Editoriale

Coronavirus. Pensare, analizzare, agire.

peste-napoli Proponiamo alle nostre lettrici e ai nostri lettori il secondo contributo, a firma di Gianfranco Sabattini, condiviso dalle redazioni de il manifesto sardo, Democraziaoggi e aladinpensiero, nell’ambito dell’impegno comune che qui si richiama.
———————————————————–

Il COVID-19 e il futuro dei sistemi sociali ad economia di mercato

di Gianfranco Sabattini

La sfida con cui il mondo è chiamato a confrontarsi, dopo lo scoppio della pandemia da “Coronavirus-19”, è del tutto diversa da quella determinata dalla crisi globale del 2007/2008; quella attuale trae infatti origine dall’economia reale e non da quella finanziaria, indotta nel 2007 dal crollo dei mercati immobiliari dei sub-prime americani.
Ciò non significa però un capovolgimento del sistema di trasmissione tra cause ed effetti, e neppure – si osserva – una prevalenza del settore reale, con conseguente riconduzione di quello finanziario alla sua funzione originaria di ancella dell’economia reale; la crisi attuale evidenzia solo che gli esiti degli shock attuali sulla stabilità di funzionamento dell’economia contemporanea sono destinati, in regime di integrazione mondiale delle economie nazionali governata secondo la logica dell’ideologia neoliberista, a ripercuotersi, a causa della loro trasversalità e pervasività, sull’intera struttura (reale e finanziaria) dei sistemi sociali ad economia di mercato. Ne è prova il fatto, che all’interno della comunità degli economisti aperti all’accettazione dei valori del neoliberisno, si è diffusa la convinzione che l’espansione della pandemia da COVID-19 e le politiche di contenimento dei suoi effetti sullo stato di salute dei popoli inaugurate da molti Paesi genereranno disfunzioni sia dal lato della domanda aggregata, che da quello dell’offerta di beni e servizi.
Per trovare una situazione paragonabile a quella indotta dalla diffusione della pandemia attuale, molti osservatori ricorrono all’evocazione delle guerre, il cui impatto sulla domanda aggregata comporta la distruzione di “capacità produttiva”, traducendosi in un impatto negativo sull’offerta di beni e servizi. Così come è avvenuto nel corso delle guerre vissute nel corso del secolo scorso, la catena di eventi indotti da COVID-19 ha infatti colpito, come già si è detto, nello stesso tempo, sia la domanda che l’offerta aggregate dell’economia globale. Col rallentamento dell’economia cinese e gli effetti a cascata da esso determinati in altre aree dell’economia-mondo, a causa dell’interruzione dei flussi di approvvigionamento delle attività produttive, della cancellazione degli ordinativi e dell’allungamento indefinito dei tempi di consegna, sarà inevitabile che il blocco dell’attività produttiva si “scarichi” sulla stabilità occupazionale della forza lavoro, soprattutto su quella parte di essa meno tutelata sul piano sindacale.
Ciò che gli economisti neoliberisti cinicamente mancano di rilevare nelle loro analisi della crisi in atto e delle modalità con cui superarla, è la considerazione che le pandemie, al di là delle tensioni che possono provocare sulle condizioni di operatività dei sistemi economici integrati nell’economia-mondo, abbiano implicazioni ben più profonde e tali da trascendere il problema della stabilità economica. Essi mancano infatti di considerare che il verificarsi delle pandemie non è un fenomeno casuale, ma una manifestazione di shock destabilizzanti, le cui cause sono il risultato di scelte riguardanti direttamente il contenuto e la qualità dell’attività d’investimento del passato. La “smemoratezza” degli economisti neoliberisti non può non apparire caratterizzata da un cinismo ingiustificabile, se si considera che essi, nelle loro riflessioni sulle conseguenze dello scoppio dell’attuale pandemia, arrivano a considerare inevitabile solo la necessità dell’assunzione da parte dei singoli Stati del rischio cui è esposta la salute pubblica con le attuali modalità di funzionamento dell’economia capitalistica globalizzata, in luogo di un “addomesticamento degli animal spirit” che sinora l’hanno pervasa.
Dopo tanti anni di politiche neoliberiste e di contrazione degli investimenti nel sistema di protezione sociale (e di taglio della spesa pubblica per il potenziamento del sistema sanitario), il rischio pandemico di malattie sconosciute esprime bene i pericoli cui sono esposte le attuali economie integrate nel mercato globale; il verificarsi di un evento imprevisto qual è COVID-19 rende evidente il fatto che in assenza di efficaci ed estese istituzioni destinate a salvaguardare lo stato di salute dei cittadini, la dinamica fuori controllo dell’economia globale non può che diventare una “spada di Damocle” destinata a pesare costantemente sulla stessa sopravvivenza del genere umano.
La diffusione del contagio e la mancata risposta unitaria a livello globale alla sfida della pandemia hanno approfondito il richiamo dei popoli alla comunità nazionale e al senso di appartenenza ad una comunità solidale, col tendenziale rifiuto delle politiche ispirate all’ideologa neoliberista che continuano ad essere fondate sulla certezza di un mercato e di un sistema sociale capaci di autoregolarsi sulla base della presunta validità operatività della mano invisibile di smithiana memoria.
Sulla necessità di un’azione sopranazionale anti-pandemica, non può non stupire il fatto che l’Unione Europea stenti ad intraprendere un’azione unitaria e solidale, non solo per contenere nell’immediato le conseguenze sanitaria ed economiche della diffusione degli esiti distruttivi economici di COVIT-19, ma anche per elaborare una linea di azione con cui affrontare anche quelli sociali, una volta portata sotto controllo la pandemia.
Di fronte alla crisi pandemica, la governance europea, si è dimostrata prevalentemente propensa a modificare alcuni dei vincoli in atto all’autonomia monetaria dei singoli Paesi, come la sospensione della cosiddetta “condizionalità” del patto di stabilità. Si tratta però di una decisione dal duplice volto; ciò perché, se per un verso l’attenuazione di uno dei vincoli più rigidi della costituzione materiale europea può indurre ad un miglioramento nel breve periodo della situazione economica di tutti i Paesi membri dell’Unione, non può essere ignorato che le possibilità di migliorare nel medio periodo quella dei Paesi più esposti all’aggressività della pandemia sarà assai limitata in assenza di un atto di solidarietà da parte dei sistemi economici più forti. Mancando tale solidarietà, il peggioramento dei conti pubblici dei Paesi più deboli potrà essere compensato solo attraverso politiche restrittive della domanda aggregata; una situazione, quest’ultima, che contribuirà a peggiorare i rapporti di potere esistenti tra i Paesi membri e a frustrare la possibilità di perseguire le finalità statuite in occasione della firma del Trattato di Maastricht.
Sulla possibilità di bilanciare le eccessive differenze di potere esistenti tra i diversi Stati membri dell’Unione sarà messa alla prova, nel post-pandemia, la disponibilità di molti Stati membri a proseguire l’impegno sul fronte della realizzazione del disegno comune europeo. E’ da presumere, infatti, che la “scomposta” reazione di alcuni Stati membri all’adozione di provvedimenti comuni possa approfondire nelle coscienza di alcuni altri il convincimento che non valga la pena di continuare ad accettare un’Unione che, di fronte ai problemi più immediati causati dallo scoppio della pandemia ed a quelli post-pandemici, si ritengano sufficienti solo politiche nazionali finanziate attraverso il ricorso prevalente ad una spesa pubblica resa flessibile dalla attenuazione del vincolo europeo di bilancio.
Per attenuare la disaffezione dall’Europa, non basterà una flessibilità di bilancio diversa per ogni singolo Paese; occorrerà, al contrario, superare i limiti del ricorso alla sola spesa pubblica nazionale, convincendosi della necessità di adottare un bilancio unico europeo, per attuare vere e proprie politiche di “socializzazione degli investimenti”, per la realizzazione di un welfare europeo e una politica ambientale comune, finanziate mediante l’emissione di titoli di debito pubblico europei, con il coordinamento di una Banca Centrale con funzioni da prestatore di ultima istanza.
Il rilancio di una politica solidale europea richiederà inoltre una decisione comune per introdurre nuove regole distributive, con cui istituzionalizzare l’adozione di un reddito di cittadinanza europeo, in sostituzione di quello di quarantena al quale sarà necessario fare ricorso per superare i momenti più critici della crisi pandemia. Questo tipo di reddito sarà un primo passo da compiere per il sostegno di chi, suo malgrado, è stato costretto a non lavorare per misure cautelative contro il propagarsi degli effetti della pandemia; contemporaneamente, però, diventerà decisiva l’inaugurazione di una politica finalizzata a garantire ai singoli soggetti una forma di autodeterminazione adeguata all’intensità degli esiti della crisi e destinata a conservarsi ben oltre il periodo del loro contenimento. Perciò, il nodo da sciogliere a livello di politica comunitaria non sarà tanto quello di rendere permanente l’attenuazione del patto di stabilità, ma quello della decisione, da parte di tutti i Paesi membri dell’Unione, di condividere i rischi comuni, pena un futuro molto incerto riguardo alla possibilità che i Paesi membri dell’Unione possano continuare a perseguire le finalità indicate nei Trattati comunitari originari.
Naturalmente ciò implica, da parte delle élite politiche europee, una visione di lungo periodo, nel senso che, se si vorrà rendere effettiva la condivisione dei rischi futuri, sarà necessario, oltre al compimento dell’unificazione politica su basi federali dei Paesi membri dell’Unione, l’elaborazione di un progetto di sviluppo alla cui costruzione possano partecipare paritariamente i singoli Stati; allo stesso modo, in ciascuno di essi le singole aree regionali dovranno poter concorrere a prefigurare il futuro sviluppo nazionale, così come, a livello di ciascuna regione, un contributo analogo sarà riservato alle singole circoscrizioni territoriali.
Un’architettura istituzionale come questa potrà consentire di orientare il futuro sviluppo dell’Unione, in funzione delle reali aspirazioni dei popoli europei e di più equilibrati rapporti tra i singoli Stati. In tal modo, l’Europa unita potrà porsi come punto di riferimento nella realizzazione di una efficace governance della globalizzazione, concorrendo a sottrarre il mondo agli esiti devastanti della competizione tra i principali protagonisti dell’economia e della politica, Cina e USA, al fine di ricondurre il mercato internazionale ad un controllo compatibile con il rispetto delle autonome scelte dei singoli popoli, escludendo ogni forma di supremazia o, peggio, di prevaricazione.

Dal punto di vista della Sardegna, la situazione post-pandemica dovrebbe servire ad indurre la classe politica regionale a convincersi che, per rilanciate lo sviluppo regionale, non sarà più possibile continuare a fare affidamento sul processo decisionale centralistico sinora privilegiato. Il centralismo ha “condannato” le comunità territoriali ad essere tendenzialmente escluse dal governo della Regione; fatto, questo, che ha determinato la formazione di “istituzioni estrattive”, a danno delle comunità, e non di “istituzioni inclusive” che le favorissero.
Pertanto, il nodo da sciogliere, a livello ragionale, dovrà consistere nel convenire sulle procedure da adottare per porre termine all’esclusione delle comunità locali da decisioni pubbliche, di cui subiscono passivamente gli effetti. L’occasione dell’eccezionalità della situazione post-pandemica, con cui anche l’Isola sarà chiamata a confrontarsi, dovrà essere utilizzata per giustificare l’autodeterminazione cui prima si è fatto cenno per le singole comunità territoriali, al fine di un loro reale responsabile coinvolgimento nell’elaborazione di un modello regionale di sviluppo alternativo a quello sperimentato negativamente nei decenni passati.
———–
L’illustrazione in testa è tratta dal sito cosedinapoli.com.

Coronavirus. Che fare?

aa01
Che fare?
di Roberto Loddo, Andrea Pubusa e Franco Meloni.

In questo periodo di rivolgimenti, confusione e vita complicata si susseguono nei media preoccupanti notizie sul futuro della nostra società in cui in tutto il mondo la situazione sembra precipitare. Giusto tenersi informati e informate, ma dobbiamo dedicare più tempo a come affrontare la situazione oltre le priorità dell’emergenza. Parliamo della fase due, di “contenimento” del virus, quando ci dovremo considerare tutti dentro un grande ospedale da campo, e poi della fase tre, quella della ricostruzione, quando tutto sarà cambiato, tanto da rendere impossibile riprendere come se tutto fosse stato una parentesi. A noi, attivisti e attiviste dell’informazione, de il manifesto sardo, di Democraziaoggi e di aladinpensiero spetta ragionare su come affrontare queste tre fasi, delle quali non si conosce, se non per pura ipotesi, l’estensione. Sorge l’interrogativo di sempre: che fare? Il dibattito che si è avviato è vasto e approfondito, tanto da rendere chiare una serie di possibili percorsi da praticare. Ovviamente occorre ulteriormente approfondire fino ad arrivare a decisioni condivise e operative. Anche noi, con i nostri portali di informazione, partecipiamo a questo poderoso sforzo di comprensione e di ricerca delle strade da intraprendere. Proponiamo alle nostre lettrici e ai nostri lettori una serie di articoli condivisi dalle nostre tre redazioni e una serie di iniziative pubbliche online, da svolgersi ognuno da casa nostra e in videoconferenza con lo strumento delle dirette. Saranno incontri per reagire alla impossibilità di vederci e continuare con modalità differenti il lavoro e l’impegno dell’informazione così come siamo abituati e abituate.
———————————————
Young man looking on time table in protective mask to prevent virus with blurred image of displayL’articolo che segue dell’economista gesuita Gaël Giraud, apparso su La Civiltà Cattolica, è il primo di una serie condivisi dalle tre News online: il manifesto sardo, Democraziaoggi e aladinpensiero, che ragionano su come affrontare e superare la fase dell’emergenza Covid-19 e sui possibili percorsi da praticare per il futuro del pianeta.
PER RIPARTIRE DOPO L’EMERGENZA COVID-19
di Gaël Giraud, La Civiltà Cattolica

Ciò che stiamo sperimentando, al prezzo della sofferenza inaudita di una parte significativa della popolazione, è il fatto che l’Occidente, dal punto di vista sanitario, non ha strutture e risorse pubbliche adeguate a questa epoca e a questa situazione. Come fare per entrare nel XXI secolo anche dal punto di vista della salute pubblica? È questo che gli occidentali devono capire e mettere in atto, in poche settimane, di fronte a una pandemia che, nel momento in cui scriviamo, promette di imperversare per il Pianeta, a causa delle ricorrenti ondate di contaminazione e delle mutazioni del virus[1]. Vediamo come e perché.

Il sistema sanitario occidentale e la pandemia

Dobbiamo innanzitutto ribadire, a rischio di creare sconcerto, che la posizione di molti specialisti di salute pubblica è coerente su un punto[2]: la pandemia Covid-19 sarebbe dovuta rimanere una epidemia più virale e letale dell’influenza stagionale, con effetti lievi sulla grande maggioranza della popolazione, e molto seri solo su una piccola frazione di essa. Invece – se consideriamo in particolare alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti – lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici.

Ciò che affermano gli esperti è che sarebbe stato relativamente facile frenare la pandemia praticando lo screening sistematico delle persone infette sin dall’inizio dei primi casi; monitorando i loro movimenti; ponendo in quarantena mirata le persone coinvolte; distribuendo in modo massiccio mascherine all’intera popolazione a rischio di contaminazione, per rallentare ulteriormente la diffusione. Trasformare un sistema sanitario pubblico degno di questo nome in un’industria medica in fase di privatizzazione si rivela un problema grave. Ciò non impedisce a «eroi» e «santi» di continuare e lavorare nella sanità pubblica: ne abbiamo una vivida rappresentazione in questi giorni.

La diffusa privatizzazione dell’assistenza sanitaria ha portato le nostre autorità a ignorare gli avvertimenti fatti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in merito ai mercati della fauna selvatica a Wuhan. Non si tratta di dare lezioni ex post a nessuno, ma di comprendere i nostri errori per agire nel modo più intelligente possibile nel futuro.

Prevenire eventi come una pandemia non è redditizio a breve termine. Pertanto, non ci siamo premuniti né di mascherine né di test da eseguire massicciamente. E abbiamo ridotto la nostra capacità ospedaliera in nome dell’ideologia dello smantellamento del servizio pubblico, che ora si mostra per quella che è: un’ideologia che uccide. Non avendo mai aderito a tale ideologia, e forti dell’esperienza dell’epidemia di Sars del 2002, Paesi come la Corea del Sud e Taiwan hanno predisposto un sistema di prevenzione estremamente efficace: lo screening sistematico e il tracciamento, puntando alla quarantena e alla collaborazione della popolazione adeguatamente informata e istruita, facendole indossare le mascherine. Nessun confinamento. Il danno economico risulta trascurabile.

Invece dello screening sistematico, noi occidentali abbiamo adottato una strategia antica, quella del confinamento[3], a fronte di una frazione esigua di infetti, e di una parte ancora più piccola tra questi che potrebbe avere gravi complicazioni. Ma, per quanto piccola possa essere, quest’ultima frazione è ancora maggiore dell’attuale capacità di assistenza dei nostri ospedali.

Non avendo altre strategie, è chiaro che il non fare nulla equivarrebbe a condannare a morte centinaia di migliaia di cittadini, come mostrano le proiezioni che circolano all’interno della comunità degli epidemiologi, comprese quelle dell’Imperial College di Londra[4]. Anche se alcuni aspetti di questo documento sono discutibili, esso ha il merito di chiarire che l’inazione è semplicemente criminale. È stata questa prospettiva a indurre Emmanuel Macron in Francia e Boris Johnson nel Regno Unito a rinunciare alla loro iniziale strategia di «immunizzazione di gregge»[5] e a «svegliare» l’amministrazione Trump. Ma troppo tardi: questi Paesi ora rischiano di pagare un prezzo pesantissimo in termini di vite umane per il loro ritardo nell’intervenire adeguatamente.

Il ritorno dello Stato sociale

Il parziale isolamento dell’Europa ha ravvivato l’idea che il capitalismo è sicuramente un sistema molto fragile, e così lo Stato sociale è tornato di moda. In realtà, il difetto nel nostro sistema economico ora rivelato dalla pandemia è purtroppo semplice: se una persona infetta è in grado di infettarne molte altre in pochi giorni e se la malattia ha una mortalità significativa, come nel caso di Covid-19, nessun sistema economico può sopravvivere senza una sanità pubblica forte e adeguata.

I lavoratori, anche quelli più in basso nella scala sociale, prima o poi infetteranno i loro vicini, i loro capi, e gli stessi ministri alla fine contrarranno il virus. Impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant’anni: l’esternalità negativa indotta dal virus sfida radicalmente l’idea di un sistema complesso modellato sul volontarismo degli imprenditori «atomizzati».

La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la «grande peste» che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri coronavirus.

Senza un efficiente servizio sanitario pubblico, che consenta di selezionare e curare tutti, non esiste più alcun sistema produttivo praticabile durante un’epidemia da coronavirus. E questo per decenni. L’appello lanciato il 12 marzo dal Mouvement des entreprises de France (Medef) – il sindacato francese dei datori di lavoro – per «rendere il sistema produttivo più competitivo» tradisce un profondo malinteso sulla pandemia.

Come uscire dall’isolamento?

Se gli operatori sanitari si ammalano, c’è il rischio del collasso del sistema ospedaliero, come sembra stia accadendo in Italia a Bergamo, Brescia e, in misura minore, a Milano. È quindi necessario che lo Stato promuova la diffusione di farmaci anti o retrovirali, in modo da consentire molto rapidamente, ovunque, di alleviare il carico del sistema ospedaliero sull’orlo del tracollo. E che i cittadini di tutti i Paesi mostrino finalmente senso di responsabilità.

Perché il confinamento sia rigoroso, insieme ai noti comportamenti elementari di igiene personale, tutti devono comprenderne il significato e l’utilità. Il confinamento rallenta efficacemente la diffusione del virus e – ripetiamolo –, in assenza di un sistema di screening, rimane la strategia meno negativa a breve termine. Tuttavia, se ci fermiamo a esso, diventa inutile: se usciamo dal confinamento, diciamo, tra un mese, il virus sarà ancora in circolazione e causerà gli stessi decessi di quelli che avrebbe causato oggi in assenza di contenimento.

Attendere, attraverso l’isolamento, che la popolazione si immunizzi – più o meno, la stessa strategia inizialmente proposta da Johnson, ma «a casa» – richiederebbe mesi di confinamento. Per capirlo, è sufficiente tornare al parametro essenziale di una pandemia, R0, il «numero di riproduzione di base», ossia il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto. Finché R0 è maggiore di 1, vale a dire fino a quando un individuo infetto può contagiare più di una persona, il numero di persone infette aumenta in modo esponenziale. Se lasciamo il contenimento senza ulteriori indugi prima che R0 scenda al di sotto di 1, avremo quelle centinaia di migliaia di morti che la pandemia ha minacciato di causare sin dall’inizio.

Tuttavia, affinché l’immunizzazione collettiva porti R0 al di sotto di 1, è necessario immunizzare circa il 50% della popolazione, cosa che – dato il tempo medio di incubazione (5 giorni) – richiederebbe probabilmente più di 5 mesi di reclusione, se ipotizziamo che ci sia oggi un milione di infetti. Un’opzione insostenibile in termini economici, sociali e psicologici. È l’intero sistema di produzione dei nostri Paesi che collasserebbe, a partire dal nostro sistema bancario, che è estremamente fragile.

Per non parlare del fatto che, in questo momento, i più poveri tra noi – rifugiati, persone di strada ecc. – sono costretti a morire non a causa del virus, ma perché non possono sopravvivere senza una società attiva. Senza dimenticare inoltre che non abbiamo alcuna garanzia che i nostri circuiti di approvvigionamento alimentare possano resistere allo shock della quarantena per un tempo così lungo: vogliamo costringere i lavoratori a reddito medio/basso a mettere a rischio la propria vita per continuare, per esempio, a trasportare il cibo per i dirigenti che rimangono tranquillamente a casa o nella loro tenuta in campagna?

È quindi necessario organizzare una «prima» liberazione dal contenimento, al più tardi tra qualche settimana. Prendere questo rischio collettivamente ha senso però solo a una condizione: applicare, questa volta, la strategia adottata in Corea del Sud e a Taiwan con il massimo rigore. Il tempo che stiamo guadagnando chiudendoci in casa dovrebbe servire per:

riportare R0 (che probabilmente era circa 3 all’inizio del contagio) il più vicino possibile a 1;
incoraggiare la riconversione di alcuni settori economici, per produrre in serie i ventilatori polmonari di cui ora hanno bisogno le terapie intensive per salvare vite umane;
consentire ai laboratori occidentali di produrre subito apparecchiature e materiali di screening, mentre si organizzano per realizzare in poche settimane il sistema necessario. Al momento ci sono due enzimi, in particolare, le cui scorte sono molto insufficienti, e quindi limitano la nostra capacità di effettuare screening[6];
produrre le mascherine di protezione, essenziali per frenare la diffusione del virus quando lasciamo la nostra casa.
Se porremo fine al nostro confinamento collettivo quando i nostri mezzi di rilevazione non saranno pronti o mancheranno le mascherine, correremo nuovamente il rischio di una tragedia. Sfortunatamente, oggi è impossibile misurare R0. Pertanto, dobbiamo attendere fino a quando non saremo organizzati per lo screening e pianificare l’uscita ordinata dalla quarantena il più rapidamente possibile.

Cosa succederà a quel punto? Coloro che vengono «liberati» devono essere sottoposti a screening sistematico e indossare le mascherine per diverse settimane. Altrimenti, l’uscita dal confinamento avrà un esito peggiore di quello dell’inizio della pandemia. Coloro che sono ancora positivi verranno quindi messi in quarantena, insieme al loro entourage. Altri possono andare a lavorare o riposare altrove. I test dovranno continuare per tutta l’estate per essere sicuri che il virus è stato sradicato all’arrivo dell’autunno.

La salute come bene comune globale

La pandemia ci sta costringendo a capire che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e a ripensare completamente il modo in cui produciamo e consumiamo, perché questa pandemia non sarà l’ultima. La deforestazione – così come i mercati della fauna selvatica di Wuhan – ci mette in contatto con animali i cui virus non ci sono noti. Lo scongelamento del permafrost minaccia di diffondere pericolose epidemie, come la «spagnola» del 1918, l’antrace, ecc. Lo stesso allevamento intensivo facilita la diffusione di epidemie.

A breve termine, dovremo nazionalizzare le imprese non sostenibili e, forse, alcune banche. Ma molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera: riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari; ripensare gli standard contabili, al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione; fissare una tassa sul carbonio e sulla salute; lanciare un grande piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili.

La pandemia ci invita a trasformare radicalmente le nostre relazioni sociali. Oggi il capitalismo conosce «il prezzo di tutto e il valore di niente», per citare un’efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente. Per privatizzarle, le distruggiamo e roviniamo le nostre società, mentre mettiamo a rischio vite umane. Non siamo monadi isolate, collegate solo da un astratto sistema di prezzi, ma esseri di carne interdipendenti con gli altri e con il territorio. Questo è ciò che dobbiamo imparare nuovamente. La salute di ciascuno riguarda tutti gli altri. Anche per i più privilegiati, la privatizzazione dei sistemi sanitari è un’opzione irrazionale: essi non possono restare totalmente separati dagli altri; la malattia li raggiungerà sempre. La salute è un bene comune globale e deve essere gestita come tale.

I «beni comuni», come li ha definiti in particolare l’economista americana Elinor Ostrom, aprono un terzo spazio tra il mercato e lo Stato, tra il privato e il pubblico. Possono guidarci in un mondo più resiliente, in grado di resistere a shock come quello causato da questa pandemia.

La salute, ad esempio, deve essere trattata come una questione di interesse collettivo, con modalità di intervento articolate e stratificate. A livello locale, per esempio, le comunità possono organizzarsi per reagire rapidamente, circoscrivendo i cluster dei contagiati da Covid-19. A livello statale, è necessario un potente servizio ospedaliero pubblico. A livello internazionale, le raccomandazioni dell’Oms per contrastare una situazione di epidemia devono diventare vincolanti. Pochi Paesi hanno seguito le raccomandazioni dell’Oms prima e durante la crisi. Siamo più disposti ad ascoltare i «consigli» del Fondo monetario internazionale (Fmi) che quelli dell’Oms. Lo scenario attuale dimostra che abbiamo torto.

In questi giorni abbiamo assistito alla nascita di diversi «beni comuni»: come quegli scienziati che, al di fuori di qualsiasi piattaforma pubblica o privata, si sono coordinati spontaneamente attraverso l’iniziativa OpenCovid19[7], per mettere in comune le informazioni sulle buone pratiche di screening dei virus.

Ma la salute è solo un esempio: anche l’ambiente, l’istruzione, la cultura, la biodiversità sono beni comuni globali. Dobbiamo immaginare istituzioni che ci permettano di valorizzarli, di riconoscere le nostre interdipendenze e rendere resilienti le nostre società.

Alcune organizzazioni del genere esistono già. La Drugs for Neglected Disease Initiative (Dndi) è un eccellente esempio. Un organismo creato da alcuni medici francesi 15 anni fa per il reperimento dei farmaci per le malattie rare o dimenticate: una rete collaborativa di terze parti, in cui cooperano il settore privato, quello pubblico e le Ong, che riesce a fare ciò che né il settore farmaceutico privato, né gli Stati, né la società civile possono fare da soli.

A livello individuale, poi, scopriamo la paura della scarsità dei beni. Ciò può essere un aspetto positivo in questa crisi? Essa ci libera dal narcisismo consumistico, dal «voglio tutto e subito». Ci riporta all’essenziale, a ciò che conta davvero: la qualità delle relazioni umane, la solidarietà. Ci ricorda anche quanto sia importante la natura per la nostra salute mentale e fisica. Coloro che vivono rinchiusi in 15 metri quadrati a Parigi o a Milano lo sanno bene. Il razionamento imposto su alcuni prodotti ci ricorda la limitatezza delle risorse.

Benvenuti in un mondo limitato! Per anni, i miliardi spesi per il marketing ci hanno fatto pensare al nostro pianeta come a un gigantesco supermercato, in cui tutto è a nostra disposizione a tempo indeterminato. Ora proviamo brutalmente il senso della privazione. È molto difficile per alcuni, ma può essere un’occasione di risparmio.

D’altra parte, anche un certo romanticismo «collapsologico»[8] sarà rapidamente mitigato dalla percezione concreta di cosa implichi, nell’attuale situazione, la brutale difficoltà dell’economia: disoccupazione, bancarotta, esistenze spezzate, morte, sofferenza quotidiana di coloro in cui il virus lascerà tracce per tutta la vita.

Sulla scia dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, vogliamo sperare che questa pandemia sia un’opportunità per indirizzare le nostre vite e le nostre istituzioni verso una felice sobrietà e verso il rispetto per la finitudine del nostro mondo. Il momento è decisivo: si può temere quella che Naomi Klein ha definito la «strategia dello shock». Alcuni governi non devono, con il pretesto di sostenere le imprese, indebolire ulteriormente i diritti dei lavoratori; o, per rafforzare ulteriormente la sorveglianza della polizia sulle popolazioni, ridurre permanentemente le libertà personali.

Nel frattempo, come si salva l’economia?

Proviamo a ipotizzare in questa situazione alcune possibili scelte di politica economica:

Iniettare liquidità nell’economia reale. Alcuni economisti tedeschi prevedono un calo del Pil in Germania del 9% nel 2020. Il dato è ragionevole e ci sono pochi motivi per cui le cose possano andare diversamente in Francia e, anche peggio, in Italia, Inghilterra, Svizzera e Paesi Bassi. Ciò dovrebbe indurre Germania e Olanda – i fautori della convinzione secondo la quale una maggiore austerità di bilancio aggiusta l’economia, mentre la macroeconomia più elementare dimostra il contrario – a rivedere i loro dogmi, se ancora l’escalation di vittime nei rispettivi Paesi non bastasse a far loro aprire gli occhi.
Negli Stati Uniti, Donald Trump e il suo segretario al Tesoro Steven Mnuchin propongono al Congresso di distribuire un assegno di 1.200 dollari a ciascun cittadino statunitense. Sono un po’ «soldi dall’elicottero» o, supponendo che la Banca centrale si occupi di questo problema monetario, «un quantitative easing per le persone». Misure che, eventualmente, avrebbero dovuto già essere state prese nel 2009. Possiamo anche vedere nell’iniziativa dell’amministrazione Trump l’abbozzo di un reddito minimo universale per tutti. Una proposta che è stata avanzata da molti per lungo tempo.
In Europa, la sospensione delle regole del Patto di stabilità, l’emissione di «obbligazioni corona» o l’attivazione di prestiti del Meccanismo europeo di stabilità sono tutte misure essenziali.
Creare posti di lavoro. Tuttavia, le iniziative appena menzionate sono insufficienti. È necessario comprendere che il sistema di produzione occidentale è, o sarà, parzialmente bloccato. A differenza del crollo del mercato azionario del 1929 e della crisi dei mutui subprime del 2008, questa nuova crisi colpisce innanzitutto l’economia reale. Nella maggior parte delle aziende, al 30% dei dipendenti ai quali venisse impedito di lavorare non corrisponderebbe il 30% in meno di produzione, ma una produzione pari a zero. Se un’azienda inserita in una catena del valore smette di produrre, l’intera catena viene interrotta. Stiamo constatando che le catene di approvvigionamento just-in-time (ossia senza scorte) ci rendono estremamente fragili. Pensiamo alla filiera della produzione e della fornitura del cibo. Naturalmente, alcuni governi sono pronti a inviare la polizia o l’esercito per costringere i lavoratori a rischiare la propria vita per non interrompere le catene di approvvigionamento. Le lavoratrici e i lavoratori posti più in basso nella catena di produzione e approvvigionamento sono i primi esposti e i primi sacrificati. Un’enorme ammissione di impotenza!
Nella maggior parte dei Paesi costretti a praticare il contenimento, il sistema produttivo viene quindi parzialmente bloccato, o lo sarà presto. Le catene del valore globali stanno rallentando e alcune saranno tagliate. Il lavoro è involontariamente «in sciopero». Non siamo solo di fronte a una carenza keynesiana della domanda – perché chi ha i contanti non può spenderli, dal momento che deve rimanere a casa –, ma di fronte anche a una crisi dell’offerta. Questa pandemia ci introduce, dunque, in un tipo di crisi nuovo e senza precedenti, in cui si uniscono il calo della domanda e quello dell’offerta. In tale contesto, l’iniezione di liquidità è tanto necessaria quanto insufficiente. Essere appagati da questo equivarrebbe a dare le stampelle a qualcuno che ha appena perso le gambe…
Solo lo Stato, perciò, può creare nuovi posti di lavoro capaci di assorbire la massa di dipendenti che, quando usciranno finalmente di casa, scopriranno di aver perso il lavoro. L’idea dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza non è neppure nuova: è stata studiata molto seriamente dall’economista britannico Tony Atkinson. Naturalmente, affinché ciò abbia un senso, dobbiamo seriamente pensare al tipo di settori industriali per i quali vogliamo favorire l’uscita dal tunnel. Questo discernimento dev’essere fatto in ciascun Paese, alla luce delle caratteristiche specifiche di ciascun tessuto economico.
È quindi legittimo e indispensabile che gli Stati occidentali, oggi come ieri, utilizzino una spesa in deficit per finanziare lo sforzo di ricostruzione del sistema produttivo che sarà necessario alla fine di questo lungo parto; e lo dovranno fare in modo acuto e selettivo, favorendo questo o quel settore. Ovviamente, il loro debito pubblico aumenterà. Ricordiamo che, durante la Seconda guerra mondiale, il deficit pubblico degli Stati Uniti raggiunse il 20% del Pil per diversi anni consecutivi. Ma il deficit sarebbe molto più grande in assenza di ingenti spese da parte dello Stato per salvare l’economia.
Possiamo anche notare che il piano di aggiustamento strutturale imposto alla Grecia alcuni anni orsono è stato assolutamente inutile: il rapporto debito pubblico/Pil di Atene ha raggiunto nel 2019 gli stessi livelli del 2010. In altre parole, l’austerità uccide – lo vediamo bene coi nostri occhi in questo momento, nei nostri reparti di rianimazione –, ma non risolve alcun problema macroeconomico.

Ricostruire e salvare la democrazia

A questo punto, un possibile errore sarebbe quello di apprezzare l’efficacia dell’autoritarismo come soluzione. «E se le nostre democrazie fossero scarsamente pronte? Troppo lente? Bloccate dalle libertà individuali?». Questo ritornello risuonava già prima della pandemia. Se consideriamo la Cina, la situazione sta sicuramente migliorando, ma l’epidemia non è stata ancora sconfitta, neppure a Wuhan. D’altra parte, è vero che a Pechino sono stati costruiti due ospedali in pochi giorni e che il governo cinese non è in mano alla lobby finanziaria, ma, per trarre i benefici di questi due punti a favore, dovremmo forse rinunciare alla democrazia?

Una volta abbandonato il contenimento in maniera controllata, un’altra pericolosa trappola sarebbe quella di limitarci a ripristinare semplicemente il modello economico di ieri, accontentandoci di migliorare in modo marginale il nostro sistema sanitario per far fronte alla prossima pandemia. È urgente capire che la pandemia Covid-19 non solo non è un cosiddetto «cigno nero» – era perfettamente prevedibile, sebbene non sia stata affatto prevista dai mercati finanziari onniscienti –, ma non è nemmeno uno «shock esogeno». Essa è una delle inevitabili conseguenze dell’Antropocene. La distruzione dell’ambiente che la nostra economia estrattiva ha esercitato per oltre un secolo ha una radice comune con questa pandemia: siamo diventati la specie dominante sulla Terra, e quindi siamo in grado di spezzare le catene alimentari di tutti gli altri animali, ma siamo anche il miglior veicolo per gli elementi patogeni.

In termini di evoluzione biologica, per un virus è molto più «efficace» infettare gli esseri umani che la renna artica, già in pericolo a causa del riscaldamento globale. E questo sarà sempre più così, perché la crisi ecologica decimerà altre specie viventi. È soprattutto la distruzione della biodiversità, in cui siamo da tempo impegnati, a favorire la diffusione dei virus[9]. Oggi molti ne sono consapevoli: la crisi ecologica ci garantisce pandemie ricorrenti. Accontentarsi di dotarsi di mascherine ed enzimi per il prossimo futuro equivarrebbe a trattare solo il sintomo. Il male è molto più profondo, ed è la sua radice che dev’essere medicata. La ricostruzione economica che dovremo realizzare dopo essere usciti dal tunnel sarà l’occasione inaspettata per attuare le trasformazioni che, anche ieri, sembravano inconcepibili a coloro che continuano a guardare al futuro attraverso lo specchietto retrovisore della globalizzazione finanziaria. Abbiamo bisogno di una reindustrializzazione verde, accompagnata da una relocalizzazione di tutte le nostre attività umane.

Ma, per il momento, e per accelerare la fine della crisi sanitaria, è necessario fare ciò che è possibile, e dunque proseguire negli sforzi per schermare e proteggere la popolazione.

***

[1]. Cfr P. Baker – E. Sullivan, «U.S. Virus Plan Anticipates 18-Month Pandemic and Widespread Shortages», in New York Times, 17 marzo 2020.

[2]. Cfr J.-D. Michel, «Covid-19: fin de partie?!» (https://bit.ly/3996Evs), 18 marzo 2020; T. Pueyo, «Coronavirus: The Hammer and the Dance. What the Next 18 Months Can Look Like, if Leaders Buy Us Time» (https://bit.ly/3bjAA9K), 19 marzo 2020.

[3]. Già nel 1347 Pierre de Damouzy, medico di Margherita di Francia, contessa delle Fiandre, raccomandò il confinamento agli abitanti di Reims per sfuggire alla peste nera. Cfr Y. Renouard, «La Peste noire de 1348-1350», in Revue de Paris, marzo 1950, 109.

[4]. Cfr N. M. Ferguson – D. Laydon et Al., «Impact of non-pharmaceutical interventions (NPIs) to reduce COVID-19 mortality and healthcare demand» (https://doi.org/10.25561/77482), Londra, Imperial College, 16 marzo 2020.

[5]. È noto che la prima tentazione del governo Johnson è stata quella di lanciare il Regno Unito in un esperimento di immunizzazione collettiva. Anche il governo francese è stato tentato da questa «soluzione», sebbene in modo meno esplicito. Su questo argomento, cfr T. Vey, «La France mise sur l’“immunité de groupe” pour arrêter le coronavirus», in Sciences, 13 marzo 2020.

[6]. Si tratta della trascrittasi inversa (AMV o MMLV) e del Taq (o Pfu) che amplifica la reazione chimica, consentendo di identificare la presenza di Covid-19. Questi sono i due enzimi che diversi laboratori stanno cercando di produrre ininterrottamente.

[7]. «Low-cost & Open-Source Covid19 Detection kits», cfr https://app.jogl.io/project/118 e anche hashtag su Twitter: #OpenCovid19

[8]. La collapsologia è un discorso pluridisciplinare interessato al collasso della nostra civiltà. Parte dall’idea che le azioni umane abbiano un impatto duraturo e negativo sul pianeta. Si basa su dati scientifici, ma anche su intuizioni, per cui a volte viene accusata di non essere una vera scienza, ma piuttosto un movimento.

[9]. Cfr J. Duquesne, «Coronavirus: “La disparition du monde sauvage facilite les épidémies”», intervista a Serge Morand, ricercatore del Cnrs-Cirad, in Marianne, 17 marzo 2020.

Emergenza coronavirus e oltre. Il contributo degli intellettuali sull’ala del pensiero. La necessità del cambiamento in direzione solidale ed ecologica.

apollo-torsoAppunti dal sottosuolo
di Mauro Tuzzolino

Come molti dei personaggi di Murakami Haruki, siamo condotti dalle circostanze a ripiegare nelle nostre solitudini, a discendere nel pozzo della nostra autocoscienza. E come nelle narrazioni di Saramago questa discesa assume una dimensione sociale e collettiva.
E, si sa, il pozzo è metafora di caduta e di rinascita già nelle Sacre Scritture. Il virus ha costretto tutti noi a questa discesa nel pozzo, sul piano individuale e su quello sociale. Ponendoci interrogativi sul nostro recente passato, sulle nostre modalità di condurre l’esistenza, sugli eventuali nessi causali tra modus vivendi e situazione attuale; ma gli interrogativi riguardano a maggior ragione la risalita prossima, anche come esercizio e antidoto al presente, assecondando quel fisiologico bisogno di varcare il confine del nostro attuale limite.
“La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità”, ricorda papa Francesco nella sua recente commovente omelia.
Al culmine della potenza della retorica della tecnica, ne riscopriamo la sua intrinseca fragilità. Quando l’apparato di scienza, tecnologia, economia mostra i propri limiti dinanzi al palesarsi del flusso virale, ci sentiamo nudi, messi di fronte allo specchio della nostra vita, impauriti per la sopravvivenza nostra, dei nostri cari e, in ultima analisi, delle abitudini di esistenza a noi così care. Privi dell’armatura e dei superpoteri che nella quotidianità ci offre l’apparato tecno – sociale, ripiombiamo d’improvviso nel perimetro delle nostre corporeità e torniamo a fare i conti con le domande di sempre.
Domande individuali e collettive sul senso, sulle traiettorie di vita, sul ruolo di ciascuno e sulla direzione del nostro vivere associato.
In questo quadro avvio la mia breve riflessione, sempre in divenire, su alcune piccole lezioni che sto imparando.
• Stiamo riscoprendo l’importanza della comunità di cura. La consapevolezza delle nostre fragilità incrementa il nostro bisogno di avere intorno reti di protezione, che non devono e possono limitarsi alla pur necessaria concentrazione di funzioni di eccellenza. Le riforme sociosanitarie assecondando il principio fordista per cui concentrazione uguale efficacia/efficienza, hanno puntato sulla costruzione di grandi hub iperspecializzati (come non pensare alla vicenda del Mater Olbia in Sardegna?) e, così facendo, abbiamo abbandonato, almeno nel dibattito mainstream, le ipotesi di una sanità capillare e territoriale, capace di offrire prossimità, aiuto, sostegno, ascolto. E le nostre paure diventano solitudini fragili, prive di quel meccanismo comunitario di sostegno e accompagnamento, in particolare nel contesto delle aree interne.
• La scuola giocoforza, con la generosità dei suoi protagonisti, prova a riorganizzare il proprio funzionamento attraverso l’utilizzo della didattica a distanza; quel che emerge tuttavia, aldilà delle performance molto variabili e della inadeguatezza tecnologica, è la centralità della “presenza” nei processi di apprendimento e di costruzione della socialità di base. Ho ascoltato docenti e ragazzi. Questi ultimi si sentono smarriti e rivalutano con convinzione l’importanza dello spazio fisico, del confronto sensoriale come ambiente didattico per eccellenza. E anche qui varrebbe la pena di approfondire sul principio di prossimità, sull’importanza di un presidio sociale insostituibile. La scuola, sembra banale rammentarlo, non è semplicemente un contesto di trasferimento e di condivisione dei saperi; in questo caso la ricchezza di risorse conoscitive disponibili nel web renderebbe del tutto superflua la presenza di un’istituzione come la scuola. Scambio, confronto orizzontale, mediazione dei saperi, educazione alla convivenza e alla tolleranza, incontro di differenze, conflitto entro uno spazio normato, costituiscono valori e principi base di un’istituzione educativa. La drammatica sospensione delle attività scolastiche deve interrogarci su tali questioni; non per riproporre modelli ormai superati dalla realtà, ma per ripensare funzioni, spazi, metodologie, organizzazione. La scuola italiana è una grande risorsa del presente e del prossimo futuro, e tutta la comunità educante deve avere il coraggio di ripensare profondamente sé stessa, approfittando anche dei segnali di riscoperta positiva che il contesto sta producendo.
• Sui beni di prima necessità abbiamo cominciato ad interrogarci sulle filiere organizzative e produttive che rendono possibile il nostro approvvigionamento alimentare. Dalle grandi corporation dell’agroalimentare, ai piccoli produttori sino ai cosiddetti lavoratori dell’ultimo miglio (come li definisce il sociologo Aldo Bonomi), che ci consentono di avere la merce presso le nostre abitazioni. I miei amici pescatori artigianali stanno attraversando, come tanti, un momento drammatico di crisi produttiva soprattutto per l’assenza di infrastrutture logistiche di vicinato. Facciamo una grande retorica sul kilometro zero, valorizzandone correttamente sia l’aspetto della sostenibilità ambientale sia quello della salvaguardia delle nostre produzioni e dei nostri lavoratori. Tuttavia, se non si affrontano le questioni infrastrutturali, materiali ed immateriali, relative ai temi della logistica, della distribuzione e della connessione di territorio e città, continueremo pure la nostra retorica ma le nostre dispense saranno dotate più facilmente di salmone piuttosto che del sarago locale, sempre per rimanere in contesto ittico.
• Questi giorni sono stati il terreno di sperimentazione su larga scala del cosiddetto smart working, che nel caso di specie non è altro che lavoro da casa. O meglio, l’allargamento alla platea dei dipendenti delle modalità del lavoro autonomo di seconda generazione, con la felice definizione di Sergio Bologna. Attenzione ai facili entusiasmi. Lo spazio di lavoro che entra prepotentemente nelle nostre vite private può configurarsi come una violazione, un vero straripamento, con il messaggio non troppo sottinteso che siamo soggetti perennemente al lavoro, sempre disponibili, reperibili, attivabili. Con l’aggravante che il lavoro si individualizza ulteriormente, alterandone la sua dimensione sociale e collettiva, sia sul versante dell’affermazione dei diritti sia su quello del lavoro come funzione di abilitazione sociale. Trovare forme ibride e creative può essere una felice soluzione, immaginando anche luoghi altri di condivisione, informali e capaci rompere le ritualità costrittive dei grigi uffici e l’arcaica stretta correlazione tempo-lavoro.
• La vicenda del sommerso italiano, giustamente sollevata dal ministro Provenzano, ci pone dinanzi ad una delle grandi ipocrisie del nostro paese. “Così come abbiamo sempre sostenuto, l’Italia ha tre Pil: uno ufficiale, di circa 1.600 Mld di euro; uno sommerso, di circa 540 Mld (l’equivalente del 35% di quello ufficiale); uno criminale, che supera abbondantemente i 250 Mld”, ha rammentato in un recente articolo del Sole 24 Ore il presidente di Eurispes.
Conosco molto bene e dal di dentro la realtà sociale ed economica del mezzogiorno d’Italia. La mia prima preoccupazione, pensando alla mia città, Palermo, con il progressivo acuirsi della crisi da Covid, è stata rivolta alle migliaia di persone che praticano nella quotidianità l’arte di arrangiarsi. Il piccolo venditore che staziona all’angolo della strada, il parcheggiatore abusivo, il venditore di rose ai semafori, il cameriere e il muratore a giornata. E il pensiero non può che correre a tutti gli invisibili: che fine ha fatto il piccolo indiano che ogni mattina vende pacchi di fazzolettini sotto casa? Credo che anche questi interrogativi abbiano diritto di cittadinanza su quel che sarà il dibattito per la rinascita.
• Non possiamo inoltre rimanere indifferenti di fronte alla meravigliosa potenza della Natura che, come da topos letterario distopico, riprende il proprio spazio: rimbalzano sui social video e foto con la fauna che prende possesso di luoghi urbanizzati, così come gli istituti di analisi ambientale ci forniscono dati circa la forte diminuzione di inquinamento delle acque, dell’atmosfera e, in generale, di tutti gli ecosistemi. Il rallentamento dell’attività antropica fuga ogni dubbio circa l’impatto delle attività umane sul nostro pianeta, aldilà di ogni sterile dibattito sulla figura della giovane Greta. Questi esiti possono lasciarci indifferenti circa le modalità di produzione del valore? O siamo ancora in tempo per fondare un’economia green alla ricerca tendenziale di un benessere sociale diffuso e reale?
Dovremmo avere la capacità di allargare il nostro sguardo al paradigma dello sviluppo economico, o meglio sarebbe dire del progresso economico. Questo è il tempo, come già fu in occasione della crisi del 2008, in cui si evocano salti di paradigma, certamente necessari su cui da domani concentreremo sforzi e approfondimento. Ma si tratta al contempo di essere realisti; e provare intanto a ribaltare le logiche prevalenti di tipo concentrazionario, spesso funzionali anche ad un esercizio del potere. Centralizzazione vs. territorializzazione. Vale per i ragionamenti di cura, deve valere per orientare le nostre scelte in campo economico, energetico e burocratico. Città intelligenti, certo, insieme a territori intelligenti. Tecnologia come strumento per aumentare e non per sostituire.
Emergono, come in ogni crisi aspetti molteplici, variegati e, spesso, contraddittori. E se da un lato stiamo riscoprendo il valore della prossimità, della solidarietà e della sensorialità nelle nostre relazioni, si insinua altresì, quasi come processo inevitabile, lo spettro di una società funzionalmente immunizzata, che può sacrificare la contaminazione, lo scambio e la reciprocità in nome della ricerca di una performatività rassicurante e apparentemente priva di rischi.
Stiamo insomma, in questo snodo epocale, contemplando l’antico dorso di Apollo, senza volto e senza gambe, che ci avverte con il preciso monito “Devi mutare la tua vita!”: la direzione da imprimere a tale necessario cambiamento dovrà essere, già nelle nostre azioni, solidale ed ecologica.

Emergenza coronavirus e oltre. Il contributo degli intellettuali sull’ala del pensiero: Tutela della Salute

ss-trinita-caRipensare la sanità
di Beppe Andreozzi*

L’emergenza di questi giorni ci porta a riflettere sullo stato dell’organizzazione della sanità in Italia, le luci e le ombre del nostro sistema.
Facciamo un passo indietro e partiamo dalla Carta Costituzionale (1948), all’interno della quale l’art. 32 primo comma aveva statuito: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti».
Il sistema sanitario italiano, all’epoca e ancora fino alla fine degli anni settanta, si reggeva su un sistema di tipo assicurativo-previdenziale organizzato sulle “mutue” nate alla fine dell’Ottocento su base volontaria e solidaristica nell’ambito delle società operaie, poi divenute obbligatorie nel corso del Novecento.
In base all’appartenenza a una determinata categoria di lavoratori, gli stessi e i loro familiari fruivano di un’assistenza sanitaria differenziata a seconda della ricchezza della cassa. Esistevano quindi medici specialisti e una moltitudine di enti ospedalieri privati o pubblici, nati quasi tutti come “opere pie” grazie a lasciti di munifici benefattori, convenzionati con una o un’altra cassa mutualistica e anche la natura delle prestazioni erogata dai medesimi soggetti cambiava da caso a caso.
La cura dei cittadini non assicurati sprovvisti di adeguato reddito poteva essere prestata da medici ed enti ospedalieri solo su base caritatevole.
Per quasi trent’anni l’unica novità, certo non indifferente, prodotta dalla norma costituzionale fu quella dell’obbligo per lo Stato di garantire anche ai non abbienti cure gratuite, assicurate prevalentemente nel territorio comunale dai “medici condotti” e in caso di degenza col ricovero nelle strutture ospedaliere pubbliche.
Il sistema fu rivoluzionato con la legge n. 833 del 1978 che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale. Tratti principali di questa riforma furono: il finanziamento della sanità pubblica, posto a carico della fiscalità generale; la soppressione delle casse mutualistiche e degli enti ospedalieri pubblici; la creazione delle Unità Sanitarie Locali, concepite come organi di collegamento dei comuni e delle comunità montane, nell’ambito delle quali confluirono gli stabilimenti ospedalieri, gli uffici e i servizi territoriali della sanità, organizzate secondo criteri e obiettivi fissati dallo Stato, quanto alle linee generali, e dalle Regioni attraverso i piani sanitari.
Diventava quindi compito delle USL organizzare tutta l’attività sanitaria, anche di prevenzione, del territorio ed erogare le prestazioni sanitarie mediche, specialistiche, riabilitative, ospedaliere, direttamente o attraverso strutture private convenzionate.
La riforma, che sicuramente aveva rivoluzionato in senso positivo l’organizzazione della salute nel Paese, consentendo una tutela sanitaria omogenea e coerente nei confronti dei cittadini, fu però sottoposta a un ampio processo di revisione, volto a ridimensionare l’ingerenza della politica nella gestione delle USL, governate da “comitati di gestione” rappresentativi delle forze politiche presenti nel territorio, nonché a porre sotto controllo i flussi di spesa, in un momento di grave crisi economica del Paese.
Nacquero così le modifiche introdotte al sistema coi decreti legislativi n. 502 del 1992 e n. 229 del 1999, con le quali si imponeva alle USL, trasformate anche nominalmente in aziende sanitarie, un modello di tipo aziendale fondato su criteri di economicità e si poneva al vertice di esse un direttore generale con funzioni di tipo manageriale, dotato di poteri tipici del privato datore di lavoro.
Esemplarmente, l’art. 3 del decreto legislativo n. 502/92 come modificato dal decreto legislativo n. 229/99 aveva previsto al comma 1-ter che «le aziende sanitarie sono tenute al rispetto dei vincoli di bilancio attraverso l’equilibrio di costi e ricavi, compresi i trasferimenti di risorse finanziarie» e al comma 6 che «al direttore generale compete in particolare verificare, mediante valutazioni comparative dei costi, dei rendimenti e dei risultati, la corretta ed economica gestione delle risorse attribuite ed introitate…».
I criteri di gestione delle aziende sanitarie, al di là delle enfatiche affermazioni di principio contenute negli atti regionali e aziendali, si fondano oggi su variabili puramente economiche quali costi, ricavi, rendimenti, equilibri di bilancio e sulla corretta applicazione di tali criteri vengono giudicati i direttori generali che le amministrano.
In una logica di efficienza e produttività certamente non rientrano investimenti impegnativi che gravano sui bilanci delle aziende e non rispondono a criteri di efficienza e produttività.
Ecco perché, veniamo ai nostri giorni, le aziende sanitarie italiane si sono trovate all’improvviso sprovviste di presidi individuali di protezione e di strumenti per la rianimazione eccedenti le esigenze ordinariamente preventivabili.
Eppure sarebbe saggio prevedere, nell’organizzazione della sanità, riserve strategiche di materiali, organici e strutture destinate a fronteggiare possibili emergenze, quali possono essere determinati da epidemie, ma anche da calamità naturali o da incidenti a impianti industriali o mezzi di trasporto, senza che nessuno possa contestarne la svantaggiosità, non trattandosi di prestazioni suscettibili di essere contabilizzate.
È opportuno ripensare gli attuali modelli organizzativi, senza rinunziare ovviamente al rigore nei controlli della spesa e dell’efficienza dei servizi erogati.
Ciò di sicuro comporterebbe costi aggiuntivi che, in tempi ordinari, potrebbero apparire sovrabbondanti, ma dovremmo imparare ad accettarli.
In fondo, ogni anno spendiamo per la difesa 23 miliardi di euro, 64 milioni al giorno, 5 miliardi all’anno solo di armamenti; eppure l’Italia ripudia la guerra (come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, art. 11 della Costituzione) e, grazie a Dio, non siamo in guerra da 75 anni e nessuno, al giorno d’oggi, sembra interessato ad aggredirci militarmente. Eppure spendiamo, tanto e senza significative obiezioni, per prepararci a una guerra che forse non vedremo mai.
Forse i tempi e la coscienza collettiva sono maturi per considerare la salute come un bene prezioso da tutelare e ripensare i criteri che determinano la spesa e l’organizzazione della sanità.
—————
* Con questo articolo comincia la collaborazione editoriale del nostro amico Giuseppe Andreozzi.
3e6a48fe-df72-496a-b057-22f8cbe65505

Emergenza coronavirus e oltre. Il contributo degli intellettuali sull’ala del pensiero: Reddito di Cittadinanza universale?

mondo-bluNell’emergenza e oltre.
In televisione si susseguono i bollettini di guerra. I contagi aumentano, i morti aumentano, purtroppo. Meno male che aumentano anche le guarigioni. Giusto tenersi informati, ma dobbiamo dedicare più tempo a come affrontare la situazione oltre le priorità dell’emergenza. Parliamo della fase di “contenimento” del virus, quando ci dovremo considerare tutti dentro un grande ospedale da campo. I contagi aumentano? È inevitabile, ma facciamo le distinzioni tra malati conclamati in diversi stadi, portatori asintomatici, guariti e ovviamente sani. Per ogni “categoria” occorrono interventi diversi, che comportano trasformazioni piccole, grandi e imponenti dell’economia. Per esempio è necessario dedicare alberghi per la convalescenza dei dimessi dagli ospedali che non possono rientrare nelle case di famiglia. Requisire gli alberghi? Meglio dire: accordarsi con i proprietari per un uso temporaneo (chissà quanto) delle strutture a scopo sanitario. Una certa parte dell’economia dovrebbe riorganizzarsi proprio in questo settore. Lo ripetiamo: è solo un esempio per dire che occorre far convergere il pensiero dei diversi esperti, di tutte le discipline, sulle tematiche del “che pensare, che dire, che fare?”, oggi e domani. Ovviamente tutti, esperti o meno, ci dobbiamo mobilitare. Nel rispetto delle diverse competenze. In questo contesto facciamo anche noi la nostra parte. Come il colibrì che getta poche gocce d’acqua dal suo becco sullo spaventoso incendio della foresta! Così abbiamo scritto venerdì 27 parlando della fase cd di “mantenimento”, pur sempre emergenziale; nell’emergenza e oltre si situa la questione dell’economia, prima di tutto per quanto attiene alla salvaguardia dei ceti più vulnerabili, la cui numerosità tende a dilatarsi in relazione al (necessario) perdurare delle restrizioni («lockdown»). Il Reddito di Cittadinanza (o come lo vogliamo diversamente chiamare) costituisce per noi una convincente risposta. Ne abbiamo sempre parlato e crediamo sia cosa buona (e speriamo utile) inserirci nel dibattito anche riprendendo (e aggiornando) precedenti elaborazioni. Seguiteci e intervenite!
————————————————–
Il Movimento Cinque Stelle propone l’estensione del «reddito di cittadinanza»
reddito-di-quarantena-il-manifestoLa campagna “Reddito di quarantena”
di Roberto Ciccarelli
su il manifesto, EDIZIONE del 28.03.2020, PUBBLICATO il 27.3.2020, AGGIORNATO 28.3.2020, 12:01.
La campagna per il reddito di quarantena e la riforma in senso universale e incondizionato del cosiddetto «reddito di cittadinanza» ha prodotto un primo risultato. Il Movimento Cinque Stelle ha aperto a questa opzione sostenuta da migliaia di persone in Italia con petizioni e campagne sui social network. «Questa misura sta salvando milioni di persone in questo momento, se non ci fosse oggi avremmo 3-4 milioni di persone ancora più in difficoltà. Dobbiamo estenderlo a tutte le persone che in questo momento non hanno un reddito perché hanno perso il lavoro o perchè non possono lavorare a causa delle restrizioni» ha detto ieri Vito Crimi.
«Se, a causa di questa crisi improvvisa, ci sarà l’esigenza di allargare le maglie dei requisiti, daremo una mano ad altri milioni di italiani» hanno dichiarato i portavoce dei Cinque Stelle alla Commissione Bilancio alla Camera.
Analoga apertura si è registrata oggi dal Pd. «Bisogna agire subito, è a rischio la tenuta democratica. Il reddito di cittadinanza va esteso» ha detto il ministro per il sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano – Volevamo migliorarlo già prima del coronavirus, adesso diventa indispensabile. Rivedendo i vincoli patrimoniali, chi ha una casa familiare o dei risparmi in banca che non vuole intaccare oggi non può accedervi. Rafforzando il sostegno alle famiglie numerose. Rendendolo compatibile con il lavoro, per integrare il reddito se necessario».
Con il passare dei giorni, man mano che il «lockdown» dell’intero paese si fa più stretto prolungato, la tensione sta crescendo anche tra chi non rientra nel pur ampio ventaglio dei soggetti a cui è rivolta la cassa integrazione o il bonus dei 600 euro alle partite Iva (sarà ampliato nel decreto di aprile). A Palermo, giovedì, in un ipermercato Lidl, alcune persone hanno cercato di non pagare la spesa sostenendo di non avere denaro. Secondo la Cgil un posto di lavoro su tre nell’agricoltura, nell’edilizia e nel settore terziario a Palermo è sommerso, irregolare, in nero o precario. Queste persone, e non solo al Sud, sono travolte dalla crisi del coronavirus.
L’estensione del «reddito» è stata chiesta ieri dai sindaci siciliani (Anci), ma solo con uno stanziamento di risorse temporanee e di emergenza. Per l’Anci Puglia «è indispensabile introdurre con urgenza una o più misure generali che sostengano i soggetti esclusi e prevedere per i prossimi mesi lo stanziamento di risorse aggiuntive in favore dei comuni».
Nella direzione di una rimodulazione del reddito vanno anche i ragionamenti del Forum Disuguaglianze Diversità.
«È necessario ampliare la platea del reddito di cittadinanza aumentando i criteri Isee, ridurre ed eliminare obblighi e condizioni – sostiene Sandro Gobetti del Basic Income Network che ha lanciato una petizione sottoscritta da migliaia di persone – Bisogna andare verso un reddito di base per assicurare ora e per sempre una sicurezza minima a milioni di persone». Nella stessa prospettiva si muove la campagna sul «reddito di quarantena» a cui hanno aderito centinaia di associazioni, tra cui la Rete dei Numeri Pari. «I Cinque Stelle hanno la golden share del governo. Se vogliono estendere il reddito ora, lo facciano in maniera universale e basandolo sugli individui, non più sulle famiglie. E si dovrebbe ragionare sull’accesso gratuito ai servizi per chi è sotto la soglia di povertà» sostiene Luca Dall’Agnol (Adl Cobas).
———————————–
Intervento di Tonino Dessì, su fb, a partire dalla notizia sui fatti di Palermo.
Sono abbastanza propenso a dar credito alla posizione di Leoluca Orlando, al momento.
Ieri sera il video di un limitato episodio individuale verificatosi a Palermo era diventato virale tanto in profili di leghisti e di neri, quanto in profili di sovranisti e di rossobruni.
Poi oggi non è mancato qualche diligente superstite di una sinistra “radical-pensosa” a rilanciare la posta (purtroppo in quelle già esigue fila sembrano rimasti anche diversi tonti).
Realisticamente è dubitabile che anche negli strati più disagiati, da febbraio a oggi, cioè in un mese, si sia verificato un peggioramento di condizioni che erano già di povertà o di indigenza (chiamarla crisi di liquidità mi parrebbe per queste persone un’espressione assolutamente inappropriata).
Nè siamo a una rarefazione e a un contingentamento delle scorte di beni di prima necessità.
Però sarebbe anche poco responsabile sottovalutare il segnale.
Le restrizioni, anche quelle dei movimenti di persone e di cose, unitamente ai più accentuati controlli amministrativi, colpiscono duramente le economie marginali e di sussistenza, comprese le molte ai limiti e oltre i limiti della legalità.
Non è detto nemmeno che l’elicopter money farà arrivare gran che, a certi livelli, se non spiccioli, briciole.
Nel lungo periodo si, la situazione potrebbe porsi prima in termini di ordine pubblico, poi di scontro sociale.
Ma non dovrebbero farsi illusioni i cultori di prospettive di rivolta: il destino sarebbe segnato a sfavore dei soliti, che si troverebbero schiacciati fra gli organizzatori di agitazioni politiche oppositive e una maggioranza di persone furiosamente determinata a difendere la propria condizione di relativo ancorchè diversificato vantaggio, a costo di sostenere ogni repressione.
Fra le misure immediate e di carattere straordinario sarà bene che chi governa metta a regime ogni forma di sostegno ai più poveri, riformulando il reddito di cittadinanza in reddito di esistenza e universalizzandolo incondizionatamente il più possibile.
Nel frattempo i canali di intervento di emergenza sono da individuarsi nei Comuni, i quali vanno messi nelle condizioni finanziarie e organizzative per venire incontro capillarmente alle situazioni che meglio di altre istituzioni sono in grado di valutare e di gestire.
————————————————–
Commenti del direttore (sui post di Tonino Dessì e di Gianluca Medas)
Sono d’accordo con la proposta di ampliare la platea del reddito di cittadinanza (rendendolo universale) e sulla necessità di rafforzare la capacità di intervento sociale dei Comuni. Sul RdC ho visto che il dibattito sta crescendo e stanno emergendo indirizzi coerenti con quanto sostieni (M5S e Pd). In argomento mi sembra pertinente un post del mio amico Gianluca Medas e la mia risposta. Per quanto possiamo impegniamoci nel dibattito perché siano assunte misure con l’indispensabile urgenza. Riprendo il tuo post e materiali correlati su Aladinpensiero online.
CHI PENSA AGLI ULTIMI ?
Scrive Gianluca Medas:
C’è una categoria di persone seriamente a rischio di cui nessuno ha ancora parlato, queste non hanno codice ateco, non hanno partita iva, non hanno busta paga, non hanno pensione, sono quelli del lavoro nero, quelli che per necessità, o per scelta, vengono pagati a giornata, donne di servizio, contadini a giornata ecc ecc, e adesso, tappati nello loro case coattamente, rischiano di morire affamati. Sono persone dalle economie fragili che andrebbero monitorate per essere aiutate immediatamente, prima che diventino una nuova emergenza. Prima o poi il bisogno li costringerà ad uscire di casa ..e che succede se l’emergenza continuerà? Non dimentichiamoci di loro.
Commenta Franco Meloni:
Lo stato della nostra economia e la nostra organizzazione sociale sono in grado di intervenire in tutte le situazioni da te segnalate. Subito attraverso i servizi sociali dei Comuni, collegati con le Associazioni di volontariato (Caritas in primis) peraltro sostenute da ingenti contributi pubblici e privati. Le provviste alimentari di cui disponiamo sono allo stato perfino esagerate (nel proseguo occorre vedere come si mettono le cose). Dobbiamo porci il problema del mantenimento dei senza reddito. Nell’immediato la soluzione emergenziale c’è. Nei tempi brevi e medi occorre introdurre un reddito di cittadinanza per tutti [dividendo sociale, come lo chiama il prof. Gianfranco Sabattini (https://www.facebook.com/GianfrancoSabattini/)]. Ovviamente se ne sta parlando. Da molto. Il M5Stelle ha il merito di aver portato la questione all’attenzione e di aver introdotto il RdC in riforma (migliorativa) dell’esistente RIS-Reddito di inclusione sociale, ma ne ha fatto soprattutto una sua bandiera, evitando il confronto teso al miglioramento della provvidenza introdotta. L’opposizione Lega, FI e Forza Italia, a cui si è unito Renzi, per ignoranza e mala fede hanno attaccato il provvedimento RdC (peraltro presente in forme diverse in tutti i paesi europei esclusa la Grecia). In materia, pensando al futuro prossimo, posto un intervento pertinente e condivisibile del presidente dell’INPS: https://www.money.it/reddito-cittadinanza-tutti-proposta-Presidente-INPS?fbclid=IwAR3vEwHzOzhPadqPSC3iJZz8aUXstyn1jd2NzqdQM0CI5A-rQof1G1EMzW0. Ovviamente le persone fragili non si mettono in fila negli uffici delle assistenti sociali comunali (oggi non è neppure permesso). Devono essere i servizi sociali e le associazioni di volontariato, con l’ausilio di qualsiasi persona di buona volontà a rintracciarle per intervenire. Nel lungo periodo, come diceva il grande economista J.M. Keynes “siamo tutti morti”. Saludos a totus e teniamo alti il dibattito e la nostra capacità di indignarci e di impegnarci.
————————————-

Emergenza coronavirus e Oltre. Il contributo degli intellettuali sull’aladelpensiero

mondo-blu
costituente-terra-logoCostituente della Terra – Newsletter n. 9 del 27 marzo 2020
IL BISOGNO DI ISTITUZIONI, MA GIUSTE

di Valerio Onida

La situazione eccezionale nella quale ci troviamo induce fra l’altro a farci più che mai delle domande sulle istituzioni che governano la società, sul loro funzionamento, su ciò che ad esse chiediamo e dobbiamo chiedere.
La prima riflessione è sul “bisogno” di istituzioni pubbliche giuste, funzionanti ed efficienti. Se in tempi “normali” qualcuno può, a torto, pensare che le istituzioni pubbliche siano quasi solo una presenza fastidiosa ed eccessiva, idonea solo a intralciare il libero dispiegarsi delle iniziative individuali, e così alimentare la richiesta di uno “Stato minimo”, e di riduzione al minimo delle risorse che le istituzioni pubbliche esigono e prelevano dai privati (“meno tasse per tutti”), in tempi di emergenza anche i liberisti più sfrenati devono prendere atto del “bisogno” di istituzioni forti, efficaci e che dispongano delle risorse necessarie per realizzare le finalità di interesse generale.
In questi giorni tutti plaudono, giustamente, all’allentamento dei vincoli finanziari per consentire alle istituzioni pubbliche di apprestare le misure e le risorse necessarie per far fronte nel modo migliore possibile agli effetti e ai rischi dell’epidemia. In situazioni di emergenza la spesa pubblica non può non aumentare. E non possono certo bastare a coprirla le pur generose donazioni spontanee che da tante parti giungono alla Protezione civile o ad altri enti pubblici. Ma dovremmo anche domandarci come ci comporteremo quando (speriamo presto) l’emergenza sarà rientrata, e però continuerà ad essere necessario disporre di risorse pubbliche, anche per restituire il maggior debito pubblico che nel frattempo si sarà formato. Sarà allora inevitabile riconoscere la necessità di ulteriori sacrifici e prelievi tributari a carico di tutti, in proporzione, come dice la Costituzione, alla capacità contributiva di ognuno, e rispettando i criteri di progressività.
In altri tempi, per fortuna lontani, si è arrivati a chiedere ai singoli (trovando non piccola risposta più o meno forzata) perfino di offrire “oro alla patria”, cedendo allo Stato oggetti preziosi del proprio patrimonio per contribuire – purtroppo – a imprese belliche e coloniali, in nome di quel funesto nazionalismo che ha caratterizzato nel Novecento tanta parte della politica nazionale e internazionale. Quel nazionalismo che solo l’”evento epocale” della seconda guerra mondiale, con i suoi milioni di morti, le sue tragedie immani e le sue distruzioni apocalittiche sembrava aver relegato definitivamente al passato, ma che sotto varie forme risorge, come se anche gli obblighi di solidarietà umana che la situazione sollecita fossero solo obblighi di “solidarietà nazionale” e non globale.
Con ben altro fondamento, di fronte ad esigenze come quelle che ci si prospettano per il futuro, sarà necessario riconoscere l’esigenza di alimentare la “macchina” delle istituzioni con risorse adeguate. Se in tempi “normali” tante critiche si rivolgono (giustamente o meno giustamente) agli “sprechi” pubblici, oggi si sente rimpiangere per esempio il fatto che il Servizio sanitario nazionale e le strutture sanitarie pubbliche non sono stati sufficientemente alimentati con le risorse necessarie per far fronte ai bisogni che oggi si manifestano in maniera particolarmente stringente.
Insomma, puntare sulla futura sperata “crescita” o ricrescita dell’economia va bene, ma si dovrà altresì porre attenzione, anche per combattere le eccessive disuguaglianze, ad una corretta distribuzione delle risorse fra l’aumento dei consumi o dei patrimoni privati (non da oggi si sente dire che in Italia c’è una elevata misura della ricchezza privata) e le esigenze collettive, a cui provvedono le istituzioni pubbliche.
—-

P. S. Aggiungiamo qui di seguito una lettera aperta del 26 marzo dell’Associazione “Laudato Sì” di Milano in cui si denuncia una grave decisione delle Istituzioni che hanno consentito che continuasse la produzione di armi, in particolare nei reparti dell’industria bellica di Aermacchi e Agusta in provincia di Varese, nonostante gli impegni che il governo aveva preso con i sindacati. Questa la lettera:

Sabato 21 marzo abbiamo sottoscritto la lettera aperta lanciata da alcuni membri dell’associazione “Laudato sì” per dare voce e sostenere la giusta rivendicazione di sospendere l’attività, portata avanti da molti lavoratori – alcuni dei quali già scesi in sciopero – costretti a lavorare fianco a fianco in aziende e processi produttivi non indispensabili e a ritrovarsi ammassati nei mezzi di trasporto utilizzati per andare e tornare dal lavoro. Questo appello ha riscosso adesioni assai significative.

Nel frattempo, anche le confederazioni CGIL, CISL e UIL hanno deciso in modo unitario di chiedere al Governo la chiusura temporanea di tutte le lavorazioni non essenziali. Al termine dell’incontro, il Presidente del Consiglio ne annunciava il fermo, ma questa decisione ha incontrato, prima e dopo il suo annuncio, la netta opposizione di Confindustria che, anche con una lettera del suo Presidente, anteponeva la salvaguardia della continuità produttiva a quella della salute dei lavoratori, delle loro famiglie e della collettività tutta. Così il decreto governativo – pubblicato a distanza di un giorno – consente la prosecuzione delle attività nella quasi generalità dei settori, fino ad includervi persino l’industria bellica. Il fatto che l’industria delle armi continui ad essere promossa e mantenuta in attività è uno scandalo al cospetto degli ammalati e delle vittime, del mondo ospedaliero, delle lavoratrici e dei lavoratori chiamati a rischiare il contagio pur di non fermare la produzione di strumenti di morte.

Non sappiamo attraverso quali meccanismi si sia arrivati a una conclusione che contraddice gli impegni presi con i sindacati (non esistono verbali del confronto), tanto che questi si sono detti pronti a mettere in atto uno sciopero generale; ma tutto il processo decisionale appare viziato da una grave mancanza di trasparenza e da un insufficiente rispetto della salute dei lavoratori e della collettività. Trasparenza e rispetto che dovrebbero accompagnare tutte le procedure attraverso cui il governo e le sue agenzie decidono i provvedimenti di contenimento della pandemia, che avvengono invece senza il parere di un organismo di controllo tecnico-scientifico indipendente, in presenza di un sistema sanitario spogliato dai successivi tagli subiti negli ultimi decenni, fino a giungere all’attuale mancanza di ogni possibilità di dotarsi per tempo degli indispensabili presidi a tutela della salute pubblica.
Contro le “maglie” decisamente troppo larghe del decreto governativo, gli scioperi in fabbriche e aziende si sono moltiplicati per iniziativa diretta delle lavoratrici e dei lavoratori con i loro rappresentanti. Esprimiamo loro la nostra solidarietà e diamo sostegno alla loro rivendicazione di avere voce in capitolo nel decidere che cosa è essenziale e che cosa no delle produzioni e delle attività in cui sono impegnati in ogni azienda. Auspichiamo che questa iniziativa sia la premessa perché sin da ora l’economia possa imboccare un percorso radicalmente diverso da quello che ci ha condotto all’attuale catastrofe, grazie a una riconquistata capacità dei lavoratori di far valere le loro ragioni insieme a quelle della collettività, sia nelle aziende che nella società. La ricomposta unità nella lotta per la sicurezza e la salute – dai rider senza tutele ai nuclei più organizzati di metalmeccanici, chimici e tessili – lascia sperare in un fronte attorno cui possa crescere la presa di coscienza di tanti movimenti, associazioni e corpi sociali alla ricerca di un diverso rapporto con la natura anche per contrastare il cambiamento climatico e promuovere una vera riconversione ecologica.

Associazione “Laudato Sì”
——————————–

Sullo stesso argomento della continuità della produzione nelle fabbriche delle armi pubblichiamo sul sito Costituente terra.it un intervento del giornale “Avvenire” con la protesta di numerose associazioni, e una lettera di Virginio Colmegna, della Casa della carità di Milano, sul rischio di una frattura sociale nelle misure per rispondere al virus.

Nella sezione “Il principio femminile” pubblichiamo un estratto dal capitolo “Il principio femminile” tratto dal libro di Italo Mancini “Filosofia della prassi”, un “classico” pubblicato dalla Morcelliana nel 1986. Richiamare in vita questo scritto ci pare particolarmente appropriato nel momento in cui dalle dolenti statistiche italiane di questi giorni emerge che le donne sono colpite dal virus assai meno degli uomini: due donne contro otto uomini. È una scienziata che ne ha fatto una notizia, la virologa Ilaria Capua. Non se ne conosce la ragione, ma forse le tracce dello sguardo meno distratto che, nel tempo, la cultura ha dedicato alla differenza femminile, può aprire piste di ulteriore riflessione; e forse nell’attuale momento potrebbe suggerire, come è stato scritto, che dopo la crisi toccherà alle donne «ridare ricchezza alla vita, ripartire dal profondo, dire di sì al compito di far dono alla terra dei “nati da donna”».

Con la più viva cordialità
Costituente Terra

Emergenza e Oltre. Il contributo degli intellettuali sull’aladelpensiero

mondo-blu
bbb44d5f-39fe-40eb-ad0e-65da3244e89d
Il capitalismo della sorveglianza e il pericolo di deriva della società dell’informazione

di Gianfranco Sabattini

Il mondo contemporaneo è dominato dall’importanza assunta dall’informazione, un bene immateriale che, nella società post-industriale, sta soppiantando l’industria, il settore dell’economia che, per tutto il XX secolo, ha trainato il mutamento economico, sociale e politico di gran parte dell’Occidente. L’informatica (apparecchi digitali e programmi software) e le telecomunicazioni (le reti telematiche) costituiscono i due pilastri su cui si regge la società dell’informazione, il cui sopravvento sta ridefinendo il modo di vivere dei cittadini, senza offrire a chi ne subisce le conseguenze la possibilità di riflettere per decidere se accettare o meno i nuovi stili di vita.
Chi fa parte della società dell’informazione può apprezzare i vantaggi che essa offre, ma nello stesso tempo subire l’ansia per i pericoli che possono pesare sul suo prevedibile futuro. Oggi, secondo Shoshana Zuboff, docente alla Harvard Business School e autrice de “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”, miliardi di persone, di ogni stato sociale, età e provenienza sono vittime di tale stato d’ansia, in quanto “i dilemmi intrecciati della conoscenza, dell’autorità e del potere non sono più limitati ai luoghi di lavoro come negli anni Ottanta del Novecento, ma sono ramificati in tutte le necessità quotidiane”. Allo stato attuale, perciò, a parere di Zuboff, gli antichi dilemmi devono essere ricollocati all’interno di una prospettiva più ampia, che può essere definita “civiltà dell’informazione”.
Nel 2018, ricorda l’autrice, un gruppo di ingegneri informatici del “Georgia Institute of Technology” di Atlanta ha collaborato sul progetto avveniristico “Aware Home” (Casa Consapevole), il cui obiettivo era quello di creare un “laboratorio vivente”, per studiare “l’uso dell’informazione in ogni luogo”. Scopo dei partecipanti al progetto era quello di realizzare una “simbiosi Uomo-Casa”, con cui “catturare” molti processi concernenti i due elementi di tale simbiosi, attraverso “una complessa rete di ‘sensori consapevoli del contesto’ incorporati nell’abitazione e da appositi computer indossati dai suoi occupanti”. In altri termini, il progetto mirava a realizzare una casa caratterizzata da “una collaborazione automatizzata wireless” tra una piattaforma (base di apparecchi digitali e di programmi software), che accumulava le informazioni personali rilevate attraverso i computer indossati dagli ospiti della casa, ed una seconda, ospitante le informazioni ambientali ricavate dai sensori incorporati nella struttura della casa stessa.
Il progetto assumeva la “sovranità dell’individuo” e “l’inviolabilità della casa come dominio privato”; inoltre, il laboratorio vivente era pensato a circuito chiuso, interamente occupato dai suoi ospiti. Poiché la casa, attraverso i sensori in essa incorporati, avrebbe monitorato costantemente la posizione, l’attività e lo stato di salute di chi vi abitava, il team dei progettisti di Atlanta assumeva che fosse doveroso, nel consentire la conoscenza e il controllo delle informazioni raccolte, assicurare che esse sarebbero state archiviate nei computer indossati dagli stessi occupanti, per garantire la privacy delle informazioni concernenti le loro persone.
Meno di vent’anni dopo, i presupposti sui quali era stato fondato il progetto “Aware Home” si sono del tutto “volatilizzati”, nel senso che la sua visione, come quella di molti altri progetti futuribili, è stata del tutto disattesa dalla particolare evoluzione che ha subito la società dell’informazione. All’inizio del nuovo millennio si pensava che le persone, con la decisione di digitalizzare la propria vita, le persone avrebbero detenuto per sé “i diritti esclusivi sulla conoscenza” ricavata dalle informazioni raccolte sul loro stato esistenziale e sul loro possibile uso. Oggi, al contrario – continua Zuboff -, il diritto alla conoscenza esclusiva degli aspetti personali e al suo uso “è stato usurpato da un mercato aggressivo che ritiene di poter gestire unilateralmente le esperienze delle persone e le conoscenze da esse ricavate”.
Quali sono le implicazioni del cambiamento epocale intervenuto nell’originaria società dell’informazione? Rispondendo alla domanda, Zuboff sostiene convincentemente che il “sogno digitale” si è fatto sempre più oscuro, trasformandosi “in un progetto commerciale famelico e completamente nuovo”, che l’autrice denomina “capitalismo della sorveglianza”. In presenza di tale forma di capitalismo, ha senso parlare di “Casa Consapevole”? Sicuramente no, se la sorveglianza implica lo stravolgimento della tradizionale funzione che la casa, simbolo della privacy individuale, svolge riguardo all’esistenzialità dell’uomo; la casa è infatti il luogo che ogni essere umano usa per riposare e riflettere sul proprio stato esistenziale, al fine di decidere come orientarsi per affrontare ciò che gli riserva il futuro.
La propensione a “rifugiarsi” nella propria casa è, tra le esigenze umane, una delle più profonde, com’è provato dal “prezzo” che chiunque è disposto a pagare per soddisfarla. Per ogni uomo, la casa non rappresenta semplicemente un luogo; può essere scelto il posto dove ubicarla e la forma più conveniente che essa deve avere, ma non può essere alterata la sua funzione. Se il capitalismo della sorveglianza tende a stravolgere la privacy dell’uomo è inevitabile che tale pericolo sia per l’uomo stesso fonte di ansia, soprattutto se i caratteri attuali della società dell’informazione tendono ad aggravarla piuttosto che a rimuoverla.
L’evoluzione della società digitale dimostra che il capitalismo della sorveglianza si sta appropriando “dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati comportamentali”. Molti aspetti del comportamento privato sono sottoposti dal capitalismo della sorveglianza a “un processo di lavorazione avanzato noto come ‘intelligenza artificiale’ per essere trasformati in prodotti predittivi“, destinati ad essere scambiati in un nuovo tipo di mercato, che Zuboff chiama “mercato dei comportamenti futuri” dei singoli individui. I capitalisti della sorveglianza, grazie all’intelligenza artificiale, si stanno arricchendo con l’accumulazione di informazioni comportamentali sempre più predittive, dopo aver scoperto che tali prodotti “si ottengono intervenendo attivamente sui comportamenti delle persone, consigliandole o persuadendole ad assumere quelli che generano maggior profitto”.
In tal modo, gli operatori del capitalismo della sorveglianza, non solo si appropriano della conoscenza sulle tendenze comportamentali degli uomini, ma concorrono a formarle e ad automatizzarle, per cui i comportamenti umani consapevoli vengono sostituiti da altri, sottratti alla valutazione autonoma dei singoli nelle varie fasi della loro esecuzione. Per questa via, il capitalismo della sorveglianza sta evolvendo in senso opposto all’originaria prospettiva digitale, facendo sembrare ingenuo e utopistico il progetto della “Casa Consapevole”. Esso (il capitalismo della sorveglianza), perciò, a differenza di quanto faceva all’inizio del sua affermazione, non si limita più ad offrire sul mercato dei comportamenti futuri prodotti nel campo della pubblicità.
Le nuove attività produttive del capitalismo della sorveglianza vanno ben oltre il campo della pubblicità e del marketing, in quanto i loro nuovi prodotti non sono oggetto di uno scambio di beni, nel senso che non implicano un rapporto di reciprocità tra produttore e consumatore; sono, al contrario, delle “trappole” che attirano i consumatori “in operazioni nelle quali le loro esperienze personali vengono estratte e impacchettate per gli scopi” di altri soggetti. I consumatori, secondo Zuboff, non sono “clienti” degli operatori del capitalismo della sorveglianza, ma solo “l’oggetto di un’operazione di estrazione della materia prima” per l’allestimento di prodotti da offrire ad altri attori operanti presenti nel mercato dei comportamenti futuri.
Tutto ciò può avvenire solo perché i capitalisti della sorveglianza possono sfruttare un’asimmetria della conoscenza che non ha precedenti. Avvalendosi di questa asimmetria, essi sanno tutto dei consumatori, mentre a questi ultimi è impossibile conoscere quello che fanno i primi, i quali accumulano un’infinità di nuove conoscenze dai consumatori, ma non per avvantaggiarli. Finché il capitalismo della sorveglianza e il mercato dei comportamenti futuri potranno prosperare – sostiene Zuboff – “la proprietà dei nuovi mezzi di modifica dei comportamenti eclisserà i mezzi di produzione come fonte della ricchezza e del potere del Ventunesimo secolo”. Così, come le attività industriali del vecchio capitalismo hanno potuto prosperare sfruttando le risorse naturali, sino a rischiare di distruggerle, il capitalismo della sorveglianza prospera a danno della natura umana, minacciando di automatizzarla. Ma come è potuto accadere che l’evoluzione della società dell’informazione si stia trasformando in una reale minaccia dell’autonoma capacità di decisone dell’uomo?
Come si è già detto, il trionfo del capitalismo della sorveglianza può essere spiegato sulla base di una asimmetria della conoscenza senza precedenti, risultando per questo motivo irriconoscibile; quando ci si trova davanti a qualcosa che non si conosce è inevitabile – secondo Zuboff – che si faccia ricorso a categorie conoscitive delle quali già si dispone, rendendo però invisibili la caratteristiche inedite del nuovo che sopravviene. E’ infatti in questo modo che ciò che è senza precedenti riesce a non farsi comprendere, in quanto il ricorso alle conoscenze pregresse porta a concentrasi su ciò che è familiare, mettendo in ombra gli aspetti innovativi e trasformando il nuovo in una prosecuzione del passato. Questo contribuisce, afferma Zuboff, “a normalizzare l’anormale, e a rendere più difficile combatterlo”.
A fronte di tutte queste difficoltà, quale può essere una strategia efficace per contrastare l’ulteriore espansione del capitalismo della sorveglianza? La risposta di Zuboff è che una valida strategia di contrasto esiste, a patto che ci si convinca che, per valutare la pericolosità del capitalismo della sorveglianza, occorre interiorizzare che l’evoluzione delle tecnologie informatiche non può essere una cosa a sé, isolata da economia e società, e rendersi conto che le nuove tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio della società e non dei fini in sé. Sulla base di questa consapevolezza diventa allora possibile contrastare la pretesa del capitalismo della sorveglianza di voler “lasciarsi alle spalle” il patto di reciprocità del vecchio capitalismo industriale con le persone e la società, imponendo una visione totalizzante della vita degli uomini, con i capitalisti della società della sorveglianza nei ruolo di controllori e di supervisori della vita umana.
L’opposizione al capitalismo della sorveglianza è tanto più necessaria, se si pensa che il “suo potere strumentalizzante” supera di gran lunga “le storiche ambizioni capitalistiche”; tale potere persegue infatti il “dominio su territori umani, sociali e politici” che vanno ben oltre l’usuale tendenze del capitalismo industriale. Quella del capitalismo della sorveglianza è una pretesa, osserva Zuboff – che aspira a compiere una presa del potere dall’alto, attraverso il rovesciamento “non dello Stato, ma della sovranità individuale”, trasformandosi in una forza capace di imprimere una pericolosa deriva alla democrazia liberale.
Solo il popolo – conclude Zuboff – “può cambiare il corso degli eventi, prima prendendo coscienza di tutto ciò che non ha precedenti, poi mobilitandosi per ingaggiare uno “scontro” che rimetta al centro della società dell’informazione il “bene dell’uomo e dell’umanità”. Se il futuro digitale dovrà essere “casa degli uomini”, allora spetta al popolo renderla abitabile.
———————————-
f0a0fc7e-d783-493a-9062-1102549fa210
logo76 L’ITALIA È BELLA.
Newsletter n. 188 del 26 marzo 2020
di Raniero La Valle, ripreso dall’ultimo Editoriale, prima dell’odierno.
————————————————————————

L’ITALIA È BELLA

f0a0fc7e-d783-493a-9062-1102549fa210
logo76
Newsletter n. 188 del 26 marzo 2020
di Raniero La Valle

Care Amiche ed Amici,

L’Italia è bella. Ce ne siamo resi conto al ricevere una lettera da un prete libanese, padre Abdo Raad, che non potendo far ritorno al suo Paese è rimasto bloccato in Italia , ma si dice “fiero” di esserci, e ne tesse le lodi perfino in modo eccessivo, mostrando in che modo si è realizzato il “prima gli Italiani”, nel fatto che contro tutto il pensiero dominante, e perciò evidentemente non “unico”, essi hanno scelto tra tutte le cose la vita, e la vita degli altri, e non per ideologia, come nelle campagne antiabortiste, ma per amore.

Questo infatti è ciò che l’Italia sta insegnando al mondo, non perché sale in cattedra, ma semplicemente con l’esserci.

E allora si vede come l’Italia è bella.

Le sue città non sono mai state così belle. Non solo perché i pesci, come dicono, sono tornati a nuotare nei canali di Venezia. Ma perché quelle piazze vuote, quelle strade deserte, quei monumenti che sembrano bastare a se stessi, anche se non più fruiti dai turisti, non mostrano un vuoto, ma un’attesa struggente di essere di nuovo vissuti, una maestà sconosciuta, un’eloquenza che in tutti i modi e con molti segni dichiara il dolore di tanto silenzio.

È bella l’Italia perché, pur nel cosiddetto “distanziamento sociale” (almeno un metro, un metro e mezzo!), mostra come siano forti i suoi legami sociali, autismo e individualismo non sono vincitori. Uno straordinario darsi degli uni agli altri si sperimenta nelle corsie, nelle sale di rianimazione, nelle “prime linee”, così come nei lavori necessari, nella comunicazione incessante, nel volontariato, nelle mille diaconie e negli incensibili e inopinati ministeri. Ha ricordato il vescovo di Bergamo che ogni cristiano, grazie al battesimo, può essere portatore di benedizione: un padre può benedire i figli, i nonni possono benedire i nipoti; ma allora anche medici e infermieri, fossero pure non credenti, “quando vedono morire gente da sola, ha detto il vescovo, se percepissero un desiderio, potrebbero con le loro mani offrire anche la benedizione di Dio”; e così avviene.

È bella l’Italia perché nel massimo del dominio della legge, del divieto, dei limiti imposti e accettati, manifesta un massimo di democrazia. Non è vero che la democrazia rappresentativa non può essere “governante”, che ha bisogno di correzioni autoritarie e presidenzialiste, di strette gerarchiche, di poteri usurpati (“i pieni poteri!”). La democrazia funziona, il consenso non è mai stato così alto. Certo l’esperienza di questo “stato d’eccezione” è nuova, nemmeno le Costituzioni l’avevano prevista e normata. Ma proprio in questo si rivela la superiorità di uno Stato costituzionale sui regimi senza Costituzione. Perfino in ciò che ancora non dice, la Costituzione ci tutela, ci fa figli della libertà, ci fa responsabili, solidali. Certo il sistema costituzionale andrà aggiornato, nuove norme dovranno garantirci per il futuro, e ancora di più dovremo batterci per una Costituzione mondiale; ma intanto la democrazia c’è e respira, le opposizioni danno di gomito per farsi vedere, dopo aver sbagliato su tutto, ma in realtà non hanno altro da dire, finché anch’esse non cambieranno.

L’Italia è bella perché al momento della prova si è fatta sorprendere con gli uomini giusti al posto giusto. Ed è come se i ruoli si fossero arricchiti, e addirittura rovesciati. Prendete il vescovo di Roma, il papa. Certo, non è solo per l’Italia; ma intanto è qui che soffre per il mondo. Ed è uno spettacolo straordinario vederlo profeta e guida dei “non messalizzanti”, come i sociologi erano abituati a chiamare i non credenti e non praticanti. Oggi i non messalizzanti sono tutti, o quasi tutti, e allora quella Messa quotidiana del papa dall’inedito eremo di Santa Marta è diventata la Messa sul mondo, e perfino la Televisione italiana la trasmette, compreso il lungo silenzio finale, e ne fornisce il segnale ad altre emittenti. Ma il papa non approfitta di una udienza così allargata per imporre la sua parola; mercoledì, infatti, nel giorno dell’annuncio a Maria, la sua omelia non è stata altro che rileggere una seconda volta quel passo del vangelo di Luca. Vi basti il Vangelo, “sine glossa”, diceva l’altro Francesco. Ma qui una “glossa”, folgorante, da parte del papa, c’è stata: ha detto che Luca di quell’ “annunciazione” non aveva potuto saperlo che dalla Vergine stessa; perciò quel Vangelo non è la cronaca di un evento che non ha avuto testimoni, ma è il racconto di Maria, la sua autobiografia più segreta, è la parola di una donna che rivela un mistero, ciò da cui ha avuto inizio la fede nell’incarnazione e ha preso avvio il cambiamento del mondo. Dunque tutto l’evento decisivo della storia è accaduto tra due testimonianze di donne: Maria, col concepimento, la Maddalena con la resurrezione. “Sulla tua parola…”. E le donne erano inaffidabili!

E prendete il presidente della Repubblica: il suo ruolo è di presiedere ai “cittadini”, ma si preoccupa di tutti. Chi sono più i cittadini dinanzi all’universalismo del virus, e alla comune risposta che bisogna dargli oltre ogni frontiera? Davvero la cittadinanza è l’ultima discriminazione che deve cadere. E Mattarella scrive al presidente tedesco augurandosi che l’esperienza italiana serva alla Germania e agli altri Paesi, perché ne sia alleviata la prova. E noi stessi riceviamo l’aiuto, non dall’Olanda, o dai più ricchi Paesi europei che sono troppo affezionati al denaro e al rigore, ma dalla Cina, da Cuba, dalla Russia, i nostri da noi dichiarati nemici di un tempo.

E guardate Conte: non lo volevano prendere sul serio, lo dileggiavano come un travicello in altre mani. Ma quando le altre mani sono venute meno, sono rimaste e si sono levate le sue, e governa con fermezza nella tempesta, ma anche con tenerezza ed equità; non ha una sua parte a cui badare, ma tutte le attraversa, come il samaritano, senza iattanza, formato com’è alla scuola del cardinale Silvestrini. Per questo i grandi poteri lo vogliono cambiare con Draghi, come se non si fosse già fatta l’esperienza di Monti.

E dei ministri prendete quello della forza più piccola, quel ministro della sanità che sembra essere nato per pensare alla salute di tutti.

È bella l’Italia perché mentre molti dicono che dopo saremo “migliori di prima”, è adesso che ci scopriamo migliori di quanto pensassimo. Sul futuro non ci potremmo giurare, altre volte dopo le tragedie ci sono state regressioni, cecità e odiose restaurazioni. Già adesso del resto si fa forte un mondo che è duro a morire. Basti pensare alla pretesa che mentre tutto chiude, resti attiva la filiera dell’aerospazio e della difesa: una bella caduta di credibilità e sensatezza di un governo altrimenti apprezzabile. È come se non si potesse decidere di smettere la produzione di armi per guerre non metaforiche, come quella del virus, ma guerre reali, presenti e future, al servizio delle quali si spendono oggi nel mondo 5 miliardi di dollari al giorno La verità è che il tempo di cambiare è questo, non quello futuro, e il futuro dipende dalle scelte che oggi facciamo. Non bisogna chiedersi che cosa faremo e come saremo “dopo Coronavirus”, ma che cosa facciamo e siamo “durante Coronavirus”. Il tempo è venuto ed è questo.

È bella l’Italia, perché proprio qui si è potuto vedere attraverso le dolenti statistiche di ogni giorno, che le donne resistono al virus molto più degli uomini, ne sono colpite due donne contro otto uomini. È una scienziata che ne ha fatto una notizia, la virologa Ilaria Capua. Non sanno spiegarsi il perché, e invece forse è chiaro: perché toccherà a loro ridare ricchezza alla vita, ripartire dal profondo, dire di sì al far dono alla terra dei “nati da donna”.

Sul sito www,chiesadituttichiesadepoveri” pubblichiamo la lettera di padre Abdo Raad, l’intervista al vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi, un articolo di Giangiacomo Migone sulla scelta insensata di tenere aperte le fabbriche di armi, a cominciare dagli F 35 di Cameri, e uno di Francesco Capizzi su tutte le malattie che si potrebbero evitare, al netto del virus.

Con i più cordiali saluti

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
——————————————————–
sbilanciamoci-20
Non serve un Piano Marshall, ma un Piano Delors/Draghi
Per contrastare la pandemia di coronavirus, con Bei e Fei, l’Europa potrebbe mobilitare 1.000 miliardi
di Alberto Quadrio Curzio
Economista, presidente emerito Accademia dei Lincei, su Sbilanciamoci.

[26 marzo 2020] Oggi si riunisce il Consiglio dei capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea a 27 per decidere come contrastare la crisi da pandemia anche per gli effetti sociali, economici e finanziari. Nove leader di Paesi dell’Eurozona hanno chiesto di emettere uno “strumento di debito comune “ ovvero i “Coronabond”. Questo per ora sembra impossibile data l’opposizione della Germania e altri Paesi. Dato il recente nulla di fatto dell’Eurogruppo un cambiamento di rotta avrebbe richiesto l’Eurosummit dei capi di Stato o di Governo a 19 dell’Eurozona e non quello odierno della Ue a 27. Si parla inoltre di un Piano Marshall per la ricostruzione, mentre si dovrebbe parlare di un Piano Delors/Draghi, almeno per chi conosce la storia della costruzione europea. Così per ora rimane fermo anche il potenziale della Banca centrale europea (Bce) che ha deciso un “Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp)” per 750 miliardi.

Sullo sfondo rimane anche l’uso del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) per emettere “Coronabond” al fine di fronteggiare le urgenze di singoli Stati dell’area euro. Al proposito ho più volte segnalato possibili rischi rivenienti da uno Statuto molto rigido, sia per le condizioni prescritte ai fruitori del sostegno, sia perché prima di appellarsi a strumenti è bene sapere come funzionano, sia ancora perché le decisioni del Mes vengono prese alla unanimità degli Stati sottoscrittori. Quindi la Lettonia pesa come l’Italia e Malta come la Spagna!

La mia proposta è stata ed è quella di varare due tipi di Eurobond: quelli per contrastare le emergenze (EuroRescueBond), non solo nel breve periodo, attivando un nuovo Fondo (o modificando radicalmente il Mes); quelli per rilanciare gli investimenti puntando su infrastrutture e innovazione ovvero gli EuroUnionBond, sui quali rifletto da anni. I due EuroBond sono complementari e riguardano anzitutto l’Eurozona perché su questa incide la politica della Bce.

Tratto qui degli EuroUnionBond perché senza una immediata e forte attenzione all’economia reale (anche in relazione alle prospettive di “ri-continentalizzazione“) diventerà difficile evitare spaccature all’interno dell’Eurozona. In economia reale anche l’Italia potrebbe dare e avere molto laddove, muovendosi solo sul terreno della finanza pubblica, la sua debolezza sarà sempre marcata. La strategia degli EuroUnionBond non esonererebbe l’Italia da un miglior controllo dei suoi conti pubblici, ma se riuscissimo a far crescere di più il nostro Pil l’aggiustamento diverrebbe meno faticoso. E probabilmente gli altri Paesi dell’area euro capirebbero meglio che il peso del sistema produttivo italiano è essenziale all’economia europea. Basterebbe considerare al proposito che tra Francia, Germania e Italia arrivano al 64,2% del Pil dell’Eurozona..

EuroUnionBond: Bei e Fei

Per l’economia reale una realtà potente è la Bei (Banca Europea degli Investimenti) e il Fei (Fondo europeo per gli investimenti). Sono enti solo marginalmente considerati nell’attuale emergenza, eppure si tratta di “due giganti” che possono e devono essere più utilizzati adesso che Ue ed Eurozona rischiano una crisi strutturale delle loro economie.

La Bei, fondata nel 1958 in concomitanza alla firma dei Trattati di Roma, ha come azionisti gli Stati della Ue con Francia, Germania e Italia che arrivano al 48,3% del capitale sottoscritto e versato, pari a 233 miliardi di euro. Ha assets per 550 miliardi e annualmente concede crediti per circa 60 miliardi finalizzati a progetti di investimento specie nei campi della transizione energetica e dello sviluppo infrastrutturale sempre più in una ottica di ecocompatibilità.

Il Fei, di cui la Bei detiene il 59,1%, completa l’azione della Bei a supporto del sistema delle piccole e medie imprese europee, provvedendo a fornire agevolazioni di accesso al credito che integrano e facilitano l’accesso al mercato dei capitali. Le deliberazioni della Bei e del Fei sono prese tutte a maggioranza, più o meno qualificata, e questo dà agli Stati più grandi maggiore peso.

Data la loro dimensione e la loro flessibilità la Bei e il Fei potrebbero espandere il campo di operatività, fruendo anche della liquidità del Pandemic Emergency Purchase Programme della Bce, che potrebbe acquistare i loro titoli. La Bei e il Fei sono interconnesse sia ai sistemi delle imprese e delle banche dei Paesi dell’Eurozona e dell’Ue, sia alle National Promotional Banks (tipo Cassa depositi e prestiti), sia ancora a molti soggetti pubblici e privati fruitori di crediti. In vari modi Bei e Fei contribuiscono anche alla tecnoscienza, alla scienza e alla innovazione, avendo anche finanziato piattaforme europee come per esempio il Cern. Infine il Fei ha già in portafoglio partecipazioni che con adeguate modifiche di Statuto potrebbero crescere per favorire aggregazioni industriali europee sul modello Airbus.

Un impegno di questo tipo della Bei e del Fei avrebbe anche il merito di scaricare i bilanci pubblici dall’onere di ricorrere al deficit per finanziare la totalità degli interventi di sostegno, pur necessari e ineludibili, al tessuto produttivo, consentendo agli Stati di realizzare deficit primariamente per gli interventi pubblici necessari adesso nei campi della salute e della protezione sociale.

Per una conclusione: solidarismo liberale

Per gli EuroUnionBond ci vuole una notevole collaborazione tra pubblico e privato per attuare quel solidarismo liberale o liberalismo sociale che è una componente essenziale della costruzione europea. Ed ancor più dell’Eurozona che con l’euro e la Bce ha fatto un grande passo in avanti, rimanendo tuttavia un sistema ibrido confederalista e funzionalista. Draghi lo ha fatto capire in vari modi sempre restando però dentro i limiti del suo ruolo di presidente della Bce, sia nel fare che nel dire. È evidente che molti ne hanno nostalgia per la sua esperienza nella soluzione di problemi monetari-finanziari complessi con forti interdipendenze socio-economici ed occupazionali. Ho iniziato dicendo che oggi l’Europa non ha bisogno di un “Piano Marshall”, ma di un “Piano Delors/Draghi”, rispettivamente Presidente della Commissione Ue (1985-1995) e della Bce (2011-2019). Le Istituzioni europee ne avrebbero urgente bisogno per unire pragmatismo e visione nella complementarietà sia di pubblico-privato sia di economia reale-monetaria.
——————————–

Se vuoi la Pace preparala. La guerra deve essere ripudiata su tutta la Terra. Il programma “realista” anche se oggi “utopico” del movimento per la “Costituente della Terra”.

La drammatica situazione che in Italia e in tutto il pianeta stiamo vivendo a causa del coronavirus “conferma la necessità – già evidente in materia di aggressioni all’ambiente, ma resa ancor più visibile e urgente dal terribile bilancio quotidiano dei morti e dei contagiati – di una Costituzione della Terra che preveda garanzie e istituzioni all’altezza delle sfide globali e a tutela della vita di tutti”. Di seguito riportiamo un contributo del direttore scritto per il periodico della Diocesi di Ales-Terralba “Nuovo-Cammino” prima dell’esplosione dell’epidemia. Con questo contributo vogliamo confermare la nostra convinta partecipazione all’iniziativa “Costituente della Terra” promossa da Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli e tanti altri, anche in sintonia con l’associazione socio-culturale Aladinpensiero.
costituente-terradef-logo2
di Franco Meloni*

Nel lontano 1964 frequentavo la terza media quando il professore di lettere ci fece studiare l’elegia per la Pace del poeta latino Tibullo (1). Ci disse che il regime fascista – notoriamente guerrafondaio, come tutti i regimi autoritari – aveva vietato lo studio di Tibullo e di altri autori latini per le loro opere in cui veniva lodata la Pace e stigmatizzato l’uso delle armi. Non so se il professore all’epoca si accorse che ben prima dei poeti latini il profeta Isaia nella Bibbia predicava: “trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra” (2).
Di cosa aveva paura il regime? Sicuramente che le argomentazioni di questi Autori risultassero più convincenti della propaganda fascista sulla bontà della guerra e pertanto ne indebolissero la perniciosa credibilità. Ma oggi, che molti di quei regimi sono rovinosamente caduti anche se altri ne sono sorti, la guerra è tuttora drammaticamente presente negli scenari internazionali: “una terza guerra mondiale a pezzetti”, come l’ha definita Papa Francesco.
E allora: che fare?
La tesi virtuosa che salta fuori dai riferimenti biblici e letterari – e che è stata ripresa da altri pensatori più vicini a noi (3) – è che la guerra può essere bandita dalla faccia della Terra e conseguentemente sostituita dalle “intese” e dalla diplomazia, come strumenti per dirimere le controversie internazionali, come peraltro è scritto nella nostra Costituzione (art. 11). Occorre battersi più e meglio di quanto già si faccia. Ai diversi movimenti per la Pace si unisce oggi quello della “Scuola per la Costituente della Terra”, promossa da un folto gruppo di intellettuali, primi tra essi Raniero La Valle e Luigi Ferrajoli, che ha preso il via lo scorso 21 febbraio. Nei documenti programmatici si sostiene che “la guerra non era in natura: per farla, bisognava prima impararla. Senonché noi l’abbiamo imparata così bene che per prima cosa dovremmo disimpararla, e a questo la scuola dovrebbe addestrarci, a disimparare l’arte della guerra, per imparare invece l’arte di custodire il mondo e fare la pace”. Non c’è che dire: un progetto ambizioso, ma non impossibile! Ed è solo uno dei punti qualificanti della proposta complessiva della Scuola che, volendo portare tutto a sintesi, si basa su un concetto semplice quanto di valenza utopica, almeno allo stato: l’umanità costituisce un popolo che può darsi una Costituzione che ne garantisca i diritti fondamentali. Tutto ciò senza ignorare gli istituti esistenti: “la nostra ipotesi di Costituzione della Terra intende prendere sul serio le tante Carte dei diritti esistenti, che sono diritto vigente ancorché ineffettivo, introducendo una prima innovazione rispetto alle Costituzioni statali, alla Carta dell’Onu e alle tante Carte internazionali dei diritti umani. Diversamente da queste Carte essa dovrà prevedere e includere nel testo costituzionale non soltanto le tradizionali funzioni legislative, esecutive e giudiziarie, ma anche le funzioni e le istituzioni di garanzia primaria dei diritti e dei beni fondamentali”.

La proposta di “Costituente della Terra” ha trovato accoglienza anche in Sardegna. Infatti a Cagliari si è costituito un “gruppo territoriale sardo” che sosterrà le iniziative della Scuola e s’impegnerà anche sulle connesse tematiche peculiari della nostra regione.
Il gruppo sardo ha già avviato intese di collaborazione con la “Scuola di formazione Don Tonino Bello” di Villacidro e con la “Scuola di Cultura politica Francesco Cocco” di Cagliari. Tutte le informazioni sul sito web http://www.costituenteterra.it
———————

Nel tempo terribile ricuperiamo noi stessi. Le riflessioni di Gianfranco Sabattini provocate da Simone Perotti, Alain Caillé, Ivan Illich, Serge Latouche

1edc1a4e-2844-4f63-b1cb-94f035d7eea7
La plausibilità di uno stile di “vita selvaggia” per la realizzazione dell’idea che ognuno ha di sé

Gianfranco Sabattini

Simone Perotti è uno scrittore che ha scelto di abbandonare lo stile di vita stressante della società contemporanea economicamente avanzata; laureato in letteratura contemporanea e aspirante all’insegnamento universitario, nonché dotato di competenze professionali in tema di comunicazione che gli avevano consentito l’accesso a posti di lavoro di responsabilità direzionale, a un cero punto, “folgorato” in una giornata afosa di luglio da un ingorgo sul Grande Raccordo Anulare di Roma, egli ha scelto di abbandonare la vita non priva di soddisfazioni che stava conducendo; non tanto per il tipo di lavoro svolto, quanto piuttosto per vivere l’esperienza di “altre vite”, meno angustiate dalle frustrazioni della società contemporanea.
Perotti ha voluto, con la sua scelta, “essere più libero, poter perdere tempo, non dover avere tutte quelle responsabilità” comportate dal vivere all’interno della complessità delle società moderne; in altre parole, egli ha voluto principalmente uscire dalla percezione frustrante di situazioni del tipo di quella vissuta da “prigioniero” dell’ingorgo di quel fatidico giorno di luglio.
Per ubbidire alla sua aspirazione ad una nuova vita, Perotti ha deciso di trasferirsi in Val di Vara (entroterra ligure) e di darsi alla marineria, trascorrendo quattro o cinque mesi l’anno a bordo della sua barca, spostando imbarcazioni da un posto ad un altro e dando lezioni di vela. Ma per vivere senza essere obbligato alla schiavitù del lavoro subalterno egli è costretto a svolgere altre attività integrative delle magre risorse delle quali dispone solo quando si trova in stato di necessità; evento, quest’ultimo, che si verifica assai raramente, perché Perotti dichiara di riuscire a vivere con poco, collaborando soprattutto con riviste e giornali e scrivendo romanzi e saggi, per raccontare la sua esperienza di “vita selvaggia” e per tentare di comprendere la sua nuova realtà esistenziale.
Perotti ha pubblicato nel 2009, per i tipi di Chiarelettere, il saggio “Adesso Basta”, col quale ha inteso offrire la prospettiva di una nuova scelta di vita a tutti coloro che vogliono cambiare la propria condizione esistenziale. Nonostante le precedenti 24 edizioni, la Casa Editrice Mondatori ne ha effettuato un’ulteriore pubblicazione, nella convinzione che la “vita editoriale” del saggio di Perotti non si sia ancora esaurita del tutto; ciò, in considerazione del fatto che, come l’autore afferma nell’Introduzione della nuova edizione, si registra la tendenza a una crescente polarizzazione: coesistono infatti, da un lato, una classe di persone propensa ad “infilarsi” sempre più profondamente nel processo di crescente complessità delle società moderne, accettandone le dinamiche delle quali non comprendono le cause, e dall’altro, un’altra classe crescente di persone alla ricerca di “riserve indiane in cui sussistere, costruire micromodelli di resilienza e sopravvivenza”. Apparentemente emarginata, quest’ultima classe di persone, tende a sviluppare “le risorse e le facoltà per resistere meglio al tracollo ambientale, energetico, economico, per non parlare di quello, già molto avanzato, sociale”; tutto ciò, per vivere una “vita adatta” il più possibile all’dea che tali persone hanno di sé.
Smettere di lavorare non significa, secondo Perotti, “vivere di sogni” irrealizzabili; questi, per essere conformi al desiderio di vivere una nuova vita, oltre che ambiziosi, devono anche alla nostra portata, perché siano compiutamente realizzati. Solo così essi (i sogni) possono renderci felici; se ciò non accade, “vuol dire che avevamo sbagliato sogni, oppure che abbiamo tralasciato qualcosa nel processo di avvicinamento”. Smettere di lavorare per inseguire i propri sogni è spesso oggetto di critica da parte dei giornali; questi, in genere, per biasimare la scelta, “parlano di disagio sociale, di mancanza di stimoli e valori, di tedio e noia”, che portano a compiere atti insensati.
Secondo Perotti, il modo, forse non l’unico, per sottrarsi alla frustrazione della complessità della vita vissuta nel caos della società contemporanea, non è quello di decidere di cessare di lavorare per non fare niente ed essere vittime di tedio e noia; al contrario, si tratta del “modo migliore per vivere ed essere liberi da impedimenti stressanti e dunque avere il tempo e il modo per fare quel che ci piace”.
Smettere di lavorare per inseguire la realizzazione dei nostri sogni non significa infatti, per Perotti, rimanere inattivi per divenire vittime dell’immobilità. Per la realizzazione dei nostri sogni, occorre impiegare il tempo liberato dalla rinuncia al lavoro tradizionale e da tutto ciò che ci imprigiona, per fare quel che più amiamo; in questa direzione occorre “spingerci” il prima possibile, perché sarà “quella la via per la quale potremo godere delle nostre risorse, della nostra esistenza e, al tempo stesso, racimolare altre piccole sostanze”.
Abbandonare il lavoro tradizionale per realizzare i propri sogni non è, contrariamente a quanto molti pensano, frutto di decisioni insensate che portano l’uomo a compiere un salto nel buio; occorre però disporre di una “mappa”, cioè di un proprio progetto che specifichi il percorso da compiere, per “essere fuori dal disagio esistenziale, dalla mancanza di stimoli”. Tuttavia, avere una mappa non significa andare “dritti al tesoro”, ovvero essere convinti che la libertà positiva (libertà di) sia più importante di quella negativa (libertà da). Per intraprendere il cammino verso la libertà – afferma Perotti – bisogna avere un’idea intorno a quel che è necessario fare; occorrerà prepararsi “psicologicamente ed esistenzialmente al cambiamento, a una nuova vita”.
A tal fine, occorre risparmiare per rendersi autonomi dal lavoro tradizionale; parallelamente, occorre specializzarsi nelle proprie passioni per integrare i risparmi di cui si avrà bisogno. Qualcuno – conclude Perotti – può ritenere utopistico il progetto di una vita libera, ma una cosa è certa: realizzare il proprio sogno di affrancarsi dalle frustrazioni della vita possibile all’interno della società civile contemporanea è sicuramente più realistico di quella possibile all’interno di un mondo globale, del quale si discute presentandolo come la via in grado di condurre l’uomo verso la libertà dal bisogno.
La proposta di Perotti non è nuova; essa, ad esempio, riprende quella avanzata nell’Ottocento da Henry David Thoreau; in “Walden”, lo scrittore americano dichiara di aver deciso di andare nei boschi, desiderando vivere con semplicità e affrontare solo i fatti essenziali della vita, per verificare se gli fosse stato possibile riuscire a imparare quanto essa aveva da insegnargli. In sostanza, decidendo di andare a vivere nei boschi, Thoreau aveva contemporaneamente deciso di rinunciare a vivere quella che a lui non sembrava una vita degna di essere vissuta, a meno che non fosse stato assolutamente necessario; egli voleva vivere spartanamente, per rifiutare ciò che la vita civile, secondo i suoi ideali, non gli consentiva. Thoreau aveva sentito l’esigenza di intraprendere l’avventura della vita nei boschi per distaccarsi, almeno per un po’, dalla società in cui viveva, da lui considerata troppo dedita alla ricerca dell’utile e mai attenta alla cura delle cose realmente importanti della vita.
Dal racconto di Thoreau e dal resoconto della sua esperienza traspare il senso di benessere del quale egli ha potuto fruire vicino al lago Walden, lontano dalla frenetica e caotica quotidianità della vita nella società del suo tempo. Le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere la vita dei boschi sembrano le stesse, o quantomeno molto simili a quelle che hanno spinto Perotti ad abbandonare il lavoro tradizionale, perché spinto a cercare la via che lo portasse a uno stile esistenziale il più possibile vicino alle sue convinzioni.
Che valenza può avere oggi il messaggio di Perotti, riecheggiante quello romantico di Thoreau? La proposta di quest’ultimo, sia pure fortemente in anticipo sui tempi, e quella successiva di Perotti sembrano rispondere all’aspirazione a vivere una vita plasmata da valori alternativi a quelli prevalenti all’interno delle società capitalistiche, come quelli teorizzati, ad esempio, da autori quali Alain Caillé, Ivan Illich e Serge Latouche.
Seconso Alain Caillé, nel corso della propria vita l’uomo non è stato sempre motivato da considerazioni economiche, in quanto sarebbe stato plasmato all’interno di una società solidale; questa non era strutturata dal mercato, ma dalla reciprocità con cui venivano correntemente soddisfatti gli stati di bisogno. La società solidale e comunitaria obbediva alla logica del dono e del contro-dono, in base alla quale le relazioni tra gli uomini originavano dallo scambio avviato con un dono di una delle parti all’altra, la quale, contraccambiando tale dono, innescava una “catena di relazioni” sociali; con questa “catena”, l’atto del donare non si limitava a un passaggio di beni o servizi, ma coinvolgeva la totalità degli elementi valoriali che caratterizzavano il sistema sociale. E’ stata la società moderna, in quanto società prevalentemente aperta al mercato, che ha teso sempre di più a presentarsi come separata dai componenti della comunità.
Per questo motivo, Caillé rifiuta non solo i valori della società capitalistica, ma anche l’”economicismo” della cultura contemporanea. L’analisi critica della società capitalistica condotta da Caillé sottende l’idea che il destino del mondo non sia quello di diventare una grande ed unica società di mercato, ma quello di un ritorno ad un’organizzazione della società nella quale gli uomini possano esercitare ogni forma di autonomo controllo sulle dinamiche della vita individuale.
Ivan Illich approfondisce l’analisi di Caillé, convinto che quando la vita dell’uomo è resa sgradevole dalla complessità dell’organizzazione della società capitalistica, è inevitabile che si diffonda la propensione a cercare forme di vita alternative. E’ per questo che Illich è considerato da coloro che condividono la teoria di Serge Latouche, come uno dei principali ispiratori del concetto di decrescita e di fuga dall’abbondanza.
Sulla base della critica illichiana, Serge Latouche da tempo sta proponendo un modello di organizzazione sociale che dovrebbe consentire il superamento dei limiti propri dell’organizzazione della società capitalistica, attraverso l’adozione di una “politica dell’autolimitazione”, perché i desideri possano fiorire e i bisogni declinare. Con il suo modello di organizzazione sociale, Latouche tende a restituire all’uomo ciò di cui l’avvento della società industriale lo ha progressivamente privato, ovvero la sua creatività (omologata dalla standardizzazione industriale) e la sua autonomia (con la creazione continua di nuovi bisogni). L’idea sottesa nella concezione dell’uomo all’interno della società industriale è, secondo Latouche, che i soggetti siano stati ridotti a un “fascio di bisogni” da soddisfare solo tramite il consumo di beni e servizi acquistabili sul mercato.
Per coloro che condividono il pensiero di Latouche sulla società industriale, il suo giudizio critico è divenuto elemento di una rappresentazione della realtà sociale, da tener presente da parte di chi pensa di potersene riscattare, per porre in essere strategie di fuga sul tipo di quella descritta da Perotti.
A parte il discorso sulla possibile attenuazione della complessità della vita nelle società capitalisticamente avanzate, che dire delle iniziative puramente individuali, come quelle proposte da Perotti, per sottrarsi ai vincoli del vivere insieme? Se, per un verso, si possono capire i sogni (come quelli di Thoreau) di vivere una “vita selvaggia” affrancata dalle incombenze di una quotidianità ripetitiva, più difficili sono la comprensione e la giustificazione della proposta avanzata da Perotti. Ciò perché non è plausibile che, per rimediare ai disagi della complessità della vita sociale, si scelga di rinunciare all’impegno sociale per la rimozione di tali disagi.
La proposta di Perotti, di “fuggire verso la libertà” per realizzare l’idea che ognuno ha di sé, è tanto più ingiustificabile, se si pensa che la realizzazione di tale idea è resa possibile dalle opportunità che l’organizzazione della vita sociale dalla quale si cerca di evadere resta pur sempre l’approdo irrinunciabile per “racimolare” le sostanze integrative di quelle che il vivere spensieratamente può consentire di acquisire.
L’aspirazione a una vita spensierata può quindi restare solo un sogno, mentre la liberazione dalle frustrazioni che possono derivare dal vivere insieme comportano che il sogno sia realizzabile solo attraverso l’impegno di ognuno a migliorare le condizioni di vita all’interno della società alla quale si appartiene*.

Tempo obbligato di riflessione

RIFLESSIONI ESSENZIALI: «La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza»
f6d36c1b-fd4d-488c-93af-12f902f71745Libertà, politica, comunicazione, cattolici: quattro spunti di riflessione nei giorni del virus
18 Marzo 2020 by sammarco | su C3dem
c3dem_banner_04
[C3dem] Con questo intervento intendiamo sollecitare una riflessione a più voci sull’impatto che il Coronavirus sta avendo e avrà sulla nostra vita, sul nostro domani. Chi vorrà portare un suo contributo, un pensiero, una suggestione dovrà utilizzare l’apposito spazio, qui accanto, nell’home page del sito, dove già un primo contributo è pervenuto: quello di Vittorio Sammarco

Mentre combattiamo questa inaspettata e difficilissima battaglia contro il virus; mentre piangiamo le vittime e solidarizziamo con i malati, con chi li cura eroicamente, con chi rimane più solo, con chi rischia di perdere il lavoro o subisce ingenti danni economici; mentre nutriamo speranza per la fine del contagio e per le misure dello Stato e delle altre istituzioni a favore dei cittadini; mentre ammiriamo chi riesce comunque a stare vicino a chi soffre, a prendersi cura dei più fragili, dei bambini, dei giovani, degli studenti; mentre ringraziamo chi offre aiuto materiale, morale e spirituale (non di solo pane vive l’uomo…); mentre ci incoraggiamo a rispettare le regole, per il bene nostro e di tutti; mentre viviamo tutto questo e molto altro; quante riflessioni, pensieri, osservazioni si stanno moltiplicando, sui media, in rete, fra le persone! E’ importantissimo che ciò avvenga: gli esseri umani non sono fatti solo per subire la realtà ma per ragionare su di essa e cercare di imprimerle una direzione, sperabilmente in direzione del bene, del giusto e del bello (anche se la storia, anche di questi giorni, ci insegna che purtroppo spesso non è così, se pensiamo alle tante guerre, al conflitto in Siria e alla tragedia dei profughi respinti alle porte dell’Europa).
E allora, senza alcuna pretesa, vorrei aprire questo spazio di dibattito che molto opportunamente gli amici della redazione del portale c3dem hanno aperto con alcune annotazioni, tra le tante possibili, molto parziali.
Primo tema: la libertà. Le misure per il contrasto al virus sono, con tutta evidenza, misure che comprimono la libertà personale, innanzitutto quella di movimento, con punte drammatiche come quelle purtroppo resesi obbligatorie nelle aree di focolaio. C’è anche chi sta ragionando su questo dilemma: fino a che punto si può comprimere la libertà sulla base di decreti governativi? Ma non ho le competenze per esprimermi su tale complesso nodo. Quello che vorrei invece sottolineare, anche se può apparire paradossale, è che questa compressione di libertà non sarebbe possibile senza la libertà stessa, intesa come libera scelta delle persone. Non bastano infatti qualche sanzione e qualche minaccia: se improvvisamente i cittadini non aderissero, pur sapendo di pagare un alto prezzo, alle ordinanze, e decidessero, per assurdo, di ribellarsi tutti assieme e di uscire di casa e aprire negozi e ristoranti ecc., come se nulla fosse, nessun decreto e probabilmente nessuna forza di polizia potrebbe arrestare il fenomeno, se non con una svolta autoritaria e atti di violenza illegittimi. Dunque, dentro il concetto di libertà ci sta anche la libertà di autolimitare se stessi, obbedendo a un ordine e fidandosi di esso, per il bene proprio e degli altri. Si dirà: lo si è sempre saputo ed è sempre stato così. Vero, ma forse questo passaggio drammatico ci porta a considerarlo con maggiore profondità. In questo senso, l’autolimitazione collettiva della libertà può anche essere un segno di maturità democratica e potrebbe rivelarsi importante anche per future scelte, meno drammatiche e non così altrettanto cogenti nell’immediato: ad esempio per l’uso dei mezzi privati e dell’energia, per lo spreco di risorse, per il consumo compulsivo… Aggiungo: la libertà di comunicare (vedi punto successivo) forse si dimostra oggi davvero fondamentale: cosa vorrebbe dire starsene isolati senza poter comunicare con gli altri e col mondo esterno? In questo senso, una riflessione non solo sulla libertà come concetto generale ma sulle libertà, al plurale, che contano davvero nella nostra vita forse varrebbe la pena di essere condotta.
Secondo tema: la politica. Sappiamo quanto negli ultimi decenni la centralità della politica è stata via via erosa da altre dimensioni, in primis quella economica. Insieme a questo, le istituzioni e chi le rappresenta sono stati spesso aspramente criticati (in diversi casi per giuste e motivate ragioni), fino quasi a forme di rifiuto radicale. In queste situazioni di crisi, riscopriamo tutti che le istituzioni servono (il che non vuol dire che non sbaglino), che non si può vivere o convivere senza la politica, e che i mercati da soli non sono in grado di rispondere a situazioni come quella che stiamo vivendo, salvo accettare passivamente una cinica logica di selezione che lasci morire, nell’abbandono o nell’indigenza, migliaia o milioni di persone. E’ una questione che andrà assolutamente ripresa. Non solo: ma da sostenitore di una politica partecipativa “dal basso”, dico anche che neppure questa può essere assolutizzata. Nessun cordone sanitario attorno ai focolai sarebbe stato possibile con un percorso partecipativo. E qui entra in gioco anche il concetto di autorità (non certo di autoritarismo, sia chiaro). Dire che senza la politica, le istituzioni rappresentative, l’autorità (democraticamente legittimata) non si va da nessuna parte non vuol dire certo che non ci siano molte cose da migliorare nel modo con cui questi istituti sono organizzati o precludere la possibilità di altre forme di partecipazione democratica, a cui lo stesso Moro ci richiamava in anni ormai lontani misurando la distanza tra i partiti tradizionali e le nuove aspirazioni che agitavano la società di allora. Ma nello stesso tempo, teniamo a mente che la complessità, e a maggior ragione l’imprevedibilità, hanno bisogno di politica, buona, certo, con la P maiuscola, certo, come dice il Papa.
Terzo tema: la comunicazione. Siamo in un’epoca in cui gli strumenti di comunicazione presentano possibilità enormi, inaudite, inedite e anche rischi, da vari punti di vista, come tutti ben sappiamo. Non mi soffermo su tale questione, sempre attuale e su cui il pensiero umano dovrà continuare a interrogarsi, per non rinunciare mai, anche di fronte alle migliori invenzioni, a un sano esercizio critico. Vorrei qui però spezzare una lancia per i sistemi di comunicazione di cui disponiamo, che permettono oggi di garantire qualcosa di estremamente prezioso: la possibilità, anche a distanza, di tenersi in relazione, di interagire, di condividere, cioè di rispondere a un’esigenza fondamentale dell’essere umano, quella della relazione, fondamentale quasi quanto la salute e la nutrizione. Certo, era possibile farlo anche in passato, con le lettere e poi col telegrafo e quindi il telefono e l’ormai romantico fax. Ma il passaggio all’e-mail ( qualcosa di incredibile, se ci pensiamo bene : un testo, tra l’altro senza limiti di spazio, e immagini che possono in pochi secondi andare da un posto all’altro del mondo a migliaia di chilometri di distanza…), e poi al web, ai social e a tutto il resto, assume oggi un significato particolare: si può parlare, dialogare, relazionarsi in modo molto più fluido e diretto anche stando distanti. Per lavoro, certo, per interessi culturali, ma pensiamo anche a nonni e nipoti che si possono vedere tramite due semplici dispositivi, così come figli, parenti o amici in altri luoghi del mondo (o magari lontani solo qualche chilometro…). Inutile dirlo: tutto questo non può (io credo e spero: non potrà) mai sostituire la ricchezza e la bellezza dell’incontro diretto, di cui personalmente sento molto la mancanza, come tutti… Ma proviamo anche ad apprezzare i vantaggi di questi strumenti, senza perdere il giusto approccio critico che ci eviti di idolatrarli. Infine: l’informazione, dei quotidiani, settimanali, televisiva, ha offerto luci e ombre (molto ci sarebbe da dire) ma anche qui diamo a Cesare quel che è di Cesare: quando fatta con la giusta deontologia, si rivela uno strumento decisivo di informazione e un alleato prezioso della democrazia, dei cittadini e della crescita culturale. Purtroppo non è così per tutte le testate e tutti i/le giornalisti/e, lo sappiamo, ma in tanti casi, sì.
Quarto tema: noi cattolici. La sospensione delle messe e la riduzione al minimo dei funerali, l’interruzione o rinvio dei percorsi di catechesi, formazione, di convegni, incontri… tutto questo ci lascia sgomenti. Ma noi sappiamo che Dio non abbandona mai il suo popolo e che dice “beati gli afflitti, perché saranno consolati”. Sarebbe contrario alla nostra fede – che non confida nelle strutture, ma nella presenza misericordiosa del Signore nella e oltre la storia – non riflettere fin da ora su cosa tutto questo sollecita alla nostra coscienza di credenti. In terre ed epoche in cui la fede non si può professare pubblicamente è sempre esistita una “chiesa del silenzio”. Non siamo certo abituati a questo in un Paese come il nostro. Cosa vuol dire per noi questa provocazione sul piano spirituale e formativo? Ci eravamo forse disabituati a coltivare una dimensione spirituale personale e non solo assembleare-liturgica? E la Parola di Dio, è nostro nutrimento? Di converso, questa forzata separazione non dovrebbe portarci ad amare e valorizzare ancora di più la vita comunitaria, la gioia dello stare assieme, la formazione comune, il ritrovarsi in assemblea celebrante, soprattutto la domenica, oltre le troppe refrattarietà di tanti credenti e oltre una certa abitudinarietà in chi vi partecipa (non tutti, per fortuna!), impegnandoci a rendere la liturgia sempre più consapevole, preparata, curata, partecipe, in ascolto della Parola e provocata dal pane spezzato per tutti e dal vino a tutti offerto senza distinzioni? Guai se ci abituassimo alla messa in TV o sul web! E da tutta questa esperienza, cosa apprendere per essere ancora più pronti, in futuro, a garantire – assieme alla solidarietà concreta e alla carità, che per fortuna sono molto presenti e che possono essere ancora meglio, per così dire, organizzate per fronteggiare situazioni emergenziali – la vicinanza e condivisione spirituale (soprattutto a chi è più nella sofferenza), la formazione, l’incontro, sia fisico che a distanza? Non sarebbe necessario cercare e potenziare nuove forme di ministerialità laicale, anche per essere a fianco dei nostri presbiteri, spesso umanamente soli nell’affrontare situazioni sempre più difficili e complicate?
Da ultimo, ma non meno importante, che contributo dare dal punto di vista della direzione da imprimere a livello sociale, politico ed economico dopo quel che è successo? Nello sperare che tutto finisca presto, sono in molti a chiedersi cosa ci insegna questa drammatica vicenda e cosa cambiare nei meccanismi politici ed economici nazionali, europei e mondiali. Come ridurre, anziché ulteriormente aumentare, disuguaglianze e ingiustizie, rispettando il pianeta. Non c’è forse uno spazio per continuare ed ampliare ulteriormente quel contributo di proposta “politica” dei cattolici che Papa Francesco ha aperto con la Laudato Si’, magari cercando – appena sarà di nuovo possibile – opportuni momenti di confronto, sintesi e rilancio?
Un abbraccio forte a tutti e a tutte. Ce la faremo, ma non senza il contributo di ciascuno e ciascuna.
Sandro Campanini
Socio de Il Borgo – Parma

Coronavirus Che fare?

88475101-eac3-4f6f-8de5-dc37e26a1adf
Coronavirus, l’appello dei docenti: “Utilizzare a fondo la tecnologia per sconfiggere prima il male”

Un gruppo di economisti, sociologi, demografi suggerisce di imitare il modello orientale per individuare le persone contagiate, ma asintomatiche: “Uno studio della rivista Science stima che l’86% dei casi non ha problemi evidenti di salute; ma questi portano la malattia al 79% dei malati accertati”
19 Marzo 2020 su LaRepubblica.it

Di fronte alla drammatica emergenza del Coronavirus il nostro Paese, come quasi sempre accade in momenti estremi, sta dando prova di civiltà e di grande solidarietà. Molte ragazze e ragazzi si sono fermati per tutelare la salute dei più anziani, il cui rischio di mortalità per il virus è molto più elevato. I canti e le bandiere sui balconi testimoniano che in momenti terribili scopriamo di avere energie e risorse inaspettate. Il personale sanitario nelle regioni più colpite, Lombardia in testa ha dato prova di piena disponibilità, spesso di eroismo.

Ma non solo loro: i lavoratori nelle fabbriche, gli insegnanti che con gli strumenti che la tecnologia ci offre continuano a tenere vivo il rapporto con i propri studenti. Sono prove generali di cambiamento e di un’umanità migliore.

Ma in questi giorni in cui ci domandiamo quando la quarantena potrà finire è necessario capire come organizzare la “fase di transizione” al fine di produrre la migliore exit strategy, mettendo le basi di una vera ripartenza del nostro Paese. Come contributo al dibattito di questi giorni e ai dilemmi della politica ci permettiamo, da non addetti ai lavori di questioni mediche, di mettere in campo un’ipotesi.

I dati comparati a livello internazionale sulla diffusione dell’epidemia, a partire dal primo giorno della crisi, ci segnalano il caso interessante della Corea del Sud, dove la curva del contagio è rapidamente declinata e il numero dei decessi crollato. Il Paese è passato dai 909 nuovi contagi del 29 febbraio ai 74 del 16 marzo.

Pur al netto delle differenze demografiche, sanitarie e sociali, rispetto al caso italiano, va notato come la Corea del Sud sia stata in grado di ottenere questi risultati grazie a una strategia composita: da una parte una stretta politica di distanziamento sociale, analoga a quella che si sta adottando in Italia; dall’altra, un uso estensivo dei testi anche su soggetti asintomatici e il ricorso alle più avanzate tecnologie disponibili (big data, geolocalizzazione, Intelligenza artificiale e Blockchain) per tracciare gli spostamenti dei soggetti positivi e le possibili occasioni di contagio.

Operativamente, sono stati condotti test a tappeto con visite a casa e test agli automobilisti, con una metodologia che restituisce il risultato in un tempo brevissimo. Infine, è stata messa a disposizione dei cittadini un’applicazione (Corona100) che consente di localizzare le zone dove si trovano i positivi e i loro contatti con raccolta dati, analisi immediata e tracciatura.

La ratio di questa strategia ha una logica stringente sulla quale ha iniziato ad insistere anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità. che, in un tweet di ieri (“test, test, test”), ha sottolineato l’importanza di un uso massiccio dei test sul maggior numero di cittadini.

Il dato mancante sul Coronavirus è quello sul numero di pazienti asintomatici che si stima essere molto elevato. Uno studio appena pubblicato sulla rivista Science (R. Li et al., Science 10.1126/science.abb3221, 2020), stima che l’86% dei casi è asintomatico e non rilevato, e che il contagio da asintomatici è causa del 79% dei casi accertati.

Siamo convinti che la mappatura dei positivi, anche quelli asintomatici, sia indispensabile non solo per un’efficace politica di contenimento del contagio, ma anche per la fase successiva di “ripartenza”. Nonostante la consapevolezza che sono possibili falsi negativi l’approccio usato in Corea del Sud ridurrebbe in misura importante la circolazione degli asintomatici. Non avere una mappatura precisa potrebbe voler dire, infatti, rimettere in circolo diffusori del virus e rischiare di tornare al punto di partenza.

La strategia è stata applicata in piccolissima scala anche nel nostro paese a Vò. Gli studi dell’applicazione sono sorprendenti. Come ha sottolineato in una lettera alla regione Toscana l’immunologo Sergio Romagnani il numero dei positivi asintomatici era elevatissimo, quello dei soggetti infettati è crollato e, sorprendentemente, l’isolamento degli asintomatici sembra aver protetto anche loro dall’evoluzione grave della malattia.

La tecnologia può quindi essere decisiva per migliorare la raccolta e l’analisi dei dati, al fine di programmare gli interventi, anche di tipo emergenziale. E l’Italia dispone di competenze in grado di realizzare rapidamente soluzioni adeguate. Un varco legislativo importante per realizzare questo progetto vien dall’art 76 del Decreto Coronavirus del governo che istituisce una commissione di esperti di processi tecnologici che potrebbero lavorare anche a questo oltre che alla digitalizzazione della PA. Un approccio analogo a quello della Corea del Sud pone, ovviamente, il problema della privacy.

Ma nelle circostanze del tutto particolari che già impongono limiti severi alla nostra libertà di circolazione finalizzati alla tutela della salute pubblica e di un più generale “bene comune”, possiamo immaginare come la normativa possa essere adeguata così da consentire di realizzare l’azione proposta a scala nazionale da parte di un’istituzione pubblica in collaborazione con chi ha già sviluppato soluzioni tecnologiche e possiede analitiche all’avanguardia.

Andrà poi verificata la possibilità di estendere a livello europeo lo stesso approccio. La decisione di “chiudere” i confini dell’Unione europea e riaprire quelli interni (vedremo se funzionerà in pratica) impone, infatti, un approccio comune al monitoraggio dei flussi tra Paesi.

Gli italiani danno il meglio di sé nei momenti difficili e circostanze eccezionali richiedono sforzi eccezionali. Per superare questa crisi “virale” occorre però incrociare gli antichi valori della solidarietà e della fraternità con le più moderne tecnologie oggi disponibili, nell’ottica di creare una società più resiliente. In palio non c’è solo la possibilità di una rapida “ripartenza” ma quella più generale di consentire al nostro Paese un salto di qualità nella costruzione di un futuro comune oltre l’emergenza.

Leonardo Becchetti (economista Università Tor Vergata)
Enrico Giovannini (economista, ex presidente Istat, ex ministro del Lavoro)
Mauro Magatti (sociologo ed economista Università Cattolica Milano)
Alessandro Rosina (demografo Università Cattolica Milano)
Vittorio Pelligra (economista Università Cagliari)
Paolo Venturi (direttore AICCON, Centro studi Università Bologna)

coronavirus

11138a1d-4a08-438d-9d99-7a7f001bb2d8
L’epidemia travolge tutti, anche il debito globale
Vincenzo Comito
sbilanciamoci
Sbilanciamoci, 16 Marzo 2020 | Sezione: Economia e finanza, primo piano.

La diffusione del coronavirus è destinata a stravolgere l’ordine economico, finanziario e geopolitico internazionale. Mentre qualcuno, illusoriamente, invoca la deglobalizzazione e il decoupling Usa-Cina, si profila un’esplosione del debito mondiale. E con essa una nuova drammatica crisi finanziaria.

Mi unisco al dibattito in atto su questo sito sul tema del coronavirus pubblicando queste note, certamente affrettate e non organiche, su alcuni tra i molti temi oggi sul tappeto (per esempio, trascuriamo di discutere del grande problema dei rapporti con l’Europa).

Gli eroi

In queste settimane di difficoltà la stampa e la televisione nazionali non hanno mancato nessuna occasione per qualificare i medici e gli infermieri che si battono per sconfiggere il coronavirus come “eroi”, mentre la loro attività viene parallelamente definita come “lavoro eroico”.

Ricordo a questo proposito che in un’opera teatrale tra le più note di Bertolt Brecht, Galileo, ad un certo punto qualcuno pronuncia la frase “infelice è la terra che ha bisogno di eroi”. Ora, per tanti anni, sotto i governi tanto di centro-destra quanto di centro-sinistra sono stati tagliati implacabilmente i fondi per la sanità, come del resto per la scuola e per la ricerca; se si fosse fatto respirare di più il settore, oggi ci sarebbero molti più medici e molti più letti per combattere il flagello. E il lavoro degli operatori sarebbe certamente meno eroico di quanto debba esserlo per necessità oggi.

Parlare di eroismo mi sembra dunque quasi aggiungere al danno la beffa, anche se certamente non è questa l’intenzione di tanti che, pronunciando l’espressione, vogliono solo apprezzare il lavoro svolto dal sistema sanitario pubblico e dai suoi operatori.

Naturalmente i tagli alla sanità sono stati ufficialmente motivati da mancanza di fondi, magari dando la colpa alla solita Europa (ma intanto possiamo gloriarci di avere ben due portaerei, cosa che, mi sembra, neanche la Francia e la Gran Bretagna si permettono: ognuna costa complessivamente diversi miliardi di euro). Tali tagli, d’altra parte, come molti hanno già sottolineato, hanno favorito le strutture sanitarie private e quelle della Chiesa.

Per altro verso, sembra che il governo si sia tardivamente deciso di permettere che siano eventualmente e gentilmente requisiti posti letto e strutture varie nelle cliniche private, sia pure dietro lauto compenso; sembrerebbe, d’altro canto, che alcune di tali strutture abbiano chiuso qualche giorno fa i battenti proprio per evitare che esse fossero “contagiate” dal settore pubblico. Beffa suprema.

Il motore economico del mondo

Naturalmente ogni crisi porta con sé anche delle opportunità per qualcuno. In questo caso si sono avvantaggiati delle circostanze i produttori di apparecchiature che permettono di lavorare o giocare da casa, dai computer, ai tablet, ai giochi elettronici, ai software didattici, così come ovviamente i produttori di apparecchiature sanitarie.

A livello di paesi, ci sembra ormai evidente che alla fine di questa prova si sarà ancora una volta rafforzata la tendenza in atto alla crescita della forza economica e politica cinese. Incidentalmente, le autorità cinesi sembrano puntare, per l’anno in corso, a una crescita del Pil del 6,0% (Wei Janguo, 2020).

Per altro verso, e più in generale, una parte dell’Asia che comprende oltre alla Cina almeno Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Vietnam, Singapore – paesi tutti usciti rapidamente vittoriosi dalla prova del virus – rafforza il suo crescente ruolo di motore economico, e sempre più anche tecnologico e finanziario, del mondo. Dobbiamo escludere per necessità da questo elenco il Giappone, perché, a fronte di un apparente controllo pieno della situazione testimoniato dalle cifre ufficiali, nessuno purtroppo fa fede ad esse e la verità è celata. In particolare, sul fronte tecnologico ormai l’area sopra citata sembra presentare una sola debolezza sostanziale, quella relativa al settore dell’aeronautica civile.

Per altro verso, le classi dirigenti occidentali, di fronte allo scoppio della pandemia, appaiono possedute da un senso di panico e di confusione, con punte di disorientamento anche grottesco, quali rappresentate dalle dichiarazioni e dagli atti di Trump e Johnson; ma bisogna rilevare che, in generale, anche i governanti europei non sembrano poter uscire in maniera brillante dalla prova. Appare, tra l’altro, sempre più netta la sensazione che tale parte del mondo non ce la faccia più a competere adeguatamente con l’area asiatica.

Ricordiamo che la popolazione di quel grande continente conta ormai circa 5 miliardi di abitanti, mentre l’Europa circa 500 milioni e gli Stati Uniti circa 330; la Cina da sola produce ogni anno ormai quasi 9 milioni di laureati. Non sembra per molti versi esserci più partita da un punto di vista strategico, anche se in Occidente, a livello politico e mediatico, si cerca di nascondere in tutti i modi la cosa.

Oriente e Occidente

Sempre a proposito dell’Asia, la crisi ha messo in rilievo con forza, ancora una volta, alcune caratteristiche importanti che, su alcuni fronti almeno, differenziano gran parte di quel continente dai paesi occidentali: tali caratteristiche si rivelano vincenti. Vi sembra prevalere di nuovo il senso del collettivo contro invece quello dell’individuo in Occidente; vi si registra un utilizzo molto spinto e sofisticato degli strumenti dell’economia digitale per combattere il morbo, nonché una velocità e flessibilità di intervento nella crisi sul terreno economico e sociale che noi non siamo apparentemente in grado di replicare.

A proposito di uno di questi temi, un articolo del Financial Times di qualche settimana fa sottolineava come in materia di finanza digitale l’Asia appaia avanti di dodici anni rispetto all’Occidente.

È possibile il ritorno al welfare state?

Di fronte alle difficoltà rivelate dallo scoppio della malattia, si sottolinea da più parti che, passata la tempesta, niente sarà più come prima e che, in particolare, deve essere fortemente rivalutato il ruolo dell’intervento pubblico nell’economia e nella società.

Nella sostanza, molti richiedono un ritorno alle politiche socialdemocratiche del dopoguerra e una ripresa del welfare state. Gli assi principali di tale mutamento potrebbero essere la modernizzazione delle infrastrutture materiali e sociali, l’ambiente, il pieno impiego. Si vedano a questo proposito, ad esempio, l’articolo di Mario Pianta su questo stesso sito e ancora un testo di Beuve-Mery (2020).

Tutte cose certamente da auspicare. Ma si può esprimere almeno qualche dubbio sul fatto che tale mutamento sia davvero possibile.

Dopo la crisi del 1929 e dopo la seconda guerra mondiale l’affermazione del welfare state in occidente fu favorita dalle risorse generate da una fortissima crescita economica, dal permanere di alti livelli di profitti provenienti anche dallo sfruttamento imperialistico del mondo, dalla paura dell’affermazione di un modello economico e politico alternativo, quello dell’Unione Sovietica, dalla forza dei sindacati e dei partiti politici di sinistra in Europa, dalle stesse devastazioni precedenti.

Oggi le condizioni sono del tutto diverse e, mentre l’economia è in difficoltà, la domanda langue, una parte importante della popolazione è costretta al precariato e al declassamento, aumentano anche le diseguaglianze. Intanto, al banchetto vogliono partecipare anche i paesi ex-coloniali oggi emergenti, un tempo del tutto esclusi; ed essi non si accontentano delle poche briciole o dello strapuntino loro offerto, con poca lungimiranza, al tavolo dei potenti. La parte di torta che resta all’occidente si restringe e presumibilmente si restringerà sempre più.

A questo punto, le classi dominanti occidentali non appaiono possedere le risorse necessarie alla bisogna, né peraltro sembrano manifestare alcuna volontà che vada in tal senso; manca peraltro una qualche capacità di visione.

D’altro canto non si vedono oggi sul campo delle forze in grado di contrastare tale stato di cose. Nell’antica Atene la democrazia e il consenso si reggevano sostanzialmente sui tributi che la città imponeva con la forza a tutte le altre polis greche e quando essi per qualche ragione tardavano ad arrivare la popolazione cominciava a rumoreggiare. Le cose sono veramente molto cambiate da allora? Ma naturalmente sarebbe necessario approfondire meglio questo tema.

Crisi della globalizzazione

Per altro verso, da qualche tempo si parla di crisi della globalizzazione, mentre i giornali sono pieni di riflessioni che annunciano una nuova era in cui si dovrebbe registrare una tendenza alla deglobalizzazione e in particolare ad un cosiddetto decoupling tra Usa e Cina.

Ha cominciato Trump qualche anno fa a sollevare il tema, mentre ora con la crisi da coronavirus ci si accorge che, se si ferma la Cina, si fermano anche le catene di montaggio in occidente, rischiano di mancare i medicinali, non si trovano più i telefonini Apple, si blocca il turismo in tanta parte del mondo. E allora si discetta in televisione e sui giornali della necessità di ridurre drasticamente le importazioni da quel paese e di costruire delle basi produttive in occidente.

Ma si tratta in gran parte di ragionamenti senza grande consistenza effettiva, confortati soltanto dalla notizia che qualche impresa sta trasferendo una parte delle sue produzioni in qualche altro paese. Ma in Cina quest’anno si prevede ancora una crescita degli investimenti stranieri, non certo una riduzione.

La realtà è quella che i rapporti tra le varie imprese e le catene del valore sono estremamente connesse a livello mondiale e che stravolgerle – cosa che peraltro sono in pochi veramente a volere – richiederebbe grandi investimenti e un tempo molto lungo, mentre porterebbe a esiti molto incerti.

Nessuna grande impresa, per altro verso, può sostanzialmente fare a meno del mercato cinese, ormai il più importante del mondo per la gran parte dei prodotti e servizi e sede di un’inimitabile rete di forniture, di strutture logistiche molto efficienti, di capacità produttiva e di velocità e flessibilità operative, di una forza lavoro abbondante e di qualità. Dettaglio importante: quello cinese è il mercato più redditivo del mondo in molti settori.

Ovviamente, i processi di globalizzazione andrebbero semmai corretti per eliminarne o almeno ridurne gli aspetti negativi; ma questo sarebbe un altro discorso.

Per altro verso, essi dovrebbero essere oggi ancora più spinti per risolvere i grandi problemi del momento: anche il caso del coronavirus, dopo quelli della crisi ambientale, dei migranti, dell’evasione fiscale dei grandi gruppi, degli attuali livelli di diseguaglianza, delle crisi finanziarie, non si possono affrontare adeguatamente senza una più stretta collaborazione internazionale.

Una crisi del debito?

Da qualche tempo molti economisti, operatori finanziari, studiosi, pubblicano degli studi allarmati sulla crescita nel tempo dell’indebitamento a livello mondiale, sia delle imprese che degli Stati, sia dei paesi ricchi che di quelli emergenti.

I debiti totali a livello mondiale hanno raggiunto a fine 2019 il livello di 253 trilioni di dollari, cifra pari ormai al 322% del Pil; dal 2008 ad oggi il loro valore è più o meno raddoppiato.

Uno studio recente (Plender, 2020) sottolinea come una parte molto consistente dello stesso sia da attribuire al settore delle imprese non finanziarie e come una quota molto significativa di esso sia concentrata nei settori più tradizionali dell’economia, settori che generano molti meno flussi di cassa che non quello dell’economia digitale.

Inoltre, si rileva una qualità progressivamente più povera di tale indebitamento. Il Fondo Monetario Internazionale stima a questo proposito che il 40% delle attuali obbligazioni societarie a livello mondiale non sarebbero ripagabili a scadenza in caso di una crisi severa anche soltanto la metà di quella del 2008 (Jenkins, 2020).

Ora, l’esistenza di questo livello di indebitamento, per di più in parte almeno di bassa qualità, minaccia di intensificare fortemente il danno economico (Goodman, 2020) del coronavirus. La crisi in atto, se dovesse protrarsi abbastanza a lungo, rischia così di provocare una grande deflagrazione. Si notano già in queste settimane dei segni che mostrano come la fiducia nel sistema finanziario stia diventando molto meno solida di qualche tempo fa (Jenkins, 2020); intanto il panico che sembra avere afferrato le Borse appare inquietante.

Molto dipenderà quindi da quanto i governi e le Banche Centrali potranno intervenire rapidamente e con mezzi adeguati per tamponare il fenomeno.

Ah, ci sono anche i lavoratori?

Da ultimo non si può non sottolineare come nelle misure prese dal nostro governo qualche giorno fa per far fronte ai problemi generati dal coronavirus ci si fosse completamente dimenticati dei lavoratori e dei loro problemi. Ci sono voluti gli scioperi immediati e le agitazioni nelle fabbriche per far venire alla luce il problema e costringere lo stesso governo a correggere in qualche modo questa “piccola” dimenticanza.

Ma non ci si può certo meravigliare in alcun caso della mancanza di memoria, vista l’attuale visione del mondo propria dei principali partiti che fanno parte della compagine ministeriale.

***

Testi citati

Beuve-Méry, A. (Anton Brender), «Il faut cesser d’etre passifs face au capitalisme globalisé», Le Monde, 15-16 marzo 2020.

Goodman, P., «Virus could set off debt bomb», The New York Times International Edition, 13 marzo 2020.

Jenkins, P., «‘Bazookas’ cannot stop coronavirus becoming a financial crisi», Financial Times, 16 marzo 2020.

Plender J., «The seeds of the next debt crisis», Financial Times, 4 marzo 2020.

Wei Janguo, «China’s 6 pct growth for 2020 remains the same», Global Times, 16 marzo 2020.

coronavirus

89075acc-ff0e-434c-8abf-96fe79f1eba7
La sanità da riscoprire. Le radici politiche del Servizio Sanitario Nazionale
Frutto delle lotte e dell’alleanza tra movimenti, gruppi sociali e professionali e forze politiche, il SSN sta subendo da tempo gli effetti nefasti di una riorganizzazione neoliberale. La sua storia insegna perché è fondamentale rilanciarlo: soprattutto oggi, di fronte all’epidemia coronavirus.
di Chiara Giorgi | 15 Mar 2020 | Intervento sul sito web del Centro per la Riforma dello Stato.

Mai come in questo momento che viviamo, in tutta la sua tragicità, stupore, paura e ostinata speranza, ma anche in tutte le sue possibili potenzialità per cambiare il verso delle cose, per rovesciare l’ordine delle priorità, torna utile ripercorrere una storia che ha contraddistinto questo paese nei “lontani” anni Settanta.
La catastrofe del coronavirus e della sua diffusione, non solo ci impone una spietata riflessione sui tagli alla sanità fatti negli ultimi trenta anni, su quelle politiche di privatizzazione e di mercificazione di sanità e welfare di cui si nutre il neoliberalismo da anni; ma ci riporta alle origini storiche e alle ragioni dello strumento che oggi è maggiormente investito dall’emergenza: il Servizio Sanitario Nazionale.
In effetti, quest’ultimo nei suoi caratteri di servizio pubblico, universalistico e fornito in prevalenza fuori dal mercato costituisce un essenziale mezzo a nostra disposizione.
Lo scriveva pochi giorni fa Marco Revelli su Il Manifesto: «Se i nostri rianimatori sono costretti ad affrontare “dilemmi mortali” – come recita l’inquietante documento del 6 marzo a loro firma – è perché altri, sopra di loro, o intorno a loro» hanno deciso della scarsità delle risorse disponibili. Lo scrivevano alla pagina a fianco Tamar Pitch e Grazia Zuffa: «l’epidemia di coronavirus sollecita a ripensare i sistemi sanitari e la loro organizzazione», recuperando, ad esempio, il ruolo della medicina territoriale.
È da qui allora che si vuole partire.
La spesa sanitaria pubblica in Italia rappresenta oggi il 6,5% del PIL, in linea con la media OCSE, ma in termini pro capite il SSN spende la metà della Germania. Calcolando la spesa in termini reali, al netto dell’inflazione, dopo un aumento in linea con gli altri paesi sino al 2009, le risorse pro capite per la sanità pubblica italiana nel 2018 sono cadute del 10%, mentre in Francia e in Germania sono aumentate del 20% (Ufficio parlamentare di bilancio, 2019). Questi dati fotografano l’entità della riduzione delle risorse pubbliche particolarmente grave in un paese ad alto invecchiamento della popolazione. È questo l’effetto delle politiche di austerità introdotte a partire dalla crisi del 2008, ma è anche il riflesso della più complessiva controrivoluzione neoliberista, segnata da spinte alla privatizzazione e alla trasformazione in merce di salute, istruzione, ricerca, cultura, ambiente, affermatasi a partire dagli Ottanta.
Da lì ebbe inizio l’attuale riorganizzazione capitalistica, oggi sempre più marcata da una intensificazione dei processi di espropriazione e di privatizzazione dei servizi collettivi del welfare. Ossia di quelle produzioni collettive dell’essere umano per l’essere umano che hanno rappresentato e rappresentano ancora una parte crescente della produzione e della domanda sociale, soddisfatta sinora in Europa per lo più al di fuori della logica del mercato (Vercellone et al, 2017).
Tuttavia, ripercorrendo ancora più all’indietro il “vero” inizio di questa stessa storia, ma da un punto di osservazione completamento diverso, quello che non è dalla parte della salute e della sanità del capitale – parafrasando uno dei più grandi interpreti del movimento di “Medicina democratica”, Giulio Maccacaro –, troveremo una grande sorpresa. È del 23 dicembre 1978 l’istituzione del Servizio sanitario nazionale (SSN).
Significativamente l’articolo 1 della legge n. 833 si richiamava all’articolo 32 della Costituzione e recitava: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività mediante il Servizio Sanitario nazionale». E subito dopo si indicava nel SSN il «complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinate alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzioni di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio» (peraltro echeggiando la stessa definizione di salute fornita nel 1946 dall’OMS).
In modo emblematico in Italia una delle più importanti riforme in materia di welfare, forse la più rivoluzionaria, si realizzò quando altrove in Europa stava per iniziare la fase di riorganizzazione del capitalismo in chiave neoliberale. Ciò a conferma della peculiarità del laboratorio italiano degli anni Settanta. Ciò in ordine alla particolare sinergia realizzatasi – già a monte dell’approvazione della legge del 1978 – tra conquiste operaie e sindacali in fabbrica, pressioni e mobilitazioni portate avanti dalle varie realtà di movimento, in specie da quello femminista e studentesco –, provvedimenti di pianificazione regionale sanitaria (rafforzati dal decentramento territoriale dei servizi sociali e sanitari). Sinergia politica e culturale si realizzò insomma durante gli anni Sessanta e Settanta rispetto al progetto di riformulare in termini universalistici il sistema sanitario.
Di fatto l’elaborazione del SSN, frutto di un processo ventennale che accompagnò le trasformazioni fondamentali del paese, si combinò con l’emergere di nuove soggettività politiche, intercettando le domande di cambiamento e democratizzazione informanti gli intensi conflitti sociali di quegli anni. Le vicende che portarono alla legge del 1978, si intrecciarono così – anzi ne furono espressione – con una forte pressione dal basso, con le aspirazioni trasformative del tessuto sociale e degli assetti istituzionali, con pratiche politiche e partecipative inedite, con un fermento intellettuale di ampio respiro. Basta ripercorrere il dibattito che portò all’ideazione di quella che fu una vera e propria «istituzione inventata» (Rotelli, 1988) per notare la centralità del coinvolgimento di numerosi attori sociali e politici; ambiti collettivi di ricerca; nuovi saperi, legati in primis al settore medico-scientifico ma sempre più diffusi e condivisi, socializzati; originali forme di lotta e di sperimentazione istituzionale.
Anche soltanto a rileggere i testi di coloro che in prima linea si spesero per la riforma sanitaria, emerge un preciso e condiviso impianto politico e valoriale. Ad accomunare diverse figure come Maccacaro, Giovanni Berlinguer, Franco Basaglia, Alessandro Seppilli, Laura Conti, Ivar Oddone (per citarne soltanto alcuni) furono una visione unitaria e integrata della salute – fisica e psichica, individuale e collettiva – legata alla comunità e al territorio. Furono una concezione politica dell’ambito medico-sanitario e con essa una riconduzione della salute a fatto sociale; una consapevolezza delle responsabilità del capitalismo avanzato e dei suoi dispositivi di controllo e assoggettamento. A ciò si sommò una nuova impostazione del rapporto tra medico e paziente, assai distante da quella gerarchica che era sempre prevalsa nella storia italiana. Nonché si sommò l’opzione per un’organizzazione sanitaria periferica e decentrata, per una sua gestione diretta e partecipata, per la centralità del momento preventivo (e qualitativo) su quello curativo (e quantitativo) dell’intervento sanitario.
Maturò insomma la convinzione che il diritto alla salute, per come sancito dall’articolo 32 della Costituzione, unico diritto sociale espressamente fondamentale, comportasse scelte politiche nelle quali tutta la popolazione dovesse essere attivamente coinvolta, scelte culturali e istituzionali volte tanto a modificare nel profondo gli assetti del paese, quanto a qualificare la natura stessa della democrazia, dei suoi strumenti e presidi. Di qui la critica all’impianto assicurativo tradizionale e prevalente, allora dominato dal sistema delle mutue categoriali, la critica a uno Stato assistenziale paternalistico, categoriale e frammentato, alle logiche contributive vigenti nel sistema sanitario (e previdenziale) di quegli anni, e a quelle del profitto, largamente vigenti nel settore farmaceutico. Di qui, al contempo, la necessità di una tutela della salute da realizzarsi in modo capillare tramite la predisposizione di un servizio sanitario pubblico e universale, finanziato tramite il sistema della fiscalità generale, garantito a tutta la collettività nell’accesso e nel suo uso. Furono l’azione dei partiti di sinistra e della CGIL, le lotte portate avanti dagli operai e dalle operaie dentro e fuori le fabbriche per le proprie condizioni di lavoro e salute, furono le alleanze createsi tra questi, movimento studentesco, movimento femminista, movimento di lotta per la salute e movimento di riforma dell’assistenza psichiatrica, a rendere possibile quanto si istituzionalizzò nel 1978. Fu, non meno, una comune consapevolezza circa il fatto che la medicina non fosse neutrale nei confitti sociali; che il rapporto medico-malato andasse riformulato e liberato da un circuito chiuso e asfittico, come anche la pratica medica disancorata da criteri competitivi e mercantili; che «un ambiente morbigeno» non potesse essere compensato da incentivi salariali, ma andasse modificato e reso più salubre (Berlinguer, 1969). Fu ancora, la raggiunta consapevolezza che tutti gli esseri umani erano sottoposti a ritmi di vita massacranti, a inquinamento generalizzato, a sfruttamento intenso delle proprie vite, di cui vero e ultimo responsabile era il capitale. In questa chiave il problema della salute riguardava tutti e tutte, e l’impegno per «porre fine alla demolizione psicofisica di coloro che creano le ricchezze del paese» chiamava in causa soggetti e istituzioni, poteri e saperi di ogni ambito e disciplina (ibidem).
Lo stesso ruolo e statuto della medicina lungi dall’essere isolato investiva l’intero spazio della comunità, coinvolgeva nuovi attori, era il portato di istanze complessive di democratizzazione capaci di investire la vita quotidiana e tutti i rapporti sociali di produzione e riproduzione.
Erano le comuni esperienze sempre più diffuse sul territorio nazionale a favorire una nuova riflessione sui nessi tra scienza e potere, su una dimensione collettiva della salute, su una sperimentazione istituzionale dei servizi socio-sanitari, su una ricerca estesa all’intero sistema ambientale.
Qui risiedeva l’originalità del “caso” italiano, nel profondo legame instauratosi tra le lotte operaie, studentesche, femministe e il nuovo movimento di rinnovamento della medicina. La rivendicazione della riforma sanitaria nasceva da questa alleanza, capace di costruire forme di partecipazione diretta e contropoteri nei luoghi di lavoro e nella realtà urbane.
Si potrebbe proseguire ancora per molte pagine, citando i tantissimi documenti, libri, inchieste che si susseguirono a riguardo tra gli anni Sessanta e Settanta. Ma ci si limita a una “lezione” poco circolata e dimenticata: quella di “Medicina democratica” (MD), la cui scelta si collocava da una precisa parte. Nei due fondamentali processi, di segno opposto, andati maturando in Italia e nel mondo da tempo, ossia – scriveva nel ’76 Maccacaro – «la medicalizzazione della politica e la politicizzazione della medicina», l’una «come scelta della classe del capitale», l’altra come «scelta della classe del lavoro», MD stava da quest’ultima parte. Le sue elaborazioni e pratiche politiche assumevano la salute in una dimensione collettiva quale condizione e sostanza di quella individuale. Le sue pratiche politiche erano quelle delle lotte (collettive) – per la salute (collettiva) – volte a investire il modo di produzione e l’intera società, facendo propri gli insegnamenti provenienti dai movimenti. Soprattutto da quello femminista, essenziale sia rispetto ai profondi processi di consapevolezza innescati nel campo della salute delle donne e della riproduzione; sia nel dar vita ad alcune significative esperienze auto-organizzative; ma anche da quello basagliano della psichiatria radicale.
E ancora, si potrebbe continuare, ricordando tutte quelle iniziative, incontri diffusi in tante realtà del paese, in cui si misero in comune riflessioni aventi per oggetto di indagine e obiettivo di battaglia politica la salute considerata in termini più complessivi terreno di lotta unificante contro il sistema capitalistico (come si affermava durante un convegno fiorentino del ’73 nato dalle ricerche promosse dal Consiglio di fabbrica della Montedison di Castellanza-Varese).
Ma quel che più preme sottolineare è che si trattò di iniziative discendenti dalle mobilitazioni presenti a livello territoriale e coinvolgenti soggetti diversi: dagli organismi di base, ai consigli di fabbrica e di quartiere, ai comitati attivi nelle istituzioni, ai collettivi di infermieri e operatori sanitari, ai movimenti. Iniziative intente a confrontare saperi diversi, a sfidare le resistenze alle modifiche dell’assetto sanitario-assistenziale, a rilanciare l’avvio di una rottura del sistema sanitario allora vigente.
In sintesi, l’istituzione del SSN si ebbe a conclusione di un processo complesso, partecipato e plurale rispetto al quale fu fondamentale quanto realizzato soprattutto negli anni Settanta. Quanto cioè contribuì a riarticolare le pratiche e le “istituzioni” della partecipazione e dell’autorganizzazione della società per far fronte a bisogni e diritti misconosciuti sino a quel momento dallo Stato e dalla famiglia (sino ad allora rimasta, ma purtroppo tornata a essere, uno dei maggiori pilastri del welfare). Fu in altre parole una certa “qualità” del conflitto ad avere avuto allora un ruolo determinante; conflitto che investì la vita quotidiana e le sue strutture, ebbe come oggetto il sistema di welfare, il territorio e l’ambiente, la condizione femminile, la famiglia, le relazioni tra gli esseri umani, i rapporti tra Stato e cittadini, quelli tra ambito locale e ambito nazionale. L’assetto del SSN rispose a criteri di decentramento – in seno alle Regioni, ai Comuni, alle USL, troppo presto divenute ASL –; a criteri partecipativi, universalistici, opposti a una gestione tecnico-aziendalistica del servizio; alla saldatura tra servizi socio-sanitari di base. Rispose a un’impostazione della salute come fatto sociale e politico (sociale nella genesi e politico nella risoluzione), a una visione integrata dell’intervento sanitario e di quello sociale, alla centralità del momento preventivo e del dato qualitativo, a una organizzazione periferica, decentrata e territoriale, a un impegno diffuso capace di investire questioni legate alla tutela dell’ambiente.
Come per altre (minori) riforme in materia di welfare, la vicenda del SSN confermano la forza propulsiva e produttiva proveniente dal basso, dalle iniziative dirette e partecipate degli interessati, da quelle soggettività collettive e nuove interessate all’«introduzione di modelli profondamente innovatori» (Rodotà, 1995).
Ha scritto di recente uno degli studiosi del SSN che la metafora più adeguata per rappresentare quest’ultimo dopo 40 anni di sua esistenza (e resistenza) è quella del calabrone, al quale le leggi della fisica negano la possibilità di volare, ma che testardamente continua a farlo (Taroni, 2019).
Ecco forse, in questo momento segnato dall’epidemia di coronavirus, il calabrone potrebbe tornare a essere farfalla dal volo certo. Ma questo, come ci insegna la sua storia di ideazione, può dipendere soltanto dalle scelte politiche che a livello soprattutto europeo e internazionale si compiranno, nonché dalla rimessa in campo di un progetto comune che miri al nucleo sostanziale della democrazia, che punti a re-immaginare i nessi tra libertà ed eguaglianza in ogni spazio quotidiano. Può dipendere al contempo dalla responsabilità di ciascuna/o e di tutte/i, dalla «responsabilità della cura» (Gruppo femminista del mercoledì, 2020), dall’agire di soggetti e movimenti in grado di puntare a una trasformazione complessiva all’altezza di «una vita – come recitava l’appello transnazionale per lo sciopero femminista dell’8-9 marzo – che si possa vivere».
G. Berlinguer (a cura di), La salute nelle fabbriche, Bari, De Donato, 1969;
C. Giorgi-I. Pavan, Le lotte per la salute in Italia e le premesse della riforma sanitaria. Partiti, sindacati, movimenti, percorsi biografici (1958-1978), “Studi storici”, n. 2, 2019, pp. 417-455;
Gruppo femminista del mercoledì, Andare e tornare dall’io al noi e dal noi all’io, febbraio 2020;
G.A. Maccacaro, Medicina democratica, movimento di lotta per la salute, relazione introduttiva al convegno costitutivo di Medicina democratica, Bologna, 15-16 maggio 1976, ora in Id., Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Milano, Feltrinelli, 1979;
S. Rodotà, Le libertà e i diritti, in R. Romanelli (a cura di), Storia dello stato italiano dall’Unità ad oggi, Roma, Donzelli 1995;
F. Rotelli, L’istituzione inventata, in «Per la salute mentale/For mental health», 1988, n. 1; Id., L’istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010, Merano, Edizioni Alphabeta, 2015;
F. Taroni, Il volo del calabrone. 40 anni di Servizio sanitario nazionale, Roma, Il Pensiero scientifico, 2019;
Ufficio parlamentare di bilancio, Lo stato della sanità in Italia, Focus tematico, n. 6, 2 dicembre 2019;
C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune come modo di produzione. Per una critica dell’economia politica dei beni comuni, Verona, Ombre corte, 2017.
Qui il PDF
———————————————————-
Cronaca di una pandemia annunciata
di Nicoletta Dentico
[segue]

Cosa ci insegna la tragedia del coronavirus. Cosa fare subito e al più presto.

costituente-terra-logouna Terra
un popolo
una Costituzione
una scuola


IMPARARE DA CIÒ CHE PATIAMO
La situazione creatasi col virus, che riguarda direttamente tutti gli abitanti della Terra – e per la prima volta noi lo sappiamo – ci consegna dei mandati che a crisi risolta (e alcuni anche subito) occorre mettere a tema delle cose da fare e da pensare, come è nel progetto della nostra scuola.

1. Avvalorandosì l’idea della necessità di istituti di garanzia e attuazione dei dettati costituzionali, si manifesta che il più urgente di tutti è un’autorità mondiale per la sanità con mezzi efficaci e misure omogenee, o comunque decise sulla base di criteri omogenei e globali, a beneficio di tutta la popolazione, nonostante e al di là dei confini statuali. Se c’è un Trump negazionista della pandemia o mezza Europa che pensa a trarne vantaggio politico o finanziario, non si può lasciare che ciò metta a rischio l’intera popolazione della Terra e ne azzeri il diritto alla vita. A differenza dell’attuale Organizzazione Mondiale della Sanità o come suo sviluppo l’autorità sanitaria mondiale dovrà avere, anche grazie a una apposita fiscalità, mezzi adeguati, corrispondenti a una ragionevole quota del PIL mondiale, per assicurare vaccini, farmaci salvavita, e cure essenziali a tutti gli abitanti della Terra, nessuno escluso. Le modalità, i limiti, l’armonizzazione con le autorità nazionali anche ai fini della prevenzione, sono tutti da studiare.

2. In Italia il governo e il suo presidente hanno esercitato poteri eccezionali ma con fondate motivazioni, gradualità e costante cura della persuasione e del consenso, mentre la ministra degli Interni ne cura l’osservanza con moderazione grazie al fatto che non opera pensando a sè o a propri interessi ma ai cittadini. È chiaro tuttavia che questo uso dei poteri nei casi d’eccezione presenta un rischio di infedeltà al dettato costituzionale in assenza di agibili garanzie. Perciò, come ha sottolineato il quotidiano “Avvenire” in un articolo di Marco Olivetti che riprendiamo sul nostro sito, a crisi conclusa si dovrà prevedere un quadro normativo adeguato anche a fronte di eventi eccezionali e imprevedibili come quello in corso.

3. Nelle condizioni straordinarie in cui è costretta a vivere un’intera comunità è essenziale una corretta informazione e anche la fornitura di contenuti culturali didattici e formativi che possano lenire il danno della chiusura delle scuole, dei teatri, dei musei e delle altre strutture ordinate alla vita intellettuale delle persone, mentre un’accentuata comunicazione, non sempre edificante, corre nei social. Ciò conferma l’importanza e la necessità di un servizio pubblico come quello oggi espletato dalla Rai e da Radio Radicale nelle trasmissioni in convenzione; né tutto si può affidare ai computer e agli altri oggetti telematici perché gran parte della popolazione povera o anziana ne è sprovvista e in questa materia non si possono dare per scontate opzioni di classe o di fasce d’età. Quindi bisogna puntare sul mezzo più tradizionale e più facilmente fruibile, la televisione, di cui dovrebbero essere fornite a spese dello Stato anche le famiglie che ne sono sprovviste, a cominciare dal Sud. Un canale della RAI dovrebbe essere interamente dedicato a questo scopo, visibile in chiaro, senza inquinamenti pubblicitari, con particolare riguardo agli studenti della fascia dell’obbligo scolastico nelle ore del mattino o del primo pomeriggio, con una limpida e non arrogante informazione, con la proposizione di contenuti attinenti al nostro grande patrimonio culturale e ideale e anche con forme di scambio interattivo oggi tecnicamente possibili. Una parziale sopravvivenza di tutto ciò potrebbe venire bene anche a crisi conclusa come riserva di uno spazio comunicativo informativo e dialogico non posseduto e determinato dal mercato.
[Fonte: Newsletter n. 7 del 13 marzo 2020]
——————————————————————
george_grosz_005_eclisse_di_sole_1926-khlc-u4351034445811rrf-1224x916corriere-web-sezioni-593x443
“QU’EST CE QUE EST L’EUROPE?”
di Francesco Domenico Capizzi*
In questi giorni drammatici per l’Italia, per i Paesi europei e il Mondo intero si assiste ad una sostanziale assenza della Unione europea, come anche di Organismi internazionali: principalmente l’ONU con la sua Agenzia che risponde al nome di Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Mancano progetti e coordinamenti sovranazionali comuni per fronteggiare l’avanzata del virus. La dichiarazione, inevitabile, di “pandemia” non esaudisce le attese, che conferirebbero valore ad Unione europea ed Organizzazioni internazionali, di un coordinato soccorso scientifico e materiale che, ovviamente, non può che essere realizzato globalmente e con metodo interlocutorio con le realtà epidemiche rapidamente cangevoli che si affacciano in ogni istante in tutte le Regioni geografiche del Pianeta. Nella realtà ed in sostanza, ogni Stato pensa a sé stesso come se i confini politico-geografici possano limitare, differenziare e addirittura impedire l’impatto dell’onda epidemica.
Ridiventa così attuale, in verità senza mai aver perso i suoi connotati amletici, l’antico aforisma del XVII secolo coniato da Bernard le Bouyier le Fontenelle, membro della Académie Royale des Sciences de Paris, applicabile alle attività di varie Organizzazioni e Assemblee internazionali: “qu’est ce que est l’Europe? Une pensèe qui ne se contente jamais, une recherche desespérée qui fait sa gloire et sa tourmente”** (Pluralité des Mondes 1686, Éditions Sociales, Paris 1967).
La inerzia europea ed internazionale si manifesta dolorosamente in questo drammatico frangente, corposo e inatteso diaframma della contemporaneità, ma è ben preceduta storicamente e probabilmente anticipata dalla solita flemma, pur a fronte di situazioni pandemiche già imperanti note ed arcinote ad Europa, OMS, riunioni di G7 e G20 e ad ogni parte del Mondo e relative organizzazioni e connessioni (Stroke, 38, 915, 2007; Lancet Public Health, 2017; European Respiratory Society, 2017; Arch Dis Child, 102, 7, 2017; Si-Environmental Health Perspective», 2017, ecc.).
Il 90% della popolazione mondiale respira inquinanti tali da causare 7 milioni di decessi per anno a causa di inalazioni di polveri sottili ed ultrasottili, prodotti dalla combustione di carbone, legna e derivati del petrolio. Nella metà dei casi i decessi avvengono per infarto miocardico e ictus cerebrali, nella restante metà per bronco-pneumopatie cronico-ostruttive (BPCO), enfisemi e tumori polmonari. Secondo stime più pessimistiche l’inquinamento atmosferico è causa, addirittura, di 9 milioni di morti nel Mondo per anno, in particolare di 6,5 milioni per malattie cardiovascolari e respiratorie, di 1,8 milioni per inquinamento delle acque. Per le medesime ragioni in Europa si contano 500.000 decessi per anno, dei quali 7% bambini e ragazzi che non hanno ancora compiuto i 15 anni. Con valori medi di “particolato” per metro cubo di aria ambiente, le Città italiane (fra cui soprattutto spiccano Torino con 39, Milano con 37, Napoli con 35) risultano fra le più inquinate d’Europa con quantità di polveri sottili (Pm10) che superano il valore limite dichiarato inopinatamente “accettabile” dall’OMS e dall’Europa.
In Italia sono 8.500 i decessi (9-10%) della mortalità complessiva fra gli adulti al di sopra dei trent’anni per tante cause (alcoolismi, droghe, tumori) con esclusione degli incidenti stradali.
Soltanto di recente l’OMS ha manifestato l’intenzione di indagare, sui possibili effetti dei microfilamenti di plastica ingeriti, dopo che «Orb Media», rivista no-profit con sede in Washington, nel 2017 ne ha denunciato la presenza in bottiglie di plastica in misura del 93%.
Amianto? Nonostante siano stati riconosciuti potenti cancerogeni fin dagli anni ‘60-’70 in Italia ne persistono sparsi almeno 30 milioni di tonnellate.
Il 45% della popolazione italiana è in sovrappeso od obesa (5.000.000), con conseguenti malattie associate ed una minore attesa di vita, di cui il 22% in età preadolescenziale con associati diabete, ipertensione arteriosa (nei bambini obesi si attesta sul 24%!), aterosclerosi, steatosi epatica, cardiopatie, osteo-artropatie, ecc. Cancerogeni in libera circolazione? Assommano in un numero di circa 150 accertati e di altrettanti sospetti.
Tabagismo? A fronte di 90.000 decessi all’anno per tumori polmonari (90%), infarti miocardici (4/5), ictus cerebrali (80%), tumori dell’apparato digerente (20%) e dell’apparato urinario (80%) mancano informazioni serie rivolte ai cittadini che continuano a fumare 51 miliardi di sigarette in Italia.
Antibiotico-resistenza? L’Italia, con 7.000-10.000 decessi per anno, è in testa alle classifiche a causa di un consumo smodato di antibiotici, cresciuto in pochi anni del 40% e con il 70% utilizzato negli animali d’allevamento. Infezione da virus dell’epatite C (HCV)? Il 25% dei portatori è affetto da cirrosi, con relativa esposizione al carcinoma epato-cellulare. Si stima che l’evoluzione verso la cirrosi raggiungerà il 50% entro pochi anni se non si troverà il modo di prevenire l’infezione e rendere accessibili, sul piano economico e organizzativo, i farmaci specifici.
Eccessi di consumo di alcool? In Italia sono a rischio di cirrosi 10 milioni di persone.
Morbo di Alzheimer? In Italia i malati di Alzheimer sfiorano il milione, in Europa i 7 milioni e gli attuali 50 milioni di malati nel Mondo potrebbero raggiungere i 135 milioni nel 2050.
Autismo? Evidenziata una relazione con l’esposizione delle madri ai pesticidi utilizzati in agricoltura. Le Istituzioni preposte tendono ad imporre la riduzione dei dosaggi piuttosto che ad impedirne la produzione e la libera circolazione nel commercio mondiale
Cosa è prevedile trascorso il ciclone pandemia “SARS-CoV-2”? Che le Istituzioni nazionali ed internazionali ignoreranno le pandemie già esistenti. Viene da chiedersi se progresso e sviluppo e la nostra stessa esistenza debbano incentrarsi nel comprare e vendere, come sostiene Moni Ovadia, e se dovremo fare nostra, europei e cittadini del Mondo, la denuncia da Robert Kennedy pronunciata all’Università di Kansas City 80 giorni prima dell’assassinio: “…Il prodotto interno lordo non apprezza la salute, la qualità dell’educazione e le gioie della vita, la bellezza della poesia e la solidità dei valori familiari, l’intelligenza e l’onestà, la giustizia nei tribunali e l’equità sociale, l’arguzia e il coraggio, la saggezza e la conoscenza né la compassione e la devozione che si devono alla Comunità nazionale. Misura tutto eccetto quanto rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice molto dell’America, ma non ci rende orgogliosi di essere americani».
—————-
*Francesco Domenico Capizzi, già docente di Chirurgia Generale nell’Università di Bologna e direttore di Chirurgia generale negli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna.
- Articolo pubblicato anche sulla news online Mentepolitica.
—–
**Cos’è l’Europa? Un pensiero che non è mai soddisfatto, una ricerca disperata che fa la sua gloria e il suo tormento.
————
- Illustrazione dell’articolo sulla medicina: George Grosz, Eclissi di sole: