Editoriale

L’Europa che vogliamo!

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In Catalogna nasce una nuova Europa, per la sinistra è sempre il 1946
di Nicolò Migheli

By sardegnasoprattutto/ 22 settembre 2017/ Culture/

Lo ricordava Andrea Bonanni sul La Repubblica del 21 settembre. In Catalogna si scorgono i vagiti di una nuova Europa, quella federale che sognavano i padri fondatori della Comunità. L’Europa dei popoli, diversa da quella che è sotto i nostri occhi. L’unica possibilità di federalismo, o di confederalismo per alcuni, sarà possibile solo con la disgregazione degli stati nazionali tradizionali. Finché ci saranno loro, non ci sarà Europa compiuta. L’esperienza cinquantennale lo dimostra fino in fondo.

Tendenza che si è accentuata sotto le due presidenze Barroso quando la Commissione è diventata lo strumento esecutivo dei voleri degli stati; soprattutto di quelli più forti. In Catalogna con un movimento di popolo che ha del sorprendente ci si batte per una indipendenza che tale potrà essere solo dentro la Ue. Questo dice la loro classe dirigente, questo dicono la maggior parte dei movimenti indipendentisti. Perché le nazioni senza stato potranno avere riconosciuti i loro diritti e potranno esercitare i loro doveri solo in uno spazio in cui tutti i territori siano sul piano di parità. Un fenomeno che è già in nuce, le Euroregioni a questo puntano. Un ricomposizione di territori omogenei che va al di là dei confini statuali che oggi esistono.

Tutto ciò non è compreso dalla sinistra italiana che in ogni movimento di autodeterminazione – a meno che non sia terzomondista- vede separazione, costruzione di muri, isolazionismo. Una sinistra che non solo si dimentica delle pagine scritte da Marx sulle nazioni, ma che associa ogni movimento nazionale al revanscismo, che definisce le lingue minoritarie dialetti, dando al termine un’accezione dispregiativa. Una politica preda di un nuovo centralismo, vede le autonomie locali come luoghi dello spreco e le regioni autonome come antistoriche. Sinistra che non ha superato il trauma del 1945/6, quando il movimento separatista siciliano si mostrò violentemente antioperaio e anticomunista perché infiltrato da servizi segreti, mafia e finanziato dagli agrari.

Movimento che più che all’indipendenza della Sicilia aspirava a trasformare l’isola in uno stato degli USA. Negli stessi anni, prima del trattato di Parigi del 1947, si temeva che l’Italia con la pace potesse perdere anche il Sud Tirolo, oltre alla Dalmazia e l’Istria. Se non ci fossero stati il separatismo siciliano e il Sud Tirolo, la Costituzione Italiana avrebbe avuto un articolo che in modo preciso recita che la Repubblica e una e indivisibile? Lo Statuto Albertino, ad esempio, non aveva né articolo né disposizione simile. Se non altro perché era inconcepibile la cessione di una parte del regno se non dopo una guerra persa.

Però se l’Italia fosse ancora monarchia con quello statuto, la richiesta di un referendum di autodeterminazione sarebbe stata possibile senza essere anticostituzionale? Domanda che resterà senza risposta. La reazione al procés catalano, dei singoli iscritti e militanti della sinistra allargata- quella che va dal PD fino alle frange comuniste- è stata da riflesso condizionato. La causa catalana associata irrimediabilmente alla Padania di Bossi. Ignorando le vicende storiche, il contesto spagnolo, restando abbacinati davanti alla realtà economica.

Il fatto che la Catalogna sia una delle regioni più ricche della Spagna, il loro desiderio di indipendenza viene interpretato come esclusivamente frutto di egoismo, di non voler più contribuire al resto del Paese. Posto che fosse anche vero, cosa cambia? Una nazione, un popolo come quello catalano, non hanno il diritto di poter scegliere la propria strada o debbono rimanere legati ad uno stato che li sta penalizzando, che dal 1714 li considera preda di guerra? La stessa sinistra, ma anche la destra sarda, si oppongono alla eventuale autodeterminazione della Sardegna con argomenti opposti. Ovvero come farebbe l’isola a sostenersi senza l’Italia? Di conseguenza se un territorio è ricco non può andarsene perché ricco, se è povero deve rimanere perché povero.

Trova un altro argomento di conversazione, si cantava anni fa. In realtà il dato impressionante è che la sinistra non riesce più a capire il proprio tempo e finisce per essere più nazionalista della destra, di essere oggettivamente alleata all’Europa degli Stati propugnata del gruppo di Visegrad. Sinistra che trema all’idea di dover perdere l’unità italiana, che non ha la forza né l’immaginazione per pensare ad assetti futuri. Eppure molti di loro si dichiarano federalisti europei.

E così la sinistra o quel che ne resta – come sosteneva qualcuno di cui non ricordo il nome-, finisce per fare politiche da suonatore di violino. Strumento che si impugna con la mano sinistra ma si suona con la destra. Come per altri temi, d’altronde.

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Catalogna e Spagna. Che succede alla democrazia?

spagna-e-catalogna-300x200Il silenzio degli indecenti sulla Catalogna
di Nicolò Migheli

By sardegnasoprattutto/ 19 settembre 2017/ Società & Politica/

In Catalogna stanno succedendo fatti che portano a chiedersi se la democrazia spagnola stia attraversando una crisi che annuncia febbri alte per tutto il continente europeo. La reazione del governo e del potere madrileno ha del portentoso. Ogni mezzo è buono per impedire che il 1° di Ottobre si tenga il referendum che dovrebbe sancire l’indipendenza catalana. Settecento cinquanta sindaci che hanno dato disponibilità allo svolgimento della consultazione elettorale vengono chiamati in Tribunale ed avvertiti formalmente che sono passibili di arresto se non collaboreranno con le autorità governative.

Le varie polizie sono impegnate in perquisizioni di tipografie alla ricerca delle schede elettorali, del materiale propagandistico. Gruppi di cittadini che manifestano pacificamente vengono intimiditi. I siti dedicati al referendum chiusi, le tv e le radio avvertite che non possono ospitare dibattiti e pubblicità elettorale. I sondaggi dicono che l’80% dei catalani vorrebbero votare, dicono anche che se l’afflusso alle urne supera il 50% è possibile che il Sì vinca. Ed ogni ora che passa i favorevoli, grazie all’atteggiamento aggressivo delle autorità di Madrid, aumentano.

Intanto si moltiplicano gli appelli di associazioni, gruppi e personalità dell’Europa affinché si possa votare. Giornali come El Pais scrivono che oggi la Catalogna è senza governo e senza parlamento, visto che i lavori sono sospesi e i deputati di maggioranza, indipendentisti, sono in campagna elettorale. Posizione, che tra le righe, invoca l’applicazione dell’articolo della Costituzione che prevede in situazioni di grave crisi istituzionale l’avocazione dei poteri della Generalitat da parte del governo. Da ieri tutte le spese dell’istituzione catalana sono sotto il controllo di Madrid, così come le carte di credito dei maggiori esponenti politici.

In Catalogna si scontrano due legittimità, una che deriva dalla Costituzione spagnola e l’altra dalla legge di desconexió, un atto di transizione giuridica fondante della repubblica, votata dal parlamento catalano. Notizie che è possibile trovare seguendo la stampa spagnola, quella catalana e quella internazionale. In Italia vige il silenzio. Non ne parlano i giornali, non ne parlano le televisioni. La scusa immagino, se di scusa si tratta, è che la politica internazionale non interessi nessuno.

Il che non è neanche vero, perché su altri paesi e su altri temi abbiamo informazioni quotidiane sui giornali ed in tv. Non è vero perché basta andare alla presentazione di un libro che tratti di politica estera per trovare un pubblico attento e competente. Perché allora tutto questo silenzio sulla Catalogna? Se da una parte è comprensibile il silenzio del governo: la Spagna è un paese amico più che alleato; in Europa e nella Nato con l’Italia si hanno agende comuni e non ci immischia negli affari interni altrui, ma gli organi d’informazione? Eppure basterebbe raccontare i fatti nudi e crudi, avere anche una posizione filo Madrid, invece nulla di nulla.

L’unica risposta possibile è che il processo catalano faccia paura, molto di più di quello che portò al referendum scozzese. Impaurisce perché questa volta sono in gioco l’equilibrio ritrovato dell’Unione Europa, la possibilità che una Catalogna indipendente inneschi un meccanismo centrifugo che potrebbe portare nel tempo alla scomparsa formale degli stati nazione ottocenteschi. Se una prospettiva simile la si legge qui, è pensabile che sia nei pensieri di direttori e redazioni.

Questa volta la classe dirigente europea ed italiana è disposta a sopportare arresti per ragioni politiche di personalità e di cittadini dentro un paese dell’Unione. Una prospettiva estrema ma che si fa ogni giorno più possibile se il 1° di Ottobre i catalani dovessero partecipare numerosi alla consultazione; e il giorno seguente la Generalitat, o meglio il governo provvisorio, dovessero dichiarare formalmente al nascita della Repubblica Catalana.

Nel frattempo, persone come me, continuano a chiedersi perché pagare un canone televisivo o spendere ogni mattina 1,50€ per un giornale che di tutto tratta, fuorché le notizie che ti interessano.
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Aggiornamento dalla Pag fb di
n.m.
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Comunque andranno le vicende della indipendenza catalana, lo stato nato nel 1492 con il matrimonio di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona sembra essere finito oggi il 20 settembre 2017. Quello che succederà nei prossimi giorni e mesi sancirà una separazione di fatto. I catalani vivono la giornata di oggi come l’ennesimo soppruso madrileno. Mariano Rajoy Brey passerà alla storia come il becchino della Grande Spagna.
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Aggiornamento dalla pag fb di Tonino Dessì
Il Presidente della Generalitat della Catalogna, Carlos Puigdemont, ha denunciato in una dichiarazione che: “Il Governo spagnolo ha proclamato, de facto, lo stato d’eccezione”.
Ma lo “stato di eccezione” -che, per inciso, alcune Costituzioni, come quella italiana, non ammettono e non consentono nemmeno in caso di guerra- non si può proclamare nè praticare de facto, altrimenti è un colpo di Stato.
Come ho scritto nel precedente post, il capo del Governo di Madrid, Mariano Rajoy, sta agendo fuori dalle regole di uno Stato di diritto.
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si
Informazioni aggiornate sulla pagina fb di Stefano Puddu Crespellani
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A proposito dell’indipendenza della Catalogna
16 settembre 2017

di Riccardo Petrella
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Riprendiamo da “il manifesto sardo” una riflessione di Riccardo Petrella, in queste ore in Catalogna la situazione precipita. Continuano gli arresti e le occupazioni di edifici pubblici da parte della guardia civil. Il governo catalano dichiara che Rajoy ha oltrepassato la linea rossa (Red).
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Fin dal XIX° secolo, detto dagli Occidentali il secolo delle nazionalità, il principio dell‘autodeterminazione dei popoli è stato riconosciuto come uno dei pilastri del diritto internazionale. La Carta delle Nazioni Unite stabilisce all’art. 1 che il rispetto dei diritti umani e dell’autodeterminazione dei popoli costituisce uno dei fini principali delle Nazioni Unite.

Nel diritto internazionale nato con l’ONU gli individui e i popoli sono soggetti originari e gli stati sono da considerarsi come entità complesse “derivate” per cui, il principio di sovranità degli stati e di non ingerenza negli affari interni cede al principio di sovranità dell’essere umano e della famiglia umana universale.

Ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani, il soggetto titolare del diritto all’autodeterminazione è il popolo come soggetto distinto dallo stato. Ma in nessuna norma giuridica internazionale c’è la definizione di popolo. Questa reticenza concettuale non è dovuta al caso. Gli stati giocano sull’ambiguità, non essendo disposti ad ammettere espressamente che i popoli hanno una propria soggettività internazionale. L’ambiguità esistente in materia genera molte confusioni, mistificazioni e abusi sia da pare degli stati esistenti sia da parte dei popoli alla ricerca della loro autodeterminazione in favore della creazione di un loro stato.

In un contesto democratico, solo il popolo che si esprime ha il potere di decidere chi è il popolo. Da qui l’importanza fondamentale delle consultazioni popolari, referndum inclusi. Il Québec ha tentato a più riprese di rivendicare il suo diritto all’autodeterminazione. I referendum finora realizzati non hanno permesso di registrare in seno ai diritti di voto in Quebec una maggiorazna favoravole all’indipendenza. Lo stesso vale per la Scozia. Nei due casi, lo stato Canada e lo stato Regno Unito avevano l’obbligo, non solo giuridico ma anche la saggezza politica di organizzare i referendum richiesti dalla popolazione del Quebec e della Scozia.

Ricorrere alla forza per impedire i referendum, dietro l’alibi dell’incostituzionalità della richiesta di autodeterminazione, non è un atto di saggezza democraticamente valido, anche se lo fosse sul piano giuridico/costituzionale. La storia dimostra, peraltro, che più i poteri al comando degli stati cercano di impedire o addirittura vietare i referendum, ricorrendo alla violenza dello stato, conducono ad accentuare ed aggravare i conflitti fra lo stato ed il popolo /i popoli “in lotta “ per la loro autodeterminasione, specie quando cio’ avviene all’interno di uno stato, come è il caso della Catalonia/Spagna.

Alla luce dell’esperienza degli ultimi anni, la trasformazione della Spagna in uno “stato delle autonomie” non si è rivelata la soluzione pacifica e democratica ricercata. Le ambiguità e le lacune su cui si fonda lo stato delle autonomie hanno invece favorito, in certi casi, l’accentuazione dei problemi.

I diritti umani ed i diritti dei popoli essendo strettamente connessi, uno dei problemi sollevati e sovente irrisolti dai processi di lotta per l’autodeterminazione dei popoli è di verificare in che misura l’autodeterminazione di un popolo non si traduca nell’affermazione del potere dei gruppi sociali dominanti in seno alle forze sociali favorevoli all’indipendenza. Altrimenti detto è fondametale evitare che l’acquisizione o il recupero dell’indipendenza politica di un popolo significhi principalmente l’acquisizione o il recupero di “sovranità” da parte dei gruppi dominanti e non anche quella dell’insieme dei gruppi sociali e categorie che compongono il popolo. La questione diventa: l’indipendenza per che cosa, per chi, a vantaggio di chi e come?

Se la risposta è “piuttosto” positiva nel senso che l’indipendenza sarà una grande opportunità per promuovere e salvaguardare meglio i diritti umani, la giustizia sociale, l’uguaglianza fra tutti i cittadini, la sicurezza sociale generale, la democrazia partecipativa ai vari livelli del vivere insieme, in uno spirito di cooperazione e solidarietà con gli altri popoli e stati, in questo caso l’autodeterminazione non dovrebbe essere ostacolata. E’ altrettanto evidente che il popolo catalano non ha bisogno di passare da uno stato spagnolo ad uno stato catalano le cui logiche ed i cui obiettivi non fossero che una copia di quelli dello stato spagnolo. Solo il popolo che si esprime liberamente e democraticamente potrà dare una risposta legittima.
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ANNOTAZIONI
Tonino Dessì su fb (21 settembre 2017)

Ascoltando una trasmissione di Radio1 in macchina durante una fila lentissima, mi sono reso conto che la vicenda catalana è piuttosto seguita, in Italia, dalla gente comune.
Gli interventi dei radioascoltatori hanno rappresentato quasi senza posizioni intermedie due atteggiamenti, che per quanto rimasti forse marginali, tra le motivazioni di voto, avevamo colto già nel referendum del 4 dicembre.
Una parte (spesso piuttosto agguerrita) di ascoltatori, soprattutto del Nord, rilancia la rivendicazione di massima autonomia, che si misurerà nei prossimi referendum regionali consultivi indetti dalla Lombardia e dal Veneto.
Un’altra parte, più distribuita geograficamente (e forse maggioritariamente espressione di un diffuso comune sentire) auspica un abbandono delle autonomie regionali, considerate fonti di inefficienza, di spreco, di corruzione.
In entrambe riecheggia la contestazione pressochè unanime dei regimi vigenti di specialità, considerati dagli uni discriminatori, in quanto attribuiti a Regioni destinatarie non meritevoli di quote delle risorse delle Regioni più virtuose, dagli altri assunti come manifestazioni esemplari ed esponenziali dei privilegi ingiustamente creati e amministrati dai ceti politici locali.
C’è di che riflettere, su questo.
L’Italia non è la Spagna e la Sardegna non è la Catalogna.
É un fatto che, dopo la parentesi strumentale rappresentata dalla riforma costituzionale “federalista” del 2001, il Paese ha attraversato una progressiva involuzione dell’ispirazione costituzionale originaria, per la quale la Repubblica si articola in Stato, Regioni, autonomie provinciali e comunali, fra cui si distribuisce, con compiti differenti, ma su un piano di pari dignità, l’esercizio della sovranità popolare.
Per quanto confermata difensivamente dal voto referendario dello scorso anno, quell’impostazione non è praticata da uno Stato che va riaccentrando poteri e risorse, lasciando al sistema autonomistico, il quale passivamente vi si acconcia, mere funzioni di esecuzione amministrativa.
Tutto ciò continua a produrre disaffezione generalizzata, non assicura coesione e scarica il malcontento della cittadinanza sulle istituzioni rappresentative territoriali, diventate terminali di un sistema sempre più disfunzionale.
Darei davvero poco significato alle solidarietà istituzionali espresse alla Catalogna in Sardegna.
Non siamo degli sponsor credibili, nè un buon esempio agli occhi di nessuno, sia dentro che fuori.

MIGRAZIONI la trappola del lavoro

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di Roberta Carlini, su Rocca
Se non lavorano, sono dei parassiti. Ma se hanno un lavoro, lo stanno rubando agli italiani. Sembra una trappola senza uscita, quella del lavoro per gli stranieri, insieme alle tante altre nelle quali si imbattono, fisiche e metaforiche. Ma non dovrebbero esserci dubbi, almeno per una parte delle persone che migrano: i rifugiati, che secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 hanno diritto al lavoro nel Paese in cui arrivano alle stesse condizioni degli autoctoni. Ma sono solo 145 gli Stati firmatari della Convenzione (tra i quali l’Italia), e anche al loro interno prevalgono distinguo e limitazioni al principio generale. Che ha una sua ispirazione chiarissima: se si vuole proteggere una persona, il cibo e un tetto sono la prima cosa da garantire, ma al rifugio fisico va affiancato il rifugio economico, ossia l’autonomia e dignità date da un reddito guadagnato con la propria attività. Se per i rifugiati, secondo i princìpi internazionali scritti in un’epoca ormai lontana ma formalmente non sconfessati, il lavoro è un diritto, per gli altri migranti – quelli che si spostano «solo» per migliorare la propria posizione economica – è lo scopo stesso del viaggio. I confini tra le due categorie, nella confusione degli sbarchi come nella condizione materiale, non sono così netti e a volte vengono agitati pretestuosamente: sta di fatto che, nell’uno come nell’altro caso, il lavoro in condizioni legali e dignitose è ostacolato, ridotto, a volte impossibile. L’articolo 17 della convenzione sui rifugiati è considerato un lusso che non possiamo più permetterci, da quando il lavoro, crocevia della nostra identità, è diventato un privilegio da spartirsi: e quando ci si deve dividere qualcosa, è meglio essere di meno. Motivo per cui si sono anche chiusi i moderati flussi regolari di ingresso prima consentiti ai migranti economici. È l’economia, con le sue dure leggi, che vince sull’etica? Le cose sono più complesse, a guardarle più da vicino. E la logica corrente può ribaltarsi nel suo contrario: gli immigrati non rubano lavoro, lo portano.

una notizia da Torino
Mentre l’Italia precipitava nell’estate drammatica della fine dei soccorsi in Mediterraneo, degli sgomberi e degli allarmi, all’inizio di luglio da Torino giungeva una notizia in controtendenza. Il prefetto ha riconosciuto a una trentina di profughi un permesso di soggiorno speciale, per poter continuare a lavorare. Queste persone si trovavano in una situazione molto critica: arrivati in Italia, avevano fatto domanda d’asilo e, secondo le leggi italiane, potevano dunque lavorare nell’attesa della risposta, per cui sono stati assunti da imprese della zona. Ma il riconoscimento del diritto d’asilo non è arrivato, anzi la loro domanda è stata respinta, poiché non avevano i requisiti. Sempre secondo la legge italiana, avrebbero dovuto essere buttati fuori. Ma il prefetto ha chiesto alle commissioni di riconsiderare la decisione, concedendo dei permessi «per motivi umanitari», della durata di due anni. Una protezione speciale, legata al fatto che queste persone lavorano, pagano i contributi, hanno imparato la lingua, insomma hanno fatto quel percorso di integrazione che tutti auspicano e chiedono. La decisione è importante non solo perché è la prima volta in Italia che la protezione umanitaria è interpretata in questo modo; ma anche e soprattutto perché a chiederla, a gran voce, sono stati gli imprenditori che avevano assunto i richiedenti asilo. «Questi ragazzi – avevano scritto in una lettera inviata a sindaco, prefetto e governatore – hanno imparato un mestiere e sono diventati risorse fondamentali per le nostre imprese. Chiediamo solo di poter proseguire il percorso intrapreso». La lettera è firmata da oltre cento aziende, il che fa capire che il fenomeno va oltre i trenta casi poi risolti in luglio.
Stiamo parlando comunque di piccoli numeri, una goccia nel grande mare di immigrati e profughi; ma è un episodio importante, perché mostra da un lato l’importanza cruciale del lavoro come strumento di integrazione e liberazione sociale; dall’altro, l’assurdità per cui, rispettando alla lettera le leggi, ci si poteva trovare a cacciare dall’Italia persone che lavorano, producono, pagano le tasse, sono volute e benvolute. I cento e passa imprenditori del Piemonte non hanno firmato quella lettera per fare un’opera di bene, ma per continuare a realizzare i propri guadagni, pagando tasse e contributi; mentre possiamo star certi del fatto che i proprietari dei campi di pomodori raccolti con il lavoro
schiavo dei migranti, nonché la fitta schiera degli intermediari di tutta la filiera, non chiederanno mai con una lettera al prefetto il permesso di soggiorno per i propri lavoranti.

miseria e ricchezza
Nello stesso senso si erano mossi, in occasione dell’eccezionale arrivo di profughi da Siria e Iraq nel 2015, gli imprenditori tedeschi, che hanno chiesto e ottenuto una rapida integrazione della nuova forza lavoro: corsi di lingua (a carico dello Stato) e di formazione professionale, riconoscimento dei titoli, assunzione regolare. Che, oltre a essere in teoria un pre-requisito in uno Stato di diritto, ha anche un corollario importante per le casse pubbliche, ossia il fatto che coloro che lavorano pagano anche tasse e contributi. Cosa che sarebbe molto importante, in Paesi demograficamente squilibrati come la Germania e l’Italia, per il futuro equilibrio del sistema pensionistico, come insistentemente dice il presidente dell’Inps Tito Boeri. Nel periodo della grande migrazione verso la Germania, mentre Angela Merkel diceva al mondo «Ce la possiamo fare» e apriva le porte, il Pil tedesco registrò un aumento superiore alle previsioni, che molti economisti attribuirono proprio alla domanda (e alla spesa pubblica) aggiuntiva portate dai rifugiati. Un episodio che ne ricorda altri che si sono visti nel passato e che sono raccontati nei testi sugli effetti economici delle migrazioni, dall’ondata dei profughi cubani in Florida, ai messicani in California, ai russi in Israele dopo la caduta del Muro: tutti casi nei quali gli esuli si sono portati dietro «il loro Pil». Competenze, capacità di lavorare, domanda di beni di consumo, case e servizi; e spesa pubblica aggiuntiva (la Germania ha pagato più insegnanti di tedesco, oltre che pasti caldi, alloggi e medicine), che è certo un costo ma anche denaro che entra nell’economia e genera nuova domanda, e dunque nuovo lavoro. Il Fondo monetario si spinse a prevedere che la crisi dei rifugiati in Europa poteva portare, se gestita correttamente con politiche attive, a un aumento di quasi un quarto di punto di Pil di qui al 2020. Niente affatto, replica la vulgata dominante, rappresentata da un titolo di Libero di qualche giorno fa: vengono dalla miseria, portano miseria. Una convinzione diffusa, che ha influenzato anche l’inversione di rotta della stessa politica tedesca, che ha chiuso subito dopo i confini a Est, e quella europea che li sta chiudendo del tutto a Sud. Ma è una convinzione che ha – come minimo – qualche smentita nei precedenti storici, oltre che banalizzare e cristallizzare in una sola dimensione la realtà delle persone che si mettono in viaggio nel mondo: che non sono solo vittime alla ricerca di protezione e di sostentamento. «Sono consumatori, produttori, compratori, venditori, fanno prestiti, avviano imprese»: così scrivono due studiosi di Oxford, Alexander Betts e Paul Collier, in un libro di recente pubblicato nel Regno Unito, intitolato «Refuge» e dedicato a «come trasformare un sistema che non funziona più».

lasciamoli lavorare
Il sistema che non funziona più, secondo Betts e Collier, è proprio quello che nacque con la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, pensato per un altro mondo, ormai lontano. Ma il principio da salvare è proprio uno di quelli fissati nella Convenzione e mai pienamente attuato: il diritto al lavoro. I due, partendo da un’esperienza avviata in Giordania, avanzano una proposta molto discussa e non priva di problemi, quella di istituire zone economiche speciali in prossimità dei campi profughi nei paesi in via di sviluppo – nei quali, va ricordato, staziona la stragrande maggioranza delle persone in fuga e in cerca di protezione. Anche in un rapporto dello scorso anno prodotto congiuntamente da Banca mondiale e Unhcr, intitolato Forcibly displaced, si sostiene la necessità di virare verso un nuovo approccio alla crisi dei profughi, basato sullo sviluppo: per cominciare, nei posti in cui stanno provvisoriamente, per poter anche solo immaginare e preparare un ritorno in patria, «a casa loro» (laddove questo sia possibile). Nelle periferie delle grandi metropoli del Sud dove prevalentemente si affollano, come nei campi profughi, come nelle nostre zone, i rifugiati, di fatto, lavorano: laddove non è consentito nascono economie informali, al nero, tollerate o sfruttate o represse. Farle emergere e mantenerle emerse, come hanno chiesto e ottenuto gli imprenditori di Torino prima citati, è il primo passo per scardinare una visione solo miserabile delle persone che migrano o fuggono, e così facendo ridurre l’ondata di paura irrazionale e sproporzionata che sta condizionando tutta la politica europea.

Roberta Carlini su Rocca n, 19 1 ottobre 2017
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NUCLEARE la Corea e la bomba

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di Pietro Greco su Rocca.
Lo scorso 3 settembre i sismografi di tutto il mondo hanno registrato un sisma di magnitudo Richter pari circa a 6 con epicentro in Corea del Nord. Sia il governo di Pyongyang, con un certo trionfalismo, sia quello degli Stati Uniti, con un certo allarme, hanno accreditato l’idea che il sisma sia stato l’effetto di un test nucleare: il sesto compiuto dalla Corea del Nord dal 2006. Il leader coreano, Kim Jong-un, sostiene che il test ha riguardato una bomba H, a fusione nucleare. La tesi è stata fatta propria, paradossalmente, dalle autorità degli Stati Uniti e dai media di tutto il mondo occidentale.

bomba A e bomba H
La differenza tra una «bomba A» e una «bomba H» è sia concettuale che di potenza. La «bomba A», quella di Hiroshima e Nagasaki per intenderci, è a fissione: ovvero prevede la rottura, mediante una reazione a catena innescata da neutroni, dei nuclei di uranio o di plutonio, con conseguente liberazione di energia. La «bomba H» è invece a fusione: prevede, appunto, la fusione di nuclei di idrogeno e utilizza
lo stesso meccanismo del Sole (tutte le stelle sono «bombe H»). La fusione nucleare libera molta più energia della fissione. E per questo sono state messe a punto, già a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, bombe a fusione migliaia di volte più potenti di quella bomba di Hiroshima. La «bomba zar» progettata in Unione Sovietica da Andrej Sacharov e fatta esplodere nel 1961 liberò un’energia pari a 3.125 volte la bomba di Hiroshima.
La «bomba H» non è solo più potente. È anche più difficile da costruire. Per far fondere i nuclei di idrogeno in una reazione a catena, infatti, occorre vincere le forze di repulsione elettrica e farli avvicinare moltissimo. Il Sole ci riesce per gravità. Gli scienziati militari utilizzano l’onda d’urto di una bomba a fissione. La realizzazione di una «bomba H» è dunque un processo a due stadi e prevede non solo il possesso di una «bomba A», ma anche una tecnologia capace di sfruttarne l’energia in maniera controllata.
Vale la pena ricordare che, a tutt’oggi, non ci sono prove scientifiche inoppugnabili del fatto che il 3 settembre Pyongyang abbia sperimentato una bomba H e, per la verità, neppure che l’esplosione sia di origine nucleare.
Di conseguenza conviene attendere, prima di dare per certe affermazioni non documentate che, paradossalmente, fanno il gioco politico di entrambe le parti in causa: Corea del Nord e Stati Uniti. D’altra parte già nel gennaio 2016, quasi due anni fa, Kim Jong-un aveva annunciato di aver effettuato con successo un test con una bomba H. Un’affermazione che non ha mai avuto un riscontro reale.

la reazione della Cina e i paesi più minacciati
Sia come sia, gli ultimi test hanno indotto la Cina, per la prima volta nella storia recente delle relazioni con Pyongyang, a manifestare pubblicamente una forte irritazione nei confronti della Corea del Nord. Mentre più scontata è stata la reazione dei paesi che si sentono direttamente minacciati: Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. Certo, nel 2017 a causa delle tensioni che fanno capo alla Corea del Nord ha portato a soli 2,5 minuti dalla mezzanotte il Doomsday Clock, l’orologio del Bulletin of the Atomic Scientists che ci dice quanto siamo vicini a una guerra nucleare. Uno spostamento inatteso, visto che non sono trascorsi nemmeno due anni da quando è stata avviata a soluzione la «questione nucleare iraniana».
Eppure – vera o falsa che sia l’esplosione di una bomba H – quella che abbiamo riassunto è la cronaca di un test annunciato. E non solo in termini metaforici: ne aveva parlato in maniera esplicita e compiaciuta quasi due anni fa Kim Jong-un, il giovane leader della Corea del Nord. «Abbiamo la bomba H», aveva detto già nel dicembre 2016. E l’interpretazione autentica di queste parole, in seguito più volte reiterate, è stata fornita nei mesi successivi, quando il dittatore nordcoreano ha lasciato intendere che considera «la bomba» un’assicurazione sulla vita, sua e del suo regime. L’unico modo per evitare di fare la fine di Muammar Gheddafi e di Saddam Hussein.

le minacce vanno prese sul serio
Questa giustificazione va tenuta in conto per cercare di capire se e come è possibile risolvere la «questione nucleare coreana». Ma occorre andare oltre le questioni tecniche – è o no una bomba H? Che potenza ha? Può la Corea del Nord montarla su missili balistici intercontinentali in grado di raggiungere gli Stati Uniti (o l’Europa)? – e accettare il dato politico: la Corea del Nord è uno stato nucleare. Il nono al mondo.
E le minacce – al di là della propaganda – vanno prese sul serio. Parliamo al plurale perché, pur non tenendo conto delle parole di Kim Jong-un, di minacce tangibili ce ne sono almeno due. Una riguarda la proliferazione, cosiddetta, orizzontale. Perché dimostra che un paese relativamente piccolo e certamente povero può allestire un arsenale nucleare ed entrare nel «club atomico». Secondo stime recenti, la Corea del Nord ha materiale fissile (uranio e plutonio) per almeno 20-25 testate a fissione. Ebbene, dopo l’accordo raggiunto due anni fa con l’Iran, si pensava che la proliferazio- ne orizzontale, ovvero la crescita del nume- ro di paesi che posseggono l’arma nucleare potesse essere fermata. E che questo controllo si aggiungeva al crollo della proliferazione verticale: ovvero il numero di testate nucleari possedute dai vari paesi. L’apice fu toccato nel 1986, quando le testate nucleari operative nel mondo erano 64.099 (40.000 schierate dall’Urss, 23.000 dagli Usa). Oggi, dopo una serie di accordi bilaterali tra Washington e Mosca, le testate operative si sono ridotte a 9.220 (di cui 4.000 in dotazione agli Usa e 4.300 alla Russia). Ci sono altre sette potenze atomiche, ma con arsenali più limitati: Francia (300 testate), Cina (270), Regno Unito (215), Pakistan (140), India (130), Israele (80) e, appunto, Corea del Nord (una ventina).

condizioni tecniche e aspetto politico
Ma il semplice possesso di una bomba nucleare non è militarmente significativo se non si ha la possibilità di lanciarla, con precisione, su un obiettivo. La bomba di Hiroshima pesava 5 tonnellate ed era possibile lanciarla solo con grossi e lenti bombardieri, facilmente individuabili e bloccabili da parte di un avversario dotato di buona difesa. A partire dagli anni ’50 del secolo scorso sono stati messi a punto i missili, che viaggiano in maniera più veloce e che – a tutt’oggi – non risultano intercettabili. Non in maniera efficace almeno. Ma sui missili si possono montare solo testate piccole. Ecco perché la tecnologia nucleare si è spostata verso la miniaturizzazione: conservare la medesima potenza in spazi sempre più piccoli.

È possibile che la Corea del Nord abbia effettuato esperimenti di miniaturizzazione, un test che prevede anche l’utilizzo dell’idrogeno (ma non comporta la fusione nucleare). La Corea del Nord possiede certamente missili capaci di raggiungere paesi vicini come la Corea del Sud o il Giappone: li ha sperimentati nei mesi scorsi. Ma finora ha sperimentato con esiti incerti missili intercontinentali capaci di raggiungere le Hawaii e, forse, lambire la West Coast degli Stati Uniti. Ecco perché se l’alleata Cina è preoccupata per motivi politici (Pyongyang destabilizza l’area), i «nemici» Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti sono preoccupati anche da un punto di vista della sicurezza militare. Certo non basta avere missili e testate nucleari che possono essere montate su missili. Occorre anche che i razzi siano precisi. E non sappiamo quanti precisi siano quelli in dotazione alla Corea del Nord.
Ma il problema, ancora una volta, non è tecnico. È politico. È possibile evitare che la minaccia coreana porti le lancette dell’orologio atomico alla mezzanotte, all’ora della catastrofe? È possibile. Ma ci sono due sole possibilità. Una contingente, l’altra generale.
La prima possibilità, come insegna la vicenda iraniana e come da tempo sostengono Jayantha Dhanapala e Paolo Cotta-Ramusino, rispettivamente presidente e segretario generale delle Pugwash Conferences on Science and World Affairs fondate su un’idea di Albert Einstein e Bertrand Russell e insignite del Premio Nobel per la pace nel 1995, è il negoziato politico. Un negoziato politico che, in cambio della rinuncia al nucleare, fornisca alla Corea del Nord tre garanzie: la sicurezza, lo sviluppo economico e l’energia per sostenerlo. Augurandosi che Kim Jong-un sia un leader responsabile come asserisce di essere.
La seconda possibilità è che si dia piena attuazione al Trattato di non proliferazione nucleare e si giunga in tempi i più rapidi possibili alla rinuncia da parte di ogni e ciascun paese al nucleare militare per realizzare quello che era il sogno di Joseph Rotblat: un mondo finalmente libero dalle armi nucleari. Non fosse altro perché l’esistenza di un novero, per quanto ristretto, di paesi che posseggono l’arma nucleare, crea una condizione asimmetrica che non è sostenibile. E prima che tutti, per risolvere la condizione di asimmetria, cerchino di dotarsi dell’arma atomica, conviene che tutti i membri del «club nucleare» creino una simmetria accettabile e se ne sbarazzino.

Pietro Greco
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rocca-19-2017

Secondo Antonella Stirati, docente di economia, le difficoltà che impediscono all’Italia di adottare politiche monetarie e fiscali realmente informate all’equità distributiva e a una condivisa giustizia sociale derivano da due limiti risultati sinora insuperabili: da un lato, dall’attuale assetto dell’Eurozona, che si oppone alla loro realizzazione; dall’altro lato, dalla mancanza di volontà politica, o meglio “dall’assenza di forze in grado di rappresentare e organizzare in modo credibile gli interessi dei lavoratori e dei disoccupati”

grosz1Redistribuzione del reddito e rilancio della crescita
16 settembre 2017

Gianfranco Sabattini su il manifesto sardo.

Il mondo moderno industrializzato è caratterizzato da una profonda e diffusa polarizzazione della ricchezza e del reddito; all’interno di ogni Paese, una piccola minoranza della popolazione è titolare di un patrimonio in continua espansione, mentre il resto della popolazione rimane impotente di fronte alla riduzione del proprio livello di benessere acquisito, e spesso non riesce ad evitare di cadere nella “trappola” della povertà. Le difficoltà che le classi politiche devono affrontare nel governare il sistema economico e, più in generale quello sociale, sono determinate dell’aggravamento continuo delle disuguaglianze distributive; Antonella Stirati, docente di economia nell’Università di Roma TRE, in “Distruzione dei ceti medi e redistribuzione del reddito” (MicroMega 4/2017), afferma che le difficoltà stanno, non tanto nell’individuazione delle misure che potrebbero consentire di affrontare il problema delle disuguaglianze con successo, quanto “nella mancanza della volontà politica di realizzarle”.

Oltre che sul piano economico, l’approfondimento continuo delle disuguaglianze distributive determina infatti una crisi della capacità di tenuta della democrazia, nel momento stesso in cui il corretto funzionamento in senso democratico delle istituzioni sarebbe necessario per affrontare con rapidità, e in presenza di un generalizzato consenso, i problemi posti dalla crisi economica. Ciò è la conseguenza del fatto, rilevato da una folta schiera di economisti contemporanei, che la polarizzazione della ricchezza e del reddito “ha fornito a una piccola minoranza i mezzi per finanziare e influenzare pesantemente la politica, l’informazione, i centri di produzione culturale (fondazioni, università), soprattutto in ambienti sensibili come l’economia – con ciò fornendo sostegno a politiche economiche che hanno ulteriormente favorito l’ampliarsi della loro ricchezza”.

La compensazione del disagio sociale indotto dall’approfondimento e dall’allargamento continuo delle disuguaglianze è nella tradizione delle classi politiche dei Paesi, che da tempo subiscono l’aggravarsi del fenomeno; la comprensione del fenomeno spinge tali classi ad adottare di continuo misure volte a garantire un minimo di “giustizia sociale”, intesa questa come eguaglianza delle opportunità. Nell’attuazione di tali misure, però, è sempre stato trascurato il fatto che il miglioramento delle opportunità, per la parte delle popolazione vittima delle disuguaglianze distributive, non è ottenibile con semplici atti di ridistribuzione del reddito, se questi atti non sono preceduti da una ridistribuzione delle ricchezza accumulata.

Accade così che, malgrado le ”buone intenzioni” di volere conseguire un minimo di giustizia sociale attraverso la sola ridistribuzione del reddito monetario, la mancata realizzazione di un concreto miglioramento delle opportunità per chi sta peggio comporti, per il sistema sociale nel suo insieme, “la perdita delle potenziali capacità di chi appartiene ai gruppi sociali svantaggiati”.

Il persistere delle ineguaglianze economiche sul piano distributivo è divenuto anche la causa di una “crescita squilibrata”. A parità di altre circostanze – afferma la Stirati – “una distribuzioe polarizzata riduce la domanda di beni e servizi, e la crescita delle produzione e dell’occupazione ne risulta rallentata”, a meno che la stagnazione del mercato interno non si coniughi con “politiche mercantiliste” e, dunque, con la formazione di avanzi commerciali nei rapporti con l’estero, com’é accaduto in Germania in occasione della Grande Recessione degli ultimi dieci anni.

Per capire la natura delle ineguaglianze distributive e i reali rimedi per contenerle, e al limite rimuoverle, occorre considerare come esse si formano nei Paesi economicamente avanzati ad economia di mercato. Il reddito disponibile delle famiglie è il risultato della somma del reddito di mercato (ovvero dalla rimunerazione dei servizi della forza lavoro della quale dispone ogni famiglia, al lordo di imposte e dalla rimunerazione della ricchezza posseduta) e dai trasferimenti ridistributivi effettuati dallo Stato (entrate che traggono origine dai sussidi di disoccupazione, pensioni, reddito di inclusione ed altro). Un’altra componente del reddito disponibile, con cui lo Stato realizza l’equità sociale, è costituita “dall’accesso universale, al di fuori del mercato, a servizi che soddisfano alcuni bisogni fondamentali, in primo luogo quelli concernenti lo stato di salute e il livello di istruzione, attraverso lo sviluppo dello Stato sociale”.

Nonostante l’attività ridistribuiva con cui lo Stato ha attuato, soprattutto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, una giustizia distributiva di natura monetaria, attraverso la quale sono state contenute le disuguaglianze e i loro effetti negativi sul funzionamento dei sistemi ad economia di mercato, occorre capire perché l’aumento delle disuguaglianze sia andato fuori controllo tra gli anni Settanta e Ottanta. Ciò è accaduto, sia per l’indebolimento del ruolo ridistribuivo dello Stato, sia per la riduzione della quota del reddito di mercato della forza lavoro, sia per l’aumento delle disoccupazione. L’insieme degli eventi che hanno caratterizzato il periodo compreso tra gli anni Settanta e Ottanta è valso a dimostrare che, per contenere le disuguaglianze, non basta il ruolo ridistribuivo dello Stato, occorre anche intervenire sui “meccanismi” che determinano le disuguaglianze dei redditi formatesi sul mercato, impedendo che diminuiscano i salari ed aumenti la disoccupazione.

La causa della crescita delle disuguaglianze sta nei “meccanismi” che sorintendono alla distribuzione del reddito di mercato tra i vari protagonisti del processo produttivo. Sul modo di operare di tali “meccanismi” e sull’interpretazione dei loro effetti, la scienza economica è divisa in due opposte “scuole di pensiero”: la prima origina dalla teoria neoclassica dell’economia, e considera la distribuzione del reddito complessivo tra i vari percettori come esito espresso dal libero mercato; la seconda origina dalla teoria classica di Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx, e ritiene che la distribuzione del reddito sia il risultato di forze sociali e dei rapporti di forza esistenti tra i vari protagonisti del processo produttivo.

Secondo la scuola di pensiero oggi dominante, che origina dalla teoria neoclassica, la distribuzione del reddito tra i titolari dei mezzi capitalistici e i vari tipi di forza lavoro, se non esistono ostacoli al libero svolgersi della concorrenza, riflette in pieno il contributo di ogni gruppo alla formazione dell’intero prodotto sociale; tale distribuzione, inoltre, “è quella che assicura un equilibrio tra domanda e offerta. E cioè la piena occupazione del lavoro […] e il pieno utilizzo della capacità produttiva”, mentre l’esistenza di eventuali differenze distributive costituiscono “incentivi necessari a promuovere competitività e innovazione”.

Secondo la scuola di pensiero che si rifà alla teoria classica, che “nei suoi sviluppi moderni si coniuga con gli aspetti principali del contributo teorico di Keynes, non esiste alcuna tendenza delle libere forze di mercato a realizzare condizioni di pieno impiego dei fattori produttivi, cioè di pieno utilizzo degli impianti e della forza lavoro disponibile; sono i rapporti di forza, sia economici che politici, a determinare la distribuzione del prodotto sociale, riflettendo “tanto le condizioni del mercato del lavoro […] che l’aspetto istituzionale e politico”.

Questa scuola di pensiero è prevalsa nei primi trent’anni successivi al 1945, ma sostituita tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, a seguito dell’instabilità monetaria seguita alla crisi dei mercati delle materie energetiche, dalla scuola di pensiero che, rifacendosi alla teoria neoclassica, ha affermato che, per il superamento dell’instabilità, occorreva considerare la rimunerazione della forza lavoro in funzione della crescita della produttività originata dalle innovazioni e dal progresso tecnico.

Ciò però non è avvenuto, in quanto la distribuzione del prodotto sociale degli ultimi decenni è avvenuta sempre più a vantaggio dei detentori dei mezzi capitalistici di produzione e non dei detentori dei servizi della sola forza lavoro. Questo andamento della distribuzione del reddito deve quindi essere ricondotto a una specifica “peculiarità dello sviluppo economico nei decenni recenti”, cioè al fatto che l’innovazione e il progresso tecnico, più che in passato, hanno consentito di risparmiare quote di forza lavoro, originando disoccupazione e alimentando il processo di approfondimento e di allargamento delle disuguaglianze distributive.

La giustificazione del perché la distribuzione del reddito secondo i principi della teorica classica sia stata sostituita da quella propria delle teoria neoclassica è consistita nel sostenere che la prolungata crescita della spesa pubblica per scopi ridistributivi e per mantenere alti i livelli occupativi aveva sottratto aree di potenziali iniziative economiche ad alta redditività; occorreva quindi procedere ad un ridimensionamento dell’intervento pubblico, soprattutto in importanti comparti d’intervento, quali pensioni, sanità e istruzione. Nonostante il ridimensionamento della spesa pubblica, verificatosi, ad esempio in Italia, a scapito dell’offerta di molti servizi sociali, non vi è stata alcuna crescita dell’economia, e parimenti sono mancati gli aumenti dei salari e dell’occupazione. Perché?

La risposta della Stirati è che la causa di quanto è accaduto, contrariamente alle previsioni dell’ideologia neoliberista, deve essere ricondotta alla globalizzazione, in particolare alla liberalizzazione dei flussi internazionali di capitali. Le trasformazioni in senso neoliberista, avviate alla fine degli anni Settanta (quali i cambiamenti nelle politiche macroeconomiche, l’affievolimento del controllo dei mercati finanziari e la deregolamentazione del mercato del lavoro) non hanno prodotto ciò che era nelle attese, e cioè, pur in presenza di maggiori disuguaglianze distributive, una maggiore crescita, una più alta efficienza nella conduzione delle attività produttive e il pieno impiego della forza lavoro. Nel caso dei Paesi europei, infatti, si è verificato che “la diminuzione dei redditi da lavoro in rapporto alla produttività e l’aumento del saggio di rendimento del capitale sono andati di pari passo con l’aumento persistente dei tassi medi di disoccupazione”, mentre l’aumentata flessibilità del mercato del lavoro non ha avuto “alcun impatto sui tassi di disoccupazione e la crescita dell’occupazione”.

Le difficoltà che impediscono all’Italia di adottare politiche monetarie e fiscali realmente informate all’equità distributiva e a una condivisa giustizia sociale derivano, a parere della Stirati, da due limiti risultati sinora insuperabili: da un lato, dall’attuale assetto dell’Eurozona, che si oppone alla loro realizzazione; dall’altro lato, dalla mancanza di volontà politica, o meglio “dall’assenza di forze in grado di rappresentare e organizzare in modo credibile gli interessi dei lavoratori e dei disoccupati”. Questo non significa, conclude l’autrice, che non esistano nei Paesi europei, e soprattutto in Italia, movimenti portatori di una diffusa protesta popolare molto critica nei confronti delle politiche sinora attuate.

Certo si può essere ottimisti, come pare voglia esserlo la Stirati, per pensare che in Italia possa emergere dai movimenti di protesta un soggetto politico credibile, in grado “di organizzare lo scontento polare intorno a un programma egualitario realmente progressista”; ma questa possibilità è per ora solo “in grembo a Giove”, come stanno a dimostrare i continui cambiamenti di linea politica dei vari movimenti di protesta esistenti, l’incapacità di offrire un progetto credibile sul futuro del Paese agli scontenti, nonché il “bailamme” su alcune riforme, qual è stata l’introduzione recente del “reddito di inclusione” per combattere la povertà.

Tale forma di reddito, anziché essere “brandita” come strumento per combattere realmente le disuguaglianze, andando oltre il welfare State, è stata oggetto di riflessioni solo orientate alla cattura del consenso; con ciò dimostrando quanto sia ora fuori luogo anche il solo pensare che dai movimenti di protesta nostrani possa nascere un programma unitario “realmente progressista”.
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La Catalogna verso l’indipendenza? Una questione che ci coinvolge come sardi ed europei

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Il referendum catalano pone domande fondanti
di Nicolò Migheli

By sardegnasoprattutto/ 14 settembre 2017/ Società & Politica

Al di là di come la si pensi, il Referendum catalano del 1° di ottobre, si tenga o no, abbia validità o meno, diventa la cartina di tornasole sullo stato della democrazia in Europa; e di quanto il desiderio di partecipazione e di cambiamento che i cittadini vorrebbero esprimere con il voto abbia ancora un senso. Dopo due secoli, a quarant’anni dalla scomparsa in Europa occidentale dei regimi autoritari, gli interrogativi sulla partecipazione dei cittadini alle grandi scelte, la loro capacità di incidere in modo libero sul loro futuro sembrano messe in discussione.

La Catalogna ha aspirazioni indipendentiste almeno dal 1714, anno che con la conquista di Barcellona da parte dei Borboni con i decreti di Nueva Planta sancirono la scomparsa della Corona di Aragona e l’imposizione del castigliano come lingua ufficiale.

Il rapporto tra Madrid e Barcellona non è mai stato facile. Joaquín Baldomero Fernández-Espartero Álvarez de Toro reggente del trono di Spagna dal 17 di ottobre 1840 al 23 giugno 1843 ebbe a dire “Hay que bombardear Barcelona cada 50 años para mantenerla a raya” (Bisogna bombardare Barcellona ogni 50 anni per tenerla a bada). Il 15 ottobre del 1940 i franchisti fucilarono Lluís Companys presidente della Generalitat catalana durante la guerra civile, e dopo che questa era terminata. Fatti che non si dimenticano e che costituiscono memoria ed identità.

La democrazia del post franchismo e la nuova costituzione spagnola plurinazionale e con ampie autonomie, sembrava potesse superare i reciproci rancori.

L’indipendentismo catalano era minoritario anche se di anno in anno accresceva i suoi consensi. Quando il Tribunale Costituzionale spagnolo nel 2010 dichiarò anticostituzionali alcuni articoli del nuovo statuto approvato dalla Generalitat, dalle Cortes, sancito con un referendum, il desiderio di disconnessione raggiunse la maggioranza dei catalani. Anche perché gli stessi articoli cassati sono presenti negli statuti delle regioni governate dal Partido Popular come la Comunidad di Valencia. Questo venne vissuto come un’ ingiustizia irreparabile. E pensare che Il Pais il 1° agosto del 2006, quando i popolari presentarono opposizione allo statuto nel Tribunale Costituzionale, intitolò El PP recurre al Constitucional el Estatuto catalán para impedir ‘un daño irreparabile’.

Ma al danno irreparabile quell’atto ha contribuito tantissimo. La destra spagnola, ma la sinistra non è stata da meno, ha lasciato che la crisi istituzionale precipitasse. Una incapacità a trattare della classe dirigente spagnola che ha precedenti storici nella perdita delle colonie americane. Una coazione a ripetere di chi si sente nel giusto ed è incapace di capire le ragioni altrui.

È di questi giorni il tentativo di impedire il voto con tentativi di sequestro di urne e schede, con lo spegnimento del sito della Generalitat dedicato al referendum, con la minaccia di arresti per il governo catalano, per 700 sindaci che si sono impegnati per il voto, per i dipendenti pubblici che dovessero facilitare il processo referendario. Jean-Claude Junker, presidente della Commissione Europea intervistato dal giornale barcellonese La Vanguardia, richiesto di un parere sui fatti risponde:

Il Tribunale Costituzionale, ha preso alcune decisioni che sono state votate precedentemente dal Parlamento. Chi sono io per dire che gli atti espressi dalla massima istanza giuridica spagnola e dal Parlamento sono irrilevanti? Tutto questo non ha niente a che vedere con la libertà di espressione e di coscienza. Nella UE tutti sono liberi di dire ciò che si vuole purché non si superino le leggi fondanti e i valori della democrazia. Questi sono i termini del contendere. È un conflitto che riguarda la Spagna. Ma se la Catalogna si dovesse separare dalla Spagna- non dico che sia una ipotesi di lavoro, o che non lo sia, perché su quel tema non ne ho nessuna- tutti debbono sapere che se si lascia uno stato membro, per realizzarne un altro, quest’ultimo dovrà sottomettersi alle norme e alle procedure abituali. Bisognerà negoziare l’adesione. A nome della Commissione Europea, ci tengo a ribadire quello che abbiamo già affermato in passato. Abbiamo studiato e discusso del tema con i commissari in varie occasioni. [trad. dell’estensore dell’articolo]

Il riferimento del presidente Junker è al referendum scozzese di qualche anno fa. Dalle supreme autorità europee – anche Tajani presidente del parlamento europeo si è espresso non diversamente – non ci può aspettare parole differenti. La Ue è un club di stati-nazione storici. Le indipendenze degli stati baltici e delle repubbliche balcaniche sono avvenute dopo sconvolgimenti che hanno portato alla scomparsa dell’Urss e della Jugoslavia. Nell’ultimo caso dopo una guerra sanguinosa. Sono potute avvenire perché vi era un appoggio internazionale e un interesse politico dell’Occidente. La disconnessione catalana pone però problemi per la democrazia.

La costituzione spagnola preserva l’unità dello Stato, non diversamente da altre, compresa quella italiana. Che io sappia solo quella svizzera prevede una eventuale secessione. La stessa Unione Europea trova la sua legittimità nella legittimità degli stati che la compongono garantita dalle costituzioni. Queste costruzioni giuridiche alla fine si possono tradurre in un blocco rilevante all’esercizio della democrazia e del diritto dei popoli.

Può la Legge Fondante dello Stato impedire ad un paese di sette milioni di abitanti di esprimersi; se continuare o no in quel legame statuale o intraprendere altre strade? È in ballo il diritto a decidere, come lo definiscono i catalani, o è un abuso? Il diritto all’autodeterminazione, sancito nelle supreme istituzioni internazionali vale solo quando esiste una convenienza politica di altri stati e potenze o è un diritto del cittadino e delle comunità? Quanto la partecipazione ai processi politici determinanti per il futuro degli individui e della propria comunità non ha limiti, o è condizionato?

Sono domande che ci interrogano, e a cui per ora non ho risposta. Vorrei però che se ne discutesse, se non altro perché sono determinanti per il futuro di tutti.

Verso i Convegni sul Lavoro. MATERIALI

Codice del Terzo Settore, volontari e beni comuni
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Gregorio Arena – 12 settembre 2017, su LabSus
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Nel Codice del Terzo Settore i beni comuni non ci sono. Si parla di “bene comune”, al singolare (art. 1, 1° comma), di “interesse generale” (art. 5, 1° comma), di valori come la “partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona” (art. 1, 1° comma), la “solidarietà” (art. 17, 2° comma) e altri ancora. Ma di beni comuni, esplicitamente, non si parla mai. E di conseguenza, almeno apparentemente, non si parla mai nemmeno di quella particolare categoria di volontari, sempre più numerosa e importante, rappresentata dai cittadini attivi che si prendono cura dei beni comuni.

Apparentemente, s’è detto. Perché invece, leggendo con attenzione alcune delle disposizioni del Codice, si vede che in realtà esso si occupa anche dei cittadini attivi che si prendono cura dei beni comuni.

Ma andiamo con ordine, cominciando dal primo articolo.

Finalità del Codice del Terzo Settore

Lo scopo del Codice è delineato molto chiaramente nel primo comma dell’art. 1 (che a sua volta riprende testualmente l’art. 1, della legge 6 giugno 2016, n. 106 – Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale):

Art. 1 – Finalità ed oggetto

Al fine di sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, ad elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona, a valorizzare il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa, in attuazione degli articoli 2, 3, 4, 9, 18 e 118, quarto comma, della Costituzione, il presente Codice provvede al riordino e alla revisione organica della disciplina vigente in materia di enti del Terzo settore.

La frase chiave è questa: Al fine di sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini, perché questa frase a sua volta riprende quasi testualmente l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione, che introdusse nel 2001 il principio di sussidiarietà orizzontale nel nostro ordinamento: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Nella Costituzione si parla di favorire, nella legge delega e ora nel Codice si parla di sostenere, ma i due verbi sono sinonimi. Ciò che conta è che, poiché secondo la nostra Costituzione il principio di sussidiarietà si realizza quando i cittadini si attivano autonomamente per svolgere attività di interesse generale, dire che lo scopo del Codice del Terzo Settore è sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono a perseguire il bene comune è come dire che lo scopo del Codice consiste nell’attuazione del principio di sussidiarietà.

Manca anche la sussidiarietà

Stranamente, però, anche la sussidiarietà non è mai espressamente citata nel Codice (se non attraverso il rinvio all’art. 118, ultimo comma), mentre lo è nell’art. 1, 1° comma della legge delega (“Per Terzo settore si intende il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà…”).

Peccato per questa omissione, perché la sua introduzione in Costituzione nel 2001 ha cambiato radicalmente sia il modo di intendere il rapporto fra cittadini e amministrazioni, sia quello di intendere il ruolo del volontariato. Una normativa per il riordino e la revisione organica del Terzo Settore approvata nel 2017 che non citi neppure il principio di sussidiarietà si priva di un riferimento costituzionale fondamentale, che ne avrebbe ulteriormente rafforzato la legittimazione.

Le attività dei cittadini sostenute dal Codice

Comunque, che sia citato o meno il principio di sussidiarietà, rimane il fatto che il Codice, inteso come strumento normativo per il “riordino e la revisione organica della disciplina vigente in materia di enti del Terzo settore”, ha come fine quello di “sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata” a fare le seguenti cose:

1) perseguire il bene comune,

2) elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona,

3) valorizzare il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa…

Dal punto di vista dei cittadini attivi che si prendono cura dei beni comuni va messo in evidenza l’inciso per cui il fine del Codice consiste nel “sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata…”, perché questo significa che la forma associata è una delle forme possibili in cui può manifestarsi l’autonoma iniziativa dei cittadini, non l’unica (del resto, lo dice anche la Costituzione all’art. 118, ultimo comma). Vanno dunque sostenuti, secondo il Codice, non soltanto i cittadini che si mobilitano all’interno di associazioni e organizzazioni strutturate, ma anche quelli che si mobilitano individualmente o in forme associative informali, quali possono essere, tipicamente, i comitati di quartiere o le social streets. E questi, come si vedrà fra poco commentando l’art. 17, 2° comma, sono appunto i cittadini attivi, i nuovi volontari per i beni comuni.

Il bene comune e l’interesse generale

La prima fra le attività svolte autonomamente dai cittadini che il Codice ha come scopo di sostenere consiste nel perseguire il bene comune. Sarebbe stato preferibile utilizzare il termine interesse generale, anziché bene comune, perché la Costituzione all’art. 118, ultimo comma dispone che deve essere favorita “l’autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale”.
Bene comune e interesse generale, come abbiamo già scritto in un editoriale intitolato Interesse generale, solidarietà, sussidiarietà, non sono esattamente la stessa cosa, anche se entrambi i concetti hanno a che fare con la centralità della persona e della sua dignità.
Secondo la Costituzione conciliare Gaudium et Spes il bene comune è “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.
C’è una notevole assonanza fra questa definizione di bene comune e la formula utilizzata dalla Costituzione all’art. 3, 2° comma (la Repubblica deve rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”). Anche se perfezione e pieno sviluppo non sono la stessa cosa, né potrebbero esserlo considerata la diversità delle prospettive in cui si pongono i due testi, l’obiettivo è lo stesso. Si realizza il bene comune e si persegue l’interesse generale quando si creano le condizioni per la pienezza della persona, lo sviluppo dei suoi talenti e l’affermazione della sua dignità come individuo unico e irripetibile.
Anche adottando la terminologia del Codice del Terzo Settore, dunque, non c’è dubbio che le attività di cura dei beni comuni svolte dai cittadini attivi applicando il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni perseguono sia il bene comune (al singolare!), sia l’interesse generale e, come tali, devono essere sostenute o, come dice la Costituzione, favorite.

Le altre attività svolte dai cittadini

Anche per quanto riguarda le altre attività svolte autonomamente dai cittadini che il Codice deve sostenere, cioè da un lato “elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona” e dall’altro “valorizzare il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa”, è evidente che la cura condivisa dei beni comuni eleva i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale e favorisce la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona.
Addirittura, l’art. 4, 1° comma del Regolamento dispone esplicitamente che “L’intervento di cura, gestione condivisa e rigenerazione dei beni comuni urbani, è inteso quale concreta manifestazione di partecipazione e strumento per il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione di legami di comunità….”.

Attività di interesse generale

L’art. 5, 1° comma del Codice dispone che sono enti del Terzo Settore quelli che “esercitano in via esclusiva o principale una o più attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale”. E subito dopo vi è un lungo elenco di quali sono le attività da considerarsi di interesse generale. All’ultima lettera di questo elenco, la lettera z), vi è anche la riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata, cioè due categorie di beni che, in modi diversi, rientrano fra i beni comuni.
I primi, cioè i beni pubblici inutilizzati, se riqualificati da comunità che se ne prendono cura e li utilizzano in maniera economicamente sostenibile per scopi di interesse generale, possono diventare beni comuni.
I beni confiscati alla criminalità organizzata, invece, sono beni comuni perché lo Stato che li ha presi in carico non ne è il proprietario, ma solo il custode in nome e per conto della comunità cui, al termine della complessa procedura che governa questo settore, i beni verranno affidati per una gestione non più nell’interesse dell’organizzazione criminale, bensì nell’interesse generale o, per dirla con il Codice del Terzo Settore, per il bene comune.
E’ previsto che l’elenco delle attività di interesse generale dell’art. 5 possa essere aggiornato e dunque c’è da sperare che nei prossimi anni vengano ricomprese fra le attività di interesse generale anche le attività di amministrazione condivisa dei beni comuni che si vanno moltiplicando in tutta Italia.

Volontari e cittadini attivi

L’art. 17, dopo aver affermato che gli “enti del Terzo Settore possono avvalersi di volontari nello svolgimento delle proprie attività”, definisce il volontario come “una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, anche per il tramite di un ente del Terzo Settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà”.

Qui la parola chiave è anche</em>. Nel testo originario del Codice si diceva che il volontario è “una persona che …. svolge attività in favore della comunità e del bene comune per il tramite di un ente del Terzo Settore”, escludendo così di fatto dalla categoria dei “volontari” i cittadini attivi che si prendono cura dei beni comuni senza essere iscritti ad organizzazioni del Terzo Settore, anzi, spesso in maniera del tutto informale e spontanea. Per fortuna, un emendamento introdotto al testo in sede di discussione alla Camera dei Deputati ha consentito di evitare che, anche su questo punto, il Codice nascesse già vecchio, ignorando cioè l’esistenza di quella nuova categoria di volontari chiamati cittadini attivi che, a differenza dei volontari tradizionali, si prendono cura non delle persone ma dei beni comuni, pur facendolo anch’essi per motivazioni solidali. I cittadini attivi sanno infatti che “dietro” i beni comuni ci sono le persone e che dalla qualità dei beni comuni dipende la qualità delle vite di tutti noi.

Il Codice e la Corte dei Conti della Toscana

Come spesso accade, le parole del legislatore pesano, per cui ne basta una per cambiare completamente la prospettiva. In questo caso, quel “anche per il tramite di un ente del Terzo Settore” significa che si può essere riconosciuti come volontari anche se ci si impegna per il bene comune al di fuori di un ente del Terzo Settore.

Il legislatore si rivela molto più aggiornato sull’evoluzione del mondo del volontariato italiano di quanto non sia stata l’anno scorso la Sezione Regionale di Controllo per la Toscana della Corte dei Conti che il 29 settembre scorso, con delibera 141/2016/PAR, ha affermato che “è da ritenersi escluso in radice un autonomo ricorso delle pubbliche amministrazioni a prestazioni da parte di volontari ‘a titolo individuale’, perché è indispensabile “l’interposizione dell’organizzazione di volontariato”, in quanto solo tale “interposizione” può assicurare secondo la Corte che “lo svolgimento dell’attività dei volontari si mantenga nei rigorosi limiti della spontaneità, dell’assenza anche indiretta di fini di lucro, della esclusiva finalità solidaristica, dell’assoluta e completa gratuità”.

Il Codice del Terzo Settore all’art. 17 dice l’esatto contrario della Corte, dice cioè che si può essere volontari e agire “per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità … in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà” anche operando al di fuori delle organizzazioni del Terzo Settore.

Avevamo già spiegato in un precedente articolo i motivi per cui non condividevamo la posizione della Corte dei Conti della Toscana. Adesso, l’art. 17 del Codice del Terzo Settore chiude definitivamente la questione. Le parole del legislatore pesano.
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FONTE LabSus.

IUS SOLI: paure rinvii ipocrisie

Ius soli affondato al Senato. Ius soli, la battaglia di civiltà che la sinistra non vuole combattere (su Il Fatto quotidiano). In argomento ripubblichiamo l’editoriale di Fiorella Farinelli su Rocca, ripreso alcuni giorni fa da Aladinews.
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di Fiorella Farinelli, su Rocca.
«La cittadinanza negata tra malafede e viltà». Parole dure ma appropriate nel commento (1) di Massimo Livi Bacci, uno dei nostri più importanti demografi, al rinvio a settembre della discussione parlamentare sulla cittadinanza dei ragazzi figli di immigrati. Un rinvio che equivale a un affossamento quasi certo, considerato che in autunno, tra legge di stabilità e incombere della scadenza delle elezioni siciliane e nazionali, il clima politico sarà più che mai esposto a tensioni e scorribande anche interne alla maggioranza. Improbabile, dunque, che il testo, pure approvato alla Camera quasi due anni fa e atteso da tempo, veda la luce nell’ultimo miglio di questa legislatura, mentre sul profilo politico della prossima è al momento impossibile persino formulare ipotesi dotate di una qualche ragionevole credibilità. Protagonisti dell’ignobile pasticcio, da un lato la scarsa tenuta della coalizione di governo (sono stati i parlamentari di Alfano, gli stessi che alla Camera avevano votato senza troppi problemi il provvedimento, a minacciare la crisi se si fosse chiesta la fiducia al Senato), dall’altro l’ipocrisia di quelli di Grillo che, astenutisi la prima volta, hanno dichiarato che lo avrebbero fatto anche la seconda (ma l’astensione, al Senato, equivale a un voto contro). Coerenza? Sì, ma solo alla paura di perdere consensi nell’elettorato di destra, un must per una forza politica pigliatutto.

falso collegamento
Ma la viltà vera, quella che ha contato e conterà di più, è fatta soprattutto di altro. Di una diffusa e colpevole subalternità, anche nei media, alla malafede di quanti hanno alimentato un falso collegamento tra un più facile accesso alla cittadinanza delle «seconde generazioni» (un milione e mezzo di ragazzi, più di 800mila nelle nostre scuole, quasi tutti figli di immigrati stabilizzati, il 55,3% nati in Italia) e l’emergenza sbarchi. Come se la modifica della legge sulla cittadinanza varata nel lontano 1991 (quando gli immigrati stranieri in Italia erano poco più di 400.000 e pochissimi i figli nati in Italia o arrivati da bambini) dovesse di per sé gonfiare ulteriormente, e disastrosamente, l’ondata dei disperati. Come se, con quella legge, bastasse partorire sul pontile di Lampedusa o all’aeroporto di Fiumicino per entrare in Italia dalla porta principale e automaticamente, madre, padre, fratelli, sorelle, e chissà quanti altri congiunti ed affini. Con tutto quel che ne segue, i fantasmi di un’identità nazionale inquinata e compromessa, la minaccia ai valori e alla cultura del paese, l’incubo di una coesione sociale in frantumi. L’armamentario, strumentale ma di successo, delle vecchie e delle nuove destre.

i contenuti della legge
Malafede, appunto, con in più gli equivoci suggeriti, e mai sufficientemente contrastati, da quella definizione di «ius soli» affibbiata impropriamente dall’esercito dei semplificatori – mondo politico, social, stampa – a una proposta di legge che dice invece tutt’altro. Nei giorni delle convulsioni politico-parlamentari, infatti, sono state poche e inascoltate le voci in difesa di un testo già attentamente smussato e affinato dai mille compromessi della Camera. E poche, e poco efficaci, le analisi di merito, travolte dal chiacchiericcio incompetente ed enfatico dei talk show. Non si è stati capaci – non si è voluto? – dimostrare puntigliosamente che la legge concede la cittadinanza solo ai figli degli immigrati nati in Italia con almeno un genitore in possesso di permesso di soggiorno a tempo indeterminato, con residenza legale da almeno 5 anni, abitazione appropriata, reddito sufficiente, test di lingua italiana superato, nessun problema con la giustizia. Ius soli, dunque, se proprio non si può rinunciare a una semplificazione improvvidamente introdotta dall’ex ministro Kyenge, ma indubbiamente assai selettivo o, come si dice in gergo parlamentare, «temperato». E poi, per chi sia arrivato in Italia prima dei 12 anni, il diritto alla cittadinanza (che dev’essere comunque richiesta dai genitori) a condizione di aver frequentato, e concluso positivamente se si tratta di scuola primaria, un ciclo scolastico di 5 anni.
Che c’entrano con tutto ciò gli sbarchi? Si tratta, con tutta evidenza, di bambini e ragazzi già «italianizzati» dalla scuola, dei compagni di classe e di vita dei nostri figli, di cui molti neanche conoscono il paese d’origine dei genitori, e con molti – purtroppo per loro e per le risorse culturali del nostro paese – che dimenticano la loro lingua materna o che non sanno leggerla e scriverla.
Un provvedimento molto cauto, dunque, che ha voluto escludere ogni automatismo, che guarda alla realtà dell’immigrazione stabilizzata (oltre 5 milioni di immigrati in regola, 160mila cittadinanze concesse, secondo la restrittiva legge del 1991, solo lo scorso anno) e di «seconde generazioni» destinate a essere parte crescente, e integrante, della nostra troppo scarsa popolazione giovanile. Che, soprattutto, è ispirato all’idea che eliminare le discriminazioni è un passo necessario per rinsaldare il legame della popolazione immigrata e dei suoi giovani con il nostro paese, per prevenire rancori e risentimenti pericolosi, per evitare che a meno diritti corrispondano anche meno doveri e responsabilità. Per evitare di costruire una società gerarchizzata, divisa tra quelli che hanno tutti i diritti – almeno sulla carta – e una sottoclasse di minus habentes. Si tratta di ragazzi che studiano da noi e che sono però esclusi dagli impieghi pubblici, che hanno bisogno di chiedere permessi speciali ogni volta che occorre avere il passaporto italiano, che lavorano o che tentano gli studi superiori. Non sarebbero maturi i tempi per muoversi in questa direzione, come sostengono gli alfaniani? È meglio pensarci su ancora un po’, come banalizzano i grillini? È più opportuno lasciar perdere per il momento, come pensano senza dirlo anche molti Dem? Quando può cominciare, secondo loro, il tempo delle politiche di integrazione a tutto tondo? E che cosa può provocare, nella testa e nel cuore di questi ragazzi, il tenerli ancora a lungo nel limbo della non cittadinanza?

dietro l’ennesimo rinvio
Dietro l’ennesimo rinvio, in verità, non ci sono solo i vincoli di circostanze politiche contingenti. C’è l’intollerabile ritardo, nel nostro paese, di idee e pratiche lungimiranti di integrazione. Le stesse – e qui il legame con gli sbarchi c’è, eccome – che impediscono che gli sbarcati vengano subito immessi in lavori socialmente utili, in percorsi di formazione linguistica e professionale efficaci, in una vita attiva e dialogante. Non basta tirarli fuori dall’acqua, e dai pericoli di morte, una volta salvati bisogna evitare la disperazione e il rancore, i sentimenti negativi che li espongono a tutti i rischi dell’emarginazione e della povertà. E noi, non bisognerebbe sottovalutarlo, con loro. Ma non ci siamo, non ci siamo ancora. L’immigrazione – non solo gli sbarchi – viene ancora vista da molti come un’emergenza da demonizzare, non come un dato di fatto – globale, storico – da fronteggiare con misure appropriate. O, ed è ancora peggio, come uno strumento di lotta politica, per conquistare consenso e potere. Non è una bella immagine della nostra classe politica, quella che viene fuori dalla vicenda del rinvio. La viltà sta anche nell’incapacità di trattare i problemi che ci sono con gli strumenti della democrazia, la cultura, la discussione aperta e franca, gli argomenti, il «corpo a corpo intellettuale», come si diceva una volta.

la sconfitta di «Italia sono anch’io»
Ci sono poi anche altri aspetti che bisognerebbe considerare. A uscire sconfitta da questa vicenda, oggi, non è solo la parte dei Dem che aveva più puntato su questa proposta di legge anche in termini identitari, quelli cioè di una forza politica consapevole dei problemi e capace di trovare soluzioni di compromesso in grado di far evolvere positivamente le politiche sociali e culturali sull’immigrazione. Ad essere sconfitta è stata anche quella vasta parte del mondo cattolico impegnata in prima fila nelle azioni di accoglienza e di integrazione dei migranti, la miriade di associazioni, organizzazioni, parrocchie che hanno sostenuto la campagna «Italia sono anch’io» delle seconde generazioni con cui quattro anni fa è stato dato impulso, anche con una raccolta imponente di firme, alla proposta di legge oggi rinviata. Una realtà diffusa che però non ha avuto ascolto presso le forze politiche, come se quelle voci fossero diventate, nell’Italia di oggi, voci insignificanti e irrilevanti. Come se quell’agire sociale, culturale, politico che tramite il volontariato contagia e forma parti significative della società civile venisse considerata una risorsa del paese solo per tappare i buchi delle politiche istituzionali, non per sedere ai tavoli delle decisioni istituzionali e della grande politica. Un tema che è stato toccato in qualche intervento sulla stampa di esponenti di prima fila del mondo cattolico, a partire da Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio (2). Un tema vero, che dovrebbe finalmente interrogarci tutti.
Fiorella Farinelli

Note
(1) www.neodemos.info, 2 agosto 2017.
(2) Il rinvio dello ius soli è una sconfitta per i cattolici, Corriere della Sera 20 luglio 2017.

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Verso i Convegni sul Lavoro, in ottobre a Cagliari

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cropped-pizap-com15018385983091-2Itinerario regionale verso la 48esima Settimana Sociale.
Incontro di Cagliari: «giovani, lavoro, formazione, nuove tecnologie».

Intervento di Franco Meloni, Esperto di politiche di formazione universitaria.
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lampadadialadmicromicro133- Il contributo scritto consegnato alla Presidenza (ripreso da Aladinews).

I GIOVANI, il LAVORO, la NECESSITA’ di INVESTIRE in ISTRUZIONE/EDUCAZIONE
LAVOROIl 10 dicembre dello scorso anno presso il Seminario arcivescovile, il Vescovo di Cagliari ha convocato ventidue esponenti del mondo dell’Università, del Sindacato, della Comunicazione, delle Associazioni impegnate socialmente, delle Imprese, delle Organizzazioni della Cooperazione e del Terzo Settore, nel percorso di preparazione alla Settimana Sociale dei Cattolici italiani che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre 2017 sul tema “Il lavoro che vogliamo: dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale”, con specifico riferimento alla situazione sarda. All’incontro ha partecipato il direttore di Aladinews. Di seguito riportiamo il suo intervento che si è articolato in due filoni di riflessione.
I GIOVANI, IL LAVORO, LA NECESSITA’ DI INVESTIRE IN CULTURA
di Franco Meloni

Prima riflessione

I GIOVANI E LA DISOCCUPAZIONE. LE SOLUZIONI NASCONO DALLA PARTECIPAZIONE

Quasi come un bollettino medico di un malato grave, i rapporti trimestrali dell’andamento dell’occupazione in Sardegna segnalano variazioni sui relativi dati, ora positive ora negative, che sostanzialmente confermano uno stato complessivo di perdurante infermità. Tra i dati, tutti disponibili sui siti dell’Istat e della Regione Sarda (Sardegna Statistiche), quello più disastroso si riferisce alla disoccupazione giovanile, stabilizzato sul 56,4% ( riferito alla popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni.), che assegna alla Sardegna un posto tra le peggiori regioni dell’Unione europea (precisamente l’ottavo, in Italia al secondo posto dopo la Calabria) (1). Le serie storiche dei dati riferiti alla Sardegna mostrano una situazione di “ritardo di sviluppo” non riconducibile semplicemente all’attuale grave crisi dell’intero sistema economico a livello nazionale ed europeo, che, peraltro ne determina un aggravamento. Siamo infatti sempre più vittime dei nuovi equilibri a livello globale che si basano sulla progressiva diminuzione dell’occupazione, sulla perdita di tutele contrattuali, su un basso livello dei salari e su una distribuzione inequa del reddito, caratterizzata dall’acuirsi della forbice economica tra alti salari/rendite (concentrati nelle mani di pochi), mancanza di reddito o redditi di sussistenza (la maggioranza). Ne consegue l’aumento della povertà che colpisce sempre più vasti settori della popolazione, aggredendo anche i ceti medi, fino a qualche anno fa non colpiti. Come si è già osservato, questa situazione è generalizzata in quasi tutti gli stati a livello planetario. Limitando la nostra attenzione a quelli dell’Unione Europea, possiamo osservare diversi gradi di gravità nelle diverse regioni in cui sono articolati, in Sardegna tra i più accentuati.

Che fare allora? Per dirla con uno slogan di altri tempi, che potrebbe suonare massimalista: si può uscire dalla crisi solo se si esce dal capitalismo in crisi. Micca facile!
Se questa è la portata dei problemi, cosa possiamo fare noi, specificamente in Sardegna, che siamo piccoli e quasi irrilevanti nel mondo globalizzato? La risposta è che non dobbiamo rassegnarci, dobbiamo invece per quanto è possibile, come è realisticamente possibile, praticare al nostro livello soluzioni diverse o parzialmente diverse da quelle dominanti, che ogni giorno ci impongono con sistemi più o meno coercitivi. Come? Innanzitutto facendo resistenza sulla base dei nostri interessi di cittadini e di lavoratori. Cioè, dobbiamo partire da questi e non dalle “compatibilità” del sistema dominante. Usciamo dall’astratezza. Il lavoro è un diritto? Certo, ma è un diritto negato a vasti strati della popolazione. E allora organizziamo le leghe per il lavoro (o chiamatele come vi pare), appoggiandoci alle organizzazioni dei lavoratori (per quanto siano coinvolgibili) e alle Istituzioni più vicine ai cittadini, come i Comuni (per quanto sappiano rappresentare anche i ceti più deboli). E con queste organizzazioni difendiamo il lavoro esistente e creiamo nuovo lavoro, utilizzando tutte le possibili opportunità, per esempio quelle fornite dai fondi pubblici, specie europei, spesso inutilizzati o spesi male. Ma, si dirà, è una vecchia ricetta, che non ha dato in passato grandi risultati. E’ vero, ma il fatto nuovo, la carta vincente, è il coinvolgimento delle persone, che non devono delegare, se non in certa misura, ad altri la risoluzione dei loro problemi. E devono attivarsi in prima persona nei confronti di quanti detengono il potere, a tutti i livelli, per rivendicare politiche per il popolo. In sostanza, si tratta di praticare in tutti i campi la “partecipazione dal basso”, anche a piccoli gruppi, con il criterio delle isole che a poco a poco assumono la dimensione di arcipelaghi. Tutto ciò è riduttivo? Può darsi, ma è quanto si può fare, da subito, nella fiducia che solo il popolo salva il popolo. L’impostazione di questo nuovo protagonismo popolare, che non ci preoccupiamo possa essere irriso come “populismo”, ha un grande e credibile suggeritore: Papa Francesco, che nel solco della dottrina sociale della Chiesa, ci esorta a non rassegnarci e ad assumere iniziative creative con e per il popolo, che spiega con chiarezza nella parte dell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium dedicata alla Crisi e alla Dimensione sociale dell’Evangelizzazione.
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(1) Tre regioni italiane, la Calabria col 65,1%, la Sardegna col 56,4% e la Sicilia col 55,9%, figurano tra i dieci territori Ue col tasso di disoccupazione giovanile (riferito alla popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni.) più elevato nel 2015, precedute solo dalle due ‘encalve’ spagnole in terra africana, cioè Ceuta (dove la disoccupazione giovanile è al 79,2%) e Melilla (72%). La Sardegna si trova in ottava posizione e la Sicilia è nona. Oltre alle tre italiane, nelle ‘top ten’ ci sono quattro regioni spagnole e tre greche. La media europea è al 20,4%. Il territorio che invece presenta la percentuale più bassa di disoccupazione giovanile è quello tedesco di Oberbayern (3,4%), seguito da altre nove regioni tedesche, tra queste Freiburg al secondo col 4,7%, e Mittelfranken col 5,2%. Fonte: http://www.giornaledicalabria.it/?p=47346

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Seconda riflessione

INVESTIAMO IN CULTURA, A PARTIRE DALL’ISTRUZONE E DALL’EDUCAZIONE

La presente riflessione sulla Cultura attiene soprattutto alla sua componente fondamentale “istruzione/educazione”, riferita alla situazione sarda. In questa direzione: se è vero che vogliamo che la Cultura e in essa la sua componente essenziale dell’istruzione/educazione possa operare per dare sviluppo e benessere alla Sardegna dobbiamo innanzitutto prendere atto della situazione e operare per migliorarla, riconoscendo evidentemente quanto di buono già si fa.
I pochi dati esposti nelle tabellle sotto riportate sono sufficienti a dare conto della situazione dell’istruzione in Sardegna confrontabili con i dati complessivi dell’Italia. Ci accorgiamo che i valori sono complessivamente bassi in Italia, e, ancora di più, in Sardegna, specie se confrontati con i dati dei più virtuosi paesi dell’Europa e del Mondo.
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Popolazione residente di 15 anni e oltre per titolo di studio – Sardegna e Italia
Anno 2015 – Valori assoluti in migliaia e percentuali *

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*Tratto da Sardegna in cifre 2016, Tab. 18.10 (pubblicazione del Servizio Statistiche della RAS.

Mettiamo in evidenza come in Sardegna vi siano ben 300mila persone con la sola licenza elementare o con nessun titolo di studio (il 20,6% della popolazione presa in considerazione). Anche se il livello delle conoscenze non è misurato totalmente dai titoli formali, il dato è comunque significativo e pertanto preoccupante, considerato che comunque segnala l’inadeguatezza della preparazione delle persone rispetto alle esigenze delle attività lavorative e della vita associativa.

Se poi ci riferiamo in particolare ai giovani, è pertinente definire la situazione disastrosa. Al riguardo citiamo ancora una volta il Rapporto Crenos 2016, che afferma che il tasso di abbandono scolastico è tra i più elevanti in Italia, e la percentuale di giovani inattivi, in costante crescita. Nel 2014, il 29,6% dei ragazzi e il 17% delle ragazze in età 18-24 anni ha abbandonato gli studi e oltre il 27% dei giovani tra i 15 e i 24 anni (30,6 per i ragazzi e 24,7% per le ragazze) non studia e non lavora (i c.d. NEET – Not in Education, Employment and Training).

Giustamente i recenti rapporti Caritas sulle povertà hanno inserito questi giovani tra i nuovi poveri, segnalando la necessità di robusti interventi risolutivi. I quali, peraltro, sono chiaramente proposti da più parti, ma praticati in misura decisamente insufficiente. Tra gli interventi di carattere istituzionale in corso di realizzazione è giusto ricordare per la Sardegna il Progetto Iscol@, l’efficacia del quale non è ancora possibile verificare.
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Riteniamo utile a questo punto riepilogare dette proposte, che si articolano in sette ambiti di intervento (dando atto che provengono da operatori ed esperti dell’ambito Caritas, Cnos-Fap dei Salesiani e della pastorale giovanile Cei, e che per i Neet si avvalgono delle elaborazioni del prof. Dario Nicoli, docente di sociologia dell’Università Cattolica di Brescia).

1. Lavoro e inserimento lavorativo
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- attivare, anche attraverso incentivi economici, percorsi di inserimento lavorativo, attraverso l’avviamento d’impresa ed esperienze formative e lavorative;
- rilanciare l’istituto dell’apprendistato, in raccordo con il sistema delle imprese e i centri di formazione professionale.

2. Formazione professionale:
- prevedere un uso integrato degli strumenti disponibili: tirocini, voucher formativi, alternanza scuola-lavoro, apprendistato, ecc., per puntare alla crescita personale e professionale;
- sostenere la partecipazione ai corsi Iefp (istruzione e formazione professionale), finalizzati al conseguimento di qualifiche spendibili a livello nazionale e comunitario.

3. Scuola-educazione:
- fare in modo che la formazione scolastica sia più aderente alle necessità del mondo del lavoro, trasmettendo la cultura positiva del lavoro;
- costruire percorsi educativi, formali e informali, di aggiornamento a tutoraggio, con attenzione alle esigenze dei giovani in condizione di povertà o disagio sociale.

4. Orientamento, accompagnamento e tutoraggio:
- avviare azioni di orientamento già a partire dalla scuola media, tramite metodologie e strategie attive di orientamento professionale;
- rivolgere attenzione particolare ai territori maggiormente trascurati da progettualità investimenti, garantendo relazioni positive con genitori e famiglie.

5. Cultura, risorse e territorio:
- valorizzare la presenza dei luoghi positivi di aggregazione (oratori, istituzioni di istruzione e formazione professionale, scuole popolari, associazioni, società sportive, ecc.), creandoli laddove mancano;
- sviluppare reti territoriali tra soggetti del sistema educativo e del sistema economico, integrando politiche di istruzione, formazione e lavoro.

6. Attenzione – supporto alla persona:
- progettare interventi personalizzati di recupero dei Neet in prospettiva educativa, puntanti sulla ripresa dell’iniziativa e dell’intraprendenza personale;
- favorire esperienze di abitazione-coabitazione autonoma o altre soluzioni di “sgancio” dalla famiglia di origine, anche prevedendo forme di alleanza tra giovani.

7. Welfare – assistenza sociale:
- necessità di sostegno al reddito per favorire lo studio dei ragazzi in situazione di povertà economica;
- politiche per le famiglie, attraverso agevolazioni fiscali, borse di studio e sostegni per l’acquisto di testi o strumenti didattici.

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Riflessione finale

C’è moltissimo da fare e le energie attualmente in moto sono notevoli ma non sufficienti e pertanto da incrementare. Comunque dobbiamo riconoscere che sono in atto moltissimi interventi ascrivibili alle Istituzioni (civile e religiose), al Terzo Settore e al Volontariato libero e gratuito. Ed è proprio dalle buone pratiche che bisogna continuamente ripartire: riconoscendole, valorizzandole e diffondendole. Ma anche sapendole distinguere dalle cattive pratiche che sfruttano in modi delinquenziali le situazioni di disagio sociale e che pertanto vanno combattute senza complicità e reticenze. In conclusione: occorre sempre più lavorare “in rete”, con apertura e capacità collaborativa nei confronti di tutte le organizzazioni di qualsiasi ispirazione, purché democratiche, praticando gli obbiettivi con spirito di solidarietà intergenerazionale.
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Spostando il muro più in là

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di Roberta Carlini, Rocca

Da un po’ di tempo le indagini e gli scritti sulla diseguaglianza si sono concentrati sulla fascia altissima della popolazione, quella che è stata battezzata del «top 1%»: il centesimo più alto della scala della ricchezza, le cui fortune sono cresciute esponenzialmente negli anni prima della crisi per poi sopravvivere – e riprendere allegramente – dopo la grande recessione degli anni Dieci.
Un altro «1 per cento» spunta se si leggono le statistiche su altri movimenti, non del denaro ma degli umani. 65 milioni di persone vivono forzatamente fuori dalla propria terra di origine: tra loro, ci sono i rifugiati e richiedenti asilo (24 milioni), ma anche gli sfollati interni (41 milioni), coloro che non hanno attraversato le frontiere ma si sono dovuti spostare in un’altra zona del proprio Paese.

l’altro 1%
In un Rapporto intitolato appunto «Forcibly displaced», l’Unhcr sottolinea che si tratta dell’1% della popolazione del mondo; possiamo vederli come specularmente opposti all’1% dei ricchissimi, che risiedono in tutt’altra parte del mondo. Infatti – si legge nello stesso Rapporto – la stragrande maggioranza di rifugiati e sfollati è ospitata nei Paesi che una volta avremmo definito «Terzo mondo», i Paesi in via di sviluppo del Sud globale. Per la precisione, i Paesi in via di sviluppo ospitano l’89% dei rifugiati e il 99% degli sfollati interni.
Il «bottom 1%», la fascia più sfortunata e disperata della popolazione mondiale, trova rifugio per la grandissima parte tra i suoi simili, in Paesi a reddito basso o bassissimo, spesso senza infrastrutture né risorse naturali, e con istituzioni statuali molto deboli. È un trend storico che si è man mano affermato, e le inedite vicende del 2015 e 2016, con l’eccezionale afflusso in Europa di persone in fuga dalle guerre di Siria e Iraq, non hanno spostato che in minima parte le dimensioni del fenomeno: però questa minima parte, essendo piombata su di noi, ossia in quella parte del mondo dove vive e prospera l’1% ricchissimo, ha generato uno strano effetto ottico per cui, se oggi si va a chiedere in giro dove si pensa che fuggano i disperati del mondo, ci sarà risposto che vengono tutti qui, in Europa o negli Stati Uniti o in Canada. Invece non è così.
Tornando ai numeri dell’Unhcr – che è l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati – si vede che del problema rifugiati si fanno carico soprattutto i Paesi più vicini alla zona dove è esplosa la crisi che li ha costretti a fuggire. L’arrivo dei profughi è spesso, per questi Paesi, un vero e proprio choc demografico, che ha anche un impatto economico notevole, sia in termini di costi che di nuova domanda e attività lavorative. Nella lista dei primi dieci Stati ospitanti al mondo, c’è un solo Paese ricco – la Germania, dopo l’eccezionale arrivo dei profughi siriani – con circa mezzo milione di rifugiati (dati a metà 2016): ma Berlino è al penultimo posto, in una classifica che vede in testa la Turchia, con quasi 2,8 milioni di rifugiati, seguita da Pakistan, Libano, Iran, Etiopia, Giordania, Kenya, Uganda. Al nono posto, appunto la Germania e infine il Ciad.
Ma se guardiano, invece che al numero assoluto dei rifugiati, al loro peso sulla popolazione, la classifica cambia completamente: al primo posto il Libano, con 173 rifugiati ogni 1000 abitanti. Segue la Giordania, con 89 rifugiati per 1000 abitanti, lo staterello finto dell’isola di Nauru, nell’Oceania, diventato una prigione per profughi (50 per 1000), poi la Turchia (35 per 1000), il Ciad, il Sud Sudan, la Svezia, Gibuti, Malta e la Mauritania.

e noi?
L’Italia, con meno di 150mila rifugiati a metà 2016 – che, come hanno calcolato su Cartadiroma.org, potrebbero riempire solo metà del Circo Massimo, oppure due stadi come l’Olimpico e San Siro – ha un rapporto con la popolazione del 2,4 per mille. Parliamo di coloro che hanno ottenuto asilo, quelli che sono tutelati prima di tutto dalla nostra Costituzione e dalla Convenzione di Ginevra del 1951.
Poi ci sono i richiedenti asilo, che aspettano anni in un limbo pericoloso e limaccioso; e tutti gli altri, chi si sposta per fuggire a povertà, carestia, disastri ambientali, o anche «solo» per migliorare la pro- pria vita. Tutti costoro si confondono, nei numeri degli sbarchi e dei morti nel Me- diterraneo. E la loro confusione è un alibi per il rifiuto indiscriminato: vorremmo accogliere chi fugge dalla guerra, si sente dire spesso, ma non i rifugiati «falsi», i migranti economici. Ma nel dire questo si dimenticano due fatti. Il primo è che la crescita dell’immigrazione in Italia – siamo adesso a 5 milioni di stranieri residenti, l’8,3% del totale della popolazione – è stata quasi completamente fatta da migranti economici, che dunque adesso fanno un pezzo della nostra economia, del nostro lavoro e welfare, e del nostro sistema previdenziale (nella voce delle entrate, come ha ricordato Boeri).
Il secondo, più recente, è che noi stessi siamo migranti economici: adesso, non nell’epoca dei bastimenti e di Marcinelle. Nel 2016 hanno lasciato l’Italia per trasferirsi in altri Paesi 157.000 persone, 115.000 delle quali di nazionalità italiana: cosa sono, se non migranti economici, i nostri concittadini che vanno a fare gli ingegneri a Zurigo, i pizzaioli a Londra, i ricercatori a Parigi? Se è giusto chiudere la porta ai migranti economici, fa bene anche Teresa May a sbatterla in faccia ai ragazzi italiani in cerca di fortuna.

il rifiuto fatto legge
Con questo non vogliamo dire che non esista differenza tra rifugiati, richiedenti asilo e migranti «semplici»; ma che proprio le differenze tra i vari status, le diverse condizioni e aspirazioni, dovrebbero portarci a politiche specifiche. Invece adesso sono accomunati da un’unica legge: il rifiuto.
Non c’è modo per entrare legalmente in Europa, né per chi cerca asilo né per chi cerca lavoro. E la mancanza di varchi legali e ufficiali – come corridoi umanitari, o chiamate per lavoro, o persino i ricongiungimenti familiari che quasi tutti i Paesi stanno inasprendo – ha alimentato quel mercato unico e nero del trasporto clandestino che a parole si dice di voler combattere.
Con l’estate del 2017, però, una svolta c’è stata. Si sono ridotti gli sbarchi in Italia, sia a luglio che ad agosto; e sul finire del mese più caldo quattro capi di governo di un’Europa stanca, insicura e litigiosa su tutto hanno trovato un grande accordo e armonia di intenti, nello spostare la propria frontiera a Sud, nel meridione della Libia, in Ciad, in Niger, in Mali: incaricando i Paesi titolari di quei confini di contenere i flussi migratori. Macron, Gentiloni, Merkel e Rajoy, i leader del nucleo forte dell’Europa, gli eredi dei padri fondatori, hanno concordato nel vertice di Parigi l’outsorcing dei rifugiati e degli immigrati, sperando così di allontanare il malcontento, le tensioni, le paure.
Non è una novità: è stato questo il «modello Merkel», dato che, dopo aver dato una grande prova di maturità e solidarietà con le porte aperte ai rifugiati siriani che si erano messi in fila sulla rotta balcanica, la Germania ha chiuso le frontiere ricacciando i profughi in Turchia, e pagando fior di quattrini (e riconoscimenti) a quel governo per tenerseli. Sarà questo, in contesti istituzionali ben più problematici di quello turco – che già di per sé qualche problema lo pone, per il rispetto della democrazia e dei diritti umani – il modello della nuova frontiera d’Europa, della cintura di sicurezza africana. Già sperimentato nei mesi di luglio e agosto, con le sue crudeltà: ma i reportage sulle condizioni inumane dei campi di «accoglienza» in Libia, così come le notizie sui metodi delle brigate paramilitari che hanno tenuto a bada i migranti nella regione di Sabratha, non hanno la stessa diffusione delle micronotizie che, da una parte all’altra dell’Italia, testimoniano le difficoltà e i problemi quotidiani della presenza degli stra- nieri ma allo stesso tempo li montano e li esasperano.

il nuovo modello europeo
Spogliandoci per un attimo dalla nostra prospettiva eurocentrica ed egocentrica, dovremmo però ragionare sugli effetti del nuovo modello europeo, quello che sposta il muro più in là. Interrogarci sulla sua efficacia: la chiusura della rotta balcanica dopo l’accordo turco ha riaperto quella libico-siciliana, e a catena la chiusura di quest’ultima sta riaprendo quella spagnola; ma riusciremo mai a controllare tutto, in mare e in terra?
Sarebbe bene indagare sulle rischiosissime condizioni istituzionali e politiche: quali poteri, partiti, fazioni e tribù stiamo sostenendo? In sé, come ci dicono i numeri citati all’inizio di questo articolo, lasciare i Paesi più poveri e istituzionalmente fragili a gestirsi da soli il problema delle persone rifugiate, sfollate e migranti non è un fatto nuovo. La novità è la benedizione ufficiale dell’Europa democratica, ricca e illuminista su questa realtà. Ma anche ammesso che dentro i nuovi centri di raccolta-detenzione davvero si faccia una trasparente valutazione su chi ha diritto a chiedere asilo, e a questi si dia un biglietto per l’Europa (ipotesi che, nelle condizioni date, pare lontanissima dalla realtà), dobbiamo chiederci: e tutti gli altri? Saranno assistiti dall’Unhcr, rimandati indietro con la forza, rimarranno a vegetare in enormi campi che, come già in tante parti dell’Africa, sono venuti a creare delle città di fatto, senza storia e senza futuro?

Roberta Carlini

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MIGRAZIONI
spostando
il muro più in là
Roberta Carlini su Rocca n. 18/2017
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IUS SOLI: paure rinvii ipocrisie

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di Fiorella Farinelli, su Rocca.
«La cittadinanza negata tra malafede e viltà». Parole dure ma appropriate nel commento (1) di Massimo Livi Bacci, uno dei nostri più importanti demografi, al rinvio a settembre della discussione parlamentare sulla cittadinanza dei ragazzi figli di immigrati. Un rinvio che equivale a un affossamento quasi certo, considerato che in autunno, tra legge di stabilità e incombere della scadenza delle elezioni siciliane e nazionali, il clima politico sarà più che mai esposto a tensioni e scorribande anche interne alla maggioranza. Improbabile, dunque, che il testo, pure approvato alla Camera quasi due anni fa e atteso da tempo, veda la luce nell’ultimo miglio di questa legislatura, mentre sul profilo politico della prossima è al momento impossibile persino formulare ipotesi dotate di una qualche ragionevole credibilità. Protagonisti dell’ignobile pasticcio, da un lato la scarsa tenuta della coalizione di governo (sono stati i parlamentari di Alfano, gli stessi che alla Camera avevano votato senza troppi problemi il provvedimento, a minacciare la crisi se si fosse chiesta la fiducia al Senato), dall’altro l’ipocrisia di quelli di Grillo che, astenutisi la prima volta, hanno dichiarato che lo avrebbero fatto anche la seconda (ma l’astensione, al Senato, equivale a un voto contro). Coerenza? Sì, ma solo alla paura di perdere consensi nell’elettorato di destra, un must per una forza politica pigliatutto.

falso collegamento
Ma la viltà vera, quella che ha contato e conterà di più, è fatta soprattutto di altro. Di una diffusa e colpevole subalternità, anche nei media, alla malafede di quanti hanno alimentato un falso collegamento tra un più facile accesso alla cittadinanza delle «seconde generazioni» (un milione e mezzo di ragazzi, più di 800mila nelle nostre scuole, quasi tutti figli di immigrati stabilizzati, il 55,3% nati in Italia) e l’emergenza sbarchi. Come se la modifica della legge sulla cittadinanza varata nel lontano 1991 (quando gli immigrati stranieri in Italia erano poco più di 400.000 e pochissimi i figli nati in Italia o arrivati da bambini) dovesse di per sé gonfiare ulteriormente, e disastrosamente, l’ondata dei disperati. Come se, con quella legge, bastasse partorire sul pontile di Lampedusa o all’aeroporto di Fiumicino per entrare in Italia dalla porta principale e automaticamente, madre, padre, fratelli, sorelle, e chissà quanti altri congiunti ed affini. Con tutto quel che ne segue, i fantasmi di un’identità nazionale inquinata e compromessa, la minaccia ai valori e alla cultura del paese, l’incubo di una coesione sociale in frantumi. L’armamentario, strumentale ma di successo, delle vecchie e delle nuove destre.

i contenuti della legge
Malafede, appunto, con in più gli equivoci suggeriti, e mai sufficientemente contrastati, da quella definizione di «ius soli» affibbiata impropriamente dall’esercito dei semplificatori – mondo politico, social, stampa – a una proposta di legge che dice invece tutt’altro. Nei giorni delle convulsioni politico-parlamentari, infatti, sono state poche e inascoltate le voci in difesa di un testo già attentamente smussato e affinato dai mille compromessi della Camera. E poche, e poco efficaci, le analisi di merito, travolte dal chiacchiericcio incompetente ed enfatico dei talk show. Non si è stati capaci – non si è voluto? – dimostrare puntigliosamente che la legge concede la cittadinanza solo ai figli degli immigrati nati in Italia con almeno un genitore in possesso di permesso di soggiorno a tempo indeterminato, con residenza legale da almeno 5 anni, abitazione appropriata, reddito sufficiente, test di lingua italiana superato, nessun problema con la giustizia. Ius soli, dunque, se proprio non si può rinunciare a una semplificazione improvvidamente introdotta dall’ex ministro Kyenge, ma indubbiamente assai selettivo o, come si dice in gergo parlamentare, «temperato». E poi, per chi sia arrivato in Italia prima dei 12 anni, il diritto alla cittadinanza (che dev’essere comunque richiesta dai genitori) a condizione di aver frequentato, e concluso positivamente se si tratta di scuola primaria, un ciclo scolastico di 5 anni.
Che c’entrano con tutto ciò gli sbarchi? Si tratta, con tutta evidenza, di bambini e ragazzi già «italianizzati» dalla scuola, dei compagni di classe e di vita dei nostri figli, di cui molti neanche conoscono il paese d’origine dei genitori, e con molti – purtroppo per loro e per le risorse culturali del nostro paese – che dimenticano la loro lingua materna o che non sanno leggerla e scriverla.
Un provvedimento molto cauto, dunque, che ha voluto escludere ogni automatismo, che guarda alla realtà dell’immigrazione stabilizzata (oltre 5 milioni di immigrati in regola, 160mila cittadinanze concesse, secondo la restrittiva legge del 1991, solo lo scorso anno) e di «seconde generazioni» destinate a essere parte crescente, e integrante, della nostra troppo scarsa popolazione giovanile. Che, soprattutto, è ispirato all’idea che eliminare le discriminazioni è un passo necessario per rinsaldare il legame della popolazione immigrata e dei suoi giovani con il nostro paese, per prevenire rancori e risentimenti pericolosi, per evitare che a meno diritti corrispondano anche meno doveri e responsabilità. Per evitare di costruire una società gerarchizzata, divisa tra quelli che hanno tutti i diritti – almeno sulla carta – e una sottoclasse di minus habentes. Si tratta di ragazzi che studiano da noi e che sono però esclusi dagli impieghi pubblici, che hanno bisogno di chiedere permessi speciali ogni volta che occorre avere il passaporto italiano, che lavorano o che tentano gli studi superiori. Non sarebbero maturi i tempi per muoversi in questa direzione, come sostengono gli alfaniani? È meglio pensarci su ancora un po’, come banalizzano i grillini? È più opportuno lasciar perdere per il momento, come pensano senza dirlo anche molti Dem? Quando può cominciare, secondo loro, il tempo delle politiche di integrazione a tutto tondo? E che cosa può provocare, nella testa e nel cuore di questi ragazzi, il tenerli ancora a lungo nel limbo della non cittadinanza?

dietro l’ennesimo rinvio
Dietro l’ennesimo rinvio, in verità, non ci sono solo i vincoli di circostanze politiche contingenti. C’è l’intollerabile ritardo, nel nostro paese, di idee e pratiche lungimiranti di integrazione. Le stesse – e qui il legame con gli sbarchi c’è, eccome – che impediscono che gli sbarcati vengano subito immessi in lavori socialmente utili, in percorsi di formazione linguistica e professionale efficaci, in una vita attiva e dialogante. Non basta tirarli fuori dall’acqua, e dai pericoli di morte, una volta salvati bisogna evitare la disperazione e il rancore, i sentimenti negativi che li espongono a tutti i rischi dell’emarginazione e della povertà. E noi, non bisognerebbe sottovalutarlo, con loro. Ma non ci siamo, non ci siamo ancora. L’immigrazione – non solo gli sbarchi – viene ancora vista da molti come un’emergenza da demonizzare, non come un dato di fatto – globale, storico – da fronteggiare con misure appropriate. O, ed è ancora peggio, come uno strumento di lotta politica, per conquistare consenso e potere. Non è una bella immagine della nostra classe politica, quella che viene fuori dalla vicenda del rinvio. La viltà sta anche nell’incapacità di trattare i problemi che ci sono con gli strumenti della democrazia, la cultura, la discussione aperta e franca, gli argomenti, il «corpo a corpo intellettuale», come si diceva una volta.

la sconfitta di «Italia sono anch’io»
Ci sono poi anche altri aspetti che bisognerebbe considerare. A uscire sconfitta da questa vicenda, oggi, non è solo la parte dei Dem che aveva più puntato su questa proposta di legge anche in termini identitari, quelli cioè di una forza politica consapevole dei problemi e capace di trovare soluzioni di compromesso in grado di far evolvere positivamente le politiche sociali e culturali sull’immigrazione. Ad essere sconfitta è stata anche quella vasta parte del mondo cattolico impegnata in prima fila nelle azioni di accoglienza e di integrazione dei migranti, la miriade di associazioni, organizzazioni, parrocchie che hanno sostenuto la campagna «Italia sono anch’io» delle seconde generazioni con cui quattro anni fa è stato dato impulso, anche con una raccolta imponente di firme, alla proposta di legge oggi rinviata. Una realtà diffusa che però non ha avuto ascolto presso le forze politiche, come se quelle voci fossero diventate, nell’Italia di oggi, voci insignificanti e irrilevanti. Come se quell’agire sociale, culturale, politico che tramite il volontariato contagia e forma parti significative della società civile venisse considerata una risorsa del paese solo per tappare i buchi delle politiche istituzionali, non per sedere ai tavoli delle decisioni istituzionali e della grande politica. Un tema che è stato toccato in qualche intervento sulla stampa di esponenti di prima fila del mondo cattolico, a partire da Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio (2). Un tema vero, che dovrebbe finalmente interrogarci tutti.
Fiorella Farinelli

Note
(1) www.neodemos.info, 2 agosto 2017.
(2) Il rinvio dello ius soli è una sconfitta per i cattolici, Corriere della Sera 20 luglio 2017.

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VALUTAZIONE delle POLITICHE PUBBLICHE e DEMOCRAZIA DELIBERATIVA

democrazia-economica-510VALUTAZIONE DELLE POLITICHE PUBBLICHE E DEMOCRAZIA DELIBERATIVA
Giovanni Cogliandro – 03/08/2017 su
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La qualità di una democrazia si fonda infatti sulla possibilità che i cittadini si formino un giudizio riflessivo, ponderato e informato, e che questo avvenga attraverso un dialogo pubblico. Non basta assecondare come fa oggi il nuovo populismo “quel che dice o vuole la gente”. Occorre che ciò che i cittadini vogliono sia il frutto anche di una trasformazione riflessiva delle loro opinioniimmediate
Ciclicamente si ripropone la domanda su quale possa essere il contributo dei credenti al miglioramento della qualità della vita democratica della Repubblica italiana, all’interno dell’Unione Europea, nel contesto globale.

Questa domanda ha acquisito nuova linfa da quanto, recentemente, papa Francesco ha invitato ad impegnarsi nella Politica con la maiuscola (discorso all’Azione Cattolica Italiana, 1 maggio 2017).

Vorremmo proporre una dimensione concreta per questo rinnovato impegno cattolici per il bene comune, facendolo coincidere con la deliberata scelta di agire per la promozione, diffusione, sperimentazione di una cultura della valutazione delle politiche pubbliche.

Le politiche pubbliche sono campi di azione e riflessione in cui le scelte parlamentari trovano (o dovrebbero trovare) attuazione. Riguardano tutti i settori della vita democratica: la sanità, le tutele sociali, la qualità della vita, l’istruzione, la ricerca, gli investimenti in grandi infrastrutture. Le politiche pubbliche possono essere definite come realtà multi-attoriali: politici nazionali, regionali, locali, differenti burocrazie, esperti: i cittadini e le loro diverse tipologie di aggregazioni sono tutti coinvolti nelle politiche pubbliche. Le politiche pubbliche sono inoltre delle realtà multi fase: la fase della scelta eminentemente politica relativa al Che fare?, a cui seguono quelle della programmazione degli interventi, della loro progettazione, della successiva realizzazione ed implementazione ed infine la fase purtroppo fino ad oggi in Italia ampiamente negletta della valutazione.

Opportunamente, il Senato della Repubblica ha deciso di creare all’interno dell’amministrazione una struttura dedicata alla valutazione delle politiche pubbliche, una realtà articolata e un vero e proprio think-tank, riprendendo un punto qualificante presente nella recente legge di riforma costituzionale respinta dal referendum del dicembre 2016, dedicato proprio alla necessità di valutare le politiche pubbliche. Nel testo si prevedeva che al Senato nascesse l’Osservatorio sulle politiche pubbliche e, nel caso la legge fosse passata, a Palazzo Madama si era da tempo cominciato a lavorare per essere pronti.

La constatazione da cui l’amministrazione ha preso le mosse è stata che fosse necessario fornire una base di partenza – per quanto possibile imparziale – per valutare se le centinaia di leggi che si fanno ogni anno in Italia funzionano, per comprendere che tipo di impatto producono su popolazione e territorio. L’osservatorio “Valutazione di impatto delle politiche pubbliche” è consultabile sul sito internet di Palazzo Madama: al momento vengono monitorati 10 temi, tra cui le province, le aliquote marginali e le politiche contro il sovraffollamento carcerario. Diverse realtà istituzionali come l’Asvap, l’Irvap e l’Università di Cà Foscari si sono prestate a partecipare a questo processo di valutazione.

Un punto qualificante di questa decisione è quello di rendere fruibile ai cittadini la consultazione dei singoli dossier online. Oggi infatti mentre i cittadini chiedono maggiori spazi partecipativi, aumenta il divario rispetto alla classe politica.

Segnaliamo altre due coincidenze temporali: oltre all’Ufficio del Senato, meritano attenzione le Linee guida sulle consultazioni pubbliche, emanate dalla Ministra Madia e pubblicate nella Gazzetta ufficiale del 14 luglio 2017: si propongono dei principi guida per disegnare i processi di consultazione dei cittadini e per valutarli.

In ultimo, va ricordato anche il decreto ministeriale all’esame del Parlamento recante individuazione degli indicatori di benessere equo e sostenibile.

Una recente evoluzione teorica che ben si accompagna a queste evoluzioni istituzionali è il fiorire di studi e confronti teorici in tema di democrazia deliberativa, impresa che coinvolge da tempo filosofi della politica e del diritto come Ackerman, Habermas, Mansbridge e Rawls, e che si pone l’obiettivo di studiare forme inclusive di deliberazione volte a coinvolgere nelle decisioni anche i gruppi sociali che per vari motivi non sono propensi a partecipare. Recentemente Antonio Floridia nel suo Una idea deliberativa della democrazia (Il Mulino 2017) ha offerto una ricostruzione critica e approfondita della storia dell’idea di democrazia deliberativa, dalle prime formulazioni fino all’analisi delle diverse modalità con le quali Rawls e Habermas hanno elaborato le basi teoriche e filosofiche di questa concezione della democrazia.

La democrazia deliberativa è contigua, ma distinta (ed a volte distante) dalla democrazia partecipativa. La democrazia partecipativa in genere si limita a mobilitare chi parteciperebbe comunque spontaneamente alle decisioni, non di ampliare lo spettro dei partecipanti. Accanto alla democrazia partecipativa, ha acquisito recentemente rilevanza, soprattutto presso la comunità degli scienziati politici, un’ulteriore proposta di riforma della prassi rappresentativa: si tratta della democrazia deliberativa.

Punto qualificante della valutazione delle politiche pubbliche è l’analisi controfattuale, che avviene riprendendo un tema che a partire da David Lewis è diventato uno dei riferimenti della metafisica analitica contemporanea. Il controfattuale – come recentemente sostenuto da Alberto Martini, docente di valutazione delle politiche pubbliche – è ciò che sarebbe successo se un intervento non fosse stato attuato. E’ quindi non osservabile per definizione, e richiede la scelta di una strategia di identificazione, una capacità di immaginare scenari alternativi in cui il coinvolgimento di più punti di vista è ancora più necessario che nella teoria repubblicana della democrazia.

L’effetto di un intervento è la differenza tra cosa è successo e il controfattuale, cioè cosa sarebbe successo agli stessi individui se l’intervento non fosse stato attuato. La deliberazione pubblica ha una dimensione cognitiva che è connessa alla ricerca del modo migliore di dare risposta alle questioni pubbliche, modo che trova attuazione nel confronto discorsivo di argomenti plurali, il quale dà luogo ad un accordo razionalmente motivato.

Siamo di fronte ad un modello che è il frutto di un complesso dibattito, ormai più che decennale, che annovera voci di studiosi afferenti a differenti discipline (dalla filosofia politica, alla sociologia, fino alla scienza politica); il risultato è, pertanto, un corpus teorico altamente variegato e complesso, non esente, peraltro, da contraddizioni interne, per il quale risulta, quindi, opportuno un lavoro finalizzato a rintracciarne filo conduttore e linee comuni su ciò che viene inteso come democrazia deliberativa.

Nel pensiero di Habermas la democrazia deliberativa è in grado di costruire una politica ed una società che non siano basate sul compromesso ma sul consenso, inteso come accordo ottenuto secondo i procedimenti dell’argomentazione razionale intorno a un interesse comune che non è legato alla particolarità degli interessi privati.

La democrazia deliberativa ha la prospettiva di creare uno spazio pubblico realmente adatto all’espressione della libertà degli individui e della loro diversità di interessi privati, in conformità a norme e procedure che portino ad un consenso razionale di tutti i suoi partecipanti, ritenuti uguali in diritto e capaci di autogestirsi autonomamente.

Rawls considera la democrazia deliberativa come una democrazia costituzionale bene ordinata e ne afferma la necessità, soprattutto in relazione al fatto che “in mancanza di un pubblico informato sui problemi più urgenti, prendere decisioni politiche e sociali importanti è semplicemente impossibile” (J. Rawls, Liberalismo politico). Egli auspica quindi che le discussioni pubbliche che coinvolgono i cittadini siano rese possibili dalle istituzioni e riconosciute come una caratteristica di base delle democrazie. La deliberazione presenta aspetti problematici (autoselezione, prevalenza di chi ha interessi e preferenze definite) ma rappresenta una delle forme più innovative per riconnettere i cittadini alla politica. Deliberazione infatti non vuol dire, come comunemente si intende, decisione, ma indica la fase della discussione che precede la decisione.

Ci sembra questo un tempo propizio per investire cuore e impegno intellettuale, da credenti, sul tema della valutazione delle politiche pubbliche.

La teoria della democrazia deliberativa che supportiamo e stiamo indagando si oppone alle visioni plebiscitarie e tecnocratiche della democrazia, ma anche alle ricorrenti illusioni su un possibile ritorno alla democrazia diretta di impronta rousseauiana.

La qualità di una democrazia si fonda infatti sulla possibilità che i cittadini si formino un giudizio riflessivo, ponderato e informato, e che questo avvenga attraverso un dialogo pubblico. Non basta assecondare come fa oggi il nuovo populismo “quel che dice o vuole la gente”, magari inseguendo le ondate pulsionali diffuse sulla rete o dalla rete stessa: occorre che ciò che i cittadini vogliono sia il frutto anche di una trasformazione riflessiva delle loro opinioni immediate.

Nel medioevo, i cattolici elaboravano Quaestiones, oggi potrebbero elaborare nuove forme di Questionari, intesi non come meri strumenti sondaggistici ma al contrario come schemi concettuali, articolati, comprensivi di più approcci per la valutazione delle politiche pubbliche. A partire dalla vita quotidiana, seguendo i principi della Dottrina sociale della Chiesa che per prima ha teorizzato la sussidiarietà come strumento di sviluppo imperniato sulla prossimità alla concretezza ontologica e geografica: quindi nelle proprie concrete realtà di impegno e di vita sociale, nella propria organizzazione lavorativa, nel comune, a scuola, nel quartiere.

* Il presente articolo è stato realizzato anche con il contributo di Giandiego Carastro
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Una dichiarazione INFELICE dell’on. Paolo Manichedda. La risposta FELICE del Movimento Pastori Sardi

65251_113969351998233_758825_n Un po’ di democrazia diretta, diamine!
del Movimento Pastori Sardi

L’on Paolo Maninchedda ha pubblicato su Facebook una originale e fantasiosa interpretazione della trattativa svoltasi tra il Movimento Pastori Sardi e i rappresentanti del Consiglio Regionale il giorno 2 Agosto a Cagliari al termine di una imponente manifestazione di pastori che ha fatto registrare, tra l’altro, la presenza di oltre 60 Sindaci [il post di Maninchedda è riportato in fondo pagina].
Nella sua ricostruzione Maninchedda immagina un confronto avvenuto sui camioncini a bocca di Consiglio mentre nel Palazzo si stavano facendo le leggi.
La sua conclusione è che le leggi serie non si fanno in piazza.
Una ovvietà condivisibile da tutti.
Si sa che le insulsaggini sono come le ciliegie, una tira l’altra.
All’Onorevole è sembrato che il Governo regionale abbia avuto paura della piazza e che non sia stato capace di interpretarla e prevenirla non disponendo di una adeguata cultura e capacità di governo.
A suo parere, i Pastori e i Contadini hanno bisogno di esperti piuttosto che di capipopolo che praticano la democrazia diretta, la democrazia della piazza e del patibolo (sic!).
Non si può offendere in questo modo l’intelligenza dei Pastori e dei Contadini descrivendoli come un gregge di pecore che seguono ed obbediscono ai capipopolo.
Senza nulla togliere alle competenze specifiche degli esperti va certamente ricordato che i Pastori sono da sempre, oltre che i tradizionali custodi della cultura millenaria della Sardegna, anche portatori di conoscenze specifiche e professionalità di elevato livello e sono abituati a ragionare con la propria testa piuttosto che farsi influenzare dai capipopolo.
Una delle più grandi manifestazioni dei pastori in Sardegna è scaturita dalle decisioni emerse nelle numerose assemblee territoriali, da ore ed ore di confronto e discussione sugli obiettivi da perseguire, da un grande impegno organizzativo di molti.
Il 2 Agosto, a Cagliari, non si è svolta una sommossa popolare per intimorire il Governo regionale.
Si è svolta una manifestazione pacifica e un incontro istituzionale tra i rappresentanti della Regione e quelli del Movimento Pastori e non su un camioncino bensi all’interno del palazzo del Consiglio Regionale.
Un incontro istituzionale con tutti i crismi della ufficialità.
L’on. Maninchedda ha ragione quando afferma che il Governo regionale deve sapere interpretare i segnali della piazza e ci mancherebbe che accadesse il contrario.
Certamente la Regione Sardegna, in questi ultimi anni, non ha saputo interpretare al meglio le esigenze e le necessità di importanti comparti produttivi isolani.
Per questo motivo è decisamente auspicabile e necessario un salto di qualità in tal senso.
Ma non può sfuggire all’on Maninchedda che una nuova Amministrazione regionale la si realizza anche, diremo soprattutto, rilanciando il confronto e il dialogo tra le parti sociali, favorendo momenti di partecipazione e di democrazia diretta e non al chiuso dei Centri Studi e degli Assessorati. Esattamente quanto è accaduto nel confronto tra Regione e Movimento Pastori il 2 Agosto.
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Il post (infelice) dell’on. Maninchedda
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La Cultura ci salverà? Di quali istituzioni abbiamo bisogno per “uscire dall’età dell’ignoranza”?

quattroCultura in Italia: sagre della castagna o piazze del Sapere?

Pubblicato il: 25/08/2016, su Il Giornale delle Fondazioni.
di Antonella Agnoli

Riprendiamo da SPECIALE MECENATE ’90. Sesto contributo dello Speciale sull’innovazione delle politiche culturali in collaborazione con Mecenate ’90. La parola ad Antonella Agnoli, riferimento nazionale per le biblioteche che pone un forte interrogativo, al di là di ogni provocazione. Troppe strutture, troppi eventi non coordinati. “Di quali istituzioni abbiamo bisogno” per uscire “dall’età dell’ignoranza?” In Italia circa una persona su 5, non svolge alcuna attività culturale, anche se semplice e occasionale, cioè nell’ultimo anno non ha né letto un libro o un giornale, né visitato un museo, una mostra, un sito archeologico, né è andato a teatro, al cinema, a un concerto a uno spettacolo sportivo e nemmeno a ballare. Un invito ad una riflessione radicale sulle politiche culturali territoriali per superare la trappola dell’attrazione turistica ad ogni costo, del consenso di breve. Con “gli investimenti” pubblici “rivolti agli eventi si potrebbero fare funzionare meglio le strutture culturali per combattere la povertà educativa che affligge il nostro Paese”, puntando su “strutture presenti sul territorio con la stessa capillarità delle caserme dei vigili del fuoco. diverse da quelle esistenti (..) musei che sappiano innanzitutto aprirsi ai bambini (…) luoghi dove i cittadini possano fare esperienze” invece di ostinarci “a mantenere aperte realtà che non si parlano e non si coordinano (…). Abbiamo bisogno di innovazione, di sperimentazione”
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Abito a Bologna. Faccio parte del Consiglio d’amministrazione dell’istituzione Biblioteche. Inizierò quindi la mia riflessione sul rilancio della cultura in Italia con una proposta: chiudere Sala Borsa, la Cineteca, il MAMbo, il museo della Musica, la Pinacoteca. E, allargando lo sguardo a paesi e città vicine, propongo anche di rinunciare alla “Sagra del Tortellino tradizionale” (Castelfranco Emilia), di eliminare “Granarolo in festa” (Granarolo) e di abolire la “Sagra della castagna e del borlengo” (Labante). Sono poi convinta che la regione potrebbe sopravvivere anche facendo a meno della “Festa del villeggiante: una grande gara di briscola con premi di salumeria e tanta allegria” che si è svolta qualche giorno fa a Castel d’Aiano, sull’Appennino bolognese.

Forse l’idea di azzerare le istituzioni culturali della mia città, e di cancellare tutte le manifestazioni estive, è troppo provocatoria, ma abbiamo bisogno di riflettere su due cose: che politica turistico-culturale fanno gli enti locali e di quali istituzioni abbiamo bisogno.

Il punto di partenza è il fatto che da Bolzano a Pantelleria, dal Ministero al più piccolo comune, cultura e turismo si mescolano. La cultura deve essere “produttiva”, altrimenti non ce la possiamo permettere, ci dicono. Non a caso, come ha scritto Alessandro Leon sui queste colonne, negli ultimi anni c’è stata “una forte riduzione delle risorse pubbliche assegnate alla cultura, una diminuzione che non ha confronti con quella subita da altri settori dello Stato. La responsabilità di questo stato delle cose si situa nelle politiche economiche dell’Unione Europea ispirate alla cosiddetta austerità e risale all’accordo sottoscritto nel 1997 dai paesi membri dell’Unione europea e inerente al controllo delle rispettive politiche di bilancio pubbliche allo scopo di mantenere fermi i requisiti di adesione all’Unione economica e monetaria”.
Quindi i fondi diminuiscono e quelli che ci sono vengono usati o per pagare il personale esistente, con un sostanziale blocco delle assunzioni, o per iniziative che promettano un qualche ritorno sotto forma di maggiore afflusso di turisti. Nessuno osa criticare le sagre, per timore di essere considerato spocchioso, elitista e antidemocratico: in fondo chi sono io per decretare che a Turi avere una biblioteca aperta e funzionante è meglio della sagra della ciliegia Ferrovia, o che la gara di briscola è meglio dello spettacolo teatrale per bambini?
In realtà, io non ho nulla contro le gare di briscola purché facciano appello allo sforzo degli appassionati, senza chiedere un euro al Comune, e neppure un’ora di straordinario dei vigili, degli addetti alle pulizie delle strade e dei vigili del fuoco. Il problema nasce quando sindaci e assessori in cerca di facile popolarità si prestano ben volentieri a concedere piccoli contributi alle sagre, oltre all’occupazione del suolo pubblico e alle modifiche alla circolazione. Quelli sono soldi che andrebbero messi nel salvadanaio e usati per qualcos’altro.
A scanso di equivoci, dirò anche che gli eventi culturali, in particolare i premi letterari, sono sostanzialmente uno spreco di denaro pubblico, pochi fanno eccezione. So di dare un dispiacere ai 7000 e passa assessori alla Cultura dei comuni italiani che sponsorizzano un premio letterario, ma francamente credo che pochi di loro abbiano contribuito alla scoperta di un nuovo talento, alla nascita di un giovane scrittore. Vale la pena ricordare che secondo le ultime rilevazioni ISTAT in Italia circa una persona su 5, ossia il 18,5% della popolazione, non svolge alcuna attività culturale, anche se semplice e occasionale, e cioè nell’ultimo anno non ha né letto un libro o un giornale, né visitato un museo, una mostra, un sito archeologico, né è andato a teatro, al cinema, a un concerto a uno spettacolo sportivo e nemmeno a ballare. Una percentuale che sale al 28,2% al Sud, e cala al 12,1% nel Nord Est.
Con i soldi risparmiati sugli eventi si potrebbero fare funzionare meglio le strutture culturali per combattere la povertà educativa che affligge il nostro Paese. La povertà educativa ha cause complesse e lontane nel tempo ma certo non possiamo pensare di combatterla, e di continuare a tollerare l’analfabetismo funzionale di molti adulti, se non chiediamo al governo di cambiare rotta, di uscire dall’età dell’ignoranza in cui siamo precipitati. Abbiamo bisogno di strutture permanenti, di base, che siano aperte a tutta la popolazione, a cominciare dalla scuola elementare e dalle biblioteche di pubblica lettura. Questa è la vera scelta da fare, il vero programma per un rilancio della cultura in Italia: puntare su strutture presenti sul territorio con la stessa capillarità delle caserme dei vigili del fuoco.
Penso a strutture diverse da quelle esistenti, per esempio musei che sappiano innanzitutto aprirsi ai bambini. Perché i musei scandinavi sono pieni di pargoli che guardano, toccano, copiano, colorano le opere d’arte mentre da noi i bimbi sono visti come un fastidio e al massimo arrivano, annoiati, in gruppo con la maestra, a guardare da lontano teche polverose e quadri protetti dagli allarmi?

Il discorso sulle strutture, tuttavia, esige qualche approfondimento: gli assetti attuali sono inadatti al mondo in cui viviamo, e non c’è solo il problema di iper-regolamentazione, giustamente messo in rilievo da Michele Trimarchi su questo speciale. La prima cosa da fare è creare grandi strutture multimediali, dove convivano arte e scienza, lettura e cinema, musica e teatro, attività fisica e sperimentazione.
A Bologna forse non sarebbe possibile costruire una nuova, grande struttura, un nuovo edificio al posto di Sala Borsa, della Cineteca, del MAMbo e del museo della Musica. Però sappiamo che le istituzioni esistenti sono troppo piccole, vecchie, asfittiche, soprattutto nei piccoli Comuni, e soprattutto non lavorano insieme: se vogliamo creare nuovi pubblici non dobbiamo puntare sull’ennesima mostra degli impressionisti, ma su luoghi dove i cittadini possano fare esperienze diverse, dal libro al quadro di Morandi, dal giornale alla scultura di Brancusi, dalla partitura di Ravel alla fotografia di Nick Brandt, dal fumetto di Zerocalcare al film di Bertolucci.
Non si tratta di una ricetta particolarmente originale, visto che già negli anni Settanta il Beaubourg a Parigi metteva insieme forme diverse di espressione culturale, con enorme successo, e che da allora i grandi musei e le grandi biblioteche hanno tutti cercato di ampliare la loro offerta. Noi ci ostiniamo a mantenere aperte strutture che non si parlano e non si coordinano fra loro, frammentate nel personale, negli orari, nei programmi. Abbiamo bisogno di innovazione, di sperimentazione ma soprattutto di istituzioni con una massa critica sufficiente per competere sul piano internazionale: i musei di paese fatti di due stanze, aperte tre pomeriggi la settimana non ci portano da nessuna parte. Questo è ovvio nelle piccole città e nei paesi ma rimane vero anche per Milano, Roma e Firenze.

Le istituzioni esistenti devono cooperare e fare sinergia tra loro, meglio se in sedi con offerte multiple: vorrei vedere la biblioteca insieme al teatro, al cinema, alla piscina.

Antonella Agnoli
Esperta in biblioteche

La città come bene comune

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La città che sale, di Umberto Boccioni.

LA CITTÀ COME BENE COMUNE
Data di pubblicazione: 11.09.2008, associazione Ottavo al colle, Roma Municipio XI.
di Edoardo Salzano.
Relazione al seminario internazionale “Quale futuro scegliamo: la metropoli neoliberista o una città comune e solidale?”, European Social Forum, Malmö, 19 settembre 2008

LA CITTÀ COME BENE COMUNE

Tre parole

In Europa cresce il movimento che rivendica la città come bene comune. Che cosa significa questa espressione? Interroghiamoci sulle tre parole che la compongono

Città

Nell’esperienza europea la città non è semplicemente un aggregato di case. La città è un sistema nel quale le abitazioni, i luoghi destinati alla vita e alle attività comuni (le scuole e le chiese, le piazze e i parchi, gli ospedali e i mercati ecc.) e le altre sedi delle attività lavorative (le fabbriche, gli uffici) sono strettamente integrate tra loro e servite nel loro insieme da una rete di infrastrutture che mettono in comunicazione le diverse parti tra loro e le alimentano di acqua, energia, gas. La città à la casa di una comunità.

Essenziale perché un insediamento sia una città è che esso sia l’espressione fisica e l’organizzazione spaziale di una società, cioè di un insieme di famiglie legate tra loro da vincoli di comune identità, reciproca solidarietà, regole condivise.

Bene

La città è un bene, non è una merce. La distinzione tra questi due termini è essenziale per sopravvivere nella moderna società capitalistica. Bene e merce sono due modi diversi per vedere e vivere gli stessi oggetti.

Un bene è qualcosa che ha valore di per sé, per l’uso che ne fanno, o ne possono fare, le persone che lo utilizzano. Un bene è qualcosa che mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari (nutrirmi, dissetarmi, coprirmi, curarmi), quelli della conoscenza (apprendere, informarmi e informare, comunicare), quelli dell’affetto e del piacere (l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il godimento estetico). Un bene ha un identità: ogni bene è diverso da ogni altro bene. Un bene è qualcosa che io adopero senza cancellarlo o alienarlo, senza logorarlo né distruggerlo.

Una merce è qualcosa che ha valore solo in quando posso scambiarla con la moneta. Una merce è qualcosa che non ha valore in se, ma solo per ciò che può aggiungere alla mia ricchezza materiale, al mio potere sugli altri. Una merce è qualcosa che io posso distruggere per formarne un’altra che ha un valore economico maggiore: posso distruggere un bel paesaggio per scavare una miniera, posso degradare un uomo per farne uno schiavo. Ogni merce è uguale a ogni altra merce perché tutte le merci sono misurate dalla moneta con cui possono essere scambiate.

Comune

Comune non vuol dire pubblico, anche se spesso è utile che lo diventi. Comune vuol dire che appartiene a più persone unite da vincoli volontari di identità e solidarietà. Vuol dire che soddisfa un bisogno che i singoli non possono soddisfare senza unirsi agli altri e senza condividere un progetto e una gestione del bene comune.

Nell’esperienza europea ogni persona appartiene a più comunità. Alla comunità locale, che è quella dove è nato e cresciuto, dove abita e lavora, dove abitano i suoi parenti e le persone che vede ogni giorno, dove sono collocati i servizi che adopera ogni giorno. Appartiene alla comunità del villaggio, del paese, del quartiere. Ma ogni persona appartiene anche a comunità più vaste, che condividono la sua storia, la sua lingua, le sue abitudini e tradizioni, i suoi cibi e le sue bevande. Io sono Veneziano, ma sono anche italiano, e sono anche europeo, e anche membro dell’umanità: a ciascuna di queste comunità mi legano la mia vita e la mia storia.

Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo) mi rende responsabile di quello che in quella comunità avviene. Lotterò con tutte le mie forze è perchè in nessuna delle comunità cui appartengo prevalgano la sopraffazione, la disuguaglianza, l’ingiustizia, il razzismo, e perché in tutte prevalga il benessere materiale e morale, la solidarietà, la gioia di tutti. Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo) mi rende consapevole della mia identità, dell’essere la mia identità diversa da quella degli altri, e mi fa sentire la mia identità come una ricchezza di tutti. Quindi mi fa sentire come una mia ricchezza l’identità degli altri paesi, delle altre città, delle altre nazioni. Sento le nostre diversità come una ricchezza di tutti.

LA DIMENSIONE PUBBLICA NELLA CITTÀ EUROPEA

Nella storia

Nella città della tradizione europea sono sempre stati importanti gli spazi pubblici, i luoghi nei quali stare insieme, commerciare, celebrare insieme i riti religiosi, svolgere attività comuni e utilizzare servizi comuni. Dalla città greca alla città romana fino alla città del medioevo e del rinascimento, decisivo è stato il ruolo delle piazze: le piazze come il luogo dell’incontro tra le persone, ma anche come lo spazio sul quale affacciavano gli edifici principali, gli edifici destinati allo svolgimento delle funzioni comuni: il mercato e il tribunale, la chiesa e il palazzo del governo cittadino.

Le piazze erano i fuochi dell’ordinamento della città. Lì i membri delle singole famiglie diventavano cittadini, membri di una comunità. Lì celebravano i loro riti religiosi, si incontravano e scambiavano informazioni e sentimenti, cercavano e offrivano lavoro, accorrevano quando c’era un evento importante per la città: un giudizio, un allarme, una festa.

Dove la città era grande e importante, invece di un’unica piazza c’era un sistema di piazze: più piazze vicine, collegate dal disegno urbano, ciascuna dedicata a una specifica funzione: la piazza del Mercato, la piazza dei Signori, la piazza del Duomo. Dove la città era organizzata in quartieri (ciascuno espressione spaziale di una comunità più piccola dell’intera città), ogni quartiere aveva la sua piazza, ma erano tutti satelliti della piazza più grande, della piazza (o del sistema di piazze) cittadine.

Le piazze, gli edifici pubblici che su di esse si affacciavano e le strade che le connettevano costituivano l’ossatura della città. Le abitazioni e le botteghe ne costituivano il tessuto. Una città senza le sue piazze e i suoi palazzi destinati ai consumi e ai servizi comuni era inconcepibile, come un corpo umano senza scheletro.

Gli spazi comuni nel welfare state

Gli spazi comuni della città sono il luogo della socializzazione di tutti i cittadini. A differenza delle fabbriche (che nella società capitalistica diventano i luoghi della socializzazione dei lavoratori) gli spazi comuni della città sono il luogo della socializzazione di tutti: tutti i cittadini possono fruirne, indipendentemente dal reddito, dall’età, dell’occupazione. E sono il luogo dell’incontro con lo straniero.

Nel XIX e XX secolo il movimento di emancipazione del lavoro, che nasce dalla solidarietà di fabbrica, si estende a tutta la città. Il governo della città non è più solo dei padroni dei mezzi di produzione: cresce la dialettica tra lavoro e capitale, nasce il welfare state. I luoghi del consumo comune si arricchiscono di nuove componenti: le scuole, gli ambulatori e gli ospedali, gli asili nido, gli impianti sportivi, i mercati di quartiere sono il frutto di lotte accanite, tenaci, nelle quali le organizzazioni della classe operaia gettano il loro peso.

L’emancipazione femminile accresce ancora il ruolo degli spazi pubblici destinati ad alleggerire il lavoro casalingo delle donne. In Italia è negli anno 60 del secolo scorso che, parallelamente al superamento al consistente ingresso delle donne nel mondo del lavoro della fabbrica e dell’ufficio, nasce una forte e vittoriosa tensione per ottenere, nei piani attraverso cui si organizza la città, spazi in quantità adeguate per le esigenze sociali dei cittadini

Non solo gli spazi pubblici, anche la residenza: la casa come servizio sociale

Nella città moderna anche l’abitazione diventa un problema che non può essere abbandonata alle soluzioni individuali. C’è (c’è sempre stata) l’esigenza di assicurare all’insieme degli interventi individuali e privati un disegno complessivo, delle regole certe, che contribuiscano a rendere la città qualcosa di diverso da un’accozzaglia di elementi dissonanti: a questo serve la regolamentazione urbanistica ed edilizia.

Ma questo non basta. Il prezzo dei terreni edificabili cresce senza tregua man mano che la città si estende, che aumentano le sue dotazioni di infrastrutture e servizi. L’aumento del valore dei suoli dipende dalle decisioni e dagli investimenti della collettività, ma in quasi tutti gli stati capitalisti esso (la rendita) va nelle tasche dei proprietari. Questo incide pesantemente sui prezzi delle costruzioni, in particolare delle abitazioni.

Nasce la necessità di governare il mercato delle abitazioni con interventi dello stato: case ad affitti moderati per i ceti meno ricchi, regolamentazione anche del mercato privato. Nascono vertenze nelle quali risuona lo slogan “la casa come servizio sociale”. Con questa parola d’ordine non si chiede che l’abitazione venga offerta gratuitamente a tutti i cittadini, ma che la questione delle abitazioni sia regolata da attori diversi dal mercato, incidendo sulla rendita e garantendo un equilibrio tra prezzo dell’alloggio e redditi delle famiglie.

LA CITTÀ COME BENE COMUNE
NELLA FASE ATTUALE DEL CAPITALISMO

Il primato dell’individuo sulla società

Oggi le cose stanno cambiando. Nei secoli appena passati sono accaduti eventi che hanno profondamente indebolito il carattere comune, collettivo della città. Si discute sulle cause del cambiamento. Ci si domanda perché hanno prevalso concezioni dell’uomo, dell’economia, della società che hanno condotto al primato dell’individuo sulla comunità, che hanno schiacciato l’uomo sulla sua dimensione economica (di strumento della produzione di merci), che hanno reso la politica serva dell’economia.

Le due componenti dell’uomo che ne caratterizzano l’individualità (quella privata, intima, e quella sociale, pubblica) avevano forse trovato un equilibrio, che si rifletteva nell’organizzazione della città: la vita si svolgeva nell’abitazione e nella piazza, nello spazio privato e in quello pubblico, senza barriere tra l’uno e l’altro. Oggi, con Richard Sennett, constatiamo con angoscia “il declino dell’uomo pubblico”. E nella città lo vediamo pienamente rappresntato.

E non trascuriamo le ragioni strutturali, a partire dal suolo urbano. Il suolo su cui la città era fondata era considerato patrimonio della collettività in molte regioni europee: il libro di Hans Bermpulli, La città e il suolo urbano, lo racconta in modo molto efficace. Nel XIX secolo, con il trionfo della borghesia capitalistica, in molti paesi dell’Europa è stato privatizzato. La speculazione sui terreni urbani ha portato a costruire sempre più edifici da vendere come abitazioni o come uffici, invece che servizi per tutta la cittadinanza, e a destinare sempre meno spazi agli usi collettivi.

Devastante è stata l’espansione della motorizzazione privata nelle aree densamente popolate, dove sarebbe stato preferibile adoperare mezzi di trasporto collettivi. Le automobili hanno cacciato i cittadini dalle piazze e dai marciapiedi.

Il bisogno dei cittadini di disporre di spazi comuni è stato strumentalmente utilizzato per aumentare artificiosamente il consumo di merci. Le aziende produttrici di merci sempre più opulente e meno utili hanno costruito degli spazi comuni artificiali: dei Mall o degli Outlet centers o altre forme di creazione di spazi chiusi: piazze e mercati finti, privatamente gestiti, frequentati da moltitudini di persone che, più che cittadini (quindi persone consapevoli della loro dignità e dei loro diritti) sono considerati clienti (quindi persone dotate di un buon portafoglio).

In Italia si è abbandonato ogni tentativo di ridurre il peso della rendita immobiliare. Si sono stretti legami forti tra rendita finanziaria e rendita immobiliare. Le grandi industrie (come la FIAT e la Pirelli) hanno dirottato i loro investimenti dall’industria alla speculazione immobiliare. Da oltre un decennio si è interrotto qualsiasi impegno dello Stato nel campo dell’edilizia sociale. Una proposta di legge presentata dai partiti che attualmente governato prevede addirittura di lasciare ai promotori immobiliari la realizzazione e gestione delle attrezzature pubbliche, e la stessa pianificazione urbanistica, che dovrebbe limitarsi ad accettare i progetti urbanistici presentati dalla proprietà immobiliare.

Tutto questo avviene nel quadro di una fortissima spinta verso le soluzioni individuali. Non solo si riduce il welfare state, ma si convincono i cittadini (attraverso il monopolio dell’informazione televisiva e l’onnipresenza della pubblicità) che raggiunge il benessere chi si arrangia per conto suo, calpestando le regole ed evitando di pacare le tasse. In Italia, negli ultimi venti anni, il declino dell’uomo pubblico è avvenuto in modo crescente.

Il modello della città del neoliberalismo

Come ha scritto Jean-François Tribillon, nel modello neoliberale
“- lo spazio urbano è costituito da mercati sovrapposti (i mercati dei suoli, degli alloggi, del lavoro, dei capitali, dei servizi …),scandito dai servizi collettivi (trasporti, polizia, sicurezza, amministrazione generale…) e dalla regolamentazione urbana;
- i gruppi sociali si collocano nello spazio urbano nei luoghi assegnati loro dalle dinamiche economico-sociali o dai processi di sfruttamento/oppressione di cui sono oggetto;
- lo spazio urbano è disseminato da attrezzature dell’economia globale: sedi delle grandi imprese, complessi alberghieri, centri congressi, banche internazionali…: questi feudi dell’economia globale costituiscono una città nella città, autonoma e dominatrice”.

Un potere sempre più concentrato e globalizzato risiede nei luoghi selezionati nelle città globali. I cittadini sono tendenzialmente ridotti a sudditi: il padrone è il Mercato, dove i forti schiacciano sistematicamente i deboli.

Il Mercato non deve essere disturbato: le regole sono un impaccio, devono essere ridotte al minimo: solo a far funzionare la città così come serve a chi comanda. La politica si riduce alla tecnicità disincarnata della gestione dell’esistente.

L’emarginazione, la segregazione, la rimozione diventano pratiche di pianificazione. I servizi collettivi sono finalizzati a garantire contro ogni tentativo di ribellione.

La distribuzione dell’informazione o organizzata per accrescere il consenso per il potere e per impedire che voci alternative possano farsi sentire.

Le conseguenze sociali

La realizzazione del modello neoliberalista, se arricchisce i ricchi, colpisce tutti quelli che ricchi non sono.

È colpito il lavoro dipendente, nelle fabbriche e negli uffici, dove il postfordismo ha dato luogo (come ha raccontato nella sua relazione Oscar Mancini) a un mercato del lavoro dove non solo i diritti, ma anche la condizione materiali dei lavoratori si sono fortemente indeboliti. Si riduce la sicurezza del lavoro, si riducono i salari, si riduce la solidarietà nel luogo del lavoro.

E’ colpita la condizione delle donne, cui le attrezzature e i servizi promossi dal welfare state urbano fornivano strumenti essenziali per ridurre il peso del lavoro casalingo: dagli asili nido alla scuola, dall’assistenza ai malati e agli anziani alla ricreazione e allo sport.

È colpita la condizione dei giovani, che in un mondo dominato dall’individualismo, dall’assenza di motivazioni ideali e di solidarietà, in una società che non dà alcuna certezza di futuro, in una città privata della presenza di spazi pubblici adeguati, sono abbandonati alle tentazioni della fuga da se stessi mediante la droga e l’alcool, la trasformazione dello stress e della depressione nel vandalismo e nella violenza.

È colpita la condizione degli anziani, ai quali da una parte è tolto lo spazio per comunicare ai giovani le proprie esperienze e il proprio sapere, e dall’altra parte patiscono di diventare un peso per la faiglia, alla cui assistenza sono costretti a ricorrere.

È colpita la condizione delle giovani coppie e di chi, per ragioni di lavoro, deve abbandonare la residenza originaria, ed è costretto dal mercato inmnmobiliare ad abitare in luoghi lontani dal posto di lavoro e a impiegare parte consistente del suo tempo in mezzi di trasporto spesso inadeguati.

Sono colpiti, il generale, tutti i cittadini, ai quali la società neoliberale toglie via via gli spazi di partecipazione consapevole al governo, privilegiando la governabilità sulla democrazia, l’accordo discreto con i potenti alla trasparenza delle procedure,

COME RESISTERE, COME REAGIRE

Tre direttrici d’azione

Per resistere, per reagire, per iniziare a preparare una città diversa da quella che il capitalismo dei nostri tempi ci prepara, dobbiamo orientare l’azione lungo tre direttrici:

1. dobbiamo lavorare sulle idee, sulla conoscenza, sulla consapevolezza delle persone: informazione e formazione del maggior numero possibile di cittadini;

2. dobbiamo sostenere, incoraggiare e promuovere azioni dal basso per difendere i beni comuni là dove sono minacciati e per conquistarne di nuovi;

3. dobbiamo individuare e proporre esempi positivi, che dimostrino che una città diversa è possibile, che il potere e la partecipazione dei cittadini ad esso possono essere adoperati per rendere migliore e più giusto l’ambiente della vita dell’uomo.

La città come bene comune è la concezione
che permette di soddisfare il diritto alla città

Il tema della “città come bene comune” deve essere proposto come il centro di una concezione giusta e positiva di una nuova urbanistica e di una nuova coesione sociale, e come obiettivo dei conflitti urbani. La “città come bene comune” è una città che si fa carico delle esigenze e dei bisogni di tutti i cittadini, a partire dai più deboli. È una città che assicura a tutti i cittadini un alloggio a un prezzo commisurato alla capacità di spesa di ciascuno. È una città che garantisce a tutti l’accessibilità facile e piacevole ai luoghi di lavoro e ai servizi collettivi.

È una città nella quale i servizi necessari (l’asilo nido e la scuola, l’ambulatorio e la biblioteca, gli impianti per lo sport e il verde pubblico, il mercato comunale e il luogo di culto) sono previsti in quantità e in localizzazione adeguate, sono aperti a tutti i cittadini indipendente dal loro reddito, etnia, cultura, età, condizione sociale, religione, appartenenza politica, e nella quale le piazze siano luogo d’incontro aperto a tutti i cittadini e i forestieri, libere dal traffico e vive in tutte le ore del giorno, sicure per i bambini, gli anziani, i malati, i deboli.

Ed è una città nella quale le scelte di governo sono condivise dai cittadini, in cui essi partecipano alla gestione del potere non solo nel momento dell’elezione ma in ogni momento significativo delle scelte. Devono essere garantiti la trasparenza del processo delle decisioni sulla città e sul suo funzionamento, e la possibilità dei cittadini a esprimersi e ad avere risposte alle loro proposte. Tutto ciò richiede ai cittadini di imparare a conoscere gli obiettivi, gli strumenti, le procedure, le risorse mediante cui si agisce nella città: quelli che sanno (i tecnici, i sapienti) devono impegnarsi a fornire le loro conoscenze liberamente.

Realizzare e far funzionare una simile città è l’unico modo per realizzare, per tutti, il diritto alla città, nei due aspetti dell’appropriazione dell’uso della città (valore d’uso e non valore di scambio), e di partecipazione piena al suo governo.

Regole chiare, trasparenti, condivise
Controllo dell’uso del suolo e delle urbanizzazioni

La prima condizione perché ciò possa avvenire è che le trasformazioni della città (sia quelle che comportano opere sia quelle che si verificano solo con cambi d’uso e di proprietà) avvengano sulla base di regole chiare, definite in modo trasparente, applicate senza deroghe e favoritismi. Esse devono essere definite con la condivisione della maggioranza degli abitanti, i quali devono intervenire in quanto cittadini e non in quanto proprietari di terreno o di edifici.

La seconda condizione è che il governo cittadino abbia il pieno controllo sull’uso del suolo, delle urbanizzazioni, del loro uso, e che possa impiegare gli incrementi di valore degli immobili, derivanti dalle decisioni e dagli investimenti della collettività, alla realizzazione e al funzionamento delle opere che servono a tutti i cittadini.

Il governo pubblico delle trasformazioni del territorio, la pianificazione urbanistica, è il momento di sintesi della lotta per il diritto alla città e per la costruzione della città come bene comune.

Un punto di partenza

Per iniziare la costruzione di una città più giusta occorre combattere a partire dalle esigenze più sentite dalla popolazione: la difesa degli spazi pubblici minacciati dalla privatizzazione e dall’abbandono del welfare, la conquista o la difesa di un alloggio a prezzi compatibili con il reddito, la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale sono già l’argomento di molte lotte nella città e nel territorio. Occorre appoggiare, incoraggiare e promuovere le iniziative, aiutarle a mettersi in rete, a condividere obiettivi e strumenti.

In tutte le città d’Europa sono nati movimenti, associazioni, comitati che rivendicano una maggiore quantità e qualità di spazi comuni per rendere la città vivibile. Anche negli stessi Stati Uniti d’America si sono manifestate tendenze culturali e sociali per contrastare le conseguenze degli eccessi dell’individualismo. In molte città europee i fenomeni di degrado degli spazi comuni sono stati contrastati realizzando ampie zone pedonali, limitando il traffico automobilistico nelle città, sviluppando il trasporto collettivo, le piste ciclabili, i percorsi pedonali. Dove ciò non è accaduto la vita è diventata molto difficile soprattutto per le persone più deboli: i bambini, gli anziani, le donne.

Da questo insieme di esperienze nascono proposte interessanti sui requisiti che devono caratterizzate spazi pubblici vivibili: per il loro disegno e la loro forma, la loro connessione con la città e con il quartiere, le funzioni in essa ospitate (le più molteplici e varie, e prevalentemente finalizzate all’uso comune), sulle comodità e sugli arredi.

Le iniziative e le vertenze devono essere utilizzate non solo in vista dei loro obiettivi concreti e immediati. Esse devono aiutare a far crescere la consapevolezza del diritto alla città e della necessità e possibilità di concepire e realizzare la città come un bene comune.
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