Editoriale

CHE FARE?

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La sinistra immaginaria
17-01-2022 – di: Vincenzo Vita
su Volerelaluna*
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La discussione sulle soggettività della sinistra è ormai segnata dal correre inesorabile del tempo. Pur sorrette da argomenti seri e passioni mai dome, le riflessioni pubbliche sulla vexata quaestio sono diventate retoriche ripetitive, utili soprattutto per chi si cimenta sull’argomento e per i suoi dubbi interiori. Certamente, trattare il tema della crisi e delle difficoltà di ciò che si muove – per semplificare – sul lato mancino del Partito democratico rischia ogni volta di subire l’attrazione fatale del tatticismo, se non del desiderio – magari mascherato – di trovare una ennesima sigla elettorale.

Tuttavia, è forse utile interrogarci sul perché la discussione sia tanto stantia e la base di partenza reale così misera. Verosimilmente, va capovolto l’ordine degli addendi. Prima del soggetto, andrebbero indagati l’oggetto e il suo contesto di riferimento.

Si tratta, se questo è giusto, di rifare l’analisi della società, della situazione di classe, per utilizzare un linguaggio antico e pur sempre attualissimo. Già, in quale età del Capitale siamo? L’universo delle piattaforme guidato dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale non è esattamente la prosecuzione con altri mezzi delle ere precedenti del dominio. La potenza intellettuale della produzione (si rilegga il famoso frammento sulle macchine dei Grundrisse) ha nettamente superato la fase dell’espansione quantitativa, per determinare uno sconfinamento verso una stagione che potremmo definire post-umana. Si tratta di un corpo a corpo tra esseri viventi ed esseri che copiano e rideterminano le stesse modalità della vita. In precedenza fu il nostro immaginario ad essere occupato attraverso ideologie e diffusione mediatica. Ora è l’intero corpo a venire sussunto e condizionato da migliaia di sensori e di rilevamenti del nostro essere.

Ciò significa che non esistono più le persone fisiche con le loro pulsioni e la loro coscienza? No. Significa, però, che convive con noi il nostro gemello digitale. Non è una novità, si potrebbe osservare. Già Norbert Wiener, uno dei padri fondatori della cibernetica, mise in guardia sui pericoli insiti nello sfruttamento massivo delle macchine, per rendere più efficiente «l’uso umano degli esseri umani». Lo sottolineano Luciano Floridi, Federico Cabitza (2021). E l’acume di Alan Turing sottolineò che la macchina si può comportare assomigliando ad un essere umano. Insomma, il tema esiste ed è enorme. Intendiamo rimuoverlo, come se non condizionasse ogni narrazione?

Ora siamo, probabilmente, al punto di catastrofe, né transitorio né eludibile. Ovviamente, un approfondimento di maggiore organicità si renderebbe necessario, per evitare suggestioni improprie o approssimative. Ma l’evocazione del problema è indispensabile, per lanciare un allarme sulla vecchiezza dei riferimenti cui generalmente ricorriamo. Anzi. Sarebbe doveroso ripartire dall’analisi puntuale delle parole chiave che utilizziamo: libertà, democrazia, mercato, solidarietà, uguaglianza, stato, pubblico, privato. Intendiamoci, non si deve riscrivere il vocabolario. Il significato manifesto dei termini non è in questione. Il punto, invece, è che spesso ci si trova di fronte a significanti vuoti. Riempire i vuoti è il primo compito di una ri-costruzione della sinistra. Insomma, è necessario mettere in causa le fondamenta del discorso consueto, troppo legato a una mera vulgata marxiana. Marx, in verità, è un autore versatile e non uniforme, assai diverso nella sua complessità dal racconto banalizzato che è scaturito dai versetti della Terza internazionale che fu.

Per essere legittimati ad urlare “sinistra”, dunque, è bene chiarire di cosa stiamo parlando. Sinistra non è un contenitore, come con stucchevole reiterazione si tende a sostenere. Sinistra è una cultura, una forma identitaria, un’etica, una passione civile. Se non ci chiariamo a partire da qui, non si ritroverà la retta via.

Non sarà un caso se, davanti alle contorsioni moderate del Partito democratico e alla discesa vorticosa dell’appeal del Mov5Stelle, a sinistra la desertificazione continua senza tregua. Persino un’intemerata in un brindisi augurale da parte di Massimo D’Alema sull’eventuale rientro nella casa madre di “Articolo Uno-Mdp” è sembrata una sferzata. Eppure, per chiunque segua un po’ simili cose fu chiaro da quando si ruppe il gruppo di “Liberi e Uguali” che la componente sopra accennata stava preparando l’appuntamento pacificatore dopo il divorzio. Sarà pure fondata la proposta di D’Alema e Bersani di ripartire da zero, rifacendo l’edificio: una sorta di neo-partito talvolta dipinto come un Ulivo aggiornato o una riedizione della famiglia socialdemocratica. Siamo, però, sempre fermi alla “dittatura” del contenitore. Non dissimile, mutatis mutandis, è il percorso della sinistra-sinistra. Che senso ha la disseminazione di sigle, alcune – purtroppo per loro – davvero insignificanti? E, dopo la scelta coraggiosa di “Sinistra italiana” di rimanere fuori dal perimetro della maggioranza che sostiene il governo presieduto da Mario Draghi, è comprensibile che non un passo si sia fatto per una riunificazione almeno con “Rifondazione comunista”?

Senza rovesciare paradigmi e modelli non se ne esce. Per avviarsi su una strada meno infelice servono scelte pacificamente “eversive”. Vi sono contraddizioni enormi, irriducibili se non si rivolta il tavolo. Lavoro e ambiente, tutela della salute e riguardo alla privacy, corsa tecnologica e difesa dell’umanesimo sono coppie dialettiche che non possono trovare alcuna sintesi evolutiva se non si squarciano le compatibilità di un Capitale forgiato dagli anni dell’egemonia liberista e ora dominato dalle piattaforme. Far dialogare, connettere le varie parzialità secondo gli insegnamenti delle pratiche femministe, ingaggiare ricerche sulle culture che possono farsi politiche è l’ulteriore passaggio. Siamo ai prolegomeni, ma senza tornare alle caselle iniziali il giro non va avanti.

Negli ultimi anni, eravamo nel giugno del 2017, vi fu un tentativo interessante, che sarebbe anche oggi il criterio cui ispirarsi. Si rammenterà l’assemblea tenutasi al teatro Brancaccio di Roma. Si provò ad intrecciare il livello strettamente politico con le esperienze di movimento, immaginando un’ibridazione in grado di creare un partito-non partito, vale a dire un soggetto variabile regolato da uno statuto minimo e da assetti dirigenti democratici e partecipativi. Ecco, quello spirito fuori dai cori classici va considerato morto. Sarebbe, invece, il potenziale collante di luoghi oggi frammentati e non comunicanti.

Un ruolo cruciale di stimolo e di coordinamento spetta ai centri di cultura politica (il Crs e l’Ars ne sono un esempio), senza esclusive o custodie conservative dei patrimoni (teorici) accumulati.

Una doppia proposta. Da un lato, con il prezioso contributo del “Forum Disuguaglianze e Diversità”, è urgente avviare una capillare inchiesta sul campo. La società italiana, al netto della sociologia del Censis, si è profondamente trasformata. L’analisi della trama che anima città, periferie e territori è persino più difficile della lettura degli algoritmi. Senza una chiara fotografia del contesto e delle sue faglie non si riparte e non si trovano i protagonisti potenziali, i “becchini” di un blocco di forze alternative. Inoltre, è da concepire una Conferenza nazionale sul significato delle parole, per introdurre nel dibattito – finalmente – un tentativo di mutare linguaggio e sintassi del cambiamento. Il resto, se mai, seguirà.
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*L’articolo è stato pubblicato il 12 gennaio sul sito del CRS
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VINCENZO VITA
Vincenzo Vita, giornalista, già parlamentare, scrive per “il manifesto”. È stato docente all’Università di Sassari nel corso di laurea in Scienza della comunicazione e giornalismo. È presidente della Fondazione Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico.

Che succede e succederà!

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16 Gennaio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem.

LA NOSTRA ELITE POLITICA VUOL SUICIDARSI?

16 Gennaio 2022 by Giampiero Forcesi | C3dem

Editoriale impegnativo di Romano Prodi sul Messaggero: “La piaga della povertà dilatata dal virus”. Luca Diotallevi, “Sarà un anno di sfide per l’occidente democratico” (Messaggero). Andrea Monda, “Da Moro a Moro: esempi di una politica ispirata cristianamente” (Osservatore Romano). QUIRINALE: Sergio Fabbrini, “Elite politica e Quirinale. Una soluzione di continuità per governo e Ue” (Sole 24 ore). Marcello Sorgi, “Silvio alla prova del voto” (La Stampa). Giovanni Orsina, “Il Cavaliere resta padrone del gioco a destra” (La Stampa).  Maurizio Molinari, “Quirinale, il pericolo del tribalismo politico” (Repubblica). Alberto Gentili, “Patto su Colle e governo, offerta del Pd al centrodestra” (Mattino). Daniela Preziosi, “No a Berlusconi e niente Draghi. Sul Quirinale il Pd si ferma ai veti” (Domani). Stefano Folli, “Il regista che manca nel gioco del Colle” (Repubblica). Annalisa Cuzzocrea, “Alleanza per Draghi” (la Stampa). Fabio Martini, “Le trame di Gianni Letta” (La Stampa). Tommaso Ciriaco, “Berlusconi ha già deciso i trucchi per contare i voti, ma spunta Tremonti” (Repubblica). Michele Ainis, “Draghi ha già più potere dell’Aula, è un presidenzialismo di fatto” (intervista a La Verità). GOVERNO: Leonardo Becchetti, “La transizione è la soluzione” (Avvenire). Marco Girardo, “Ritorno dell’inflazione. Demagogia? No grazie” (Avvenire). FINE VITA: Carlo Casalone, “La discussione parlamentare sul suicidio assistito” (La Civiltà Cattolica). Francesco Antonio Grana, “Suicidio assistito, i gesuiti prendono posizione e aprono il dibattito dentro la Chiesa: ‘La legge non sia affossata’” (Il Fatto). INOLTRE: Lucia Capuzzi, “L’Italia rompa il fronte Nato. ‘Firmi lo stop all’atomica” (l’appello delle associazioni cattoliche – Avvenire). Francesca Mannocchi, “Ritorno a Kabul che muore di fame” (La Stampa).

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David Sassoli. Dalla parte delle persone.
Gennaio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem.

Michele Nicoletti, “Dalla parte delle persone” (Espresso). Gianni Riotta, “Il prodigioso Sassoli che vince lo spirito del tempo” (Huffpost) e “Quel dolore composto come ai tempi del suo Kennedy” (La Stampa). Angela Mauro, “Sassoli non era un ecumenico, sapeva dire no ai sovranisti” (Huffpost). Daniela Preziosi, “La cerimonia funebre per un uomo mite ma non bipartisan” (Domani). Vincenzo Vita, “Addio a David Sassoli, un’altra politica è davvero possibile” (Manifesto). Walter Vecellio, “L’Europa è il suo lascito più autentico” (Il Dubbio). Tommaso Rodano, “L’addio a Sassoli: ‘una guida per il Colle’” (Il Fatto). Matteo Marcelli, “’Sassoli uomo di parte e di tutti. Amava l’Unione come i fondatori” (Avvenire). Francesco Alberoni, “L’esempio di Sassoli e l’Europa a misura d’uomo” (Il Giornale). Fabrizio Rizzi, “Dignità, passione e amore: le tre mission che fanno parte del testamento di Sassoli” (Domani). Maria Berlinguer, “David, l’ultimo abbraccio” (La Stampa). L’omelia di Matteo Zuppi ai funerali (Osservatore romano). Paolo Brera, “Caro papà, grazie a te non alzeremo più muri” (Repubblica). Fabrizio Caccia, “Il saluto a Sassoli, ‘un uomo di tutti’” e “’Ci dicevi che nulla è impossibile. Grazie, papà. Buona strada!’” (Corriere della sera). Maria Corbi, “’Fino in fondo ci hai dato speranza. Il potere non ti ha cambiato’” (La Stampa).
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DRAGHI AL QUIRINALE E IL RISCHIO UN SALTO NEL BUIO. UN ARTICOLO DI GUIDO FORMIGONI
17 Gennaio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem.
L’elezione di Draghi al Quirinale? “Un salto nel vuoto piuttosto rischioso”, così, in sostanza, si conclude l’articolo che Guido Formigoni ha scritto per il Mulino, in cui ha analizzato l’attuale scenario politico (“Contro il semipresidenzialismo”). “Nella nostra Repubblica – sostiene Formigoni – l’interdipendenza dei poteri ha funzionato da meccanismo di assorbimento di crisi e incertezze. Oggi sta maturando una condizione nuova, che rischia di porre le premesse di un possibile scossone”.
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Quale presidente per la salvaguardia della democrazia?

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Un presidente patriota?
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Gennaio 2022 by c3dem_admin | Su C3dem.
La crisi della democrazia negli Stati Uniti, dove un uomo come Donald Trump è ancora il leader osannato di metà degli americani, può diventare anche la nostra crisi. Possibile che non si sia più in grado di percepire quale debba essere il profilo alto di chi ci debba rappresentare? E se domani si arrivasse anche da noi all’elezione diretta del presidente?

di Vittorio Sammarco

Che la vicenda politica degli Usa ci riguardi tutti, e in particolare noi che condividiamo l’alleanza atlantica e occidentale, fondata sulla condivisione del principio della democrazia come valore fondante del vivere collettivo, è palese. Sarebbe quasi inutile dirlo se non vedessimo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, un evidente indebolimento di quel principio. Costantemente logorato sulla base di un fenomeno complesso che, sia chiaro, non è per nulla esclusivo di quel paese ma, seppure condizionato da elementi contingenti e particolari, è tessuto da elementi costitutivi di una matrice comune all’Occidente. Ossia: personalizzazione della contesa politica; influenza dei media nelle scelte (vecchi e soprattutto nuovi); polarizzazione del conflitto; sfiducia nelle istituzioni e negli esperti; insorgere di nuovi poteri (in particolare economici e mediatici); radicalizzazione della diatriba sulla base di false convinzioni ritenute vere.
Ecco: siccome tutti siamo disposti (ahinoi) a riconoscere anche nelle nostre fragili democrazie l’insorgere e il consolidarsi di questi fattori, dovremmo di conseguenza preoccuparci della vicenda Biden vs Trump. Perché, appunto, non si tratta di “affari loro”, ma nostri. Ossia di tutti coloro che credono ancora che nessuno possa contestare il voto legittimamente espresso se non ha uno straccio di prova. Anzi, se tutto quello che sostiene è stato ampiamente contestato. A maggior ragione se è ricco e potente, in quanto ricco e in quanto ex presidente. E che non può delegittimare gli avversari solo perché ha perso.
E, siccome le tendenze “americane”, nel bene e nel male, spesso negli ultimi decenni si riverberano nella società, nella cultura e nella politica dell’intero Occidente, bisogna essere chiari. Chi sostiene che un politico di questa fattezza, con ciò che dice e che fa (il 6 gennaio e l’assalto a Capitol Hill non è affatto una parentesi superata), può essere tranquillamente sostenuto e appoggiato a distanza come se si trattasse di una qualsiasi discussione politico-ideologica, va ugualmente criticato e condannato.
E siccome siamo in vista delle nostre elezioni, il salto non appaia acrobatico e astruso. Il patriota, visto che di questo si è parlato, è sicuramente un politico che sa stare mille miglia distante dai modelli simil Trump. Questi, nei fatti, vuole la guerra civile (il 6 gennaio è stata una sorta di prova generale andata a male, per lui), e quindi di fatto vuole il male della “sua” patria per i suoi personali interessi.
Ecco, quando si riparlerà di elezione diretta del presidente della Repubblica (non sarà il caso del prossimo presidente, ma non sono pochi i cittadini che la vorrebbero come emerso dal sondaggio di Ilvo Diamanti apparso alcune settimane fa sui giornali), è probabile che non si potrà chiudere il dibattito paventando rischi di populismo e di incapacità dell’elettore di decidere la persona migliore. Bisognerà in quel caso ragionare pacatamente (ci si riesce una volta tanto?) sui pro e i contro, valutare benefici e rischi: ma senza condanne preventive, senza pregiudizi, che non sarebbero compresi e accettati. Ma valutiamo piuttosto il profilo di chi può o non può farlo, quali sono le vicende di una carriera politica che impediscono di assumere un ruolo così alto: condanne giudiziarie (anche quelle in prescrizione, che tanto sono macchie pure quelle…); i discorsi fatti; le scelte internazionali; le vicende economiche e personali che, se ad alcuni possono apparire macchie tenui, spesso non lo sono. Facciamo in modo, insomma, che la più alta carica dello Stato, che lo rappresenta in un mondo con ogni evidenza di questi tempi tanto più fragile, non sia solo impeccabile, di più. Sia l’orgoglio di un Paese.
I realisti (cinici?) si affretteranno a dire che questo tipo di figure non esiste in politica. Si fa i conti con il “materiale umano” a disposizione, sempre precario e finito. Ma non vedono che Pertini, Ciampi, Scalfaro, Napolitano e – non c’è nemmeno bisogno di dirlo – Mattarella hanno rappresentato in pieno il profilo su descritto? E lo si sapeva anche prima di sperimentarli nel settennato. Ci saranno ora figure di questo tipo o siamo irrimediabilmente sconfitti?
Di questo dovremmo parlare nei nostri circoli (sezioni, associazioni o come vogliamo chiamarle, in presenza o digitali che siano); di questa rivalutazione della democrazia e del profilo alto, altissimo, di chi la invera nelle nostre massime istituzioni. Il pragmatismo di basso livello lasciamolo a chi ne fa un motivo di supponente orgoglio. Almeno in questo particolare caso, quando, a fine gennaio, 1009 rappresentanti di questo popolo dovranno scegliere un nome su tutti.
E la storia statunitense ci insegni qualcosa.
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Draghi e la querelle sul Quirinale
12 Gennaio 2022 by c3dem_admin | su C3dem. c3dem_banner_04
[C3dem] Pubblichiamo, riprendendolo dal bisettimanale on line, da lui fondato, “Mente Politica” (www.mentepolitica.it), l’editoriale del n. 3. L’autore, di cui spesso riportiamo nella nostra rassegna stampa gli articoli che pubblica su diversi giornali, in questo articolo non entra nel merito della complessa questione del prossimo voto per la successione a Sergio Mattarella, ma si sofferma a riflettere su come politici e media abbiano commentato, negativamente, la decisione del premier Draghi di non rispondere alle domande sul Quirinale. Una decisione, invece, del tutto legittima e saggia

di Paolo Pombeni

La conferenza stampa del premier Draghi è stata in genere accolta male da molti esponenti della grande stampa. Si è ritenuto intollerabile che rifiutasse domande sul suo futuro (al Quirinale o a palazzo Chigi), ci si è lamentati che avesse perso decisionismo (dopo naturalmente essersi lamentati nei mesi scorsi del suo piglio decisionista).
In realtà le cose sono più complicate, ma ormai il teatrino della politica commentata non tollera che qualcuno rifiuti di rivestire i panni che gli sono stati assegnati nella rappresentazione. A Draghi troppi non perdonano di non avere fatto il miracolo, cioè avere cancellato la pandemia. Altri si beano nel rilevare che loro l’avevano sempre detto che non ce l’avrebbe fatta. Ovviamente sono due atteggiamenti ridicoli, perché nessuno in nessuna parte del mondo è stato in grado di cancellare questa pandemia, ma Draghi non solo ha fatto molto per metterla il più possibile sotto controllo, ma ha al tempo stesso evitato che essa producesse la catastrofe economica che era profetizzata da vari osservatori.
Tutto però si è ulteriormente complicato quando si è aperta la questione di una possibile investitura dell’attuale premier come prossimo presidente della repubblica. La prospettiva suscita preoccupazione nelle forze politiche per due ragioni. La prima è che non sanno come possono risolvere il problema della continuazione nell’azione impostata dall’attuale governo: di continuare con la larga maggioranza non hanno molta voglia perché temono che chi sostituirà Draghi si intesti i successi del PNRR e simili mentre gli altri si vedranno addossare le rimostranze da parte di tutti quelli che non avranno vantaggi o perderanno posizioni di rendita. La seconda è che un presidente della repubblica con una caratura di peso ottenuta fuori e oltre il sistema dei partiti mette ulteriormente in crisi la presa di questi sul sistema politico.
Per questo c’è una pressione a che Draghi “si candidi” per l’ascesa al Colle o per la permanenza alla guida del governo. Se lo fa, offre lo spazio a quei partiti che sono disponibili a sostenerlo per l’una o per l’altra posizione di negoziare con lui delle condizioni. Nessuno rileva che questo sconvolgerebbe l’equilibrio del nostro sistema politico.
Né la carica di presidente della repubblica, né quella di presidente del consiglio sono nel nostro sistema ad elezione popolare diretta: solo in quel caso avrebbe senso candidarsi, cioè proporre quali “poteri” specifici si chiede di ricevere dall’investitura popolare. Al contrario il Capo dello Stato riceve l’investitura da un corpo elettorale di secondo grado (Camere e rappresentanti regionali) per rivestire un ruolo e dei compiti i cui contenuti sono già identificati dalla Carta costituzionale. Li declinerà ovviamente con la sua personale sensibilità, tenuto conto delle circostanze che si presenteranno nel corso del suo mandato, ma non potrà costruire un modo di intendere la presidenza della repubblica di tipo nuovo. Per queste ragioni non ci sono discorsi o manifesti di candidatura, non ci sono confronti dialettici pubblici fra più candidati, come accade normalmente nei sistemi dove il vertice dello stato è scelto dalla volontà popolare.
Meno facile cogliere che lo stesso vale in buona misura anche per il ruolo del presidente del consiglio. Sebbene da anni si sia forzata la prassi di una indicazione del candidato premier più o meno sulle schede elettorali (Berlusconi vs. Prodi fu l’esempio più chiaro), in realtà siamo rimasti un sistema parlamentare in cui il presunto eletto dalla volontà popolare può essere fatto cadere in parlamento senza che questo comporti un ritorno davanti agli elettori. I partiti sono rimasti arbitri nel formare maggioranze parlamentari e anche nell’individuare chi inviare a loro nome a guidare il governo.
Ricordiamo queste banali realtà per spiegare come Draghi abbia fatto benissimo a sottrarsi alla trappola di candidarsi a questa o a quella carica. A farlo non deve essere lui, ma le forze politiche che designandolo si impegnano ad investirlo realmente dei poteri previsti da quei ruoli. Ed è proprio questo che i partiti non vogliono fare, perché lui è un “estraneo” al loro circuito che per di più non è disponibile a “chiedere i loro voti”.
L’ultima trappola a cui il premier si è sottratto è quella della conferenza stampa di lunedì 10 gennaio. Ammaestrato da come era stata accolta la sua affermazione in quella del 22 dicembre scorso di considerarsi un “nonno” al servizio delle istituzioni, ha voluto cambiare spartito. Allora si era presa la sua performance come un atto per insinuare la sua candidatura al Colle con la sua attitudine “dirigista” e non come la disponibilità ad essere collocato con le sue competenze dove poteva convenire al Paese. Ora ha scelto un profilo che sottolineasse il suo rifiuto di sentirsi rappresentato come “Super Mario” ed ha respinto qualsiasi possibilità di esprimersi sul suo futuro nelle istituzioni, sottolineando così che spetta alle forze politiche decidere se vogliono o meno servirsi delle sue capacità e in che forma.
Dovrebbe essere visto come un gesto molto nobile e maturo da parte di un uomo pubblico e invece lo si è voluto ridurre alle dimensioni di un teatrino politico dove non ci si trova gusto se non si specula su ambizioni, intrighi, occupazioni del potere. Ma questo è un altro segno della decadenza di una parte non piccola del nostro sistema politico, decadenza che coinvolge non solo i partiti, ma anche il mondo dei media. Non tutti, ovviamente, ma certamente troppi.

Paolo Pombeni
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DRAGHI E MATTARELLA SOTTO (DIVERSO) ASSEDIO
12 Gennaio 2022 su C3dem.
Gianfranco Pasquino, “Non chiedete a Draghi di scegliere al posto vostro” (Domani). Ugo Magri, “I dilemmi del Presidente” (La Stampa). Franco Monaco, “Mattarella-bis, volerlo è spesso strumentale” (Il Fatto). Stefano Folli, “Quale binomio Quirinale-Chigi” (Repubblica). Claudio Cerasa, “Dietro la quinta del Colle” (Foglio). Salvatore Vassallo, “Per Silvio Berlusconi il Colle non è impossibile. Attenti a sottovalutarlo” (Domani). Carlo Galli, “Il vuoto che aiuta il Cavaliere” (Repubblica). Umberto Ranieri, “Draghi al Colle. Tutte le ragioni di un’elezione” (Il Riformista).

Ciao David

52d7d1ee-2841-4d87-b86c-167ab1d4eadcluttoUna voce fuori dal coro*

Farsi spazio nel muro di cordoglio che circonda la salma di David Sassoli, non è facile. La scomparsa del presidente del Parlamento europeo riempie le aule delle istituzioni. Una folla di sopravvissuti ricorda, ciascuno con il proprio stile, quel signore, quel giornalista che inaspettatamente, neppure tanto tempo fa, ha deposto la penna e il microfono ed ha incominciato a frequentare il Parlamento europeo sino a diventarne presidente.
Lo spazio è interamente occupato da uomini e donne di Stato, leader politici, personalità che ricordano, con commozione e dolore, una persona che abbandona la scena, discretamente, lasciando un bel ricordo di sé. Anche da qualche intruso, ovviamente, visto che il galateo istituzionale comporta doveri ai quali nessuno può sottrarsi.
Ciascuno a modo suo. Mi ha colpito, tra i tanti, il ricordo della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha voluto rendergli omaggio salutandolo nella sua lingua, in italiano.
Uomini di Stato, re e regine, come si diceva un tempo, siedono sui banchi della cattedrale per l’ultimo saluto ad un uomo che “ha sempre lavorato per una società più solidale e attenta ai bisogni dei giovani e degli ultimi”. Così, a nome della Chiesa, l’ha ricordato il cardinal Bassetti. A volte bastano poche parole per dire tutto!
Già gli ultimi! Non è stato facile incontrarli. Degli ultimi si parla spesso; ma a parlarne sono per lo più i signori e le signore che occupano quasi tutti i banchi della cattedrale. Sono essi a ricordare, con ammirazione, quel signore che vagheggiava un’Europa più accogliente nei confronti dei migranti e impegnata nella difesa dei più deboli, quel signore che aveva subito aderito all’appello di Papa Francesco per la distribuzione dei vaccini ai paesi poveri.
Ma gli ultimi, proprio perché sono “ultimi”, stanno per lo più in disparte. Eppure, in quest’occasione, erano presenti. Erano all’ultimo banco, nel rispetto della liturgia; se ne stavano silenzio. Nessun cronista di è accorto di loro. Erano rom, sinti e caminanti che provenivano dal Kosovo, dall’Italia, dalla Serbia, dall’Ungheria, dalla Macedonia, dalla Bulgaria, dalla Slovacchia, dalla Romania.
Erano li, discreti e silenziosi, per ricordare, con voce sommessa, un amico. Tra tutte le manifestazioni di cordoglio che si sono udite, la loro, almeno per me, è stata una delle più sincere e commoventi. Si sono rivolti così a chi “credeva che le istituzioni dovessero essere più vicine ai cittadini”: “Hai aperto, per la prima volta, la porta della presidenza del parlamento europeo al popolo più discriminato d’Europa, lo hai fatto con naturalezza e convinzione, senza troppi riti e cerimonie, chiedendo cosa possiamo fare insieme.
Italia ed Europa sono più povere; oggi abbiamo perso un grande uomo politico che ha saputo praticare la politica come servizio pubblico, ma anche una persona buona e sensibile, curiosa e coraggiosa che sapeva ascoltare la voce anche di chi voce non ha. Per questo siamo affranti
”. Le associazioni di rom e sinti di mezza Europa lo salutano chiamandolo per nome: “David, rimarrai nella nostra memoria e nei nostri cuori come una delle persone migliori che abbiamo incontrato nella nostra strada, la cui missione era di far crescere sempre più coraggiosa e saggia la forza politica progressista per il cambiamento”.

Gianni Loy
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David Sassoli, il videomessaggio prima di Natale
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David Sassoli, il videomessaggio prima di Natale: “Abbiamo ascoltato il silenzio del pianeta e abbiamo avuto paura, ma abbiamo reagito
Su Il fatto quotidiano.
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- Su Avvenire 12 gen 2022.
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fa7d86cf-275a-489f-8764-7ad875371a25 Per chi volesse firmare, il libro di condoglianze per David Maria Sassoli è anche online.
https://opinio.europarl.europa.eu/s?s=4941
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* – Intervento pubblicato anche su il manifesto sardo.
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cost-terra-logouna Terra
un popolo
una Costituzione
una scuola

Newsletter n. 59 del 12 gennaio 2021
IN RICORDO DI DAVID SASSOLI
Cari amici,
“un uomo mite, particolarmente attento agli ultimi, alle vittime dell’ingiustizia e della violenza”: così ricorda David Sassoli un suo amico, Flavio Lotti, promotore della Marcia per la pace Perugia Assisi, alla quale Sassoli aveva rivolto un intenso messaggio in occasione della sua ultima edizione l’11 ottobre scorso. Anche noi ci uniamo al dolore per la sua morte, avvenuta per una brutta malattia l’11 gennaio a Bruxelles, dove ora viveva essendo presidente del Parlamento europeo. Sassoli era conosciuto come un “cattolico democratico”, avendo militato nella “Rosa Bianca” e nella “Lega Democratica”; era stato giornalista, membro per tre mandati del Parlamento europeo, candidato per il Partito Democratico alle elezioni comunali di Roma quando poi fu eletto Marino.
Nel sito pubblichiamo i discorsi tenuti nella commemorazione che nello stesso giorno ne è stata fatta alla Camera dei Deputati, dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta.
Oltre al ricordo di David Sassoli pubblichiamo nel sito il discorso che il papa Francesco ha fatto al corpo diplomatico il 10 gennaio scorso, nel quale ha ripreso tutti i temi della sua sollecitudine per la situazione del mondo, invocandone l’unità e prendendo posizione contro le armi, per i migranti, per i vaccini liberati dai brevetti e disponibili a tutti, per lo Stato palestinese e contro la cosiddetta “cancel culture”, la cultura che manda al macero la storia giudicandola con l’”ermeneutica” di oggi, cosa che gli ha valso perfino l’encomio del Corriere della Sera.
Con i più cordiali saluti

www.costituenteterra.it

È online Rocca due/2022

c9a4b487-b3ea-4aa1-b5fb-f8338b3d151fL’editoriale di Mariano Borgognoni.
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Volare basso ma dritto
Qualche volta devi volare basso ma dritto. Insomma evita gli effetti speciali. Ricordo ancora questa frase di un vecchio maestro, di quelli che sanno perdere tempo con te.
È un consiglio che si potrebbe dare al Governo in riferimento al contrasto della pandemia. Forse si è fatta troppa propaganda (siamo l’esempio!) e troppo poco per la scuola (su cui si alza la bandierina del rientro alla cieca), per i trasporti, per il potenziamento della sanità pubblica, che resta ancora una promessa. Spesso si è «volato alto ma storto». Peggiori degli altri paesi? No, ma neanche migliori. E stavolta forse i segnali che venivano dal Regno Unito e poi dall’Austria e dalla Germania dovevano metterci in condizione di fare qualcosa di più e di meglio. Poi, diciamoci la verità, le misure prese a fine dicembre sono pezze calde e quelle non prese (a cominciare dallo smart working) ciniche e incomprensibili. Quelle che ha portato la Befana, sono invece, pezze calde rafforzate. Per non farci mancare nulla c’è poi questo miscuglio, malsanamente montato, tra pandemia ed elezione del Presidente della Repubblica. Che c’entra? Non è in capo al Presidente della Repubblica il governo della sanità e una democrazia seria deve affrontare questi passaggi con responsabilità, rapidità e normalità anche nelle situazioni più difficili. Il presidente Mattarella ha compiuto la scelta giusta sottraendosi all’ipotesi di una rielezione. La ripetizione di questo schema per la seconda volta consecutiva darebbe luogo ad una consuetudine, suscettibile di modificare la fisionomia costituzionale della Presidenza della Repubblica, inducendo in chi ne svolge il ruolo un atteggiamento meno libero, autonomo e di suprema garanzia e potenzialmente esponendolo alla tentazione della ricerca del consenso per la sua riconferma; che invece sarebbe saggio escludere anche formalmente. Certo la funzione del Capo dello Stato è venuta assumendo un più considerevole peso politico negli ultimi decenni per effetto della crisi crescente dei partiti, come d’altra parte si è accresciuto nel Governo il ruolo del Presidente del Consiglio, soprattutto quando la funzione viene svolta da un tecnico. E ciò mentre precipita il prestigio e la forza rappresentativa del Parlamento (e dell’insieme delle Assemblee elettive: dalle Regioni ai Comuni). Tutto questo anche come esito del sistematico picconamento sulle istituzioni democratiche da parte delle forze di centrodestra ma anche degli opposti ma convergenti populismi renziani e pentastellati (almeno vetero pentastellati).
Se non ci sarà, come è quasi certo, nemmeno la promessa riforma del sistema elettorale che consenta la scelta dei candidati e la rappresentanza proporzionale dei partiti, questo processo di progressivo logoramento della democrazia e della sua credibilità, rischierà di diventare irreversibile, facendoci precipitare in una situazione post-democratica dai contorni incerti e pericolosi. Prendendo atto di questa situazione sarebbe forse meglio pensare davvero ad una grande riforma che, portata avanti da un Parlamento pienamente rappresentativo del Paese e quindi legittimamente costituente, non escluda neanche ipotesi di innovazioni istituzionali coraggiose compresa l’elezione diretta e non necessariamente simultanea di Parlamento e Presidente in un quadro di bilanciamento dei poteri legislativo ed esecutivo, rafforzando sia il governo che la rappresentanza e rendendo più netta la possibilità di scelta dei cittadini e anche più necessaria la funzione delle minoranze nel Parlamento e la mobilitazione popolare nel Paese. Perché, infine, bisogna prendere atto che il pantano politico in cui siamo ormai da molti anni porta, di compromesso in compromesso, a erodere l’identità di tutti i soggetti politici in campo e a colpire la residua credibilità della politica, o meglio della politica democratica. Una sinistra troppo timorosa e autoconvintasi della sua ineluttabile posizione minoritaria tende a non porsi una questione ormai aperta circa i caratteri di una democrazia effettiva, in cui abbiano la possibilità di confrontarsi anche ipotesi politiche radicalmente alternative e non esista solo la logica della limitazione del danno o la gestione subalterna dell’amministrazione. Sarebbe interessante aprire anche sulle nostre pagine una riflessione, sine ira et studio, su questo tema, al di là delle pur serie contingenze che, speriamo, conducano alla scelta di un Presidente della Repubblica della massima autorevolezza morale e politica, capace di rappresentare i sentimenti profondi di un Paese che, pur nelle differenze, ha bisogno di sentirsi rappresentato con onore, competenza, senso delle istituzioni. Come ha fatto Sergio Mattarella in questo suo settennato. Volando basso ma dritto.

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c3dem_banner_04LA POLITICA PER I GIOVANI: Veronica De Romanis, “Questa non è una politica per giovani. Resta la chance del Pnrr” (Foglio). Elsa Fornero, “Senza istruzione nessuna eredità per i giovani” (La Stampa). Nicolas Schmit (commissario Ue per il lavoro), “Giovani e lavoro, perché l’Italia è in fondo alla classifica Ue” (intervista al Sole 24 ore).
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MATTARELLA E I GIOVANI: Due opposti commenti alla parte del discorso di Mattarella al Paese rivolto ai giovani: Daniela Raineri, “Mattarella, la retorica che distrugge i giovani” (Il Fatto) e Ferdinando Camon, “Ultima lezione da vero prof. Si vis pacem para scholam” (Avvenire).
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c3dem_banner_04 Alla conquista di nuove normalità
7 Gennaio 2022 by Giampiero Forcesi | su Democraziaoggi.
Antonio Scurati, “Alla conquista di nuove normalità” (Corriere della sera).
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c3dem_banner_04UNA NUOVA STAGIONE POPULISTA. IL PNRR E IL PROBLEMA DEL DEBITO
10 Gennaio 2022 su C3dem.

17 gennaio: Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo religioso ebraico-cristiano

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di Brunetto Salvarani, su Rocca 1/2022.

Da alcuni decenni, ormai, assistiamo a un boom d’interesse, in Italia, per l’ebraismo e la cultura ebraica nelle sue variopinte sfaccettature. Questo, si badi, a dispetto della scarsa presenza di ebrei nel nostro Paese (il loro numero non raggiungerebbe i trentamila, con appena ventuno comunità). I segnali spaziano dalla passione letteraria per l’epopea yiddish di I.B. Singer, quella mitteleuropea di J. Roth e quella israeliana del trio Oz-Yehoshua Grossman al successo delle performance teatrali di un Moni Ovadia e delle installazioni artistiche del compianto Lele Luzzati; fino alla celebrazione della Giornata della memoria il 27 gennaio dal 2001 e di quella per la valorizzazione del patrimonio ebraico, dal 2000. Potremmo dire che, oltre al debito verso il grande codice biblico, ci stiamo rendendo finalmente conto di come le radici profonde della nostra modernità affondino ampiamente nel pensiero e nella visione del mondo di Israele.

l’intuizione di Carlo Maria Martini
A fronte di tale scenario, ci si dovrebbe stupire constatando quanto ancora poco sia penetrata, nel tessuto delle nostre comunità cristiane, la dimensione del dialogo con gli ebrei e l’ebraismo cui pure esorta caldamente la dichiarazione conciliare Nostra aetate. Probabilmente, il motivo principale di tale difficoltà è che la provocazione di Israele alle chiese solo apparentemente riguarda un aspetto specifico delle chiese stesse, i loro rapporti con Israele. Se si va oltre le apparenze, infatti, dobbiamo riconoscere che essa mette in discussione tutta una modalità di essere Chiesa, la sua autocomprensione e persino la sua dimensione missionaria. E c’è chi ritiene, al riguardo, che la forma più sottile di antiebraismo persistente fra i cristiani sia il considerare l’area dei rapporti ebraico cristiani come un’area specialistica e limitata della fede cristiana. La riflessione, in realtà, ha un’enorme portata. Come intuì il cardinale Carlo Maria Martini, che quasi quarant’anni or sono, nel 1984 a Vallombrosa, si era spinto ad avvertire come, dopo il concilio, il tema delle relazioni ebraico-cristiane si sia fatto decisivo per il futuro della Chiesa: «La posta in gioco non è semplicemente la maggiore o minore continuazione vitale di un dialogo, bensì l’acquisizione della coscienza, nei cristiani, dei loro legami con il gregge di Abramo e le conseguenze che ne deriveranno sul piano dottrinale, per la disciplina, la liturgia, la vita spirituale della Chiesa e addirittura per la sua missione nel mondo d’oggi». Un passo lucidamente profetico, quello martiniano, su cui le parrocchie e le diocesi potrebbero utilmente meditare, in occasione della prossima Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo religioso ebraico-cristiano, trentatreesima della serie, fissata come da moderna tradizione ecclesiale per il 17 gennaio.

la radice santa della fede cristiana
Per ragionare sul senso di tale Giornata, prendo le mosse da un ricordo personale.
Il mio primo 17 gennaio fu nel 1991, e ne conservo una memoria speciale perché – dovendo nell’occasione tenere una relazione per un’iniziativa a Reggio Emilia – attraversai la centralissima piazza Prampolini, dove m’imbattei in un sit-in pacifista di giovani che protestavano contro la ventilata Guerra del Golfo: che in effetti ebbe inizio, purtroppo, proprio quella notte. Così, sin da allora ai miei occhi le ragioni di un incontro indispensabile fra cristiani ed ebrei s’intrecciano con la centralità geopolitica della regione di cui fa parte Israele, e della necessità di una pace duratura con i palestinesi in Medio Oriente. A due anni prima risaliva la felice intuizione della Cei che, grazie soprattutto all’impegno del vescovo di Livorno Alberto Ablondi (scomparso nel 2010) e di Maria Vingiani, fondatrice del Sae (Segretariato Attività Ecumeniche), morta quasi centenaria esattamente due anni fa, in linea con il quarto paragrafo della
dichiarazione conciliare Nostra aetate chiamarono le chiese locali a vivere una Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo religioso ebraico cristiano, appunto il 17 gennaio di ogni anno. Data scelta non a caso, ma per ragioni teologiche e simboliche: a ridosso della tradizionale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si svolge dal 18 al 25 gennaio, con la doppia intenzione di evidenziare la priorità dell’incontro con Israele, radice santa della fede cristiana, su qualsiasi pur apprezzabile sforzo ecumenico, e l’impossibilità che quest’ultimo produca effetti concreti senza un costante invito a porsi alla scuola di Israele.
Affinché il dialogo cristiano-ebraico non sia un impegno solo di vertice nella chiesa, o di alcuni gruppi o movimenti più sensibilizzati, ma diventi coscienza ecclesiale di base. In vista di una fruttuosa celebrazione di essa, non andrebbe mai dimenticato che lo scopo della Giornata non è di pregare per gli ebrei, ma di iniziare i cristiani al rispetto, al dialogo e alla conoscenza della tradizione ebraica, in sintonia con la svolta, sopra citata, del Vaticano II. Sarebbe opportuno, pertanto, che diocesi e parrocchie promuovessero nell’occasione momenti di approfondimento lungo questi due filoni complementari: la riflessione sul vincolo particolare, anzi unico, che lega chiesa e Israele, da un lato; e l’esistenza viva e attuale del popolo ebraico, dall’altro.
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17 gennaio 2022. «Realizzerò la mia buona promessa»
Per il prossimo 17 gennaio 2022, concluso il cammino sulle Dieci parole e quello sulle Meghillot (i Rotoli), la Commissione episcopale della Cei per l’ecumenismo e il dialogo ha pubblicato un messaggio intitolato «Realizzerò la mia buona promessa» (Geremia 29, 10), versetto particolarmente in sintonia con il tempo complesso che stiamo attraversando: si trova nel contesto della Lettera agli esiliati di Babilonia (29, 1-14).
Il profeta Geremia, qui, reinterpreta l’esilio vissuto dal popolo ebraico quasi si trattasse di un nuovo esodo, un nuovo inizio per la sua gente: Israele si trova in mezzo ai pagani, ben distante dalla terra della promessa, senza il tempio, ma è proprio in quella situazione drammatica dal punto di vista economico, sociale e religioso che potrà ritrovare il senso autentico della propria vocazione. Moltiplicarsi nella terra del nemico, mettere radici nella situazione e nel Paese in cui ci si trova a vivere, favorire la pace e la prosperità di tutti, anche di chi ci è stato nemico, ripartire dalle cose fondamentali e semplici della vita (lavoro, relazioni, casa, famiglia…), ecco la ricetta paradossale che Dio ora affida ai suoi. Beninteso, con una promessa per il futuro: chi sceglie di conservare tutto e resta attaccato a un passato glorioso ma trascorso, ascoltando la voce dei falsi profeti, rischia di perdere anche se stesso, mentre chi è disponibile a perdere ogni bene materiale riavrà i suoi giorni e anzi li conquisterà come bottino di guerra, dimostrandosi in tal modo il reale vincitore.

Geremia
Chi fu il profeta Geremia? È una buona occasione per conoscerlo meglio! Nato ad Anatot (villaggio a 6 km a nord di Gerusalemme) attorno al 650/640 a.C., era figlio di Chelkia e membro di una famiglia sacerdotale
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Marc Chagall Abramo e i tre angeli – 1966, Nizza, Musée National Marc Chagall
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che prestava servizio al tempio, e visse prevalentemente nella capitale di Giuda. Ancor giovane, fu nominato profeta nel tredicesimo anno del re Giosia, nel 627/626. Esercitò il suo compito prima nella sua cittadina natale, provocando l’ira di familiari e compaesani per il suo messaggio controcorrente, poi si spostò a Gerusalemme, profetando sotto il regno di Ioiakìm e di Sedecia. Di fronte a quest’ultimo, lo ammonì ripetutamente a non rivoltarsi contro Babilonia: la rivolta però scoppiò. Accusato dai ministri di corte di diserzione e passaggio al nemico, Geremia fu imprigionato in una cisterna, dove sarebbe dovuto morire di fame e di stenti. Sedecia, tuttavia, lo spostò in un carcere meno duro, dove poté ricevere del cibo, fino a quando fu rilasciato, dopo la definitiva caduta di Gerusalemme (587). I babilonesi lo liberarono dalla prigione affidandolo al loro governatore della regione, Godolia. Dopo l’assassinio di questi, molti ebrei fuggirono in Egitto, portando con loro lo stesso Geremia e il suo segretario, Baruc. Al di là delle rovine e catastrofi annunciate, il suo messaggio non può essere semplicemente ridotto a quello di un classico profeta di sventure. C’è, certo, da parte sua un’acuta coscienza del male, legato alla ribellione dell’uomo contro Dio: la sfiducia nell’umanità, tuttavia, è in lui bilanciata dalla speranza nel Signore che salva ed è fedele fino in fondo. Nonostante i rovesci del destino e della storia.

alcune piste di riflessione
In occasione della Giornata del 17 gennaio, mi permetto di suggerire alcune piste di riflessione. I deportati ai quali parla la Lettera di Geremia avevano sicuramente una duplice tentazione: perdere ogni speranza e costruire una comunità chiusa, distaccata. Nella pandemia, come credenti, abbiamo avuto le stesse tentazioni: perdere la speranza e chiuderci in comunità sempre più autoreferenziali. Le stesse tentazioni le proviamo di fronte alla situazione di esculturazione del fenomeno religioso (o, per lo meno, del cristianesimo): rischiamo di perdere la speranza e di creare comunità sempre più autoreferenziali. Geremia ci invita invece a stare positivamente dentro la realtà, a mettere radici, anche nella realtà ostile, e a starci in modo generativo. Ecco la sfida odierna per le religioni: uscire dal rischio della depressione e dell’autoreferenzialità difensiva per essere generative, capaci di lavorare per la costruzione della società e generare speranza. Come cristiani e come ebrei possiamo aiutarci ad affrontare tale sfida.
In seconda battuta, è interessante imparare da quei deportati, persone che avevano perso tutte le loro sicurezze legate alla madrepatria. A loro il Signore promette: «Cambierò in meglio la vostra sorte» (29, 14), testo che si può anche tradurre: «Comincerò nuovamente la vostra vita». Il Signore lavora per rigenerare, per far ricominciare. La sua promessa resta costante nella storia, Egli è fedele e non ha abbandonato il suo popolo. Oggi le nostre comunità ebraiche e cristiane hanno bisogno di vivere alla luce di questa certezza, così come Israele era, in esilio, chiamato a reinventarsi da capo stili di vita, codici comportamentali, linguaggi. Con coraggio, senza paura, accettando il rischio dell’incertezza: anche se il nuovo, in genere, fa paura e ci rende spaesati. Elie Wiesel, premio Nobel per la pace 1986, che ha conosciuto da vicino in prima persona l’abominio della Shoà, ha cercato così di spiegare il senso della lettera di Geremia per il popolo deportato: «Siccome siete nella Diaspora, fate qualcosa per darle significato. Altrimenti rischierete la disperazione, e la disperazione non ha posto nella storia ebraica». Ecco, allora: l’altro, il nemico, il babilonese, il nomade, lo straniero, il diverso è il migliore dei maestri possibili sulla scena; è colui che ci permette di capire chi siamo davvero; è colui che ci mette alla prova e in tal modo è capace di plasmarci. Fino a farci diventare donne e uomini nuovi.
Alla fine, il brano di Geremia ci ricorda che quei deportati si daranno da fare per una nazione straniera, lavorando e investendo energie. Come a evidenziare che colui che viene da fuori è sempre una potenziale risorsa per un Paese. Che lo straniero è una benedizione e che l’ospitalità, tema centrale nelle tradizioni ebraica e cristiana, può essere lo stile con cui i credenti stanno nella storia.
Oggi, la pandemia in atto ci sta costringendo a rivedere gli stili della nostra presenza sociale, in realtà largamente in crisi già ben prima di due anni fa. Una situazione che, in modo differente, tocca e interpella tanto gli ebrei quanto i cristiani. Quello di Geremia è dunque un testo che, se letto a due voci nella Giornata del 17 gennaio e più in generale valorizzato come punto di partenza per il confronto tra ebrei e cristiani, ci può aiutare a collocare la nostra esperienza di fede nella presente stagione: come ama sottolineare papa Francesco, un vero e proprio, e radicale, cambio d’epoca.

Brunetto Salvarani
IL POLIEDRO
ROCCA 1 GENNAIO 2022

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2022

bc5fcb2f-7522-41e0-be8e-476c9f175a8fIl Presidente che verrà
di Domenico Gallo

Il Presidente della Repubblica ha dei poteri di impulso e di interdizione volti ad assicurare che l’operato del Parlamento e del Governo, pur nell’insindacabilità delle scelte politiche, non esca fuori dai binari tracciati dalla Costituzione a garanzia dell’equilibrio dei poteri e della tutela dei diritti inviolabili.
D. Gallo ​31 dic. 2021

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L’anno vecchio è finito, ormai / ma qualcosa ancora qui non va. Ogni volta a capodanno ritornano d’attualità i versi dell’Anno che verrà, ma è sempre più difficile nutrire la speranza che ci sarà la trasformazione annunciata da Lucio Dalla. Non solo perché non sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno e i preti non potranno sposarsi, neanche a una certa età, ma soprattutto perché il ritorno della pandemia, malgrado i vaccini, con numeri mai visti, ci annuncia che l’emergenza sanitaria non è mai passata e con essa, a cascata, tutti gli altri problemi economici e sociali.

In questo contesto massima è l’incertezza politica per la difficoltà dei nodi da sciogliere. Il primo problema che si affaccia sulla scena politica con l’anno nuovo è l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. La scelta del Presidente che verrà agita il mondo politico e sta mandando in fibrillazione i media.

Nel passato questa scelta non è stata mai discussa in un franco dibattito pubblico, anzi è stata oggetto di conciliaboli riservati fino all’assurdo che l’assemblea dei grandi elettori del Partito Democratico il 19 aprile 2013 deliberò all’unanimità di votare per Romano Prodi e poi, nel segreto dell’urna, 101 parlamentari votarono contro affossandone la candidatura.

Prima di appassionarsi al totonomi, bisogna capire qual è il profilo del Presidente della Repubblica prefigurato dalla Costituzione. Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87 Cost.).

Si badi bene, il Presidente della Repubblica non rappresenta il popolo. Il popolo non può essere rappresentato da un solo uomo. Nel popolo sono presenti diversi orientamenti politico-culturali, interessi differenziati e contrastanti fra i diversi gruppi sociali, per questo la rappresentanza la esercitano solo le Assemblee elettive (Camera e Senato) nella quali confluisce il pluralismo del corpo elettorale.

Per questo la proposta di elezione diretta del capo dello Stato nel nostro ordinamento sarebbe un non-senso, in quanto il Presidente eletto rappresenterebbe alcune delle esigenze politiche presenti nel paese ma non l’unità nazionale.

Un Presidente eletto dal Parlamento a maggioranza è frutto, pur sempre, di intese politiche che non possono soddisfare tutti, ma la Costituzione ha previsto un accorgimento per evitare che il Presidente della Repubblica possa restare schiacciato sulla maggioranza che l’ha eletto: la durata del mandato presidenziale (sette anni) che non coincide con la durata della Camere che lo hanno eletto (cinque anni).

Questa situazione dà aggio al Presidente della Repubblica di esercitare la sua funzione di garanzia con maggiore libertà e incisività. La missione che la Costituzione gli affida è quella di supremo garante della Costituzione nei confronti dell’esercizio del potere legislativo e di governo. In particolare il capo dello Stato ha dei poteri di impulso e di interdizione volti ad assicurare che l’operato del Parlamento e del Governo, pur nell’insindacabilità delle scelte politiche, non esca fuori dai binari tracciati dalla Costituzione a garanzia dell’equilibrio dei poteri e della tutela dei diritti inviolabili.

Per questo il Presidente deve essere un “patriota”, ma non nel senso con cui la destra usa questa parola. La Patria del popolo italiano costituito in comunità politica è la Costituzione. Il Presidente della Repubblica sarà un patriota nella misura in cui veglierà sul rispetto della Costituzione a fronte dei possibili abusi della coppia Governo-maggioranza parlamentare.

Il ruolo del Presidente della Repubblica, che non è mai stato solo notarile, cresce nei tempi di crisi. Basti pensare al potere di emanare i decreti aventi valore di legge. Il Presidente può e deve bloccare quei decreti legge che appaiono macroscopicamente in contrasto con la Costituzione, come fece il Presidente Napolitano che rifiutò di emanare il c.d. decreto legge “Englaro” deliberato il 6 febbraio 2009 dal Consiglio dei Ministri del Governo Berlusconi 2, che strumentalizzava la vicenda della povera Eluana Englaro, stracciando una sentenza della Cassazione e condannando i morenti a subire la tortura di trattamenti sanitari irrinunciabili. Nell’occasione il Presidente della Repubblica fu sottoposto ad un ricatto morale di una violenza inaudita: o firmi o sei un assassino!

In tempi più recenti il Presidente Mattarella non ha rifiutato di emanare i discussi decreti sicurezza Salvini, ma ha fatto trapelare il suo disappunto, riguardo al primo decreto, con una lettera al Presidente del Consiglio Conte, in cui osservava che “restano fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato” e, riguardo al secondo decreto, con una lettera inviata ai Presidente della due Camere con la quale ribadiva che “resta l’obbligo di salvare le persone in mare”, cioè proprio quello che il decreto voleva impedire.

I Presidenti che si sono succeduti nel tempo hanno interpretato in vario modo e con diversa intensità il ruolo che la Costituzione ha assegnato alla suprema magistratura dello Stato.

Il prossimo Presidente noi vorremmo che fosse davvero un “patriota” della Costituzione, perché verranno tempi duri e sul Presidente della Repubblica ricadrà una grande responsabilità.

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Messaggio di fine anno del Presidente Mattarella

Care concittadine, cari concittadini,

ho sempre vissuto questo tradizionale appuntamento di fine anno con molto coinvolgimento e anche con un po’ di emozione.

Oggi questi sentimenti sono accresciuti dal fatto che, tra pochi giorni,come dispone la Costituzione, si concluderà il mio ruolo di Presidente.

L’augurio che sento di rivolgervi si fa, quindi, più intenso perché,alla necessità di guardare insieme con fiducia e speranza al nuovo anno, si aggiunge il bisogno di esprimere il mio grazie a ciascuno di voi per aver mostrato, a più riprese, il volto autentico dell’Italia: quello laborioso, creativo, solidale.

Sono stati sette anni impegnativi, complessi, densi di emozioni: mi tornano in mente i momenti più felici ma anche i giorni drammatici, quelli in cui sembravano prevalere le difficoltà e le sofferenze.

Ho percepito accanto a me l’aspirazione diffusa degli italiani a essere una vera comunità, con un senso di solidarietà che precede, e affianca, le molteplici differenze di idee e di interessi.

In questi giorni ho ripercorso nel pensiero quello che insieme abbiamo vissuto in questi ultimi due anni: il tempo della pandemia che ha sconvolto il mondo e le nostre vite.

Ci stringiamo ancora una volta attorno alle famiglie delle tante vittime: il loro lutto è stato, ed è, il lutto di tutta Italia.

Dobbiamo ricordare, come patrimonio inestimabile di umanità,l’abnegazione dei medici, dei sanitari, dei volontari. Di chi si è impegnato per contrastare il virus. Di chi ha continuato a svolgere i suoi compitinonostante il pericolo.

I meriti di chi, fidandosi della scienza e delle istituzioni, ha adottato le precauzioni raccomandate e ha scelto di vaccinarsi: la quasi totalitàdegli italiani, che voglio, ancora una volta, ringraziare per la maturità e per il senso di responsabilità dimostrati.

In queste ore in cui i contagi tornano a preoccupare e i livelli di guardia si alzano a causa delle varianti del virus – imprevedibili nelle mutevoli configurazioni – si avverte talvolta un senso di frustrazione.

Non dobbiamo scoraggiarci. Si è fatto molto.

I vaccini sono stati, e sono, uno strumento prezioso, non perché garantiscano l’invulnerabilità ma perché rappresentano la difesa checonsente di ridurre in misura decisiva danni e rischi, per sé e per gli altri.

Ricordo la sensazione di impotenza e di disperazione che respiravamo nei primi mesi della pandemia di fronte alle scene drammatiche delle vittime del virus. Alle bare trasportate dai mezzi militari. Al lungo, necessario confinamento di tutti in casa. Alle scuole, agli uffici, ai negozi chiusi. Agli ospedali al collasso.

Cosa avremmo dato, in quei giorni, per avere il vaccino?

La ricerca e la scienza ci hanno consegnato, molto prima di quanto si potesse sperare, questa opportunità. Sprecarla è anche un’offesa a chi non l’ha avuta e a chi non riesce oggi ad averla.

I vaccini hanno salvato tante migliaia di vite, hanno ridotto di molto– ripeto – la pericolosità della malattia.

Basta pensare a come l’anno passato abbiamo trascorso le festività natalizie e come invece è stato possibile farlo in questi giorni, sia pure con prudenza e limitazioni.

La pandemia ha inferto ferite profonde: sociali, economiche, morali. Ha provocato disagi per i giovani, solitudine per gli anziani, sofferenze per le persone con disabilità. La crisi su scala globale ha causato povertà,esclusioni e perdite di lavoro. Sovente chi già era svantaggiato è stato costretto a patire ulteriori duri contraccolpi.

Eppure ci siamo rialzati. Grazie al comportamento responsabile degli italiani – anche se tra perduranti difficoltà che richiedono di mantenere adeguati livelli di sicurezza – ci siamo avviati sulla strada della ripartenza;con politiche di sostegno a chi era stato colpito dalla frenata dell’economia e della società e grazie al quadro di fiducia suscitato dai nuovi strumenti europei.

Una risposta solidale, all’altezza della gravità della situazione, che l’Europa è stata capace di dare e a cui l’Italia ha fornito un contributo decisivo.

Abbiamo anche trovato dentro di noi le risorse per reagire, per ricostruire. Questo cammino è iniziato. Sarà ancora lungo e non privo di difficoltà. Ma le condizioni economiche del Paese hanno visto un recupero oltre le aspettative e le speranze di un anno addietro. Un recupero che è stato accompagnato da una ripresa della vita sociale.

Nel corso di questi anni la nostra Italia ha vissuto e subito altre gravi sofferenze. La minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamista, che ha dolorosamente mietuto molte vittime tra i nostri connazionali all’estero. I gravi disastri per responsabilità umane, i terremoti, le alluvioni. I caduti, militari e civili, per il dovere. I tanti morti sul lavoro.Le donne vittime di violenza.

Anche nei momenti più bui, non mi sono mai sentito solo e ho cercato di trasmettere un sentimento di fiducia e di gratitudine a chi era in prima linea. Ai sindaci e alle loro comunità. Ai presidenti di Regione, a quanti hanno incessantemente lavorato nei territori, accanto alle persone.

Il volto reale di una Repubblica unita e solidale.

È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica.

La Costituzione affida al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale.

Questo compito – che ho cercato di assolvere con impegno – è stato facilitato dalla coscienza del legame, essenziale in democrazia, che esiste tra istituzioni e società; e che la nostra Costituzione disegna in modo così puntuale.

Questo legame va continuamente rinsaldato dall’azione responsabile,dalla lealtà di chi si trova a svolgere pro-tempore un incarico pubblico, a tutti i livelli. Ma non potrebbe resistere senza il sostegno proveniente dai cittadini.

Spesso le cronache si incentrano sui punti di tensione e sulle fratture. Che esistono e non vanno nascoste. Ma soprattutto nei momenti di grave difficoltà nazionale emerge l’attitudine del nostro popolo a preservare la coesione del Paese, a sentirsi partecipe del medesimo destino.

Unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica.

Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo,poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore.

Non tocca a me dire se e quanto sia riuscito ad adempiere a questo dovere. Quel che desidero dirvi è che mi sono adoperato, in ogni circostanza, per svolgere il mio compito nel rispetto rigoroso del dettato costituzionale.

È la Costituzione il fondamento, saldo e vigoroso, della unità nazionale. Lo sono i suoi principi e i suoi valori che vanno vissuti dagli attori politici e sociali e da tutti i cittadini.

E a questo riguardo, anche in questa occasione, sento di dover esprimere riconoscenza per la leale collaborazione con le altre istituzioni della Repubblica.

Innanzitutto con il Parlamento, che esprime la sovranità popolare.

Nello stesso modo rivolgo un pensiero riconoscente ai Presidenti del Consiglio e ai Governi che si sono succeduti in questi anni.

La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare hapermesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio.

Ci troviamo dentro processi di cambiamento che si fanno sempre più accelerati.

Occorre naturalmente il coraggio di guardare la realtà senza filtri di comodo. Alle antiche diseguaglianze la stagione della pandemia ne ha aggiunte di nuove. Le dinamiche spontanee dei mercati talvolta produconosquilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico. Una ancora troppo diffusa precarietà sta scoraggiando i giovani nel costruire famiglia e futuro. La forte diminuzione delle nascite rappresenta oggi uno degli aspetti più preoccupanti della nostra società.

Le transizioni ecologica e digitale sono necessità ineludibili, e possono diventare anche un’occasione per migliorare il nostro modello sociale.

L’Italia dispone delle risorse necessarie per affrontare le sfide dei tempi nuovi.

​Pensando al futuro della nostra società, mi torna alla mente lo sguardo di tanti giovani che ho incontrato in questi anni. Giovani che si impegnano nel volontariato, giovani che si distinguono negli studi, giovani che amano il proprio lavoro, giovani che – come è necessario – si impegnano nella vita delle istituzioni, giovani che vogliono apprendere e conoscere, giovani che emergono nello sport, giovani che hanno patito a causa di condizioni difficili e che risalgono la china imboccando una strada nuova.

I giovani sono portatori della loro originalità, della loro libertà. Sono diversi da chi li ha preceduti. E chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani.

Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società.

Vorrei ricordare la commovente lettera del professor Pietro Carmina, vittima del recente, drammatico crollo di Ravanusa. Professore di filosofia e storia, andando in pensione due anni fa, aveva scritto ai suoi studenti: “Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…”.

​Faccio mie – con rispetto – queste parole di esortazione così efficaci, che manifestano anche la dedizione dei nostri docenti al loro compito educativo.​​​​

Desidero rivolgere un augurio affettuoso e un ringraziamento sincero a Papa Francesco per la forza del suo magistero, e per l’amore che esprime all’Italia e all’Europa, sottolineando come questo Continente possa svolgere un’importante funzione di pace, di equilibrio, di difesa dei diritti umani nel mondo che cambia.

Care concittadine e cari concittadini, siamo pronti ad accogliere il nuovo anno, ed è un momento di speranza. Guardiamo avanti, sapendo che il destino dell’Italia dipende anche da ciascuno di noi.

Tante volte abbiamo parlato di una nuova stagione dei doveri. Tante volte, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo sottolineato che dalle difficoltà si esce soltanto se ognuno accetta di fare fino in fondo la parte propria.

Se guardo al cammino che abbiamo fatto insieme in questi sette anni nutro fiducia.

L’Italia crescerà. E lo farà quanto più avrà coscienza del comune destino del nostro popolo, e dei popoli europei.

Buon anno a tutti voi!

E alla nostra Italia!

Roma, 31/12/2021
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2022

pace
MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO

PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2022

Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro:
strumenti per edificare una pace duratura

1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.

Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, [1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra [2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace.

In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. [3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.

Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», [4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

2. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». [5]

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà.

Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», [6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, [7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». [8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». [9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, [10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale [11] .

D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

3. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.

Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. [12]

È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.

Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura. [13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media». [14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». [15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. [16]

Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro. [17]

4. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche.

In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». [18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa.

Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2021

Francesco

________________________________

[1] Cfr Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 76ss.

[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 49 .

[3] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 231.

[4] Ibid., 218.

[5] Ibid., 199.

[6] Ibid., 179.

[7] Cfr ibid., 180.

[8] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 199.

[9] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.

[10] Cfr ibid., 163; 202.

[11] Cfr ibid., 139.

[12] Cfr Messaggio ai partecipanti al 4° Forum di Parigi sulla pace, 11-13 novembre 2021.

[13] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 231; Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace. La cultura della cura come percorso di pace (8 dicembre 2020).

[14] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 199.

[15] Videomessaggio per il Global Compact on Education. Together to Look Beyond (15 ottobre 2020).

[16] Cfr Videomessaggio per l’High Level Virtual Climate Ambition Summit (13 dicembre 2020).

[17] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), 18.

[18] Lett. enc. Laudato sì’ (24 maggio 2015), 128.

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Editoriale di aladinpensiero dell’8 settembre 2019.

Verso l’anno nuovo

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NEL BAMBINO CHE NASCE

Carissimi,
il Natale ha portato quest’anno con sé una serie di provocazioni che aprono questioni e chiedono risposte di grande portata per tutti.
La prima provocazione è stata quella del naufragio dei migranti avvenuto la notte di Natale; se ne è accorto il giornalista Antonio Padellaro che, come usa “Il Fatto quotidiano” che chiede sempre conto ai furfanti delle loro malefatte, il 28 dicembre sul suo giornale ha chiesto conto a Dio di non aver proteso la sua mano per afferrare le manine dei bambini che affogavano nel Mediterraneo; per la risposta chiedeva a padre Spadaro, direttore della “Civiltà Cattolica”, di informarsene presso il papa Francesco. Non si era accorto però che nel messaggio natalizio il papa, ripetendo quanto aveva detto a Mytilene e in molte altre occasioni, già aveva fatto suo questo dramma invocando che non si restasse indifferenti di fronte a “immense tragedie che passano ormai sotto silenzio” quando “rischiamo di non sentire il grido di dolore e di disperazione di tanti nostri fratelli e sorelle”, a cominciare dai migranti, dai profughi e dai rifugiati i cui ”occhi ci chiedono di non girarci dall’altra parte, di non rinnegare l’umanità che ci accomuna, di fare nostre le loro storie e di non dimenticare i loro drammi”.
Ma il messaggio “urbi et orbi” del giorno di Natale si può prendere come una pietra miliare anche perché in questa occasione il papa, come nessun altro, ha fatto propri e ha chiesto di affrontare e porre fine a tutti i conflitti, le contraddizioni e le crisi in corso nel mondo intero: ed ha citato il popolo siriano, l’Iraq, i bambini dello Yemen, l’inimicizia tra israeliani e palestinesi, Betlemme, dove Gesù è nato, il Libano, il Medio Oriente, le popolazioni in fuga dalla loro patria, il popolo afgano, quello del Myanmar, colpito anche nella sua comunità cristiana e nei luoghi di culto, l’Ucraina dove si rischia che “dilaghino le metastasi di un conflitto incancrenito”, l’Etiopia, le popolazioni della regione del Sahel, i popoli dei Paesi del Nord Africa afflitti dalle divisioni, dalla disoccupazione e dalla disparità economica, i ”tanti fratelli e sorelle che soffrono per i conflitti interni in Sudan e Sud Sudan”, i popoli del continente americano perché prevalgano i valori della solidarietà, della riconciliazione e della pacifica convivenza, le vittime della violenza nei confronti delle donne, i bambini e gli adolescenti fatti oggetto di bullismo e di abusi, gli anziani, “soprattutto i più soli”, le famiglie, i malati, le popolazioni più bisognose cui far giungere i vaccini, i prigionieri di guerra, civili e militari, dei recenti conflitti, gli incarcerati per ragioni politiche, nonché le prossime generazioni perché, grazie alla nostra premura verso la casa comune, possano domani vivere in un ambiente rispettoso della vita. E tutto questo il papa non solo ha messo con la sua preghiera nella “mano di Dio” ma ha affidato alle nostre mani.
Certo se a Dio pensassimo come se dovesse fare tutto lui, la storia finirebbe e nella migliore delle ipotesi ci sarebbe solo un paradiso, “l’al di là”, ma senza l’uomo e la donna e la meravigliosa possibilità che essi hanno di fare il bene ed il male, di salvare e far crescere i bambini o di farli morire di abbandono, di miseria e di fame, di perpetrare stermini e genocidi o di dare la vita per la patria o per tutti i popoli, ciò che gli uomini possono fare in quanto sono fatti a immagine di Dio e della sua libertà, oltre ad essere una scintilla della sua ragione e della sua potenza.
Però questa concezione di un Dio tuttofare che “i post-teisti” o secondo il vecchio nome “gli atei”, definirebbero “teista”, è stata da tempo superata non solo dal cristiano riformato Bonhoeffer al prezzo del patibolo, ma dalla più accreditata teologia moderna oltre che dai Concili e dalle stesse Congregazioni vaticane; ed è un Dio ben diverso da quel modello tracotante quello nel cui nome il papa e il grande Imam musulmano ad Abu Dhabi, attribuendo alla “sapiente volontà divina” il disegno di una fratellanza universale e di un pluralismo anche religioso, hanno fatto appello a credenti e non credenti e alle loro istituzioni politiche religiose ed educative perché si facciano responsabili del bene e della pace di tutti difendendo ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi.
C’è da dire però che la concezione di un Dio “tappabuchi” e traboccante di onnipotenza non è nemmeno della Bibbia, dove certo ci sono molte pagine oggi inaccettabili, ma che non deve essere letta senza metodo critico, in modo fondamentalista e letterale, ciò che secondo la Commissione Teologica Internazionale sarebbe “un suicidio del pensiero”. Nello stesso libro di Giobbe Dio respinge le difese che di lui avevano fatto gli amici zelanti attingendo a piene mani dal repertorio biblico: Gregorio Magno, un grande predecessore di papa Francesco, li definisce “eretici”. Dice infatti papa Gregorio nel suo Commento morale a Giobbe che mentre “nella persona del beato Giobbe sono raffigurate le sofferenze del Signore e della Chiesa, i suoi amici simboleggiano gli eretici i quali, come spesso abbiamo detto, offendono Dio proprio mentre si sforzano di difenderlo”. Spiega infatti quel grande Padre della Chiesa, nella stessa opera, che “Giobbe significa . Egli è figura autentica del Servo sofferente, di Colui cioè che si è caricato dei nostri dolori… Egli è giustamente chiamato Servo, perché non disdegnò di assumere la condizione di schiavo. E, assumendo l’umiltà della carne, non sminuì la propria maestà, perché assumendo ciò che voleva salvare e conservando ciò che era, l’umanità non sminuì la divinità né la divinità assorbì l’umanità”; divinità che non ha dunque niente a che fare con quella mondana del Dio “teista” che la modernità oggi giustamente rifiuta.
Possiamo intanto citare come ricca di speranza la visione proposta da Tomaso Montanari che, rifacendosi anche ad Hannah Arendt, parla del Natale come della possibilità che ci è data di “attendere l’inattendibile”, perché in ogni bambino che nasce si apre la speranza che “quella vita cambi tutto”, e l’ingiustizia non abbia la vittoria definitiva”; e anche riferire l’emozione di una partoriente al pensiero che la sua bambina che nasce “avrà un fratello importante e dolce come Gesù”.
Ci sono state in questo Natale altre provocazioni stimolanti, come la vittoria del giovane Gabriel Boric, venuto a liquidare l’eredità di Pinochet in Cile, la morte del grande vescovo sudafricano Desmond Tutu e quella del filosofo francese Jean Marie Muller che ci ripropongono l’uno il lascito della fraternità e dell’integrazione razziale, l’altro la lezione gandhiana della non violenza; ma c’è anche da recepire il messaggio espresso nella conferenza stampa di Putin per un miglioramento delle relazioni internazionali a cominciare da quelle con gli Stati Uniti e il giusto monito a non estendere la NATO ai Paesi dell’Est europeo portando fin sulla soglia della Russia l’intimidazione delle sue armi nucleari; e c’è anche da prendere sul serio e dare riscontro all’inatteso invito di Putin all’Italia di farsi mediatrice di buone relazioni tra la Russia e l’Occidente, in nome di una amicizia ormai consolidata. Ed è vero?
Dunque, tutto considerato, un Natale da ricordare.
Con i più cordiali saluti,

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un popolo
una Costituzione
una scuola

Newsletter n. 58 del 29 dicembre 2021

PROVOCAZIONI NATALIZIE
[segue]

Oltre

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Uscire dalla pandemia: 10 spunti per guardare avanti
27/12/2021 – Gianni Tognoni* Su Volerelaluna.
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In un mondo globale con un’autocoscienza di onnipotenza e di crescita programmabile secondo modelli lineari di un neo-colonialismo economico e culturale, l’irruzione di una pandemia infettiva, con sapore antico, si è tradotta in un’esperienza di impotenza-ignoranza rispetto a qualcosa che si temeva da sempre ma a cui non si voleva credere: un attacco terroristico alle Torri Gemelle della scienza e dell’economia. Era quasi implicito il rischio di una risposta, più o meno ritardata, nei termini già sperimentati di una guerra travestita da affidamento alla sicurezza, con rimedi di chiusura che mimavano in chiave moderna quelli delle pesti medievali. I punti che seguono provano a rileggere la storia di questi due anni a partire dal settore specifico più immediato e visibile della pandemia ‒ la salute-sanità ‒ ma avendo come obiettivo quello di guardare a un futuro che, come in tutte le guerre, è annunciato in termini densi di preoccupazioni, ma soprattutto di promesse di cambiamenti in vista di un mondo “altro”. Chiamare le cose per nome è un passo indispensabile per sapere quali sono, se ci sono, i vincitori di questa guerra (le vittime sono certe, non nei numeri, ma nella tragicità non conclusa…) che, per definizione, diventano i decisori del futuro.

1.

Dal punto di vista della “scienza medica” la pandemia di per sé era uno dei campi di ignoranza-impotenza che si incrociano nel rapporto tra salute e rischi di malattia-morte. Allo stesso modo in cui un tempo il tumore era vissuto come un male incurabile e la sofferenza psichica come disordine da contenere-punire (magari con psicofarmaci più o meno sintomatici e isolamenti: la demenza riproduce ora il problema per il popolo degli anziani). Poi l’AIDS era stata una prova generale, finché la ricerca non ha prodotto un’area nuova di intervento-controllo cronico (in collaborazione con interventi sociali e culturali importanti, anche se non perfetti, per quanto riguarda i diritti delle persone).

2.

La novità determinante della pandemia era la rapidità e il non sapere quasi nulla del nemico: dipinto come una variante dell’influenza, con il suo peso di “morti in eccesso”, soprattutto per popolazioni in condizioni precarie e diversificate di fragilità. “Per fortuna” (non lo si diceva così, ma lo si constatava, non solo in Italia) il picco di visibilità e di gravità era nella popolazione anziana, non produttiva, già in qualche modo “destinata” e nelle periferie delle tante diseguaglianze.

3.

Come in tutte le guerre, con destini incerti e senza vincitori in vista, l’unico segnale di vita e di speranza di futuro si traduce nella segnalazione degli eroismi che vanno al di là delle attese e che – si garantisce e promette solennemente – avranno riconoscimenti culturali, politici ed economici che saranno la risposta democratica e di civiltà della “comunità internazionale”. La calamità – si riconosce da tutte le parti, e spesso perfino con toni dispiaciuti – ha messo in evidenza il come, il quanto e le responsabilità di sistemi sociopolitici che dappertutto (e strutturalmente in Italia) erano in un più o meno esplicito stato di smantellamento (o, più banalmente, di “assenza” nel mondo dei paesi altri, previsti come tali nei modelli di sviluppo neocoloniali).

4.

Il riconoscere che si è tutti nella stessa barca in un mare in tempesta diventa un mantra condiviso, con il proliferare di dichiarazioni internazionali di solidarietà che sembrano trasformare la globalizzazione in un laboratorio in cui sperimentare nuove forme di convivenza: la salute-sanità è il settore dove si dovrà e potrà maggiormente condividere il diritto universale di nuovi “rimedi”, non appena questi saranno prodotti da una ricerca dove la competizione sarà sostituita da una conoscenza senza barriere e confini. Sottaciuta e negata è la constatazione che nulla lascia prevedere cambiamenti a livello di un’economia paralizzata nelle sue catene di distribuzione di beni, trasporti, produzioni che non si mette in discussione nei suoi dogmi. Solo la voce di Francesco, in una piazza San Pietro buia, silenziosa, nella pioggia trova i toni per esprimere il bisogno di una “conversione” di sguardo e di comportamenti. La pandemia sanitaria rivela drammaticamente di essere una sindemia: prodotto del sommarsi-esprimersi di pandemie – sociali, economiche, ambientali, politiche – per le quali nessuna ricerca di “vaccini” sembra prevista.

5.

L’annuncio, simbolicamente e concretamente fatto a livello non sanitario ma finanziario da un attore “privato” (una delle industrie farmaceutiche più rappresentative del mercato duro e puro, la Pfizer), di aver trovato un vaccino cambia di colpo lo scenario: la scienza ha fatto il miracolo. Tutto è rimesso in gioco. Non c’è più bisogno di conversioni culturali e tanto meno economiche. Se la pandemia sanitaria ha un rimedio (e gli annunci di altri vaccini si moltiplicano, nei modi più diversi, e meno controllati), tutto il resto non conta più: la guerra ha il suo vincitore, che detta le regole del gioco. Che sono le stesse del “prima”: senza se e senza ma. L’umanità che si era trovata a essere migrante rispetto alle sue certezze e aveva promesso di fare della salute un bene comune, può essere destinata al destino dei migranti (quelli veri, che hanno continuato a morire come e più di sempre): non-umani, dipendenti dalla sicurezza delle leggi del mercato, titolari di diritti solo se cittadini dei paesi e dei sistemi sanitari che possono pagare, perché anche i costi assolutamente sproporzionati, e senza sconti, non si toccano.

6.

La storia dei vaccini – che continua immutata producendo vittime senza nome e senza numero: vero, programmato, impunito “genocidio per diseguaglianza” – è troppo nota e documentata in tutti i suoi dettagli per aver bisogno di essere raccontata. Testimonia meglio di ogni altro indicatore che il “dopo” della pandemia è la copia fedele del “prima”. La salute (cioè il diritto alla vita e alla dignità) è ritornata ad essere indicatore della in-civiltà del mondo globale. I produttori, privati, nella piena connivenza degli Stati, sono gli unici protagonisti: direttamente, imponendo al pubblico spese che violano impunemente perfino le regole minime del mercato, e ancor di più per ridare il vero green pass (senza obbligo o possibilità di vaccini) a tutti gli attori, mediatori, strumenti, paradigmi di una società della diseguaglianza.

7.

È tempo di smettere di fare della pandemia virale il paravento informativo, emotivo, operativo con cui si garantisce clandestinità, o al massimo tempi e spazi contingentati, agli scenari strutturali promessi (e finanziati) del PNRR. La guerra in Afghanistan (e altrove: condotta con l’accordo “dovuto” dei paesi NATO) non è stata un “dopo” di maggiore democrazia: anzi. E non c’era bisogno di 20 anni per fare un bilancio. Covid-19, con tutte le sue varianti, è solo “una” delle aree critiche della sanità e della società. Il suo spazio mediatico non è solo un pessimo servizio informativo. È un’irresponsabile manipolazione culturale, oltre che una cortina fumogena per una politica che si dichiara sempre e solo preoccupata di dati sanitari la cui comunicazione, anche quando vuol “colpire”, continua a essere patetica e insieme arrogante: uno spettacolo di finti dibattiti, che documentano drammaticamente, da un lato, l’inesistenza di una collettività scientifica che si prenda la responsabilità (indipendente e critica) di produrre informazioni essenziali e orientate seriamente e non a far propaganda ai singoli, dall’altro, la disponibilità trasversale (di parti politiche e competenze: economiche, giuridiche, filosofiche, più o meno mescolate) a imporre un disegno, di governo oltre che di cultura, teso a non portare in primo piano, in modo conflittuale e sistematico, quegli aspetti del “prima” che stanno dimostrando il loro rafforzamento ed esigerebbero un cambiamento.

8.

Il nucleo di quello che l’eroismo sanitario aveva fatto sognare fosse un “dopo” della società era, e rimane, quello: ri-conoscere lo statuto di beni-diritti inviolabili, e perciò di attenzione prioritaria della politica, della economia, del dibattito pubblico quei “bisogni inevasi di uguaglianza e dignità” che sono (anche costituzionalmente) oggetto obbligatorio di ricerca. È ora che per la sanità si vedano chiaramente i piani: la Lombardia ha già detto che, nel “prima”, tutto era così positivo da dover essere confermato per il dopo; il privato, che nessuno si sogna di indicare come problema, deve essere il protagonista del futuro, lasciando al pubblico i carichi assistenziali non attraenti per il mercato; come saranno le Regioni nella loro diversità? dove e come creare continuità tra sanità, ambiente, lavoro, non-autonomia di vita? Non ha senso – meglio, è irresponsabile – continuare in dibattiti sui vaccini, fingendo di fare informazione sanitaria o addirittura “scientifica”, e non avere tempo e risorse per una trasparenza informativa sul presente-dopo della scuola, nella infinita diversità dei contesti sociali e geografici, del personale, dei contenuti.

9.

Gli anni della pandemia sono stati scuola massificata di disinformazione sul ruolo della scienza nella società. L’attenzione obbligata agli aspetti medici (tradotti nell’ossessività acritica dei bollettini, degli algoritmi e di dibattiti più o meno arbitrari) è stata un altro pericoloso paravento di cui disfarsi: la preoccupazione per l’affidabilità delle decisioni prese sulla pandemia ha favorito la illusione-percezione che le decisioni economico-finanziarie, infinitamente più pesanti in termini di conseguenze sulla vita delle persone e della collettività, passino allo stesso vaglio di “scientificità”. Non si spiega altrimenti – se non con ignoranza colpevole o malafede – la scomparsa dalla pianificazione-valutazione di aree “critiche” (molto più della sanità e dei vaccini) come quelle dell’ecologia, dell’energia, dei territori e come il ruolo di confronti pubblici, locali e generali, sui rapporti benefici/rischi, costi/efficacia, ampliamenti/restrizioni delle libertà personali e via elencando. Gli obblighi di trasparenza, l’impatto della politica sulla vita, il futuro delle società eccetera devono trovare almeno altrettanto spazio nei settori non sanitari: con più robustezza di confronti-conflitti, con più preoccupazione per il rispetto dei diritti fondamentali delle persone e nella definizione dei beni-comuni. Ciò che rilancia la critica e l’appello alle categorie-competenze, come quelle del diritto e dell’economia, a non accettare-subire, con il silenzio o la reticenza, il ruolo di paraventi rispetto a un futuro che non può più essere pensato come lineare.

10.

Come per la gran parte dei problemi “pandemici”, la pandemia virale è un prodotto “sistemico”. Con il vantaggio di avere, per cercare soluzioni, tanti vaccini. E addirittura una promessa di farmaci. Vantaggio che richiede una continuità di ricerca medica (come per altre aree mediche: l’ambito tumorale è un esempio). Ma ci sono patologie ancora più gravi, cui si cambia il nome per non associarvi subito anche il rimedio, che non chiede ricerca, ma civiltà: come la fame, che la medicina traveste come “malnutrizione severa”. I vaccini per le altre pandemie che si sono menzionate sono noti: culturalmente “registrati”, parte della storia che si vive. Si chiamano diritti: umani, dei popoli, costituzionali. Non si possono comprare nel “libero mercato”. Stanno sempre più diventando un’emergenza, per la quale non si discute nemmeno (come alla vigilia di Covid-19) di preparedness o preparazione. Il primo laboratorio obbligato è a portata di lotta-ricerca: il PNRR, in tutti i suoi pilastri (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/07/dove-ci-porta-il-piano/). Incominciando magari dalla sanità come indicatore-verifica di praticabilità concreta: anche perché se la si discute (includendo la salute, e magari perfino la cura) la sanità fa incrociare senz’altro tutte le pandemie per le quali si attende un dopo.
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*Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E’ stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E’ presidente del Comitato Etico, Università Bicocca, Milano.

Buon Natale

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Scintille di p. Enrico Deidda sj
*Sabato 25 dicembre 2021 Solennità del Natale*

Amiche e amici carissimi e preziosi che ci sia dato di vivere questo giorno, stringendoci gli uni agli altri
attorno al Bambino che è nato: con stupore-gratitudine-fede.

*Liturgia della notte* – Testi: Is 9, 1-6 Sal 95 Tit 2,11-14 Lc 2,1-14

Oggi ci faremo aiutare e spronare a vivere con intensità la venuta del Figlio di Dio, uomo tra gli uomini, da persone che per quello che hanno scritto e detto si sono qualificate come non credenti o lontani dalla Chiesa. Ricorderete che il Cardinal Carlo Maria Martini aveva istituito la “Cattedra dei non credenti”, consapevole che l’ascolto e il confronto con loro avrebbe aiutato i fedeli a guardare con più rispetto “i lontani” e ad essere essi stessi più consapevoli della preziosità del dono della fede.
Io, forse paradossalmente, ho trovato, tra gli scritti dei così detti atei o indifferenti, pensieri che davanti al mio cuore hanno brillato come perle. Vorrei condividerne tre, disposti come passi di un percorso, riportando poi a conclusione un pensiero di Papa Francesco.
1) *All’inizio una preparazione*, un disporre l’animo. “Il Natale mi fa pensare a quelle anfore romane che ogni tanto i pescatori tirano fuori dal mare con le loro reti, tutte ricoperte di conchiglie e di incrostazioni marine che le rendono irriconoscibili. Per ritrovarne la forma, bisogna togliere tutte le incrostazioni. Così il Natale. Per ritrovarne il significato autentico, _bisognerebbe liberarlo_ da tutte le incrostazioni consumistiche, festaiole, abitudinarie, cerimoniose, eccetera, eccetera. _Poi si vedrebbe_”. (Alberto Moravia, _Questo freddo di Betlemme lo sentì il Bambino_, La Locusta, Vicenza). Ecco il primo passo: liberare il cuore dalle scorie degli affari, affanni, scadenze della quotidianità.
Riconosco quali scorie sono più insistenti e distraenti per il mio cammino di fede? Mi attivo per lasciare un reale spazio interiore al Signore che nasce per me?
2) Dal riconoscere il significato autentico del Natale a *liberare il desiderio*, che vibra nel nostro cuore, la via è aperta:
“Oggi siamo seduti alla vigilia
di Natale, noi, gente misera,
in una gelida stanzetta, il vento corre fuori,
il vento entra.
Vieni, buon Signore Gesù, da noi,
volgi lo sguardo:
perché tu ci sei davvero necessario”.
Come scaturisce vivo, semplice, autentico questo desiderio dal cuore, dalla penna del grande regista Bertold Brecht, un vero zampillare di sorgente che ci fa bene.
(Bertold Brecht, tratto da _Natale in poesia_, Interlinea, Novara 2000)
3) Ed eccoci ora stupiti, grati, emozionati, presi quasi da un senso di gioiosa vertigine *davanti alla mangiatoia* dove è deposto il Bambinello, sentendo su di noi lo sguardo caldo e accogliente di Maria e Giuseppe.
Siamo tra pastori, magi, e tanti altri – curiosi e credenti – con quelle briciole di fede che oggi più che mai desideriamo che brillino dentro di noi e riscaldino anche chi ci è vicino.
Siamo nel terzo passo. È Jean-Paul Sartre, un ateo dichiarato, uno dei più colti e accaniti, che ci offre con il suo modo pessimistico e sarcastico (ma forse illuminato per un attimo da un guizzo di fede) lo sprone, “l’assist” decisivo:
“Un Dio trasformarsi in un uomo! Che favola degna di una balia … un Dio che si induce a nascere, a restare nove mesi come una fragola di sangue!?…
Se un Dio si fosse fatto uomo per me io l’amerei con l’esclusione di tutti gli altri, ci sarebbe come un legame di sangue tra lui e me e _la mia vita non sarebbe troppo lunga per dimostrargli la mia riconoscenza_. *Ma quale Dio sarebbe così folle per questo*? …” (da _Bariona_, Marinotti Editore, Milano)
Sì, è un Dio folle, un Dio folle d’amore per noi, per me, per te. Ma è realtà. È questa la verità che Sartre ha inquadrato così bene, ma gli è mancato il passo decisivo: quello della fede, quello che il Signore ha dato in dono a noi. E’ questo amore folle, umanamente inspiegabile, che il Bambino Gesù nella mangiatoia senza parole ci presenta e ci spiega!

Ed ora a suggello della nostra breve meditazione la parola di Papa Francesco:

Dio sta in una mangiatoia,
come a ricordarci
che per vivere abbiamo
bisogno di Lui come
del pane da mangiare.

Quante volte invece,
affamati di divertimento,
successo e mondanità,
alimentiamo la vita
con cibi che non sfamano
e lasciano il vuoto dentro!

Quella mangiatoia,
povera di tutto
e ricca di amore,
insegna che il nutrimento
della vita è lasciarci amare
da Dio e amare gli altri.

In questa tela di Rubens vediamo Maria che, con dolcezza e premura, svela il suo figlio Gesù ai pastori venuti ad adorarlo. E’ commossa e radiosa. La luce che rifulge da Gesù Bambino illumina la notte, si riflette sui volti dei presenti e accende di speranza i loro cuori. Tutti contemplano il Bambino meravigliati! Giuseppe è in piedi dietro Maria, sta in ombra e in silenzio, prega e veglia su Maria e il Bambino Gesù. E anche noi siamo invitati in questi giorni a sostare e ad adorare il Mistero fatto Bambino per portare a coloro che incontriamo la gioia del Natale!
Ed eccoci agli auguri carissimi amiche e amici: questo Natale ci aiuti a riscoprire la gioia e la dignità nostra e di ogni uomo e a crescere in una più sincera e vissuta solidarietà. Vostro p. Enrico sj.
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Natale 2021. Il nostro Natale sempre uguale sempre diverso.

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NATALE 2021

Mentre il giorno di Natale si avvicinava giorno dopo giorno ho deciso di iniziare le pulizie della casa: lustrare argento e rame, spolverare in ogni angolo sinché la casa non ha profumato di pulito. Ho avuto voglia di lavare e inamidare i centrini e rinfrescare la tovaglia che servirà per il giorno. Nel mentre ho iniziato ad addobbare la casa. Questa atmosfera natalizia mi prende ogni anno e ogni anno ripenso a quando ero bambina e vedevo la mamma e la domestica fare tutto questo. Ho seguito questo esempio da novella sposina e poi da giovane mamma. Ho continuato anche quando i figli erano ormai grandi e non seguivano più questo mio gran da fare ma venivano comunque a controllare se gli addobbi erano stati appesi e il presepio allestito nel soggiorno. Gianmichele, il maggiore dei miei figli, con sua moglie continuano questa tradizione. I miei unici nipoti che abitano lontano da me hanno ogni anno l’albero di Natale addobbato e illuminato e il presepio allestito. Care tradizioni familiari!
Nonostante tutto questo gran da fare non ho mai trascurato alcune letture che mi aiutano a entrare nell’atmosfera spirituale propria di questo periodo. Quest’anno però ho pensato di avvicinarmi alla nascita del Bambino con un certo anticipo. Ho voluto assaporare le feste che anticipano il nostro periodo d’Avvento e che sono arrivate a me dalla tradizione, da amici e dalle giovani donne che hanno sposato i miei figli.
Ho iniziato questo mio viaggio con le feste dei Santi e dei Morti, che ho sempre festeggiato da bambina in famiglia e poi nella mia casa ma da qualche anno sono state impreziosite dalle tradizioni che ha portato Sergio. È rimasta immutata la visita ai due cimiteri della città con la pulizia e l’addobbo delle tombe di famiglia e il pranzo del giorno dei Santi con i tradizionali dolci sardi. Da qualche anno ho aggiunto, come faceva Angela, la mamma di Sergio, la sera del primo Novembre, l’accensione di un lumino sul davanzale della finestra perché le anime dei nostri cari trovino la strada verso la casa. Prima di andare a dormire imbandisco la tavola con del cibo e delle bevande perché i nostri cari possano saziarsi con i profumi della nostra tavola e sentire immutato il legame che ci lega a loro.
Grazie a Pallabi, la moglie di Francesco, il mio secondo figlio, ho scoperto la festa indù di Diwali, che ricorda la vittoria del bene sul male. Quest’anno è caduta il 4 Novembre. È una festa molto importante in India ed equivale al nostro Natale. Ho riletto la storia del giovane principe Rama che per l’invidia della matrigna deve stare per quattordici lunghi anni in esilio, nella foresta. Ma avrà la compagnia della sua dolce moglie e di un caro fratello. Dopo varie vicissitudini tornerà in patria e sarà nominato re. Sulla strada del rientro il popolo lo festeggerà ornando il suo cammino con fiori e lumi. Mi sono sentita in sintonia con questa festa preparando il tipico piatto con i fiori e accendendo tanti lumini. In cucina ho un po’ pasticciato ma sono riuscita anche a cucinare del cibo pseudo indiano.
Il 25 Novembre, l’ultimo giovedì del mese di Novembre, è arrivata la festa del Ringraziamento che ho iniziato a festeggiare a Milano con Lindsay, la moglie del mio primo figlio. Ringraziare, che cosa meravigliosa! Spesso diamo tutto per scontato e non ci accorgiamo che possediamo molto. Sento che è doveroso fermarsi ogni anno e ricordare quello che si è avuto. Ho ringraziato per l’affetto dei miei cari e degli amici, la salute ritrovata dopo la malattia, una piccola tranquillità economica che mi ha permesso alcune comodità. Ma il ringraziamento più sentito è stato quello per aver avuto quest’Estate i miei figli, le nuore e i nipoti qui con me. Ho goduto le gioie dello stare insieme, la comune vita marina aggiunta alle delizie culinarie che Lindsay ha sempre cucinato con generosità per tutti noi. Ho ringraziato per le colazioni consumate sotto il loggiato, sola con Cecilia e Matteo mentre tutti gli altri dormivano e la casa era silenziosa. Sono stati momenti di pura gioia. Per la Festa del Ringraziamento non sono riuscita a cucinare il tacchino al forno ma mi sono deliziata di preparare le fettine di tacchino condite con la salsa di mirtilli, non sono mancate le patate al forno e la torta di zucca.
Tra la fine di Novembre e i primi di Dicembre è arrivata la festa ebrea del Chanukkah. Quest’anno si è festeggiata tra il 28 Novembre e il 6 Dicembre. Ricorda la fine del conflitto degli ebrei contro gli elleni. Gli ebrei, pur in minor numero e mal equipaggiati, ebbero la meglio e ripresero possesso di Gerusalemme. Riconsacrarono il tempio che gli elleni avevano profanato con i loro idoli e le loro statue. È la storia, quindi, di una lotta per poter continuare a seguire le proprie leggi e le usanze, di ritrovare la propria dignità di popolo e di potersi sentire ancora ebrei. La tradizione talmudica racconta che una volta entrati nel tempio di Gerusalemme per purificarlo e accendere il candelabro a sette braccia gli ebrei si accorsero che c’era solo un’ampolla di olio puro che sarebbe bastata per un solo giorno. Per miracolo l’olio durò otto giorni che era il tempo necessario per produrre del nuovo olio puro.
A ricordo di quel miracolo i saggi del Talmud istituirono la festa del Chanukkah, per ringraziare e lodare il Signore e che dura appunto otto giorni. Ogni sera al calar delle tenebre si accende una candela dalla canukkia (il portacandele), partendo da destra verso sinistra e recitando i versi: “Benedetto sei tu Signore che hai permesso di accendere le candele del Canukkah”. Giorno per giorno si accende una candela in più sino ad averle tutte e otto accese. La canukkia si espone fuori della finestra o dell’uscio di casa in modo che tutti la possano vedere. Queste luci invitano a tenere acceso il desiderio di camminare secondo le indicazioni di Dio.
Quando vivevo a Milano nei giorni della festa c’era una grande chanukkia nel Corso Vittorio Emanuele, acconto alla Basilica di San Carlo e ogni anno andavo a vederla. Questa festa l’ho celebrata anche con i miei alunni nella classe terza quando raccontavo le storie bibliche degli ebrei. Francesco, poi, aveva un carissimo amico, Riccardo, che era di religione ebraica e con la sua famiglia abbiamo, negli anni, festeggiato anche la Pasqua ebraica.
Per la prima volta nella casa di Cagliari ho acceso, giorno dopo giorno, la cannukia e Domenica 5 ho preparato le frittelle di zucchine, di patate e quelle dolci. La tradizione è stata rispettata anche nel cibo, appunto le frittelle che ricordano il miracolo dell’olio.
Lasciate alle spalle queste feste preparatorie è arrivato il periodo dell’Avvento, dell’attesa. Le quattro settimane mi hanno lentamente accompagnata verso la nascita del Bambino. Ho preparato la corona d’Avvento, ho allestito il presepio, settimana dopo settimana così come ho imparato dal mondo steineriano. La prima settimana sono apparsi solo i minerali, nella seconda i vegetali, nella terza gli animali e solo nell’ultima gli uomini e le donne con le loro case e i loro utensili. Assaporo ogni anno questo avvicinarmi alla Nascita attraverso i grandi momenti della vita del Mondo.
Natale è una festa che viene da molto lontano e dai quei popoli nei quali era viva la spiritualità. I nostri antichissimi antenati festeggiavano l’Inverno che stava per finire e la Primavera che sarebbe presto arrivata. Il giorno aveva finito di accorciarsi e iniziava di nuovo ad allungarsi. La luce del Sole trionfava sul buio. Solo nel IV secolo la chiesa cristiana ha deciso che la nascita del Bambino Gesù dovesse festeggiarsi negli stessi giorni in cui le grandi religioni della saggezza avevano festeggiato la vittoria della luce sul buio. Per questo Natale è un simbolo universale.
Anche quest’anno mi sono chiesta che significato abbia per me il Natale oltre all’aspetto esteriore degli addobbi. Ho ripercorso allora i vari Natali della mia vita. Ho ricordato l’atmosfera magica che i miei genitori riuscivano a creare quando noi tre fratelli eravamo bambini. Aspettavamo il giorno con una attesa palpitante e con una ferrea sicurezza che Gesù Bambino non ci avrebbe deluso e ci avrebbe portato i doni richiesti. Che trepidazione ci prendeva quando la notte della Vigilia chiudevamo gli occhi, stesi nei nostri lettini sistemati uno di fianco all’altro, pensando all’indomani mattina. Che gioia la mattina trovare sotto l’albero i tanti pacchetti. Era viva in noi una incondizionata gratitudine per quanto avevamo ricevuto, quei doni che venivano dal cielo e nientemeno portati dal Bambino Gesù. Correvamo, allora, nel lettone dei genitori per rassicurarli che il Bambino ci aveva premiato, segno che eravamo stati riconosciuti dei bravi bambini.
Quando avevo dieci anni è arrivato il Natale della verità. Il babbo era mancato il mese prima e una mattina di Dicembre, poco prima di Natale, ho visto Zio Goffredo, nell’atrio del nostro palazzo, con una alta pila di scatole. L’ho salutato con calore ma ho notato che lui era imbarazzato. L’ho lasciato andare portandosi via il mio rammarico; avevo capito che Gesù Bambino non portava i doni. È stata così dura quella scoperta subito dopo la morte del Babbo che da adulta ero fermamente convinta che i miei figli non avrebbero avuto quella disillusione. Era molto meglio non creare tutta quella aspettativa e fargli intendere che i regali sono dei genitori senza disturbare un piccolo bambino o un vecchio vestito di rosso e con la barba bianca. Per fortuna una collega degli uffici universitari, Cetty, dove entrambe lavoravamo, mi aveva convinta che per i bambini era importante creare la fiaba dei doni ricevuti in modo magico. Allora avevo optato per Babbo Natale, differenziando i ruoli e lasciando al piccolo Gesù la parte spirituale della festa.
Da adolescente il periodo natalizio era diventato lungo e noioso. Era bello allora contestare i riti e le usanze, specialmente le visite e gli auguri a tutti i vari parenti. La mamma continuava a tenere alte le tradizioni e si teneva stretta quella festa che la riempiva di gioia. Comprava con cura tutte le leccornie che avrebbero deliziato i nostri palati, preparava pacchi e pacchetti per tutti noi senza dimenticare le sue adorate sorelle Delia e Olga e la cara cognata Maria. L’albero e il presepio erano sempre allestiti con cura e grande amore e illuminavano un angolo del soggiorno.
Quando sono diventata mamma, per la prima volta è sorto il desiderio di avere anche nella mia casa l’albero e il presepio. Con grande generosità la mamma aveva allora diviso il suo presepio e così Gianmichele, pur di pochi mesi, ha avuto dopo il sacro battesimo anche quello nelle nostre tradizioni natalizie. Anche Francesco poi ha goduto del clima di attesa che vivevamo in famiglia. Bei giorni che ho curato con gioia e che ora sono tutti lì presenti nel mio ricordo e mi scaldano il cuore.
Pian piano sono arrivata ai giorni nostri, ai figli, le nuore e i nipoti lontani ma è viva in noi la voglia di sentirci vicini anche grazie alle moderne tecnologie che ci tengono connessi. Attraverso le video chiamate ho potuto vedere la gioia dei nipotini, Cecilia e Matteo, nell’allestire gli addobbi natalizi, ho colto i loro occhietti colmi di felicità. Ho atteso la lettera con la loro foto natalizia che è sempre il regalo più atteso e gradito che ricevo per Natale.
Anche quest’anno ho sentito l’esigenza di mettere per iscritto i miei pensieri e condividerli con tutte le persone con le quali ho percorso il cammino. Care e cari tutti grazie di questo cammino che spero continui ancora a lungo. Buon Natale
Elisabetta
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Auguri Auguri Auguri di un Sereno Natale
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Natività, Gherardo delle Notti, 1619-20, Uffizi, Firenze.
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Percorrendo il cammino sinodale

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Sostenuti dallo Spirito, in attuazione del Concilio.
Nei cammini sinodali, in ascolto e partecipi delle sfide e dei cambiamenti del mondo.
Alcune riflessioni e proposte per la Chiesa e la Società sarda.
*
di Franco Meloni
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Il Concilio ecumenico Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII e cominciato l’11 ottobre 1962, chiuso da Paolo VI l’8 dicembre 1965, fu indubbiamente un avvenimento grandioso per la Chiesa, che si affermava sempre più cattolica, nel significato di universalità, e per il Mondo.
Allora io ero molto giovane e nonostante militante della Gioventù di azione cattolica (Giac) nell’associazione Giuseppe Toniolo della parrocchia S.Anna di Cagliari, poco avvertii la portata del Concilio, se non per gli aspetti di innovazione nella liturgia. Certo, insieme con gli amici della mia e vicine generazioni avvertimmo il vento del cambiamento, ma senza capirne il profondo significato, ignorando quanto il Concilio aveva sancito nelle sue costituzioni e negli altri documenti. Solo alcuni anni più tardi cominciammo a prenderne consapevolezza, quando con la presidenza diocesana della Giac organizzammo momenti di riflessione e confronto in ambito studentesco (di frequente a La Madonnina di Cuglieri). Su quell’onda cominciammo a collegarci con le esperienze di comunità ecumeniche (Taize’, S.Paolo fuori le mura a Roma, Isolotto a Firenze; e anche in Sardegna: S.Rocco e S.Elia a Cagliari, Bindua). E a frequentare appuntamenti sulle grandi tematiche di rilievo della fase storica (Convegni giovani promossi dalla Pro Civitate Christiana di Assisi). Furono per noi le premesse culturali dell’impegno nel sociale, soprattutto nei quartieri urbani, contemporaneamente coinvolti nei Movimenti contestativi del ‘68. Circostanze che segnarono un accentuarsi delle difficoltà di rapporti con la Chiesa istituzionale da cui gradualmente in molti ci staccammo. Poteva andare diversamente, ma di sicuro non sentimmo il sostegno della Chiesa nelle nostre scelte esistenziali e vivemmo progressivamente il post Concilio come un “tornare indietro” rispetto alle attese dei primi tempi. Insomma non il Concilio ma la sua concreta attuazione fu per noi e per molti altri una delusione, o perlomeno una “mancata opportunità”, una “grande incompiuta”. Senza per questo disconoscerne i grandi frutti prodotti – come non dimenticare che uno di questi fu proprio la creazione della Caritas, ad opera di Paolo VI (1) – ma sicuramente non nella misura in cui il suo potenziale avrebbe consentito e ci saremo aspettati. È ora giunto il momento di riprendere quel cammino interrotto per noi e per molti. Sarà anche questo un frutto del Sinodo. Lo speriamo e sappiamo che molto dipende da ciascuno di noi.

Ho narrato di una personale esperienza, che non pretende di assurgere ad analisi generale, perché mi pare scorgervi un’assonanza con considerazioni di altre persone, tra cui quelle autorevoli di mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, l’ultimo vescovo vivente che ha partecipato al Concilio Vaticano II. In una recente intervista (2) così rispondeva alla domanda su quale sia la principale eredità del Concilio: «L’impegno ad attuarlo compiutamente, affidandolo alla responsabilità personale di ciascuno». E su cosa in particolare, debba essere ancora attuato: «Il riconoscimento del popolo di Dio. Noi siamo stati abituati come gerarchia ad agire e chiedere l’obbedienza dei fedeli: questa responsabilità della gerarchia rimane, ma dopo aver ascoltato, dobbiamo maturare insieme col popolo di Dio. L’importante compito che hanno i laici è di portare le sensibilità, le mentalità, i problemi del mondo d’oggi per poter tutti insieme preparare la decisione finale della gerarchia. (…) Quindi è importante questo spirito di dialogo, di comunione, di incoraggiamento all’interno della Chiesa, affinché la gerarchia sia in grado di dire l’ultima parola (…) Pertanto non credo serva un nuovo Concilio perché dobbiamo ancora attuare quello passato e il rischio sarebbe di tornare indietro invece che andare avanti. Purtroppo se guardiamo alla liturgia, al clericalismo… ancora tanto c’è da fare. Fortunatamente però il Signore ci ha donato un Papa come Francesco che, pur non avendo vissuto i giorni del Concilio, lo sta mettendo in pratica».
La vera continuità del Concilio sta dunque nel Sinodo, attraverso i percorsi sinodali intrapresi dalla Chiesa universale e dalle Chiese particolari, affidati al protagonismo di tutto il popolo di Dio, assistito dallo Spirito santo.

Come è noto i percorsi sinodali avviati nel 2021 sono due, che ovviamente si intrecciano: il “Sinodo 2021-2023” della Chiesa universale, intitolato «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione», che si è aperto il 9-10 ottobre in Vaticano e il 17 ottobre in tutte le diocesi del mondo (3); l’altro è il cammino sinodale italiano, ufficialmente aperto dall’Assemblea della CEI dello scorso giugno, che si snoderà fino al 2025 nel solco delle indicazioni emerse dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 (4).

In questo scritto focalizziamo le nostre riflessioni soprattutto sulla missione apostolica della Chiesa, in particolare con riferimento alla Chiesa italiana, in ascolto e partecipi delle sfide e dei cambiamenti del mondo contemporaneo. Lo facciamo in sintonia con le indicazioni della Chiesa italiana, formulate attraverso la CEI, con particolare attenzione alle problematiche della nostra Regione.

Dai tanti documenti esplicativi dei percorsi sinodali, pubblicati nei siti web dedicati, riprendiamo solo alcuni spunti, utili per i nostri ragionamenti (5).

“Nell’intraprendere questo cammino, la Chiesa di Dio che è in Italia non parte da zero, ma raccoglie e rilancia la ricchezza degli orientamenti pastorali decennali della CEI, elaborati fin dagli anni ’70 del secolo scorso, i quali, in un fecondo intreccio con il magistero dei Pontefici, da Paolo VI a Francesco, costituiscono una mappa articolata e sempre valida per la vita delle nostre comunità. Nel suo documento programmatico Evangelii Gaudium, Papa Francesco ha rilanciato con parole nuove e vigorose la dimensione missionaria dell’esperienza cristiana, disegnando piste coraggiose per l’intera Chiesa, provocandola a mettersi più decisamente in cammino insieme alle donne e agli uomini del nostro tempo; quel documento, dispiegatosi poi sempre più chiaramente nei gesti, nelle scelte e negli insegnamenti del Papa, costituisce un’eccezionale spinta a dare carne e sangue all’ispirato inizio della Costituzione conciliare Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (6):

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”.

E’ una missione che la Chiesa svolge da sempre, ma ovviamente noi pensiamo soprattutto al Mondo di oggi, con tutti i suoi problemi, ai quali corrisponde con la sua presenza, le sue opere e le sue sollecitazioni pastorali. E con il suo respiro universale, guidato da Papa Francesco, purtroppo “in solitudine” o perlomeno con pochi “compagni di strada” nelle realtà delle compagini umane (7). Se ci riferiamo agli ultimi tempi i capisaldi del messaggio evangelico della Chiesa sono le ultime due encicliche sociali di Papa Francesco, Laudato sì’ e Fratelli tutti. Verrebbe da dire che l’Umanità “chiama e invoca aiuto” anche quando il suo lamento non è precisamene indirizzato. La Chiesa comunque risponde, proponendo non le soluzioni, ma le condizioni perchè queste vengano costruite, rivolgendosi a tutto il popolo di Dio, che si allarga a tutti gli uomini e donne di buona volontà, in ultima analisi a tutta l’Umanità. Come non trovare in questa azione della Chiesa l’anelito alla fratellanza, all’eguaglianza, alla solidarietà, alla libertà di tutto il genere umano nella salvaguardia della Terra, la nostra casa comune.

Commenta mirabilmente la CEI l’incipit della Gaudium et Spes (6):

“In queste righe è racchiuso il significato del cammino sinodale, perché vi è concentrata la natura della Chiesa: non una comunità che affianca il mondo o lo sorvola, ma donne e uomini che abitano la storia, guardando nella fede a Gesù come il salvatore di tutti (cf. Lumen Gentium 9) e pellegrinando insieme agli altri con la guida dello Spirito, verso la meta comune che è il regno del Padre. La Chiesa è stata concepita in movimento, nel viaggio di Abramo da Ur dei Caldei (cfr. Gen 11,31) e nelle chiamate di Gesù ai discepoli sul lago e sulle strade (cfr. Mt 4,18‐23); la Chiesa è popolo pellegrino, che non percorre sentieri privilegiati e corsie preferenziali, ma vie comuni a tutti; la Chiesa non è fatta per stabilirsi, ma per camminare. La Chiesa è Sinodo (syn‐odòs), cammino‐con: con Dio, con Gesù, con l’umanità”.

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Ma per venire a “cose da fare”, dando atto delle numerose iniziative avviate nella nostra Diocesi, come anche riportate sul sito dedicato (3), scegliamo di dare un nostro contributo che pensiamo contribuisca ad integrare e arricchire le attività già in atto e quelle programmate, per i primi due anni del cammino sinodale. Proposte che si rivolgono anche a quanti poco o niente oggi frequentano la Chiesa e che ci sembra corrispondano all’impostazione data dall’Arcivescovo di Cagliari, di cui alla nota del Vicario generale (8), laddove è detto:

“Il Cammino Sinodale vuole contribuire a mettere in movimento le nostre comunità e suscitare una rinnovata consapevolezza del senso profondo del nostro essere Chiesa; la sinodalità vuole costituire anche l’occasione per un impulso alla missionarietà delle nostre comunità.
I primi due anni, costituiti da una prima fase narrativa, saranno caratterizzati dal mettersi all’ascolto di “ciò che lo Spirito dice alle Chiese”; sarà pertanto necessario il coinvolgimento, il più ampio possibile, degli organismi pastorali, consigli pastorali parrocchiali, consigli per gli affari economici, movimenti, gruppi di catechesi, senza dimenticare che «può essere significativo interpellare anche chi guarda alla Chiesa dall’esterno, per provare ad ascoltare quel che hanno da dirci e da chiedere. Confrontarsi con la percezione che della comunità ecclesiale e delle sue dinamiche interne ha la gente comune, con ciò che le persone si attendono. Questo può sicuramente contribuire a fare acquisire quel metodo che la carta d’intenti del Sinodo della Chiesa in Italia definisce “dal basso”, anche in rapporto al contesto» (cfr CEI, Prima bozza di esempio di percorso sinodale, Roma, 27-29 settembre 2021).
Non andrebbero esclusi dal Cammino Sinodale anche i luoghi della fragilità e della cura, i luoghi della cultura e dell’arte, i luoghi del lavoro e dell’economia, i luoghi della cittadinanza e della politica. Come da questi luoghi si percepisce la comunità ecclesiale?”

Il nostro contributo mira proprio a facilitare tale coinvolgimento, calato nella realtà della nostra regione, la quale vive oggi una situazione di estremo disagio.

Accumunati a molte altre realtà in Italia e nel Mondo, la Sardegna ha molti problemi, che l’epidemia del Covid ha aggravato e aggrava ogni giorno che passa. Non vogliamo qui farne ulteriore elenco. Chi lo volesse non ha che da sfogliare i quotidiani locali o consultare le News online di informazione politica. E neppure vogliamo parlare delle ricette per risolvere o perlomeno affrontare questi problemi. Anche queste le troviamo ogni giorno esposte, più o meno bene, negli stessi media.

Qui vogliamo semplicemente lanciare un messaggio e proporre una riflessione su che cosa possono fare i cattolici insieme con tutte le persone di buona volontà disposte a fare un percorso di comune impegno. Il messaggio è il seguente: la Sardegna ha soprattutto bisogno di fiducia. Innanzitutto della fiducia dei sardi verso se stessi, che è la condizione perché gli altri abbiano fiducia nei sardi. Dobbiamo pertanto impegnarci tutti a creare quel clima di fiducia che ci consenta di affrontare i problemi e di impegnarci a risolverli mettendo a frutto le capacità personali e delle comunità di appartenenza. Tutto ciò sembra banale, ma non lo è affatto. Sicuramente è difficile. Pensate cosa significa creare fiducia nel mondo della politica. Significa praticare rapporti di scambio tra persone che nella ricerca del bene comune, anche nel confronto e nello scontro dialettico, arrivino a soluzioni ottimali. La condizione è che si pratichi l’ascolto reciproco, come prevede il cammino sinodale, che si persegua l’obbiettivo della massima partecipazione. Cosa abbastanza diversa da quanto accade oggi, laddove la politica tende a selezionare le idee e le scelte sulla base degli interessi dei gruppi prevalenti e la partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica è sempre più ristretta. Allora, se si vuole invertire la rotta, occorre allargare gli spazi di partecipazione democratica sia per quanto riguarda l’accesso alle rappresentanze istituzionali (riforma delle leggi elettorali), sia per la promozione della cittadinanza attiva, sia per la valorizzazione delle competenze che devono prevalere sulle appartenenze.

Se dunque è la “partecipazione” la chiave giusta per ridare speranze di rinascita al popolo sardo, occorrono impegni concreti per favorirla, avendo come chiaro e virtuoso riferimento l’art. 3 della nostra Costituzione, laddove al comma 2 recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Insomma, c’è da dibattere e lavorare, nella consapevolezza che occorre maggiore dinamismo e disponibilità all’incontro esattamente come previsto dai percorsi sinodali, ovviamente sorretti da spirito evangelico e da correlato ottimismo della volontà! Ci sarebbe molto da discutere a tutto tondo sull’impegno dei cattolici in Politica, che, come ci ha insegnato Paolo VI, costituisce la più alta forma dell’esercizio della Carità. Ma in questo contributo scegliamo di soffermarci in prevalenza su quella parte della Politica che attiene alle questioni sociali, a sottolinearne urgenze e priorità, anche per quanto argomentiamo di seguito.

Siamo convinti che la situazione attuale della nostra società migliorerebbe fortemente se si sviluppasse un impegno politico che consentisse di rendere più incisivo e produttivo il poderoso lavoro che sul piano dell’impegno sociale fanno i volontari nelle diverse organizzazioni cattoliche e laiche al servizio della gente, in modo particolare degli ultimi. Innanzitutto ai volontari è richiesto che diano un aiuto alla Politica, anche se la stessa non la chiede. Al riguardo condividiamo in toto un invito formulato da Walter Tocci in un recente convegno della Caritas romana (9).

In questa sede avanziamo alcune proposte autonomamente elaborate o che riprendiamo da altri – una in particolare da uno scritto di Enzo Bianchi (fondatore della Comunità di Bose) (10) – che riecheggiano le riflessioni del “Patto per la Sardegna” lanciato nel novembre 2020 da un gruppo di intellettuali cattolici sardi (11).

1. Moltiplicare gli spazi di partecipazione, ascolto, confronto, discernimento.
In piena sintonia con l’impostazione dei cammini sinodali, si tratta di dare vita nelle chiese locali, diocesane e regionale, e in tutte le diverse realtà parrocchiali e di altra natura di appositi spazi nei quali “tutti i cattolici che si sentono responsabili nella vita ecclesiale e nella società possano essere convocati e quindi partecipare: incontri realmente aperti a tutti, che sappiano convocare uomini e donne muniti solo della vita di fede, della comunione ecclesiale, della consapevole collocazione nella compagnia umana”. Si tratta di chiamare tutte e tutti a “esprimersi in merito a una lettura della vita sociale, delle urgenze che emergono, occasioni di confronto in cui si esaminano i problemi che si affacciano sempre nuovi nella vita del paese e si cerca di discernere insieme alla luce degli insegnamenti del Vangelo. Da questo ascolto reciproco, da questo confronto, possono emergere convergenze pre-politiche, pre-economiche, pre-giuridiche che confermano l’unità della fede ma lasciano la libertà della loro realizzazione plurale insieme ad altri soggetti politici nella società”. Spazi pubblici reali in cui “pastori e popolo di Dio insieme, in una vera sinodalità, ascoltino ciò che lo Spirito dice alle chiese e facciano discernimento per trarre indicazioni e vie di testimonianza, di edificazione della polis e della convivenza buona nella giustizia e nella pace”. È in questi spazi che si possono “delineare le istanze evangeliche irrinunciabili, che poi i singoli cattolici con competenza e responsabilità tradurranno in impegni e azioni diverse a livello economico, politico, giuridico”.

Da queste attività si può partire per ulteriori indispensabili interlocuzioni con il “resto del mondo” per comuni percorsi nel perseguire il bene comune. Ovviamente il coinvolgimento di appartenenti ad altre confessioni religiose e anche di non credenti sarebbe possibile è auspicabile fin da subito, decidendosi caso per caso le modalità di apertura.

2. Cattedra dei non credenti e Cortile dei Gentili: esperienze da proporre, opportunamente adattate, anche nella nostra realtà sarda.
Un’altra proposta, che s’iscrive nell’esortazione a «interpellare anche chi guarda alla Chiesa dall’esterno, per provare ad ascoltare quel che hanno da dirci e da chiedere» è quella di ripercorrere le orme della «Cattedra dei non credenti», del grande uomo di chiesa cardinale Carlo Maria Martini (12), cogliendone l’essenzialità, anche se in forme attuative diverse dall’esperienza originale. Forse avvicinandosi a quella tuttora viva e di largo seguito del «Cortile dei Gentili», animata dal cardinale Gianfranco Ravasi (13). Ovviamente anche qui in programmi e modalità corrispondenti alle energie che persone di buona volontà vogliono mettere in campo, risorse che non mancano anche dalle nostre parti.

3. L’ascolto nell’esperienza della Caritas (14)
Quantunque presi dalla frenesia di fare cose nuove o proporre iniziative collaudate in altri ambienti che per noi avrebbero il gusto dell’inedito, non possiamo certo dimenticare quanto di buono già si fa dalle nostre parti, magari con la voglia di migliorare. Con questo intento, ripercorriamo in particolare, anche come esemplificazione, le iniziative di “ascolto” della nostra Caritas.
In tale ambito un’iniziativa pastorale di rilievo concerne il rafforzamento del Centro di Ascolto Giovani. Esso offre le seguenti forme concrete di aiuto: sostegno emotivo, ossia tutte quelle attività che permettono di prendersi cura dei ragazzi per le loro fragilità relazionali, sociali e psicologiche e sostegno strumentale, per assistere i giovani nelle operazioni di natura burocratica e per affrontare la condizione di disoccupazione.
In sinergia con il Centro di Ascolto Diocesano, si segnala l’implementazione di un servizio di supporto psicologico gratuito, fondamentale per i giovani, specie nelle situazioni di disagio emotivo ed esistenziale in momenti critici della vita. Il servizio di supporto psicologico mira a promuovere lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse personali, facilitare le capacità decisionali dei giovani per sviluppare una migliore consapevolezza del proprio agire nell’affrontare problematiche di carattere personale e/o professionale. In sinergia con gli interventi istituzionali, in gran parte sostenuti dall’Unione Europea, dallo Stato e dalla Regione Sarda, il Centro di Ascolto Giovani svolge un ruolo di informazione e di formazione, in cui gli operatori accolgono i ragazzi, anche aiutandoli negli adempimenti di natura burocratica, per intraprendere la strada della propria vocazione professionale. In tale ambito se un giovane ha un’idea imprenditoriale meritevole di supporto, il Centro di Ascolto Giovani può mettere a disposizione un’ampia rete di professionisti per assisterlo con competenza nella realizzazione del suo progetto, utilizzando le numerose opportunità fornite dai soggetti istituzionali, tra le quali quelle che si iscrivono nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) (15) e nei Fondi strutturali europei di coesione sociale territoriale.
Di tale rete fa parte anche il Progetto Policoro, realtà condivisa tra Caritas, Pastorale Sociale e del Lavoro e Pastorale Giovanile che ha come missione i giovani, il Vangelo ed il lavoro. Il servizio del Centro di Ascolto Giovani è esteso alle persone dai 15 ai 40 anni di età. Un Centro di Ascolto “a tutto tondo”: uno spazio di libertà, in cui i giovani possano sentirsi accolti, ascoltati e compresi nelle loro importanti esigenze per costruire insieme progetti di vita piena e finalizzati alla loro autonomia.
Per tutto ciò, si rimarca la necessità di agire nella prospettiva di percorsi sinodali di ampio respiro capaci di intessere reti, alleanze ed occasioni di corresponsabilità nella consapevolezza che è fondamentale operare insieme nella direzione della giustizia sociale e del bene comune.
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Queste proposte, che ci sembrano collimino con le posizioni di tanti altri partecipanti al dibattito, in certa misura già in attuazione, appaiono ulteriormente migliorabili e percorribili nei cammini sinodali.

Infine una considerazione: la Chiesa propone e pratica concretamente un metodo, quello sinodale ispirato dal Vangelo, che può costituire un decisivo aiuto per rafforzare le democrazie contemporanee che in tutto il mondo stanno attraversando fasi di crisi, in talune realtà fino al pericolo della propria sopravvivenza. Anche su questo versante, nel rispetto dei diversi ambiti, si può camminare insieme con tutti gli uomini e le donne di buona volontà e con le tante e diverse organizzazioni di impegno sociale e culturale che animano le nostre società, verso la Salvezza dell’Umanità e di tutto il Creato.

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Note [segue]

È online Rocca ventiquattro/2021.

rocca-24-2021
Radici cristiane?
di Mariano Borgognoni, direttore di Rocca.

Dove nasce quest’anno Gesù?
Dov’è il campo dei pastori? Dei reietti? Degli impuri? Forse lì, ai confini dell’umanità, nella foresta di Bialowieza o in cento altri muri del pianto dell’Europa ‘cristiana’.
Ricordate? Correvano gli anni intorno al 2000 e ci si accapigliava sul nominare o no le radici cristiane nella Costituzione europea, poi abortita. Quale migliore occasione per mostrarle oggi queste radici. Perché avere radici cristiane che non siano marcite non può che voler dire accoglienza, solidarietà, cura. Riconoscere Cristo nell’affamato, nell’assetato, nel profugo, nel bambino appoggiato tra i cespugli gocciolanti e in quello sepolto nel ventre caldo di questa rigida foresta patrimonio mondiale dell’umanità. Quale paradosso! Intendiamoci le lanterne verdi testimoniano che c’è ancora qualcosa di prezioso nel ‘gregge’ cristiano, un resto che veglia, che resiste alla ‘globalizzazione dell’indifferenza’. Ma ci vogliono pastori che, in questa notte, veglino. Fortunatamente almeno a Roma uno ce n’è, altrove si agitano crocefissi come randelli. Nella notte illuminata dalla luce artificiale dei blindati polacchi rischiano di morire i valori fondanti dell’Europa. Non solo quelli cristiani. Per essi bisogna ricondursi all’unico fondamento non negoziabile di cui ci parla il Natale: i poveri, gli anonimi, i dimenticati, i migranti sono il luogo da cui Dio riparte sempre. In loro rinasce sempre, spesso rimuore. E risorge non solo per assicurarci la vita eterna ma perché eterna non sia la sorte di chi è stato ferito dall’ingiustizia o dalla sciagura. Nessuna giustizia infatti potrebbe mai esserci passando sopra la sorte degli umiliati e degli offesi: estrema ed estremistica speranza contro ogni resa. Ripartire dall’autorità di coloro che soffrono, questa è la vera differenza cristiana, quella che è bene non sia assorbita nel tritasassi omologante del globalismo. Oserei dire che questo per i cristiani viene perfino prima della politica. Anche se la politica è decisiva: quella che accoglie in un modo solidale e intelligente e quella che sostiene la lotta contro il saccheggio della natura e delle risorse dei paesi poveri e contro le classi dirigenti corrotte e fellone che sovente li governano con l’appoggio delle potenze dominanti del mondo. Anche perché la possibilità e il diritto a rimanere sia l’altra faccia della disponibilità ad accogliere chi cerca altrove, come un tempo noi italiani a milioni, una speranza di vita e di futuro.

Chiudiamo quest’anno in un crescendo di segnali preoccupanti. I brani evangelici dell’Avvento sembrano scritti per noi anche se, purtroppo, hanno parlato al cuore di tutte le generazioni. Tornano a dirci di attendere, cioè fare ed aspettare. Saper attendere anche quando intorno a noi tutto sembra dirci che non c’è tempo per perdere tempo. Riprende la pandemia, con più della metà del mondo povero non vaccinato e bigfarma che accumula denaro nei suoi arsenali. Che ha da perdere dalla lunga durata dell’epidemia? Ma la politica? Dov’è la politica? Glasgow che non cava un ragno dal buco e i mutamenti climatici minacciano le condizioni di vita del Pianeta e con ogni evidenza indurranno migrazioni da far impallidire quelle attuali. L’agenda 2030 approvata dall’Onu giace quasi esanime mentre più dell’80% del fabbisogno energetico è ancora fondato sui combustibili fossili. La cosiddetta utopia sostenibile per ora lascia campo al business as ususal. Malgrado Greta e la sua generazione: altre lanterne verdi. E del nostro Paese che dire? Se si fa una riformina fiscale si cominci almeno dal basso, dai redditi del lavoro impoverito. Se vogliamo una società che non si sbricioli bisogna cambiare verso.
Ho fatto tre esempi, tra i tanti possibili di come vanno le cose. Mancano soggetti forti che organizzino la speranza e si battano per un paradigma economico, sociale e politico nuovo. Farsi prendere da un po’ di nostalgia è quasi comprensibile ma bisogna evitare quello che Bauman chiamava retrotopia, ricercare la soluzione nelle soluzioni del passato.
«Alzate la testa, perché la vostra liberazione è vicina». È una chiamata non solo a resistere e attendere quella speranza ultima e decisiva, ma ad assumerci la responsabilità che spetta a ognuno di noi. Se ciò che è ultimo non è nelle nostre mani, interamente in esse sono le cose penultime.
Noi siamo una rivista che non si è fatta mai cadere le braccia e siamo convinti che oggi più che mai ci sia bisogno di dare alimento ad un pensiero radicale e a un agire accorto e realistico. Tenere insieme questi due fili della radicalità e del realismo continuerà ad essere la nostra scommessa e il nostro impegno dopo questo intenso anno di rinnovamento. Nell’augurarvi, care lettrici e cari lettori, un buon Natale, continuiamo a contare sul vostro sostegno. E voi contate sulla nostra libertà.
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logo76Newsletter n. 241 del 15 dicembre 2021

L’ATTESA E IL POTERE

Care amiche ed amici,

se c’è un periodo dell’anno, almeno fino a quando resti una sopravvivenza di memorie cristiane, contrassegnato da un senso di attesa, questo è il tempo di Avvento che stiamo vivendo: un tempo liturgico tradizionalmente esteso alla stagione civile, in cui si parla della venuta di qualcuno, dell’accadere di qualcosa, da cui il futuro sarà modificato. Si tratta del Natale, di cui qualcuno dice che non si dovrebbe neanche parlare, per alludere invece a più generiche “feste”.
L’attesa che quest’anno attraversa tutto il mondo è per la fine della pandemia, ma essa per un verso è legata a fattori imprevedibili, per un altro verso è legata alla sola cosa che sarebbe risolutiva e che non vogliamo fare, cioè la soppressione dei brevetti sui vaccini e i farmaci salvavita , la vaccinazione universale e drastiche riforme per rendere salubre l’aria che respiriamo come abbiamo reso potabile nei tubi l’acqua che beviamo.
L’altra attesa che domina oggi in Italia i discorsi della politica è quella dell’elezione del presidente della Repubblica, a cui sembra che tutto drammaticamente sia sospeso, compresa la durata della legislatura, mentre dovrebbe essere un evento ordinario della vita democratica. Draghi ne approfitta per ignorare i sindacati, la destra la enfatizza come il passaggio cruciale della sua acquisizione definitiva del potere: Renzi, che non ne possiede affatto le chiavi, ha già regalato la presidenza alla destra come se le toccasse per diritto di successione, la Meloni la rivendica come sua, ne fa l’architrave della “casa dei conservatori”, la ordina al presidenzialismo e la riserva a un “patriota” che nella sua semantica sembra parola molto affine a “fascista” e lo fa come se non fosse per Costituzione dovere non solo di un presidente ma di ogni titolare di funzioni pubbliche adempierle con disciplina ed onore, cioè per la “patria”.
Quello che si dimentica, e proprio nel momento in cui si fa appello a una millantata identità liberale e cristiana, è che se il potere è mitigato dalla tradizione liberale esso è addirittura rovesciato nel suo contrario dalla tradizione cristiana; c’è scritto nel Vangelo che Pilato non avrebbe nessun potere se non gli fosse dato dall’alto, che essere re vuol dire stare nel mondo per dare testimonianza alla verità, sta scritto nelle lettere di san Paolo che il Verbo di Dio svuotò se stesso e che la forma di Dio ha preso la forma del servo; mentre a conclusione del suo “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno” Giuseppe Dossetti sottolineò che secondo il greco della “Lettera ai Romani” coloro che esigono i tributi devono essere considerati come “liturghi di Dio”. Il rovesciamento del potere in diaconia, in testimonianza, in martirio e dono di sé è l’apice del paradosso cristiano, mentre l’ideologia machiavelliana che fa del potere un idolo ne è la massima contraddizione; all’opposto i controlli, i limiti e le garanzie nei confronti del potere sono il massimo inveramento che le Costituzioni moderne e soprattutto il costituzionalismo postbellico, che ora vogliamo proiettare verso una Costituzione mondiale, realizzano di una rivoluzione non più solo religiosa e politica, ma antropologica.
Contro questa conversione del potere assistiamo alle sfide più dure. Su tutti i fronti la destra è all’attacco per dare perennità ai poteri esistenti, potere del denaro sulla politica, potere dei padroni sui servi, potere delle cose sull’uomo, potere dei cittadini sugli stranieri. Secondo il quotidiano britannico “Guardian” il 6 gennaio scorso ci sarebbe stato un piano che avrebbe dovuto consentire a Trump di perpetuare il suo potere invalidando l’elezione di Biden, quando esplose l’attacco dei “patrioti” al Campidoglio; sui collegi elettorali americani il sistema sta lavorando per configurarli in modo che ne sia scontata l’assegnazione alla destra; in Inghilterra un tribunale decide l’estradizione di Assange per bollare come delitto lo svelamento dei crimini del potere, mentre come ha denunciato il papa all’Angelus le statistiche dicono che quest’anno si sono fatte più armi dell’anno scorso, ultima istanza di un potere incondizionato.
È contro questo dilagare inarginato del potere che le risorse dell’etica, della politica, del costituzionalismo e del diritto devono essere mobilitate perché la democrazia resti nell’attesa dei futuro.
Con i più cordiali saluti,

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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una Terra
un popolo
una Costituzione
una scuola

Newsletter n. 55 del 1 dicembre 2021

SE IL GENERALE SCENDEVA

Carissimi tutti,
il progetto di una Costituzione della Terra ha avuto una sorta di battesimo il 24 novembre scorso, nel quadro delle ricchissime cost-terra-logoiniziative del Festival della pace di Brescia, che promosso dal Comune e dalla Provincia di quella città, ha tra i suoi meriti anche quello di promuovere l’adesione dell’Italia al Trattato per la interdizione delle armi nucleari. Nell’Incontro, in cui il prof. Ferrajoli ha illustrato l’iniziativa costituente e Tecla Mazzarese i relativi “materiali” pubblicati dall’editore Giappichelli, il presidente del Consiglio comunale, Roberto Cammarata, che lo moderava, ha anche letto il possibile “Incipit” di una Costituzione della Terra che potrebbe dire così: “Noi abitanti della Terra che veniamo da immense gioie e indicibili sofferenze, decidiamo di vivere insieme, nessuno escluso, in pace, senza armi d’offesa, senza fame omicida, senza muri violenti, e volendo salvare la Terra ci diamo la seguente Costituzione:…”.
Hanno partecipato al dibattito anche i professori Francesco Pallante, Fabrizio Sciacca e Franco Ippolito; non disponiamo dei testi degli interventi ma sulle origini del progetto costituente nella storia politica e culturale del Novecento si può trovare nel sito l’intervento di Raniero La Valle. In particolare vi è citata come precedente la proposta di un mondo libero dalle armi nucleari e non violento, che Mikhail Gorbaciov e Rajiv Gandhi, come laeders politici di un quinto dell’umanità del tempo, avanzarono con la “dichiarazione di Nuova Delhi” del 27 novembre 1986, fondata su dieci principi fondamentali di cui i primi tre recitavano:
“1. La coesistenza pacifica deve diventare una norma universale dei rapporti internazionali:
nell’era nucleare è indispensabile ristrutturare le relazioni internazionali, affinché il confronto sia soppiantato dalla cooperazione e le situazioni di conflitto siano risolte con mezzi politici pacifici e senza ricorrere alle armi.
“2. La vita umana dev’essere considerata il valore supremo:
il progresso e lo sviluppo della civiltà umana possono essere assicurati in condizioni di pace e soltanto dal genio creativo dell’uomo.
“3. La nonviolenza dev’essere alla base della vita della comunità umana:
la filosofia e la politica fondate sulla violenza e sull’intimidazione, sulla disuguaglianza e sull’oppressione, sulla discriminazione di razza, di fede religiosa o di colore della pelle sono immorali e inammissibili. Esse sprigionano uno spirito di intolleranza, sono deleterie per le nobili aspirazioni dell’uomo e negano tutti i valori umani”.
Quell’antica proposta dimostra come un mondo così può essere pensato in sede politica e perseguito da poteri responsabili. Purtroppo i protagonisti di allora, a cominciare dagli antagonisti occidentali dell’Unione Sovietica, non erano disponibili a realizzarla, come fu dimostrato tre anni dopo dalla miope reazione alla decisione politica di Gorbaciov di far venir meno il muro di Berlino e di passare dalla guerra fredda alla pace; nell’intervento citato si racconta di una visita scoraggiante di parlamentari italiani al Dipartimento di Stato e al Pentagono proprio l’8 novembre dell’89 e poi della risposta del generale americano che volava 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno sui cieli dell’America per essere pronto in ogni evenienza a scatenare l’ecatombe nucleare; a chi lo incitava lietamente in un collegamento da terra a scendere perché la guerra ormai era finita, rispondeva che la guerra doveva restare sempre pronta all’esercizio. Se invece davvero quel generale fosse sceso e si fosse creduto alla pace, tutto il corso della storia successiva sarebbe stato diverso. La guerra del Golfo era vicina.
Nel sito labibliotecadialessandria, tra “I precedenti”, pubblichiamo la “lettera ai comunisti italiani” del 24 gennaio 1986.
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costituente-terra-logo
Vi informiamo da ultimo che l’assemblea annuale di Costituente Terra è convocata per il 27 gennaio 2022 alla Biblioteca Vallicelliana, ci auguriamo in presenza o in ogni caso a distanza e con il relativo link. All’o.d.g. l’approvazione del bilancio 2021, l’elezione del presidente e degli organi statutari e lo sviluppo delle attività, a cominciare da un più largo coinvolgimento di tutti nel processo costituente. Tutti gli iscritti vecchi e nuovi sono invitati a partecipare. Per le quote resta stabilito quanto indicato nell’appello istitutivo: “La quota annua di iscrizione è libera, e sarà comunque gradita. Per i meno poveri, per quanti vogliano e possano contribuire a finanziare la Scuola, eventuali borse di studio e il processo costituente, la quota è stata fissata nella misura significativa di 100 euro, con l’intenzione di sottolineare che la politica, sia a pensarla che a farla, è cosa tanto degna da meritare da chi vi si impegna che ne sostenga i costi, contro ogni tornaconto e corruzione. Naturalmente però è inteso che ognuno, a cominciare dai giovani, sia libero di pagare la quota che crede, minore o maggiore che sia, con modalità diverse, secondo le possibilità e le decisioni di ciascuno”. Per i versamenti, benvenuti fin d’ora per sostenere la gestione dei siti e le spese ordinarie, si prega di usare l’IBAN IT94X0100503206000000002788 (dall’estero BIC BNLIITRR), intestato a “Costituente Terra”.
Con i più cordiali saluti

www.costituenteterra.it
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QUALCHE PRECEDENTE NELLA STORIA DEL ‘900
1 DICEMBRE 2021 / COSTITUENTE TERRA / IL PROCESSO COSTITUENTE /
Dalle Nazioni Unite alla guerra fredda alla dichiarazione di Nuova Delhi alla rimozione del muro di Berlino: una lunga gestazione nella vicenda del 900

Raniero La Valle

Si è tenuto il 24 novembre 2021 nel quadro delle iniziative del Festival della pace di Brescia un Incontro, moderato da Roberto Cammarata, per la presentazione del progetto di una Costituzione della Terra e dei relativi “Materiali” pubblicati nella collana dell’Editore Giappichelli. Relatori al Convegno sono stati Luigi Ferrajoli, Raniero La Valle, Tecla Mazzarese, Francesco Pallante, Fabrizio Sciacca e Franco Ippolito. Su qualche precedente nella vicenda politica e culturale del Novecento si è svolto il secondo intervento che qui riprendiamo.

Nel Novecento, dopo la catastrofe della guerra, della Shoà, della bomba atomica, il mondo si è reso conto del fatto che la cultura che lo aveva portato fin lì non era in grado di assicurare la continuità della storia, bisognava fondare il mondo su nuove basi, bisognava ripudiare la cultura della guerra, gli imperialismi, le colonie, l’ideologia delle sovranità assolute, avviare un multilateralismo che permettesse di affrontare le nuove sfide. Furono fondate le Nazioni Unite, la prima Convenzione che venne adottata fu quella contro il genocidio, fu proclamata almeno a parole l’eguaglianza, non solo delle persone, ma anche delle Nazioni grandi e piccole, si tentò di mettere su delle istituzioni per introdurre qualche rimedio all’anarchia dell’economia selvaggia.
La politica non fu però coerente con questa conversione del pensiero, gli Imperi non cadono senza resistere, le colonie non finiscono senza lotte di liberazione, l’economia confligge con la politica e le resiste, e la rivoluzione non c’è stata. C’è stata invece la guerra fredda e la politica del terrore ha dettato il nuovo ordine del mondo.
A ciò si è aggiunto un fattore prima sconosciuto, l’onnipotenza e l’autoreferenzialità della tecnica che suscitava in uno dei maggiori filosofi del Novecento, Martin Heidegger, la domanda se ormai solo un Dio ci potesse salvare. Ma al di là di questo estremo si era fatta strada la percezione negli osservatori più illuminati che non solo questo o quel regime politico economico e sociale fosse in crisi, ma che l’intero corso storico fosse giunto con la modernità a una crisi senza uscita per la quale senza un cambiamento radicale non si potesse evitare la rovina e la pace non potesse essere costruita.
In che consisteva questa crisi? Secondo un grande economista e filosofo nostro, Claudio Napoleoni, essa consisteva nella perdita dell’uomo come soggetto; il capitalismo, con il suo primato del momento economico era riuscito ad assorbire tutta la realtà rendendo tutti, padroni ed operai, ricchi e poveri meccanismi e figure di una macchina produttiva a cui erano assoggettati e in cui tutti erano inclusi. Era, in una forma particolarmente inclusiva, l’alienazione diagnosticata dal marxismo, anche se senza una risposta ideologicamente e politicamente adeguata.
Il Club di Roma poneva nel 1971 il problema dei limiti dello sviluppo: finivano le risorse, la Terra non è un sistema incondizionato, occorreva rovesciare i paradigmi dello sfruttamento dell’ambiente.
Negli anni 80 dopo il delitto Moro (1978) il PCI apriva un dibattito sulla sua funzione come partito, unico in Italia, che aveva tenuto aperta, sia pure a fatica, l’istanza rivoluzionaria.
In vista del congresso di questo partito, convocato per l’aprile 1986, Claudio Napoleoni ed io, insieme a molti esponenti della cultura e della politica, prevalentemente cattolici, scrivemmo una lettera ai comunisti; tra i firmatari c’erano padre Balducci, Eleonora Moro, Adriano Ossicini, Mario Gozzini, Italo Mancini e molte realtà di base (la si può trovare ora nella prima sala del sito http://labibliotecadialessandria.costituenteterra.it/sala-i-il-processo-costituente/#i-precedenti ).
L’appello rivolto ai comunisti – ed era una bella pretesa – era che il partito comunista cambiasse per così dire la sua ragione sociale, che questa non fosse, dogmaticamente, l’uscita dal capitalismo, ma fosse in modo più esigente l’uscita dal sistema di guerra. Per discuterne i firmatari convocarono a Cortona per l’11e 12 ottobre 1986 un convegno la cui relazione introduttiva fu tenuta da Claudio Napoleoni. La diagnosi era impietosa; la gravità della crisi stava nel fatto che la guerra non era più solo un evento possibile, catastrofico e addirittura finale della convivenza umana, dopo la bomba atomica, le armi spaziali e tutto il resto che gli uomini avevano imparato dell’ “arte della guerra”, ma era diventata una funzione costituente dell’intera società, in qualche modo la sua costituzione materiale, intorno alla quale tutto il sistema politico e sociale era strutturato. In tal modo il sistema di guerra era diventato il culmine e la garanzia di un sistema di dominio, che non era solo il dominio degli uni sugli altri, di popoli su altri popoli, ma era il dominio del sistema di produzione capitalistico su tutti gli uomini, per cui tutti erano assoggettati alle cose, tutti alienati, i padroni come gli operai, le donne come gli uomini, vittime di un sistema in cui tutti perdevano la loro soggettività, in cui tutti erano inclusi come figure e maschere di un meccanismo in cui la realtà era manipolata e la tecnica fine a se stessa. Dunque, come lo definimmo, era un sistema di dominio e di guerra; e il compito era di recuperare le soggettività perdute e di mettere in moto un opposto e virtuoso processo costituente, tant’è che il titolo della rivista che pubblicò gli atti del convegno. “Bozze 86”, recitava: Costituente pace.
Si può pensare che quello fosse un libro dei sogni. Ma per un’imprevista coincidenza negli stessi giorni del convegno di Cortona si teneva a Reykjavik in Islanda, un incontro tra Gorbaciov e il presidente Reagan in cui veniva ripudiata la guerra fredda ed avviata la distensione; ma la vera novità che faceva risuonare un linguaggio mai sentito prima nei rapporti tra le Potenze interveniva poco più di un mese dopo, il 27 novembre 1986 nella “Dichiarazione di Nuova Delhi” lanciata come proposta al mondo da Gorbaciov e da Rajiv Gandhi, leader dell’India e figlio di Indira. Si trattava di uno straordinario progetto di unità del mondo, a partire da un totale rovesciamento della politica di guerra e dal licenziamento della guerra come coronamento della sovranità e struttura costituente della politica degli Stati e dei loro rapporti internazionali; si postulava la costruzione di “un mondo libero dalle armi nucleari e non violento”, in cui la vita umana fosse considerata il valore supremo; e il realismo di questo programma politico era esplicitamente fondato sul fatto di essere avanzato legittimamente a nome dell’India e dell’Unione Sovietica i cui popoli – uomini donne e bambini – comprendevano oltre un miliardo di persone e un quinto dell’intera umanità di allora; una vera Costituzione mondiale mai pensata prima a partire da 10 principi e obiettivi fondamentali puntualmente indicati.
Paradossalmente la proposta di Cortona, che i comunisti italiani avevano lasciato cadere ed era certo ignota ai due leaders lontani, dimostrava di non essere irrealistica se un grande esponente del comunismo, e anzi allora il suo capo anche come capo dell’URSS, la rivolgeva a tutto il mondo in altre forme e nelle modalità a lui proprie. Un mondo così poteva essere pensato!
Ma il mondo politico e giornalistico di allora era così refrattario a una simile proposta che la scelta unanime fu di ignorare la Dichiarazione di Nuova Dehli e di seppellirla nel silenzio, opponendole una censura ferrea che non ne permise nemmeno la pubblicazione in Occidente, tant’è che essa è ancora ignorata come se non fosse mai esistita; oggi la si può trovare, non a caso, nel nostro sito http://labibliotecadialessandria.costituenteterra.it/, (Il processo costituente) come precedente del progetto di una Costituzione della Terra.
Fu quello il momento magico di ideazione di un nuovo ordine di rapporti umani (per riprendere un’espressione usata qualche decennio prima da papa Giovanni, che era stato il primo ad assumere la pace sulla terra, la “pacem in terris”, come struttura costituente della comunità mondiale).
Ma la cosa non finì lì. Come sviluppo di quell’impegno politico meno di tre anni dopo, il 9 novembre 1989 Gorbaciov prendeva la decisione politica dell’apertura del muro di Berlino, maldestramente attuata dal governo dell’Est tedesco dell’epoca, presieduto da Honecker che si era dimesso qualche settimana prima. Fu l’evento cruciale dell’89 e del secolo, che è passato alla storia come “caduta del muro di Berlino” e che invece in realtà fu la rimozione per via politica del Muro e la proclamazione universale che la guerra era finita.
Ma è a questo punto che, in contrario, c’è stato un catastrofico arresto storico, che ha interrotto il percorso di uscita dalla grande distruzione che il genere umano era arrivato a produrre nel Novecento, arresto storico frutto anch’esso di una decisione politica e di una rovinosa paralisi culturale.
Io conservo un’immagine plastica di questo sbarramento opposto al futuro, di questa caduta di Icaro nel novembre dell’89. In quei giorni ci trovavamo in America con una delegazione della Commissione Difesa della Camera dei deputati, che vi si era recata per un viaggio di scambio tra i Parlamenti, di informazione e di studio. Nel giorno della rimozione del Muro avemmo incontri al Dipartimento di Stato e al Pentagono, dove ci fu espressa tutta la diffidenza e incredulità del governo e dell’apparato militare americano che non erano affatto preparati a quell’evento. [segue]