Editoriale

Referendum, referendum!

coordinamento
Chiediamo ai Deputati e ai Senatori di sottoscrivere la richiesta di referendum costituzionale per garantire agli elettori che possano decidere con il referendum (ex articolo 138) se approvare o, come noi crediamo, respingere il taglio dei parlamentari, votato dal parlamento.
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Come nel 2016 solo il voto dei cittadini può decidere su questa modifica della Costituzione.
Il taglio dei parlamentari è motivato dai risparmi, ma in realtà è un paravento che serve a nascondere che vengono scaricate solo sul parlamento le responsabilità della crisi di funzionamento di tutto il sistema democratico italiano.
Nella nostra Costituzione il parlamento ha un ruolo fondamentale di rappresentanza dei cittadini, pena la crisi del sistema istituzionale che caratterizza la nostra democrazia. Avevamo chiesto ai parlamentari di esaminare alternative a questa scelta ma non ci è stato consentito. Per riequilibrare gli effetti del taglio dei parlamentari ora si vorrebbero introdurre altre modifiche alla Costituzione. Tuttavia queste modifiche non correggono gli errori e gli effetti del taglio dei parlamentari e per di più è buio pesto sulla legge elettorale, che noi ribadiamo deve essere proporzionale e garantire ai cittadini il diritto di scegliere direttamente i propri rappresentanti e di chiudere la fase dei nominati dai capi.
Il taglio dei parlamentari sommato alle norme elettorali in vigore apre una ferita nella capacità di rappresentare i cittadini, i territori, le posizioni politiche esistenti nel paese e di fatto crea per legge una maggioranza parlamentare che potrebbe avere in futuro i numeri anche per cambiare da sola la Costituzione.
Promuovere il referendum costituzionale costringerebbe ad affrontare la riforma elettorale.
Dopo il porcellum, dichiarato incostituzionale, anche il rosatellum ha dato pessima prova e la legge elettorale voluta dalla Lega, da applicare dopo il taglio dei parlamentari, ne perpetua i difetti distorcendo la rappresentanza.
Inoltre la Lega ha forzato nelle regioni dove è al governo per promuovere un referendum abrogativo per cancellare il proporzionale e per di più non nasconde di volere l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, vagheggiata da Salvini addirittura per il 2029.
Legge elettorale ipermaggioritaria e presidenzialismo sono due obiettivi della Lega. Anche se questa iniziativa della Lega non dovesse essere ammessa dalla Corte obbliga a mettere in campo una alternativa chiara che rafforzi la Costituzione e approvi una legge elettorale proporzionale come mezzo per ricostruire un rapporto di fiducia tra parlamentari e elettori.
Oggi il rapporto tra parlamento e governo è di fatto capovolto, al punto da fare approvare al parlamento leggi che non solo non possono essere modificare ma neppure lette.
L’obiettivo del taglio dei parlamentari e di un esasperato maggioritario è un parlamento più piccolo ma ancora più obbediente ai capi.
La centralità del parlamento è seriamente a rischio e da qui potrebbe partire una deriva centralizzatrice e autoritaria.
Per questo occorre consentire ai cittadini di esprimersi sul taglio dei parlamentari e obbligare ad approvare una nuova legge elettorale proporzionale.
Coordinamento per la Democrazia Costituzionale
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FIRMATE LA PETIZIONE CHE CHIEDE AI SENATORI E AI DEPUTATI DI PROMUOVERE IL REFERENDUM COSTITUZIONALE SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI, CONTATTATE DIRETTAMENTE QUELLI CHE CONOSCETE. PER FIRMARE LA PETIZIONE PROMOSSA DAL COORDINAMENTO ANDATE SU QUESTO INDIRIZZO DI CHANGE ORG: http://chng.it/7tjW5mFz2B
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Cina – Hong Kong: che succede?

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Hong Kong e la possibile fine del principio “un paese, due sistemi”

di Gianfranco Sabattini

Il primo luglio 1997 la sovranità di Hong Kong è stata trasferita dalla Gran Bretagna alla Cina; un trasferimento definito nel Regno Unito “Devoluzione” (“Handover”), ma in Cina “Riunificazione”, o “Ritorno”. Se con la Devoluzione Hong Kong ha continuato a conservare, almeno sul piano formale, uno status istituzionale e politico particolare all’interno della Repubblica Popolare Cinese, il rapporto degli abitanti della città portuale con il resto del Paese si è sempre conservato difficile, nonostante che la Cina garantisse al sistema di governo di Hong Kong una larga autonomia secondo il principio “un paese, due sistemi”. Sulla base di tale principio, Hong Kong è rimasta sino ad oggi la città più libera della Cina, l’unica in cui è stato possibile celebrare ogni anno i morti della strage di Piazza Tienanmen, nel 1989.
Dal punto di vista amministrativo, Hong Kong è una delle due “Regioni Amministrative Speciali” della Repubblica Popolare cinese; l’altra è Macao, ex colonia portoghese, che è “tornata” a far parte della Cina nel 1999; ma rispetto ai circa 500.000 abitanti di Macao, Hong Kong è una metropoli con quasi sette milioni di residenti, su un territorio di 1.100 chilometri quadrati, facenti do questa città portuale una delle aree più densamente popolate del mondo.
Le proteste scoppiate nel corso del 2019 contro l’emendamento alla “legge sull’estradizione” non rappresentano che uno dei motivi del profondo attrito esistente tra Hong Kong e Pechino, in vista dell’avvicinarsi della data in cui l’autonomia della città dal governo centrale, sulla base degli accordi del 1997, volgerà al termine. Nel 2047, infatti, Hong Kong cesserà di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e più autonomi rispetto al resto della Cina; fatto, questo, che non ha mai cessato di preoccupare l’opinione pubblica hongkonghese, dato che Pechino ha sempre dimostrato l’intenzione di ridurre, anche se in modo quasi impercettibile, il grado di autonomia del grande porto.
Le proteste iniziate con il rifiuto dell’emendamento alla legge sulle estradizioni, anche se successivamente sospesa, si sono trasformate in un’opposizione all’ingerenza sempre più accentuata di Pechino nel governo della città; si tratta di proteste che riflettono quanto i contenuti dell’accordo del 1997 tra Regno Unito e Cina siano diventati sempre più critici. Cosa temono gli abitanti di Hong Kong dell’emendamento? Cosa spinge i manifestanti alla protesta? A cosa ambisce la Cina?
Non a caso, dopo l’emendamento alla legge sull’estradizione, Carrie Lam, che guida l’Esecutico di Hong Kong, è stata accusata più volte di aver ceduto, da quando è in carica, alle pressioni di Pechino. A Hong Kong sono oggi in vigore leggi sull’estradizione basate su accordi bilaterali stretti con diversi Paesi, tra i quali non rientrano però, né la Cina continentale, né Macao, né Taiwan. L’emendamento alla legge, che è all’origine delle proteste, cambierebbe lo status quo, perché renderebbe l’estradizione possibile per determinati reati, come l’omicidio o la violenza sessuale (pur senza che sia estesa ad altri tipi di crimini, in particolare a quelli legati alla sfera economica e fiscale). Gli hongkonghesi temono, però, che le richieste di estradizione verso la Cina continentale diano adito a violazioni dei diritti umani e possano essere usate come pretesto per colpire i dissidenti politici cinesi rifugiatisi a Hong Kong.
Le proteste sono divenute un tema centrale delle preoccupazioni delle autorità cinesi, in un momento particolarmente delicato per la Repubblica Popolare chiamata, oltre che alla cura della sua posizione nel mercato globale, a dover fronteggiare numerose sfide interne per il mantenimento della stabilità e dell’integrità dello Stato; è questa la ragione per cui, a fronte delle proteste provenienti da Hong Kong, si rafforza la propensione di Pechino ad adottare risposte sempre più dure e repressive nei confronti di qualsiasi tipo di contestazione.
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Per il momento, le autorità di Hong Kong sono riuscite ad evitare l’intromissione cinese nelle questioni che riguardano la sicurezza della loro Città-Stato; da metà agosto, tuttavia, Pechino ha dislocato contingenti di truppe a Shenzhen, sul confine continentale di Hong Kong. Lo schieramento delle truppe è valso a diffondere, tra gli abitanti di Hong Kong, la convinzione che sia giunto il momento di cominciare a negoziare con la madrepatria il mantenimento del grado di autonomia di cui ora la città gode. Poiché, per la Cina, stabilità e sicurezza sono legate a doppio filo con i propri obiettivi “imperiali”, esiste il rischio concreto che, in nome della stabilità, la leadership comunista cinese accentui il grado di ingerenza nella modalità di governo della società civile di Hong Kong, incrementando nel corso dei prossimi mesi intromissioni in un territorio considerato instabile.
In realtà, tali intromissioni sono state ritenute fonte di preoccupazione, sin dal momento della firma dell’accordo con la Gran Bretagna nel 1997; infatti, dopo la stipula della “Devoluzione”, Pechino ha subito pensato di poter gestire il “Ritorno” del porto alla patria cinese, usando – come afferma Giorgio Cuscito, in “Hong Kong oggi, ieri, domani” (“Limes”, 9/2019) – “la carota economica e il bastone politico”. L’ingerenza cinese nella gestione della vita politica hongkonghese, è avvenuta in variati modi, ma soprattutto attraverso l’approfondimento del legame con l’élite economica locale, il controllo delle procedure elettorali, l’attività del comitato permanente del Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (in qualità di unico interprete della Basic Law, la mini-costituzione ereditata dalla precedente amministrazione inglese) e la pervasiva presenza del Partito in tutta l’area del porto.
Uno degli articoli della Basic Law prevede l’elezione a suffragio universale dello “Chief executive” (cioè del capo del governo locale) tra candidati scelti da “un comitato ampiamente rappresentativo, in accordo con le procedure democratiche”. Il governo cinese, però, interpreta il suffragio universale solo come modo di regolare la selezione dei candidati alla carica di Chief executive locale e non certo – come afferma Cuscito – come “un modo per assicurare alla regione un sistema democratico in stile occidentale”. Il suffragio universale è considerato da Pechino con occhio particolarmente preoccupato, in quanto l’integrale applicazione delle procedure democratiche “potrebbe alimentare nella Cina continentale la richiesta di maggiore libertà, che a sua volta potrebbe mettere a rischio la stabilità del Paese e quindi la sovranità del Partito Comunista Cinese”.
Sull’elezione del Chief executive locale secondo procedure democratiche, da anni si sono confrontate le due fazioni principali della società hongkonghese: quella filo-democratica e quella filo-cinese, rappresentate rispettivamente dal “Democratic Party” e dalla “Alliance for the Betterment and Progress of Hong Kong”. L’approfondirsi del confronto, soprattutto per merito del Democratic Party, ha costretto nel 2007 il Congresso Nazionale del Popolo della Repubblica Popolare Cinese a stabilire che le elezioni a suffragio universale dello Chief executive locale si sarebbero tenute nel 2017; ma, una larga parte degli hongkonghesi ha ritenuto che le procedure avviate con il placet di Pechino per lo svolgimento delle elezioni non fossero “genuinamente democratiche”. Ha avuto così inizio, nel 2014, la “rivoluzione degli ombrelli”, una protesta pacifica durata 79 giorni, per ottenere una maggior democratizzazione delle procedure elettorali Simboleggiata dai famosi ombrelli gialli, alzati dai manifestanti per difendersi dai lacrimogeni della polizia).
Il risultato della protesta è stato l’ottenimento del rifiuto, da parte del Consiglio esecutivo di Hong Kong, del progetto elettorale approvato da Pechino. “Negli anni successivi, però, – osserva Cuscito – la protesta è proseguita, oltre che per la mancata concessione di procedure elettorali maggiormente democratiche, anche per il rallentamento del tasso di crescita dell’economia hongkonghese, l’aumento dei prezzi del mercato immobiliare e la sparizione e detenzione nella Cina continentale di alcuni dirigenti editoriali e librai hongkonghesi”.
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La crisi politica ed economica ha favorito la formazione di partiti più radicali di quelli precedentemente esistenti. Tra i nuovi partiti, ha aumentato il proprio “peso” politico il “Demosisto” (schierata a favore della democrazia e dell’autodeterminazione per Hong Kong), il cui esponente più noto, Joshua Wong, assurto a rappresentante e simbolo della rivolta hongkonghese, è impegnato a catalizzare l’attenzione internazionale sul significato e la legittimità delle aspirazioni del popolo di Hong Kong; un’attività, quella di Wong, che la Cina non può tollerare, non solo, come si è detto, per ragioni interne, ma anche e soprattutto perché ne avverte la portata propagandistica, in grado di ostacolare, in questo particolare momento di tensione con gli Stati Uniti, la politica dell’attuale Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, volta a consolidare e promuovere ulteriormente la posizione di leader globale della Cina.
Per preservare la stabilità della regione, rimuoverne le aspirazioni democratiche degli hongkonghesi e confermare la validità del modello basato sul principio “un paese, due sistemi”, Pechino, anche in vista del “Ritorno” di Taiwan, intende portare avanti, a parere di Cuscito, due strategie di azione politica. La prima di queste strategie consiste “nella graduale integrazione di Hon Kong nella cosiddetta “Area della Grande Baia Allargata”, comprendente anche Macao e nove città del Guangdong” (una provincia quest’ultima, avente per capoluogo Canton e situata sulla costa meridionale della Cina). La Grande Baia dovrebbe diventare un vasto agglomerato urbano in cui fare affluire capitale umano, risorse e servizi per promuovere il rilancio del Porto Profumato (è questo il significato della denominazione di Hong Kong) e affievolire una delle cause della protesta, quella riconducibile alla crisi economica attuale della metropoli orientale. La seconda strategia consiste nell’offrire al governo locale di Hong Kong la possibilità di assegnare all’intera area portuale il ruolo di “’superconnettore’ tra la Repubblica Popolare e il resto del mondo lungo le nuove vie della seta, sommo progetto geopolitica di Xi”.
Al di là delle strategie (o promesse) di Pechino per sedare la protesta del popolo hongkonghese, resta tuttavia il fatto che la Cina non tollererà mai che l’azione degli “ombrelli gialli” possa mettere in pericolo la propria stabilità interna, o possa creare ostacoli all’attuazione della sua attuale aspirazione a divenire un protagonista globale sul piano economico e politico. Ne è prova, come riporta Cuscito, il fatto che, in occasione della cerimonia d’insediamento di Carrie Lam a capo del governo locale, Xi Jinping ha avuto modo di affermare che “qualunque tentativo di mettere in pericolo la sovranità nazionale e la sicurezza, di sfidare il governo centrale e l’autorità della Basic Law e di usare Hong Kong per attuare operazioni di infiltrazione e sabotaggio contro la Cina continentale” sarebbe stato considerato come un atto oltre ogni limite di tolleranza.
In conclusione, a meno di stravolgimenti in senso democratico del regime politico cinese, è fondato prevedere che, nei prossimi anni, il grado di autonomia della quale potrà godere Hong Kong dipenderà dal successo della Cina nel conseguimento di tre obiettivi ritenuti prioritari dalla sua attuale dirigenza politica: innanzitutto, quello connesso all’ulteriore crescita economica, attraverso l’attuazione del progetto delle vie della seta; in secondo luogo, il pacifico “Ritorno” anche di Taiwan, sempre nella prospettiva dell’applicazione del principio “un paese, due sistemi” (obiettivo che Il Partito Comunista Cinese vorrebbe conseguire prima del 2049, anno che segna il centenario della fondazione della Repubblica Popolare); in terzo luogo, non perdere il confronto commerciale, tecnologico e militare con gli Stati Uniti.
Se la Cina non dovesse raggiungere questi obiettivi, e soprattutto se mancasse di realizzare il “Ritorno” pacifico di Taiwan, agli abitanti di Hong Kong non resterà, forse, che adattarsi a vivere secondo standard politici, economici e istituzionali ai quali sono costretti, senza se e senza ma, gli Uiguri della Regione Autonoma dello Xinjiang, e gli abitanti della Regione Autonoma del Tibet.
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Green New Deal: aspettiamo i fatti!

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Green New Deal: non sia un bluff
di Giulio Marcon su Sbilanciamoci
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23 Ottobre 2019 | Sezione: Ambiente, Editoriale

Con il nuovo esecutivo ci sono molte aspettative sul Green New Deal. Bisogna rivoltare il paradigma dello sviluppo e avviarci verso la riconversione ecologica dell’economia e la “giusta transizione”. Aspettiamo il governo alla prova dei fatti, a partire dalla prossima legge di bilancio. Ma tra promesse irrealizzabili, rinvii e assenza di una strategia di sistema, […]

Con la formazione del nuovo governo grandi sono le aspettative sul Green New Deal evocato nel programma dell’esecutivo, nella NADEF (Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza), nel Documento Programmatico di Bilancio (DPB) inviato a Bruxelles, nelle dichiarazioni di ministri e sottosegretari, nei primi provvedimenti (come il “Decreto Clima”) licenziati in Consiglio dei Ministri. Il premier Conte ha fatto riferimento alla necessità di inserire nella Costituzione il principio della sostenibilità. Si respira una nuova aria: la consapevolezza di cambiare rotta si diffonde. Bisogna rivoltare il paradigma dello sviluppo e avviarci verso la riconversione ecologica dell’economia e quella che da qualche tempo viene definita giusta transizione, uscendo dalla trappola di un modello energivoro, consumistico, incentrato sulle fonti fossili, ma salvaguardando il lavoro e il benessere.

Bene ha fatto quindi il governo ha mettersi su questa strada, ma ora lo aspettiamo alla prova dei fatti. Che ancora non ci sono: per il momento abbiamo iniziative molto limitate, buoni propositi e rinvii agli anni a venire. Si parla di un fondo di 50 miliardi per il Green New Deal, ma è spalmato su quindici anni, con il grosso degli investimenti nella parte finale del quindicennio. Traduzione: in teoria ci sono un sacco di soldi, in pratica solo le briciole nei prossimi tre anni. Le leggi pluriennali sono fatte sempre così, promettono cifre mirabolanti… ma tra dieci anni, appunto. Vedremo la legge di bilancio, peraltro ancora non trasmessa al parlamento (anche se per legge doveva essere inviata entro il 20 ottobre), e vedremo lo specifico degli interventi.

Sui Sussidi ambientalmente dannosi (SAD) – che rappresentano una spesa di ben 19,3 miliardi di euro – niente passi in avanti. Nella prima versione del Decreto Clima si prevedeva una riduzione del 10% ogni anno, misura poi archiviata. Il grosso dei SAD (più dell’80% del totale) sono interventi che favoriscono l’uso delle fonti fossili, sussidi che l’OCSE e il G7 hanno chiesto di eliminare entro il 2025. E nessun passo in avanti sembra fare il governo con la legge di bilancio per programmare la loro riduzione e cancellazione entro quella scadenza. Sui SAD il governo non può continuare a far finta di niente, a rinviare, a “non disturbare il manovratore”. Questa latitanza è inaccettabile.

E poi non c’è ancora una strategia. E questo è assai grave. Il Green New Deal non può essere solo il tema di un ministero, quello dell’ambiente. Serve una cabina di regia, una strategia condivisa del governo che sappia rendere coerente un disegno che deve coinvolgere ministeri come quello delle infrastrutture, dello sviluppo economico, del lavoro, dell’economia e finanze, eccetera. Qualche novità in più sembra esserci sul fronte della fiscalità: le tasse sugli imballaggi di plastica e sullo zucchero nelle bibite vanno nella giusta direzione, ma sembrano misure spot – magari per far fronte all’assenza di risorse – non ancora contestualizzate dentro un quadro di riforma della fiscalità, in particolare di quella ambientale.

Quindi, per riassumere: qualche segnale positivo (ci sono anche i green corner per incentivare la vendita di prodotti sfusi), ma la sostanza? La sostenibilità non può essere ancora una volta, come per altri casi, il rivestimento presentabile – etico, sociale, responsabile – di una politica che poi rimane sempre la stessa: e questo vale per i governi (e per questo governo), per le imprese, per la finanza. Il cambio di rotta deve essere reale: bisogna intaccare rendite di posizione, privilegi, comportamenti economici che si sono sedimentati nel tempo e hanno prodotto blocchi di potere economico e finanziario che hanno condizionato e continuano a condizionare la politica.

Il governo non sia succube di tutto ciò: non ci bastano le parole. Vogliamo i fatti, quelli che contano.
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- La foto è tratta dal sito dell’ASviS.

La lettera

logo76Newsletter n. 169 del 9 novembre 2019

IL MURO E IL PENSIERO
di Raniero La Valle

Care Amiche ed Amici,
ricorre oggi il trentesimo anniversario dell’apertura del muro di Berlino, e i giornali ne sono pieni. Quello che non viene detto è che l’Occidente sbagliò del tutto la lettura di quell’evento e perse un’occasione storica straordinaria per richiamare in servizio i suoi ideali perduti e dar mano a una nuova costruzione del mondo.
Invece che come inizio del nuovo, l’Occidente visse infatti l’evento come conferma del vecchio, come convalida e premio della sua condotta passata. “La guerra fredda è finita, e noi l’abbiamo vinta”, andò a dire alla Camera il ministro degli esteri De Michelis. C’era, in quel giudizio, l’ultima vittoria dell’ideologia del conflitto, l’ultimo grido della vecchia dialettica non più intesa come strumento della ragione ma identificata con la realtà stessa, una realtà nella quale la differenza è pensata come antitesi, i diversi sono considerati opposti, le polarità come alternative, e perciò non ci può essere quiete, conciliazione, ma contraddizione, tensioni, alienazione e guerra. Coerenti a questa visione furono le conseguenze che se ne trassero: che la riunificazione tedesca avvenisse non per integrazione ma per annessione, e per quelli dell’Est fu un disincanto; che, venuta meno la deterrenza atomica, la guerra fosse ripristinata, e fu subito la guerra del Golfo; che, con la fine dell’URSS, il capitalismo non avesse più bisogno di essere mitigato con welfare e simili per poter sostenere il confronto col socialismo; che ormai, privo di competitori, il vangelo neoliberista del mercato potesse giungere fino agli estremi confini della Terra, e divenirne la Costituzione materiale, e via via anche formale, e che la globalizzazione selvaggia ne fosse il regime, avente le merci e il denaro come sovrani e la gran parte degli esseri umani come esuberi, come residui e come scarti.
Ciò che non si volle vedere fu che l’apertura o la caduta e rimozione del muro, fu un grande evento politico; certo vi sfociava la crisi del comunismo, ma esso fu effetto di una decisione politica presa da Gorbaciov contro la riluttanza dei dirigenti tedeschi dell’Est. Soprattutto però era il frutto di un nuovo pensiero politico, il primo vero, nuovo pensiero politico che si affacciava alla storia dopo la grande stagione costituente che aveva prodotto la Carta dell’ONU, le Convenzioni sui diritti e le Costituzioni postbelliche. Non importa che si chiamasse glasnost o perestrojka; era il pensiero dell’unità umana, il pensiero della fatuità di continuare ad ammassare armi nucleari per guerre che non si potevano vincere e che quindi non potevano essere combattute; era un pensiero per il mondo, un mondo ricomposto, oltre la dialettica signore-servo, amico-nemico che aveva fin lì dominato la filosofia e la storia.
Quando il 9 novembre dell’89, “cadde” il muro di Berlino, era passato un anno dal discorso di Gorbaciov all’ONU che aveva invitato tutti a cambiare le cose, a smantellare le armi, a rimettere i debiti al Terzo mondo, a tutelare l’ambiente, a rilanciare l’ONU , a fare un mondo solidale e interdipendente, unito e diverso, in un sistema di relazioni non settarie; e per convincerli che faceva sul serio aveva annunziato di cominciare da se stesso, di cominciare dall’URSS a ridurre le armi, a togliere mezzo milione di soldati, diecimila carri armati, ottomila artiglierie e 800 aerei da combattimento dall’Europa, a concedere una moratoria di cento anni per gli interessi sul debito ai Paesi poveri o a cancellarlo del tutto, a cessare il fuoco in Afghanistan, a instaurare uno Stato di diritto, a ristabilire il primato dei diritti umani. Ed erano passati tre anni da quel 27 novembre 1986 in cui a Nuova Delhi Gorbaciov e Rajiv Gandhi, a nome di un miliardo di esseri umani e un quinto dell’umanità, avevano lanciato un appello per un totale rovesciamento della politica di dominio e di guerra e avevano proposto di costruire “un mondo libero dalle armi nucleari e non violento” in cui la vita umana fosse considerata il valore supremo, i popoli fossero rispettati, “Est e Ovest, Nord e Sud, indipendentemente dai sistemi sociali, dalle ideologie, dalle religioni e dalle razze” fossero uniti nella fedeltà al disarmo e allo sviluppo; e la catastrofe ecologica fosse scongiurata. Ma l’Occidente ignorò o non volle credere a questa rivoluzione di pensiero e di comportamenti, il sistema di guerra non se ne fece scalfire, e neanche l’apertura del Muro accese la scintilla di un ripensamento, di un’autocritica; la reazione fu quella suggerita dai riflessi condizionati e dagli stereotipi di sempre, dall’idea che questo, dei vincitori, è il modo di stare al mondo.
Per una singolare coincidenza il giorno prima della caduta del Muro, l’8 novembre, noi eravamo a Washington, al Pentagono e al Congresso, con una delegazione della Commissione Difesa della Camera in viaggio negli Stati Uniti per una missione conoscitiva. C’era tra l’altro da discutere il trasferimento dalla Spagna in Italia, da Torrejon a Crotone, di una base e uno stormo americano di F16, cosa per nulla gradita ai calabresi. Gli interlocutori del Pentagono e della Camera, pur esprimendo speranze nella distensione, si mostrarono del tutto inconsapevoli e scettici sul reale mutamento della politica sovietica, ci sommersero di dati e tabelle sulla perdurante minaccia militare russa, ci dissero che non si sapeva come sarebbe andata a finire. Non sospettavano quello che sarebbe accaduto l’indomani, e sostenevano che comunque Stati Uniti e NATO dovevano persistere nel potenziamento della loro forza militare. Nei giorni successivi, ormai caduto il Muro, andammo ad Omaha, nel Nebraska, al Comando Aereo Strategico titolare della potenza nucleare degli Stati Uniti, che aveva come motto “la guerra è il nostro lavoro, la pace il nostro prodotto”, e poi al Comando del NORAD, che è quello della difesa spaziale, scavato all’interno dei monti Cheyenne nel Colorado; in ambedue i luoghi i discorsi e il viso dell’armi furono gli stessi. Andammo pure alla base di Nellis, nel Nevada, da cui attraverso un maxischermo fu possibile seguire la manovra militare interalleata “Red flag” che in quei giorni si stava svolgendo. Potemmo anche parlare con gli aerei in volo. Ce n’era uno che volava sempre, non atterrava mai, perché a bordo c’era un signore, un generale, che lontano da terra, girando sopra l’America, doveva garantire che in caso di un attacco nucleare che distruggesse i comandi dei missili al suolo, ci fosse sempre qualcuno lassù che potesse lanciare la ritorsione atomica e fare l’Armageddon. Collegati con lui, gli dicemmo: “generale, scenda giù che la guerra è finita” e lui rispose no no, non si può essere sicuri, dobbiamo restare sul piede di guerra. Scoprimmo anche una buona dose di religiosità in quella fede nelle armi: nelle tre Accademie militari che abbiano visitato alla fine, dell’Esercito, dell’Aereonautica e della Marina, la prima cosa che ci fu mostrata fu la rispettiva cattedrale: una con l’organo più grande del mondo, l’altra con la croce fatta di pale d’elica, l’altra con un Gesù frangiflutti che cammina sulle acque, e l’urna dell’eroe portata al cielo sul dorso di delfini.
La morale è che ci vuole un pensiero per far cadere i muri, ma se pur cadono i muri e non cambia il pensiero tutto continua come prima e anche peggio. Quel 9 novembre di Berlino fu un momento unico, irripetibile, un tempo favorevole, un “kairόs”, come lo chiamavano i Greci, che corre fuggendo con le ali ai piedi, e se non l’afferri al passaggio non torna più. Ma ora c’è da fare un miracolo: quel kairόs della caduta dei Muri dobbiamo farlo ripassare e non lasciarlo fuggire più.
Nel sito riportiamo una cronaca del discorso di Gorbaciov del 1988, la Dichiarazione di Nuova Delhi per un mondo senza armi nucleari e nonviolento, un articolo di Alfiero Grandi che illustra i rischi per la democrazia della riforma costituzionale che sopprime molti seggi parlamentari, e un commento del cardinale Hummes sul documento conclusivo del Sinodo per l’Amazzonia, con particolare riferimento al futuro, ai popoli indigeni, al compito impellente di salvare l’umanità e la Terra, fuori da ogni apocalisse.

Con i più cordiali saluti
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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Il pensiero che aprì il Muro
IL DISCORSO DI GORBACIOV ALL’ONU L’ANNO PRIMA

Il 7 dicembre 1988 il segretario generale del PCUS annunciava all’ONU un piano di disarmo col ritiro di 50 mila uomini e 10 mila carri armati dal fronte europeo, annunciava il cessate il fuoco in Afghanistan, proponeva di cancellare il debito del Terzo Mondo e di costruire un mondo solidale e interdipendente, intento ad opere di pace a cominciare dalla tutela dell’ambiente
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Dalla Repubblica dell’8 dicembre 1988

NEW YORK “Oggi io posso dirvi che l’Unione Sovietica ha deciso di ridurre le sue forze armate”. In piedi davanti all’assemblea generale dell’Onu, con George Shultz in platea, Mikhail Gorbaciov ha annunciato una svolta storica e spettacolare nella politica militare sovietica, aprendo una nuova fase nella distensione tra Est e Ovest. Sei divisioni corazzate sovietiche se ne vanno dalla Germania dell’Est, dalla Cecoslovacchia e dall’Ungheria, lo spiegamento di uomini e mezzi nella zona europea dell’URSS viene ridotto, la maggior parte delle truppe dislocate in Mongolia ritorna a casa. In totale l’Armata Rossa perde in due anni mezzo milione di uomini (il 10 per cento della sua forza complessiva), 10 mila carri armati, 8 mila 500 sistemi d’artiglieria, 800 aerei da combattimento. E’ l’intera macchina bellica sovietica che cambia volto, mentre tutta la strategia politico-militare del Cremlino viene ridisegnata nel segno della perestrojka, con un’immediata ricaduta economica per la ristrutturazione dell’ industria degli armamenti, con la riconversione di una sua parte a scopi civili.

Ieri, proprio mentre l’assemblea dell’Onu applaudiva a lungo Gorbaciov, da Mosca rimbalzavano a New York voci di inquietudini e malumori negli ambienti militari sovietici, tanto che Gorbaciov ha dovuto pensionare improvvisamente uno dei suoi uomini, il maresciallo Akhromeev, lasciando il posto operativo di Capo di Stato Maggiore a un generale vicino al ministro della Difesa Yazov. E’ il primo contraccolpo tutto interno della rivoluzione militare gorbacioviana.

La mossa su Kabul. Strategica, e non soltanto tattico-spettacolare, la mossa di Gorbaciov ci accompagna ad una nuova iniziativa per l’Afghanistan; egli mentre chiede il rispetto degli accordi di Ginevra e una Conferenza dell’Onu per la neutralizzazione del Paese, propone un completo cessate-il-fuoco dal primo gennaio, con una spartizione del territorio nazionale e dunque un riconoscimento implicito dei mujaheddin.

In più, il leader sovietico chiede ai Paesi sviluppati d’inventare un nuovo meccanismo per risolvere il problema del debito del Terzo Mondo, che non potrà essere restituito nei suoi termini originari e s’impegna a istituire nuove garanzie di legge per i diritti umani, riconoscendo la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia.

Portata nel cuore dell’impero reaganiano, la proposta di Gorbaciov ha l’impianto di un messaggio al mondo, accompagnato dal tentativo di dimostrare la volontà di passare dalle parole ai fatti, dopo tre anni di perestrojka. Il test è prima di tutto il piano unilaterale di disarmo, non a caso annunciato nella cornice universale-telematica dell’Onu e non nello spazio ristretto del summit, rinunciando ad un possibile scambio negoziale ma guadagnando spettacolarità, e denunciando l’ambizione planetaria della politica gorbacioviana. Proprio nel momento in cui è assediato dalla crisi dei nazionalismi interni e dalla ribellione della periferia, Gorbaciov ha voluto presentarsi come l’ unico pieno titolare di una politica e delle sue svolte. La leadership sovietica, ha detto, ha deciso di dimostrare ancora una volta di essere pronta a rafforzare questo salutare processo di disarmo non solo con le parole ma con i fatti. D’intesa con i Paesi del Patto di Varsavia, il Cremlino ritira dunque entro il 1991 sei divisioni corazzate da tre paesi dell’ Est, insieme con truppe d’assalto da sbarco con le loro armi.

Ulteriori riduzioni. In totale le truppe sovietiche dislocate all’Est subiranno un taglio di 50 mila uomini e 5 mila carri armati, mentre le altre divisioni verranno riorganizzate e dopo un ulteriore riduzione dei loro mezzi corazzati diventeranno apertamente difensive. La riduzione riguarderà anche uomini e mezzi impiegati nella parte europea dell’URSS, con il risultato finale di un depotenziamento del fronte europeo in URSS e nei Paesi alleati di 10 mila carri armati, 8.500 pezzi d’artiglieria e 800 aerei da combattimento. Parallelamente, Gorbaciov manda anche un segnale alla Cina, con ogni probabilità già anticipato pochi giorni fa al ministro degli Esteri di Pechino ritornato in visita a Mosca: le forze armate sovietiche a distanza nella zona asiatica del Paese verranno significativamente ridotte nei due anni, e la maggior parte delle truppe dislocate in Mongolia ritorneranno a casa.

Con questo piano di riorganizzazione militare, nasce il problema della transizione da un’economia degli armamenti all’economia del disarmo. E l’URSS, garantisce Gorbaciov, è pronta a rendere pubblico il suo piano di riconversione, che scatterà già nel 1989 con un esperimento di produzioni civili in due o tre impianti di industria bellica. L’altra immediata traduzione pratica del progetto gorbacioviano di riduzione unilaterale della presenza militare sovietica, riguarda l’Afghanistan. Qui i fatti sembrano contraddire le parole, perché il piano di ritiro è stato sospeso. Evitando con sorvegliata prudenza attacchi e polemiche dirette dalla tribuna su cui Kruscev battè la sua scarpa di Segretario Generale, nel 1960, Gorbaciov si è limitato ieri a un ammonimento: Pacta sunt servanda. La proposta sovietica prevede un completo ed effettivo cessate-il-fuoco dal primo gennaio, con la fine di ogni operazione d’attacco e dei bombardamenti e con i territori occupati dalle forze di opposizione che rimangono sotto il loro controllo per tutta la durata del negoziato, mentre a Kabul e negli altri centri strategici dovrebbe operare un contingente dell’ Onu.

In tutto il discorso il leader sovietico ha sottolineato la necessità di un nuovo ruolo per le Nazioni Unite, dalla difesa dell’ ambiente all’ esplorazione dello spazio, alla soluzione del problema del debito estero dei Paesi sottosviluppati. L’URSS è pronta ad una moratoria fino a cento anni degli interessi, e in alcuni casi limitati e disponibili a cancellare il debito del tutto. L’invito rivolto agli altri Paesi sviluppati è quello di creare un’agenzia specializzata che dovrebbe rilevare le esposizioni debitorie, nel quadro di una consultazione a livello di capi di governo tra Paesi debitori e Paesi creditori, sempre sotto gli auspici dell’Onu. E’ la visione (che lo stesso Gorbaciov definisce romantica) di un mondo solidale e interdipendente, pronto, all’unità nella diversità, in un sistema di relazioni deideologizzate, con la perestrojka strumento di una sorta di nuovo imperialismo sovietico di pace.

Il sostegno del Paese. Il leader dell’URSS assicura che i sovietici di ogni generazione sostengono la nuova politica del Cremlino e garantisce che lo stato di diritto si svilupperà nel suo Paese, cambiando radicalmente il quadro dei diritti umani. Già oggi, ha ripetuto Gorbaciov, non ci sono persone costrette al confino per il loro credo politico e religioso: in futuro profonde modifiche al codice penale (compresi gli articoli sulla pena di morte), insieme con la revisione della politica dei visti, introdurranno nuove regole, cancellando dall’ agenda il problema dei cosiddetti refuznik.

È la cornice della nuova URSS nell’età della perestrojka che Gorbaciov offre a Bush, nel momento in cui cambia l’amministrazione americana. Nel discorso del segretario-presidente c’è solo un profondo rincrescimento per l’incidente con l’OLP; ma c’è la promessa che Bush troverà al Cremlino un interlocutore aperto e pronto a continuare il dialogo, in uno spirito di realismo.

8 dicembre 1988, dall’inviato della “Repubblica” Ezio Mauro

Salviamo la Terra, anche da imbroglioni e ciarlatani

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I negazionisti del clima e quella strana par condicio
di Giacomo Pellini su Sbilanciamoci
6 Novembre 2019 | Sezione: Ambiente, Apertura
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Una petizione recentemente promossa da ambientalisti, scienziati e climatologi italiani chiede di mettere al bando nei media le bufale – propagandate in nome della par condicio da sedicenti esperti e scienziati, spesso in posizione di conflitto di interesse – che negano l’origine antropica del riscaldamento globale.

Il fumo fa bene alla salute. Come reagireste se il vostro medico, durante una visita, se ne uscisse con questa affermazione? Molto probabilmente correreste al CUP chiedendo di cambiare dottore. Eppure, nemmeno molto tempo fa, la questione della correlazione tra cancro e sigaretta era molto dibattuta, tanto che alcuni sedicenti scienziati negavano che ci fosse un legame tra tumori e fumo.

Il caso più eclatante è riportato nel libro di Erik M. Conway e Naomi Oreskes Merchants of Doubts. How a Handful of Scientists Oscured the Truth on Issues from Tobacco Smoke to Global Warming. Nel testo si parla infatti della storia molto singolare di tre scienziati – Frederick Seitz, Fred Singer e Robert Jastrow – che lavoravano con diverse fondazioni private di stampo anticomunista e ultraconservatore adottando la prassi di screditare a suon di ricerche scientifiche diversi argomenti di attualità, in primis sulla pericolosità del fumo di sigaretta.

Ma il laborioso gruppo di negazionisti non si limitò a questo, e continuò negli anni a produrre report contro altre questioni dimostrate scientificamente, come le piogge acide o il buco nell’ozono, fino a negare l’origine antropica dei cambiamenti climatici. La cosiddetta “strategia del tabacco” – ossia barattare le proprie competenze scientifiche con il denaro mettendosi al servizio di potenti corporation private con precisi interessi, siano esse le compagnie petrolifere o quelle tabacco – ha prodotto alla fine importanti risultati. Uno dei principali: il Presidente degli Stati Uniti nel 2017 arriva a negare l’esistenza dei cambiamenti climatici sulla base di fantomatiche prove scientifiche, dichiarando il ritiro statunitense dall’Accordo di Parigi.

La comunità scientifica internazionale non ha dubbi: la crisi climatica è colpa dell’uomo ed è una realtà da affrontare al più presto. Secondo l’ultimo report dell’IPCC, il panel di esperti dell’ONU che si occupa di clima, se entro 11 anni non si ridurranno drasticamente le emissioni, non riusciremo a contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i due gradi – obiettivo appunto dell’Accordo di Parigi. Una soglia che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa delle specie umana.

Nonostante l’evidenza scientifica, ancora oggi si moltiplicano le opinioni pseudo-scientifiche sulla questione, con sedicenti “esperti” che da alcuni giornali o nei dibattitti televisivi rilanciano in nome della par condicio le loro teorie “scientifiche” sostenendo, tra le altre cose, che “There is no climate emergency”. È il caso di una lettera inviata al segretario generale dell’ONU Antonio Guterres e firmata da 500 scienziati e accademici, tra cui figurano anche alcuni nostri connazionali. Nel testo si nega fermamente la rilevanza della attività umane con il riscaldamento climatico.

A rilanciare entusiasticamente la lettera è stata la destra italiana, che per l’occasione ha organizzato un evento in Senato lo scorso 18 ottobre dal nome “Sul riscaldamento globale di origine antropica”. L’appello, presentato da Maurizio Gasparri e Vito Comencini, a detta degli organizzatori sarebbe servito contro “le politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusione di governare il clima”.

Ma la questione non è solo italiana: si sta sviluppando un pericoloso network globale di negazionisti climatici alimentato dai partiti populisti di estrema destra europei e internazionali. Un rapporto di fine marzo della Fondazione tedesca Adelphi ha segnalato come i partiti di ultradestra non odino solo i migranti, ma anche il clima e l’ambiente: il dossier dimostra come molti di questi partiti si siano astenuti o abbiano votato contro la ratifica dell’Accordo di Parigi sul clima all’Europarlamento, avvenuta il 4 ottobre del 2016. Tra queste formazioni c’è ovviamente anche la Lega (“L’accordo raggiunto è stato un compromesso al ribasso per permettere alle aziende cinesi e dei Paesi in via di sviluppo di competere ingiustamente con le aziende italiane” dichiarava durante le votazioni l’allora eurodeputato del Carroccio Gianluca Pini).

Si sprecano poi le offese per delegittimare e colpire il movimento dei Fridays For Future e Greta Thunberg: i negazionisti climatici sostengono che la giovane attivista svedese sia “manipolata”, “una pessima attrice”, “un pappagallo”, “il nuovo cucciolo di Soros” mentre i giovani che seguono il suo messaggio vengono soprannominati in maniera dispregiativa come “gretini”.

La stragrande maggioranza di chi propaga queste “teorie”, tra cui i firmatari del famoso appello, non hanno competenze specifiche in materia, sostengono tesi già smentite da diversi anni – una su tutte: il pianeta non si sta scaldando dal 2000 – e basano le loro teorie su bufale.

Occorre fare chiarezza e di ribadire il primato della scienza sulle opinioni. Per questo alcuni ambientalisti, scienziati e climatologi italiani – Annalisa Corrado, Rossella Muroni, Francesco Ferrante, Antonello Pasini, Piero di Carlo, Rosy Battaglia, Luca Mercalli, Stefano Caserini, Gianni Silvestrini – hanno deciso di lanciare una petizione su change.org per chiedere che i media italiani seguano l’esempio di quelli inglesi, smettendo di dare spazio a posizioni antiscientifiche che negano i cambiamenti climatici in nome della par condicio.

La petizione si intitola “Cambiamenti climatici: nessuno spazio per posizioni antiscientifiche nei media”. Il 98% degli scienziati, del resto, non ha dubbi: come ribadisce Annalisa Corrado, i cambiamenti climatici di natura antropocentrica sono un’emergenza da affrontare, non un’opinione o un dibattito. Dare il medesimo spazio mediatico alle tesi scientifiche e a quelle negazioniste, sostenute dal 2% della comunità scientifica internazionale, non fa altro che prolungare l’agonia e contribuire alla diffusione di vere e proprie bufale.

Dopotutto, se qualche scienziato vi dicesse che la terra è piatta, lo considerereste ancora come tale?
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La “svolta verde” del governo. Ma è solo un primo passo
Una lettura tecnica delle misure varate dall’esecutivo conferma quanto annunciato all’ASviS dal ministro Gualtieri, anche se il “green new deal” richiede una visione di lungo termine. 7/11/2019

di Enrico Giovannini su ASviS online.

In occasione della presentazione del Rapporto ASviS, il 4 ottobre scorso, il ministro dell’Economia e delle finanze Roberto Gualtieri era intervenuto annunciando una serie di misure che il Governo avrebbe adottato con la Legge di Bilancio 2020, le quali, a sua detta, avrebbero rappresentato una “svolta verde” senza precedenti nella politica economica italiana. Leggendo i commenti apparsi sulla stampa alle varie bozze della Legge di Bilancio 2020 circolate nelle settimane scorse credo che nessuno abbia tratto l’impressione che il provvedimento sia in linea con quanto annunciato dal ministro. Dunque, chi ha ragione?

Fermo restando che si dovrà attendere il varo del testo finale, dopo il lavoro emendativo che su di esso svolgerà il Parlamento, una lettura “tecnica” del provvedimento proposto dal Governo conferma quanto aveva indicato il ministro Gualtieri, il che pone una evidente domanda sulla capacità dell’opinione pubblica italiana non tanto di valutare la singola norma, quanto di “unire i puntini”, leggendo l’insieme degli atti di governo, nel caso particolare la bozza della Legge di Bilancio, il Decreto legge “clima” e il Decreto legge “fiscale”, che rappresentano i tre atti legislativi finora varati dal Governo in carica.

E cominciamo proprio dal Decreto-legge “clima”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 ottobre 2019 e attualmente oggetto di discussione al Senato. Al di là del contenuto un po’ confuso con il quale è stato predisposto, va ricordato che un decreto-legge va motivato in base ai criteri della gravità e dell’urgenza. Proprio per questo, sono sostanzialmente assenti nella storia legislativa nazionale decreti-legge in materia di politiche ambientali, al di là di interventi d’urgenza su specifici eventi. Ebbene, il preambolo del Decreto recita

“Il Presidente della Repubblica, visti gli articoli 77 e 87, quinto comma, della Costituzione, considerata la straordinaria necessità ed urgenza di adottare una politica strategica nazionale che permetta di fronteggiare l’emergenza climatica, tenuto conto dei lavori svolti a livello internazionale dall’International Panel on Climate Change (Ipcc) in ambito Nazioni unite che evidenziano come la variabilità climatica sia strettamente legata alle attività umane e come le temperature e le emissioni di CO2 continueranno progressivamente a crescere con impatti negativi su numerose aree del pianeta e sulla salute pubblica, …”.

Questo testo configura una vera e propria “dichiarazione di emergenza climatica” da parte del Governo e del Presidente della Repubblica, cioè un atto senza precedenti nella storia della legislazione italiana della quale l’ordinamento giuridico non potrà più prescindere d’ora in avanti. E non ci si può non rallegrare con le più alte istituzioni per aver finalmente, anche se con ritardo, riconosciuta la gravità della crisi climatica, operando nella direzione indicata dal Rapporto ASviS. Ora ci aspettiamo che il Parlamento italiano proceda a dichiarare ufficialmente lo “stato di emergenza climatica”, ribaltando la posizione negativa espressa solo pochi mesi fa sul tema dalle forze che sostenevano il governo “giallo-verde”.

Venendo alla Legge di Bilancio 2020, in primo luogo va notato che i capitoli nei quali essa è articolata utilizzano un linguaggio inusuale per la politica economica italiana, ma in linea con quanto annunciato dal ministro Gualtieri. Il Titolo 3 del testo, infatti, parla di “Misure per gli investimenti, la sostenibilità ambientale e sociale” (al cui interno compaiono articoli dedicati al “Green new deal” e alla “Green mobility”), mentre il Titolo 1 e il Titolo 2 della seconda parte contengono misure per la “Rimodulazione selettiva delle tax expenditures e dei sussidi dannosi per l’ambiente” e “Misure fiscali a tutela dell’ambiente e della salute”, e leggendo i titoli di singole misure si ritrovano “Incentivi fiscali all’acquisizione di beni strumentali e per l’economia circolare” e “Nuova Sabatini, investimenti Sud e investimenti eco-sostenibili delle Pmi”. Inoltre, considerando che i termini “sostenibile” e “sostenibilità” compaiono con una frequenza elevata nel testo, va riconosciuto che, sul piano puramente semantico, siamo in presenza di una forte innovazione rispetto al passato. Ovviamente, ciò che conta è il contenuto delle norme.

Da questo punto di vista, la proposta avanzata dal Governo prevede investimenti senza precedenti nella trasformazione del sistema socio-economico nel senso dello sviluppo sostenibile. Parliamo di oltre 22 miliardi nei prossimi 15 anni, dedicati (art. 7 del Titolo III) a interventi per “lo sviluppo del Paese, anche in riferimento all’economia circolare, alla decarbonizzazione dell’economia, alla riduzione delle emissioni, al risparmio energetico, alla sostenibilità ambientale e, in generale, ai programmi di investimento e ai progetti a carattere innovativo, anche attraverso contributi ad imprese, ad elevata sostenibilità e che tengano conto degli impatti sociali”.

Ferma restando la ben nota difficoltà a tradurre in realtà gli annunci sugli investimenti pubblici, è interessante sia l’entità degli interventi, sia il fatto che siano “spalmati” su un lungo arco temporale, a testimoniare l’intenzione di superare le ottiche di breve termine con cui i provvedimenti di spesa sono spesso adottati. Ovviamente, l’entità degli investimenti è del tutto insufficiente per trasformare il sistema produttivo italiano nella direzione dello sviluppo sostenibile ed è qui dove dovrebbe intervenire il settore privato. Interessanti sono, a questo proposito, gli interventi orientati a favorire le scelte di investimento e di innovazione a favore di un’economia che nel passato ho definito “digi-circolare”. Ad esempio, il sostegno alle Pmi per investimenti, anche in capitale umano, orientati simultaneamente alla digitalizzazione e alla transizione all’economia circolare recepisce una delle proposte dell’ASviS e dimostra che non si tratta solo di “spendere di più”, ma di orientare meglio il sostegno che lo stato offre all’azione dei privati. Va nella stessa direzione la costituzione del “Fondo per la crescita sostenibile” e il suo uso per offrire garanzie per operazioni dei privati orientate a investimenti per innovazione e sostenibilità.

Molto hanno fatto discutere le misure che prevedono nuove tasse (sulla plastica, sulle bevande gassose, ecc.) o la riduzione di sussidi dannosi per l’ambiente. A tale proposito, va ricordato che la Legge 221 del 2015 prevede già il graduale smantellamento di questi ultimi (circa 19 miliardi di euro all’anno) e la loro trasformazione in sussidi a favore dello sviluppo sostenibile. Da questo punto di vista, è evidente che la riduzione degli incentivi dannosi o l’inasprimento delle imposte su prodotti o attività ad alto impatto ambientale non debbano essere attuate per “fare cassa”, ma per accelerare la transizione verso la green economy. Se questo fosse non solo chiarito, ma anche praticato, è probabile che le misure in questione sarebbero sostenute da una parte consistente dell’opinione pubblica, giustamente preoccupata di nuove imposte tout court, visto l’elevato livello dell’imposizione fiscale. Allo stesso tempo, è necessario che le misure siano “ragionevoli” e “bilanciate”, nel senso di assicurare una “giusta” transizione, che tenga conto del tempo necessario per riconvertire processi e assetti consolidati. Al di là dell’opportunità che le singole misure possano essere migliorate nel corso del dibattito parlamentare, va ancora una volta ricordato che i provvedimenti vanno inquadrati in esplicite visioni di medio-lungo termine, che la politica deve chiaramente comunicare e perseguire negli anni.

Al di là delle singole misure, che l’ASviS analizzerà in dettaglio nelle prossime settimane, pubblicando a febbraio la valutazione dell’impatto della Legge di Bilancio 2020 sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile, la discussione di queste settimane ha reso evidente a tutti che la transizione a un modello sostenibile di sviluppo non è un processo facile e senza costi, con potenziali tensioni tra gruppi sociali, settori di attività, innovatori e conservatori, ecc. Quello che è inaccettabile è un giorno lodare la pressione che i giovani esercitano per rendere il mondo sostenibile e il giorno successivo sostenere chi si oppone al cambiamento in nome dei propri interessi, per quanto legittimi. Alla politica, ma anche alla società civile e agli opinion leader, è richiesta una capacità straordinaria di orientare le scelte di oggi sapendo che viviamo un tempo straordinario, come il recente appello di migliaia di scienziati ci ha ricordato. Sapere che a rischio non è solo la qualità della vita delle future generazioni, ma quella dell’attuale generazione rende il quadro ancora più complesso, ma questa consapevolezza non può essere motivo di rinvio delle scelte difficili e urgenti che ci spetta fare.

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Che succede?

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La lettera di
di Raniero La Valle

EGOFASCISMO

Care Amiche ed Amici,
il cardinale Ruini (ex presidente della CEI e vescovo vicario di Roma negli anni 1991-2008) suggerisce di dialogare con Salvini, che viene pensato come futuro: come futuro suo ma anche nostro (“ha notevoli prospettive davanti a sé”). Ciò vuol dire passare nei confronti di lui dalla resistenza al viatico, e togliere il tappo che fortunosamente il sistema politico italiano ha messo per impedire o almeno ritardare l’irruzione delle acque dei pieni poteri, traboccanti da urne precocemente convocate. Questo tappo, per quanto improvvisato e maldestro, è la cosa che dà ragione del governo in carica e lo trasforma in governo della ragione.
Passare dalla resistenza al viatico al leader leghista, significa togliere il tappo, privare di questa ragione il governo, farlo cadere. È ciò che dal primo giorno della sua concezione e della sua nascita stanno facendo molti poteri interni ed esterni al governo, che operano perfino tra le forze che lo hanno concepito e lo abitano. Tra questi poteri che giorno dopo giorno scalzano le fragili fondamenta su cui il governo si regge, c’è quasi l’intero sistema culturale e mediatico che agisce sotto dettatura del denaro. Tale è la TV commerciale, interamente determinata dal denaro, il quale si svela platealmente decidendo palinsesti, maratone e tempi concessi ai programmi nelle interruzioni tra una pubblicità e un’altra. I soggetti che fanno i programmi, diventano in tal modo essi stessi oggetti. Non è la televisione che fa la pubblicità, è la pubblicità che fa la televisione. Cioè è il mercato, e meno male che c’è il mercato perché, venuto meno il controllo umano, almeno il mercato per sue non tanto misteriose ragioni ha interesse che qualcosa di umano continui, che la convivenza regga, e che i cori razzisti, che minacciano di far interrompere lo spettacolo negli stadi, non ci siano.
Ora la TV gestita dal denaro sa benissimo che, assunto come fine il profitto, la sola produzione redditizia è lo spettacolo. E gli spettacoli costano: basta guardare ai Teatri dell’Opera, le cui recite a causa dei cori, delle orchestre, delle prime donne e delle messe in scena costano troppo, e che perciò chiudono. Ma la TV commerciale ha trovato le uova d’oro, ha trovato lo spettacolo che non costa nulla e anzi paga addirittura per essere rappresentato. Questo spettacolo è la politica, che da sola può coprire l’intero arco della programmazione, quando è mattina, quando è sera, quando è notte e poi di nuovo mattina. Ma lo spettacolo che fa audience (lo si sa fin dal Teatro greco) è la tragedia e la farsa. E la politica va benissimo come spettacolo, a patto che si presenti come tragedia e come farsa; e se in se stessa non è né tragedia né farsa, la TV ce la fa diventare, la deve restituire così, altrimenti dovrebbe trasmettere altre cose, molto più care. Ciò vuol dire che in quanto “medium”, strumento mediatico, la TV deve farsi mediatrice e autrice del falso, della fake news per eccellenza: perché la politica è tutt’altra cosa di ciò che viene mostrato, è l’impresa del vivere insieme, e vera politica non è solo la contesa per questo o quel problema determinato, ma quella per cui ne va delle condizioni di vita e del destino degli uomini e delle donne sulla terra.
È in questa più larga visione che il tappo non va tolto.
Ma perché c’è questa scelta, questa deriva a favore di Salvini? Salvini non ha solo un futuro, ha anche un passato. Il passato di Salvini sono la cultura e la politica dell’Occidente dopo l’89, da quando cioè si è fatta la globalizzazione, ma senza un’idea (un’ideologia!) che la fondasse, senza il pensiero di un’unità umana di cui essa fosse l’effetto; e questo passato, in Italia, è anche il passato della Chiesa di Ruini, dagli anni 80 fino a papa Francesco, nel lungo tempo dell’eclissi del Concilio. Caratteristica di quella Chiesa fu l’idea che nella società, man mano che scemava la fede, la Chiesa dovesse farsi portatrice di un “progetto culturale”, di una cultura in vesti secolari: non di una politica, perché quella, mandato al macero il “cattolicesimo democratico”, la si lasciava fare ai politici, alla destra che c’era, tallonata però perché si rendesse “permeabile” alle istanze cattoliche e così, come rivendica Ruini, portasse dei “frutti” per la Chiesa.
In tal modo la Chiesa si è incorporata alla cultura della modernità, i fedeli sono stati lasciati a quei pascoli. Ed è questo meticciato culturale (ateismo e rosari) che è giunto fino a noi. È la cultura di una Chiesa quale è stata, e che come tale è destinata a finire se papa Francesco non sarà continuato e si vorranno chiudere le porte alla Chiesa che sarà.
Ora la vecchia cultura, oggi endemica se non egemone, non è atta a salvare la Terra e a far sì che la storia continui. Giustamente Salvini rifiuta di essere chiamato “fascista” e denuncia chi lo fa, anche se il Pubblico Ministero di Milano dice che non è reato. Il fascismo è un fenomeno storico nato dallo scempio della prima guerra mondiale e dall’estro di Mussolini, e non è ripetibile in qualsiasi altra forma. Però è proprio dell’uomo dare il nome alle cose, e anche “rinominarle”, quando occorre, come ora ci fa fare il computer. Si può rinominare il fascismo, riconoscere il fascismo eterno dandogli il nome di “egofascismo”, un nome che riassume tutta una cultura e tutta una storia. L’egofascismo è mettersi al centro, prima e al posto di ogni altro e far questo con qualunque mezzo, al costo di qualsiasi violenza, al principio di ogni sacrificio. È la morale del Principe, la ragion di Stato, il nucleo duro della sovranità; è dire “prima gli Italiani” o “solo gli Italiani” e perciò chiudere i porti, destinare i migranti all’inferno, far passare la cultura “meglio morti che sbarcati”, singolare rovesciamento del grido “meglio morti che rossi”, e ripresa del più antico “me ne frego”: della morte e della perdizione dell’altro. È la cultura della dialettica, della contraddizione, che è poi la cultura del nemico, da Eraclito ad Hitler, fino alla cultura del maggioritario, fino alla minaccia: “con un voto in più si governa su tutti”.
Se davvero siamo ad un cambiamento d’epoca, è questa cultura che deve cambiare. C’è un’altra cultura, non dell’alternativa ma dello scambio (il cristianesimo, di cui si baciano i simboli, è il rovesciamento assoluto della dialettica, con la sua unione tra umano e divino, che addirittura ha definito “consustanziali”); è la cultura dell’ “I care” (mi preme), del “prima gli altri”, “prima i poveri, i deboli, gli scacciati”, è la cultura della casa di tutti e dell’unità umana, la cultura per la quale o ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno.

Con i più cordiali saluti.

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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Scegliete oggi chi volete servire (Gs 24,15)
Notizie da
Chiesa di tutti Chiesa dei poveri
Newsletter n. 168 del 7 novembre 2019
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RUINI, SALVINI, CATTOLICI E POLITICA
5 Novembre 2019 by Forcesi | su C3dem.
Mons. Camillo Ruini, “La Chiesa dialoghi con Salvini. Un errore i sacerdoti sposati” (intervista al Corriere della sera, 3/11). Mons. Domenico Mogavero, “Ma il dialogo con Salvini è difficile” (intervista al Corriere). Matteo Salvini, “Io cerco il dialogo con i cattolici. Vedrò Ruini e non solo lui” (intervista al Corriere). Gianni Santamaria, “Ruini: non è tempo di un partito unitario” (Avvenire). Stefano Ceccanti, “Riecco Ruini a spiegare il ruinismo” (Il Riformista). Franco Monaco, “Ruini, un rispettoso dissenso” (Settimana news). Giorgio Armillei, “Ruini, la chiesa cattolica e la politica italiana” (landino.it). Antonella Rampini, “Così Ruini attacca Bergoglio” (Il Dubbio). Sull’Avvenire Angelo Picariello fa il punto sui vari fermenti nella galassia cattolica: “Cattolici e politica, lavori in corso”. Enzo Bianchi interviene sul lancio di un “manifesto politico” (vedi qui) di alcuni cattolici: “La stagione del silenzio” (Repubblica). INOLTRE: Eugenio Scalfari racconta “La chiesa secondo un laico” (Repubblica). Marco Roncalli, “E’ morto padre Eugenio Melandri” (Avvenire). Francesco Occhetta sj, “Il suicidio assistito, un nodo politico da sciogliere” (La Civiltà Cattolica).
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scudo-di-achille
Stato e mercato.
di Antonio Dessì, su fb.

Quello che sta emergendo anche dal confronto di ieri fra la Presidenza del Consiglio dei ministri e i massimi vertici (la proprietà) di Acelor Mittal mette in luce un quadro sconcertante, che rivela quanto siano astratte certe dispute sul tema “Stato e mercato” specie in Italia.
Altro che alternative fra privatizzazioni e nazionalizzazioni, quando lo Stato non è in grado nemmeno di valutare il contesto dei mercati e di vagliare le strategie dei soggetti privati implicati e da parte loro i soggetti privati implicati o imbrogliano, o essi stessi, invischiati più in una dimensione finanziaria che in una strategia industriale, commettono errori che dovrebbero essere inconcepibili.
Non aveva tutti i torti Di Maio, forse, quando si rassegnò ad accettare gli esiti della gara internazionale a suo tempo aggiudicata sotto il ministero Calenda, definendola “il delitto perfetto”.
Acelor Mittal si aggiudicò la gara proponendo un prezzo di acquisto (o meglio, un canone di affitto) per la gestione dell’ex ILVA superiore di quattrocento milioni di euro a quello del secondo classificato. Successivamente presentò un piano industriale che -addirittura incorporando i costi dell’ambientalizzazione del processo produttivo- prevedeva una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio annue e il mantenimento dei livelli occupazionali.
Ieri è venuto fuori che, oltre a non voler-poter accollarsi ulteriormente la perdita di due milioni di euro al giorno della gestione corrente, vorrebbe ridimensionare la produzione a quattro milioni di tonnellate all’anno, rallentare o disattendere almeno in parte l’ambientalizzazione del processo produttivo -questione dell’Altoforno 2- e licenziare almeno cinquemila dipendenti.
Ora, tutto questo non quadra con nessuna affidabilità di nessuna delle due parti in gioco.
Tutti sapevano da tempo che nel mondo si sta registrando una sovrapproduzione di acciaio, con tutte le ricadute sui relativi prezzi e convenienze di acquisto.
Non può essere che lo si scopra oggi.
Così come tutti sapevano che mantenere una produzione quantitativamente massiccia di acciaio in un Paese europeo, con tutti i problemi ambientali cui il processo produttivo deve far fronte, comporta incrementi di oneri di processo (costi aggiuntivi) che (per ora) altri Paesi non affrontano e che questo incide sulla competitività.
Non si chiami in causa una presunta sottocultura antiindustriale italiana, su questo terreno. Non sono nemmeno astratte questioni di vincoli legali improvvidamente applicati dalla magistratura penale.
La gente non è per principio contraria all’industria. Cresce piuttosto la quantità di persone che di industria non vuole più ammalarsi o morire. È un fatto sociale concreto.
Non basta il calo congiunturale della domanda, soprattutto connesso con la frenata tedesca specie in campo automobilistico, a giustificare quello che Acelor Mittal dichiara ora di aver verificato.
Nemmeno quello è un fatto meramente congiunturale: l’auto è, per la parte meccanica, del resto, un prodotto maturo, poco suscettibile di evoluzione, cionondimeno il suo mercato è soggetto a variabili continue, congiunturali e no.
È evidente che lo scudo penale non c’entra gran che.
È altrettanto evidente che il problema si pone in termini veramente straordinari, a questo punto.
Intanto chiama in causa l’assenza di strategia industriale del Paese.
Mettiamo che si sia costretti a subire il recesso di Acelor Mittal, posto che in punta di politica ieri Conte ha giudicato la posizione della multinazionale franco-indiana come “un ricatto inaccettabile”.
Che si fa?
Saltiamo per un momento l’ipotesi del subentro del secondo posizionato nella gara, che verosimilmente dovrebbe riconsiderare le condizioni emerse in itinere, comprese le valutazioni odierne sullo stato di fatto (e di mercato).
Si torna alla gestione commissariale, che non può che essere temporanea, se non si vuole che diventi implicitamente liquidatoria.
Occorrerà cercare altre formule societarie, con o senza partecipazioni private.
Ma con quale piano per la siderurgia italiana?
Con quale management di scelta presumibilmente pubblica?
Quanto durerebbe il favore verso una sorta di nazionalizzazione, se i costi restassero alti e le perdite inevitabilmente accollate sul bilancio pubblico?
Se non si risponde a queste domande, tutto quello che leggiamo da parte dei politici è solo un’irresponsabile, colpevole produzione di cortine fumogene.
L’ex ILVA si sta rivelando una chiamata in causa non di un Governo (che comunque non ne uscirà indenne), ma della condizione generale dell’intero Paese.
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Con Liliana Segre. Noi votiamo a favore!

SENATRICE LILIANA SEGRE (00032435) (© 2018 Carmine Flamminio / Senato della Repubblica)Istituita la Commissione per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre
osservatorio-antisemitismo

Commissione contro l’odio, via libera del Senato

La Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza presentata da Liliana Segre è stata approvata dalla maggioranza dell’aula del Senato. Centocinquantauno i voti a favore, 98 gli astenuti. A non esprimersi Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Al riguardo Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni afferma:

“Con il via libera all’istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, mozione che aveva come prima firmataria la Testimone della Shoah e senatrice a vita Liliana Segre, il Senato ha oggi dato un importante segnale a tutta la società italiana. In un’epoca caratterizzata dall’affermazione crescente di odio e parole malate, pervasive in ogni aspetto della nostra vita reale e virtuale, è infatti necessario che le istituzioni intervengano con la massima incisività, forza e autorevolezza. Nessuna esitazione ulteriore è possibile, davanti alla voragine che rischia di aprirsi davanti a noi. L’iniziativa proposta dalla senatrice Segre colma così un vuoto significativo e si propone di offrire nuove soluzioni al contrasto di questo fenomeno di drammatica e lacerante attualità. Complimenti quindi a Liliana per questo risultato. Grazie a tutti coloro che, da diverse posizioni politiche, l’hanno sostenuta e la sosterranno in questa sfida. Chi oggi si è astenuto non è esentato dal dovere di partecipare a questo impegno. La scelta dell’astensione da parte di alcuni partiti resta comunque incomprensibile e irresponsabile. Un modo più o meno esplicito per legittimare, o per restare indifferenti, davanti a un odio che purtroppo avanza e che deve riguardare ciascuno di noi a prescindere da ogni appartenenza partitica”.

Di seguito il testo della mozione approvata in Senato

“Premesso che:

tradizionalmente in Senato l’istituzione della Commissione straordinaria o speciale attesta l’attenzione dell’Istituzione per la tutela e lo sviluppo dei valori costituzionali, come avvenne il 2 agosto 2001 con l’approvazione della mozione 1-00020 della XIV Legislatura, a prima firma Alberti Casellati, sull’istituzione di un organo del Senato per la tutela dei diritti umani. Alla stessa stregua di quel nobile precedente, occorre oggi corrispondere ad istanze fortemente sentite, anche nelle sedi interparlamentari, come dimostra il fatto che il Consiglio d’Europa ha recentemente istituito la “No hate parliamentary alliance”, con lo scopo di prevenire e contrastare l’incitamento all’odio. Di questa rete fanno parte parlamentari di tutti i Paesi, che intendono impegnarsi a livello nazionale e internazionale contro l’odio in tutte le sue forme e in particolare contro l’hate speech;

negli ultimi anni si sta assistendo ad una crescente spirale dei fenomeni di odio, intolleranza, razzismo, antisemitismo e neofascismo, che pervadono la scena pubblica accompagnandosi sia con atti e manifestazioni di esplicito odio e persecuzione contro singoli e intere comunità, sia con una capillare diffusione attraverso vari mezzi di comunicazione e in particolare sul web. Parole, atti, gesti e comportamenti offensivi e di disprezzo di persone o di gruppi assumono la forma di un incitamento all’odio, in particolare verso le minoranze; essi, anche se non sempre sono perseguibili sul piano penale, comunque costituiscono un pericolo per la democrazia e la convivenza civile. Si pensi solo alla diffusione tra i giovani di certi linguaggi e comportamenti riassumibili nella formula del “cyberbullismo”, ma anche ad altre forme violente di isolamento ed emarginazione di bambini o ragazzi da parte di coetanei;

è un fatto che non esiste ancora una definizione normativa di hate speech; tuttavia in base alla raccomandazione n. (97) 20 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 30 ottobre 1997, il termine copre tutte le forme di incitamento o giustificazione dell’odio razziale, xenofobia, antisemitismo, antislamismo, antigitanismo, discriminazione verso minoranze e immigrati sorrette da etnocentrismo o nazionalismo aggressivo. Per meglio definire il fenomeno si ricorre alle categorie dell’incitamento, dell’istigazione o dell’apologia. Il termine incitamento può comprendere vari tipi di condotte: quelle dirette a commettere atti di violenza, ma anche l’elogio di atti del passato come la “Shoah”; ma incitamento è anche sostenere azioni come l’espulsione di un determinato gruppo di persone dal Paese o la distribuzione di materiale offensivo contro determinati gruppi. Chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale e chi incita a commettere atti di discriminazione o di violenza è incriminato a titolo di pericolo presunto quando il pregiudizio razziale, etnico, nazionale o religioso si trasforma da pensiero intimo del singolo a pensiero da diffondere in qualunque modo, con «argomenti», quali la superiorità della propria razza, etnia, nazione o gruppo, ma anche compiendo o incitando a compiere atti di discriminazione;

nel 2014 è stata lanciata la campagna nazionale “No hate speech”, con la messa in onda, anche sulle reti della RAI, di spot televisivi e radiofonici che si inseriscono all’interno dell’omonimo progetto internazionale, promosso dal Consiglio d’Europa come forma di tutela dei diritti umani di fronte a fenomeni di odio e di intolleranza espressi attraverso il web, in preoccupante crescita: soltanto in Italia, circa il 41 per cento dei casi di discriminazione segnalati nel 2012 sono da ricondurre al web. Anche un gruppo di editori e di riviste italiani ha promosso recentemente la campagna “Le parole uccidono”, per indicare il pericolo del linguaggio violento e offensivo. Esiste inoltre un tavolo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, a cui partecipano le istituzioni che hanno la possibilità, in base alle loro competenze, di sensibilizzare i giovani a contrastare l’odio diffuso on line;

considerato che:

il fenomeno denunciato è purtroppo in crescita in tutte le società più avanzate. La comunità internazionale da anni sta cercando delle strategie di contenimento e di contrasto. La norma fondamentale che vieta ogni forma di odio deve essere considerato il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 19 dicembre 1966 e reso esecutivo nel nostro Paese dalla legge 25 ottobre 1977, n. 881, che, ex articolo 20, prevede che vengano espressamente vietati da apposita legge qualsiasi forma di propaganda a favore della guerra, ma anche ogni appello all’odio nazionale, razziale o religioso che possa costituire forma di incitamento alla discriminazione o alla violenza. Insomma l’insieme di quei fenomeni che oggi sono meglio noti come hate speech. La stessa legge prevede le relative misure e sanzioni penali. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà d’espressione, Frank La Rue, ha precisato che ci sono differenze tra espressioni che costituiscono un’offesa secondo il diritto internazionale e che andrebbero perseguite penalmente, espressioni dannose, offensive o sgradite, che tuttavia gli Stati non sono tenuti a proibire penalmente, ma che possono giustificare una sanzione civile, e, invece, espressioni che non danno luogo a sanzioni penali o civili, ma che comunque causano preoccupazione in merito alla tolleranza e al rispetto altrui. Anche il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), seppur non ricorrendo esplicitamente all’uso dell’espressione hate speech, ne ha comunque identificato le varie manifestazioni: si tratti di discorsi orali o scritti, veicolati nei mass media o su internet, attraverso simboli o immagini. Resta vero che una precisa definizione di hate speech è resa difficile dal fatto che la Convenzione ha stabilito vari standard di protezione, definendo la discriminazione come qualsiasi distinzione basata sull’etnia, sul colore o sulla nazionalità, che abbia lo scopo o l’effetto di annullare o indebolire il godimento di qualsiasi diritto umano o libertà fondamentale. È stabilito altresì che gli Stati considereranno reato punibile per legge le seguenti categorie di attività: ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza o incitamento a tali atti, rivolti contro qualsiasi gruppo di individui di diverso colore o origine etnica; andrà inoltre punita ogni assistenza ad attività razziste compreso il loro finanziamento;

l’espressione hate speech, nonostante non sia indicata nella Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), è stata usata dalla Corte per la prima volta l’8 luglio 1999. La Corte ha però evitato una definizione precisa del fenomeno (nel timore che ciò limitasse il proprio futuro raggio d’azione), ricorrendo di volta in volta ad un approccio mirato, che tenesse conto delle varie circostanze del caso concreto: l’intento dello speaker, l’intensità e la severità dell’espressione, il fatto che essa fosse diretta o indiretta, esplicita o velata, singola o ripetuta. Un approccio articolato di estrema importanza e utilità nella ricerca di più adeguate e incisive politiche di risposta e contrasto al problema. La CEDU differenzia i discorsi di odio per categorie (razziali, sessuali, religiosi, etnici o politici). Gli hate speech, stando alla definizione del dizionario Oxford, consistono in un intenso ed estremo sentimento di avversione, rifiuto, ripugnanza, livore, astio e malanimo verso qualcuno. Diversamente dall’hate speech, i crimini di odio (hate crimes) costituiscono un’offesa penale diretta intenzionalmente contro una vittima predeterminata e pertanto possono rendersi necessarie restrizioni di carattere repressivo;

gli hate speech sono difficili da definire e suscettibili di applicazioni arbitrarie, i codici penali di molti Stati membri, infatti, con riferimento all’incitamento alla violenza o all’odio, utilizzano svariate terminologie e di conseguenza vari criteri di applicazione. Gli aspetti più divergenti fra le varie legislazioni dipendono per lo più dai seguenti fattori: il peso attribuito all’intento, alla motivazione, allo strumento di comunicazione prescelto, al contesto e alle conseguenze prevedibili in date circostanze. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa definisce gli hate speech come le forme di espressioni che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o più in generale l’intolleranza, ma anche i nazionalismi e gli etnocentrismi, gli abusi e le molestie, gli epiteti, i pregiudizi, gli stereotipi e le ingiurie che stigmatizzano e insultano;

al riguardo è intervenuta anche l’Unione europea con l’adozione della decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio del 28 novembre 2008, che, nella lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia, ricorre al diritto penale. Secondo questa decisione gli Stati membri devono garantire che siano punibili i discorsi di incitamento all’odio, intenzionali e diretti contro un gruppo di persone o un membro di essi, in riferimento alla razza, al colore, alla religione o all’etnia. Deve risultare, altresì, punibile l’istigazione pubblica alla violenza o all’odio, quale che sia la forma di diffusione: scritti, immagini o altro materiale. Lo stesso dicasi per l’apologia o la negazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e di quelli di guerra e, infine, quanto ai comportamenti atti a turbare l’ordine pubblico o minacciosi, offensivi e ingiuriosi. La stessa Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (OSCE) si è impegnata, con la decisione 9/2009 “Combating hate crimes”, a riconoscere e sanzionare i crimini dell’odio in quanto tali, cioè basati su motivi razzisti o xenofobi;

anche in Italia ovviamente esiste un’ampia produzione normativa in materia e importanti iniziative legislative sono state incardinate la scorsa Legislatura e annunciate di recente. Basti ricordare la legge 13 ottobre 1975, n. 654, di recepimento della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1966 e il decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, “decreto Mancino”, che reprime l’incitamento alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Nel corso della XVII Legislatura è stata approvata invece la legge 16 giugno 2016, n. 115, che recepisce la già ricordata decisione quadro europea 2008/913 GAI, ed attribuisce rilevanza penale alle affermazioni negazioniste della Shoah, ma in genere di tutti gli atti di genocidio e di crimini di guerra e contro l’umanità. L’interruzione della legislatura ha invece impedito l’approvazione definitiva della “legge Fiano”, che colpisce con strumenti aggiornati ogni forma di apologia del fascismo. Sempre nella XVII Legislatura la Camera dei deputati ha istituito una Commissione sui fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo intitolata alla parlamentare del Regno Unito, Jo Cox, uccisa nel 2016 per motivi di odio e intolleranza. Con l’istituzione della Commissione, composta da parlamentari e non, si intese corrispondere all’invito del Consiglio d’Europa ad una sempre maggiore sensibilizzazione dei Parlamenti nazionali in fatto di conoscenza e contrasto di tutte le forme di intolleranza e razzismo;

rilevata, pertanto, l’esigenza di provvedere all’immediata istituzione di un organismo ad hoc, in modo tale da permettere al Senato della Repubblica di onorare la sua tradizione e l’impegno per la salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone,

delibera di istituire una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, costituita da 25 componenti in ragione della consistenza dei gruppi stessi; la Commissione elegge tra i suoi membri l’Ufficio di Presidenza composto dal Presidente, da due vice presidenti e da due segretari; la Commissione ha compiti di osservazione, studio e iniziativa per l’indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche. Essa controlla e indirizza la concreta attuazione delle convenzioni e degli accordi sovranazionali e internazionali e della legislazione nazionale relativi ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e di istigazione all’odio e alla violenza, nelle loro diverse manifestazioni di tipo razziale, etnico-nazionale, religioso, politico e sessuale. La Commissione svolge anche una funzione propositiva, di stimolo e di impulso, nell’elaborazione e nell’attuazione delle proposte legislative, ma promuove anche ogni altra iniziativa utile a livello nazionale, sovranazionale e internazionale. A tal fine la Commissione: a) raccoglie, ordina e rende pubblici, con cadenza annuale: 1) normative statali, sovranazionali e internazionali; 2) ricerche e pubblicazioni scientifiche, anche periodiche; 3) dati statistici, nonché informazioni, dati e documenti sui risultati delle attività svolte da istituzioni, organismi o associazioni che si occupano di questioni attinenti ai fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo, sia nella forma dei crimini d’odio, sia dei fenomeni di cosiddetto hate speech; b) effettua, anche in collegamento con analoghe iniziative in ambito sovranazionale e internazionale, ricerche, studi e osservazioni concernenti tutte le manifestazioni di odio nei confronti di singoli o comunità. A tale fine la Commissione può prendere contatto con istituzioni di altri Paesi, nonché con organismi sovranazionali e internazionali ed effettuare missioni in Italia o all’estero, in particolare presso Parlamenti stranieri, anche, ove necessario, allo scopo di stabilire intese per il contrasto all’intolleranza, al razzismo e all’antisemitismo, sia nella forma dei crimini d’odio, sia dei fenomeni di hate speech; c) formula osservazioni e proposte sugli effetti, sui limiti e sull’eventuale necessità di adeguamento della legislazione vigente al fine di assicurarne la rispondenza alla normativa dell’Unione europea e ai diritti previsti dalle convenzioni internazionali in materia di prevenzione e di lotta contro ogni forma di odio, intolleranza, razzismo e antisemitismo; la Commissione, quando necessario, può svolgere procedure informative ai sensi degli articoli 46, 47 48 e 48-bis del Regolamento; formulare proposte e relazioni all’Assemblea, ai sensi dell’articolo 50, comma 1, del Regolamento; votare risoluzioni alla conclusione dell’esame di affari ad essa assegnati, ai sensi dell’articolo 50, comma 2, del Regolamento; formulare pareri su disegni di legge e affari deferiti ad altre Commissioni, anche chiedendone la stampa in allegato al documento prodotto dalla Commissione competente, ai sensi dell’articolo 39, comma 4, del Regolamento; entro il 30 giugno di ogni anno, la Commissione trasmette al Governo e alle Camere una relazione sull’attività svolta, recante in allegato i risultati delle indagini svolte, le conclusioni raggiunte e le proposte formulate; la Commissione può segnalare agli organi di stampa ed ai gestori dei siti internet casi di fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche, richiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti ovvero la loro deindicizzazione dai motori di ricerca”.

(30 ottobre 2019)

4 novembre

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4 novembre: anniversario della Vittoria.
Ma vittoria di chi e di che?

di Francesco Casula

Temo e sospetto che in occasione del 4 novembre anche quest’anno, si scateneranno le fanfare della retorica, patriottarda e militarista, con eventi, manifestazioni, raduni d’arma, conferenze e cerimonie solenni in molte città italiane.
Senza alcun pudore. Infatti non c’è proprio niente da celebrare e tanto meno festeggiare alcuna vittoria. Infatti:vittoria di che e di chi?
Quella guerra fu semplicemente una inutile strage, come la definì il Papa Benedetto XV. E in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis), una gigantesca carneficina.
Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna.
Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico”
(1).
Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore” (2).
Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire” (3).
Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra.
Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati.
E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine, terrificante, pieno di marciumi, terremotato” (4).
Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profilavano all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo.

I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni.
Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.
E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.
La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu: Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita.
In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna.
Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” (5).
C’è da festeggiare per questo dramma immane? Magari spendendo soldi in parate militaresche?
Non c’è niente da festeggiare.
Ha ragione il combattivo e giovane sindaco di Bauladu, Davide Corriga Sanna, Presidente della Corona de Logu – l’Assemblea che raccoglie gli amministratori locali indipendentisti – a fare del 4 novembre “una giornata di riflessione sul prezzo pagato dalla Sardegna alla Prima Guerra mondiale, un tributo di sangue e di arretramento economico”.

Note bibliografiche
(1) Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17.
(2) S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Carlo Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30.
(3) E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28.
(4) Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218.
(5) Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).

Disuguaglianze

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Nel mondo esplode l’insostenibilità sociale

La popolazione di molti Paesi è in fermento per l’impoverimento della classe media e la mancata partecipazione alle scelte collettive. Le diseguaglianze, soprattutto intergenerazionali, sono gravi e trascurate anche in Italia. 31/10/2019

di Donato Speroni su ASviS

Dopo un’estate di grande attenzione ai temi della sostenibilità ambientale e in particolare alla crisi climatica, questo ottobre potrebbe passare alla storia come il mese critico per la sostenibilità sociale. In tutto il mondo, le popolazioni di numerosi Paesi sono scese in piazza o hanno manifestato in qualche modo insoddisfazione per la loro situazione economica e per il senso di mancata partecipazione alle scelte collettive.

Si tratta di “Rivolte senza leader”, perché, come scrive il Financial Times, “le nuove proteste vengono ispirate da hashtag e non più da capipartito”. Sotto questo titolo, La Repubblica ha tracciato una mappa mondiale delle proteste, dai gilet gialli francesi alla Catalogna, dall’Egitto al Libano, dalla Bolivia al Cile, per non parlare di Hong Kong e del crescente malessere in Russia. E si potrebbero aggiungere altri fatti, come il rovesciamento del governo e il ritorno del peronismo in Argentina.

In molti di questi casi, l’innesco è costituito dalle diseguaglianze, cioè dalla percezione che il sistema economico favorisce una minoranza e impoverisce la classe media. Sul Corriere della Sera, Umberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno analizzato le caratteristiche delle diseguaglianze, concludendo che mentre sono diminuite quelle tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri grazie alla globalizzazione (in 40 anni, per esempio, la differenza nel reddito pro capite tra un cittadino statunitense e uno indiano si è dimezzata: da 24 a 12 volte), sono nettamente aumentate le diseguaglianze all’interno di ciascun Paese, in particolare a favore del top 1%, che negli Stati Uniti nello stesso periodo ha raddoppiato i propri redditi rispetto al resto della popolazione, passando dal 10 al 20% del totale dei redditi pro capite. La proposta dei due economisti è piuttosto drastica:

Per arginare la disuguaglianza all’interno di un Paese, e aumentare la mobilità sociale, a noi pare che una delle strade da seguire possa essere quella di tassare, con opportuni accorgimenti legati al reddito e con aliquote progressive, eredità e donazioni infra-familiari «inter vivos». E usare il gettito per finanziare politiche che favoriscano le pari opportunità. A questo andrebbe accompagnata la detassazione delle quote di eredità destinate a enti no-profit (ospedali, scuole, università) per finanziare, ad esempio, borse di studio per i meno abbienti. Così si ridurrebbe il trasferimento diretto di ricchezza fra generazioni di ricchi, finanziando al contempo spese che aumentano le pari opportunità, e quindi favorendo la mobilità sociale.

Tra le forme di diseguaglianza denunciate dai due economisti c’è quella intergenerazionale (una quota crescente di ricchezza che dal lavoro dei giovani va a finanziare gli anziani in pensione), particolarmente grave in Italia. Ne scrive sulla Stampa Gabriele De Stefani, prendendo spunto dalla nuova edizione dell’“Atlante dell’infanzia a rischio” pubblicata da Save the children.

È la diseguaglianza più profonda che attraversa l’Italia: un milione 260mila minorenni vivono in stato di povertà assoluta e 500mila non hanno i soldi sufficienti per mettere regolarmente proteine nel piatto. E nello stesso decennio (2008-2018) in cui il numero di under 18 indigenti è triplicato, non è aumentata per contro la quota di over 65 poveri: più si è giovani più è alto il prezzo che si paga alla crisi. Così oggi in Italia un povero su due ha meno di 34 anni. La povertà non è solo nel portafogli, ma è anche educativa e culturale.

Nello stesso articolo, il direttore della Fondazione Agnelli Andrea Gavosto conferma la diagnosi: “Siamo il paese in cui si è allargata di più la forbice tra il benessere dei giovani è quello degli adulti anziani. In Italia le diseguaglianze tra le varie fasce di reddito si sono accentuate meno che altrove, il cuore del problema è nel gap intergenerazionale”.

10goals_ridurre_disuguaglianzeLa riduzione delle diseguaglianze è l’Obiettivo 10 dell’Agenda 2030 dell’Onu, che al target 10.1 recita:

Entro il 2030, raggiungere e sostenere progressivamente la crescita del reddito del 40 per cento più povero della popolazione ad un tasso superiore rispetto alla media nazionale.

Le analisi dell’ASviS, contenute nel Rapporto annuale presentate il 4 ottobre, mostrano che siamo ancora lontani da questo risultato, anche se dal 2015 il reddito familiare del 40% più povero della popolazione è in aumento. Sacche di povertà esistono anche al Nord, ma il vero nodo del problema è il Mezzogiorno, dove non soltanto è maggiore il rischio di povertà ma è anche più alto l’indice di diseguaglianze.

Su questo tema è intervenuto il demografo Alessandro Rosina sul Sole 24 Ore di ieri, sottolineando in particolare la questione femminile:

Nella fascia 25 – 34 il tasso di occupazione femminile è fermo al 35% nel Mezzogiorno, circa la metà rispetto alle coetanee del Nord.

Infatti Rosina mette al centro di un nuovo “percorso virtuoso di sviluppo” per il Sud

La promozione del ruolo femminile e una propria risposta alle esigenze di conciliazione tra lavoro e famiglia.
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Come abbiamo già segnalato, il Forum diseguaglianze diversità ha avanzato 15 proposte. in parte riprese e integrate nel Rapporto ASviS 2019, che chiede tra l’altro: una riforma fiscale complessiva che riequilibri il carico delle imposte fra i diversi ceti sociali e rafforzi la progressività effettiva del sistema fiscale nel suo complesso; la garanzia di livelli essenziali nei servizi pubblici a cominciare da scuola e salute; una maggiore attenzione alle aree fragili e alle periferie.

Il primo passo, per evitare che anche in Italia si arrivi a una situazione sociale insostenibile, dovrebbe essere un grande dibattito nazionale sulla povertà e l’inclusione, temi troppo frettolosamente liquidati come risolti con il lancio del “reddito di cittadinanza”. Il supporto economico alle fasce più povere è certamente necessario, ma non basta: i fattori di diseguaglianza sono anche altri, dalla istruzione al degrado dei territori, dalla mancanza di lavoro alla percezione di scarsa sicurezza. L’ASviS esaminerà nei prossimi mesi le misure contenute nella nuova Legge di bilancio anche alla luce dell’Obiettivo 10, ma già da adesso si può dire che c’è ben poco per ridurre efficacemente le diseguaglianze.
Sviluppo sostenibile- presentazione del 1° rapporto ASviS

Completiamo questa rassegna con la cronaca delle più recenti attività dell’Alleanza. Ieri [30 ottobre 2019] si è tenuto il convegno “Educazione finanziaria e finanza sostenibile: investire nel futuro” a cura del Mef – Dipartimento del Tesoro e dell’ASviS. L’incontro si inquadra nel “Mese dell’educazione finanziaria”: la formazione finanziaria in Italia è molto carente rispetto agli altri Paesi dell’Ocse e la difficoltà nel gestire il proprio denaro si traduce in un ulteriore motivo di diseguaglianza.

Infine, è stata annunciata la seconda edizione dei Saturdays for future, che si terrà il 30 novembre con diverse iniziative in tutto il territorio nazionale. Come era già avvenuto in occasione della prima mobilitazione, l’accesso al corso e-learning sarà gratuito per una settimana: dal 22 al 30 novembre.

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- Illustrazione e articolo sono tratti dal sito web di ASviS.

Da Su Mortu Mortu a Su Prugatòriu, da Pro sas ànimas a Is Animeddas, da Sos Chi Tocant a Su Peti Cocone

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Halloween? No, grazie!
di Carla Maria Casula

La lingua gaelica, pregna di risonanze suggestive, il pantheon, le usanze e le leggende irlandesi emanano un fascino particolare, ma il tanto gettonato quanto stereotipato Halloween non irradia certamente altrettanta malia.
Snaturata dell’essenza celtica, ossia la parte più autentica, la tradizione offre in eredità una vacua americanata, un apparato asettico di marketing, consacrato sull’altare della globalizzazione. Consumismo elevato all’ennesima potenza. Maschere e travestimenti standardizzati di streghe, scheletri, teschi e zucche frammiste a raccapriccianti aracnidi di gomma che troneggiano sugli scaffali dei negozi. Falci nere, ossa e lugubri simboli di morte, mescidati con prodotti dolciari industriali (rigorosamente “griffati” Kinder), in bella mostra nelle vetrine allestite ad hoc. Un carnevale anticipato, scevro del sapore etnoculturale originario, che si barcamena goffamente tra squarci di film di Hitchcock e spezzoni dei Cartoons della Disney. Nessun retaggio di Samhain. Che fine ha fatto l’antica festa pagana di origine gaelica, che celebra la fine dell’estate, il passaggio alla stagione buia e fredda, la ciclicità della natura, con i suoi ritmi inviolabili? È arduo ravvisarne le tracce. Il cosiddetto “Capodanno celtico”, munifico di suggestioni del plurimillenario ambiente agropastorale, capitola miseramente ai piedi dell’imperante e consumistico Halloween, creando un irriverente sincretismo con esso.
Questa macabra arlecchinata autunnale, particolarmente gradita ai più piccoli, non rappresenta soltanto una fatua creazione artificiale, depauperata della più autentica memoria celtica, ma si rivela un vero e proprio oltraggio nei confronti delle tradizioni sarde. Come può la nostra Terra, traboccante di leggende, usi e rituali, che si perdono nella notte dei tempi, scimmiottare ciò che oramai è diventato una mera usanza americana, adottata dai popoli sottomessi al diktat culturale statunitense? Inaudito. Eppure rappresenta una triste realtà che ci sovrasta e dalla quale, nonostante il tormento ideologico provocato, non riusciamo svincolarci (ben si attaglia, in questo frangente, la citazione tratta dal carme 85 del poeta latino Catullo /sed fieri sentio et excrucior/).
La Sardegna è uno tra i Paesi al mondo più fecondi di tradizioni, nelle quali il filone pagano interseca quello cristiano, per fondersi in un unicum di rara bellezza, che manifesta delle varianti nelle diverse aree dell’isola, accomunate dalla peculiarità e dalla vividezza del folklore. Dunque, un crogiolo, ossimoricamente ben assemblato, di tradizioni ataviche conferisce esclusività all’apparato di rituali che si ripetono la notte precedente alla celebrazione dei defunti. Dalla tavola imbandita con le pietanze predilette dei cari estinti, rigorosamente apparecchiata senza posate, affinché l’anima dei morti non possa ferirsi, alla preparazione dei dolci tipici di questa occasione, realizzati artigianalmente dalle massaie più ligie alle consuetudini, tra i quali spiccano “sos papassinos” e “su pistiddu”. Ma la sequenza più emblematica è rappresentata dalla processione dei giovanissimi, che condensa accenti profani e impronte religiose, volta a fare tappa nelle abitazioni (generalmente dei piccoli centri), per avere in dono dolci, caramelle e frutta secca, dopo aver pronunciato l’espressione di rito, doverosamente in lingua sarda. La formula, che si colora secondo le multiformi varianti dialettali della regione, rappresenta un vero e proprio “passepartout” che consente di ricevere in cambio le ghiottonerie e, nel contempo, è volta a celebrare la memoria dei defunti e onorare le tradizioni autoctone. Da Su Mortu Mortu a Su Prugatòriu, da Pro sas ànimas a Is Animeddas, da Sos Chi Tocant a Su Peti Cocone, in un’atmosfera sospesa tra realtà terrena e ultraterrena, in cui il tempo sembra fermarsi, la Sardegna mostra la propria eredità ancestrale, che si dipana tra suggestioni di substrato profano e credenze ascrivibili al cristianesimo. Ma l’attrattiva globalizzante di Halloween si rivela un acerrimo nemico che, nel corso degli anni, trascina tra le sue fila un numero sempre maggiore di fanciulli, adescati con larvate o palesi imposizioni esterofile, attraverso l’imponente macchina pubblicitaria. Attualmente, sono pochi i paesi dell’isola nei quali l’amministrazione locale si attiva per avvicinare i più piccoli al folklore sardo e per mantenere vivo questo prezioso connubio culturale in cui si compenetrano l’umano e il trascendente.
Un appello accorato alle alte sfere regionali, affinché il diktat statunitense non soppianti totalmente le nostre tradizioni: le istituzioni politiche e le scuole di ogni ordine e grado dovrebbero restare coese nell’istanza di salvaguardare il patrimonio atavico, ahinoi sempre più eroso dalle mode filoamericane, e rendersi fautrici di progetti mirati alla sua diffusione e valorizzazione. Solo in questo modo potremo tramandare ai posteri quello scrigno di inestimabile valore che racchiude il cuore pulsante della nostra isola.
Ritengo oltremodo oltraggioso che la Sardegna si uniformi alle celebrazioni di Halloween e alle sue manifestazioni collaterali, quali feste a tema stereotipate, ispirate alle tendenze d’oltreoceano, pertanto chi regge i fili del potere ha il dovere di preservare questa Terra da un’incombente capitolazione culturale. Non lasciamo che il folklore sardo giaccia sotto il peso delle tradizioni aliene che, con malcelata prepotenza, soffocano le nostre gloriose radici!

Carla Maria Casula
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Umanità della geopolitica

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L’Italia ai margini della sfera d’interessi altrui

di Gianfranco Sabattini

Nel mondo globalizzato di oggi, secondo Lucio Caracciolio (direttore della rivista “Limes”) la geopolitica è una forma di analisi dei conflitti di potere intrinseci alle relazioni internazionali. Essa non è scienza, non possiede leggi, non dispone di facoltà predittive; è solo lo studio, sulla base dell’ausilio di discipline diverse (che vanno dalla storia alla geografia, dall’antropologia all’economia, ed altre ancora) degli elementi umani qualitativi e degli aggregati quantitativi, disposti in “chiara gerarchia” (nel senso che la valutazione dei primi precede rigidamente quella dei secondi), che uno Stato deve effettuare per soddisfare al meglio le aspirazioni della propria comunità.
Uno Stato che persegua questo obiettivo deve, perciò, investire sulla formazione dei propri cittadini, per evitare di perdere, in parte o per intero, la propria sovranità, cadendo, come è successo all’Italia dopo la seconda guerra mondiale, nella sfera d’influenza altrui. E’ questo il tema al quale è quasi interamente dedicato il numero 8/2019 della rivista, nel cui Editoriale si afferma che, per praticare con successo la geopolitica, devono essere valutate prioritariamente dallo Stato le capacità intellettuali della comunità e, solo successivamente, deve essere effettuata la valutazione della “disponibilità di strumenti tecnologici, economici e militari”, necessari per “fare geopolitica”.
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Proprio per la prioritaria considerazione della dimensione qualitativa dei componenti la comunità e per la natura fortemente soggettiva che assume il discorso sulla geopolitica, quest’ultima, secondo l’Editoriale, può essere ritenuta una forma di umanesimo, inteso come insieme di segmenti del sapere per lo studio delle contese internazionali su specifici progetti legittimi; segmenti ancorati a cinque “precetti d’indagine”, cui i singoli Stati devono attenersi.
Innanzitutto, la propensione a guardare il mondo dal punto di vista degli interessi della propria comunità; in secondo luogo, la pratica dell’”analisi contrastiva”, ossia dello studio dei progetti di tutti gli attori presenti sulla scena internazionale, per capire e valutare nel modo più obiettivo possibile le poste in gioco; in terzo luogo, l’opportunità di evitare, per quanto possibile, il “pregiudizio di valore”, con l’ascolto, nella valutazione delle poste in gioco, dei ragionamenti degli analisti al di là delle ideologie e degli orientamenti di parte; inoltre, l’orientamento della propria azione all’empatia, per capire e valutare quanto è presente “nelle menti e nei sentimenti altrui, provando a comprenderne e illustrarne i punti di vista”, tanto più approfonditamente, quanto più questi punti di vista, in sede di elaborazione della propria geopolitica, sono percepiti radicalmente alieni dallo Stato; infine, la determinazione di approfondire continuamente la formazione pedagogica della nazione, per contribuire a una sempre più accurata formazione collettiva dei propri cittadini.
Per “fare geopolitica” ispirata ai “precetti d’indagine” appena descritti, occorre che ogni Stato definisca anche la propria strategia; un passo, questo, cruciale e ineludibile. La strategia rappresenta ciò che lo Stato deve necessariamente realizzare di momento in momento per soddisfare le attese della propria comunità. In ogni caso, si deve avere sempre precisa contezza degli obiettivi da perseguire, delle risorse qualitative e quantitative su cui si può contare, in relazione alle quali stabilire le priorità cui subordinare la conduzione della propria azione, tenendo conto della relazione mezzi/obiettivi finali; tutto ciò per evitare che l’azione nel corso del suo svolgimento possa essere esposta al rischio di collassare sotto il peso delle incongruenze e sotto le spinte del confronto con gli altri Stati.
La strategia non si inventa, in quanto è gia presente nel “DNA” di ogni Stato, nel senso che essa “è legata alle caratteristiche fisiche, storiche, culturali, antropologiche, demografiche ed economiche di una comunità”. Quindi, la strategia esiste di per sé, per cui uno Stato che intenda “fare geopolitica” deve solo riconoscerla, non stabilirla arbitrariamente; se lo Stato tentasse di pensarla in modo slegato dalle caratteristiche oggettive delle propria comunità correrebbe il rischio di fallire nella conduzione delle propria azione, finendo per essere ridotto ai margini della scena internazionale. La strategia è diversa – sottolinea Dario Fabbri – dalla tattica; quest’ultima è l’espressione dell’azione dello Stato caratterizzata da una maggiore arbitrarietà, imposta dalle particolari condizioni contingenti che di momento in momento caratterizzano l’azione geostrategica
Secondo Gorge Friedman (fondatore e presidente di “Geopolitical Futures”, una pubblicazione on line che analizza gli eventi globali per scopi revisionali), il fatto che la strategia sia legata alle caratteristiche oggettive di ogni comunità fa sì che lo Stato e il sistema politico che lo esprime siano prigionieri “di quelle caratteristiche oggettive”, che “plasmano” le decisioni dei leader politici, sino ad indurre il convincimento che essi non “contino nulla”. Ciò però non significa la loro irrilevanza; al contrario, a parere di Friedman, i leader politici sono “indispensabili alle loro nazioni”, a patto che essi comprendano i limiti entro i quali possono operare, il cui mancato rispetto comporterebbe il rischio di “tradire” le attese delle loro comunità. Ciò implica che per diventare dei geostrateghi di uno Stato, occorre che i leader, oltre a godere della fiducia della comunità che li esprime, “passino attraverso un processo di addestramento” che li porti, non solo alla conoscenza della struttura del sistema politico del quale sono parte, ma anche alla conoscenza della realtà della propria comunità.
La forza politica dei leader dipende perciò dal grado con cui essi introiettano, sia la conoscenza del proprio sistema politico, che quella delle caratteristiche oggettive della propria comunità. Un leader diventa tale – afferma Friedman – solo perché “conosce a fondo la sua nazione e rimane tale solo se persegue gli interessi della nazione”; se si comporta in modo ossessivamente autoreferenziale, il sistema che lo ha espresso (sia esso democratico o autoritaria) lo rimuove “mediante le forze che egli stesso ha scatenato”.
Spesso prevale l’idea, sbagliata, che la formazione dei leader sia la risultante del determinismo geografico, ovvero che la sua preparazione politica dipenda dall’influenza determinante dell’ambiente fisico. Questa linea di pensiero, secondo Caroline Rose (analista presso “Geopolitical Futures”, presieduta da Friedman), sostiene “che la geografia sia l’incubatrice delle cultura, della consapevolezza storica” di uno Stato e che “il luogo, l’ambiente e il clima destinano una collettività ad un a determinata traiettoria”. Per Rose non vi è dubbio che la consapevolezza dello spazio possa contribuire al comportamento di uno Stato nella cura degli interessi della propria comunità, ma il determinismo geografico non può plasmare da solo i comportamenti geopolitici. Quando si delineano le forme di questi ultimi, è importante pensare e analizzare le caratteristiche oggettive delle comunità al di là della sola geografia, distanziandosi dal determinismo geografico, per porre invece “altrettanta enfasi sugli elementi storici, culturali, antropologico-demografici che giocano un ruolo identico nel plasmare il modo in cui gli Stati si comportano”.
Determinismo e volontarismo, quindi, concorrono entrambi a prefigurare la geopolitica più conveniente che uno Stato può praticare nell’interesse della propria comunità. A tal fine, l’elemento geografico conta, ma conta anche l’elemento umano; il primo può prevalere solo quando, secondo Germano Dottori, uno Stato manca di leader “in grado di interpretarlo e una cultura che lo incorpori e lo trasformi in precetti operativi e in una linea di condotta”. Ciò è quanto avviene oggi in Italia, la cui debolezza sul piano geostrategico la espone alla marginalità sul piano internazionale, mettendola nella condizione di soddisfare in maniera sub-ottimale gli interessi nazionali. Per il superamento di questo handicap, occorre comprendere e interiorizzare – afferma Dottori – “la logica conflittuale che domina nelle relazioni internazionali”; logica che è il cuore degli studi strategici, che in Italia restano negletti.
Quest’ultimo fatto è assai sorprendente, se si considera, come sottolinea l’Editoriale di “Limes”, che a noi italiani “dovrebbe venir spontaneo insistere sulla profondità del tempo. Le nostre antiche leve, bimillenarie specialità della casa che fu Roma, paradigma d’impero. Non ci riesce. Forse perché quando abbiamo provato, ci siamo resi ridicoli al mondo e tragici a noi stessi. Risultato: abbiamo a lungo atrofizzato il pensiero geopolitico, condannato a morte nel dopoguerra da un molto strategico tribunale internazionale e interiore, senza quasi ce ne rendessimo conto”. Un parziale recupero di quel pensiero atrofizzato potrebbe essere realizzato, se in Italia fosse possibile avviare un’analisi obiettiva dell’attuale stato in cui versa la comunità nazionale sul piano della coesione, quindi inaugurare una politica della scuola, e della cultura in generale, in grado di esprimere un più alto livello della qualità dei suoi componenti.
Se ciò accadesse, potrebbe diventare realistico pensare che la comunità nazionale italiana, resa più coesa sul piano della propria identità attraverso il miglioramento culturale di tutti coloro che la compongono, possa anche esprimere sul piano politico dei leader in grado di cogliere in termini più compiuti i veri interessi nazionali.
Allo stato attuale, ciò che sembra stia maggiormente a cuore agli italiani è la loro propensione a sottrarsi ad ogni impegno per l’approfondimento della loro identità in un corpo sociale coeso, rinunciando in tal modo a cercare la via attraverso la quale esprimere dei leader politici in grado, attraverso la predisposizione di una geopolitica condivisa, di interpretare realisticamente le loro aspirazioni e la tutela dei loro interessi sul piano internazionale.
Non è casuale che l’eccessiva conflittualità esistente nel Paese, aggravata da un personale politico che non riesce ad esprimere autentici leader capaci di attenuarla, se non di rimuoverla, condanni l’Italia a risultare del tutto ininfluente sul piano internazionale, esponendola, come ora sta accadendo, al rischio di peggiorare la perdita, subita dopo la seconda guerra mondiale, della propria sovranità, e di continuare ad essere relegata ai margini della sfera d’influenza altrui.
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In media nell’Ocse il 44% degli studenti tra i 25 e i 34 anni consegue la laurea, un aumento di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa, ma l’Italia raggiunge solo il 28% e ha sempre più giovani che non studiano e non lavorano. La Sardegna sta peggio.

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Education at glance 2019: più laureati, ma l’Italia resta indietro

In media nell’Ocse il 44% degli studenti tra i 25 e i 34 anni consegue la laurea, un aumento di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa, ma l’Italia raggiunge solo il 28% e ha sempre più giovani che non studiano e non lavorano. 3/10/2019

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha pubblicato “Education at a glance”, il rapporto che fornisce ogni anno dati sulla struttura, i finanziamenti i e le performance dei sistemi educativi dei 36 Paesi dell’Ocse. L’edizione 2019 include un focus sull’istruzione terziaria.
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Secondo il Report, nel 2018 il 44% delle persone di un’età compresa tra i 25 e i 34 anni ha concluso percorsi di istruzione terziaria, contro il 35% del 2008.Da un punto di vista lavorativo, nell’ultima decade il vantaggio occupazionale di questi giovani adulti rispetto a coloro che possiedono il solo diploma è rimasto costante, con un tasso occupazionale di nove punti percentuali maggiore rispetto a chi interrompe la propria formazione alla scuola superiore.

Anche in ottica retributiva coloro che possiedono un titolo di istruzione superiore hanno dei vantaggi, che crescono anche in relazione all’età: i ragazzi e le ragazze tra i 25 e i 34 anni guadagnano il 38% in più rispetto ai loro coetanei non laureati, mentre gli adulti tra i 45 e i 54 anni il 70% rispetto ai loro coetanei senza laurea.

Bene rispetto alle agevolazioni economiche per studenti e studentesse: negli Stati Ocse che hanno provveduto all’implementazione di meccanismi di supporto finanziario, è stato facilitato l’accesso all’istruzione terziaria. Infatti, nei Paesi con le tasse universitarie più alte, il 70% degli studenti beneficia di sovvenzioni e prestiti.

La decisione di continuare con un master o un dottorato è rimasta invariata nel corso delle generazioni, nonostante i vantaggi in termini di retribuzione rispetto all’investimento iniziale; il costo annuale di questi programmi infatti è simile a quello per la laurea in più della metà dei Paesi Ocse, mentre i guadagni in media sono superiori del 32%.

Tuttavia alcuni settori hanno ancora difficoltà a trovare lavoratori qualificati. Anche se l’ingegneria e le tecnologie della comunicazione sono i campi già comunemente associati alla richiesta di lavoro, nel 2017 solo il 14% dei laureati ha ottenuto un titolo nel primo ambito e il 4% nel secondo. Le donne sono particolarmente sottorappresentate: meno del 25% delle iscrizioni sono effettuate da ragazze.

Ma qual è la situazione nel nostro Paese? In Italia solo il 19% dei 25-64enni possiede un’istruzione terziaria; i dati migliorano se si considera la fascia di età che va dai 24 ai 34 anni, dove la percentuale si alza al 28%. Il vantaggio in termini di reddito per chi è in possesso di un titolo di studio terziario è del 39% tra i 25-64enni rispetto agli adulti con livello di istruzione secondario superiore, mentre il gap è del 19% tra i 25-34enni. Per quanto riguarda la formazione post laurea, in Italia il dottorato è conseguito dallo 0,5% degli adulti, contro l’1,2% medio Ocse.

Se da una parte aumentano i giovani laureati, dall’altra cresce anche il numero dei Neet, soprattutto nell’età compresa tra i 18 e i 24 anni, una categoria che in Italia raggiunge il 26% contro il 14% della media Ocse.

Durante la presentazione del Rapporto Ángel Gurría, segretario generale dell’Ocse, ha affermato: “È più importante che mai che i giovani apprendano le conoscenze e le competenze necessarie per esplorare il nostro mondo imprevedibile e in evoluzione. Dobbiamo espandere le opportunità e costruire ponti più forti con esigenze di competenze future in modo che ogni studente possa trovare il proprio posto nella società e raggiungere il loro pieno potenziale.”

Scarica il Rapporto

di Eleonora Angeloni su ASviS

giovedì 03 ottobre 2019
Foto e articolo tratto dal sito web di ASviS.
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Ocse, in dieci anni la scuola italiana perde un milione di studenti [di Ilaria Venturi]
By sardegnasoprattutto / 10 settembre 2019/ Conoscenza /
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SARDEGNA
Dal Rapporto Crenos 2019
(…)
Capitale umano e Ricerca e Sviluppo: luci e ombre per la Sardegna
La Sardegna negli ultimi anni ha evidenziato una forte crescita dei laureati di 30-34 anni (dal 17% del 2013 al 23,6% nel 2017): nonostante questo, é da rimarcare il ritardo rispetto agli obiettivi programmati nel documento Strategia Europa 2020 (nel 2020 almeno il 40% dei giovani deve essere laureato) e la distanza rispetto alla media dei paesi dell’UE (39,9% nel 2017). Appaiono inoltre elevati i divari nelle conoscenze e competenze scientifiche che rivestono un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’innovazione: nel 2017 solo il 3,9% della forza lavoro fa parte della categoria “scienziati ed ingegneri”, rispetto al 7,2% della media UE.
Elementi di preoccupazione sono evidenziati anche dal tasso di abbandono scolastico (21,2% in Sardegna nel 2017, rispetto al 10,6% della media UE) e dalla percentuale di NEET, ovvero giovani scoraggiati, fuori dal mondo del lavoro e da attività di istruzione o formazione, che risulta ancora troppo alta (24,1% in Sardegna nel 2017, rispetto al 10,9% della media UE).
Sul fronte degli investimenti in ricerca e sviluppo, la Sardegna investe meno di un terzo rispetto alla media dei paesi UE (il 28%), con una quota di investimenti privata esigua (appena il 15% del totale rispetto al 61% dell’Italia e al 65% della media UE). Nonostante i bassi livelli di investimento in ricerca e sviluppo, le imprese isolane sembrano adattarsi alle nuove tecnologie in maniera strategica: il 37,5% di esse ha infatti intrapreso attività innovative nel 2016, dato inferiore alla media UE (52%) ma incoraggiante se rapportato ai bassi tassi di investimento in ricerca e sviluppo. Esiste quindi una componente privata che, nonostante la congiuntura negativa, si impegna per competere in mercati globali, scegliendo nuove tecnologie e sfruttando le opportunità che arrivano dallo sviluppo digitale.
Per quanto riguarda le startup innovative emerge il ruolo fondamentale di Cagliari (18,7 startup ogni 100.000 abitanti), superiore alla media nazionale (16,1) e al resto delle province isolane (13,5 per Sassari, 5,7 per Nuoro e 2,5 per Oristano). L’attività più diffusa si conferma la produzione di software e la consulenza informatica, sicuramente il settore meno dipendente dalla condizione di insularità.
(…)

Lavoro

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Ritorno all’antico.
di Ritanna Armeni, su Rocca.

Sappiamo, sappiamo bene, che il mondo del lavoro oggi è difficile, precario, soggetto a ricatti. Sappiamo che entrarci è spesso impossibile, che la disoccupazione è tanta e che quella giovanile in Italia è da record. Ma abbiamo anche pensato – cercando di illuderci un po’ – che ciò che del lavoro restava aveva le caratteristiche della modernità, era esente dai mali più gravi delle prime fasi dello sviluppo industriale, dagli anni cinquanta, ad esempio, quando lo sfruttamento, la mancanza di controlli e di regole costituivano lo stesso modo di essere del lavoro.
Pensavamo, per fare ancora qualche esempio, che le morti sul lavoro, che quegli anni erano tante, fossero conseguenza di un mancato sistema di controllo e di sicurezza che poi, negli anni successivi, era stato introdotto e avevano migliorato sensibilmente la situazione. Che il caporalato fosse una piaga delle campagne del sud, da combattere ed estirpare certo, ma che le vittime fossero gli immigrati, i braccianti che vengono dall’Africa per raccogliere arance e pomodori. Che non riguardasse certo i giovani del nord che sono acculturati e fanno mestieri moderni. Eravamo convinti, infine, che l’emigrazione italiana fosse finita, che i giovani del 2020, contrariamente ai loro bisnonni, non avessero bisogno di lasciare il loro paese per trovare lavoro.

Le notizie di questi giorni smentiscono queste idee e queste illusioni.
I morti sul lavoro. Sono aumentati, i dati degli ultimi dieci anni parlano di diciassette mila contando anche quelli che hanno perso la vita mentre andavano o torna- vano dal posto in cui erano impiegati. «Sono numeri di una strage», ha commentato il segretario della Cgil. Lo stesso Maurizio Landini ha fatto notare che oggi «si continua a morire come quaranta o cinquanta anni fa». L’ultima brutta notizia è giunta qualche giorno fa dall’Inail, nel 2019 sono già settecento le vittime del lavoro. E sono in aumento.
Il caporalato. Nonostante le leggi non si riesce a estirpare quello che alligna nel no- stro meridione dove il sistema di compravendita delle braccia a prezzi miserevoli in questi anni si è solo nascosto e raffinato. Non più e non solo nelle piazze del paese, ma attraverso agenzie e intermediari più feroci dei vecchi caporali che proteggono e coprono i datori di lavoro e impongono le stesse terribili condizioni ai lavoratori. La brutta novità è che il caporalato si è esteso anche ai moderni mestieri, quelli che fanno i giovani – italiani e immigrati – delle grandi città. Prendiamo i riders che con la bicicletta o lo scooter consegnano il cibo (ma non solo) a domicilio. Le condizioni di precarietà, i bassi salari, sono stati più volte denunciati e oggetto d’indagine della magistratura. I tentativi di porre un argine di legge a un lavoro privo di assicurazione infortuni e di qualunque tipo di garanzia ci sono stati e sono in gran parte falliti. Adesso si è scoperto che proprio in questo settore del lavoro moderno e a maggioranza giovanile vige un sistema di caporalato. È telematico, usa gli smartpho- ne e le app, agisce nelle ricche città del nord ma consiste nello stesso sistema di ricatto e di sfruttamento.
Anche in questo caso il lavoro è tornato all’antico.
C’è poi il fenomeno migratorio. Non quello che riempie le pagine dei giornali e le parole dei politici: gli sbarchi, i morti del mediterraneo, le tragedie del mare. Quelle ci sono e ogni giorno colpiscono le nostre coscienze. Più segrete e sotterranee in questi anni ci sono state le migrazioni dei giovani italiani in cerca di lavoro in altri paesi europei, dove i loro studi e le loro competenze possono diventare mestiere, professione, reddito e futuro.
Il fenomeno, iniziato in sordina e ritenuto all’inizio di élite – si parlava di «cervelli in fuga» –, è diventato via via più consistente. Questi giovani non hanno la valigia di cartone ma il trolley, sono già in grado di padroneggiare la lingua del paese che li ospiterà, e comunicheranno facilmente via skype con i loro cari ma, come i loro predecessori dei primi anni del ’900, abbandonano la loro famiglia, il loro paese per trovare un lavoro. L’alternativa, esattamente come per chi li ha preceduti, è la disoccupazione. Quali conclusioni trarre dalle situazioni che ho appena descritto? A me una pare evidente. La ristrutturazione mondiale del lavoro che è stata chiamata globalizzazione e l’ideologia liberista che l’ha accompagnata e che non ha trovato ostacoli neppure a sinistra, non solo hanno eliminato le regole costruite faticosamente dalle lotte dei lavoratori e i diritti acquisiti, ma hanno riportato l’orologio indietro al punto da rafforzare e far rinascere fenomeni che parevano scomparsi o in via di estinzione. La mancata risposta alla precarietà non ha solo creato un mondo del lavoro instabile e soggetto a ricatti ma ha fatto rinascere fenomeni che si pensava appartenessero a un mondo in via di estinzione: le morti sul lavoro, il caporalato, l’emigrazione.
«La storia non si ripete ma fa rima con se stessa» ha detto una scrittrice come Margaret Atwood che sulla possibilità di un ritorno indietro della condizione femminile ha scritto libri memorabili. Ecco la storia fa rima con se stessa anche quando guardiamo la condizione dei lavoratori. E non è una bella rima.

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Internazionale

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Italia e Francia di fronte all’incertezza che grava sul destino dell’Africa settentrionale

di Gianfranco Sabattini

Sul piano politico, le relazioni dell’Italia con la Francia non si sono mai svolte all’insegna di un corretto rapporto tra vicini. Lungo sarebbe l’elenco delle situazioni in cui i due Paesi sono stati i destinatari del comportamento “scorretto” dell’uno nei confronti dell’altro; uno dei motivi delle polemiche italo-francesi di maggior rilievo (che dura dall’inizio del secolo scorso, trascinandosi sino ai nostri giorni) è il “conflitto di interessi” nato sul problema delle ex colonie del Nordafrica.
Il contrasto era sembrato appianato alla fine della seconda guerra mondiale; ma non è stato così, perché, a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, dopo l’inizio della rivolta algerina del Fronte di Liberazione Nazionale, l’Italia si è adoperata, sia pure indirettamente e senza troppo scoprirsi, nel sostenere l’indipendenza dell’Algeria, al fine di sottrarla all’influenza esclusiva francese. Il motivo dell’appoggio italiano al movimento di liberazione algerino è stata la propensione dell’Itala a trovare fonti di approvvigionamento energetico, necessarie per portare a compimento la propria ricostruzione post-bellica e supportare l’inserimento del suo sistema industriale nel nuovo mercato internazionale.
La nascita dell’ENI e la vicenda Mattei (il suo dominus) – afferma Mario Giro, in “Così Roma e Parigi possono mettersi d’accordo nell’Africa settentrionale” (“Limes”, n. 6/2019) – sono state “uno dei maggiori dossier” che hanno separato in quegli anni del dopoguerra i due Paesi, soprattutto per l’interesse immediato che il presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi (Mattei, appunto) nutriva per la potenziale disponibilità di risorse energetiche nell’intero Maghreb (l’area più a ovest del Nordafrica, che si affaccia sul Mediterraneo e sull’Oceano Atlantico). Per questo motivo, il vero “nemico”, se così si può dire, della Francia in Nordafrica in quel torno di tempo non è stato il governo italiano, ma l’ENI, per il modo in cui l’Ente ha iniziato a condurre in modo autonomo una propria politica estera per i problemi energetici.
L’Italia ha assunto nei confronti della Francia una posizione prudente, ma critica, anche in occasione della “Crisi di Suez”, del 1956, limitandosi a sostenere presso i responsabili della politica estera francese che l’interesse italiano prevalente era la pace e la stabilità nell’area mediterranea.
A parere di Giro, quello italiano è stato, in realtà, un atteggiamento “volto a non mettere in crisi il processo di integrazione europeo dopo l’istituzione, nel 1955, della Comunità del carbone e dell’acciaio, che costituiva un passo avanti sulla via del Trattato di Roma del 1957, col quale venivano istituiti il Mercato Comune e la Comunità Economica Europea. In conseguenza di ciò, a parere di Giro, i francesi avrebbero capito che il comportamento dell’Italia riguardo ai problemi riguardanti il quadro occidentale del Mediterraneo era da ricondursi ad una “rivalità pacifica, più economica che politica”.
La “rivalità pacifica”, tuttavia, ha impedito sin da allora di definire quale dei due Paesi dovesse svolgere il ruolo “di potenza” nell’ambito del Mar Mediterraneo occidentale; questo stato di incertezza perdura ancora, “senza che nessuna delle due nazioni abbia mai deciso di giocarsi tutte le sue carte in tale questione”. Dopo il 1962, la Francia ha teso a concentrare la cura dei propri interessi africani indirizzando la propria politica nei confronti dell’Africa sub-sahariana del Sahel, una regione che comprende la fascia equatoriale che va dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso, includendo gli Stati della Mauritania, del Mali, del Burkina Faso, del Niger, del Ciad e del Sudan, alcuni dei quali facenti parte delle Comunità formate di Paesi che hanno adottato il “franco FCA”, nell’ambito della “zona di cooperazione monetaria” con il Paese transalpino.
Ciò ha consentito all’Italia di concentrare la propria politica mediterranea nei confronti della Libia, dopo aver ricuperato su di essa l’influenza politica perduta a seguito del secondo conflitto mondiale; i legami del nostro Paese con la Libia si sono approfonditi dopo la sostituzione, nel 1969, di Re Idris con il colonnello Gheddafi, al cui avvento al potere l’Italia non era stata estranea; malgrado i rapporti non sempre “distesi” con il “rais” di Tripoli è stato possibile per l’Italia allargare il volume degli scambi economici con l’ex colonia, impostati sulla base di un contesto economico nel quale era preminente il ruolo dall’impresa pubblica. Il rinnovato interesse economico dell’Italia per la Libia ha consentito, malgrado la guerre arabo-israeliane e quelle del Golfo, che le relazioni tra Italia e Francia proseguissero, lasciando ognuno dei Paesi intento a ”difendere il proprio spazio, senza che ciò significasse una particolare avversione l’uno per l’atro”.
Tuttavia, dopo l’improvvida iniziativa dell’ex presidente gollista Nicolas Sarkozy di destabilizzare il regime di Gheddafi, nel convincimento che in tal modo sarebbe stato possibile ridare slancio alla presunta “grandeur” francese, si è instaurato tra Italia e Francia un sorta di clima di “guerra fredda del petrolio”, senza che i due Paesi si rendessero conto – secondo Giro – che il mondo della globalizzazione era sempre più dominato, per quanto riguardava il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime, dalla competizione tra le grandi potenze (Stati Uniti, Cina e Russia), da rendere necessario l’avvio di una crescente collaborazione tra loro in sostituzione del conflitto permanente. Il settore energetico era infatti divenuto un terreno sul quale Italia e Francia – afferma Giro – avrebbero dovuto trovare un’intesa, allargandola all’intera Unione Europea, in considerazione del fatto che l’energia che veniva dal Sud era più cara di quella che veniva dall’Est, ma che quest’ultima era caratterizzata da “pesanti condizionamenti politici”. Un accordo tra Italia e Francia, che includesse i Paesi produttori di petrolio dei Paesi rivieraschi e alcuni altri della regione del Sahel, avrebbe potuto costituire la base per l’espansione dell’interscambio in condizioni di stabilità politica ed economica dell’intera area.
Le relazioni con i Paesi della costa mediterranea occidentale e di quella atlantica e con quelli della fascia sub-sahariana (in particolare, i Paesi del Sahel occidentale) sarebbero state – a parere di Giro – “un banco di prova per i rapporti italo-francesi”. Ciò perché tutti questi Paesi formavano un’area che, sebbene costituita quasi tutta da ex colonie francesi, non era più, come accadeva nel passato, chiusa politicamente e subalterna alle direttive dell’Eliseo; la situazione era cambiata e l’Italia poteva trovarvi il proprio spazio attraverso una politica di penetrazione economica basata prevalentemente su investimenti privati, oltre che pubblici.
Inoltre, il proliferare di zone fuori controllo, soprattutto nella fascia equatoriale, con Paesi insofferenti rispetto ai vincoli imposti da una circolazione monetaria interna ancora basata sul “franco CFA”, avrebbe potuto costituire, secondo Giro, un valido motivo per un’alleanza, a guida franco-italiana, che avrebbe potuto affievolire l’accusa di neocolonialismo rivolta contro i francesi. Non bastava più, infatti, l’uso delle armi per reprimere una protesta che considerava anacronistica e penalizzante per gli interessi nazionali la sopravvivenza di “residui coloniali; sarebbe stato più conveniente a tale scopo un progetto di sviluppo a lungo termine, che Italia e Francia avrebbero potuto proporre ai Paesi africani che ancora oggi continuano a soffrire della maggiore instabilità politica e di un forte ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo economico. L’interesse nazionale di Francia e Italia – afferma Giro -, così come l’interesse europeo, doveva essere quello “di non lasciare fuori controllo interi Paesi”, con il rischio di causare situazioni caotiche sul tipo di quella attualmente esistente in Libia.
Sennonché, è proprio la Libia l’altro grave problema rispetto alla cui soluzione si stanno confrontando da tempo Italia e Francia; fino ad oggi, dopo la destituzione di Gheddafi, i due Paesi hanno sostenuto parti diverse: il generale Khalifa Belqasim Haftar, i francesi, e Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, gli Italiani. Parigi supporta Bengasi, credendo sia “più facile dare unitarietà al futuro esercito libico a partire dal vecchio generale”; dopo la caduta di Gheddafi, la posizione francese è dipesa anche dalla paura dell’intromissione dei fratelli mussulmani sostenuti dalla Turchia e dal Qatar. Si tratta, per Giro, di una specie di trappola nella quale i due Paesi europei sono caduti, “senza riuscire ad elaborare una loro indipendente politica estera”, nei confronti dei Paesi africani a loro più strettamente legati, non solo per ragioni economiche.
La situazione di incertezza, che da tempo grava sulla Libia, ha creato una situazione che i libici sembra non vogliano cambiare; le varie milizie si sono divise il Paese, approfittando dell’economia di guerra che si è consolidata, in un clima conflittuale da lasciare indifferenti le grandi potenze; l’indifferenza è però cessata dopo il recente attacco haftariano a Tripoli, concorrendo ad aumentare i motivi di instabilità dell’intera area ed a rendere più difficile per Francia ed Italia uscire dall’empasse. Ciò potrebbe essere fatto – sostiene Giro – solo sulla base di un accordo tra Italia e Francia, che “trascini con sé tutta l’UE e gli altri protagonisti: Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Stati del Golfo”. Si tratta però di un progetto facile da ipotizzare, ma di difficile attuazione, per via del fatto che l’iniziativa di Haftar ha avuto l’effetto di smuovere dall’apparente “sonno” il conflitto geo-politico-strategico delle grandi potenze: gli Stati Uniti, innanzitutto, i quali (a parte il loro interesse specifico per il controllo del Canale di Suez), pur considerando l’area determinante per la loro strategia globale, intendono ostacolare, da un lato, un rafforzamento della penetrazione di Pechino in Africa, attraverso le vie della seta, e dall’altro lato, una maggiore influenza di Mosca, attraverso la fornitura di armi.
Riguardo alla Libia, per la superpotenza statunitense, dopo la rinuncia alla bomba atomica da parte di Gheddafi, l’ex colonia italiana poteva anche rimanere a lungo nelle mani del colonnello; sennonché, la decisione francese di instaurare un regime alternativo hanno costretto Washington ad intervenire, per evitare la possibile implosione del Paese; non essendo stato possibile evitare la caduta del colonnello, gli USA si sono trasformati nel principale interlocutore di ogni governo autoctono in Libia. In tal modo, afferma Dario Fabbri, in “Cinesi e Russi contro l’egemonia USA in Nordafrica” (“Limes”, n. 6/2019), gli Stati Uniti restano l’unico “patron securitario” dell’intera area nordafricana, in “sprezzo dell’economicismo, che pretende un’influenza direttamente proporzionale ai legami finanziari. In sprezzo dell’equazione costi-benefici, che pretende risultati direttamente proporzionali all’impegno profuso”.
La presenza di basso profilo degli USA nell’area dell’Africa settentrionale è valsa a motivare, sia le iniziative della Cina volte a proseguire il processo di allestimento delle infrastrutture necessarie per rendere operative le vie della seta, sia quelle della Russia, impegnata nel tentativo di ricuperare le posizioni perse in tale area, a seguito del crollo dell’ex URSS.
La Cina considera il Nordafrica una significativa fonte di risorse energetiche e minerarie, oltre che uno snodo delle vie commerciali destinate a potenziare le proprie capacità di esportazione; non casualmente, Egitto, Tunisia, Governo di accordo nazionale libico, Algeria e Marocco hanno aderito al progetto delle vie della seta, nella prospettiva di poter attirare investimenti cinesi. Dal canto suo, la Russia, decisa a soddisfare il suo interesse ad approfondire e potenziare la propria presenza nel Mar Mediterraneo, non manca di cogliere tutte le favorevoli occasioni economiche e le opportunità politiche che l’evoluzione della situazione nordafricana può offrirle, al fine di limitare i danni ed i disagi provocati dall’isolamento e dalle sanzioni dell’Occidente, e naturalmente, al fine di contestare l’egemonia che gli USA esercitano a “basso costo” nell’intero scacchiere nordafricano.
Il lento, ma continuo, sovrapporsi della mancata soluzione del problema libico agli interessi in gioco delle superpotenze globali non può che rendere oltremodo attuale la necessità che Francia ed Italia (grandi sovvenzionatori di Tunisia, Algeria, Libia e Marocco) trovino il modo di collaborare, per assicurare un supporto coordinato alla stabilità ed alla pace di un’area alla quale sono entrambe interessate; ma la persistenza della loro reciproca diffidenza continua ad esporle al rischio d’essere definitivamente estromesse.

Il nesso tra politica e religione

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Il nesso tra politica e religione
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GANDHI: NON POSSO CONCEPIRE LA VITA SENZA OCCUPARMI DI POLITICA

È possibile per un singolo individuo sfidare tutta la potenza di un impero ingiusto e gettare le basi per la sua caduta o la sua rigenerazione sconfiggendo la forza fisica con la forza spirituale. Tucidide o Paolo, sopraffazione degli Dei o abbassamento di Dio. La nonviolenza alla prova della storia ebraica. Una teologia politica dal basso. Il magistero del Mahatma

di Rocco Altieri su chiesadituttichiesadeipoveri.

Al termine della sua autobiografia Storia dei miei esperimenti con la verità[1], Gandhi spiega come la sua ricerca esistenziale lo abbia portato dall’impegno religioso a quello politico. Il brano è fondamentale per comprendere il pensiero gandhiano, eppure la traduzione italiana risulta erronea. Qui la frase viene riproposta in una nuova traduzione, condotta sul testo inglese, che corregge l’edizione italiana della Newton Compton:

La mia costante esperienza mi ha insegnato che non vi è altro Dio che la Verità. …

Per vedere faccia a faccia l’universale Spirito di Verità, che tutto pervade[2], si deve essere capaci di amare la più infima creatura come se stessi. E un uomo che aspira a ciò non si può permettere di estraniarsi da alcun ambito della vita. Ecco perché la mia devozione per la Verità mi ha portato nel campo della politica e posso dire senza la minima esitazione, benché in tutta umiltà, che coloro i quali dicono che la religione nulla ha a che fare con la politica, non sanno che cosa significhi religione[3].

Nell’agosto del 1924 Gandhi esplicita con pacatezza e maggior chiarezza la sua concezione della religione come dovere, come servizio agli altri:

Per me il servizio umanitario o meglio il servizio a tutto ciò che vive è religione. E non faccio alcuna distinzione tra tale religione e la politica. In effetti non posso concepire una vita di pieno servizio senza occuparmi di politica. Mi sto sforzando di dimostrare con il mio esperimento che la politica senza un sostegno religioso è un passatempo pericoloso che non provoca nient’altro che danno agli individui e alle nazioni che si abbandonano ad essa. Ma vedo che il mio tentativo di introdurre la religione, come qui definita, nella nostra vita politica, ha spaventato alcuni dei miei migliori amici e colleghi. Sono tra Scilla e Cariddi. Mentre alcuni amici temono il mio tentativo di trattare la politica in termini di religione, un altro gruppo vorrebbe che mi limitassi a quello che immaginano essere un servizio sociale. Ma se ho fede nella mia missione, devo rimanere inflessibile. Credo che sia giunto il momento in cui i politici cesseranno di temere la religione dell’umanità e gli umanitari troveranno l’entrata nella vita politica indispensabile per il pieno servizio. Quindi sto invitando tutta l’India a rispondere all’appello dell’arcolaio e del khaddar (il tessuto lavorato artigianalmente) e a promuovere l’istituzione dell’unità del cuore tra indù, musulmani, parsi, cristiani, ebrei e tutti coloro che erroneamente considerano il proprio Dio diverso dal Dio degli altri. Penso inoltre che per gli indù sia irreligione trattare un gruppo di uomini e donne come intoccabili a causa della nascita. Ritengo che queste cose siano tanto politiche quanto indubbiamente un servizio umanitario di altissimo livello[4].

Qualche mese dopo, parlando nel suo ashram di Sabarmati, afferma:

Non devo ingannare il Paese. Per me non esiste politica senza religione, non la religione dei superstiziosi e dei ciechi, la religione che odia e combatte, ma la Religione universale della tolleranza. La politica senza moralità è una cosa da evitare. Per qualche critico “dovrei ritirarmi da ogni attività pubblica”. Questo, tuttavia, non è il mio intento. Devo provare a vivere nella società e tuttavia non essere toccato dalle sue insidie[5].

La religione va vissuta come apertura agli altri. Dio è Verità e Amore, Dio è etica e coscienza. Perciò il culto prediletto da Dio, come già ammonivano i profeti ebraici, è il servizio alla verità e alla giustizia. La ricerca della salvezza spirituale non ha richiesto a Gandhi di ritirarsi come eremita in una grotta, perché la grotta la porta con sé nel raccoglimento interiore e nell’autodisciplina. L’apertura religiosa agli altri chiama a essere presenti nella vita pubblica, nell’impegno sociale e politico. Osserva Gandhi: “Se mi persuadessi di poter trovare Dio in una caverna dell’Himalaya, ci andrei immediatamente. Ma so di non poterlo trovare lontano dall’umanità”[6]. Ha scritto a questo proposito Aldo Capitini:


“Per essere veramente religiosi bisogna passare per la vita pubblica. Si può anche essere stiliti o eremiti per riordinare la propria vita interiore, ma poi bisogna fare vita pubblica, e solo su questa sorge la vita religiosa che porta aperture e aggiunta. Se si passa dalla vita privata alla vita religiosa senza vita pubblica, c’è il pericolo di vivere la religione utilitariamente, come superstizione”[7].

Nel 1938 incontrando una delegazione di missionari cristiani[8], Gandhi ribadisce la dimensione religiosa della sua vocazione. Alla domanda di uno dei presenti, che gli chiede quale sia il senso della sua vita, “la cosa che ci porta a fare ciò che facciamo”, se cioè esso sia religioso, sociale o politico, Gandhi risponde:

Puramente religioso. Questa è la stessa domanda che mi fece Mr. Montagu[9] quando accompagnai una delegazione puramente politica. “Come mai voi, un riformatore sociale”, esclamò, “vi siete ritrovato in mezzo a questa gente?” La mia risposta fu che era solo un’estensione della mia attività sociale. Non potrei condurre una vita religiosa se non mi identificassi con tutto il genere umano e non potrei farlo senza prendere parte alla politica. L’intera gamma delle attività dell’uomo oggi costituisce un insieme indivisibile. Non è possibile suddividere in compartimenti stagni il lavoro sociale, economico, politico e quello puramente religioso. Non conosco alcuna religione che sia separata dall’attività umana. Essa dà una base morale a tutte le altre attività e se esse ne fossero sprovviste, la vita si ridurrebbe a un’indistinta sarabanda di rumori e di azioni senza senso![10]

In un’altra occasione pubblica Gandhi riafferma apoditticamente: “Ogni lotta per la libertà è lotta religiosa e chi disdegna l’identificazione della religione con la politica non ha ben capito cos’è la religione”[11].

L’afflato religioso della nonviolenza

L’edizione italiana dell’autobiografia pubblicata dalla Newton Compton col titolo La mia vita per la libertà[12], contiene, lo si è già detto prima, una traduzione erronea di un passaggio che è cruciale per comprendere la visione di Gandhi. La traduttrice Bianca Vittoria Franco scambia incomprensibilmente l’ultima parola del brano, dove in inglese si legge religion, con la parola politica e riporta: “coloro che sostengono che la religione non c’entra con la politica ignorano cosa sia la politica”, mentre in realtà il testo inglese recita: “those who say that religion has nothing to do with politics do not know that religion means”, cioè “coloro i quali dicono che la religione nulla ha a che fare con la politica, non sanno che cosa significhi religione”.

Questo clamoroso travisamento del testo contribuisce in modo non irrilevante, nel paese di Machiavelli, all’incomprensione della teologia politica di Gandhi.

A lungo ci si è interrogati se quella della traduttrice sia stata una svista oppure una manipolazione intenzionale, un’autentica e premeditata falsificazione. Più probabilmente si è propensi a credere si tratti di un errore paradigmatico, radicato nell’inconscio culturale degli intellettuali occidentali che, pervasi della filosofia machiavellica-hobbesiana-weberiana, rivendicano il primato della politica sulla religione, l’autonomia della politica dai valori etici.

Ma in realtà, ignorando le premesse religiose non si può comprendere l’autentico significato della prassi politica di Gandhi.

Il metodo gandhiano prende il nome di satyagraha, un neologismo coniato durante la campagna del 1906 in Sud-Africa[13] in sostituzione dell’espressione resistenza passiva, un’espressione insufficiente a indicare le potenzialità di amore creativo del nuovo movimento. Così Gandhi spiega il significato del nuovo termine: “La verità (satya) implica amore, e la fermezza (agraha) genera, e quindi funge da sinonimo, di “forza”. Così iniziai a chiamare il movimento indiano satyagraha, vale a dire la Forza che nasce dalla Verità e dall’Amore o nonviolenza, e smisi di usare l’espressione “resistenza passiva” in relazione ad esso”[14].

Successivamente Gandhi ne approfondisce l’etimologia: “La parola Satya (Verità) è derivata da Sat, che significa ciò che è. E nulla è o esiste in realtà eccetto la Verità. Questa è la ragione per cui Sat o Verità è forse il nome più importante di Dio. Infatti è più corretto dire che la Verità è Dio, piuttosto che Dio è la verità”[15].

L’inseparabile combinazione di verità e amore è il punto risolutivo nella relazione tra i fini e i mezzi. Potremmo dire che la religione indica i fini, attraverso la politica si attivano i mezzi. Dichiara Gandhi:

Senza ahimsa (il rifiuto di nuocere o meglio la forza dell’amore n.d.r.) non è possibile cercare e trovare la verità. Ahimsa e verità sono così interconnesse che è praticamente impossibile distinguerle e separarle. Sono come due facce di una moneta, o piuttosto di un disco metallico liscio senza impronte. Chi può dire, qual è il diritto e quale è il rovescio? Nondimeno ahimsa è il mezzo, verità è il fine. I mezzi in quanto mezzi devono essere sempre al centro della nostra ricerca, e così ahimsa è il nostro supremo dovere. Se noi ci prendiamo cura dei mezzi, siamo destinati a raggiungere dei risultati prima o poi. Una volta che noi avremo compreso questo punto, la vittoria finale è fuori discussione[16].

Avvertendo che preferisce dire “la Verità è Dio”, Gandhi comprende tutti, anche l’ateo che pur dichiarando di non credere in Dio, si impegna nella ricerca della Verità e opera il bene[17]. Osserva la Bondurant:

“Se c’è un dogma nella filosofia gandhiana risiede in questo: che la sola prova di verità è l’azione basata sul rifiuto di fare del male. Gandhi accetta come suoi compagni nella ricerca della verità persone che professano le più diverse religioni o che non ne hanno alcuna, coloro che sostengono i più differenti punti di vista a proposito del programma costruttivo e delle strutture più appropriate a una società non-violenta. Egli ammette errori e indecisioni in molte fasi delle sue sperimentazioni. Ma l’unico principio cui resta fedele fino alla fine fu quello dell’ahimsa, il supremo e solo strumento per scoprire la verità sociale”[18].

La prova della verità ci può essere data solo dalla stretta adesione all’ahimsa, basando l’azione sul rifiuto di nuocere o meglio sulla forza dell’amore. Ma poiché nelle dinamiche sociali la personale volontà di non fare del male può scontrarsi con la decisa violenza dell’avversario, che può arrivare fino ad uccidere, la nonviolenza richiede di accogliere su di sé la sofferenza del conflitto con l’obiettivo di spezzare la catena della violenza. Perciò l’addestramento al satyagraha deve preparare al coraggio, a non aver paura della morte. L’accettazione della sofferenza spinta fino al sacrificio della propria vita è, infatti, l’ultima verifica della sincerità della propria posizione. Confessa Gandhi:

Nell’applicazione del satyagraha ho scoperto fin dai primi momenti che la ricerca della verità non ammette l’uso della violenza contro l’avversario, ma che questo deve essere distolto dall’errore con la pazienza e la comprensione. Infatti ciò che sembra verità ad uno può sembrare un errore ad un altro. E pazienza significa disposizione a soffrire. Dunque il senso della dottrina è la difesa della verità attuata non infliggendo sofferenze all’avversario ma a se stessi[19].

I mezzi e i fini, che vengono abitualmente separati in politica, devono convergere nel campo della risoluzione costruttiva di un conflitto. Secondo il metodo nonviolento mezzi e fini sono interscambiabili. I sostenitori della violenza, del fine che giustifica i mezzi, restano senza parole quando i mezzi non sortiscono l’effetto desiderato. Nell’azione diretta gli uomini hanno, infatti, il controllo solo sui mezzi, non sui fini, che restano nelle mani di Dio. “I mezzi in fin dei conti sono tutto” – afferma Gandhi[20].

Il principio religioso del sacrificio costituisce la dimensione fondamentale della lotta satyagraha. Gandhi parla del sacrificio come la spada, l’arma affilata del nonviolento. Nell’articolo intitolato “La dottrina della spada”, scrive:

Ma io credo che la non-violenza sia infinitamente superiore alla violenza, il perdono è più virile della punizione. …

Non sono un visionario. Dichiaro di essere un idealista pratico. La religione della nonviolenza non è intesa solo per i rishi (rivelatori e veggenti della cultura vedica, n.d.r.) e i santi. È pensata anche per la gente comune. La nonviolenza è la legge della nostra specie come la violenza è la legge del bruto. Lo spirito giace dormiente nel bruto e non conosce altra legge se non quella della forza fisica. La dignità dell’uomo richiede l’obbedienza a una legge superiore, alla forza dello spirito.

Mi sono proposto di porre davanti all’India l’antica legge del sacrificio di sé. La lotta satyagraha e i suoi derivati, la non cooperazione e la resistenza civile, non sono altro che nuovi nomi per la legge della sofferenza. I rishi, che scoprirono la legge della non violenza in mezzo alla violenza, furono dei geni più grandi di Newton, divennero dei guerrieri più grandi di Wellington[21]. Avendo essi stessi conosciuto l’uso delle armi, si resero conto della loro inutilità e insegnarono a un mondo stanco che la sua salvezza non dipendeva dalla violenza ma dalla non-violenza.

La non-violenza nella sua condizione dinamica significa sofferenza consapevole. Non significa sottomissione passiva alla volontà del malfattore, ma contrappone la propria anima alla volontà del tiranno. Lavorando secondo questa legge del nostro essere, è possibile per un singolo individuo sfidare tutta la potenza di un impero ingiusto per salvare il suo onore, la sua religione, la sua anima e gettare le basi per la caduta di quell’impero o per la sua rigenerazione. …

Questo non significa sconfiggere la forza fisica per mezzo della forza spirituale?[22].

L’essenza religiosa più profonda si manifesta nella centralità dell’atto di educare, nella consapevolezza che non ci può essere trasformazione sociale senza una conversione personale, senza un lavoro su se stessi, senza un cambiamento della propria vita, senza obbedire al supremo comandamento evangelico di non reagire al male con la violenza.

Il caos da cui bisogna difendersi è il caos interiore che scaturisce dall’avidità, dalla cupidigia e dall’egoismo, che possono albergare nel cuore dell’uomo e che la religione attraverso l’educazione può dominare e trasformare in solidarietà.

Il dharma del sacrificio è la forza spirituale che può redimere il mondo. Con la lotta satyagraha la nonviolenza da pratica individuale è diventata forza collettiva in grado di trasformare alla radice la società umana, di mobilitare milioni di uomini.

La prassi di Gandhi sarà la forza capace di unificare il mondo, non nella circolazione delle merci o nella omologazione degli stili di vita, ma su una base morale, ponendo l’unità di tutti, dell’Oriente e dell’Occidente, del Nord e del Sud del mondo, sul principio religioso della nonviolenza. “Questo è il compito paolino di oggi, anzi più vasto di quello di San Paolo”, afferma Capitini[23].

Il principio di laicità

Gandhi non invita a cambiare la propria religione, ma a perfezionarla, a viverla in modo più autentico, perché le religioni sono come rami di uno stesso albero che ha le sue radici in Dio. La salvezza non è in un credo, ma in un agire. Nell’interpretazione delle scritture sacre invita a “non cadere nella trappola del letteralismo, perché la ‘lettera’ sicuramente ‘uccide’, è lo ‘spirito’ che ‘dà la vita’[24]”.

A un musulmano che gli rimprovera di interpretare il Corano, pur non essendo di fede islamica, risponde: “Nessuno ha il monopolio della verità. Tutte le verità rappresentate o interpretate da esseri umani imperfetti sono relative”[25].

Gandhi è essenzialmente un uomo pratico. Giudica teorie e ideologie in base ai risultati ottenuti. In effetti questo è un metodo sicuro per risolvere le differenze. Scrive Gandhi:

Ero solito dire ‘Dio è la verità’. Questo non mi ha completamente soddisfatto, quindi ho detto: ‘La verità è Dio’. Lui e la sua legge non sono diversi: la legge di Dio è Dio stesso. Per interpretarlo l’uomo deve ricorrere a una preghiera intensa e fondersi in Dio. Ognuno interpreterà lo stesso a modo suo. Per quanto riguarda il rapporto tra uomo e Dio, l’uomo non diventa uomo in quanto ha due mani. Diventa uomo diventando un tabernacolo di Dio [26].

Il punto cruciale per comprendere il punto di vista gandhiano nei rapporti tra religione e politica è il concetto di laicità. Ha detto Warren Staebler: “È bene separare lo Stato e la Chiesa, ma è male divorziare la religione dalla politica”[27].

Laicità è parola di origine greca e indica l’appartenenza al popolo di Dio. Laicità e religiosità non vanno quindi intesi come termini antitetici, ma collegati insieme stanno a indicare una posizione di coscienza che si sottrae all’imperio dei poteri di questo mondo, affermando l’inviolabile valore della coscienza individuale.

La laicità ci rimanda a Mazzini, che è stato uno dei più influenti maestri di Gandhi. Il termine non si ritrova in Gandhi, ma il suo significato pregnante è presente nella sua concezione di una religione anti-idolatrica, che libera le coscienze dal dominio dei poteri di questo mondo.

Laicità significa rifiutare il Leviatano di Hobbes che nella mano destra ha la spada e nell’altra il pastorale, facendo della religione il suo instrumentum regni[28].

C’è un punto importante nel discorso di Étienne de La Boétie sulla Servitù volontaria[29], che Lamennais enfatizza, dove si denuncia il tentativo dei tiranni di assicurarsi il consenso attraverso la devozione. Lamennais nel suo commento[30] denuncia l’abuso che i tiranni fanno della religione come “guardia del corpo” dei regimi politici. Esaminando ad esempio il catechismo pubblicato dallo zar Nicola, trova nei precetti che esso contiene, non solamente la sottomissione, l’amore e la devozione cieca, ma addirittura il culto dovuto all’autocrate. È un esempio lampante di come la religione possa essere violentata per farne uno strumento esecrabile di dominio. In una logica concordataria la religione viene strumentalizzata dagli Stati per legittimare quella condizione di servitù che conduce i popoli al livello più basso di abbrutimento e di empietà, per rendere Dio complice della tirannia.

Gli uomini in posizione di dominio tendono a comandare e per giustificare le loro azioni inventano e diffondono l’idolatria. Con quelle credenze escogitate dai creatori del regno delle tenebre utilizzano i fattori religiosi per il mantenimento del potere politico, manipolando le coscienze del popolo al fine di asservirlo e renderlo obbediente. Il problema dell’obbedienza diviene così strettamente connesso al mero riconoscimento di una forza religiosa in grado di tenere unito lo Stato e di giustificare la guerra e le politiche di potenza dei governi.

Perciò Gandhi indica nel lavoro di purificazione delle religioni dall’idolatria un compito urgente e prioritario, praticando la legge dell’ahimsa in ogni ambito.

Mentre i “realisti” affermano l’autonomia della politica, che significa distacco dai principi etici e dai valori religiosi, Gandhi ne rovescia il paradigma e sostiene il primato della religione in quanto principio di verità effettuale[31]. La sfida alla visione machiavellica della politica non potrebbe essere più radicale, svolgendosi sullo stesso terreno della scienza sperimentale: è aperta e si pone a tutto campo, opera per “congetture e confutazioni”[32]”. Come scrive Romain Rolland in una lettera a un amico americano, scritta dopo avere ospitato Gandhi per cinque giorni in Svizzera nel dicembre del 1931: “La sua mente procede attraverso successivi esperimenti in azione e segue una sua linea, un suo metodo, senza mai fermarsi, e rischierebbe un errore chi volesse giudicarlo in base ad affermazioni di dieci anni fa, perché il suo pensiero è in continua evoluzione”[33].

Ponendo la verità alla base del suo agire politico, la religione diventa la bussola che guida le decisioni nella politica e nell’economia. Negli ultimi giorni prima di morire, secondo il racconto che ci ha lasciato il suo segretario Pyarelal, in un breve apologo che si può leggere come il suo testamento spirituale, Gandhi ci offre un talismano, ci indica il criterio guida che deve ispirare la nostra azione nel mondo:

Ogni volta che sei nel dubbio o quando il tuo “io” ti sovrasta, fa questa prova: richiama il viso dell’uomo più povero e più debole che puoi aver visto e domandati se il passo che hai in mente di fare sarà di qualche utilità per lui. Ne otterrà qualcosa? Gli restituirà il controllo sulla sua vita e sul suo destino? In altre parole, condurrà all’autogoverno milioni di persone affamate nel corpo e nello spirito? Allora vedrai i tuoi dubbi e il tuo “io” dissolversi[34].

Una religione anti-idolatrica

Gandhi non avversa il culto delle immagini presenti nei templi indù o cristiani, verso cui sente anzi un’empatica comprensione, essendo questo il modo semplice e spontaneo della religiosità popolare di rappresentarsi il divino e di entrare in relazione con esso. Non frequenta assiduamente i templi, ma quando si reca in quello di Palni[35], scrive nel libro dei visitatori: “Sono felice di essere qui e di aver oggi sperimentato il darshan[36] in questo tempio”[37].

Ritiene fondamentale, però, che l’adorazione nei templi vada purificata ed elevata nel cuore degli uomini, perché non è accettabile si accompagni col rifiutare in alcuni templi l’ingresso agli intoccabili. Parlando dell’adorazione nel tempio, Gandhi afferma che il culto dell’immagine di Dio non serve a nulla se le persone non hanno ripulito il loro cuore della durezza contro gli altri. Dio dovrebbe essere consacrato non nelle immagini, ma nei cuori umani.

Ha appena adorato Sri Meenakshi[38] nel Tempio di Madurai perché quel Tempio è ora aperto agli Harijan[39]. Mentre è nel tempio intuisce un più elevato significato spirituale. Il culto nei templi deve implicare un cambiamento del cuore verso gli Harijan, altrimenti è inutile[40].

Giorno dopo giorno, sto invecchiando ma allo stesso tempo desidero vivere 125 anni. Non che voglia vivere per il piacere, ma per svolgere più servizio. Voglio servire voi e la vostra causa di libertà. La vera libertà è nello sviluppo della libera coscienza. Questa non può essere sviluppata in un anno o due. Venticinque anni di lavoro tra 400 milioni non sono che una goccia nell’oceano. La mia preghiera a Dio è che mi conceda 125 anni per offrire più servizio. Harijan seva è un elemento importante di questo servizio. Se non ti lavi dal peccato di praticare l’intoccabilità, non possiamo diventare liberi, né le nostre religioni possono sopravvivere a lungo[41].

In realtà l’idolatria che minaccia la purezza delle religioni è quella sociale e politica della “grande bestia”, degli Stati totalitari che rischiano di asservire e annichilire l’essenza più profonda della coscienza umana. L’idolatria, e non l’ateismo, è oggi la minaccia più grande per la “vera religione”[42]. Simone Weil nelle sue riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale[43], nello spiegarci che l’idolatria della Grande Bestia consiste nell’adorazione della forza (la violenza), associa l’immagine della bestia dell’Apocalisse alla visione di Platone del “grande animale”. Così scrive Weil:

“Platone paragonava la società a un animale gigantesco che gli uomini sono costretti a servire e che hanno la debolezza d’adorare. Il cristianesimo, così vicino a Platone in tanti punti, contiene non soltanto lo stesso pensiero, ma la stessa immagine; la bestia dell’Apocalisse è sorella del grosso animale di Platone. … Il pensiero fondamentale di Platone, che è anche quello del cristianesimo, e che tuttavia è stato completamente dimenticato, è che l’uomo non può evitare d’essere interamente asservito alla bestia, eccetto che nella misura in cui è liberato dall’operazione soprannaturale della grazia”[44].

L’analisi della “bestia” e del modo di addomesticarla è il compito della politica che Gandhi si assume. Nel saggio “Né santo né politico”, Gandhi chiarisce la sua posizione: “In apparenza prendo parte alla vita politica in modo molto attivo; in realtà questo appare soltanto perché oggi siamo avvinghiati dalla politica come dalle spire di un serpente a cui è impossibile sfuggire, per quanto ci si sforzi di farlo. Il mio desiderio è di misurarmi con il serpente”[45]. Più avanti si legge: “Ho tentato con l’aiuto di alcuni amici, di introdurre la religione nella politica”[46].

Martin Buber si interroga se sia possibile, come vuole il Mahatma, introdurre la religione nella politica, raggiungendo ugualmente un successo politico. In realtà le folle seguono i leader carismatici, senza che ciò si accompagni a una maturazione politica e a una trasformazione interiore. Le masse restano suggestionabili, mutevoli, facilmente ingannabili. Gli Stati e i partiti si adoperano per nascondere la realtà con trame ingannatrici. Secondo Buber la “parola” (cioè la retorica) corrompe, falsifica la verità e introduce in politica la menzogna. Inoltre il “serpente” non agisce solo esternamente ma anche nell’animo di uomini politici ambiziosi che non sono convertiti e bramano il successo, ricchezze e gloria.

Benché Buber riconosca che la condotta di Gandhi sia senza ombra di dubbio religiosa, ritiene che “nella realtà avviene esattamente il contrario di quanto aveva affermato Gandhi: accade infatti che sia la politica a “insinuarsi nella religione”[47], per asservirla, strumentalizzarla ai propri fini di dominio. Chi è in posizione di comando cerca di alimentare l’idolatria di se stesso, attraverso cui legittimarsi e garantirsi l’obbedienza dei sudditi. Osserva Buber:

“Il malessere nei confronti della politica è causato dal «mezzo politico» più largamente adoperato, che consiste nel convincere l’altro, imponendosi a lui. Sarebbe invece necessario, ma anche possibile, ricorrere in politica e in qualsiasi altro ambito al mezzo religioso anziché a quello politico; esso consiste nel convincere l’altro portandolo ad aprirsi. Il tentativo può apparire debole sul piano politico, ma è diretto in realtà ad esercitare il suo effetto sul regno dell’uomo e su quello di Dio”[48].

La prospettiva teologico-politica di Buber sembra convergere con quella di Gandhi. Non è possibile favorire l’avvento del Regno di Dio senza combattere la menzogna che pervade la vita politica, senza vincere le passioni individuali, senza coinvolgere nel progetto ogni singolo aspetto della vita dell’uomo. Nota Buber nella sua essenzialità: “Si tratta di riuscire a formare l’uomo, a partire dall’elemento anima tratto in salvo in qualche modo. La grande impresa del Mahatma Gandhi è sostanzialmente questa; essa non si realizza seguendo il ritmo dei tempi politici e dei loro successi, ma assecondando il lento passo di Dio”[49].

L’idolatria della forza

“La bestia ha una dottrina, la dottrina della forza[50],” scrive Simone Weil. La forza viene intesa come meccanica dei rapporti sociali. Gandhi, da parte sua, riconosce il ruolo della forza nelle dinamiche sociali, ma contrappone alla forza bruta della violenza, il satyagraha ossia la forza dell’anima, della verità e dell’amore[51].

Per Weil gli antichi pensatori greci hanno compreso tutto il male sotteso ai meccanismi del dominio e richiama a questo scopo un brano emblematico di Tucidide, in cui gli ateniesi rispondono in maniera cruda ma nitida ad alcuni infelici che supplicano di non essere soggiogati: “Noi crediamo, a proposito degli dei, quello che dice la tradizione; ma, a riguardo degli uomini, noi sappiamo, da un’esperienza certa, che sempre ognuno, come se obbedisse a una necessità della natura, comanda ovunque ne ha il potere”[52].

Weil non indica in quale episodio della Guerra del Peloponneso vada collocata questa affermazione e a chi fosse diretta, ma il tenore delle argomentazioni rimanda al discorso fatto dagli ateniesi agli ambasciatori dell’isola di Melo, prima di essere sottomessi ad Atene con la violenza: “Non solo tra gli uomini, come è ben noto, ma, per quanto se ne sa, anche tra gli dei, un necessario e naturale impulso spinge a dominare su colui che puoi sopraffare”[53].

La frase appare, se possibile, ancor più terribile e priva di speranza per le vittime, rispetto a quella riferita da Simone Weil, in quanto il più forte si sente in diritto di sottomettere i deboli per legge divina, avente valore eterno anche per le future generazioni. Isocrate ironizza su questa frase, scrivendo nel Panatenaico, databile tra il 341 e il 339 a.C.: “C’è addirittura chi sostiene che neanche gli dei siano senza macchia”[54]. Nel suo discorso Sulla Pace scritto nell’anno 356 a.C., Isocrate condanna con sarcasmo la politica imperialistica di Atene, scrivendo che solo quando caddero sotto il dominio spartano gli ateniesi “finalmente capirono che non è giusto che i più forti dominino sui più deboli”[55].

Sequela Christi

Riflettendo sulla teoria politica del dominio, Weil contrappone a Tucidide l’apostolo Paolo della lettera ai Filippesi (2,5-7) e scrive: “L’opposto di questa dottrina, per ciò che riguarda la divinità, è il dogma dell’Incarnazione. «Essendo eguale a Dio, egli non considerò questa eguaglianza come un privilegio … egli si abbassò … Prese la condizione di schiavo … Divenne obbediente fino alla morte»”[56].

Per Simone Weil la visione paolina della kènosis pone le fondamenta di una teologia politica cristiana, alternativa a quella pagana, in cui si distingue l’idea del potere come servizio al bene comune, ai poveri, agli ultimi, allo straniero dall’ottica greco-romana del potere come dominio sugli altri. Si ripropone qui il tema politico messianico già presente nelle tentazioni del deserto, narrate nei tre vangeli sinottici[57], ove il diavolo offre a Cristo la potenza e la gloria di questo mondo. Rifiutando l’offerta di Satana, Gesù sceglie la via della croce e Gandhi con la sua vita, indipendentemente dal dichiararsi o non dichiararsi cristiano, si pone perfettamente sulla sua sequela.

Il marxismo ha analizzato le società umane in funzione dei soli rapporti di forza[58]. Il suo metodo di studio dei meccanismi sociali è ammirevole, ma non comprende il soprannaturale e questo è il suo limite, restando così prigioniero delle leggi della “pesantezza”. Osserva Weil: “Anche cambiando di mani, la forza rimane sempre una relazione del più forte col più debole, ossia una relazione di dominio”[59]. “Coloro che negano la realtà del soprannaturale somigliano a dei ciechi. Anche la luce non urta, non pesa. Eppure per suo mezzo le piante e gli alberi salgono verso il cielo nonostante la loro pesantezza”[60].

Fondando la politica sul satyagraha, perseguendo il principio di verità, Gandhi vuole introdurre nella società umana l’influenza del soprannaturale. Osserva Weil:

“Un architetto … non studia soltanto la caduta dei corpi, ma anche le condizioni del loro equilibrio. La vera conoscenza della meccanica sociale implica quella delle condizioni cui l’operazione soprannaturale d’una quantità infinitamente piccola di bene puro, messa al posto conveniente, può neutralizzare la pesantezza”[61].

Utilizzando la metafora di Weil, si può paragonare Gandhi a un architetto sociale, il cui scopo è stato quello di “disporre le forze cieche della meccanica sociale attorno al punto che serve anche di centro alle forze cieche della meccanica celeste ossia «l’Amore che muove il sole e le altre stelle»[62]”.

Se Satana è il principe di questo mondo e “la bestia, quaggiù, la fa da padrona[63]”, tutti gli Stati rivendicano e giustificano il proprio monopolio della violenza. La società, secondo Platone, è l’animale gigantesco che gli uomini sono costretti a servire, incapaci di avere circa il bene e il male opinioni diverse da quelle che sono dettate dal grosso animale, “fatta eccezione per le anime predestinate che una grazia soprannaturale attira verso Dio”[64].

Simone Weil e il Mahatma Gandhi sono stati nel secolo scorso due esempi eccezionali di persone toccate dalla Grazia, diventando luce tra le tenebre, lievito della terra.

Daniele nella fossa dei leoni

Gandhi interpreta il celebre racconto biblico di Daniele buttato nella fossa dei leoni come esemplare rifiuto dell’obbedienza idolatrica. Quando Dario si lascia convincere a emanare una legge secondo cui per trenta giorni non si dovrà pregare nessun dio o uomo eccetto il re, pena essere gettati in pasto ai leoni, Daniele, uomo di fede, venuto a sapere di questa legge, va a casa e, se prima pregava a porte chiuse, apre le finestre, perché tutti lo vedano[65], e si mette a pregare rivolto verso Gerusalemme. L’atto di disobbedienza nonviolenta costringe Dario a revocare la legge ingiusta.

La disobbedienza nonviolenta di Daniele verso il re persiano, in nome di un profondo sentimento anti-idolatrico, si è ripetuto altre volte nella storia giudaica, vedendo anche il coinvolgimento di tutto il popolo. Di tali azioni di protesta ci racconta dettagliatamente Giuseppe Flavio allorché l’amministrazione romana tentò di introdurre a Gerusalemme le immagini e il culto dell’imperatore. Esse ebbero successo, a differenza della rivolta armata che invece offrì alle legioni di Tito l’occasione di assediare e distruggere Gerusalemme nell’anno 70 d. C.

Gli episodi riportati da Giuseppe Flavio, lo storico ellenistico di origine ebraica, sia in Antichità Giudaiche sia in Guerra Giudaica, sono due ed ebbero uno svolgimento simile. Accaddero il primo sotto il governatorato di Ponzio Pilato nell’anno 28 d.C., il secondo con Petronio tra il 39 e il 42 d. C..

Nel primo episodio, quello avvenuto sotto Ponzio Pilato, di fronte alla volontà dell’amministrazione romana di introdurre a Gerusalemme i busti degli imperatori, migliaia di giudei si recano a Cesarea, occupano la piazza ininterrottamente e il sesto giorno, di fronte alla minaccia dell’esercito di sgomberarli con la violenza e di fare una strage dei manifestanti, dichiarano di non volere la violenza ma di non recedere dalla richiesta di rimuovere da Gerusalemme le insegne imperiali. Lo storico così racconta il comportamento coraggioso tenuto dagli ebrei in quell’occasione: “Quelli allora si gettarono bocconi, si denudarono il collo e protestarono che avrebbero di buon grado salutato la morte piuttosto che trascurare le ordinanze delle loro leggi. Pilato, stupito dalla forza della loro devozione alle leggi, senza indugio trasferì le immagini da Gerusalemme e le fece riportare a Cesarea”[66].

Nel secondo episodio di protesta il confronto con Petronio fu più lungo e durò quaranta giorni. Durante la sollevazione popolare gli ebrei si astennero da qualsiasi commercio e attività[67], anche dal coltivare i campi, benché fosse il tempo della semina, pronti a morire piuttosto che vedere l’erezione della statua dell’imperatore nel tempio di Gerusalemme. Ricorda Giuseppe Flavio:

“Migliaia di giudei andarono da Petronio in Tolemaide, supplicando che non li costringesse a trasgredire iniquamente la loro legge tradizionale. Dissero: «Se tu ti proponi fermamente di introdurre e innalzare l’immagine, fallo pure, ma prima dovrai uccidere tutti noi, poiché per noi non è possibile sopravvivere di fronte ad azioni vietate da decisioni del nostro legislatore e dai nostri antenati che emisero queste misure come leggi morali»”[68].

E quando Petronio, di fronte a questa irriducibile presa di posizione del popolo, si reca a Tiberiade per esaminare da vicino la questione, altre migliaia di ebrei gli andarono incontro, supplicandolo con ogni mezzo di non contaminare la città erigendo una statua all’imperatore. Giuseppe Flavio riporta il dialogo tra i manifestanti ebrei e il governatore:

“«Volete entrare in guerra con Cesare?», disse Petronio, «senza tenere conto del suo potere e della vostra pochezza? ». Risposero: «Per nessun motivo noi combatteremo, ma noi moriremo piuttosto che violare le nostre leggi»; e mettendosi bocconi a terra e scoprendosi il collo si dicevano pronti a essere uccisi”[69].

Stupisce che questi episodi di vittoriosa resistenza nonviolenta del popolo ebraico siano stati completamente dimenticati, mentre tanta enfasi della memorialistica si concentri solo sulla resistenza violenta di Masada che pure portò alla catastrofe.

In un articolo scritto il 20 novembre 1938 durante il soggiorno a Segaon nello Stato indiano del Madhya Pradesh e pubblicato sul settimanale “Harijan” il 26 novembre 1938, poco tempo dopo il pogrom della “notte dei cristalli” avvenuto in Germania tra il 9 e il 10 novembre, Gandhi rivolge un appello agli ebrei per invitarli a non rispondere alla violenza con la violenza, a non invocare una guerra contro la Germania e a mantenere verso la persecuzione nazista un atteggiamento di resistenza nonviolenta che a noi appare simile a quello tenuto dai loro correligionari venti secoli prima, negli episodi su riportati dallo storico Giuseppe Flavio. Scrive Gandhi:

Ma gli ebrei tedeschi possono praticare la lotta satyagraha sotto auspici infinitamente migliori degli indiani del Sud Africa. Gli ebrei sono una comunità compatta e omogenea in Germania e molto più dotati degli indiani del Sud Africa. E sono anche riusciti a sollevare l’opinione mondiale in loro sostegno. Sono convinto che se tra loro emergesse qualcuno dotato di coraggio e intuito per guidarli in un’azione non violenta, l’inverno della loro disperazione può trasformarsi in un batter d’occhio nell’estate della speranza. E quella che oggi è diventata una degradante caccia all’uomo potrebbe essere trasformata in una resistenza calma e determinata di uomini e donne disarmati che possiedono solo la forza della sofferenza donata loro da Jehovah. Sarà quindi una vera resistenza religiosa offerta contro la furia senza Dio dell’uomo disumanizzato. Gli ebrei tedeschi segnerebbero una vittoria duratura sui Gentili, i tedeschi non israeliti, nel senso che li avrebbero convertiti all’apprezzamento della dignità umana. Avranno reso un servizio ai connazionali tedeschi e sancito il loro titolo di essere i veri tedeschi contro coloro che oggi trascinano, per quanto inconsapevolmente, il nome tedesco nel fango[70].

Rispondendo ad alcuni critici tedeschi, l’8 dicembre 1938, Gandhi distingue tra la nonviolenza adottata per debolezza e necessità e la nonviolenza attiva e consapevole del satyagraha[71]. E il giorno dopo, il 9 dicembre 1938, rispondendo ad alcune domande, Gandhi afferma:

Le sofferenze dei non violenti sono famose per aver sciolto i cuori più duri. Oserei dire che se gli ebrei potessero evocare in loro aiuto il potere dell’anima che proviene solo dalla nonviolenza, Herr Hitler si inchinerebbe davanti a un tale coraggio che non ha mai sperimentato in precedenza nei suoi rapporti con gli uomini e che, se esibito, lo riterrebbe infinitamente superiore a quello mostrato dalle sue migliori truppe di assalto. La prova di tale coraggio è possibile solo per coloro che hanno una fede viva nel Dio della verità e della nonviolenza, cioè nell’amore[72].

Successivamente, nella corrispondenza[73] con importanti intellettuali ebrei come il filosofo tedesco Martin Buber e l’americano Judah Magnes, fondatore dell’Università di Gerusalemme, Gandhi riafferma le sue convinzioni sulla bontà e sull’efficacia della resistenza nonviolenta ai tiranni. Tutto sta nel metterla in atto.

Passando, poi, a esaminare l’annosa questione ebraico-palestinese e pensando a quanti come Buber rivendicano il diritto per gli ebrei alla terra promessa, Gandhi scrive:

Ed ora una parola agli ebrei in Palestina. Non ho dubbi che si stiano muovendo nel modo sbagliato. La Palestina della concezione biblica non è un’estensione geografica. Essa è nei loro cuori. Ma se consideriamo geograficamente la Palestina come nazione, è sbagliato entrarvi protetti dall’artiglieria britannica. Un atto religioso non può essere compiuto con l’aiuto delle baionette o delle bombe. Possono stabilirsi in Palestina solo con il consenso degli arabi. Dovrebbero cercare di convertire alla loro causa il cuore arabo. Lo stesso Dio che governa il cuore ebraico governa anche il cuore arabo. Possono testimoniare il satyagraha di fronte agli arabi e sacrificarsi, disposti a essere uccisi o gettati nel Mar Morto senza alzare un dito contro di loro. Troveranno l’opinione pubblica mondiale a loro favore nella loro aspirazione religiosa. Esistono centinaia di modi per arrivare a patti con gli arabi, se solo scartassero l’aiuto delle baionette britanniche. Così stando le cose, cooperano con gli inglesi nello spogliare un popolo che non ha fatto loro nulla di male. …

Gli ebrei che affermano di essere un popolo eletto provino il loro titolo scegliendo la via della nonviolenza per rivendicare la loro posizione sulla terra. Ogni paese è la loro casa, compresa la Palestina, non per aggressione ma per amorevole servizio[74].

La teocrazia biblica

Il potere non va confuso col dominio[75] e nella definizione biblica più autentica della teocrazia, che Buber ritrova nel Libro dei Giudici, un “libro anti-monarchico”[76], la regalità di Dio è quella affermata con forza da Gedeone: “Io non regnerò su di voi né mio figlio regnerà; il Signore regnerà su di voi” (Giudici 8, 23). “In queste parole – commenta Buber – c’è l’audacia di prendere sul serio la sovranità di Dio”[77].

Abitualmente per teocrazia si intende una forma di sovranità esercitata da uomini su altri uomini nel nome di Dio, per investitura divina e, perciò, presentata come eterna e onnipotente. Nelle parole di Gedeone, invece, “la teocrazia è diretta, non metaforica, assolutamente reale”[78]. Gedeone si appella a JHWH per rivendicare una comunità libera da un’autorità umana, perché le basta il governo invisibile di Dio.

Nella stessa direzione si colloca l’opposizione di Samuele alla nomina di un re (cfr. 1 Samuele 8, 10-1) che, scrive Buber, “non è legata semplicemente a un atteggiamento individuale, ma a un atteggiamento di gruppo”:

“10 Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re. 11 Disse loro: «Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, 12 li farà capi di migliaia e capi di cinquantine; li costringerà ad arare i suoi campi, a mietere le sue messi, ad apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. 13 Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. 14 Si farà consegnare ancora i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li regalerà ai suoi ministri. 15 Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri. 16 Vi sequestrerà gli schiavi e le schiave, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. 17 Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi. 18 Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà»”.

Questo diffuso sentimento biblico antimonarchico è suffragato dall’apologo di Iotam (Giudici 9, 8-15), che Buber presenta come “la più decisa poetica antimonarchica della letteratura mondiale”[79], e la cui morale mira a spiegare come il governare non sia solo inutile, ma anche grave fattore di disordine e di disgregazione.

“7 Ma Iotam, informato della cosa, andò a porsi sulla sommità del monte Garizim e, alzando la voce, gridò: «Ascoltatemi, signori di Sichem, e Dio ascolterà voi! 8 Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all’ulivo: Regna su di noi. 9 Rispose loro l’ulivo: Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dèi e uomini, e andrò ad agitarmi sugli alberi? 10 Dissero gli alberi al fico: Vieni tu, regna su di noi. 11 Rispose loro il fico: Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò ad agitarmi sugli alberi? 12 Dissero gli alberi alla vite: Vieni tu, regna su di noi. 13 Rispose loro la vite: Rinuncerò al mio mosto che allieta dèi e uomini, e andrò ad agitarmi sugli alberi? 14 Dissero tutti gli alberi al rovo: Vieni tu, regna su di noi. 15 Rispose il rovo agli alberi: Se in verità ungete me re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano»”.

Afferma Thoreau all’inizio del suo libello sulla disobbedienza civile: “I heartly accept the motto: That governement is best wich governs least”. … “That governement is best wich governs at all”. “Il governo migliore è quello che meno governa!”, anzi: “Il governo migliore è quello che non governa affatto!”[80].

Rendi a Cesare ciò che è di Cesare

Alcuni lettori cristiani del periodico “Young India”, un inglese e un indiano del Punjab, scrivono a Gandhi per criticare la campagna di disobbedienza civile avviata con la marcia del sale, che sarebbe in contraddizione con l’insegnamento di Gesù: “Rendi a Cesare ciò che è di Cesare”.

Gandhi risponde ricordando che la pratica della disobbedienza civile è di vecchia data e risale alla nascita del satyagraha in Sud Africa, l’11 settembre del 1906. Ritiene che la sua condotta sia assolutamente in accordo con l’insegnamento del Nuovo Testamento, verso cui ha sempre nutrito grande considerazione. Davvero nuova e significativa è la sua interpretazione della celebre risposta di Gesù. Innanzitutto ricostruisce il contesto dell’episodio:

Gesù sfugge alla domanda diretta posta a lui, perché è una trappola. Non era in alcun modo tenuto a rispondere. Ha quindi chiesto di vedere la moneta per le tasse. E poi dice con sprezzante disprezzo: “Come può chi traffica con le monete di Cesare e quindi riceve ciò che sono i vantaggi del governo di Cesare, rifiutare di pagare le tasse?”[81]

Gandhi ribalta la tesi dei suoi critici e giudica l’episodio una conferma e un sostegno alla pratica della disobbedienza civile:

Tutta la predicazione e la pratica di Gesù indicano inequivocabilmente la non cooperazione, che include necessariamente il mancato pagamento delle tasse. Gesù non ha mai riconosciuto l’autorità dell’uomo contro quella di Dio. Colui che ignorava l’intera casta sacerdotale, che a quei tempi era superiore alla sovranità temporale, non avrebbe esitato a sfidare la potenza degli imperatori se l’avesse trovato necessario. E non ha trattato con supremo disprezzo l’intero processo farsesco attraverso il quale è stato fatto passare?[82].

L’episodio evangelico viene abilmente utilizzato da Gandhi per argomentare le ragioni della disobbedienza civile. Difronte a una legge ingiusta, il solo dovere morale è disobbedire a questa legge. Una religione, una Chiesa, un gruppo perdono la propria libertà di contestazione, quando accettano la moneta di Cesare. La disobbedienza civile impone a chi vuole praticarla di rifiutare i vantaggi e i privilegi che lo Stato vuole loro offrire. Bisogna restituire a Cesare quel che è di Cesare e porsi al di fuori della sua sfera di influenza. A Dio andrà la piena libertà della propria coscienza. La tesi della non collaborazione ne esce rafforzata.

In prossimità dell’indipendenza dell’India, a chi chiede garanzie o privilegi per le religioni da inserire nella nuova Costituzione, Gandhi risponde con le parole di Lord Salisbury, già primo ministro del Regno Unito: “Incontrando una volta nel suo ufficio una delegazione di missionari diretta in Cina, disse loro che sarebbe stato un disdicevole esempio se avessero cercato per la loro missione la protezione dei fucili britannici”[83]. E oggi, dopo Hiroshima e Nagasaki, la “protezione” è quella delle bombe atomiche.

Anche negli incontri tenuti in Svizzera nel dicembre del 1931 con gruppi di obiettori coscienza, Gandhi aveva ribadito questa tesi, cioè il dovere, per chi si oppone ai sistemi di guerra, di non cercare privilegi o situazioni protette: bisogna restituire a Cesare la sua moneta. Questo ragionamento è confermato, anche se in una situazione specularmente opposta, dalla posizione tenuta da Gandhi in Sud Africa nella guerra boera e in India durante la prima guerra mondiale. Sentendosi privilegiato dall’esser parte nel dominio imperiale britannico, decise, senza ipocrisia, proprio in ragione del suo status, di aiutare e sostenere l’impero britannico nell’impresa bellica, istituendo un corpo di ambulanze e facendo propaganda tra gli indiani per l’arruolamento nell’esercito inglese. Quello che è potuto sembrare un comportamento ambiguo e ondivago di Gandhi rispetto alla guerra, e ciò gli fu rimproverato a viso aperto da alcuni pacifisti europei[84] come l’olandese Bart de Ligt e l’italiano Giovanni Pioli, appare invece frutto di una condotta lucida e coerente da parte di chi, sentendosi avvantaggiato dal far parte di un sistema, si fa carico degli oneri per difenderlo. Più tardi, una volta maturata l’idea che alla guerra moderna non si può partecipare neanche come barelliere, Gandhi ne trasse tutte le conseguenze lanciando la campagna per la liberazione dell’India attraverso un’attiva non-collaborazione.

La piramide rovesciata

Ha scritto Capitini: “La metafisica dell’Uno può generare l’autoritarismo; la metafisica della compresenza genera la democrazia, anzi l’omnicrazia”[85].

Nel XX secolo il giurista tedesco Carl Schmitt ha riproposto il tema della teologia politica, ricordando come essa fosse già tornata in auge nell’ottocento con Bakunin[86] che nella prima internazionale aveva accusato Mazzini di essere un teologo. “La fede in Dio del massone Mazzini era, come ogni fede in Dio, soltanto un segno di schiavitù, la vera causa di ogni male e di ogni autorità statale e politica; era un centralismo metafisico”[87].

Schmitt contrappone all’anarchismo di Bakunin la visione cattolica di Donoso Cortés[88], sostenitore dell’impero cristiano medievale che gli appare essere un esempio della forza che frena, il katéchon che impedisce la fine del mondo, secondo l’oscura espressione di Paolo nella seconda epistola ai Tessalonicesi (2 Ts 2, 5-6).

Scrive Schmitt: “L’autorità dei padri della Chiesa e di scrittori come Tertulliano, Gerolamo e Lattanzio Firmiano … concordano nel ritenere che soltanto l’Imperium Romanorum e la sua prosecuzione cristiana spieghino il sussistere dell’eone e il suo mantenersi saldo contro lo schiacciante potere del male” [89].

Il giurista tedesco costruisce la sua dottrina sull’affermazione che: “Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”[90]. L’analogia che egli fa tra teologia e teorie politiche autoritarie trova la sua origine in Hobbes che vede nello Stato l’imperium rationis[91] che controlla la natura malvagia dell’uomo e inibisce la guerra civile.

Nel definire la natura della politica secondo la distinzione amico/nemico [92], per Schmitt diventa inevitabile invocare un’autorità sovrana che si impone nelle situazioni di crisi, con la facoltà di decidere lo “stato d’eccezione”[93] , sospendendo i diritti democratici o facendo la guerra. La teologia politica di Schmitt piega la verità all’interesse dei detentori del potere e alla conservazione dell’ordine costituito, per cui può ben ripetere con Hobbes: Auctoritas, non veritas, facit legem[94].

La teologia politica di Schmitt è sostanzialmente nichilista e anti-cristiana, per cui appare fondata la critica che gli rivolge Peterson[95] di strumentalizzare il cattolicesimo per giustificare situazioni politiche. In realtà, secondo Peterson il Dio trinitario non è rappresentabile all’interno di alcun ordinamento politico: “La dottrina della monarchia divina doveva fallire di fronte al dogma trinitario e l’interpretazione della pax augusta di fronte all’escatologia cristiana. … La pace, che il cristiano cerca, non viene garantita da nessun imperatore, ma è soltanto un dono di colui il quale è «più alto di ogni ragione»”[96].

La posizione espressa da Peterson potrebbe essere interpretata come una visione “apolitica” del cristianesimo, mentre più correttamente va intesa come la riaffermazione di quel giudizio di Gesù che relativizza e svaluta ogni potere dominante: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 33-39), un’affermazione teologica fortemente politica.

Una critica alle controverse concezioni di Schmitt è stata sollevata anche da Hans Blumenberg[97], Jacob Taubes[98], Jan Assmann[99] e Dieter Conrad[100]. Come fa osservare Jan Asmann: “Una teologia del potere si basa sulla considerazione che «governare», in ultima istanza, è un affare divino che può essere esercitato da sovrani terreni, mortali, soltanto per incarico ovvero successione e imitazione della sovranità divina”[101]. Ma questo significa “teologizzare” l’esercizio verticale del dominio statale, cioè sostenere e giustificare le strutture dominanti: “La politica si richiama agli dèi per legittimare la sua violenza”[102].

Per Taubes, che studia la teologia paolina, un ordinamento politico non si basa solo su strutture «verticali», fatte di comandi impartiti e di ubbidienze prestate, ma anche su strutture di appartenenza «orizzontali», quelle che uniscono un gruppo di individui facendone una comunità. Per lui “la teologia politica è anzitutto una dottrina della formazione di un’alleanza nel senso di un popolo di Dio; ne va della fondazione religiosa di una comunità”[103]. Il comandamento dell’amore per il prossimo è decisamente orizzontale, basandosi sui principi di eguaglianza e fraternità, mentre la definizione della politica concepita da Schmitt come distinzione amico/nemico non è altro, secondo Assmann, che “teologia politica della violenza”[104], … “in modo che il nemico politico sia dichiarato nemico di Dio”[105] e così si possa essere “risoluti nell’impiego della violenza contro il nemico”[106].

Quella di Schmitt è una concezione dispotica e violenta, come lo è il Leviatano di Hobbes. La sua è una teologia politica sostanzialmente nichilista e anti-cristiana, nonostante le ripetute professioni di fede cattolica. Essa è priva del kèrigma evangelico del Discorso della montagna, che già Weber aveva dichiarato politicamente impraticabile, scrivendo:

“Chi anela alla salute della propria anima e alla salvezza di quella altrui, non la cerca attraverso la politica, la quale si propone compiti del tutto diversi e tali che possono essere risolti soltanto con la violenza. Il genio o il demone della politica e il dio dell’amore anche il Dio cristiano nella sua forma ecclesiastica vivono in un intimo reciproco contrasto che può ad ogni momento erompere in un conflitto insanabile”[107].

Schmitt di rimando, teorizzando la politica come distinzione tra amici e nemici, esclude che il comandamento dell’amore ai nemici si possa applicare alla politica:

“Nemico non è il concorrente o l’avversario in generale. Nemico non è neppure l’avversario privato che ci odia in base a sentimenti di antipatia. Nemico è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base a una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere. Nemico è solo il nemico pubblico, poiché tutto ciò che si riferisce ad un simile raggruppamento, e in particolare ad un intero popolo, diventa per ciò stesso pubblico. Il nemico è l’hostis, non l’inimicus in senso ampio: il πoλέμιος e non l’εχθρός. La lingua tedesca, come altre, non distingue fra ‘nemico’ privato e politico, cosicché sono possibili, in tal campo, molti fraintendimenti ed aberrazioni. Il citatissimo passo che dice “amate i vostri nemici” (Matteo, 5, 44; Luca, 6, 27) recita “diligite inimicos vestros” e non “diligite hostes vestros“: non si parla qui del nemico politico. Nella lotta millenaria fra Cristianità ed Islam, mai un cristiano ha pensato che si dovesse cedere l’Europa, invece che difenderla, per amore verso i Saraceni o i Turchi. Non è necessariamente odiare personalmente il nemico in senso politico, e solo nella sfera privata ha senso ‘amare’ il proprio nemico, cioè il proprio avversario. Quel passo della Bibbia riguarda la contrapposizione politica ancor meno di quanto non voglia eliminare le distinzioni di buono e cattivo, di bello e brutto. Esso soprattutto non comanda che si debbano amare i nemici del proprio popolo e che li si debba sostenere contro di esso”[108].

L’errore “diabolico” di Weber e Schmitt è quello di identificare in modo esclusivo la politica con la volontà di potenza degli Stati, associando per analogia il Dio onnipotente con la potenza terrena del Sovrano.

Dieter Conrad, allievo di Assmann e docente a Heidelberg, in un suo importante saggio[109] su Gandhi ha messo radicalmente in discussione le teologia politica di Schmitt, chiamando in campo l’azione nonviolenta del Mahatma. In questo confronto Conrad osserva come “la fissazione della politica sulla categoria della violenza sia riscontrabile non solo in Carl Schmitt, ma anche in Max Weber, Karl Jaspers e persino in Niklas Luhmann, ed è generalmente caratteristica del pensiero occidentale”[110]. Ispirandosi a Gandhi, Conrad propone una diversa concezione della politica fondata su strutture dal basso di partecipazione diretta e di omnicrazia. Non si tratta più di distinguere tra amico e nemico, ma di cogliere le pubbliche esigenze, soprattutto quelle dei più deboli. Commenta opportunamente Assmann: “Il concetto della teologia politica si può dunque applicare anche a forme religiose della costituzione di spazi pubblici, del bene comune e di ambiti d’attività sovrapersonali”[111].

Secondo Taubes la teologia politica di Schmitt è pensata “in termini apocalittici, ma dall’alto, a partire dai poteri; … Chi pensa dall’alto lotta perché «il caos non venga a galla, perché permanga lo Stato». Egli non può pensare il caos se non dal basso”[112].

Al contrario quella di Gandhi si presenta come un’evidente teologia politica dal basso: sollecita le coscienze a purificare le religioni, a vivere l’autenticità del messaggio evangelico, libero dai dogmi, ma obbediente ai principi della verità e della nonviolenza.

Il nodo cruciale è esaminare il rapporto tra religione e politica, definendo cosa si intenda per religione e cosa si intenda per politica, e in questo la concezione nonviolenta si pone agli antipodi della teologia politica di Carl Schmitt.

Burckhardt ha denunciato come “la potenza è cattiva in sé – si pensi a Luigi XIV, a Napoleone e ai governi rivoluzionari – e che, senza riguardo a nessuna religione, viene riconosciuto allo Stato quel diritto all’egoismo che vien rifiutato all’individuo”[113].

Per Schmitt, invece, una tale negazione della politica di potenza assume il significato di una professione di “ateismo e nichilismo infinitamente maggiore di quella contenuta in tutta l’opera di Bakunin. … Chi comprende oggi che questa frase ha lo stesso significato dell’espressione «Dio è morto»?”[114].

In realtà ciò che è morto è il Dio guerriero, il Dio dominatore che terrorizza gli uomini, il mysterium tremendum et fascinans[115] del mondo pagano, lasciando il posto alla visione paolina[116] del Dio che si abbassa al livello umano, del Dio che ama senza imporsi e senza fare violenza, facendosi vicino agli umili, ai sofferenti, ai poveri.

Secondo la visione nonviolenta la politica viene intesa non più come volontà di dominio, ma come servizio disinteressato agli ultimi, così come insegna il racconto pasquale della lavanda dei piedi. In questa prospettiva, religione e politica appaiono essere la stessa cosa.

Nel condividere questa fusione si scarta una “religione apolitica”, fondata su una concezione individualistica, privatistica e superstiziosa della religione. Come ha insegnato don Milani nella scuola di Barbiana: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia” [117]. E Paolo VI ha affermato categorico: La politica è la forma più alta della carità!

La teologia politica di Gandhi trascende la scissione agostiniana tra le due città, la terrena e la celeste. In linea con Lamennais[118] e Mazzini[119], il Regno di Dio non va inteso in un senso puramente spirituale, soprannaturale, ma va realizzato progressivamente qui e ora sulla terra: “Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra!”, recita la preghiera cristiana per eccellenza (Mt 6, 10).

Scrive Benedetto Croce in un passo tra i più vibranti della sua opera:

“La vita eterna non è uno stato da raggiungere in un di là o da vanamente sospirare, ma uno stato che si possiede e si sperimenta in ogni atto con cui pensiamo il vero, diamo forma al bello, operiamo il bene. In ciascuno di questi atti noi sentiamo di staccarci dal perituro e mortale e d’innalzarci verso l’imperituro, verso l’eterno e di unirci a Dio”[120].

Secondo la prospettiva di un Dio che, secondo il Magnificat (Luca 1, 46-56), detronizza i potenti ed eleva gli umili, si tratta finalmente di operare il riconoscimento di una teologia politica nonviolenta alternativa a quella autoritaria e violenta dei teorici machiavellici della politica.

Taubes, sensibile a una storia di persecuzioni che hanno tormentato l’esperienza ebraica, osserva che “la minaccia più letale e l’annientamento si sono sempre presentati sotto forma di potere statale”[121] e perciò rimprovera Schmitt di non aver considerato nella sua dottrina dello Stato “l’eventualità di un «caos dall’alto» e la necessità o quanto meno la legittimità della disobbedienza civile”[122] . C’è una spiegazione a questa cecità: “Con l’andare del tempo – scrive Taubes – ho capito che il giurista ha un modo completamente diverso di vedere il mondo. Egli è chiamato a legittimarlo, così com’è”[123] . Al contrario il religioso, l’apocalittico, quale Taubes si sente, si augura che esso vada pure a fondo: I have no spiritual investiment in the world as it is [124].

Se per Schmitt “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”[125] , una volta rovesciata con la nonviolenza la piramide del potere, questa facoltà spetta ora agli obiettori di coscienza, ai perseguitati a causa della giustizia, al martire che dà la sua vita per testimoniare la verità. Sono costoro che svolgono la funzione del katéchon evocata da Paolo per contrastare il caos e la fine del mondo.

Ha scritto Kierkegaard: “Imperatori, re, papi, gesuiti e diplomatici hanno sinora potuto governare il mondo in un momento decisivo; dall’epoca però in cui interverrà il Quarto Stato, si vedrà che soltanto i martiri possono governare il mondo”[126].

Rocco Altieri
(presidente del Centro Gandhi e direttore editoriale dei Quaderni Satyagraha)

Contributo inviato al Convegno sul tema “Amore fraterno e non violenza per la pace e l’armonia globali” indetto dal Consiglio Pontificio per il Dialogo tra le Religioni per ricordare i 150 anni dalla nascita del Mahatma Gandhi, tenuto a Roma il 1 ottobre 2019
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