà;

sia un appello a ogni coscienza viva che ripudia la violenza aberrante e l’estremismo cieco; appello a chi ama i valori di tolleranza e di fratellanza, promossi e incoraggiati dalle religioni;

sia una testimonianza della grandezza della fede in Dio che unisce i cuori divisi ed eleva l’animo umano;

sia un simbolo dell’abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra tutti coloro che credono che Dio ci abbia creati per conoscerci, per cooperare tra di noi e per vivere come fratelli che si amano.

Questo è ciò che speriamo e cerchiamo di realizzare, al fine di raggiungere una pace universale di cui godano tutti gli uomini in questa vita.

Abu Dhabi, 4 febbraio 2019

Sua Santità Grande Imam di Al-Azhar
Papa Francesco Ahmad Al-Tayyeb

———————
Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/travels/2019/outside/documents/papa-francesco_20190204_documento-fratellanza-umana.html

Beni comuni

Scuola Popolare ex centro soc Is MirrCITTÀ E TERRITORIO » TEMI E PROBLEMI » SPAZIO PUBBLICO
Riuso del patrimonio pubblico in abbandono: serve una strategia nazionale
di MARIO GUERRIERO su eddyburg.

logo-anciANCI chiede di rivedere alcune norme nazionali per favorire pratiche di riuso in grado di generare identità e produzione culturale, coesione ed innovazione sociale. Sarebbe il caso di farlo, ora. Biblius.net, dicembre 2018. (m.b.)

L’Associazione nazionale dei comuni italiani ha inviato al Ministero dei beni e delle attività culturali un documento che delinea una strategia di riuso e recupero di immobili di interesse culturale in elevato stato di degrado. Il testo è stato elaborato dalla commissione cultura dell’Anci e contiene “proposte operative che, se attuate, consentirebbero di attivare sui territori politiche di grande impatto per quanto riguarda il riuso del patrimonio pubblico per la valorizzazione culturale.” Con la medesima missiva il presidente dell’Anci chiede al ministro di “valutare la possibilità di avviare un tavolo tecnico Mibac/Anci che possa elaborare delle proposte condivise e svolgere anche un’azione di monitoraggio e, se del caso, di accompagnamento delle iniziative più significative che si attiveranno sui territori”.

Le proposte Anci
Secondo i Comuni la normativa vigente non garantisce linearità e chiarezza alle procedure amministrative essendo ispirata prevalentemente dal “principio di massima resa economica” del patrimonio pubblico; non aiuta né le Amministrazioni Comunali disponibili a valorizzare il proprio patrimonio culturale, né gli operatori, per lo più no profit, che potrebbero concorrere alla restituzione alla pubblica fruizione di beni non utilizzati.
È necessario dunque rivedere l’attuale impostazione normativa, secondo l’Anci, in modo da dare ai Comuni la possibilità di valorizzare il proprio patrimonio con maggiore efficacia, privilegiando funzioni e soggetti in grado di generare:
- identità
- produzione culturale
- coesione
- innovazione sociale
Obiettivo perseguibile solo attraverso la definizione di regole chiare, che prevedano nuovi modelli concessori, flessibili e semplificati e la promozione di partnership pubblico/private finalizzate a dare maggiore efficacia e slancio ai progetti di valorizzazione culturale.
Pertanto, l’Anci propone una diversa e più efficace normativa che possa:
1. garantire, per i beni del patrimonio pubblico disponibile che da almeno 3 anni sono in stato di abbandono o di grave sottoutilizzazione, le forme più opportune di concessione d’uso a finalità culturali e sociali, ivi compresa quella del comodato, modificando il principio di fruttuosità dei beni pubblici. Per raggiungere questo obiettivo non si può prescindere da un intervento normativo che mitighi il principio di redditività, che nell’attuale formulazione appare non giustificato per questa fattispecie di beni, contemperandolo con il rilievo dei valori identitari e della coesione sociale che sono associati ai processi di recupero e valorizzazione dei beni culturali in disuso o abbandonati
2. consentire che le “forme speciali di Partenariato” previste dal terzo comma dell’art.151 del dlgs n.50/2016 siano estesi agli Enti Locali e a tutti i soggetti pubblici proprietari di beni culturali al fine di permettere, con modalità semplificate e più efficaci, il recupero, il restauro, la ricerca, la manutenzione programmata, la gestione, l’apertura alla pubblica fruizione e la valorizzazione del patrimonio pubblico disponibile per finalità culturali e creative
3. modificare il “Codice del Terzo Settore” (dlgs n.117/2017), consentendo anche la possibilità della concessione in comodato d’uso gratuito o a canone fortemente agevolato di beni culturali, agli enti del Terzo Settore, ivi comprese le imprese sociali, in relazione alla valutazione del valore sociale, culturale, occupazionale, del processo di valorizzazione avviato
4. istituire un fondo pluriennale per il riuso del patrimonio pubblico a fini culturali degli enti locali in condizione di grave sottoutilizzo o in stato di abbandono, con funzioni di sostegno alle finalità su richiamate, di promozione di partenariati speciali pubblico-privati, di concorso negli interventi di recupero e valorizzazione.
Infine, si dovrà attentamente valutare la possibilità di adottare dispositivi di defiscalizzazione per i soggetti gestori di beni restituiti alla pubblica fruizione.

Il documento si può scaricare dal sito biblus.net

Vedi anche: Fare spazio alle attività culturali – una guida per l’azione, il documento elaborato dalla scuola di eddyburg.

Oggi. Dialogo con Gianfranco Sabattini, economista. Realista e insieme “campione dell’impossibile”.

Oggi martedì 5 febbraio 2019 alle ore 17.00 a Cagliari nella sala conferenze della Fondazione di Sardegna in via San Salvatore da Horta 2, si svolgerà l’incontro pubblico denominato “Dialogo con Gianfranco Sabattini”. Una presentazione della recente produzione editoriale del prof. Gianfranco Sabattini: “Europa Perché” (Tema), “La ricerca del benessere” (Tema) e “Lo sviluppo locale della Sardegna” (Cuec).
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Appunti di Franco Meloni.

Gianfranco Sabattini, classe 1935, è professore universitario, formalmente in pensione, in realtà in servizio permanente ed effettivo. Perciò non chiamatelo “ex professore” perché a lui non si addice. Per lui è appropriato il richiamo biblico del “Tu es sacerdos in æternum secundum ordinem Melchisedech”, nel senso di “professor in æternum” secondo non so quale Ordine. Laicamente potremo anche dire che Gianfranco Sabattini fa parte di una virtuale a virtuosa “riserva democratica della Repubblica”, formata da quelle persone che sono sempre disponibili a dare il proprio contributo intellettuale per il bene comune, al “servizio esclusivo della Nazione” nel prolungamento dell’impiego pubblico, che con la pensione passa da prestazione contrattuale a prestazione volontaria e gratuita. Di questo impegno e di questa dedizione che si prolungherà fino a quando vorrà e potrà, il più a lungo possibile, gli siamo tutti grati.
————-
Negli appunti che seguono non ho alcuna pretesa di rappresentare la complessità e il valore delle opere editoriali del professore. Mi dispiace non dare adeguatamente conto della sua ricerca anche per le tematiche di forte investimento innovativo, quali 1) la riforma del welfare soprattutto con l’adozione del vero “reddito di cittadinanza“, che chiama anche “dividendo sociale” o “reddito di base”; 2) i beni comuni, con una ridefinizione dei concetti di proprietà pubblica e privata, in relazione al perseguimento del bene comune… Mi limito a richiamare, anche per semplice elencazione, alcuni “spunti” tratti dalla lettura di suoi molti scritti, libri, saggi, articoli (di questi ultimi, molti pubblicati nelle News online Aladinpensiero, Democraziaoggi e il manifesto sardo, con le quali collabora da alcuni anni “in pianta stabile”), in particolare del volume “Lo sviluppo locale della Sardegna” (Cuec Editrice), che sarà occasione e pretesto della mia interlocuzione con il professore nell’ambito dell’incontro odierno.
Parto proprio dalla considerazione finale dell’introduzione a detto libro fatta dal professor Pietro Maurandi, nella quale viene riconosciuto un grande merito a Gianfranco Sabattini: quello di far prevalere, gramscianamente, l’ottimismo della volontà sul pessimismo della ragione in relazione all’attuale situazione della Sardegna. Tanto da convincere lo stesso Maurandi e, speriamo, molti altri. Ma, a quali condizioni la Sardegna può uscire dal permanente stato di crisi che l’attanaglia per avviare un processo di sviluppo? Proprio a quelle formulate da Sabattini, che più avanti in estrema sintesi riassumo.
Scrive Pietro Maurandi:
“(…) la mobilitazione di forze endogene è in effetti l’unica possibilità che si offre alla Sardegna. Sabattini sostiene che la chiave di volta, il punto di partenza è la riforma federalista dello Stato, con tutto ciò che consegue, anche nelle articolazioni interne della Regione. Io sono d’accordo, ma sono pessimista per due ragioni:
1. La riforma federalista dello Stato non ci sarà (…)
2. La classe dirigente sarda, segnatamente la classe politica, non ha mostrato di essere all’altezza, né per volontà di porre il problema, né per capacità di affrontarlo (…).
Di fronte [alla situazione della classe politica regionale] diventa impossibile non essere pessimista; devo dire però che, nel libro curato da Sabattini, quando vengono analizzate le condizioni per realizzare la mobilitazione delle forze endogene, si manifesta un ottimismo implicito, che nasce, non da un atteggiamento di maniera o fideistico, ma da un lavoro di analisi e di indagine approfondita nei suoi diversi aspetti. Questo mi fa pensare e sperare che il mio pessimismo sia ingiustificato. Ben venga allora questo libro, con l’ampiezza del quadro presentato e con la vastità delle prospettive adottate, a guidarci attraverso un’analisi critica dei limiti delle politiche meridionalistiche, e di quelle attuate per la Sardegna, e a prospettarci, con la cultura e gli strumenti propri dello sviluppo locale, possibili via d’uscita dalle attuali condizioni”
.

Ecco allora, almeno per titoli, le quattro condizioni formulate da Sabattini:
I) Evitare la “sindrome del fallimento” o il “complesso del fallimento” [in questo passaggio, anche se Sabattini non dovesse ammetterlo, trovo un’assonanza con l’esortazione di Papa Francesco ai giovani: “Non lasciatevi rubare la Speranza!”].
II) Avviare e praticare un processo di profonda trasformazione della struttura organizzativa del contesto regionale, che abbia come esito finale 1) il momento identitario (costituente), 2) la riscrittura del piano di sviluppo sociale ed economico, 3) la riscrittura dello Statuto.
III) Realizzare una piena ed estesa società civile regionale integrata
IV) Creare strutture di governo regionali capaci di assumere un obiettivo di medio-lungo periodo
. Ciò varrà ad aumentare la fiducia dei cittadini regionali…
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Alcuni spunti di correlate questioni
. Come uscire dall’attuale stato di confusione istituzionale, per un “ritorno al territorio”?
. Come procedere a un adeguato riordino delle autonomie locali sulla base dei concetti che seguono?
– sussidiarietà e solidarietà;
– bio-area;
– spessore istituzionale;
– governance dal basso dello sviluppo di ogni singola area;
– città diramata.

Su tutte queste questioni Gianfranco Sabattini fa ragionamenti e proposte di grande spessore culturale. Si tratta di Utopia o di “impresa possibile” portata avanti da un “campione dell’impossibile”? Ce ne faremo un’idea più precisa nell’incontro di questo pomeriggio, a cui siete tutti invitati caldamente a partecipare.

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g-sabattini-5-ott-17Gianfranco SABATTINI
Comacchio, 01/06/1935
Gianfranco Sabattini è stato titolare della cattedra di Politica economica presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Cagliari. È autore di numerose pubblicazioni su temi di carattere generale e sui problemi della crescita e dello sviluppo del Mezzogiorno e della Sardegna.
Tra quelle di carattere generale: Saggi di politica economica (FrancoAngeli, 1987); Il ruolo della “mano visibile” dello Stato (FrancoAngeli, 1999); Globalizzazione e governo delle relazioni tra i popoli (FrancoAngeli, 2003); Riforma del welfare State e problema distributivo nell’economia di mercato (FrancoAngeli, 2007); Welfare State. Nascita, evoluzione e crisi. Le prospettive di riforma (FrancoAngeli, 2009); Elogio della sostenibilità dello sviluppo. Critica della teoria della decrescita di Serge Latouche (Tema, 2016); La ricerca del benessere. Riflessioni sulle prospettive dell’economia globale e locale (Tema, 2018). Tra le pubblicazioni sui problemi della crescita e dello sviluppo del Mezzogiorno: Le regioni, lo Stato e la nazione (Mondoperaio, 2010, n. 2); Il Mezzogiorno nella storia d’Italia (Il Risparmio, 2010, n. 2); I limiti delle politiche meridionalistiche. Il caso Sardegna (Tema, 2015). Tra le pubblicazioni sui problemi della crescita e dello sviluppo della Sardegna: Quale autonomia istituzionale per rimuovere la dipendenza politica ed economica della Sardegna? (FrancoAngeli, 2006); Sardegna anno zero. Quale futuro istituzionale ed economico? (Economia e Società Regionale, 2005, n. 1); Capitale, sociale, crescita e sviluppo della Sardegna (FrancoAngeli, 2006).
Nel 2017 ha curato, per conto dell’Istituto Gramsci della Sardegna, il volume collettaneo Le città e i territori (Tema, 2017); nel 2018-2019 ha curato, per conto dello stesso Istituto e con il contributo della Fondazione di Sardegna, i volumi collettanei La città metropolitana di Cagliari (Aipsa Edizioni, 2018), Lo sviluppo locale della Sardegna (Cuec, 2018), “Europa Perché” (Tema, 2019), “La ricerca del benessere” (Tema, 2019).

“REDDITO di CITTADINANZA”: una buona notizia, ma…

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Reddito di Cittadinanza: a rischio inferno burocratico.
di Roberta Carlini, su Rocca.

C’è una parola che ricorre spesso, anzi quasi sempre, quando si parla della nuova misura introdotta dal governo italiano contro la povertà: divano. Ricorre sia negli attacchi dei detrattori – che parlano del rischio di dare soldi a persone che magari poi restano sprofondate sul divano invece di andare a lavorare – che nella difesa dei sostenitori – che garantiscono controlli e punizioni contro chi resta seduto sul divano invece di accettare i lavori proposti. È una deriva del linguaggio pubblico offensiva, fortemente stigmatizzante verso i poveri (ricalcando l’antichissima idea diffusa dalle poor law ottocentesche in poi che il povero, per un motivo o per l’altro, sia colpevole della sua povertà), arretrata rispetto alla realtà di un’economia nella quale c’è allo stesso tempo poco lavoro, e molti lavori pagati pochissimo, al di sotto della soglia della povertà. E, presi da questo dibattito falso ma allo stesso tempo disvelatore della cultura politica predominante, rischiamo di non accorgerci degli effettivi pericoli presenti nella attuazione della misura più consistente, dal punto di vista numerico, della manovra economica per il 2019.

il cosiddetto reddito di cittadinanza
Cominciamo dal governo, o meglio dalla sua parte che si è attribuita la titolarità della nuova misura, nell’inedita lottizzazione non delle poltrone o degli incarichi ma, per la prima volta, dello stesso bilan- cio pubblico: con i Cinque Stelle che hanno «vinto» 7,1 miliardi per la loro misura-bandiera, laddove la Lega ne ha portati a casa 4 per le misure per anticipare le pensioni («quota 100»). Va detto che questo stile politico è di per sé censurabile, dato che si tratta della manovra di tutti e dei soldi di tutti, e che per capire i reali vantaggi e i reali sacrifici legati alle due misure bisogna considerare anche come sono finanziate, ossia con nuovo deficit e nuove tasse attuali e (soprattutto) futuri.
Ma teniamo per un attimo da parte questo discorso, per valutare in sé l’innovazione maggiore della manovra, ossia la nuova carta acquisti per i poveri. È preferibile chiamarla così, e non «reddito di cittadinanza» (o tanto meno «reddito»), visto che non è una somma di denaro da gestire come si vuole, ma una carta con cui fare la spesa in posti e tempi definiti, e – si immagina, a stare agli esempi che l’hanno preceduta – non valida per tutti gli acquisti ma solo per quelli legati a un dignitoso sostentamento; e, soprattutto, non è «di cittadinanza», poiché non è universale ma legato ad alcune condizioni, una delle quali, ossia l’essere residenti in Italia da almeno dieci anni, è fatta apposta per escludere una massa di poveri di origine straniera.

la nuova carta acquisti per i poveri
Con tutti questi limiti, la nuova misura per i poveri poteva essere una buona notizia. Fino a pochi anni fa l’Italia non aveva uno strumento generale per aiutare i poveri, mentre questi crescevano sempre di più in seguito alla crisi economica e al cambiamento del mercato del lavoro. Poi è stato introdotto il Rei, reddito di inclusione attiva (anche questo corrisposto con una carta acquisti), con finanziamenti però troppo bassi per raggiungere la platea delle persone in povertà assoluta in Italia – che sono circa 5 milioni. La nuova carta acquisti gode di finanziamenti più elevati e dunque aumenta sia il numero delle persone raggiunte che l’importo della spesa mensile disponibile. Un po’ presto per dire, alla Di Maio, che «abbiamo abolito la povertà», ma comunque un passo avanti rispetto alla ristrettezza delle casse del Rei. Però allo stesso tempo si complica e si potenzia l’apparato burocratico di controllo e verifica delle condizioni per accedere alla carta, e per mantenerne la titolarità. In particolare, è posta un’enfasi enorme sulla disponibilità a lavorare, e dunque ad accettare le offerte di lavoro che gli uffici dei centri per l’impiego faranno pervenire agli assistiti. Pare una cosa ovvia, ma potrebbe rivelarsi un inferno burocratico: prima di tutto, come molti hanno sottolineato, per i Centri per l’impiego passa una infinitesima parte delle offerte di lavoro in Italia. Le imprese che hanno bisogno di assumere non vanno nei Centri, ma battono altre strade, la prima delle quali è sempre quella della conoscenza e relazioni personali.
Questo non sarebbe un buon motivo per fermarsi, anzi potrebbe dare la spinta a introdurre per la prima volta in Italia un sistema efficiente di collocamento pubblico del lavoro. Ma per farlo servono soldi, tempo e persone qualificate: difficile che tutto ciò possa essere trovato nelle poche settimane che separano dalla deadline (scadenza non prorogabile) per l’avvio del «reddito», ossia maggio 2019 – data che non ha una motivazione economica o sociale ma puramente politica, le elezioni europee nelle quali si misureranno i nuovi pesi dei partiti di governo.

i Centri per l’impiego
Tutto ciò non deve però far cadere in una illusione, che pare affacciarsi in molti commenti: che basterebbe avere dei Centri per l’impiego funzionanti e attivi, come nei Paesi europei più avanzati, per trovare il lavoro alle persone. Anche se in Italia c’è una difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro – capita a imprese del Veneto di non trovare operai specializzati, per esempio –, la ragione principale della disoccupazione è nella scarsità di offerta di lavoro complessiva da parte delle imprese e del settore pubblico, dovuta a sua volta alle condizioni economiche e a una crisi del sistema produttivo e delle finanze pubbliche che viene da lontano, per non parlare dello squilibrio territoriale. Basterebbe portare in provincia di Caltanissetta un Centro per l’impiego di Gotenbog (i soliti svedesi sono sempre i più bravi) per trovare lavoro ai giovani nisseni? Tanto più che questo Centro sarebbe gravato anche, con la nuova legge, di un compito in più: controllare che chi è nel programma del «reddito» non faccia il furbo, verificare quali lavori è tenuto ad accettare, a quanti chilometri di distanza, se le motivazioni per cui rifiuta sono accettabili oppure no, e allora se revocare il sostegno… Un apparato amministrativo che richiederebbe una burocrazia di un’efficienza superiore alla media, non solo italiana ma anche europea.

di fatto un programma per l’occupazione
Questi problemi c’erano in parte anche con il Rei, e si pongono ogni qual volta si introduce una misura che ha delle condizioni: l’amministrazione deve verificare le condizioni stesse. Ma, data la scarsità delle risorse e la particolare inefficienza dell’amministrazione italiana, soprattutto in questo campo, sarebbe stato meglio alleggerire le condizioni, introdurre solo quelle verificabili, concentrarsi sull’obiettivo: sostenere i poveri, quelli veri, e vigilare contro il sommerso in cui potrebbero rifugiarsi molti titolari del sostegno. Invece si è voluto trasformare il nuovo «reddito» in un programma per l’occupazione. In tutta la retorica – perché tale resterà – della spinta al lavoro, dei controlli e delle punizioni, poi, il Movimento Cinque Stelle si è buttato con una verve tutta sua, esaltando quella parte della sua storia e cultura che ha una radice (giustamente) legalitaria e una deriva (fortemente) poliziesca.

opposizione in difficoltà
Ma anche l’opposizione è in difficoltà, sull’argomento. Essendo nella stessa filosofia del Rei, introdotto dai governi di centrosinistra, è un po’ strano adesso sparare addosso al «reddito di cittadinanza». È apparso contraddittorio anche il principale argomento della propaganda del Pd, spes- so ripetuto in tv e sui social: ci sono due persone, che vivono sullo stesso pianerottolo, una lavora part time come cassiera e guadagna 600 euro al mese, l’altra non lavora e ne prende 780 dallo Stato. Come se lo scandalo fosse nella seconda parte del- la frase, e non nella prima: un lavoro pagato 600 euro al mese.
Per motivi pratici la difficoltà di far funzionare i centri per l’impiego – e ideali – la necessità di affrontare il problema della disoccupazione dal lato giusto, quello del- la domanda e creazione di lavoro – sarebbe meglio distinguere tra gli obiettivi, e associare a ogni obiettivo il suo strumen- to. Assistenza per combattere la povertà, politica economica e industriale per combattere la disoccupazione, la sottoccupa- zione, i bassi salari. Nel calderone del «reddito di cittadinanza» (che tale non è) rischia di bruciare qualche buona idea e la residua credibilità della politica nell’af- frontare i drammi dell’economia. Una pro- spettiva preoccupante, soprattutto dopo gli ultimi dati che fanno prevedere una nuo- va recessione in vista per l’Italia, sia per il peggiorare delle condizioni internazionali che per l’assoluta mancanza di politiche nazionali in grado di rimettere il Paese su un cammino di crescita.
Roberta Carlini

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ROCCA 15 FEBBRAIO 2019
REDDITO DI CITTADINANZA
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Elezioni

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Non facciamo vincere “i gatti”

di Raffaele Deidda

Il prossimo 24 febbraio si voterà in Sardegna per il rinnovo del Consiglio regionale, il sedicesimo della storia autonomistica dell’isola. I candidati presidenti sono 7 con quasi 1.400 candidati consiglieri regionali distribuiti in 24 liste. Tutti auspicano che non vi sia una fuga dalle urne come quella registrata in occasione delle recenti elezioni suppletive, che hanno visto votare solo 39.101 elettori, il 15,54% degli aventi diritto. Eppure è importante votare, è importante essere consapevoli della propria scelta consultando i programmi elettorali e ascoltando le dichiarazioni dei candidati, è importante misurare le proprie idee con quelle degli altri per valutare cosa sia più utile e giusto per la Sardegna. E’ soprattutto importante impedire che si faccia la fine dei topi governati dai gatti, come la metafora di Mouseland, che amo spesso richiamare, insegna.

Per chi non la conosce, fu Thomas Clement Douglas, il leader del primo governo socialista nell’America del Nord a raccontarla. A Mouseland vivevano i topi che eleggevano un parlamento e un governo, formati da grandi gatti neri. I gatti sembravano fare ottime leggi. Per i gatti, ma non per i topi. Una di queste stabiliva che l’ingresso della tana dei topi doveva essere abbastanza grande da permettere ai gatti di infilarci la zampa. Quando i topi si stancarono dei gatti neri elessero i gatti bianchi che li avevano convinti, in campagna elettorale, che a Mouseland era necessaria una visione più ampia con le realizzazione di nuove tane con ingressi quadrati. Le fecero grandi il doppio, in modo che i gatti potessero infilarvi due zampe! La vita divenne più dura per i topi che alle successive elezioni votarono contro i gatti bianchi ed elessero nuovamente quelli neri. Per poi tornare ai bianchi e di nuovo ai neri.

Sempre più delusi arrivarono ad eleggere anche gatti metà bianchi e metà neri, chiamandoli “coalizione“. Si ritrovarono con un governo di gatti bianchi con macchie nere che facevano il verso dei topi, ma mangiavano come i gatti. I topi capirono che il problema erano i gatti stessi: facevano il loro interesse. Un giorno un topo disse “Perché continuiamo ad eleggere un governo di gatti e non eleggiamo invece un governo composto da topi?”. Considerato un pericoloso bolscevico, fu arrestato. Douglas concluse il racconto – metafora dicendo: “Quello che voglio ricordarvi è che si può arrestare un topo o un uomo, ma non si può mai arrestare un’idea!”.
Quella di Mouseland è una lezione etico-metaforica di politica, di quella che coinvolge uomini, idee e partiti. Negli ultimi decenni in Italia la politica ha subito trasformazioni imprevedibili: destra, centro e sinistra hanno assunto significati relativi e la forza dei numeri prevale sui principi ideali e ideologici. Per dirla con Douglas, ci sono gatti di sinistra e topi che simpatizzano con la destra. Altri gatti, già vicini alla destra, al centro e alla sinistra, si propongono come forza altra con la missione di fare gli interessi dei topi bistrattati. E’ un processo a cui è difficile assegnare un significato positivo di evoluzione.
In Sardegna il trasformismo è diventato talmente fisiologico da far pensare che molti politici siano discendenti diretti di Agostino De Petris, politico incidentalmente originario del Regno di Sardegna. In altri paese europei, dove pure il fenomeno del trasformismo esiste anche se non con la stessa rilevanza, chi cambia bandiera quasi sempre deve cambiare anche mestiere perché gli elettori non perdonano. Da noi invece basta dare uno sguardo alle liste dei candidati alle elezioni regionali per rilevare quanto sia massiccia la presenza di “ex” passati indenni attraverso molte consultazioni elettorali.
Se è vero, come affermava James Russell Lowell, che solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione, é altrettanto vero che cambiarla in funzione di una candidatura più o meno blindata che attribuisce la patente di nominato più che di eletto, sa molto di opportunismo oltre che di trasformismo.
La Sardegna non ha bisogno di politici trasformisti eterodiretti ma di uomini e donne che sappiano far prevalere gli interessi dell’isola sulle visioni particolaristiche. Che si impongano la missione di contrastare con tutte le energie possibili il dramma della disoccupazione e dello spopolamento delle zone interne, che operino in direzione della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, che favoriscano la crescita quantitativa e qualitativa dell’istruzione, che non siano razzisti e xenofobi. Che siano soprattutto sardi nell’anima, oltre che italiani ed europei.
Sapranno individuare gli elettori della Sardegna all’interno dell’offerta elettorale in campo i soggetti più determinati ad amministrare la Regione nell’esclusivo interesse dei sardi? Sapranno smascherare col voto i “gatti” il cui unico interesse è infilare le unghie nei beni collettivi? Se no, arriveranno altri lunghi anni vissuti da topi remissivi.