Editoriale

Potrà sorgere un’ ”alba per una nuova vita”?

alba
Il “presentismo” come causa del peggior populismo
«Il superamento della crisi dipende dalla capacità della politica di ricuperare il suo antico collegamento con la società, impedendo che il populismo, il nuovo spettro che si aggira per il mondo, possa ulteriormente consolidarsi. Ciò però presuppone, non una continua attività di demonizzazione, qual è quella con cui in Italia si cerca ora di esorcizzare il pericolo del populismo, ma l’elaborazione di un progetto per il futuro, in grado di offrire all’intera società il senso di una sicurezza sociale ed economica che la politica non ha sinora saputo affrontare.»

di Gianfranco Sabattini*

Il XX secolo è stato caratterizzato dal fatto che capitalismo e democrazia sono stati “coniugati” attraverso uno stretto rapporto tra politica e società; il XXI secolo, invece, con l’approfondimento e l’allargamento della globalizzazione, sembra destinato a connotarsi in termini del trionfo di un capitalismo che, ridimensionando la democrazia, sta causando una cesura sempre più profonda tra politica e società. Rimuovere questa cesura significa, affermano Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, in “Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità”, costituisce oggi una priorità ineludibile, se si vuole ricuperare la politica alla sua funzione originaria e realizzare così le condizioni per un’”alba di una nuova vita”.
“L’uomo occidentale è in piena crisi antropologica. Non riesce più a governare la modernità e ha smarrito la sua bussola più preziosa: il rapporto con il tempo lineare, l’unico in grado di riservare la nostra identità. Da qui la sottomissione a un eterno presente, il tempo circolare, frantumato in un’incessante sequenza di attimi. Una forma di nuova schiavitù”. Il tempo, sottolineano gli autori, è per sua natura lineare, perché si sviluppa secondo un continuum che dalle radici del passato porta l’uomo alla progettazione del proprio futuro; riducendo il tempo ad un andamento circolare, se ne snatura la linearità e lo si priva di significato, allontanando l’uomo dal sentiero della storia.
Accade così che l’uomo diventi vittima del “presentismo”, del quale soffre le conseguenze negative, sia nella sfera privata che in quella pubblica; il tempo circolare lo spinge a “rattrappirsi” nell’”io”, soffrendo dei limiti di un progresso tecnologico declinato “con le categorie del tempo presente”, quindi ad una velocità cui l’uomo non è abituato, sul piano economico, politico e antropologico.
Sul piano economico, il tradizionale conflitto tra capitale e lavoro ha assunto nuove forme, anch’esse determinate dal tempo presente. Il capitale ha cessato d’essere motivato all’investimento, risultando invece prevalentemente orientato alla ricerca della rendita; mentre il lavoro, la cui difesa è stata al centro dell’attività politica per gran parte del Novecento, sta subendo una riduzione dei diritti acquisiti, congiuntamente ad una restrizione delle garanzie del welfare realizzato.
Sul piano politico, il presentismo sta compromettendo i “pilastri” della democrazia rappresentativa, separando la politica dalla società, che divengono due mondi tra loro incomunicabili e sempre più distanti; di conseguenza, la loro residua comunicazione, ispirata all’”ora e subito”, impedisce di tener conto “di quanto si è detto ieri” e fa sparire ogni interesse “per ciò che potrebbe accadere domani”.
Sul piano antropologico, infine, l’allontanamento dell’uomo dal sentiero della storia – affermano De Rita e Galdo – sta segnando la sconfitta dell’umanesimo, poiché il presentismo schiaccia, sia l’uomo in quanto singolo, sia la società della quale egli è parte, in modo tale da estraniarli da ogni progettazione per il futuro.
Un’”alba per una nuova vita” potrà sorgere solo se, in luogo del presentismo, sia l’uomo che la società saranno in grado di dare risposte adeguate alle conseguenze negative originate dalla globalizzazione; conseguenze riguardanti, da un lato, la sicurezza, intesa come garanzia della conservazione e del potenziamento dei diritti acquisiti, e dall’altro lato, la possibilità di poter fare affidamento su un benessere crescente, inteso come capacità di assicurare alle generazioni future condizioni esistenziali non inferiori a quelle delle generazioni del passato.
L’uomo e l’umanità potranno avere successo nel contrastare le conseguenze negative indotte dalla globalizzazione, solo se sapranno trovare il modo di superare i limiti dell’”economia presentista”. Questa, a parere degli autori, ha il suo “mantra nella formula ripetuta ossessivamente dai manager più importanti e più pagati del mondo: ‘creare valore’”. Questo “mantra” evoca il breve periodo, che costituisce il paradigma di riferimento della moderna attività finanziaria, quindi il suo sopravvento sull’economia reale.
L’avvento della primazia della finanza sull’economia reale è valsa a consegnare “il primato ai mercati finanziari [...] sempre più guidati dagli algoritmi e dai software”; nel mondo capitalistico a decisioni decentrate, le scelte economiche a livello micro e macro, nazionali e internazionali, “sono diventate così ostaggio di oscillazioni misurate in termini di giorni, ore, minuti”, consentendo al “presente” di condizionare l’intero funzionamento stabile dell’economia, che per invertire le fasi negative del processo economico dovrebbe disporre, invece, di progetti innovativi di medio-lungo periodo. Accade così che il “presentismo economico” orienti verso il basso la distribuzione del prodotto sociale, a favore di gruppi sempre più ristretti e, date le crescenti disuguaglianze distributive, a scapito dell’inclusione sociale.
Sul tronco di siffatta economia, in Italia, – affermano gli autori – si è innestato il crescente numero dei rentiers, per i quali “gli imperativi di una società che mira a proteggersi attraverso lo scudo della rendita, diventano un’ossessiva tendenza alla moltiplicazione del risparmio, inteso come cash, denaro liquido disponibile da far fruttare, e a un mutamento negli stili di vita ispirato a una voglia di sicurezza e a orizzonti temporali di breve termine”.
L’espansione del risparmio, per il finanziamento di operazioni orientate alla ricerca della rendita, comporta che il patrimonio accumulato non sia più diretto a finanziare attività produttive, ma ad alimentare una nuova forma di “economia sommersa”, molto diversa da quella formatasi nel recente passato. Allora, il sommerso era il protagonista di un’espansione caotica di un sistema di piccole e medie imprese, che ha portato all’”esaltazione” del “piccolo è bello” e all’industrializzazione diffusa nel territorio; quello attuale, invece, manca di esprimere “nuovi e originali percorsi di crescita economica”, mostrando solo segnali di una chiusura a riccio del “corpo sociale”: ieri, il sommerso guardava al futuro, oggi “ha l’occhio spento sul presente”. Ciò penalizza soprattutto le nuove generazioni, e sebbene la situazione italiana sia comune alla maggioranza dei Paesi occidentali ad economia di mercato, la disoccupazione giovanile in Italia è tra le più alte.
La penalizzazione, tuttavia, ha colpito l’intera società italiana, anche per via dell’impatto diretto esercitato, in modo sempre più profondo, dal progresso scientifico e tecnologico, a causa della continua “distruzione” delle opportunità lavorative che esso sta provocando; Aciò la “politica presentista” cerca di porre rimedio attraverso un crescente aumento della precarizzazione del lavoro. Inoltre, la politica, sottomessa all’immediatezza, sta perdendo cognizione del fatto che l’aumento del benessere dell’Italia è stato realizzato – sostengono De Rita e Galdo – attraverso la “spinta di due motori, oggi entrambi inceppati; il primato della politica e l’inclusione sociale, con un ‘ascensore’ in continuo movimento verso l’alto”.
Questo inceppamento sta causando la separazione della politica dalla società; ciò vale a travolgere i “presidi più importanti della politica del tempo lineare, radicata nella memoria e con lo sguardo proiettato verso il futuro: le istituzioni”. La distorsione di queste ultime sta svuotando l’istituto della rappresentanza democratica, spesso sostituito “dalla personalizzazione sfrenata di una fasulla democrazia diretta”; via via che la società e la politica dell’immediatezza si divaricano, per effetto della perdita del ruolo delle istituzioni come cerniera tra le due “sfere” (della società e della politica), si sta espandendo il tanto deprecato populismo, il quale non nasce a seguito della crescente separazione del popolo dalla politica, ma per l’inadeguata capacità di questa nel dare risposte ai problemi connessi all’aumento continuo della complessità nella società contemporanea.
Se si fosse voluto evitare il distacco della società dalla politica, quest’ultima – a parere di De Rita e Galdo – si sarebbe dovuta tradurre “nella ricerca faticosa e costante di mediazioni, sintesi, compromessi”. Al contrario, la semplificazione resa possibile dal presentismo ha imposto una politica priva della valutazione realistica dei problemi; fatto, questo, che ha dato luogo a due sentimenti collettivi, la “rabbia e la nostalgia”, oggi prevalenti all’interno di quelle società la cui politica, non riuscendo ad intercettarli e ad affievolirli, è chiamata a confrontarsi con il populismo.
La “rabbia” è dovuta alla frustrazione di chi ha perso la percezione della sicurezza sociale ed economica che la politica del passato aveva per un lungo periodo di tempo assicurato; il diffuso risentimento causato da questa perdita di sicurezza porta i soggetti che ne sono vittime ad affidarsi al “capopopolo di turno”, che li orienta contro l’attività politica, accusata di inefficienza, perché prona ai diktat dei mercati finanziari. La “nostalgia”, invece, è dovuta al fatto che gli stessi soggetti, dopo aver interiorizzato un forte senso di insicurezza, sono portati a rimpiangere ciò che non sono riusciti a realizzare nel passato. In entrambi i casi – sostengono gli autori – viene “negata la necessità del tempo e della profondità, elementi essenziali della democrazia”, con la conseguenza che si afferma, come pensiero unico dominante, “l’immediatezza di una presunta, autentica volontà popolare”.
Contro chi critica la sottomissione della politica al tempo presente si potrebbe obiettare, osservano De Rita e Galdo, che il progresso scientifico e tecnologico, proprio delle società capitalistiche attuali, giustifichi la velocità e la semplificazione dell’attività politica presentista, perché giudicata idonea ad assicurare al sistema sociale una leadership politica all’altezza dei problemi del mondo globalizzato. Gli autori negano che ciò corrisponda al vero; la velocità e la semplificazione dell’attività politica può tutt’al più servire a catturare e a consolidare il consenso elettorale nei momenti di crisi, ma il presentismo che la caratterizza ne costituisce il suo punto di debolezza ineliminabile.
Il presentismo, infatti, non valutando realisticamente i problemi sociali che nascono dal cambio d’epoca in corso, non è per sua natura veritiero, perché manca di una visione appropriata del futuro; quest’ultima dovrebbe essere fondata su un insieme di progetti collocati dentro un unico orizzonte temporale, mentre l’immediatezza degli obiettivi, nutrendosi spesso di “bugie, o comunque di una ricorrente distorsione della realtà”, può solo suggerire un’attività politica non rispondente ai sentimenti di frustrazione e di nostalgia, che danno la spinta alla diffusione del populismo. L’affabulazione del presentismo, quindi, è la madre di tutte le peggiori forme di populismo.
In conclusione, secondo De Rita e Galdo, il mondo capitalistico retto da regimi democratici si trova ora “nel mezzo di un cambio d’epoca, con orizzonti che eccitano per la portata dell’innovazione e con l’incubo di una crisi di civiltà, e soltanto la politica può darci le bussole per attraversare il deserto del cambiamento”; le società capitalistiche occidentali sono senz’altro coinvolte in una crisi, la cui irreversibilità però non è affatto scontata.
Il superamento della crisi dipende dalla capacità della politica di ricuperare il suo antico collegamento con la società, impedendo che il populismo, il nuovo spettro che si aggira per il mondo, possa ulteriormente consolidarsi. Ciò però presuppone, non una continua attività di demonizzazione, qual è quella con cui in Italia si cerca ora di esorcizzare il pericolo del populismo, ma l’elaborazione di un progetto per il futuro, in grado di offrire all’intera società il senso di una sicurezza sociale ed economica che la politica non ha sinora saputo affrontare.
Non è accettabile che, per sconfiggere la presunta irrazionalità del populismo, non si sappia sostenere altro che la validità di una politica presentista, solo perché questa è ritenuta idonea a garantire il facile accesso ai mercati finanziari internazionali, per approvvigionare lo Stato delle risorse che da troppo tempo esso non sa reperire al proprio interno. L’eccessiva preoccupazione di salvaguardare la fiducia sulla quale i creditori esteri devono poter contare nei confronti dell’Italia, non è di per sé uno dei motivi, se non il più importante, che giustifica la tesi secondo cui la causa del populismo è la mancanza di progettualità della classe politica, la cui azione dall’avvento della globalizzazione non ha saputo evitare la deriva del presentismo e la comparsa dei capipopolo?

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“Cattive” informazioni e rischi per la democrazia

10f6f602-1f3d-4da4-ba7a-8a303afab397Se i cittadini non sono correttamente informati sul come vengono governati e come funzionano realmente le strutture istituzionali economiche e politiche, è inevitabile che i “poteri forti”, spesso occulti, si approprino della direzione dello Stato e della società; corrispondentemente, la stampa e in generale il sistema mass-mediatico, in luogo di costituire la stella polare dell’”ethos comunitario”, degradino, svalutando la loro funzione, per svolgere solo il ruolo di “cane da guardia” degli interessi di chi detiene posizioni di potere fuori controllo in seno alla società.
“Cattive” informazioni e rischi per la democrazia

Gianfranco Sabattini*

Gli attacchi all’”informazione vera” e la diffusione di “cattive o false informazioni” stanno ponendo “fine alla competenza”, intesa quest’ultima, non come scomparsa della conoscenza di argomenti specifici acquisita con l’impiego degli strumenti gnoseologici pro-tempre disponibili, ma come rifiuto della “razionalità obiettiva” e di ogni forma di autorità consapevole, spesso sulla base di pregiudizi e di superstizioni.
Sembra di assistere alla chiusura di un ciclo, afferma Tom Nichols, docente alla U.S. Naval War College alla Harvard Extension School, in “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”; un ciclo, iniziato nell’età pre-moderna, in cui la saggezza popolare colmava “inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente basato sulla specializzazione e la competenza, fino a un mondo postindustriale e orientato all’informazione, dove tutti i cittadini si ritengono esperti di qualsiasi cosa”; con l’accusa rivolta alla conoscenza esperta d’essere l’esito di un elitarismo, con cui “viene soffocato il necessario dialogo richiesto da una democrazia ‘reale’”.
Nel suo volume, l’autore affronta il tema del prevalere dell’incompetenza, approfondendo, in particolare, il rapporto tra esperti e cittadini in un sistema retto da istituzioni democratiche, chiedendosi perché questa relazione si sia pericolosamente affievolita. Gli attacchi al “sapere consolidato”, a suo parere, hanno una lunga storia dietro di sé; essi si affermano e si diffondono con il consolidarsi dei moderni sistemi di informazione. A parità di condizioni, secondo Nichols, in passato prevaleva un “minore attrito tra esperti e profani, ma solo perché, semplicemente, i cittadini non erano in grado di sfidare gli esperti in modo sostanziale” ed anche perché “nell’era precedente erano pochi i luoghi pubblici in cui lanciare simili sfide”. Fino all’inizio del Novecento, la partecipazione alla vita intellettuale e politica era molto limitata, per cui i dibattiti sulla conoscenza e sulla politica che veniva attuata erano tutti condotti da una piccola “cerchia” di istruiti.
Solo a partire dall’inizio della seconda metà del secolo scorso, i cambiamenti sociali indotti dal rapido diffondersi del benessere economico, sono state infrante le vecchie distinzioni di classe, allargando il confronto tra le élite degli esperti e i cittadini; così che, uno “spazio di dibattito più ampio ha significato più conoscenza, ma anche più attriti sociali”. Ciò perché, un’informazione più diffusa è divenuta il fattore che ha messo “in contatto diretto una minoranza di esperti e la maggioranza dei cittadini, dopo quasi due secoli in cui raramente le due categorie hanno dovuto interagire tra loro”.
Il risultato di questa accresciuta interazione non è stato un “maggior rispetto” per un “sapere vero”, ma la diffusione e il radicamento della convinzione secondo cui tutti sono informati quanto gli esperti; in tal modo, l’esito finale è stato l’opposto di quello che ragionevolmente si sarebbe dovuto avere, ovvero l’apprendimento da parte del pubblico di un sapere inteso come “punto di arrivo” dell’informazione acquisita e non come fase iniziale, aperta perciò a un suo ulteriore e continuo miglioramento. Si è trattato, a parere di Nichols, di un risultato “pericoloso” per il corretto svolgersi del processo decisionale nelle democrazie.
Il miglioramento dell’informazione, acquisita attraverso i sistemi dell’istruzione e dei mass-media, avrebbe dovuto consentire il superamento delle lacune presenti nella conoscenza dei cittadini; è accaduto invece il contrario, in quanto il sistema della formazione, e in particolare quello mass-mediatico, ha considerato e trattato la formazione e l’informazione alla stregua di una “generica merce”, trasformandola, secondo Nichols, in una parte integrante del problema del deteriorarsi del rapporto tra esperti e cittadini.
La moderna era della tecnologia, pur avendo ampliato la possibilità della diffusione dell’informazione razionale, ha contribuito all’affermazione della disinformazione. Nelle società democratiche, caratterizzate dalla libera circolazione dell’informazione, i mass-media avrebbero dovuto essere “i maggiori arbitri nella grande mischia tra ignoranza e cultura”; i cittadini avrebbero dovuto potersi affidare ai media per essere correttamente informati, consentendo loro di separare i fatti da una loro presentazione di convenienza, prospettandoli nel modo più semplice e intelligibile possibile. Per converso, gli operatori dei media avrebbero dovuto coltivare l’interesse ad approfondire le proprie conoscenze, per diventare competenti nella presentazione dei fatti. Tutto ciò non è avvenuto, per cui l’aspetto più negativi della fine della mediazione da parte dei media tra “informazione e ignoranza” è divenuto oggi uno degli ostacoli al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.
Nelle democrazie, è gioco forza che i rappresentanti eletti non potendo padroneggiare tutti gli aspetti dei fatti e delle situazioni su cui assumere decisioni per conto dei cittadini che li hanno espressi, si affidino all’aiuto di esperti e professionisti; ma, se manca un “intermediario” che controlli il rapporto tra decisori politici ed esperti viene meno la fiducia dei cittadini nella democrazia. Quando gli esperti danno pareri ai politici, i cittadini, dal canto loro, per poter giudicare i “servizi” degli esperti e le conseguenti decisioni, devono essere correttamente informati sulle problematiche oggetto delle decisioni. Se ciò non avviene, il rischio che insorge è quello di un possibile “dirottamento”, operato da demagoghi o da “poteri forti” presenti in ogni contesto sociale, della democrazia, fino a trasformarla in una “tecnocrazia autoritaria”.
La complessità delle problematiche delle democrazie moderne ha fatto sì che competenza e governo diventassero interdipendenti e che il rapporto di reciproca dipendenza fosse facilitato dal progresso tecnologico e dalla divisione del lavoro, con un corrispondente approfondimento delle professioni. Questo processo ha riguardato anche il comparto dell’informazione; oggi, i cittadini dispongono di una quantità di informazioni come mai è avvenuto nel passato, ma una “quantità maggiore di ogni cosa – afferma Nichols – non significa maggiore qualità di ogni cosa”. Il fatto che i cittadini dispongono oggi di molte più fonti di informazione rispetto a qualsiasi altro momento del passato equivale ad un notevole ampliamento della scelta sul come informarsi; ciò è vero, ma non significa che essi abbiano anche acquisito la possibilità di accedere ad una migliore informazione.
Il progresso economico e tecnologico ha favorito l’espansione del comparto dei media e il moltiplicarsi delle imprese giornalistiche; ma l’aumento delle “testate”, pur significando una maggior concorrenza fra le imprese giornalistiche, ha portato alla divisione del pubblico in “nicchie politiche” particolari, mentre è cresciuto spropositatamente il numero dei giornalisti impegnati a “confezionare” l’informazione per il pubblico, a prescindere dalla loro competenza ad informare obiettivamente il pubblico sulle questioni politiche oggetto delle decisioni politiche.
E’ questo, secondo Nichols, l’aspetto più negativo cui è andato incontro il sistema dell’informazione; l’aver preferito “confezionare” notizie e informazioni gradite al pubblico, o l’essersi “messo a disposizione” di gruppi sociali specifici per la cura del loro interessi “particulari”, lo hanno allontanato dalla funzione che esso avrebbe dovrebbe svolgere preminentemente all’interno dei moderni sistemi sociali avanzati. Ciò è avvenuto in modo progressivo, come osserva l’Editoriale di MicroMega (n. 3/2018), prima con i giornali, poi con gli altri media (radio, televisione, web).
Quale dovrebbe essere il ruolo del sistema mass-mediatico, dei giornalisti che lo alimentano e delle imprese che lo gestiscono? Questo ruolo dovrebbe consistere nel “criticare nel modo più radicale e intransigente [...] gli atti del potere”. Tutta l’attività che concorre ad alimentare l’offerta di un’informazione razionale e autonoma al pubblico è invece venuta meno alla sua ragion d’essere; in altri termini, è venuta meno all’etica con cui il sistema mass-mediatico dovrebbe orientare l’informazione diretta alla formazione dell’opinione pubblica.
Lo smarrimento della moralità propria dei media, a parere di Marco D’Eramo (“Invenzione, ascesa e declino del giornale”, MicroMega n 3/2018), deve ricondursi al fatto che l’informazione mass-mediatica è divenuta una “merce bizzarra”, nel senso che ha acquisito la caratteristica di un “prodotto di massa” e non quella di un “bene di lusso”, con costi di produzione sempre più alti; cosicché, l’editore, ovvero colui che ne gestisce il processo produttivo dei media, ha dovuto aprirsi all’accoglimento di finanziamenti “non-disinteressati”. In tal modo, l’editore, mentre “vende” l’informazione ai lettori dei suoi giornali, nello stesso tempo egli “vende” i lettori ai suoi finanziatori.
Così, secondo D’Eramo, l’editore ha trasformato il lettore in “prodotto da vendere”, riuscendo ad “innescare” una spirale perversa: una maggiore “tiratura” delle copie del giornale da vendere richiede maggiori costi, per la cui copertura sono necessari crescenti finanziamenti, che si possono ottenere solo garantendo ai finanziatori non-disiteressati la legittimazione delle loro pretese da parte del maggior numero possibile di lettori. Tutto ciò è valso a radicare il convincimento, errato, che le democrazie possano funzionare senza il supporto dell’opinione pubblica.
Si può pertanto concludere, condividendo Nichols, con l’affermazione che, se non contrastato, il crollo dell’informazione razionale ed autonoma è destinato ad alimentare un circolo vizioso negativo per la democrazia, a causa del disimpegno nel controllo dell’attività di governo da parte della comunità.
Se i cittadini non sono correttamente informati sul come vengono governati e come funzionano realmente le strutture istituzionali economiche e politiche, è inevitabile che i “poteri forti”, spesso occulti, si approprino della direzione dello Stato e della società; corrispondentemente, la stampa e in generale il sistema mass-mediatico, in luogo di costituire la stella polare dell’”ethos comunitario”, degradino, svalutando la loro funzione, per svolgere solo il ruolo di “cane da guardia” degli interessi di chi detiene posizioni di potere fuori controllo in seno alla società.
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LAVORO: in attesa di una nuova rotta

…però poi la rotta nuova bisogna tracciarla e percorrerla, con politiche che per forza di cose sono diverse dal ‘semplice’ riscrivere le regole giuslavoriste; politiche che vadano a contrastare il male antico dell’economia italiana, una bassa produttività che crea soprattutto lavori ‘poveri’. E dunque: investimenti pubblici, politiche industriali, sostegno alla produttività, formazione, ricerca e sviluppo. È quello che chiedono molti economisti di scuola keynesiana, che sostengono sindacati come la Cgil, che dicono gli stessi esponenti pentastellati. E allora?
lavoro
Il lavoro non si crea per decreto
di Roberta Carlini, su Rocca

Il nuovo governo va in vacanza con le truppe ben schierate. Salvini, com’era ovvio fin dall’inizio, presidia l’ala destra, sollevando un tema al giorno sempre nello stesso filone – la sicurezza, e dunque la difesa da una minaccia esterna, che sia il migrante sul barcone o il ladro in casa; Di Maio, dopo un imbarazzante lungo silenzio, ha piazzato il suo pallone sull’ala sinistra, con il decreto detto «dignità», avente a oggetto i contratti a termine, le delocalizzazioni, il gioco d’azzardo. Le molte piazzate di Salvini e le poche sue decisioni non hanno finora cambiato la vita degli italiani, mentre hanno cambiato, a volte con conseguenze tragiche, quella degli stranieri, fuori e dentro i nostri confini. E le decisioni di Di Maio? Riuscirà il «decreto dignità» ad avere qualche effetto sul mondo del lavoro e delle imprese?
Nei giorni successivi alla sua approvazione, l’attenzione di tutti si è concentrata sulle stime che hanno fatto gli uffici dell’Inps. Secondo i quali c’è il rischio che una piccola parte di tutti i contratti a termine in scadenza non sia rinnovata, a causa dell’inasprimento delle condizioni e dei nuovi vincoli. Ricordiamoli: nella versione originaria del decreto (in parlamento può poi succedere di tutto), il contratto a tempo determinato non potrà durare più di 24 mesi (prima erano 36), al superamento dei 12 mesi se ne dovrà in ogni caso dichiarare la causale (spiegare il motivo per cui si ricorre al contratto a tempo e non a un’assunzione permanente: obbligo che era stato cancellato dal decreto Poletti del 2014); non si potrà rinnovare più di 4 volte (prima erano 5), e a ogni rinnovo si avrà un aggravio del costo contributivo dello 0,5%. Insomma, una stretta di freni, per scoraggiare l’uso di questa formula. Formula che peraltro è di grandissimo successo, se si considera che nell’ultimo anno – da maggio 2017 a maggio 2018 – ben il 95% di tutti i nuovi occupati è entrato con una qualche formula a termine, mentre le assunzioni permanenti hanno interessato solo l’1% della nuova occupazione (il restante 4% sono indipendenti).

i numeri di Boeri
Di fronte all’enormità del ricorso al tempo determinato, stimare una qualche conseguenza del nuovo decreto non è facile ma non significa neanche peccare di lesa maestà. Anzi, la stima di 8.000 contratti in meno all’anno, fatta dall’Inps, è considerata dai più esperti studiosi del mercato del lavoro abbastanza ottimistica. Stiamo pur sempre parlando di una popolazione complessiva – gli occupati temporanei – che supera i 2,7 milioni, di un flusso di contratti sopra i 24 mesi pari a 80.000, e di un numero molto maggiore di contratti che si trovano a dover fare i conti con l’obbligo di indicare la causale e il piccolo aumento contributivo. Perché dunque tanto nervosismo attorno a quella piccola cifra, 8.000 posti di lavoro per di più temporanei? Il caso evidenzia due punti deboli, uno relativo alla parte di governo che ha voluto il decreto, l’altro più generale relativo agli interventi sul mercato del lavoro, e comune a tutti i governi, anche quelli passati. Il primo «tallone d’Achille» è tipico dei Cinque Stelle, dalla giunta di Roma alle stanze governative: tendono – a ragione – a non fidarsi della vecchia burocrazia che ha sempre fatto resistenza ai cambiamenti, e credono – a torto – che tutto il mondo sia pronto a buggerarli. Vedono complotti ovunque, una volta proprio a Roma Roberta Lombardi dichiarò che a suo parere era in atto un complotto… per farli vincere. Dunque, arrivata la paginetta di numeri da Boeri, invece di mettersi a studiarli e valutarli di buzzo buono, come qualsiasi governante dovrebbe fare, è risultato più semplice prima far finta di niente e poi denunciare la «manina» che ha infilato gli sporchi numeri nel dossier altrimenti cristallino.

relazione tra legge e politica
e condizioni reali dell’economia

Il secondo punto debole è più serio, perché riguarda tutti noi, in generale la relazione tra quel che possono fare la legge e la politica, e le condizioni reali dell’economia. Chi critica il «decreto dignità» dice che il lavoro non si crea per decreto, e che se si chiudono o si restringono le porte del lavoro a termine le imprese o troveranno altre strade per avere lavoro flessibile, o licenzieranno e basta. Chi difende lo stesso decreto concorda sul fatto che non saranno le nuove regole a creare lavoro, ma dice che le imprese eviteranno l’abuso di contratti a termine: se però questo comporterà minore o maggiore precarietà, dipende da tante altre cose non scritte nella legge. Per esempio, dalla disponibilità di altre formule ‘brevi’, flessibili o precarie che dir si voglia (già nella discussione parlamentare del decreto, ha annunciato la Lega, si riaprirà la grande finestra dei voucher, i quali potranno essere un’alternativa, più precaria dei contratti a tempo determinato); dal settore in cui si lavora; da come va l’economia; dagli investimenti, dalle previsioni delle imprese; da eventuali nuovi incentivi alle assunzioni permanenti – anche queste, promesse come un emendamento nell’iter parlamentare; infine, dalla disponibilità di altri lavoratori sul mercato, pronti a prendere i contratti a termine scaduti dei loro colleghi. Veneto Lavoro, un osservatorio molto vicino alla realtà produttiva del Nord Est – che è quasi in piena occupazione e soffre semmai una carenza di manodopera operaia qualificata – ha compiuto una sua analisi del decreto, evitando di dare numeri secchi ma tracciando quattro possibili risposte da parte delle imprese, e concludendo: «in sostanza o si va a ridurre la domanda di lavoro a termine (con o senza trasferimento su altre tipologie contrattuali o riorganizzazioni più ampie) o aumenta il turn over dei lavoratori». Bruno Anastasia, che dirige l’ufficio studi di Veneto Lavoro, vede in quest’intervento, come in tutti quelli che negli ultimi anni si sono succeduti sul diritto del lavoro, «un po’ di fretta e presunzione sull’efficacia automatica, immediata e a senso unico (positiva) delle norme» – scrive in un articolo per lavoce.info. Le norme, invece, si dovrebbero calare nella realtà: e la realtà, secondo il punto di osservazione di Veneto Lavoro, è che i settori in cui l’economia italiana si sta riprendendo (il turismo in primo luogo), oltre che la stessa conformazione produttiva di un’economia globalizzata e sempre esposta alla concorrenza, di per sé chiedono «lavoro a termine». Questo, come un fiume, si incanalerà volta per volta nelle forme che il diritto consente – e a volte, in particolare a Sud, anche in quelle che non consente, tornando nel sommerso.

inversione di rotta ma quale rotta?
Ma allora, non si può far niente contro la precarietà? La conclusione può non essere così sconsolata, a patto di stare attenti, più che alle «manine» ministeriali, alle trappole che la stessa giungla giuridica del lavoro ha disseminato qua e là. Poi c’è l’aspetto simbolico e culturale: misure come quelle del decreto dignità possono essere viste come un altolà, un freno, un segnale di inversione di rotta. Però poi la rotta nuova bisogna tracciarla e percorrerla, con politiche che per forza di cose sono diverse dal ‘semplice’ riscrivere le regole giuslavoriste; politiche che vadano a contrastare il male antico dell’economia italiana, una bassa produttività che crea soprattutto lavori ‘poveri’. E dunque: investimenti pubblici, politiche industriali, sostegno alla produttività, formazione, ricerca e sviluppo. È quello che chiedono molti economisti di scuola keynesiana, che sostengono sindacati come la Cgil, che dicono gli stessi esponenti pentastellati. Ma perché, se il lavoro non si crea per decreto e se prima vengono le politiche industriali, si è scelto di partire invece dagli effetti (i contratti brevi) e non la causa (la fragilità dell’economia italiana)?
Per lo stesso motivo per il quale Salvini ogni giorno spara un tweet contro i neri, i ladri, i profittatori: individuare un obiettivo simbolico, e colpire. Accontentando le tante, tantissime persone che hanno chiesto ai partiti che attualmente governano una sola cosa: protezione. Protezione da un mondo e da un mercato sentiti come ostili, portatori di un futuro incerto e minaccioso. Questo vale per i disoccupati e sottoccupati del Sud come per l’imprenditore del Nord, sempre sul margine tra successo e fallimento. Nella seconda parte del Novecento, al bisogno di protezione ha risposto la sinistra, con le sue varie forme: in particolare in Europa con il modello socialdemocratico. Negli anni Duemila, sta rispondendo quasi ovunque una destra nazionalista, che in Italia abbiamo ancora timori a definire, tecnicamente, fascista; ma che da noi è ancora minoritaria (almeno, alle ultime elezioni) ed è arrivata al governo grazie al traino dei Cinque Stelle dall’identità molto più sfumata e ambigua. La «protezione» che Di Maio promette con il decreto dignità – dal precariato, dalle delocalizzazioni, perfino dalla piaga del gioco d’azzardo – è diversa da quella che gonfia le vele al suo alleato. E però, richiede sapienza, efficacia, alleanze sociali, e un modello di Paese in mente: basato sulla solidarietà tra deboli, e non sul fare la guerra ai più deboli. Mentre il ministro varava il suo decreto, a Figline Incisa una multinazionale chiudeva i battenti per spostarsi in Romania, lasciando 318 famiglie sul lastrico: non è un complotto ma la realtà, e c’è il rischio che i governanti a Cinque Stelle ne prendano atto troppo tardi. Molto prima potrebbero rendersene conto i loro elettori.
Roberta Carlini
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rocca-16-17-2018

“Cattive” informazioni e rischi per la democrazia

beato-angelico-san-pietro-martire-ingiunge-il-silenzio-dettaglio-affresco-ca-1442-lunetta-nel-chiostro-detto-di-santantonino-del-convento-di-san-marco-museoSe i cittadini non sono correttamente informati sul come vengono governati e come funzionano realmente le strutture istituzionali economiche e politiche, è inevitabile che i “poteri forti”, spesso occulti, si approprino della direzione dello Stato e della società; corrispondentemente, la stampa e in generale il sistema mass-mediatico, in luogo di costituire la stella polare dell’”ethos comunitario”, degradino, svalutando la loro funzione, per svolgere solo il ruolo di “cane da guardia” degli interessi di chi detiene posizioni di potere fuori controllo in seno alla società.
“Cattive” informazioni e rischi per la democrazia

Gianfranco Sabattini*

Gli attacchi all’”informazione vera” e la diffusione di “cattive o false informazioni” stanno ponendo “fine alla competenza”, intesa quest’ultima, non come scomparsa della conoscenza di argomenti specifici acquisita con l’impiego degli strumenti gnoseologici pro-tempre disponibili, ma come rifiuto della “razionalità obiettiva” e di ogni forma di autorità consapevole, spesso sulla base di pregiudizi e di superstizioni.
Sembra di assistere alla chiusura di un ciclo, afferma Tom Nichols, docente alla U.S. Naval War College alla Harvard Extension School, in “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”; un ciclo, iniziato nell’età pre-moderna, in cui la saggezza popolare colmava “inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente basato sulla specializzazione e la competenza, fino a un mondo postindustriale e orientato all’informazione, dove tutti i cittadini si ritengono esperti di qualsiasi cosa”; con l’accusa rivolta alla conoscenza esperta d’essere l’esito di un elitarismo, con cui “viene soffocato il necessario dialogo richiesto da una democrazia ‘reale’”.
Nel suo volume, l’autore affronta il tema del prevalere dell’incompetenza, approfondendo, in particolare, il rapporto tra esperti e cittadini in un sistema retto da istituzioni democratiche, chiedendosi perché questa relazione si sia pericolosamente affievolita. Gli attacchi al “sapere consolidato”, a suo parere, hanno una lunga storia dietro di sé; essi si affermano e si diffondono con il consolidarsi dei moderni sistemi di informazione. A parità di condizioni, secondo Nichols, in passato prevaleva un “minore attrito tra esperti e profani, ma solo perché, semplicemente, i cittadini non erano in grado di sfidare gli esperti in modo sostanziale” ed anche perché “nell’era precedente erano pochi i luoghi pubblici in cui lanciare simili sfide”. Fino all’inizio del Novecento, la partecipazione alla vita intellettuale e politica era molto limitata, per cui i dibattiti sulla conoscenza e sulla politica che veniva attuata erano tutti condotti da una piccola “cerchia” di istruiti.
Solo a partire dall’inizio della seconda metà del secolo scorso, i cambiamenti sociali indotti dal rapido diffondersi del benessere economico, sono state infrante le vecchie distinzioni di classe, allargando il confronto tra le élite degli esperti e i cittadini; così che, uno “spazio di dibattito più ampio ha significato più conoscenza, ma anche più attriti sociali”. Ciò perché, un’informazione più diffusa è divenuta il fattore che ha messo “in contatto diretto una minoranza di esperti e la maggioranza dei cittadini, dopo quasi due secoli in cui raramente le due categorie hanno dovuto interagire tra loro”.
Il risultato di questa accresciuta interazione non è stato un “maggior rispetto” per un “sapere vero”, ma la diffusione e il radicamento della convinzione secondo cui tutti sono informati quanto gli esperti; in tal modo, l’esito finale è stato l’opposto di quello che ragionevolmente si sarebbe dovuto avere, ovvero l’apprendimento da parte del pubblico di un sapere inteso come “punto di arrivo” dell’informazione acquisita e non come fase iniziale, aperta perciò a un suo ulteriore e continuo miglioramento. Si è trattato, a parere di Nichols, di un risultato “pericoloso” per il corretto svolgersi del processo decisionale nelle democrazie.
Il miglioramento dell’informazione, acquisita attraverso i sistemi dell’istruzione e dei mass-media, avrebbe dovuto consentire il superamento delle lacune presenti nella conoscenza dei cittadini; è accaduto invece il contrario, in quanto il sistema della formazione, e in particolare quello mass-mediatico, ha considerato e trattato la formazione e l’informazione alla stregua di una “generica merce”, trasformandola, secondo Nichols, in una parte integrante del problema del deteriorarsi del rapporto tra esperti e cittadini.
La moderna era della tecnologia, pur avendo ampliato la possibilità della diffusione dell’informazione razionale, ha contribuito all’affermazione della disinformazione. Nelle società democratiche, caratterizzate dalla libera circolazione dell’informazione, i mass-media avrebbero dovuto essere “i maggiori arbitri nella grande mischia tra ignoranza e cultura”; i cittadini avrebbero dovuto potersi affidare ai media per essere correttamente informati, consentendo loro di separare i fatti da una loro presentazione di convenienza, prospettandoli nel modo più semplice e intelligibile possibile. Per converso, gli operatori dei media avrebbero dovuto coltivare l’interesse ad approfondire le proprie conoscenze, per diventare competenti nella presentazione dei fatti. Tutto ciò non è avvenuto, per cui l’aspetto più negativi della fine della mediazione da parte dei media tra “informazione e ignoranza” è divenuto oggi uno degli ostacoli al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.
Nelle democrazie, è gioco forza che i rappresentanti eletti non potendo padroneggiare tutti gli aspetti dei fatti e delle situazioni su cui assumere decisioni per conto dei cittadini che li hanno espressi, si affidino all’aiuto di esperti e professionisti; ma, se manca un “intermediario” che controlli il rapporto tra decisori politici ed esperti viene meno la fiducia dei cittadini nella democrazia. Quando gli esperti danno pareri ai politici, i cittadini, dal canto loro, per poter giudicare i “servizi” degli esperti e le conseguenti decisioni, devono essere correttamente informati sulle problematiche oggetto delle decisioni. Se ciò non avviene, il rischio che insorge è quello di un possibile “dirottamento”, operato da demagoghi o da “poteri forti” presenti in ogni contesto sociale, della democrazia, fino a trasformarla in una “tecnocrazia autoritaria”.
La complessità delle problematiche delle democrazie moderne ha fatto sì che competenza e governo diventassero interdipendenti e che il rapporto di reciproca dipendenza fosse facilitato dal progresso tecnologico e dalla divisione del lavoro, con un corrispondente approfondimento delle professioni. Questo processo ha riguardato anche il comparto dell’informazione; oggi, i cittadini dispongono di una quantità di informazioni come mai è avvenuto nel passato, ma una “quantità maggiore di ogni cosa – afferma Nichols – non significa maggiore qualità di ogni cosa”. Il fatto che i cittadini dispongono oggi di molte più fonti di informazione rispetto a qualsiasi altro momento del passato equivale ad un notevole ampliamento della scelta sul come informarsi; ciò è vero, ma non significa che essi abbiano anche acquisito la possibilità di accedere ad una migliore informazione.
Il progresso economico e tecnologico ha favorito l’espansione del comparto dei media e il moltiplicarsi delle imprese giornalistiche; ma l’aumento delle “testate”, pur significando una maggior concorrenza fra le imprese giornalistiche, ha portato alla divisione del pubblico in “nicchie politiche” particolari, mentre è cresciuto spropositatamente il numero dei giornalisti impegnati a “confezionare” l’informazione per il pubblico, a prescindere dalla loro competenza ad informare obiettivamente il pubblico sulle questioni politiche oggetto delle decisioni politiche.
E’ questo, secondo Nichols, l’aspetto più negativo cui è andato incontro il sistema dell’informazione; l’aver preferito “confezionare” notizie e informazioni gradite al pubblico, o l’essersi “messo a disposizione” di gruppi sociali specifici per la cura del loro interessi “particulari”, lo hanno allontanato dalla funzione che esso avrebbe dovrebbe svolgere preminentemente all’interno dei moderni sistemi sociali avanzati. Ciò è avvenuto in modo progressivo, come osserva l’Editoriale di MicroMega (n. 3/2018), prima con i giornali, poi con gli altri media (radio, televisione, web).
Quale dovrebbe essere il ruolo del sistema mass-mediatico, dei giornalisti che lo alimentano e delle imprese che lo gestiscono? Questo ruolo dovrebbe consistere nel “criticare nel modo più radicale e intransigente [...] gli atti del potere”. Tutta l’attività che concorre ad alimentare l’offerta di un’informazione razionale e autonoma al pubblico è invece venuta meno alla sua ragion d’essere; in altri termini, è venuta meno all’etica con cui il sistema mass-mediatico dovrebbe orientare l’informazione diretta alla formazione dell’opinione pubblica.
Lo smarrimento della moralità propria dei media, a parere di Marco D’Eramo (“Invenzione, ascesa e declino del giornale”, MicroMega n 3/2018), deve ricondursi al fatto che l’informazione mass-mediatica è divenuta una “merce bizzarra”, nel senso che ha acquisito la caratteristica di un “prodotto di massa” e non quella di un “bene di lusso”, con costi di produzione sempre più alti; cosicché, l’editore, ovvero colui che ne gestisce il processo produttivo dei media, ha dovuto aprirsi all’accoglimento di finanziamenti “non-disinteressati”. In tal modo, l’editore, mentre “vende” l’informazione ai lettori dei suoi giornali, nello stesso tempo egli “vende” i lettori ai suoi finanziatori.
Così, secondo D’Eramo, l’editore ha trasformato il lettore in “prodotto da vendere”, riuscendo ad “innescare” una spirale perversa: una maggiore “tiratura” delle copie del giornale da vendere richiede maggiori costi, per la cui copertura sono necessari crescenti finanziamenti, che si possono ottenere solo garantendo ai finanziatori non-disiteressati la legittimazione delle loro pretese da parte del maggior numero possibile di lettori. Tutto ciò è valso a radicare il convincimento, errato, che le democrazie possano funzionare senza il supporto dell’opinione pubblica.
Si può pertanto concludere, condividendo Nichols, con l’affermazione che, se non contrastato, il crollo dell’informazione razionale ed autonoma è destinato ad alimentare un circolo vizioso negativo per la democrazia, a causa del disimpegno nel controllo dell’attività di governo da parte della comunità.
Se i cittadini non sono correttamente informati sul come vengono governati e come funzionano realmente le strutture istituzionali economiche e politiche, è inevitabile che i “poteri forti”, spesso occulti, si approprino della direzione dello Stato e della società; corrispondentemente, la stampa e in generale il sistema mass-mediatico, in luogo di costituire la stella polare dell’”ethos comunitario”, degradino, svalutando la loro funzione, per svolgere solo il ruolo di “cane da guardia” degli interessi di chi detiene posizioni di potere fuori controllo in seno alla società.
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* Anche su Avanti! online

Verso la Marcia PerugiAssisi 7 ottobre 2018

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7 ottobre 2018 Rimettiamoci in cammino sulla via della pace
Una proposta per vincere la rassegnazione e…

Così non va. Disponiamo di più ricchezze, conoscenze, istituzioni e mezzi di ogni altro tempo ma permettiamo che di giorno in giorno aumentino le disuguaglianze, le sofferenze, i conflitti, la disoccupazione e l’insicurezza di miliardi di persone. Non troviamo i soldi per assicurare un lavoro a tutti ma continuiamo a spenderne una valanga per comprare armi, ingigantire eserciti e condurre guerre infinite.

I numerosi progressi che abbiamo ottenuto in tanti campi ci aprono orizzonti impensati per migliorare le condizioni di vita di tutti e portare la pace laddove ancora non c’è. Eppure rischiamo di essere travolti da numerosi problemi che abbiamo causato e che non abbiamo ancora risolto: dalla povertà di miliardi di persone al cambiamento climatico, dalle guerre alle migrazioni.

Alcune delle più importanti conquiste dell’umanità rischiano di essere progressivamente cancellate o annullate: l’universalità dei diritti umani, il diritto alla dignità, il principio di uguaglianza e di giustizia, la democrazia,…

Tutti i giorni, la negazione di questi diritti e principi avviene nella più totale impunità. Crimini orribili, visibili e invisibili agli occhi della comunità internazionale, vengono compiuti nell’inerzia generale. L’Onu e le istituzioni internazionali create per impedire nuove guerre e intervenire in difesa della dignità e dei diritti umani sono state indebolite e spesso vengono tenute ai margini. La stessa Unione Europea, che tanto ha contribuito all’affermazione della civiltà del diritto, è entrata in una fase molto pericolosa che rischia di far fallire uno dei più importanti esperimenti di pace della storia. In molti dei paesi dove più grandi erano state le conquiste democratiche, sono in atto gravi processi di corrosione e arretramento politico, sociale e morale.

Nel frattempo, tante persone stanno cedendo alla paura e all’insicurezza, alla sfiducia e alla rassegnazione, assumendo gravi atteggiamenti di chiusura, indifferenza e rabbia. Decenni di individualismo sfrenato e di rincorsa dell’arricchimento, con il loro seguito di delusioni e fallimenti hanno cancellato in molti il senso della pietà e del bene comune, il valore della solidarietà e della condivisione, l’importanza dell’impegno democratico. E oggi finiscono per alimentare una politica priva di lungimiranza, etica, efficacia, credibilità e per dettare decisioni sbagliate che aggravano i problemi anziché risolverli.

Grandi pericoli incombono. Dobbiamo reagire!

Diversamente dagli imprenditori dell’odio e dai rassegnati, noi sappiamo che sono le persone a fare la storia e che il cambiamento che sogniamo, la pace che desideriamo per noi, per i nostri cari e per l’umanità intera non dipende solo dalle grandi decisioni ma anche da tutte le piccole, piccolissime, azioni fatte ogni giorno, da ciascuno, dappertutto.

Questi miliardi di “azioni di pace”, individuali e collettivi, spesso realizzate da donne, agiscono positivamente nella storia dell’umanità anche se non vengono raccontati dal mondo dell’informazione e della comunicazione e quindi non vengono valorizzate.

Per fronteggiare i problemi e le minacce che abbiamo davanti dobbiamo rafforzare questa corrente positiva, farla emergere in tutti campi e a tutti i livelli ed estenderla mettendo il nostro personale impegno al servizio degli altri e dell’umanità. Ciascuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità.

Questo è il tempo in cui dobbiamo osare la fraternità. Non possiamo più permetterci di vivere in perenne competizione con gli altri perché stiamo distruggendo le cose più belle che abbiamo. La competizione è la sorella della guerra. Disertiamola!

Smettiamo di fare le guerre! Quelle armate che stanno devastando interi paesi e popolazioni, ma anche quelle più subdole che ci vedono continuamente gli uni contro gli altri, nell’economia come nei rapporti interpersonali.

Cerchiamo assieme le soluzioni dei problemi che non sono state trovate e intraprendiamo, sin da ora, nuove iniziative per attuarle.

Investiamo sui giovani, rispettiamoli, prendiamoci cura del loro presente e futuro, attrezziamoli a fare la propria parte, diamogli adeguate opportunità
.

Facciamo crescere l’economia della fraternità! Cominciamo dai luoghi in cui viviamo, cercando nuove strade per combattere la povertà e la disoccupazione, costruendo nuovi rapporti sociali, economici e personali centrati sulla cura reciproca.

Scopriamo insieme l’importanza e la bellezza della cura. La cura di noi e non solo dell’io. La cura reciproca. La cura della vita. La cura dei più indifesi. La cura del bene comune. La cura del mondo che condividiamo con gli altri.

Affermiamo il dovere di proteggere ovunque tutte le persone minacciate da violenze, guerre, persecuzioni e sistematiche violazioni dei diritti umani!

Difendiamo la società aperta. Anzi, costruiamo una “vera” società aperta, inclusiva, solidale, accogliente.

Costruiamo una politica nuova e una nuova cultura politica nonviolenta basata sul rispetto della “dignità di tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti eguali e inalienabili”.

Impegniamoci per far rispettare gli impegni presi dai governi per costruire un futuro migliore per tutti, a partire dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e dagli Accordi di Parigi sul clima.

Camminiamo insieme sulla strada che rigenera fiducia, speranza e volontà di cambiamento e… oggi domenica 7 ottobre 2018, a settant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei diritti umani, a cento anni dalla fine della prima guerra mondiale, a cinquant’anni dalla scomparsa di Aldo Capitini ci siamo dati appuntamento lungo la strada che conduce da Perugia ad Assisi. Non per fare una nuova marcia per la pace. Ma per ritrovarci e fare insieme, con te e tanti altri, un altro piccolo tratto della lunga marcia della pace e della fraternità che ci vede impegnati tutti i giorni.

Quel giorno uniremo le nostre voci e mostreremo a tutti quanto siamo numerosi. Ci riconosceremo portando ciascuno un segno di quello che facciamo nel corso dell’anno, delle idee e delle proposte che stiamo cercando di realizzare per mettere fine all’orrore e consentire a ciascuno di vivere in pace.

Partecipa anche tu!

Facciamo del 2018 l’anno della svolta maggiore!

Il percorso che ci porta alla Marcia PerugiAssisi del 7 ottobre 2018 è iniziato al Centro di accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano (UD) il 24 settembre 2017

Adesioni, idee e proposte

alla Tavola della Pace, via della viola 1 (06122) Perugia – Tel. 335.6590356 – 075/5736890

email adesioni@perlapace.it – www.perlapace.it

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Documento-Verso-la-PerugiAssisi

Lettera dei coordinatori della Tavola della pace alle associazioni
Lett. Ass. x Marcia 2018

LAVORO: in attesa di una nuova rotta

…però poi la rotta nuova bisogna tracciarla e percorrerla, con politiche che per forza di cose sono diverse dal ‘semplice’ riscrivere le regole giuslavoriste; politiche che vadano a contrastare il male antico dell’economia italiana, una bassa produttività che crea soprattutto lavori ‘poveri’. E dunque: investimenti pubblici, politiche industriali, sostegno alla produttività, formazione, ricerca e sviluppo. È quello che chiedono molti economisti di scuola keynesiana, che sostengono sindacati come la Cgil, che dicono gli stessi esponenti pentastellati. E allora?
lavoro
Il lavoro non si crea per decreto
di Roberta Carlini, su Rocca

Il nuovo governo va in vacanza con le truppe ben schierate. Salvini, com’era ovvio fin dall’inizio, presidia l’ala destra, sollevando un tema al giorno sempre nello stesso filone – la sicurezza, e dunque la difesa da una minaccia esterna, che sia il migrante sul barcone o il ladro in casa; Di Maio, dopo un imbarazzante lungo silenzio, ha piazzato il suo pallone sull’ala sinistra, con il decreto detto «dignità», avente a oggetto i contratti a termine, le delocalizzazioni, il gioco d’azzardo. Le molte piazzate di Salvini e le poche sue decisioni non hanno finora cambiato la vita degli italiani, mentre hanno cambiato, a volte con conseguenze tragiche, quella degli stranieri, fuori e dentro i nostri confini. E le decisioni di Di Maio? Riuscirà il «decreto dignità» ad avere qualche effetto sul mondo del lavoro e delle imprese?
Nei giorni successivi alla sua approvazione, l’attenzione di tutti si è concentrata sulle stime che hanno fatto gli uffici dell’Inps. Secondo i quali c’è il rischio che una piccola parte di tutti i contratti a termine in scadenza non sia rinnovata, a causa dell’inasprimento delle condizioni e dei nuovi vincoli. Ricordiamoli: nella versione originaria del decreto (in parlamento può poi succedere di tutto), il contratto a tempo determinato non potrà durare più di 24 mesi (prima erano 36), al superamento dei 12 mesi se ne dovrà in ogni caso dichiarare la causale (spiegare il motivo per cui si ricorre al contratto a tempo e non a un’assunzione permanente: obbligo che era stato cancellato dal decreto Poletti del 2014); non si potrà rinnovare più di 4 volte (prima erano 5), e a ogni rinnovo si avrà un aggravio del costo contributivo dello 0,5%. Insomma, una stretta di freni, per scoraggiare l’uso di questa formula. Formula che peraltro è di grandissimo successo, se si considera che nell’ultimo anno – da maggio 2017 a maggio 2018 – ben il 95% di tutti i nuovi occupati è entrato con una qualche formula a termine, mentre le assunzioni permanenti hanno interessato solo l’1% della nuova occupazione (il restante 4% sono indipendenti).

i numeri di Boeri
Di fronte all’enormità del ricorso al tempo determinato, stimare una qualche conseguenza del nuovo decreto non è facile ma non significa neanche peccare di lesa maestà. Anzi, la stima di 8.000 contratti in meno all’anno, fatta dall’Inps, è considerata dai più esperti studiosi del mercato del lavoro abbastanza ottimistica. Stiamo pur sempre parlando di una popolazione complessiva – gli occupati temporanei – che supera i 2,7 milioni, di un flusso di contratti sopra i 24 mesi pari a 80.000, e di un numero molto maggiore di contratti che si trovano a dover fare i conti con l’obbligo di indicare la causale e il piccolo aumento contributivo. Perché dunque tanto nervosismo attorno a quella piccola cifra, 8.000 posti di lavoro per di più temporanei? Il caso evidenzia due punti deboli, uno relativo alla parte di governo che ha voluto il decreto, l’altro più generale relativo agli interventi sul mercato del lavoro, e comune a tutti i governi, anche quelli passati. Il primo «tallone d’Achille» è tipico dei Cinque Stelle, dalla giunta di Roma alle stanze governative: tendono – a ragione – a non fidarsi della vecchia burocrazia che ha sempre fatto resistenza ai cambiamenti, e credono – a torto – che tutto il mondo sia pronto a buggerarli. Vedono complotti ovunque, una volta proprio a Roma Roberta Lombardi dichiarò che a suo parere era in atto un complotto… per farli vincere. Dunque, arrivata la paginetta di numeri da Boeri, invece di mettersi a studiarli e valutarli di buzzo buono, come qualsiasi governante dovrebbe fare, è risultato più semplice prima far finta di niente e poi denunciare la «manina» che ha infilato gli sporchi numeri nel dossier altrimenti cristallino.

relazione tra legge e politica
e condizioni reali dell’economia

Il secondo punto debole è più serio, perché riguarda tutti noi, in generale la relazione tra quel che possono fare la legge e la politica, e le condizioni reali dell’economia. Chi critica il «decreto dignità» dice che il lavoro non si crea per decreto, e che se si chiudono o si restringono le porte del lavoro a termine le imprese o troveranno altre strade per avere lavoro flessibile, o licenzieranno e basta. Chi difende lo stesso decreto concorda sul fatto che non saranno le nuove regole a creare lavoro, ma dice che le imprese eviteranno l’abuso di contratti a termine: se però questo comporterà minore o maggiore precarietà, dipende da tante altre cose non scritte nella legge. Per esempio, dalla disponibilità di altre formule ‘brevi’, flessibili o precarie che dir si voglia (già nella discussione parlamentare del decreto, ha annunciato la Lega, si riaprirà la grande finestra dei voucher, i quali potranno essere un’alternativa, più precaria dei contratti a tempo determinato); dal settore in cui si lavora; da come va l’economia; dagli investimenti, dalle previsioni delle imprese; da eventuali nuovi incentivi alle assunzioni permanenti – anche queste, promesse come un emendamento nell’iter parlamentare; infine, dalla disponibilità di altri lavoratori sul mercato, pronti a prendere i contratti a termine scaduti dei loro colleghi. Veneto Lavoro, un osservatorio molto vicino alla realtà produttiva del Nord Est – che è quasi in piena occupazione e soffre semmai una carenza di manodopera operaia qualificata – ha compiuto una sua analisi del decreto, evitando di dare numeri secchi ma tracciando quattro possibili risposte da parte delle imprese, e concludendo: «in sostanza o si va a ridurre la domanda di lavoro a termine (con o senza trasferimento su altre tipologie contrattuali o riorganizzazioni più ampie) o aumenta il turn over dei lavoratori». Bruno Anastasia, che dirige l’ufficio studi di Veneto Lavoro, vede in quest’intervento, come in tutti quelli che negli ultimi anni si sono succeduti sul diritto del lavoro, «un po’ di fretta e presunzione sull’efficacia automatica, immediata e a senso unico (positiva) delle norme» – scrive in un articolo per lavoce.info. Le norme, invece, si dovrebbero calare nella realtà: e la realtà, secondo il punto di osservazione di Veneto Lavoro, è che i settori in cui l’economia italiana si sta riprendendo (il turismo in primo luogo), oltre che la stessa conformazione produttiva di un’economia globalizzata e sempre esposta alla concorrenza, di per sé chiedono «lavoro a termine». Questo, come un fiume, si incanalerà volta per volta nelle forme che il diritto consente – e a volte, in particolare a Sud, anche in quelle che non consente, tornando nel sommerso.

inversione di rotta ma quale rotta?
Ma allora, non si può far niente contro la precarietà? La conclusione può non essere così sconsolata, a patto di stare attenti, più che alle «manine» ministeriali, alle trappole che la stessa giungla giuridica del lavoro ha disseminato qua e là. Poi c’è l’aspetto simbolico e culturale: misure come quelle del decreto dignità possono essere viste come un altolà, un freno, un segnale di inversione di rotta. Però poi la rotta nuova bisogna tracciarla e percorrerla, con politiche che per forza di cose sono diverse dal ‘semplice’ riscrivere le regole giuslavoriste; politiche che vadano a contrastare il male antico dell’economia italiana, una bassa produttività che crea soprattutto lavori ‘poveri’. E dunque: investimenti pubblici, politiche industriali, sostegno alla produttività, formazione, ricerca e sviluppo. È quello che chiedono molti economisti di scuola keynesiana, che sostengono sindacati come la Cgil, che dicono gli stessi esponenti pentastellati. Ma perché, se il lavoro non si crea per decreto e se prima vengono le politiche industriali, si è scelto di partire invece dagli effetti (i contratti brevi) e non la causa (la fragilità dell’economia italiana)?
Per lo stesso motivo per il quale Salvini ogni giorno spara un tweet contro i neri, i ladri, i profittatori: individuare un obiettivo simbolico, e colpire. Accontentando le tante, tantissime persone che hanno chiesto ai partiti che attualmente governano una sola cosa: protezione. Protezione da un mondo e da un mercato sentiti come ostili, portatori di un futuro incerto e minaccioso. Questo vale per i disoccupati e sottoccupati del Sud come per l’imprenditore del Nord, sempre sul margine tra successo e fallimento. Nella seconda parte del Novecento, al bisogno di protezione ha risposto la sinistra, con le sue varie forme: in particolare in Europa con il modello socialdemocratico. Negli anni Duemila, sta rispondendo quasi ovunque una destra nazionalista, che in Italia abbiamo ancora timori a definire, tecnicamente, fascista; ma che da noi è ancora minoritaria (almeno, alle ultime elezioni) ed è arrivata al governo grazie al traino dei Cinque Stelle dall’identità molto più sfumata e ambigua. La «protezione» che Di Maio promette con il decreto dignità – dal precariato, dalle delocalizzazioni, perfino dalla piaga del gioco d’azzardo – è diversa da quella che gonfia le vele al suo alleato. E però, richiede sapienza, efficacia, alleanze sociali, e un modello di Paese in mente: basato sulla solidarietà tra deboli, e non sul fare la guerra ai più deboli. Mentre il ministro varava il suo decreto, a Figline Incisa una multinazionale chiudeva i battenti per spostarsi in Romania, lasciando 318 famiglie sul lastrico: non è un complotto ma la realtà, e c’è il rischio che i governanti a Cinque Stelle ne prendano atto troppo tardi. Molto prima potrebbero rendersene conto i loro elettori.
Roberta Carlini
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rocca-16-17-2018

Dibattito. Reddito di Cittadinanza. Parliamone (e agiamo) con cognizione di causa

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniIl reddito di cittadinanza non è una “misura” per contrastare solo la povertà

di Gianfranco Sabattini*

Le ultime elezioni hanno avuto tra gli argomenti oggetto di confronto pubblico la possibile introduzione in Italia del reddito di cittadinanza; Nel corso del confronto, contro questa forma di reddito, sono state formulate critiche riduttive, sempre orientate a considerarla, tra l’altro, come “misura” diretta unicamente a rimuovere la “piaga” delle povertà.
A questa tendenza non sfugge una delle ultime iniziative editoriali, il cui autore, Emanuele Ranci Ortega, presidente e direttore scientifico dell’Istituto per la ricerca scientifica, nonché fondatore e direttore dell’Osservatorio nazionale sulle politiche sociali (Welforun.it), ha pubblicato il libro titolato “Contro la povertà. Analisi economica e politiche a confronto”.
Il libro costituisce un esempio paradigmatico della tendenza in atto che, facendo come si suole dire, di “tutta l’erba un fascio”, manca di cogliere le specifiche differenze esistenti tra il reddito di cittadinanza correttamente inteso e la altre ”misure” di politica sociale, finalizzate al sostegno del livello del reddito dei cittadini (o delle famiglie) che, versando in condizioni di povertà assoluta, non dispongono delle primarie risorse esistenziali.
Le finalità del libro sono rese esplicite da Tito Boeri (presidente dell’INPS), il quale, nella Prefazione, afferma esplicitamente che i pregi dell’analisi di Ranci Ortega è quello di “porre all’attenzione dell’opinione pubblica la piaga della povertà in Italia, proponendo misure sostenibili, sia sul piano finanziario che su quello amministrativo, per ridurla”, ma anche quello di indicare che, a tal fine, sarebbe sufficiente introdurre e finanziare adeguate “misure di contrasto alla povertà che selezionino i beneficiari in base unicamente al loro reddito e patrimonio”.
Le critiche formulate contro il reddito di cittadinanza, tutte caratterizzate, come si è detto, dal limite dovuto alla sua riduttiva considerazione come “misura” di politica sociale utilizzabile unicamente per contrastare la povertà, sono condivise da Ranci Ortega; questi, infatti, sulla base di considerazioni che, se possono essere valide rispetto alle ipotesi avanzate dal “Movimento 5 stelle”, non possono esserlo, però, quando il reddito di cittadinanza sia inteso correttamente e inserito in una prospettiva di politica economica volta al superamento dei limiti del welfare State, che appare largamente inidoneo a contrastare, non tanto la povertà, quanto la causa principale che la genera, ovvero la disoccupazione strutturale e irreversibile dei sistemi economici avanzati.
Ciò che stupisce dei ragionamenti di Ranci Ortega è che, pur riconoscendo la necessità di riformare in Italia il sistema assistenziale, per meglio contrastare la povertà, egli giunga a formulare una proposta che, se attuata, comporterebbe la necessità dell’esercizio di tanti controlli che avrebbero l’effetto, a causa delle complicazioni burocratiche, di vanificare qualsiasi riforma dell’attuale welfare State. Di ciò, Ranci Ortega dovrebbe avere consapevolezza, considerato che, nella sua descrizione della storia dei tentativi effettuati in Italia per ridurre la povertà, egli individua proprio nelle complicanze burocratiche e politiche i principali ostacoli che hanno concorso a ridurre in un “nulla di fatto” la maggior parte delle “misure” di volta in volta adottate.
In Italia – afferma Ranci Ortega – negli anni della crisi il reddito dei poveri si è ridotto e la disuguaglianza distributiva è cresciuta; secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia ha registrato in quegli anni “uno dei maggiori aumenti delle disparità tra i Paesi industrializzati”. Ciò è dimostrato dal fatto che il “coefficiente di Gini” (misura, compresa tra 0 e 1, della disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza) è aumentato, in Italia, da 0,313 nel 2007 a 0,325 nel 2014, con un incremento dell’1,20%, uno dei maggiori registrati nei Paesi aderenti all’Ocse.
In Italia, il coefficiente nel 2015 è ancora aumentato sino a raggiungere il valore di 0,331, arrivando ad un livello superiore a quello medio europeo. Sul piano territoriale, il coefficiente di disuguaglianza è risultato superiore nel Mezzogiorno (0,349), rispetto al centro (0,322), al Nord-Ovest (0,310) e al Nord-Est (0,282). Tra i Paesi europei, l’Italia è giunta ad occupare la ventunesima posizione, risultando, tra gli Stati con i più alti livelli di disuguaglianza, superata solo da Portogallo, Grecia, Spagna e alcuni Paesi dell’Est europeo. La forte disuguaglianza distributiva e la diffusa povertà sono state seguite da una diminuita crescita economica in termini di prodotto interno lordo.
Negli anni, anche in Italia, si era protratto a lungo il confronto tra chi sosteneva che una forte disuguaglianza distributiva avrebbe favorito la crescita e chi, invece, riteneva che essa l’avrebbe compromessa; molti studi e ricerche, però, hanno dimostrato che le disuguaglianze hanno un significativo effetto negativo sulla crescita a medio-lungo termine, cui si accompagna, se non vengono contrastati, un ulteriore loro aumento e una maggiore diffusione della povertà. Rispetto a tutti questi fenomeni negativi, il sistema welfarista esistente si è rivelato ampiamente inadeguato nell’affrontare le cause, sia delle disuguaglianze, che della povertà; fatti, questi, che hanno contribuito a rendere pressoché inefficaci le politiche pubbliche volte a contenere la decrescita economica.
In particolare, negli anni della crisi, l’Italia si è trovata nella condizione di non poter disporre di un sistema di sostegno del reddito delle famiglie non basato su un’unica misura di integrazione, ma su una molteplicità di parametri, via via introdotti negli anni, senza che si procedesse ad una loro ricomposizione unitaria; si è giunti così agli anni della crisi, con l’esistenza di un insieme di provvedimenti che si differenziavano per l’entità dei finanziamenti e per i requisiti richiesti per avere accesso al sostegno. Secondo Ranci Ortega, è stato solo a partire dal 2012 che si sono avuti i “primi promettenti segnali” per il riordino del sostegno a favore di chi versava in stato di povertà, aumentando la consistenza delle erogazioni e il loro collegamento a “progetti di inserimento sociale e lavorativo di chi ne beneficiava”.
L’impostazione del lavoro di riordino dei provvedimenti ereditati è stato condotto nella prospettiva dell’introduzione, su basi sperimentali, di un reddito minimo di inserimento a favore di platee di beneficiari molto contenute; il suo carattere innovativo, rispetto alle “misure” tradizionali, a parere di Ranci Ortega, ha incontrato però “molte difficoltà attuative e conseguenti slittamenti nel tempo”. Il carattere sperimentale delle iniziative intraprese è valso in ogni caso ad inaugurare un “percorso istituzionale promettente”, concretizzatosi con la costituzione di una commissione di esperti, allo scopo di definire una proposta per l’istituzione di un reddito minimo denominato “sostegno all’inclusione attiva – SIA” (all’insegna della moltiplicazione delle sigle e della confusione che contribuirà a rendere sempre più opaco il dibattito su come affrontare il problema della riforma del welfare esistente).
Con la legge di stabilità del 2016, sotto l’incalzare delle difficoltà a superare gli effetti negativi della crisi del 2007/2008 sulle condizioni di vita dei cittadini più indigenti, è stata compiuta un’ulteriore innovazione, finanziando una legge delega al governo per la “riforma delle politiche di contrasto alla povertà”, riforma che metterà capo all’approvazione definitiva del SIA. Non è bastato; nel 2017, sempre nella prospettiva dell’attuazione della legge delega di contrasto alla povertà, il SIA è stato sostituito dal REI o reddito di inclusione, adottato come “misura” unica a livello nazionale: a partire dal 2018, tutti coloro che versavano in stato di povertà hanno acquisito il diritto a ricevere un’”integrazione economica fino a una soglia prestabilita”, sotto condizione d’essere assoggettati a un “progetto di inserimento sociale e lavorativo per loro appropriato”.
Con l’apertura, all’inizio del 2018, della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento, il problema del contrasto alla povertà ha ricevuto ulteriore attenzione da parte dei partiti, sia “per la perdurante consistenza del fenomeno e l’estendersi del rischio [...], sia – afferma Ranci Ortega – per l’attenzione sollecitata dal Movimento 5 stelle con la proposta di un reddito di cittadinanza”, alla quale si sono aggiunte proposte alternative avanzate da altre formazioni politiche.
La varietà delle proposte ha indotto Ranci Ortega a dichiararsi preoccupato dal fatto che, a seconda delle maggioranze di governo che si formeranno, essa (la varietà) possa causare la messa in discussione di quanto fatto precedentemente. In particolare, ciò che sembra essere in cima alle preoccupazioni di Ranci Ortega è la proposta del “M5S” di introdurre il tanto discusso reddito di cittadinanza. Com’è noto, questa forma di reddito, correttamente intesa, prevede l’erogazione di una prestazione monetaria fissa a favore di tutti i cittadini (al limite, di tutti i residenti), indipendentemente dalla loro situazione reddituale e dalla loro volontà o possibilità di lavorare.
Prescindendo dal fatto che la proposta del “M5S” ha più i caratteri del reddito di inclusione già vigente, che quelli del reddito di cittadinanza correttamente inteso, Ranci Ortega riconosce che quest’ultima forma di reddito “garantirebbe la libertà di scelta delle persone su cosa fare nella loro vita”, eliminando ogni negativa connotazione dei destinatari per la possibilità di false dichiarazioni riguardanti il proprio reddito e semplificando “molto l’attività burocratica con conseguenti risparmi”; egli tuttavia denuncia gli eccessivi costi che l’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza “vero” finirebbe per comportare per le casse dello Stato. A sostegno delle sue perplessità, Ranci Ortega sa solo indicare le usuali critiche, consistenti nel ritenere il reddito di cittadinanza moralmente e politicamente non condivisibile, perché scoraggerebbe la propensione a lavorare, perché il suo finanziamento comporterebbe un eccessivo aumento della pressione tributaria e perché darebbe origine, se fosse esteso a tutti i residenti, al cosiddetto “effetto magnete”, incentivando i flussi migratori in entrata, in quanto offrirebbe “ai nuovi residenti” la possibilità di godere delle garanzia di un reddito incondizionato.
Il rimedio alle sue preoccupazione, Ranci Ortega lo rinviene nella necessità di evitare di azzerare quanto fatto sinora in Italia, per “andare oltre”; a tale fine, per sostituire o integrare l’attuale reddito di inclusione, egli formula una proposta, che stupisce per i molti “condizionamenti” cui tutte le famiglie in stato di povertà dovrebbero essere sottoposte: la forma di reddito di sostegno dovrebbe essere, secondo Ranci Ortega, un reddito minimo da corrispondere sino alla soglia della povertà assoluta, accompagnato da progetti personalizzati di promozione e di inclusione sociale; reddito minimo, eventualmente integrato, previa prova dei mezzi, da un assegno di sostegno e da servizi alle famiglie con figli minori o studenti a carico fino al 25° anno di età, o con persone non autosufficienti o invalide e così via.
Ranci Ortega è consapevole che l’istituzionalizzazione di un reddito di sostegno, quale quello da lui prospettato richieda un certo numero di anni e varie tappe per essere attuato; ma ammette che un valido contrasto alla povertà non sia possibile realizzarlo attraverso “semplici aggiunte a un sistema assistenziale [...] non efficace e non efficiente”, qual è quello in vigore. Nel contempo, egli riconosce anche la possibilità di una riforma del welfare attuale, grazie a risorse reperite attraverso i risparmi realizzabili con la riduzione della complicata e complessa burocrazia oggi operante per il funzionamento del sistema di sicurezza sociale esistente.
Ma se questo è lo stato delle cose, dove stanno le ragioni dell’esistenza delle preoccupazioni causate dall’eventuale istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza? Esse, soprattutto quelle connesse alla reperibilità delle risorse necessarie, non hanno giustificazione alcuna, considerato che queste ultime sarebbero “ricavate” dalla riforma complessiva del welfare attuale; riforma ormai ineludibile, se si considera che la piaga sociale maggiore delle società moderne avanzate non può essere rimossa orientando le politiche sociali solo ad una mitigazione della povertà assoluta.
L’azione deve essere, invece, orientata contro la causa della povertà, ovvero contro la disoccupazione, non più congiunturale, ma strutturale e irreversibile; un orientamento, questo, che può essere reso possibile solo mediante l’erogazione di un reddito di cittadinanza correttamente inteso. Questa forma di reddito, infatti, è l’unica che può consentire di rimuovere radicalmente, in termini universali e senza intermediazioni burocratiche, tutti gli aspetti negativi delle disuguaglianze personali, dotando, tra l’altro, il sistema sociale di meccanismi distributivi del prodotto nazionale conformi alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici avanzati.
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All’origine delle disuguaglianze

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Lo Stato non sempre è la causa delle disuguaglianze sociali

di Gianfranco Sabatini*

Luciano Pellicani, in “Il potere, la libertà e l’eguaglianza”, avanza una “teoria” riguardante l’origine e la formazione delle disuguaglianze sociali che sembra rispondere al tentativo di dimostrare la fondatezza delle tesi del neoliberismo, secondo le quali i mali dell’umanità sarebbero insorti sin dall’inizio del vivere insieme, con la formazione dello Stato.
La vera rivoluzione nella protostoria dell’umanità – afferma Pellicani, seguendo il pensiero di Pierre Clastres – non è quella compiutasi nel neolitico (considerata la prima rivoluzione agricola, tradottasi in una organizzazione tribale di esseri dediti prevalentemente ad un’attività di caccia e raccolta), bensì quella verificatasi, non con il mutamento economico (realizzato con il passaggio delle tribù stanziali di cacciatori-raccoglitori in tribù stanziali che alla caccia e alla raccolta hanno sostituito la coltivazione delle piante e l’addomesticazione degli animali), ma con l’organizzazione politica, che ha dato origine, secondo le parole di Clastres, all’”apparizione misteriosa, irreversibile, mortale”, dello Stato. Che cosa – si chiede Pellicani – poteva indurre “i membri di una società primitiva ad abbandonare il tradizionale regime di sussistenza e ad adottarne un altro dal quale non potevano ricavare che un surplus di lavoro, se non la coercizione esercitata da una forza esterna?”.
La comparsa dello Stato, secondo Pellicani, avrebbe alterato irreversibilmente la vita dell’umanità, in quanto le tribù stanziali, che attraverso di esso si organizzavano socialmente, hanno subito gli esiti negativi dell’accadimento di fatti esogeni che ne hanno alterato la struttura; all’interno di tali tribù, gli esseri umani, se tali eventi non si fossero verificati, sarebbero stati destinati ad essere per sempre uguali, in quanto insistenti all’interno di una realtà sociale statica, riproducente unicamente e semplicemente se stessa, “senza modificazioni sostanziali”. La staticità di questa forma di società tribale, sempre secondo Pellicani, sarebbe stata “il risultato di una precisa strategia”, orientata a bloccare o ad impedire qualsiasi forma di cambiamento. A causa della loro staticità e della loro chiusura verso qualsiasi tipo di innovazione, le società tribali primigenie si sarebbero, perciò, caratterizzate come “società fredde”, e non come “società calda”: le prime, incorporanti il desiderio di conservare inalterata la propria struttura di base; le seconde, sollecitate da un’elevata differenziazione dei loro componenti in caste e gruppi diversi, sempre propense a produrre “energie e divenire”.
Ciò che avrebbe caratterizzato il modo d’essere della società tribale originaria sarebbe stato il rifiuto di ogni surplus produttivo inutile e la volontà di subordinare l’attività produttiva alla sola soddisfazione del bisogno esistenziale di sopravvivenza; il risultato del rifiuto di ogni surplus inutile sarebbe stata la mancata conoscenza, da parte dei componenti di questo tipo di società, dell’attività produttiva sotto costrizione; ciò significa – afferma Pellicani – che la società tribale, in quanto società fredda, non solo non avrebbe conosciuto il dominio dell’uomo sull’uomo, ma neanche avrebbe avuto contezza di cosa fosse lo sfruttamento della forza lavoro.
Ma c’è di più, continua Pellicani; seguendo Clastres, egli afferma che la società tribale primitiva era statica perché ha voluto esserlo. Essa, con ciò, si sarebbe rifiutata di imboccare la via dello sviluppo culturale, per preservare il suo bene supremo: l’uguaglianza. La società tribale originaria, sarebbe stata perciò una società senza economia, per il rifiuto dell’economia; e, parimenti, essa sarebbe stata una società senza Stato, per rifiuto dello Stato.
Il passaggio dalla società tribale ugualitaria alla società caratterizzata da ineguaglianza sociale è stata la comparsa di ciò che viene indicato col nome di Stato, inteso come “atto di guerra”, a mezzo del quale un gruppo organizzato esterno ha fatto irruzione nella società ugualitaria, dando corso all’inizio della storia della civiltà. In altri termini, secondo Pellicani, con la comparsa dello Stato, la società tribale ugualitaria si sarebbe trasformata in “società gerachizzata”, nella quale la vita sociale sarebbe stata sottoposta al controllo di una “minoranza organizzata”, detentrice del monopolio degli strumenti di coercizione e che, grazie a tale monopolio, avrebbe “esonerato se stessa da ogni forma di lavoro produttivo”.
Pellicani ritiene che la conclusione di tale processo avrebbe caratterizzato “la genesi e lo sviluppo di tutte le civiltà”, con la discesa dalla libertà alla schiavitù; fatto, questo, che avrebbe segnato una “vera e propria catastrofe morale”, in quanto la transizione verso la società complessa caratterizzata dalla presenza dello Stato avrebbe significato l’abbandono della società ugualitaria e l’ingresso “nella società divisa in dominatori e dominati, padroni e servi, sfruttatori e sfruttati”. Pertanto, la comparsa dello Stato avrebbe legittimato l’affermazione secondo cui lo Stato sarebbe nato quando è stata fatta “una scoperta di fondamentale importanza per lo sviluppo delle civiltà: gli uomini potevano essere addomesticati come gli animali e la loro energia poteva essere metodicamente impiegata per scopi ad essi estranei”; tutto ciò sarebbe stato compiuto, tramite lo Stato, dalla minoranza organizzata, non attraverso la sottrazione dell’eccedenza produttiva, ma ricorrendo alla costrizione dell’attività lavorativa.
In tal modo, lo Stato avrebbe organizzato la totalità della vita di tutti i componenti la società, costringendoli a produrre “quelle eccedenze di beni indispensabili per mantenere le minoranze esentate dal lavoro”; inoltre, estirpando, con l’uso della violenza, tutte le forze che potevano “alterare” l’ordine grazie ad esso creato, lo Stato avrebbe agito come “un agente di immobilizzazione della società”. Questa, a partire dal trionfo della logica dispotica, sarebbe stata così “ingabbiata” nelle strutture statuali e condannata a muoversi indefinitamente “entro il recinto della Sacra Immutabile Tradizione”.
Cosa ha significato tutto ciò per la storia successiva dell’umanità? Per Pellicani, il fatto che la società sia stata rigidamente costretta nella “camicia di forza” delle istituzioni repressive dello Stato avrebbe vanificato qualsiasi tentativo di render meno costrittiva la vita sociale e più condivise e partecipate le regole del vivere insieme, sino a configurare come utopistico, infine, qualsiasi “progetto socialista” volto a soddisfare la pretesa, secondo le parole di José Ortega y Gasset, di “estendere il senso di comunità e la giustizia a tutta quanta la vita economica”. Persino il programma di garantire a tutti le stesse condizioni di partenza attraverso politiche di ridistribuzione – afferma Pellicani – si sarebbe rivelato “irrealizzabile” o, più precisamente, “realizzabile solo abolendo la famiglia”; ma abolire la famiglia avrebbe significato imboccare un percorso autoritario, in fondo al quale non avrebbe potuto esservi che “l’estinzione della libertà individuale”.
In sostanza, la conclusione di Pellicani non può che essere una: anche la civiltà moderna cui è pervenuta l’umanità, malgrado le tante rivoluzioni occorse (comprese le ultime, quelle capitalistica e welfarista) è basata sul lavoro servile, ovvero “sulla ingiustizia istituzionalizzata”; ciò significa che, nonostante si sostenga, in tutte le sedi e in tutte le forme, che l’ideale della società moderna è il conseguimento della “fruizione universale del diritto all’autorealizzazione”, è inevitabile che essa (la società moderna) sconti la contraddizione di assistere, nonostante l’ideale professato, alla condanna di ingenti masse dei propri cittadini a lavori obbligati, ripetitivi e alienanti.
E’ verosimile l’analisi compiuta da Pellicani sull’origine e sul ruolo dello Stato nella storia dell’umanità? Quale alternativa viene proposta per il riscatto degli uomini dalla gabbia nella quale essi sarebbero stati costretti dallo Stato? Nessuna; perché l’anali di Pellicani non è altro che una condanna, senza se e senza ma, dello Stato, ridotto a pura e semplice “gabbia”, con cui l’uomo, sin dall’inizio della storia della civiltà, è stato costretto in schiavitù. Ciò che, in particolare, non è condivisibile dell’analisi di Pellicani è il fatto che egli, seguendo Clastres, non consideri, come “fattore” dinamica jmico della la rivoluzione agricola occorsa 11-10 mila anni fa, la percezione, da parte dei soggetti che componevano la società tribale ugualitaria, di poter migliorare le proprie condizioni di sopravvivenza, con il passaggio ad una forma organizzativa del vivere insieme che avesse consentito di produrre direttamente e in modo più conveniente ciò di cui avvertivano il bisogno.
A ben considerare, la società agricola si è affermata, non a seguito del compiersi prioritariamente di una rivoluzione politica, imposta dall’esterno, implicante l’apparizione dello Stato e, con esso, della perdita dell’uguaglianza tra i componenti la società, ma come conseguenza del mutamento economico perseguibile con l’abbandono della staticità della società tribale ugualitaria. La rivoluzione politica è stata un “posterius, non un “prius”, rispetto al mutamento economico verificatosi con l’abbandono della sussistenza fondata sull’attività di caccia e raccolta. La comparsa dello Stato, in questa prospettiva è spiegabile come conseguenza dell’aumento della complessità della società agricola, che ha imposto la necessità di istituzioni volte a regolare la disuguaglianza che veniva via via formandosi a seguito del continuo aumento della popolazione, reso possibile dal miglioramento delle condizioni materiali.
Il mutamento economico, indotto dalla crescita continua della popolazione, ha prodotto, da un lato, un aumento della divisione del lavoro e, dall’altro lato, la consapevolezza dell’utilità della formazione di istituzioni che giustificassero la divisione della società in classi, alcune dedite all’esecuzione dei lavori più usuranti, altre alle attività di direzione e comando, o alle attività di “propaganda ideologica” per la conservazione dell’ordine costituito. Si è trattato di un processo durato millenni, che, pur in presenza di un continuo e lento miglioramento delle condizioni del vivere insieme, ha consolidato la disuguaglianza sociale che l’avvento delle società agricola era valsa ad affermare e a regolare con l’organizzazione politica e la nascita dello Stato.
Tuttavia, per legittimare la loro condizione, le classi egemoni (formatesi spontaneamente o anche a seguito di atti di conquista), hanno dovuto destinare una quota del prodotto sociale “estorto” alla soddisfazione degli stati di bisogno delle classi subalterne; per cui, se da un lato ciò ha concorso a reiterare la posizione subalterna delle classi sfruttate, dall’altro lato, ha contribuito ad “indebolire” la posizione delle classi alte; favorendo, man mano che aumentava la complessità della vita sociale, l’espansione della rappresentanza delle classi subalterne e consentendo a queste ultime di aumentare il loro “peso” nell’esercizio della “funzione fiscale”. Si è avvivati così all’organizzazione del moderno Stato sociale di diritto, la cui forte rappresentatività degli interessi di tutti componenti della società ha comportato che le decisioni con le quali veniva stabilito il livello della tassazione fossero molto più omogenee (o vicine) a quelle dei singoli componenti la società, di quanto non lo fossero quelle che potevano essere prese dalle classi egemoni, fossero esse rappresentate da un ex “signore della guerra”, da un Faraone, Re o Imperatore.
Lo Stato, quindi, lungi dall’essere stato la “gabbia” nella quale gli uomini sono stati costretti per subire la disuguaglianza tra classi egemoni e classi subalterne, la differenziazione sociale non è stata irreversibile ed assoluta, in quanto la società nata con la rivoluzione agricola è sempre stata caratterizzata da una dialettica che ha visto nel tempo la “società civile” contrapporsi allo Stato; contrapposizione, questa, che, nella sua forma più evoluta e moderna, aspira a conseguire attraverso la democrazia un continuo e giusto equilibrio tra libertà, uso efficiente delle risorse e equa distribuzione del prodotto sociale, al fine di rendere possibile, pur in presenza di disuguaglianze condivise, l’aspirazione di tutti all’autorealizzazione. Lo Stato, quindi non è la “gabbia” che tiene in schiavitù gli esseri umani che vivono in società organizzate politicamente; esso, al contrario, è lo strumento che, se gestito democraticamente, consente alle società civili di difendersi contro chi, per il proprio tornaconto, vorrebbe ricondurre gli uomini, attraverso l’abolizione dello Stato, all’originaria posizione di schiavitù, dalla quale essi, dopo dure lotte millenarie, sono riusciti a riscattarsi.
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DIBATTITO. La disuguaglianza distributiva “male del secolo”, ma la cura efficace e convincente a tutt’oggi non si appalesa, se non con parzialità.

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Il “male del secolo” che gli economisti non riescono a “curare”

di Gianfranco Sabattini*

Secondo un articolo apparso su “L’Espresso” dei mesi scorsi, i dati elaborati dall’ISTAT evidenziano l’aggravarsi in Italia del “divario fra chi ha e potrà avere, e chi non ha. Mostrando come il problema abbia solo sfiorato, per ora, alcune categorie, mentre ne ha già gravemente penalizzate altre. Soprattutto i giovani. Le regioni del Sud. E le persone attorno ai 55 anni. Parti di popolazione che si stanno separando a una velocità cui la politica risponde in ritardo”; forse, è il caso di dire, non sta rispondendo affatto, visto che il divario tende ad aggravarsi.
Il fenomeno della disuguaglianza distributiva in termini di ricchezza accumulata o di reddito percepito non è solo italiano, ma comune alla maggioranza dei sistemi economici di mercato; riguardo ad esso, gli economisti non sono pervenuti ad un’univocità interpretativa, sia riguardo alle cause, che alle misure di politica economica utili al suo contenimento; anzi, una robusta corrente di pensiero fra gli addetti allo studio del funzionamento dei sistemi economici ha teorizzato l’ineliminabilità della disuguaglianza, in quanto considerata strumentale rispetto alla crescita ed allo sviluppo.
E’ interessante seguire il dibattito, sempre alimentato dagli economisti, riguardo al problema della disuguaglianza distributiva. Nel corso dell’Ottocento si è tentato di spiegare, giustificare, ma anche di criticare, la formazione in seno ai singoli sistemi economici di alti livelli di disuguaglianza distributiva. Al riguardo, due erano le posizioni che caratterizzavano il dibattito sulla natura del fenomeno; tra gli esponenti della scuola classica, ad esempio, vi era chi, come Karl Marx, parlava di sfruttamento, e chi, come Nassau Senior, considerava il fenomeno della disuguaglianza come conseguenza del “non consumo”, nel senso che chi riusciva ad “avere di più” in termini distributivi non lo doveva allo sfruttamento perpetrato ai danni di qualcuno, ma, come sottolinea Joseph Stiglitz (“Invertire la rotta. Disuguaglianza e crescita economica”), al fatto che l’”avere di più” era la conseguenza della ricompensa spettante a chi in seno al sistema sociale rinunciava a consumare.
A rimuovere l’incertezza riguardo alla natura della disuguaglianza distributiva è sopraggiunta sul finire dell’Ottocento la “teoria neoclassica della produttività marginale”, secondo la quale la “ricompensa”, o meglio la parte del prodotto sociale spettante a ciascun partecipante al processo produttivo, rappresentava la “retribuzione” riflettente il contributo di ciascun individuo alla formazione di quel prodotto. Mentre il concetto di sfruttamento suggeriva che coloro che ottenevano di più potevano farlo solo in virtù della loro alta posizione nella scala sociale, a scapito di coloro che stavano più in basso; secondo la teoria della produttività marginale – ricorda Stglitz – chi “stava in alto” otteneva il di più solo perché dava di più.
I teorici della teoria neoclassica hanno ulteriormente perfezionato la spiegazione della disuguale distribuzione del prodotto sociale, sostenendo che, laddove il processo economico si fosse svolto in presenza di un mercato competitivo, il fenomeno dello sfruttamento (dovuto, ad esempio, alla presenza nel mercato di anomalie, espresse da posizioni monopolistiche o da pratiche discriminatorie poste in essere da un operatore ai danni di altri) non sarebbe potuto durare e che gli accrescimenti della disuguaglianza, comportando l’accrescimento del capitale concentrato nella mani degli imprenditori, avrebbe provocato anche un aumento dei salari; di conseguenza, la maggiore accumulazione di risorse capitalistiche di chi “stava in alto” avrebbe portato benefici anche per chi “stava in basso”.
In termini formali, ricorda Stiglitz, la teoria della produttività marginale giustificava il fatto che tutti coloro che prendevano parte al processo produttivo ottenessero, in un mercato competitivo, una rimunerazione commisurata al valore del loro contributo alla formazione del prodotto sociale, pari “alla loro produttività marginale”. In tal modo, la stessa teoria della produttività marginale, associando una ricompensa (reddito) più elevata a un maggior contributo alla formazione del prodotto sociale, poteva giustificare anche un trattamento fiscale preferenziale per coloro che percepivano di più; ciò perché coloro i cui alti redditi fossero stati tassati sarebbero stati privati della “giusta ricompensa”, scoraggiandoli ad effettuare ulteriori investimenti in continue innovazioni produttive, a scapito di tutti.
Com’è noto, la teoria neoclassica prescindeva dalla presenza e dal ruolo delle istituzioni sociali; queste, come risulterà chiaro dall’esperienza vissuta col procedere della crescita economica, potevano con la loro azione rimuovere tutte le anomalie e le discriminazione che avessero condizionato il regolare funzionamento del mercato, quindi correggere con provvedimenti esogeni al mercato la stessa disuguaglianza distributiva, quando questa avesse assunto dimensioni tali da risultare disfunzionale rispetto all’ulteriore crescita del sistema economico. Ancora, le stesse istituzioni sociali potevano contrastare le anomalie del mercato con l’introduzione di nuove regole destinate, per esempio, a garantire un miglior funzionamento del mercato del lavoro, la realizzazione di un sistema di sicurezza e di assistenza sociale contro gli esiti delle fasi negative del ciclo economico, o un più giusto ed equo sistema fiscale.
L’esperienza è valsa a fare emergere il fatto che uno dei principali compiti della teoria economica deve essere la comprensione del ruolo delle istituzioni nella regolazione del funzionamento dei mercati, con l’assunzione di atti normativi idonei a contrastare il fenomeno della rendita. Originariamente, con questo termine venivano indicati i compensi del proprietario delle terre, in virtù del suo status di proprietario e non per il suo merito nella formazione del prodotto sociale. Il termine è stato poi utilizzato per indicare compensi che, dal punto di vista della teoria della produttività marginale, non avevano alcuna giustificazione; per questo motivo, la “ricerca della rendita” (rent seeking) esprime, dal punto di vista della teoria economica, il comportamento anomalo di chi – afferma Stiglitz – cerca di ricavare redditi, non come ricompensa per aver creato ricchezza, ma come acquisizione di una quota della ricchezza prodotta senza il suo apporto.
In questo modo, i “rentier”, sottraendo reddito ad altri, distruggono ricchezza. “Un monopolista – afferma Stiglitz – che impone un prezzo eccessivo per il suo prodotto sottrae denaro a quelli che usufruiscono di quel prodotto, e allo stesso tempo distrugge valore”, in quanto, per poter “imporre il suo prezzo di monopolio”, si deve limitare la produzione, concorrendo nel contempo ad allargare il divario tra chi ha di più e chi ha di meno.
Per ostacolare il persistere dei rentier sul mercato, nella prima metà del secolo scorso, molti Paesi hanno adottato regole antimonopolistiche; ma, a causa del disordine politico ed economico che ha caratterizzato quel periodo (due guerre mondiali, Grande Depressione, avvento di regimi politici autoritari, ricerca da parte dei singoli Stati di opportuni “spazi vitali”, ecc.), la legislazione antimonopolista adottata non ha trovato piena attuazione; anzi, sono stati creati impedimenti alla creazione di istituzioni idonee ad assicurare al sistema sociale un condiviso equilibrio tra libertà di scelta, efficienza economica nell’uso delle risorse disponibili e equità nella distribuzione del prodotto sociale.
Nel secondo dopoguerra, il ricupero della libertà economica, l’introduzione di istituzioni finalizzate ad assicurare lo stabile funzionamento dei processi produttivi e la ricostituzione del mercato internazionale hanno rilanciato il processo di crescita dei Paesi ad economia di mercato, congiuntamente all’idea che tale crescita “avrebbe portato maggior ricchezza e un tenore di vita più alto per tutte le classi sociali”. Negli anni Cinquanta e Sessanta, quest’idea è stata supportata dal fatto che tutte le classi sociali hanno migliorato la propria posizione economica e i percettori di redditi più bassi hanno progredito più in fretta degli altri; ciò è valso a riproporre anche l’assunto che una politica economica fiscalmente regressiva a favore dei percettori di redditi alti, alla lunga avrebbe favorito tutti, in quanto le maggiori risorse lasciate ai percettori di redditi alti avrebbero fatto “sgocciolare” effetti positivi al resto della popolazione.
L’assunto era l’”anima” della “teoria del trickle-down”, o dello “sgocciolamento dall’alto verso il basso”, che aveva appunto come presupposto l’idea che una crescita, se sorretta dai benefici economici corrisposti a vantaggio di coloro che hanno di più, potesse favorire automaticamente l’intera società, comprese le fasce di popolazione disagiate. Nei decenni successivi ai Settanta, però, la distribuzione del prodotto sociale ha favorito prevalentemente coloro che già percepivano alti redditi, a scapito di tutti gli altri percettori, secondo una logica distributiva che è valsa a smentire la teoria del trickle-down.
I dati relativi al processo distributivo del prodotto sociale hanno mostrato che ad avvantaggiarsi è stata una categoria di percettori: i dirigenti delle imprese. Per questi percettori, le indagini condotte su campioni di imprese, finanziarie e non, hanno evidenziato che i maggiori incrementi dei redditi percepiti dai dirigenti hanno avuto la natura della rendita, in quanto l’aumento delle loro retribuzioni non è mai stato il riflesso della loro produttività, come è stato dimostrato dalla mancata correlazione tra i compensi dei dirigenti e l’andamento economico delle imprese da loro guidate.
Inoltre, le ricerche condotte da molte istituzioni internazionali hanno dimostrato che l’aggravarsi del fenomeno della disuguaglianza distributiva dà origine a una forte instabilità economica, che danneggia l’economia in diversi modi: in primo luogo, la disuguaglianza causa un indebolimento della domanda aggregata, poiché, con la maggior parte del prodotto sociale concentrata nelle mani di una minoranza della popolazione, la maggior quota del reddito spesa da chi sta peggio non può essere compensata dalla minor quota del reddito spesa da di sta meglio; in secondo luogo, con la disuguaglianza – afferma Stiglitz- coloro che hanno di meno sono esposti a pericolo di non poter realizzare il loro “potenziale”, per cui il sistema economico “paga un prezzo”, non solo per una domanda complessiva più debole nell’immediato, ma anche per una più bassa crescita futura; in terzo luogo, infine, la disuguaglianza origina una contrazione degli investimenti pubblici, in quanto la bassa crescita non consente la realizzazione di entrate pubbliche sufficienti ad effettuare investimenti nelle aree che avrebbero il maggiore impatto sulla produttività del sistema economico, quali quelle dei trasporti pubblici, delle infrastrutture, della tecnologia e dell’istruzione.
Riguardo a tutti questi effetti negativi della disuguaglianza distributiva sulla crescita del sistema economico, Stglitz afferma che, di per sé, essi sono la dimostrazione dell’infondatezza della teoria della produttività marginale; poiché l’assunto di tale teoria è che la rimunerazione di chi riceve di più è dovuta al suo maggior merito e che il resto della società trae beneficio dalla sua attività, si sarebbe dovuto verificare che le rimunerazioni più alte per chi riceve di più dovessero essere associate a una crescita maggiore del sistema economico. Invece, in presenza della disuguaglianza distributiva, si è verificato, e continua a verificarsi, esattamente il contrario.
In conclusione, a parere di Stiglitz, per rilanciare la stabilità di funzionamento e la crescita del sistema economico, occorrerebbe l’attuazione di adeguate politiche in almeno quattro aree d’intervento, il cui unico obiettivo dovrebbe essere la riduzione del pericolo che il corpo sociale, a causa della disuguaglianza, finisca col dividersi in nuclei tra loro separati in modo irreversibile. La prima area di intervento dovrebbe essere individuata nell’eliminazione di tutte le situazioni di rendita e dei meccanismi di rimunerazione che non hanno alcuna giustificazione economica; la seconda dovrebbe riguardare i settori produttivi che concorrono a conservare la stabilità economica del sistema e ad aumentare i livelli occupazionali; la terza area dovrebbe concernere l’istruzione; la quarta, infine, la gestione del sistema fiscale, per realizzare una tassazione “equa e completa” dei redditi di capitale, con la destinazione delle entrate al finanziamento delle politiche da attuare nelle restanti aree.
Stiglitz afferma che una politica economica e finanziaria orientata secondo le linee da lui indicate sarebbe sufficiente per contrastare la disuguaglianza distributiva, considerata il “male del secolo”. Ma, nell’esposizione delle cause del “male” e nella formulazione della “ricetta” appropriata alla sua “cura”, come capita nella maggioranza delle analisi degli economisti, dopo aver prescritto le “medicine” da somministrare, Stiglitz tralascia di considerare che la sua terapia è di breve periodo; ciò significa che un un sistema sociale, operante in presenza delle condizioni economiche attuali, è costantemente esposto a possibili ricadute, sempre più gravi, nel medio-lungo periodo. La “cura del male del secolo”, perciò, non potrà essere stabilmente perseguita senza che le politiche economiche suggerite siano sorrette da cambiamenti strutturali del sistema economico, in grado di incidere durevolmente sulle istituzioni che presiedono alla distribuzione del prodotto sociale.
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Sicurezza e Paura

valutazione microITALIANI
la paura fatto politico

di Ritanna Armeni su Rocca

Gli italiani potrebbero dormire sonni tranquilli. O almeno di gran lunga meno agitati. Vivono in un paese sicuro, dove i reati sono in costante diminuzione, dove le possibilità di un attacco alla persona costituiscono solo un’eccezione. Una brutta eccezione, certo, ma non tale da condizionare le proprie abitudini, da determinare la propria condotta di vita o da limitare i propri piaceri.
Lo stesso ministero dell’Interno, quello il cui titolare oggi poggia gran parte delle sue fortune sulle paure degli italiani, ha annunciato nell’ultimo anno un calo del 9,2% dei «delitti», passati dai 2.457.764 del 2016 a 2.232.552. I più efferati di que- sti – gli omicidi – sono stati 343 (-11,8%), di cui 46 attribuibili alla criminalità organizzata e 128 in ambito familiare-af- fettivo. Sempre il ministero dell’Interno ha comunicato che anche le rapine cui gli italiani – come si sa – si sentono assolutamente vittime si sono ridotte dell’11% e i furti del 9,1%.
«Il coraggio se uno non l’ha non se lo può dare» faceva dire Manzoni al suo Don Abbondio, ma un po’ di tranquillità forse sì. Invece gli italiani non sono affatto sereni. Sentono attorno a loro pericoli grandi, li ingigantiscono, ne sono condizionati nella vita quotidiana. Sono diventati compagni sempre presenti della loro quotidianità. Rapine, furti addirittura omicidi sono evidentemente protagonisti nella loro mente o nelle loro fantasie. Sicuramente lo sono nei loro discorsi. E a nulla valgono i dati della realtà. Quasi un terzo degli italiani (27,6%) – affermano recenti dati – si sente poco o per niente sicuro quando si trovano da soli per la strada, la sera e il 10 per cento non vorrebbe rimanere solo a casa.
La paura quindi dilaga. È percepita, ovviamente, nelle zone di degrado e insicurezza ma anche quando non ce n’è motivo, in zone del paese note per la loro tranquillità. Avviene spesso – fanno notare le statistiche – che la paura è maggiore proprio lì dove non dovrebbe esserlo, dove tutto, il numero effettivo dei reati, la presenza di forze dell’ordine, una tradizione di sicurezza – dovrebbe far percepire il contrario.

l’uomo nero
Non resta a questo punto che chiedersi come mai questo contrasto fra la situazione reale e la percezione che si ha di essa. Una domanda tanto più importante oggi, nel momento in cui la paura è diventata un fatto politico, forse il più importante, su cui si giocano il successo e l’affidabilità di molti partiti italiani ed europei. E, in cui ha trovato un soggetto dell’immaginario (ma quanto potente!) su cui fondarsi, l’immigrato, «l’uomo nero» che oltre che mettere in pericolo il benessere, la tradizione e cultura degli italiani, introdurrebbe delinquenza e degrado. Clandestino e disposto a tutto «l’uomo nero» è diventato l’incubo di persone adulte, capaci di intendere, di volere e di distinguere.

Ma lasciamo l’immaginario, che pure ha una sua importanza, torniamo alle statistiche e vediamo che cosa ci dicono. Apprendiamo che quasi un italiano su due non ha piena fiducia nella capacità delle forze dell’ordine di controllare il territorio. Molti di più che nel passato. Le forze dell’ordine, ma abbiamo l’impressione che essi rappresentino più ampiamente le istituzioni – secondo gran parte degli ita- liani – non sono presenti e quando ci sono, non si comportano come il cittadino si aspetterebbe.
Gli italiani – se ne deduce – non si sentono sicuri e hanno paura soprattutto perché non si sentono protetti, non tanto quindi perché c’è un pericolo reale, che nella maggior parte dei casi non esiste ma perché, se questo ci fosse sentono di non poter contare su nessuno. E naturalmente – riprendiamo ancora le statistiche – sono le donne e gli anziani coloro che manifestano maggiormente i loro timori e la loro diffidenza.

le conseguenze
Non resta che chiedersi a questo punto quali siano già oggi le conseguenze della grande paura. Oltre al fatto ovvio che gli italiani si costringono a rimanere di più in casa evitando di uscire nelle ore notturne o cercano di non essere mai soli.
La prima conseguenza è che gli italiani si armano. Sempre di più credono che il possesso di una pistola o di un fucile possa difenderli. Recenti studi dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo affermano che almeno dodici italiani su 100, circa sette milioni, possiedono armi proprie, legali o illegali.
L’Italia sarebbe quindi il 15° Paese su 178 per detenzione e possesso di armi private e il 34° nel Global peace index.
Le cifre a dire il vero variano molto: secondo i dati del Viminale più di un milione e 300 mila persone hanno una licenza per porto d’armi (uso caccia e sportivo), 179mila in più rispetto al 2011. Ma – questo il punto – ogni anno sono richieste migliaia di nuove licenze e nel giro di pochi anni la detenzione di armi sportive sarebbe addirittura triplicata, da 187.000 nel 2015 a 397.384 nel 2016. E poi ci sono coloro che le armi non le dichiarano e le comprano al mercato nero.
La seconda conseguenza è sotto gli occhi di tutti ed è politica. Gli italiani premiano sempre di più e si affidano ai partiti che dicono di comprendere la loro paura, la ingigantiscono e affermano di essere pronti alla loro difesa. Partiti che vogliono cacciare «l’uomo nero», che non sono contrari al porto d’armi più facile, che vogliono rendere più «agevole» la legittima difesa. Alle ultime elezioni il partito della «paura» che è trasversale e va al di là della Lega di Matteo Salvini, ha vinto. Quel che è peggio è che continua ad affermarsi. Quanto ci vorrà perché la fiducia, la solidarietà e la benevolenza diano vita ad un partito del coraggio?
Ritanna Armeni

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GIUSTIZIA IN ITALIA
Il delitto della miseria
di Roberta Carlini su Rocca.

I poveri ci vuol poco a farli comparire birboni. Questa frase di Alessandro Manzoni non è tra quelle che più spesso si citano a scuola per illustrare il più studiato (e forse odiato) dei nostri autori. Ma esprimeva bene lo stato della giustizia all’epoca. E lo sintetizza ancora oggi, secondo l’accorata denuncia che è contenuta in un piccolo libro dal titolo eloquente: «Giustizia, roba da ricchi» Laterza, 2017. Elisa Pazé, la magistrata che lo ha scritto, cita Manzoni in apertura, per introdurre il lungo elenco di leggi, casi, numeri e giurisprudenza che sostengono la sua tesi.
Ne esce fuori un quadro desolante della diseguaglianza in Italia, vista per una volta non attraverso gli indicatori economici ma dalle aule dei tribunali e dalle carceri. Entrambe affollate dalla parte più povera della popolazione, e impegnate nella persecuzione di reati che destano un allarme sociale che, alla luce dei numeri, appare esagerato. Eppure in grado di cementare consenso politico, caratterizzare campagne elettorali, probabilmente diventare il programma di governo.

nuovi indicatori
Nel Rapporto annuale dell’Istat, oltre ai numeri più «gettonati» su Pil, occupazione, debito pubblico, c’è una tabellina che riassume lo stato del benessere, e del malessere, mettendo insieme i nuovi indicatori del Bes (Benessere Equo e Sostenibile), quelli destinati, in un’ottica statistica più lungimirante, a rimpiazzare gli indici tradizionali. Tra questi, ce ne sono alcuni che, in modo del tutto inaspettato dalla larga opinione, inducono a maggiore ottimismo: come la riduzione del tasso di «criminalità predatoria», ossia la percentuale di furti in abitazione, borseggi e rapine ogni mille abitanti. Si tratta di reati che impauriscono, ovviamente: chiunque ne abbia subìto uno sa quanto sia grave il senso di insicurezza e vuoto che può prendere trovando la propria abitazione scassinata, oppure il terrore che induce uno scippo per strada, o peggio l’essere coinvolti in una rapina mentre si fa la spesa al supermercato.
Ma c’è una buona notizia: questi reati, dice l’Istat, sono in diminuzione, dal 29,5 per mille del 2013 al 24,1 del 2017. Negli stessi anni nei quali questi comportamenti diminuivano, saliva però l’allarme sociale; al quale hanno contribuito in particolare alcune trasmissioni televisive, soprattutto nel pomeriggio e soprattutto delle reti Mediaset, a guardare le quali per settimane e settimane si aveva l’impressione che in Italia, e soprattutto al Nord, non si facesse che svaligiare villette e piccoli negozi e scippare donne anziane. L’allarme è stato cavalcato in campagna elettorale dal centrodestra e soprattutto da Salvini; che non a caso fa adesso della legittima difesa
il secondo dei punti cardine del suo incarico da ministro dell’interno (il primo essendo l’immigrazione). Interessante il fatto che dalla proprietà di Mediaset – ossia dall’ex alleato di Salvini, Silvio Berlusconi – è venuta una sorta di autocritica, con la chiusura di quei programmi ad alto tasso di allarmismo e populismo, il cui effetto è probabilmente sfuggito dalle mani agli stessi strateghi del palinsesto. In ogni caso, conseguenza normativa di tutto ciò sarà probabilmente una riforma della legge, all’insegna dello slogan «la difesa è sempre legittima»: che lascia dilagare l’idea per cui, se non ci si difende da sé, sparando come nel far west, nessuno ci difende e i delinquenti restano impuniti, a causa della malagiustizia.

il patrimonio più tutelato della persona
È così? Non pare proprio, a scorrere le pagine del libro di Elisa Pazé. La quale racconta come il nostro diritto penale, già fortemente caratterizzato da una predominanza della tutela del patrimonio e dei beni rispetto a quella dei diritti e dell’integrità della persona, ha via via rafforzato questa tendenza, con le modifiche apportate negli ultimi anni. Il caso della repressione dei furti è emblematico. Oggi l’autore di un furto aggravato è punito come chi compie maltrattamenti sistematici sui propri familiari (pena massima sei anni): ma il furto, dopo la riforma del codice penale del 2001, è quasi sempre «aggravato». L’autrice fa l’esempio di una delle fattispecie più banali e ricorrenti, il furto di merci in un supermercato: che non è mai semplice, ma sempre condito di aggravanti poiché, prelevando per esempio una scatoletta di tonno da uno scaffale o una maglietta da un espositore, si approfitta della «esposizione alla pubblica fede» (in effetti, le merci sono esposte per poter essere vendute), oppure si ricorre a mezzi fraudolenti (come infilare la scatoletta in una sacca), o si usa violenza sulla cosa stessa (per esempio rimuovendo da un vestito la targa antitaccheggio). Se ricorre uno di questi casi, il furto è aggravato, se ne ricorre più d’uno è pluriaggravato. Bene, si dirà, il fatto che si tratti di beni di lieve valore non deve renderci più indulgenti verso chi non rispetta la proprietà. Però va anche detto che il codice è molto più benevolo verso altre condotte che ledono beni e proprietà private o collettive, come la bancarotta fraudolenta, o i reati ambientali, dall’abusivismo all’inquinamento: tutti i reati dei «colletti bianchi».
Assumendo una faccia più feroce nel caso dei furti, il codice penale se la prende soprattutto con un reato che in grandissima parte è compiuto dai più poveri. Trattando dei delitti e delle pene, Cesare Beccaria nel 1764 scriveva che il furto è «il delitto della miseria e della disperazione, il delitto di quella infelice parte di uomini a cui il diritto di proprietà (terribile, e forse non necessario diritto) non ha lasciato che una nuda esistenza». Ma pochissimi oggi, al contrario che nei circoli illuministi di fine Settecento, sarebbero disposti a mostrare indulgenza verso il reato dei poveri, o almeno pari trattamento rispetto a quelli dei più benestanti. Forse perché si pensa che, in caso di particolare necessità e indigenza, scattino delle clausole attenuanti: che invece, avverte la magistrata, non ci sono, poiché la giurisprudenza interpreta il «grave e urgente bisogno» in modo molto restrittivo e lo esclude quando c’è, anche solo in teoria, la possibilità di soddisfare quel bisogno in altro modo.

giustizia roba da ricchi?
Dunque, la giustizia è di classe, è una «roba da ricchi», non solo perché i più ricchi possono difendersi meglio e sfruttare i tempi lunghi del processo, ricorrere alla scappatoia della prescrizione o ai migliori avvocati; ma anche per il modo stesso in cui le leggi sono scritte e il computo della pena si forma. Il che porta alla conseguenza per cui le carceri sono affollate di poveri, e tra questi soprattutto di immigrati. Le cause di questa composizione sono molteplici – e una delle prime è nel fatto che la condizione di immigrato è molto spesso essa stessa un reato, se si è entrati senza permesso in Italia – ma pesa anche la maggior durezza del diritto penale su alcuni reati e la mano leggera su altri. La percentuale di «colletti bianchi», impiegati, professionisti, manager che hanno compiuto azioni delittuose e sono in carcere in Italia è molto più bassa che in Germania, per fare un parallelo con un Paese non molto distante come cultura giuridica e sistema economico.
Si tratta di ragionamenti impopolari, e nessun politico si azzarderebbe a farli in pubblico – tranne in pochissimi casi – per paura di perdere consenso. Anzi, su questi temi come su quello dell’immigrazione si ripete una tattica molto semplice: portare le persone a prendersela con chi sta più in basso, sulla scala sociale e persino su quella della delinquenza, invece di dirigere risentimento e scontento verso chi ha più potere, mezzi, possibilità e anche responsabilità. Eppure, molto dipende dal modo in cui la comunicazione viene fatta: siamo tutti d’accordo sul fatto che rubare una scatola di tonno in un supermercato nascondendola in una sporta della spesa sia una condotta più grave di quella del marito che maltratta la moglie per anni? Il diritto penale non dovrebbe seguire l’emozione del momento, ma dei principi di civiltà e giustizia. Che certo, dipendono anche dall’evoluzione sociale e storica: ma, per restare agli anni più recenti, siamo tutti d’accordo a parole sul fatto che truffare il pubblico risparmio, o buttare veleni nel- l’acqua, o comprare i voto di qualcuno, siano condotte gravissime. Eppure, quanti autori di questi reati finiscono davvero in carcere?
Roberta Carlini

ROCCA 1 AGOSTO 2018 n. 15
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Dibattito. CheSuccede? CheFare? Partiamo dalla constatazione che siamo ultimi

valutazione microDisastro crescita: l’Italia è sempre più ultima in Europa, ma non frega niente a nessuno
Le previsioni economiche per il 2018 e per il 2019 indicano che non solo saremo (al solito) ultimi per crescita del Pil, ma che la distanza dagli altri continuerà ad ampilarsi: eppure in Italia si parla tutto fuorché di questo. Benvenuti in un Paese che muore di inconsapevolezza
di Francesco Cancellato su LinKiesta

Ultimi. Anzi, più che ultimi, con un distacco dalla penultima che aumenta di anno in anno. Ultimi quando tutti crescono e ultimi quando tutti decrescono. Sono i dati del quadro previsionale della Commissione Europea e certificano, nonostante i dati positivi degli ultimi anni, che la nostra economia viaggia davvero a un ritmo diverso da tutte le altre, come se fossimo una macchina col motore in avaria, o con una ruota in meno.

I dati, dicevamo, raccontano che nel 2018 chiuderemo con una crescita dell’1,5%, contro una media della zona Euro del 2,3% e una media dell’Unione Europea del 2,5%. Andrà ancora peggio nel 2019, dove i Paesi con l’Euro cresceranno del 2%, quelli dell’Europa a 27 del 2,2% e noi ci fermeremo all’1,2%. Peggio di noi nessuno. Sotto il 2% – parliamo delle previsioni 2019 – solo il Belgio e la Francia, comunque un buon mezzo punto avanti. Gli altri PIGS che viaggiano dal 2% del Portogallo al 4,1% dell’Irlanda, passando per il 2,4% della Spagna e il 2,3% della Grecia.

Colpa dell’Euro? Difficile, visto che quelli che ce l’hanno esattamente come noi, crescono molto più di noi. Dell’austerità? Nemmeno, visto che chi l’ha “subita” – non solo i Paesi mediterranei, ma anche quelli del nord come Germania e Finlandia che se la sono auto-imposta, viaggiano molto meglio di noi. Del mercantilismo tedesco e del suo surplus commerciale? Difficile sostenerlo, visto che i tedeschi crescono sotto la media europea, e che se c’è una cosa che cresce alla grande è proprio il nostro export.

L’esasperazione sociale, il rancore, la rabbia e la paura arrivano tutte da qua. Da un’economia malata, che non riesce a crescere di almeno due punti l’anno dall’inizio del millennio. Da un sistema Paese che preferisce tenersi tutti i suoi sprechi e tutte le sue inefficienze, anziché curarla. Da una cultura dell’alibi che produce capri espiatori in batteria – l’Euro, la finanza, i tedeschi, i migranti – pur di non mettere in discussione alcunché

No, cari. I dati raccontano proprio questo: che non c’è mezzo alibi a disposizione, a questo giro. Se siamo ultimi in Europa è per problemi nostri. È perché abbiamo un debito pubblico stellare, ad esempio, checché ne dicano i piazzisti del modello giapponese, quelli secondo cui dovremmo indebitarci come se non ci fosse un domani. Un debito che non ci consente di fare nessuna politica espansiva efficace, senza pagarne gli effetti. È perché abbiamo speso un sacco di soldi per caricarci sulle spalle fardelli insostenibili. O perché non siamo attraenti per gli investitori, esteri e italiani, a causa dell’incertezza del diritto, di tasse troppo alte, di una burocrazia settecentesca, della criminalità organizzata. O ancora, perché siamo ostili all’innovazione, al punto da spingere i giovani ad andarsene, dopo averli formati, purché non si azzardino a toccare nulla, a non cambiare nulla.

Anche, è a causa di scelte politiche sbagliate. Lo possiamo dire o no, che questi dati certifichino il fallimento di tutte le politiche per la crescita degli ultimi sette anni almeno, dalla fine della crisi dello spread a oggi? Che pur con tutte le migliori intenzioni gli ottanta euro non hanno rilanciato i consumi, il jobs act non ha rilanciato gli investimenti privati e l’occupazione, e industria 4.0 non ha fatto crescere produttività e salari, non abbastanza, perlomeno, per accorciare le distanze col resto del continente, che invece si sono ampliate? Se non abbiamo l’onestà di ammetterlo, come potremo provare anche solo a ragionare di strumenti e strade nuove?

Di fronte, non abbiamo niente di divertente, peraltro. Il 35% degli investitori interpellati da un sondaggio Bank of America e Merrill Lynch – più di uno su tre – hanno dichiarato che nell’ultimo mese avrebbero deciso di ridurre la loro esposizione in Italia. Peggio di noi, solo il Regno Unito, a causa della Brexit, giusto a ricordarci come finiremmo nel caso di uscita dall’Euro, altro spauracchio che evidentemente agita i sonni di chi vuole mettere del grano in Italia.

La cosa più buffa di tutte, però, è di tutto questo in Italia non si parla più. Del resto, non conviene a nessuno. Non a chi ci ha governato sinora, piazzista di retoriche sul Paese ripartito che non si sono rivelate tali. Non a chi governa, che di tutto si sta occupando fuorché di crescita e che anzi, per mano del suo ministro allo sviluppo economico, licenzia decreti dignità in cui si dice candidamente che farà diminuire i posti di lavoro – robetta: 8000 in dieci anni, ma non si era comunque mai visto – e che decide di ridiscutere un accordo firmato di rilancio e bonifica dell’Ilva di Taranto, uno dei più grandi investimenti esteri in Italia degli ultimi anni, in una terra maledetta e senza alternative.

Segnatevelo: l’esasperazione sociale, il rancore, la rabbia e la paura arrivano tutte da qua. Da un’economia malata, che non riesce a crescere di almeno due punti l’anno dall’inizio del millennio. Da un sistema Paese che preferisce tenersi tutti i suoi sprechi e tutte le sue inefficienze, anziché curarla. Da una cultura dell’alibi che produce capri espiatori in batteria – l’Euro, la finanza, i tedeschi, i migranti – pur di non mettere in discussione alcunché. Del resto, tra trent’anni, in Italia non ci vivranno né gli anziani, né i giovani. Perché occuparsene, no?

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Ecco perché la strategia di Salvini sulle migrazioni è già un fallimento totale
Disastri in Libia, dove la guardia costiera continua a fare il doppio gioco, nonostante gli accordi. Disastri in Italia, con una crisi istituzionale dietro l’altra. Disastri in Europa, con la folle alleanza con gli anti-italiani. Fare peggio in quaranta giorni era quasi impossibile
di Francesco Cancellato su LinKiesta.

Non poteva esserci smacco peggiore di un barcone con 450 persone a bordo a largo delle coste di Lampedusa, per Matteo Salvini. Meglio ancora: non poteva esserci miglior attestazione del velleitarismo e dell’inconsistenza del suo tentativo di chiudere a doppia mandata la rotta del Mediterraneo centrale dando soldi e ruolo alla guardia costiera libica ed eliminando le navi delle organizzazioni non governative da quel tratto di mare.

Indovina un po’, i migranti partono ancora, sono semplicemente passati dai gommoni alle barche. E il potere di deterrenza della guardia costiera libica, doppiogiochista per definizione, è semplicemente pari a zero, nonostante tutte le nostre generose elargizioni.

Se al Viminale ci fosse Alfano, per dire, staremmo tutti parlando di un fallimento clamoroso, l’ennesimo in soli quaranta giorni. Disastro in Libia, paese in guerra civile e teatro di sistematiche violazioni dei diritti umani, cui Salvini ha affidato i nostri confini meridionali, per spezzare le reni alle poche organizzazioni non governative presenti nell’area. Il risultato? Le partenze continuano imperterrite, semplicemente cambiano i mezzi messi a disposizione degli scafisti. E la guardia costiera continua a fare il suo doppio gioco – di cui tutti, tranne Salvini, paiono essere consapevoli – forte delle miglia di mare che le sono state gentilmente offerte da presidiare, dei soldi e dei mezzi messi a disposizione della Repubblica Italiana e della consapevolezza che Salvini le ha affidato la propria sopravvivenza politica. Non esattamente le peggiori condizioni del mondo, in una trattativa.

A scacchi, quando le mosse cominciano a diventare obbligate, vuol dire che la partita è persa, o quasi. E Salvini oggi ha solo poche mosse a disposizione per evitare lo scacco matto. O riuscirà ad alzare un muro nel Mediterraneo e a far partire i rimpatri – che sembrano spariti dall’agenda peggio dell’abolizione della Fornero -, o sarà riuscito nell’impresa di far diventare l’Italia il Paese-gabbia della rotta migratoria meridionale verso l’Europa

Disastro pure in Italia, a ben vedere, dove Salvini riesce nell’impresa di provocare una crisi istituzionale a settimana, ormai. Prima coi ministri della difesa e degli esteri Trenta e Moavero, che nel caso della nave irlandese che ha sbarcato 106 migranti a Messina nell’ambito della missione comunitaria Sophia, gli hanno ricordato che il Viminale non si occupa di trattati internazionali. Poi con il presidente Mattarella, che si è imposto sul premier Conte per far sbarcare a Trapani i 66 migranti raccolti dal rimorchiatore italiano Vos Thalassa e sbarcati sulla nave Diciotti della guardia costiera italiana, dopo che Salvini aveva chiuso loro il porto.

Disastro pure in Europa, infine, dove il risultato dell’alleanza con i Paesi del blocco di Visegrad e col ministro degli interni tedesco Horst Seehofer ha portato alla fine di ogni speranza di revisione del Trattato di Dublino, alla stretta sui movimenti secondari e alla minaccia di chiudere i confini con l’Italia. Alla faccia di Giuseppe Conte, che aveva esordito al consiglio europeo affermando che «chi sbarca in Italia, sbarca in Europa». E che oggi si trova nelle condizioni di dover provare a rinegoziare la missione Sophia, nuovo bersaglio delle ire salviniane, un «folle accordo», secondo il suo sodale, il ministro dei trasporti Danilo Toninelli, una delle poche missioni co-finanziate dai 27 stati membri che ha sinora fatto arrestare 143 sospetti trafficanti, neutralizzato 545 imbarcazioni e contribuito a salvare 44.251 vite.

A scacchi, quando le mosse cominciano a diventare obbligate, vuol dire che la partita è persa, o quasi. E Salvini oggi ha solo poche mosse a disposizione per evitare lo scacco matto. O riuscirà ad alzare un muro nel Mediterraneo e a far partire i rimpatri – che sembrano spariti dall’agenda peggio dell’abolizione della Fornero -, o sarà riuscito nell’impresa di far diventare l’Italia il Paese-gabbia della rotta migratoria meridionale verso l’Europa. Esattamente il contrario di quel che aveva promesso di fare. Non era facile fare peggio.
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FASE POLITICA. Riflessioni interessanti ospitate dalla rivista Rocca

valutazione micro aiuto, aiuto
la sinistra non c’è più!

di Aldo Antonelli su Rocca

Più che un terremoto, l’ultima tornata elettorale è stato uno tsunami che ha cancellato anni di storia e rivoluzionato la geografia politica dell’intero Paese. «Più che una semplice sconfitta elettorale, scrive il vicedirettore di Huffington Post Alessandro De Angelis, è la certificazione di uno sradicamento storico della sinistra dal paese».
Lasciamo agli esperti e, soprattutto, ai responsabili del Partito Democratico, il compito di analizzare la situazione, confidando nella necessaria capacità riflessiva ed autocritica che li tenga lontani dai facili mea culpa e dagli stucchevoli giochini delle reciproche scomuniche.
Noi, da parte nostra, siamo tentati di innalzare bandiera bianca e gridare all’aria che c’è un solo vincitore, non solo in Italia, ma nel più vasto mondo: l’ideologia libertina e truffaldina che scambia la libertà per libertinaggio, persegue il possesso senza interrogativi, compone e scompone persone/monadi come fossero birilli in vista del gioco del momento, impone sogni impedendone la realizzazione, degrada il popolo in una massa liquida spendibile sul banco della politica muscolare di chi fa carriera politica in nome dell’antipolitica. I muscoli al posto del cervello e la volontà di potenza al posto della coscienza sono i nuovi fattori della democrazia telecomandata! Ma a che pro lanciare queste denunce?
È possibile andare oltre gli esclamativi che inchiodano il pensiero all’inazione e imbalsamano la coscienza nella rassegnazione impotente e fatalista?
Ecco: forse porsi delle domande potrebbe rimetterci in gioco con i nostri sogni e le nostre convinzioni.
Noi incominciamo ad avere il sentore che il Partito Democratico sia stato strozzato da un nodo scorsoio nel quale sono confluiti, intrecciandosi e divorandosi a vicenda, tutti i fili che a suo tempo costituivano il tessuto della Sinistra e che il mercato globalizzato e affrancato da ogni tutela statale ha corroso, quattro in particolare: il Popolo, il Lavoro, il Pensiero e il Progetto.

Su ognuno di questi temi apriamo una finestra che offra la possibilità di un rinnovato coinvolgimento per la ricostruzione.

il popolo
Si è fatto di tutto, in questi ultimi decenni, per far diventare plebe del web il popolo della Costituzione. Il popolo non esiste in natura. Non è un aggregato sociale e tanto meno una classe. È prima di tutto una costruzione politica che i politici hanno da tempo dismesso.

il lavoro
«Viviamo in un’epoca nella quale le merci sono diventate le protagoniste della storia mondiale, mentre il lavoro che le produce viene ricacciato in una sorta di purgatorio dell’irrilevanza», denunciava Piero Bevilacqua, docente di storia contemporanea presso La Sapienza già nel lontano 2008.

il pensiero
La fatica del pensiero è stata soppiantata dalla facilità del sentimento ripiegato in risentimento… e non a caso, se Adolf Hitler soleva ripetere: «Che fortuna per i governanti che gli uomini non pensino».

il progetto
Da tempo sono scomparsi dalla politica i progetti di ampio respiro dentro i quali gestire i singoli problemi, scambiando il «Governo della cosa pubblica» con la «governance» di thatcheriana memoria, cosicché l’azione politica è ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato «problem solving». Cioè alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. Dalla politica siamo scivolati verso un sistema (quello della governance) che tendiamo a confondere con la democrazia.
Su questi temi, purtroppo, la sinistra è stata latitante, se non assente.
Ma è su questi temi nodali che noi come cittadini e la sinistra come politica dovremmo lavorare per ritrovare le Parole necessarie per una nuova narrazione.

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ROCCA 15 LUGLIO 2018
pensa-toreECOLOGIA
se l’ambiente non passa per la Costituzione

di Ugo Leone su Rocca

Come avviene praticamente ogni anno, quale più quale meno, il 2018 ricorda e addiritura celebra alcuni «compleanni». Tre in particolare vedo collegabili perché uniti, senza forzature, dai temi
ambientali: il 70° della Costituzione e il 50° del «Sessantotto» e della nascita del «Club di Roma».
Comincio da quest’ultimo per ricordare che quel «club», di Roma perché fondato a Roma, fu ideato da Aurelio Peccei, ex manager di Fiat e Olivetti, e costituito da un gruppo internazionale di personalità del mondo scientifico, economico e industriale, che si dichiararono «individualmente preoccupati della crescente minaccia implicita nei molti e interdipendenti problemi che si prospettano per il genere umano». Per questi motivi promossero una serie di rapporti sui «dilemmi dell’umanità» affidandone la realizzazione ai ricercatori del Mit (Massachusetts Institute of Technology), il primo dei quali, del 1970, è noto come Rapporto sui Limiti dello Sviluppo. Uno sviluppo che veniva considerato irrealizzabile senza tener conto della qualità del suo ambiente: la Terra con i suoi miliardi di abitanti.

la contestazione ambientalista
Questa preoccupazione e la sensibilità verso le problematiche definibili «ambientaliste» si era già cominciata a manifestare nella università californiana di Berkeley dalla quale partirono i primi «movimenti di contestazione giovanile». Questi erano caratterizzati anche da una chiara connotazione ambientalista che, «importata» oltreoceano, a Parigi innanzitutto, diventò «il Sessantotto» e si andò progressivamente diffondendo. Prima e innanzitutto nei paesi economicamente più sviluppati, poi anche in quelli in via di sviluppo nei quali il deterioramento ambientale presentava aspetti non meno allarmanti di quelli che avevano caratterizzato le economie dei paesi industrializzati. Questa è quella che lo storico Ferdinand Braudel definì «rivoluzione culturale»; una rivoluzione che, come scrisse il sociologo Pierre Fougeyrollas, significava «una rivoluzione nella ma- niera di sentire, agire e pensare, una rivo- luzione nelle maniere di vivere, insomma una rivoluzione della civiltà». In ciò non mi sembra una forzatura vedere i presupposti di quella che sarebbe stata auspicata come «rivoluzione ecologica della società». La componente ecologista del movi- mento ha avuto grandi meriti nella sensibilizzazione di crescenti «masse» di popolazione ai problemi dell’ambiente ed ai rischi connessi con una crescita puramente quantitativa che non si traducesse in reale sviluppo economico e sociale.
Anche in Italia dove, preoccupati soprattutto della ricostruzione post bellica e del rilancio della crescita economica (che fu poi definita il boom degli anni Sessanta), non ci si preoccupò del come tutto ciò si stava realizzando: con quale impatto negativo su ambiente e territorio. E, quindi ignorando quanto tutto ciò stava avvenendo in modo «incostituzionale». Trascurando cioè di sapere e ricordare che la Carta Costituzionale all’articolo 9 prevede che «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Come si vede è un articolo ricco di «parole chiave» di eccezionale importanza: cultura, ricerca scientifica, paesaggio, patrimonio storico e artistico. Ma privo di un’altra: la parola ambiente.
Un’assenza ben «giustificabile» perché all’epoca – era il 1947 – non si parlava di ambiente. Non come se ne sarebbe cominciato a parlare dal ’68 e come se ne parla oggi e non con le preoccupazioni con le quali questo argomento si affronta da una cinquantina di anni.

il valore paesaggio
La ricostruzione fisica delle fabbriche distrutte e delle abitazioni rase al suolo dalla guerra avvenne, soprattutto per l’edilizia abitativa, in modo assolutamente incurante dell’importanza del valore paesaggio. E furono messe, non solo a Napoli, «le mani sulla città» così ben documentate nel 1963 nel film di Francesco Rosi. In non pochi casi ne ha negativamente risentito anche il patrimonio storico, artistico e naturale. Basta osservare le manomissioni in non pochi siti archeologici della Magna Grecia quali, soprattutto, Calabria e Sicilia e in aree naturali di eccezionale valore come ad esempio il Vesuvio e i Campi Flegrei. Il che significa che ne ha complessivamente risentito non solo il paesaggio, ma l’ambiente di vita in generale. Cioè ciò che ci sta intorno che è il più genuino significato della parola ambiente.
Anche per questo non ci sarebbe, non ci dovrebbe essere, bisogno di ricorrere alla Costituzione per riconoscere la incostituzionalità di comportamenti che quasi quotidianamente compromettono la qualità della vita dei cittadini. Perché qualità dell’ambiente e sicurezza del territorio sono temi che qualunque governatore della cosa pubblica, dal governo centrale al più piccolo degli ottomila comuni del Paese, dovrebbe avere in cima ai suoi obiettivi di gestione dei cittadini che è stato chiamato ad amministrare.
La conclusione è che non manca niente nella Carta costituzionale per difendere e pretendere che sia difeso l’ambiente. Anche se questa parola «manca» o, meglio, non è presente nell’articolo 9.
Ugo Leone

ROCCA n. 14, 15 LUGLIO 2018
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Europa Europa non consegnarti all’inciviltà!

Félix Vallotton (Losanna 1865-1925) il ratto d' Europa
EUROPA
giocando a scaricabarile

di Roberta Carlini su Rocca

Facce stravolte, cravatte allentate, tailleur stropicciati. Il copione degli accordi raggiunti a notte fonda, di solito riservato alle trattative sindacali, è utile alla retorica del salvataggio in extremis, del duro lavoro fatto per evitare il baratro, dei leader volenterosi. Ma la sostanza arriva poi con la luce del giorno, e il tanto atteso e temuto Consiglio europeo di fine giugno si è concluso, all’alba del 30, con scarsa sostanza. Quella bastevole a evitare la rottura. A scongiurare il pericolo che l’Europa, nata sulla moneta, morisse sui profughi. Ma mentre decine e decine di persone morivano di morte non simbolica, nel mar Mediterraneo, la vita dell’Unione continuava senza un messaggio di salvezza per loro. L’accordo è presto detto: si farà di tutto per evitare gli sbarchi, dando pieni poteri a una Guardia costiera libica alla cui efficacia e umanità non crede nessuno (anzi, ci sono prove di una sua complicità passata con gli scafisti); e per chiudere chi riesca a sbarcare in centri controllati – eufemismo per dire «prigioni» – chiamati ora «piattaforme di disimbarco». In queste, che dovranno sorgere ai bordi del Mediterraneo, dunque anche in Italia, si scremeranno gli aventi diritto all’asilo e si ributteranno indietro tutti gli altri. Questi gli impegni, la cui attuazione pratica è ancora tutta da scrivere e finanziare.
L’inizio estate del 2018, l’anno che ha portato nel cuore dell’Unione il vento partito dagli Stati Uniti con l’elezione di Trump, ci ha consegnato questo scenario. Si è temuto che il nuovo governo italiano rompesse i patti sull’euro, invece è sui migranti che si è aperta la crisi nell’Unione. E l’Italia è al centro, non solo perché primo grande Paese europeo nel quale la destra xenofoba ha preso il
governo, ma anche per motivi puramente geografici, come piattaforma necessaria di arrivo. Il linguaggio diretto dei nuovi governanti, senza le mediazioni né le formalità rassicuranti legate alla diplomazia, ma an- che a regole istituzionali finora rispettate anche nei momenti più drammatici, ci met- te davanti a una verità nuda: è l’Italia l’anello debole sul quale si può spezzare la catena lentamente costruita dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quell’unione che i fondatori volevano come antidoto al veleno della guerra e dei nazionalismi e che i popoli, o gran parte di essi, sente come nuovo veleno, come una catena essa stessa, rompendo la quale si potrà tornare a un passato migliore.

il morbo incubato
Questa è la caratteristica che unisce la nuova destra che governa gli Stati Uniti, che ha spinto per la Brexit in Gran Bretagna, che è stata respinta in Francia, che governa il «gruppo di Visegrad» (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) e che incalza la Cancelliera Merkel in Germania: il sogno è ambientato nel passato, non nel futuro. Solo pochi anni fa Obama salutava la sua rielezione con un bellissimo discorso e una frase memorabile: il meglio deve ancora venire. Eravamo nel 2012, il primo presidente nero della storia statunitense veniva rieletto nonostante lo sconquasso della crisi del 2008 che aveva salutato il suo insediamento; o forse proprio per questo, dato che la pragmatica risposta del piano Arra di Obama aveva attutito i colpi durissimi della crisi, e avviato una ripresa piena di limiti e difetti ma pur sempre con il segno positivo.
Negli stessi mesi, l’Europa si ammalava della malattia che – forse, insieme ad altre cause – l’ha portata fin qui. Contrastava la crisi a colpi di austerità, comprimeva o negava i principi stessi scritti nella sua carta oltre che nel suo dna: solidarietà, in primo luogo. Al punto di arrivare sull’orlo del baratro, a un passo dal collasso finanziario e poi anche po- litico, su una questione che, dal punto di vista numerico e sostanziale, era minima: il debito della Grecia, enorme per quel Paese ma microscopico in confronto alla potenza e alla ricchezza dell’Unione europea, e anche solo della zona dell’euro. Una crisi che si sarebbe potuta risolvere in pochi mesi e minor sacrificio fu lasciata a bagnomaria, per non compromettere l’immagine e il ruolo di ‘falco’ della cancelliera Merkel che doveva affrontare un voto politico interno. Poi, il tentativo del popolo greco di autodeterminarsi, in presenza di un indebitamento estero enorme e conseguenti vincoli dei mercati finanziari, fu respinto. Se ne uscì, con costi sociali maggiori di quelli che avrebbe comportato un’Unione coesa e pragmatica – se avesse fatto politiche anticicliche come quelle del liberal Obama, senza bisogno di evocare ricette socialdemocratiche su cui pure il modello europeo è nato; ma soprattutto con costi politici non limitati alla sola Grecia (nella quale anzi il governo Tsipras è riuscito a ge- stire e sopravvivere a una crisi terribile). Ovunque, nei Paesi più ricchi e a basso tasso di disoccupazione come in quelli più indebi- tati e disoccupati, ai margini dell’Unione – tra i quali purtroppo anche l’Italia – il morbo incubato tra il 2011 e il 2012 ha continuato a dilagare. E l’Europa è diventata, nella perce- zione comune, l’untore, la responsabile del male. Soprattutto presso il popolo italiano, che primeggiava in europeismo e che solo pochi anni fa (era il 1997) accettò di pagare una «tassa per l’Europa», un’addizionale sulle
imposte sul reddito per entrare nell’euro (poi fu restituita, fu parte del ‘dividendo dell’euro’ per la riduzione dei tassi di interesse che ne seguì). E se al di sotto delle Alpi si incolpava e si incolpa l’Europa dei disastri del passato e delle paure per il futuro, insomma per essere diventati o poter diventare più poveri, al di là dei valichi la si incolpa di non tenere a dovuta distanza la povertà, quella che arriva dal mare.

sogno del passato
Paure che diventano terrori, in gran parte alimentate come fantasmi dal buio e destinate a sparire alla luce del giorno e della ragione. Ma anche, almeno in parte, fondate su fatti reali e sofferenze vive: gli ultimi dati dell’Istat certificano che la povertà assoluta, in Italia, coinvolge adesso 5 milioni di famiglie. Far cambiare rotta all’Europa si rivelò impossibile, anche perché nessuno ci ha seriamente provato; di fronte al successo dilagante del movimento opposto: tornare indietro, sfasciare quel progetto fallito, rompere il brutto giocattolo e le sue istituzioni destinate a non reggersi in piedi se non per finta. Di qui il sogno del passato, la «retrotopia» per dirla con Bauman. Che trae alimento, più che dalla nostalgia di un’effettiva età dell’oro, dalla sua semplicità: ecco un nemico, individuato e conosciuto, con cui prendersela. Poco importa che, a ragionarci un po’, la chiusura delle frontiere commerciali con la Germania, la limitazione della nostra emigrazione di studenti e operai, il collocamento del nostro debito su un mercato solo italiano, non ci avvantaggerebbero né aiuterebbero affatto. In mancanza di fiducia sul «meglio» che deve venire, rivivono i miti di quello che è già stato e se n’è andato.

la triarchia italiana
Senonché, tornare indietro è impossibile. Se ne sono accorti anche i nuovi governanti, che hanno dovuto dare rassicurazioni sulla volontà dell’Italia di restare nell’euro: è già nata, nel governo, una triarchia, che affianca lo sconosciuto «tecnico» Tria alla famosa coppia Salvini-Di Maio. I due vicepresidenti del consiglio hanno i voti e il peso politico, ma Tria ha i cordoni della cassa e per ora li tiene stretti, rinviando l’attuazione delle mirabolanti promesse elettorali. Così, non potendo se non in minima parte procedere con il pacchetto economico, ossia la flat tax da un lato e il reddito di dignità dall’altro, si procede sulle misure «a costo zero». Un nuovo intervento sulle regole del mercato del lavoro, che forse ridurrà un po’ l’abuso dei contratti a termine senza però intervenire sulle cause che portano le imprese a elargire solo «lavoretti», di pochi mesi o poche ore, e pochissimi lavori buoni. Ma soprat- tutto, interventi contro l’immigrazione: non potendo procedere contro quelli che, a torto o a ragione, vengono individuati come i nemici potenti (l’euro, la Germania, Bruxelles), si procede contro chi non può reagire, protestare, togliere il voto. Gli immigrati e il popolo dei barconi. Che, dice Salvini, vengono qui a portarci la miseria.

vecchi e nuovi poveri
In parte è vero: sono poveri, perché hanno perso o abbandonato tutto, o non l’hanno mai avuto. Ed è vero anche per i fortunati, coloro che in Italia sono riusciti a entrare e a vivere: oltre un terzo di quelli che l’Istat certifica come «poveri assoluti», cioè sopravvivono al di sotto della soglia di povertà, sono stranieri. Ma è anche vero che, senza i vecchi e nuovi poveri che sono arrivati in Italia, molti settori della nostra economia e del nostro welfare non esisterebbero: i piccoli imprenditori di Padova – nel cuore del Veneto leghista – hanno detto che se rumeni e bulgari tornassero a casa le loro fabbriche chiuderebbero, piene come sono di operai non italiani, ormai integrati e stipendiati; i calcoli dell’Inps mostrano che il sistema previdenziale si regge sui contributi pagati dagli stranieri; in molte scuole le classi si formano grazie ai loro figli, mentre in loro assenza dovrebbero chiudere e ci sarebbero insegnanti in esubero; senza contare l’economia nera dello sfruttamento dei braccianti, dalla pianura pontina a Rosarno, fino alle stalle delle preziose mucche da parmigiano della pianura padana.
E qui cominciano le distinzioni, che complicano il messaggio semplicistico della campagna elettorale. Si sente ripetere: quelli che lavorano li vogliamo, gli altri, quelli sui barconi, no. Ma si dimentica di dire che un modo legale per entrare a lavorare in Italia non c’è, essendo ridotto al minimo il sistema dei flussi. Altra distinzione usuale: sì ai profughi «veri», in fuga da guerre e persecuzioni, no ai migranti economici. Salvo poi voler tracciare questa distinzione fuori dai nostri confini, esattamente in quelle terre dove il diritto non c’è e affidando la cernita a quegli aguzzini dai quali i profughi fuggono.
Anche l’Europa civile partecipa a questa ipocrisia, cercando di delegare e spingere il problema più a sud possibile. Ne ha un vitale bisogno la cancelliera Merkel, incalzata all’interno dal suo ministro degli interni, che viene dalla regione più ricca d’Europa ed è un campione della linea dura all’interno della Germania, che ancora incolpa Angela Merkel per aver salvato dalla guerra e dalla morte i rifugiati siriani, iracheni e afghani. Voleva dagli alleati un impegno a non far muovere i profughi nel loro sogno di raggiungere la Germania, Paese nel quale ci sono parenti, amici, lavoro, benessere. Lo ha ottenuto, ma solo sulla carta: forse non sarà neanche sufficiente a placare la sua opinione pubblica, spaventata assurdamente da un’emergenza che non c’è più: chiusa la rotta dell’est, gli sbarchi da Sud si sono notevolmente ridotti negli ultimi mesi.

il compromesso
I governanti europei, il moderno Macron come la saggia Merkel come i populisti italiani, hanno la responsabilità di non aver saputo governare le paure, aiutare i propri elettori a cercare un rifugio e una rassicurazione veri e non solamente lo sfogo di un capro espiatorio con cui prendersela. Molti di loro hanno anzi alimentato queste paure, e ne hanno fatto la propria base elettorale. Ma un problema epocale come quello delle migrazioni – di tutti i tipi – non si risolve giocando a scaricabarile. Così la discussione e il fragile accordo europeo si sono concentrati su dove collocare la frontiera: appena al di sotto delle Alpi o oltre il Mediterraneo? In ciascuno dei due casi, non c’è stata nessuna volontà e disponibilità reale dei potenti e ricchi Paesi europei a farsi carico della propria quota di migranti e profughi: in questo rifiuto eccellono proprio i governi considerati dai nostri attuali leader più vicini e affini, quelli del blocco di Visegrad. Ne è venuto fuori un compromesso, la «redistribuzione dei profughi su base volontaria», che è un ossimoro dato che la volontà di prendersi una parte pur minima delle sofferenze del mondo non ce l’ha nessuno. Cooperazione tra i popoli e solidarietà con i più deboli dovrebbero essere scelti per principio, per tendenza naturale, almeno a sinistra; ma sono anche, in un mondo globalizzato e interconnesso, una strada obbligata. In questo momento, purtroppo, chiusa.

Roberta Carlini
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Foto in testa Ratto dell’Europa, Félix Vallotton (Losanna 1865-1925).
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Riprendiamoci le città

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CITTÀ E TERRITORIO » CITTÀ QUALE FUTURO » PER FARE
adaIl diritto alla città contro il capitalismo. Ada Colau e Sadiq Khan svegliano l’Europa.
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di Daniele Nalbone su ilsalto.net

il Salto, 4 luglio 2018. Due sindaci che prendendo sul serio il loro lavoro, dichiarano di voler restituire le città agli abitanti, combattendo la speculazione e la gentrificazione. Occhi aperti su Londra e Barcellona. Ripreso da eddyburg (i.b)

«Rivendicare il diritto alla città significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite. […] Solo quando si sarà capito che coloro che creano la vita urbana hanno, in primo luogo, il diritto di far valere le loro rivendicazioni su ciò che essi hanno prodotto, e che una di queste rivendicazioni è il diritto a costruire una città più conforme ai loro intimi desideri, solo allora potrà esserci una politica urbana che abbia senso».

Leggendo le parole che, a quattro mani, la sindaca di Barcellona Ada Colau e il primo cittadino di Londra, Sadiq Khan, hanno consegnato alle pagine del Guardian il primo pensiero non può che essere un banale ‘Harvey aveva ragione’. Ne Il capitalismo contro il diritto alla città, era il 2012, spiegò come il diritto alla città è, in realtà, il diritto a cambiare noi stessi cambiando la città, «in modo da renderla conforme ai nostri desideri più profondi».

E di un «diritto collettivo» parlano Ada Colau e Sadiq Khan, gettando le basi di un pensiero che in Italia è ancora sepolto in un sonno profondo. Già il titolo, City properties should be homes for people first – not investments, mostra il cambio di passo che i due amministratori locali, visto che ancora non possiamo dire le due città, stanno cercando di portare avanti, forti delle spinte dal basso che Barcellona, già da tempo, e Londra, dal momento dell’elezione del sindaco laburista, stanno esprimendo.

«Le città non sono semplicemente una collezione di edifici, strade e piazze. Sono anche la somma della gente che le vive» perché «sono loro che aiutano a creare legami sociali, costruiscono comunità e si evolvono nei luoghi in cui siamo così orgogliosi di vivere» scrivono i due sindaci. Interessante il punto di partenza di questo ‘manifesto per il diritto alla città’: gli speculatori vedono l’abitare nelle città come una risorsa da cui trarre profitto e non case per le persone. In molti casi gli speculatori prendono decisioni sul futuro di palazzi, quartieri, pezzi di città da migliaia di chilometri di distanza «ma l’impatto delle loro scelte sulla vita e l’anima delle nostre città le vediamo molto da vicino».

E il risultato di queste decisioni sono le stesse, a Londra come a Barcellona, notano i due sindaci, ma noi potremmo dire a Roma come a Firenze: i centri urbani svuotati delle comunità, negozi chiusi e costo delle case che aumenta. Per anni l’abbiamo chiamata gentrification, oggi dovremmo pensare a un nuovo modo per raccontare un fenomeno che non si limita a espellere gli abitanti storici ma a sovvertire completamente la ‘funzione’ del centro storico o di un quartiere diventato di moda. Perché, ma ce ne accorgiamo sempre troppo tardi, quando iniziamo a parlare di gentrification come ‘rischio’, parliamo di qualcosa che in realtà è già avvenuto perché è già stato deciso, magari – come dicono Colau e Khan – «a migliaia di chilometri di distanza».

Per questo i due sindaci non si limitano ad analizzare il ruolo che la finanza ha assegnato alle città, ma chiedono un aiuto. Richiesta che parte dal basso, «dalle comunità locali e dai municipi», da chi fa dell’impegno civico la propria vita quotidiana: «Sono stati loro a metterci in guardia dai rischi che queste pratiche comportano per la stessa sopravvivenza delle nostre città». Ed è per questo ai sindaci servono «maggiori poteri e maggiori risorse». Per fare cosa? Non per disegnare città 2.0, creare grandi eventi o portare a compimento progetti faraonici «ma per aumentare le ‘scorte’ di alloggi popolari, ad affitto sociale e calmierato», per «rafforzare i diritti degli inquilini». Un ragionamento così semplice da sembrare, in questa fase storica, rivoluzionario.

«Per questo stiamo costruendo case popolari». Sì, avete capito bene: i sindaci di Barcellona e Londra parlano – sul Guardian – di case popolari. E per questo stanno «reprimendo» – traduzione letterale – le «cattive pratiche degli sviluppatori e dei proprietari». Sviluppatori. Perché così amano farsi chiamare i ‘nostri’ palazzinari/costruttori. E loro così li chiamano, per nome. E non hanno paura a combatterli. O almeno a provare a farlo. Come? Immettendo ‘sul mercato’ nuovi alloggi popolari, a canone sociale o calmierato. Insomma, abbassando i prezzi degli affitti con l’unico strumento a disposizione di un’amministrazione: l’edilizia pubblica.

Il problema, però, è che «ci mancano i poteri e le risorse che ci consentirebbero di regolare adeguatamente il mercato immobiliare» per «proteggere i diritti degli inquilini di rimanere nelle loro case». Perché «nel frattempo i nostri governi nazionali sembrano felici di abbandonare le città al loro destino». Ed è a loro che si rivolgono chiedendo, semplicemente, risorse. Perché – pensate alla situazione italiana e vi renderete conto di come le parole che leggerete possano sembrare rivoluzionarie – «le città globali stanno affrontando un’emergenza abitativa: se non assicuriamo che lo scopo degli alloggi sia, prima di tutto, fornire case ai nostri cittadini e non ‘beni speculativi’ faremo fatica a costruire città vivibili per i nostri cittadini e per le generazioni future».

E allora benvengano provvedimenti come quello varato recentemente dal Comune di Barcellona che ha stabilito per ogni nuova costruzione o intervento di rigenerazione di destinare il 30 percento del costruito ad abitazioni ‘protette’, a prezzi accessibili. Una misura che, secondo le stime, garantirà ogni anno 400 alloggi ‘popolari’. Inoltre al Comune è assegnato un diritto di prelazione in caso di vendita, in futuro, di questi alloggi. E non a canone di mercato. Ma questa, come ha detto la stessa sindaca, è solo una goccia nel mare.

Il vero problema, nel caso di Barcellona, è che per ogni 100 euro investite dal Comune in politiche abitative, la ‘generalitat’ ne mette 23 e lo Stato meno di 10. Bastano questi numeri per capire come le risorse messe a disposizione dei sindaci siano assolutamente inadeguate non per garantire lo ‘sviluppo delle città’, come sentiamo dire qui in Italia, ma per garantire il ‘diritto alla città’.

Vi lasciamo con le parole con le quali Ada Colau e Sadiq Khan chiudono la loro dichiarazione ‘di guerra’ alla speculazione edilizia: «Sindaci e governi locali delle città in diverse parti del mondo stanno lavorando – insieme – per condividere conoscenze e trovare soluzioni all’emergenza abitativa. […] Potremo dire di aver vinto solo quando saremo in grado di garantire che tutti, nelle nostre città, possano avere accesso a una casa decent, secure and affordable». Tre aggettivi che, messi insieme parlando di abitare, sono veramente rivoluzionari: dignitosa, sicura ed economica.
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eddyburg
Tratto dalla pagina qui raggiungibile.
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E’ uscito Rocca 14/2018
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DIBATTITO A 360° su Fase politica e Che fare? Cosa bolle nel mondo cattolico? La necessità di uscire dal silenzio.

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silenzio
di Luigi Lochi
Riflessioni di un cattolico inquieto . 4 luglio 2018 by Forcesi |
1. Tornare ad essere minoranze attive. È stato l’invito che il presidente dei vescovi italiani ha rivolto qualche tempo fa ai cattolici italiani. Si tratta di un invito che è anche consapevolezza del modo in cui i cattolici dovrebbero affrontare l’impegno politico: quello di una minoranza. Questa importante presa di coscienza dovrebbe sempre accompagnare l’azione politica dei cattolici. Dal punto di vista pratico, riconoscersi minoranza significa soprattutto escludere pretese egemoniche o presenze identitarie, e riscoprire il valore della mediazione quale metodo del confronto politico con altre istanze culturali ed etiche. Peraltro, per i cattolici riconoscersi minoranza dovrebbe essere quasi naturale, infatti il monito evangelico di essere sale e lievito rinvia ad una presenza di qualità non di quantità. Poi, in una democrazia in tensione come è quella che oggi viviamo, il ruolo delle minoranze profetiche di choc, quale linfa che tiene in vita la democrazia nei tempi di crisi e di cui parla Maritain, si rivela davvero indispensabile.
2. L’irrilevanza politica dei cattolici non mi pare sia riconducibile ad una semplice latitanza. Penso, invece, che ci troviamo di fronte ad una questione piuttosto complessa che rinvia ad un dato di realtà con il quale conviviamo da diverso tempo, e che è sintetizzabile così: da una parte un “secolarismo facilone” che scambia la fede con il bigottismo, dall’altra una fede ridotta a religione civile, tutta forma e regole, una religione scandita dalla stanca ripetizione di riti, dietro ai quali si fa fatica a scorgere le tracce della novità cristiana, hanno provocato un cambiamento del clima religioso (Alberto Melloni, La Repubblica 5 marzo 2018). Il vero problema dei cattolici italiani, che è alla base della loro irrilevanza politica, è rappresentato da un deficit culturale. A scanso di equivoci, va subito detto che in gioco non è tanto la conoscenza della dottrina come insieme di precetti che la storia ha sedimentato, quanto la consapevolezza del “kerigma” cristiano, cioè “l’essenziale” del messaggio evangelico: “i cristiani abitano ciascuno nella propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono a tutti i loro doveri di cittadini, eppure portano i pesi della vita sociale con interiore distacco. Ogni terra straniera per loro è patria, ma ogni patria è terra straniera. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro modo di vivere vanno ben al di là delle leggi” (Chi sono i cristiani? Lettera a Diogneto, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose). La fede è vissuta non come paradosso (essere nel mondo ma non del mondo) ma come uno status civile e come tale assorbe tutti i tratti, anche quelli negativi, della società (individualisti, familisti, moralisti, populisti, etc.etc.).
Se i cattolici sapranno essere sempre più uomini di fede e meno di religione, se sapranno mettersi alla scuola di Francesco, saranno anche uomini capaci di vivere la carità politica, di costruire l’intelligenza cattolica in politica. Una intelligenza che assume come principio guida l’interesse generale della comunità e non gli interessi particolari, fossero anche quelli della Chiesa. Moro c’è lo ha insegnato, Lui che è stato il più spirituale e al tempo stesso il più laico dei cattolici politici.
Il grande consenso che nelle ultime elezioni hanno avuto anche da parte dei cattolici, forze che hanno fatto della demagogia populista e della paura la sostanza delle loro proposte, dovrebbe seriamente interrogare la Chiesa circa l’efficacia della sua pedagogia.
3. Tra il vecchio collateralismo dei tempi democristiani e il distacco dei tempi attuali può esserci una terza via? Intanto non si possono ripetere esperienze del recente passato come ad esempio i convegni di Todi, o quelli del family day promossi da organizzazioni di ispirazione cristiana. Queste iniziative sono state espressioni di una Chiesa “clericale”, dimentica della lezione conciliare, impegnata a trafficare con i governi di centrodestra ai quali offriva il proprio sostegno in cambio della difesa dei cosiddetti principi non negoziabili, non di un vero progetto politico. Non è sul livello della “pressione lobbistica” che si assicura rilevanza politica. Una difesa meramente “legale” dei valori cristiani, per di più non di tutti ma prevalentemente di quelli attinenti l’etica sessuale, non solo condanna i cattolici ad un ruolo gregario ma li trasforma da soggetti di cambiamento a “estrattori di rendita”.
D’altra parte una presenza efficace non si assicura neppure privilegiando il livello “pre-politico”, se il pre-politico è inteso come un luogo neutro dove si coltivano i valori in forma astratta, senza la fatica della loro mediazione in un concreto progetto politico. Così inteso, il pre-politico sarebbe una retrovia che terrebbe i cattolici al riparo da ogni rischio derivante dal “prendere parte”. Attardarsi ancora su questo livello significherebbe ritagliarsi uno spazio autoreferenziale, abitare un territorio estraneo a quello reale della gente comune. Significherebbe al più limitarsi a contemplare un ricco patrimonio di idee e di esperienze ma rimanere praticamente fermi, contraddicendo l’appello di Francesco ad “uscire”, a compromettersi, a rischiare la propria responsabilità politica.
4. Dunque, né lobbisti, né prigionieri di una posizione di neutralità e di indifferenza. Come, allora, ritrovarsi nel mare aperto della politica? Innanzitutto non si può non fare i conti con il Pd, in quanto una parte rilevante del cattolicesimo democratico ha concorso alla sua fondazione.
Nell’attuale mercato della politica, con un elettorato “liquido”, non più ideologico, recettore di messaggi semplici, sempre più individualista e rancoroso, la distinzione destra/sinistra sembra rivelarsi inadeguata, superata da quella inclusi/esclusi, nord/sud, popolo/élites. La distinzione sturziana o sinceramente conservatori o sinceramente democratici oggi andrebbe declinata in quella o sinceramente popolari o sinceramente elitari. Si è democratici solo se si è popolari. Oggi, di fronte alla semplicità, alla chiarezza e anche alla gravità delle parole d’ordine leghiste, per riorganizzare una offerta politica attrattiva non basta più comprendere le ragioni di chi è escluso, di chi arranca, di chi rischia di vivere in un perenne stato di precarietà e prospettare soluzioni eque e innovative. Non basta più limitarsi ad indicare la strada giusta per ridare dignità e sicurezza alle persone. Non basta più l’etica e la sostenibilità delle proposte. E’ addirittura un lusso discutere di sovranisti ed europeisti. Di cose da fare e di nobili propositi sono pieni gli archivi del Pd. Peccato che si sbagliano sempre i tempi.
Questo partito è prigioniero delle proprie èlites e non è dato capire cosa voglia essere. La sua classe dirigente, anche quella locale, vive un assordante isolamento. Perché continuare a declamare, come una stanca litania, i risultati conseguiti e far ricadere la responsabilità del catastrofico esito elettorale sul libero convincimento dei cittadini, significa condannarsi alla irrilevanza. Di fronte a questo Pd si avverte quello stato d’animo e senso di impotenza che fece dire a Pasolini: “io so, ma…”. Si sa che c’è bisogno di maggiore giustizia sociale, di maggiore valorizzazione del merito, di maggiore solidarietà tra le generazioni, di più attenzione al lavoro che manca, di più scuola autorevole, di un Mezzogiorno che cessa di essere una questione, di una pubblica amministrazione efficiente. Si sa pure che il pensiero dominante è nuda e violenta demagogia. Ecco, si sa tutto questo, ma non si sa essere popolari, non si ha l’umiltà di riconoscersi popolari, di riconoscere che non si è migliori di chi ha orientato il proprio consenso verso i “nuovi barbari”. I democratici sanno stare con il popolo quando sono bene-educati: non cedono alla logica amico/nemico, non strumentalizzano le persone e i loro bisogni, non creano accampamenti di adulatori, non utilizzano le Istituzioni per costruire la propria carriera politica, non occupano spazi ma promuovono processi (anche quelli necessari per l’affermazione di nuova classe dirigente), lasciano il campo quando sono sconfitti e, soprattutto, non si fanno riconoscere come èlites.
Con un Pd ridotto ad una “monade senza porte e senza finestre”, al cui interno si combattono guerre di posizione tra capi-tribù, e da cui si emettono voci tanto ripetitive quanto prive di credibilità, è quasi impossibile dialogare. È mai possibile che non si avverta sui territori la necessità ormai vitale di una apertura di dialogo con quei pezzi di società di mezzo che, con fatica, sono ancora capaci di aggregare interessi e aspirazioni? Per chi sta nella cittadella fortificata per appartenenza ad una cordata, qualunque strategia, qualunque idea andrà bene se preserva la propria sopravvivenza. Quale proposta credibile di discontinuità potrà allora essere prodotta dall’interno di una monade? In questi giorni assistiamo ad uno spettacolo davvero indecente: anziché riflettere sulla fuga di milioni di elettori si occupa il tempo a discutere se trasformare il reggente in segretario effettivo. È il massimo dell’autismo politico.
C’è ancora qualcuno nel Pd che tiene vivo il ricordo delle ragioni della sua fondazione? Le ragioni alla base non di un nuovo partito ma di un partito nuovo di popolo? E i cattolici formati alla scuola di Francesco sanno e vogliono accettare la sfida del nuovo popolarismo?

Luigi Lochi
3 luglio 2018