Editoriale

CONTRO LA PRECARIETÀ. UNA POLITICA GLOBALE DEL LAVORO

quarto_statoUN’INTERVISTA DI GRANDE ATTUALITA’ AL GRANDE SOCIOLOGO LUCIANO GALLINO, SCOMPARSO DELL’OTTOBRE DEL 2015.584ae0e494601572598f4b5e9bbcb419
Sul sito www.benecomune.net, a cura di Fabio Cucculelli – 11/11/2015, viene ripubblicata un’intervista a Luciano Gallino, scomparso l’8 novembre 2015, apparsa su Formazione & Lavoro nel 2008. Nella circostanza vogliamo anche noi ricordare così uno dei più grandi sociologi italiani a cui spesso abbiamo fatto riferimento.

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1) Nel suo libro Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità lei afferma che ad un periodo di de-mercificazione del lavoro è seguito, e prosegue tuttora, un periodo di accentuata ri-mercificazione del medesimo. Ma tra la concezione del lavoro come merce e quella che ad essa si oppone ci sono delle differenze sostanziali. Ce le può illustrare? Come mai oggi sembra prevalere una concezione del lavoro come merce e non come dimensione integrante della vita?

9788842083221Concepire il lavoro come una merce significa concepirlo come una attività separata dalla persona come avviene con qualunque oggetto. Se ci si avvicina invece all’altra concezione il lavoro è da considerare come una parte intima e connaturata alla persona, tale da non potere essere separata da questa. Nel primo caso quindi la forza lavoro viene concepita come una qualsiasi altro oggetto; nel secondo invece il lavoro è elemento integrale ed integrante della persona che lo presta, della sua identità, del senso di autostima, della sua vita familiare, della sua presenza nella comunità locale. Questo processo di mercificazione interessa anche la terra, cioè la natura e non solo il denaro o il lavoro. Si è venuta affermando a partire dagli anni ’30 una concezione del mercato, presente già nell’800, secondo cui la società deve servire al mercato e non viceversa, come sarebbe ragionevole.

Questa concezione che potremmo chiamare del “tutto mercato” ha avuto la meglio sia nelle imprese che nella politica di molti governi, così come nell’ambito delle teorie economiche. Si tratta di una idea che sta producendo disastri in molti ambiti della vita sociale. In particolare vorrei richiamare la crisi finanziaria e soprattutto quella alimentare che dilaga rapida come una pandemia all’aumentare del costo del cibo. In questi ultimi dodici mesi agli 850-900 milioni di affamati già presenti nel mondo, se ne sono aggiunti altri 100 milioni. E secondo le previsioni del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo per ogni punto percentuale in più sul costo del cibo, il numero degli affamati nel mondo salirà di 16 milioni. Di fronte a questa crisi, come ho osservato in un mio articolo apparso di recente su “La Repubblica”, i Paesi occidentali hanno la grossa responsabilità di aver distrutto, con le loro politiche agricole e i sussidi ai propri coltivatori, i sistemi agricoli regionali dei Paesi emergenti.

2) Come ben sa, le Acli qualche anno fa proposero alle forze sociali, politiche e sindacali un Manifesto sulla flessibilità sostenibile per aprire un dibattito nel Paese sulla possibilità di minimizzare i costi della flessibilità, di evitare cioè che diventi precarietà a vita cogliendo le opportunità da essa aperte. Oggi è ancora possibile perseguire questa strada?

Innanzitutto è necessario distinguere tra flessibilità dell’occupazione e flessibilità della prestazione. La prima consiste nella possibilità, da parte dell’impresa, di far variare la quantità di forza lavoro utilizzata, ossia il numero di lavoratori a cui si paga in un dato momento un salario. Questo tipo di flessibilità si traduce prevalentemente in una variegata tipologia di contratti lavorativi, detti atipici, per distinguerli da quelli normali o tipici che hanno una durata indeterminata. In questa accezione di flessibilità rientrano dunque i contratti a temine, quelli a progetto, le collaborazioni coordinate, i contratti di lavoro in affitto, che possono variare dai due mesi fino a due-tre anni. Si tratta spesso di lavori che sono autonomi nella forma ma che poi di fatto sono dei veri e propri lavori alle dipendenze con una data di scadenza.

Il secondo tipo di flessibilità, quella della prestazione, si riferisce alla modulazione da parte delle imprese delle attività e dei tempi di lavoro. In questa accezione di flessibilità rientrano i lavori a turni, quelli distribuiti su 4-5 giorni, i lavori a chiamata. Le persone coinvolte in queste forme di flessibilità sono parecchi milioni e si tratta sia di lavoratori a tempo pieno che di atipici. Bisogna notare inoltre che la flessibilità della prestazione si cumula sovente con quella dell’occupazione e che tra queste due forme di flessibilità vi siano rapporti di scambio. Se si accetta la prima si rischia maggiormente di cadere sotto la seconda.

Entrambe queste due accezioni di flessibilità, ma soprattutto la prima, non sono sostenibili. Quella dell’occupazione non è sostenibile sia per il numero di persone coinvolte (oltre 5 milioni) sia per le condizioni di lavoro, che costringono molte persone a orari eccessivi, sia perché spesso riguarda l’economia sommersa, dominata dalla totale mancanza di sicurezza. La flessibilità della prestazione non è sostenibile, nel nostro paese, prima di tutto perché in genere viene imposta, compromettendo così la vita familiare e la vita di relazione in genere. Andrebbe sostituita con forme avanzate di flexitime, nelle quali le persone scelgono liberamente, secondo le loro esigenze, in quali ore del giorno, e in quali giorni, entrare o uscire dall’azienda, sulla base di un contratto a tempo indeterminato. In alcuni paesi scandinavi il flexitime ha dato risultati positivi per ambedue le parti.

Invece per molte persone il lavoro precario vuol dire 10-15 anni di contratti a termine che non diventano mai un’occupazione stabile. Gli effetti di questa precarietà sono evidenti. Comportano costi elevati per le famiglie, le comunità e le stesse imprese. Alcuni uomini politici e opinion leaders dipingono il mercato italiano come il più flessibile d’Europa tralasciando di notare che abbiamo i salari più bassi d’Europa e la più bassa produttività del continente. Credo che, con tutta evidenza, ci sia una correlazione tra questi tre fattori. Come diceva un grande imprenditore italiano come Adriano Olivetti, la produttività è legata anche alla capacità di investire nella formazione, alla professionalità presente in azienda. Chi, imprenditore o lavoratore che sia, ha un orizzonte di breve raggio non ha interesse né a formare né a formarsi.

3) Affrontare le cause della flessibilità piuttosto che curare gli effetti richiede, a suo avviso, un’azione decisa, quella che lei chiama “una politica del lavoro globale”. Quali misure il governo italiano e l’Unione europea possono adottare per rendere il lavoro più stabile, decente e dignitoso?

La richiesta di lavoro flessibile da parte delle imprese, che significa in buona sostanza maggior facilità di assumere e di licenziare, è un fenomeno globale che non esclude nessun Paese. Le grandi imprese occidentali oggi producono all’estero perché trovano costi del lavoro molto più bassi, vincoli ambientali minori o inesistenti e assenza di attività sindacale. I singoli governi non possono limitarsi a curare gli effetti della flessibilità adottando misure che la rendano sostenibile attraverso l’offerta di maggiore sicurezza sociale (flessicurezza). E’ necessaria un’azione decisa che contrasti la flessibilità intervenendo sulle sue cause. Si tratta di un impegno di lungo periodo, di un compito storico a cui tutti i Paesi occidentali sono chiamati. Siamo di fronte ad una vera e propria sfida da cui dipenderà il futuro di molti lavoratori: quella relativa a come avverrà il pareggiamento, a lungo termine inevitabile, tra i redditi e i diritti delle forze di lavoro oggi più agiate e quelli delle forze di lavoro più povere del mondo. Ad oggi i segnali che abbiamo sono indirizzati ad un pareggiamento spostato verso il basso piuttosto che verso l’alto. Nell’ultimo quarto di secolo abbiamo infatti assistito ad una pressione volta ad abbassare i salari e le condizioni di lavoro, che certo non si può ricondurre al declino americano o a mercati del lavoro troppo ingolfati da lato dell’offerta, quanto piuttosto ad una strategia concertata del capitale, dei governi e della destra politica volta a tagliare i guadagni ottenuti dal movimento dei lavoratori a metà del XX secolo.

La sfida a cui facevo riferimento prima può essere vinta solo attraverso l’adozione di una politica del lavoro globale che da un lato riconosca maggiori diritti ai lavoratori del Sud del mondo, e dall’altro imponga regole ed accordi sindacali che migliorino le condizioni di questi lavoratori. La strada della contrattazione territoriale a livello globale non è un utopia ma una via già sperimentata. L’OIL ha reso noti diversi contratti e accordi che hanno permesso di modificare la situazione lavorativa di parecchi milioni di lavoratori. Per quanto riguarda l’Europa, si potrebbero mettere in campo strategie finanziarie innovative tese a promuovere forme di investimento socialmente responsabili, tese cioè a risolvere il conflitto intorno alle condizioni di lavoro determinatosi tra i lavoratori dei paesi sviluppati e quelli dei Paesi più poveri. Anche accordi bilaterali estesi all’insieme di settori produttivi potrebbe giovare. Purtroppo dobbiamo constatare come oggi la Commissione europea sia integralmente neoliberista e quindi poco sensibile a politiche di questo tipo. Venendo al contesto italiano, ritengo che occorra sfuggire dalla trappola dell’adattamento alla globalizzazione e pensare invece a normative e leggi in grado di recepire i principi ispiratori della nostra carta costituzionale.

4) Nel suo libro, citato precedentemente, lei afferma che “i lavori flessibili sono visti con favore dalle imprese anche perché contribuiscono alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative”. Quali sono le implicazioni sociali e sindacali di questo processo?

La rappresentanza sindacale è stata resa molto più problematica dalla frammentazione presente oggi nel mercato del lavoro, quale conseguenza diretta della frammentazione produttiva. Molte componenti di prodotti e servizi provengono da Paesi diversi e lontani, per cui per il sindacato diventa difficile svolgere un’azione di tutela adeguata. Anche se è possibile parlare di rappresentanza di filiera produttiva, tuttavia a fronte della frammentazione intercontinentale del processo produttivo la tutela diventa un questione molto complessa e non facile da realizzare. La legislazione ha fatto la sua parte spingendo verso una accentuata individualizzazione dei contratti di lavoro. Questo apre grosse incognite sull’azione sindacale e sulla sua possibilità presente e futura di promuovere le condizioni di lavoro e tutelare i lavoratori

5) A suo avviso i lavori flessibili sono una forma di erosione di una serie di diritti e di legislazioni sul lavoro che dal 1945 ad oggi hanno tutelato i lavoratori. Quali sono state le tappe di questa erosione? La legge Biagi rappresenta il risultato estremo di questo processo?

La legge 30, come andrebbe chiamata, rappresenta semplicemente una ulteriore tappa di un lungo percorso iniziato negli anni ’80 e che ha avuto uno snodo importante nel protocollo del luglio ’93 e nella legge del 97 (pacchetto Treu), per poi proseguire con le leggi del 2001 e del 2002 sull’orario e il lavoro a termine, introdotte, si è detto, per adeguarsi alle direttive europee, fino ad arrivare al 2003, anno a cui risale la legge 30 e il suo decreto attuativo. Se leggiamo quest’ultimo (composto da oltre 80 articoli) si vede che si tratta di un prolungamento di tutto un corso di leggi che si sono susseguite nel corso di 15-20 anni. La legge 30 è una legge minuscola. Per cui la questione non è se modificarla o meno ma piuttosto come superarla. A mio avviso andrebbe superata da una legge alta che guardi anche alla situazione internazionale e all’Europa. Serve una nuova legge complessiva sul lavoro che riveda l’intera materia e che si richiami ai principi fondamentali della Costituzione, a quell’immagine di persona il cui maggiore scopo è il suo pieno sviluppo umano e che vede la società impegnata a rimuovere gli ostacoli al conseguimento di questo fine (art. 3).

Gran parte della legislazione italiana sul lavoro degli ultimi decenni ha invece, in buona sostanza, ignorato se non violato alcuni articoli fondamentali della nostra Costituzione relativi al lavoro; basti pensare all’articolo 36 e agli articoli 41 e 46. La nuova legge dovrebbe essere fondata in modo chiaro sul recupero dell’assunto che il lavoro non è una merce, ma una dimensione che coinvolge intrinsecamente la persona che lo presta. Un altro cardine della legge dovrebbe consistere nel ristabilire il principio per cui il contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato e a tempo pieno è il tipo di contratto in assoluto predominate e non una possibilità tra tante, come traspare ad esempio dalla legge 30. Altre forme di contratto utili alle aziende e ai lavoratori, come in certi casi il tempo parziale, dovrebbero essere considerate come deroghe a fronte di specifiche necessità.

6) Quale ruolo può giocare la formazione scolastica, universitaria e professionale per evitare che molti lavoratori cadano nella trappola della flessibilità a vita? Quali misure è necessario adottare per rendere i nostri lavoratori più “competitivi” in termini di conoscenza e competenze professionali?

Esiste un ritardo strutturale del nostro Paese che non si recupera certo con leggi che spesso hanno un orizzonte limitato ad uno-due anni. La nostra forza lavoro ha una percentuale elevata di persone con un livello di istruzione medio-basso rispetto a quella della Germania e della Francia. Solo il 40% della forza lavoro compresa tra i 15-16 anni e i 39 anni, arriva alla media inferiore. Il Paese ha bisogno di un grande piano per portare la scolarizzazione, dai 15 ai 18 anni, a riguardare tutti quelli che entrano nei circuiti della formazione tecnica e professionale. Per quanto riguarda la formazione professionale credo che le aziende debbano farne di più. Oggi la formazione realizzata nelle imprese si misura in poche ore per pochi lavoratori dipendenti; si fanno mediamente sei-otto ore di formazione all’anno che riguardano il 20% dei lavoratori. Siamo a livelli assolutamente trascurabili. Le imprese italiane devono assumersi le loro responsabilità e non scaricare le colpe sul mondo della scuola. La Confindustria quando parla di competitività dovrebbe dare l’esempio e stanziare qualche centinaia di milioni di euro per la formazione in azienda, al fine di recuperare in termini di competitività e non perdere le professionalità presenti nelle nostre imprese. In Italia quando si parla di competitività si finisce solo con l’affermare che è necessario lavorare di più. La proposta del governo di detassare gli straordinari si muove in questa logica miope e limitata a chi già lavora. Una logica che non aiuta certo i giovani ad entrare nel mercato del lavoro.

7) Lei osserva come “la correlazione tra innalzamento della flessibilità del lavoro e tasso netto e stabile di creazione di nuovi posti di lavoro, o di riduzione della disoccupazione, spesso richiamata da esponenti politici, accademici e media”, non trovi alcun riscontro. Per uscire da questa narrazione neo-liberista quali strade è possibile percorrere? Quali forme e modalità di lavoro e quali nuove occupazioni possono consentire al nostro Paese di uscire dalla situazione attuale?

Tra il 2001 e il 2006 sono stati apparentemente creati, secondo le rilevazioni campionarie dell’Istat, 1 milione di nuovi occupati. Ma questo milione di occupati in più è derivato in gran parte dalla loro emersione dall’economia sommersa, ossia dalla trasformazione dell’80% di questi lavoratori da irregolari a regolari. Le precedenti rilevazioni trimestrali dell’Istat non li registravano perché, essendo per lo più immigrati, non erano ancora iscritti alle anagrafi comunali.
In due-tre anni quindi un cospicuo numero di lavoratori immigrati è stato iscritto nelle anagrafi e quindi ricompreso nella rilevazioni trimestrali. Inoltre è aumentato il numero di lavori a termine e delle donne tra i 16 e i 18 anni impiegate a part-time, che quindi sono stati registrati dall’Istat. Da questi dati emerge chiaramente come l’aumento degli occupati dichiarati avvenuto in Italia non sia stato il risultato di un aumento delle forme di lavoro flessibile, quanto piuttosto della regolarizzazione di lavoratori immigrati e dell’aumento dei tempi parziali.

Venendo alla questione della creazione di nuove occupazioni credo sia necessario fare un ragionamento complessivo che chiama in causa il ruolo delle imprese e del sistema economico-produttivo italiano. Come dicevo le aziende dovrebbero investire maggiormente in formazione modificando radicalmente l’attuale orientamento di indifferenza al problema. Si dovrebbero realizzare, per dire, almeno 8 ore di formazione al mese per l’80% dei lavoratori, coinvolgendo anche gli atipici. La Confindustria dovrebbe farsi promotrice di questa grande azione, di questo grande investimento formativo necessario per rendere le nostre imprese più competitive.

Il nostro Paese ha urgente bisogno di una seria politica industriale. I tedeschi oggi sono diventati i primi esportatori al mondo di macchine laser, di software e hardware per le automobili. E i francesi vanno molto meglio di noi. Stesso discorso si può far per la Svezia e la Norvegia. Il rilancio di una seria politica industriale italiana, che dovrebbe inserirsi in una politica industriale europea, deve proporre un’idea chiara di ciò che si può produrre, individuando un indirizzo chiaro e autonomo. L’Italia è ferma agli anni 70; da allora in poi è mancata una politica industriale degna di tale nome. Il caso Alitalia, o quello delle Ferrovie, ma ce ne sono molti altri, mostrano come la mancanza di una politica industriale stia costando moltissimo al Paese.

8) Il lavoro flessibile in Italia ed in Europa è una questione che riguarda soprattutto le donne, spesso quelle più giovani. Cosa si può fare per rendere i loro percorsi lavorativi più stabili? Come favorire l’ingresso e il permanere delle donne italiane nel mercato del lavoro?

Siamo di fronte a schemi culturali e politici complessi, difficili da superare. Non è una questione di quote. Certi oneri dovrebbero essere accettati dalle imprese. Invece siamo nella situazione in cui le aziende pagano di meno le donne perché ogni tanto si permettono di andare in maternità. Invece di considerare questa fase della vita come una ricchezza per tutta la società, viene considerata una situazione di inabilità. I responsabili delle risorse umane delle nostre imprese considerano ancora la maternità in questo modo e quindi marginalizzano le donne.
Se guardiamo alla politica il discorso è analogo. In Italia ci sono forse due rettori universitari donna su 77; 4 ministri al femminile su 26; solo un 8% se non meno di donne elette nel Parlamento. Se ci confortiamo con altri Paesi europei ci accorgiamo come in Italia ci sia una fortissima disuguaglianza in termini di acceso al mondo del lavoro, della politica, della cultura. In Svezia ad esempio, il 40-50% dei rettori universitari e dei deputati sono donne.

9) Quali strategie adottare per rilanciare l’occupazione nel Meridione?
La prima cosa è, come già ho detto, adottare una seria politica industriale magari guardando a Paesi come la Germania e la Francia. In questo Paese, ad esempio, esiste una potente agenzia territoriale, la Datar, che ha il compito di razionalizzare gli investimenti sul territorio transalpino. La Datar nel corso di vari decenni – è stata istituita negli anni 60 – ha avuto un ruolo importante per lo sviluppo produttivo francese. L’agenzia è riuscita a facilitare l’insediamento di certe produzioni in alcuni luoghi piuttosto che in altri, favorendo così lo sviluppo di veri e propri poli di competitività. Se in un certo territorio ci sono le migliori fabbriche specializzate, reti informatiche specializzate ed efficienti, terreni attrezzati a prezzo conveniente, e facilitazioni fiscali, è chiaro che gli imprenditori saranno attratti ad investire qui piuttosto che altrove.

Discorso analogo dovrebbe essere fatto per quel che riguarda il nostro Mezzogiorno, valorizzando e sviluppando alcune specificità produttive territoriali in modo da attrarre investimenti. Ma per favorire questi processi è necessario potenziare la rete di infrastrutture di cui oggi dispone il Sud, a partire dalla ferrovie e dalle autostrade. Il settore turistico e quello ambientale hanno sicuramente grandi potenzialità che vanno sfruttate maggiormente, ma senza una politica industriale adeguata il Meridione e il Paese nel suo complesso non riuscirà a uscire dalla sua crisi, ad adeguarsi agli standard degli altri Paesi europei.

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Libro Luciano Gallino

Il Partito sociale e il diritto alla città

umberto_boccioni_1911_the_street_enters_the_house_oil_on_canvas_100_x_100-6_cm_sprengel_museumIl Partito sociale e il diritto alla città
di Sandro De Toni, su sbilanciamoci.

23 maggio 2017 | Sezione: Alter, Italie, Società
Note a margine del volume recentemente pubblicato dalle edizioni dell’Asino, “Il partito sociale”, una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani

La lettura dell’introduzione di Giulio Marcon a “Il partito sociale” (edizioni dell’asino), una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani, mi ha sollecitato alcune annotazioni (laterali) ispirate dai teorici della “rivoluzione urbana”. Tra gli altri: Henri Lefebvre (Il Diritto alla città ed altre opere) e David Harley (vedi, ad esempio, Città ribelli).

Le tesi di Osvaldo Gnocchi Viani (1837-1917), fondatore del Partito Operaio Italiano (POI), sul socialismo, sulle camere del lavoro, le organizzazioni operaie, sul mutualismo e la cooperazione sociale, sono ancora di grande attualità. In particolare, la sua critica alla separatezza tra politica e questione sociale e la sua rivendicazione della centralità dell’autogestione e della democrazia dal basso.

Nell’organizzazione delle classi subalterne sono state due le strade perseguite storicamente dal movimento operaio.
Da un lato, una lunga storia di ricerca politica che mira al controllo operaio, all’autogestione, alla cooperazione e cosi via. La maggior parte dei tentativi di questo tipo, nel lungo periodo si sono però dimostrati irrealizzabili o assorbili dal sistema capitalista, malgrado gli sforzi e i nobili sacrifici che li hanno tenuti in vita. Il controllo dei lavoratori in unità produttive relativamente isolate raramente riesce a sopravvivere. Ogni spazio alternativo spontaneo, pur importante, è destinato a svanire; alla fine esso è riassorbito dalla prassi dominante.

Di fronte a questa difficoltà, gran parte della sinistra è giunta alla conclusione che la lotta per il commando dell’apparato statale sia l’unica. Lo Stato dovrebbe essere l’agente che controlla i circuiti del capitale e controlla le istituzioni, i poteri e i soggetti che gestiscono i flussi responsabili del perpetuarsi dei rapporti di classe nella produzione. Ma l’esperienza storica ha visto il fallimento dei paesi del socialismo reale e la debolezza delle socialdemocrazie nei confronti del neo-liberismo, nonché la perdita di potere degli stati-nazione di fronte ai fenomeni della globalizzazione.

È possibile trovare una via di mezzo tra le strade dell’autogestione e quella del controllo centralizzato statale, se nessuno delle due funziona come antidoto efficace al potere del capitale? Lefebvre e Harvey sostengono che la sinistra dovrebbe promuovere un movimento sociale urbano che rivendichi il diritto alla città per tracciare una via per la costruzione di un alternativa anticapitalista.

Vediamo perché e come.

Perché il diritto alla città? L’uso capitalistico dei fenomeni di urbanizzazione è funzionale al ciclo del capitale . Come conseguenza, viviamo in città sempre più divise, frammentate e conflittuali. L’urbanizzazione ha svolto e svolge un ruolo cruciale nell’assorbimento delle eccedenze di capitale, agendo su scala geografica sempre più ampia, ma al prezzo di processi di distruzione creativa che hanno espropriato le masse urbane di qualunque diritto alla città. L’intero programma neoliberista dell’ultimo trentennio è stato orientato alla privatizzazione del controllo dell’eccedenza. L’urbanizzazione è diventata globale anche tramite l’integrazione dei mercati finanziari mondiali.

Il rapido degrado della qualità della vita urbana ci indica che oggi la crisi ha tutte le caratteristiche per essere definita una crisi urbana. Il nostro principale compito politico – suggeriscono Lefebvre e Harvey – consiste allora nell’immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente. Ma tutto ciò non può accadere senza la creazione di un forte movimento anticapitalista il cui principale obiettivo consista nella trasformazione della vita quotidiana nella città. Insomma, dal diritto alla città alla rivoluzione urbana.

Dobbiamo affermare il diritto alla città da parte degli espropriati, il diritto di cambiare il mondo e la vita, e di reinventare la città in modo più conforme ai nostri desideri. Questo diritto collettivo alla città (anche se la distinzione tra la città e il rurale è saltata per via dell’urbanizzazione dilagante della stessa campagna; ma ne rimane il forte valore simbolico che smuove un potente immaginario) è un diritto collettivo che può essere una parola d’ordine programmatica e un ideale politico. I produttori urbani devono sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente producono.

Dove e in quale modo si possono riunire per dare voce alle loro proteste e alle loro richieste collettive? In questi anni sono venuti alla ribalta movimenti urbani di ogni tipo che cercano di superare l’isolamento e di dare una nuova forma alla città.

Vanno costruiti meccanismi democratici alternativi per decidere come rivitalizzare la vita urbana al di fuori dei rapporti di classe dominanti. La conclusione strategica è che l’organizzazione dovrebbe pensare in termini di intervento nelle città invece di limitarsi ai luoghi di lavoro. Può sorgere una coalizione sociale e politica con una forma di organizzazione territoriale.

Dunque un “Partito sociale”, ma di quale parte della società? Gnocchi-Viani a cavallo del ‘900 faceva riferimento al proletariato. Ed oggi, quale deve essere il blocco sociale di riferimento per un partito di sinistra? Sul soggetto del cambiamento c’è un dibattito in corso tra post-operaisti e populisti democratici (vedi per le loro tesi, rispettivamente, le elaborazioni di Antonio Negri e di Carlo Formenti).

Senza sposare le tesi populiste, ritengo comunque che il blocco sociale sul quale deve poggiarsi la rinascita di un partito di sinistra a base popolare debba superare sia la vecchia centralità della fabbrica che quella dei lavoratori della conoscenza informatica mediante una presunta autonomizzazione del loro lavoro vivo dal capitale.

La classe operaia rivoluzionaria in occidente è sempre stata costituita da lavoratori urbani, piuttosto che esclusivamente da operai. Il lavoro, importante e in costante espansione, di creazione e sostegno della vita urbana è sempre più affidato a una forza lavoro non garantita e sottopagata, spesso impiegata a tempo parziale e disorganizzata. Il così detto “precariato” ha sostituito il tradizionale “proletariato”. Come affrontare la questione dei lavoratori impoveriti, precari ed emarginati, che ora costituiscono il blocco maggioritario e probabilmente più rappresentativo della forza lavoro in molte città capitaliste diventa un problema politico cruciale (in parte sovrapposto al problema delle periferie). Esiste oggi una maggioranza sociale spuria unificata dalla proletarizzazione e dalla precarietà: i lavoratori dei trasporti e della logistica, badanti e insegnanti, idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri, impiegati di banca, impiegati pubblici, ambulanti, nuovi lavoratori servili nell’economia dei servizi e del capitalismo delle reti, gli sfrattati e i senza casa, i migranti, i lavoratori autonomi di terza generazione uberizzati e messi al lavoro da qualche algoritmo.

Si deve superare a sinistra una specie di feticismo rispetto alla forma organizzativa: il centralismo democratico nei partiti comunisti e socialdemocratici. Il partito sociale va costruito dal basso in un ottica federativa. Vengono citate le esperienze delle “città ribelli”, come Barcelona en comu’, Madrid, Atene, Napoli, e si propone di tessere reti di comunità, di città-comunità. Ma occorre anche riflettere sulla dialettica tra orizzontale e verticale.

Le forme organizzative orizzontali possono funzionare per alcuni problemi di una certa portata ma presto esauriscono le proprie possibilità. Secondo David Harvey dipende dalla connessione dei sistemi. Ad esempio, l’università non è un sistema strettamente connesso. Nei sistemi strettamente connessi bisogna prendere decisioni rapide: il controllo del traffico aereo; il guasto in una centrale nucleare, l’attività in campo militare degli zapatisti,…

Pertanto non basta sostenere che le organizzazioni devono essere orizzontali. Si potrebbe utilizzare la distinzione di Saint-Simon secondo cui i livelli superiori dovrebbero riguardare la gestione delle cose e non delle persone. Una linea di demarcazione difficile rispetto alle politiche reali, ma che può tornare utile.

Altro problema: ci sono municipi ricchi e municipi quasi privi di risorse. Come si organizza la solidarietà? Solo con accordi orizzontali? Insomma, serve uno Stato. E serve anche una sorta di governo globale: basti pensare al problema del cambiamento climatico. Oppure al fenomeno epocale delle migrazioni.
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IL PUNTO DI LABSUS
labsus
Che cosa è il diritto delle città
Fabio Giglioni – 23 maggio 2017 su LabSus

Ricorre sempre più frequentemente l’uso dell’espressione “diritto delle città”. Si tratta di una locuzione davvero difficile da afferrare in prima battuta, perché verrebbe quasi spontaneo associare questo tema al diritto degli enti locali o al diritto urbanistico, ma in entrambi i casi sfuggirebbero i motivi di questa nuova espressione. E, in effetti, la sua coniazione prescinde da questi riferimenti.

Città come creature di comunità
Riprendendo la dicotomia utilizzata da uno studioso americano molti anni fa (G.E. Frug, The city as a legal concept, in Harvard Law Review, 1980, 93, 6, 1059 ss.) ridurre le città agli enti locali o al diritto urbanistico significa ricondurre le città a “creature degli stati”, entità cioè che svolgono funzioni in quanto conferite, delegate o attribuite dallo stato mediante atti puntuali di carattere normativo. In questo senso le città verrebbero assunte come organismi – certo complessi – chiamati ad assolvere funzioni pubbliche che collimano con gli interessi dello stato.
Quando si parla, però, di diritto delle città si intende altro e, secondo la bipartizione di Frug, le città dovrebbero essere considerate come libere associazioni di soggetti che si consociano nell’uso comune di un territorio conurbato che presenta una complessità di interessi. Le città, insomma, come “creature di comunità”. In questo senso le città sono viste sempre all’interno di ordinamenti più ampi che le comprendono, ma capaci anche di esprimere potenzialità che la prima accezione manifesta solo in modo parziale. In questo senso le città eserciterebbero un’autonomia che è innanzitutto normativa, la cui fonte è direttamente data dalla politicità degli interessi rappresentati sul territorio (Giannini).
Possiamo così dire che per diritto delle città si deve intendere quel complesso di regole che governano spazi urbanizzati la cui origine trova fonte nella rappresentanza della comunità che le istituzioni cittadine interpretano e nel diretto coinvolgimento delle organizzazioni o delle individualità della società civile.

Diritto creativo delle città
In questo modo le città non vengono evidenziate tanto come soggetti chiamati ad applicare la legge, quanto come soggetti capaci di creare diritto innovativo insieme alle realtà sociali che le animano. È un diritto che dipende poco dalle leggi e che invece è alimentato dall’incontro delle esperienze sociali autoprodotte con gli interessi generali che le istituzioni cittadine sono chiamate a preservare. A svolgere questa funzione di incontro è il principio di sussidiarietà orizzontale, come affermato dall’art. 118, c. 4, cost., che obbliga infatti le autorità pubbliche a favorire le autonome iniziative di cittadini, singoli e associati, rivolte a curare le attività di interesse generale. Il diritto delle città, così, risponde anche a un disegno costituzionale ben preciso che vuole disegnare gli ordinamenti giuridici non come esperienze chiuse o impermeabili a quelle sociali, ma aperte ad esse e capaci di delineare le condizioni che ne consentano l’emancipazione da meri fatti a elementi del diritto.
Dentro questa cornice vanno collocate quelle esperienze sociali che, pur originando al di fuori di un quadro di legalità, assumono rilievo perché agenti su spazi e beni che sono andati in disuso o si trovano in stato di abbandono al fine di riattivarne l’uso per finalità sociali: ne sono un esempio gli interventi per il decoro urbano, la gestione di spazi verdi lasciati in degrado, la rigenerazione di spazi ed edifici che hanno perso la loro destinazione originaria e altro ancora.

Tre modelli di diritto creativo
Rispetto a tutto questo si delineano tre modelli di reazione delle città.
Il primo è fondato sulla tolleranza, in cui cioè le istituzioni non si prefiggono l’obiettivo specifico di “recuperare” al diritto esperienze che originano al di fuori ma allo stesso tempo ne ammettono l’esistenza e ci convivono. Naturalmente nel momento in cui questo implicito riconoscimento si stabilisce è difficile che tale condizione di tolleranza resti a lungo tale: è probabile che prima o poi questa esperienza venga riassunta nell’ambito di una condizione di sostenibilità piena giuridica e a questo esito sono interessati tanto le istituzioni quanto le realtà sociali. Il caso recente di Roma con la sentenza della Corte di conti, commentata su questa Rivista, ne è un caso esemplare.
Il secondo modello è quello che si è affermato in modo particolare a Napoli, in cui le istituzioni cittadine hanno assunto delibere puntuali attraverso cui qualificare specifici beni, come beni a uso civico urbano. Con questa definizione originale è stata ammessa la possibilità a specifiche organizzazioni collettive di gestire certi beni per assicurarne una fruizione collettiva il cui contenuto e le cui modalità sono autodeterminate secondo metodi decisionali democratici. In questo senso l’intervento del comune è essenziale sia per qualificare in modo originale certi beni, sia per svolgere quella funzione di garanzia nei confronti della cittadinanza nel suo insieme sull’uso appropriato a fini pubblici dei beni oggetto delle delibere.
Il terzo modello, infine, è quello che ha avuto origine nel comune di Bologna nel 2014 e che fa uso dei patti di collaborazione stipulati dai comuni con i cittadini in esecuzione di appositi regolamenti comunali volti a disciplinare – per l’appunto – la collaborazione tra autorità locali e cittadini. Al centro di questi patti sono sempre beni e spazi urbani verso cui vi è l’impegno alla rigenerazione a fini generali, ma in questo caso lo strumento di raccordo con le istituzioni è realizzato con un accordo negoziale. La flessibilità dello strumento negoziale consente alle parti di produrre quel diritto creativo già citato, idoneo ad assolvere specifiche funzioni e non standardizzato.
In tutti questi casi siamo in presenza di reazioni delle istituzioni pubbliche che, di fronte al manifestarsi delle “zone franche” del diritto (A. Nieto, Critica della ragion giuridica, Milano, Giuffré, 2012, 223-224), non reagiscono applicando il comando legislativo, ma producendo nuovo diritto che coesiste con quello strettamente positivo. Si tratta di tre modelli molto diversi tra loro, che esprimono un grado di formalità che non cancella del tutto l’informalità ma con diversa però capacità anche di resistere alle esigenze di legalità che potrebbero essere sempre manifestate. Il primo modello è senz’altro il più precario, il secondo è puntiforme nel senso che richiede sempre una delibera del comune per la qualificazione specifica di certi beni, mentre il terzo ha l’ambizione di delineare una soluzione più strutturale. Sono modelli diversi, non necessariamente alternativi tra loro.

Le città come ecosistema
Tutti, però, permettono di individuare interessanti analogie a raffronto con i modelli biologici prevalenti. Si dà così origine a una sorta di organizzazione complessa di poteri e interessi che riflette più da vicino il mondo vegetale rispetto a quello animale: mentre, infatti, il secondo è fondato sulla centralità di alcuni organi vitali che permettono di assegnare una sorta di priorità gerarchica ai suoi componenti, il primo è fondato su moduli coesistenti e autoorganizzati in cui si trova una pluralità di centri autonomi e reciprocamente condizionati allo stesso tempo. In altre parole, il diritto delle città appare configurare un modello ecosistemico di centri auto-organizzati coesistenti ma tenuti insieme da una regia che ne permette di sfruttare al massimo i vantaggi per le collettività.
Dietro, tuttavia, queste potenzialità esistono anche alcune insidie che è bene tener presenti al fine di contenere alcuni rischi. Il rischio maggiore di questi sistemi è ovviamente produrre nuove esclusioni che possono essere date dalla disponibilità dei patrimoni, dalla cultura e dalla differente distribuzione delle conoscenze. Anche per questo il diritto delle città deve trovare forme di convivenza con il diritto più tradizionale, affinché le potenzialità di entrambi vengano messe a frutto pienamente.

«Il rapporto “Verso un’economia trasformativa” analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo. Una rassegna di buone pratiche che creano lavoro e partecipazione»

suzy-1-3SOCIETÀ E POLITICA »CAPITALISMO OGGI» PROPOSTA
L’economia che trasforma
eddyburgdi Giacomo Pellini, su Sbilanciamoci, ripreso da eddyburg.
«Il rapporto “Verso un’economia trasformativa” analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo. Una rassegna di buone pratiche che creano lavoro e partecipazione». Sbilanciamoci.info, 23 maggio 2017 (c.m.c)

55 territori coinvolti (46 in Europa e 9 nel resto del mondo), in 32 Paesi di cui 23 membri dell’Unione europea. Circa 30 organizzazioni della società civile attivate con oltre 80 ricercatori al lavoro che hanno mappato oltre 1100 pratiche rilevanti di Economia sociale e solidale intervistando oltre 550 stakeholder rilevanti tra i quali oltre 100 rappresentanti di autorità locali, nazionali e istituzioni internazionali. Il rapporto “Verso un’economia trasformativa”, realizzato nell’ambito del progetto europeo “Social and Solidarity Economy as Development Approach for Sustainability in Eyd 2015 and beyond” (Essdas) analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo.

Ma cosa intendiamo esattamente per Economia Sociale e Solidale (Ess)? Una sua definizione è stata data nel 2015 nel documento “Visione globale dell’economia sociale solidale” della rete Ripess (Rete Intercontinentale di Promozione dell’Economia Sociale Solidale): secondo questa l’ESS è «un movimento che si propone di cambiare l’intero sistema economico e sociale, promuovendo un nuovo paradigma di sviluppo che sostiene i principi dell’economia solidale. L’economia sociale solidale riguarda una dinamica di reciprocità e solidarietà che collega gli interessi individuali a quelli collettivi».

L’Ess è una pratica che si è sviluppata in America Latina agli inizi dello scorso decennio, e che in diversi Paesi ha avuto un riconoscimento sia formale che sostanziale: nel 2003 in Brasile è stata istituita la carica di Segretario dell’Economia Solidale, mentre, tra il 2011 e il 2012 anche il Messico e l’Equador hanno riconosciuto le nuove pratiche sociali attraverso leggi apposite. Si è poi diffusa successivamente in Europa, anche in Italia, dove esistono attualmente 10 leggi regionali sull’Economia sociale, ed una normativa nazionale sul diritto del commercio equo e solidale è in cantiere da tempo: entro la fine della legislatura potrebbe avvenire la sua approvazione.

Il primo documento ad analizzare lo stato dell’arte dell’Ess è un rapporto dell’Ilo del 2011: un settore, secondo il report, che conta il 6% dell’occupazione in tutta Europa, con due milioni di organizzazioni che rappresentano il 10% di tutte le aziende. Nel mondo, invece, il suo fatturato globale è del valore di 7,5 milioni di euro, e conta di oltre 2 milioni di lavoratori e agricoltori. Esperienze simili, conclude il rapporto, esistono anche nei Paesi emergenti, come l’India, dove 30 milioni di persone sono organizzate in 2 milioni di gruppi di auto aiuto.

Grazie al rapporto Essdas è ora possibile mappare la presenza di tutte queste esperienze alternative sul suolo non solo europeo, ma di tutto il mondo. Anche il nostro Paese è denso di esperienze simili: le regioni più “sensibili” sono Marche, Puglia, Emilia Romagna e Toscana.

I settori produttivi più attivi, secondo lo studio, sono soprattutto quelli legati alla produzione e distribuzione di prodotti agricoli: ben 34 realtà su 55 operano nel campo della sicurezza alimentare e agricola. Spiccano poi altri campi, quali il commercio equo e solidale (16), il consumo critico (15), la promozione di stili di vita sostenibili (14), le pratiche di riuso e riciclo (11).

Per quanto riguarda le funzioni economiche svolte all’interno di tali attività il documento segnala una prevalenza delle attività commerciali di beni e servizi (42%), seguite da quelle di lavorazione e trasformazione (29%), consumo (17%) e distribuzione (12%).

Il report sottolinea poi anche l’alto numero di partecipazione delle persone ai progetti Ess: secondo Essdas gli individui direttamente coinvolti sono circa 13.000, mentre altri 1.500 sono direttamente o indirettamente occupati. Tra le realtà più “virtuose” spicca la cooperativa Manchester Home Care, che conta in tutto 800 persone, mentre la Central Cooperative Marketing delle Isole Andaman e Nicobar dà lavoro a circa 160 persone. Altro esempio da segnalare è l’organizzazione di microcredito solidale inglese Shared Interest, con oltre 9000 soci sostenitori.

E dal punto di vista del reddito? Secondo il rapporto l’impatto economico di tutte queste attività è complessivamente di 90 milioni di euro: al primo posto c’è la già citata Shared Interest, con un giro d’affari di oltre 42 milioni di euro, mentre la Home Care di Manchester registra un “fatturato” annuo di 14 milioni. Secondo le stime, il reddito medio generato da ciascuna realtà attiva nell’ambito Ess è di circa 300 mila euro. E un’altra buona notizia è che non solo gli impatti sociali e ambientali di queste realtà siano positivi, ma anche come queste contribuiscano a creare network e partecipazione sul territorio.

Cattive notizie sul fronte istituzionale: oltre alle scarse performance in termini di comunicazione e advocacy da parte del settore Ess, viene sottolineato che molti Paesi non hanno ancora leggi nazionali quadro sull’economia solidale, e che oltre il 50% di queste realtà non hanno né fondi né sponsor istituzionali, né intrattengono rapporto alcuno con le istituzioni. Di conseguenza, conclude il rapporto, l’impatto sulla politica e sulla vita pubblica è basso o addirittura nullo.

Il rapporto è stato anche presentato alla Camera dei Deputati lo scorso 26 aprile, alla presenza delle diverse forze politiche. L’obiettivo è quello di arrivare ad una legge condivisa che promuova e inquadri a livello legislativo le attività legate all’economia sociale e solidale: nello specifico lo studio, si propone di «contribuire ad aumentare le competenze delle realtà/reti che si occupano economia locale, in particolare rispetto al ruolo che può svolgere nella lotta globale alla povertà e nella promozione di uno stile di vita equo e sostenibile».

Il tutto in linea con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile 2015 – 2030 approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2014, dove nello specifico si sottolinea come tutti i partecipanti «richiedono trasformazioni significative delle nostre economie. Invitano a rendere i nostri modelli di crescita più inclusivi e sostenibili. La gente vuole un lavoro dignitoso, una protezione sociale, robusti sistemi agricoli e la prosperità rurale, città sostenibili, un’industrializzazione inclusiva e compatibile, infrastrutture resilienti e energia verde per tutti», e con gli obiettivi Europa 2020, che sostengono la necessità di creare un futuro più tecnologico, sostenibile e inclusivo. Un futuro in cui ci sia posto per tutti, una necessità per non lasciare indietro più nessuno.

La crescita della disuguaglianza. Brutalità e complessità nell’economia globale. Che cosa si può fare?

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Gravi fratture nelle società disuguali
di Remo Siza*

1.Una società disuguale
In questi ultimi anni, numerose ricerche hanno evidenziato la crescita delle disuguaglianze e la crescente concentrazione delle ricchezze e dei redditi. Tre economisti, in particolare, sono riusciti a rappresentare organicamente le varie dimensioni della diseguaglianza presente nelle società contemporanee, il consolidarsi di una società diseguale e i suoi effetti sulla vita delle persone. Stiglitz (2015; 2012) ha rilevato la “grave frattura” che separa l’1 per cento dei ricchi dal restante 99 per cento della popolazione e l’esigenza di individuare modi alternativi di gestire la globalizzazione al fine di costruire una società più equa. Piketty (2014) ha documentato con precisione altri aspetti, in particolare il progressivo consolidarsi di una società dei patrimoni, nella quale il patrimonio ereditato dal passato una volta costituito, si riproduce da solo e cresce molto più in fretta di quanto cresca il prodotto e il reddito da lavoro, alimentando ulteriormente la disuguaglianza. Atkinson (2015) ha rivolto principalmente la sua attenzione alle azioni che è possibile promuovere per contrastare la disuguaglianza con la consapevolezza che la diseguaglianza è una scelta politica, non è inevitabile, non è il prodotto di forze che stanno al di fuori del nostro controllo. Nel suo ultimo libro sostiene che è necessario contrastare non solo le disuguaglianza delle opportunità ma anche le modalità e i processi attraverso i quali si costruiscono, pur garantendo in alcuni ambiti uguaglianza delle opportunità, le disuguaglianze degli esiti e come queste si trasmettono da una generazione ad un’altra.
La rilevanza di queste analisi non può essere messa in dubbio, in quanto hanno evidenziato con chiarezza le rilevanti trasformazioni che segnano le società contemporanee, gli effetti della attuale disuguaglianza sulla vita delle persone, sulla loro salute e speranza di vita, sull’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione, sui livelli di povertà. Le analisi della disuguaglianza ci aiutano a comprendere molte tendenze presenti nelle società contemporanee, ma, allo stesso tempo, rischiano di non rendere visibili altre condizioni di vita: la deriva sociale di alcuni gruppi sociali, la fuoriuscita radicale dal sistema del lavoro e del welfare che una parte molto rilevante della popolazione vive come minaccia incombente e un’altra parte sperimenta da tempo nella sua vita quotidiana, i crescenti rischi di una esistenza individualizzata.

2. Are we the “99 percent”?
La crescente disuguaglianza nel reddito e nella ricchezza è considerata come la più grande minaccia dei nostri tempi. L’1% dei più ricchi contribuisce ad una crescita della disuguaglianza guadagnando sempre di più, ma anche utilizzando la sua infinita ricchezza per convincere l’opinione pubblica e i decisori che questa avidità è giustificata dal merito e dalla sua capacità e porterà comunque vantaggi alla società nel suo complesso (Dorling 2015). Sul sito web “wearethe99percent” sono descritte le esperienze personali del restante 99%: sono quelli che hanno perso la loro casa, che non possono accedere ad una assistenza medica di qualità, che lavorano molte ore per una paga molto bassa e sono privi di diritti nel loro lavoro.
Ma la realtà di molte società avanzate è quasi sempre più articolata e meno polarizzata. È difficile considerare una percentuale così alta della popolazione come un gruppo omogeneo nelle sue condizioni di vita: nel 99 per cento è possibile distinguere gruppi sociali che condividono condizioni – in termini di reddito, lavoro, patrimonio, partecipazione alla vita sociale – molto differenziate. Ad un estremo superiore si colloca la parte delle classi medie che vive condizioni di vita soddisfacenti e posizioni lavorative solide: dirigenti pubblici e privati, liberi professionisti e altri lavoratori autonomi con un discreto giro di affari. All’estremo inferiore le povertà persistenti, persone e famiglie che vivono da lungo tempo condizioni di povertà con limitati livelli di formazione e generiche capacità professionali. In mezzo, fra queste due posizioni sociali, si consolida un’area sociale molto estesa che comprende le classi medie con redditi più bassi e le classi operaie, caratterizzate da redditi insufficienti, una crescente precarietà lavorativa, risorse di welfare decrescenti e una scarsa mobilità sociale verso posizioni sociali più elevate. La distanza fra questa parte della classe media e una parte considerevole delle classi operaie sta diminuendo e le distinzioni fra questi due strati sociali stanno diventando più fluide. Cresce, invece, la distanza (principalmente in termini di reddito e di rischio di povertà) tra questo strato sociale e la classe media con redditi elevati e più stabili e, all’estremo opposto, con le famiglie in condizione di povertà persistente. La condizione diffusa di disagio economico in una parte consistente delle società avanzate e il crescente divario tra famiglie a basso reddito e il resto della popolazione è rilevata da un recente studio dell’OCSE (2015). Il disagio economico non coinvolge soltanto i percettori di reddito molto più bassi – il 10% della popolazione più povera – ma una fascia molto più ampia di basso reddito – il 40% della popolazione che si colloca all’estremità inferiore della distribuzione dei redditi. Nella sua analisi l’OCSE osserva che gli stili di vita e i redditi del top 1% sono evidenti e visibili a tutti i ricercatori, ma concentrarsi solo su questo segmento rischia di oscurare la situazione di severo declino economico che vivono le famiglie a basso reddito.
La condizione di vita delle famiglie che si collocano nel mezzo della stratifi-cazione sociale è cambiata profondamente soprattutto in quest’ultimo decen-nio. Sono famiglie che condividono un insieme di incertezze economiche, di timori, di interessi comuni che orientano buona parte delle loro relazioni di vita. Queste aree sociali sono maggiormente esposte a rischi di povertà con oscillazioni di reddito frequenti, vivono una fragilità delle condizioni di vita per il diffondersi di instabilità nel mercato del lavoro e nelle relazioni fami-liari. Persone che vivono situazioni particolarmente fluide, dai contorni non ben definiti, in cui tutti i soggetti sono consapevoli che le cose possono mutare, in un senso o in un altro, non sono stabilmente acquisite o stabilmente perse. La disuguaglianza che è cresciuta in questi decenni ha sottratto loro notevoli risorse in termini di reddito e di ricchezza patrimoniale posseduta e ha invertito la fase di crescita che avevano avuto fino agli anni Ottanta. Ma in molte società non ha creato una condizione polarizzata, ma una pluralità di condizioni di vita, di segmenti sociali che si differenziano e prendono le distanze l’uno dall’altro.
Alla “grave frattura” che separa l’1 per cento dei ricchi dal restante 99 per cento della popolazione che Stiglitz (2015; 2012) descrive nelle sue ricerche, si accompagnano altre “fratture sociali” meno visibili, ma che in realtà stanno cambiando profondamente molti aspetti delle società avanzate.

3. Verso i margini sistemici
Queste fratture e queste articolazione delle posizioni sociali non emergono con nettezza se ci limitiamo a descrivere le società contemporanee come società diseguali e se, soprattutto, non osserviamo come le società avanzate non solo creano disuguaglianze, ma tendano a ridurre i loro ambiti di integrazione e le loro intenzioni inclusive. In alcuni ambiti, in alcune nazioni del mondo, le attuali economie si sviluppano secondo una logica che un autore come Harvey (2005) ha definito il ritorno ad una “accumulazione per spoliazione”, inteso come ritorno ad una logica di accumulazione primitiva fondata su un potere arbitrario e in alcuni casi sulla violenza e la guerra: la spoliazione dei contadini in molte parti del mondo, la sottrazione di risorse naturali con la complicità di governi locali corrotti, l’accaparramento delle terre nei paesi poveri, fino all’arbitrarietà che presiede la spoliazione dei diritti alla salute, alla pensione, la confisca delle abitazioni, la riduzione degli indennizzi ai risparmiatori truffati dalle banche, le politiche di austerità che hanno distrutto l’economia greca.
Sassen rileva (2014; 2016) che la nozione di disuguaglianza rischia di nascondere più di quanto riveli. Gli strumenti che utilizziamo per interpretare le attuali trasformazioni non ci aiutano a cogliere una realtà più estesa e meno visibile. È vero che le economie di mercato avanzate sono sempre state contraddistinte da una certa disuguaglianza e che l’ordine di grandezza della disuguaglianza di oggi distingue l’attuale fase del capitalismo da quella dei decenni post-bellici. Ma è ancora più vero che interpretare questa differenza come un semplice salto di scala, come un semplice incremento della disuguaglianza o della povertà significa precludersi la possibilità di cogliere la tendenza di fondo di una disuguaglianza che procede rapidamente, supera i confini del sistema e diventa una forma di espulsione (Sassen 2014). La crescita economica non è mai stata molto delicata, ma le accelerazioni degli ultimi tre decenni segnano un’epoca nuova, in quanto minacciano una quantità crescente di esseri umani e spingono famiglie e persone verso i margini del sistema. Ci sono delle rotture in corso. Non si tratta soltanto di un “di più” della stessa cosa (Sassen 2014). Le condizioni di vita dei gruppi sociali che superano questi margini sistemici assumono connotazioni nuove, estreme. Per chi è arrivato al vertice della piramide sociale dopo aver accumulato tutte le risorse possibili, superare i margini del sistema significa liberazione dalle responsabilità, liberazione dai legami di appartenenza alla società, assumere un altro sistema valoriale. Verso il fondo della scala sociale, per le masse di poveri e indigenti, superare i margini del sistema significa espulsione dallo spazio vitale, dall’accesso ai mezzi di sussistenza, dal contratto sociale.
In molte società avanzate, le povertà persistenti escono completamente dal sistema, da quello del lavoro e del welfare di qualità, diventano meno visibili, si separano dalle povertà provvisorie (Siza 2009), i luoghi dove abitano diventano periferie urbane profondamente segregate, periferie che, a differenza delle periferie degli anni Sessanta descritte da Wilson (1987), non hanno, se non in modo estremamente limitato, interessi e legami economici con la parte centrale della città.
Il conflitto si sposta tra chi è dentro i margini del sistema e chi vive e si sente, per un motivo o per un altro, per ricchezza o per povertà, fuori dalle opportunità e dalle risorse che il sistema stesso offre nella normalità del suo funzionamento (le scuole pubbliche, la sanità pubblica, i luoghi di relazione della maggioranza delle persone), ma anche dai suoi vincoli, dai suoi limiti valoriali, dalle sue regole, dalle sue norme, fuori dalla socialità della maggioranza delle persone e dai criteri e dalle regole che distinguono i comportamenti leciti dai comportamenti riprovevoli. Fuori dal sistema vive una parte significativa dell’alto, del basso e del mezzo della scala sociale. Non è più l’esclusione sociale dal sistema che abbiamo osservato nel passato e che coinvolgeva soltanto la parte più povera della società. È un fenomeno nuovo che riguarda la struttura delle società avanzate i modi nei quali esse funzionano e si riproducono.

Quella che emerge è sicuramente una società diseguale, ma anche una società che consente o costruisce attivamente, ai suoi margini esterni, spazi di vita, di socialità, separati, divisi, non più regolati, abitati dai ricchi da una parte, dai poveri dall’altra. In uno spazio sociale intermedio, quello più esteso, si costruiscono le condizioni di vita di una buona parte delle classi medie e delle classi operaie che hanno perso molte delle loro sicurezze e vivono condizione economiche insoddisfacenti e temono di perdita ulteriori posizioni.
Anche qui emerge l’esigenza di distinzione, di separatezza. La loro vita sociale costeggia i luoghi dell’esclusione sociale, è esposta a continui rischi di coinvolgimento nei processi che l’hanno determinata, è vissuta con la preoccupazione costante di evitare punti di contatto con la povertà stabile. La sopravvivenza di queste famiglie è legata alla loro capacità di distinguersi dalle persone stabilmente povere, di riaffermare stili di vita ben distinti, di non essere confuse con esse e con il comportamento lavorativo e sociale che frequentemente adottano. Il vivere quotidiano è segnato da una delimitazione di territori relazionali e dal contemporaneo abbandono dei luoghi sociali in cui non si riesce ad affermare un adeguato controllo. Allo stesso tempo, in questo strato sociale emerge un’intenzione opposta, quella di costruire modi di vita, capacità e relazioni che consentono di migliorare la propria condizione e di superare crescenti divari e differenze. Per questo motivo, principalmente cercano di costruire un legame con la parte delle classi medie che vive condizioni di vita più sicure, con i suoi luoghi di lavoro, di abitazione, di incontro, con i suoi stili di vita.
In una società disuguale tutti guardano in alto: i ricercatori che analizzano le condizioni di vita dell’1 per cento della popolazione, i decisori politici perché dall’alto e dai rapporti di potere che si costruiscono in quei luoghi di-pende la loro sopravvivenza; la gente comune perché gli stili di vita e le ten-denze si producono nei gruppi più privilegiati.

4. La crisi di una fase inclusiva
Atkinson nel suo libro Disuguaglianza (2015) propone 15 misure per ridurne l’estensione. L’autore, prevedendo le critiche, afferma che non tutte le pro-poste potrebbero essere fattibili oppure auspicabili. Alcune di queste – quali il salario minimo, il reddito di partecipazione, il child benefit, più efficaci schemi di protezione dalla disoccupazione – sembrano rispondere efficace-mente alle esigenze di una società frammentata, di una società che consolida condizioni di vita molto differenziate, che non contrasta la precarietà dei redditi e il peggioramento della qualità del lavoro.
Le società avanzate che hanno enfatizzato in questi ultimi decenni il valore positivo della disuguaglianza per la crescita economica e per l’arricchimento individuale si poggiano sul principio dell’individuo libero che rappresenta i suoi interessi. L’individualismo funzionale, disciplinato, orientato dai valori condivisi è ritenuto un principio fondante la società moderna perché ne assi-cura la crescita e il dinamismo complessivo. Parsons (1978) pensava a que-sta forma di società e con il termine “individualismo istituzionalizzato” in-tendeva riconciliare l’esigenza di un ordine sociale con l’auspicata capacità di iniziativa dell’individuo. Beck ha ripreso questa definizione riferendosi alla esigenza degli individui di condurre un’esistenza autonoma, di realizzare i propri progetti di vita nell’ambito, comunque, di regole poste, principal-mente, dalle istituzioni e dal mercato. Beck (2009) ha definito individualiz-zazione le dinamiche di affrancamento dalle tradizioni e dai legami collettivi e ha affermato che questi processi insieme alla globalizzazione hanno tra-sformato radicalmente i fondamenti della vita comune, i modi di costruire la propria identità e il proprio futuro (Beck and Beck-Gernsheim 2009). Con il termine individualizzazione Beck non intende indicare soltanto una scelta del singolo, ma soprattutto un carattere centrale di una società moderna e al-tamente differenziata, la necessità di autorealizzarsi perseguendo autono-mamente interessi economici, ma anche progetti affettivi costruiti però auto-nomamente e con un proprio spazio, nell’ambito comunque di valori comuni ed esigenze funzionali chiaramente delimitate (Siza 2014).
Ciò che non è sufficientemente enfatizzato da quanti osservano la disugua-glianza è che il crescere di questa condizione sta diventando sempre meno compatibile con il principio dell’uomo libero valorizzato dal neoliberismo e con la radicalizzazione dei processi di individualizzazione. Le dinamiche che hanno determinato in questi anni la crescita della disuguaglianza – il consoli-darsi di una società dei patrimoni, le elevate disuguaglianze nella distribu-zione dei redditi, la disuguaglianza nelle opportunità e negli esiti, una limita-ta mobilità sociale ascendente, un mercato del lavoro flessibile – incidono severamente sui singoli individui. L’esistenza individualizzata di chi non si avvantaggia più dall’appartenenza a soggetti collettivi, di chi vive in una so-cietà che non offre opportunità di affermazione, con scarsa mobilità sociale, con una distribuzione dei redditi che premia solo alcuni gruppi sociali, di-venta troppo esposta a rischi sociali. Gli individui che si affrancano dai vin-coli familiari e dalle appartenenze collettive, e acquistano autonomia rispetto alle condizioni ed ai legami primari, diventano sempre più dipendenti dal mercato del lavoro e dalle congiunture economiche. L’individuo moderno e dinamico che intende sottrarsi ai vincoli tradizionali della famiglia e della rete parentale, si affida in questo modo ad una nuova dipendenza: quello del mercato del lavoro, flessibile, precario, del lavoro sottopagato. Si vengono a creare così situazioni individuali fragili, totalmente dipendenti dal mercato del lavoro, con appigli nelle relazioni primarie sempre più incerti e precari (Beck 2009). L’individualizzazione da tutti rivendicata si scontra con l’esperienza della disoccupazione di massa, con bassi salari, con la crescita della precarietà e del lavoro informale, si configura come atomizzazione. La povertà entra così nella vita con il passo leggero della transitorietà (Beck 2009).
Nei confronti di questi gruppi sociali non si sviluppa più un progetto di inclusione, una politica espansiva che possa reintegrarli nel mercato del lavoro e nella vita sociale. Sassen ci ricorda che si è esaurito il ciclo di crescente inclusione sociale ed economica caratteristico del keynesismo. Negli anni Ottanta c’è stata una rottura radicale, una frattura rispetto al capitalismo keynesiano, la cui logica dominante – nonostante tutti i limiti – era l’inclusione, la riduzione delle tendenze sistemiche alla disuguaglianza, perché il sistema si reggeva sulla produzione e sul consumo di massa. La manifattura di massa, il consumo di massa, la costruzione di case e strade anche per i meno abbienti: tutto ciò è stato ottenuto espandendo lo spazio dell’economia e incorporando le persone nel sistema (Sassen 2014). Ora sulle macerie del keynesismo emergono nuove logiche fondate sulle espulsioni, espulsioni di individui, comunità, imprese e luoghi dagli ambiti della società, dagli ambiti dell’economia.
La possibilità di realizzare il progetto di vita individuale si affievolisce notevolmente. In una società che garantisce sempre meno sicurezze di base e meno opportunità di costruirle autonomamente con il proprio impegno, in una società divisa, ogni scelta di vita sembra presentare crescenti rischi sociali. Betz (1994), Inglehart and Welzel (2005) hanno rilevato una significativa correlazione fra l’insicurezza e il peggioramento delle condizioni di vita delle classi medie e operaie a causa della modernizzazione e la crescita di un “estremismo di centro”, una radicale diminuzione della fiducia nelle istituzioni e un degrado del senso civico. In termini più generali, possiamo rappresentare questo deterioramento delle fiducia e del senso civico come crisi dell’“individualismo istituzionalizzato”, una crisi che lascia emergere l’individualismo di chi teme di superare i margini sistemici, essere fuori definitamente dal mondo del lavoro, dalla rete di socialità e di sostegno, subire la sottrazione di diritti e di beni. Questa condizione coinvolge persone che non hanno più un progetto di vita, ma un insieme confuso di aspirazioni e rancori, di insofferenze per le regole e per le istituzioni e di chi si limita a costruire una strategia di sopravvivenza componendo valori e modi di vita molto differenti, oscillanti tra posizioni contrastanti, lontano da ogni forma di appartenenza, privo di fiducia nelle istituzioni e sulla possibilità di costruire beni comuni (Siza 2014). Nel passato questo individualismo privo di regole riguardava l’esercito degli esclusi che abitavano le periferie urbane, persone ritenute non affidabili né come lavoratori né come consumatori. Ora coinvolge un insieme molto esteso di persone, quelle che sono ai margini del sistema e quelle che temono di essere coinvolti in questa deriva.

5. La subordinazione del welfare alle logiche prevalenti
Il welfare state molto parzialmente riesce a far fronte a questi effetti sociali della disuguaglianza né sembra in grado di affrontare con azioni di politica sociale adeguate le logiche sistemiche alle quali si riferiscono Sassen e Harvey. In molte società avanzate, il welfare per troppi aspetti sembra subordinato alle logiche prevalenti dello sviluppo economico, si adatta ai nuovi as-setti sociali, senza provare a contrapporre con sufficiente insistenza i valori e i principi di una società differente.
Nelle società caratterizzate da elevata disuguaglianza, il modello emergente, dopo un decennio di politiche di riduzione della spesa, è un welfare dualizzato (Emmenegger et all. 2012) inteso come una organizzazione dei servizi che prevede una differenziazione del diritto a ricevere una prestazione sulla base della posizione sociale del beneficiario. In questo modello la maggioranza delle famiglie può contare su un sistema pubblico universalistico sempre meno efficiente e che garantisce una copertura dei rischi sempre meno este-sa. Le famiglie con redditi e condizioni lavorative soddisfacenti possono integrare le prestazioni pubbliche con assicurazioni private e con ulteriori benefici, quali il welfare aziendale, derivanti dalla loro posizione lavorativa. Le altre famiglie, invece, inevitabilmente possono accedere in termini molto limitati alle prestazioni private. Il modello di riferimento delle trasformazioni auspicate è quello adottato da anni da molte nazioni europee in cui il sistema pubblico convive con un sistema privato molto dinamico e finanziato prevalentemente da fondi assicurativi. Ora la dualizzazione è diventata un principio sulla base del quale si riorganizzano tutti gli ambiti di vita (una differenziazione nel sistema dei trasporti dall’alta velocità ai treni dei pendolari, nell’organizzazione degli spazi urbani, nello sviluppo economico di aree territoriali differenti) e si costruisce una società dinamica e moderna, senza alcuna preoccupazione sulle troppo estese disuguaglianze e separazioni che inevitabilmente contribuisce a consolidare.
Le politiche di welfare possono proporre e sostenere un’altra rappresentazione dei bisogni e dei destini delle persone, rendere visibili margini sistemici, criticità e aree di abbandono, possono essere ragionevolmente fondate su principi e modalità d’intervento innovativi. Le società avanzate sono società dinamiche, individualizzate nella quale ognuno cerca di realizzare il proprio progetto di vita. Le attuali politiche sociali e le politiche dell’istruzione, in particolare, troppe volte non sanno cosa farne del dinamismo e di questa crescente capacità autonoma delle persone, rischiano di essere la sfera di vita dei comportamenti passivi, in cui operatori e beneficiari delle prestazioni si adattano ad una cultura assistenzialistica, di attese e di reciproche dipendenze, senza costruire un futuro differente. Queste politiche possono diventare, invece, l’ambito, dove si realizzano i progetti di vita più innovativi, l’ambito delle passioni gioiose, dei giochi dei bambini e degli adulti, possono essere capaci di promuovere nuove forme di socialità, nuove forme di collaborazione e nuove modalità di stare insieme che contrastino realmente disuguaglianze e logiche sistemiche.

remo-siza-fto-micro*Remo Siza svolge attività di ricerca, formazione e consulenza in Italia e nel Regno Unito.
remo.siza@gmail.com

Riferimenti bibliografici
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Betz, H. G. Radical Right-Wing Populism in Western Europe New York: Palgraw Macmillan 1994.
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Emmenegger, P., Häusermann, S., Palier, B. and Seeleib-Kaiser, M. (eds.), The Age of Dualization: The Changing Face of Inequality in Deindustrializing Societies, Ox-ford: Oxford University Press 2012.
Harvey, D., A Brief History of Neoliberalism, Oxford: Oxford University Press 2005.
Inglehart,R. e Welzel, C. Modernization, Cultural Change, and Democracy: The Human Development Sequence, Cambridge: Cambridge University Press 2005
OECD, In It Together: Why Less Inequality Benefits All, Parigi 2015.
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Piketty, T., Il capitale nel XXI secolo, Milano: Bompiani 2014.
Sassen, S., At the Systemic Edge: Expulsions, European Review, 24: 1, p. 89-104, 2016.
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Stiglitz, J., La grande frattura. La disuguaglianza e i modi per sconfiggerla, Torino: Einaudi 2016.
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Siza, R., Povertà provvisorie, Milano: FrancoAngeli 2009.
Siza, R., Nella società dell’individualismo obbligato, Animazione sociale, nr. 283, 2014
Wilson, W.J., The Truly Disadvantaged. The Inner City, the Underclass, and Public Policy, Chicago: The University of Chicago Press 1987.

CheFare? Come contrastare la crescente povertà? Il quadro inedito. Ragioniamoci, aiutati dal sociologo Remo Siza.

Volti quadro-di-Anna-CNei margini estremi della società italiana
di Remo Siza*

Ci sono tendenze nella società italiana che stanno cambiando profondamente la soggettività delle persone, le loro attese e i loro progetti per il futuro, le relazioni fra una classe sociale e un’altra. Non mi riferisco soltanto alla crescita della povertà o alla crescente concentrazione dei redditi e delle ricchezze in pochi gruppi sociali e a livelli di disuguaglianza superiori alla media europea e inferiori solo a paesi come il Portogallo, la Grecia, la Spagna. Ciò che sta emergendo è un fenomeno nuovo che riguarda la struttura delle economie avanzate nel loro complesso e delle società che intendono governarle, e i modi nei quali esse funzionano e si riproducono, le modalità che intendono privilegiare per uscire dalla crisi (Siza 2017). L’incremento quantitativo dei livelli di disuguaglianza e di povertà è stato rilevante e ha cambiato la natura di fondo di queste condizioni: gli effetti sociali sono diventati molto più estesi, si sono stabilizzati e hanno assunto un carattere strutturale, sistemico, difficilmente modificabile nel breve e nel medio termine.
Quella che emerge è sicuramente una società diseguale e con un’alta incidenza di povertà, ma anche una società che consente o costruisce attivamente ai suoi margini estremi, spazi di vita e di socialità separati, quantitativamente molto rilevanti non più minoritari, fratture sociali profonde. Nel fondo della scala sociale, per le masse di poveri e indigenti, l’aggravamento ulteriore delle loro condizioni di povertà e la loro crescita quantitativa ha creato una nuova condizione, ha significato per gruppi sociali estesi l’espulsione dallo spazio vitale, dall’accesso ai mezzi di sussistenza, dal contratto sociale (Sassen 2014). Le povertà più severe escono completamente dal sistema, da quello del lavoro, della scuola, del welfare di qualità, diventano meno visibili.
Quando negli anni passati si parlava di gruppi sociali al di fuori del sistema ci si riferiva a questi strati sociali, ora l’articolazione delle posizioni sociali è più complessa. Ai vertici della scala sociale emergono altre fratture sociali. Per chi ha raggiunto le posizioni più alte dopo aver accumulato tutte le risorse economiche possibili, l’ulteriore crescita della disuguaglianza e della distanza sociale dalla gente comune significa liberazione dalle responsabilità (Sassen 2014), liberazione dai legami di appartenenza alla società, dalle sue regole, dalle sue norme, fuori dalla socialità della maggioranza delle persone e dai criteri e dalle regole che distinguono i comportamenti leciti e accettabili dai comportamenti riprovevoli.
Per una parte consistente delle persone che stanno in mezzo, fra queste due posizioni estreme, cresce la fragilità di una condizione di vita per il diffondersi di instabilità nel mercato del lavoro e nelle relazioni familiari, e il senso di una integrazione precaria: in una società che garantisce sempre meno sicurezze di base e meno opportunità di costruirle autonomamente con il proprio impegno, in una società divisa, ogni scelta di vita sembra presentare crescenti rischi sociali. L’universo culturale prevalente per questi gruppi sociali, il riferimento per le scelte di vita e di lavoro, rimangono i modi di vita e i comportamenti di consumo, le aspettative della popolazione che vive condizioni di benessere, ma cresce la distanza tra i valori e i propri progetti di vita privilegiati e le risorse di cui si dispone quotidianamente per realizzarli.
Una società che costruisce troppi spazi sociali ai suoi margini estremi e tante fragilità nelle condizioni di vita delle classi intermedie rischia di creare una insofferenza sociale molto elevata, una insofferenza sociale estesa che rischia di travolgere ogni relazione di vita e ogni progetto collettivo. Una insofferenza che una parte non secondaria della classe dirigente non si preoccupa più di governare e di mediare. Si sono indeboliti tutti i soggetti che per vari decenni hanno svolto una funzione integrativa, di mediazione e di riequilibrio – la classe dirigente al governo, la classe operaia e le sue organizzazioni, la moderata e prudente classe media, la chiesa, l’associazionismo della società civile – e l’attuale classe dirigente economica e politica ha condizioni di vita, stili di vita, scelte di consumo e valori molto differenti da quelle condivisi dalla gente comune. Allo stesso tempo stentano ad affermarsi come fenomeno non minoritario nuove forme di socialità e di appartenenza capaci di costruire fiducia sociale diffusa, speranze, visioni di un mondo differente.
Più in generale, la crisi ha indebolito le forme di integrazione sociale assicurate dalla crescita del benessere economico e dalla crescita del consumo di massa. Allo stesso tempo, con difficoltà si affermano altre forme di integrazione: forme collettive che valorizzano ai fini di una maggiore coesione sociale le relazioni che alimentano comportamenti di fiducia e di cooperazione e consenso sui valori comuni, i sistemi di partecipazione politica sinceramente democratici. La costruzione di una coesione sociale e di un tessuto di relazioni di fiducia non è più affidato ad un progetto e non è parte di una visione dello sviluppo. È lasciata alle dinamiche del mercato oppure, sull’altro versante, alla decisione autonoma di gruppi che costruiscono forme innovative di socialità, di associazioni che costruiscono legami e valori differenti. La mancanza di fiducia nelle istituzioni crea passività, distacco, astensionismo oppure populismo inteso come stigmatizzazione compulsiva e permanente delle autorità governanti, fino a raffigurarle come potenza nemica, radicalmente estranea alla società (Rosanvallon 2012).
I conflitti sociali si sviluppano tra chi è dentro i margini del sistema e chi vive e si sente, per un motivo o per un altro – per ricchezza o per povertà o per fragilità delle condizioni di vita – fuori dalle opportunità e dalle risorse che il sistema stesso offre nella normalità del suo funzionamento (le scuole pubbliche, la sanità pubblica, i luoghi di relazione della maggioranza delle persone). I conflitti si sviluppano fra coloro che difendono la normalità del funzionamento delle istituzioni e del mondo dei servizi e coloro che non hanno più interesse a preservarli: questi ultimi sono più poveri perché le attuali istituzioni e i servizi non hanno mai risposto alle loro esigenze e i più ricchi perché hanno oramai costruito con le proprie risorse l’accesso a servizi migliori (scuole e università private, fondi sanitari, quartieri esclusivi), ma anche una parte delle classi medie che vorrebbero cambiarli radicalmente per renderli realmente accessibili e più vicine alle loro nuove condizioni di vita.
Fuori dal sistema vive una parte significativa dell’alto e del basso della scala sociale. In uno spazio sociale intermedio, quello più esteso, si costruiscono condizioni di vita sostanzialmente fragili di una buona parte delle classi medie e delle classi operaie che hanno perso molte delle loro sicurezze, vivono condizioni economiche insoddisfacenti. Fra le classi medie e i cosiddetti ceti popolari si costruisce un individualismo privo di stabili appartenenze, l’individualismo di chi sta in mezzo e teme una deriva sociale, teme di essere fuori definitamente dal mondo del lavoro, dalla rete di socialità e di sostegno, subire la sottrazione di diritti e di beni; emergono orientamenti valoriali che rischiano di indebolire ulteriormente i valori civici e ogni atteggiamento di fiducia negli altri. Nel passato questo individualismo privo di stabili appartenenze riguardava l’esercito degli esclusi che abitavano le periferie urbane, a cui nessuno affidava un percorso di inclusione, perché ritenute persone non affidabili né come lavoratori né come consumatori. Ora coinvolge un insieme molto esteso di persone, quelle che temono di essere coinvolti in una deriva sociale e non si preoccupano più, nelle relazioni con le istituzioni e il mondo civile, di creare distinzioni simboliche (negli stili di vita, nei consumi, nel linguaggio, nelle preferenze, nell’educazione) con i gruppi sociali che vivono nei margini bassi e nei margini alti del sistema. La cultura delle classi medie – la moderazione, gli stili di vita prudenti, la costruzione nel tempo di una sicurezza economica – è quasi scomparsa e i ceti popolari sono un’altra cosa rispetto alla classe operaia del passato e alla sua cultura e alla qualità collettiva delle relazioni di lavoro che la esprimeva.
Questi cambiamenti nelle condizioni di vita e negli orientamenti valoriali creano problemi di governabilità molto estesi. Nei suoi studi iniziali Lipset definiva il radicalismo politico come un estremismo di centro, un movimento popolare che esprime la protesta estrema delle classi medie contro le istituzioni, i sindacati, i partiti politici. Più recentemente altri autori – Betz, Inglehart, Welzel (2005) – hanno rilevato una significativa correlazione fra l’insicurezza e il peggioramento delle condizioni di vita delle classi medie e operaie a causa della modernizzazione e la crescita di un “estremismo di centro”, una radicale diminuzione della fiducia nelle istituzioni e un degrado del senso civico.
Ora non c’è più traccia di una strategia di inclusione sociale di strati sociali di classe media impoveriti, una strategia a tutele dei salari minimi, una strategia che sia finalizzata intenzionalmente a contrastare ogni individualismo privo di regole e di appartenenze e la crescita dell’insofferenza sociale.

remo-siza-fto-micro* Remo Siza, sociologo, svolge attività di ricerca, formazione e consulenza in Italia e nel Regno Unito.
remo.siza@gmail.com

Riferimenti

Betz, H.G. (1994) Radical right-wing Populism in Western Europe, New York: St Martin’s Press.
Inglehart,R. e Welzel, C. (2005) Modernization, Cultural Change, and Democracy: The Human Development Sequence, Cambridge: Cambridge University Press.
Rosanvallon, P. (2012) Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, Roma: Castelvecchi.
Sassen, S. (2014) Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Bologna: il Mulino 2014.
Siza, R. Narrowing the gap: the middle classes and the modernization of welfare in Italy, International Journal of Sociology and Social Policy (forthcoming).
Siza, R. (2009) Povertà provvisorie, Milano: FrancoAngeli.
Siza, R. (2017) Una crescente insofferenza sociale, in Prospettive sociali e sanitarie, nr. 1, p. 1-8.

“Vogliamo accogliere”

insieme-senzamuri-milano-20-5-17 INSIEME SENZA MURI
SOCIETÀ E POLITICA »EVENTI» 2017 – ACCOGLIENZA ITALIA eddyburg

Abbattere i muri ideologici ecco perché tutta l’Europa deve accogliere chi soffre
ada-colau-neomunicipalismo-510120x80di Ada Colau,
Sindaca di Barcellona.

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Dopo la marcia di Barcellona, sabato 20 maggio tocca a Milano. L’appello della sindaca di Barcellona. In calce l’appello della manifestazione di Milano . la Repubblica, 17 maggio 2017

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Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo. Per questo motivo lo scorso febbraio Barcellona è scesa in piazza. È stata la manifestazione più grande d’Europa a favore dell’accoglienza dei migranti. Ed è nata per la volontà della società civile e con l’appoggio delle istituzioni. Siamo davvero felici di sapere dunque che anche a Milano il 20 maggio si riaffermerà questa stessa volontà e la necessità di non barricarsi dietro anacronistici muri “ideologici” e fisici.

“Vogliamo accogliere” non è solo lo slogan in cui si è riconosciuta la manifestazione che ha sfilato nella mia città a inizio anno. È molto di più. “Vogliamo accogliere” è la nostra risposta, della cittadinanza e anche di molti sindaci, di fronte alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” con cui l’Europa tutta si deve confrontare.

Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo. Perché è nostro dovere. Siamo infatti noi, le città — e non gli Stati -, ad offrire un’opportunità reale di integrazione a immigrati e rifugiati. È nelle nostre strade e nelle nostre piazze che le persone smettono di essere numeri e diventano cittadini e cittadine. Ecco perché noi vogliamo e dobbiamo accogliere più persone e meglio.

Se non lo facciamo — se non ci impegniamo ad aprire la nostra comunità e la nostra società a chi lascia la sua casa e il suo Paese per cercare un’occasione di vita migliore nelle nostre città — , i nostri figli, i nostri concittadini ci chiederanno dove eravamo quando in Europa si alzavano muri e barriere contro quelli che fuggivano dalla guerra. Soprattutto ci chiederanno: che cosa avete fatto per evitarlo?

Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo. Perché l’appello del “popolo dell’accoglienza” che ha manifestato a Barcellona e che sfilerà a Milano per un “20 maggio senza muri” non lascia spazio a interpretazioni. Non abbiamo scuse per ignorarlo. Anzi, il coraggio, l’entusiasmo e l’apertura che così tante persone hanno dimostrato, dimostrano e dimostreranno ci spinge con forza a intraprendere azioni concrete e politiche.

Per questo motivo, serve l’aiuto e la collaborazione di molte altre città del mondo. Da Barcellona e Milano può nascere un network internazionale, in grado di indicare ai governi la via migliore da seguire per rispondere ai bisogni dei migranti, riconoscendoli come un’opportunità per la nostra società. Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo. Perché nella gestione dei migranti l’Europa si gioca il proprio futuro e la propria credibilità. Le immagini che abbiamo visto in Italia, in Grecia e in altri Paesi stanno minando il progetto europeo e le sue conquiste; stanno mettendo in dubbio gli stessi principi fondanti dell’Europa. Oggi, davanti al pericolo di una “Europa- fortezza”, come città e come cittadini abbiamo la responsabilità storica di intervenire per cambiare la situazione. Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo con serietà, ma anche con allegria ed entusiasmo. Perché le manifestazioni di Barcellona e di Milano altro non sono che una festa per i cittadini di tutto il mondo, un momento di incontro e di scambio, ricco di musica, colore, gioia e solidarietà.

Ecco allora che emerge con forza la necessità di ridare valore al Mediterraneo, di offrire al mondo un altro punto di vista per raccontare ciò che sta accadendo. Quel mare, che si è trasformato per molti migranti nel “mare della morte”, è infatti ancora il ponte, è il luogo in cui le culture si incontrano, è la ricchezza dei popoli che lo abitano. Affinché questa narrazione sia possibile ed evidente a tutti, le città devono unire le forze e continuare a essere un luogo di libertà che riconosce e garantisce i diritti a tutti coloro che in esse vivono. Per difendere tutto ciò, scendiamo nelle strade a manifestare. Vogliamo accogliere. Vogliamo continuare a farlo. E lo faremo, dando il nostro sostegno a Milano e a tutte le città che vorranno unire la loro voce alla nostra.
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senza-muri-mi
L’appello per la grande manifestazione, largamente unitaria, del prossimo sabato 20 maggio 2017 a Milano.

L’APPELLO
Milano il 20 maggio sarà attraversata da una mobilitazione festosa e popolare. Una mobilitazione carica di speranza.

La speranza di chi crede nel valore del rispetto delle differenze culturali ed etniche.
La speranza di chi ritiene che la società plurale sia un’occasione di crescita per tutti e che la logica dei muri che fomentano la paura debba essere sconfitta dalle scelte che pongono al centro la forza dell’integrazione e della convivenza.
Quelle scelte che, a cominciare dall’Europa, sconfiggano il vento dell’intolleranza e che mettano al centro il principio dell’incontro tra i popoli e di un futuro fondato sul valore della persona senza che la nazione d’origine, la fede professata, il colore della pelle possano diventare il pretesto per alimentare nuove discriminazioni.

Quelle scelte che, a livello nazionale, ci portino a compiere, senza ambiguità, passi avanti reali, come l’effettivo superamento della Legge Bossi Fini,
l’approvazione della Legge sulla Cittadinanza, la necessità di rafforzare un sistema di accoglienza dei migranti fondato sul coinvolgimento di tutte le comunità e le istituzioni, la trasparenza, la qualità, il sostegno ai soggetti più fragili (i minori, le donne, i vulnerabili), la cultura dei diritti e della responsabilità.

Milano è nata dall’incontro tra storie diverse e il suo sviluppo si è fondato, nei suoi momenti migliori, proprio sulla capacità di accogliere le diversità e di alimentare la coesione sociale.
E come Milano, in svariati luoghi del mondo, chi crede nella società aperta, e non si fa incantare dalle sirene dell’odio, scommette con più certezza sulla propria crescita e sulla capacità di generare lavoro, benessere ed opportunità.

Anche per questo il 20 maggio, in un giornata di impegno, musica, creatività, cultura, saremo in tante e in tanti.
Perché, nel tempo in cui viviamo, sono in gioco i valori fondamentali per il futuro di tutti
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Lavoriamo per il Lavoro

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Un nuovo modello di sviluppo che si adatti alle persone e non viceversa

di Fiorella Farinelli su Rocca 11/2017

Nelle riflessioni di De Masi sul lavoro (1) ci sono aspetti che convincono – sollecitando il sempre ottimo esercizio dell’approfondimento – e altri che sembrano invece precipitare nella scorciatoia del poco meditato e argomentato. «Provocazione, visione, possibilità?», è l’appropriata domanda che Roberta Carlini ci pone su Rocca n. 10. Val la pena, comunque, di continuare a discuterne, se non altro per la prossimità di De Masi ai Cinquestelle, un movimento politico che ci potrebbe capitare di avere al governo del paese. Il quale movimento, come si sa, punta parecchie delle sue carte proprio sull’ansia di idee nuove di un’opinione pubblica spaventata dal crescere delle diseguaglianze sociali e dal persistere di una disoccupazione soprattutto giovanile di cui non si viene a capo. Il sociologo, del resto, non è né un economista né un politico, e il suo successo mediatico si è costruito negli anni proprio sull’indubbia capacità di offrire «visioni di futuro». Chi non ricorda i seminari degli anni Novanta, spesso nella cornice delle nostre più affascinanti e perle turistiche, per imprenditori di successo, opinion leaders, politici sulla cresta dell’onda?

la scorciatoia
Ma cosa ci dice oggi De Masi? Il punto centrale della sua riflessione sul lavoro è nella previsione di un rovinoso impatto sulla quantità di lavoro disponibile (quello necessario nell’attuale modello di sviluppo) della cosiddetta rivoluzione robotica. E quindi di un’ormai prossima realtà – tra venti, trent’anni? – strutturalmente connotata dal lavoro di pochi (qualificato, specialistico) e dal non-lavoro di molti. Una riduzione che, secondo alcuni analisti, potrebbe arrivare al 50% del lavoro per il mercato che c’è attualmente, mentre nessuno al momento azzarda ipotesi attendibili su quanto lavoro nuovo e di che tipo (quali nuove figure professionali, quali nuove competenze, quali nuovi percorsi formativi: perché questi sono stati sempre gli effetti delle passate rivoluzioni tecnologiche) potrebbe venire generato dalle caratteristiche tecnologiche dell’organizzazione produttiva e di alcuni servizi.
Di qui, come noto, la scorciatoia. La redistribuzione del lavoro retribuito, supportata (perché 20 ore lavorative settimanali invece che 40 significa anche dimezzare il reddito da lavoro) da un reddito di cittadinanza. Universalistico e incondizionato. Il «lavorare meno lavorare tutti», va detto, non è un tema inedito. È stato dibattuto fin dagli ultimi decenni del secolo scorso con un piede già dentro la rivoluzione informatica, e ne sono state anche fatte sperimentazioni concrete, la più nota quella francese della riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore che, per vari motivi, non sembra avere avuto un effetto positivo sull’occupazione ed ha anzi determinato effetti collaterali ritenuti negativi. Ma su questi aspetti, importantissimi da analizzare quando si torni a proporre qualcosa di analogo, De Masi non si sofferma. È un fatto però che oggi sono anche altre, e di diverso segno, le proposte che girano. Tra cui quella all’ordine del giorno anche della Commissione e del Parlamento europeo di una tassazione speciale da imporre ai robot, in parte per rallentarne la produzione e l’impatto, ma soprattutto perché gli Stati possano disporre di risorse economiche aggiuntive con cui retribuire il non lavoro e sviluppare la ricerca. Problematica, anch’essa – va detto – perché sembra assai indigesto oltre che improbabile frenare o vincolare lo sviluppo della ricerca scientifica.

la persona e il lavoro
Uno scenario inquietante, ma anche intessuto di un insieme complesso di cause, visto che in un paese come l’Italia e in altri paesi europei una parte molto consistente della perdita di posti di lavoro più che all’uso delle nuove tecnologie è dovuto al massiccio dislocarsi della produzione in altre aree del mondo, da quella asiatica a quella sudamericana. Alla ricerca di un minor costo del lavoro, si dice, o meglio di maggiori profitti: nel quadro, comunque, di una globalizzazione, e di una corsa all’arricchimento di pochi, che sembra essere irrefrenabile. E che pure deve essere considerato, e magari anche contrastato e corretto, salvo pensare che oggi possa essere un singolo paese a determinare da solo il suo tipo di sviluppo, e i dispositivi per preservarlo dal contesto globale (è qui, si sa, una delle radici del «sovranismo» che tenta non pochi movimenti e organizzazioni politiche in Europa, 5Stelle compreso).
Ma lo scenario è inquietante, per non dire apocalittico, anche da altri punti di vista. Prima fra tutti quello esistenziale ed etico, considerata l’importanza del lavoro come fattore decisivo per l’identità sociale e individuale delle persone. Perché lavorare in cambio di un salario o di un reddito non è solo necessità di sopravvivenza ma, nella storia dell’umanità che conosciamo, è stato ed è anche costruzione di sé, il modo con cui ciascuno guarda se stesso ed è guardato dagli altri, vocazione, talento, un posto nel mondo. Con che cosa si potrebbe sostituire tutto ciò in un mondo in cui una grande quantità del lavoro retribuito – che già oggi non basta al «lavorare tutti» – dovesse davvero diventare superfluo?
Ma le questioni sono anche altre. Su queste pagine (Rocca n. 9) Pietro Greco ne ha richiamate alcune, relative alla sostenibilità economica e a quella ambientale di una diffusa presenza dei robot nell’assetto produttivo, evocando quindi, se si vogliono evitare i rischi di un luddismo da fantascienza – gli uomini contro i robot, o viceversa – anche una nuova politica, capace di trasformare l’attuale modello di sviluppo. Un’aspirazione antica, almeno quanto il capitalismo e la sua dittatura del profitto che hanno prodotto crescita, sviluppo, riduzione della povertà, ma anche contraddizioni ed esclusioni, e che ha quindi sempre avuto sia sostenitori appassionati che appassionati detrattori. Si tratta, in sintesi, di inventare un modello di sviluppo –e di stili di vita – che si adatti alle persone e non viceversa. Si può farlo, chi può farlo?

In termini analitici, c’è comunque anche da allargare lo sguardo, in primo luogo alle tipologie di lavoro di cui si parla quando si propone la sua redistribuzione.

lavoro produttivo e lavoro riproduttivo
Perché il lavoro su cui si basa da secoli il nostro assetto economico-sociale non è solo quello, retribuito, che produce beni e servizi per il mercato, ma anche quello che non è retribuito né riconosciuto e che tuttavia è condizione essenziale perché il primo ci sia, e nelle forme e nei tempi che conosciamo. Di solito non ci si pensa, ma è invece proprio su una grandissima quantità di lavoro «ri-produttivo» – come lo chiamava una parte importante del femminismo del secolo scorso – che si basa la possibilità stessa per una parte della popolazione di dedicarsi a tempo pieno al lavoro «produttivo», quello che oggi si vorrebbe redistribuire, e retribuire con un reddito di cittadinanza.
Si tratta di lavoro in gran parte femminile, di donne occupate, non occupate, pensionate, fare e allevare i figli, gestire casa e famiglia, occuparsi dei soggetti più deboli, integrare i servizi. Ri-produrre, appunto. Un lavoro così impegnativo da impedire frequentemente alle donne di partecipare all’altro lavoro, o da stritolare le loro vite nel doppio/triplo lavoro, produttivo e riproduttivo insieme. Un lavoro che proprio perché considerato intrinseco a uno dei due generi, quindi vocazionale e non retribuito, non genera nei servizi – sanità, scuola, assistenza – i posti di lavoro che potrebbe.
A cui deve aggiungersi il lavoro «volontario», anch’esso «di cura» delle persone, dei beni comuni, del territorio, in ambiti che si stanno facendo sempre più numerosi. Non si tratta, si direbbe, di attività destinate ad essere compresse dall’avvento dei robot come quelle appartenenti al lavoro cosiddetto produttivo, ma di lavoro pur sempre si tratta. Qual è il loro posto, significato, valore nella visione di De Masi? La sua provocazione sul «lavorare gratis lavorare tutti» contempla anche il lavoro ri-produttivo o no? E comunque, si può ipotizzare un nuovo modello di sviluppo economico e sociale, sottratto almeno in parte alla logica del profitto e del mercato, senza farne cenno?

politiche per produrre lavoro
Non basta. In un programma che mette al centro il reddito universalistico di cittadinanza, sembrano non trovare posto tutte le politiche – e sono tante, e urgenti – che potrebbero produrre una gran quantità di lavoro. Perché la questione centrale, in un paese come l’Italia, non si può ridurre solo agli effetti della digitalizzazione e della robotizzazione. Se abbiamo tassi di disoccupazione più alti di altri paesi Ue, è perché la finanziarizzazione dell’economia distoglie grandi quantità di capitali dagli investimenti nelle opere strutturali di cui ha bisogno estremo il nostro territorio, perché uno Stato indebitato non ha risorse per impegnare quello che si dovrebbe nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica finalizzata allo sviluppo di nuove produzioni di successo, perché si lesina su servizi essenziali come la sanità, e persino sul welfare che potrebbe alleggerire il lavoro riproduttivo che si scarica in gran parte sulle donne. Perché ci sono vincoli di ogni genere allo sviluppo di un’economia sana e produttiva, capace di utilizzare nel rispetto dell’ambiente le risorse disponibili, e perché spesso mancano anche le competenze e le professionalità per supportare nuove iniziative economico-produttive. Anche De Masi accenna al fatto che la grande disoccupazione non viene prodotta solo dall’impatto delle nuove tecnologie. Ma sono solo accenni che non illuminano la strada delle svolte programmatiche. Eppure è prima di tutto qui, intanto, che bisognerebbe insistere. Non si impara a misurarsi con le rivoluzioni epocali di cui ancora non si sanno le dinamiche e gli effetti, se si soccombe o si declina senza idee e senza iniziative sulle crisi e le difficoltà di cui conosciamo già sia le cause che i rimedi. Se i robot arriveranno davvero, il loro impatto sul lavoro sarà più devastante – c’è da scommetterci – sui paesi che già oggi hanno le economie più deboli.

Fiorella Farinelli
Nota
(1) Lavorare gratis lavorare tutti, Rizzoli, Milano 2017.
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OCCUPAZIONE FEMMINILE
Tutti i rischi del «meno tasse per tutti»

di Roberta Carlini su Rocca 11/2017

Nel suo discorso di reinvestitura alla carica di segretario del Pd, Matteo Renzi ha introdotto tre parole chiave per il prossimo futuro: mamme, lavoro, casa. Al di là delle facili battute sulla politica degli slogan, è il caso di cominciare a guardare alla politica concreta che si intende attuare, visto che un governo, sostenuto dal partito del «ri-segretario», c’è ed è destinato, secondo le parole dello stesso leader, a durare ancora un po’.
Per le prime due parole della triade, in realtà, qualcosa di più approfondito nel Piano nazionale di riforma presentato dal governo Gentiloni c’è, ed è nel fissare un obiettivo, l’aumento dell’occupazione femminile, e dedicare a questo uno strumento specifico: la riduzione delle tasse sul lavoro, in particolare sulle donne e sui giovani.
Si dà per scontato, negli ultimi tempi, che la riduzione delle tasse – che certo piace a tutti – sia uno strumento passpartout, e dunque non si mette in discussione: semmai ci si concentra sulla sua sostenibilità, ossia sui problemi di copertura o di aumento del deficit pubblico che comporterebbe.
Ma il fatto che una politica sia finanziabile, e che sia popolare, non vuol dire che di per sé sia utile all’obiettivo specifico. Il quale, ovviamente, è condivisibile e anzi troppo trascurato finora: con il suo 51% di occupazione femminile, l’Italia è al penultimo posto in Europa, piazzandosi solo davanti alla Grecia. Anche Malta fa meglio dell’Italia, quanto a tasso di occupazione femminile. E la mancata partecipazione delle donne al mercato del lavoro contribuisce a tenere la media italiana dell’occupazione assai lontana dall’obiettivo generale, che è quello di raggiungere il 75% di tasso di occupazione nel 2020. Dunque, ottimo obiettivo; ma lo strumento è quello giusto?

ma la realtà è un’altra
Se lo è chiesto l’Ufficio parlamentare di bilancio, nel suo Rapporto sulla programmazione di bilancio 2017. In tale Rapporto, si ricorda che «c’è un diffuso consenso in letteratura sulla possibilità che modifiche alla tassazione possano influenzare la partecipazione femminile al mercato del lavoro». E si nota che, a questo proposito, possono essere efficaci soprattutto gli strumenti che incidono sul reddito individuale e non su quello familiare: vale a dire, che se si commisura l’intervento al reddito del nucleo familiare – come succede per gli assegni familiari e per le detrazioni per i figli a carico – si ha un impatto minore che non intervenendo direttamente sulla retribuzione netta del singolo individuo, donna o uomo, in particolare con detrazioni di imposta sui redditi da lavoro, soprattutto quelli più bassi. Ma tra la letteratura economica e la realtà spesso c’è una grande distanza, e questa viene misurata dal Rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio quando si va a vedere la situazione complessiva dei Paesi europei. La distanza tra il nostro tasso di occupazione femminile e quello degli altri Paesi non sembra giustificabile solo con la differenza nel regime di tassazione. È vero che da noi il nucleo fiscale – ossia la somma di tasse e contributi che pesano sul lavoro, e fanno sì che la retribuzione che giunge in tasca a chi lavora sia molto distante da quel che costa alle imprese – è molto pesante. Ma nel confronto internazionale, se si guarda ai redditi più bassi, l’Italia non risulta particolarmente penalizzata. Prendiamo un reddito da 10.220 euro l’anno (pari a un terzo della retribuzione media) per un lavoratore dipendente single senza carichi familiari: il relativo cuneo fiscale, in Italia, è al decimo posto su 22 Paesi europei presi in esame; per redditi più alti (20.530 euro l’anno) il cuneo sale, e l’Italia si porta al quindicesimo posto. Ma anche in questo caso è superata da Paesi che hanno un’occupazione femminile molto più alta: per esempio Francia, Germania e Spagna, nei quali il tasso di occupazione femminile è, rispettivamente, del 66,3, del 74,5 e del 58,1%.
Dunque, la prima conclusione dello studio è che il cuneo fiscale di per sé non pare correlato alla maggiore o minore occupazione femminile. Andando ancora più a fondo, si analizza la struttura dell’imposizione per vedere se ci sono fattori specifici che influenzano la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Ne viene fuori che, per un nucleo familiare con due figli e due percettori di reddito, nel quale il primo percettore ha un reddito pari a quello medio e il secondo un reddito pari al 33% della media, il cuneo fiscale addirittura scende un po’, per il «secondo percettore» (di solito la donna). Facendo una classifica sull’effetto di disincentivo operato dal cuneo fiscale, l’Italia si posiziona al settimo posto nella classifica dei Paesi con minori disincentivi al secondo lavoro in famiglia.

aprendo asili nido
In altre parole: non sono le tasse a tenere le donne fuori dall’occupazione. E questo è vero soprattutto per i redditi più bassi. Questo dato va sottolineato: infatti in gran parte la bassa occupazione femminile italiana è dovuta al fatto che le donne con minori qualifiche e titolo di studio restano casalinghe, dunque sono proprio loro che «mancano» dal mercato del lavoro. Naturalmente, può essere il basso livello del reddito in sé a spiegare perché spesso le donne preferiscono stare a casa – e farsi carico della cura familiare – piuttosto che accettare lavori pagati pochissimo: ma c’è da chiedersi se questo dato strutturale possa essere cambiato, o almeno mitigato, da un bonus fiscale. Mentre, se si vanno a guardare altri indicatori, emergono correlazioni molto più forti: come quella tra la presa in carico dei bambini negli asili nido e l’occupazione femminile. Attualmente la copertura nazionale è dell’11,9% (ossia, 11,9 bambini su 100 tra quelli tra zero e due anni vanno al nido), ma molte regioni sono lontanissime dalla media: la Sicilia è al 4,9%, la Puglia al 4,3%, la Campania al 2,2%, la Calabria all’1,4%. Adesso il governo conta di portare la copertura media al 13%, ma la realtà in molte zone d’Italia è che l’adesione al nido addirittura scende, complici non solo la denatalità ma anche l’aumento dei costi delle rette.

il lavoro pubblico alleato delle donne
Studi come quello dell’Ufficio parlamentare di bilancio sono molto utili per demitizzare alcune politiche, e cercare di utilizzare al meglio le scarse risorse che ci sono nella finanza pubblica. E confermano un sospetto che poteva venire in mente anche in base al semplice buon senso: se le donne non lavorano è perché non c’è lavoro, non perché non hanno sufficienti «incentivi» a lavorare. Se le retribuzioni che vengono loro proposte sono basse è perché le imprese pagano poco, a loro volta perché hanno un problema di produttività e/o di domanda dei loro beni e servizi. Se la doppia presenza sul mercato del lavoro retribuito e su quello familiare è sempre più insostenibile è perché il primo dà poco e il secondo chiede molto, anche per la parallela riduzione dell’offerta pubblica e la mancata perequazione dei carichi in famiglia.
Affrontare questi nodi richiederebbe una dose di innovazione e anche di rottamazione non convenzionale – per esempio, incidendo sul lavoro pubblico come principale alleato del lavoro femminile, e dunque pretendendo da questo una radicale svolta in termini di efficienza –, mentre inseguire parole d’ordine vecchie orami trent’anni, come il «meno tasse per tutti», rischia di essere improduttivo oltre che molto costoso.

Roberta Carlini
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rocca-11-2017

…rompere l’uniformità con le differenze, a disseminare ovunque sia possibile forme di contropotere organizzato (produttive, distributive, ecologiche, ambientali, di resistenza passiva) e cercare di collegarle tra loro per integrazioni successive

volti quadro Anna cSOCIETÀ E POLITICA »TEMI E PRINCIPI» SINISTRA
Più che un partito serve una rete di esperienze sociali alternative
di Gianandrea Piccioli, su il manifesto, ripreso da
eddyburg
«Sinistre. Le tradizionali culture politiche, gli stessi storici contenitori politici sono oggi improponibili. Vanno trovati altri modelli più che dividersi numeri da condominio». il manifesto 13 maggio 2017 (c.m.c.)

«Oggi sinistra è il nome che diamo alle nostre anime belle». Così scriveva Guido Mazzoni dopo l’elezione di Trump, sul sito Le parole e le cose: un lucido saggio, cui affiancherei Populismo 2.0 di Marco Revelli e La lotta di classe dopo la lotta di classe di Luciano Gallino.

Vere e proprie bussole per orientarsi in un mondo in cui la razionalità non è più in grado di comprendere la realtà (altroché l’hegeliano «il proprio tempo compreso con il pensiero»…). “Destra” e “sinistra” in senso lato possono rimandare a due costanti antropologiche diversamente declinate nei secoli: attenzione a conservare le tradizioni versus aspirazione al cambiamento, affermazione di libertà individuale versus realizzazione di rapporti sociali equi.

Nell’accezione politica hanno invece una storia più recente, dall’Illuminismo in poi: il termine stesso “sinistra” nasce con la Rivoluzione francese. Ed è collegato a un’altra idea, nata con la concezione ebraico-cristiana del tempo, cioè l’idea di una storia lineare e progressiva, tuttora prevalente nel senso comune. Per di più capitalisticamente identificata con l’idea di sviluppo.

Però, come diceva Nicola Chiaromonte, «la storia muta ma non cambia» e i ciclici corsi e ricorsi storici, sempre diversi ma sempre uguali, nella fase del declino non salvano dalla barbarie. Nel II secolo Roma contava 1.200.000 abitanti, nel 1527 solo 50.000… Mi sembra che il mondo occidentale sia caduto in una di quelle catastrofi periodiche che segnano il passaggio da un’epoca all’altra: solo che oggi tutto è a livello planetario.

La fantasmagorica crescita della tecnica ci ha fatto smarrire il senso del limite, della realtà e dei rapporti umani. L’unico spazio pubblico rimasto è quello solitario dello schermo del computer e dei narcistici social network, che tutto sono salvo che sociali. I grandi temi della controcultura degli anni Sessanta e Settanta -l’autorealizzazione, l’abolizione dei divieti, l’emancipazione da vincoli secolari quando non millenari, l’appagamento dei desideri come diritto e valore rivoluzionario o comunque politico – negli anni sono diventati la bandiera ideologica e l’alibi dell’élite al potere oggi in Occidente, pantografata da Martin Scorsese in The Wolf of Wall Street.

Ma già Simone Weil ammoniva: «Nella natura delle cose non è possibile alcuno sviluppo illimitato. Il mondo riposa del tutto sulla misura e l’equilibrio. La stessa cosa accade nella città». Cioè nel sociale e nel politico. Ma inutile farsi illusioni: i due campi (che non vanno confusi) sono devastati dalla selvaggia globalizzazione neoliberista, o comunque la si voglia chiamare (per un approfondito chiarimento della questione, che non è solo nominalistica, rinvio a Il rovescio della libertà, di Massimo De Carolis).

Le tradizionali culture politiche, gli stessi storici contenitori politici sono ormai improponibili, e non solo perché il collasso interno li ha resi irriconoscibili: tutta la recente storia del Pd è esemplare e, come anche i vari tentativi di creare un’alternativa a sinistra, denuncia l’esaurimento di quel modello.

Il sociale è frantumato e sfibrato dall’impoverimento crescente, dalla disoccupazione giovanile, dalla crisi, lucidamente perseguita con baldo entusiasmo anche dai partiti sedicenti di sinistra, del sistema di garanzie del Welfare, bollato oggi come “stato assistenziale”. Dall’abolizione di ogni organismo intermedio tra società e Stato. E dall’ immigrazione dei dannati della terra e di chi cerca di salvarsi dalle nostre guerre.

Di questo sfrangiamento è causa anche la chiusura delle grandi fabbriche e la conseguente disseminazione della forza operaia, ormai disgregata, sotto ricatto e senza uno spazio collettivo che non era solo di lavoro ma pure di dibattito, di lotta e di mobilitazione, anche nella sua proiezione nella città.

E forse ancor più angoscia l’anestetizzazione verso la sofferenza degli altri: si comincia da qui e si arriva in fretta, ci stiamo arrivando, in molti paesi europei e della Nato (Turchia, anche coi nostri soldi) ci siamo già arrivati, ai campi di concentramento. Edith Bruck, in una recente intervista, si domanda: «Che cosa deve ancora succedere?». Guardando le foto dei cadaveri galleggianti sul mare non ci dice più nulla la tremenda constatazione di Simone Weil: «C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno»?

Alle svolte epocali della storia non si sfugge. Però, come recita un detto friulano citato spesso da Claudio Magris, morir si deve, morir bisogna, mostrar il cul senza vergogna. Allora forse si può resistere comunque, con approcci nuovi o ripresi dalla tradizione libertaria socialista e anarchica, ma anche dal comunitarismo americano, alla Christopher Lasch, un conservatore di sinistra, autore tra l’altro di un profetico saggio sul narcisismo.

Ma senza andar troppo lontano si potrebbero rileggere Gobetti e Gramsci. Soprattutto avendo sempre come base programmatica l’attuazione della nostra Costituzione. In fin dei conti gli italiani si sono risvegliati in massa dalla loro apparente apatia solo nel 2006 e nel 2016 per rifiutare stravolgimenti della Carta. E lascia esterrefatti che il ceto politico in toto non abbia tenuto conto della formidabile mobilitazione, soprattutto giovanile, del dicembre scorso: un ulteriore sintomo dello stato comatoso dei nostri partiti e del nostro parlamento.

Così ci stiamo giocando le nuove generazioni. Cominciamo allora a rompere l’uniformità con le differenze, a disseminare ovunque sia possibile forme di contropotere organizzato (produttive, distributive, ecologiche, ambientali, di resistenza passiva) e cercare di collegarle tra loro per integrazioni successive.

E soprattutto dovremmo tutti recuperare la dimensione dell’alterità. Ricordandoci che adempiere gli obblighi verso gli altri è socialmente più fecondo che rivendicare un diritto. Come scriveva Anna Maria Ortese «La vita di un paese non è fattibile senza un impegno morale – oh, assai prima che politico».
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forumpa il pensatore
SOCIETÀ E POLITICA » GIORNALI DEL GIORNO » ARTICOLI DEL 2017
Un paese senza certezze
di Ilvo Diamanti su La Repubblica online, ripreso da
eddyburg

La consueta, periodica indagine sui prevedibili futuri politici del Palazzo. Ma è difficile prevedere il futuro che si è espresso nei numerosi eventi della politica del popolo, dalla battaglia per l’acqua pubblica a quella per la difesa della Costituzione. Eppure la speranza è lì. la Repubblica, 13 maggio 2017

ALCUNI importanti eventi hanno segnato la politica in Italia, negli ultimi mesi. In particolare, le primarie del Pd, (stra)vinte da Matteo Renzi. Il quale, dopo la bocciatura del referendum costituzionale, si è ripreso il partito. Quanto al governo, si vedrà. Il sondaggio di Demos per l’Atlante Politico pubblicato da Repubblica segnala, comunque, alcuni mutamenti significativi nel clima d’opinione.

Anzitutto, negli orientamenti di voto. Secondo le stime di Demos, infatti, il Pd ha nuovamente superato il M5S. Di poco. Un punto solamente. Sufficiente, però, a cambiare le gerarchie elettorali fra i due soggetti politici principali, dopo il declino di Silvio Berlusconi e del suo partito. I quali, tuttavia, resistono. Forza Italia, infatti, è stimata oltre il 13% e la Lega di Salvini le è vicina. Così si ripropone una triangolazione, per alcuni versi, simile a quella emersa dalle elezioni politiche del 2013. Quando Pd, M5S e Forza Italia – insieme alla Lega – avevano conquistato una quota di elettori molto simile. Intorno al 25%.

Naturalmente, molto è cambiato da allora. Anzitutto, gli equilibri tra Fi e Lega. Nel 2013 la Lega, guidata da Roberto Maroni, superava di poco il 4%, mentre il Pdl intercettava quasi il 22%. Poi, ovviamente, è cambiato il volto del Pd. Proposto, allora, da Bersani, oggi da Renzi. Mentre il M5S ha ancora il profilo di Grillo. Ma ha consolidato la sua presenza nel Paese. Visto che, nel frattempo, ha conquistato, fra l’altro, il governo di Roma e Torino. Due Capitali (anche se in senso diverso).

Questo scenario è confermato dalle stime di voto degli altri partiti. A destra di Fi, come a sinistra del Pd, si osserva un complessivo arretramento. I soggetti politici di Centro, infine, occupano uno spazio quasi residuale. Schiacciati dai tre “poli” maggiori. Che, nel sondaggio, intercettano oltre l’80% dei voti. Questo assetto, però, appare tutt’altro che strutturato. Soprattutto a Centro-destra, dove l’asse tra Fi e Lega è messo in discussione. Dalla Lega di Salvini.

È, tuttavia, chiaro che, se queste stime venissero, almeno, “approssimate”, in caso di elezioni, nessuna maggioranza sarebbe possibile. Perché nessun Polo o Partito riuscirebbe a superare la soglia del 40%, necessaria a conquistare la maggioranza dei seggi. Occorrerebbe, dunque, formare coalizioni più “larghe”. Fra soggetti di famiglie politiche diverse e perfino contrastanti. Ma l’operazione appare difficile. Gli elettori del Pd, infatti, non sembrano gradire un’alleanza con Fi, ancor meno con il M5S. Mentre appare maggiore (ma complicata) l’attrazione reciproca tra M5S, Lega e Fdi.

Per ora, comunque, la prospettiva del voto anticipato interessa una minoranza di elettori (43%). Più ampia nella Lega, nei Fdi e, soprattutto, nel M5S. Ma la maggioranza assoluta degli intervistati auspica che l’attuale governo duri fino a fine legislatura. Prevista l’anno prossimo. Il governo Gentiloni, d’altronde, mantiene un buon livello di gradimento. Intorno al 40%. Come due mesi fa. Insomma, non entusiasma, ma, in tempi come questi, è difficile sollevare passioni, in politica.

La fiducia verso il premier, Paolo Gentiloni, per quanto in calo di qualche punto, resta elevata: 44%. La più elevata fra i leader testati. Matteo Renzi, dopo le Primarie, ha ripreso quota: 39%, 6 punti in più rispetto a due mesi fa. È affiancato da Giorgia Meloni. Molto più apprezzata del proprio partito. Salvini, Di Maio e Pisapia si attestanofra il 32 e il 35%. Gli altri, più sotto. In fondo, con meno del 20%, troviamo Roberto Speranza e Massimo D’Alema. La scissione dal Pd non pare aver giovato loro, sul piano del consenso personale.
Attraversiamo, dunque, una fase instabile. Mentre diverse questioni agitano il dibattito pubblico. Ne segnaliamo alcune.

Anzitutto, l’uso delle armi per legittima difesa, definito dalla legge appena approvata alla Camera. In particolare, a proposito della possibilità di usare un’arma di notte “nel proprio domicilio”. Tuttavia, la maggioranza delle persone ritiene che, in casa nostra, “sparare” all’aggressore sia sempre legittimo. Lo pensano, soprattutto, gli elettori di Centro-destra, ma anche del M5S. Mentre la base del Pd si divide in modo quasi eguale. E solo più a “Sinistra” si vorrebbe limitare al massimo la possibilità di “sparare” in casa propria.

C’è poi la questione dei vaccini, intorno alla quale non c’è proprio discussione, visto che oltre 9 persone su 10 li ritengono indispensabili a garantire la salute dei bambini. Senza se e senza ma.

Infine: le Ong. Le Organizzazioni di Volontariato Internazionale Non Governative. Al centro di numerose polemiche, in seguito alle recenti affermazioni del procuratore di Catania, secondo il quale «alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti». Al fine di «destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi». Senza entrare nel merito, queste parole sembrano aver indebolito la credibilità delle Ong, che ottengono un grado di fiducia (42%) molto inferiore rispetto alle ”Associazioni di volontariato”, tout-court (63%). Quasi a sottolineare come, per la maggioranza degli italiani, le Ong non siano “associazioni di volontari”. Ma, appunto, qualcosa di diverso. E oscuro.

Il dibattito politico, quindi, incrocia e confonde questioni tanto più critiche quanto più riguardano la nostra vita quotidiana. Anche perché non sono chiari i riferimenti politici generali. Intanto, la scadenza del voto si avvicina. Non è chiaro, però, quando sarà. Fra un anno? Prima? È la cronaca di un Paese incerto. Dove l’incertezza politica logora la fiducia della società, nelle istituzioni. E, ovviamente, nell’economia. Ma al ceto politico non sembra interessare troppo.

Negli ultimi trent’anni l’economico ha coperto tutti gli spazi della vita e ha finito per svuotare di senso del lavoro, della solidarietà, del vivere insieme. La crisi economica che ha segnato l’ultimo decennio, ci obbliga a porci degli interrogativi sul modello di sviluppo segnato dalla globalizzazione e fondato sull’ideologia neo-liberista che ha caratterizzato l’Occidente ha generato una visione economicistica della vita e delle relazioni interpersonali e la convinzione che il progresso o meglio il futuro sarebbe stato segnato da una crescita illimitata generata dall’auto capacità regolativa dei mercati e dalla immissione nei sistemi di produzione di sempre nuove e pervasive innovazioni tecnologiche. (…) Poiché la maggioranza dei problemi sono stati generati dall’uomo e che se non si agisce in tempo c’è la possibilità di arrivare a un punto di non ritorno, occorre avere la forza e il coraggio di ripensare il nostro modo di vivere, di produrre e di consumare.

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di Savino Pezzotta

ECONOMIA, LAVORO E SVILUPPO UMANO
12 maggio, 2017 di Savino Pezzotta, sul suo blog
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Sabato scorso ho partecipato a un interessante convegno della Caritas di Cagliari. Un incontro molto interessante che ha visto la partecipazione di molti ragazzi delle scuole, oltre ai miei amici della Cisl. Non essendo per ragioni di tempo riuscito a sviluppare il mio intervento, lo pongo qui anche per dare agli amici della Caritas di Cagliarli di conoscere integralmente quanto avrei voluti dire. Un grazie vero e di cuore per l’accoglienza ricevuta.

Appunti per Intervento

Per poter parlare con attenzione e sensibilità sociale di sviluppo umano non possiamo non fare alcune annotazioni sull’economia e il suo rapporto con la dimensione etica.

Negli ultimi trent’anni l’economico ha coperto tutti gli spazi della vita e ha finito per svuotare di senso del lavoro, della solidarietà, del vivere insieme.

La crisi economica che ha segnato l’ultimo decennio, ci obbliga a porci degli interrogativi sul modello di sviluppo segnato dalla globalizzazione e fondato sull’ideologia neo-liberista che ha caratterizzato l’Occidente ha generato una visione economicistica della vita e delle relazioni interpersonali e la convinzione che il progresso o meglio il futuro sarebbe stato segnato da una crescita illimitata generata dall’auto capacità regolativa dei mercati e dalla immissione nei sistemi di produzione di sempre nuove e pervasive innovazioni tecnologiche.

Non sono contro la scienza e la tecnologia, né mi colloco sul versante neo-luddista, anzi continuo ad emozionarmi e compiacermi dinnanzi alle scoperte scientifiche e alla loro declinazione tecnologica, ma rifiuto di affidare loro un compito prometeico e non condivido che possano sostituirsi al potere dell’uomo. Gli strumenti che possono aiutare l’uomo nello sviluppo della personalità soggettiva, nel lavoro e nella cura, come nella produzione di beni, di scambi e di relazioni deve essere governato dall’umano e pertanto sempre riferito a criteri etici e sociali e non solo a quelli puramente economici.

Avendo da sempre rifiutato l’idea che il denaro fosse “lo sterco del demonio”, preferendo la quanto scritto da Leon Bloy che diceva che il danaro era “il sangue del povero” e per questo deve essere rispettato e usato come strumento di solidarietà, di aiuto, di carità e per consentire una vita dignitosa. Per la sua natura intrinsecamente sociale e relazionale, il denaro non può diventare un idolo e forma di potere, di un accumulo che sottrare risorse ai più deboli, che tenda moltiplicarsi tramite sé stesso.

La finanziarizzazione dell’economia ha prodotto tanti guai al mondo e ha contribuito fortemente a estendere le disuguaglianze, a mortificare il lavoro e a introdurre nelle democrazie elementi negativi, dico questo non perché sono contro la finanza che continuo ritenere strumento utile e necessario per il buon funzionamento delle nostre società, ed è proprio che per questo che deve essere sempre uno strumento trasparente affidato, alla politica e alla dimensione sociale.

In questi ultimi anni, innanzi al crescere della disoccupazione, al peggioramento degli stili di vita dei ceti medi e popolari, al crescere delle disuguaglianze e delle povertà, ce la siamo presa con l’austerità, la flessibilità e, in definitiva, con l’Europa. Quando invece si sarebbe dovuta sviluppare con rigore una riflessione sul modello liberista e sui danni che esso ha provocato e come attraverso l’indebolimento dell’economia sociale di mercato, messa in atto anche in Europa, si è finito per restringere il benessere delle nostre società.

Andava aperta una linea di credito verso la sobrietà, poiché a parer mio oggi la crescita economica, su cui si spendono attualmente -a proposito e sproposito- molte parole, deve essere piegata su una logica di sviluppo umano. Mi rendo conto che questo esige un ordine politico stabile e fortemente integrato a livello europeo. Un ordine che sia in grado di esercitare la responsabilità di fissare priorità comuni, criteri di redistribuzione delle risorse, regole di ingaggio e investimento sul futuro e di negoziare il proprio rapporto con il mondo e, soprattutto, nei confronti della politica del nuovo presidente americano.

C’è un bisogno reale di più Europa e non di meno e l’obiettivo che si intende perseguire è quello dello sviluppo umano e non semplicemente della crescita economica. I singoli paesi europei non saranno e non sono in grado di affrontare singolarmente la questione del lavoro e, in particolare, il problema dell’arrivo di richiedenti asilo e di migranti in cerca di una vita decente.

Siamo entrati in un momento in cui bisogna iniziare ad impadronirsi del futuro. Abbiamo il dovere di far proiettare l’ombra del futuro sul nostro presente se vogliamo costruire percorsi di sviluppo integrale. Bisogna prendere atto delle problematiche che condizioneranno le forme del nostro vivere per andare oltre il mantra liberista, l’ortodossia ordoliberista e il populismo emergente.

Non è facile avanzare una visione critica dell’economicismo attuale. In tal senso, prima ancora che una prospettiva economica, la “sobrietà” riguarda la sfera del pensare, i nostri stili di vita e di consumare, l’ambiente e il paesaggio del vivere comune.

Indubbiamente bisogna partire dai poveri, dai deprivati, da coloro che sono marginalizzati ed esclusi e farli divenire protagonisti del dibattito, del confronto e della decisione politica. In questa direzione va recuperato il concetto di emancipazione, perché lo sviluppo umano si determina quando ai deboli si restituisce la parola, li si libera dalla passività e dall’assistenzialismo e li si rende soggetti attivi, portatori di storie, risorse, desideri e sogni facendo combaciare l’impegno per sviluppo umano integrale con l’idea/desiderio di crescita/dignità della persona.

Nello stesso tempo avverto la necessità di immettere nel nostro cuore una riflessione ampia e approfondita che ci aiuti ad inquadrare lo sviluppo umano integrale ​nella “cura della casa comune” come indicato nell’enciclica di Papa Francesco “Laudato Si’”.

Papa Francesco invita ad assumere con urgenza il destino della “famiglia umana” e a custodire il “bene comune” del creato che attualmente passa nella lotta contro il cambiamento climatico, nell’impegno più deciso per la pace, il governo della mobilità umana e la ridistribuzione globale della ricchezza prodotta anche attraverso l’uso delle nuove tecnologie. La rivoluzione digitale, l’industria 4.0 non può limitarsi a produrre un incremento della scala del valore solo a vantaggio di pochi.

Per agire su questo terreno non basta il pensiero economico è politico, ma dobbiamo senza pudori attingere laicamente alle risorse delle tradizioni religiose, spirituali e culturali dei popoli.

Dobbiamo maturare e far crescere nella società e nell’opinione pubblica la consapevolezza che l’insieme dei problemi che oggi angustiano il mondo e in particolare quelli che derivano dalla questione climatica, non possono essere affrontati solo ricorrendo a standard di tipo tecnico o ad azioni esclusivamente tecnologiche e finanziarie, ma si devono mettere in azione le risorse etiche e spirituali. La popolazione umana è numerosa e tenderà a cresce e avrà sempre più bisogno di cibo, di cure, di istruzione e di lavoro, ma tutti questi bisogni sono oggi confinati nell’incerto. L’acqua potabile diventa ogni giorno risorsa scarsa, l’atmosfera e i mari sempre più inquinati, il clima si sta modificando in modi che non sempre sono propizi alla vita. Poiché la maggioranza dei problemi sono stati generati dall’uomo e che se non si agisce in tempo c’è la possibilità di arrivare a un punto di non ritorno, occorre avere la forza e il coraggio di ripensare il nostro modo di vivere, di produrre e di consumare.

C’è bisogno di una mappa per orientarci per non cadere in visioni apocalittica per questo ci serve un pensiero aperto che sia, come scrive il Papa, nell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, poliedrico e non circolare.

235. Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia. Allo stesso modo, una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo. Non è né la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili.

236 Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti.
Quindi, al di là delle considerazioni di ordine globale, dobbiamo cercare di vedere la società come formata da una serie di diversità e specialmente guardarla dal punto di vista dei poveri, in modo che possiamo riflettere su come trasformare il nostro stile di vita.

Nell’enciclica “Laudato Si’” sulla salvaguardia del creato, Papa Francesco invita a assumere una visione di ecologia integrale capace di valutare tutte le componenti ambientali, economiche, culturali per costruire una ecologia della vita quotidiana che ponga al suo centro la dignità inalienabile della persona umana.

L’enciclica “Laudato Si’“ ci invita a riflettere su una serie di aspetti: coscienza e responsabilità, discernimento o scelta critica, creatività, capacità e limiti.

COSCIENZA E RESPONSABILITA’

203. Accade ciò che già segnalava Romano Guardini: l’essere umano «accetta gli oggetti ordinari e le forme consuete della vita così come gli sono imposte dai piani razionali e dalle macchine normalizzate e, nel complesso, lo fa con l’impressione che tutto questo sia ragionevole e giusto”. Tale paradigma fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario. In questa confusione, l’umanità postmoderna non ha trovato una nuova comprensione di sé stessa che possa orientarla, e questa mancanza di identità si vive con angoscia. Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini.

In questo paragrafo viene sottolineato che oggi abbiamo più risorse del necessario e che ci concentriamo troppo sui mezzi e non riflettiamo abbastanza sugli obiettivi e sui fini che vogliamo perseguire o raggiungere, e che più che tendere alla “vita buona” ci accontentiamo di ricercare la “bella vita”. Già Romano Guardini cinquant’anni fa aveva sottolineato come i progressi tecnologici non siano stati accompagnati dallo sviluppo della responsabilità umana, dai valori e dalla consapevolezza. Mentre l’essere umano anela a una sempre maggiore autonomia, le innovazioni tecnologiche non sempre rendono le persone più libere e indipendenti.

Quello che dobbiamo fare non è demonizzare la tecnica, agire con attenzione sulla sua usabilità, mettendo in atto un discernimento collettivo sugli obiettivi che si vogliono raggiungere con l’innovazione tecnologica e sul come impiegare la stessa su obbiettivi collettivi: la cura delle persone, l’accompagnamento della crescita dei bambini, l’assistenza degli anziani, il riscatto dalle povertà, per la sanità, l’istruzione, i trasporti e la produzione sostenibile di energia.

A volte siamo costretti a renderci conto che strumenti che potrebbero produrre progetti e percorsi di liberazione e di emancipazione individuale e sociale, vengono impiegati solo per il profitto privato. Prendiamo per esempio quello che si sta verificando sul terreno del lavoro, l’automazione dei processi produttivi, l’impiego di robot in molteplici attività dalla produzione alla medicina, le nanotecnologie, le biotecnologie potrebbero liberare le persone dalla fatica, dalla routine, dalla alienazione, mentre dobbiamo costare che esse vengono orientate al profitto privato e al potere di pochi con costi sociali (disoccupazione) molto alti che rendono i poveri e gli esclusi maggiormente vulnerabili.

Inoltre molte volte avanza un certo cinismo, soprattutto quando si esalta l’innovazione tecnologica perché dovrebbe consentire di non avere i problemi che normalmente nascono dagli esseri umani (nessuna rivendicazione, scioperi, sindacato).

Camminare su questi sentieri pone la questione di una certa visione del vivere insieme e del come organizzare la vita sociale.

Il Papa inoltre insiste molto sulle disuguaglianze che segnano le società attuali e che investono, anche se in modi diversi, le società ricche e quelle povere. Si pone il problema della ricchezza creata in tutta la catena del valore, dalle catene di produzione globale, dalla gestione dei rifiuti dei paesi ricchi che non possono per denaro essere scaricati sui paesi poveri. Tanto sono gli esempi di collocazione dei rifiuti tossici e dei problemi che stanno creando alle popolazioni e che molte volte incrementano modelli corruttivi e/o criminogeni (mafie). Va anche tenuto presente che la ricerca esclusiva del business ha portato anche a situazioni di pesante sfruttamento della manodopera compreso il lavoro minorile, in molte parti del mondo.

Andrebbe aperta una riflessione sulla cosiddetta catena del valore e valutarla anche in termini di compatibilità sociale e ambientale.

Nel complesso queste distonie vengono presentato all’interno di un processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali, come una nuova modo di fare produzione che tiene conto della evoluzione tecnologica e delle condizioni della concorrenza internazionale. Non sempre si tiene conto delle persone e dell’ambiente. Oggi sempre più si avverte la necessità di una responsabilità d’impresa che non si limiti ai dipendenti diretti o all’ambiente della sua localizzazione, ma anche degli effetti che la sua attività produce nei luoghi e nei confronti delle persone ovunque essi siano.

CREATIVITA’

Nella Enciclica il Papa non si limita a denunciare con vigore le ricadute di ingiustizia che o nostri modelli finanziari che agisco sul breve termine provocano, ma propone un impegno creativo.

192. …un percorso di sviluppo produttivo più creativo e meglio orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investimento tecnologico per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi urgenti dell’umanità; potrebbe generare forme intelligenti e redditizie di riutilizzo, di recupero funzionale e di riciclo; potrebbe migliorare l’efficienza energetica delle città; e così via. La diversificazione produttiva offre larghissime possibilità all’intelligenza umana per creare e innovare, mentre protegge l’ambiente e crea più opportunità di lavoro. Questa sarebbe una creatività capace di far fiorire nuovamente la nobiltà dell’essere umano, perché è più dignitoso usare l’intelligenza, con audacia e responsabilità, per trovare forme di sviluppo sostenibile ed equo, nel quadro di una concezione più ampia della qualità della vita. Viceversa, è meno dignitoso e creativo e più superficiale insistere nel creare forme di saccheggio della natura solo per offrire nuove possibilità di consumo e di rendita immediata.

Le innovazioni sono spesso fattori di espansione della società dei consumi, mentre sarebbe necessario orientarle verso forme di sobrietà, di cura, di condivisione e di incremento delle relazioni interpersonali e sociali.

Servono nuove forme di economia poiché non possiamo più attestarci sul mono-modello dell’economia capitalista e privatistica, penso alle forme di economia circolare o all’economia sociale che non sono solo teorie o utopie, ma applicazioni molto pratiche

Ponendosi come alternativa al classico modello lineare, l’economia circolare promuove una concezione diversa della produzione e del consumo di beni e servizi, che passa ad esempio per l’impiego di fonti energetiche rinnovabili, e mette al centro la diversità, in contrasto con l’omologazione e il consumismo cieco.

Ma anche a modelli e forme come il carpooling (uso dell’automobile tra più) il coworking (condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un’attività indipendente), il consumo collaborativo, la mutualità, la cooperazione e la sperimentazione di nuove forme di lavoro che privilegino la partecipazione e la responsabilità rispetto alla subordinazione.

Va ripensato il tema della proprietà e del suo valore individuale e sociale, come si rende necessario ridefinire i confini tra pubblico e privato.

Nei nostri ragionamenti va incluso il tema delle conoscenze e della sua ripartizione come quello dell’insieme dei beni comuni globali che vanno trasmessi alle generazioni future.

Bisogna prendere atto che i nostri attuali modelli di crescita non rappresentano la giusta soluzione dei problemi. La questione politica e culturale che sta davanti a noi ci obbliga a vedere il neoliberismo non come una semplice ideologia o un’idea di politica economica, ma considerarlo prima di tutto come una vera e propria proposta e forma di vita, che tende strutturare la totalità della soggettività di ognuno. Da questa pervasività ideologica ci si deve liberare se si vuole creare una dimensione sociale e condivisa del vivere insieme.

CAPACITA’

Per stimolare la creatività si ha bisogno di dati, di informazioni affidabili e di nuovi strumenti di misurazione, Serve un nuovo indice di sviluppo umano, che tenga conto del PIL pro-capite, ma anche della speranza di vita alla nascita, dell’accesso alla salute, all’istruzione e alla creazione di capacità che consentano all’essere umano di fare e di essere.

Vanno create le condizioni sociali, economiche e politiche basate sull’autonomia e la responsabilità delle singole persone, un’autonomia che non faccia precipitare nell’individualismo egoista, ma che favorisca il formarsi di sempre nuove interdipendenze tra le persone, indipendentemente dalla religione, dalla etnia, dalla cultura e dalle scelte politiche.

SCELTA CRITICA

123. La cultura del relativismo è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito. È la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi. È anche la logica interna di chi afferma: lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili.

Nella stessa frase il Papa indica con chiarezza che è la stessa logica che agisce per i crimini privati (sfruttamento sessuale dei bambini e abbandono degli anziani), che sta alla base di ogni economia predatoria delle risorse naturali.

I modello economici che sono stati introdotti dalla rivoluzione industriale son stati costruiti sull’idea che ci sarà sempre abbastanza e di più. Solo che la crisi economica che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo si è incaricata di smentire questo ottimismo e ci pone problemi di equità e di distribuzione della ricchezza in direzione del lavoro e del mantenimento dei beni pubblici.

Abbiamo appreso dalla crisi che le risorse sono limitate e che non possiamo più ragionare come se ci fosse davanti a noi una torta collettiva illimitata e che la redistribuzione debba riguardare solo ciò che non abbiamo consumato.

Questa logica è mortale, è quella che fa costruire i muri, rimettere le frontiere, espellere e confinare, generare esclusioni. Di fronte ai gravi problemi che ci si pongono non possiamo rispondere solo valutando i costi, ma recuperando la domanda di senso e collegarla alla questione di nuovi stili di vita.

194. Affinché sorgano nuovi modelli di progresso abbiamo bisogno di «cambiare il modello di sviluppo globale», [136] la qual cosa implica riflettere responsabilmente «sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni». [137] Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso. D’altra parte, molte volte la qualità reale della vita delle persone diminuisce – per il deteriorarsi dell’ambiente, la bassa qualità dei prodotti alimentari o l’esaurimento di alcune risorse – nel contesto di una crescita dell’economia. In questo quadro, il discorso della crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine.

In molti ci hanno spiegato che lo sviluppo umano dipende in larga parte non solo e non tanto sul piano del supporto allo sviluppo, bensì in una logica win-win, cioè di vantaggi reciproci, di mutua crescita, di convergenza di interessi economici e culturali. Sono diverse le rilevazioni statistiche che ci hanno mostrato che così non è e non è stato, anzi la spinta verso il profitto individuale a scapito dei molti ha consentito l’ampliarsi delle disuguaglianze, dello sfruttamento e di forme di delocalizzazione che hanno impoverito le realtà di primo insediamento.

Osservando la situazione e l’andamento dell’economia globalizzata siamo portati a chiederci quale valore umano può avere la nozione di crescita che non tiene conto dello sviluppo umano e che si basa solo sul Pil pro capite che non può essere considerato l’unico indicatore di benessere, il suo tasso di variazione annua non può essere considerato una misura di sviluppo, nonostante questa sia la prassi dominante.

L’aumento del PIL pro capite riflette essenzialmente la crescita economica ed è un concetto puramente quantitativo, mentre il termine “sviluppo” indica un processo di trasformazione a vari livelli del sistema economico e della società, indirizzato a favorire l’aumento del benessere comune. Il persistere della prassi di misurare il benessere e lo sviluppo solo attraverso il PIL p.c. implica che lo scopo della politica, dalla massimizzazione del benessere collettivo, si riduca esclusivamente a favorire la crescita continua e indiscriminata dell’economia di mercato. A questo punto ci viene da domandarci a cosa serve aumentare la torta collettiva quando gli ingredienti necessari di questo aumento non rispettano criteri di giustizia, di equità e di sostenibilità? Non è vero che le maree alzando il vascello fanno il bene di tutti i naviganti. Dobbiamo imparare a guardare oltre la quantità per valutare meglio in termini di qualità il nostro modo di creare ricchezza.

Lo sviluppo della tecnologia digitale, la formazione di industria 4.0 può affascinare e personalmente ne sono ammaliato, anche perché può generare un nuovo modo di organizzare il lavoro intrecciando lavoro produttivo e lavoro di cura. Può contribuire a ridurre la fatica fisica, ma nonostante l’incantamento mi domando se essa può contribuire a rendere la vita e il lavoro umanamente dignitosi.

Se dalla rivoluzione digitale non scaturisce anche una ripartizione del tempo e della ricchezza che favorisca la possibilità per le persone di avere cura di se, della loro famiglia, della comunità e dell’ambiente in cui vivono e abitano, dei bambini e degli anziani e renda la parità uomo donna una dimensione concreta del nostro vivere, ma se si riduce solo alla dimensione tradizionale del fare profitto o del trarre solo ed esclusivamente vantaggi personali, allora la cosiddetta quarta rivoluzione diventa una dimensione che non risponde alle esigenze di sviluppo umano.

VINCOLI

Per essere all’altezza delle grandi trasformazioni che la dimensione tecnologica e scientifica sta producendo dobbiamo metterci nella condizione di poter trasformare complessivamente anche l’economia, e non solo limitarci a sperimentazioni virtuose.

Sono convinto che le forme dell’economia sociale che riusciamo a implementare siano molte utili per far passare nella nostra cultura nuovi paradigmi e aprire la strada a nuove possibilità.

Agire in una logica di sviluppo umano significa porci all’interno di una logica di ecologia umana.

L’immagine della casa che l’enciclica ha avanzato non si riferisce unicamente alla dimensione dello spazio fisico e naturale, ma richiama a una dimensione più generale capace di far interagire la salvaguardia del creato, con il rispetto dell’umano e della sua integrità e delle sue possibilità e alle interazioni tra gli esseri. Ci viene proposta l’urgenza di elaborare una percezione originale del mondo come realtà «in cui tutti possono trovare il proprio posto e sentirsi “a casa”, perché è “cosa buona”»

Si rimanda, pertanto, a una modalità di fare esperienza del reale che si radica su un fondo antropologico. E in virtù di questo radicamento non può far a meno di riferirsi all’identità del soggetto umano, nell’interazione complessa con tutto ciò che definisce (ambiente/relazioni/cura di sé e degli altri) il proprio vivere. Senza dimenticare che tale operazione inizia da uno sguardo attento che l’uomo è chiamato a rivolgere su di sé per definire la qualità delle proprie emozioni e dei pensieri che danno impulso alle azioni.

In un tempo in cui sembrano predominare le visioni apocalittiche, in un mondo in cui è tornato ad agitarsi la minaccia della bomba atomica e dove si è generata una confusione tra i disastri causati dalla natura, tra naturale e artificiale, di fronte al riscaldamento globale, al crescere dell’inquinamento, delle guerre, delle disuguaglianze, delle persone che si sono messe in cammino per sfuggire alla violenza della guerra, delle persecuzioni e dalle privazioni economiche e che fanno fatica a trovare una porta aperta, occorre che ognuno di noi faccia quanto è nelle sue possibilità e disponibilità perché un vero sviluppo umano si realizzi.
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La «cultura del dialogo» come compito educativo

bauman-e-francescoSOCIETÀ E POLITICA »TEMI E PRINCIPI» DE HOMINE
Bauman. L’arte del dialogo è la nostra rivoluzione
di Zygmunt Bauman, su La Repubblica online, ripreso da
eddyburg
«L’esortazione del sociologo recentemente scomparso che fa proprio un appello di papa Francesco. Il testo di Bauman è tratto da La grande regressione». la Repubblica, 11 maggio 2017 (c.m.c)

Essere uno stato, piccolo o grande non importa, vuole sempre dire una cosa molto semplice: avere sovranità territoriale, ossia la capacità di agire all’interno dei propri confini in base alla volontà di chi abita nel proprio territorio, senza rispondere agli ordini di qualcun altro. Dopo un’epoca in cui i vicinati si sono fusi o sono stati percepiti come destinati a fondersi in unità più grandi chiamate stati-nazione (con in agguato la prospettiva di un’unificazione e di un’omogeneizzazione della cultura, della legge, della politica e della vita umane in un futuro che, se non era immediato, sarebbe senza dubbio giunto), dopo la lunga guerra dichiarata dai grandi ai piccoli, dallo stato al locale e al “parrocchiale”, entriamo ora nell’epoca della “sussidiarizzazione”, in cui gli stati non vedono l’ora di scaricare i propri doveri, le proprie responsabilità e – grazie alla globalizzazione
e alla nascente situazione cosmopolitica – il compito ingrato di riportare il caos all’ordine, mentre le vecchie località e i vecchi comuni serrano i ranghi per assumersi queste responsabilità e battersi per qualcosa in più.

L’indicatore più vistoso, carico di conflitto e potenzialmente esplosivo del momento presente e la volontà di rinunciare alla visione kantiana di una futura Bürgerliche Vereinigung der Menschheit, un’unificazione civile dell’umanità, che coincide con la realtà della globalizzazione avanzata e imperante della finanza, dell’industria, del commercio, dell’informazione e di ogni forma di violazione della legge.

A cio si associa il confronto di uno spirito e di un sentimento klein aber mein (“piccolo, ma mio”) con il dato di una condizione esistenziale sempre più cosmopolita. In seguito alla globalizzazione e alla divisione dei poteri politici che ne deriva, infatti, gli stati si stanno trasformando in vicinati piuttosto grandi, compressi all’interno di confini permeabili, tracciati in modo vago e difesi in modo inefficiente. Nel mentre, i vicinati di una volta – considerati sul punto di essere cestinati dalla storia, insieme a tutti gli altri pouvoirs intermediaires — lottano per assumere il ruolo di “piccoli stati”, sfruttando al meglio cio che rimane delle politiche quasi-locali e dell’inalienabile prerogativa monopolista, un tempo gelosamente custodita dallo stato, di dividere “noi” da “loro” (e viceversa). Il “progresso”, per questi piccoli stati, si riduce a un “ritorno alle tribù”.

In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione.

Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione. Preoccupati di non svegliare il can che dorme e di evitare le sventure, i membri delle tribù bloccate nel circolo di superiorità/inferiorità non si parlano ma si ignorano. Per coloro che risiedono (o sono stati esiliati) nelle zone grigie di frontiera, la condizione di «essere sconosciuti e dunque minacciosi» e l’effetto della loro intrinseca o ipotetica resistenza o sottrazione alle categorie cognitive utilizzate come pilastri dell’“ordine” e della “stabilità”.

Il loro peccato capitale o il loro crimine imperdonabile consiste nell’essere la causa di una difficoltà mentale e pragmatica, derivata dalla confusione comportamentale che essi non possono non produrre (qui si può pensare a Ludwig Wittgenstein, che faceva consistere il comprendere nel sapere come andare avanti). Inoltre, questo peccato incontra ostacoli formidabili nella sua redenzione, per via del “nostro” testardo rifiuto di instaurare con “loro” un dialogo teso ad affrontare e a superare l’iniziale impossibilità della comprensione. L’assegnamento alle zone grigie è un processo autoalimentantesi messo in moto e intensificato dal venir meno o, meglio, dal rifiuto a priori della comunicazione.

Elevare la difficoltà della comprensione al rango di un’istanza o di un dovere morale imposto da Dio o dalla storia è, dopotutto, la prima causa e uno stimolo fondamentale alla definizione e al rafforzamento dei confini che “ci” separano da “loro”, anche se non su base esclusivamente etnica o religiosa, e della funzione fondamentale a cui devono assolvere. Come interfaccia tra i due contendenti, la zona grigia dell’ambiguità e dell’ambivalenza rappresenta inevitabilmente il territorio principale — e troppo spesso unico — su cui si proiettano le implacabili ostilità e si combattono le battaglie tra “noi” e “loro”.

Ritirando nel 2016 il premio Carlo Magno, papa Francesco — forse l’unica figura pubblica dotata di autorità planetaria ad aver avuto il coraggio e la determinazione di scavare le radici profonde del male, della confusione e dell’impotenza attuali e di metterle in mostra — ha dichiarato: «Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. È urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere “una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro”, portando avanti “la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni” ( Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».

Subito dopo, papa Francesco aggiunge una frase che contiene un altro messaggio strettamente connesso alla cultura del dialogo, come sua autentica conditio sine qua non: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando». Ponendo una cultura del dialogo come compito educativo e chiamando noi al ruolo di insegnanti, egli afferma senza ambiguità che i problemi che oggi ci affliggono sono destinati a durare ancora a lungo — problemi che cerchiamo invano di risolvere nei modi a cui siamo abituati, ma per i quali la cultura del dialogo ha una chance di trovare soluzioni più umane (e, auspicabilmente, più efficaci).

Un vecchio proverbio cinese, ancora molto attuale, invita chi di noi è preoccupato per l’anno a venire a seminare grano e chi invece si preoccupa per i prossimi cento anni a educare le persone. I problemi che abbiamo di fronte non ammettono bacchette magiche e scorciatoie, ma richiedono niente meno che un’altra rivoluzione culturale. In tal senso, essi impongono una riflessione e una pianificazione sul lungo periodo, due arti purtroppo dimenticate e raramente messe in pratica in questi tempi affrettati vissuti sotto la tirannia del momento. Abbiamo bisogno di recuperare e di riapprendere queste arti. Per farlo, serviranno menti lucide, nervi d’acciaio e molto coraggio. Soprattutto, servirà un’autentica visione globale a lungo termine — e tanta pazienza.

Traduzione di Pietro Terzi
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quarto_stato
Lavoro e diseguaglianze
Diario n. 328
27 dicembre 2016
di Francesco Indovina

Non vi è dubbio che i problemi più gravi dell’attuale fase (non transitoria) siano il lavoro e le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Collegati a questi due, come in una catena, troviamo la crisi fiscale dello stato (a tutti i livelli), la riduzione dei servizi sociali, la mancanza di abitazioni a basso prezzo (a cui corrisponde una grande quantità di abitazioni vuote e di invenduto), la cattiva situazione delle infrastrutture, la mini criminalità (mentre gode ottima salute quella organizzata), la crisi del sistema sanitario, la sicurezza, ecc. Una catena che può essere allungata come si vuole ma che si sviluppa a partire da quei due anelli. Di questi due problemi un qualsiasi governo si dovrebbe occupare, ma ne prima né ora le questioni sono all’ordine del giorno con il dovuto impegno e con le necessarie nuove idee.

Lavoro
I provvedimenti già attivi non solo non sono stati risolutivi, ma hanno, in un certo senso aggravato la situazione. Gli strumenti attivati non hanno inciso significativamente sulla disoccupazione e hanno reso precario e vergognosamente super sfruttato chi il lavoro, anche se marginale, a tempo, incerto in qualche modo lo ha. I vaucher producono racconti agghiaccianti: 7,5 euro all’ora per qualsiasi tipo di lavoro (dal servizio di sicurezza, al servizio bar, passando per il call center , ecc., parcellizzato e spezzettato in modo tale che pochi riescono ad avere garanzia, sia fa per dire, di un reddito mensile. Non solo pagati con ritardo, ma spesso i voucher sono utilizzati come “tessera” per un lavoro nero più sfruttato, mentre l’ultima frontiera è quella della loro utilizzazione per pagare chi sostituisce (sic!) i lavoratori in sciopero.
La filosofia “meglio di niente” sta ancora di più imbarbarendo la nostra società e il mercato del lavoro: ogni dignità di se stessi sembra vanificata dalla ricerca di una elemosina-lavorativa.
La bellezza del paese, la sua cultura, la sua storia, che poi tradotto in soldoni significa turismo non solo sarebbe assurdo che portasse ad una società fatta di camerieri, guidi turistiche e commesse, ma neanche si costruisce con progetti adeguati, mentre quei specifici settori, insieme all’edilizia sono quelli del massimo sfruttamento e dell’uso (non chiamiamolo abuso) dei voucher.
Non c’è una soluzione facile, si tratta di modificare quanto, dove, come e quando ciascuno debba lavorare; come assicurare comunque un reddito ad ogni famiglia; come riconoscere differenze di ruoli e di remunerazione che non potranno che essere da limitate.
Non solo i camerieri, non solo le signorine gentili che assillano dai call center, non solo le rare, ovviamente, start up, ecc. si tratta di un progetto di società che rifiuta lo stato attuale e che prospetta una diversa organizzazione sociale fondata sulla dignità.

Diseguaglianze
Le maglie della società, i suoi nodi e i suoi incroci sembravano offrire a ciascuno, secondo volontà e capacità, di trovare una propria collocazione che non fosse esclusivamente determinata dalla nascita. Si trattava di una mitologia, di una retorica, ma in parte costituiva anche una realtà, ma soprattutto imprimeva le stigmate della “capacità” (anche nel nostro paese dove vige e si fa sempre forte il familismo, la pratica della raccomandazione, ecc.). Una società felice, certo che no, una società segnata da differenze, ma anche da lotte per attenuarle. Nessuno si arrendeva, il vivere individuale era anche collettivo, l’ “insieme agli altri” era una filosofia di vita.
Ma oggi tutto sembra cambiato. L’individualismo estremo ha introdotto una nuova filosofia: da solo e per me stesso. Ma questa modalità di agire germina l’approfittatore. Non è il saper fare, non è l’essere parte di una massa in cammino, ma soltanto ed esclusivamente il saper sfruttare l’occasione. Questa è la matrice generativa della corruzione (insaziabile e diffusiva), dell’evasione, del piccolo trucco.
Questa situazione ha moltiplicato le diseguaglianze. Non si tratta di quella macroscopica tra l’1% e il 99% della popolazione), che sarebbero da colpire, ma si sono moltiplicate le diseguaglianze anche all’interno del 99%: corruzione, evasione, trucchi, ecc., tutti governati dal verbo approfittare, costituiscono il nuovo magma sociale. E che si tratti di un magma male odorante.
Facile accusarmi di fare di tutta un’erba un fascio, so che non tutti sono come descritti. Ma so di una società in sofferenza e malata dove il tono complessivo è dato dalla malattia, e chi non è partecipe di questo povero e indegno banchetto è come tramortito.

Politica
È chiaro che diseguaglianze e lavoro (sua mancanza, sua condizione, ecc.) si sostengono a vicenda: la società “civile” che ne emerge è malata, non si tratta di mele marcie, come spesso si sente dire, ma di una condizione generale. Spesso quella che ci appare non è più una società ma una massa di individui agglomerati, dove al massimo vige il piccolo clan.
Questi mi sembrerebbero gli argomenti della politica, non necessariamente in questa versione. Ma questo governo, approssimativo come il precedente, usa la lingua dell’ottimismo, o dice parole indecorose in bocca ad un ministro.

Lunga o breve che sia la sua vita, il futuro non promette bene. Anche se, e ripeto se, non sia impossibile che il popolo tramortito non si svegli, ma anche in questo caso, anzi soprattutto in questo caso, c’è necessità di politica, di una idea di futuro, si una idea di società

LAVORO e NUOVE TECNOLOGIE. “I vecchi non possono che sperare che i giovani prendano in mano la trasformazione della società e portino verso l’età dell’oro, che continuerà ad essere una meta sempre da raggiungere”

quarto_statoL’età dell’oro sta davanti a noi.

di Francesco Indovina, 24 febbraio 2017 su
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Non sopporto, ma questo è il meno, e ritengo sbagliati (culturalmente e soprattutto politicamente) ogni atteggiamento contro il progresso. Rifugiarsi nella “bellezza” della piccola comunità, esaltare come elemento di progresso il ritorno all’artigiano, immaginare che l’identità di luogo possa risolversi in costruzione di società, ecc. è un’illusione. Fare gli scongiuri per ogni nuovo fattore di progresso cantando le lodi del bel tempo che fu, nel momento in cui gli avanzamenti della scienza e della tecnica ci promettono benessere, una vita più lunga e più sana, libertà dal lavoro più alienato, ecc. mi sembra di una miopia tragica.

Non sopporto, ma questo è il meno, e ritengo sbagliati (culturalmente e soprattutto politicamente) ogni atteggiamento che affida con ingenuità, spesso con furbizia, e quasi sempre con ignoranza, alle nuove tecnologie la soluzione di tutti i nostri problemi sociali.

Né il ritorno al passato, predicato ma mai realizzato, né l’attesa che la tecnologia ci porti in paradiso, ci faranno fare un passo avanti nella conquista generalizzata di un livello di vita dignitoso, libero, denso, per tutti (per l’intera umanità). La strada per raggiungere una possibile età dell’oro sarà faticosa, irta di pericoli, ma sicuramente porterà alla meta.

Questa strada presume che si accetti che la grande rivoluzione capitalista (“La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria” Marx e Engels) abbia perso la sua spinta propulsiva (usando le parole che Berlinguer ha adottato con riferimento al socialismo realizzato) e si assuma piena consapevolezza che lo sviluppo delle forze produttive è in contrasto e trova un ostacolo nei rapporti sociali di produzione. Sempre più emergono elementi e nessi che pongono, anche con una certa urgenza, la necessità di un cambiamento della struttura sociale capitalistica.

Il “capitalismo” non è più “rivoluzionario”, i suoi cambiamenti, la sua finanziarizzazione, la concentrazione della ricchezza l’hanno trasformato non più in un fattore (contradittorio) di progresso, ma piuttosto in un agente della discriminazione, della rottura di ogni vincolo sociale, della distruzione dello stesso territorio della specie.

All’interno della struttura sociale capitalistica lo sviluppo tecnologico non potrà che produrre disoccupazione, quindi miseria, e concentrazione della ricchezza. Sono ormai numerose le ricerche che indicano come l’avanzamento tecnologico, in tutti i settori compresi i servizi, e soprattutto lo sviluppo della robotica (per l’industria, i servizi e le famiglie) ridurrà drasticamente l’occupazione (negli Stati Uniti è stata calcolata una riduzione del 80% a fronte di un incremento derivato di solo il 5%). In sostanza l’ipotesi che lo sviluppo tecnologico tagliasse posti di lavoro da una parte ma ne creasse più numerosi da un’altra parte risulta non corrispondente al tipo di rivoluzione tecnologica in atto. Non si tratta di luddismo, ma piuttosto della presa d’atto che lo sviluppo tecnologico, dentro l’attuale regime sociale, non si combina con la crescita sociale (opera discriminazione, segmentazioni, divergenze, ecc.).

Il crescente sviluppo del settore di ricerca e della struttura economica/produttiva legata al genoma, costituisce, insieme alla robotica e alla rete, un settore trainante. Non si tratta solo di “soldi” (di molti soldi), ma di qualcosa che riguarda da una parte il diritto alle cure non legate alla propria condizione di reddito, e dall’altra a questioni etiche non marginali che hanno a che fare con la eredità della specie, con interventi su altre specie, ecc. Sviluppo tecnologico e “manipolazione” dei geni, aprono all’umanità prospettive di grandi miglioramenti, ma al contempo non bisogna chiudere gli occhi davanti ai possibili esiti negativi, drammatici e sconvolgenti che ne possono derivare se il potere di decidere la direzione di queste innovazioni e il loro scopo restano in mano a chi “razionalmente” vuole accumulare ricchezza.

Quello che deve spaventare non è l’innovazione, non è la tecnologia, non sono le ricerche più avanzate e ardite ma il loro uso, il fine che si vuole raggiungere ( i “soldi” non sono un buono scopo, accecano).

Dallo sviluppo delle nuove tecnologie ci si deve attendere grandi miglioramenti per la vita di tutti. Ma non c’è garanzia, anzi è possibile avvenga il contrario, è il vincolo del rapporto sociale capitalistico che è necessario rimuovere, in forme più riflessive di quanto si sia fatto nel passato.

Se si guardasse con attenzione all’oggi non si potrebbe non vedere la crescita delle diseguaglianze economico-sociale (sia interne che internazionali). Non è casuale che nella crisi che ha attanagliato l’economia mondiale negli ultimi 10 anni, ad una riduzione generalizzata delle condizioni di vita della gran parte della popolazione corrisponde una crescita della ricchezza di pochi. Questo, si osservi, vale per tutti i sistemi economici qualsiasi sia il regime politico di governo. Come è stato simbolicamente indicato si tratta dell’1% contro il 99% della popolazione, ma bisogna riflettere anche sul fatto che questa sperequazione non riguarda soltanto i “grandi finanzieri”, ma si riferisce anche ad una sorta di “mentalità” che tende a stravolgere la “concezione” del guadagno, i parametri con i quali misurarlo e i rapporti con gli altri (“approfittare” è il verbo più declinato dai singoli).

L’individualismo e l’egoismo (alimentato anche dal bisogno e dalla paura di perdere il poco che si ha) incide profondamente sulle relazioni sociali e tende a frantumare ogni relazione che non sia di mera convenienza, di difesa corporativa, o che non abbia a sua base una identità fasulla.

Ma come garantire che di tutto il progresso possibile possa godere l’umanità tutta e non solo una sua porzione (di ceti e popoli privilegiati)? Come garantire che tutto il progresso possibile sia portatore di libertà, di giustizia sociale, di eguaglianza per tutta l’umanità e non invece di discriminazioni, di diseguaglianze e di oppressione? Domande che interrogano la “politica”, la politica di sinistra, che ha bisogno di interrogarsi sia sui suoi fini che sui suoi mezzi.

La sinistra (quella che qui interessa) ha perso molto (tutto?) il suo potere di attrazione, la sua lingua non pare più adeguata, il disegno di società futura, quella di cui piacerebbe sentire parlare, non emerge e non attrae quel 99%. Eppure quello che avviene nel mondo, pur nella sua contraddittorietà, appare interessante. Si nota un riemergere di consapevolezza. Gruppi, movimenti, partiti di “sinistra” si fanno evidenti.

Quando questi assumeranno che va infranto il rapporto sociale di tipo capitalistico, che una forma nuova di società sarà possibile costruire (senza prescrizioni che non siano di uguaglianza e libertà), allora le questioni del lavoro, della dignità di vita, della disponibilità dei beni, dei vincoli all’accumulazione personale, della parità, dell’accesso al sapere e alla cultura, ecc. potranno essere risolte. Affrontare ciascuno di questi aspetti, e altri ancora, senza affrontarne la matrice rischia di dare l’impressione di una soluzione sul punto specifico, che non solo risulterà temporanea e non risolutiva, ma la “soluzione” si scaricherà su altri aspetti.

Il rapporto capitalistico che nella cultura dei nostri giorni viene considerato un “rapporto tecnico”, per sua natura originaria si costituisce come “rapporto sociale”. Pensare che qualche “regola” può aiutare il “rapporto tecnico” ad essere di vantaggio a tutti è una illusione; il “rapporto sociale” ha bisogno di una trasformazione (sociale), di una “rivoluzione” creatrice di nuova ricchezza, di nuova socialità, di uguaglianza, libertà e democrazia.

I vecchi non possono che sperare che i giovani, la massa di quel 99%, prendano in mano la trasformazione della società e portino verso l’età dell’oro, che continuerà ad essere una meta sempre da raggiungere.

DIBATTITO. “Una nuova sinistra deve ricominciare dalla sua capacità più vecchia e perduta: la critica del potere astratto dello Stato rappresentativo e la contestazione delle alienazioni sociali connesse al dominio del capitale”

sorgesole_2SOCIETÀ E POLITICA »TEMI E PRINCIPI» SINISTRA
La rivincita della finanza e dei media
di Michele Prospero, su il manifesto online, ripreso da
eddyburg
«Le vecchie culture politiche appaiono abbandonate dai loro referenti sociali: sono percepite come omologate alle forme dominanti del capitalismo. La crisi dell’età della globalizzazione spalanca uno spazio per culture capaci di reinventare le forme di allargamento della democrazia, di partecipazione, di potere sociale.». il manifesto, 9 maggio 2017

Il senso del voto francese è anche questo: con la sua marcia (poco) trionfale Macron ha vendicato Hillary Clinton, caduta nel suo sogno di un presidenzialismo a conduzione familiare e a forte egemonia finanziaria.

La destra in America, con Trump, ha giocato la briscola buttando sul tavolo la risposta conservatrice alla grande crisi del 2007. Con il suo immaginario politicamente scorretto, il comandante supremo dai capelli arancioni, ha strapazzato l’alternativa tecnocratica, che i poteri della finanza avevano fabbricato attorno alla candidatura di Clinton.

Una destra populista e protezionista avrebbe sfondato anche in Francia se però non avesse assunto il volto, ancora imbarazzante dopo il secolo breve, di una fascista al potere. Canterà pure la Marsigliese, ma Le Pen figlia evoca, non meno del padre vecchio camerata, un fantasma troppo oscuro per essere ospitato all’Eliseo. Le alchimie delle istituzioni della Quinta Repubblica hanno consentito la rivincita dei poteri forti della finanza e dei media che hanno investito tanto su un loro cavallo di scuderia che con appena il 23% acciuffa il potere.

Quello che la piccola rivoluzione passiva francese dice è che anche oltralpe si svolge il duello tra l’élite del denaro e della politica, che inventa novità cosmetiche per non perire, e le destre che agitano il codice del populismo, con gli immigrati come nemici concreti ma fasulli costruiti per sfondare. Gli stessi conservatori inglesi cavalcano l’euroscetticismo per riassorbire il dissenso dei ceti popolari. Riescono così a sgonfiare le nuove destre protezioniste, ma al caro prezzo dell’uscita dall’Unione europea. Per non parlare dello spettro della disgregazione del regno che si agita sotto le minacce scozzesi di devoluzione.

Con la prima grande contrazione sistemica del capitalismo globale si è aperta una generale crisi di rappresentanza. Cadono nel loro rendimento i regimi presidenziali, si inceppano i meccanismi maggioritari, si sgretolano i pilastri bipartitici, con buona pace dei profeti della democrazia decidente. Le destre, per resistere agli eventi, si convertono da inflessibili apostoli del liberismo della deregulation (l’asse Reagan-Tatcher) in profeti armati del protezionismo a suon di legge e ordine (l’asse Trump-May). Questo miracolo, che a intermittenza si ripete, è il punto di forza della destra. A sinistra i partiti non paiono troppo credibili quando accennano alla capriola che dalla febbre del liberismo (Cinton-Blair-Schroeder) li conduce a cavalcare le domande securitarie (liberi pistoleri di notte, esercizi repressivi con il decreto Minniti di giorno).

Quello che anche la Francia rivela è che la destra non è indebolita dalla crisi. Ad essere travolti dalle macerie del capitalismo in contrazione, sono i partiti riformisti, quelli di destra hanno mille vite. Escono disarcionati in Grecia, in Francia, in Spagna i partiti socialisti. Credevano di aver congelato i comportamenti elettorali arroccandosi come cartelli inamovibili di un’alternanza statica entro un sistema fermo alla venerazione delle divinità del mercato, che si è convertito in un produttore di diseguaglianza crescente. Le vecchie culture politiche appaiono esangui e abbandonate dai loro referenti sociali: sono percepite come omologate alle forme dominanti del capitalismo che ordina precarietà e incertezza. Solo il bistrattato Corbyn sprigiona simboli e sfide che alimentano qualche sogno di rottura.

La grande crisi sistemica dell’età della globalizzazione spalanca uno spazio per culture capaci di reinventare le forme di allargamento della democrazia, di partecipazione, di potere sociale.

Una nuova sinistra deve ricominciare dalla sua capacità più vecchia e perduta: la critica del potere astratto dello Stato rappresentativo e la contestazione delle alienazioni sociali connesse al dominio del capitale. È terminata la stagione della politica riformista subalterna al capitale e disponibile solo a gestire un movimento minore, determinato dai marginali spostamenti al centro, con la cattura del mitico elettore mediano soddisfatto delle promesse di consumo e di mobilità sociale.

Solo una sinistra di classe (nella analisi delle potenze del modo di produzione) e di popolo (nella proposta politica di un immaginario egemonico, aggregante e aperto alle differenze, alle culture) può sparigliare il duello fasullo tra una nuova destra che manda alla casa Bianca un capitalista e il nichilismo del denaro che invia un suo rappresentante all’Eliseo. Non ci sono altre maniere per arrestare il trionfo della post-democrazia ovunque En Marche.
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Francia Europa Noi
vittoria-macron-francia-510
france-electionsLa fascista non ha vinto. Ma il sonno della memoria produce mostri

di Paolo Flores d’Arcais, su MicroMega

L’orrore è stato evitato, il candidato fascista non salirà i gradini dell’Eliseo. Un grande sospiro di sollievo dunque, ma da entusiasmarsi c’è poco. Se nel cuore storico della democrazia europea, la Francia di “liberté, égalité, fraternité” che deve la legittimità delle sue istituzioni ai sanculotti del 1789 e ai resistenti del maquis e del governo in esilio contro il tradimento di Vichy, il candidato di un partito intasato di negazionisti in nostalgia di Petain e di cattolici vandeani, prende un terzo dei consensi, sarebbe più serio mantenere un certo timore, oltre che qualche oncia di vergogna. E capire come sia stato possibile arrivare a tanto, andando alle radici per poter reagire. Prima che sia troppo tardi.

Perché è già molto tardi. Lo dice la noncuranza di massa (e anche di élite) che ha minimizzato o negato, in realtà rimosso, il carattere fascista del partito Fn, nella continuità tra Le Pen padre, figlia e nipotina Marion. E che ancor più lo farà, ora che “Marine la Patriota” cercherà di accreditarsi tale addirittura “rifondando” con nuovo nome e nuovi apporti il Fn.

Noncuranza che si lascia imbambolare da qualche frase ad effetto, belletto e botulino ideologici, e sarebbe il meno, ma che si radica soprattutto per affatturazione della sirena sociale e collasso dello spessore storico, massime nella generazioni più giovani. Circolano massicciamente posizioni del tipo “il nazi-fascismo – salvo frange minoritarie di nostalgiche macchiette – è un fenomeno del secolo scorso”, oggi esistono solo “destre sociali”, “il revisionismo storico è una posizione culturale, all’operaio che vede ridursi i suoi diritti non importa niente di cosa Le Pen pensi di Giulio Cesare”.

Destra sociale? I fascismi si sono sempre dichiarati sociali, dalla parte dei lavoratori e dei disoccupati. Hitler aveva chiamato il suo partito “nazional-socialista” (nazismo è la contrazione). Abbindolate le masse, hanno sistematicamente e regolarmente distrutto ogni organizzazione di lavoratori, intrecciato valzer e amorosi sensi con i più biechi poteri finanziari e industriali, distrutto ogni possibilità legale di lotta per i non privilegiati.

È evidente e sacrosanto che prima viene la pancia piena e poi la morale (citazioni di Brecht a bizzeffe, volendo), e che anzi il grande capitale e la grande finanza, quando messi alle strette, tra un’avanzata democratica di oppressi ed emarginati e la soluzione fascista hanno troppo spesso preferito quest’ultima. E allora? E’ un buon motivo per fare harakiri e immaginare che il DNA della Resistenza antifascista non sia più necessario? La pancia vuota che si lascia affatturare da un fascista resterà vuota, e non potrà neppure lottare, se non a rischio di carcere tortura e vita.

Ma ogni generazione sente il prepotente bisogno di ripetere gli errori delle generazioni precedenti. Anche Mussolini, e Hitler, e i loro scherani, a molte personalità e persone comuni dell’epoca apparivano delle “macchiette”: in pochi anni hanno ridotto l’Europa in macerie e fame.

Oggi queste consapevolezza storica minima si è perduta, e il sonno della memoria, come quello della ragione, produce mostri. Purtroppo, in Francia, come in Italia, come in Europa tutta, si sconta un peccato originale, non aver dato vita nel dopoguerra alla necessaria epurazione antifascista in tutti gli apparati dello Stato (ma anche nel giornalismo e nella cultura). Non aver realizzato quella damnatio memoriae tassativamente ineludibile, che non garantisce contro ritorni di fascismo (la pulsione di servitù volontaria possiede circuiti neuronal-ormonali più antichi e radicati di quelli illuministico-democratici, ahimè), ma ne riduce le probabilità per il possibile.

Invece, nei decenni, con lenta ma infine inesorabile crescita, si è tollerato che partiti e movimenti fascisti si ricostruissero, si legittimassero per partecipazione elettorale, divenissero per mitridatizzazione parte del panorama ordinario del nostro habitat politico e sociale.

È stata questa l’altra faccia di una politica di establishment che per guerra fredda prima e liberismo selvaggio poi ha impedito che venissero realizzate nelle leggi e nella pratica di governo le solenni promesse contenute nelle Costituzioni nate dalla vittoria contro i fascismi.

In Italia fu chiaro da quasi subito, purtroppo. Il 2 giugno 1951 Piero Calamandrei, che della Costituente era stato uno dei massimi protagonisti, già doveva stigmatizzare che mentre nella Costituzione “è scritta a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in cui viviamo”, la politica del governo andava in direzione opposta, e il vero nome della festa della Repubblica era perciò “La festa dell’Incompiuta”.

E rivolgendosi ai giovani nel 1955, a Milano, ribadiva: “La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma solo in parte. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”. In Italia, come in Francia, come in Europa, siamo più che mai a questo, e la convinzione ormai dilagante che i fascismi siano lontani dal nostro orizzonte possibile quanto Giulio Cesare, fornisce ai reazionari e conservatori un’ulteriore arma di narcolessia di massa.

Macron non è la soluzione, a meno che da Presidente non diventi un Macron inedito, perché la finanza (e più in generale la politica economica) liberista è il motore della crisi sociale e della deriva politica che, per hybris di diseguaglianze, infesta e mina le democrazie. Rispetto ai lepenismi (in Europa si sono ormai moltiplicati sotto le più diverse e accattivanti fogge, ma sempre humus fascista veicolano), la vittoria di Macron potrebbe confermarsi solo il laccio emostatico che tampona l’emorragia in attesa dell’intervento chirurgico. Ora si tratta di realizzarne gli strumenti, quella sinistra illuminista egualitaria e libertaria oggi purtroppo introvabile in forma politica organizzata, ma diffusa in forma sommersa o carsica nelle società civili di molti paesi d’Europa.
(7 maggio 2017)

Francia Europa Noi

vittoria-macron-francia-510
france-electionsLa fascista non ha vinto. Ma il sonno della memoria produce mostri

di Paolo Flores d’Arcais, su MicroMega

L’orrore è stato evitato, il candidato fascista non salirà i gradini dell’Eliseo. Un grande sospiro di sollievo dunque, ma da entusiasmarsi c’è poco. Se nel cuore storico della democrazia europea, la Francia di “liberté, égalité, fraternité” che deve la legittimità delle sue istituzioni ai sanculotti del 1789 e ai resistenti del maquis e del governo in esilio contro il tradimento di Vichy, il candidato di un partito intasato di negazionisti in nostalgia di Petain e di cattolici vandeani, prende un terzo dei consensi, sarebbe più serio mantenere un certo timore, oltre che qualche oncia di vergogna. E capire come sia stato possibile arrivare a tanto, andando alle radici per poter reagire. Prima che sia troppo tardi.

Perché è già molto tardi. Lo dice la noncuranza di massa (e anche di élite) che ha minimizzato o negato, in realtà rimosso, il carattere fascista del partito Fn, nella continuità tra Le Pen padre, figlia e nipotina Marion. E che ancor più lo farà, ora che “Marine la Patriota” cercherà di accreditarsi tale addirittura “rifondando” con nuovo nome e nuovi apporti il Fn.

Noncuranza che si lascia imbambolare da qualche frase ad effetto, belletto e botulino ideologici, e sarebbe il meno, ma che si radica soprattutto per affatturazione della sirena sociale e collasso dello spessore storico, massime nella generazioni più giovani. Circolano massicciamente posizioni del tipo “il nazi-fascismo – salvo frange minoritarie di nostalgiche macchiette – è un fenomeno del secolo scorso”, oggi esistono solo “destre sociali”, “il revisionismo storico è una posizione culturale, all’operaio che vede ridursi i suoi diritti non importa niente di cosa Le Pen pensi di Giulio Cesare”.

Destra sociale? I fascismi si sono sempre dichiarati sociali, dalla parte dei lavoratori e dei disoccupati. Hitler aveva chiamato il suo partito “nazional-socialista” (nazismo è la contrazione). Abbindolate le masse, hanno sistematicamente e regolarmente distrutto ogni organizzazione di lavoratori, intrecciato valzer e amorosi sensi con i più biechi poteri finanziari e industriali, distrutto ogni possibilità legale di lotta per i non privilegiati.

È evidente e sacrosanto che prima viene la pancia piena e poi la morale (citazioni di Brecht a bizzeffe, volendo), e che anzi il grande capitale e la grande finanza, quando messi alle strette, tra un’avanzata democratica di oppressi ed emarginati e la soluzione fascista hanno troppo spesso preferito quest’ultima. E allora? E’ un buon motivo per fare harakiri e immaginare che il DNA della Resistenza antifascista non sia più necessario? La pancia vuota che si lascia affatturare da un fascista resterà vuota, e non potrà neppure lottare, se non a rischio di carcere tortura e vita.

Ma ogni generazione sente il prepotente bisogno di ripetere gli errori delle generazioni precedenti. Anche Mussolini, e Hitler, e i loro scherani, a molte personalità e persone comuni dell’epoca apparivano delle “macchiette”: in pochi anni hanno ridotto l’Europa in macerie e fame.

Oggi queste consapevolezza storica minima si è perduta, e il sonno della memoria, come quello della ragione, produce mostri. Purtroppo, in Francia, come in Italia, come in Europa tutta, si sconta un peccato originale, non aver dato vita nel dopoguerra alla necessaria epurazione antifascista in tutti gli apparati dello Stato (ma anche nel giornalismo e nella cultura). Non aver realizzato quella damnatio memoriae tassativamente ineludibile, che non garantisce contro ritorni di fascismo (la pulsione di servitù volontaria possiede circuiti neuronal-ormonali più antichi e radicati di quelli illuministico-democratici, ahimè), ma ne riduce le probabilità per il possibile.

Invece, nei decenni, con lenta ma infine inesorabile crescita, si è tollerato che partiti e movimenti fascisti si ricostruissero, si legittimassero per partecipazione elettorale, divenissero per mitridatizzazione parte del panorama ordinario del nostro habitat politico e sociale.

È stata questa l’altra faccia di una politica di establishment che per guerra fredda prima e liberismo selvaggio poi ha impedito che venissero realizzate nelle leggi e nella pratica di governo le solenni promesse contenute nelle Costituzioni nate dalla vittoria contro i fascismi.

In Italia fu chiaro da quasi subito, purtroppo. Il 2 giugno 1951 Piero Calamandrei, che della Costituente era stato uno dei massimi protagonisti, già doveva stigmatizzare che mentre nella Costituzione “è scritta a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in cui viviamo”, la politica del governo andava in direzione opposta, e il vero nome della festa della Repubblica era perciò “La festa dell’Incompiuta”.

E rivolgendosi ai giovani nel 1955, a Milano, ribadiva: “La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma solo in parte. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”. In Italia, come in Francia, come in Europa, siamo più che mai a questo, e la convinzione ormai dilagante che i fascismi siano lontani dal nostro orizzonte possibile quanto Giulio Cesare, fornisce ai reazionari e conservatori un’ulteriore arma di narcolessia di massa.

Macron non è la soluzione, a meno che da Presidente non diventi un Macron inedito, perché la finanza (e più in generale la politica economica) liberista è il motore della crisi sociale e della deriva politica che, per hybris di diseguaglianze, infesta e mina le democrazie. Rispetto ai lepenismi (in Europa si sono ormai moltiplicati sotto le più diverse e accattivanti fogge, ma sempre humus fascista veicolano), la vittoria di Macron potrebbe confermarsi solo il laccio emostatico che tampona l’emorragia in attesa dell’intervento chirurgico. Ora si tratta di realizzarne gli strumenti, quella sinistra illuminista egualitaria e libertaria oggi purtroppo introvabile in forma politica organizzata, ma diffusa in forma sommersa o carsica nelle società civili di molti paesi d’Europa.

(7 maggio 2017)

“Non nel nome di Dio”. La pace fra le tre grandi religioni è l’unica ricetta contro il terrore

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SOCIETÀ E POLITICA »TEMI E PRINCIPI» DE HOMINE
Amore o guerra il bivio fatale della teologia
di Vito Mancuso, su La Repubblica, ripreso da eddyburg
«La pace fra le tre grandi religioni è l’unica ricetta contro il terrore: il nuovo saggio di Jonathan Sacks». La Repubblica, 6 maggio 2017 (c.m.c), ripreso da eddyburg.

coperta-non-nel-nome-di-dioLa questione al centro del nuovo libro di Jonathan Sacks - “Non nel nome di Dio”, edito da Giuntina – ce la siamo posta tutti, ma, formulata da colui che fu per molti anni rabbino capo della “United Hebrew Congregations of the Commonwealth” e che è una delle voci più autorevoli dell’odierno dibattito teologico internazionale, assume una certa perentorietà. Eccola: «L’ebraismo, il cristianesimo e l’islam si definiscono come religioni di pace e tuttavia tutte e tre hanno dato origine alla violenza in alcuni momenti della loro storia».

Come mai? Come spiegare il paradosso di religioni che vogliono la pace e che però producono guerra e terrorismo? La questione interessa tutti, non solo i credenti, perché la religione è tornata sulla scena mondiale e tornerà sempre più; anzi, per Sacks il XXI secolo è «l’inizio di un processo di de-secolarizzazione di cui la prova principale si chiama demografia: In tutto il mondo i gruppi più religiosi hanno il più alto tasso di natalità», mentre «dove le comunità religiose scompaiono segue prontamente il declino demografico».

La religione quindi sarà sempre più rilevante ed è per questo urgente scioglierne le ambiguità. E se alla violenza da essa prodotta si deve rispondere militarmente per arginarne l’effetto, per estirparne in radice la causa si deve rispondere teologicamente: «Non abbiamo altra scelta che riesaminare la teologia che porta al conflitto violento; se non facciamo questo lavoro teologico, ci troveremo di fronte al perdurare del terrore».

Naturalmente la religione non è la causa diretta della violenza, visto che nessun secolo è stato meno religioso, e al contempo più violento, del Novecento. La radice della violenza non è la religione, la questione è molto più complicata, ha a che fare con la nostra più profonda identità: noi siamo potenzialmente violenti in quanto animali sociali. È cioè la nostra tendenza a formare gruppi a essere al contempo all’origine della civiltà e all’origine della violenza: «L’altruismo ci porta a fare sacrifici a vantaggio del gruppo e allo stesso tempo ci porta a commettere atti di violenza contro quelle che vengono percepite come minacce al gruppo».

Quella volontà di relazione che positivamente genera coppie, famiglie, amicizie, comunità, altrove causa aggregazioni sotto forma di banda, branco, clan, brigata. Un’umanità senza gruppi è impossibile, ma un’umanità strutturata per gruppi è naturalmente violenta. E il punto è che la religione sostiene i gruppi in modo molto più efficace di qualsiasi altra forza: per questo appare come la maggiore generatrice di solidarietà e insieme di intolleranza.

Contro questa ambiguità strutturale della natura umana manifestata dalla religione in sommo grado, Sacks propone «una teologia dell’Altro» il cui fine è generare un desiderio di immedesimazione verso chi, per l’istinto naturale, è solo un nemico: «Per guarire dalla violenza potenziale verso l’Altro devo essere capace di immaginarmi come l’Altro». Questa teologia dell’Altro opera a livello metodologico spingendo a uscire dalla logica istintuale Noi-Loro per abbracciare la prospettiva spirituale che sa leggere la realtà dal punto di vista altrui. È ciò che le religioni chiamano conversione.

Bonificare i testi sacri per neutralizzare l’odio
Il punto decisivo però è che le religioni capiscano che sono proprio loro, oggi, a doversi convertire per porre fine alla lotta reciproca simile a «rivalità tra fratelli». Le tre religioni monoteistiche infatti sono «fratelli in competizione» per accaparrarsi il ruolo di vero depositario della rivelazione divina. Per questo la relazione tra ebraismo, cristianesimo e islam è stata finora all’insegna del superamento reciproco: «Il più piccolo crede di aver prevalso sul più grande: il cristianesimo ha fatto così con l’ebraismo, l’islam lo ha fatto con entrambi». Il XXI secolo, però, «invita a una nuova lettura».

Sacks dà l’esempio proponendo una “controlettura” di alcuni testi decisivi della Bibbia ebraica, perché «i testi stessi che si trovano alla radice del problema, se giustamente interpretati, possono fornire la soluzione». Tramite questa rilettura Sacks mostra in modo magistrale che ciò che i testi realmente dicono non è quanto recepito nei secoli passati all’insegna della differenza Noi/Loro e ancora oggi alla base della rivalità tra le tre religioni abramitiche, ma è il superamento di questa logica istintuale in vista della pace e della concordia.

È decisivo notare però che il criterio di questa sua “contro-narrazione” è qualcosa di esterno al testo sacro. Non è la coerenza del testo in sé, né la tradizione interpretativa: è la pace il criterio decisivo. Per questo per Sacks il primato spetta all’etica, come nella migliore tradizione ebraica da Moses Mendelsohn a Hermann Cohen, da Martin Buber a Abraham Heschel, da Hans Jonas a Emmanuel Lévinas. Questa esigenza etica fa scoprire che «la Bibbia ebraica contiene non soltanto una narrazione ma anche una contro-narrazione» in base a cui «la nascita di Isacco non destituisce Ismaele» e «la scelta di Giacobbe non significa il rifiuto di Esaù».

Non c’è quindi alcun posto privilegiato da contendersi, c’è invece la riscoperta di un Dio universale e padre di tutti. Ecco perché «la Genesi descrive due patti: il primo con Noè e tutta l’umanità, il secondo con Abramo e i suoi figli». L’essenziale è comprendere che il secondo patto particolare è in funzione del primo patto universale, e non viceversa come le religioni hanno sempre pensato. Questo è il cambiamento di paradigma che il nostro tempo impone: prima la fede era finalizzata al Noi, ora va finalizzata al Tutti: al Noi + Loro.

Il problema è che i testi sacri delle tre religioni monoteiste contengono non pochi passi che, interpretati in modo letterale, producono violenza e odio. A tale riguardo scrive giustamente Sacks: «Possiamo e dobbiamo reinterpretarli». Occorre quindi una grande, onesta, bonifica dei testi sacri, segnalando quei brani che incitano all’odio e alla violenza, magari stampandoli in corpo minore, di certo accompagnandoli con adeguati commenti. È un dovere da cui la teologia e le istituzioni religiose non possono più esimersi. Questo processo virtuoso nel linguaggio laico si chiama autocritica, nel linguaggio religioso conversione, in ebraico “teshuvà”.

Il nuovo libro di Jonathan Sacks ne è un bellissimo esempio e non poteva venire che da parte ebraica. Saranno capaci il cristianesimo e l’islam, che a differenza dell’ebraismo si considerano religioni universali valide per tutti, di raccogliere la sfida?
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Fonti:
- La Repubblica online
- eddyburg
- informazionecorretta.com

PETIZIONE POPOLARE per una NUOVA LEGGE ELETTORALE per la SARDEGNA

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Al Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna
Ai Presidenti dei Gruppi consiliari

In Consiglio regionale sono state depositate numerose proposte di Legge elettorale statutaria presentate da gruppi di consiglieri e forze politiche e, ultimamente, lo stesso Presidente del Consiglio ha presentato una sua proposta con per correggere evidenti storture presenti nella legge attuale e sollecitare uno specifico dibattito sia interno al Consiglio che tra la popolazione sarda.
Tra gli evidenti stravolgimenti e gravi anomalie della democrazia presenti nella legge elettorale con la quale si è votato nel 2014 si segnalano l’esclusione dalla rappresentanza nel Consiglio regionale di oltre 120 mila elettori, la presenza di appena 4 donne su 60 Consiglieri e l’astensione prossima alla metà dell’elettorato. Il tutto senza avere garantito né la governabilità né la stabilità dell’esecutivo, considerato che sì è incominciato a sentire l’esigenza di un rimpasto dopo appena un anno dalle elezioni e ci si è arrivati a meno di due anni dal termine del mandato, per esigenze di potere delle consorterie dei vari partiti e non per le esigenze della società sarda.

Come Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria riteniamo che

A partire dal grande risultato del NO al referendum quale fonte di nuova speranza e di concreta espressione di partecipazione della cittadinanza alle decisioni che riguardano l’intera Sardegna, è ora che si proponga, eventualmente dal basso anche mediante una iniziativa popolare come previsto dallo Statuto sardo, una nuova Legge elettorale statutaria di tipo proporzionale.
Una legge da scrivere avendo come riferimenti costanti la Costituzione e lo Statuto sardo, che sia in grado di garantire la
sovranità del popolo, che è tanto più reale quanto più si ha una larga partecipazione popolare al voto;
uguaglianza nel voto, sia che si voti per la maggioranza che per un partito o movimento di opposizione, senza gli stravolgimenti generati da qualunque premio di maggioranza e soglie di sbarramento differenziate che sono sempre elementi di “distorsione” del principio di uguaglianza del voto sancita dalla Costituzione;
rappresentanza, perché ad una supposta governabilità che non può mai essere garantita da una legge elettorale, si preferisce la rappresentanza, questa sì possibile attraverso una buona legge, anche di partiti e movimenti minori perché la democrazia è fatta di pluralità di opinioni che devono trovare sintesi nel parlamento come nei consigli regionali, ovvero negli organi elettivi di governo;
parità di rappresentanza di uomini e donne, perché la società è composta di uomini e donne, e non vi può essere discriminazione di genere nell’accesso agli organi elettivi: sarà l’elettorato a scegliere chi eleggere senza discriminazioni in partenza;

CHIEDIAMO

che il Presidente del Consiglio regionale e i Presidenti dei Gruppi consiliari destinatari di questa petizione popolare si impegnino nella scrittura di una nuova Legge elettorale statutaria che rispetti i principi su elencati al fine di permettere al popolo sardo di esercitare il proprio voto tornando convintamente alle urne per scegliere i propri rappresentanti fin dalle prossime elezioni del 2019.