Editoriale

Cagliari al voto. Con Francesca Ghirra nel nome della Costituzione repubblicana, democratica e antifascista!

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di Franco Meloni
Nella mia vita ho sempre esercitato il diritto-dovere di votare. L’ho fatto spesso con convinzione, anche quando si trattava di “mera testimonianza“, altre volte “de mala gana” quando l’offerta politica era veramente mediocre. Perfino in questi ultimi casi, pur considerando legittima la scelta dell’astensionismo, ho preferito comunque votare, magari rifugiandomi sulla qualità della persona individuata tra quelle candidate. Ma sempre a sinistra, perché quella è la mia casa, almeno ideale: laddove sono i valori della solidarietà, dell’uguaglianza, dei diritti per tutte le persone. Che poi sono i valori della nostra Carta Costituzionale, costruita mirabilmente dalle componenti culturali e politiche affermatesi sulle rovine del fascismo e del nazismo. Domenica voterò con convinzione Francesca Ghirra come Sindaca della mia città. Francesca è giovane, soprattutto rispetto alla mia età, e come capita ormai a me e ad altri miei coetanei che pur abbiamo alle spalle molti anni di militanza politica, fa parte dei “nuovi politici“, che spesso non conosciamo personalmente, a volte piuttosto i loro genitori. Nel caso di Francesca conoscevo il nonno Salvatore Ghirra, politico di vaglia che potei apprezzare come mio compagno di consiliatura (1980-1985) del Consiglio comunale di Cagliari. Meglio conosco e sono da tempo immemorabile amico del padre di Francesca, Giancarlo, ottimo giornalista professionista, anche lui per un periodo – degli anni 90 – prestato alla politica come consigliere regionale. Francesca l’ho conosciuta personalmente da non molto tempo, precisamente dal 4 ottobre 2014, quando abbiamo fatto insieme, a piedi, il percorso insolito del progetto “Passu passu” che dal circolo Gramsci di via Doberdò ci portò a “via Is Mirrionis-segue numerazione”, dove si trovava e tuttora giace il rudere di un vecchio edificio -progettato da un grande architetto del Novecento italiano, Maurizio Sacripanti – per me e per tanti altri fondamentalmente noto per essere stato sede dell’esemplare esperienza della Scuola Popolare di Is Mirrionis, negli anni 70. Da lì è nata un’amicizia e una collaborazione politica e culturale, che nella rivendicazione del ricupero di quello spazio per il quartiere di Is Mirrionis e per la città continua ad avere un punto di impegno – anche simbolico per i processi partecipativi dei cittadini – ribadito da Francesca nell’assemblea del quartiere del 10 giugno scorso. Francesca Ghirra unisce alla competenza accademica e professionale quella di esponente politico e di amministratrice comunale, come consigliera della penultima consiliatura e assessore all’Urbanistica dell’ultima giunta di Massimo Zedda. Anche tenendo conto di questi ultimi profili è pienamente affidabile e senz’altro capace di ricoprire degnamente la prestigiosa carica di Sindaca del Capoluogo. Secondo me in grado di fare ancora meglio delle precedenti amministrazioni. Sapete perché? Per la sua comprovata apertura al dialogo con i cittadini e alla disponibilità a recepirne le istanze e a promuoverne la cittadinanza attiva. Le posizioni di quanti si riconoscono nella direzione della nostra rivista sono note, ma mi piace sintetizzarle in quattro grandi temi che sotto riporto. E aggiungo che per molti buoni cittadini, tra loro anche tanti cari amici e compagni tentati dall’astensionismo, vi è una ragione fondamentale, la più importante che dovrebbe portare a sostenere Francesca Ghirra, comunque. Quella che la vede misurarsi e scontrarsi con un candidato del centro destra, Paolo Truzzu, che forse non fa più preciso riferimento al fascismo, ma senza dubbio non trae convinta ispirazione dalla Carta Costituzionale, indispensabile condizione per quanto dicevo in premessa. Ecco perché al riguardo mi piace ricordare a me e a tutti i concetti cari a Piero Calamandrei, racchiusi nel Discorso sulla Costituzione, da lui fatto ai giovani il 26 gennaio 1955.
Mi sembra infine doveroso fare una annotazione sulla candidatura di Angelo Cremone, di cui ho sempre apprezzato la generosità dell’impegno per le battaglie per l’ambiente e per la pace. Mi piacerebbe che lui e la sua lista avessero un successo tale perlomeno da portarlo in Consiglio comunale, dove poter esercitare un importante ruolo tribunizio, rappresentando una voce di proposizioni radicali anche lontana dalle pur necessarie mediazioni. Ma mi auguro che questo accada senza togliere voti a Francesca Ghirra, sulle spalle della quale grava in questa circostanza uno scontro decisivo, come portatrice di un cambiamento positivo, rammentando che anche il suo diretto avversario si fa paladino del cambiamento, quello, crediamo noi, che ci porterebbe indietro, che ci farebbe pagare alti costi, soprattutto di farci perdere l’occasione per realizzare una città migliore di questa, più bella, accogliente ed inclusiva, che pur in questi anni ha fatto passi da gigante, in avanti. E avanti vogliamo continuare ad andare!
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Appunti per Francesca Ghirra e non solo

I 4 grandi temi.

LA DIGNITA’
Finalità della politica è prima di tutto il rispetto della dignità della persona umana. Ogni persona è portatrice di una inalienabile dignità che si manifesta nei diversi cicli di vita, a seconda della età, del sesso e delle condizioni personali di ciascuno.
La dignità non è retorica affermazione ideale, bensì fondamento di specifici diritti della persona ad aver garantite condizioni di vita adeguata, significa il diritto al lavoro, ad un ambiente salubre, all’assistenza in caso di necessità …
L’amministrazione pubblica è debitrice del rispetto di tali diritti e deve informare la propria azione al loro soddisfacimento.
Ciò comporta, tra l’altro, che la erogazione dei servizi fondamentali della persona, come la salute, l’acqua, i trasporti, l’istruzione …. non può essere delegata al mercato ed ai suoi movimenti speculativi, bensì garantita direttamente dall’Amministrazione pubblica.

LA PARTECIPAZIONE
Le attuali regole democratiche prevedono l’istituto della delega dei poteri, che originariamente appartiene al popolo, alle istituzioni che rappresentato i cittadini. Ciò tuttavia, non può e non deve significare cessione definitiva del diritto dei cittadini a partecipare della cosa pubblica. Partecipare significa, prima di tutto riaffermare il diritto all’autodeterminazione. I cittadini, anche, ma non solo, attraverso le istituzioni alle quali affidano l’amministrazione, conservano il diritto di decidere della propria appartenenza. Nonostante l’Amministrazione comunale non sia una sede deliberativa per molti dei diversi assetti istituzionali, tuttavia, con la sua sua azione, partecipa ad un processo di affermazione dell’autonomia. La partecipazione implica il diritto dei cittadini ad essere consultati nel momento delle scelte fondamentali che riguardano la vita della città. Implica il diritto alla creazione di organismi intermedi che consentano l’espressione della volontà popolare e, in taluni casi a realizzare forme di autogoverno compatibili con l’interesse collettivo che riguardino specifiche collettività territoriali o fondate su interessi comuni. Implica pertanto la disponibilità di strumenti (anche attraverso normazioni e pratiche innovative della sperimentata “democrazia partecipativa”), e strutture/spazi partecipativi, promossi e tutelati dall’amministrazione pubblica, che contribuiscono a renderla effettiva.

L’APPARTENENZA. SALVAGUARDIA DELLE PROPRIE CULTURE
La città, il suo territorio, la sua cultura, la sua aria, il suo mare, le sue strade, i suoi commerci appartengono ai suoi cittadini. La città evolve e si modifica, per un verso, per incontrollabili fenomeni esterni, di carattere economico, sociale, istituzionale, ma, per altro verso, come conseguenza delle scelte operate dai suoi amministratori.
Queste scelte, in grado di modificare le sembianze materiali ed immateriali della città, sono operate dai suoi amministratori. L’azione di governo della città deve essere effettuata in nome e per rispondere agli interessi dei propri cittadini e di chi la abita.
Poiché la città appartiene ai suoi cittadini, dovrà essere governata per rispondere al meglio alle loro aspirazioni collettive. Una città dove siano garantiti prima di tutto gli elementi fondamentali del vivere civile, a partire dalla qualità dell’aria, dell’igiene, della mobilità, l’istruzione, la salvaguardia della propria cultura, intese anche come volano per la creazione di opportunità che favoriscano l’attività economica ed il lavoro. Dovrà sempre essere chiaro che le politiche dell’Amministrazione dovranno sempre essere finalizzate alla edificazione non di una città da “vendere”, ma di una città da abitare.

LA SOLIDARIETA’
La città potrà vivere e svilupparsi solo se avrà capacità di aprirsi e di mostrare segni di solidarietà. Solidarietà interna, con i soggetti più deboli che richiedono maggiori attenzione e maggiori risorse nelle politiche sociali. Solidarietà territoriale, perché la città si apre all’area vasta e con essa condivide l’esigenza di fornire servizi adeguati che, non di rado, non possono essere forniti senza una forte collaborazione. Solidarietà con i nuovi cittadini, sia che arrivino dai paesi vicini che da altri Paesi, il cui contributo alla crescita, economica e culturale, della comunità è talora misconosciuto eppure essenziale e ricco di potenzialità, se ben governato e non lasciato a uno spontaneismo irresponsabile.
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Discorso sulla Costituzione
di Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955

L’art.34 dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: ”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

È stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato. Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dall’impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, d quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica. La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, ”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione!

Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955

La Costituzione repubblicana: ecco dove siamo saldamente ancorati

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Discorso sulla Costituzione
di Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955

L’art.34 dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: ”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

È stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato. Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dall’impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, d quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica. La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, ”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione!

Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955

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Costat Ca bis

Il mondo che ci tocca vivere

bbf4aa16-4dfc-4e8f-98f8-062b0bea97c7Il governo ha paura dei poveri?
di Stefano Zamagni, su SettimanaNews

Uno dei più devastanti pericoli che la cultura oggi corre è stato efficacemente descritto dallo scrittore inglese C.S. Lewis con l’espressione “chronological snobbery”, per significare l’accettazione acritica di quanto succede solo perché esso appartiene al trend intellettuale del presente. È questo il caso della aporofobia (letteralmente: disprezzo del povero), un atteggiamento, questo, in rapida diffusione nelle società dell’Occidente avanzato, che vede la condizione di povertà come qualcosa di connaturato alla natura umana oppure come una sorta di male necessario per consentire alla società di avanzare. Dallo spirito di compassione di un tempo si sta passando al disprezzo o, quando va bene, all’indifferenza.
L’accettazione supina del factum toglie così respiro al faciendum. Eppure, già Condorcet nel suoEsquisse del 1794, aveva avvertito: «È facile dimostrare che le fortune tendono naturalmente all’eguaglianza e che la loro eccessiva sproporzione o non può esistere o deve rapidamente cessare se le leggi civili non impongono mezzi artificiosi per perpetuarle o per riunirle». Quanto a dire che le grandi diseguaglianze sociali sono un prodotto dell’organizzazione della società e non già un dato di natura da accettare come qualcosa di immodificabile.
Ideologia del merito
Cosa c’è al fondo di un simile cambio di mentalità? Di due fattori causali, soprattutto, intendo qui dire.
Il primo è quello attribuibile all’affermazione nel corso dell’ultimo quarto di secolo, dell’ideologia meritocratica. Introdotto per primo dal sociologo inglese Michael Young nel 1958, il concetto di meritocrazia è andato via via crescendo di rilevanza nel dibattito pubblico. Meritocrazia è, letteralmente, il potere del merito, cioè il principio di organizzazione sociale che fonda ogni forma di promozione e di assegnazione di potere esclusivamente sul merito.
Il merito è la risultante di due componenti: il talento che ciascuno ottiene dalla lotteria naturale e l’impegno profuso dal soggetto nello svolgimento di attività o mansioni varie. Nelle versioni più raffinate, la nozione di talento tiene conto delle condizioni di contesto, dal momento che il quoziente di intelligenza dipende anche dall’educazione ricevuta e da fattori socio-ambientali.
Del pari, la nozione di sforzo viene qualificata in relazione alla matrice culturale della società in cui cresce e opera l’individuo, e ciò perché l’impegno dipende, oltre che dai “sentimenti morali”, anche dal riconoscimento sociale, cioè da quello che la società reputa di dover giudicare meritorio. Invero, è un fatto a tutti noto che la medesima abilità personale e il medesimo sforzo vengono valutati diversamente a seconda dell’ethos pubblico prevalente in un dato contesto.
Ecco perché quello meritocratico, secondo il giudizio del suo inventore, non può essere preso come criterio per la distribuzione delle risorse di potere, sia economico sia politico.
Young fu talmente persuaso della pericolosità di tale principio che arrivò a scrivere nel 2001 un articolo in cui lamentò il fatto che il suo saggio del 1958 fosse stato interpretato come un elogio e non come una critica radicale della meritocrazia intesa come sistema di governo e come organizzazione dell’azione collettiva. In buona sostanza, il pericolo serio insito nell’accettazione acritica della meritocrazia è lo scivolamento – come Aristotele aveva chiaramente intravisto – verso forme più o meno velate di tecnocrazia oligarchica. Una politica meritocratica contiene in sé i germi che portano, alla lunga, all’eutanasia del principio democratico.
Il criterio del merito
Ben diverso è il giudizio nei confronti della meritorietà che è il principio di organizzazione sociale basato sul “criterio del merito” e non già del “potere del merito”. È certo giusto che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di disegnare regole del gioco – economico e/o politico – capaci poi di avvantaggiarlo. Si tratta cioè di evitare che le differenze di ricchezza associate al merito si traducano in differenze di potere decisionale. Se non è accettabile che tutti gli uomini vengano trattati egualmente – come vorrebbe l’egualitarismo –, è però necessario che tutti vengano trattati come eguali, il che è quanto la meritocrazia non garantisce affatto.
In altro modo, mentre la meritocrazia invoca il principio del merito nella
fase della distribuzione della ricchezza, cioè post-factum, la meritorietà si perita di applicarlo nella fase della produzione della ricchezza, mirando ad assicurare l’eguaglianza delle capacitazioni (capabilities).
In buona sostanza, il problema serio con la nozione di meritocrazia non sta nel merere (guadagnare) ma nel kratos (potere). La meritorietà, invece, fa propria la distinzione tra merito come criterio di selezione tra persone e gruppi e merito come criterio di verifica di una abilità o risultato conseguito. Il primo è respinto; il secondo è accolto.
La meritorietà è, dunque, la meritocrazia depurata della sua deriva antidemocratica. Già Aristotele aveva scritto che la meritocrazia non è compatibile con la democrazia. Per l’ideologia meritocratica, se un individuo cade nella povertà è “colpa” sua: di qui il disprezzo.
I dogmi dell’ingiustizia
La seconda della cause di cui sopra si diceva è la continua credenza, nella nostra società, nei dogmi dell’ingiustizia. Di due, in particolare, mette conto dire.
Il primo afferma che la società nel suo insieme verrebbe avvantaggiata se ciascun individuo agisse per perseguire solamente il proprio beneficio personale. Il che è doppiamente falso. In primo luogo, perché l’argomento smithiano della mano invisibile postula, per la sua validità, che i mercati siano vicini all’ideale della libera concorrenza, in cui non vi sono né monopoli né oligopoli, né asimmetrie informative. Ma tutti sanno che le condizioni per avere mercati di concorrenza perfetta non possono essere soddisfatte nella realtà, con il che la mano invisibile non può operare.
Non solo, ma le persone hanno talenti e abilità diverse. Ne consegue che, se le regole del gioco vengono forgiate in modo da esaltare, poniamo, i comportamenti opportunistici, disonesti, immorali ecc., accadrà che quei soggetti la cui costituzione morale è caratterizzata da tali tendenze finiranno con lo schiacciare gli altri.
Del pari, l’avidità intesa come passione dell’avere è uno dei sette vizi capitali. Se nei luoghi di lavoro si introducono forti sistemi di incentivi è evidente che i più avidi tenderanno a sottomettere i meno avidi. In questo senso, si può affermare che non esistono poveri in natura, ma per condizioni sociali; per il modo cioè in cui vengono disegnate le regole del gioco economico.
L’altro dogma dell’ingiustizia è la credenza che l’elitarismo vada incoraggiato perché efficiente e ciò nel senso che il benessere dei più cresce maggiormente con la promozione delle abilità dei pochi. E dunque risorse, attenzioni, incentivi, premi devono andare ai più dotati, perché è all’impegno di costoro che si deve il progresso della società. Ne deriva che l’esclusione dall’attività economica – nella forma, ad esempio, di precariato e/o disoccupazione – dei meno dotati è qualcosa non solamente normale, ma anche necessario se si vuole accrescere il tasso al quale aumenta il PIL (prodotto interno lordo).
La crisi dell’idea di uguaglianza dovuta alla circostanza che l’applicazione del canone della giustizia distributiva richiede sempre un sacrificio, è bene descritta da Norberto Bobbio (1999) quando scrive che alla lotta per l’uguaglianza fa quasi sempre seguito la lotta per la differenza.
Terzo settore: rendere cittadini
Tante, e di varia natura, sono le conseguenze che discendono dall’argomento sopra esposto. Su una di queste, in particolare, desidero richiamare l’attenzione: il marcato e ormai a tutti notofin de non recevoir nei
confronti degli Enti di Terzo Settore (volontariato, imprese sociali, cooperative sociali, ONG, fondazioni civili). Si tratta di una galassia di soggetti – di cui il nostro paese è provvidenzialmente ricco – la cui missione primaria è quella di pensare, in primis, agli ultimi rispettandone la dignità e favorendone la fioritura umana.
È agevole comprendere perché ciò accade. Chi insegna e pratica l’aporofobia non può certo vedere di buon occhio l’espansione di soggetti il cui agire vale soprattutto a veicolare nella società la virtù della misericordia. Li si tollera bensì e pure si elargiscono loro benefici fiscali, ma non si accetta che possano raggiungere la soglia critica, oltre la quale riescono a diventare soggetti autonomi. Vanno dunque tenuti sotto tutela.
Nella prospettiva cristiana la misericordia dice del modo in cui l’amore si deve manifestare – come ha scritto papa Francesco, «Dio ama misericordiando»; esercita, cioè, la giustizia rendendo giusti coloro che sono perdonati.
Il confronto di due brani di autori celebri consente di afferrare il senso dell’affermazione riferita.
Ne Il Mercante di Venezia di W. Shakespeare si legge: «La misericordia è al di sopra del potere degli scettri dei re. Essa ha il suo trono nel cuore dei sovrani ed è l’attributo di Dio stesso. Il potere terreno diventa allora più simile a quello divino solo quando la misericordia tempera la giustizia». (Atto IV, scena I).
Su un altro versante, F. Nietzsche scrive nel suoCosì parlò Zarathustra (1883-85): «In verità io non amo i misericordiosi… Tutti i creatori sono duri. Dio è morto e la sua compassione per gli uomini fu la sua morte… Sia lodato ciò che ci rende duri».
I brani si commentano da soli. Mi limito solo ad osservare che la misericordia cui fa riferimento il filosofo tedesco – cui dava fastidio una certa retorica moralistica –, è un atto etico-filosofico, non teologico in senso cristiano. Un antico apologo recita: «Il discepolo aveva peccato gravemente e pubblicamente. Il maestro non lo punì. Un altro discepolo protestò “Non si può ignorare la colpa, Dio ci ha dato gli occhi”. Il maestro replicò “Sì, ma anche le palpebre!”». La misericordia ha palpebre.
Misericordia, forma del sociale
Lo storiografo romano Gaio Igino, nel Fabulorum Liber, ci ha trasmesso un racconto mitologico che bene fa comprendere il ruolo, per così dire, economico-sociale della misericordia. Nel racconto,
Cura dà forma all’essere umano plasmandolo con del fango.
Giove, invitato da Cura a infondere lo spirito al suo pezzo di creta, volle imporre il suo nome, ma Terra intervenne reclamando che venisse data a questa creatura il proprio nome, perché aveva dato ad essa parte del proprio corpo.
Saturno, eletto a giudice, decise che questa creatura si sarebbe chiamata homo (da humus, fango), che Giove avrebbe avuto lo spirito al momento della morte, mentre Terra ne avrebbe ricevuto il corpo; ma Cura lo avrebbe posseduto per tutta la vita, poiché per prima gli ha dato forma.
Cura dà forma al fango conferendogli così dignità umana. È in ciò la missione propria degli enti di terzo settore in ambito economico: quella di dare “forma” al mercato, umanizzandolo.
Invero, sono le molteplici azioni di misericordia che, nonostante le difficoltà, continuano ad essere poste in pratica che ci fanno capire che una società non può progredire sulla via dello sviluppo umano integrale tenendo tra loro disgiunti il codice dell’efficienza e il codice della fraternità.
È questa separazione a darci conto del paradosso che affligge le nostre società; per un verso si moltiplicano le prese di posizione a favore di coloro che, per ragioni diverse, restano indietro o addirittura esclusi dalla gara di mercato. Per l’altro verso, tutto il discorso economico è centrato sulla sola efficienza. C’è allora da meravigliarsi se oggi le disuguaglianze sociali vanno aumentando pur in presenza di un aumento globale della ricchezza?
Fraternità e mercato
Aver dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuali da strutture assistenziali di natura pubblica, ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti ad una soluzione credibile del grande trade-off tra efficienza ed equità.
Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace di progredire quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione stato-centrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate.
L’esigenza di affratellamento emerge da tutte le sfere della convivenza – economica, politica, sociale –. La grande sfida da raccogliere è come raccordare l’esigenza libertaria, propria della soggettivizzazione dei diritti, e l’istanza comunitaria. Vale a dire, come non perdere il senso soggettivo della libertà e, insieme, non tradire lo spazio dell’altro, non solo non invadendolo, ma contribuendo al suo arricchimento.
Un passo famoso di William Blake – poeta e artista nutrito delle sacre Scritture – ci aiuta ad afferrare la potenza del principio di fraternità: «Ho cercato la mia anima e non l’ho trovata. Ho cercato Dio e non l’ho trovato. Ho cercato mio fratello e li ho trovati tutti e tre». L’intuizione del poeta inglese è ricavata dalla pagina evangelica in cui Gesù ci informa che il suo viso si cela dietro i profili miseri degli ultimi dei nostri fratelli (Mt 25,31-46). È nella pratica della misericordia che la persona incontra simultaneamente, il proprio io, l’altro e Dio.

Che succede in Europa?

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Un “Green Deal” per l’Europa. La conferenza di EuroMemo

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Sbilanciamoci, Redazione, 10 Giugno 2019 | Sezione: Ambiente, Apertura

Dal 26 al 28 settembre 2019, EuroMemorandum Group organizza la sua venticinquesima conferenza. Appuntamento a Parigi, presso l’Università Paris 13. Al centro della tre giorni l’urgenza di un nuovo Patto Verde per l’Europa: tutte le info per partecipare e portare un contributo.

Dopo la pubblicazione del Rapporto 2019 “Una politica economica per le classi popolari in Europa”, l’EuroMemorandum Group – rete di economisti per una politica economica alternativa in Europa – organizza a Parigi dal 26 al 28 settembre prossimi, presso l’Università di Paris 13, la sua venticinquesima conferenza.

La conferenza 2019 è dedicata al tema “A New Green Deal for Europe – Opportunities and Challenges”: sullo sfondo dell’aggravarsi della crisi climatica e ambientale, sarà affrontata e dibattuta nel corso della tre giorni la necessità di una radicale trasformazione economica e socio-ecologica in Europa.

Invitiamo ricercatori, attivisti e tutti gli interessati al tema a partecipare alla conferenza. La scadenza per richiedere di presentare un contributo è il prossimo venerdì 15 giugno.

A questo link tutti i dettagli sulla partecipazione:

http://www2.euromemorandum.eu/uploads/euromemo_group_conference_2019_call_for_papers_and_participation.pdf
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Che succede?

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L’immigrazione è davvero un problema così grande?
di Carlo Rovelli

Corriere della Sera, 9 giugno 2019

Il fenomeno, ovviamente, genera problemi ma irrisori rispetto alla stagnazione economica, alla mancanza di lavoro, alle disparità sociali, alle mafie sanguinarie. Nella furia della polemica, la politica della Lega, ora primo partito d’Italia, viene più volte tacciata di “fascismo”. Per una parte considerevole del nostro Paese, “fascista” è il peggior insulto politico. Per un’altra, non so quanto estesa, evoca quasi nostalgia, se non vanto.
Talvolta i leader della Lega hanno strizzato l’occhio a quest’altra parte, con linguaggio o piccole azioni più o meno simboliche. Ma ci sono davvero somiglianze fra l’attuale politica della Lega e la politica dei partiti fascisti degli anni Trenta, in Italia, Germania e Spagna? Ce n’è una importante. Riconoscerla può essere indicazione utile per chi si oppone alla politica della Lega: la risposta attuale a questo aspetto della politica leghista, infatti, è forse nobile, ma mi sembra politicamente inefficace.
Mi riferisco alla strategia politica che fa di una questione marginale il centro del discorso politico, addita un gruppo minoritario come problema centrale, ingigantisce i problemi che questo gruppo solleva, ne fa il capro espiatorio per le difficoltà del Paese, e raccoglie consenso convogliando rabbia e paura contro di esso. Questo, che è quello che la Lega fa con l’immigrazione clandestina, è stata strategia caratteristica dei partiti fascisti, sfruttata con particolare efficacia dal nazional-socialismo tedesco.
Ovviamente non c’è nulla nella Lega attuale che possa essere paragonato neppure lontanamente all’orrore assoluto del successivo genocidio ebraico. L’idea di un simile paragone sarebbe ridicola. Ma esiste una somiglianza fra l’uso politico del problema ebraico in Germania negli anni Trenta e l’uso politico del problema immigrazione clandestina nell’Italia (e in altri Paesi) oggi. È utile sottolineare questa somiglianza, non per dare argomenti a sterili rituali d’insulto, ma per riflettere sulla strategia di risposta a questa politica.
Vediamo dunque quale sia e fin dove arrivi la somiglianza. All’inizio degli anni Trenta, sconfitta militare, sanzioni economiche, e lo sconvolgimento sociale seguito alla rapida industrializzazione, avevano gettato parte della popolazione tedesca nella miseria. In quel frangente difficile, è emersa una forza politica capace di fare leva su scontento e disorientamento e trasformarli in consenso. Uno strumento di questo successo è stata la costruzione di un’illusione, un capro espiatorio contro cui convogliare paura e rabbia generate dalle difficoltà: la figura immaginaria del perfido ebreo.
Una martellante propaganda è sorprendentemente riuscita a convincere un intero popolo, peraltro colto, che la colpa del disagio fossero gli ebrei. Le difficoltà della Germania non avevano nulla a che vedere con la presenza di ebrei nel Paese; ma la propaganda ha incantato la gente, e tanti si sono convinti che l’ebreo fosse il problema del giorno. Alcuni strati ricchi della società tedesca, non scontenti che masse in miseria dirigessero il risentimento contro il perfido ebreo anziché contro i privilegi, hanno discretamente appoggiato il partito nazional-socialista.
In Italia non c’è la fame della Germania del Trenta. Ma la lunga crisi economica ha soffocato speranze di futuro migliore. L’aumento delle disparità economiche, seguito come altrove nel mondo al crollo del sistema sovietico e alla fine dell’effetto di freno alle diseguaglianze sociali che aveva avuto in Occidente la paura del comunismo, ha creato disagio e scontento. L’incertezza ideologica delle sinistre, spostate su posizioni sempre più conservatrici, ha aumentato il disorientamento politico. In questo frangente difficile è emersa una forza politica che riesce a fare leva sullo scontento trasformandolo in consenso.
Uno strumento di questo successo politico è la creazione di un’illusione, un capro espiatorio immaginario contro cui convogliare rabbia e timori: lo sporco immigrato illegale, che toglie ricchezza agli italiani, crea insicurezza e mette in crisi la nostra civiltà. Una martellante propaganda contro l’immigrato, un ingigantimento mediatico dei piccoli problemi creati dall’immigrazione, stanno incredibilmente riuscendo a convincere un intero popolo, peraltro colto, che la colpa delle difficoltà del Paese siano gli immigrati.
Le attuali difficoltà economiche e sociali dell’Italia non hanno nulla a che vedere con la presenza di immigrati, clandestini o meno. L’effetto generale dell’immigrazione sull’economia, se lo si vuole misurare, è più positivo che negativo. I reati non sono aumentati in Italia, anzi, sono diminuiti. Ma la propaganda incanta, e tanti si sono fatti abbindolare e si sono convinti che il problema dell’Italia sia l’immigrazione.
Alcuni strati ricchi della società italiana, non scontenti che le masse dirigano il risentimento contro lo sporco immigrato anziché contro i privilegi, discretamente appoggiano la Lega. Che gentilmente ricambia proponendo di diminuire le tasse soprattutto ai più ricchi: le tasse con cui si devono pagare i servizi sociali per tutti.
Problemi generati dall’immigrazione esistono, ovviamente, ma sono irrisori rispetto a questioni serie come la persistente stagnazione economica, la mancanza di lavoro, le crescenti disparità sociali, le italianissime mafie sanguinarie, corruzione, evasione fiscale, e diffusa illegalità. Sono ancor più irrisori rispetto a rischi globali come quelli ambientali e di guerre. Eppure la propaganda di televisioni e giornali di destra martella su ogni minima difficoltà generata dall’immigrazione, ne fa esempi paradigmatici, li mette al centro del discorso politico. Un abile gioco di prestigio ha convinto gli italiani che se hanno meno soldi in tasca è irrilevante – per esempio – il fatto che la ricchezza del mondo si concentri nelle mani di pochi Paperoni: è perché un po’ di nullatenenti sono venuti d’oltremare a rubarci il pane. Il partito che gioca questo perfido gioco di specchi diventa il primo partito del Paese.
L’opposizione a questa destra risponde soprattutto facendo leva su commozione, simpatia e indignazione per le sofferenze dei profughi. Condivido commozione, simpatia e indignazione; ma questa non è la risposta politica efficace. È una risposta che contribuisce a ingigantire il problema, e quindi al successo della politica della destra: si polarizza la discussione, spaventando ulteriormente quei molti nostri concittadini che si sono già fatti convincere che sia in atto un’invasione. La risposta efficace, mi sembra, è l’opposta: smontare il castello di specchi creato dalle ridicole grida “al lupo al lupo l’invasione”, riportando la questione immigrazione all’irrilevanza che le è propria.
Mio padre era persona dolce e intelligente. A oltre novant’anni, viveva serenamente. Una badante lo accudiva con affetto. In una delle mie ultime visite, l’ho trovato inquieto. Gli avevano detto che l’autobus che prendeva la badante era pieno di sporchi e puzzolenti neri portatori di orrende malattie, che lo mettevano in pericolo per contagio indiretto. Nonostante la sua intelligenza e cultura, era ansioso per questo pericolo immaginario e assurdo, di cui però tutti parlano nella sua città. Uomo nero, sporcizia, contagio. Oscuri spettri, paure, avevano trovato dove materializzarsi: il nero portatore di contagio.
Come la maggioranza del Paese, papà gli immigrati li incrociava appena, ma la pestilenziale paranoia collettiva generata dalla propaganda leghista era arrivata alla sua serena vecchiaia. “Ci invadono, corrodono i fondamenti della civiltà, distruggeranno tutto, sono terroristi, stupratori; chiudiamo le porte, barrichiamoci, salviamoci, teniamoli fuori. Votate me e vi salverò dal male che invade”.
La sola rilevanza della questione dell’immigrazione è il vantaggio politico che ne stanno traendo Lega e altri partiti di estrema destra in Europa. Trasformare questo problema nel problema centrale è imbambolare i nostri concittadini. Questa, mi sembra es-sere la risposta efficace alla creazione ad arte di un falso problema: mostrare quanto le paure siano ridicole, quanto siano strumentali.
Non siamo ridicoli: la nostra civiltà non è in pericolo per l’arrivo di qualche straniero. I soldi che scarseggiano dalle tasche degli italiani non finiscono nelle tasche di poveracci immigrati: sono magari nelle tasche capienti di famiglie spudoratamente ricche. Convogliare rabbia contro il capro espiatorio immaginario di un invasore è prendere in giro la gente, per interessi di parte. Il messaggio della sinistra, mi pare, dovrebbe essere questo: non fatevi prendere in giro.

Europa, Europa

toro zeus rapisce europa
Vincere in Italia e perdere in Europa
di Nicolò Migheli

By sardegnasoprattutto/ 5 giugno 2019/ Società & Politica/

La Lega vince in Italia e l’Italia perde l’Europa. Mai successo che un paese fondatore diventasse improvvisamente irrilevante, che nei suoi confronti si ergesse una barriera che lo isolerà dal resto dei suoi partner per i prossimi cinque anni.

Salvini ha in mano il gruppo maggiore di eletti italiani nel Parlamento europeo, starà in minoranza insieme ai lepenisti di RN e ai neonazisti tedeschi di Afd. I neofranchisti di Vox annunciano che non faranno gruppo con i leghisti perché questi ultimi sono federalisti mentre loro auspicano una abolizione delle autonomie regionali spagnole. Vox entra nel gruppo dei conservatori dove sono di casa gli inglesi, i polacchi di Kaczyński e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Viktor Orbán, benché sospeso dal Partito Popolare Europeo non segue il suo emulo lombardo a lui vicino ideologicamente, preferisce i popolari perché potrà condizionarli da destra. Inoltre l’ungherese dipende dai finanziamenti comunitari per la sua economia e dagli investimenti tedeschi. Per facilitare l’interruzione della sospensione, il governo di Budapest ha sospeso a tempo indeterminato gli atti che porterebbero la magistratura sotto il controllo governativo. Riforma osteggiata da Bruxelles e dai partiti maggioritari del Parlamento Europeo, perché contraria ai principi di separazione dei poteri delle democrazie moderne.

Il nuovo parlamento avrà la maggioranza composta da popolari, socialisti, liberali e i verdi con una rappresentanza italiana ridotta rispetto ai decenni scorsi. Il M5S è senza casa. I verdi annunciano che non li vorranno tra le loro file perché governano con un partito di estrema destra. Nick Farage è sempre pronto ad accoglierli nel suo gruppo ma è una permanenza a tempo. In ottobre dovrebbe esserci la Brexit e gli inglesi lasceranno Strasburgo. M5S non ha altri partiti similari in altri due Paesi necessari per la costituzione di un gruppo parlamentare se non un eletto croato, finiranno nel gruppo misto.

Alla irrilevanza nel parlamento se ne aggiungerà una più grave in seno alla Commissione. Secondo le indiscrezioni riportate dal sito Politico.eu, sei leader incaricati di negoziare dalle proprie famiglie politiche, si incontreranno venerdì 7 giugno, per una cena a Bruxelles, dove si discuterà delle possibili nomine; partecipano i premier spagnolo Pedro Sánchez e il portoghese Antonio Costa per i socialisti (S&D); l’olandese Mark Rutte e il belga Charles Michel per i liberali (Alde); il croato Andrej Plenkovic ed il lettone Krisjānis Karins del Ppe. L’Italia è fuori dai Paesi trainanti, ha perso il suo ruolo tradizionale sostituita dalla Spagna.

Il governo italiano vorrebbe un commissario che si occupasse di materie economiche. Il nome pare sia quello del sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, però i continui assalti di Salvini verso Bruxelles non genereranno grandi consensi su quel nome. Questo mentre Draghi lascia la BCE, finisce il Quantitative Easing che ha permesso l’acquisto dei titoli di Stato italiani con la prospettiva che alla Banca Europea vada un ortodosso del rigorismo economico, mentre l’Italia è a rischio d’infrazione per l’alto debito.

Un panorama politico che porta l’Italia ai margini delle grandi decisioni. Forse però tutto questo rientra nella strategia salviniana, cercare il casus belli per poi praticare un Italexit. Una prospettiva che non spaventa gli avventurieri, ma che dovrebbe terrorizzare gli italiani per i costi che una scelta simile comporterebbe. Una ipotesi pessimista, però un anno di governo nero-giallo ha allontanato l’Italia dai suoi partner tradizionali con una politica estera che si sta dimostrando confusa e contraddittoria.

Non esiste neanche un Depp State che possa opporsi, visto che è in atto una corsa a porsi sotto lo Spadone di Giussano. Secondo un sondaggio di SWG, se ci fossero oggi elezioni anticipate si avrebbe un governo di destra composto da Lega, FdI e quel che resta delle truppe berlusconiane. Il centro è ormai scomparso, resta solo nelle narrazioni renziane che non ha capito come i trend della pubblica opinione oggi vadano verso la radicalizzazione.

Anche se non si votasse a settembre gli anni che ci attendono non saranno facili e lo Stellone italiano potrebbe diventare una supernova con tutte le prospettive di dissoluzione che un fatto così traumatico comporterebbe.

Estote parati dicono le Sacre Scritture.
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La sfida di Bruxelles
di Roberta Carlini, su Rocca, ripreso su Aladinpensiero online.

L’Italia è fuori dai grandi giochi che si sono aperti in Europa all’indomani del voto che ha eletto il parlamento più complicato della storia dell’Unione; ma è al centro delle preoccupazioni e dei rischi sul futuro dell’Unione stessa, a cominciare dalla sua stabilità finanziaria. Ed è al tempo stesso fuori e al centro per il medesimo motivo: l’avanzata sensibile di un partito anti-europeo, punta di diamante – con gli ungheresi di Orban e i Brexiter di Nigel Farage – dello schieramento sovranista; che però, più degli altri due e con interessi con essi contrastanti, dell’Europa ha bisogno, essendo integrata a maglie strette nel suo sistema economico e finanziario.

gli interessi della parte produttiva
La parte più produttiva dell’Italia – le imprese del Nord, ossia il territorio che resta fondamentale per la Lega anche nella consistente avanzata nazionale di questo partito – è pienamente integrata con l’industria dell’Europa centrale e orientale, fa parte di quella catena del valore che non può rompersi, se non a prezzo di un calo degli ordini, della produzione e dell’occupazione. Allo stesso tempo, la mole del nostro debito pubblico (in crescita) richiede continuamente di essere alimentata dal rinnovo della fiducia dei mercati, che, almeno finché le frontiere dei capitali restano aperte, sono per loro natura internazionali. E, a catena, la stabilità del sistema bancario dipende dal primo e dal secondo fattore (la salute delle imprese e la affidabilità dello stato come debitore, la cui riduzione fa calare il valore dei titoli che le banche hanno in portafoglio e dunque anche per questa via mina la stabilità di tutto il sistema). Come farà il grande vincitore delle elezioni del 26 maggio, il ministro degli interni che al suo ministero non va mai ma che ha condotto, dall’alto della sua carica, una strepitosa campagna elettorale, a governare questa contraddizione?

la lettera di Bruxelles
Per ora, non la governa: la cavalca. All’indomani del voto, Salvini ha detto che «è finito il tempo delle letterine», proprio mentre da Bruxelles partiva la lettera decisiva, quella che mette il governo italiano di fronte alle sue responsabilità: spiegare come e perché si sta discostando dagli obiettivi che si era impegnato a rispettare – si badi bene, anche con questo governo, non solo con i passati, visto che nell’autunno scorso il tentativo di sforare i parametri europei era già stato fatto e poi era rientrato; annunciare come e quando tornerà sulla retta via. Il leader leghista è stato chiaro, a parole: quella strada è abbandonata, mettiamo anzi in cantiere una spesa di 30 miliardi per ridurre le tasse come promesso, avviando la «flat tax» per le famiglie sotto i 50mila euro, e manteniamo la promessa di non far scattare gli aumenti dell’Iva, cosa che comporta un mancato incasso di altri 23-24 miliardi.
Una sfida che l’Unione europea non ha accettato nell’autunno, ma che già allora era costata parecchio, in termini di rialzo dello spread e dunque dei tassi di interesse e del costo del servizio del debito pubblico. Ma che adesso, dice Salvini, dovrà essere accettata, perché il popolo si è espresso. Il problema è che il 26 maggio non ha votato solo il popolo italiano, ma hanno votato anche quelli di tutti gli altri Paesi, esprimendo visioni opposte. Per cominciare, lo schieramento nazionalista-sovranista, se ha ottenuto un risultato storico, non per questo ha conquistato la forza sufficiente per governare l’Europa, e forse neanche per sabotarla. Il parlamento europeo vede una geografia politica inedita, con la sconfitta bruciante delle formazioni tradizionali, di centrodestra e centrosinistra (popolari e socialisti), ma emergono anche le forze più squisitamente europeiste come quelle dei liberali, mentre prende peso la nuova onda ambientalista, e tutto ciò fa sì che il pacchetto dei voti sovranisti non sia decisivo e imprescindibile. Non solo. Cosa più importante, anche se domani si trovasse improvvisamente al governo dell’Europa in compagnia di Orban, Farage e Marine Lepen, Salvini non potrebbe lanciare quel grande piano economico che nell’entusiasmo post-elettorale ha accennato: conferenza sul debito (che vuol dire, una qualche misura straordinaria per cancellare il debito pregresso), crescita, investimenti, riduzione delle tasse, nuovo debito. I suoi alleati nazionalisti di altre nazioni difendono e difenderanno i propri interessi, e il loro elettorato non è disposto a scucire un euro per versarlo nelle casse italiane. È stato proprio il leader ungherese Victor Orban a «scaricare» Salvini solo tre giorni dopo il voto, dicendo che non ci sono le condizioni per una collaborazione tra i due partiti, che siederanno nel parlamento europeo in gruppi diversi. L’unico punto di programma sul quale sono entusiasticamente insieme è il filo spinato per tener fuori gli immigrati, grandi protagonisti della campagna elettorale in ogni posto in cui avanza la nuova onda politica di destra, dall’America di Trump a noi.

senza grandi alleati non si ribaltano le regole
Un gigantesco e drammatico diversivo, che se può aiutare a vincere le elezioni non dà alcun aiuto a governare, a usare il potere che così si è conquistato. Senza alleati internazionali, il governo italiano non ha alcuna possibilità di ribaltare le regole ortodosse – già abbastanza annacquate negli ultimi anni, a ben guardare – dell’Europa sulla finanza pubblica. I partiti tradizionali della vecchia Europa politica, quelli che l’hanno costruita su fondamenta fragili e fatta crescere senza nutrirne la democrazia, fidando nella sola spinta della moneta unica, stanno pagando il conto della loro colpa storica. Hanno perso, e rovinosamente. E si sbaglierebbe a continuare a recitare il copione degli anni passati, che contrappone i guardiani del rigore agli spendaccioni irresponsabili: per ora gli elettori continuano a subire le conseguenze delle scelte sbagliate del passato, fatte nel quadro dell’ortodossia europea, e questo ancora prevale sui timori delle fughe in avanti per il futuro. Piuttosto che combattere Salvini impugnando la sacralità dei saldi di bilancio, bisognerebbe contrastarlo sul merito delle politiche che vuole fare: chi beneficerebbe di quei 50 miliardi che il nuovo Pantalone vuole elargire?
La risposta è semplice: i più ricchi e i meno onesti. Il populismo italiano sta virando nella stessa direzione presa da Trump negli Stati Uniti, che si è proposto come errore per il ceto medio tartassato e poi ha fatto politiche per l’1% più ricco. La visione della politica economica della nuova destra italiana è un mix di riduzione delle tasse e sotterraneo incentivo all’economia sommersa, con misure che vanno dalla deregolazione degli appalti, all’uso del contante, ai condoni, alla stessa spinta in clandestinità di tanti lavoratori stranieri. La flat tax propugnata e rilanciata dalla Lega è una ricetta economica della tradizione liberista, che storicamente e logicamente ha sempre premiato i più ricchi. Sarebbe così anche per l’ultima versione della proposta, una flat tax limitata alle famiglie sotto i 50mila euro, che avvantaggerebbe di poco i redditi medio-bassi e di molto quelli medio-alti. Se ha votato per avere la flat tax, il «popolo», inteso come ceto popolare, ha votato contro se stesso. Se ha votato per uscire dall’Europa, rischia di trovarsi come quello inglese, diviso e paralizzato. Se ha votato per protestare, ci è riuscito benissimo. Ma dopo oltre un anno di governo del cambiamento, quando arriverà il momento di passare dall’espressione della protesta per i tanti problemi reali alla pretesa di una soluzione?

il tracollo dei Cinque Stelle
Infine, sulle dinamiche politiche e dunque anche su quelle economiche pesa il nuovo equilibrio che si è creato dopo il voto, con il tracollo dei Cinque Stelle e il rovesciamento dei rapporti di forza nella maggioranza. Questo nuovo equilibrio potrebbe aiutare la Lega a far passare qualcuno dei propri cavalli di battaglia, a scapito di quelli dei grillini: per esempio, definanziando o lasciando languire il reddito di cittadinanza, o accelerando la secessione delle regioni del Nord. Ma non aiuta certo a trovare 50 miliardi di euro, nelle casse pubbliche attraverso coperture reali oppure sui mercati finanziari ricorrendo ancora una volta al debito. Senza contare il fatto che i voti in parlamento sono comunque ancora a favore dei Cinque Stelle, visto che lì regna la maggioranza del 4 marzo 2018 e non quella del 26 maggio 2019. Tutto ciò può aiutare a capire come mai, al tavolo delle nomine per i nuovi vertici europei, l’Italia non ha giocato e non giocherà; ma è e sarà uno dei principali pericoli che la nuova Europa si troverà a dover gestire.
Roberta Carlini

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C’è la Vita oltre il Capitalismo

Anni di liberismo hanno prodotto disuguaglianza mai vista prima, blocco della mobilità sociale, salari reali stagnanti, precarietà, scomparsa del ceto medio, working poor, fino alla teorizzazione di effetti benefici per tutti prodotti da una flat tax e crescita a seguito di politiche di austerità fiscale
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La trappola del debito-PIL
Mauro Gallegati
sbilanciamoci
Sbilanciamoci, 27 Maggio 2019 | Sezione: Europa, primo piano
Anni di liberismo hanno prodotto una disuguaglianza mai vista, blocco della mobilità sociale, salari reali stagnanti, precarietà, scomparsa del ceto medio, working poor, fino alla teorizzazione di effetti benefici di una flat tax e dell’austerità fiscale.

Giorgio Lunghini ha scritto che il neoliberismo è riuscito laddove anche le scienze fisiche hanno fallito: presentare le proprie “leggi” come verità inconfutabili, come se fossero una pura e diretta espressione della verità oggettiva e immodificabile della natura. In questo modo però l’economia “mainstream” è diventata sempre più un gioco intellettuale fine a se stesso senza conseguenze pratiche per la comprensione del mondo economico. Gli economisti hanno trasformato l’economia in una sorta di matematica sociale in cui il rigore analitico è tutto e la rilevanza pratica nulla.

Anni di liberismo hanno prodotto disuguaglianza mai vista prima, blocco della mobilità sociale, salari reali stagnanti, precarietà, scomparsa del ceto medio, working poor, fino alla teorizzazione di effetti benefici per tutti prodotti da una flat tax e crescita a seguito di politiche di austerità fiscale. La teoria economica viene costruita in modo assiomatico senza verificabilità empirica. Questo dà luogo a conclusioni di politica economica paradossali e giustifica – col criterio della ricerca del profitto – una visione dell’economia che Danovaro in Condominio Terra definisce “predatoria”, a scapito dell’ambiente e della società.

Un esempio è il debito pubblico. Il rapporto tra debito e PIL è in Italia pari a 132. Ma, mentre il debito per abitante è distribuito uniformemente – ogni abitante ha una quota di debito pari a qualsiasi altro individuo – il PIL, qualsiasi cosa misuri, è la somma di salari e profitti ed è distribuito in modo assai ineguale.

La domanda è: il rapporto vale per tutti? No. Per l’80% degli italiani è 500. Insostenibile! Il debito finisce per aggravare le disuguaglianze di reddito. Non è infatti vero che il debito non conta perché in media (e al netto degli stranieri) gli italiani sono debitori nella tasca sinistra di quanto sono creditori nella tasca di destra, poiché le tasche appartengono ad individui differenti: i “ricchi” – che sottoscrivono titoli di Stato – sono creditori ed i “poveri” – che pagano interessi sul debito – debitori. Così che c’è redistribuzione dai poveri ai ricchi.

Se ripetiamo lo stesso discorso per generazioni, area geografica e fedeltà fiscale, troviamo che il debito grava molto di più su giovani, onesti e “sudici”. I titoli di Stato sono detenuti da famiglie con alto reddito, residenti soprattutto nelle regioni del Centro-Nord, mentre le famiglie con più basso reddito depositano i propri risparmi soprattutto in buoni postali. Se fosse poi confermato quel che sostiene la Corte dei Conti – i trasferimenti di risorse pubbliche sono inferiori nel Mezzogiorno mentre la pressione fiscale è maggiore al Sud – le famiglie con più bassi redditi beneficiano poco dall’espansione del debito.

Le esperienze dell’Est Asia, del Sud America e della Grecia dimostrano che le politiche di austerità accrescono il rapporto debito/Pil; ma lo stesso avviene quando la spesa viene finanziata attraverso emissioni di titoli del debito pubblico quando, in assenza di monetizzazione, lo Stato dovrà finanziare la spesa con emissioni aggiuntive di titoli. Il che accade quando la stragrande maggioranza dei cittadini è gravata da un debito pubblico enorme rispetto al proprio reddito. A meno che l’interesse sul debito non sia zero o negativo. La riduzione del debito può avvenire, in un Paese dall’evasione fiscale così alta come l’Italia, attraverso il suo recupero – più che una possibilità è un dovere civico – che però la politica non sembra voler perseguire.

Prima di dichiarare la bancarotta dei “poveri” e, a seguire, quella dello Stato che possiamo fare? Per evitare di impiccarci all’albero degli oneri finanziari dovremmo riuscire nella missione impossibile (contro il pensiero mainstream della Troika e i sovranisti) di monetizzare il pagamento degli interessi sul debito.

Dalla firma del Trattato di Maastricht del 1992, l’Italia ha accumulato avanzi primari per 676 miliardi di euro. Ciò significa che le entrate fiscali sono state superiori alle spese, ma il sacrificio non è bastato, perché gli avanzi sono stati bruciati dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che nello stesso periodo è stata di 1.924 miliardi.

Potremmo utilizzare l’avanzo primario di bilancio per ridurre il debito – e magari investire (è ormai conclamato che il settore privato produce troppo di una cosa – ad es. inquinamento – e troppo poco di un’altra – ad es. ricerca). Il debito può essere ridotto anche attraverso una imposta patrimoniale che colpisca i “super-ricchi”, quell’1% della popolazione che detiene la stragrande maggioranza della ricchezza. E dobbiamo infine recuperare l’evasione – magari utilizzando le block-chain che ci consentirebbe di avere un’economia senza contanti evitando di passare attraverso il sistema bancario. Scelte che la politica economica dovrà prendere se vuole guardare al benessere di tutti – e non solo ai profitti – alla Natura ed aiutare i giovani italiani a casa loro cambiando un modo di produzione ormai superato.

Che succede?

Il ragazzo con la lampada Ferdinand Georg Waldmuller
sbilanciamoci
L’Italia a tre teste, ovvero Mission: impossible
di Guglielmo Ragozzino

Sbilanciamoci, 3 Giugno 2019 | Sezione: Apertura, Politica
Quando cambierà l’assetto parlamentare in Italia? E soprattutto come cambierà? E in questo quadro semi-democratico probabilmente andremo al voto nel 2020, magari con un governo tecnico Cottarelli. Ipotesi di ricomposizioni possibili.

Quando cambierà l’assetto parlamentare in Italia? E soprattutto come cambierà? Sono queste le domande che ciascuno si ripete quando non riesce a dormire. Se poi il sonno torna, allora va bene tutto e si dimentica il problema. L’incubo però persiste. Per discutere un po’ dell’argomento, anche per tornare su quanto ha scritto (“Il blocco di destra”) di recente per Sbilanciamoci.info Mario Pianta, abbiamo ripreso l’argomento, pur senza pretendere di scrivere la soluzione, una volta per tutte, ma piuttosto per suggerire la necessità di intervenire e discutere in fretta di un tema decisivo. Decisivo per la nostra democrazia, per l’uguaglianza e la libertà.

In Italia sono attivi tre partiti, di forza divergente. Uno di essi per ora rifiuta di chiamarsi partito, il Movimento 5 stelle (M5S). Gli altri, destra e sinistra, li possiamo considerare alla testa di altrettante possibili coalizioni: naturalmente spetta a loro raggiungere il risultato di lanciare e tenere insieme il raggruppamento: quello di destra e quello di sinistra. Le difficoltà sono notevoli. A destra la Lega può scegliere la via, più facile, di fagocitare Forza Italia ma il risultato potrebbe essere insufficiente per raggiungere la maggioranza in Parlamento. Per contrasti, personali, politici, sociali è assai complicato procedere in altro modo, dando spazio e visibilità a Forza Italia, a Fratelli d’Italia, ai partitini, favorevoli all’euro, oppure familisti o fascisti dell’area, talvolta troppo democratici per accettare supinamente – solo per un eventuale seggio parlamentare – le sopraffazioni sovraniste e antidemocratiche di Salvini.

Sull’altro lato il Pd, che non ha buona fama, avendola immiserita nel corso degli anni successivi al meraviglioso voto europeo del 2014 (40,9 per cento), deve così stringere un rapporto affidabile e sincero con – tanto per fare un esempio – i verdi/ambientalisti, quale che sia il loro prossimo nome, in previsione di elezioni. M5S per il quale sono programmaticamente preclusi accordi, si sforzerà di dare corpo e spazio, in modo credibile, a ogni domanda popolare, del Sud e del Nord, della montagna e della città, delle pianure e dei fondi marini, nel tentativo di interpretare i bisogni di tutti gli scontenti del Paese, o almeno della maggior parte.

La scadenza elettorale naturale è prevista per l’inizio del 2023, alla fine del quinquennio iniziato al fatale 4 marzo 2018.

Semestre bianco La legislatura non durerà probabilmente cinque anni, considerando lo scarso accordo tra i partiti di governo. Occorre ricordare d’altro canto che il 3 agosto 2021 ha inizio il semestre bianco, durante il quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che scade appunto il 3 febbraio 2022 al termine del settennato, non può dimettere un governo e indire nuove elezioni. I tempi sono stretti: quello tra i partiti al governo che vuole stravincere, oppure l’altro che desidera salvare il salvabile della propria attuale maggioranza parlamentare, o del proprio buon nome, devono muoversi rapidamente. Saltando questo prossimo mese di giugno, le possibilità sono: crisi di governo nell’autunno 2019 per elezioni all’inizio del 2020, oppure nelle diverse stagioni di tale anno. Le forze in campo, oltre ai partiti (e relative alleanze), per organizzati o meno che siano, comprendono altri agenti rispettabili – rispettabili significa: da tenere in debito conto – industriali organizzati, compresi banchieri e gran commercio, e poi magistratura e infine “servizi”. Ciascuno di essi si muoverà per ottenere il governo desiderato. Dispiace dirlo, ma il sindacato attuale è troppo marginale, per contare davvero come quarta forza esterna. Le altre tre non sono democratiche poiché per avere successo si muovono, nella politica, in modo occulto.

Preparare le elezioni Per facilitare la scelta di elezioni anticipate, potrebbe anche servire un innesco, di quelli capaci di spostare milioni di voti: essendo privi di fantasia, non sappiamo che pensare alla ripetizione di vicende del passato: un atto di terrorismo con decine di vittime; oppure una strage di tipo francese, addossabile, più o meno ragionevolmente, a immigrati; o anche solo un delitto raccapricciante come quello di Pamela, la ragazza uccisa a Macerata. Le società italiane, quella bassa, quella media e quella alta, sono assai fragili di fronte agli eventi. Lo spread andrebbe a mille. Il rischio estremo, per i partiti maggiori, è che il presidente Mattarella, avendo in mano il pallino elettorale, non finisca per affidare l’incarico a qualche Carlo Cottarelli di passaggio. Tale governo del presidente, battuto secondo logica in Parlamento, resterebbe però in carica per dirigere le elezioni. In un passato meno pericoloso, alcuni predecessori dell’attuale presidente hanno fatto le proprie scelte e designato un leader del governo, rispondente alle loro convinzioni. Vogliono davvero i partiti di governo affrontare un simile pericolo?

Soluzione Rosatellum Il sistema elettorale che verrà utilizzato, con molta probabilità, sarà lo stesso del 4 marzo: il rosatellum, dal nome di un renziano, Ettore Rosato, che lo ha proposto e fatto approvare. Infatti, è difficile immaginare che le forze governative trovino modo di cucinare una nuova legge elettorale, in accordo tra loro. Senza accordo: rosatellum. Le caratteristiche vigenti (lo ricordiamo per gli elettori giovani e inesperti) sono che alla Camera dei deputati, composta di 630 eletti, circa 14 saranno indicati dagli italiani all’estero, 230 con un sistema maggioritario (vince uno e gli altri sono fuori) e gli ultimi 386 con un sistema proporzionale, però del tutto particolare. Sono prescelti, dai partiti, secondo i casi, da due a quattro candidati per collegio. Chi vota non può scegliere, neppure tra i quattro, ma tenerli (e votarli) per quello che sono. Al Senato un voto simile, per metà candidati (315). I senatori a vita sono a parte.

Al voto, al voto! In un quadro semidemocratico si voterà, dunque nel 2020, agli inizi, secondo una cauta previsione che richiama quanto avvenuto in passato. Il presidente Mattarella sceglierà il presidente incaricato e su proposta di quest’ultimo, il breve governo elettorale. Partiti e movimento si daranno da fare, approfittando di ogni occasione, di ogni fake news che si troveranno nel cammino, per evitare di inciampare e al tempo stesso servirsene contro gli avversari. Anche le forze esterne – capitalisti, magistrati, servizi – si daranno da fare. Così come avranno un ruolo, ma questo non si può dire, è antipatriottico, i Paesi stranieri, europei e di altri continenti. Anche questa è democrazia vivente, tutto considerato.

Sinistra nella nebbia Mentre si conoscono a menadito le intenzioni e le proposte della destra e del M5S, sono ancora nebbiose le scelte della sinistra. Le prime vertono su un solido nazionalismo, del tipo “prima gli italiani”, di soluzioni alle diffuse paure raccolte nei successivi “decreti sicurezza”, un po’ ammorbiditi dalla necessità capitalistica e sociale di importare badanti e forza lavoro, con i suggerimenti di certi padroni e certe famiglie al futuro governo – il governo auspicato della destra – di promuovere un nuovo “decreto flussi”. M5S, dal canto suo, riporterà, da un lato, in vita le proposte ambientali di venti anni fa: Ponte, acqua, Tav, trivelle ecc.; dall’altro darà fiato alla sua proposta spesso vincente del “tutti in galera”. Per la terza parte, quella della sinistra nebbiosa, le alleanze sono necessarie e tutt’altro che facili. Si tratta di cominciare, subito, a parlare con chi resiste, verso destra e verso sinistra. Parlare, dopo tutto, fa pensare, se le parole sono pietre, a “Parlamento”.

Zingaretti, il segretario Utilizzando magari i buoni uffici del facondo Calenda, il segretario Zingaretti potrebbe offrire spazio e associare all’impresa elettorale, radicali sparsi e l’intera Bonino. Difficile che in prima battuta, la sinistra – più sparsa ancora dei radicali – quella un po’ rappresentata dai due Bersani, Pierluigi o Marco – quello della lenzuolata privatistica e quello del referendum 2011 sull’acqua – accetti di buon grado Emma Bonino o addirittura il più noto dei suoi accoliti, Bruno Tabacci. Sarà compito del segretario parlare, spiegare senza requie che in Parlamento si va per parlare. “O preferite Salvini?” Dal canto suo Bonino vorrebbe aver poco a che fare con i comunisti. Costoro non sono soltanto quelli di Marco Rizzo, ma più ancora i tipi di Sinistra italiana, Rifondazione e peggio. Tutti loro si battono – è vero –per l’uguaglianza delle persone: maschi e femmine e altri ancora; bianchi, neri, gialli, con tutte le mezze tinte originate da un milione di anni e dai viaggi senza requie dell’homo sapiens. Tutto questo Bonino lo sa bene e apprezza, ma teme la mancanza di libertà dei comunisti che metterebbero tutti in riga, in uno Stato potentissimo, senza tener conto degli individui diversi e nati liberi. Di nuovo sarà compito del segretario parlare, spiegare di nuovo che parlare (e saper convincere) è dopotutto un compito primario del Parlamento. “Cominciamo subito e poi vediamo”. L’argomento risolutivo sarà quello di sempre: “meglio forse Salvini?”

Parlare, parlare Il tentativo per la sinistra è dunque quello delle prove generali, profonde e rapide, sempre che una tale contraddizione sia ammessa, di stare insieme. Non sarà solo una chiacchiera. Ben più difficile è il resto. Occorrerà mettersi d’accordo sui candidati da proporre ed eleggere. Candidati possibilmente vincenti, per cui nel partito democratico, senza tante storie, i socialisti voteranno per i renziani e viceversa. Fuori dal partito democratico, Bonino voterà per i comunisti e questi ultimi per Bonino e, fosse pure, per Tabacci. Si dovranno scegliere candidati vincenti e collocati nelle giuste circoscrizioni, quelle più favorevoli, a conti fatti. I candidati dovranno stare e lavorare sul collegio, per piccolo e disagiato che sia, per parlare e convincere gli elettori, della serietà dell’intento e e della ragionevolezza della scelta. “Nessuno abbia paura; se stiamo insieme, se ci aiutiamo, Salvini non vi serve per niente”. Fare i conti elettorali è come dire proprio questo. Serve pensare largo, darsi fiducia, reciprocamente, saper fare scelte e alleanze per competere con la maggiore possibilità di successo. Occorrerà studiare e poi parlare, per poi parlare ancora. Dopo tutto è un allenamento necessario, per futuri deputati e senatori che in Parlamento dovranno saperlo fare.

Europa, Europa. Carlo Magno e Francesco

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Conferimento del Premio Internazionale Carlo Magno 2016 a Sua Santità Papa Francesco, 6 maggio 2016
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Alle ore 12 del 6 maggio 2016, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano è stato conferito a Sua Santità Papa Francesco il Premio Internazionale Carlo Magno 2016.
Alla presenza di numerose autorità, la cerimonia è stata introdotta dal discorso del Sindaco di Aachen, Sig. Marcel Philipp.
Quindi il Presidente del Comitato direttivo dell’Associazione per l’assegnazione del Premio Internazionale Carlo Magno di Aquisgrana – Per l’Unità dell’Europa, Sig. Jürgen Linden ha dato lettura dell’attestato del Premio che recita: “Il 6 maggio 2016, in Vaticano (Roma), a Sua Santità Papa Francesco è stato conferito il Premio Internazionale Carlo Magno di Aquisgrana in tributo al Suo straordinario impegno a favore della pace, della comprensione e della misericordia in una società europea di valori” e insieme al Sindaco di Aachen ha consegnato il Premio al Papa.
La cerimonia è proseguita con gli interventi del Presidente del Parlamento europeo, On.le Martin Schulz, del Presidente della Commissione europea, On.le Jean-Claude Junker e del Presidente del Consiglio europeo, On.le Donald Tusk.
Infine Papa Francesco ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:
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Discorso del Santo Padre

Illustri Ospiti,
vi porgo il mio cordiale benvenuto e vi ringrazio per la vostra presenza. Sono grato in particolare ai Signori Marcel Philipp, Jürgen Linden, Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk per le loro cortesi parole. Desidero ribadire la mia intenzione di offrire il prestigioso Premio, di cui vengo onorato, per l’Europa: non compiamo infatti un gesto celebrativo; cogliamo piuttosto l’occasione per auspicare insieme uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente.

La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa.

Questa «famiglia di popoli» (1), lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche «le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità» (2).

Nel Parlamento europeo mi sono permesso di parlare di Europa nonna. Dicevo agli Eurodeputati che da diverse parti cresceva l’impressione generale di un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 223).

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

Lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. E’ necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 108), ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana» (ibid., 224).

A tal fine ci farà bene evocare i Padri fondatori dell’Europa. Essi seppero cercare strade alternative, innovative in un contesto segnato dalle ferite della guerra. Essi ebbero l’audacia non solo di sognare l’idea di Europa, ma osarono trasformare radicalmente i modelli che provocavano soltanto violenza e distruzione. Osarono cercare soluzioni multilaterali ai problemi che poco a poco diventavano comuni.

Robert Schuman, in quello che molti riconoscono come l’atto di nascita della prima comunità europea, disse: «L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto» (3). Proprio ora, in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che seguì il secondo conflitto mondiale, perché – proseguiva Schuman – «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano» (4). I progetti dei Padri fondatori, araldi della pace e profeti dell’avvenire, non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri. Sembrano esprimere un accorato invito a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate; come affermava Alcide De Gasperi, «tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa», ricominciare, senza paura un «lavoro costruttivo che esige tutti i nostri sforzi di paziente e lunga cooperazione» (5).

Questa trasfusione della memoria ci permette di ispirarci al passato per affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa. Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare.

Capacità di integrare
idea-europaErich Przywara, nella sua magnifica opera L’idea di Europa, ci sfida a pensare la città come un luogo di convivenza tra varie istanze e livelli. Egli conosceva quella tendenza riduzionistica che abita in ogni tentativo di pensare e sognare il tessuto sociale. La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità.

Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

L’attività politica sa di avere tra le mani questo lavoro fondamentale e non rinviabile. Sappiamo che «il tutto è più delle parti, e anche della loro semplice somma», per cui si dovrà sempre lavorare per «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 235). Siamo invitati a promuovere un’integrazione che trova nella solidarietà il modo in cui fare le cose, il modo in cui costruire la storia. Una solidarietà che non può mai essere confusa con l’elemosina, ma come generazione di opportunità perché tutti gli abitanti delle nostre città – e di tante altre città – possano sviluppare la loro vita con dignità. Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale.

In questo modo la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in “colonizzazioni ideologiche”; riscoprirà piuttosto l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo. Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure. Senza questa capacità di integrazione le parole pronunciate da Konrad Adenauer nel passato risuoneranno oggi come profezia di futuro: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io» (6).

Capacità di dialogo
Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. E’ urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere «una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro», portando avanti «la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione.

Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro.

Capacità di generare
Il dialogo e tutto ciò che esso comporta ci ricorda che nessuno può limitarsi ad essere spettatore né mero osservatore. Tutti, dal più piccolo al più grande, sono parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata. Questa cultura è possibile se tutti partecipiamo alla sua elaborazione e costruzione. La situazione attuale non ammette meri osservatori di lotte altrui. Al contrario, è un forte appello alla responsabilità personale e sociale.

In questo senso i nostri giovani hanno un ruolo preponderante. Essi non sono il futuro dei nostri popoli, sono il presente; sono quelli che già oggi con i loro sogni, con la loro vita stanno forgiando lo spirito europeo. Non possiamo pensare il domani senza offrire loro una reale partecipazione come agenti di cambiamento e di trasformazione. Non possiamo immaginare l’Europa senza renderli partecipi e protagonisti di questo sogno.

Ultimamente ho riflettuto su questo aspetto e mi sono chiesto: come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro; di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie? Come pretendiamo di riconoscere ad essi il valore di protagonisti, quando gli indici di disoccupazione e sottoccupazione di milioni di giovani europei sono in aumento? Come evitare di perdere i nostri giovani, che finiscono per andarsene altrove in cerca di ideali e senso di appartenenza perché qui, nella loro terra, non sappiamo offrire loro opportunità e valori?

«La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia. E’ un dovere morale».(7) Se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani.

Ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale. Penso ad esempio all’economia sociale di mercato, incoraggiata anche dai miei Predecessori (cfr Giovanni Paolo II, Discorso all’Ambasciatore della R.F. di Germania, 8 novembre 1990). Passare da un’economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse ad un’economia sociale che investa sulle persone creando posti di lavoro e qualificazione.

Dobbiamo passare da un’economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti, a un’economia sociale che garantisce l’accesso alla terra, al tetto per mezzo del lavoro come ambito in cui le persone e le comunità possano mettere in gioco «molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti” (8)» (Enc. Laudato si’, 127).

Se vogliamo mirare a un futuro che sia dignitoso, se vogliamo un futuro di pace per le nostre società, potremo raggiungerlo solamente puntando sulla vera inclusione: «quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale». (9) Questo passaggio (da un’economia liquida a un’economia sociale) non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e inclusione, ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell’umanesimo, di cui l’Europa è stata culla e sorgente.

Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia» (10). Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

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(1) Discorso al Parlamento europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014.
(2) Ibid.
(3) Dichiarazione del 9 Maggio 1950, Salon de l’Horloge, Quai d’Orsay, Parigi.
(4) Ibid.
(5) Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, Parigi, 21 aprile 1954.
(6) Discorso all’Assemblea degli artigiani tedeschi, Düsseldorf, 27 aprile 1952.
(7) Discurso a los movimientos populares en Bolivia, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015.
(8) Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 32: AAS 101 (2009), 666.
(9) Discurso a los movimientos populares en Bolivia, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015.
(10) Discorso al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014.

Fonte: [00735-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Europa, Europa

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La sfida di Bruxelles
di Roberta Carlini, su Rocca

L’Italia è fuori dai grandi giochi che si sono aperti in Europa all’indomani del voto che ha eletto il parlamento più complicato della storia dell’Unione; ma è al centro delle preoccupazioni e dei rischi sul futuro dell’Unione stessa, a cominciare dalla sua stabilità finanziaria. Ed è al tempo stesso fuori e al centro per il medesimo motivo: l’avanzata sensibile di un partito anti-europeo, punta di diamante – con gli ungheresi di Orban e i Brexiter di Nigel Farage – dello schieramento sovranista; che però, più degli altri due e con interessi con essi contrastanti, dell’Europa ha bisogno, essendo integrata a maglie strette nel suo sistema economico e finanziario.

gli interessi della parte produttiva
La parte più produttiva dell’Italia – le imprese del Nord, ossia il territorio che resta fondamentale per la Lega anche nella consistente avanzata nazionale di questo partito – è pienamente integrata con l’industria dell’Europa centrale e orientale, fa parte di quella catena del valore che non può rompersi, se non a prezzo di un calo degli ordini, della produzione e dell’occupazione. Allo stesso tempo, la mole del nostro debito pubblico (in crescita) richiede continuamente di essere alimentata dal rinnovo della fiducia dei mercati, che, almeno finché le frontiere dei capitali restano aperte, sono per loro natura internazionali. E, a catena, la stabilità del sistema bancario dipende dal primo e dal secondo fattore (la salute delle imprese e la affidabilità dello stato come debitore, la cui riduzione fa calare il valore dei titoli che le banche hanno in portafoglio e dunque anche per questa via mina la stabilità di tutto il sistema). Come farà il grande vincitore delle elezioni del 26 maggio, il ministro degli interni che al suo ministero non va mai ma che ha condotto, dall’alto della sua carica, una strepitosa campagna elettorale, a governare questa contraddizione?

la lettera di Bruxelles
Per ora, non la governa: la cavalca. All’indomani del voto, Salvini ha detto che «è finito il tempo delle letterine», proprio mentre da Bruxelles partiva la lettera decisiva, quella che mette il governo italiano di fronte alle sue responsabilità: spiegare come e perché si sta discostando dagli obiettivi che si era impegnato a rispettare – si badi bene, anche con questo governo, non solo con i passati, visto che nell’autunno scorso il tentativo di sforare i parametri europei era già stato fatto e poi era rientrato; annunciare come e quando tornerà sulla retta via. Il leader leghista è stato chiaro, a parole: quella strada è abbandonata, mettiamo anzi in cantiere una spesa di 30 miliardi per ridurre le tasse come promesso, avviando la «flat tax» per le famiglie sotto i 50mila euro, e manteniamo la promessa di non far scattare gli aumenti dell’Iva, cosa che comporta un mancato incasso di altri 23-24 miliardi.
Una sfida che l’Unione europea non ha accettato nell’autunno, ma che già allora era costata parecchio, in termini di rialzo dello spread e dunque dei tassi di interesse e del costo del servizio del debito pubblico. Ma che adesso, dice Salvini, dovrà essere accettata, perché il popolo si è espresso. Il problema è che il 26 maggio non ha votato solo il popolo italiano, ma hanno votato anche quelli di tutti gli altri Paesi, esprimendo visioni opposte. Per cominciare, lo schieramento nazionalista-sovranista, se ha ottenuto un risultato storico, non per questo ha conquistato la forza sufficiente per governare l’Europa, e forse neanche per sabotarla. Il parlamento europeo vede una geografia politica inedita, con la sconfitta bruciante delle formazioni tradizionali, di centrodestra e centrosinistra (popolari e socialisti), ma emergono anche le forze più squisitamente europeiste come quelle dei liberali, mentre prende peso la nuova onda ambientalista, e tutto ciò fa sì che il pacchetto dei voti sovranisti non sia decisivo e imprescindibile. Non solo. Cosa più importante, anche se domani si trovasse improvvisamente al governo dell’Europa in compagnia di Orban, Farage e Marine Lepen, Salvini non potrebbe lanciare quel grande piano economico che nell’entusiasmo post-elettorale ha accennato: conferenza sul debito (che vuol dire, una qualche misura straordinaria per cancellare il debito pregresso), crescita, investimenti, riduzione delle tasse, nuovo debito. I suoi alleati nazionalisti di altre nazioni difendono e difenderanno i propri interessi, e il loro elettorato non è disposto a scucire un euro per versarlo nelle casse italiane. È stato proprio il leader ungherese Victor Orban a «scaricare» Salvini solo tre giorni dopo il voto, dicendo che non ci sono le condizioni per una collaborazione tra i due partiti, che siederanno nel parlamento europeo in gruppi diversi. L’unico punto di programma sul quale sono entusiasticamente insieme è il filo spinato per tener fuori gli immigrati, grandi protagonisti della campagna elettorale in ogni posto in cui avanza la nuova onda politica di destra, dall’America di Trump a noi.

senza grandi alleati non si ribaltano le regole
Un gigantesco e drammatico diversivo, che se può aiutare a vincere le elezioni non dà alcun aiuto a governare, a usare il potere che così si è conquistato. Senza alleati internazionali, il governo italiano non ha alcuna possibilità di ribaltare le regole ortodosse – già abbastanza annacquate negli ultimi anni, a ben guardare – dell’Europa sulla finanza pubblica. I partiti tradizionali della vecchia Europa politica, quelli che l’hanno costruita su fondamenta fragili e fatta crescere senza nutrirne la democrazia, fidando nella sola spinta della moneta unica, stanno pagando il conto della loro colpa storica. Hanno perso, e rovinosamente. E si sbaglierebbe a continuare a recitare il copione degli anni passati, che contrappone i guardiani del rigore agli spendaccioni irresponsabili: per ora gli elettori continuano a subire le conseguenze delle scelte sbagliate del passato, fatte nel quadro dell’ortodossia europea, e questo ancora prevale sui timori delle fughe in avanti per il futuro. Piuttosto che combattere Salvini impugnando la sacralità dei saldi di bilancio, bisognerebbe contrastarlo sul merito delle politiche che vuole fare: chi beneficerebbe di quei 50 miliardi che il nuovo Pantalone vuole elargire?
La risposta è semplice: i più ricchi e i meno onesti. Il populismo italiano sta virando nella stessa direzione presa da Trump negli Stati Uniti, che si è proposto come errore per il ceto medio tartassato e poi ha fatto politiche per l’1% più ricco. La visione della politica economica della nuova destra italiana è un mix di riduzione delle tasse e sotterraneo incentivo all’economia sommersa, con misure che vanno dalla deregolazione degli appalti, all’uso del contante, ai condoni, alla stessa spinta in clandestinità di tanti lavoratori stranieri. La flat tax propugnata e rilanciata dalla Lega è una ricetta economica della tradizione liberista, che storicamente e logicamente ha sempre premiato i più ricchi. Sarebbe così anche per l’ultima versione della proposta, una flat tax limitata alle famiglie sotto i 50mila euro, che avvantaggerebbe di poco i redditi medio-bassi e di molto quelli medio-alti. Se ha votato per avere la flat tax, il «popolo», inteso come ceto popolare, ha votato contro se stesso. Se ha votato per uscire dall’Europa, rischia di trovarsi come quello inglese, diviso e paralizzato. Se ha votato per protestare, ci è riuscito benissimo. Ma dopo oltre un anno di governo del cambiamento, quando arriverà il momento di passare dall’espressione della protesta per i tanti problemi reali alla pretesa di una soluzione?

il tracollo dei Cinque Stelle
Infine, sulle dinamiche politiche e dunque anche su quelle economiche pesa il nuovo equilibrio che si è creato dopo il voto, con il tracollo dei Cinque Stelle e il rovesciamento dei rapporti di forza nella maggioranza. Questo nuovo equilibrio potrebbe aiutare la Lega a far passare qualcuno dei propri cavalli di battaglia, a scapito di quelli dei grillini: per esempio, definanziando o lasciando languire il reddito di cittadinanza, o accelerando la secessione delle regioni del Nord. Ma non aiuta certo a trovare 50 miliardi di euro, nelle casse pubbliche attraverso coperture reali oppure sui mercati finanziari ricorrendo ancora una volta al debito. Senza contare il fatto che i voti in parlamento sono comunque ancora a favore dei Cinque Stelle, visto che lì regna la maggioranza del 4 marzo 2018 e non quella del 26 maggio 2019. Tutto ciò può aiutare a capire come mai, al tavolo delle nomine per i nuovi vertici europei, l’Italia non ha giocato e non giocherà; ma è e sarà uno dei principali pericoli che la nuova Europa si troverà a dover gestire.
Roberta Carlini

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sbilanciamoci
Sovversivismo di governo
di Giulio Marcon

Sbilanciamoci, 29 Maggio 2019 | Sezione: Apertura, Politica
Dopo le europee, la resa dei conti al governo. Con il rilancio della Lega su flat tax, decreto Sicurezza-bis e autonomia differenziata si profila un sovversivismo di governo che potrebbe cambiare la costituzione materiale del Paese, mettendo a rischio i fondamenti democratici della convivenza civile.

Dopo il successo elettorale alle europee, il (vice) premier Salvini ha rilanciato la sua agenda, mettendo con le spalle al muro i 5 Stelle: oltre al TAV anche la flat tax, il decreto Sicurezza-bis e l’“autonomia differenziata”. Un’agenda – per noi di Sbilanciamoci! – indigeribile e sovversiva rispetto alla costituzione materiale del nostro Paese.

La flat tax è un favore ai ricchi, uno schiaffo alle diseguaglianze economiche (che cresceranno ancora) e un fardello per le future generazioni. Come già fece Reagan negli anni ’80, il taglio delle tasse provocherà una voragine del debito pubblico, sempre che Bruxelles (a loro dobbiamo affidarci) glielo faccia fare. La flat tax sovverte inoltre il principio di progressività fiscale previsto dall’art. 53 della Costituzione.

Il decreto Sicurezza-bis rappresenta un accanimento contro i migranti e il dissenso politico e sociale. Oltre a essere incostituzionale per la mancanza dei requisiti di necessità e urgenza, il testo (che contiene provvedimenti contro la violenza negli stadi a campionato concluso) è manifestatamente eterogeneo: cosa hanno a che fare le Universiadi di Napoli con tutto il resto del decreto è difficile da capire. Il decreto sovverte l’art. 3 della Costituzione (il principio di eguaglianza) e i principi di proporzionalità e ragionevolezza della pena – ribaditi dalla Corte costituzionale nella sentenza numero 10 del novembre 2016 – quando prevede fino a 4 anni di carcere per un fumogeno a una manifestazione. Per non parlare delle multe alle navi che soccorrono i migranti, per le quali si introduce una pena amministrativa in barba alle convenzioni internazionali cui l’Italia aderisce.

Poi c’è l’“autonomia differenziata”, che sovverte l’art. 3 della Costituzione (il principio d’eguaglianza) e realizza quella secessione dei ricchi di cui ha parlato Gianfranco Viesti sul nostro sito [Sbilanciamoci], una secessione da sempre nei sogni della Lega Nord (come si chiamava una volta): diritti diseguali, sanità e istruzione di serie A e di serie B, divaricazione tra Nord e Sud.

Il Movimento 5 Stelle farà da argine? Staremo a vedere. Il sovversivismo di governo che si preannuncia per le prossime settimane cambia la costituzione materiale del Paese, mette a rischio i fondamenti democratici della convivenza civile e mina la coesione sociale.

Sbilanciamoci! la pensa in modo diametralmente opposto: servono maggiore giustizia fiscale, accoglienza e diritti per i migranti, un Paese solidale. Le proposte – concrete e dettagliate – le abbiamo messe nero su bianco da tempo e ogni anno le riproponiamo nelle nostre “Controfinanziarie” al Parlamento. Un’Italia capace di futuro può ripartire da qui.
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Illustrazione in testa: Europa ed il toro in un dipinto di Guido Reni.
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Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale

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Per salvare la nostra Casa, la Terra! Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale
coordinamento-democraziaPubblichiamo il documento Laudato Si’, risultato di un lavoro a molte voci, su iniziativa della Casa della carità di Milano. Un lavoro aperto perché è possibile tuttora avanzare suggerimenti, proposte e perché le varie posizioni non sono giustapposte, ma convivono l’una a fianco dell’altra e come ricorda Maria Agostina Cabiddu non c’è un prendere o lasciare di tutto il documento.
- Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale [che ce lo ha inviato] sottolinea di essere interessato a questo lavoro, in cui tanti si sono impegnati come singoli e come associazioni.
- Questo documento è presentato da brevi scritti [che riportiamo in premessa] di Raniero La Valle e di Maria Agostina Cabiddu, entrambi componenti del direttivo nazionale del Cdc, che hanno partecipato al lavoro di costruzione del documento.
- La Valle in particolare pone un problema politico fondamentale: trovare le modalità per attuare politiche che non sono realizzabili senza un salto di qualità di strumenti e di iniziative.
- Può sembrare un’utopia. In realtà le utopie sono necessarie per individuare percorsi nuovi, per avere una nuova stella polare istituzionale e politica. Basta ricordare che per regolare I rapporti tra i mercati nazionali è stata costruita una struttura sovranazionale come il WTO, come del resto ne sono state costruite altre.
- Oppure sono stati ipotizzati trattati tra grandi aree del mondo per regolare i commerci, come quello tra Europa e Canada.
- Perché mai i mercati debbono potere proporre e attuare discutibili proposte di regolazione, che arrivano a mettere sullo stesso piano gli Stati e le multinazionali, mentre se si tratta di cambiare in profondità il sistema economico, le sue relazioni, i suoi obiettivi tutto questo viene liquidato come una utopia?
- In fondo il milione di giovani e ragazze che ha manifestato per il clima e l’ambiente in tutto il mondo, proseguendo l’impegno e il protagonismo proposto da Greta Thumberg pone esattamente il problema della svolta politica ed istituzionale di cui c’è bisogno.
- La Valle con la consueta lucidità pone il problema, ipotizza delle soluzioni. La soluzione concreta dipenderà da tutti noi e quindi è bene che se ne discuta.
[Alfiero Grandi, Presidenza di CdC, 28/5/2019]
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DOCUMENTI
Guida alla lettura del documento programmatico
di Maria Agostina Cabiddu
Il documento che qui si presenta, con l’intento di aprire una larga discussione su temi che interessano il presente e il futuro delle nostre società, supera di gran lunga i 144 caratteri dei comuni cinguettii: non è dunque di breve né facile lettura e neanche si presta ad essere facilmente condiviso punto per punto. Al contrario: essendo il frutto di un lavoro che ha visto il contributo di singoli, associazioni, gruppi, riuniti attorno al tavolo milanese organizzato dalla Casa della carità di don Virginio Colmegna, esso sconta in partenza le differenze di approccio, di sensibilità, di linguaggi e, forse anche per questo, sembra avere la forza e la freschezza di una lucida utopia, di un programma politico che non si ferma agli slogan o alla miope gestione del potere in vista della prossima scadenza elettorale ma, come si diceva una volta, sembra volere tutto, guardando – alla stregua dell’Enciclica da cui prende le mosse – al mondo, cioè all’insieme del Creato, ai molti problemi che lo affliggono, ai conflitti e alle paure che lo attanagliano, alle speranze che ne illuminano il cammino.
Si tratta, dunque, di un documento programmaticamente aperto al confronto, all’integrazione, alla critica, che non pretende cioè di chiudere il cerchio rispetto ai temi affrontati, che, al contrario, vorrebbe fossero messi al centro del dibattito pubblico, perché ne va della sopravvivenza e della vita delle persone, delle comunità, dell’umanità nel suo insieme.
Non è un caso, allora, che esso parta dai temi del cambiamento climatico e della depredazione ambientale, nel contempo causa ed effetto di stili di vita e di modelli economici orientati esclusivamente al consumo, alla crescita e al potere.
Che le “politiche” (locali, regionali e globali) si siano dimostrate inadeguate, quando non direttamente responsabili, dell’attuale situazione – giunta, come giustamente si legge, a un punto di non ritorno – è affermazione ormai largamente condivisa e condivisibile. Meno ovvio constatare, come il documento non teme di fare, che molto dipende anche dai comportamenti e dalle scelte individuali, spesso improntati, non diversamente dalle prime, all’egoismo di chi ritiene di essere l’alfa e l’omega della Storia, ignorante del proprio passato e incapace di guardare al futuro. Il che è quanto dire che si tratta di lavorare, certamente, per cambiare le politiche e gli strumenti di intervento giuridici – agendo sulla leva fiscale e sugli incentivi, oltre che sui classici meccanismi di comando e controllo – ma anche e, innanzitutto, sul piano culturale, affinché cresca la consapevolezza circa l’impatto dell’azione (nel senso arendtiano del termine ma anche in quello più comune del quotidiano essere al mondo) di ciascuno e affinché si educhino, soprattutto i giovani, alla responsabilità nei confronti del prossimo, dell’ambiente, del vivente e, insomma, del mondo.
L’assunzione di responsabilità sembra essere, d’altra parte, la chiave per la realizzazione della “sostenibile” pesantezza dell’utopia. Nella prospettiva della responsabilità, si chiariscono e si comprendono, infatti, le cause del cambiamento climatico, della possibile indifferenza della tecnologia agli obiettivi umani, del crescente disagio economico e sociale a fronte dell’accumulo esorbitante di ricchezze e potere nella mani di pochi.
Solo in questa prospettiva si riesce a ricondurre alle “vere” cause il fenomeno migratorio, ascrivendo il sentimento di insicurezza alimentato nei confronti di chi fugge dalla guerra e dalla miseria alla finanziarizzazione dell’economia, al progressivo svilimento del lavoro e allo sfaldamento dei sistemi di welfare, che avevano caratterizzato le democrazie occidentali del secondo dopoguerra… queste sono le ragioni delle preoccupazioni e della paura dei giovani disoccupati, dei precari, dei pensionati che non arrivano alla fine del mese e se è certo più facile governare non la paura ma con la paura, occorre – a maggior ragione – impegnarsi affinché le vere cause del disagio e dell’insicurezza (prima di tutto economica) siano combattute, rispettando i diritti e le libertà, specie dei più deboli.
Tutto ciò – si badi – è perfettamente coerente con “la rivoluzione promessa” dalla nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro, sui diritti inviolabili dell’uomo, sulla solidarietà politica, economica e sociale, sull’uguaglianza e sulla pari dignità dei cittadini. Di più, la nostra Costituzione – in gran parte inattuata e persino tradita – fa emergere una nozione di cittadinanza, che possiamo definire costituzionale – per distinguerla da quella “legale”, attribuita e regolata secondo quanto previsto dalla legge sulla cittadinanza – che coincide con l’esercizio pieno ed effettivo dei diritti e delle libertà democratiche consacrate nella Costituzione, sicché cittadino non è tanto chi è definito tale da una legge dello stato ma chi di fatto partecipa attivamente alla vita politica, economica e sociale della comunità in cui vive.
Questo documento, muovendosi nell’orbita dell’enciclica e insieme in quella della Costituzione, costituisce un potente antidoto contro le semplificazioni demagogiche, contro la pochezza dei proclami violenti, contro i riduzionismi incapaci di cogliere la complessità e la ricchezza del mondo. Indica una strada: quella della consapevolezza, della razionalità, della responsabilità, della solidarietà… faticosa, probabilmente lunga, ma l’unica possibile!
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Presentazione del documento Un’alleanza per il clima
di Raniero La Valle
Vi trasmettiamo un documento di indubbio interesse che cerca di farsi carico del problema stesso della salvaguardia dell’ambiente umano e della continuazione della storia. Il suo presupposto è che senza un cambiamento globale, in tempi abbastanza rapidi, la crisi del sistema potrebbe giungere a esiti catastrofici politicamente irreversibili. Il documento è il frutto di un lungo processo di elaborazione che ha coinvolto molteplici soggetti sotto l’impulso di Mario Agostinelli, storico leader sindacale, e di don Virginio Colmegna, leader della famosa Casa della Carità di Milano, allo scopo di dare un seguito su un terreno non religioso ma politico all’enciclica “Laudato Sì’” di papa Francesco.
E se la proposta dell’enciclica era quella di un’ecologia integrale e globale, la risposta sul terreno politico è stata individuata in “un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale”. L’analisi e il vaglio delle azioni da intraprendere sono cominciati in un “Forum” tenutosi a Milano al Palazzo Reale il 19 gennaio scorso, ed ora viene presentato questo documento di sintesi in cui non tutti gli enunciati sono della stessa portata e devono essere necessariamente condivisi, ma il cui senso è di far partire subito un movimento alternativo già attrezzato di motivazioni e proposte operative.
Nella sua parte analitica il documento (ancora aperto a integrazioni e modifiche) denuncia il vizio di fondo dell’attuale sistema economico-finanziario fondato sulla cultura della diseguaglianza, dell’esclusione e dello scarto. Nella sua parte programmatica abbozza un progetto politico che include la giustizia sociale, ambientale e climatica, la cura del vivente, il diritto alla bellezza, la mitezza dei linguaggi, con un significativo corredo di obiettivi anche circoscritti e in una strategia di contrasto alle politiche alle leggi e alle pratiche di attacco al lavoro, all’ambiente, ai diritti umani, all’accoglienza, al pluralismo, alla libertà di movimento e al diritto di migrare.
È un documento generoso, una specie di “libretto di istruzioni” per uscire dal labirinto; ma naturalmente il problema che apre è quello della politica mediante la quale tutto questo può essere attuato. Né è un problema che può concedere tempi lunghi perché lo stesso documento segnala delle scadenze drammatiche e ravvicinate; basta pensare alla previsione secondo cui nel 2050 l’esodo dei migranti costretti ad abbandonare le loro terre per motivi ambientali e climatici sarà di 145 milioni di persone, o all’indicazione secondo cui fin da ora l’aumento della temperatura terrestre deve essere contenuto al di sotto di 1,5”C, cosa per ottenere la quale occorre introdurre un meccanismo sanzionatorio a livello mondiale contro le emissioni eccedenti il limite stabilito. Sono poi indicati termini precisi: entro il 2025 dovrebbero essere chiuse le centrali a carbone; entro il 2050 dovrebbero essere azzerate le emissioni di CO 2 per produrre elettricità, ed entro la stessa data occorrerebbe ridurre le emissioni complessive di carbonio dall’80 al 95 per cento; entro il 2030 occorre passare dai veicoli a benzina e diesel ai veicoli elettrici; occorre subito istituire una norma universale che neghi al possesso delle armi nucleari il rango di fattore strategico irrinunciabile, e mettere al bando l’arsenale nucleare per salvaguardare il diritto alla sopravvivenza dell’umanità; le lancette del simbolico orologio che segna il tempo che manca alla probabilità di una catastrofe globale causata dall’uomo già segna 2 minuti alla mezzanotte.
Chi farà tutto questo, ed in tempo?
Come dice il documento, tutte queste cose potranno e dovranno essere attuate da una molteplicità di soggetti, pubblici e privati, spinti dalla stessa necessità e urgenza della causa, nel quadro di un salutare conflitto per la difesa dei beni comuni e nelle forme della democrazia rappresentativa arricchita da modalità sempre più incisive di democrazia partecipata e di coinvolgimento popolare.
Di molte cose di questa agenda dovrebbe farsi carico e artefice l’Unione Europea. Ma per molte, se non per tutte, i soggetti politici implicati saranno i governi, compresi quelli dei Paesi che sono oggi tra i maggiori responsabili della crisi o ne sono inerti osservatori; e, data la globalità dell’impresa, a concorrere per fare queste cose dovrebbero essere “tutti” i governi.
Quanti si riconoscono nel Coordinamento per la Democrazia costituzionale, nel condividere queste prospettive potrebbero, come loro apporto specifico, introdurre l’obiettivo della creazione di un nuovo soggetto politico-istituzionale cui ricondurre in ultima istanza la responsabilità e il compito di attivare questo cambiamento della governance globale. Tale strumento non può essere che l’intera collettività umana, nella dignità di tutti i suoi membri, assunta come soggetto politico e giuridico planetario, comunità internazionale di diritto, potere costituente di un nuovo ordine mondiale fondato sull’eguaglianza effettiva di tutti gli esseri umani e finalizzato alla giustizia e alla pace, da realizzare ed accrescere nel quadro di un costituzionalismo di natura e dimensioni globali.
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Di seguito riportiamo anche una sintesi dei punti fondamentali del documento, tratto dal sito web Solidarietà e Cooperazione CIPSI
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Documento programmatico Laudato si’ (sintesi)
[Fonte: https://cipsi.it/unalleanza-per-il-clima-la-terra-e-la-giustizia-sociale/]
Milano, 13 maggio 2019
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Nella sua parte analitica, il documento articola le valutazioni condivise sulle implicazioni catastrofiche dell’attuale sistema economico-finanziario, antropocentrico e predatorio, fondato sulla cultura dello scarto e sulla diseguaglianza. Nella sua parte programmatica, si concentra sulla necessità di assumere come progetto politico la giustizia sociale, ambientale e climatica, la cura del vivente, il diritto alla bellezza, la mitezza dei linguaggi, con una concreta traduzione in obiettivi circoscritti, iniziative e campagne locali, nazionali e internazionali.
Il documento sostanzia in particolare la domanda espressa nel Forum di un’ampia risposta democratica all’attacco al lavoro, all’ambiente, alla legalità, all’accoglienza, alla diversità, alla libertà di movimento entro cui si consuma, come una svolta imprevista, la crisi dell’Unione europea.
Dal lavoro comune che ha preso avvio a gennaio sono emerse cinque macro-aree di emergenze da affrontare tutti assieme – associazioni, attivisti, intellettuali, società civile, partiti, sindacati, istituzioni – nella consapevolezza della necessità e urgenza di un ripensamento e di una resistenza culturale, umana e politica.
Ø Devastazione del pianeta, del clima, della biodiversità.
Decisivo è il recupero della dimensione locale e del concetto di “terrestre”, cui far seguire un’impronta ecologica “sufficiente” e “sobria” delle comunità locali, la decarbonizzazione e lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, un radicale mutamento degli stili di vita e di consumo, la tutela delle specie con cui condividiamo la casa comune.
Ø Rottura della cultura di umanità.
Dobbiamo affrontare lo smantellamento del soccorso in mare e dell’accoglienza, la criminalizzazione di chi fugge, il progressivo attacco alla solidarietà, all’istituto dell’asilo e allo stesso impianto dei diritti umani, la rinascita di ideologie e politiche razziste, la produzione e abbandono di figure “scartate” nell’interiorizzazione di disparità economiche e sociali inaccettabili.
Ø Crisi di democrazia
Vediamo giorno dopo giorno esautorare le istituzioni della democrazia rappresentativa, la Costituzione, la Carta europea dei diritti fondamentali, il diritto internazionale; vediamo asservire i corpi dello Stato portandoli a non ottemperare ai propri compiti costituzionali; vediamo il costante ricorso a linguaggi d’odio tollerati quando non fomentati da rappresentanti delle istituzioni e dai media, e un progressivo controllo informatico e dei Big Data.
Ø Decadimento della cittadinanza
É intaccata la garanzia per tutti – nativi e non – di quel godimento dei diritti fondamentali riguardanti dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà e giustizia, che si esplica – in Italia e nell’Unione europea –nel diritto a lavoro degno, abitazione, salute, istruzione, libertà di movimento, partecipazione sociale, libertà femminile.
Ø Perdita del futuro
Il naturale e vitale sguardo rivolto al futuro che è diritto dei giovani è reso problematico e financo precluso a causa dell’accelerazione brusca del cambiamento climatico indotto dall’attuale modello di sviluppo, tanto da suscitare le proteste dei ragazzi e delle ragazze di tutto il mondo.
Ø Perdita dell’utopia
Vediamo una chiusura d’orizzonte, di pensiero e speranza, che si consuma nella progressiva riduzione alle regole del “qui e ora, nell’autocensura riguardo alla possibilità di dare forma e realizzazione a desideri tanto più necessari: un tempo di vita liberato, la bellezza come bene comune, la mitezza come cifra politica, l’uguaglianza nel rispetto delle differenze, un orizzonte di pace e progressivo disarmo.
Gli argomenti delle sessioni e le cinque macro-aree emerse dal Forum sono stati intesi nel documento come una tessitura fatta di trama e ordito che ha orientato la scrittura del documento. Il testo, sottoposto a verifica e integrazione da parte di numerose persone che figurano tra i firmatari, è tutt’altro che un testo chiuso: abbiamo deciso di renderlo pubblico ora, perché la nostra proposta di un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale possa iniziare a prendere corpo orientando le scelte della politica già a partire dalle imminenti elezioni europee, ma continueremo in una messa a punto di contenuti, adesioni e forma. Entro l’estate procederemo alla pubblicazione di un librino meglio editato e rivisto, che ci auguriamo possa divenire un utile strumento di lavoro e divulgazione.
Le adesioni possono essere inviate a associazionelaudatosii@gmail.com
Il direttivo dell’associazione Laudato si’

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Documento integrale (fonte CdC): http://coordinamentodemocraziacostituzionale.img.musvc2.net/static/108160/assets/1/20190529/Un_alleanza%20per%20il%20clima,%20la%20Terra%20e%20la%20giustizia%20sociale%2013%20maggio%202019.pdf

Elezione europee. The day after

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Il blocco di destra
di Mario Pianta
sbilanciamoci
Sbilanciamoci, 27 Maggio 2019 | Sezione: Apertura, Politica
Il voto europeo mostra la forza della destra nazionalista e populista, ma si è ben lontani dal consolidarsi di un blocco capace di cambiare le politiche europee. Emerge soprattutto la debolezza dell’offerta a sinistra, con l’unica eccezione dei Verdi in Germania e altrove.

Flat tax, Tav, privilegi alle regioni ricche, stretta sull’immigrazione e sulla ‘sicurezza’. Questa l’agenda di governo di Matteo Salvini all’indomani delle elezioni europee, vinte il 26 maggio con il 34,3% ; cinque anni fa la Lega aveva avuto il 6,2%, alle politiche dell’anno scorso il 17%. Con Forza Italia all’8,8% e Fratelli d’Italia al 6,5%, il blocco di destra in Italia arriva alla metà dei consensi.

Il Movimento Cinque Stelle crolla al 17,1%, perdendo metà dei voti rispetto alle politiche del 2018 ed è in calo anche rispetto al 21,2% delle europee del 2014. Il Pd ha il 22,7%, contro il 18,7% del 2018 e il 40,8% delle europee di cinque anni fa, all’inizio dell’era di Matteo Renzi.

In termini assoluti, con il calo dei votanti dal 73% delle politiche 2018 al 56% di domenica scorsa, gli spostamenti risultano molto più contenuti. Il blocco di destra ottiene 13 milioni di voti contro i 12 milioni delle politiche 2018, con la Lega che passa da 5,7 a 9,1 milioni di voti, risucchiando consensi da Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia aumenta i voti assoluti.

Il Pd mantiene i suoi 6 milioni di voti. Sono i Cinque Stelle invece a perdere metà dei voti ottenuti l’anno scorso, sia verso l’astensione, sia verso la Lega.

Due fatti sembrano dominare ora la politica italiana, vista nel quadro europeo. Il primo è il consolidamento di un blocco di destra con la leadership di Matteo Salvini. Si tratta di un vero blocco sociale fondato sulla combinazione di ‘paura e povertà’, già visibile nel voto alle politiche del 2018: la paura di perdere terreno, identità e futuro, e l’impoverimento che ha colpito il 90% degli italiani (http://sbilanciamoci.info/paura-poverta-litalia-del-voto/).

Il blocco di destra ha trovato in Salvini il leader capace di dominare il discorso politico, occupare i media, alimentare il razzismo, costruire una vera egemonia politica nei confronti sia della coalizione di centro-destra che ha saputo mantenere intatta, sia dei Cinque Stelle – gli alleati di governo – che pur di restare in sella qualche mese in più saranno incapaci di rompere l’alleanza con Salvini e scegliere un’altra strada.

Dal punto di vista dei contenuti il blocco di destra mantiene l’agenda lib-pop del governo giallo-verde, un miscuglio di liberismo – flat tax, deregolamentazione, condoni – e populismo nelle politiche sociali – quota 100 per le pensioni e reddito di cittadinanza, un’agenda che sa ottenere i consensi delle imprese e dei ‘perdenti’ delle periferie del paese (http://sbilanciamoci.info/lib-pop-un-governo-piu-neoliberale-populista/).

E in Europa? Il voto europeo ha mostrato la forza del voto a destra, nazionalista e populista, ma si è ben lontani dal consolidarsi di un blocco di destra a scala europea, capace di cambiarne le politiche. Il blocco di destra governa in Italia, Polonia e Ungheria; è al primo posto nei consensi elettorali in Francia e Regno Unito, con il successo del Brexit Party, ma senza avere un impatto concreto sugli equilibri di governo di quei paesi. Ha un peso rilevante in Austria (dove l’estrema destra è stata messa fuori dal governo) e Belgio, e sembra essersi stabilizzato in una nicchia politica in Germania, Grecia, Spagna e nel nord Europa; in nessun paese esprime la capacità egemonica sul sistema politico e sulla società che troviamo in Italia, Polonia e Ungheria. All’interno del Consiglio europeo – dove siedono i governi – questi tre paesi non hanno peso nelle decisioni; Polonia e Ungheria sono stati messi sotto accusa più volte e l’Italia continuerà a restare ai margini.

Nel Parlamento europeo il successo della destra è molto contenuto, passa dal 20 al 23% dei seggi, con i deputati divisi in due o tre gruppi politici, con rapporti molto difficili al loro interno. L’influenza della destra sulla politica europea sarà quindi limitata, coerentemente con l’enfasi sulla politica nazionale che guida tali formazioni politiche. Senza la forza di condizionare il Parlamento, le nomine dei vertici di Commissione e Banca Centrale europea, e tantomeno di cambiare le regole europee, la destra – soprattutto in Italia – ha molto attenuato i toni anti-Bruxelles che caratterizzavano la campagna elettorale e la formazione del governo un anno fa. Il blocco di destra tenterà soltanto di ottenere qualche margine di manovra in più sul piano economico, e c’è da aspettarsi che la nuova Commissione non vorrà andare allo scontro su questo. La politica europea così potrebbe continuare con il suo immobilismo, ad avere le élite e la finanza come stelle polari, mescolando all’agenda liberista qualche concessione sociale (http://sbilanciamoci.info/agitata-e-immobile-leuropa-di-melville/).

Il secondo risultato delle elezioni europee è lo sgonfiarsi dell’equivoco populista. In Italia il collasso del voto ai Cinque Stelle riflette l’inconsistenza del loro progetto politico e l’incapacità nella gestione del governo. Lo spazio per una politica ‘populista’ che nega lo scontro ‘destra-sinistra’ si è ridotto drasticamente, confermando che un’agenda di quel tipo non è che l’anticamera dello spostamento a destra. I risultati delle elezioni europee tolgono spazio alle illusioni di costruire una declinazione di sinistra del populismo. In Spagna Unidos Podemos dimezza i seggi al Parlamento europeo, stretta tra la ripresa dei socialisti a scala nazionale e l’indipendentismo a Barcellona. A Parigi la France Insoumise di Mélenchon è ferma al 6,3%. Le altre forze di sinistra radicale in Grecia, Portogallo, Germania e nord Europa non si sono allontanate dal loro profilo di sinistra, con risultati alterni: Alexis Tsipras è sconfitto in Grecia, e ha convocato nuove elezioni; in Portogallo le formazioni di sinistra hanno sostenuto dall’esterno il governo socialista e mantengono i loro consensi; la Linke in Germania perde voti. Se consideriamo la forte caduta di quasi tutti i partiti socialdemocratici (con le eccezioni di Spagna, Olanda, Danimarca e qualche altro paese), è evidente il vuoto politico che si apre a sinistra in un contesto in cui l’asse destra-sinistra ritorna dominante.

Che cosa resta allora della contrapposizione tra ‘alto’ e ‘basso’ che ha fatto tanto discutere in questi anni? Il blocco di destra ha saputo integrare l’ ‘alto’ delle élite economiche nazionali con il ‘basso’ del voto popolare. In ‘alto’, la rappresentanza politica delle élite europeiste assume nuove forme, al Parlamento europeo alcune forze del gruppo liberale compensano in parte le perdite di popolari e socialisti, come Macron in Francia che toglie voti a gollisti e socialisti. I socialdemocratici sono – come da due decenni – paralizzati di fronte alla scelta se collocarsi ‘in alto’ come partito delle élite europeiste sul modello di Macron, oppure tornare a un radicamento di classe ‘a sinistra’, che tolga spazio ed elettori ai populismi della destra. La sinistra radicale è troppo frammentata e fragile per occupare quello spazio. Il successo dei Verdi in alcuni paesi, Germania innanzi tutto, con il voto giovanile che li contraddistingue, sfugge per ora a una collocazione precisa, ma ha la potenzialità di rinnovare l’orizzonte e i contenuti di quella che chiamiamo ancora sinistra.

Europa sociale: “Una politica economica per classi popolari in Europa”

sbilibro18_euromemorandum2019_cover_big-722x1024Il Rapporto EuroMemorandum 2019 è online
EuroMemo Group
sbilanciamoci
16 Maggio 2019 | Sezione: Apertura, Economia e finanza
“Una politica economica per classi popolari in Europa”. È questo il titolo del volume realizzato anche quest’anno dal Gruppo EuroMemo. Alla vigilia delle elezioni europee del 26 maggio, pubblichiamo la traduzione italiana del testo curata da Sbilanciamoci! scaricabile gratuitamente.

“Una politica economica per classi popolari in Europa” è il titolo del Rapporto Euromemorandum 2019, redatto dal gruppo di economisti di EuroMemo – European Economists for an Alternative Economic Policy in Europe e tradotto, come ogni anno, da Sbilanciamoci!. Alla vigilia delle elezioni europee del 26 maggio, ci pare fondamentale affrontare con decisione i nodi della crisi – economica, politica, sociale – europea. E discutere le possibili vie d’uscita. Di seguito pubblichiamo il testo dell’introduzione del Rapporto 2019, che può essere integralmente scaricato qui

Nel 2018, per il secondo anno consecutivo, tutte le economie della UE hanno registrato una crescita. Tuttavia, questo trend si indebolirà nel corso del 2019, a fronte di tensioni politiche, sociali ed economiche di vasta portata all’interno dell’Unione e all’incertezza dello scenario internazionale.

Le due maggiori economie del mondo si trovano entrambe ad affrontare sfide che avranno effetti rilevanti a livello globale. La crescita sostenuta degli USA nel 2018 è stata alimentata dai tagli fiscali del governo Trump, ma l’impatto di questi tagli dovrebbe diminuire già a partire dal 2019. L’espansione statunitense, iniziata a metà 2009, appare insolitamente lunga e vi sono segnali che potrebbe volgere al termine – la redditività e gli investimenti sembrano aver raggiunto il picco e il mercato azionario è, in base agli standard storici, fortemente sopravvalutato. Nel frattempo, in Cina, dove la crescita economica annuale è stata attorno al 10% per molti anni, le autorità hanno cercato di stabilire un regime più sostenibile, mentre il tasso ufficiale di crescita nel 2018 è stato di circa il 6,5%. Ciononostante, a causa dell’enorme spesa del governo per contrastare l’impatto della recessione internazionale e dell’altissimo debito accumulato da imprese e famiglie prima e dopo la crisi, l’indebitamento complessivo rimane pericolosamente alto.

Uno degli elementi chiave della politica economica del governo Trump è stato un approccio aggressivo nei confronti dei principali partner commerciali volto alla riduzione in ambito bilaterale dei deficit commerciali statunitensi. Dopo molte turbolenze, nel 2018 gli Stati Uniti hanno optato per cambiamenti relativamente modesti nei trattati commerciali con il Canada e il Messico; hanno anche rinunciato ai minacciati aumenti delle tariffe sulle automobili importate dalla UE, sebbene le recenti tariffe sull’acciaio e sull’alluminio restino in vigore e la lobby agricola continui a spingere per un più ampio accesso ai mercati europei.

Nei confronti della Cina, tuttavia, gli Stati Uniti perseguono una politica commerciale molto più decisa. Sia negli ambienti repubblicani che in quelli democratici la Cina è vista come un concorrente strategico e il governo Trump chiede un profondo cambiamento nella strategia di intervento statale cinese. Come primo passo, gli USA hanno imposto dazi del 10% su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi e minacciato una rapida estensione e il rafforzamento dei dazi. Allo stesso tempo, il Pentagono ha espresso preoccupazione per la dipendenza degli USA dalle importazioni di prodotti ad alta tecnologia e sta spingendo per un maggiore approvvigionamento interno. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la possibilità che il conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina si inasprisca ulteriormente è una delle ombre più pesanti che grava sull’economia mondiale.

L’Unione Europea ha espresso anch’essa preoccupazione in merito ai rapporti commerciali con la Cina, ma in altre aree vi sono segni di tensione con gli Stati Uniti. Nel 2015 gli USA, insieme alla Russia e a diversi governi europei, hanno raggiunto un accordo con l’Iran che ha impegnato quest’ultimo a utilizzare l’arricchimento e la ricerca nucleare esclusivamente a scopi pacifici. Dopo che Trump nel 2018 ha annunciato che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’accordo, insistendo che anche gli altri firmatari facessero lo stesso, la UE ha cercato di mantenere accordi commerciali profittevoli con l’Iran, istituendo un canale di finanziamento che aggirasse le banche USA. Tuttavia, Swift, il principale sistema internazionale di telecomunicazioni finanziarie tra le banche, con sede in Belgio, ha ceduto alle richieste americane e il lancio di un nuovo canale di pagamenti europeo è stato ritardato a causa del timore, da parte dei potenziali nuovi utenti, di una dura reazione statunitense.

La Politica di sicurezza e di difesa comune della UE (CSDP-Common Security and Defence Policy) rappresenta un altro settore di potenziale conflitto con gli USA. Il tentativo di rafforzare la capacità militare comune dell’Unione è stato lanciato nel 2016 e, secondo il presidente della Commissione Europea (CE) Jean- Claude Juncker, dovrebbe compiersi entro il 2024. La tesi secondo cui la UE sta tentando, con ciò, di guadagnare maggiore autonomia dalla NATO a guida USA è stata minimizzata da Juncker. Nel giugno 2018, su iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron, nove paesi UE hanno accettato di formare una Forza militare d’intervento europeo. Le preoccupazioni sul rapporto tra questa e la NATO sono state messe da parte dal segretario generale NATO Jens Stoltenberg, il quale ha dichiarato di aver accolto favorevolmente l’iniziativa. Formalmente, il nuovo comando è estraneo alle strutture UE, la qual cosa permetterà alla Gran Bretagna di partecipare a prescindere dal suo abbandono dell’Unione.

Il Regno Unito dovrebbe, infatti, abbandonare la UE nella primavera 2019. Tuttavia, il partito conservatore al governo è profondamente diviso al suo interno ed è apparso in estremo ritardo nella presentazione di proposte concrete sulle modalità di uscita, cercando di evitare fino all’ultimo le questioni più spinose, in particolare quella che riguarda lo status dell’Irlanda del Nord. Malgrado l’insorgere di una grave crisi costituzionale in Gran Bretagna, tuttavia, al momento lo scenario più probabile è che alla fine la Gran Bretagna si barcamenerà in uno status di associato che, se da un lato la vincolerà al rispetto delle regole dell’Unione e alla contribuzione al bilancio comunitario, dall’altro la spoglierà della sua capacità di promuovere in Europa quelle politiche neoliberiste di cui pure si è fatta alfiere sin dagli anni 80.

Divergenze in aumento

Nell’Eurozona gli sviluppi economici successivi alla crisi sono stati caratterizzati da una crescente divergenza in termini di produttività tra i paesi del Nord e quelli del Sud, con la Francia in posizione intermedia. Anche la perfetta macchina industriale della Germania si trova di fronte alla sfida di adattarsi ai cambiamenti dei modelli di trasporto e la sua eccessiva dipendenza dalle esportazioni la rende vulnerabile rispetto a possibili rivolgimenti dell’economia globale. Tuttavia, è nei paesi del Sud Europa che le sfide economiche e sociali sono più drammatiche.

Le persistenti divergenze sul ruolo dello stato nella politica macroeconomica sono state portate alla luce dal nuovo governo eletto in Italia. Per quasi due decenni non c’è stata praticamente crescita economica in Italia e la disoccupazione è profondamente radicata, specialmente nel Sud e tra i giovani. Dopo le elezioni del 2018 un’improbabile coalizione di governo di destra e populisti, formata dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, ha ventilato una politica economica più espansiva, ma il secco no delle autorità comunitarie ha imposto di ridurre la portata delle proposte iniziali. Anche in Spagna il governo di minoranza dei socialisti ha proposto un piano economico espansivo, pur se più contenuto. Al momento, comunque, non sembra esserci alcuna mossa concertata dei paesi del Sud per rompere la morsa soffocante delle politiche monetariste che continuano a dominare la governance economica nell’Eurozona.

Nel frattempo, le proposte per rafforzare il sistema bancario dell’area euro hanno fatto solo modesti passi avanti. La preoccupazione per l’eccessiva frammentazione della vigilanza delle banche in Europa ha portato al varo di un meccanismo di vigilanza comunitario nel 2014 e le maggiori banche sono ora direttamente controllate dalla Banca Centrale Europea (BCE). Inoltre, è stata istituita una procedura europea per la liquidazione delle banche fallite. Ma una proposta decisiva per creare un sistema europeo di assicurazione dei depositi è stata respinta, in primis dalla Germania. Più in generale, rispetto a quanto avvenuto negli Stati Uniti, sono stati adottati provvedimenti limitati per rafforzare i bilanci delle banche dopo la crisi e vi sono diffusi dubbi sulla posizione di un certo numero di banche chiave, in particolare in Italia e Germania.

I livelli prolungati di alta disoccupazione in alcuni paesi, insieme alla crescente prevalenza di posti di lavoro a basso salario e di percorsi occupazionali precari, hanno contribuito ad aumentare il malcontento sociale in molti stati dell’Unione. Ciò è stato accompagnato da un crescente sostegno ai partiti nazionalisti di destra in un certo numero di paesi, molti dei quali sono ostili alla moneta unica e persino alla stessa UE. Gli sviluppi in Italia potrebbero rappresentare una sfida decisiva per la governance dell’Eurozona. Tuttavia, gli interessi di vasti settori del capitale sono così strettamente collegati all’euro (e qualsiasi tentativo di uscita dall’euro provocherebbe una tale tempesta finanziaria) che è improbabile che la sopravvivenza della moneta unica sia realmente messa in discussione.

Nella maggior parte dell’Europa, i movimenti progressisti sono in una posizione debole. I sindacati sono stati marginalizzati e i partiti socialdemocratici tradizionali hanno perso sostegno a causa della loro complicità nel promuovere politiche neoliberiste. Sfide più radicali hanno subìto una grave sconfitta, in particolare nel caso della Grecia. Iniziative più modeste si sono affermate in Portogallo, dove il partito socialista governa con l’appoggio del Blocco di sinistra e del Partito comunista, mentre in Spagna il governo di minoranza del Partito socialista ha tentato di superare le severe politiche di austerità con il sostegno parlamentare di Podemos.

Sullo sfondo del crescente consenso guadagnato dalle forze di destra nazionaliste e populiste, questo EuroMemorandum mira, come negli anni precedenti, a contribuire allo sviluppo di una politica economica progressista per l’Europa. Oggi più che mai è necessario ricostruire un progetto di integrazione politica rispondente sia ai bisogni economici e sociali della grande maggioranza delle persone che ai bisogni ecologici del pianeta. In particolare, è necessario affrontare le domande di coloro che hanno subìto l’impatto negativo della lunga crisi iniziata nel 2007-08: i lavoratori sempre più sfruttati, i precari sempre più numerosi, i disoccupati, i migranti e gli altri gruppi vulnerabili. È in questo senso che vogliamo un’economia politica progressista per l’Europa, meglio dettagliata nei prossimi capitoli.

SCARICA LA TRADUZIONE ITALIANA DEL RAPPORTO EUROMEMORANDUM 2019

Europa, Europa

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Europee. Andiamo a votare. Votiamo a sinistra, per l’Europa del progresso, dei popoli, dei lavoratori! Contro i fascismi sotto qualsiasi faccia si presentino!
Riportiamo il testo di un’intervista fatta da Mario Girau per la rivista Nuovo Cammino (periodico della Diocesi di Ales-Terralba) al direttore di Aladinpensiero online. Per lo stesso servizio sono stati anche intervistati Franco Manca, Andrea Murgia e Andrea Pubusa.

1. Stare in Europa è uno svantaggio o un vantaggio per la Sardegna?

Supponendo che la Sardegna fosse uno Stato indipendente, sicuramente farebbe parte, come tale, dell’Unione Europea, perché per definizione ciò comporterebbe vantaggi di natura economica. Lo dimostra la repubblica di Malta, anch’essa formata da isole e isolette (con un’estensione kilometrica di poco più del 13% di quella sarda e con circa il 27% della popolazione sarda), che fa parte dal 2004 dell’Unione Europea e dal 2008 dell’Eurozona e gode di un PIL pro capite superiore del 19% di quello sardo, che ha visto incrementandosi in relazione alla scelta europeista. I vantaggi non solo economici derivano dall’essere parte di un vasto contesto integrato che sviluppa sinergie sistemiche e insieme valorizza identità nazionali e le specificità, per esempio della lingua e della cultura locali, favorendo gli scambi culturali di cui fruiscono tutti e specialmente i giovani (Erasmus). La Sardegna non è uno stato indipendente, ma come Regione gode di similari opportunità, che ovviamente si colgono tanto più esiste una consapevolezza delle stesse. Questo è il punto: la Sardegna al riguardo non è attrezzata.

2. Si ha l’impressione che le enormi risorse europee arrivate in Sardegna negli ultimi 30 anni non abbiano fatto il miracolo. Perchè?

Gli studiosi delle discipline più pertinenti (economisti e sociologi) concordano sul fatto che le risorse europee abbiano apportato vantaggi all’economia regionale, tuttavia decisamente inferiori alle aspettative e agli obbiettivi programmati. Quantitativamente insufficienti sia perché la Sardegna è stata incapace di spendere (e spendere bene) tutti i finanziamenti accordati, sia perché lo Stato si è mano mano disimpegnato talchè i fondi strutturali europei sono diventati da addizionali a sostitutivi di quelli statali. Qualitativamente si soffre di una programmazione in perenne ritardo e inadeguata a comprendere le esigenze dell’economia regionale e a farvi fronte. La situazione permane di grave difficoltà, come dimostrano gli indicatori sociali ed economici negativi: continua il fenomeno migratorio, specie dei giovani di alta scolarità, si aggrava lo spopolamento delle zone interne, l’industria è ridotta ai minimi termini, l’agricoltura (comprendendovi allevamento e pastorizia) strutturalmente in crisi, il terzo settore incredibilmente sottovalutato, i trasporti inadeguati (collegamenti aerei e navali) quando non disastrati (ferrovie), permane elevato l’abbandono scolastico e insufficiente il numero dei laureati, lascia molto a desiderare la qualità del governo della cosa pubblica (dal livello politico a quello amministrativo), mentre i cittadini sono pochissimo coinvolti nelle scelte politiche. Le negatività dovrebbero essere volte in positivo: in obbiettivi di governo da praticare. Ma, nonostante quanto scritto nei documenti, non accade nella realtà, che il più delle volte nelle scelte dei politici prescinde dal perseguimento degli obbiettivi virtuosi, quasi costituissero ostacolo alla gestione effettiva, caratterizzata invece da “navigazione a vista” senza obbligo di “resa del conto”.

3. Quali sono i comportamenti politico-burocratico-programmatci/progettuali che la Sardegna deve avere per “sfruttare” la risorsa europa?.

Ci vorrebbe maggiore serietà nell’amministrare, da parte di tutta la classe dirigente, non solo quindi di quella politica, a partire dalla conoscenza dell’ordinamento europeo e degli strumenti di programmazione, rendicontazione e valutazione. E’ possibile che oggi si parli dell’Europa sostanzialmente come vincolo per la nostra economia, come purtroppo per certi versi è, e non come formidabile opportunità? O, ancora, che l’Europa venga considerata quasi solo come bancomat per prelevare tutte le risorse finanziarie possibili? Importante ma terribilmente riduttivo. E’ possibile che si parli d’Europa senza impegnarsi a superare l’attuale discriminazione politica dei sardi, privi della sicurezza di propri rappresentanti nel parlamento europeo? Le stesse nostre difficoltà di utilizzare pienamente e con efficacia i fondi europei non sono riconducibili solo a problemi organizzativi e di preparazione del personale tecnico, amministrativo e politico. Come pur è vero (anche se è onesto registrare qualche miglioramento), ma sono del parere che questo come tanti altri problemi non possano essere disgiunti da uno, più pesante di tutti: l’incapacità della Regione di esercitare un ruolo politico nel quadro europeo, sia nei confronti dell’interposizione statale italiana, sia direttamente nei confronti delle istituzioni europee, laddove ciò è possibile, per esempio per incidere – modificandole o integrandole – sulle politiche europee. Ma il maggiore impegno deve consistere nell’operare uniti e convinti per un’Europa popolare, democratica e solidale che ci salva dalla barbarie (riproposta da partiti e movimenti xenofobi e illiberali) da cui pensavamo, a torto, di essere definitivamente usciti dopo due sanguinose guerre mondiali. Le elezioni europee del 26 maggio non possono essere disertate. Bisogna partecipare e votare a sinistra, per l’Europa del progresso, dei popoli, dei lavoratori! Contro i fascismi sotto qualsiasi faccia si presentino!

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img-0343 Europa, Europa. Su Nuovo Cammino: nuovo-cammino19maggio2019def
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AladinpensieroEditoriali cover-laudato-si_1428313
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Rassegna stampa etica
- L’enciclica «Laudato si’» compie quattro anni. Rivoluzione culturale (di Vincenzo Conso)
- Il grido della Terra e quello degli ultimi (di Giuseppe Buffon)
- Poche condotte responsabili da parte di ogni individuo sono sufficienti per cambiare rotta. Segnali di collasso dal pianeta (di Grammenos Mastrojeni).
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Per la cura della Casa comune: proteggere la Terra per proteggere l’umanità

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Rassegna stampa etica
- L’enciclica «Laudato si’» compie quattro anni. Rivoluzione culturale (di Vincenzo Conso)
- Il grido della Terra e quello degli ultimi (di Giuseppe Buffon)
- Poche condotte responsabili da parte di ogni individuo sono sufficienti per cambiare rotta. Segnali di collasso dal pianeta (di Grammenos Mastrojeni).
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Rivoluzione culturale. L’enciclica «Laudato si’» compie quattro anni.
di Vincenzo Conso
Il 24 maggio l’enciclica Laudato si’ compirà quattro anni: pochi per una vita, a volte tanti per un documento, ma non per questo documento che mantiene la freschezza originaria e l’attualità di un tema che è sempre presente nel dibattito socio-politico e culturale, anche di questo momento storico. Le sfide che l’enciclica ha evidenziato, infatti, sono tutte presenti anche oggi: pensiamo all’inquinamento generale del pianeta, al problema dello smaltimento dei rifiuti, alla crisi dell’acqua e della biodiversità, ai cambiamenti climatici. Sono problemi che evolvono con molta accelerazione che preoccupa sempre di più e dimostra che la questione ecologica è grave anche per mancata comprensione culturale del problema, nella consapevolezza, come scrive il Papa, che nella realtà «c’è un grande deterioramento della nostra Casa comune» e che «l’attuale sistema mondiale è insostenibile» (Laudato si’ 61). E lo stesso Papa Bergoglio, lo scorso 1° maggio, nel Messaggio per l’evento Economy of Francesco (che si svolgerà ad Assisi nel marzo del prossimo anno) ha scritto che «nella lettera enciclica Laudato si’ ho sottolineato come oggi più che mai tutto è intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale. Occorre pertanto correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future. Purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità».
È anche vero che cresce, nella società e nei cristiani, la sensibilità verso i problemi emergenti dell’ambiente; però l’inquinamento — fa notare il Papa — aumenta nelle varie forme, cause ed effetti: inquinamento atmosferico, del suolo e delle acque; quello industriale e da trasporto; l’inquinamento agricolo, quando l’agricoltura non ha una visione sana e non è quindi sostenibile; quello da rifiuti domestici, clinici, elettronici, radioattivi.
Così come si accentuano i problemi del cambiamento climatico che ha forti ripercussioni sulla stessa agricoltura, sui flussi migratori, sulla fame nel mondo e sulla sicurezza alimentare.
Il Papa indica le cause del cambiamento climatico e i suoi effetti, sottolineando che i diversi soggetti politici ed economici, interessati a conservare l’attuale modello di produzione e consumo, tendono a «mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi» (Laudato si’ 26).
Naturalmente il cambiamento climatico provoca anche la scarsità dell’acqua che, a sua volta, ha forti ripercussioni sulla vita delle persone e sulla biodiversità del pianeta. Per questo è necessario tornare ad una agricoltura sostenibile, che potrebbe essere un obiettivo senza senso se non include la considerazione per la vita umana. Per i cristiani si tratta di migliorare le condizioni naturali in cui ciascun essere umano possa raggiungere la pienezza di figlio di Dio, prendendosi cura della creazione e di ogni persona.
Il Papa ripropone la centralità della politica intesa come lo strumento per realizzare le scelte che vorremmo concretizzare, possibilmente con lungimiranza, prevedendo il futuro e andando oltre le scadenze elettorali. Qui Papa Francesco ripropone la necessità di una governance globale, cioè la necessità della «presenza di una vera autorità politica mondiale» come avevano proposto san Giovanni XXIII e poi Benedetto XVI nella Caritas in veritate, «per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori» (Laudato si’ 175).
Profonda è, dunque, nell’enciclica la preoccupazione del Papa per la Casa comune; non si limita solo all’analisi, ma denuncia con forza la debolezza della risposta politica dei governi e della stessa comunità internazionale, spesso assoggettata ai sovranismi più forti.
Del resto, ci sembra che abbiamo assistito al fallimento degli ultimi vertici mondiali sull’ambiente. Il Papa propone la visione di una ecologia ispirata al bene comune e alla giustizia tra le generazioni, invitando al dialogo fra tutti i soggetti coinvolti. Papa Francesco non propone di bloccare il percorso dello sviluppo, ma indica un nuovo modello di sviluppo, sostenibile, che rimetta al centro di tutto la persona umana, mettendo in discussione l’attuale modello di produzione e consumo, di finanza e commercio internazionale.
Incidere, quindi, sulla qualità dello sviluppo, valorizzando le risorse che abbiamo, la terra, l’acqua, l’agricoltura, il cibo. In pratica, il Papa propone una «coraggiosa rivoluzione culturale» (Laudato si’ 114) cioè un cambiamento di mentalità e direzione, mettendo in atto processi di cambiamento per lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati, come scrive nella Evangelii gaudium del novembre 2013. Un cambiamento di mentalità, dunque, che favorisca il processo di rianimazione dell’economia, attraverso un patto per dare un’anima all’economia di domani, come scrive nel citato messaggio Economy of Francesco.

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Il grido della Terra e quello degli ultimi
di Giuseppe Buffon
«Il mio auspicio è che Taranto diventi un laboratorio di quella ecologia integrale che intende guardare al mondo nel modo più adeguato, dove la dimensione della sostenibilità economica dell’intrapresa non soverchi quella sociale e non vada a detrimento di quella ambientale. La crisi complessa che sta vivendo il mondo e di cui Taranto è emblema, non può trovare delle risposte settoriali: tutto è intimamente connesso».
Le affermazioni pronunciate dal segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, durante la sua visita a Taranto, per noi, Pontificia Università Antonianum, assumono il valore, non solo di una conferma, bensì di un forte incoraggiamento. Proprio a Taranto, nella sede della Camera di Commercio, lo scorso anno, stimolati da una riflessione di Enrico Giovannini, fondatore dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis), e da una di Mauro Magatti dell’Università Cattolica, ponevamo, a un gruppo di imprenditori locali appartenenti all’associazione Costellazione Apulia, alcune domande: «Quali le strategie manageriali adottate per affrontare i costi di un modello di sostenibilità imprenditoriale, che sia rispettoso delle risorse, attento agli effetti del degrado ambientale e sensibile alle conseguenze sulle economie fragili, alle crisi migratorie e alla salvaguardia lungimirante dei diritti delle generazioni future? Quale importanza viene attribuita, nella vostra attività imprenditoriale e dal vostro assetto manageriale, al tema della formazione, con speciale riferimento alle questioni ambientali e di sostenibilità, tanto in ambito produttivo che in ambito di consumi? Quali risorse siete disposti a impiegare a servizio del menzionato impegno formativo?».
Eravamo approdati a Taranto dopo un approfondimento pluriennale su temi dell’ecologia integrale. Il nostro progetto, infatti, aveva avuto origine all’inizio del 2016, quando, all’indomani della pubblicazione della Laudato si’, avevamo interpellato una quindicina di esperti di letteratura, storia, economia, diritto, filosofia, etica, teologia e dialogo interreligioso, chiedendo anche a loro di riflettere sul fondamento francescano della Laudato si’. Il risultato di un lavoro annuale venne condensato in un volume: Omaggio dell’università Antonianum alla Laudato si’. Successivamente era nata la convinzione, che per un impianto scientifico dell’ecologia integrale, fosse necessario dare avvio a una riflessione interdisciplinare, orientata a definire con maggiore chiarezza la natura, le caratteristiche e le modalità teoriche e pratiche di una interdisciplinarietà, capace di orientare un pensiero nuovo e una concezione nuova di sapere, nonché un nuovo umanesimo, atto a indicare vie di soluzione alla crisi ambientale e sociale, dovuta alla inequità, che causa conflitti, disgregazione, scarti.
La questione interdisciplinare è stata recentemente affrontata nel corso di tre seminari dei quali gli Atti sono in fase di preparazione. Nel secondo di questi incontri, svoltosi a Taranto, con l’obiettivo di raccogliere dalle imprese dati utili a potenziare la “conoscenza dal basso”, abbiamo percepito come, in realtà, le imprese non siano solo serbatoi di esperienze economico-lavorative, bensì protagoniste in una società che cerca vie di uscita dalla crisi, e ambientale e sociale. In realtà, le imprese sono i principali soggetti politici di un cambiamento sociale e culturale, in risposta alla crisi medesima. Non l’accademia, dunque, ma le imprese meritano di essere poste al centro di un progetto di cambiamento sociale, cui la medesima accademia deve collaborare in una posizione subalterna, ovvero di servizio all’intrapresa. Si tratta, cioè, a nostro avviso, di avviare una circolarità tra accademia e impresa, tra pensare e agire: vale a dire, di “innescare” un dialogo, che solo può coinvolgere differenti livelli della società civile, per giungere a una governance capace di favorire il bene comune.
Sulla base di queste riflessioni, avviando l’istituzione di un diploma biennale in ecologia integrale, diretto a futuri animatori della “cura della casa comune”, sia a livello di istituzioni educative, sia a livello professionale e imprenditoriale, abbiamo ritenuto necessario inserire, fra le varie iniziative, una tre giorni con gli imprenditori, durante la quale poter operare un trasferimento di esperienze, in grado di generare nuova impresa, nuova economia, nuova società, nuova cultura.
La tre giorni studenti-imprenditori conclude i lavori svolti nell’ambito del master, avviato lo scorso mese di ottobre, dando modo agli studenti di verificare l’efficacia applicativa di nozioni apprese sia nelle lezioni frontali, sia durante laboratori interdisciplinari, offerti sempre da accademici. Per predisporre questa tre giorni conclusiva, finalizzata a favorire l’incontro tra studenti e imprenditori — sensibili alla necessità di trovare nuovi paradigmi economici, lavorativi, sociali e culturali — abbiamo ritenuto, in accordo con il Consorzio Apulia e Askesis, di aprire tre “tavoli di lavoro” per le imprese a Taranto, con sede nella Camera di Commercio cittadina.
L’obiettivo di quest’ultima si dimostra analogo a quello prospettato da Papa Francesco nella Laudato si’. «In ogni discussione riguardante un’iniziativa imprenditoriale si dovrebbe porre una serie di domande, per poter discernere se porterà a un vero sviluppo integrale: Per quale scopo? Per quale motivo? Dove? Quando? In che modo? A chi è diretto? Quali sono i rischi? A quale costo? Chi paga le spese e come lo farà? In questo esame ci sono questioni che devono avere la priorità. Per esempio, sappiamo che l’acqua è una risorsa scarsa e indispensabile, inoltre è un diritto fondamentale che condiziona l’esercizio di altri diritti umani. Questo è indubitabile e supera ogni analisi di impatto ambientale di una regione» (185).
Proprio sulle questioni che hanno la priorità si è riflettuto nel corso del primo tavolo di lavoro: Da quale situazione ambientale e sociale partiamo per fare impresa? Quali sono i dati dell’ambiente e della società da cui non possiamo più prescindere, quando progettiamo un’iniziativa imprenditoriale? Avere cognizione piena della realtà è indispensabile per non costruire sulla sabbia; è condizione imprescindibile per una imprenditorialità di lunga durata e veramente efficace. Vogliamo credere che l’esercizio della responsabilità di impresa non sia disgiunto dal perseguire una efficacia imprenditoriale: efficacia non solo economica, ma anche sociale, umana e valoriale, nel senso di «orientata a soddisfare pienamente i canoni di felicità», per altro, già indicati dal Fil (Felicità interna lorda).
Nel secondo tavolo di lavoro per le imprese, per il quale si è lavorato con l’aiuto di Simona Beretta, dell’Università Cattolica di Milano, e di Andrea Piccaluga, dell’Università Sant’Anna di Pisa, ci siamo invece soffermati a riflettere sulle nuove economie e sul loro influsso sull’assetto dell’impresa. Inoltre, con l’aiuto di Simone Feder, psicologo e cofondatore del movimento No Slot, della comunità Casa del Giovane di Pavia, abbiamo analizzato anche un aspetto dell’anti-economia, che oggi ancora non si vuole considerare: il gioco d’azzardo, che al genio e alla creatività dell’imprenditoria sostituisce la dea bendata, all’impegno lavorativo e alla responsabilità il destino di una fantomatica fortuna, alla visione di un progetto concernente il futuro, il delirio di una emozione immediata. In vista della formazione professionale degli studenti di ecologia integrale, personale dell’Università e imprenditori ci siamo poi interrogati su una questione che ci accomuna: «Quale collaborazione tra impresa e università? Quale l’apporto degli imprenditori in termini di bagaglio di esperienza, al fine di una più integrale formazione delle nuove generazioni, non solo di tecnici, ma anche di operatori sociali e politici?».
«Si torna a casa con la gioia e la speranza nel cuore dopo due giorni di seminario a Taranto con imprese capaci di futuro». Così scrive un rappresentante dei movimenti ecologisti, Massimo Di Maio, che nell’ottica dell’ecologia integrale, è stato presente con noi a uno dei seminari tarantini: «Grazie di cuore a Camera di Commercio di Taranto, Costellazione Apulia, Consorzio di imprenditori che da anni lavorano alla sostenibilità, Askesis e Pontificia Università Antonianum, l’ateneo francescano che ci ha infuso la gioia del camminare insieme. Ci siamo messi in viaggio verso la realizzazione del progetto di Rete internazionale per l’ecologia integrale. Vogliamo mettere insieme il grido della Terra e il grido degli ultimi. Vogliamo conservare gli ecosistemi ponendo attenzione alle dimensioni umane, sociali e culturali. Il viaggio parte da Taranto, città ferita da un modello economico e sociale che ha devastato l’ambiente e ha colpito la salute delle persone. Ma Taranto è anche una città bellissima, porta verso il Mediterraneo, piena di energie pronte a mettersi in gioco su nuovi paradigmi culturali».
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Poche condotte responsabili da parte di ogni individuo sono sufficienti per cambiare rotta
Segnali di collasso dal pianeta

di Grammenos Mastrojeni
Il pianeta dà segnali di collasso: per quanto vogliamo ignorarlo, la scienza non ha dubbi. Siamo prossimi a dei punti di non ritorno, oltre i quali l’ecosistema che ci dà la vita non può reggere, e il crollo di ogni pilastro dell’equilibrio porterà al crollo a catena degli altri. Le dinamiche sono già evidenti e certificate con rigore dalle scienze. Non possiamo illuderci di separare il destino del genere umano da quello della natura che lo nutre. Carestie, conflitti ed esodi sono già iniziati e verranno sempre più con un clima imprevedibile, su un pianeta che affronta ciò che la scienza comincia a definire la “sesta estinzione di massa”.
Possiamo impedirlo, basta poco, purché si impegnino tutti. Poche condotte responsabili da parte di ogni individuo, famiglia, villaggio, sostenute da scelte coerenti da parte di chi amministra città e nazioni, sono sufficienti per cambiare rotta. E non adottarle sarebbe un paradosso, poiché si tratta di comportamenti e di regole che non hanno un costo e non comportano sacrifici, bensì aumentano la qualità della vita, mentre rafforzano la pace e la giustizia. Basta cercare il proprio benessere integrale: esso coincide sempre con comportamenti sostenibili.
L’idea di un ciclo costruttivo e risuonante fra vero benessere umano e del pianeta — ovvero l’ecologia integrale — comincia a essere applicata dalla politica: nei grandi accordi internazionali, dalle Nazioni Unite, e via dicendo. Ma può entrare a far parte anche delle nostre vite; anzi, deve entrare nel nostro quotidiano perché senza ognuno di noi tutto è perduto. L’ecosistema non reagisce ai trattati, alle leggi, ai tassi di interesse; reagisce a concreti comportamenti di ognuno di noi e quindi, se anche raggiungessimo i migliori accordi e le più straordinarie leggi a tutela della natura, non servirebbe a nulla se noi non ci mettiamo in moto. Noi, gente comune, siamo la soluzione. E se decidiamo di impegnarci, abbiamo tutto da guadagnare.
Un paradigma di come opera questa intima interconnessione coerente viene dalla fondamentale sfida del diritto di tutti al cibo. I cibi di cui si compongono le diete più salutari sono quelli che possiedono l’impronta ecologica più lieve: se si accosta la piramide che indica in che proporzione dovremmo nutrirci di ogni categoria di alimenti per stare bene, a quella del loro impatto sull’ecosistema, coincidono quasi perfettamente.
In altre parole, se noi ci nutriamo nel modo migliore per la nostra salute — diminuendo le proteine animali e nelle proporzioni raccomandate per ciascun gruppo di sostanze nutritive — creiamo sostenibilità e quindi equilibrio ambientale: due piccioni con una fava. O magari, i piccioni sono addirittura tre: se le società dell’agio smettono di accaparrarsi eccessi di proteine animali, creano salute per sé stesse ma anche giustizia umana su scala globale, perché l’eccesso che fa male a noi diventa disponibile per i poveri che invece ne hanno bisogno. I piccioni diventano tre perché una scelta di benessere individuale protegge l’ambiente e corregge una situazione per cui il malessere obeso degli uni è pagato col malessere sottonutrito degli altri.
Una dieta realmente salutare creerebbe equilibrio ecologico ed equilibrio sociale. Oppure, una dieta pensata come rispettosa dell’ambiente, favorirebbe l’equità sociale e il benessere degli individui. O ancora, una distribuzione delle risorse alimentari equa tutelerebbe l’ambiente e favorirebbe la salute individuale: qualunque dei fattori si voglia scegliere come obiettivo, finisce che benessere individuale, giustizia e rispetto dell’ambiente si perseguono tutti assieme e paiono aspetti di un’unica armonia, di un equilibrio coerente. E non è finita qui! Se noi creiamo giustizia — proteggendo noi stessi e la natura — arriviamo anche al traguardo che da sempre cerchiamo e che non abbiamo mai raggiunto, la pace. In un mondo in cui ogni bambino ha il cibo necessario per crescere, studiare, diventare cittadino produttivo e responsabile, c’è meno posto per l’Is, per Boko Haram, per le guerre, per lo sfruttamento e la schiavitù. Questa è l’ecologia integrale e ci riguarda tutti, in prima persona.
Ma la questione del cibo è solo un esempio, un segmento, di un meccanismo molto più vasto e potente. Che dire del rapporto fra autotrasporto ossessivo, inquinamento e malattie della sedentarietà? Dello strano fatto che le attività eco-compatibili tendono a generare più impiego di quelle che degradano l’ambiente? Non sono coincidenze casuali. Si tratta di un meccanismo di portata generale, un moltiplicatore che ci pone in fraternità con la natura. La Terra non ci chiede di rinunciare a nulla, anzi ci indirizza solo a privarci delle derive letteralmente “tossiche”, insalubri oppure ingiuste del nostro modello. Ci dice che condizione della sostenibilità è la salute individuale e collettiva, non la penuria, e che la conseguenza è un gran bel regalo: un po’ più di giustizia e pace.
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Fonte: Osservatore Romano – 23 maggio 2019