Editoriale

RIFLESSIONI ESSENZIALI: «La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza»

IL-PENSATORE-PALa preghiera laica di Bobbio

«Caro Peyretti, sono qui in questo bel paesetto del cuneese in casa di amici […]. Mi sono portato qui un fascio di lettere alle quali non avevo mai risposto. Ce n’è una sua del 22 maggio scorso. Non prego, se per preghiera s’intende invocare aiuto, o peggio benefici, o premi, o salvezza in situazioni difficili. Ma se per preghiera s’intende, come dice lei, ‘apertura verso il mistero che ci avvolge’, prego anch’io come tanti altri. Ma è preghiera, questa? La preghiera implica che ci sia qualcuno che ascolta. La preghiera non può essere soltanto riflessione interiore sul mio destino, sul male, sulla origine e la fine delle cose, una riflessione in cui nessuno mi ascolta, e che rivolgo soltanto a me stesso…».

Così, da Valdieri, Norberto Bobbio, il 25 luglio 1990, all’ex allievo che aveva aperto un articolo sulla preghiera riprendendo una sua frase, «Io non prego», e continuandolo con un’altra frase bobbiana condivisa dal cardinale Carlo Maria Martini, e cioè: «La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza». «Il dolore non ci ferisce soltanto, ma anche stimola le nostre risorse spirituali più profonde per affrontarlo e viverlo all’altezza della drammatica dignità umana. Il ricordo e la permanente compagnia interiore di Sua moglie l’aiuteranno e Le daranno forza. Io che oso far conto su risorse non soltanto umane, quando la nostra vita si imbatte nei suoi limiti (non solo quelli temporali), e nei suoi più drammatici interrogativi, Le dico che prego Dio per Lei e per la cara Signora. Lo intenda almeno come intenzione di partecipazione profonda e affezionata, aperta sul mistero che ci circonda». Così Enrico Peyretti a Bobbio dopo la morte della moglie Valeria.

dialoghi-con-norberto-bobbio-579I brani appena citati, sono solo un paio di frammenti del dialogo fra due amici – un credente che prega fiducioso di guarire la sua incredulità e un uomo consapevole di essere immerso nel mistero. Due schegge di un carteggio che costella insieme a tanti ricordi vent’anni di amicizia e di riflessioni sui grandi interrogativi della vita ma anche quesiti legati alla quotidianità, ora nelle pagine tessute da Peyretti sotto il titolo Dialoghi con Norberto Bobbio, edito da Claudiana (pagine 256, euro 15,00). Un confronto che abbraccia politica ed etica, pace e fede, e dove si avvertono distanze e sintonie, disparità di conoscenze e contraddizioni. Così, oltre al dibattito destra e sinistra tra interessi e ideali, giudizi sulle stagioni politiche e ostracizzazione della mitezza, oltre alle questioni sulla responsabilità e la libertà, il disarmo e i diritti umani, ecco qui affacciarsi alcuni riferimenti al cristianesimo che aiutano a capire meglio le ultime riflessioni bobbiane circa la sua ‘religiosità, non religione’ fino al suo testamento (in cui accenna tuttavia alla ‘religione dei padri’). Così con il Bobbio che confessa all’intellettuale impegnato nei movimenti della non violenza, «Sono, o credo di essere, un uomo pacifico, ma non sono, e mi considero sempre meno, un pacifista assoluto, come lei e i suoi amici», troviamo qui quello che scruta il senso del male, che ammira l’essenziale della morale cristiana e ne valuta l’efficacia innanzi a quella laica, che stima le persone seriamente religiose, che parla di Cristo con rispetto, ma senza riconoscergli di aver dato all’umanità la grazia salvifica di un cammino.

Insomma ecco il filosofo che resiste alla fede, con una concezione profana della vita, dove anche gli atti buoni sono persino santi ma mai religiosi, ed ecco l’ex allievo che lo stimola a rileggere i suoi lavori, ma pure, ad esempio, quelli di Sergio Quinzio (La sconfitta di Dio) o di Paolo De Benedetti (Quale Dio?). Così sino all’ultima lettera del 13 maggio 2000. Scrive Bobbio a Peyretti: «Se lei intende per ‘fede’ il mondo degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti profondi, sono perfettamente d’accordo con lei. Non c’è nessuna contraddizione tra il mondo delle passioni o delle emozioni e il mondo della ragione […]. Mentre vedo un contrasto tra l’uomo di ragione e l’uomo di fede […]. La fede, a me pare, è un’altra cosa: non ha niente a che vedere, secondo me, con le passioni e con gli affetti [...]. Non discuto le interpretazioni più credibili, a suo parere, di tanti miti tramandatici dai testi attraverso i quali si è venuta formando la nostra educazione religiosa, ma io penso che la via attraverso cui progredisce la nostra conoscenza del mondo non parta da lì. Anzi comincia quando ce ne distacchiamo […]. Più mi avvicino alla fine, più sento che la morte è il passaggio dalla polvere da cui siamo nati alla polvere a cui siamo destinati a ritornare. Ma non insisto. Non pretendo che sia qualcosa di più di quel che lei chiama una ‘scommessa’ […]. Non le nascondo che sull’origine divina di Cristo ho sempre avuto i miei dubbi […]. Ma non posso neppure dire di accettarlo completamente come ‘maestro’. Vorrei che qualcuno mi spiegasse meglio perché accanto al Cristo delle ‘benedizioni’ ci sia anche quello delle ‘maledizioni’ […]. Pongo domande poste da mille altri prima di me, che possono apparire a un uomo di fede ovvie e ingenue, se non addirittura malevole». «Le sue domande non sono affatto malevole, ma serie. Un credente anche persuaso non è privo di dubbi e incredulità. Anche grandi santi hanno provato il dubbio freddo e buio». Era – il 20 giugno –la risposta di Peyretti. Due sensi religiosi della vita innanzi al suo Mistero.

Marco Roncalli, Avvenire 3 giugno 2011
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DIBATTITO. A partire dalla riflessione di Stefano Rodotà su “Solidarietà. Un’utopia necessaria”. Dai “beni comuni” alla riforma dell’attuale welfare e l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato.

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L’”accesso al cibo” e il diritto alla dignità della persona

Gianfranco Sabattini*

“L’identità la sostanza di ciò che siamo e del modo in cui siamo in relazione con gli altrisi trova nel mezzo di uno straordinario tumulto”; con questa frase, di uno studioso americano, riferita al rapporto sempre più intenso della persona con la “Rete” Stefano Rodotà, nel volume postumo “Vivere la democrazia”, apre la riflessione “sul tumultuoso vivere” dell’età contemporanea, che ha determinato un concetto di “identità digitale” della persona, allontanandola da quella fisica.
L’avvento delle tecnoscienze informatiche, infatti, “sembra portare con sé – afferma Rodotà – il congedo dell’identificazione della fisicità”; in tal modo, l’identità personale ha teso a farsi astratta, affidata a “codici segreti, parole chiave, algoritmi”, ma l’incertezza della identificazione del soggetto, connessa alla digitalizzazione dei suoi “dati” personali, ha determinato un ritorno alle sue “componenti fisiche”.
Ciò è accaduto anche per via del fatto che la normativa europea sul problema dell’identità “ha privilegiato l’attenzione per la persona nella dimensione del consumo, facendo appunto della tutela del consumatore uno degli oggetti primari della sua attenzione”. Si tratta, però, secondo Rodotà, di un’identificazione parziale della persona, in quanto espressiva di una identificazione formulata solo in funzione del mercato; non casualmente, questa formulazione è stata giudicata insufficiente dalla stessa Unione Europea, che nella “Carta dei diritti fondamentali”, proclamata nel 2000, ha messo in evidenza l’insufficienza di un quadro istituzionale concernente la persona “sostanzialmente organizzato intorno al mercato”.
Spostando l’attenzione “dalla sola logica economica a quella dei diritti”, la “Carta” europea ha sottratto la definizione dell’identità personale ad un unico fattore totalizzante, considerando che se la persona fosse, ad esempio, identificata con il consumatore, si costituzionalizzerebbe solo un’identità personale impoverita, “collocata interamente nel mercato”, mentre i “dati” dell’identità assumerebbero una valenza solo funzionale al funzionamento di quest’ultimo. In tal modo, la “Carta” ha stabilito che l’identità della persona non possa essere definita in funzione degli interessi di soggetti esterni ad essa; al contrario, deve essere formulata per il tramite di un contesto all’interno del quale i diritti fondamentali della persona “possano ottenere non solo riconoscimento, ma attuazione”.
Il contesto all’interno del quale definire l’identità personale, pertanto, non può che essere il diritto; così come è avvenuto in corrispondenza di ogni stadio del processo di civilizzazione dell’umanità; il diritto può contribuire a creare una nuova “antropologia”, incorporante nella naturalità dell’uomo i nuovi valori che si sono affermati sul piano culturale. Infatti, ogni grande operazione giuridica che ha scandito il lento processo di civilizzazione, è valsa a disegnare un “suo modello di persona, che non era mai la semplice registrazione di una natura ‘umana’, ma un gioco sapiente [...] di selezione di ciò [...] che poteva trovare accoglienza nello spazio del diritto e quel che doveva restarne fuori, di ciò che poteva entrare in quello spazio con i suoi connotati ‘naturali’ e quello che esigeva una metamorfosi resa possibile proprio dall’artificio del diritto”. Lungo tutto il percorso della civilizzazione è stata di continuo realizzata un’estrazione “dalla naturalità dell’uomo di una figura sommamente artificiale qual è il cittadino, affidando alla legge, e solo alla legge, la definizione del suo perimetro”. Proprio per questo, sostiene Rodotà, è legittimo parlare di creazione di una nuova antropologia.
Durante il percorso di civilizzazione, se l’affermazione dei valori della Rivoluzione del 1789 (libertà, uguaglianza e solidarietà) è stata il connotato della modernità, l’affermazione del valore della dignità rappresenta il caratteri specifici del Novecento; non casualmente, perciò, a partire dalla modernità, si può parlare del passaggio dall’“homo hierarchicus” di prima dell’89, all’”homo aequalis” di dopo, sino all’”homo dignus” dell’età contemporanea, dove la rilevanza assunta dalla dimensione della dignità ha indotto a proporne una considerazione che – afferma Rodotà – “la assume come sintesi di libertà ed eguaglianza, rafforzate nel loro essere fondamento della democrazia”.
Il processo di costituzionalizzazione del valore della dignità, passando attraverso le costituzioni democratiche del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha continuato sino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, la quale ha sancito che “proprio la dignità fosse il segno forte della prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio”, associando ad essa la dimensione esistenziale dell’uomo: “Dignità e lavoro – afferma Rodotà – sono i due nuovi punti di avvio” del processo di civilizzazione, che è valso a collocarli “in un contesto nel quale assume rilevanza primaria la condizione reale della persona, per ciò che la caratterizza nel profondo (la dignità) e per quel che la colloca nella dimensione delle relazioni sociali (il lavoro)”. Così, il soggetto astratto è stato calato nella sua dimensione di persona concreta, è stata rivestita di un esoscheletro che, tramite il diritto, è valso a sottrarla al pericolo che le tecnoscienze la trasformassero in “persona digitale”, sconnessa dalla sua fondazione umana.
La tutela costituzionale della dignità dell’uomo ha cessato d’essere affidata a un qualche principio astratto, sovrastante i valori delle modernità (libertà, uguaglianza e solidarietà), per essere calata all’interno del loro intrecciarsi con il valore della dignità stessa, dal quale l’uomo “riceve maggiore pienezza di vita e, quindi, più intensa dignità umana”, fondata sul diritto alla vita e, dunque, sul diritto di accesso alle risorse materiali per il pieno e autonomo svolgersi della sua esistenzialità.
L’affermazione del diritto di “accesso al cibo” – secondo Rodotà – è recente e rappresenta il traguardo di una lunga trasformazione caratterizzata dal passaggio da forme di benevolenza individuale e collettiva a specifici doveri delle istituzioni pubbliche, impegnate a rendere possibile un accesso sempre più diretto delle persone ai “beni della vita”. Il diritto alla vita (o diritto al cibo) è divenuto così il “punto di convergenza di molteplici principi giuridici, dando ad essi particolare concretezza e contribuendo alla fondazione di un nuovo ambiente politico-istituzionale”. In questo modo, il diritto alla vita si è trasformato in una componente ineludibile della dignità della persona, che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha dichiarato, come si è detto, “inviolabile”.
Ciò significa che il diritto alla vita dei componenti le comunità politiche, che hanno costituzionalizzato il valore della dignità della persona, è divenuto il centro di un’”articolata costellazione istituzionale”, nella quale si invera la democrazia dei diritti. Nello stesso tempo, l’assunzione, da parte dell’organizzazione dello Stato, della responsabilità di garantire il diritto di “accesso al cibo”, come lo chiama Rodotà, sta imponendo alla società contemporanea specifiche modalità di governo; modalità implicanti, da una parte, che l’obbligazione pubblica di assicurare il diritto alla vita dei cittadini sia presa sul serio; dall’altra parte, che il coinvolgimento degli stessi cittadini nel determinare le forme con cui soddisfare i loro stati di bisogno esistenziali avvenga non “attraverso proclamazioni astratte”, ma con la promozione di tutte le iniziative sul piano dell’informazione e della formazione, perché essi (i cittadini) siano resi consapevoli del fatto che le politiche pubbliche attuate rispondono realmente al rispetto di tutti i loro diritti.
In tal modo, la soddisfazione del diritto alla vita assume caratteristiche – osserva Rodotà – “che contribuiscono alla migliore definizione dello stesso processo democratico”, diventando essenziali per il pieno e reale rispetto dei principi fondamentali della modernità, ovvero dei principi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Il diritto al cibo, concorrendo a dare piena attuazione alla dignità personale, diventa infatti il presupposto per dare una risposta sul piano sostanziale a quei principi che, sanciti dalla Rivoluzione del 1789 e ribaditi da tante costituzioni ad essa successive, sono rimasti per lo più solo delle proclamazioni, che non sono valse, malgrado i progressi realizzati con l’età moderna, a rimuovere i fenomeni della disuguaglianza sociale e della povertà ereditati dal passato. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, dichiarando l’inviolabilità della dignità della persona, ha statuito la congiunzione della sfera privata e di quella pubblica, collocando il diritto al cibo – afferma Rodotà – “a pieno titolo tra quei diritti di cittadinanza che devono accompagnare nel mondo ogni persona, quale che sia la sua condizione”.
In questa prospettiva è divenuto evidente il novo ruolo che è chiamata a svolgere l’economia, nel momento in cui essa si sta trasformando da “economia della scarsità” (qual era nell’età premoderna e per gran parte di quella moderna), in “economia dell’abbondanza”, le cui conseguenze sono destinate ad affievolire e, alla lunga, a rimuovere del tutto la possibilità che il diritto al cibo (e, dunque, alla dignità personale) sia garantito attraverso il lavoro, tradizionale titolo in base al quale la persona ha potuto partecipare alla ripartizione del prodotto sociale.
Oggi, con il restringersi delle tradizionali opportunità lavorative a causa del crescente approfondimento capitalistico dell’attività produttiva, la ripartizione del prodotto sociale non può che avvenire sulla base di nuove modalità; questa ineludibile necessità, compatibile con uno stabile funzionamento dell’intero sistema produttivo, può essere soddisfatta solo attraverso quella che Rodotà definisce una “vera e propria” nuova rivoluzione costituzionale, con cui sostituire la rivoluzione della modernità, che aveva legato i valori della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà al soggetto moderno, con quella della contemporaneità, per legare la dignità della persona, oltre che ai valori della prima rivoluzione costituzionale, alla “sua concretezza e materialità”.
L’implicazione di questa conclusione non può che essere la messa a punto di una nuova strumentazione istituzionale, che adegui la distribuzione del prodotto sociale alle nuove modalità di funzionamento dell’economia dell’abbondanza. Rodotà lega la nuova strumentazione istituzionale alla identificazione dei cosiddetti “beni comuni”, cioè a quei beni che, in virtù del loro caratteristiche strutturali, sono “direttamente” necessari per la soddisfazione dei diritti fondamentali della persona.
In realtà, ipotizzare di poter garantire la dignità “costituzionalizzata” della persona sulla base dei soli beni comuni è riduttivo. L’utilizzazione di tali beni, è sicuramente un corollario di tutta l’analisi compiuta da Rodotà, ma riferirsi unicamente ad essi per garantire l’accesso al cibo, non consente di cogliere le urgenze sollevate dall’avvento dell’economia dell’abbondanza.
L’analisi di Rodotà risponde sicuramente meglio alle conclusioni cui egli era pervenuto nel volume “Solidarietà. Un’utopia necessaria”, dove egli affermava che la questione del “diritto all’esistenza” può essere risolta statuendo per lo Stato il “dovere di assicurarne la garanzia” attraverso un’utilizzazione delle risorse disponibili che consideri prioritari gli impieghi per la soddisfazione dei diritti fondamentali, tra i quali appunto il “diritto all’esistenza”. A tal fine, lo Stato dovrà stabilire una distribuzione delle risorse “costituzionalmente consentita”, e giustificata in funzione della soddisfazione dei diritti fondamentali, invertendo la prassi politica tradizionale, che sinora ha considerato prioritarie le destinazioni finalizzate alla crescita, e residuali, invece, quelle destinate alle soddisfazione dei diritti.
Ciò, però, significa che la nuova strumentazione istituzionale, compatibile con la rivoluzione costituzionale della contemporaneità, deve sostituire le modalità di stabilizzazione del funzionamento del sistema produttivo fondato sul welfare, proprio dell’economia della scarsità, con nuovi strumenti; questi ultimi, con la riforma dell’attuale welfare e l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, dovranno essere in grado di assicurare la stabilità dell’economia, mediante regole distributive del prodotto sociale fondate su specifiche priorità che cessino di considerare residuale la soddisfazione del diritto alla dignità dei cittadini. Fuori da queste condizioni, il diritto all’esistenza e alla dignità degli individui può solo continuare a dipendere dal “ricatto politico” delle maggioranze politiche di turno, esercitato in funzione delle transeunti situazioni contingenti.
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CULLE VUOTE perché non si fanno più figli

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di Fiorella Farinelli su Rocca

Culle vuote, in Italia, e da troppo tempo. Nel 2017 sono nati 464mila bambini, 12mila in meno che nel 2016, quando ne erano nati meno che nel 2015. Nei rami più bassi del sistema scolastico, i vuoti cominciano a pesare sensibilmente, presto se ne sentiranno gli effetti anche nella scuola secondaria. Meno bambine nascono e meno saranno le giovani donne in grado di mettere al mondo figli. Tra quindici anni, dicono i demografi, nella fascia d’età 25-54 anni – quella decisiva per il mondo del lavoro – ci saranno 4 milioni di persone in meno. Un’emergenza. Non solo per l’equilibrio del sistema pensionistico e del welfare, anche e soprattutto per la vitalità del Paese, per la sua capacità di tenuta e di innovazione. Che cosa si può fare per contrastare un tasso di natalità (1,34 figli per donna in età fertile) che è tra i più bassi in Europa? Che idee possono venirci dai paesi che, come la Francia, sono riusciti a ottenere buoni risultati? Visto il clima sociale e politico attuale di diffusa contrarietà all’immigrazione, non c’è da sperare che a compensarlo possano venire ulteriori contributi positivi da nuovi flussi migratori. Ci hanno puntato a lungo, i demografi e anche gli economisti, ma ora non è aria. C’è poi da aggiungere che, sebbene ci sia chi ha l’impudenza di scatenare allarmi su un’«invasione» fatta anche di smodate propensioni delle coppie straniere a mettere al mondo una caterva di figli, sono proprio le analisi demografiche a dirci che, una volta integrate nel paese ospite, nelle donne straniere prevale invece la tendenza ad assimilarsi ai comportamenti riproduttivi del contesto in cui si vive. Anche in chi appartiene a culture e tradizioni che vogliono i matrimoni in giovanissima età, anche in chi è contrario al lavoro femminile fuori casa e appassionato a un ruolo femminile tutto schiacciato sulla maternità. E peggio andrà, se non ci saranno rimedi, con le seconde generazioni. Troppo costoso è disporre di alloggi adatti a famiglie numerose, troppo alte sono le tariffe degli asili nido (quando ci sono), troppo cari i prodotti per l’infanzia e i consumi ordinari, troppo incerto il lavoro, e in tanti casi anche troppo poco retribuito. Ma finora l’emergenza culle vuote non è stata una priorità politica. Lo sarà col «governo del cambiamento»?

le proposte dei partiti
In campagna elettorale, comunque, quasi tutti i partiti hanno sventolato le loro ricette, più o meno costose, più o meno fattibili. Guardano all’economia, al rapporto tra i contributi che vengono dal lavoro e le pensioni, più raramente ai vincoli che ostacolano il lavoro femminile. Talora anche la politica sembra allarmata dal fatto che in Italia c’è la peggiore combinazione, in ambito europeo, tra bassa fecondità, bassa occupazione delle donne, alti rischi di povertà infantile.
Il campo del centrodestra si è caratterizzato per la doppia proposta di introdurre anche in Italia una fiscalità incentrata sul «quoziente familiare», cioè una tassazione sul reddito che tenga finalmente conto dei figli a carico (è dagli anni Ottanta che in Italia se ne discute inutilmente) e di lanciare un piano straordinario di contrasto della bassa natalità.
La Lega ha proposto un assegno di 400 Euro mensili per ogni figlio (fino ai 18 anni di età, fino ai 6 per Fratelli d’Italia) e asili nido gratuiti (ma solo, significativamente ma con profilo decisamente masochistico, per le famiglie «italiane»). Con l’aggiunta, variabile secondo le sigle, dell’abolizione dell’Iva su pannolini e altri generi di consumo per l’infanzia, e di misure più o meno generiche, per rafforzare la tutela nel lavoro delle madri.
Più vaghe e frammentate le proposte dei 5stelle, in cui si affastellano rimborsi per i costi dei nidi e delle baby sitter, detrazioni fiscali per colf e badanti e forse, perché in verità non è abbastanza chiaramente esplicitato, anche qualcosa che potrebbe assomigliare al «quoziente familiare». Con uno stanziamento però imponente, di ben 17 miliardi annui.
Anche nel programma del Pd il tema è presente. Ci sono detrazioni Irpef per i figli a carico fino ai 18 anni (240 Euro mensili) e una nuova, immancabile, versione degli 80 Euro per quelli tra i 18 e i 26 anni in tutte le fasce di reddito familiare annuo fino ai 100.000 Euro, e con misure previste anche al di sopra di questa soglia. Con l’impegno, già sancito e in parte già finanziato dalla «Buona Scuola», ad estendere l’offerta dei servizi per l’infanzia da 0 a 6 anni, e ad introdurre incentivi al ritorno delle mamme al lavoro dopo la gravidanza (una donna su quattro, in Italia, abbandona il lavoro con il primo figlio, una su due con il secondo figlio).
Proposte tutte piuttosto costose, chissà se conciliabili con altre priorità politiche. È però un buon segno che in ogni schieramento ci sia una certa attenzione al tema, e perfino la dichiarazione di allarme per gli effetti economici e sociali della denatalità. Ma che cosa se ne farà di tanto consenso e di tante possibili convergenze anche trasversali ora che, fatto il governo, si dovrà passare dalle parole ai fatti?

che farà il ministro dell’omofobia?
Del nuovo ministero «Disabilità e Famiglia» e del suo titolare, al momento, si discute soprattutto in relazione ad altre questioni. Lorenzo Fontana, leghista, appartiene al movimento «pro life», ha rilasciato dichiarazioni e interviste rivelatrici delle sue convinzioni sulla famiglia (la sola che riconosce è quella fatta di «un uomo, una donna, dei figli») e delle sue profonde avversità a gay, unioni civili, educazione di genere. Se qualche associazione di disabili teme che il nesso tra disabilità e famiglia significhi che la gestione dei disabili venga scaricata, anche più di quanto avvenga ora, solo sulle responsabilità e le capacità economiche e di cura dei genitori (e che succederà delle persone disabili nel «dopo di noi», quando i genitori moriranno?), c’è chi teme che dal «ministro dell’omofobia» vengano prima o poi attentati alle norme sui diritti civili, e magari anche a quella sulle interruzioni di gravidanza (già gravemente compromessa, nella sua efficacia, dai troppi ospedali pubblici in cui ginecologi, anestesisti e perfino infermieri si dichiarano tutti «obiettori»). Timori giustificati, anche se Matteo Salvini smentisce in nome del «contratto» gialloverde, che in effetti in proposito non dice niente. Ma chi si fida di uno come Lorenzo Fontana? Anche se si è pronunciato con vigore per un programma incisivo di contrasto alla denatalità, quali saranno le sue scelte con- crete? Non è che in nome della famiglia tradizionale dimenticherà l’importanza dei servizi all’infanzia, la miseria dell’offerta di asili nido pubblici nelle regioni meridionali (dove la «copertura» della domanda è sotto il 5%, contro il 25-30 delle regioni del Nord), l’assenza di tutele sufficienti delle lavoratrici-madri e di efficaci dispositivi di conciliazione tra maternità e lavoro in tanti comparti del lavoro più debole (tema, peraltro, di specifica competenza del ministro De Maio)? Insomma, se i diritti civili sono un argomento importante, è anche su questi nodi che occorrerebbe riprendere a discutere, incalzare, mobilitare. Chissà. Non se ne vedono, per ora, neppure le tracce

Servirebbe, prima di tutto, saper elaborare proposte e costruire iniziative su un mix di dispositivi e di servizi a favore dei bambini, delle mamme, delle famiglie diverso da quella congerie di misure eterogenee, sporadiche, discontinue – nazionali e più spesso locali – degli ultimi anni. Che non hanno avuto alcun esito sull’età media in cui in Italia si ha il primo figlio (salita or- mai ai 30 anni medi della madre, con mol- tissimi casi oltre i 40) e sul tasso di fecon- dità perché incapaci di offrire quello di cui c’è più bisogno. Cioè la sicurezza di chi i figli vorrebbe metterli al mondo (in Italia, come in Francia, i ventenni dichiarano che vorrebbero averne due, solo il 7% che non ne vorrebbero nessuno, solo il 14% che ne vorrebbero uno solo) che quelle misure dureranno, che quindi ci si può contare, almeno nel medio termine. Di certo non è perché in un Comune o in una Regione, per un anno o forse due, ci saranno asse- gni-bebé o altri supporti, che i giovani pos- sono persuadersi a fare un figlio o a deci- dere di averne un secondo. Non è perché talora si ventila che in via sperimentale ci saranno consistenti benefici per un eventuale terzo figlio, come succede in altri paesi, che da noi le donne possono facilmente convincersi delle gioie di una famiglia numerosa. Tanto più se in tanti luoghi di lavoro alle giovani mamme si mettono i bastoni fra le ruote, si impedisce di conciliare maternità e lavoro, si negano avanzamenti e carriere professionali. O se, addirittura, certi datori di lavoro evitano di assumere le giovani donne per il timore che prima o poi «pretendano» i congedi di gravidanza o le flessibilità necessarie alla cura dei figli.

il modello francese
Del Ministro Fontana si dice che guarda con interesse alle politiche francesi in questo campo. Se è vero è una buona notizia. Non solo perché negli ultimi quindici anni i governi francesi, di qualsiasi appartenenza politica, hanno operato con continuità e attraverso un mix di incentivi fiscali e di servizi per l’infanzia per innalzare il tasso di natalità, ma anche per un altro motivo. Che viene prima delle singole misure, e che ne spiega l’organicità, la continuità, e probabilmente anche il successo. In Francia, infatti, da quando è esploso il calo demografico si fa di tutto per rassicurare le famiglie che i bambini non sono una respon- sabilità tutta e solo privata di chi decide di averli, ma un bene collettivo del Paese. E quindi un obbligo per la collettività quello di prendersene cura. Fin dalla puntualità con cui i sindaci francesi informano già durante la gravidanza le madri, le regolarmente sposate come le single, le francesi doc e le naturalizzate francesi, su tutte le opportunità, i benefits, i servizi previsti, con l’invio a casa dei moduli necessari per accedere, prima e dopo il parto, ai servizi sanitari, ai centri di sostegno psicologico, alle esenzioni o detrazioni fiscali. Per poter scegliere per tempo gli asili nido disponibili nel quartiere e fare subito l’iscrizione, così come per scegliere il pediatra pubblico. Ogni mamma, prima ancora di vedere in faccia il suo bambino, deve sentire che non è sola, e che le istituzioni non la lasceranno sola. Anche rispetto al mondo del lavoro negli ultimi anni si è fatto molto, con una sempre più efficace protezione e sviluppo dei diritti delle lavoratrici madri e della maternità. A che servono i secoli di sviluppo culturale e civile della vecchia Europa se non si è capaci o non ci si vuole prendere cura della maternità e dei più piccoli?

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DIBATTITO. Governo. L’Agenda Salvini

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di Roberta Carlini su Rocca

Non vedo l’ora di cominciare a lavorare, era il mantra ripetuto dal leader della Lega Matteo Salvini per tutta la campagna elettorale e poi nella lunghissima fase di incubazione del governo.
E da quando questo si è insediato, pare che l’ora finalmente sia arrivata, per il triplo lavoro del ministro dell’interno, vice-premier e segretario della Lega. Protagonista di un attivismo frenetico, che fa pensare che a lavorare lassù al governo ci sia solo lui: passa da un comizio all’altro, complici gli appuntamenti elettorali continui; da un’assemblea di categoria all’altra, prediligendo i commercianti; da una trasmissione tv all’altra, dove quasi sempre gli viene garantito lo status di ospite d’eccezione, senza contraddittorio; da una vittima all’altra, ovviamente dando solidarietà solo a quelle colpite dai nemici immigrati; e soprattutto da un social all’altro, continuando quella presenza pervasiva nella rete che ha caratterizzato il successo della sua campagna elettorale.
Ha cominciato finalmente a lavorare? A vedere l’elenco degli impegni, si potrebbe rispondere che ha continuato a fare campagna elettorale, frantumando lo stile istituzionale del ministro dell’Interno in diverse occasioni, sia quando ha parlato dalla sede del suo partito con le bandiere della Lega alle spalle, che quando ha aperto casi internazionali dalla sede del Viminale e non della Farnesina. Con tutto ciò Salvini è riuscito a fare anche al governo quello che gli ha consentito di vincere le elezioni, portando la Lega da percentuali irrisorie al 17,5%: ha imposto la sua agenda. Ed è dentro quest’agenda che si deve guardare, per cercare di capire perché, e cosa ci aspetta.
Cominciamo da un numero: 5.634.577. Sono i voti conquistati dalla Lega alle politiche. Sono tanti, ma sono pur sempre meno di un quinto del totale che si è espresso. Non sono certo la maggioranza degli italiani, e sono poco più della metà di quelli avuti dal suo alleato di governo, il Movimento Cinque Stelle. Eppure quest’ultimo al governo balbetta, segue, rincorre, piazza uomini di bassa notorietà e assoluta inesperienza, che – come a Roma, travolta dagli scandali – devono affidarsi al vecchio sottobosco dell’amministrazione e dei faccendieri per risolvere ogni questione spicciola o grande che sia. L’ascesa della Lega pare irresistibile: il reddito di cittadinanza, bandiera pentastellata, quasi è sparito dal dibattito, mentre si parla solo di flat tax, condono, abolizione del contante. Tutte misure di politica economica che trovano gli applausi di un’Italia un po’ vecchia, quella delle piccole imprese, professionisti e lavoratori autonomi che si sentono schiacciati dal peso dello Stato e del fisco, e in un alleggerimento sperano – sia per vie legali che illegali – di sopravvivere e riprendersi. La bandiera più grande ed evidente, quella della flat tax, è solo agitata, non si sa quando si tradurrà in pratica: qualcuno dice subito, altri dicono che si procederà per gradi e ci si arriverà solo nel 2020. Certo è che la più grande redistribuzione fiscale della storia – dai poveri ai ricchi, dato che la flat tax avvantaggerebbe in misura più che proporzionale chi guadagna di più – costa moltissimo, e non si sa ancora come il governo pensa di trovare le relative risorse. Anzi, a ben vedere non c’è ancora neanche mezza idea di come trovare i soldi per coprire un’altra emergenza più stringente, ossia come evitare l’aumento dell’Iva che scatterà automaticamente, per il prossimo anno, in assenza di contromisure. Il ministro dell’Economia, il professor Giovanni Tria rimediato all’ultimo momento per sostituire l’ingombrante Paolo Savona, ha candidamente ammesso che deve ancora vedere i numeri. Strano, visto che di questa faccenda si parla e si sa da anni. Ma entro settembre una scelta andrà fatta. E molto probabilmente sarà un mix di entrate da condono e nuovo deficit, più qualche taglio (sulla carta) da spending review, a finanziare la cancellazione degli aumenti dell’Iva. Si aprirà allora un fronte delicato, con la presidenza della Repubblica e con l’Europa: le entrate da Iva sono strutturali, quelle da sanatoria fiscale sono una tantum, dunque non si potrebbe «coprire» una perdita di gettito destinata a durare nel tempo con un’entrata che dura solo un anno; mentre l’extra-deficit, come già fecero Renzi e Gentiloni, va contrattato con la Commissione Europea. Turbolenze in arrivo, insomma, ancor prima che si metta mano alla montagna della flat tax. Ed ecco allora che la turbopartenza di Salvini può servire ad alzare i toni e spostare il discorso sul terreno che per il leader della Lega è più consono e popolare: la difesa da un nemico esterno. Non a caso nel «governo del cambiamento» il leader leghista ha preteso per sé il Viminale: è sul terreno interno, sull’ideologia prima che sulla pratica dell’ordine pubblico, che vuole continuare la sua ascesa per egemonizzare del tutto la destra italiana, sbaragliando gli altri, e nel frattempo nascondere il fatto che tutti gli altri «cambiamenti» scritti nel programma e agitati in piazza sono irrealizzabili, pure promesse elettorali. È quello che è successo nella cinica gestione della vicenda della nave Aquarius, nella quale Matteo Salvini ha continuato a fare il capo dell’opposizione che urla nelle piazze invece che il ministro dell’Interno che gestisce e risolve i problemi. Dipingere un’invasione che non c’è; usare oltre 600 persone come ostaggi per lanciare e imporre una svolta politica e internazionale; giocare la battaglia della riforma delle regole europee urlando sui social invece che sedendo ai tavoli istituzionali; cercare alleanze con gli antieuropei (Ungheria) e risse con i fondatori dell’Europa (Francia); calpestare i diritti umani e i valori civili dopo aver agitato un vangelo e un rosario nelle piazze… L’elenco è lungo, ma più ancora che l’indignazione dovrebbe sollevare la domanda: perché tutto ciò non trova freni, né dall’opposizione né dai suoi stessi alleati di governo, che anzi si affrettano a seguire l’agenda Salvini?

Pd e M5s nell’irrilevanza
L’opposizione, apparentemente, non esiste. Usati come un taxi elettorale da cui poi scendere per andare al governo con gli ex nemici dei Cinque Stelle, gli alleati del centro-destra sono in rotta. I Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni stanno già a metà sul carro del vincitore, e la svolta di destra estrema impressa nei primi giorni del governo ne facilita il balzo. Forza Italia è in liquefazione, con il tramonto del padrone patriarca che, nonostante la riabilitazione giudiziaria, non pare sia destinato a un’ennesima rimonta, anche per motivi anagrafici. Dall’altro lato, si è tentati di non parlare del Pd per non infierire. Ha fatto notizia l’accorato discorso di Graziano Delrio alla Camera, nel giorno della fiducia al governo Conte. Ma dovrebbe far notizia il fatto che sia stato l’unico all’altezza della drammaticità del momento, mentre tutto il suo partito, dopo essere stato incomprensibilmente alla finestra nella fase delle trattative per il governo, ha ridacchiato, dileggiato, scherzato, e al massimo della sua espressione ha prodotto critiche del tipo: «vedremo se sono capaci di farlo». Mentre bisognerebbe mettere in campo tutte le forze possibili per impedire loro di fare quello che hanno promesso, e in effetti cominciato a fare, ai danni solo dei più deboli, nell’esordio del governo. Su questo, contano certo i rapporti di forza in parlamento. Ma il Pd ha pur sempre preso 6 milioni di voti, più della Lega. Perché si dissolve nell’irrilevanza? Perché è stato costruito per il governo ed è dunque inservibile se esce dalle stanze del potere? Perché Renzi non molla la presa? Perché si sta ancora leccando le ferite di una sconfitta – in ogni caso – superannunciata? Perché spera di avere tempo per preparare un astuto contrattacco?
Tutte queste spiegazioni possono essere vere. Ma ce n’è un’altra più generale: da che parte stare. Molte delle misure che adesso rivelano una destra ferocemente e compiutamente coerente hanno trovato incubazione dalle parti del centrosinistra. L’idea per cui basta ridurre le tasse, e tutto il resto seguirà. Il salvataggio in mare visto come fastidio e non come necessità. L’immigrazione raccontata come un’invasione. Persino la chiusura dei porti, vagheggiata a suo tempo dal ministro Minniti. Su tutti questi temi, non si vuole dire che «la sinistra» (o meglio il Pd) ha fatto come la destra. Né che non fosse giusto e politicamente intelligente capire le ragioni, e le paure anche irrazionali, di una larga parte dell’elettorato. Ma che non c’è una contro-proposta, un’altra idea radicata nei valori della solidarietà e dell’eguaglianza. In assenza di un’alternativa, concedere piccoli assaggi di vera destra non è servito a niente: meglio andare all’originale, e ai suoi detentori.
Lo stesso virus – l’assenza di un’idea portante, di una identità precisa: di una ideologia – colpisce anche la storia di successo dei Cinque Stelle, i cui 10 milioni di voti pesano pochissimo rispetto a quelli della Lega perché Di Maio & co non sanno come spenderli. Hanno ricevuto un enorme capitale, e già gli sta sfuggendo dalle mani. L’onestà, unica bandiera riconoscibile, oltre a essere una pre-condizione e non og- getto della politica, gli è anche miseramente caduta dalle mani nella vicenda romana. Il reddito di cittadinanza, da utopia per il mondo nuovo, è diventato un sussidio di disoccupazione solo un po’ più largo di quelli attuali, e forse comunque non si potrà fare. Cosa resta dell’enorme esperimento che ha portato una forza solo dieci anni fa inesistente a conquistare il potere? Forse se lo stanno chiedendo molti di coloro che, credendoci, li hanno eletti.

Roberta Carlini
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La disumanità come carta vincente
«Ero straniero e non mi avete accolto», ha detto l’altro ieri il cardinale Ravasi citando il Vangelo e denunciando la mancanza dell’umano nella politica. Se questo è vero – ed è tragicamente vero – ne viene di conseguenza che solo una nuova immersione della politica nell’umanità può rovesciare la terribile fase che stiamo attraversando. Solo un’affermazione senza reticenze e con orgoglio anche nel discorso pubblico di parole e valori quali bontà, solidarietà, integrazione, pietà, comunione può dipingerla di colori nuovi e liberarla da quelli cupi della paura e del respingimento dell’altro. Si tratta di rimettere in moto un processo di rieducazione che non è impossibile. Avere davanti ai propri occhi, e questa volta con assoluta chiarezza, una politica senza umanità può aiutare a costruirne una diversa.
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di Ritanna Armeni

E’ possibile fare politica staccandola completamente dall’umanità? E’possibile agire – pensare di agire – per il benessere dei cittadini, per la loro sicurezza, muovendosi contro altri essere umani, che si trovano in una situazione di pericolo, forse di morte?
Questo interrogativo si pone sempre con l’arrivo dei barconi carichi d’immigrati nei porti italiani. Uomini e donne che hanno bisogno di aiuto ma che, con la loro presenza – molti sostengono –, intaccano benessere e sicurezza dei cittadini italiani. Quest’anno si pone con più forza e drammaticità che nel passato per un motivo molto semplice. Per la prima volta l’Italia ha un governo che fa dei respingimenti in mare l’asse portante della sua politica; per la prima volta il vero vincitore delle elezioni del 4 marzo, il capo della Lega Matteo Salvini, vuole dimostrare senza possibilità di equivoci all’Italia e all’Europa che dall’«invasione» dei diversi, dei neri, dei poveri ci si può difendere. Che un nuovo ordine può essere imposto. Che l’inumano può governare.
Per farlo ha bisogno di operare un rovesciamento culturale che fino a qualche tempo fa sembrava impossibile: rescindere ogni legame fra i sentimenti (solidarietà, pietà, fratellanza, istinto alla protezione dei deboli, benevolenza, compassione) e l’agire pubblico (le leggi, gli interventi, le disposizioni per l’ordine).
Per separare l’uomo e la donna dalla propria umanità occorre educarli all’indifferenza, liberarli da ogni empatia con i sofferenti, renderli prigionieri delle proprie ansie e paure, impedir loro di uscire dal ghetto delle proprie sofferenze per dare uno sguardo, almeno uno sguardo, a quelle altrui. L’abbiamo visto solo qualche giorno fa con l’Aquarius, la nave con 629 migranti che il governo italiano ha respinto e che è stata salvata solo grazie all’apertura dei porti spagnoli.
Le motivazioni dell’atto (e della sua disumanità) sono state tutte «politiche». Dare una lezione all’Europa che finora ha colpevolmente voluto ignorare la difficile situazione delle coste italiane e questo è di certo vero. Alcuni paesi europei per evitare l’invasione hanno eretto muri e militarizzato le frontiere. Poi – si è detto – occorre evitare che, insieme ai migranti, sbarchino, anche terroristi. Che dobbiamo riservare le poche risorse che ci sono agli italiani, aiutare prima i poveri di casa nostra. Ci sono i terremotati, i disoccupati. E, infine, che è impossibile condividere servizi sociali già insufficienti.
Le motivazioni della politica, come si vede, sono già esplosive. Se si calano nella difficile situazione economica e sociale del paese, se si condiscono con una buona dose di paura per il diverso, la deflagrazione è immediata.
L’Aquarius è solo l’ultimo dei casi in cui l’inumano diventa politico. Perché da tempo – come ha denunciato il politologo Marco Revelli – «senza quasi trovare resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’inumano è entrata nel nostro orizzonte».
Esso – precisa ancora Revelli – «non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana. Non è il mostruoso che appare a prima vista estraneo all’uomo». L’inumano è il momento in cui l’altro diventa cosa «indifferente, sacrificabile o semplicemente ignorabile». Il momento in cui la sua vita «non è oggetto primario, ma oggetto di calcolo». Quel che sta avvenendo nelle acque del Mediterraneo e quello che è prevedibile accada nei prossimi mesi, è esattamente questo. La vita degli uomini e delle donne è oggetto di calcolo economico e politico. È con la minaccia di morte di centinaia di persone che si pongono condizioni all’Europa. Sono i disperati del mare che garantiscono la linea della fermezza. Sono loro i testimoni che i partiti al governo fanno il bene degli italiani salvaguardano la loro sicurezza e il loro benessere.
Non sarebbe onesto né veritiero dire che questo processo di disumanizzazione della politica si manifesta ora per la prima volta. Solo qualche mese fa un altro governo – questa volta di centro sinistra – e un altro ministro degli interni – di sinistra – con un accordo con le tribù libiche e un attacco alle organizzazioni umanitarie che agivano nel Mediterraneo, ha bloccato in campi della Libia alla mercé di miliziani, torturatori e stupratori, migliaia di uomini e di donne che avevano la colpa di tentare di arrivare sulle nostre coste nella speranza di un futuro migliore. Lo racconta con crudezza un bel film
che forse in pochi hanno visto: «L’ordine delle cose» di Andrea Segre. Anche in questo caso la vita di molti è entrata nel calcolo.
Ma quell’azione ampiamente «disumana» e largamente condivisa dai mass media era coperta, almeno, dall’ipocrita affermazione di voler difendere gli immigrati dallo sfruttamento degli scafisti, dalle carrette della morte che offrivano false speranze. Oggi invece l’inumano non usa infingimenti, non cerca pretesti, non dà motivazioni che coprano la realtà. Anzi la politica se ne mostra orgogliosa, fa della disumanità la sua carta vincente.
«Ero straniero e non mi avete accolto», ha detto l’altro ieri il cardinale Ravasi citando il Vangelo e denunciando la mancanza dell’umano nella politica. Se questo è vero – ed è tragicamente vero – ne viene di conseguenza che solo una nuova immersione della politica nell’umanità può rovesciare la terribile fase che stiamo attraversando. Solo un’affermazione senza reticenze e con orgoglio anche nel discorso pubblico di parole e valori quali bontà, solidarietà, integrazione, pietà, comunione può dipingerla di colori nuovi e liberarla da quelli cupi della paura e del respingimento dell’altro. Si tratta di rimettere in moto un processo di rieducazione che non è impossibile. Avere davanti ai propri occhi, e questa volta con assoluta chiarezza, una politica senza umanità può aiutare a costruirne una diversa.

Ritanna Armeni
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ROCCA n. 13, 1 LUGLIO 2018
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La disumanità come carta vincente

«Ero straniero e non mi avete accolto», ha detto l’altro ieri il cardinale Ravasi citando il Vangelo e denunciando la mancanza dell’umano nella politica. Se questo è vero – ed è tragicamente vero – ne viene di conseguenza che solo una nuova immersione della politica nell’umanità può rovesciare la terribile fase che stiamo attraversando. Solo un’affermazione senza reticenze e con orgoglio anche nel discorso pubblico di parole e valori quali bontà, solidarietà, integrazione, pietà, comunione può dipingerla di colori nuovi e liberarla da quelli cupi della paura e del respingimento dell’altro. Si tratta di rimettere in moto un processo di rieducazione che non è impossibile. Avere davanti ai propri occhi, e questa volta con assoluta chiarezza, una politica senza umanità può aiutare a costruirne una diversa.
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di Ritanna Armeni

E’ possibile fare politica staccandola completamente dall’umanità? E’possibile agire – pensare di agire – per il benessere dei cittadini, per la loro sicurezza, muovendosi contro altri essere umani, che si trovano in una situazione di pericolo, forse di morte?
Questo interrogativo si pone sempre con l’arrivo dei barconi carichi d’immigrati nei porti italiani. Uomini e donne che hanno bisogno di aiuto ma che, con la loro presenza – molti sostengono –, intaccano benessere e sicurezza dei cittadini italiani. Quest’anno si pone con più forza e drammaticità che nel passato per un motivo molto semplice. Per la prima volta l’Italia ha un governo che fa dei respingimenti in mare l’asse portante della sua politica; per la prima volta il vero vincitore delle elezioni del 4 marzo, il capo della Lega Matteo Salvini, vuole dimostrare senza possibilità di equivoci all’Italia e all’Europa che dall’«invasione» dei diversi, dei neri, dei poveri ci si può difendere. Che un nuovo ordine può essere imposto. Che l’inumano può governare.
Per farlo ha bisogno di operare un rovesciamento culturale che fino a qualche tempo fa sembrava impossibile: rescindere ogni legame fra i sentimenti (solidarietà, pietà, fratellanza, istinto alla protezione dei deboli, benevolenza, compassione) e l’agire pubblico (le leggi, gli interventi, le disposizioni per l’ordine).
Per separare l’uomo e la donna dalla propria umanità occorre educarli all’indifferenza, liberarli da ogni empatia con i sofferenti, renderli prigionieri delle proprie ansie e paure, impedir loro di uscire dal ghetto delle proprie sofferenze per dare uno sguardo, almeno uno sguardo, a quelle altrui. L’abbiamo visto solo qualche giorno fa con l’Aquarius, la nave con 629 migranti che il governo italiano ha respinto e che è stata salvata solo grazie all’apertura dei porti spagnoli.
Le motivazioni dell’atto (e della sua disumanità) sono state tutte «politiche». Dare una lezione all’Europa che finora ha colpevolmente voluto ignorare la difficile situazione delle coste italiane e questo è di certo vero. Alcuni paesi europei per evitare l’invasione hanno eretto muri e militarizzato le frontiere. Poi – si è detto – occorre evitare che, insieme ai migranti, sbarchino, anche terroristi. Che dobbiamo riservare le poche risorse che ci sono agli italiani, aiutare prima i poveri di casa nostra. Ci sono i terremotati, i disoccupati. E, infine, che è impossibile condividere servizi sociali già insufficienti.
Le motivazioni della politica, come si vede, sono già esplosive. Se si calano nella difficile situazione economica e sociale del paese, se si condiscono con una buona dose di paura per il diverso, la deflagrazione è immediata.
L’Aquarius è solo l’ultimo dei casi in cui l’inumano diventa politico. Perché da tempo – come ha denunciato il politologo Marco Revelli – «senza quasi trovare resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’inumano è entrata nel nostro orizzonte».
Esso – precisa ancora Revelli – «non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana. Non è il mostruoso che appare a prima vista estraneo all’uomo». L’inumano è il momento in cui l’altro diventa cosa «indifferente, sacrificabile o semplicemente ignorabile». Il momento in cui la sua vita «non è oggetto primario, ma oggetto di calcolo». Quel che sta avvenendo nelle acque del Mediterraneo e quello che è prevedibile accada nei prossimi mesi, è esattamente questo. La vita degli uomini e delle donne è oggetto di calcolo economico e politico. È con la minaccia di morte di centinaia di persone che si pongono condizioni all’Europa. Sono i disperati del mare che garantiscono la linea della fermezza. Sono loro i testimoni che i partiti al governo fanno il bene degli italiani salvaguardano la loro sicurezza e il loro benessere.
Non sarebbe onesto né veritiero dire che questo processo di disumanizzazione della politica si manifesta ora per la prima volta. Solo qualche mese fa un altro governo – questa volta di centro sinistra – e un altro ministro degli interni – di sinistra – con un accordo con le tribù libiche e un attacco alle organizzazioni umanitarie che agivano nel Mediterraneo, ha bloccato in campi della Libia alla mercé di miliziani, torturatori e stupratori, migliaia di uomini e di donne che avevano la colpa di tentare di arrivare sulle nostre coste nella speranza di un futuro migliore. Lo racconta con crudezza un bel film
che forse in pochi hanno visto: «L’ordine delle cose» di Andrea Segre. Anche in questo caso la vita di molti è entrata nel calcolo.
Ma quell’azione ampiamente «disumana» e largamente condivisa dai mass media era coperta, almeno, dall’ipocrita affermazione di voler difendere gli immigrati dallo sfruttamento degli scafisti, dalle carrette della morte che offrivano false speranze. Oggi invece l’inumano non usa infingimenti, non cerca pretesti, non dà motivazioni che coprano la realtà. Anzi la politica se ne mostra orgogliosa, fa della disumanità la sua carta vincente.
«Ero straniero e non mi avete accolto», ha detto l’altro ieri il cardinale Ravasi citando il Vangelo e denunciando la mancanza dell’umano nella politica. Se questo è vero – ed è tragicamente vero – ne viene di conseguenza che solo una nuova immersione della politica nell’umanità può rovesciare la terribile fase che stiamo attraversando. Solo un’affermazione senza reticenze e con orgoglio anche nel discorso pubblico di parole e valori quali bontà, solidarietà, integrazione, pietà, comunione può dipingerla di colori nuovi e liberarla da quelli cupi della paura e del respingimento dell’altro. Si tratta di rimettere in moto un processo di rieducazione che non è impossibile. Avere davanti ai propri occhi, e questa volta con assoluta chiarezza, una politica senza umanità può aiutare a costruirne una diversa.

Ritanna Armeni
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rocca-13-2018

DIBATTITO. Migrazioni: che fare?

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La difficile soluzione del problema dell’integrazione dei “diversi”

di Gianfranco Sabattini

In molti Paesi, tra i quali l’Italia, l’islamofobia non ha mai costituito un serio problema, se non per minoranze politiche contrarie alla cultura occidentale dello Stato di diritto. Il problema è nato col relativismo culturale, sostenuto soprattutto da una parte della sinistra che, in nome di “altre religioni”, non solo ne ha sostenuto la diffusione, ma ha anche promosso la relativizzazione dello Stato di diritto e dei diritti umani.
Il numero 1/2018 del periodico “Limes” è stato dedicato, quasi per intero, al problema dell’islamofobia, con un Editoriale che riassume e documenta, in modo articolato, i termini intorno ai quali “ruota” il dibattito sull’integrazione degli immigrati; molti di quei termini vengono utilizzati ora solo per motivi di propaganda elettorale, soprattutto da parte dei partiti di destra che dell’islamofobia hanno sempre fatto un loro “cavallo di battaglia” sul piano politico.
L’Editoriale di “Limes” informa che un anno fa Chatam House, un Istituto londinese specializzato nello studio dei problemi internazionali, ha svolto un’indagine in dieci Paesi europei, dalla quale sono stati tratti elementi per una plausibile “misura dell’islamofobia” nell’Europa comunitaria. L’intento era quello di misurare la reazione degli intervistati di fronte all’affermazione seguente: “Ogni ulteriore migrazione dai Paesi maggiormente musulmani dovrebbe essere fermata”. L’indagine ha consentito di rilevare che il 55% del campione si è detto d’accordo, il 20% contrario, mentre il restante 25% ha preferito non rispondere. Con l’eccezione del Regno Unito (47%) e della Spagna (41%), la maggioranza degli intervistati degli altri otto Paesi si è dichiarata favorevole al “blocco” dell’immigrazione islamica: la Polonia con il 71% dei favorevoli al “blocco” è risulta in testa, benché, osserva l’Editoriale di “Limes”, “la popolazione musulmana vi sia quasi nulla”; seguono nella graduatoria l’Austria (65%), la Francia (61%) e, dopo un salto considerevole, la Germania (53%) e l’Italia (51%).
I risultati dell’indagine, condotta nel corso del 2017, hanno confermato una precedente indagine del Chatam House Institut, svolta ugualmente in diversi Paesi europei, dalla quale era emerso un identico “atteggiamento sfavorevole verso i musulmani”, con punte molto alte in Ungheria (72%), Italia (69%), Polonia (66%) e Grecia (65%), mentre Regno Unito (29%), Germania e Francia (entrambe con il 28%) risultavano più tolleranti, evidenziando che una società, quanto più islamici avesse ospitato, tanto meno avrebbe manifestato atteggiamenti anti-islamici. Riguardo all’Italia, l’Editoriale di “Limes”, osserva che l’antislamismo degli italiani sembra alimentato da due “convinzioni: la prima, sorretta dall’assunto secondo cui i seguaci dell’Islam costituiscono il “brodo di coltura” del terrorismo; la seconda, dalla presunzione che “i musulmani di casa nostra siano molti più di quanti ne vengano ufficiosamente contati”.
Tenuto conto dell’incertezza delle stime, dovuta alla presenza dei molti “irregolari” sparsi nel territorio e ai censimenti effettuati sulla base della presunta appartenenza religiosa, l’ultima rilevazione effettuata, nel 2016, dal “Pew Research Center” (un “think tank” statunitense che fornisce risultati di indagini condotte su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici sugli Stati Uniti ed il mondo in generale) ha stimato che nell’Europa dei 28 Stati (più Svizzera e Norvegia) vivessero 25,8 milioni di musulmani, pari al 4,9% della popolazione, mentre nel 2010 erano 19,5 milioni (pari ad un’incidenza sulla popolazione del 3,8%); crescita, questa, imputata ai flussi migratori provenienti dalla Siria e dall’Africa subsahariana, più o meno considerati di religione islamica. I 25,8 milioni di musulmani stimati dal “Pew Research Center” (dopo la Bulgaria, Paese di storico insediamento islamico, con un’incidenza sulla popolazione dell’11,2%) sono risultati principalmente presenti “nelle ex grandi potenze coloniali”, come la Francia (8,8%) e il Regno Unito (6,3%), alle quali sono risultate affiancate la Svezia (8,1%), l’Austria (6,9%) e la Germania (6,1%). L’Italia seguiva con un presenza di musulmani pari il 4,8% della popolazione.
Il “Pew Research Center” ha anche effettuato una proiezione della presenza della popolazione musulmana in Europa al 2050, stimata pari all’11,2%, in termini percentuali, corrispondente ad una popolazione di 57,9 milioni, in termini assoluti; al riguardo, in un articolo comparso sul numero 1/2018 di “Limes” (“In Europa i musulmani resteranno minoranza”), il demografo Massimo Livi Bacci, sulla base di sue valutazioni personali, ha valutato che la stima possa essere ridotta a circa 50 milioni, con una diminuzione pari al 10% circa della popolazione italiana. La previsione di Livi Bacci è stata fondata sulle ipotesi ottimistiche che la fecondità delle donne musulmane residenti in Europa tenda a convergere verso quella delle donne italiane (oggi 2,6, contro 1,6 figli per donna), da un lato, e che le barriere all’immigrazione siano inasprite, dall’altro.
A fronte delle previsioni allarmanti, anche se ridimensionate secondo le ipotesi di Livi Bacci, le stime statistiche, secondo l’Editoriale di “Limes”, devono essere prese con qualche “grano di sale”, ovvero di buon senso: innanzitutto, perché le proiezioni sono state effettuate sulla base di rilevazioni imperfette; in secondo luogo, perché gli atteggiamenti sociali nei confronti dei “diversi” sono determinati più dalle percezioni, che dalle rilevazioni ed elaborazioni statistiche; in terzo luogo, perché non esiste un “numero magico” oltre il quale la presenza di musulmani rappresenti una minaccia per il contesto sociale di residenza; infine, perché esistono molte indagini “sui modi europei di considerare i musulmani d’Europa”, ma non si dispone di “dati ‘scientifici’ su come loro percepiscono noi”.
Da quest’ultimo punto di vista, si deve considerare sorprendente il fatto che due studiosi dell’Università di Münster (Monaco di Vestfalia), con una loro ricerca, abbiano accertato che i musulmani residenti in Europa hanno più fiducia nelle istituzioni europee di quanto ne abbiano i cristiani e i non credenti; dalla ricerca è risultato che il 76% degli intervistati si sentiva fortemente attaccato al Paese di residenza. La misura di tale attaccamento, stimata sulla base di una scala di 5, ha segnato una media di 4,1, con questa distribuzione per Paese: Finlandia (4,6), Svezia (4,4), Regno Unito e Francia (4,3), Germania (4,0), mentre l’Italia seguiva all’ultimo posto con una stima dell’attaccamento della popolazione musulmana alle istituzioni italiane pari a 3,3. L’Editoriale di “Limes”, con un filo d’ironia, giustamente osserva che a noi italiani è riservata la decisione se “rattristarci o consolarci per la similitudine fra civismo autoctono e d’importazione”.
Tenuto conto di quanto sin qui detto (inaffidabilità delle rilevazioni ed elaborazioni statistiche, previsioni solo percepite sulla futura espansione della popolazione musulmana in Europa, scarsa conoscenza dei prevalenti atteggiamenti della popolazione musulmana nei confronti delle istituzioni europee, ecc.), è d’uopo constatare, come fa l’Editoriale di “Limes”, che i “modelli di relazione con i migranti, musulmani e non, cui i maggiori Paesi europei hanno inteso ispirarsi, sono falliti”, così come erano fallite le politiche “assimilative” e “restrittive” sperimentate negli Stati Uniti, assunte come modello da imitare in fatto di integrazione di gruppi etnicamente e culturalmente diversi.
L’esperienza vissuta dalla società americana è stata in sostanza quella propria del processo di formazione degli Stati-nazione; questi hanno ricondotto a sé l’esercizio della funzione potestativa, per perseguire l’obiettivo di fare corrispondere i propri confini territoriali a quelli della nazione, intesa come amalgama, o fusione, di tutti i soggetti che avessero subito l’”ordinatio ad unum” sul piano dell’adesione ad un unico modello organizzativo statuale: è stata questa la fase del “melting pot” statunitense.
All’interno di una siffatta esperienza, gli Stati-nazione hanno subito un processo di trasformazione in senso democratico che ha consentito di ricuperare, parzialmente o totalmente, alcuni dei tratti culturali originari delle singole componenti dei popoli, tenuti insieme da una crescente propensione alla cooperazione ed alla solidarietà; ciò, grazie all’affermazione di una generalizzata adesione al cosiddetto “patriottismo costituzionale”, che ha caratterizzato la fase statunitense del “salad bowl”, su basi però di un multiculturalismo aggregante. Per risultare aggregante, il patriottismo costituzionale era fondato sul presupposto che tutti i gruppi culturali insistenti sul territorio statunitense accettassero spontaneamente un insieme condiviso di valori enunciati nelle Carte costituzionali e che nessuno dei gruppi dei diversi “abusasse” dei valori della sua Heimat (patria di origine) per una strategia politica di potere.
La rigidità della struttura normativa propria dell’integrazione perseguita durante la fase del “salad bowl” è stata successivamente rifiutata dal “transnazionalismo”, inteso come modello interpretativo dei legami conservati dai migranti con la società di provenienza, nonché come insieme, empiricamente definito, dei legami stessi. Con il transnazionalismo, gli Stati Uniti hanno inteso perseguire un’identità della nazione americana che rifiutasse, sia la prospettiva della fusione, che quella di una nazione fondata sull’adozione di una costrittiva struttura normativa. Il doppio rifiuto ha dato luogo alla sperimentazione di altre “logiche di integrazione”, come, ad esempio, quella fondata sull’integrazione dei gruppi più affermati sul piano culturale ed economico (assimilazione segmentata), o quella fondata sulla prioritaria integrazione delle prime generazioni dei gruppi di migranti giunti negli Stati Uniti (assimilazione anticipatoria). Tutti i tentativi effettuati hanno avuto però scarso successo.
Ciononostante, malgrado gli insuccessi della politica d’integrazione sperimentata negli USA, i due modelli principali di integrazione adottati in Europa sono stati quello dell’”assimilazione in stile francese” e quello del “multiculturalismo britannico”, col risultato d’essersi rivelati, com’è avvenuto nell’esperienza americana, entrambi conservativi: quello francese, in quanto fondato unicamente su un “positivismo progressivo”, ispirato ad una missione civilizzatrice, che avrebbe dovuto assimilare lo straniero al natio; quello britannico, in quanto orientato a conservare ogni singolo gruppo nel suo enclave etnico-culturale, che ha solo motivato chi vi è stato costretto ad organizzare la propria vita “coltivando” un senso crescente di rivalsa nei confronti della maggioranza inglese.
Di fronte al generalizzato insuccesso dei Paesi europei nell’intraprendere un’efficace e reale politica di integrazione degli immigrati, per l’Italia, scarsamente legittimata dalle modalità con cui è pervenuta all’unità nazionale, una politica di integrazione dei “diversi”, musulmani e non, secondo l’Editoriale di “Limes”, è “imperativa”; in caso contrario, sempre secondo l’Editoriale, “ci ridurremo a campo di esercitazione delle influenze altrui. Non solo dei nostri alleati e partner, abituati a considerarci terra nullius. Anche degli Stati e dei regimi da cui provengono i migranti che intendono serbare influenza nelle rispettive diaspore”. L’Italia, secondo l’Editoriale, non ha una strategia valida: i governi sono assenti, e i partiti, che solo a parole si aprono all’integrazione, non riescono poi a mantenere fede alla promessa, “perché temono di perdere consenso a favore di chi denuncia l’’invasione’”.
La conclusione dell’Editoriale di “Limes” è che, l’Italia, “inconsapevole del tempo e dello spazio in cui vive, in declino demografico, incapace di selezionare gli immigrati ma disposta a veder partire i suoi giovani più preparati, rinunciare all’integrazione equivale vegetare. Se non a sparire. Qui si fanno i nuovi italiani o si muore”. D’accordo, ma sulla base di quale politica? Deve essere una politica che effettivamente, nell’interesse del Paese, provveda ad investire sull’integrazione solo per fare fronte ai deficit di natalità e a rimuovere gli aspetti negative che l’immigrazione presenta di per sé?
Considerati i costi economici e sociali immediati che l’immigrazione (musulmana e non) comporta, cos’è preferibile per l’Italia? Affrontare con politiche adeguate il problema interno del calo della riproduttività della propria popolazione e dei conseguenti squilibri nella distribuzione demografica per classi dei età? Oppure tentare di risolvere il problema del deficit demografico interno avvalendosi della fuga degli immigrati dai propri Paesi d’origine?
L’alternativa efficace alle modalità “fai da te”, sinora adottate senza successo dall’Italia nel risolvere i problemi dell’immigrazione, sembra essere quella di lungo periodo, volta a favorire, non solo il ritorno degli immigrati ai loro Paesi di partenza, ma anche a sostenere una politica internazionale, orientata a finanziare lo sviluppo economico delle aree da cui ha origine l’emigrazione, previa la loro pacificazione.
Questa prospettiva d’approccio al problema dell’immigrazione appare tanto più urgente, se si considera che il “nazionalismo” (inteso come rapporto che lega l’emigrato attuale, ma anche quello di prima o seconda generazione che si presume integrato e assimilato) è un sentimento di difficile rimozione, come spiega Benedict Anderson nel libro “Comunità immaginate. Origine e fortuna dei nazionalismi”; ciò è tanto più vero, se si tiene conto del fatto che un Paese come l’Italia, dove la soluzione del problema degli immigrati non potendo essere, per tutte le ragioni illustrate dall’Editoriale di “Limes”, che di breve respiro, sarà sempre esposto al pericolo che i “diversi”, integrati e non, siano “preda” dei manipolatori politici operanti nella loro patria d’origine.

ASviS

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QUESTA SETTIMANA: Francesco ci invita a ripensare le strategie per la crescita

Il Pontefice tocca un tasto cruciale: non si può garantire il benessere di tutta l’umanità se non si contengono i consumi inutili o dannosi. Dal Festival alle istituzioni, segnali di speranza per il Paese.

di Donato Speroni su ASviS

Si sono riuniti per due giorni alla Casina Pio IV, sede della Pontificia Accademia delle Scienze, su invito della cattolica Notre Dame University, per discutere sul tema “Energy transition and care for our common home”. Alla fine, i big del petrolio sono stati ricevuti sabato 9 da papa Francesco, che con un articolato discorso li ha invitati ad accelerare la transizione verso le rinnovabili e a impegnarsi a fornire energia pulita a tutta l’umanità.
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Quello di Francesco però non è stato un discorso che nascondeva le difficoltà.

Siamo consapevoli che le sfide da affrontare sono interconnesse. Infatti, se vogliamo eliminare la povertà e la fame come richiesto dagli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il miliardo e più di persone che non dispone oggi di elettricità deve poterla avere in maniera accessibile. Ma nello stesso tempo è bene che tale energia sia pulita, contenendo l’uso sistematico di combustibili fossili. L’auspicabile prospettiva di una energia per tutti non può portare a una non auspicabile spirale di sempre più gravi cambiamenti climatici, mediante un temibile rialzo delle temperature nel globo, più dure condizioni ambientali e l’aumento dei livelli di povertà.
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Francesco ha colto così il punto più critico di questa epoca di transizione. Siamo impegnati, attraverso l’Agenda 2030, ad assicurare a tutti un minimo di benessere (che comprende anche l’accesso a fonti di energia pulita), ma al tempo stesso non possiamo dilatare i consumi in modo tale da minacciare l’equilibrio del Pianeta. Non si tratta solo di un problema energetico: questo aspetto è stato colto con chiarezza dall’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, che ha partecipato all’incontro e che in una intervista al Corriere della Sera ha messo in evidenza le responsabilità dei Paesi più progrediti:

La componente energetica conta per il 60% sul livello di emissioni. Il resto viene dagli altri consumi. Se nei Paesi ricchi continuiamo a comprare in eccesso, dall’abbigliamento al cibo, dai veicoli agli elettrodomestici, questo ha un impatto sull’ambiente. Meno consumi e più economia circolare, cioè riciclo dei rifiuti, sia urbani sia industriali.

Infatti il discorso del Pontefice mette in discussione il concetto stesso di crescita, come ha detto lo stesso Francesco:

Dobbiamo riconoscere che la domanda di una continua crescita economica ha comportato gravi conseguenze ecologiche e sociali, visto che il nostro attuale sistema economico prospera sempre più sull’aumento delle estrazioni, sul consumo e sullo spreco.

Pochi giorni fa, il documento “Oeconomicae et Pecuniariae Quaestiones”, della Congregazione per la dottrina della fede, in collaborazione con il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, aveva sollevato lo stesso problema:

Il benessere va valutato con criteri ben più ampi della produzione interna lorda di un Paese (Pil), tenendo invece conto anche di altri parametri, quali ad esempio la sicurezza, la salute, la crescita del ‘capitale umano’, la qualità della vita sociale e del lavoro.

Queste considerazioni devono indurci a riflettere sulla strategia di politica economica che può essere messa in atto dal nuovo governo. Una crescita indiscriminata della domanda globale, che non favorisca nuovi investimenti in attività e strutture effettivamente necessarie per rafforzare le resilienze e curare le vulnerabilità del Paese, non risolverà i nostri problemi se non nel brevissimo termine. Se poi si produrranno beni che non tengono conto dei parametri dell’economia circolare, la crescita si tradurrà in un danno ambientale. Sempre ammesso di riuscire a stimolare una crescita attraverso l’aumento dei consumi, quando tutte le previsioni finora espresse indicano che ben difficilmente l’Italia potrà andare oltre un aumento annuo del Pil dell’1,5%, certamente non sufficiente a risolvere solo attraverso i meccanismi di mercato i problemi di diseguaglianza e disoccupazione.

Il messaggio che proviene dal Festival dello sviluppo sostenibile, che si è chiuso in questi giorni, e soprattutto dall’evento finale di mercoledì 13 alla Camera dei deputati, è molto diverso. È necessario usare le risorse per puntare a uno sviluppo sostenibile, concentrandone l’impiego sugli obiettivi che effettivamente possono accrescere il benessere collettivo, operando contro la povertà, per la sanità e la scuola, per la tutela dell’ambiente.

Si andrà in questa direzione? Non lo sappiamo. Segnaliamo tuttavia due notizie positive che provengono dalla politica. La prima è che in questi giorni la Corte dei conti ha registrato la direttiva che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni aveva adottato in tema di sviluppo sostenibile, spostando a Palazzo Chigi il coordinamento delle politiche per l’attuazione dell’Agenda 2030. Nella sua rubrica “Scegliere il futuro” su Radio Radicale, il portavoce dell’ASviS ha detto:

Ora si tratta di realizzare quello che la direttiva prevede e cioè la costituzione di una Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile presieduta dal Presidente del Consiglio con la presenza di tutti i ministri e anche con i rappresentanti delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Inoltre, la direttiva prevede che tutte le pubbliche amministrazioni d’ora in avanti inseriscano nei propri piani di attività le azioni necessarie per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile e anche rendicontino alla Presidenza del Consiglio quello che è stato fatto nel corso dell’anno, in modo tale che la presidenza all’inizio di ogni anno prepari un rapporto che possa andare ai cittadini, al Parlamento a tutte le istituzioni su come l’Agenda 2030 viene attuata in Italia. In questo caso la responsabilità sarà del Dipartimento delle politiche economiche all’interno della Presidenza del Consiglio che dovrà appunto acquisire delle competenze rilevanti per coordinare questo lavoro e per supportare il lavoro della Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile.

La seconda notizia positiva è che, come l’Alleanza aveva chiesto alle forze politiche nel corso della campagna elettorale, alla Camera (e speriamo successivamente al Senato) si sta costituendo un intergruppo sullo sviluppo sostenibile. L’iniziativa è stata presa dalla deputata Chiara Braga (Pd), che ha scritto una lettera a tutti i colleghi e, riferisce la Staffetta quotidiana, ha riscosso adesioni da tutti i gruppi tranne che dalla Lega.

In conclusione, anche se la politica tende a perpetuare vecchi schemi di comportamento, nuovi elementi fanno sperare che il Paese possa mettersi su un sentiero di sostenibilità. Spingono in questa direzione innovazioni istituzionali (il coordinamento a Palazzo Chigi e l’intergruppo alla Camera), comportamentali (la grande partecipazione al Festival dello sviluppo sostenibile, con decine di migliaia di persone coinvolte e oltre tre milioni di accessi sui social e un grande impegno anche da parte di città, università e imprese), e anche etiche: l’impegno della Chiesa per l’ambiente e per un diverso modo di concepire il futuro, con maggiore giustizia sociale per tutti. È ancora poco per essere ottimisti, ma certamente si può trarre da questi avvenimenti maggiore forza per portare avanti la battaglia per lo sviluppo sostenibile.

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E INOLTRE…

a cura di Francesca Cucchiara
[segue]

Quis fuit horrendos primus qui protulit enses? Chi fu colui che per primo inventò le terribili armi?

pace bandieradi ALBIO TIBULLO. Elegiae. L’amore per la pace (I, 10)

Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?
Quam ferus et vere ferreus ille fuit!
Tum caedes hominum generi, tum proelia nata,
Tum brevior dirae mortis aperta via est.
An nihil ille miser meruit, nos ad mala nostra
Vertimus, in saevas quod dedit ille feras?
Divitis hoc vitium est auri, nec bella fuerunt,
Faginus astabat cum scyphus ante dapes.
Non arces, non vallus erat, somnumque petebat
Securus varias dux gregis inter oves.
Tunc mihi vita foret, Valgi, nec tristia nossem
Arma nec audissem corde micante tubam.
Nunc ad bella trahor, et iam quis forsitan hostis
Haesura in nostro tela gerit latere.
Sed patrii servate Lares: aluistis et idem,
Cursarem vestros cum tener ante pedes.
Neu pudeat prisco vos esse e stipite factos:
Sic veteris sedes incoluistis avi.
Tunc melius tenuere fidem, cum paupere cultu
Stabat in exigua ligneus aede deus.
Hic placatus erat, seu quis libaverat uvam
Seu dederat sanctae spicea serta comae:
Atque aliquis voti compos liba ipse ferebat
Postque comes purum filia parva favum.
At nobis aerata, Lares, depellite tela,
Hostiaque e plena rustica porcus hara.
Hanc pura cum veste sequar myrtoque canistra
Vincta geram, myrto vinctus et ispe caput.
Sic placeam vobis: alius sit fortis in armis,
Sternat et adversos Marte favente duces,
Ut mihi potanti possit sua dicere facta
Miles et in mensa pingere castra mero.
Quis furor est atram bellis accersere Mortem?
Imminet et tacito clam venit illa pede.
Non seges est infra, non vinea culta, sed audax
Cerberus et Stygiae navita turpis aquae:
Illic peresisque genis ustoque capillo
Errat ad obscuros pallida turba lacus.
Quin potius laudandus hic est quem prole parata
Occupat in parva pigra senecta casa!
Ipse suas sectatur oves, at filius agnos,
Et calidam fesso comparat uxor aquam.
Sic ego sim, liceatque caput candescere canis
Temporis et prisci facta referre senem.
Interea Pax arva colat. Pax candida primum
Duxit araturos sub iuga curva boves:
Pax aluit vites et sucos condidit uvae,
Funderet ut nato testa paterna merum:
Pace bidens vomerque nitent, at tristia duri
Militis in tenebris occupat arma situs.
At nobis, Pax alma, veni spicamque teneto,
Profluat et promis candidus ante sinus.
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img_6354Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?
Quanto malvagio e feroce quello fu!
Allora nacquero le stragi a danno del genere umano, allora sorsero le guerre,
allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.
Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa, noi abbiamo volto a nostro danno quello,
che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.
Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre
finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.
Non vi erano fortezze, non bastioni,
e il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.
Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, e non avrei conosciuto
le funeste armi, né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.
Ora sono trascinato a forza a combattere, e già forse qualche nemico
produce dei dardi destinati a configgersi nel mio corpo.
Ma patri Lari proteggetemi e salvatemi: voi stessi mi avete allevato,
quando ancora bambino correvo qua e là.
E non abbiate vergogna di essere fatti di antico legno:
così voi abitaste le sedi dell’antico avo.
Allora con più sincerità (gli uomini) mantenevano la parola data, quando con scarso ornamento
il dio stava in una modesta nicchietta.
Questo era soddisfatto, sia che qualcuno avesse fatto libagioni con uva
sia che qualcuno avesse offerto una corona di spighe alla santa chioma:
e colui che è padrone di qualcosa offriva delle focacce
dietro di lui come compagna la piccola figlia offriva un favo intatto.
Tenete lontano da noi, Lari, i dardi di bronzo
e avrete come rustica vittima una scrofa del mio porcile pieno.
Io stesso col capo cinto di mirto accompagni questa con una veste disadorna
e porti canestri ornati di mirto.
Così io possa piacere a voi: sia pure un altro valoroso nelle armi,
e atterri col favore di Marte i comandanti avversari,
in modo che mentre sto bevendo un soldato possa raccontarmi le sue imprese
e disegnare col vino gli accampamenti sulla mensa.
Che pazzia è mai quella di chiamare a sé con la guerra la nera morte?
La morte ci sta sopra e segretamente arriva con passo silenzioso.
Non campo coltivato v’è nel mondo sotterraneo, non vigna, ma l’audace
Cerbero e il turpe nocchiero delle acque dello Stige:
ivi una pallida turba con le gote dilaniate e i capelli arsi
erra presso le nere paludi.
In quanto è più da lodarsi colui che coglie la sua tarda vecchiaia
nella sua umile capanna in mezzo ai suoi figli!
Egli stesso conduce al pascolo le pecore, il figlio invece gli agnelli,
e la moglie prepara l’acqua calda al marito stanco.
Possa anch’io esser così e mi sia concesso veder sul capo divenir bianchi i miei capelli
e vecchio raccontare i fatti della giovinezza.
Frattanto la Pace coltivi i canti. La Pace ha insegnato
a condurre sotto i gioghi ricurvi i buoi per arare:
la Pace ha sostentato le viti e ripose il succo d’uva,
perché l’anfora di terracotta del padre versasse il vino puro:
durante la pace brillano il bidente e il vomere, la ruggine
ricopre le funeste armi dell’insensibile soldato nei nascondigli.
Orsù vieni a noi, benefica Pace, e terrai una spiga

Resistere e sperare. UN APPELLO AI GIOVANI DEL MONDO

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Resistere e sperare
UN APPELLO AI GIOVANI DEL MONDO

Due grandi testimoni del nostro tempo chiedono alle nuove generazioni di impegnarsi a costruire un mondo più giusto, libero dalle armi nucleari, preservato nella natura e nel clima e capace di riconoscere tutti gli esseri umani come cittadini
Adolfo Pérez Esquivel e Daisaku Ikeda

adolfo_perez_esquivel_premio_nobel_de_la_paz_en_1980_visito_al_presidente_de_la_asamblea_nacional_fernando_cordero-_5076794592daisakuikedatokyomay2010Adolfo Perez Esquivel, argentino, Premio Nobel per la Pace 1980, educatore e testimone per i diritti umani, e Daisaku Ikeda, giapponese, presidente della comunità buddista internazionale Soka Gakkai con oltre 12 milioni di membri in 192 Paesi, hanno consegnato il 6 giugno a Roma, a giovani di diverse nazionalità, il seguente appello

Ci rivolgiamo ai giovani del mondo affinché si uniscano per affrontare le importanti sfide dell’umanità e divengano costruttori della propria vita e della storia del nuovo millennio.

Premessa
Siamo assolutamente certi che se i giovani sapranno unirsi, potranno trovare soluzioni per percorrere insieme nuove strade di convivenza, di resistenza e di speranza. Pur rimanendo ognuno nei propri luoghi d’appartenenza e mantenendo la propria identità culturale e spirituale, essi potranno generare un impeto irrefrenabile di azioni positive e collettive.
In questo XXI secolo, l’umanità è chiamata ad affrontare continui cambiamenti e difficili prove.
Bisogna conservare la memoria perché essa illumina il presente e genera la capacità e la resilienza dei popoli per costruire nuove alternative, luci di speranza per far sì che “un altro mondo sia possibile”.
Il XX secolo ha segnato profondamente, tra luci e ombre, il cammino dell’umanità, generando asimmetrie e ingiustizie tra ricchi e poveri, tra i cosiddetti paesi sviluppati e quelli esclusi e in via di sviluppo, producendo distanze che ogni giorno diventano più profonde. La fame è un crimine e la lotta contro la povertà deve essere al centro di ogni politica.
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Bisogna lavorare per sostenere l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite che punta a “trasformare il nostro mondo”. Per cooperare all’obiettivo di sradicare la povertà dal nostro pianeta, dobbiamo superare le differenze tra paesi, etnie, religioni e culture.
Le sfide per il futuro
In questi ultimi tempi si sono fortunatamente registrati segnali significativi che hanno suscitato nuove consapevolezze.
Uno di questi è l’Accordo di Parigi che stabilisce misure contro il riscaldamento globale. Tale Accordo, ratificato dalla maggior parte dei Paesi, è entrato in vigore nel novembre del 2016, momento di crescente minaccia di fenomeni metereologici e di significativo innalzamento del livello del mare.
Un altro passo in avanti si è fatto con l’approvazione, nel luglio del 2017, del Trattato di proibizione delle armi nucleari. L’accordo vincola giuridicamente la comunità internazionale e stabilisce l’assoluta proibizione di produzione e uso di questi armamenti. A novembre dello scorso anno, il Vaticano, per volontà di Papa Francesco, ha organizzato una conferenza internazionale dal titolo Prospettive per un mondo libero da armi nucleari e per il disarmo integrale.
E’ impellente trovare il coraggio di sradicare la minaccia nucleare e l’ambizione di potere e di sicurezza di alcuni paesi che si disinteressano della vita e della dignità dei popoli. E’ necessario e urgente “disarmare la ragione armata”.
Il nostro dialogo sui temi di natura planetaria è ininterrotto ed è sostenuto dalla nostra illimitata fede nel potenziale dei giovani.
I giovani del mondo si sono uniti per condurre la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN). Ciò ha messo in moto un’azione decisiva della società civile che ha portato all’adozione del trattato sopra menzionato.
Il divenire del genere umano dipende dal presente e da come i giovani avranno il coraggio di affrontare la realtà, senza lasciarsi piegare dalle avversità.
Martin Luther King ha detto: “Siamo sempre alla soglia di una nuova alba”.
Noi siamo convinti che la speranza e la volontà di costruire una nuova alba per l’umanità e per tutti gli esseri viventi della nostra Casa Comune, del nostro Pianeta Terra, non verranno mai meno.
Il problema dei rifugiati è incombente. Milioni di persone vedono la propria vita e la propria dignità violate dalle guerre e dai conflitti armati, dalla fame e dalle violenze sociali e strutturali. Dobbiamo essere solidali e aprire le braccia, la mente e il cuore ad ognuno di loro per cambiare la grave situazione in cui versano.
Il nostro messaggio ai giovani
Rivolgiamo questo Appello ai giovani del mondo affinché assumano con responsabilità il cammino della vita insieme ai loro popoli. Non dimenticate mai che ciò che si semina si raccoglie. La minaccia delle armi nucleari, l’incremento dei rifugiati, i fenomeni metereologici estremi causati dal riscaldamento globale, l’avarizia degli speculatori finanziari che aggravano la distanza tra ricchi e poveri rappresentano i principali problemi legati alla lotta sfrenata per la supremazia militare, politica ed economica, che offusca la nostra casa comune, il nostro pianeta Terra.
La smisurata ambizione di potere e ricchezza, che si traduce nell’affanno di ottenere tutto facilmente e rapidamente, è una tendenza preoccupante della società attuale.
La sapienza orientale ricorda che tale ottenebramento è provocato da tre impulsi negativi: l’avidità retta da un irreprimibile egoismo, l’odio e la stupidità che ci fa perdere il giusto cammino della nostra vita e della società.
Gandhi esortava le persone a giudicare le proprie parole e le proprie azioni, riflettendo sull’influenza che queste avrebbero esercitato sui più poveri e indifesi, senza dimenticare mai il loro volto. Lesse con grande interesse l’opera Unto this last del filosofo John Ruskin, il cui titolo era in armonia con il suo pensiero: ogni società deve svilupparsi soppesando il benessere dei più bisognosi, senza che nessuno venga lasciato indietro. Questa visione coincide con l’ideale umanistico del lemma “non lasciare indietro nessuno” che è tra gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (ODS) delle Nazioni Unite.
Il nostro messaggio alla Comunità Internazionale
Attraverso questo Appello congiunto vi chiediamo di sostenere delle azioni che fermino gli eccessi del progresso per ristabilire l’equilibrio tra l’essere umano e la Madre Terra.
Chiediamo che venga rafforzato il ruolo dei giovani attraverso l’educazione a una cittadinanza mondiale capace di costruire società inclusive.
Crediamo sia necessario implementare, in tutto il pianeta, fino al 2030, nuovi progetti destinati a formare una cittadinanza mondiale e sostenere i giovani per far sì che sviluppino le loro illimitate capacità.
Le principali azioni dovranno essere:
Promuovere una coscienza collettiva a partire dalla memoria della storia universale per far sì che non si ripetano le stesse tragedie.
Far comprendere che la Terra è la nostra Casa Comune, e nessuno deve essere escluso da essa a causa delle proprie differenze.
Favorire un indirizzo umano della politica e dell’economia e coltivare la saggezza per giungere a un futuro sostenibile.
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Per compiere questi obiettivi, i giovani dovranno unirsi tutti assieme e dovranno generare una forza d’azione dinamica che permetta loro di affrontare le sfide planetarie come la proibizione e l’eliminazione delle armi nucleari, la costruzione di una cultura dei diritti umani e la difesa della Madre Terra.
Tenere in alto la fiaccola dell’amicizia
Noi due abbiamo vissuto le tempeste delle guerre e le violenze del XX secolo. Queste esperienze hanno indirizzato i nostri continui sforzi per accrescere i legami di fraternità tra i popoli, superando ogni differenza etnica o religiosa.
Sentiamo quindi il bisogno di avvicinarci ai giovani del XXI secolo per affidargli il compito di tenere in alto la fiaccola dell’amicizia, di sostenere con coraggio l’unità nella differenza e incoraggiare la solidarietà tra i popoli.
Noi, Adolfo Pérez Esquivel e Daisaku Ikeda, riteniamo che, per le società contemporanee e future, sarà estremamente importante che i giovani si uniscano ed assumano l’impegno, insieme ai popoli, di difendere la dignità della vita, di combattere le ingiustizie, di condividere il cibo che nutre il corpo e lo spirito e la libertà, per inaugurare una nuova alba di speranza.
Se faranno questo, potranno costruire un prezioso patrimonio universale spirituale dell’umanità e un nuovo mondo giusto e solidale.

5 giugno 2018

Adolfo Pérez Esquivel e Daisaku Ikeda
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giov-appello-1Su Repubblica.it online

Parte da Roma un appello mondiale ai giovani: resilienza e speranza per una nuova era
L’invito lanciato dal Nobel per la Pace argentino Adolfo Pérez Esquivel e dal leader buddista giapponese Daisaku Ikeda

di MARIA CRISTINA FRADDOSIO

07 giugno 2018
Parte da Roma un appello mondiale ai giovani: resilienza e speranza per una nuova era.

giov-appello-2ROMA – “Ci rivolgiamo ai giovani del mondo affinché si uniscano per affrontare le importanti sfide dell’umanità e divengano costruttori della propria vita e della storia del nuovo millennio”. Inizia così l’appello alla resilienza e alla speranza, lanciato martedì 5 giugno presso la sede della Stampa Estera a Roma, dal Nobel per la Pace argentino Adolfo Pérez Esquivel e dal leader buddista giapponese Daisaku Ikeda, rappresentato da suo figlio Hiromasa. Un dialogo ininterrotto li lega da anni.

Buona parte delle loro riflessioni condivise sono racchiuse nel libro presentato lo scorso anno a Roma: “La forza della speranza – Riflessioni sulla pace e i diritti umani nel terzo millennio”. Sono tornati nella capitale per rivolgersi ai giovani di tutto il mondo, passando loro il testimone “affinché assumano con responsabilità il cammino della vita insieme ai loro popoli”. Lo hanno reso noto durante la conferenza stampa e, ieri, durante l’incontro presso l’Ex Dogana a cui hanno partecipato circa mille giovani provenienti da numerose associazioni religiose e laiche della capitale. “La minaccia delle armi nucleari, l’incremento dei rifugiati, i fenomeni metereologici estremi causati dal riscaldamento globale, l’avarizia degli speculatori finanziari che aggravano la distanza tra ricchi e poveri” – si legge nel documento – “rappresentano i principali problemi legati alla lotta sfrenata per la supremazia militare, politica ed economica, che offusca la nostra casa comune, il nostro pianeta Terra”.

Il Nobel argentino. “Il mondo è in una fase di retrocessione. Dobbiamo far camminare la parola”, ha dichiarato Adolfo Pérez Esquivel, ottantasette anni, in prima linea nella difesa dei diritti umani attraverso il Servicio Paz y Justicia dell’America Latina e da sempre al fianco dei familiari dei desaparecidos. Lui stesso, incarcerato nel 1977 a Buenos Aires, si è salvato in extremis rischiando di essere lanciato da un aereo nel Río de la Plata. “I giovani non sono il futuro – ha aggiunto il Nobel argentino – sono il presente. Non vogliamo giovani addomesticati. Siate ribelli”. Duro l’attacco contro l’economia speculativa: “Milioni di rifugiati necessitano che Europa e Stati Uniti, i paesi più ricchi, li accolgano e li abbraccino perché sono nostri fratelli”. Nel passaggio del testimone sono state anche rese note le azioni da compiere: conservare la memoria, lavorare per sostenere l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, sradicare le differenze tra paesi, etnie, religioni e culture, promuovere una coscienza collettiva, comprendere che la Terra è la nostra Casa Comune e favorire un indirizzo umano della politica e dell’economia.

Il leader buddista mondiale. Ricordando il ruolo dei giovani nella campagna di sensibilizzazione per un mondo libero dalle armi nucleari, coronato con il Nobel a ICAN nel 2017, e l’incontro dello scorso anno in Vaticano organizzato da Papa Francesco, Hiromasa Ikeda ha detto: “Mio padre quest’anno ha compiuto novant’anni e desidera trasmettere qualcosa di spirituale ai giovani. Osservando le antiche rovine ha preso una decisione in cuor suo, che questo spirito in difesa della vita possa continuare in eterno”. Daisaku Ikeda, presidente dell’istituto buddista Soka Gakkai Internazionale che conta 12 milioni di membri in 192 paesi, è da anni impegnato nella promozione su scala mondiale della cultura, della pace e dell’educazione. Uno dei suoi motti – ha ricordato suo figlio – è che “per realizzare una nuova era, sono necessarie la forza e la passione dei giovani”. “Sono convinto” – ha aggiunto – “che il significato di questo appello emergerà in futuro”.

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Da Roma parte una nuova era. Mille i giovani che hanno preso parte all’incontro con i due grandi promotori di pace del nostro secolo. Tante anche le associazioni religiose presenti. Roma, per due giorni, è stata la protagonista indiscussa di un movimento che ambisce a unire i giovani del pianeta per costruire una nuova era. “Centro del mondo sin dall’antichità” - ha detto Hiromasa Ikeda – “il valore di Roma non è solo nei reperti archeologici, ma anche nelle nuove generazioni che vivono qui e che stanno costruendo una nuova cultura e una nuova filosofia. Per questo è il luogo giusto per lanciare il nostro appello”. Due giovani romani, Paloma studentessa e Jacopo musicista, hanno risposto all’appello in rappresentanza dei coetanei di tutto il mondo. “Siate i protagonisti della vostra vita”, ha detto loro Pérez Esquivel, impegnandosi assieme a Daisaku Ikeda a continuare a camminare al loro fianco.
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L’Appello dei Premi Nobel per un mondo libero dalle armi
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E ora tutti irridono all’ibridismo della nuova maggioranza, evocano Frankenstein, dicono che c’è contraddizione come tra il diavolo e l’acqua santa e che il “contratto” ha unito due contrari: la paura che chiede sicurezza e il sogno che chiede pane diritti e vita. Ma l’Italia di oggi è proprio l’unione di questi due contrari. C’è il Nord produttivo, e al di là di esso l’Italia che ce l’ha fatta, che ha paura di perdere quel tanto o poco che è riuscita a conseguire, e chiede rassicurazione e difesa; e c’è un Sud dell’eterna questione meridionale, e con esso l’Italia povera e derelitta che nonostante tutto coltiva un sogno, tanto sconfitto finora da apparire ingenuo, il sogno che se ne può uscire, che si può fare giustizia, che il popolo infine avrà ragione.

bimbo con teschio
SOGNO E PAURA
ranierolavalle-fbdi Raniero La Valle

Quando martedì scorso 5 giugno sono andato al Senato per ascoltare il discorso programmatico di Conte (che c’era davvero, non era inesistente come lo schernivano commentatori e avversari), ho incontrato nella grande sala che al Senato funge da Transatlantico un vecchio democristiano che, desolato, mi ha detto: “Abbiamo distrutto tutto”, per dire che la classe politica della vecchia DC e del vecchio PCI (per non parlare degli altri) era stata capace di distruggere tutto quello che si era costruito nella cosiddetta prima Repubblica, così da lasciare ora il potere a quella nuova maggioranza che egli deprecava.
Questa lucida ma infeconda disperazione di un autorevole parlamentare del tempo mi ha fatto ricordare una lungimirante invettiva di Fanfani, che era un segretario della DC prepotente ma molto intelligente. Quanto alla prepotenza, ricordo che quando stava a piazza del Gesù egli era solito chiamare il vicesegretario Mariano Rumor, che lavorava nella stanza accanto, col campanello, come allora si faceva con i camerieri. Molto più tardi, quando era presidente del Senato, siccome io mi prendevo un po’ di tempo per spiegare come nel Vangelo Gesù non scrivesse sulla pietra ma col dito sulla sabbia per significare la precarietà della legge che condannava a morte l’adultera, e che quindi anche noi potevamo cambiare la legislazione che infieriva sulle donne per l’aborto, si appellò al regolamento per richiamarmi al tempo scaduto e togliermi la parola, cosa che allora non si faceva mai. Ma, quanto alla intelligenza, egli capì subito nel 1974 che il voto popolare contro l’abrogazione della legge sul divorzio segnava la fine della DC come regime, e rientrando a piazza Sturzo dove lo attendeva una piccola folla ostile, se ne uscì nella profetica invettiva: “Rimpiangerete la Democrazia Cristiana”.
Tutto poi è puntualmente avvenuto. I democristiani hanno distrutto la DC con la sua mediazione interclassista, e i comunisti hanno distrutto il PCI e con esso il pensiero stesso capace di pensare nel tempo forme di sinistra. Ma col pretesto che le ideologie erano finite, nessuno ne ha elaborato di nuove; e così non c’è stato spazio altro che per il rimpianto. Il Partito Democratico, nelle sue successiva variazioni, è stato questo rimpianto, perché ha creduto di poter continuare la DC senza un pensare cristiano, e di rifare il PCI senza pensare il dolore e l’ingiustizia di classe. Due ceti dirigenti, nessuna cultura. E così anche i democratici, come i loro antecessori, hanno distrutto il loro partito; eppure serviva. Adesso, fatto il disastro, i nuovi dirigenti non riescono a dire altro se non che le ragioni per cui il PD fu fondato sono più che mai valide, e perciò si deve ricominciare come prima: e ciò allo scopo di comporre gli interessi diversi, al modo del vecchio interclassismo, e prendere voti a destra ed a manca. Ma come possono farlo se alla Camera vanno su tutte le furie quando sentono parlare del popolo, e hanno alle spalle un PD renziano che non ha fatto che mettersi contro le parti sociali, mortificare i sindacati, e affermare la autodichia e il solipsismo del proprio volere? Troppo tardi per rimediare, meglio andare all’estero a raccontare come si fa.
E ora tutti irridono all’ibridismo della nuova maggioranza, evocano Frankenstein, dicono che c’è contraddizione come tra il diavolo e l’acqua santa e che il “contratto” ha unito due contrari: la paura che chiede sicurezza e il sogno che chiede pane diritti e vita. Ma l’Italia di oggi è proprio l’unione di questi due contrari. C’è il Nord produttivo, e al di là di esso l’Italia che ce l’ha fatta, che ha paura di perdere quel tanto o poco che è riuscita a conseguire, e chiede rassicurazione e difesa; e c’è un Sud dell’eterna questione meridionale, e con esso l’Italia povera e derelitta che nonostante tutto coltiva un sogno, tanto sconfitto finora da apparire ingenuo, il sogno che se ne può uscire, che si può fare giustizia, che il popolo infine avrà ragione.
Non è facile che si riesca a farcela, perché tutto il sistema è sul piede di guerra (la NATO ha già protestato) e tutto il vecchio che ha perduto il potere vuole distruggere il sogno. Ma anche l’Italia della paura ha paura del sogno; essa, che al di là delle apparenze è contigua e alleata alle minoranze sconfitte, può finire per trovare più rassicurante rompere col sogno e ricadere nelle braccia dei vecchi poteri. Perciò i Cinque Stelle sono in pericolo, forse prossima vittima sacrificale; c’è un’aria di unanimità violenta contro di loro. Mai in vent’anni di vita parlamentare avevo assistito a un dibattito sulla fiducia così scortese e carico di astio e di violenza. Questo mi sembra, nel profondo, il dramma culturale, prima che politico, che stiamo vivendo.
Paura e sogno, è vero, sono in tensione se non in contrasto tra loro. Ma questa è l’Italia, anzi questa è la vita. Per tutti, sempre, è così. La speranza, e il cimento, personale e politico, sono che il sogno vinca sulla paura, e non solo uno specifico sogno, ma si salvi la possibilità stessa di sognare, di sapere e volere che il mondo “inequo”, come lo chiama papa Francesco, si possa cambiare.
Raniero La Valle.

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Il grassetto è di Aladinews

Peace Boat con gli Hibakusha a Cagliari il 9 giugno 2018

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Oggi chiediamo STOP ALLE ARMI NUCLEARI!

DOCUMENTO delle Associazioni Sarde

Un anno fa abbiamo accolto gli Hibakusha che, per la prima volta, sono approdati in Sardegna con la Peace Boat, che dal 2008 solca i mari del mondo. Fu una giornata di approfondimenti sui rischi del nucleare, ma anche di festa. Quest’anno ci hanno proposto il ritorno: siamo ancora onorati di accoglierli e di sostenere la loro battaglia nella consapevolezza che l’uso militare che viene fatto della nostra terra ci avvicina forse più di qualunque altra ai bisogni e all’impegno di cui gli Hibakusha sono portatori.
Il documento che predisponemmo l’anno scorso mantiene purtroppo tutta la sua attualità: perciò rimandiamo ad esso, che alleghiamo a questa nota, nella quale intendiamo fare solo un aggiornamento sui fatti rilevanti intercorsi nell’ultimo anno.
Il fatto più significativo è stato il riconoscimento, da parte dell’Accademia svedese ai primi di ottobre 2017, a ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear weapons) del Nobel per la pace “per aver attirato l’attenzione sulle catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsiasi uso delle armi nucleari e per i suoi sforzi innovativi per il divieto di tali armi”. Riconoscimento che premia un’associazione nata appena 10 anni prima, ma che oggi è formata da circa 500 gruppi ed associazioni e che ha saputo in poco tempo rilanciare l’attenzione dell’ONU e del mondo intero sul pericolo nucleare. Il Nobel corona il lavoro fatto in questi anni: parte importante di esso è stata e continua ad essere l’attività alle Nazioni Unite che nel 2016 si concretizzò nella risoluzione che chiedeva all’Assemblea Generale di approvare una conferenza di Stati per adottare uno strumento giuridicamente vincolante per la messa al bando e lo smantellamento delle armi nucleari.
In quella occasione, era il 27 ottobre 2016, l’Italia votò contro e da lì prese le mosse, su iniziativa della Rete Italiana per il Disarmo e di SenzAtomica, la Campagna “Italia, ripensaci”. Questa campagna è coordinata con quella che viene condotta in altri Paesi europei come Belgio, Germania e Olanda, che vivono gli stessi problemi dell’Italia, in quanto anch’essi membri della NATO ospitanti testate nucleari USA.
Il Trattato sul Divieto delle Armi Nucleari è stato approvato il 7 luglio 2017 dall’Assemblea Generale delle Nazione Unite, con 122 Stati a favore, ed è stato aperto alla firma il 20 settembre successivo.
La Campagna “Italia, ripensaci” può essere sostenuta dai singoli compilando ed indirizzando al Governo le cartoline predisposte con la campagna stessa, che saranno disponibili anche nell’incontro pubblico al Seminario di Cagliari il 9 giugno. La Campagna si rivolge anche alle amministrazioni locali affinché partecipino ad invitare il Governo a ripensarci ed approvare la messa al bando delle armi nucleari: una proposta di questo tipo è stata inoltrata anche al Consiglio comunale di Cagliari che ha predisposto in tal senso un ordine del giorno che dovrebbe essere approvato a breve. Ricordiamo che il sindaco di Cagliari e l’amministrazione comunale hanno già aderito, nel 2014, alla Campagna Mayors for Peace-Sindaci per la Pace, presieduta dal sindaco di Hiroshima con analogo scopo.
Per noi è fondamentale il coinvolgimento dei giovani in questa Campagna: per questo, fra gli incontri previsti il 9 giugno, ce n’è uno con gli studenti e più esattamente con l’ITIS “Scano” di Monserrato che incontreranno Lisa Clark, co-presidente dell’International Peace Bureau e coordinatrice per il disarmo nucleare di Rete Disarmo, che fa parte di ICAN, e Daniele Santi rappresentante di SenzAtomica.

Cagliari 30.05.2017

Il Comitato Organizzatore di Peace Boat a Cagliari il 9 giugno 2018: Tavola Sarda per la Pace, Movimento Nonviolento, ANPI, CSS, Rete Radiè Resch Cagliari, Comitato Riconversione RWM, ITIS “Scano” di Monserrato.
Con il patrocinio della Città Metropolitana di Cagliari
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DIBATTITO.

salvimaioLa difficile opposizione al nuovo governo giallo-verde
di Gianni Del Panta su La Città invisibile 4 giugno 2018
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Il cammino è stato certamente difficoltoso. Anche burrascoso in alcuni passaggi. Alla fine però, il primo governo di coalizione tra il Movimento 5 Stelle (M5S) e la Lega è diventato realtà.

Rispetto a tale esecutivo, come crediamo che tutte le forze di sinistra dovrebbero fare, ci poniamo strenuamente all’opposizione. Lo facciamo nella piena convinzione che il governo appena partorito si trovi su posizioni di destra, securitarie e palesemente anti-sociali. Lo facciamo, ancor di più, nella convinzione che le misure e le leggi che verranno varate dall’esecutivo giallo-verde saranno del tenore sopradescritto.

Eppure, quello che sembra un compito apparentemente facile – contestare l’operato di un siffatto governo – nasconde numerose insidie. Due su tutte sembrano di particolare rilevanza. Anche e soprattutto per la simbiosi che lega l’una all’altra.

Per prima cosa, il panorama dell’opposizione è insolitamente e paradossalmente governativo. Senza scomodare paragoni storici, la situazione è anomala. Questo fornisce, in prima battuta, un’insolita potenza di fuoco ai critici del governo. Accanto alle forze politiche ‘governative di opposizione’ si trova, infatti, un potente apparato mediatico che, pressoché unanime, manifesta aperta ostilità al nuovo esecutivo.

L’aspetto problematico è che tale opposizione sarà di natura liberale, liberista e favorevole allo status-quo in Europa. Detto più semplicemente, sarà la voce dei settori più rilevanti della borghesia italiana con la fondata capacità di esercitare una forte presa egemonica sulle classi medie urbane istruite. Il quotidiano la Repubblica e la sua linea editoriale negli ultimi giorni sono un buon esempio al riguardo. Dopo averci ricordato con grande enfasi le perplessità che Confindustria ha espresso sul contratto che M5S e Lega hanno siglato, il quotidiano fondato da Scalfari non ha lasciato passare giorno senza l’allarmante notizia del rialzo dello spread in testa ai titoli di apertura.

Da una simile compagnia di viaggio non abbiamo molto da guadagnare. Da un lato, contestualizza l’opposizione al governo all’interno di una cornice di senso a noi avversa, correndo anche il rischio, in caso di relativo successo, di riportare in funzione meramente passiva alcuni settori popolari al vecchio ovile del Partito Democratico. Dall’altro, fornisce ai giallo-verdi una potente batteria di argomentazioni per accreditarsi come i paladini del proverbiale uomo della strada vessato e deriso per lunghi anni da quello stesso establishment che, divenuto opposizione, sembra improvvisamente accorgersi che la situazione del paese è decisamente peggiore di quanto immaginato fino al 4 marzo.

Proprio qui, incontriamo la seconda insidia al maturare di un’efficace opposizione di sinistra. Per quanto si possa discutere, qualora si ritenga lo sforzo meritevole, la natura populista o meno dei due partner di governo, quello che sembra difficilmente contestabile è il loro essere popolari. Nel senso di aver ottenuto un consenso che per quanto interclassista non manca di abbracciare i settori meno abbienti della società. Sembra quindi scontato il serio rischio che corriamo: attirarsi le antipatie, in quanto critici del governo che hanno votato, di quanti vorremmo nei nostri ranghi. La concreta possibilità, come abbiamo visto prima, che l’opposizione si articoli lungo le linee del rispetto dei parametri europei, della tenuta in ordine dei conti e della galanteria istituzionale amplifica ovviamente questo pericolo.

In questa prospettiva può anche suonare ingiusta l’etichetta di anti-sociale che abbiamo affibbiato al nuovo governo. Dopo tutto – si potrebbe argomentare – come definire in tal senso un contratto che prevede una forte spesa a deficit e una serie di punti – pensiamo, ad esempio, alla ri-pubblicizzazione del settore idrico oppure all’impropriamente chiamato reddito di cittadinanza – che suonano chiaramente come tematiche di sinistra? Nonostante tutto, viene da dire ai molti, non vi pare che il nuovo governo sia meno anti-sociale di quelli che lo hanno preceduto?

Ci sembra che tutte queste domande siano ben poste, cogliendo dopo tutto un elemento che è innegabile. Ovvero, il Partito Democratico è stato e rimane l’espressione politica più pura della borghesia italiana nel corso dell’intera storia repubblicana. Niente è perciò così anti-sociale quanto lo sono i democratici. Questo da solo non basta però per accreditare come non anti-sociale il governo giallo-verde. L’esecutivo guidato dal professor Conte fallirà nel produrre una sensibile rottura con il passato – cosa peraltro neanche voluta in termini reali – e capitolerà su (quasi) tutta la parte sociale del proprio programma, applicandone solo alcuni elementi di contorno. Questo avverrà per la natura e gli interessi reali di cui sono espressione i due partiti di governo. Inoltre, quanto più il tentativo di rendere effettivo il contratto diverrà impossibile tanto più M5S e Lega ricorreranno all’adozione di misure propagandistiche ed effimere.

Detto altrimenti, nei prossimi mesi vivremo la contraddizione che mentre governo e (gran parte) dell’opposizione sono nient’altro che due diverse facce dello stesso mostro liberista, la seconda muoverà da posizioni liberali e rigorismo economico lasciando all’esecutivo l’arma della becera demagogia. A ruoli invertiti – nel senso che, come sembra maggiormente logico, il rigorismo governava e la demagogia faceva opposizione – è pressappoco lo stesso scenario che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni.

Visto che vorremmo una conclusione meno deludente, cosa dobbiamo fare?

Pensiamo che ci siano tre importanti passi da seguire. Per prima cosa, qualora il nuovo esecutivo dovesse riuscire a dar vita a provvedimenti di natura progressista in campo sociale – penso, ad esempio, all’abrogazione della legge Fornero – la nostra posizione dovrà essere quella di pungolo da sinistra, mostrando che è stato fatto meno di quanto promesso, che si sarebbe potuto osare decisamente di più, oppure che numerose ingiustizie rimangono irrisolte. Avendo cura, soprattutto, di non accodarsi a chi si oppone a tali misure con argomentazioni di destra – mettono a rischio i conti, contribuiscono ad innalzare il livello dello spread, o anche non sono sostenibili in termini finanziari.

In seconda battuta, e questo ci sembra il punto più importante, ogni misura anti-sociale varata dal governo dovrà essere attaccata frontalmente lungo le coordinate di classe. Quello che potrebbe costituire un buon terreno di scontro è la flat tax. Ci convergeranno in molti, crediamo. Ma il campo di gioco – quello della giustizia sociale – è il nostro manto erboso preferito. Infine, e questo è l’elemento più problematico, la stretta sull’immigrazione che, almeno a parole e gesti simbolici, la Lega vorrà mettere a proprio bilancio rischia di contestualizzare il dibattito su linee per noi complicate. Non importa quello che pensiamo individualmente della materia. Il punto di partenza reale è che – piaccia o meno – un fortissimo consenso anti-immigrati esiste tra i lavoratori. Allo stato attuale non è pensabile che tale situazione venga modificata da una campagna di solidarietà a favore dei nuovi arrivati. Chi vorrà vivere in una società meno razzista dovrà prima accreditarsi come forza credibile tra chi si vive le problematicità connesse al fenomeno. L’anti-razzismo senza anti-capitalismo è, dopo tutto, mero perbenismo individualista delle classi medie. Proprio quello che ha contribuito, tra le altre cose, alla scomparsa della sinistra.

*GIANNI DEL PANTA
Gianni Dal Panta, studioso e attivista politico, è dottorando all’università di Siena, dove si occupa della persistenza dei regimi autoritari nel mondo arabo.

Ospedale “San Giovanni di Dio” di Cagliari: quale destinazione?

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lampadadialadmicromicro132Nel recente incontro promosso dal Comitato per la salvaguardia del San Giovanni di Dio il prof. Andrea Loviselli, docente della Facoltà di Medicina dell’Università di Cagliari, ha prospettato per la Struttura un utilizzo ottimale come “Casa della Salute”, coerente evoluzione della situazione esistente, rispondente alle esigenze della popolazione del centro storico e non solo. Abbiamo allora richiesto al dott. Antonello Murgia, medico ed esperto di politiche sanitarie, un parere sulla proposta avanzata dal prof. Loviselli sulla base di una illustrazione degli interventi sanitari sul territorio previsti dalla vigente normativa e dal Piano sanitario regionale. Il dott. Murgia ci ha prontamente inviato il seguente articolo che in estrema sintesi, ma con esemplare chiarezza, ci informa sull’argomento e, di più, aderendo alla proposta del prof. Loviselli, propone un “percorso” attuativo della trasformazione del San Giovanni di Dio in Casa della Salute o, auspicabilmente più avanti, in Ospedale di Comunità. Torneremo presto sull’intera questione, anche per gli aspetti di altra natura, strettamente connessi: piano complessivo di risanamento/ristrutturazione del Complesso San Giovanni di Dio, idee su un utilizzo differenziato, ma compatibile con la realizzazione della Casa della Salute, finanziamento del tutto (fondi europei, fondi delle fondazioni ex bancarie, fondi regionali, fondi di partecipazione dei privati, etc.), costituzione di un’apposita “fondazione di partecipazione” per la gestione (in analogia a quanto realizzato a Firenze). Dunque, a presto (f.m.).
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Ospedale “S. Giovanni di Dio” di Cagliari: quale destinazione?
di Antonello Murgia
E’ da qualche decennio che si teorizza la necessità di superare l’ospedalocentrismo e di avvicinare la sanità ai cittadini, spostando il fulcro dell’intervento sanitario sul territorio. Per fare questo occorre organizzare sul territorio stesso quelle strutture che forniscano ai cittadini l’assistenza che non necessita di ricovero ospedaliero e che sarebbe complicato o comunque svantaggioso erogare a domicilio. Questo filtro si compone di più voci le più importanti delle quali sono la Casa della salute, l’ospedale di comunità, il poliambulatorio, l’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata).
La Casa della Salute (CdS) è l’elemento più interessante di una sanità basata sulla centralità del territorio, sia perché ha l’ambizione di riunire nello stesso luogo le attività sociali e sanitarie e, fra queste, le cure primarie, la prevenzione, la riabilitazione, sia perché può includere una parte degli altri servizi che fanno da filtro fra territorio e ospedale. Ne sono state individuate 3 tipologie: la piccola, la media e la grande.
La CdS piccola comprende l’ambulatorio infermieristico e quello di medicina generale, la continuità assistenziale di 12 ore, l’ambulatorio specialistico, l’assistenza sociale, l’accoglienza/punto informativo e il CUP (Centro Unico di Prenotazione).
Nella CdS media, in più, sono contemplati gli ambulatori della medicina di gruppo, l’ambulatorio pediatrico, quello ostetrico, il servizio di guardia medica, il punto prelievi, attività specialistiche ambulatoriali, servizio di ecografia, il coordinamento dell’ADI, le vaccinazioni e le certificazioni ai fini della prevenzione.
La CdS grande prevede, oltre a quanto previsto in quella media, la radiologia non contrastografica, la riabilitazione funzionale, il consultorio familiare/pediatrico di comunità, il CSM (Centro di Salute Mentale), il Servizio di Neuropsichiatria infantile e dell’età evolutiva, il SerT (Servizio per le Tossicodipendenze). Vi vengono inoltre programmati interventi di screening della popolazione: pap-test, mammografie, diagnosi precoce delle neoplasie del colon-retto, etc. Devono inoltre esservi previste delle sale riunioni, sia per gli operatori che per incontri con la popolazione.
L’Ospedale di Comunità (O.d.C.) costituisce anch’esso un’innovazione molto interessante, sia per gli operatori che per i cittadini. La sua funzione è quella di assistere i pazienti che presentano problemi che non hanno bisogno di ricovero ospedaliero, ma che non possono essere assistiti adeguatamente a domicilio per inadeguatezza del domicilio stesso o per la necessità di controllo infermieristico continuativo. Ricovera pazienti che presentano malattie soprattutto croniche, ma anche acute, provenienti sia dall’ospedale che da casa, che necessitano di interventi a bassa intensità clinica. Per risultare economicamente vantaggioso anche nel breve periodo, l’OdC non deve essere realizzato ex novo, ma deve derivare dalla riconversione di posti letto e di strutture già esistenti e non più necessari. La direzione, e questo è uno degli elementi più innovativi, è del medico di medicina generale (pediatra di libera scelta nel caso di O.d.C. pediatrico), venendo così incontro alla preoccupazione di impiegatizzazione/burocratizzazione lamentata da tale categoria, mentre la gestione è dell’infermiere professionale. Il Direttore del Distretto ha invece la responsabilità igienico-organizzativa e gestionale complessiva. Il funzionamento prevede di giorno l’attivazione del responsabile clinico, mentre di notte e nei festivi le necessità di intervento medico verranno coperte dal servizio di continuità assistenziale. Alle emergenze provvede il Sistema di Emergenza-Urgenza territoriale. Il modulo tipo dell’OdC è costituito da un reparto di 15-20 letti. E’ importante sottolineare che l’OdC non rappresenta una alternativa a forme di residenzialità già esistenti (RSA), che hanno il compito di assistere un’altra tipologia di destinatario e con altro tipo di risorse.
E’ un’attività che necessita di una preparazione accurata e, ritengo, di una cultura adeguata, non essendo la centralità del territorio ancora entrata a sufficienza nella mentalità della nostra dirigenza sanitaria regionale, sia come amministratori che come operatori, ma è molto interessante perché può consentire di fornire assistenza a persone fragili e/o con domicilio inadeguato, minimizzando il rischio di istituzionalizzazione e di allontanamento dei soggetti dal loro ambiente e riducendo contemporaneamente i costi economici a carico del Servizio Sanitario ed i costi sociali, che per lo più sono a carico delle famiglie.
I primi esperimenti di OdC risalgono ormai a 20 anni fa in Emilia Romagna per cui ci sono esperienze consolidate cui fare riferimento per implementare al meglio questo tipo di attività anche in Sardegna e in particolare a Cagliari ove non manca la disponibilità degli spazi necessari.
Dati i requisiti richiesti, l’Ospedale S. Giovanni di Dio si presterebbe ottimamente a questo scopo e non necessiterebbe di adattamenti costosi; l’apertura di tale attività si tradurrebbe, in poco tempo, in una sanità più vicina ai cittadini e con costi più contenuti rispetto al modello ospedalocentrico. E’ altrettanto evidente che la cosa non possa essere impiantata dall’oggi al domani e che necessiti di una preparazione accurata, ma va tenuta presente la sua sinergia con la Casa della salute: in entrambi i casi, infatti, risultano centrali il ruolo del medico di medicina generale e di diverse altre figure come l’infermiere professionale (che nell’OdC ricoprirebbe un ruolo di responsabilità in prima persona della gestione di una struttura di ricovero e cura cui è evidente che aspiri e che trovo giusto ricopra in un sistema sanitario moderno), il terapista della riabilitazione, l’assistente sociale, etc. Questo modello di intervento è importante anche per impedire/ritardare quelle disabilità che portano alla non autosufficienza, responsabile di una quota rilevante della crescente spesa sanitaria degli ultrasessantacinquenni. Ritengo che un progetto realistico potrebbe prevedere l’apertura a scadenza abbastanza breve di una Casa della Salute media, con la prospettiva di farla diventare di più grande dimensione man mano che l’attività si consolida, favorendo il lavoro d’equipe e multidisciplinare dei medici e aggiungendo gradatamente i vari servizi che contraddistinguono la CdS grande (radiologia, ADI, SerT, servizi di screening per le malattie a maggiore incidenza, eventualmente il CSM attualmente sistemato in strutture a sé stanti, etc.). Anche il poliambulatorio di v.le Trieste sul quale circolano voci di chiusura, potrebbe, con le relative professionalità, trasferirsi nella CdS al S. Giovanni di Dio. Insomma, il vecchio e glorioso ospedale cittadino potrebbe essere convertito in una struttura moderna che offra prestazioni che avvicinano la sanità ai cittadini, per giunta ad un costo più basso rispetto al modello che stiamo con qualche fatica cercando di superare.
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DIBATTITO. Alla politica torni il pensiero.

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SOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » POLITICA
Primo governo senza più tradizioni. Una storia tutta da fare
di Gianfranco Marcelli.

Avvenire, 3 giugno 2018, ripreso da eddyburg. Interessanti e utili osservazioni sull’apparente assenza di riferimenti culturali del nuovo governo: un articolo critico, ma concluso da una speranza che è un’evidente illusione. Con commento, (e.s.)
Comprensibile e apprezzabile la speranza che la Costituzione del 1948 costituisca il punto di riferimento, addirittura la «architrave», del governo giallo-verde affidato al professor Conte, sotto stretta vigilanza dei due cagnacci Salvini e Di Maio. Credo però che si possa già affermare che non è una speranza, ma un’illusione. Lo dimostrano le parole scritte e gli atti annunciati, e in parte già effettuato dal governo Conte e dai suoi membri.
Basta pensare alla flat tax e alla somma di effetti perversi che essa genererà nel rapporto tra i ricchi e i poveri: si ridurrà l’apporto dagli introiti fiscali allo Stato commisurata all’entità dei reddito (più sei ricco più alta è la percentuale del tuo reddito che versi alla cassa comune), e bisognerà compensarlo aumentando l’Iva (che è l’imposta che tutti pagano, e che quindi incide più sui poveri che sui ricchi. E se la somma della flat tax e dell’iva sarà inferiore a quello attuale (come è previsto) diminuirà l’apporto dello Stato al welfare, e quindi la salute, l’assistenza, la scuola e l’università, i trasporti collettivi e gli altri servizi pubblici dovranno essere pagati dai singoli utenti, attingendo ai loro redditi, tutto ciò in palese contrasto con l’articolo 38 della Costituzione.

Nell’articolo su Avvenire (che pubblichiamo sotto il nostro commento) Marcelli scrive: «chi si interroga sulle radici di questo governo dovrebbe domandarsi quanto ha influito sull’approdo odierno, prima la dissoluzione di «quei partiti ‘tradizionali’ indeboliti sì dalla svolta del 1989, ma poi travolti dalla loro degenerazione in camarille di potere e in élites distinte e distanti dalla gente e, dunque, incuranti del Bene comune». E’ giusto e vero, ma diciamolo chiaramente: la vecchia politica era ridotta in un ammasso di rifiuti. Ma sembra che oggi da quei rifiuti non nascano fiori, ma vermi. A noi i vermi non piacciono affatto (e.s.)

Avvenire, 3 giugno 2018
Primo governo senza più tradizioni. Una storia tutta da fare
di Gianfranco Marcelli

Soltanto i fatti sapranno dirci se quello che ha giurato l’altro ieri al Quirinale sarà davvero per l’Italia un “governo del cambiamento”. Fin d’ora invece si può affermare che questo è senz’altro l’esecutivo della storia repubblicana meno legato alle culture politiche che per oltre settant’anni hanno dominato la scena nazionale. Fino a Paolo Gentiloni, infatti, come anche prima nelle compagini a guida berlusconiana o ulivista-democratica, non mancavano mai esponenti che provenivano dai grandi filoni tradizionali della prima Repubblica: democristiani, socialisti, liberali, comunisti, destra post-fascista. Tutti raccolti sotto etichette in qualche modo aggiornate o rivisitate dopo il crollo del muro di Berlino, ma pur sempre ancorate, spesso negli stessi simboli elettorali, alle radici originarie.

Pure la Lega di Matteo Salvini, che nominalmente calca il palcoscenico da più di trent’anni e che alle urne del 4 marzo rappresentava la più vecchia “sigla” del panorama elettorale, è oggi lontana anni luce dal manipolo ultra nordista e secessionista guidato dal senatur Umberto Bossi, rimasto a lungo attivo solo entro un perimetro territoriale ben circoscritto. Siamo insomma di fronte, perfino dal punto di vista anagrafico vista l’età media dei componenti, al primo governo “post-partitico” della nostra vicenda politica, senza con ciò voler esprimere in partenza un giudizio positivo o negativo.

Anche i consueti spartiacque fra destra, centro e sinistra, nel caso del governo Conte, vanno ripensati. Le analisi più accurate dei flussi elettorali, che tre mesi fa hanno causato il successo dei “gialli” e l’avanzata dei “verdi”, dimostrano che le provenienze dei loro consensi, specie a proposito dei 5Stelle, sono le più disparate. I voti sono cioè arrivati da ogni direzione e l’identikit finale dell’esecutivo, almeno come base elettorale che lo sostiene, non è facilmente definibile. In altri tempi, poi, si sarebbe parlato quasi di “governissimo”, non tanto per l’ampiezza della maggioranza parlamentare – di fatto appena sufficiente – quanto per la distanza programmatica abissale che separava gli alleati odierni prima di firmare l’ormai celebre contratto. Saranno perciò le scelte concrete a qualificarne meglio l’orientamento.

È comprensibile che in molti osservatori l’assenza di riferimenti ideali chiari, il profilo culturale indistinto e piuttosto confuso del neonato esecutivo, possano destare sconcerto e inquietudine.

Chi ha vissuto o è cresciuto nel culto dell’ispirazione popolare o democratico-cristiana, non può certo sentirsi tranquillizzato dalle episodiche citazioni degasperiane di Luigi Di Maio. E chi oggi nutre nostalgia dell’austera leadership berlingueriana ascolterà con raccapriccio le semplificazioni populiste di Matteo Salvini.

C’è dunque un giustificato interrogativo su dove un governo dal Dna culturale imprecisabile, o comunque ‘a bassa intensità’, possa condurre il Paese. Quanti però agitano tale incognita dovrebbero domandarsi anche quanto ha influito sull’approdo odierno, prima l’appannarsi, e poi il vero e proprio rinnegamento dei modelli oggi rimpianti, da parte di chi ne ha incarnato nel tempo la realizzazione. Al punto da cancellarne nella gran parte dell’opinione pubblica la memoria e il desiderio di coltivarne l’eredità, proprio attraverso quei partiti ‘tradizionali’ indeboliti sì dalla svolta del 1989, ma poi travolti dalla loro degenerazione in camarille di potere e in élites distinte e distanti dalla gente e, dunque, incuranti del Bene comune.

Ma se davvero è scoccata oggi l’ora del pragmatismo, come la genesi e l’esito del patto di maggioranza dimostrano e come le prime battute del nuovo premier confermano («Ora passiamo ai fatti»), sarà bene prestare molta attenzione al modo in cui il primo esecutivo della XVIII Legislatura saprà declinarlo. Perché anche nel fare i conti con la realtà o la verità ‘effettuale’ (sembra, a proposito, che in M5S ci siano appassionati cultori di Machiavelli) si possono seguire criteri più o meno nobili.

Tra tutti i criteri possibili, il più utile e il più adatto alle circostanze storiche e geopolitiche nella quali si muoveranno il professor Conte e la sua squadra è di sicuro quello dell’umiltà, implicitamente richiamata da Sergio Mattarella nel suo messaggio di ieri per il 2 Giugno, quando ha ricordato che l’Italia repubblicana ha una storia e una collocazione internazionale chiari, sorretti dall’«architrave» della nostra Costituzione. Umiltà, dunque, che è poi l’approccio non solo più consono a un sano realismo, ma anche il più etico.

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Il populismo senza popolo al potere
di Marco Revelli

il manifesto, 2 giugno 2018, ripreso da eddyburg. Ancora largamente incompresi riferimenti ideologici degli elettori del terzo millennio. Per comprendere è utile partire dalle cause (m.p.r.)

«Disordine nuovo» titolava il manifesto del 29 maggio scorso. E fotografava perfettamente il carattere del tutto inedito del caos istituzionale e politico andato in scena allora sull’«irto colle» e diffusosi in un amen urbi et orbi. Ma quell’espressione va al di là dell’istantanea, e non perde certo attualità per la nascita del governo Conte.

Con la sua doppia allusione storica (all’ordinovismo neofascista ma anche all’originario Ordine Nuovo gramsciano) ci spinge anzi a riflettere da una parte sul potenziale dirompente del voto del 4 marzo, reso assai visibile ora che è esploso fin dentro il Palazzo provocandone una serie di crisi di nervi.

Dall’altra sul carattere anche questo «nuovo» del soggetto politico insediatosi nel cuore dello Stato: sull’ircocervo che sta sotto la bandiera giallo-verde e che per ora è difficile qualificare se non in forma cromatica. Perché quello che è andato abbozzandosi «per fusione» nei quasi cento giorni di crisi seguita al terremoto del 4 di marzo, e infine è diventato «potere», forse è qualcosa di più di una semplice alleanza provvisoria. Forse è l’embrione di una nuova metamorfosi (potenziata) di quel «populismo del terzo millennio» su cui dalla Brexit e dalla vittoria di Trump in poi i politologi di mezzo mondo vanno interrogandosi. Forse addirittura è una sua inedita mutazione genetica che, fondendo in un unico conio vari ed eterogenei «populismi», farebbe ancora una volta del caso italiano un ben più ampio laboratorio della crisi democratica globale.

Sbagliano quanti liquidano l’asse 5Stelle-Lega con le etichette consuete: alleanza rosso-bruna, coalizione grillo-fascista, o fascio-grillina, o sfascio-leghista, e via ricombinando. Sbagliano per pigrizia mentale, e per rifiuto di vedere che quello che va emergendo dal lago di Lochness è un fenomeno politico inedito, radicato più che nelle culture politiche nelle rotture epocali dell’ordine sociale. Altrimenti dovremmo concludere che (e spiegare perché) la maggioranza degli italiani – quasi il 60% – è diventata d’improvviso «fascista». E sarebbe assai difficile capire come e per quale occulta ragione l’elettorato identitario della Lega si è così facilmente rassegnato al connubio con la platea anarco-libertaria grillina, e viceversa come questa si sia pensata compatibile con i tombini di ghisa di Salvini…

È dunque per molti versi un oggetto misterioso quello che disturba i nostri sonni. E in questi casi, quando si ha di fronte un’entità politica che non ci dice da sé «chi sia», è utile partire dall’indagine delle cause. Dalla «eziologia», direbbero i vecchi padri della scienza politica, prendendo a prestito il termine dalla medicina, come se appunto di malattia si trattasse. Da dove «nasce» – da quale sostrato, o «infezione», prende origine -, questa «cosa» che ha occupato il centro istituzionale del Paese, destabilizzandolo fino al limite dell’entropia?

Una mano, forse, ce la potrebbe dare Benjamin Arditi, un brillante politologo latino-americano che ha usato, per il populismo del «terzo millennio», la metafora dell’”invitado incomodo”, cioè dell’ospite indesiderato a un elegante dinner party, che beve oltre misura, non rispetta le buone maniere a tavola, è rozzo, alza la voce e tenta fastidiosamente di flirtare con le mogli degli altri ospiti… È sicuramente sgradevole, e «fuori posto», ma potrebbe anche farsi scappare di bocca «una qualche verità sulla democrazia liberale, per esempio che essa si è dimenticata del proprio ideale fondante, la sovranità popolare». È questo il primo tratto identificante del new populism: il suo trarre origine dal senso di espropriazione delle proprie prerogative democratiche da parte di un elettorato marginalizzato, ignorato, scavalcato da decisioni prese altrove… Son le furie del (popolo) Sovrano cui per sortilegio è stato sfilato lo scettro il denominatore comune delle pur diverse anime. E queste furie (confermate purtroppo dalle recenti improvvide esternazioni istituzionali) attraversano la società in tutte le sue componenti, sull’intero asse destra-sinistra.

Il secondo fattore è lo «scioglimento di tutti i popoli». Può sembrare paradossale, ma è così: questo cosiddetto populismo rampante è in realtà senza popolo. Anzi, è il prodotto della fine di tutte le precedenti aggregazioni socio-politiche. Nella marea che ha invaso le urne il 4 di marzo non c’è più il «popolo di sinistra» (lo si è visto e lo si è detto), ma neppure più il «popolo padano» (con la nazionalizzazione della Lega salviniana), e neanche il «popolo del vaffa» (con la transustanziazione di Di Maio in rassicurante uomo di governo): c’è il mélange di tutti insieme, sciolti nei loro atomi elementari e ricombinati. Così come ci sono ben visibili le tracce di tutti e tre i «populismi italiani» che nel mio Populismo 2.0 avevo descritto nella loro successione cronologica (il telepopulismo berlusconiano ante-crisi, il cyberpopulismo grillino post-Monti e il populismo di governo renziano pre-referendario), e che ora sembrano precipitare in un punto solo: in un unico calderone in ebollizione al fuoco di un «non popolo» altrimenti privo di un «Sé».

Per questo credo di poter dire che siamo lontani dai vari fascismi e neofascismi novecenteschi, esasperatamente comunitari in nome dell’omogeneità del Volk. E nello stesso tempo che viviamo ormai in un mondo abissalmente altro rispetto a quello in cui Gramsci pensò il suo Ordine Nuovo fondando su quello l’egemonia di lunga durata della sinistra. Se quel modello di «ordine» era incentrato sul lavoro operaio (in quanto espressione della razionalità produttiva di fabbrica) come cellula elementare dello Stato Nuovo, l’attuale prevalente visione del mondo trae al contrario origine dalla dissoluzione del Lavoro come soggetto sociale (si fonda sulla sua sconfitta storica) e dall’emergere di un paradigma egemonico che fa del mercato e del denaro – di due entità per definizione «prive di forma» – i propri principii regolatori. È appunto, nel senso più proprio, un «disordine nuovo». Ovvero un’ipotesi di società che fa del disordine (e del suo correlato: la diseguaglianza selvaggia) la propria cifra prevalente.

A questo modello «insostenibile» il soggetto politico che sta emergendo dal caos sistemico che caratterizza la «maturità neoliberista» non si contrappone come antitesi, ma ne trasferisce piuttosto lo statuto «anarco-capitalista» nel cuore del «politico». Non è il corpo solido piantato nella società liquida. È a sua volta «liquido» e volatile. Continuerà a quotare alla propria borsa l’insoddisfazione del «popolo esautorato», ma non gli restituirà lo scettro smarrito. Continuerà a prestare ascolto alla sua angoscia da declino e da marginalizzazione, ma non ne arresterà la discesa sul piano inclinato sociale (scaricandone rabbia e frustrazione su migranti, rom e homeless secondo la tecnica consumata del capro espiatorio). Condurrà probabilmente una lotta senza quartiere contro le attuali «oligarchie» (per sostituirsi ad esse) ma non toccherà nessuno dei «fondamentali di sistema». È pericoloso proprio per questo: per la sua adattabilità ai flussi umorali che lavorano in basso e per la sua simmetrica collusione con le logiche di fondo che operano in alto. E proprio per questo personalmente non farei molto conto sull’ipotesi che a breve tempo il loro governo vada in crisi per le sue contraddizioni interne. O per un conflitto «mortale» con l’Europa, che non saranno loro ad affossare con un’azione deliberata e consapevole (sta già facendo molto da sola, con la sua tendenza suicida).

Se vorremo combatterli dovremo prepararci ad avere davanti un avversario proteiforme, affrontabile solo da una forza e da una cultura politica che abbia saputo fare, a sua volta, il proprio esodo dalla terra d’origine: che sia preparata a cambiarsi con la stessa radicalità con cui è cambiato ciò che abbiamo di fronte. Non certo da un fantasmatico «fronte repubblicano», somma di tutte le sconfitte.
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Alla politica torni il pensiero.

SardegnaCheFare?

img_6285sardegna-dibattito-si-fa-carico-181x300Autonomia, la nostra storia? Sì, ma fallimentare.
di Francesco Casula
Le vie di Cagliari sono tappezzate da macromanifesti inneggianti all’Autonomia, in occasione del suo settantennio. Senza alcun pudore di una retorica insopportabile: peraltro foraggiata da immane spreco di denaro pubblico indecoroso.
Ma veramente pensiamo che ci sia qualcosa da esaltare? O non è invece arrivato il tempo di iniziare a fare le pulci, per ristabilire un minimo di verità, storica e politica, rispetto all’Autonomia stessa?
Nato nel lontano 1948, già depotenziato, debole e limitato – più simile a un gatto che a un leone, secondo la colorita espressione di Lussu – lo Statuto sardo in questi 70 anni di storia si è rivelato, sostanzialmente, un fallimento. Molte le cause. Ad iniziare da quella che lo storico Francesco Cesare Casula individua con nettezza scrivendo: “Nello Statuto sardo non c’è nessun preambolo che supporti le ragioni dell’essere, nessuna coscienza storica che giustifichi il perché dovremmo essere trattati diversamente dalle altre 19 regioni italiane. Esso apre con un desolante titolo l: «La Sardegna con le sue isole è costituita in regione autonoma fornita di personalità giuridica entro l’unità politica della Repubblica italiana, una e indivisibile, sulla base dei principi della Costituzione e secondo il presente statuto … » “.
In altre parole, secondo il nostro più grande storico medievista “Lo Statuto sardo, difetta di un preambolo giustificativo nella contrattazione col governo centrale, ben presente nello Statuto catalano, che fonda la sua contrattazione sulla peculiarità nazionale promanante dall’antico Principato di Catalogna. Ed è quanto purtroppo manca da noi. sebbene abbiamo più ragioni dei Catalani di rifarci alla storia per una rivendicazione autonomistica non solo speciale ma particolare essendo – la nostra – la prima regione d’Italia, da cui nasce lo Stato oggi chiamato repubblica Italiana”.
Ma se pur anco i legislatori della Costituente e i padri della nostra Autonomia non avessero voluto tener conto di tutto ciò, almeno avrebbero dovuto partire, nella formulazione dello Statuto, da un dato difficilmente contestabile: essere la Sardegna una nazione, avendo una sua peculiare e specifica identità etno-storica-culturale-linguistica. In realtà i Costituenti che dotano la Sardegna di uno “Statuto speciale” questo lo sanno e lo riconoscono. Perché altrimenti uno Statuto speciale all’Isola? Per motivi economici? Ovvero per la povertà, l’arretratezza e il sottosviluppo? E come spiegare allora che non verrà concesso uno Statuto speciale a molte regioni italiane sicuramente allora più povere, arretrate e sottosviluppate? Come la Lucania o l’Abruzzo?
Il motivo economico – peraltro ben documentato dall’articolo 13, che è la cartina di tornasole della scelta politica: “Lo Stato italiano col concorso della Regione, dispone un piano organico per favorire la Rinascita economica e sociale dell’Isola” – è la foglia di fico per nascondere i veri motivi – storici-culturali-linguistici – che se riconosciuti formalmente, avrebbero dato vita a ben altro Statuto, a ben altri poteri della Regione proprio sul versante culturale-linguistico, che non a caso sono del tutto assenti.
Occorre inoltre aggiungere che in questi 70 anni esso ha subito un processo di progressivo svuotamento e di compressione sia dall’esterno, cioè da parte dello Stato centrale, sia dall’interno, ovvero da parte delle forze politiche dirigenti sarde, che non sanno usare e, spesso, non vogliono utilizzare, gli stessi strumenti, possibilità e spazi che l’autonomia regionale offriva.
Basti pensare a questo proposito alla vicenda delle norme di attuazione, che avrebbero dovuto riempire di contenuti le astratte previsioni statutarie, stabilendo quali dovevano essere i poteri reali della Regione nelle materie attribuite alla sua competenza. Queste norme o vengono emanate tardi, o non vengono emanate per niente, o vengono emanate in modo eccezionalmente riduttivo. E comunque non vengono quasi mai poste in atto. Ciò per constatare come le forze politiche sarde abbiano svilito la stessa limitata autonomia. statutariamente riconosciuta.
Non solo. Nato come Statuto speciale, oggi risulta dotato di meno poteri delle regioni a Statuto ordinario costituite nel ’70, e di fatto, rappresenta oramai un ostacolo alla realizzazione di una vera Autonomia, o peggio: serve solo come copertura alla gestione centralistica della Regione da parte dello Stato, di cui non ha scalfito per niente il centralismo. Paradossalmente lo ha perfino favorito, consentendo ai Sardi solo il succursalismo e l’amministrazione della propria dipendenza.
La Regione sarda di fatto, in questi 70 anni di storia, ha operato come mera struttura di decentramento e di articolazione burocratica dello Stato e come centro di raccordo e di mediazione fra gli interessi dei gruppi di potere locali e la rapina neocolonialista, soprattutto del Nord: esemplare in questo è la vicenda della industrializzazione petrolchimica..
Da tempo perciò possiamo ormai considerare consumato il suo fallimento storico contestuale a quello della Rinascita: ma fino ad oggi sono falliti miseramente anche i tentativi di un suo rilancio e rianimazione, prima attraverso la cosiddetta politica contestativa e rivendicazionistica della Regione nei confronti dello Stato degli anni ’70 e, negli anni più recenti attraverso una Commissione nominata ad hoc dal Consiglio Regionale.
Oggi è giunto il momento di imboccare decisamente la strada del rifacimento dello Statuto Sardo, una nuova Carta de Logu, come vera e propria Carta Costituzionale di Sovranità per la Sardegna, che ricontratti su basi federaliste il rapporto Sardegna-Stato Italiano e che, partendo dall’identità etno-nazionale dei Sardi, ne sancisca il diritto a realizzare l’autogoverno, l’autodecisione, l’autogestione economica e sociale delle proprie risorse e del territorio, il diritto a usare e valorizzare la propria lingua e cultura, a gestire la scuola, i trasporti, il credito, le finanze e l’ordine pubblico, la possibilità di controllare i grandi mezzi di comunicazione di massa e dell’informazione, di fronte alla quale oggi la Regione è totalmente disarmata e niente può fare perché essi rispondano a criteri di uso democratico e socialmente utile. Il potere infine, in settori fondamentali quali la difesa e i rapporti internazionali, di esprimere parere vincolante in merito a tutte le iniziative che tocchino gli interessi vitali della Sardegna.
Uno Statuto siffatto non garantirà automaticamente l’Indipendenza statuale dell’Isola ma ne costituirà certamente un corposo e indispensabile presupposto.
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Sardegna: il salto della quaglia*
di Tonino Dessì, su fb.

Più o meno in questo periodo, nel 1999, all’Assessorato regionale della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio, stavamo attendendo, durante l’ultimo anno di mandato della Giunta Palomba, di centrosinistra, alla predisposizione del POR (Programma operativo regionale) 2000-2006 dei Fondi strutturali europei.
Eravamo classificati fra le aree europee dell’Obiettivo 1, regioni in ritardo nello sviluppo, in quanto gli indicatori del PIL e del reddito pro-capite erano inferiori al 75 per cento della media europea.
Siamo usciti dall’Obiettivo 1 nel 2006, anche in conseguenza dell’allargamento dell’Unione e dei nuovi parametri di computo dei livelli medi europei derivanti dall’ingresso di Paesi meno sviluppati dell’Italia.
Per dodici anni siamo stati quindi collocati nell’Obiettivo “Competitività”, cioè nelle aree in transizione verso il livello di maggior sviluppo medio europeo.
Ora, nel 2018, siamo tornati di nuovo nell’Obiettivo 1, ossia tra le regioni meno sviluppate.
Se è vero che queste classificazioni risentono di una certa rigidità e sono affidate a parametri statistici nei quali anche un decimale di punto percentuale è decisivo, resta ugualmente vero che, essendosi tutti, nell’Unione, mossi in una o nell’altra direzione (fermo non è rimasto nessuno), a distanza di vent’anni (ma si può retrodatare ancora al 1994, perché i primi cofinanziamenti comunitari risalgono al ciclo 1994-1999), non possiamo non constatare che la strategia non ha funzionato.
I Fondi strutturali europei hanno nella sostanza finito per sostituire quelli aggiuntivi e straordinari dei due Piani di Rinascita che, messi in opera ai sensi dell’articolo 13 dello Statuto (e dell’originario articolo 119 della Costituzione), dispiegarono i loro effetti in un ciclo ultratrentennale, iniziato nel 1962 e conclusosi con l’ultimo rifinanziamento, disposto dalla legge n. 402 del 1994.
L’obiettivo dell’articolo 13 dello Statuto, così come quello della programmazione strutturale europea, era (è) quello di far uscire definitivamente l’Isola dai meccanismi che hanno generato e da quelli che hanno riprodotto il suo ritardo nello sviluppo.
Già nella seconda metà degli anni ‘70, tuttavia, i dubbi sulle strategie della Rinascita diventarono elemento comune del dibattito politico e culturale.
“La rinascita fallita” è il titolo di un importante saggio del socioeconomista Marcello Lelli edito nel 1975.
Ancora oggi ci si divide sul giudizio relativo alle politiche economiche e sociali dei due cicli della Rinascita, quello del primo Piano (legge n. 588/1962) e quello del secondo Piano (legge n. 268/1974).
Queste divisioni spesso sono ancora caratterizzate da una certa strumentalità polemica riferita all’attualità contingente.
Così come già si avverte una strumentalità politica contingente nelle polemiche che si sono lette in occasione del nuovo mutamento di collocazione della Sardegna nella programmazione europea.
Mutamento che comunque dovrebbe avere come conseguenza un incremento delle risorse disponibili per il nuovo sessennio di programmazione.
Sulla scorta di questi ragionamenti vorrei azzardare una provocazione.
Vent’anni di ciclo programmatorio-finanziario consentono di parlare di una “Terza Rinascita” e il risultato potrebbe legittimamente indurre a esprimere una valutazione di “fallimento” del ciclo.
Sarebbe bene un esame aggiornato e attualizzato di questo terzo ciclo, per evitare che le nuove risorse aggiuntive vadano ancora in direzioni dispersive e controproducenti.
Il nostro livello di dipendenza infatti non è diminuito e i nostri deficit strutturali (collegamenti esterni e trasporti interni in primis) non sono stati superati.
Resta ancora in piedi (è una disposizione costituzionale permanente), l’articolo 13 dello Statuto, che, se non in termini di grandi masse finanziarie statali ulteriormente aggiuntive a quelle comunitarie, potrebbe invece essere interpretato ai fini della concessione di nuovi regimi delle misure occorrenti per assicurare ai soggetti economici sardi pari opportunità rispetto ai soggetti operanti nel Continente, correggendo o derogando parzialmente a tal fine le norme sulla concorrenza, il tanto che basti per superare i gap derivanti dalla condizione insulare.
Un nuovo Governo si è insediato, un nuovo Ministro sardo siederà al Ministero per gli affari europei, una nuova pattuglia di deputati e di senatori sardi è arrivata in Parlamento.
Una legislatura regionale volge al termine e magari vorrà lasciare, nei non molti mesi che mancano alla scadenza elettorale sarda, almeno un contributo all’avvio del confronto più utile possibile per impostare una fase più consapevole e virtuosa delle politiche riguardanti la Sardegna.
A me pare che le questioni centrali del confronto possano essere queste cui ho accennato fin qui.

* il titolo è nostro.