Editoriale

America, America

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DONALD TRUMP E IL CAOS
di Marino de Medici*

La carta che Donald Trump ha deciso di giocare per impedire la vittoria democratica a Novembre è una sola: il caos. E’ ormai chiaro infatti che l’intento del presidente repubblicano è di rendere impossibile una pacifica transizione del potere, generando un’incontrollabile agitazione civile e per l’appunto il caos politico, qualora dovesse perdere le elezioni. In tal caso, vale il suo grido di battaglia: “facciamola finita con la democrazia!”. Il preludio della guerra di Trump contro le istituzioni democratiche è ormai strettamente associato al costante messaggio che egli emana: “le elezioni sono una frode”. Lo va ripetendo con crescente intensità. Il messaggio più recente giunge a questo estremo: “In conseguenza delle schede inviate per posta, l’elezione del 2020 sarà la più truccata nella storia della nazione – a meno che non venga arrestato
un corso così stupido. Abbiamo votato durante la prima guerra mondiale e la seconda guerra mondiale senza problema, ma ora stanno servendosi del Covid al fine di truffare con il voto postale”. Senza il minimo ritegno, il presidente si è spinto fino a sostenere che le schede per il voto postale “già vengono stampate in Paesi stranieri”.
Più chiaro di così il presidente non potrebbe essere: se non dovesse vincere, sarà una frode, perpretata con il voto postale.

I fatti dimostrano che il voto postale non è un’invenzione recente dei democratici ma un metodo di voto che gli stessi repubblicani hanno usato in precedenti elezioni con risultati a loro favorevoli in certi casi. L’accanimento di Trump contro il voto postale è legato ad un altro fatto, che entrambi i partiti hanno investito ingenti risorse
nello sforzo diretto a far votare per posta il maggior numero possibile di cittadini per una giustificabile salvaguardia contro il flagello della pandemia. La strategia di Trump è un’altra: quella di preparare il terreno ad una serie di denunce e ricorsi alla magistratura come base del suo rifiuto di accettare una sconfitta elettorale.
Trump spera in uno o più eventi in cui il conteggio a lui favorevole dei suffragi espressi alle urne dovesse essere rovesciato al termine dello spoglio dei voti pervenuti per posta.

Si può purtroppo immaginare un film dell’orrore, quello di un’interminabile notte elettorale in cui i cittadini americani apprendono dalla televisione l’esito della consultazione in uno stato per poi essere trascinati nel dubbio dalla rimonta dei voti postali.
La democrazia impone che il conteggio dei voti sia scrupoloso ma anche che sia rapido.
E’ un fatto comunque che in diverse occasioni le autorità elettorali hanno dovuto sospendere l’annuncio dei risultati in attesa che venissero conteggiati i voti espressi per corrispondenza. In pratica, la democrazia ammette la possibilità di un ritardo nell’annuncio dell’esito elettorale ma è prevedibile che Trump sfrutterà il ritardo come prova di una frode, o addirittura di una congiura in atto. Il caos è l’obiettivo del presidente nel caso in cui gli exit polls dovessero segnalare la vittoria di Joe Biden.

Un altro aspetto strumentale della strategia del caos è quello della “suppression” del voto democratico, attraverso una serie di maligni artifizi che vanno dalle “purghe” dei registri elettorali all’imposizione di condizioni perverse come quelle degli stati
repubblicani che obbligano l’elettore a presentare un documento di identità con fotografia, approvato dall’autorita’ del luogo. Questi ed altri impedimenti alla democrazia rappresentativa non salveranno la presidenza Trump ma dovranno fornire lo spunto alla prossima aministrazione ed al Congresso per regolamentare un processo elettorale moderno ma tale da assicurare il pieno esercizio del diritto di voto per classi come quelle degli afro-americani e di gente di colore che da tempo immemorabile si sono trovate escluse in forza di norme come l’odiosa “poll tax” negli stati del sud o i documenti con foto e la prova di residenza dei giorni nostri.

In una panorama catastrofico come quello del mancato riconoscimento della potenza distruttiva del coronavirus prima e della sciagurata riapertura dopo (basti segnalare che i casi di infezione sono aumentati in misura pari a quelli registrati a Marzo), la sensazione dominante in una massa di americani è che l’America ha perso completamente il ruolo di leader mondiale. Non solo gli Stati Uniti hanno fallito nel compito di portare sotto controllo la pandemia al momento del suo insorgere, ma dopo aver registrato una crisi di pubblica sanità incomprensibile in un Paese scientificamente avanzato, hanno ripetuto ed aggravato il fallimento delle misure sanitarie. Il “genio stabile” che Trump si è pubblicamente vantato di essere ha ignorato le raccomandazioni degli esperti, pur avendo accesso a straordinarie risorse mediche e finanziarie, tali da far fronte alla pandemia. Il coronavirus che ha prostrato l’America non è il prodotto di una congiura democratica per cacciare Trump dalla Casa Bianca ma della sua assoluta incompetenza e del rifiuto della scienza.

L’ultima definitiva prova della insensibilità di Donald Trump dinanzi alla scandalosa deficienza della “public health” negli Stati Uniti è fornita dal ricorso della sua amministrazione alla Corte Suprema con la richiesta di annullamento della legge sanitaria conosciuta come Obamacare, che un giudice trumpista del Texas ha definito “anti-costituzionale”. La perdita dei benefici di Obamacare colpirebbe non meno di 23 milioni di americani che hanno perso il lavoro, e quindi la copertura assicurativa. In termini umani, la crociata anti-Obama
– una perdurante ossessione del presidente – nel bel mezzo di una pandemia che finora ha ucciso 130.000 americani – è “un atto di impenetrabile crudeltà”, come l’ha definito lo Speaker della Camera Nancy Pelosi. Ma il vero scandalo, che presumibilmente i democratici sfrutteranno a fondo nelle battute finali del dibattito elettorale, è l’ipocrisia di Trump nell’assicurare che Obamacare sarà rimpiazzata da “un’alternativa altamente migliore e molto meno costosa”. Di fatto, in tre anni di governo, l’Amministrazione Trump non ha introdotto ne’ proposto una simile “alternativa”. Nel quadro elettorale, torneranno certamente a farsi sentire le preoccupazioni per l’assistenza sanitaria di gran parte dell’elettorato che contribuirono in misura sostanziale alla vittoria dei democratici nelle elezioni per la Camera del 2018.

Molto lascia pensare che la contesa elettorale verrà decisa dal danno economico che l’America ha patito e continua a patire in conseguenza della pessima gestione sanitaria e dell’incapacità del presidente di dare fiducia ad una nazione sconvolta da una crisi mostruosa. Per tutta risposta, il presidente repubblicano ha tagliato i fondi per il “testing” ed ha propagato accuse di “complotti” che rispondono alla sua strategia di “guerra culturale” volta a dividere gli americani e a promuovere il “culto” di Donald Trump. Se verrà il caos, secondo Trump ed il suo vice Mike Pence sarà colpa della stampa che mira ad “infondere paura” tra gli americani. Da notare infine che lo stesso
Pence, come del resto il presidente, ha evitato di consigliare l’uso delle mascherine ma ha suggerito che gli americani seguano le istruzioni degli stati in merito alle “coperture facciali”. Il mediocre evangelico vice di Trump ha concluso con un appello: “continuate a pregare”. All’America insomma non resta che pregare perché non venga il caos predisposto da Donald Trump.
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LE DONNE E I GIOVANI ARBITRI DEL VOTO

Le donne e i giovani sono le due ruote del lotto elettorale americano dal quale uscirà il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti. Le previsioni sono sempre una scommessa che riposa su una gamma di sondaggi che in realtà rappresentano uno “snap shot”, una foto del momento. Al momento, se si considera lo “snap shot” di questa fase elettorale, Donald Trump è avviato ad una sonora sconfitta e il partito repubblicano alla perdita della maggioranza al Senato.

Cominciamo dalle donne e dalla previsione che voteranno a favore del candidato democratico Biden in misura maggiore rispetto al loro voto per Hillary Clinton nel 2016.
La forte condanna della stravolgente presidenza Trump è ormai associata al doloroso impatto del coronavirus, aggravato dagli errori dell’amministrazione all’insorgere della pandemia. Il “gender gap”, ossia il divario di genere che ha proiettato le donne verso le posizioni democratiche è risultato decisivo nelle elezioni congressuali del 2018 che hanno portato alla Camera dei Rappresentanti un numero record di donne, 117 contro le 89 della precedente legislatura. Nelle elezioni presidenziali del 2016 Hillary conquistò la maggioranza del voto femminile ma non nella proporzione necessaria per strappare il voto del Collegio Elettorale negli stati chiave, dove Trump prevalse grazie al voto degli uomini bianchi. Questa volta la musica è cambiata. Ad esempio, nel Wisconsin, la più inaspettata vittoria di Trump nel 2016, le donne votarono per Hillary con un margine di dieci punti (53 contro 43 per cento). Il rilevamento demoscopico di questi giorni nel Wisconsin conferisce a Biden un vantaggio di 20 punti tra le donne (55 contro 33 per cento) che in presenza di un voto costante per Trump tra gli uomini (55 per cento) dovrebbe conferire a Biden un margine di vantaggio del 3 per cento nello stato. Analoghi sondaggi registrano un netto vantaggio di Biden in taluni stati chiave per il Collegio Elettorale, tra cui la Pennsylvania, il Michigan e la Florida. In quest’ultimo stato Biden è appoggiato dal 51 per cento delle donne rispetto al 38 per cento a favore di Trump.

Nel quadro del voto femminile va fatta una distinzione, che di fatto Trump raccolse la maggioranza dei suffragi delle cosidette “working women” bianche, con un margine del 27 per cento. Le donne che lavorano non hanno un titolo di studio superiore. Il vantaggio in quella categoria si è ridotto ora, stando ai sondaggi, a 6 punti. Se questo dato dovesse essere confermato a Novembre, si tradurrebbe per Trump in una perdita di 2 punti del voto popolare suggellando la sua sconfitta elettorale.
Nel 2016 infatti Trump strappò la maggioranza del Collegio Elettorale con il 46 per cento del voto popolare. Con il 44 per cento non sarà possibile.

La macchina elettorale di Trump sta lavorando intensamente per recuperare il voto delle cosiddette “downshifters”, le donne che avevano votato per lui nel 2016 ma avevano poi abbandonato i candidati repubblicani nel 2018. Ma anche questa è una missione impossibile perchè le donne che lavorano sono quelle che hanno più sofferto dalla pandemia e dalla drammatica contrazione economica che tra l’altro ha sottratto loro i mezzi per pagare gli asili nido. Un’altra importante differenza emersa è che mentre il 59 per cento degli uomini bianchi senza laurea si pronunciano a favore del rilancio dell’economia rispetto allo sforzo di contenimento del virus, il 57 per cento delle donne che lavorano invocano la neutralizzazione del virus anche al costo di una sofferenza economica. I demografi confermano che sarà pressocchè impossibile per Trump far leva sul voto femminile in quanto le donne sono “stanche” della sua presidenza. Con Trump – osservano – le donne avevano provato “qualcosa di nuovo” ma ora sanno che il presidente repubblicano è “uno che non unisce ma divide”. In conclusione, le donne non rappresentano un blocco monolitico ne’ votano necessariamente in base alle priorità feminili, ma negli ultimi tre anni hanno preso parte attiva alla vita politica, in ragione del 29 per cento in più rispetto al passato, dovuto soprattutto al concorso della generazione dei “millennials” e delle donne appartenenti a minoranze. Un ultimo fattore che sospinge il voto femminile per i democratici è l’impegno assunto da Biden di scegliere una donna per la candidatura vicepresidenziale. L’effetto sarà tanto più rilevante se dovesse trattarsi di una donna di colore, un ulteriore forte incentivo al voto degli afro-americani.

Negli Stati Uniti, i giovani votano in misura nettamente inferiore rispetto alle maggiori età e sono meno propensi ad affiliarsi ad un partito politico. Ma le cose vanno cambiando anche per la generazione dei “millennials” e per la cosidetta “generazione Z”, quella dei nati tra il 1995 ed il 2015. Sono noti come “zoomers”, in pratica i nipoti dei famosi “boomers”. La peculiarità distintiva di queste nuove categorie di elettori è che sono nella maggior parte indipendenti, ne’ democratici ne’ repubblicani, portati a votare in base alle loro preferenze politiche oppure ai valori dei candidati in lizza. Un’indagine demoscopica tra gli elettori di età compresa tra i 17 e i 35 anni ha accertato
che il 35 per cento si classifica democratico, il 24 per cento repubblicano e il 37 per cento indipendente. Tra coloro che ancora non si sono iscritti nelle liste elettorali, la grande maggioranza – il 72 per cento – si definisce indipendente.
In generale, i giovani elettori appaiono bene informati ma alieni da una identificazione partitica. Di fatto, molti di loro professano una forte dose di scetticismo nei confronti del partito democratico e dei suoi leader. Quelli che si definiscono conservatori rifuggono da una identificazione con il partito repubblicano, e dissentono in particolare dai capisaldi della piattaforma repubblicana in materia di politiche sociali e del clima. Un altro aspetto che li contraddistingue è il fardello di debiti che li opprime in confronto al minor debito personale delle precedenti generazioni. La recessione economica generata dalla crisi del coronavirus ha accentuato la protesta dei giovani contro la diseguaglianza economica e le politiche sociali dell’amministrazione Trump, che per quanto abbia lievitato il mercato azionario, non ha accresciuto il reddito e la ricchezza della classe media.

Altrettanto cruciale ai termini delle preferenze dei giovani è il fatto che nella recrudescenza della pandemia sono i giovani a farne maggiormente le spese. I casi di coronavirus sono drammaticamente aumentati in 40 dei 50 stati americani e quattro stati in particolare – Arizona, Florida, California e Texas – hanno registrato un alto numero di infezioni tra le giovani generazioni. In ultima analisi, il comportamento dei giovani elettori non può che essere ricondotto all’impatto che su di essi ha avuto e sta avendo il “trumpismo”, un cocktail incendiario di populismo economico, nazionalismo anti-immigrazione ed isolazionismo alla fasulla insegna del MAGA (Make America Great Again). Nell’elezione midterm del 2018 ha votato il 22 per cento degli aventi diritto al voto tra i 18 e i 24 anni e il 30 per cento tra i 25 e i 29. L’affluenza sarà certamente più alta a Novembre anche perchè i giovani sono più portati a votare in una consultazione presidenziale. Non meno importante è il dato che gli elettori tra i 18 e i 29 anni appartengono all’unico gruppo demografico che ha accresciuto la sua
affluenza alle urne nell’arco di tempo tra il 2012 e il 2016. Tutti i rilevamenti demoscopici recentemente condotti pronosticano un’affluenza alle urne ancor maggiore, accompagnata ad un crescente livello di entusiasmo. Altrettanto interessante è la scoperta che il 54 per cento di coloro che seguono la campana elettorale sui “social media” ed offline si dichiara “estremamente propenso” a votare. E’ quindi prevedibile che il voto dei giovani in questo rilevante segmento di elettori che si affidano al telefono e al laptop anzichè alla televisione via cavo, peserà a favore dei candidati democratici alla Casa Bianca e Senato.

I giovani sono influenzati da preoccupazioni sociali ed economiche che vanno dal pesante debito contratto per gli studi universitari alle scarse opportunità di avanzamento socio-economico. Le adunate di giovani, bianchi e di razza mista, che sono scesi nelle piazze per le dimostrazioni del “Black Lives Matter” rappresentano un importante indicatore di sostegno delle candidature democratiche. I giovani tra i 18 e i 35 anni costituivano un settore non sfruttato dell’elettorato americano. Oggi, una percentuale in deciso aumento di giovani elettori è avviata a far valere le sue ragioni nella consultazione presidenziale e senatoriale. Sono infatti in palio 35 seggi senatoriali su 100 e i democratici puntano a guadagnarne quattro (senza perderne alcuno) per conquistare una maggioranza che cambierebbe il corso della politica americana dopo la rovinosa parentesi della presidenza Trump. In conclusione, donne e giovani forniranno il margine di successo di Joe Biden per il ritorno ad una amministrazione “normale”.

Gli americani di età superiore ai 65 anni sono di gran lunga i votanti più affidabili, con un’affluenza alle urne del 58 per cento nel 2014 e del 73 per cento nel 2016.

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marino-de-medici-f*Marino de Medici

L’alleanza tra la Laudato sì’ e l’Agenda Onu 2030 per affrontare i problemi del Pianeta dopo la pandemia

papa-francesco-laudato-siagenda2030 di Franco Meloni*

“Niente sarà come prima”: è quanto sentiamo sempre più spesso a commento del “dopo la pandemia del coronavirus”. Già, ma intanto non siamo ancora al “dopo” e poi non è detto che tutto andrà meglio. Anzi, constatiamo come purtroppo molto sta andando peggio e che “tutto andrà meglio” è sopratutto un auspicio. Siamo ancora in prevalenza sconcertati e disorientati, anche se dobbiamo dare atto che tanti segnali positivi inducono a non abbandonarci al pessimismo. Abbiamo comunque bisogno di riferimenti solidi e affidabili. Tra questi provvidenzialmente ci soccorre la Laudato sì’, l’enciclica di Papa Francesco, che proprio lo scorso 24 maggio ha compiuto 5 anni.
L’enciclica non è un “manifesto politico”, bensì un messaggio pastorale che impegna in primo luogo i cattolici affinchè perseguano un percorso di riconversione ecologica, nella sua accezione di “ecologia integrale”: interdipendenza tra ambiente e società, natura e persone. Tuttavia, così come avevano fatto suoi predecessori, a partire da Giovanni XXIII con l’Enciclica Pacem in terris, Papa Francesco si rivolge non solo al “mondo cattolico” ma “a tutti gli uomini di buona volontà”: a “ogni persona che abita questo pianeta”, per “entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune”.
Bisogna dire che questa impostazione ha avuto notevole successo dal momento in cui anche grandi settori del mondo laico hanno risposto entusiasticamente alle sollecitazione dell’enciclica, accettandone le raccomandazioni e impostando comuni azioni di sensibilizzazione e d’intervento concreto a salvaguardia del pianeta e di chi lo abita. Alcuni mesi dopo l’uscita dell’enciclica l’Onu ha approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che propone il raggiungimento di 17 Obbiettivi di Sviluppo Sostenibile entro l’anno 2030, che vanno dalla tutela dell’ambiente, alla lotta contro le povertà, ai diritti dell’umana convivenza (lavoro, salute, istruzione, uguaglianza). Si afferma pertanto una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo, proprio come prevede la Laudato sì’!
Occorre evidenziare il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, che si basa su un chiaro giudizio dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo capitalista neo liberista, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Tutti i Paesi – senza distinzioni, anche se evidentemente le problematiche sono diverse a seconda del posizionamento socio-economico – devono impegnarsi a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli Obbiettivi entro il 2030. Ciascun Paese viene valutato periodicamente sui risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’Onu e dagli Stati nazionali, auspicabilmente sostenuto dalle opinioni pubbliche nazionali e internazionali. L’attuazione dell’Agenda richiede pertanto un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese alle pubbliche amministrazioni, dalla società civile, al volontariato e alle entità del terzo settore, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. Vero è che l’Agenda non può obbligare nessuno Stato a comportamenti virtuosi, ed è questo il suo maggiore limite, ma intanto tutti possono distinguere i buoni dai cattivi. E si potrà constatare – come già accade – che gli Stati che si attengono alle indicazioni dell’Agenda Onu rispondono più efficacemente ai problemi delle loro popolazioni, aggravati dalla pandemia. Ma la risposta evidentemente deve essere di dimensioni mondiali.
Al riguardo appare coerente l’appello formulato dal Premio Nobel per la Pace (1980) Adolfo Perez Esquivel per “l’unità umana da costruire e dell’obiettivo politico primario, difficile ma non impossibile, di giungere a una Costituzione della Terra, da cui i diritti fondamentali di tutti gli abitanti del pianeta siano salvaguardati”. E denuncia come “l’attuale pandemia non sia solo quella del virus, ma quella della fame, della paura, delle diseguaglianze, della povertà, del dissesto ambientale”. Lancia pertanto un allarme sulla urgenza di politiche di radicale alternativa se non si vuole portare l’umanità intera al disastro. “Il giorno dopo della Pandemia è oggi, non domani: domani può essere troppo tardi”.
Infine, dobbiamo constatare che tuttora permane una insufficiente conoscenza sia della Laudato sì che dell’Agenda Onu 2030, e che è necessario incrementare delle stesse iniziative di sensibilizzazione a tutti i livelli e in ogni possibile circostanza, sollecitandone l’applicazione concreta nelle politiche di sviluppo. Ciò vale soprattutto in questa fase storica che ci tocca vivere, avendo bene a mente l’avvertimento di papa Francesco nel giorno di Pentecoste (31 maggio 2020): “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.
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*Franco Meloni: articolo pubblicato sul quindicinale della Diocesi di Ales-Terralba Nuovo-Cammino. Ripreso anche da Giornalia.
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CULTURA

819fd9f7-d403-4b27-915b-c944c9a74948La natura indifferente

di Pietro Greco, su Rocca

La pandemia Covid-19 che dall’inizio di gennaio sta squassando i fragili equilibri della sanità e dell’economia degli umani? È la natura che si vendica. Le stiamo facendo del male e lei, irritata, sta reagendo e ci punisce.
È questa una narrazione che ha assunto corpo nelle scorse settimane, da quando il coronavirus Sars-CoV-2 ha fatto il «salto di specie» e da qualche pipistrello è arrivato agli umani, con un’altra contagiosità e una moderata letalità che, dati i grandi numeri, si sta rivelando tragica assai. La narrazione non è stata proposta solo dai media, che, si sa, spesso utilizzano metafore fuorvianti, ma è stata proposta anche
da esperti e scienziati.
Ma la natura è davvero il giudice dei nostri comportamenti? O addirittura il «dio che atterra e suscita/che affanna e che consola» come scrive Alessandro Manzoni in una delle sue celeberrime poesie, Il cinque maggio? Ha davvero delle intenzioni «umane»? E davvero noi Homo sapiens dobbiamo «salvare il pianeta» se vogliamo evitare che lui, il pianeta, diventi insofferente e ci si rivolti contro?
A queste domande ha già risposto compiutamente, addirittura prima di Charles Darwin, un genio italico: Giacomo Leopardi. Conviene ricordare il suo Dialogo della natura e di un islandese, scritto nel 1824. È la natura che parla a un uomo, l’islandese appunto. Ecco cosa gli dice: «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei».
Davvero geniale, Giacomo Leopardi. Perché questo brano ci dice tutto sul rapporto tra gli umani e la (il resto della) natura.
Noi siamo indifferenti alla (al resto della) natura. Non perché non siamo in grado di perturbarla, anche gravemente. Ma perché la (il resto della) natura non ha alcuna coscienza e tantomeno intenzionalità. Semplicemente non se ne avvede, come diceva il grande Giacomo. Quando lei ci diletta e ci riempie di benefici, lo fa ma non lo sa.
Né tantomeno lo vuole. Quando ci offende, come con il coronavirus, lo fa con risultati anche tragici, ma non la sa. Né tantomeno lo vuole. Se anche noi, Homo sapiens, dovessimo estinguerci, lo faremmo nella totale inconsapevolezza e indifferenza del resto della natura.
Il perché ce lo ha spiegato, in letteratura, un grande scrittore, come Mark Twain. La storia della vita sulla Terra lunga, come la Torre Eiffel. E noi sapiens siamo comparsi da poco in questa storia. Siamo l’ultimo strato di vernice su quella struttura d’acciaio che spalanca la vista su Parigi. Basta poco per scrostarlo, quell’ultimo strato e la Torre neppure se ne accorgerebbe.
In termini meno letterari e più scientifici, l’indifferenza della natura (del resto della natura) nei nostri confronti è stata spiegata da Darwin. Il quale non solo ha preso atto dell’evidenza: non c’è coscienza nella natura e tanto meno intenzionalità. Non c’è, a rigore, neppure indifferenza. Semplicemente la natura non sa di noi come non sa delle fastidiose zanzare o di SarsCoV-2. La natura – limitiamoci alla biosfera e non allarghiamo il discorso all’intero universo – è l’insieme dinamico delle popolazioni di milioni (forse decine di milioni) di specie viventi che a loro volta nascono, si sviluppano e muoiono immerse in un ambiente che a sua volta cambia nel tempo. La natura è, dunque, un sistema complesso dinamico privo di coscienza.
Questa è una deduzione logica che qualunque sapiens, in linea di principio, può fare e poteva già fare prima di Darwin.
Come ha dimostrato, peraltro, Giacomo Leopardi. La novità che Charles Darwin ha introdotto in maniera chiara è che la dinamica del sistema complesso natura non è teleologica. Non ha alcun fine. Tantomeno quello di rendere più agevole (o disagevole) la nostra presenza, umana, sulla Terra.
Non era scontata, questa novità introdotta da Darwin con la sua teoria dell’evoluzione biologica per selezione naturale del più adatto. Nel pensiero occidentale evoluzionista prima dell’Origine delle specie (1859) era ben consolidata l’idea che la vita evolve in una direzione precisa: il progresso, di cui i sapiens sarebbero la massima espressione. Anzi, che tutto è predisposto perché, a un certo punto, sulla torre della vita di cui parla Mark Twain venga spalmato l’ultimo strato di vernice. È quella che gli esperti chiamano teleologia. Ancora oggi c’è, nell’ambiente scientifico, chi la pensa così. Stuart Kaufmann, per esempio, scienziato del Santa Fe Institute dove si studiano i sistemi complessi, ha scritto tempo fa un libro dal titolo eloquente: At Home in the Universe. Siamo di casa nell’universo. Eravamo attesi e non potevamo non apparire, a un certo punto della storia cosmica.
Charles Darwin ha invece dimostrato che l’evoluzione è cieca. Non va in una direzione precisa o addirittura predefinita.
Esplora lo spazio delle possibilità a naso, adattandosi al mutare delle condizioni ambientali. Come sosteneva uno dei più grandi biologici e storici della biologia evoluzionistica della seconda parte del XX
secolo, Stephen Jay Gould, se riavvolgessimo il film della vita e lo riproiettassimo non è detto che comparirebbe di nuovo Homo sapiens. E neppure un qualche essere a lui somigliante. Siamo il frutto del caso, della necessità e della contingenza.
Dunque, la natura (il resto della natura) è indifferente alle nostre sorti. Lei non è un dio che atterra e suscita, che affanna e che
consola. La natura è un meraviglioso gioco di bricolage (la metafora è del grande biologo Francois Jacob) che continuamente prende forma grazie alle mani di un artigiano cieco.
E allora se la natura non si cura delle nostre umane sorti, perché noi dovremmo curarci delle sorti della natura? Perché all’indifferenza dovremmo contrapporre un’amorevole attenzione?
Queste domande hanno fatto scorrere fiumi di inchiostro (o di bit, più di recente).
Non diamo conto di tutte le scuole di pensiero. Ma possiamo dare due risposte, niente affatto alternative: ci compete, ci conviene.
Premettiamo: qualsiasi cosa noi umani facciamo (almeno allo stato della potenza delle nostre tecnologie) la natura ci sopravvivrà. Certamente cambiata, ma non uccisa. E comunque, indifferente.
Perché ci compete, dunque, la cura della natura? Perché siamo il primo attore ecologico nella storia della vita che è cosciente – anzi, grazie alla scienza, ha una «coscienza enorme» – delle sue azioni e delle loro conseguenze. Quando i primi organismi fotosintetici avvelenarono la biosfera riempendola di un veleno micidiale, l’ossigeno, uccidendo la gran parte degli altri organismi viventi, generarono una catastrofe – non a caso chiamata «olocausto dell’ossigeno» – ma non ne erano coscienti. Un inciso, la vita non solo sopravvisse anche a quella immane catastrofe, ma ne fece il trampolino di lancio per esplorare vie inedite, adattandosi al veleno e trasformandolo in prezioso combustibile.
Noi siamo i beneficiari di quell’olocausto e siamo anche meno catastrofici dei primi organismi fotosintetici, ma a differenza loro siamo coscienti delle nostre azioni.
Sappiamo che stiamo accelerando i cambiamenti del clima ed erodendo la biodiversità. Queste conseguenze delle nostre azioni sono desiderabili, per noi e per il resto della natura presente? Sta a noi decidere. È questa decisione che in virtù della nostra coscienza ci compete.
Il secondo motivo è: ci conviene. Ci conviene come specie diminuire la nostra impronta sul resto della natura, evitare la depletion (l’esaurimento delle risorse) e minimizzare la pollution (l’inquinamento).
Ci conviene fare del nostro meglio affinché il clima resti il più possibile quello mite degli ultimi dodicimila anni. Ci conviene evitare la sesta estinzione di massa delle specie viventi. Perché in un mondo in cui abbiamo dissipato le risorse naturali, inquinato all’inverosimile, accentuato l’effetto serra e ucciso decine di migliaia di altre specie viventi, noi vivremmo male. Anzi malissimo. Tanto male che qualcuno già prefigura la possibile estinzione di Homo sapiens.
Certamente questo qualcuno esagera. Ma, se questo dovesse avvenire, dobbiamo sapere che non è perché la natura si sta vendicando. È solo per la nostra insipienza.
Perché, come Leopardi le fa dire, a lei, alla natura: «E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei».
Pietro Greco
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Insularità in Costituzione. Audizione di Andrea Pubusa in Senato

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Il 25 u.s. l’avv. Andrea Pubusa, esponente del Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria (CoStat) è stato sentito dalla Commissione Affari costituzionali del Senato, in audizione informale, sul disegno di legge costituzionale n. 865 sul riconoscimento insularità. Pubblichiamo di seguito un breve resoconto di detta audizione scritto dallo stesso prof. Pubusa per il blog Democraziaoggi (26 giugno 2020).

L’insularità non è solo un fatto geografico, è un fatto storico-culturale

di Andrea Pubusa

Il disegno di legge costituzionale n. 865 sul riconoscimento insularità è composto da un articolo unico:
Art. 1.
All’articolo 119 della Costituzione, dopo il quinto comma è inserito il seguente: «Lo Stato riconosce il grave e permanente svantaggio naturale derivante dall’insularità e dispone le misure necessarie a garantire un’effettiva parità e un reale godimento dei diritti individuali e inalienabili».

Come si vede, l’articolo considera l’insularità solo nell’aspetto naturale (geografico) e quindi come fonte di svantaggi. Tuttavia, la questione insulare non è solo questo, l’insularità non è solo fonte di svantaggi, è anzitutto questione storico-culturale. L’insularità ha messo capo nel corso dei secoli a peculiarità storico, culturali, linguistiche e istituzionali, che costituiscono l’essenza della sardità e contribuiscono ad arricchire il patrimonio culturale nazionale. Ricordo che alla metà degli anni ‘80, quando ero presidente della Prima Commissione in Consiglio Regionale, nel corso di una discussione su questi temi in seno alla direzione comunista, Umberto Cardia, bonariamente e con la sua usuale finezza, ebbe modo di far presente a me, ingenuo seguace della visione tradizionale, che l’insularità non è una questione geografica, ma una questione etnostorica ed etnoculturale. E velocemente mi ricordò che la Sardegna ha avuto un parlamento dal 1200 fin alla sciagurata fusione perfetta del 1847, ed ha avuto per secoli istituzioni autonome e leggi fondamentali a garanzia delle proprie prerogative, leggi immodificabili perfino dal re, in ragione del loro carattere pattizio di rango internazionale. A questo schizzo storico-istituzionale aggiunse gli altri aspetti c un he danno una connotazione specifica alla Sardegna, a partire dalla lingua. Mi disse dunque che ogni iniziativa che non considerasse la complessità del concetto di insularità non avrebbe portato a risultati accettabili. Fu una lezione fondamentale, che mi ha aperto un orizzonte nuovo e di grande prospettiva. Mario Melis, a sua volta, mi disse invece, mentre eravamo a Collinas a ricordare G. B. Tuveri: “bisogna sempre ricordare che il mare divide e tuttavia unisce. Bisogna far prevalere la sua capacità di collegarci agli altri popoli“.
Ora questi insegnamenti non possono essere trascurati in una disposizione che voglia costituzionalizzare l’insularità. La proposta avanzata dal Comitato e recepita nel disegno di legge n. 865 invece li omette. Della insularità coglie solo gli aspetti negativi che richiedono misure economiche finanziarie. Di qui anche la collocazione della nuova norma all’interno dell’articolo 119 Cost., che disciplina i rapporti finanziari fra Stato e Regioni. Era così anche nell’originario comma 3 dell’art. 119, poi modificato in peggio nel 2001, che in qualche modo costituzionalizzava la questione insulare; si trattava però di una visione riduttiva, rispondente all’elaborazione degli anni 1946/47. Ora occorre fare di più, sancire il principio in relazione alla nozione più corretta e ampia di insularità.
Come ho detto alla Commissione del Senato, nel d.l. metterei pertanto in luce gli aspetti positivi, rilevando così che l’insularità non è solo svantaggio, come parrebbe dal testo proposto. e dunque la questione va vista non solo nei suoi aspetti economico-finanziari.
Rimetterei pertanto alla Repubblica (ossia all’ordinamento nella sua interezza) il riconoscimento e il promovimento delle culture insulari, mentre assegnerei allo Stato l’adozione delle misure per superare gli svantaggi.
In questa impostazione più ampia la collocazione del principio d’insularità in seno all’art. 119 appare riduttiva ed impropria; occorrerebbe un articolo autonomo, da inserire preferibilmente fra i principi fondamentali con un articolo 5 bis, o immediatamente prima dell’art. 119.
Formulerei dunque la nuova disciplina nel seguente modo, salvi gli approfondimenti e gli affinamenti del caso:

Art. 5 bis oppure 118 bis (Principio di insularità)
“La Repubblica riconosce le peculiarità culturali dell isole e ne promuove lo sviluppo.
Lo Stato adotta le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità e a garantire l’effettiva parità e il reale godimento dei diritti fondamentali e inalienabili”
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“El día después”: il giorno dopo

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ALLARME PER IL DISASTRO CHE VIENE

La Pandemia ha scoperto e aggravato le diseguaglianze sociali ed econonomiche esistenti. Ma se non si rovescia il corso degli eventi, la devastazione sarà irresistibile. La lotta dei popoli, la resistenza nonviolenta, “Costituente Terra”. “Il giorno dopo” è oggi.

Adolfo Perez Esquivel (premio Nobel per la Pace), su Costituente Terra.

I.- El día después de la Pandemia, es hoy

El mundo está sufriendo las consecuencias de la Pandemia del Coronavirus, tenemos que hablar en tiempo presente y saber que esto no terminó, estamos al comienzo de cambios profundos en las relaciones humanas, en lo social, económico, político y espiritual.
El día después, es hoy y urge reflexionar sobre la grave situación mundial que provoca la pandemia y los conflictos entre los intereses económicos y políticos que buscan continuar su expoliación a los pueblos más pobres, imponiendo políticas que son parte del colonialismo y esclavitud que generan la dependencia y sometimiento, que afectan la vida de los pueblos, como son la deuda externa que genera más pobreza y hambre en el mundo y que debieran ser canceladas en su totalidad por ser ilegítimas.
La Pandemia del coronavirus deja al descubierto la desigualdad social y económica, situación que ha llevado al estallido de la pandemia del Miedo y del Hambre provocando el alto índice de desempleo en países ricos con recursos económicos y tecnológicos, como los Estados Unidos que en su política neoliberal deja a más de 41 millones de desocupados. El abandono de la salud pública ha provocado hasta el momento más de 111.000 muertos por el coronavirus. La crisis económica y política golpea en los países ricos del norte y agudiza la pobreza a los países empobrecidos del Sur.
Hasta el momento no existe antídoto o vacuna para enfrentar la pandemia sólo se pueden aplicar medidas sanitarias de prevención y de higiene para evitar que se expanda el contagio del virus silencioso y mortal.
El Covid 19 no tiene fronteras, no selecciona ideológicas de naciones o clases sociales y continúa provocando miles de muertes y tensiones sociales dejando en la superficie la grave situación social de discriminación y pobreza. El miedo provoca la inseguridad y algunas personas sufren la acción sicológica de pánico por las condiciones de encierro impuesto por las restricciones a la circulación. Es necesario generar políticas de seguridad social y la solidaridad con las poblaciones más afectadas, las villas, asentamientos, favelas, callampas, tugurios. La pobreza cambia de nombre en cada país, pero en todos lados tiene el mismo rostro.
La resistencia social, y la participación de la comunidad son necesarias para evitar que cunda el miedo y contrarrestar la propaganda de medios de comunicación que buscan imponer el pensamiento único que condiciona los comportamientos sociológicos, sicológicos y políticos.
El miedo paraliza y del miedo a la cobardía hay un solo paso, lleva a la perdida de la identidad y valores. Vemos con preocupación la acción de sectores sociales que han desatado la violencia contra los médicos/as, enfermeras/os por miedo a contaminarse y rechazan y amenazan a los profesionales de la salud cuando regresan a sus hogares, olvidando que son ellos los que cuidan la salud de la población, incluso de quienes los atacan.
Sectores de la oposición al gobierno argentino y algunos medios de comunicación, han iniciado acciones a fin de “romper la cuarentena” acusando al gobierno de imponer políticas totalitarias al impedir la libre circulación. Se movilizan en manifestación pública, con cacerolazos sin medir los riesgos para su propia salud y de la población expuesta a la Covid 19. El presidente Alberto Fernández, acompañado por gobernadores, técnicos, médicos, personal sanitario y dirigentes de la oposición fue muy claro y contundente : “lo más urgente es salvar vidas. La situación que estamos viviendo no terminó”. Es necesaria la colaboración y apoyo de toda la población y ser solidarios con nuestro pueblo.
América Latina se encuentra en situación de fragilidad sanitaria, los hechos ponen al descubierto la grave situación de Países hermanos como Ecuador, Colombia y Chile donde la respuesta del gobierno chileno a los reclamos sociales es la represión.
Es preocupante la situación del pueblo de Brasil y el comportamiento de sectores que apoyan al presidente Jair Bolsonaro, con su prédica violenta y desprecio a las mujeres, a los negros, a los favelados, apoyando la violencia social contra los indígenas y pobres; un gobierno que provoca los incendios de la floresta en la Amazonía y pone en peligro la biodiversidad, la fauna y vida de las comunidades indígenas y rechaza los cuidados frente a la Pandemia del coronavirus provocando el aumento de infestados y muertes .
Leonardo Boff se manifiesta dolorido y preocupado por la grave situación que vive el pueblo de Brasil y expresa que existe una dimensión sombría en los comportamientos de la población y que en muchos casos aún persisten las sombras del colonialismo y la esclavitud…
A pesar de lo señalado hay que encontrar la fuerza de la esperanza, en la solidaridad entre las personas y los pueblos. Bien dice la canción de Fito Páez-“ No todo está perdido…” Está la resistencia y solidaridad de pueblos en el mundo y uno de los grandes ejemplos para la humanidad son la Brigada Médica Henry Reeve de Cuba que desde hace varias décadas están en los países más pobres y necesitados. Hoy la Brigada se encuentra enfrentando la Pandemia del Coronavirus en 21 países.
El coraje del pueblo cubano es admirable y alentador para la humanidad y una luz de esperanza.

II.- La Pandemia del Hambre

En la Pandemia del Covid 19 se ha agudizado las situaciones económicas y políticas que se han vuelto incontrolables, como el hambre que sufren muchos pueblos en el mundo, provocando las migraciones forzadas por los conflictos armados y la destrucción del medio ambiente que sufren miles de refugiados que huyen de sus países del terror y los miedos al desamparo y el hambre, buscando nuevos horizontes de vida con sus familias.
El Coronavirus es el resultado consecuencia de la los grandes intereses económicos impuestos por los Países ricos, provocando la deforestación, la contaminación de ríos y mares, la destrucción del ambiente, la desertificación y el uso y abuso de los recursos y bienes naturales.
Josué de Castro quien fuera Director de la FAO, en su libro “La geografía del Hambre”, publicado en 1968, dice que: “El hambre es la manifestación biológica de una enfermedad sociológica”. Señala los peligros que acechan por la desigualdad y la discriminación “los pobres no duermen porque tienen hambre y los ricos no duermen porque tienen miedo a los que tienen hambre”.
El sistema mundial está en crisis y paralizada por la pandemia, a pesar de la grave situación el neoliberalismo continúa con su política de concentración y explotación. De continuar este camino el mundo se dirige hacia catástrofes o a un suicidio colectivo. Los pueblos cansados de ser sometidos y esclavizados por un sistema injusto que somete el presente e hipoteca el futuro, se levantan en rebeldía reclamando alternativas y cambios en sus países y en el orden internacional en total desorden.
Un científico nos llama a la reflexión, el Paleontólogo Theilard de Chardin, SJ. , quien realizo sus excavaciones y trabajos de investigación en China, donde publica una de sus obras de mayor trascendencia “El Fenómeno Humano”, señala que la evolución de la vida planetaria y el universo se sostiene en tres ejes fundamentales que se interrelacionan profundamente y es necesario tener presente por ser parte del Todo en la creación, “la biogénesis, la antropo-génesis y la cosmos-génesis”, en su permanente evolución “ascendente y convergente”, hacia la síntesis de la evolución humana y planetaria. Cuando se destruye la biodiversidad de la Madre Tierra se pone en peligro el equilibrio planetario y las necesidades del ser humano y la vida generando la violencia que está viviendo la humanidad.
En el Punto Crucial Fritjof Capra científico, físico que encuentra una relación profunda entre la ciencia y la espiritualidad señala que: “Vivimos en un mundo caracterizado por sus interconexiones a nivel global en que los fenómenos biológicos, psicológicos, sociales y ambientales, son todos recíprocamente independientes. Para describir este mundo de manera adecuada, es necesario una perspectiva ecológica que la concepción cartesiana del mundo no nos puede ofrecer”.
Es necesario el pensamiento y mirada holística, integral de la vida. Necesitamos generar nuevos paradigmas, una nueva visión de la realidad, una transformación fundamental de nuestro pensamiento y de nuestra percepción y valores.
El “ Neue Zurcher Zeifung” de Suiza- Nzz,25.4.2020, publicó un artículo de un grupo de investigadores utilizando bases de datos de genomas y mapas de distribución, virólogos, zoólogos, ecologistas y bio-informáticos, dirigidos por Kevin Olival de EcoHearlt Aliance, señalando que debemos saber para qué tenemos que prepararnos. El cálculo del modelo se basa en los datos de 2085 especies de virus detectados en animales mamíferos. 584 de ellos son capaces de propagarse a los humanos, como el coronavirus. Se espera que la gran mayoría de los virus provengan de las selvas tropicales de América, Asia y África, es decir de regiones que los humanos están invadiendo, fragmentando y destruyendo completamente los ecosistemas originales y cada vez más. La quema de la Amazonía provocada por la especulación financiera nos pone frente a uno de los más graves desastres que vive la humanidad.
La responsabilidad de la devastación que sufre el mundo está en las corporaciones trasnacionales que privilegian el capital financiero sobre la vida de los pueblos, afectando el equilibrio de la biodiversidad y poniendo en peligro a la Madre Tierra y todo el sistema planetario.
La alerta es detener inmediatamente la destrucción de las selvas si queremos salvar la vida planetaria y salvar a la humanidad. La quema, destrucción y desmontes de gran parte de los bosques, dañan la vida, los territorios de los pueblos indígenas y su forma de vida y cultura víctimas de la violencia y han introducido en las comunidades la Pandemia del Coronavirus.

III.-El desafío es hoy, no el día después

Los justificativos de los grandes empresarios y gobiernos defienden sus intereses económicos y políticos y afirman que el mundo cuenta con grandes avances y tecnología para enfrentar el hambre, sin embargo, limitarse a introducir tecnología en un sistema corrompido por las desigualdades sociales nunca resolverán el problema del hambre, por el contrario lo empeorará, como lo señala F. Capra. A pesar que se produce más comida en el mundo, cada vez hay más personas con hambre. En los países pobres en general hay más comida y menos para comer.
Los pueblos están dejando de ser espectadores y se asumen como protagonistas y constructores de sus propias vidas e historia y luchan por su liberación, los mueve y da fuerza la indignación por las situaciones de injusticias que soportan por las fuertes desigualdades de hambre y pobreza, buscando la construcción de sociedades comunitarias libres y soberanas. Existen experiencias en diversos países que asumieron sus luchas contra la desigualdad, el hambre y el derecho a la democracia e igualdad entre todos y /das y la vigencia de los derechos humanos y de los pueblos.
Hay que hacer memoria, que nos ilumina el presente. Hace varios años en Argentina, con la CTA- Central de Trabajadores Argentinos – junto a organizaciones y dirigentes sociales, como Alberto Morlachetti; el Padre Carlos Cajade y Victor de Gennaro entre otros/as se realizó en todo el país la “Marcha de los Chicos del Pueblo” levantando el derecho a la alimentación y a una vida digna, denunciando que: “ El hambre es un crimen”.
Durante el gobierno de Ignacio Lula da Silva en Brasil, lanzó la Campaña Hambre O, implementando políticas productivas y sociales que lograron sacar de la situación de hambre y pobreza extrema a más de 40 millones de personas. Reconocida por la FAO.
Una de las luchas más significativas es el MST- Movimiento de los sin Tierra- de Brasil, los/las campesinos/as tomaron tierras improductivas y fueron puestas en producción de alimentos, la formación de cooperativas y desarrollo logrando construir escuelas y generando políticas integrales y culturales de vida digna para el campesinado. La tierra es de quien la trabaja.
Otras experiencias de producción y comercialización de pequeños y medianos productores rurales con fuerte sentido cooperativo y comunitario, con escuelas bilingües fueron las Ligas Agrarias en Argentina y en Paraguay y muchas otras experiencias se desarrollaron en diversos países latinoamericanos y en continentes de Africa y Asia.
La lucha contra el hambre es lograr la soberanía alimentaria y tener presente que la alimentación, en cada región y cada comunidad son parte de su cultura. Superar el hambre en el mundo no está en manos de las grandes corporaciones, ni en los monocultivos y agro-tóxicos, que generan la dependencia y sometimiento de los productores agrarios. La soberanía alimentaria está en la producción y desarrollo integral de los pequeños y medianos productores rurales, su comunión con la Madre Tierra, los bancos de semillas orgánicas, la biodiversidad y producción comunitaria y que los gobiernos deben ayudar, proteger y cuidar.
Los objetivos y políticas de la ONU, la FAO y la UNESCO, como otros organismos internacionales y nacionales, han logrado avances en bien de la humanidad, a pesar de las fuertes presiones e intereses económicos y políticos que deben soportar. Aún falta la constitución de un organismo jurídico internacional que ponga límite y sanciones a quienes destruyen el ambiente y ponen en riesgo a la humanidad y a la Madre Tierra.
Las grandes empresas continúan la devastación, quema y destrucción del ambiente contaminando la tierra, ríos y mares.
La Academia de Ciencias del Ambiente de Venecia, con su Director el Jurista Antonino Abrami, ex magistrado de la Corte de Venecia, ha iniciado la campaña llamando a la conciencia de gobiernos y organismos internacionales sobre la necesidad de la creación del “Tribunal Penal Internacional para juzgar los crímenes de lesa humanidad contra el ambiente”. Se necesita aplicar el Art.7 del Estatuto de Roma y ampliar las facultades jurídicas contra los crímenes al ambiente e integrarlo en el Tribunal Penal Internacional para juzgar los crímenes de Lesa Humanidad.
En Roma en diciembre del 2019 se presentó la Constitución de la Tierra por Raniero La Valle, propuesta a la cual nos sumamos y apoyamos, de generar nuevos paradigmas de vida y relación del ser humano con la Madre Tierra. La urgencia de convocar a científicos, intelectuales, campesinos y organizaciones sociales a fin de generar un Nuevo Contrato Social, donde el derecho e igualdad de grandes y pequeños permita alcanzar el equilibrio con la Madre Tierra.
Es necesario hacer realidad el Preámbulo de las Naciones Unidas cuando proclama: “Nosotros los Pueblos del Mundo”. “ A reafirmar la fe en los derechos fundamentales del hombre, en la dignidad y el valor de la dignidad de la persona humana, en la igualdad de derechos de hombres y mujeres y de las naciones grandes y pequeñas”. El Preámbulo de las Naciones Unidas es claro y contundente, es la voz de los pueblos que reclaman el Derecho a la Paz.
Es urgente éste llamado ya que los responsables que provocar la destrucción y saqueo de los bienes y recursos naturales, actúan con total impunidad jurídica sin recibir sanción alguna.
La Pandemia del coronavirus afecta al mundo en todos los niveles y transforma la realidad, nos enfrenta con la necesidad de cambios estructurales en las relaciones entre las personas y los pueblos y nos señala que la humanidad debe cambiar su pensamiento y construir nuevos caminos.
El Papa Francisco en la Enciclica Laudato Si que diera a conocer hace 5 años, señala que se alza el clamor de la humanidad de poner la mente y el corazón en proteger la Casa Común que nos abarca a todos y todas, en respetar la Creación y en saber que el ser humano no es dueño de la Madre Tierra, es parte del todo.
La humanidad debe volver a generar el equilibrio en cada uno de nosotros/as y con el prójimo, con nuestro pueblo, con la Madre Tierra, con el Cosmos y con Dios. Tener la mirada de integración y unidad en la diversidad.
Cuando se quiebra el equilibrio de la biodiversidad, se genera la violencia con las graves consecuencias que provoca a la Tierra, víctima de los intereses y explotación de sus bienes y recursos. Los desafíos son enormes pero hay que asumirlos sumando voluntades, superando el “monocultivo de las mentes” que impone el pensamiento único con los tóxicos de la propaganda. La crisis hace temblar las reglas que habían sido normales hasta el momento.
El escritor Leopoldo Marechal decía que: “Del Laberinto se sale por arriba”. Uno de los pasos a dar es compaginar lo urgente con lo importante, sin sacrificar lo uno y lo otro. [segue]

Scegliere il futuro

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IL COMPITO
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L’evento globale della pandemia ha reso visibile a tutti ciò che già era noto: siamo a una soglia oltre la quale può darsi catastrofe o salvezza. Quella che va costruita è l’unità umana, come soggetto della storia anche politica del mondo; vi fanno ostacolo le ideologie dell’identità, mentre non c’è più ad impedirlo un Dio che divide

di Raniero La Valle *

Mentre la pandemia continua a mietere vittime, soprattutto nei Paesi peggio governati, più sprovveduti e più poveri, in Italia stiamo vivendo un momento molto delicato di passaggio dalla prima fase irruente e paralizzante del contagio, a una fase di ripresa della mobilità e dei rapporti produttivi e sociali. Per tutti, nel mondo, comincia una nuova fase nella quale dovremo convivere con il morbo non ancora debellato ma anche con altri pericoli di portata globale che di qui in avanti potranno sprigionarsi dato il crescente degrado cui sono giunte le condizioni di vita sulla Terra.
È pertanto oggi decisiva la scelta, per noi e per un lungo futuro, della strada da imboccare: o un ritorno alle pratiche e ai sistemi del passato, e magari di un lontano e funesto passato, come sembra proporre la virulenza restauratrice e identitaria della destra, oppure il passaggio a una fase nuova di cambiamento delle strutture rivelatesi impotenti a salvarci e di risanamento del nostro ambiente vitale, secondo l’avvertimento di papa Francesco nel giorno di Pentecoste: “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.

Segnali di morte

Vi sono purtroppo dei segnali vistosi che sembrano avviarci alla prima alternativa: si pensi al ritorno del conflitto razziale in America, con tanto di rivendicazione della supremazia bianca, al ritorno delle frontiere in Europa, all’offerta provocatoria della cittadinanza britannica ai cinesi di Hong Kong, in nome dei diritti dell’antica colonia inglese, all’incrudirsi del conflitto economico e di potenza tra gli Stati Uniti e la Cina, all’imperturbabile corsa agli armamenti, agli attacchi all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre istituzioni internazionali, alla minaccia israeliana di liquidare, con l’annessione dei Territori occupati, la questione palestinese, all’apertura della corsa dei privati nello spazio, quasi una beffa al monito illuminista a non “sperperare tesori nel cielo”. E su tutti vi è il simbolo riassuntivo della foto-opportunity di Trump che davanti a una chiesa episcopaliana di Washington innalza la Bibbia come un idolo, rivendicando quella saldatura tra religione e potere che per secoli ha dilaniato la società umana e la fede stessa; con la variante, però, di riproporre come farsa quella visione costantiniana che storicamente si è data come tragedia. Gesto tuttavia che sarebbe errato archiviare come folklore, perché mette in chiaro il disegno largamente perseguito in Occidente di una riappropriazione del cristianesimo come marcatore identitario e baluardo dei poteri esistenti, ad opera di populismi e integrismi di vario tipo, da Bannon a Orban, dai lefebvriani lepenisti a Bolsonaro, dalla “Opzione Benedetto” di Rod Dreher alla certosa di Trisulti, dall’odio al musulmano alla caccia allo straniero, fino ai rosari di Salvini, come è ben mostrato nel libro appena uscito di Iacopo Scaramuzzi : “Dio? In fondo a destra” .
È evidente che se questi segnali si inverassero in processi reali, e le politiche si sviluppassero secondo queste premesse, l’unità umana sarebbe compromessa, e la catastrofe si farebbe imminente.

Opportunità del tutto nuove

Però ci sono anche segnali che indicano una possibilità del tutto opposta. Si presentano infatti straordinarie opportunità che la società umana non ha mai avuto e che aprono a una situazione nuova.
La prima è la globalizzazione stessa che se ha esordito e si è affermata in una versione selvaggia, stremando gli uomini e rendendo sovrani il denaro, il Mercato e le armi, può tuttavia essere ripresa in mano e convertita in un vero universalismo, il cui concreto esercizio è oggi reso possibile dalle scienze, dalla tecnologia e dalla comunicazione. Se si volesse costruire politicamente e culturalmente un mondo unito, non ci sarebbero impedimenti materiali a precluderlo. Il diritto, gloria dell’Occidente, è pronto a partorirlo. C’è già un vagito dell’Europa che sembra prometterlo.
L’altro segnale è la progressiva coscienza che si sta facendo luce in ogni parte del pianeta della precarietà e del pericolo di un multilateralismo incontrollato, non riducibile a una ragione e a una finalità comuni. Il conflitto la violenza e la guerra non possono più essere né la regola né l’ultimo grado di giudizio del rapporto sociale. A dirlo è un brivido che corre nel mondo. I poliziotti americani che si inginocchiano di fronte alle loro stesse vittime, neri o bianchi che siano, e innumerevoli manifestanti che ne ripetono il gesto sotto ogni cielo, non sono un segno di codardia, come pretende il folle americano al comando, ma sono un segnale apocalittico di un’età che è finita e un’altra che viene.

Conversione delle religioni

Infine c’è il segnale di una conversione delle stesse religioni, di cui il pontificato di papa Francesco rappresenta oggi il più autorevole annuncio. Non si tratta di questa o quella riforma o ammodernamento nelle confessioni religiose e nelle Chiese. Si tratta di una nuova narrazione di Dio, rimasta confusa e offuscata per secoli, pur dopo i Vangeli, che ora sembra perdere le sue scorie e i suoi travisamenti, e riacquistare somiglianza con l’originale, che Gesù ci ha fatto vedere: quel Dio tenerissimo, “primo nell’amore”, primo anche a prendere su di sé il dolore di tutti, come lo ha mostrato Francesco in questa pandemia, È un Dio in cui non c’è violenza: nessun patibolo può fregiarsi del suo nome, se non come vittima.
Fu all’inizio del pontificato di papa Bergoglio, nel 2014, ma a conclusione di un lavoro condotto per anni, su impulso del Concilio, che la Commissione Teologica Internazionale presentò come “una svolta epocale nell’odierno universo globalizzato”, la novità “dell’irreversibile congedo del cristianesimo dalle ambiguità della violenza religiosa” . Quasi raccogliendo la sapienza e l’esperienza dei secoli, rileggendo la Bibbia, la teologia e i Concili, il documento vaticano era tutto proteso a identificare “nell’eccitazione alla violenza in nome di Dio, la massima corruzione della religione”. Le conseguenze di questa nuova chiarezza erano destinate a investire non solo una modalità della fede, o suoi possibili errori, ma la fede stessa. Secondo la Commissione Teologica Internazionale ciò voleva dire entrare in un’epoca nuova, varcare una “frontiera profetica di un nuovo ciclo religioso e umano dei popoli”. E se è lo Spirito che a ciò conduce la professione di fede, “l’icona ecclesiale dal canto suo deve suscitare l’immagine di una religio che si è definitivamente congedata – in anticipo sulla storia che deve seguire – da ogni strumentale sovrapposizione della sovranità politica e della Signoria di Dio. Questo “congedo può e deve essere vissuto da tutte le comunità cristiane dell’epoca presente, come avvento del tempo stabilito dal Signore per la maturazione del seme evangelico”: un tempo nuovo. La pastorale della misericordia, la Chiesa ospedale da campo, il Dio che “se si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio” di papa Francesco non erano lontani.

Un Dio senza violenza

C’era un ritardo in questa ammissione di un’infedeltà delle Chiese, che era costata molti dolori; ma alfine questa soglia era varcata, e il corso storico poteva riprendere non più funestato dal falso conflitto tra Dio e il mondo, tra grazia e libertà; divino e umano non erano più confusi ma anche, secondo la fede di molti, non erano divisi. “Svolta radicale”, la chiamavano i teologi del papa, ma essa non riguardava solo la confessione cristiana, e nemmeno solo la tradizione giudeo-cristiana, ma la “religione” come tale, “la concezione della religione e dell’umanesimo, indissolubilmente”, una fede che “è oggi chiamata ad anticipare l’epoca del riscatto definitivo del ‘nome di Dio’ dalla sua profanazione attraverso la giustificazione religiosa della violenza”. Non c’era più un Dio a fondare il trono dei potenti e ad impedire l’unità umana. Ed è da qui che è venuto, come prima cosa, il patto di fratellanza universale firmato ad Abu Dhabi con l’Islam, ma viene anche il contagio etico che fa dire a tutto il mondo: “non respiriamo più; senza giustizia non c’è nemmeno pace”.

Per una Costituzione della Terra

Queste sono le condizioni nuove che inducono ad agire, che postulano una “Costituente Terra”, e che fanno ritenere possibile una Costituzione della Terra. E da ciò a noi deriva un dovere, che non è solo quello di non disperdere una memoria e trasmettere un’eredità, ma è quello di trasmettere un compito.
È un dovere che ricade sulle generazioni del Novecento che, uscite dalla notte delle grandi guerre mondiali e della Shoà, sono riuscite a concepire e predisporre le forme del mondo nuovo, ma poi hanno fatto a pezzi la loro creatura, si sono inchiodate sull’89, l’hanno preso come un loro bottino, come fosse la fine della storia a favore degli uni contro gli altri. Ed è quel compito, che allora fu interrotto, che le generazioni uscenti devono ora trasmettere alle generazioni nuove; il compito è quello di radunare i dispersi, rialzare i caduti, e costruire l’unica comunità umana, soggetto come tale di liberazione e di diritti. È una figura nuova, mai esistita prima se non nei sogni e nelle profezie. Vi fanno ostacolo le diversità, se sono rivendicate in modo che ciascuna prevalga e sia sovrana sulle altre. Ma esse ne sono la sostanza se tutte sono convocate per comporre non un nuovo Leviatano, ma la grande assemblea dei popoli della Terra al fine che l’umanità sopravviva, il mondo sia salvo e la storia continui.
Questo compito non è il punto di caduta di un sogno, di un’utopia, di un mito: è imposto dalla ragione, anzi è l’unica risposta secondo ragione alle drastiche alternative oggi presenti; si tratta di costituire una sfera pubblica globale e varare una Costituzione della Terra che metta in atto garanzie e istituzioni di tutela e promozione dei diritti fondamentali di tutti gli abitanti del pianeta. È chiaro che questo progetto e questo processo dovranno fare i conti col Mercato, perché Mercato e sfera pubblica sono stati finora in contraddizione e in contrasto. Ma non deve l’uno soccombere all’altra. Basta che sia deposto dal trono e accetti le regole. Ciò è necessario per fronteggiare non solo le crisi sanitarie che di questa urgenza forniscono oggi la prova del nove, ma tutte le emergenze planetarie – alimentari, nucleari, ambientali – per non tornare a una sorta di “stato di natura” e per promuovere, ben oltre le emergenze, una convivenza di ragione e misericordia sulla Terra.

* Raniero La Valle, su chiesadituttichiesadeipoveri.it

Europa, Europa

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UNIONE EUROPEA
una svolta storica

di Roberta Carlini, su Rocca.

Qualcuno ha scomodato Alexander Hamilton, il fondatore del bilancio federale statunitense, per segnalare il passaggio storico che l’Unione Europea ha compiuto nel pieno della crisi da Covid-19. La svolta è arrivata con il documento franco-tedesco nel quale l’asse che da sempre ha determinato le svolte (e, in negativo, i fallimenti) del processo di unificazione europea, ha dato il via a una possibilità nuova: quella per cui la Commissione europea, l’esecutivo di Bruxelles, può prendere denaro a prestito sui mercati e girarlo ai Paesi che ne hanno bisogno, cioè i più colpiti dalla pandemia e dalla successiva crisi economica. Quel documento, frutto di un accordo tra Macron e Merkel, è stato poi leggermente emendato ed è stato fatto proprio dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, con la proposta intitolata Next Generation EU: se questa passerà la lunga e difficile fase di contrattazione politica che adesso si apre, i governi europei avranno a disposizione 500 miliardi di trasferimenti e altri 250 di nuovi prestiti. Questi vanno ad aggiungersi agli altri strumenti via via approvati da quando «il grande lockdown» (definizione del Fondo monetario internazionale) è iniziato.
Di questi si è già parlato su Rocca n.10: si chiamano «Sure», il piano per coprire gli ammortizzatori sociali per chi ha perso il lavoro; Mes, ossia il «vecchio» meccanismo europeo di stabilità sfrondato delle delle sue condizioni-capestro; più i prestiti della Banca europea degli investimenti, per assistere le piccole e medie imprese. In più, c’è la sospensione dei vincoli del Patto europeo di stabilità e crescita, per cui gli Stati possono a loro volta indebitarsi senza dover più rispettare i paletti posti dai trattati europei, quelli attorno ai quali si svolgevano le contrattazioni e i conflitti ogni autunno sulla manovra economica.
Tutti gli strumenti precedenti al Next generation EU, e che sono già operativi (se un governo vuole accedervi), prevedono in sostanza nuovo debito pubblico, ma fanno anche in modo che questo tipo di aiuto non si avviti in testacoda su se stesso: poiché questo succederebbe se l’aumento del debito per i Paesi già fortemente esposti come l’Italia comportasse una forte crescita dei tassi di interesse che il governo stesso deve pagare su quei debiti. Meccanismi finanziari come il Sure e il Mes servono a tenere bassi e uniformi i tassi; ma soprattutto a questa esigenza provvede l’altra arma sfoderata dall’eurozona all’inizio della crisi, attraverso la Bce. Dopo l’iniziale passo falso compiuto quando ha annunciato che «la Bce non è qui per tenere a bada gli spread», Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, ha steso una rete di protezione diretta proprio a tenere a bada gli spread dalla speculazione. Una riedizione, molto rafforzata, del «bazooka» di Mario Draghi.

dal debito al trasferimento
Il salto di qualità della proposta della Commissione è nel passare dal debito ai trasferimenti. Ai Paesi come l’Italia – ma in realtà a tutti, dato che tutti avranno bisogno di aumentare l’intervento pubblico nell’economia – non è data solo la possibilità di farlo ricorrendo all’emissione di propri titoli, ma anche l’accesso a fondi trasferiti direttamente da Bruxelles: sarà l’Unione a indebitarsi per conto dei governi, godendo così di condizioni molto più favorevoli sui mercati e prevedendo emissioni di titoli che saranno ripagati solo tra molti anni (dal 2018 al 2058). Non solo: la ripartizione di questi fondi tra i Paesi seguirà il principio del bisogno e non quello del loro peso relativo. Dunque l’Italia avrà più di tutti – 82 miliardi. Come farà l’Europa a ripagare questo debito? Il piano prevede in parte che siano gli Stati, nel tempo, a finanziare il rimborso; e in altra parte che possa imporre proprie tasse per pagare il servizio del debito (gli interessi). Si tratterà di tasse che fanno pagare i giganti del web che per ora non pagano niente (la digital tax), di imposte sulle emissioni carboniche finalizzate a disincentivare le produzioni inquinanti, e di una tassa sulla plastica. È ancora troppo poco per scomodare la memoria di Hamilton, poiché la sua riforma pose davvero le basi di un bilancio federale, che vuol dire autonoma capacità impositiva e di spesa. Ma è molto, moltissimo, rispetto al pantano in cui l’Unione europea stava affogando, per incapacità di una politica economica comune, una moneta senza Stato. Adesso, abbiamo una politica della moneta più attenta ai bisogni degli Stati (sia pure senza dimenticare la sua missione che è quella della stabilità); e un embrione di politica fiscale, attraverso quella che di fatto è l’emissione di titoli del debito europeo – anche se guai a chiamarli «eurobond», questa parola fa venire il sangue agli occhi a molti nordici.
Se, nonostante l’opposizione dei suddetti nordici, la proposta della Commissione vedrà la luce, saremo alla prima manovra economica comunitaria. Motivata non da una conversione altruistica, ma dalla necessità di evitare il disastro nelle quali tutte le economie europee, fortemente interconnesse nelle produzioni e nei commerci, precipiterebbero di fronte a un crollo dell’economia di uno di essi. Se l’Italia, come si è ipotizzato, avrà 82 miliardi, vorrà dire che da Bruxelles ci arriverà una capacità di spesa pari al 4,5% del nostro prodotto lordo, ai quali dovrebbero aggiungersi circa 90 miliardi in nuovi prestiti, per un totale di 170 miliardi. Per fare un paragone, fino a pochi mesi i governi italiani erano costretti a elemosinare da Bruxelles scostamenti di bilancio dell’entità di decimali di Pil.

due sfide
Si aprono ora due sfide, una esterna e una interna. Quella esterna è nella tenuta del patto e nella conquista del consenso di tutti gli scettici, che siedono in molti governi ma soprattutto nelle opinioni pubbliche dei Paesi europei che hanno i bilanci in attivo o in pareggio e hanno un radicato pessimismo circa la capacità dei governi del Sud di imboccare sentieri virtuosi. È vero che c’è molto di macchiettistico e stereotipato in alcuni giudizi, e che tutti dovrebbero prendere atto del fatto che siamo di fronte a una crisi nuova ed enorme, che niente ha a che fare con vecchi vizi di «spesa facile» senza responsabilità. Ed è vero che, come si diceva prima, le economie di quei Paesi sarebbero a loro volta a rischio se anche stavolta, come nel 2008, l’Europa rispondesse senza coesione e senza politica comune a uno choc esterno. Ma è anche vero che quei pregiudizi hanno un fondo di realtà, ed è nei decenni nei quali la politica fiscale italiana ha speso senza investire, ha distribuito a pioggia senza curarsi della sostenibilità; non ha messo a posto un’evasione fiscale gigantesca, non ha inciso sulla bassa produttività, non ha affrontato i nodi strutturali della sua debole struttura industriale.
E qui viene la sfida interna: come spenderemo quei soldi? La Commissione europea ci chiede di farlo rilanciando l’economia. E scrive: «Rilanciare l’economia non vuol dire tornare allo status quo che c’era prima della crisi, ma lanciarsi in avanti», in particolare nella riconversione verde e nell’innovazione digitale. Il «green new deal», rimasto finora a livello di slogan, adesso trova finanziamenti e una lista di investimenti: infrastrutture ed edifici (in questo caso, per lo più ristrutturazione dell’esistente in senso ecologico); transizione a un’energia pulita, basata su fonti rinnovabili; trasporti e logistica; economia circolare. Il piano digitale invece prevede investimenti nelle reti, politica industriale per favorire grandi campioni tecnologici europei, intelligenza artificiale. Chiude il quadro la raccomandazione di «una crescita giusta e inclusiva per tutti», dunque l’uso e la riforma degli strumenti di protezione sociale.

scegliere
Siamo ancora ai titoli di testa. Ma potrebbero bastare per evitare la riedizione dei vecchi film, ossia un generale assalto alla diligenza della spesa pubblica. La vera novità sarebbe nel decidere la strategia e selezionare le aree di intervento. Scegliere. Cosa non fatta nel passato, e purtroppo non fatta neanche nei decreti dell’emergenza Covid. È giusto che all’inizio si sia dato a tutti, anche per accelerare le pratiche (purtroppo senza riuscirci) e coprire il più possibile. Sul terreno dell’assistenza, la priorità è raggiungere chi ha più bisogno – e non è successo, dato che si è dovuto aspettare settimane per pensare alle lavoratrici e ai lavoratori domestici, e i precari con contratti a tempo determinato scaduti sono ancora in gran parte esclusi dai sussidi. Ma soprattutto, con il decreto rilancio si è dato uno sgravio fiscale sull’Irap a tutte le imprese, che fossero nei settori colpiti dalle chiusure o no. E il ministro dell’economia Gualtieri ha annunciato come sua strategia una generalizzata riduzione delle tasse sui redditi medio-bassi, che certo sarebbe molto gradita e fruttuosa in termini di consenso, ma è il contrario di una politica selettiva e di investimenti diretti. Stavolta le condizioni poste dall’Europa – «lanciarsi in avanti» – possono aiutarci. Seguirle aiuterebbe anche i nostri negoziatori a convincere il resto d’Europa che siamo davvero a una «Next generation». Ci sarà il coraggio politico di farlo?
Roberta Carlini
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Gli europeisti di fronte a ciò che resta del disegno europeo
di Gianfranco Sabattini, su il manifesto sardo.

E’ ancora diffusa l’idea che la realizzazione dell’Unione europea sia il più rilevante evento del mondo occidentale dal dopoguerra ad oggi; ciò, per diverse ragioni, quali in particolare, il superamento della rivalità tra i Paesi membri, la libera circolazione dei cittadini europei, il rispetto delle diversità culturali, la cooperazione con gli Stati non comunitari, il progressivo equilibrio tra competenze comunitarie e sovranità di nazioni, il metodo democratico seguito per mediare tra i diversi punti di vista ed altro ancora.
L’insieme di tali ragioni è ancora sufficiente per convincere la maggioranza dei cittadini europei che, per affrontare il futuro, sia preferibile rimanere nell’Unione, nonostante le difficoltà che si oppongono alla prosecuzione del processo di integrazione politica, ormai fermo da lungo tempo. Attualmente, quindi, anche se sono aumentati coloro che ripongono fiducia sulle soluzioni nazionali, la maggioranza dei cittadini europei è del parere che ritirarsi dal percorso comune sarebbe di grave pregiudizio al futuro del Continente e dei singoli Stati membri.
Tuttavia, il progetto europeo sta attraversando una grave crisi di fiducia. L’esito del referendum britannico sulla Brexit e la diffusione di movimenti antieuropei indicano che il disgregarsi del progetto comune è uno scenario ormai possibile, proprio in un momento come quello attuale, in cui maggiore è l’avvertimento che sarebbe necessario avere più Europa come scala minima per poter contare sulla scena internazionale e dare risposte concrete ed efficienti ai problemi più sentiti dai cittadini.
Il possibile rilancio del processo di integrazione è oggi frustrato dal fatto che le due “famiglie politiche” che hanno sinora gestito il processo, i cristiano-sociali e i socialdemocratici, sono fortemente indebolite, poiché con la crisi del 2007-2008 sono comparsi i movimenti populisti che, sebbene siano al potere solo in alcuni dei Paesi membri, sono in grado di condizionare l’azione dei singoli governi, divenuti fragili per via dell’indebolimento dei partiti tradizionali.
Inoltre – afferma Yves Mény, in “Per l’Europa è ora di essere radicali” (Il Mulino, n. 1/2019) – i Paesi membri dell’Unione sono divisi in sottogruppi, “ma anche in ‘club’ spesso antagonisti (Lega anseatica, Gruppo di Visegrad, Coppia franco-tedesca, tentativi populisti di costruire una ‘lega’ di eurocritici, ecc.). Gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, dal canto loro – secondo Mény – lo hanno capito così bene che stanno “soffiando sulla brace, cercando di sfruttare al meglio i divari che si sono allargati tra ‘amici’”. E’ perciò un eufemismo – continua Mény – dire che l’Europa “sta andando male”, sia nel suo insieme (Unione Europea), che con riferimento ai singoli Stati membri. Non c’è Paese europeo che sia libero da difficoltà che minano le sue fondamenta, perfino “là dove tutto sembra andare per il meglio sul fronte economico, come in Germania, in Svezia, in Olanda o in Danimarca”.
I Paesi membri dell’Est dell’Europa, pur godendo di una crescita stabile, tendono tutti a non “soddisfare gli ideali di ‘buon governo’”, mostrando spesso di non aver compiuto una vera transizione democratica, lasciandosi alle spalle i vecchi regimi. Al Nord, le democrazie scandinave, per tanti anni considerate modelli da imitare, sono agitate dalle pretese dei movimenti populisti e sciovinisti. Nella parte occidentale del Vecchio Continente, il Regno Unito ha deciso di abbandonare l’Europa; una scelta destinata a pesare non solo sulla Gran Bretagna, ma anche sulle due Irlande. Dal canto suo, anche la Francia, pur non essendo governata da movimenti populisti, è agitata al suo interno da profondi contrasti che stanno rendendo la sua coesione sociale “tanto fragile quanto esplosiva”. Infine, la Spagna si trova anch’essa in una situazione controversa, caratterizzata da proteste sociali e dal problema catalano, di difficile soluzione, mentre solo il Portogallo, dopo un lungo periodo di austerità, sembra inserito in una prospettiva di crescita, essendosi sottratto al “virus populista”.
Al centro dell’Europa, la Germania – sostiene Mény – ha riscoperto “con sgomento che i vecchi demoni del passato non sono stati sconfitti del tutto e che, nonostante la sua invidiabile prosperità economica, gli antagonismi, gli odi e le divisioni sociali sono profondi all’interno dei suoi confini e ben visibili all’esterno”. Il Sud dell’Europa non fa eccezione rispetto alla altre grandi circoscrizioni geografiche dell’Unione Europea: l’Italia è da tempo retta da governi deboli e instabili, alle prese con un debito pubblico consolidato alle stelle, con un livello inadeguato di investimenti e con la paralisi delle riforme strutturali; l’Austria condivide la prosperità economica del Paese vicino del Nord, ma soffre della svolta a destra populista e xenofoba del Pese vicino del Sud; la Bulgaria e la Romania soffrono di una corruzione diffusa e del fatto che gli ex partiti comunisti “sono riusciti a qualificarsi e a controllare il potere in altre vesti”; Malta e Cipro si sono trasformati in paradisi fiscali e in centri di riciclaggio di “denaro sporco, mentre la Grecia, dopo un decennio di austerità, stenta ancora ad uscire definitivamente dal “tunnel” della grave crisi nella quale era caduta.
La situazione dell’Unione europea non è migliore se valutata dal punto di vista delle sue Istituzioni. Molti Paesi, ad esempio, membri sono in una situazione di opposizione radicale nei confronti della Commissione; fatto, questo, che rende difficile l’accettazione delle sue proposte di riforma e di adeguamento delle politiche nazionali. Si tratta di una situazione che ha solo favorito – a parere di Mény – il consolidarsi di una situazione paradossale, caratterizzata dalla formazione di due poli: da un lato, il polo del “potere economico”, che cerca di sfuggire ad ogni forma di controllo politico; dall’altro lato, il polo dei “governi democratici”, sempre più sottomessi a pressioni pubbliche che li rendono incapaci di risolvere i problemi che i cittadini chiedono che siano affrontare. L’Europa è così stretta nell’”occhio del ciclone”, sia nelle sue componenti che nel suo insieme, perché i suoi strumenti di governo “sono inadeguati al centro e impotenti alla periferia”.
La situazione è resa ancora più negativa sul piano del rilancio del processo di integrazione dalla mancanza di autorevoli leader; prevalgono così singoli gruppi di europeisti, ma le loro proposte, poco partecipate e prive di autorevolezza, risultano inappropriate, anche perché avanzate in un contesto dove è del tutto impossibile mobilitare un’opinione pubblica stanca di sentirsi rispondere che la soluzione dei problemi è solo possibile sulla base di compromessi e di “aggiustamenti incrementali”.
Perché la maturazione di questa situazione di stallo? Per una robusta schiera di osservatori, la risposta è da rinvenirsi nella firma del Trattato di Maastricht, che è stato il risultato di un compromesso finalizzato a contenere il crescente “peso” politico ed economico della Germania, attraverso la costituzione di un mercato comune interno, cui avrebbero dovuto far seguito la ripresa del processo di unificazione politica del Vecchio Continente su basi federaliste e la conduzione di una politica di difesa ed estera comune. A parte la costituzione del mercato interno, le spinte federaliste e quelle per una difesa e una politica estera comuni, all’epoca appoggiate anche dalla Germania, sono state fortemente ridimensionate su pressione di alcuni importanti Stati membri, quali il Regno Unito, l’Olanda e i Paesi scandinavi.
L’Unione Europea è venuta a così a caratterizzarsi solo sul piano dell’integrazione economica e finanziaria, dando vita a un mercato comune in cui è stata realizzata piena libertà di circolazione dei beni e dei capitali, rafforzato dalla creazione di una Banca Centrale e di una moneta comune. Secondo le idee neoliberiste del tempo, le regole di funzionamento del mercato interno dovevano essere quelle della libera concorrenza, con l’esclusione di qualsiasi possibilità di un intervento degli Stati a favore delle proprie imprese; un tal modo, nel rilancio del processo di unificazione degli Stati europei è stata privilegiata la competizione, non la solidarietà. [segue]

La scienza e gli scienziati über alles. O forse no?

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Coronavirus & Max Weber, brevi riflessioni sulla polemica con e tra gli scienziati
di Roberto Paracchini

“Alcuni anni fa, accusato di mancanze morali, un prete veniva trasportato su un carro per le vie di Napoli seguito da una folla imprecante. Ma ecco che a un angolo comparve un corteo nuziale. Il prete si levò, impartì la benedizione e tutti quelli che erano dietro il carro caddero in ginocchio”, raccontò il filosofo Walter Benjamin (1892-1940) in Immagini di città. Come dire che il cattolicesimo ha in quella città (o almeno aveva nel 1925, anno di pubblicazione dello scritto firmato assieme ad Asja Lacis -1891-1979) un’autorevolezza indiscussa e vissuta soprattutto nella vita quotidiana.
Oggi in quel carro molti metterebbero la scienza, non perché abbia mai avuto (nel XX secolo, almeno) tanto spazio nella quotidianità per esserne infine sempre osannata, ma perché negli ultimi mesi alcune sue affermazioni sono state fruite e ascoltate dalla maggior parte della popolazione, prima con partecipazione, poi anche con dileggio. Sì, in quel carro, molti metterebbero la scienza o, meglio, gli scienziati, o meglio ancora i virologi, accusati di aver fatto in questi mesi di coronavirus Covid-19, affermazioni spesso contraddittorie: mascherine no, mascherine sì; banale influenza, virus micidiale; pericolo grave per i polmoni, allarme serio per tutti gli organi del corpo; sensibile al caldo, non sensibile al caldo; trasmissibilità diminuita, contagiosità continua; pericolo scampato, minacce incombenti ecc. ecc.
E per il momento, pur con un po’ di timoroso rispetto, in pochi sono disposti ad inginocchiarsi di nuovo di fronte alla “parola-benedizione degli scienziati”. All’inizio gli esperti virologi (ma anche gli infettivologi e gli epidemiologi) sono stati messi sul piedistallo. E i mezzi di comunicazione di massa, alla ricerca della notizia del qui ed ora, hanno accelerato la costruzione del loro piedistallo che, però, si è dimostrato più fragile e problematico di quanto sperato.
Sperato perché di fronte alla tragedia prodotta da questo coronavirus ha suonato immediatamente falsa l’atmosfera paciosa del pane e nutella ostentatamente mangiato come traduzione della filosofia dell’uno vale uno. “No – si è giustamente affermato – ora occorrono gli esperti, coloro che si basano sulla scienza. Poi le tante contraddizioni affermate.
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Cento anni fa, il 14 giugno del 1920 moriva Max Weber (nato nel 1864), uno dei più grandi sociologi dell’era contemporanea, noto soprattutto per la sua opera sul protestantesimo e lo spirito del capitalismo, che in quest’ultimo vede la decisiva impronta del primo. Un anno prima della morte pubblicò due importanti conferenze tenute all’università di Monaco, una sulla “scienza come professione” (Wissenschaft als Beruf), e l’altra sulla “politica come professione” (Politik als Beruf). Mi soffermerò un attimo sulla prima per inquadrare il discorso sulla scienza.
Ma che cos’è la scienza e chi è lo scienziato, suo ufficiante, per Weber? Per darle una fisionomia più chiara è necessaria una precisazione: in tedesco la parola “beruf”, oltre a “professione” e “lavoro”, significa anche “vocazione”. Il lavoro, in questo caso il lavoro dello scienziato, deve essere totalmente disinteressato e i suoi risultati scientifici “valgono per loro stessi” indipendentemente dai loro “successi tecnici”, come sottolineò Weber.
Nel quadro accennato una sovresposizione mediatica viene facilmente letta come un cedere alle lusinghe della facile celebrità e avrebbe ricevuto un forte biasimo da Weber: “Nel campo della scienza – precisò nello scritto citato, versione italiana curata dallo storico Delio Cantimori (1904-1966) – non è certo una ‘personalità’ colui il quale al modo di un impresario, porta sè stesso alla ribalta insieme con l’oggetto a cui dovrebbe dedicarsi”. Quindi più parsimonia sulla propria immagine, si potrebbe dire, atteggiamento però raramente seguito da diversi ricercatori in questi ultimi mesi e che ha spinto (pur col consistente aiuto dei social media e degli altri mezzi di comunicazione di massa) a vedere il singolo scienziato come “un capo e non un maestro”. Visione sommamente deleteria per Weber che ne rimarcò la scorrettezza quando rimproverava quegli studenti che andavano a lezione “per ricavarne un’esperienza che non consista soltanto in analisi e in constatazioni di fatto”, quindi no ai giudizi di valore che non si addicono alla scienza. Mentre “anzitutto, naturalmente, la scienza offre nozioni sulla tecnica per padroneggiare la vita rispetto agli oggetti esterni e rispetto all’azione umana, mediante il calcolo”, più “i metodi del pensare, gli strumenti e la preparazione a quello scopo”. Il tutto in un quadro di “chiarezza”, a patto che lo scienziato “naturalmente” la possieda, la chiarezza su questo metodo scientifico.
A questo punto è utile precisare che, storicamente, Weber si situa a un bivio: a valle di un momento di grande (e in parte, diremmo oggi, ingenua) fiducia nel pensiero scientifico e a monte di iniziali fragilità di quest’ultimo (quadro ben chiarito dal filosofo Massimo Cacciari nel suo recentissimo Il lavoro dello spirito. Saggio su Max Weber). Ma la potenza delle osservazioni del grande sociologo illumina anche l’oggi.
Chiarezza, quindi, come elemento indispensabile. Ma come può esserci chiarezza se diversi scienziati, forse tirati per la giacchetta, hanno fatto affermazioni sul Covid-19 senza precisarne i passaggi, senza chiarire cioè l’iter e il contesto teorico che ha portato a quei risultati? Dando così l’impressione di affermazioni apodittiche e causando in tal modo varie contraddizioni, oltre che con sé stessi in tempi diversi, con altri ricercatori. Weber, anche in questo caso, è stato molto chiaro: “Nessuna scienza è assolutamente priva di presupposti…” perché la scienza è “un sapere”, che presuppone “i metodi del pensare”, e non “un possedere” tipico degli atteggiamenti di fede. Con in più la considerazione che l’accrescimento delle conoscenze scientifiche attorno a un virus prima sconosciuto, come il Covid-19, è un progredire che non avviene di colpo ma passo dopo passo con l’intervento e il concorrere di diversi fattori: teorici, sperimentali, clinici e ambientali, che contribuiscono con modalità e tempi differenti. Falsificandosi, a volte e progredendo, altre. E modificandosi più o meno velocemente con ipotesi, casualità ed esperimenti, sino ad un risultato considerato positivo, ma pur sempre negoziabile.
E Weber in poche frasi chiarisce molto bene il nucleo del progredire scientifico. Facendo un parallelo con l’opera d’arte, che quando è “veramente ‘compiuta’ non viene mai superata”, per l’autore de La scienza come professione “viceversa, ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. E’ questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico (…)”. Ed ancora: “ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza. Senza dubbio, vi sono opere scientifiche che possono conservare durevolmente la loro importanza come ‘mezzi di godimento’ a causa delle loro qualità artistiche, oppure come mezzi per educare al lavoro. Ma essere superati sul piano scientifico è – giova ripeterlo – non solo il nostro destino, di noi tutti, ma anche il nostro scopo. Non possiamo lavorare senza sperare che altri si spingano più avanti di noi”. Affermazioni teoricamente importanti e deontologicamente potenti.
Tornando al carro iniziale, probabilmente, molti scienziati di oggi avranno capito che per mantenere l’autorevolezza della scienza da loro impersonata (a meno che non la si voglia solo maldestramente recitare) occorre non dimenticare mai che, weberianamente, si deve essere “maestri” e non “capi”. E il mondo politico, da parte sua, dovrebbe capire che adottare scorciatoie comunicative soddisfa probabilmente l’appetito del qui ed ora notiziabile, ma non certo quello dell’informazione corretta. In una società complessa, come è la nostra, va tenuto conto, da parte di chi governa, che anche gli scienziati sono fatti di carne e sangue, e relativi pregi e difetti; mentre è ad altri, esperti della comunicazione e divulgatori scientifici, che andrebbe affidato il compito di un’informazione così delicata, se si vuole che sia più correttamente esplicativa e, quindi, meno contraddittoria e più fruttuosa.

Roberto Paracchini
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La pandemia rilancia sas biddas e il comunitarismo

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di Luca Sedda*
Da tempo gli scienziati ci avevano avvertito che alcune caratteristiche di questo onnivoro sviluppo – la globalizzazione piuttosto che l’estrema concentrazione dell’umanità nei centri urbani – avrebbero favorito le pandemie, la devastazione della natura e altri processi pericolosi per lo stare al mondo.
Questi erano temi politici caldi anche nei primi anni 2000. C’era il Movimento dei Movimenti, c’erano i NoGlobal, c’erano i Social Forum e risuonava uno slogan che oggi torna ad avere un senso gigantesco: Un Altro Mondo è Possibile. Uno slogan che viene da lontano, un eterno ritorno dell’uguale.
Quell’umanità in fermento fu repressa, con violenza da un lato e meccanismi di condizionamento dall’altro. Così spararono sui manifestanti e immisero nel sistema una piazza virtuale facilmente controllabile. Il mondo si prese paura e ci si tuffò con entrambi i piedi. L’illusione di un allargamento delle liberta di espressione (a distanza di sicurezza dalle manganellate), della condivisione dei mezzi di comunicazione e dei contenuti non portò agli esiti sperati.
La rivoluzione rimase tecnologica e virtuale e sfociò, per essere caustici, in aperitivi in video chiamata in quarantena.
Nei primi 2000, dicevo, quei movimenti agitavano anche i paesi e a Gavoi si muoveva il Collettivu Barbagia Reverde che del riscatto delle piccole comunità rurali, della valorizzazione delle culture, della partecipazione dal basso alternativa alla mediazione dei partiti, della scelta politica e esistenziale comunitarista faceva la propria bandiera.
Bandiera che oggi, fra le innovazioni politiche di un ventennio, continua ad alzarsi attraverso il movimento Comunidade che, tra l’altro, amministra (assieme ai cittadini) dal 2015 il paese.
La cultura sarda-nuragica – ricordava Eliseo Spiga in un convegno gavoese – era profondamente anti-urbana. Noi sardi non fondammo città (lo fecero poi i tanti colonizzatori sopraggiunti) ma una fitta rete di villaggi interconnessi che, beghe di campanile neutralizzabili a parte, sapevano muoversi all’unisono verso il mondo.
Oggi sentiamo tornare il vento dei paesi.
La problematicità dell’insediamento urbano, delle megalopoli, è esplosa nel modo peggiore.
La pandemia, la quarantena delle persone rinchiuse nei palazzi o impegnate in lunghe file mascherate fuori dai centri commerciali ci hanno mostrato scenari che dai paesi abbiamo visto sfumati (benché spaventosi) e ai quali abbiamo riflettuto, mentre andavamo a passo lento verso l’orto piuttosto che a badare a piccole fattorie familiari, a fare la spesa a sa butega o mentre sfogliavamo un libro nel nostro cortile abadiande a Gennargentu. Un’altra quarantena, infatti, è possibile.
Anche i dati del contagio ci hanno voluto restituire, una volta tanto, un senso di maggiore sicurezza e salubrità.
“Il rapporto tra città e campagna: ecco qualcosa che la pandemia avrà il potere di mutare radicalmente”. E rispetto alla politica questo rapporto tornerà ad essere di conflitto dialettico.
Sta a noi de sas biddas, al nostro esempio, evidenziare le contraddizioni della città come centro del potere, come centro dell’economia. Sta a noi favorirne la crisi per il bene stesso della città e dei paesi.
Da questo rapporto dialettico passa la lotta contro lo spopolamento.
Quanta consapevolezza ci restituirà, dunque, il vissuto, con i suoi effetti sociali ed economici, di questa pandemia? Cosa ci dice dell’ortodossia liberista mondiale nel momento in cui il mondo liberista si aggrappa allo Stato per avere indennizzi e sovvenzioni?
Intravvediamo uno spazio per un umanismo solidale ed egualitario e per un comunitarismo universalistico che dettino il ritmo al processo educativo della politica e che ci portino ad affrancarci dalla monocultura del profitto.
La pandemia potrebbe averci insegnato a diventare partecipanti migliori alla realtà.
Certo le prime immagini della riapertura, con i consumatori in fila per raggiungere un MacDonald’s, non fanno ben sperare. Ma decondizionamento, decolonizzazione, emancipazione sono processi infiniti.
Sta a noi de sas biddas decidere di usufruire delle botteghe di vicinato, degli operatori economici dei paesi, favorendo il contatto diretto e personale, la vitalità, la restanza o la nuova cittadinanza in quei paesi stessi. Sta a noi favorire percorsi di disintossicazione dalla spersonalizzazione dei centri commerciali, non luoghi per eccellenza.
Quindi la costruzione ricominci dai pilastri. È necessario invertire la rotta di questo sviluppo che non è progresso umano: retrocedere rispetto alle megalopoli, al consumo del suolo, alla distruzione della biodiversità e della diversità culturale.
Serve immaginare un mondo nuovo. E non è vero che è tutto da costruire: una nuova forma di convivenza è già da tempo progetto. Un progetto de sas biddas che spesso è stato sconfitto con la reazione muscolare dei partitocrati e dei poltronisti di città che ai paesi tagliano la rappresentanza.
Ma è un progetto che resiste e che (in Sardegna e in altri mondi) ha vulcani attivi nei piccoli comuni e in quelle amministrazioni affrancate dalle segreterie partitiche, ma non dai valori profondi della politica.
La proposta avanzata da Anci Sardegna nel febbraio scorso “La primavera dei Paesi” Legge Quadro per il progresso, la tutela, la valorizzazione dei paesi e delle comunità, delle aree interne e rurali. Azioni di salvaguardia del pastoralismo e del sistema agropastorale della Sardegna, va a lavorare su questi pilastri. È un’ottima traccia su cui confrontarsi e, mentre affrontiamo la pandemia, acquista ancora maggior senso e urgenza di essere approfondita.

Quel progetto de sas biddas, quindi, non ha bisogno di archeologi, per essere riscoperto, ma di cittadini sardi attivi che riescano ad abbandonare la propria identità individuale per sposare identità collettive.
Quale strada intraprendere? Ributtarci nella mischia del lavoro (per chi ne ha ancora uno) e del consumismo, con la foga dell’astinenza, o fermarci e guardare verso nuove alternative reali?
Mentre i soloni dei convegni sullo spopolamento delle zone interne sono inesorabilmente residenti a Cagliari, a Sassari, a Milano o in seconde-terze-quarte case marittime, noi eretici del comunitarismo un nuovo mondo lo stiamo costruendo, con scelte esistenziali e politiche, con il nostro essere, stare e resistere in Barbagia.
Il comunitarista nel suo luogo d’identità collettiva vive, acquista, fa associazionismo, incontra, fa politica, combatte, sorride… e viaggia oltre per tornare migliore.
Non si tratta di coltivare la retorica del sentimentalismo comunitario, né di un ritorno ad una inesistente età dell’oro, ma di scegliere, con la vita di paese, la pratica di un progetto di rinascita personale e sociale, una rivoluzione permanente verso una comunità libera e aperta all’incontro con gli altri e alla costruzione di sempre più ampi spazi di solidarietà, di legami. Tutto questo è già nell’8 settembre ‘81 di Maria Lai.
Per tornare pratici, il lavoro agile di questi tempi, su traballu dae domo, dà una mano a molti a rivivere, rivedere e rivitalizzare il paese. Per le piccole comunità potrebbe essere una delle vie produttive, in risposta all’aggressione dello spopolamento.
Se riscatto deve essere per il mondo rurale, se progresso deve essere per queste comunità, deve nascere da una confederazione dei villaggi (che ha semi già ampiamente diffusi: le Unioni dei Comuni, i Gal, i consorzi, i distretti…). Una comunità di comunità, perché, per dirla con Roberta Leone: cos’altro è la comunità se non una con-divisione, tra diversi, in un medesimo progetto?
E allora potremmo addentrarci davvero, in piena sicurezza sanitaria, nell’alternativa-paese, per la vita, per il lavoro, per la produzione compatibile con le realtà naturali e culturali e, perché no, anche per le vacanze. Perché anche un’altra vacanza è possibile.
Le spanciate in mare sardo di Sala e conterranei dovrebbero aspettare.
Anche il turismo inizialmente lo dovremo agire noi: un turismo di prossimità.
Albino Russo, capo Ufficio Studi di Coop immagina che “la paura del contagio e la stretta economica, che seguirà al Coronavirus, potrebbero portare i viaggiatori a prediligere luoghi poco frequentati, tranquillità e contatto con la natura. Potrebbe essere un toccasana economico per le aree rurali dimenticate dalla globalizzazione. Più soldi investiti in negozi alimentari e artigianato locale. E proprio in quei luoghi si cercherà di recuperare quella socialità perduta, con cene tra amici o piccoli ritrovi nei bar di paese…”.
I nostri paesi sono e possono offrire tutto questo.
È una questione di consapevolezza alla quale dobbiamo restituire forma.
Solo una profonda etica rivoluzionaria può portare a ri-forme (di senso).
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*Luca Sedda
attivista di comunità
seddaluca@tiscali.it
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In testa all’articolo: Su Ballu Tundu del XIII secolo
Zuri, Ghilarza – Chiesa di San Pietro Apostolo

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- Approfondimenti su La Nuova Sardegna.
- Approfondimenti su il sole 24 ore.
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La questione irrisolta (perché non lo si vuole) dei migranti.

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Migranti e diritto internazionale. Esistono alternative alla sanatoria degli “irregolari”?
di Giuseppe Andreozzi*

Non è facile addentrarsi in un campo minato come quello dei fenomeni migratori verso l’Europa. Bisogna mettere in conto che due accese tifoserie aspettano soltanto il momento buono per affibbiarti l’etichetta di “buonista” o di “razzista” a seconda della maglia che indossano e di quel che oserai dire.
Comunque ci proviamo, osservando innanzitutto che nessuna persona di buon senso può considerare con favore una migrazione indiscriminata. Non conviene ai Paesi di provenienza, che vedono allontanarsi le forze più giovani, sane e potenzialmente produttive; non conviene a noi, che dobbiamo gestire un fenomeno obiettivamente complesso dal punto di vista economico e sociale.
Sicuramente la fuga dalla fame e dalle guerre potrebbe essere frenata se il mondo occidentale si adoperasse per favorire davvero il progresso di quei popoli, ma ciò avviene in misura del tutto inadeguata ed è utopistico immaginare politiche più energiche in tempi ragionevolmente brevi. Cerchiamo allora di capire, in un’ottica di pura tutela dei nostri interessi, quali altri strumenti potrebbero essere utilizzati per contrastare l’esodo.
La materia è regolata prevalentemente da norme definite “trattati”. Questo perché nel diritto internazionale le regole non sono dettate da “leggi”, le quali presuppongono l’esistenza di un’autorità superiore che le emana, ma attraverso accordi fra gli Stati. Si tratta perciò di norme che possono cambiare solo attraverso nuovi accordi fra i soggetti che le hanno sottoscritte.
Per quanto superfluo, l’obbligo di rispettare i trattati internazionali ai quali l’Italia aderisce è previsto anche dalla Costituzione, che all’articolo 10 dice altre cose interessanti sul tema degli stranieri e vale la pena rileggerlo per intero: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

Ricordiamo anche l’art. 117 comma 1 della Costituzione: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto … dei vincoli derivanti … dagli obblighi internazionali”.
Cerchiamo allora di rispondere a una delle domande più ricorrenti: visto che la migrazione verso il nostro Paese avviene principalmente attraverso il mare, è possibile impedire l’arrivo dei migranti? Diciamo che è molto difficile.
Esiste innanzitutto un obbligo di soccorrere il naufrago, che appartiene al diritto consuetudinario delle genti di mare. Fra le ultime disposizioni va citata la “Convenzione ONU sul diritto del mare” (c.d. Convenzione UNCLOS) del 1982 che dispone all’art. 82 l’obbligo per gli Stati di “esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera … presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo”. E la “Convenzione internazionale sull’assistenza e soccorso in mare” del 1989 (c.d. Salvage), la quale prevede all’art. 10 come “Ogni capitano è tenuto a prestare assistenza a qualsiasi persona che si trovi in pericolo di perdersi in mare”.
La domanda successiva può essere: va bene salvare i naufraghi dal rischio di annegamento, se la loro imbarcazione è affondata o in difficoltà di navigazione (nei trattati si parla di “distress”), ma perché portarli in Italia?
In effetti, non ci sono molte alternative. Quando una nave, di qualunque nazionalità, avrà accolto a bordo dei naufraghi, al caso si applica la “Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso in mare” del 1979 (la c.d. Convenzione SAR), la quale dispone che “Le Parti si assicurano che venga fornita assistenza ad ogni persona in pericolo in mare. Esse fanno ciò senza tener conto della nazionalità o dello statuto di detta persona, né delle circostanze nelle quali è stata trovata”. Tale dovere è completato dalla Risoluzione MSC.167(78) del 2004, paragrafo 2.5: gli Stati hanno l’obbligo di “… fornire un luogo sicuro o di assicurare che tale luogo venga fornito…”.
Il luogo sicuro è tale se garantisce alle persone soccorse la sicurezza e l’opportunità di acquistare lo status di “rifugiati” e quindi il “diritto di asilo”. Anche sul punto abbiamo una norma di diritto internazionale: secondo l’art. 33 della “Convenzione di Ginevra”, gli Stati non possono respingere un rifugiato “verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. Simile divieto troviamo nell’art. 19 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea” (c.d. Carta di Nizza): “Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti”.
Ebbene, se pensiamo che attualmente buona parte dei salvataggi avviene nel tratto di mare che separa la Libia dall’Italia, praticamente non esistono alternative allo sbarco nel nostro Paese. Perché quelli libici sono considerati porti “non sicuri”, a causa del trattamento riservato ai migranti, privati del diritto di protezione e spesso sottoposti a detenzione e torture. Dal canto suo la Tunisia, eludendo gli obblighi internazionali, rifiuta lo sbarco di migranti che non siano suoi concittadini, o salvati da navi tunisine, o partiti dal proprio territorio; mentre Malta rifiuta gli sbarchi se il naufragio non avviene nelle proprie acque territoriali. Non è quindi contestabile la decisione di un comandante che dirige la nave verso un porto italiano.
Però, almeno a salvataggio compiuto, è possibile rimpatriare l’immigrato? Diciamo subito che anche questa è impresa ardua. L’impianto delle norme sul tema è costituito dal “testo unico sull’immigrazione” n. 286 del 1998 sottoposto a successive modifiche. Per farla breve, secondo queste disposizioni l’immigrato deve essere accolto presso i “Centri di permanenza temporanea”, ma la permanenza è obbligatoria solo per un limitato periodo di tempo, trenta giorni, al quale può seguire un ulteriore trattamento coercitivo (una specie di detenzione amministrativa) per un tempo massimo di 180 giorni presso i Centri di identificazione ed espulsione.
Trascorsi i sei-sette mesi di simile “trattenimento”, il migrante, se non avrà ottenuto il diritto di asilo del quale abbiamo parlato, riceverà un decreto di espulsione. E qui arriva l’ultimo nodo, perché solo pochi Stati africani hanno raggiunto con l’Italia accordi per il rimpatrio; si tratta di Tunisia, Algeria, Marocco, Nigeria, Gambia ed Egitto, spesso con difficoltà e limitazioni. Resta quindi una moltitudine di stranieri, ufficialmente espulsi, che vagano per il nostro Paese ufficialmente senza lavoro e senza dimora, invisibili, ma esistenti.
In passato si provò a introdurre il reato di immigrazione clandestina, poi rivelatosi anch’esso un rimedio inutile perché semplicemente differiva il fenomeno di pochi anni con l’aggiunta dei costi esorbitanti della carcerazione. L’unico palliativo sembra perciò il ricorso a sanatorie, attraverso permessi di soggiorno che quantomeno consentono di far emergere il lavoro nero e garantire l’istruzione, l’integrazione e la sicurezza. Non a caso si affidano in modo ricorrente a tale strumento sia gli altri Paesi europei che l’Italia, a prescindere dal colore politico di chi governa; ricordiamo ad esempio il decreto “Bossi – Fini” n. 195 del 2002, grazie al quale circa seicentomila “irregolari” ottennero il permesso di soggiorno sulla base di una semplice autodichiarazione del datore di lavoro che attestava un rapporto di lavoro “in nero”, come braccianti, badanti etc, di almeno tre mesi.
Può sembrare una resa incondizionata, ma possiamo giustificarla vantandoci di essere i degni epigoni di una cultura che aleggia nel mediterraneo fin dall’antichità e che legittimava l’accoglienza riservata a Ulisse dal mitico popolo dei Feaci con simili versi: “questi è un misero naufrago, che c’è capitato, e dobbiamo curarcene: vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro”.
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* Articolo pubblicato a maggio 2020 sulla rivista abruzzese “LACERBA”.
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Per correlazione: su Aladinpensiero online.

Reddito di cittadinanza incondizionato e universale. Giusto! E le risorse? Ecco dove trovarle.

aladin-on-skyIl reddito di cittadinanza (o dividendo sociale) incondizionato e universale convince e conquista molti, dappertutto, ma più all’Estero che in Italia. E le risorse? Quelle che mancando lo rendono una irrealizzabile utopia? E, invece, ci sono eccome! Vero è che quanti dovrebbero metterle a disposizione (con minimi sacrifici) cioè soprattutto i ricchi del mondo, non sono disponibili. La novità del contributo-saggio del gesuita-economista Gaël Giraud sta nel fatto che indica chiaramente dove trovare i soldi: nei “frutti” dei “beni comuni” unito al prelievo fiscale sui grandi (enormi) profitti dei ricchi del mondo, con particolare intervento sui “paradisi fiscali”. È d’obbligo il richiamo alla necessità di Organismi internazionali di garanzia anche con riferimento al “demanio della Terra” e alla fiscalità internazionale, con la costituzione di appositi Fondi (seguendo le indicazioni di Thomas Piketty e di Anthony Atkinson), come esposti con efficace sintesi nella piattaforma programmatica del movimento “Costituente della Terra”. L’utilizzo dei “beni comuni” per ricavarne un fondo che possa sostenere “i poveri del mondo”, attraverso opportune ridistribuzioni (reddito minimo universale) è una tesi sostenuta dal nostro amico economista sardo Gianfranco Sabattini, il quale unisce a tale fonte di risorse quella che deriverebbe dalla ristrutturazione del welfare state [cfr. articolo di G. Sabattini su aladinpensiero del 3/11/2017]. Prendiamo atto di un approfondito dibattito che esce dall’ambito accademico per diventare (in certa parte) progetto/i politico/i. (Franco Meloni)
democraciaoggi-mnifestosardo-aladinpensiero Le tre testate online Democraziaoggi, il Manifesto sardo e Aladinpensiero diffondono (per stralci) il saggio di Gaël Giraud, segnalandolo come materiale prezioso per il grande dibattito su “lavoro, reddito di esistenza e dintorni” nel quale sono impegnate con la pubblicazione di qualificati contributi e con l’organizzazione di apposita convegnistica [undicesimo articolo condiviso]. L’articolo con la premessa di Franco Meloni è pubblicato sempre per stralci anche dalla rivista online Giornalia, mentre l’articolo integrale è disponibile sul sito web de La Civiltà Cattolica.
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UNA «RETRIBUZIONE UNIVERSALE»
Un urgente discernimento collettivo
Gaël Giraud. Chi volesse leggere l’articolo integrale potrà consultare direttamente il sito web de La Civiltà Cattolica, Quaderno 4079 pag. 429 – 442 Anno 2020 Volume II – 6 Giugno 2020.

Nella sua Lettera ai movimenti popolari, pubblicata nel giorno di Pasqua, il 12 aprile 2020, papa Francesco ha chiesto l’istituzione di una «retribuzione universale» di base [omissis] [1].

La proposta non ha mancato di suscitare reazioni, sia entusiaste sia critiche. Queste sue affermazioni significano forse che il Santo Padre abbraccia la causa di un reddito universale, versato a tutti, senza condizioni? O egli intende difendere il principio del giusto salario per tutti i lavoratori? E poi, se davvero si sta parlando di un reddito universale senza condizioni, in che modo un’attenzione autenticamente evangelica ci può orientare per valutare bene le condizioni pratiche di una sua attuazione? Oppure si tratta semplicemente di un’utopia irrealizzabile?

[omissis]
Salario minimo o reddito universale?

È dentro l’orizzonte di questa domanda spirituale e politica che s’inserisce la proposta di una «retribuzione universale». Si tratta di un salario minimo riservato a coloro che hanno un lavoro, o di un reddito universale destinato a tutti, senza condizioni?

Per gli economisti esperti in queste distinzioni, la formulazione del Papa è ambigua. Ad esempio, agli occhi di un sindacalista francese come Joseph Thouvenel, segretario della Confederazione francese dei lavoratori cristiani, le osservazioni di Francesco non possono essere interpretate come un alibi per coloro che «oziano»[8], ma possono essere solo un’allusione alla teoria del «giusto salario», formalizzata da Tommaso d’Aquino e poi ripresa da Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum (1891). [omissis]

Diversi economisti, tra cui Thomas Palley[9], propongono di imporre un salario minimo, pari al 50% del salario mediano di tutti i Paesi del Pianeta. In Italia, ciò equivarrebbe a fissare uno stipendio mensile minimo di circa 1.860 euro (anziché i 500 attuali): un quarto della forza lavoro italiana attualmente riceve uno stipendio inferiore a tale importo, e questa quota rischia di aumentare nei prossimi anni. Contrariamente a quanto di solito si afferma, questo non causerebbe un’esplosione della disoccupazione[10], porterebbe ad aumenti abbastanza piccoli dei costi di produzione[11] e, d’altra parte, cambierebbe la vita a molti «lavoratori poveri», anche in Germania.

Tuttavia l’elenco dei beneficiari della «retribuzione universale» alla quale allude papa Francesco va oltre la categoria dei salariati stricto sensu: «venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali […], lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento»[12]. Le varie traduzioni della Lettera pontificia fanno pensare che il termine «salario» non possa essere interpretato rigorosamente: salaire, salarios, salário e wage, ma anche Grundeinkommen e retribuzione. Coloro che devono uscire dall’invisibilità sono anche i «malati e [gli] anziani. Non compaio­no mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente»[13].

A chi si rivolge, dunque, la proposta del Papa? A tutti i «lavoratori». Una casalinga, per esempio, i cui servizi, dal momento che non sono sul mercato, non vengono mai presi in considerazione nel calcolo del Pil, fornisce una prestazione «lavorativa»? Chi sono questi «lavoratori», se non vengono riconosciuti da uno status che li qualifichi come tali? È proprio in questa loro invisibilità che sta il problema che Francesco vuole risolvere. Crediamo che la risposta si trovi negli stessi «invisibili». [omissis]

Dopotutto, i dibattiti che ruotano attorno alla definizione di un salario minimo o di un reddito universale sono prevalentemente condotti da coloro che appartengono al centro della società. È senza dubbio il momento di dare voce ai senza voce, in modo che essi stessi possano aiutare a decidere quale significato dovrebbe essere dato a una «retribuzione universale», piuttosto che subire ancora la violenza delle definizioni e degli standard imposti dal centro.

atd-4-mondoÈ questa inversione di prospettiva – dal centro alla periferia – che guida, per esempio, il movimento ATD-Quarto mondo e il pensiero di padre Joseph Wresinski[16]. Questo cambiamento di prospettiva non è estraneo all’approccio di alcuni economisti. Esso sta alla base, per esempio, della costruzione di indicatori statistici su base partecipativa, come il Barometro delle disuguaglianze e povertà (BIP 40), realizzato in Francia nel 2002 da e con comuni cittadini[17].

Utopia o riforma profetica?

È quindi giustificato che il Movimento francese per un reddito di base concluda cautamente che il Papa «si sta avvicinando alla causa del reddito universale»[18]. A patto di comprendere che, se «si avvicina» a esso e basta, non è per timidezza, ma è perché sta prima di tutto alle stesse persone senza voce decidere ciò che vogliono per loro. Il rispetto della dignità delle persone deve spingersi fino a tal punto.

Tuttavia, l’interpretazione che proponiamo qui implica che sia possibile che la «retribuzione universale» a cui allude Francesco sia intesa come «reddito universale» nel senso comune, qualora gli invisibili delle nostre periferie decidessero così.

Sono cinque i criteri usati normalmente per definire il reddito universale. Esso è:

- un versamento periodico [omissis] [19];
- un trasferimento monetario, cioè non in natura, che offre a tutti la libertà di fare ciò che vogliono con i propri soldi [omissis];
- universale: non viene sottoposto ad alcun particolare requisito;
- incondizionato: il pagamento non è coperto da alcun obbligo per il beneficiario, in particolare quello di dover cercare lavoro.
Ricordiamo alcuni ordini di grandezza. La Banca mondiale ha identificato la soglia della povertà estrema al livello di 1,9 dollari di retribuzione giornaliera, a parità di potere di acquisto. Ma è opinione largamente condivisa tra i ricercatori economici che questa convenzione sottostimi ampiamente i bisogni reali di un essere umano sano, capace di condurre una vita dignitosa. Un reddito minimo di 7,4 dollari al giorno sembra molto più ragionevole[20].

Nel 2018, oltre 4,2 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) vivevano ancora al di sotto di tale soglia, e questo numero aumenterà notevolmente nei prossimi mesi a causa delle conseguenze catastrofiche del lockdown. Quale flusso di reddito annuale sarebbe necessario per consentire a questa gente di vivere al di sopra di tale soglia? Senza entrare nei dettagli dei calcoli sulla parità del potere d’acquisto, possiamo rispondere che costerebbe meno di 13 mila miliardi di dollari. Questa può sembrare ad alcuni una cifra considerevole: è vicina al Pil nominale della Cina nel 2018. Tuttavia, uno studio della Ong Oxfam[21] mostra che, nello stesso anno, l’1% degli individui più ricchi del Pianeta ha percepito un reddito annuo di 56.000 miliardi di dollari (pari all’80% del Pil mondiale). Se solo «prelevassimo» un quarto di tale reddito, esso sarebbe sufficiente per finanziare un reddito base di 7,4 dollari al giorno (e anche di più) per quella parte dell’umanità che ne è privata. Dopo il «prelievo», al più alto percentile di questi super-ricchi resterebbero ancora in media 47.500 dollari di reddito mensile a persona: questo dovrebbe essere sufficiente per consentire loro di continuare a condurre una vita «dignitosa».

Non pretendiamo di sostenere che un tale «prelievo» sia politicamente facile da mettere in pratica. Tuttavia queste semplici cifre ci ricordano che, contrariamente a una comune convinzione, il problema del finanziamento di un reddito di base non consiste nella «mancanza di risorse». [omissis]

L’immaginario neo-liberale della scarsità, che ci conduce facilmente a pensare che una proposta generosa sia impossibile, è fuorviante: viviamo su un Pianeta sovrabbondante – sebbene minacciato da una crisi ecologica – e in un’economia mondiale molto ricca, sebbene rischi di diventare considerevolmente più povera a causa del lockdown e del confinamento.

Le due forme di reddito universale

Per andare oltre nell’esaminare la loro concreta fattibilità, dobbiamo distinguere almeno due forme di «reddito universale»: la prima, diremmo, «di destra», ispirata a criteri di efficienza economica; l’altra, «di sinistra», orientata dal desiderio di giustizia sociale. Questa distinzione elementare ci costringe però immediatamente a uscire da facili dicotomie: il reddito universale non è né di destra né di sinistra, ma è trasversale alle nostre categorie politiche tradizionali.

Il primo tipo di reddito di base ha le sue origini nel lavoro dell’economista di Chicago Milton Friedman[22] ed è pensato per sostitui­re tutti gli altri tipi di trasferimenti sociali, rendendo così superflua l’introduzione di un salario minimo. I suoi promotori nutrono la speranza di un’ulteriore flessibilizzazione del «mercato del lavoro» e di una riduzione della spesa pubblica per la solidarietà, o persino di un completo abbandono, da parte dello Stato, del suo ruolo decisionale sui redditi da lavoro dei cittadini. La carità, «più adattabile e flessibile» rispetto allo stato sociale, afferma Friedman, riacquisterebbe così un posto di rilievo nella lotta contro la povertà.

Chi contesta tale proposta sostiene che essa equivarrebbe a garantire un reddito minimo di sussistenza che rende schiavo l’«esercito di riserva» dei cittadini, costretti a farsi assumere a qualsiasi condizione pur di migliorare le proprie condizioni di vita ordinaria. È senza dubbio questo tipo di preoccupazione che alimenta il rifiuto, da parte di una certa parte del mondo sindacale, del reddito universale.

Indipendentemente dalla strumentalizzazione politica che può essere fatta sul reddito di base, è innegabile tuttavia che la sua forza risiede nella semplicità: l’assenza di qualsiasi condizione consente di cortocircuitare l’eventuale inefficacia delle procedure amministrative necessarie per identificare i beneficiari dei trasferimenti sociali tradizionali, i quali, come sappiamo, troppo spesso per questo rinunciano a godere di ciò a cui avrebbero diritto. Di conseguenza, più la pubblica amministrazione di un certo Paese è debole o il sistema di trasferimento sociale farraginoso, o addirittura inesistente, più diviene rilevante l’opzione di un reddito universale. Questo è il motivo per cui, qualunque sia la loro sensibilità politica, diversi economisti raccomandano la messa in atto di un reddito del genere nella maggior parte dei Paesi del Sud globalizzato[23].

Il secondo tipo di reddito universale è stato difeso, almeno dal 1986, da Guy Standing, uno dei fondatori della Basic Income Earth Network (Bien)[24]. A differenza del primo tipo, questo sarebbe un reddito integrativo, e quindi non alternativo ai trasferimenti sociali già attivi, laddove ce ne siano. Sarebbe quindi un ottimo mezzo per risolvere i crescenti problemi di insicurezza finanziaria della classe media e dei ceti popolari e, soprattutto, renderebbe possibile un altro genere di rapporto di lavoro. La disumanità delle condizioni di lavoro in alcune situazioni – di cui la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh nel 2013, è diventato il simbolo – è ovviamente dovuta alla necessità, per coloro che non hanno alternative, di farsi assumere a qualsiasi condizione pur di sopravvivere. Ma anche nei Paesi ricchi un reddito universale di questo tipo implicherebbe sicuramente la fine dei cosiddetti bullshit jobs[25] («lavori-spazzatura»), come sono quelli di una quota crescente di impiegati delle nostre amministrazioni pubbliche e delle imprese private: se posso permettermi di vivere senza lavorare, perché dovrei accettare un lavoro che è socialmente inutile e mi fa star male?

Un simile strumento invertirebbe quindi radicalmente i termini della negoziazione impliciti in qualsiasi rapporto di lavoro, sia esso formalizzato da un contratto o meno. Naturalmente, rafforzando il potere contrattuale dei lavoratori, ciò porterebbe sicuramente a una riduzione della quota di reddito da capitale nel valore aggiunto di un’economia e a un aumento della quota di reddito da lavoro. Però questo correggerebbe la tendenza inversa che si registra da quarant’anni a discapito della stragrande maggioranza di noi: dalla fine del boom economico del secondo dopoguerra, e nella maggior parte dei Paesi precedentemente industrializzati, la quota del reddito da lavoro è scesa dal 70-80% del Pil al 60%.

Le virtù attribuite dai suoi difensori «progressisti» al reddito universale vengono spesso messe in discussione dai loro oppositori: un reddito siffatto non fornirebbe un alibi per non lavorare più? Lungi dal rafforzare i legami sociali, non causerebbe forse la dissoluzione delle relazioni umane? Dietro queste domande si intravedono due filosofie politiche radicalmente opposte: da un lato, quella di Thomas Hobbes o di John Locke, per i quali l’uomo è un atomo, persino un lupo, un essere solitario che si coinvolge in relazioni con altri solo per interesse; dall’altro, quella di un’antropologia relazionale che appartiene alla grande tradizione cristiana[26]. In questa seconda prospettiva, è solo sullo sfondo delle relazioni sociali costitutive dell’umanità in quanto tale che può aver luogo il riduzionismo che consiste nella ricerca del mio interesse particolare.

È possibile risolvere questo dibattito con l’aiuto di ciò che osserviamo empiricamente? È dal 2010 che in vari Paesi hanno avuto inizio esperimenti con il reddito di base. Essi ci testimoniano il crescente interesse per tale misura già prima della pandemia[27], ma hanno rivelato, a volte, una certa mancanza di ambizione da parte dei governi e la durezza del dibattito politico che accompagna tali esperienze: sebbene si sia trattato di strumenti dalla portata limitata, molti sono stati interrotti prima del tempo.

In Canada, l’Ontario Basic Income Pilot Project, avviato nel 2018 per testare l’impatto di un reddito di base su 4.000 canadesi, è stato annullato dopo pochi mesi dal partito conservatore appena eletto. L’obiettivo era sperimentare l’effetto del reddito di base su sicurezza alimentare, stress e ansia, salute – inclusa quella mentale –, casa, istruzione e partecipazione al mondo del lavoro[28]. Ci si può domandare: se è così ovvio che un reddito universale risulterebbe dannoso per tutti, perché non lasciare che l’esperimento lo provi? In realtà, sperimentazioni di un salario minimo (o del suo aumento) hanno dimostrato molto spesso il contrario di quanto previsto dai suoi oppositori, ossia un aumento generalizzato dei salari e del numero di ore lavorate, nonché una riduzione della disoccupazione[29]. Forse c’è qualcuno che teme che si possa dimostrare che un reddito di base andrebbe a beneficio della maggioranza?

Nel 2014, un esperimento in India si è posto l’obiettivo di testare il reddito universale come mezzo per introdurre liquidità in ambienti in cui lo scambio monetario è limitato. Le conclusioni di tale esperimento, che avrebbe potuto essere condotto fino alla fine, sono sfumate, ma estremamente positive. Esse suggeriscono che, a causa delle sue ricadute sociali, il «valore» economico del reddito universale supera di molto l’importo nominale assegnato a ciascun destinatario[30]. Infine, numerosi esperimenti di trasferimento di denaro si sono rivelati fruttuosi in Namibia, in India e in una dozzina di Paesi del Sud del mondo, al punto che, dopo decenni di sarcasmo, diversi analisti ora lo vedono come «la chiave dello sviluppo»[31].

Beni comuni contro privatizzazione del mondo

L’esperimento condotto in Alaska dal 1982 merita una menzione speciale. Ogni anno, infatti, una frazione dei dividendi petroliferi viene distribuita ai residenti, incondizionatamente e su base individuale. Gli importi – tra i 1.000 e i 2.000 dollari l’anno, a seconda del periodo[32] – sono nell’ordine di grandezza della soglia di povertà di 7,4 dollari al giorno ricordati sopra. Si tratta di importi piccoli, ovviamente, considerando il tenore di vita medio in questo Stato americano. Ma la cosa più interessante è il principio usato dallo Stato dell’Alaska per giustificarli: si tratta di una compensazione per il diritto di sfruttamento di un bene comune, il petrolio, che in realtà appartiene a ciascuno dei residenti.

Per comprendere il significato di questo modo originale di finanziare un reddito universale occorre fare un passo indietro. Nel 1217, la Carta foresta aveva dato ai contadini britannici il diritto di godere dei commons («beni comuni») – foreste, pascoli, alpeggi, fiumi – per poter fare scorta di legna, acqua e dare da mangiare alle loro mandrie ecc. L’Inghilterra ha formalizzato un diritto che veniva percepito dalla maggior parte della popolazione come naturale e che era stato già riconosciuto dalla legge romana con la categoria della res communis, collocata dal Codice di Giustiniano al vertice della gerarchia dei beni, mentre la proprietà privata occupava l’ultimo posto.

Già nel XV secolo, come sappiamo, la nobiltà britannica promosse il movimento degli enclosures («recinzioni»), per delimitare i commons e decretare così che da quel momento in poi essi erano proprietà esclusiva del signore locale. Privando i poveri contadini di ogni forma di sussistenza, questo movimento ha contribuito a spingerli verso le città, alla disperata ricerca dei mezzi per sopravvivere. Senza questo esodo rurale la rivoluzione industriale non avrebbe mai visto la luce. Quindi, da principio, fu la privatizzazione dei beni comuni a produrre e incentivare quelle forme disumane di lavoro salariato che conosciamo da tre secoli[33].

Un reddito di base, anche solo parzialmente universale, spezzerebbe questa logica perversa. È possibile che uno strumento del genere si articoli in qualche modo con l’onnipotenza della privatizzazione, che oggi si traduce in un secondo movimento di enclosures, che colpisce i nuovi commons, come i beni e i servizi dell’ecosistema, il genoma umano, la proprietà intellettuale, le produzioni artistiche e potenzialmente tutte le attività umane?

L’esempio dell’Alaska fornisce l’abbozzo di una risposta positiva. Perché non immaginare che una frazione del reddito derivante dallo sfruttamento dei nostri beni comuni globali sia ridistribuita per finanziare un reddito di base? Non sarebbe questo un modo concreto ed efficace per onorare la destinazione universale dei beni, cara ai Padri della Chiesa e alla dottrina sociale della Chiesa? Ad esempio, l’atmosfera è certamente un bene comune a tutto il mondo: un’imposta globale sul carbonio – come quella fortemente sostenuta dalla Commissione Stern-Stiglitz[34] – di 120 euro per tonnellata di CO2 prodotta[35], applicata alle 100 multinazionali responsabili del 70% delle emissioni, genererebbe un gettito 3,1 mila miliardi di euro all’anno. Estesa a tutti gli altri tipi di emissione, questa tassazione fornirebbe 4.430 miliardi di euro. Gestite da un Fondo internazionale[36], queste entrate potrebbero essere distribuite alle popolazioni che vivono al di sotto della soglia di povertà[37]. Si potrebbe obiettare che non sono abbastanza per far uscire l’umanità dalla povertà estrema. Non importa: un’imposta del 27% sui 32 mila miliardi di dollari attualmente nascosti nei paradisi fiscali sarebbe sufficiente a integrare ciò che manca, affinché tutti possano vivere con più di 7,4 dollari al giorno. Anche le rendite derivanti dalla proprietà di terreni, foreste o persino dei rifiuti – un «male comune» – potrebbero essere soggette a imposizione globale.

Qualunque opzione venga scelta, lo si deve fare dopo aver consultato tutte le parti interessate. Molte altre domande, infatti, emergono sui destinatari di un reddito di base, qualora dovesse essere solo parzialmente universale: dovremmo, ad esempio, riservarlo agli under 25, visto che si può pensare che la maggior parte di loro avrà notevoli difficoltà a trovare lavoro in Europa nei prossimi anni?
[omissis]

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Note
[segue]

Gli Stati Uniti d’America in balia di tre sciagure

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LA LEGITTIMITA’ DELLA LEADERSHIP, LA VERA CRISI DELL’AMERICA

di Marino de Medici

La storia romanzata racconta che mentre Roma bruciava, l’imperatore Nerone suonava la lira. Nel tempo reale dei nostri giorni, mentre l’America si spacca dinanzi agli occhi
del mondo attonito, travolta da una insurrezione scatenata dall’ennesimo crimine razzista, sconvolta da un virus che non perdona e logorata da una crisi economica che ha prodotto quaranta milioni di disoccupati, la sua controfigura di imperatore, Donald Trump, incurante degli obblighi morali oltre che politici di un capo di governo, cerca solo
accanite zuffe con la Cina, con l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, con la rete sociale di Twitter (che ironicamente gli permise a suo tempo di emergere come candidato) e con il suo predecessore Obama accusato di misfatti generici. Le principali città americane sono consumate da vere e proprie sommosse, che in realtà non sono nuove nella storia americana, ma che nelle circostanze attuali accelerano un
disfacimento nazionale. Lo sfacelo minaccia di avere tremende ripercussioni nella salute pubblica di una nazione che fino a tempi recenti ricopriva un ruolo dominante nello scenario
mondiale. La colossale sventura degli americani nell’avere un Trump alla Casa Bianca viene compatita dal resto del mondo, sopraffatto anch’esso dalla pandemia e ansioso che venga trovato al più presto un vaccino. Ma se uscirà finalmente un vaccino per debellare il virus, non ci sarà una cura per il flagello che da sempre travaglia l’America, il razzismo. Associato ad un’altra radice dell’esperienza americana, la
violenza, assicura la combustione che ancora una volta infiamma gli animi di una vasta parte dei suoi cittadini, quelli di colore, dai neri ai “brown”, dai poveri ai diseredati in una nazione che secondo le statistiche dovrebbe essere la più ricca del mondo.

Lungi dall’esercitare la suasione morale che spetta al cosiddetto “pulpito” presidenziale, Trump non ha perso l’occasione per aizzare le parti in causa bollando i partecipanti alla protesta di Minneapolis come “teppisti” e ripetendo uno slogan razzista pronunciato nel 1967 in Florida: “quando comincia il saccheggio, comincia la sparatoria”. Ma non basta. L’ultimo affronto di Trump è stato quello di diffondere su twitter il video di un suo sostenitore in cui si afferma: “l’unico buon democratico è un democratico morto”, un detto che nei secoli scorsi veniva riservato alla popolazione indigena dei nascenti Stati Uniti d’America sterminata all’insegna della Nuova Frontiera.

La profonda rottura razziale e culturale dell’America è emersa in misura drammatica nello stato del Minnesota a seguito dell’impressionante misfatto dell’agente di polizia che ha soffocato George Floyd. La comunità afro-americana è scesa in piazza e la protesta è ben presto degenerata in una vera e propria sommossa. Ma gli americani hanno dovuto prendere atto di un aspetto altrettanto inquietante, che fra i protagonisti più esagitati della dirompente violenza di piazza erano molti i bianchi. Ancora una volta, il presidente Trump ha infiammato ancor più gli animi accusando gli Antifa – sinonimo di anti-fascista – e la “sinistra radicale” di aver incoraggiato e intensificato la violenza e la distruzione di
auto della polizia ed edifici, oltre che molteplici saccheggi.

Il razzismo strutturale che infetta il sistema sociale e politico dell’America impone oggi un energico intervento politico ma certamente senza la retorica della paura che nasce dallo scoperto confronto su scala nazionale. Che l’America sia spaccata è ormai un fatto arcinoto. Lo spartiacque tra centri urbani e zone rurali è particolarmente visibile nel Minnesota dove ai due centri di St Paul e Minneapolis si oppongono le zone “rosse” (il colore repubblicano) delle aree agricole e dell’Iron Range, i distretti estrattivi del ferro attorno al Lago Superior. Gli ultra repubblicani sono scesi nelle due città con i risultati che tutti hanno visto ed il Presidente Trump li ha giustificati puntando il dito accusatorio sul “sindaco della sinistra radicale”. Trump spera fortemente di conquistare i voti elettorali del Minnesota, dove nel 2016 perse per soli 45.000 voti, pur prevalendo in 78 delle 87 contee che compongono lo stato. Resta il fatto comunque che l’ottanta per cento degli individui arrestati durante le tragiche nottate di Minneapolis proveniva da altri stati. E’ parimenti certo che tra i saccheggiatori di Minneapolis figuravano, insieme ad afro -americani, i “suprematisti” bianchi. Non pochi messaggi apparsi sui social media incitavano i “suprematisti” ad andare sulla scena delle proteste.

L’America è un Paese con troppe tradizioni istituzionali e sociali e troppa diversità perché lo si possa considerare maturo per una rivoluzione. La rivoluzione americana
avvenne, e terminò, come sollevamento contro il dominio esterno. Da allora, una maggioranza bianca ha esercitato il dominio esercitando il pieno controllo sulla presenza e sulle vite dei non bianchi. Tale dominio sta cominciando a venir meno in un Paese sempre più diverso dove il razzismo è tecnicamente fuori legge ma troppo radicato perché la sua impronta venga cancellata dal dna nazionale. Questo assomma due elementi essenziali del carattere americano, ed in modo specifico della maggioranza bianca, per quanto possa essersi ridotta nei numeri del censo: la libertà da un dominio superiore e l’affermazione di autonomia. L’ultimo tratto è il motivo ispiratore della crociata trumpiana contro la “palude” del sistema governativo di Washington. In realtà, Trump ha reso quella palude ancor più profonda, favorendo la classe degli ultra ricchi (l’uno per cento contro cui inveiva l’ex candidato Bernie Sanders) e delle grandi imprese, alle spese del popolo americano.

Infine, in un quadro di caos, non poteva mancare il subdolo richiamo alla necessità di imporre “law and order”, accoppiato dal servile Attorney General William Barr all’accusa secondo cui i disordini su scala nazionale sono imputabili a “gruppi estremisti di estrema sinistra”. In pratica, Trump calcola di trarre il massimo vantaggio possibile dalla “culture war” – la guerra della cultura – che ha puntellato la sua candidatura sin dagli inizi. E’ una “cultura” che previlegia la base bianca – ormai nota come MAGA – e protegge le forze di polizia
refrattarie al rispetto delle leggi sui diritti civili, come dimostra il caso del poliziotto di Minneapolis che era stato ripetutamente citato per comportamenti violenti ed anti-sociali. Prima ancora che George Floyd venisse soffocato da quell’agente, Trump aveva incoraggiato le forze di polizia ad essere “rough” ossia ruvide nei confronti degli
individui arrestati. A seguito di quel crimine, lo stesso Attoney General del Minnesota ha dovuto ammettere pubblicamente che gli afro-americani dello stato erano
giustificati nel temere la polizia locale.

Per concludere, l’America è un Paese in balia di tre sciagure: la pandemia che ha già fatto più di 100.000 vittime; la depressione che ha privato del lavoro quaranta milioni di americani e chiuso migliaia di aziende commerciali (molte delle quali certamente non riapriranno); una conflittualità interna da guerra civile. Non pochi anzi temono che quest’ultima prospettiva possa risorgere a seguito delle forti divisioni territoriali negli Stati Uniti. Per contro, vale la pena di ripetere che le sommosse razziali rappresentano una sequela ininterrotta, e che il numero delle vittime a Minneapolis ed altre città non ha toccato gli estremi del 1992 a Los Angeles dove più di sessanta persone persero la vita in cinque giorni di rivolta per l’assoluzione degli agenti di polizia colpevoli di pesanti percosse sull’afro-americano Rodney King. In ultima analisi, l’America deve venire a capo di una fondamentale crisi di leadership, la sola ancora di salvezza di una nazione che è inesorabilmente spaccata quando un vasto settore della sua cittadinanza si rifiuta di attuare e rispettare le misure di previdenza sanitaria dell’apparato federale e degli stati, fino al dettaglio di rifiutare la mascherina.
Con Donald Trump, è in gioco la legittimità della leadership. Qualcuno ha osservato, realisticamente: in una congiuntura incendiaria, Donald Trump ha giocato con i fiammiferi.
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usa-e-getta
Non sarà Donald Trump a guidare l’America verso il recupero della pace sociale e della prosperità, una convinzione condivisa dalla parte sana del Paese, pienamente cosciente che Trump sta perdendo il controllo della macchina governativa. Attendersi un miracolo sotto forma di una conversione del partito repubblicano è futile. Ma la conversione di un numero sufficiente di elettori, nauseati dalla “law and order” di Donald Trump, sarà più che sufficiente a porre fine alla sua presidenza.

Il quesito dominante, alla vigilia ormai delle elezioni di Novembre, è questo: come reagirà il settore decisivo dell’elettorato, gli indipendenti e gli indecisi, alla
forzatura costituzionale di Donald Trump, presidente del “law and order”? Cosa può significare l’adozione del grido di battaglia del presidente republicano che ricalca la strategia di Richard Nixon, un presidente eletto con quella piattaforma ma poi costretto alle dimissioni per aver violato le norme costituzionali e le leggi civili?
E’ possibile che una maggioranza degli americani riconosca finalmente il vero senso del “law and order”, quello di sancire che le autorità della nazione, dalla presidenza agli organi federali, dalle amministrazioni degli stati alle autorità locali, riconoscano la legittimità dei diritti delle minoranze di colore e della loro protezione? Non imponevano certamente il rispetto della legge le forze di polizia che sgombravano ferocemente Lafayette Park, sparando pallottole di gomma, gas lacrimogeni e “pepper spray”, per permettere ad un presidente di farsi fotografare con la bibbia dinanzi alla storica chiesa episcopale di St.John.

Il “bullismo” di Donald Trump ha portato l’America dinanzi ad un abisso, il risultato di una politica distruttiva ed incompetente, come ampiamente dimostrato dal rapido diffondersi della pandemia del coronavirus, attribuibile alla stupefacente impreparazione del governo federale. La protesta di massa non è un fatto nuovo nella storia americana ma questa volta infiamma una vera e propria rivolta allo status quo che da sempre puntella il razzismo bianco e la brutalità delle forze di polizia. E’ un sorprendente sollevamento trasversale che abbraccia classi sociali, settori economici e la grande massa minoritaria afflitta dalle disparità di reddito e di opportunità. Non meno determinante nel quadro della protesta è la constatazione che l’epidemia ha fatto scempio di leggi e proclamazioni di eguaglianza mietendo una spropozionata percentuale di vittime tra i poveri, la gente di colore, dai neri ai brown, i più colpiti dall’ineguaglianza sociale ed economica che caratterizza sempre più gli Stati Uniti d’America.

Questa volta la protesta ha raggiunto le proporzioni di una sommossa nazionale che minaccia di sfociare nella proclamazione di uno stato di assedio, un corso di azione repressivo palesemente favorito da un presidente che agisce con l’unico intento di garantirsi l’appoggio della sua base. Sono molti quelli che sospingono questo timore ad una estremo inconcepibile per una democrazia liberale, quello di una decisione presidenziale di sospendere o posticipare il ricorso alle urne ai termini del mandato costituzionale. Donald Trump è capace di tutto, forte dell’appoggio di poco più di un terzo dell’elettorato americano, nel quale si distacca il movimento
degli evangelici ultra-conservatori – vale la pena di notarlo con l’ironia che si addice all’episodio – che non hanno mosso ciglio dinanzi alla mancanza di rispetto del presidente verso una chiesa ed il suo clero malmenato all’aperto. Tra tanti altri, Paul Krugman pone il quesito essenziale sul “come siamo attivati a questo punto?” E risponde che il “nucleo centrale” della politica americana degli ultimi quattro decenni è che “le elite ricche hanno usato il razzismo bianco come un’arma per conquistare il potere politico” e per attuare politiche hanno arricchito ancor più i ricchi a spese dei lavoratori.

La verità che va affermandosi in queste drammatiche giornate dell’America contemporanea è che una massa di americani ha finalmente reagito agli eccessi di una presidenza che ha fortemente indebolito le istituzioni nazionali e concentrato il potere nelle proprie mani. Questa grave deformazione del
mandato istituzionale è stata attuata da Trump sul modello di quanto predicava, e continua a predicare, un ideologo che ha cercato di infettare la stessa democrazia italiana, un certo Steve Bannon. La sua strategia è presto detta: è la “decostruzione dello stato amministrativo”, volta a smantellare le infrastrutture globali, a conquistare il potere e solidificare il controllo. Questa, per l’appunto, è stata sin dagli inizi la strategia di Donald Trump.

Il pericolo che income sugli Stati Uniti e sul mondo è che la rielezione di Trump porterebbe al rafforzamento del potere centrale nella branca esecutiva del sistema di governo degli Stati Uniti. Peggio ancora sarebbe se i democratici non
riuscissero a conquistare il Senato e il controllo del ramo legislativo. Per gli alleati dell’America ciò significherebbe vedere compromesse soluzioni globali per problemi globali. La politica estera americana è presentemente un feudo delle ambizioni politiche di Mike Pompeo, che passerà alla storia come il peggior segretario di stato americano, cortigiano del presidente ed incapace di esercitare alcuna leadership internazionale.

Una inquietante appendice della “law and order”, nell’interpretazione trumpiana di pugno di ferro contro i “teppisti”, è il ricorso alla militarizzazione, ossia
l’impiego di forze armate per contenere la marcia di proteste. E’ un terreno di controversia in rapido flusso, all’indomani della partecipazione di militari allo sgombero forzato di manifestanti dinanzi alla chiesa di Lafayette Park e della
dichiarazione del Segretario alla Difesa Esper che definiva quello scenario come “un campo di battaglia”. Non passavano ventiquattro ore che Mark Esper faceva marcia indietro rispetto all’impiego dello Insurrection Act del 1807 invocato da Trump come giustificazione per il dislocamento di forze armate in città americane, anche in mancanza di una esplicita richiesta delle autorità cittadine e dello stato di appartenenza. Esper dichiarava di non approvare il ricorso alle Insurrection Act se non in casi estremi (come “last resort” ossia ultima ratio), una valutazione che a suo dire non sussiste nelle attuali circostanze. Funzionari della
Casa Bianca non tardavano nel riferire l’irritazione del presidente, un chiaro prodromo della liquidazione del Segretario Esper.

In conclusione, non sarà Donald Trump a guidare l’America verso il recupero della pace sociale e della prosperità, una convinzione condivisa dalla parte sana del Paese, pienamente cosciente che Trump sta perdendo il controllo della macchina
governativa. Attendersi un miracolo sotto forma di una conversione del partito repubblicano è futile. Ma la conversione di un numero sufficiente di elettori, nauseati dalla “law and order” di Donald Trump, sarà più che sufficiente a porre fine alla sua presidenza.

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Fonte dell’illustrazione in testa

APPELLO PER IL LAVORO DEGNO. Democratizziamo le imprese; de-mercifichiamo il lavoro; smettiamo di trattare le persone come risorse in modo da potere impegnarci insieme per sostenere la vita sul nostro pianeta.

giostrai-29giu20Tre proposte per il lavoro

Democratizing Work. Questo importante appello di oltre 3.000 ricercatori di tutto il mondo è uscito di recente in simultanea su 41 giornali, tra cui El Comercio, Boston Globe, Guardian, Gazeta Wyborcza, La Folha de São Paulo, The Wire, Cumhuriyet, Le Soir, Le Monde, Die Zeit, Publico, El Diario, Le Temps. In Italia gli autori hanno scelto il manifesto. Le tre testate online Democraziaoggi, il Manifesto sardo e Aladinpensiero lo condividono e lo diffondono, segnalandolo come materiale prezioso per il grande dibattito sul lavoro nel quale sono impegnate con la pubblicazione di qualificati contributi e con l’organizzazione di apposita convegnistica.

L’appello è stato firmato da oltre 3.000 accademici e ricercatori di più di 650 università del mondo. Tra questi, Elisabeth Anderson, Thomas Piketty, Dani Rodrik, Jan Werner Mueller, Chantal Mouffe, Claus Offe, Julie Battilana, Joshua Cohen, Nancy Fraser, James K. Galbraith, Axel Honneth, Jan-Werner Müller, Benjamin Sachs, Debra Satz, Nadia Urbinati, Sarah Song, Lea Ypi, Isabelle Ferreras, Dominique Méda, Saskia Sassen, Lawrence Lessig, Rahel Jaeggi.

Chi lavora è molto di più che una semplice risorsa. Questa è una delle lezioni principali che dobbiamo imparare dalla crisi in corso.

Curare i malati; fare consegne di cibo, medicine e altri beni essenziali; smaltire i rifiuti; riempire gli scaffali e far funzionare le casse dei supermercati: le persone che hanno reso possibile continuare con la vita durante la pandemia di Covid-19 sono la prova vivente che il lavoro non può essere ridotto a una mera merce.

La salute delle persone e la cura di chi è più vulnerabile non possono essere governati unicamente dalle leggi di mercato. Se affidiamo questi compiti esclusivamente al mercato, corriamo il rischio di esacerbare le diseguaglianze e di mettere a repentaglio le vite delle persone più svantaggiate.

Come evitare che succeda questo? Implicando chi lavora nelle decisioni relative alle loro vite e al loro futuro nel luogo di lavoro. Democratizzando le imprese. De-mercificando il lavoro. Garantendo a tutti un impiego utile.

Dinanzi al rischio spaventoso della pandemia e del collasso ambientale, optare per questi cambiamenti strategici ci permetterebbe non solo di assicurare la dignità di tutti i cittadini ma anche di riunire le forze collettive necessarie per poter preservare la vita sul nostro pianeta.

DEMOCRATIZZAZIONE.

Ogni mattina, donne e uomini si svegliano e vanno a lavorare per chi tra di noi può restare in casa in quarantena. La dignità del loro lavoro non ha bisogno di altra spiegazione se non quella contenuta nel termine di «lavoratore essenziale». Questo termine mette alla luce un fatto importante che il capitalismo ha sempre cercato di rendere invisibile, spingendoci a pensare alle persone come «risorse umane».

Gli esseri umani non sono una risorsa tra le altre. Senza persone che vogliano investire il proprio lavoro non ci sarebbero produzione né servizi.

Ogni mattina, si svegliano anche donne e uomini che, confinati in casa, si danno da fare per le imprese e ditte per le quali lavorano a distanza.

Sono la dimostrazione che si sbaglia chi crede che senza supervisione non ci si possa fidare che i lavoratori si impegnino, che questi richiedano sorveglianza e disciplina esterna continua. Sono la dimostrazione, giorno e notte, che i lavoratori non sono solo una delle tante parti in gioco all’interno delle aziende: al contrario, sono loro la chiave per il successo dei datori di lavoro. Sono il nucleo costituente delle aziende; nonostante ciò, sono esclusi dalla partecipazione nella gestione dei luoghi di lavoro – un diritto, quest´ultimo, monopolizzato dagli investitori di capitale.

Se ci chiediamo come le aziende e la società intera possono riconoscere il contributo dei lavoratori in tempo di crisi, la risposta è: democrazia.

Certamente bisogna ridurre le enormi diseguaglianze salariali e assicurare che aumentino i redditi più bassi; ma questo non basta.

Come, dopo le due Guerre Mondiali, si è riconosciuto il contributo innegabile delle donne alla società dando loro il diritto al voto, così oggi appare ingiustificato negare l’emancipazione di chi investe il suo lavoro e il riconoscimento dei suoi diritti di cittadinanza all’interno delle imprese.

In Europa, la rappresentanza dei lavoratori sul luogo di lavoro esiste già a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso i Consigli di Lavoro. Ma questi organi rappresentativi, nel migliore dei casi, hanno scarsa voce in capitolo nella gestione delle imprese, dove sono sempre subordinati alle decisioni dei direttori esecutivi scelti dagli azionisti.

Questi Consigli non sono stati in grado di frenare o rallentare la spinta verso l’accumulazione del capitale, con effetti disastrosi per l’ambiente.

Questi organi dovrebbero avere diritti simili ai Consigli di Amministrazione e i dirigenti aziendali dovrebbero avere l´obbligo di ottenere sempre un doppio consenso: sia da parte degli organi che rappresentano i lavoratori che da quelli che rappresentano gli azionisti.

In Germania, Olanda e nei paesi scandinavi, vari tipi di co-gestione (Mitbestimmung) si sono stabiliti progressivamente dopo la Seconda Guerra Mondiale e hanno rappresentato un passo cruciale ma insufficiente verso la creazione di una vera e propria cittadinanza all’interno dell’impresa.

Perfino negli Stati Uniti, dove le organizzazioni di lavoratori e sindacali sono state pesantemente indebolite, si alzano voci a favore del riconoscimento del diritto degli investitori di lavoro di eleggere rappresentanti con una maggioranza qualificata all’interno dei consigli di amministrazione.

Questioni come la scelta di un amministratore delegato, le strategie principali e la distribuzione dei profitti sono troppo importanti per essere lasciate interamente nelle mani degli azionisti.

Chi investe il proprio lavoro – ovvero, la propria mente e il proprio corpo, la propria salute o anche la propria vita – deve godere del diritto collettivo di appoggiare o respingere queste decisioni.

DE-MERCIFICAZIONE.

Questa crisi ci insegna anche che è sbagliato trattare il lavoro come mera merce e lasciare le scelte che incidono più profondamente sulle nostre comunità in mano interamente ai meccanismi di mercato.

Da tempo le politiche di lavoro e di approvvigionamento nel campo sanitario sono state guidate dalla semplice analisi costi-benefici; la crisi della pandemia ci rivela come questo criterio ci abbia spinto a fare errori.

Alcuni bisogni fondamentali e collettivi devono essere sottratti al criterio dell’analisi costi-benefici, come ci ricordano il numero crescente di morti di Covid in tutto il mondo. Chi sostiene il contrario ci mette in pericolo.

Quando sono in gioco la salute e la nostra vita sul pianeta, ragionare in termini di costi e benefici è indifendibile.

La de-mercificazione del lavoro significa proteggere alcuni settori dalla legge del cosiddetto «libero mercato»; significa inoltre assicurare che tutti abbiano accesso al lavoro e alla dignità che conferisce.

Una possibile maniera per realizzare questo obiettivo è la creazione di una Garanzia di Impiego. L’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma che ogni persona ha diritto al lavoro.

Una Garanzia di Impiego non solo offrirebbe a ogni cittadino la possibilità di lavorare e vivere con dignità, ma rinforzerebbe anche la nostra capacità collettiva di far fronte alle tante sfide sociali e ambientali che ci troviamo davanti.

Una Garanzia di Impiego permetterebbe ai governi, in collaborazione con le comunità locali, di creare lavoro degno e al contempo di contribuire agli sforzi per evitare il collasso ambientale.

Davanti alla crescita della disoccupazione in tutto il mondo, i programmi per garantire l´impiego posso giocare un ruolo fondamentale per assicurare la stabilità sociale, economica e ambientale delle nostre società democratiche.

Un tale programma deve essere adottato dall’Unione Europea come parte del suo Green Deal; al fine di assicurarlo, bisogna ridefinire la missione della Banca Centrale Europea, in modo che quest´ultima possa finanziarlo.

Questo programma offrirebbe una soluzione anti-ciclica alla disoccupazione massiccia che sta per colpirci e sarà d’importanza fondamentale per la prosperità europea.

RISANAMENTO AMBIENTALE.

La nostra reazione alla crisi attuale non deve essere ingenua come lo fu quella alla crisi economica del 2008. Allora si adottò un piano di salvataggio senza condizioni che incrementò il debito pubblico senza pretendere nulla in cambio da parte del settore privato.

Se i nostri governi si impegnano per salvare le imprese nella crisi attuale, anche queste ultime devono fare la loro parte, accettando alcune condizioni fondamentali della democrazia.

I nostri governi, in nome delle società democratiche dai quali vengono scelti e alle quali devono rispondere, e in nome dell’obbligo che tutti abbiamo di assicurare l´abitabilità del nostro pianeta, devono appoggiare le imprese a condizione che queste adottino delle nuove pratiche, attendendosi a requisiti ambientali esigenti e introducendo strutture interne di governo democratico.

Imprese governate democraticamente – all’interno delle quali avrà uguale peso, nelle decisioni strategiche, la voce di chi investe il suo lavoro e di chi investe capitale – saranno capaci di guidare la transizione dalla distruzione al risanamento e rigenerazione ambientali.

Abbiamo avuto fin troppo tempo per costatare cosa succede, nel sistema corrente, quando il lavoro, il pianeta e i guadagni si scontrano: il lavoro e il pianeta ne escono perdenti.

Sappiamo, grazie alle ricerche del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Cambridge, che «cambiamenti di progettazione realizzabili» possono ridurre il consumo globale di energia del 73%. Ma questi cambiamenti richiedono l´impiego di molta forza lavoro e per metterli in atto sono necessarie scelte che nell’immediato risultano costose.

Finché le imprese saranno gestite con l’obiettivo di massimizzare il profitto in un mondo in cui l´energia è a basso costo, perché mai verrebbero adottati questi cambiamenti?

Nonostante le sfide che questa transizione comporta, imprese sociali e aziende cooperative, guidate da obiettivi che tengono in conto tanto considerazioni finanziarie quanto sociali e ambientali e che danno spazio alla democrazia interna, hanno già dimostrato il loro potenziale come agenti dei cambiamenti desiderati.

Non illudiamoci: gli investitori di capitale, potendo scegliere, non si cureranno della dignità degli investitori di lavoro e non si faranno carico di combattere la catastrofe ambientale.

È possibile scegliere un’altra strada.

Democratizziamo le imprese; de-mercifichiamo il lavoro; smettiamo di trattare le persone come risorse in modo da potere impegnarci insieme per sostenere la vita sul nostro pianeta.

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L’appello, tradotto in 25 lingue, è stato firmato da oltre 3.000 accademici e importanti ricercatori di oltre 650 università di tutto il mondo. Firma qui.

Tradotto in italiano da Serena Olsaretti (ICREA-Universitat Pompeu Fabra), Riccardo Spotorno (Universitat Pompeu Fabra), Laura Cementeri (CNRS–Centre d’étude des Mouvements Sociaux -EHESS)

La lista completa con tutti i firmatari da oltre 650 università del pianeta è su democratizingwork.org

Le politiche nazionali per il Mezzogiorno e per la Sardegna. Sud: un Piano c’è, bisogna conoscerlo, migliorarlo, attuarlo!

sud-2030-allegretti ape-innovativa Con l’intervento di Gianfranco Sabattini proseguiamo il dibattito sul “Piano Sud 2030, Sviluppo e coesione” avviato dall’articolo di Umberto Allegretti su Aladinpensiero del 14 maggio 2020. Non sfuggono le diverse accentuazioni di giudizio sugli elementi che compongono il piano dei due illustri Autori. Sabattini mette in guardia da un’impostazione tuttora eccessivamente centralistica del piano, almeno nella sua attuale configurazione, foriera di nuovi fallimenti e anche sul rischio che si riproduca da parte regionale nei confronti dei Comuni il perverso rapporto tra Stato e Regioni. Non ultimo il severo richiamo alla persistente impreparazione della classe politica locale, che richiederebbe adeguati interventi di formazione e aggiornamento (e non solo) degli operatori, politici e tecnici e amministrativi, a tutti i livelli. Allegretti si mostra più ottimista, intanto per l’impianto condivisibile del piano, suscettibile di miglioramenti, soprattutto negli aspetti gestionali. Il punto di incontro tra i due Autori ci sembra stia soprattutto nella sollecitazione a lavorare per rendere operativo il piano correggendone carenze e difetti. Come non potrebbe essere d’accordo Umberto Allegretti nell’auspicare e prevedere nella concretezza della gestione il massimo di partecipazione da parte delle amministrazioni regionali e locali e delle popolazioni, sapendo essere lui uno dei massimi esperti e propugnatori della democrazia partecipativa e deliberativa? [Franco Meloni].
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Piano per il Sud 2030: propositi e limiti

di Gianfranco Sabattini

Il Ministro per il Sud e la coesione sociale, Giuseppe Provenzano, ha presentato, poco prima che scoppiasse la pandemia da Coronavirus, un “Piano per il Sud 2030”, il cui scopo dovrebbe essere quello, non solo di migliorare le condizioni sociali e produttive delle regioni meridionali, ma anche di avviare un processo di crescita e sviluppo dell’intero Paese; un obiettivo da perseguire all’interno di una strategia generale: “investire nel Sud oggi pensando all’Italia di domani”. A tal fine, sono indicate le “risorse” da utilizzare, le “missioni” da svolgere, i “risultati” da raggiungere, le “procedure” da migliorare, i “processi” da monitorare, gli “strumenti” da utilizzare e i “soggetti” da coinvolgere.
Le risorse saranno prevalentemente quelle nazionali ed europee riferite al periodo di programmazione 2021-2027, da utilizzare per il rilancio degli investimenti pubblici, al fine di compensare il progressivo disinvestimento dello Stato nel decennio trascorso. Il Piano individua cinque “grandi missioni”, per realizzare un “Sud rivolto ai giovani”, un “Sud connesso ed inclusivo”, un “Sud per la svolta ecologica”, un “Sud frontiera dell’innovazione” e un “Sud aperto al Mondo Mediterraneo”. La realizzazione delle cinque missioni risponderà alle priorità di promuovere un deciso avanzamento competitivo del sistema produttivo meridionale e di creare “nuova impresa e nuova occupazione, in particolare per i giovani e le donne meridionali”.
I risultati saranno perseguiti attraverso una serie di “discontinuità” rispetto al passato, la principale delle quali riguarderà il “metodo di definizione e attuazione dei programmi di investimento”, che verrà riformato adottando una “cooperazione rafforzata” fra tutti gli attori coinvolti nell’attuazione del Piano. Il nuovo metodo, si precisa, sarà anche improntato al rafforzamento del ruolo di coordinamento e di impulso del “presidio centrale”, attraverso l’istituzione, per ciascuna delle cinque missioni, di “Comitati di indirizzo” e di “Piani di sicurezza e coordinamento nazionali”.
Col nuovo metodo sarà inoltre inaugurata una “nuova politica territoriale” in grado di rispondere, non solo alla riduzione del divario tra il Nord e il Sud del Paese, ma anche di quello tra “centri e periferie”, per restituire “protagonismo” ai luoghi marginalizzati dalle precedenti politiche.
Infine, il Piano per il Sud prevede che la sua attuazione debba avvenire attraverso un percorso partecipato dell’azione pubblica e di quella privata, ma anche e soprattutto attraverso “il confronto e la interlocuzione con le amministrazioni regionali e locali, con i parlamentari, i partiti, gli attori sociali e sindacali, le imprese e le forze dell’associazionismo”.
Nel complesso, considerate le condizioni economiche e sociali che caratterizzano attualmente il Paese, il Piano appare essere un’ennesima proposta di “buone intenzioni”; la sua attuazione, oltre che delle incertezze che peseranno sulla sua compiuta realizzazione, a causa degli effetti e delle conseguenze della pandemia da Coronavirus, risentirà dell’indeterminazione del nuovo metodo di definizione e attuazione dei programmi di investimento, della burocratica moltiplicazione degli strumenti operativi e dell’incerta individuazione degli enti periferici da coinvolgere (non è indicato il ruolo delle Regioni e tanto meno quello degli Enti locali). Inoltre, la formulazione e l’attuazione del Piano ripropongono, come risulta dal previsto “rafforzamento del presidio centrale”, la persistenza del centralismo decisionale statale che ha sempre caratterizzato la politica d’intervento nelle regioni meridionali del Paese. Da quest’ultimo punto di vista, il Piano si pone perciò in netta antitesi, non solo con la critica oramai consolidata sui limiti del centralismo decisionale, ma anche con i più recenti indirizzi della teoria economica riguardanti le procedure più appropriate per la promozione della crescita e dello sviluppo delle aree marginalizzate inquadrate all’interno di più vaste aree economiche.
Con riferimento all’Italia, il miglioramento dei metodi di natura quantitativa realizzato negli ultimi decenni ha consentito una più precisa valutazione degli esiti connessi agli aiuti erogati a favore delle regioni meridionali, per il superamento del loro ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo. Grazie a tale miglioramento, Antonio Accetturo e Guido De Blasio, ad esempio, in “Morire di aiuti. I fallimenti delle politiche per il Sud [e come evitarli], hanno potuto valutare se i trasferimenti pubblici a favore delle regioni e aree arretrate del Paese (attuati dopo la fine dell’intervento straordinario all’inizio degli anni Novanta) hanno realmente contribuito a promuovere il superamento dello stato di arretratezza.
La verifica effettuata ha confermato, su basi oggettive, quella che è ormai una percezione consolidata: ovvero, che circa trent’anni di politiche d’intervento “hanno generato una diffusa sfiducia” da parte delle comunità delle regioni in ritardo nei confronti dell’utilità e dell’opportunità dei trasferimenti pubblici. Se, per il futuro, non si terrà conto di queste considerazioni, è inevitabile che all’interno delle regioni arretrate si radichi ulteriormente il convincimento che gli aiuti sono stati, nella migliore delle ipotesi, solo un sussidio per attività improduttive. Non è casuale che sia diffuso il dubbio che, stante la situazione attuale, l’ulteriore prosecuzione delle politiche in pro del Mezzogiorno, sul piano produttivo e della coesione sociale, sia destinata a sortire gli effetti sinora sperimentati.
Per il superamento di tanto pessimismo riguardo alla formulazione delle future politiche in favore delle regioni arretrate, occorrerà considerare criticamente la bassa qualità delle istituzioni locali che hanno sempre condizionato l’attuazione degli interventi. Chi vive in una regione che sinora ha fruito di trasferimenti per la promozione di un processo di crescita non riesce a liberarsi della sensazione che le politiche di sviluppo regionale sinora attuate siano diventate veri e propri canali di selezione della classe dirigente locale: si viene eletti, non per le proprie capacità amministrative o politiche, ma perché si è in grado di fare affluire risorse sul territorio e di distribuirle fra i più disparati “clienti”. Tutto ciò è valso a rendere ragionevole la presunzione che gli obiettivi dei programmi d’intervento non fossero la crescita, l’occupazione o l’inclusione sociale, ma siano stati, al contrario, i “vantaggi” della classe politica locale e della pletora di professionisti coinvolti nella progettazione e nell’attuazione di quei programmi, nonché le possibilità di carriera delle burocrazie regionali.
Se esiste una via d’uscita da questa situazione, essa non può che essere la sconfitta del centralismo decisionale; sinora è accaduto che lo Stato abbia sempre normalmente ricondotto a sé le decisioni, riguardanti non solo gli indirizzi di politica economica, ma anche quelli relativi agli interventi infrastrutturali, produttivi e sociali; quando nei programmi d’intervento che si sono succeduti nel tempo sono state coinvolte le Regioni, queste hanno reiterato il “vizio” centralista ai danni delle comunità locali, lasciando agli Enti politici che le rappresentavano solo competenze amministrative, esercitate senza una loro preventiva riorganizzazione territoriale.
Per il superamento del vizio centralista, sia a livello statale che regionale, diventa cruciale, in assenza di rimedi istituzionali assunti a livello nazionale, che all’interno delle aree regionali gli Enti locali, previo un loro riordino, siano dotati dei poteri decisionali e della strumentazione tecnica adeguata per promuovere e supportare il loro processo di crescita. In questa prospettiva di decentramento decisionale spetta alle Regioni dotare gli Enti locali del potere decisionale e della strumentazione tecnica necessari, nel quadro di una nuova prospettiva organizzativa e di funzionamento dell’intero impianto istituzionale regionale.
In quest’ottica, è plausibile ipotizzare che le Regioni abbiano solo un ruolo di coordinamento e di sintesi per rendere compatibili tra loro tutti i progetti espressi dal basso dai singoli Enti locali; inoltre, è anche plausibile assumere che le stesse Regioni giungano a svolgere il ruolo di “polo di equilibrio dinamico” tra le forze che tendono all’accentramento verticistico del potere decisionale dello Stato e le possibili derive localistiche a livello regionale.
L’uscita dall’attuale inefficienza della politica economica nazionale dovrebbe perciò significare un “ritorno al territorio”, al fine di ostacolare lo spopolamento delle aree interne regionali, rafforzandone la coesione sociale, e “curare” la sostenibilità ambientale dei processi di crescita e di riorganizzazione urbana attuabili a livello locale.
Allo stato attuale, pertanto, la discontinuità di metodo nella programmazione e attuazione degli interventi per il sostegno della crescita e dello sviluppo delle singole Regioni (in funzione anche dello sviluppo nazionale) deve consentire la partecipazione diretta delle società civili dei territori sub-regionali all’assunzione di scelte che, superando la prassi di una mera “interlocuzione” con le amministrazioni di ordine superiore, siano invece il risultato finale del coordinamento a livello regionale delle politiche locali, per la crescita dei singoli territori e dell’intera regione della quale sono parte.
A questo scopo, la riforma dell’organizzazione istituzionale, volta ad includere forti “elementi federalistici” a favore dei territori, deve essere fondata sull’attribuzione di un’autonomia decisionale alle istituzioni locali, per la progettazione e l’assunzione di scelte conformi a priorità predeterminate. In questo modo, le Regioni cesserebbero di esercitare il potere decisionale del quale hanno sinora disposto, rendendo possibile che ciò che avviene a livello dei luoghi sub-regionali sia il risultato (come sinora è avvenuto) di scelte operate dall’alto e poi calate nelle realtà territoriali.
Sin tanto che la discontinuità di metodo cui fa riferimento il Piano per il Sud 2030 lascerà impregiudicate queste auspicate e preventive riforme organizzative sul piano istituzionale è alta la probabilità che ogni nuovo programma d’intervento, per quanto lodevole nelle intenzioni, sia destinato a non riuscire, com’è accaduto per tutti i “programmi” sinora sperimentati, a perseguire gli obiettivi prefissati.
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La salute prima di tutto. Per l’umanità e per il Pianeta. Che fare in Italia, in Europa e nel Mondo. Per il contrasto efficace alle pandemie indispensabili gli Organismi internazionali di garanzia (come l’OMS).

acdf3030-809b-4f1f-935c-968a589b465aNUOVE POSSIBILI PANDEMIE
Che fare?

di Pietro Greco, su Rocca.

Due sono le cose da fare adesso che il lockdown è finito e qualcosa sembra tornare alla normalità (a una normalità, come sempre, variabile e dunque contingente). La prima è imparare a convivere con il virus. Anche con questo virus. La seconda è non farci trovare impreparati dalla prossima pandemia che, ci dicono gli scienziati, certamente ci sarà, anche se non sappiamo né quando né come si manifesterà
Ora non abbiamo più alibi, ammesso che li avessimo solo qualche mese fa. Ora sappiamo quanto male può fare una pandemia. Dobbiamo tenere sempre viva questa memoria. Ma non una memoria statica, in attesa degli eventi. Bensì una memoria attiva, che agisce con razionalità, rapidità e determinazione.
Non parliamo – non in questa sede, almeno – di tutto quanto dobbiamo attivamente fare per convivere nei prossimi mesi e forse anni con Covid-2019. Concentriamoci su come evitare o, almeno, contenere al massimo gli effetti della pandemia prossima ventura.

gli scienziati nuove Cassandre
Qualcuno ci darà della Cassandra. Ma quella donna preveggente non è una figura negativa della mitologia greca. Tutt’altro. Ricordiamone brevemente il profilo, perché può essere utile. Lei, Cassandra, era la figlia di Priamo, il re di Troia. Pare fosse capace di leggere il futuro. Così, quando nacque il fratellino Paride, la giovane principessa si lanciò in una previsione: il pargoletto appena venuto al mondo avrebbe causato la distruzione della città. Povera
Ebbene, da almeno cinquant’anni una nuova Cassandra – gli scienziati, che non hanno capacità profetiche, ma solidi dati scientifici – avverte noi concittadini dei pericoli che minacciano la moderna Troia. Ma da almeno cinquant’anni noi, cittadini della città minacciata (la Terra intera), non le diamo ascolto. E puntualmente spalanchiamo le porte al cavallo costruito dall’astuto e invisibile Ulisse di turno. Omero narra nell’Iliade che il cavallo nascondeva nella sua pancia un plotone di soldati. Oggi il cavallo porta ben evidente in groppa il Quarto cavaliere dell’Apocalisse: quello della peste, ovvero delle malattie infettive. Vestite, indegnamente, le vesti di Cassandra, torniamo dunque al futuro prossimo venturo e al nostro dovere di ascoltare gli scienziati e iniziare subito ad agire per gestire meglio il prossimo attacco di virus o batteri.

Che fare, dunque?
Ormai sappiamo che virus, batteri e altri agenti patogeni sono solo le cause prossime delle malattie infettive. Ci sono, poi, anche le cause remote: che coinvolgono tra le altre l’economia, il nostro rapporto con il resto della natura (eh, sì: perché noi siamo parte della natura), i nostri stili di vita. Ebbene, la risposta alla nostra domanda è abbastanza semplice: dobbiamo agire lungo direttrici che tengano conto sia delle cause prossime sia delle cause remote delle infezioni prossime venture.

prudenza ecologica
Queste direttrici sono abbastanza chiare. Iniziamo con quelle che devono tener conto delle cause remote. A determinare una transizione – una nuova transizione – nel rapporto dell’umanità coi microbi è una congerie di cause ecologiche: i cambiamenti del clima; l’erosione della biodiversità; l’invasione di nuovi ecosistemi selvaggi; l’ecologia degli allevamenti, l’urbanizzazione.
Cosicché la prevenzione non può che fondarsi su un radicale incremento della nostra prudenza ecologica. Rallentiamo il cambiamento del clima globale e l’erosione della biodiversità. Rendiamo più morbido e attento il nostro impatto con gli eco-sistemi regionali e locali. Rendiamo meno fitta la rete antropica che interconnette regioni ecologiche distinte e distanti. Cambiamo il nostro modello di sviluppo che genera pressioni insostenibili sull’ambiente. Cambiamo anche i nostri stili di vita, compresi quelli alimentari.
Non si può fare tutto in un giorno. È un’impresa titanica, ma ineludibile. La consapevolezza della portata della sfida, tuttavia, non può essere un alibi per non agire o ritardare l’azione. Quello cui abbiamo accennato non è solo retorica e non è mera astrazione. È quanto di più tangibile e pratico ci sia. Dobbiamo capire (agendo di conseguenza) che la lotta alle pandemie non può che avvenire nell’ambito di una visione globale e prudente – sostenibile, dicono alcuni – del nostro rapporto con il resto della natura.

nuovi farmaci
La prudenza ecologica, a sua volta, deve necessariamente far leva sulla conoscenza scientifica. Dobbiamo investire più ri- sorse economiche e umane nella conoscenza. Che è fondamentale anche per lo sviluppo della seconda direttrice, quella volta a minimizzare le cause prossime delle malattie infettive.
I sistemi d’arma per combattere da vicino i microbi patogeni e cercare di evitare la pandemia prossima futura sono tre: nuovi farmaci, nuove campagne di vaccinazione, nuovi sistemi di sorveglianza e di intervento.
Allestire e dispiegare l’arma difensiva dei farmaci contro una pandemia a lenta diffusione non è affatto semplice. Lo abbiamo visto col nuovo coronavirus: non abbiamo farmaci specifici (non al momento in cui scriviamo, almeno). La messa a punto di nuovi farmaci costa e il sistema sociale mondiale è attrezzato ormai per la diffusione dei farmaci di mercato, offerti a popolazioni di pazienti/consumatori. La storia dell’Aids come quella delle malattie diarroiche dimostra che il sistema non è attrezzato per una diffusione di farmaci presso popolazioni di pazienti che non sono consumatori. Detta in altri termini, l’accesso ai farmaci (quando ci sono) non è democratica.
Ancor più difficile è dispiegare l’arma dei farmaci contro una pandemia a rapida diffusione. Prendiamo il caso degli antivirali. Questi farmaci sono efficaci se somministrati appena dopo l’infezione. Ma alle industrie servono diversi mesi, anche un paio di anni, per produrre quantità adeguate di antivirali specifici. In caso di pandemie da virus che si diffondono con la rapidità della Spagnola e del coronavirus Sars-CoV-2 l’arma dei farmaci è, almeno all’inizio, spuntata, persino per i pazienti/consumatori, figuriamoci per le popolazioni più povere. A meno che… A meno che non intervengano i governi e agiscano in tre modi: allestendo, in largo anticipo, scorte adeguate di farmaci potenzialmente utili; finanziando la ricerca di questi farmaci; socializzando i costi.

vaccinazioni universali
I vaccini, con la stimolazione di difese immunitarie, sono un’ottima arma preventiva contro i microbi patogeni e le pandemie. Campagne di vaccinazioni universali contro i microbi noti sono, forse, il sistema migliore per cercare di evitare il ritorno del Quarto cavaliere. Ma anche queste campagne di vaccinazioni, per poter essere universali, devono essere gratuite. E, quindi, occorre che i governi intervengano ancora una volta, con norme e fondi, per campagne di vaccinazioni universali e gratuite. Di più, occorre che i governi intervengano anche per finanziare la ricerca di vaccini contro quelle malattie infettive che, come la malaria, colpiscono ormai solo i poveri e sono quasi del tutto dimenticate nei paesi ricchi. Oggi la gran parte della ricerca mondiale su farmaci e vaccini è realizzata da industrie private in un’ottica di mercato. Questo rende «orfane» di attenzione e di ricerca le malattie che aggrediscono persone povere, che non possono partecipare alla dialettica del mercato perché non hanno ricchezze da offrire. Ebbene, occorre che anche la ricerca dei rimedi contro le «malattie orfane» sia socializzata. Ovvero, sia realizzata da centri, pubblici o privati, finanziata con fondi pubblici.

sorveglianza globale e intervento efficace
C’è, infine, l’ultimo sistema d’arma, quello della sorveglianza pronta e dell’intervento efficace. La pandemia è, per definizione, un problema globale che ha un’origine locale. Per prevenire, in modo efficace, una pandemia occorrono sia una rete di sorveglianza globale, con fitte ramificazioni locali, che un centro di decisione mondiale con il diritto all’intervento locale.
La vicenda del Sars-CoV-2 esattamente come della Sars del 2003, con le reticenze iniziali della Cina e le difficoltà a stabilire un’azione comune persino nell’Unione Europea, hanno dimostrato a tutti che occorre la rete di sorveglianza e di intervento che ha molti, pericolosi buchi, strappata com’è dalle legislazioni e dalle gelosie nazionali. All’inizio del secolo il pronto intuito del medico italiano Carlo Urbani impedì che la Sars divenisse una grande pandemia.
Dobbiamo organizzare in una rete mondiale capillare ed estesa e trasparente che renda sistematico il pronto allarme. Non sempre c’è un Carlo Urbani a salvarci, immolando se stesso.
Contro un nemico globale oggi abbiamo schierati solo i medici e gli esperti dell’Organizzazione mondiale di sanità. Questa agenzia delle Nazioni Unite ha molti meriti, ma ahimè anche molti limiti e soprattutto pochi poteri (e pochi soldi). Non c’è da illudersi, se vogliamo evitare il ritorno del Quarto cavaliere e almeno minimizzare gli effetti della prossima pandemia, abbiamo bisogno di qualcosa che si avvicini molto a un governo mondiale della sanità. Purtroppo in questo periodo la pratica delle intese multilaterali non è molto frequentata. E la vecchia idea di un centro mondiale per il governo dei problemi globali, proposta già due secoli fa da Immanuel Kant, non incontra davvero molte simpatie.

Italia: che fare
Ma veniamo all’Italia e a quello che dovremmo dare nel nostro paese. Potremmo avere a disposizione molti miliardi per agire. Per esempio i 37 miliardi di euro del MES. Non sono pochi. Ma neppure tantissimi. Per il nostro sistema sanitario spendiamo, ogni anno, 110 miliardi di euro. Si tratta più o meno di un terzo da aggiungere una tantum al nostro budget. Occupiamoci, in primo luogo, delle terapie intensive. La Germania, prima della pandemia, poteva contare su 350 terapie intensive ogni milione di abitanti. L’Italia solo 83. Nel pieno dell’epidemia le nostre sono raddoppiate, a 160 per milione di abitanti. Dobbiamo raddoppiarle ancora, portandole al livello tedesco.
Queste attrezzature (e altre ancora) devono essere distribuite omogeneamente sul territorio nazionale. Se la Lombardia dovrà avere 3.500 terapie intensive in virtù della sua popolazione di 10 milioni di abitanti, la Campania con i suoi 5,8 milioni di abitanti ne dovrà avere 2.030 e la Basilicata, che di abitanti ne conta 562.000, ne dovrà avere 196.
Ma le terapie intensive sono solo una parte del problema. Ci vuole molto di più. Per renderci in grado di rispondere al meglio a questa e alle prossime pandemie occorre migliorare le strutture ospedaliere. Aumentando il numero di ospedali specializzati, come lo Spallanzani di Roma, il Cutugno di Napoli o il Sacco di Milano. Ma anche attrezzando tutti gli altri ospedali – e, se del caso, costruendone di nuovi – per- ché siano in grado senza sforzo e in tempi rapidissimi di fronteggiare un’emergenza. Il che significa, anche e forse soprattutto, formare tutti gli operatori sanitari alla ge- stione di una pandemia.
Ma questa pandemia ci ha insegnato che affrontare il problema solo dal punto di vista ospedaliero è una strategia perdente. Quello che è ancor più decisivo sono i servizi territoriali, in grado di prevenire e comunque di minimizzare il ricorso all’ospedale. Occorre, dunque, un’imponente azione di tessitura di un capillare ordito sul territorio, che prevede anche la formazione e la responsabilizzazione dei medici di base.
Ma la risposta adatta a un’emergenza sanitaria non può essere un fiore, sia pure vistoso, nel deserto. Una quota parte importante, se non la principale, di quei 37 miliardi vanno impiegati per rafforzare il sistema sanitario nazionale fondato sul pubblico, mediante un’azione organica.
Che comprenda: la creazione di ospedali flessibili, in grado di adeguarsi alle diverse emergenze che eventualmente si presentano e la rete territoriale cui abbiamo già accennato. Ma che preveda anche un aumento degli organici nel pubblico: più medici, in particolare specializzati, e più personale sanitario. In entrambi i casi occorre che le università smettano la politica del numero chiuso per l’accesso alle specializzazioni o, quanto meno, la rivedano profondamente. Nello stesso tempo le università devono aumentare i corsi di formazione per infermieri e altro personale sanitario. Tutto questo potrebbe essere ottenuto anche con una politica di accesso gratuito e semi-gratuito alle università. Politica che potrebbe minimizzare l’attesa caduta delle iscrizioni ai nostri atenei. Non dimentichiamoci che l’Italia è ultima in Europa e penultima tra i paesi Ocse per numero di giovani laureati. E di questo paghiamo già salatissime conseguenze. Ma c’è di più. L’Italia vanta uno dei più efficienti sistemi sanitari al mondo. Ma questa nostra prerogativa è stata attaccata negli ultimi lustri sia dalla diminuzione costante degli investimenti nella sanità pubblica sia dalla scelta, perseguita da alcune regioni in particolare, di «privatizzazione» della sanità. La ricca Lombardia con una classe medica di valore assoluto ha pagato nelle scorse settimane un prezzo salatissimo, alla corsa al privato. La salute è un diritto universale dell’uomo che può essere efficacemente soddisfatto soprattutto dal pubblico.
Tra i punti deboli del nostro sistema sanitario c’è la profonda disuguaglianza dell’offerta tra il Nord, il Centro e il Sud. Questa crescente asimmetria non fa bene a nessuno. Utilizziamo, quindi, i 37 miliardi per diminuire le differenze. Per rendere tutti i cittadini italiani uguali difronte alla salute. Perché lei, la salute, non dimentichiamolo mai è un diritto universale dell’uomo.
Pietro Greco
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ROCCA n.11, 1 GIUGNO 2020
NUOVE POSSIBILI PANDEMIE. Che fare? Pietro Greco.
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