Editoriale

Appello per una proposta europea di cessate il fuoco

6bca1c1a-e18a-4e12-ba33-1ef2731f97806c53af2d-6b78-4f00-bb4c-2a8ff9fd1d60Nel precedente editoriale abbiamo dato spazio alla bella intervista che Marco Bevilacqua ha fatto al direttore di Avvenire Marco Tarquinio per Rocca (al riguardo ringraziamo gli amici e il direttore di Rocca, quindicinale della Pro Civitate Christiana di Assisi, con cui intratteniamo rapporti di collaborazione, consolidatisi nel tempo). Personalmente mi ritrovo
nelle riflessioni di Marco Tarquinio, condividendo la carica utopica e nello stesso tempo realistica, che le sue parole esprimono. In questa tristissima e cruenta vicenda della guerra mossa dalla Russia contro l’Ucraina, che sta provocando ogni giorno di più distruzione e morte, sembra che il problema fondamentale sia la vittoria finale. Ed è pertanto ovvio che occorra parteggiare per l’aggredito, l’Ucraina, che nonostante il dato di partenza alla stessa sfavorevole, possa rovesciare ogni pronostico e far trionfare la giusta causa di legittima e doverosa difesa. Prima o poi si arriverà a una fine di questa maledetta guerra. A che prezzo, oltre quello che le due parti in causa stanno pagando? Siamo in molti a credere che questa guerra non fosse inevitabile e che comunque debba essere quanto prima fermata. Come? Con gli strumenti alternativi allo scontro armato che il diritto internazionale e quello delle nazioni civili hanno elaborato nei millenni della storia dell’umanità. La nostra Costituzione li ha mirabilmente riassunti in un articolo (n. 11) che giustamente viene riproposto in tutte le circostanze che lo richiedano: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” L’Ucraina ha il diritto di difendersi, come sta facendo, richiedendo tutti gli aiuti possibili. Gli Stati occidentali concretizzano questi aiuti in contributi umanitari e in accoglienza a quanti scappano dai paesi e città bombardate (e su questo tutti si è d’accordo) e in armi (e su questo le posizioni si dividono). Ma il punto fondamentale è che l’alternativa allo scontro armato, cioè la trattativa, come appunto prevede il dettato costituzionale italiano, passa in secondo piano, in attesa che si determinino realistiche condizioni. Ma se queste non si cercano, seppure faticosamente, mai o quanto più tardi nel tempo si realizzeranno. Ecco un recentissimo appello promosso da alcune importanti organizzazioni nazionali e dal quotidiano Avvenire richiede con forza che cessi immediatamente il conflitto armato e che si avvii una vera trattativa. A questo compito sono chiamate ovviamente le parti in causa, e, con un ruolo di autorevole mediazione l’Unione Europea e l’Onu. Rimandiamo ogni ulteriore spiegazione al testo dell’Appello e alle argomentazioni di Marco Tarquinio, che lo sostiene, ospitate dal portale web de L’Osservatore Romano del 21 giugno scorso. Un’ultima considerazione: l’Appello appare del tutto coerente con le posizioni del Comitato No armi – Trattativa subito, presentato a Cagliari mercoledì 22 giugno, di cui diamo ampiamente conto in altra parte della nostra news. (Franco Meloni)
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Appello
per una proposta europea
di cessate il fuoco

21 giugno 2022
Anpi, Arci, Movimento europeo, il quotidiano «Avvenire» e altri organismi hanno firmato un documento congiunto per richiedere un intervento tempestivo di Unione europea e Onu a favore di un cessate il fuoco in Ucraina. Il documento, presentato il
20 giugno a Roma nella sede dell’ufficio italiano del Parlamento europeo, punta alla costruzione di un tavolo di pace simile a quello che portò agli accordi di Helsinki (1975), ma con protagonista l’Europa unita.

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». (art.11 della Costituzione della Repubblica italiana). Siamo con la popolazione ucraina martoriata dalla guerra e vittima dell’aggressione russa.

L’Ucraina sta resistendo in molte forme, militari e civili, ma la guerra è sempre una sconfitta, per tutte le parti coinvolte, per la diplomazia e per la politica. Negli ultimi giorni si sta facendo più netta la preoccupazione per la drammatica accelerazione di un conflitto atroce, che può portare a un tragico scontro bellico mondiale e che sta già innescando una crisi alimentare pagata da tanti e soprattutto in alcune delle nazioni più povere del pianeta.

Spetta all’Unione europea la responsabilità di promuovere una concreta iniziativa di pace. La guerra è scoppiata in Europa e saranno i Paesi dell’Ue a sopportarne le conseguenze sociali, economiche, energetiche e militari. Sarà l’Ue responsabile in buona parte del finanziamento e della ricostruzione delle città e delle infrastrutture ucraine.

L’Ue deve immediatamente operare con una sola voce, con la spinta concorde del Parlamento europeo e della Commissione, diventando un affidabile intermediatore e non delegando solo agli Stati Uniti d’America e alla Nato decisioni che riguardano in primo luogo l’Europa.

Occorre operare affinché si stabilisca in Europa un nuovo clima di concordia e si avvii nel mondo, come ha affermato il presidente Mattarella a Strasburgo, «un dialogo, non prove di forza tra grandi potenze che devono comprendere di essere sempre meno tali». Si aprano subito negoziati per un definitivo accordo di pace!

La Russia deve immediatamente cessare le operazioni militari e a tutte le parti coinvolte chiediamo di avviare colloqui di pace e allo stesso tempo auspichiamo l’immediato ritiro delle truppe russe. Chiediamo a tutte le organizzazioni internazionali, in primo luogo alle Nazioni Unite, ma soprattutto all’Unione europea, di assumersi immediatamente la responsabilità di una intermediazione che consenta al più presto il cessate il fuoco in Ucraina ed eviti a tutti i costi l’allargamento e l’aggravarsi del conflitto in altre regioni d’Europa.

Chiediamo che l’Unione europea ed il nostro governo agiscano nell’ambito dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite con una decisa azione nei confronti del Consiglio di Sicurezza per l’invio di forze di interposizione (peace-keeping) sotto la bandiera delle Nazioni Unite, per garantire il rispetto del cessate il fuoco, facendo della protezione dei civili la loro priorità. Le operazioni umanitarie dovranno essere intensificate in Ucraina e ai suoi confini. Alle Nazioni Unite va garantito un accesso sicuro e senza ostacoli a tutte le aree del conflitto.

Chiediamo che venga stabilito subito un corridoio umanitario sicuro per i profughi e gli sfollati e per il transito di forniture mediche salvavita e del personale sanitario. Chiediamo che l’Ue agisca politicamente unita in sede di negoziato internazionale come soggetto mediatore con una posizione condivisa e forte, diventando quell’importante attore autonomo ed indipendente necessario nella fase di ridefinizione di nuovi equilibri geopolitici. Bisogna allontanare il rischio che l’Europa sia scavalcata e che siano altre le sedi in cui si prendono decisioni strategicamente fondamentali, anche per quanto riguarda un conflitto in uno dei Paesi ai confini dell’Ue.

Chiediamo che venga applicato dall’Unione europea l’art. 21 del Trattato dell’Ue (tit. V ) che sancisce: «L’Unione promuove soluzioni multilaterali ai problemi comuni, in particolare nell’ambito delle Nazioni Unite. (…) L’Unione opera per assicurare un elevato livello di cooperazione in tutti i settori delle relazioni internazionali al fine di: (…) preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi e ai princìpi della Carta delle Nazioni Unite, …».

Chiediamo che l’Unione europea attivi un sistema europeo di sicurezza comune e interdipendente, una vera e propria Unione della Difesa e della Sicurezza a due “braccia”, una militare non aggressiva e l’altra civile nonviolenta, di cui siano esplicitati e chiariti gli obiettivi, che dovranno essere mirati alla esclusiva difesa interna del territorio dell’Unione e dei suoi Stati membri ed esternamente al mantenimento della pace solo e rigorosamente in quanto forze di interposizione (peace-keeping) e al tempo stesso strutturi reti di difesa civile non armata e politiche comuni di cooperazione internazionale allo sviluppo sostenibile.

Chiediamo che l’Ue ridefinisca le regole di accoglienza di profughi e immigrati e di tutti coloro che fuggono dalle guerre, dalla violenza e dalla miseria. L’accoglienza dei profughi ucraini ha dimostrato che l’Ue può agire rapidamente e in modo efficace, usando lo strumento della protezione temporanea, ma portando a conclusione la riforma del regolamento di Dublino.

Chiediamo che l’Unione europea promuova nel quadro dell’Osce e delle Nazioni Unite e a partire dagli accordi internazionali esistenti (Accordi di Helsinki del 1975), un trattato fra tutti gli attori coinvolti nel conflitto, superando tutte le attività fin qui portate avanti in ordine sparso da singoli Paesi europei. Solo una Conferenza internazionale potrà affrontare la questione del disarmo multilaterale, stabile e condiviso, priorità per la sopravvivenza dell’umanità nel tempo delle armi di distruzione di massa sempre più governate da intelligenze artificiali e per il progresso sociale ed economico globale.

L’Unione europea, comunità di popoli e grande laboratorio di integrazione pacifica degli Stati, può favorire la costruzione di un sistema di equilibrio geopolitico multilaterale, pur nel rispetto di regimi politici ed economici diversi, e dare impulso allo sviluppo di governance mondiale condivisa. Sarà per questo urgente affrontare le profonde riforme necessarie alle istituzioni internazionali, a partire dall’Onu, dalle sue strategie e dagli organismi multilaterali a essa collegate.
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Una richiesta di pace che parte dal basso
Marco Tarquinio illustra l’iniziativa

Il direttore di «Avvenire», Marco Tarquinio, si sofferma sui punti salienti della proposta di pace e sul riscontro che in essa hanno le parole e i ripetuti appelli di Papa Francesco.

Quali sono i punti centrali di questa chiamata alla responsabilità?

È un appello che parte dal basso, che vuole spingere chi ha potere politico in una direzione diversa rispetto a quella intrapresa finora, ricordando tutti gli strumenti a disposizione. Innanzitutto l’Onu, laddove l’Ue, attraverso uno dei suoi membri, la Francia, deve assumersi la responsabilità di promuovere una iniziativa di intermediazione. Si sollecita poi l’intervento di una forza di interposizione, tenendo sempre aperto un corridoio umanitario. In sintesi, si chiede che l’Europa sappia diventare adulta, che si dia un sistema di sicurezza comune, con una vera e propria difesa della sicurezza con due braccia: una militare non aggressiva ed una civile e non violenta. L’altro grande appello riguarda le organizzazioni multilaterali, come l’Osce che dovrebbe diventare punto di riferimento e spirito delle azioni che vengono svolte, perché non si precipiti verso la direzione di Yalta, ma verso quella degli accordi che nel ’75 (Accordi di Helsinki) aprirono una fase nuova nel rapporto tra gli Stati europei, per la stabilità e la pace nel mondo.

Un’Europa adulta, lei dice, che ora sta finanziando con le armi il conflitto, ma che nel trattato Ue, all’art 21, ha scritta la chiamata alla responsabilità, alla promozione della pace, alle soluzioni multilaterali, a prevenire i conflitti. Ora tutto sembra paralizzato. Perché questo articolo non va?

Non va perché l’Europa non è concorde nella direzione da prendere, nonostante l’apparente unanimità delle prime fasi. L’auspicio è che, anche senza unanimità assoluta, almeno da parte delle istituzioni europee ci sia la capacità di prendere un’iniziativa di cooperazione rafforzata, come accaduto con la missione comune a Kiev dei leader di Francia, Germania e Italia. Vorremmo che ciò si consolidasse, utilizzando gli strumenti indicati dall’articolo 21 che va nella stessa direzione dell’11 della Costituzione della Repubblica italiana, quello che dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento nella soluzione delle controversie con gli altri Stati. Vorremmo una iniziativa forte e coesa dei grandi leader europei, che rispondesse al sentire di tante popolazioni che non sono rappresentate da ciò che sta accadendo sulla scena pubblica.

Come si può sostenere la vostra proposta di pace?

Io credo che la strada sia quella di organizzare mobilitazioni dal basso, come già accade. Occorre dimostrare ai governi che non può permanere questo scollamento tra tanta parte dell’opinione pubblica e quelli che hanno le leve per spingere in una direzione diversa. Bisogna saper premere sui protagonisti della guerra, perché scelgano un percorso diverso, che la faccia finita con le sofferenze delle popolazioni, a cominciare dalla popolazione ucraina che, in questa fase, è quella aggredita.

Le posizioni del Papa sulla guerra sono state criticate e ritenute una utopia. Lei come le considera?

La cosa più grave è che siano anche state censurate. Credo che in questo momento si debba avere gratitudine verso il Papa. Ancora una volta c’è una strada che si inabissa e che sembra non si possa percorrere. Il Papa sa dirci questo e lo fa da uomo di fede, da primo cittadino di un mondo che non ha altri primi cittadini che sappiano prendere iniziative di pace. Non è un caso che anche i proponenti dell’appello a cui ho aderito, abbiano voluto rivolgersi per primi al mondo cattolico, attraverso il presidente della Cei, il cardinale Zuppi, che si è impegnato a riceverlo e a consegnarlo alla Santa Sede, perché tutti riconoscono in Francesco il punto di riferimento più alto, più credibile e più limpido, in un momento in cui, purtroppo, alcune delle altre voci che sono in campo, non hanno l’interesse generale della costruzione di un nuovo livello di sicurezza, di convivenza e di rispetto reciproco nel segno, fondamentale per noi cristiani, della fraternità.

di Gabriella Ceraso, su L’Osservatore Romano del 21 giugno 2022.

Avvenire: il quotidiano cattolico fuori dal coro dell’informazione omologata.

743fcec0-1fdf-446c-8289-db79332f1ba8avvenire-loghettoL’INCONTRO
ROCCA 1 LUGLIO 2022
L’orrore delle armi il realismo della pace
d5f2bdef-9513-4c00-905d-f863e5ee9553 conversazione con Marco Tarquinio*

[a cura di Marco Bevilacqua su Rocca]

Fin dall’inizio del conflitto in Ucraina, Marco Tarquinio non ha avuto dubbi: reagire alla guerra con la guerra non porta alla pace, ma produce come unico risultato una tragica serie di carneficine. Il quotidiano che dirige, l’Avvenire, è schierato con decisione sulla linea pacifista. Recentemente su quelle pagine Luigino Bruni ha scritto: «ci volevano tremila anni di Bibbia e duemila di Cristianesimo per rispondere a un’invasione militare con il mestiere delle armi?». Partendo dall’assunto che l’origine delle guerre va sempre ricercata negli interessi economici, Bruni individua la principale causa del fallimento dell’umanesimo cristiano, in questo e altri drammatici frangenti, nella modalità di selezione delle nuove classi dirigenti: la maggior parte dei manager oggi è formata dalle grandi agenzie globali di consulenza, i cui linguaggi sono di chiara ispirazione militare; per averne conferma basta esaminare le parole-chiave in voga nei corsi di strategia d’impresa, tutti costruiti sul registro maschile e sulla competizione intesa come lotta per vincere (tanto che loser, perdente, è il nuovo insulto in questo mondo). Ebbene, da queste scuole non sono uscite soltanto le élite economiche e bancarie, ma anche buona parte dei politici e dei funzionari che detengono le leve del potere nel mondo.

Direttore, se ne deduce che il capitalismo di oggi, fortemente impregnato del concetto di leadership, sia per sua natura destinato a produrre conflitti…

Tutte le guerre hanno motivazioni di fondo di carattere economico, e anzi vengono combattute con le armi dell’economia. E non mi riferisco soltanto, come nel caso dell’Ucraina, alle sanzioni che vengono imposte in reazione a un’aggressione. Ci sono anche guerre non dichiarate combattute esclusivamente sul piano dell’economia; fra il 2011 e il 2022 ne abbiamo viste di tutti i colori: penso alle aggressioni che ha subìto la Grecia (ma anche l’Italia stessa) da parte del capitalismo finanziarizzato, prima che l’Europa decidesse finalmente di tornare sui suoi passi. I costi umani di guerre come queste non sono i morti sotto le bombe, ma le persone che perdono il lavoro, la casa, la protezione sociale, l’assistenza sanitaria, la dignità. Sono gli effetti del mercato globale così come l’abbiamo costruito, un mercato senz’anima e senza umanesimo, ma retto da logiche di predazione e da una competizione esasperata. Se un tempo si poteva dire che la guerra fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi, oggi potremmo dire che la guerra non è altro che la prosecuzione dell’economia.

Quindi sì, questo capitalismo produce conflitti.

L’accumulazione di risorse non è in sé un male assoluto, ma produce effetti diversi a seconda dell’uso che se ne fa e della presenza o meno di controlli e correttivi. Oggi i disequilibri e le disparità sono diventati giganteschi, insostenibili. Mi sembra che abbiamo perso l’ancoraggio al sistema di equità che è elemento fondativo del mercato, è questo il problema vero.

Torniamo alla guerra in Ucraina e alle posizioni del pacifismo. Un paese aggredito e invaso militarmente come dovrebbe reagire nell’immediato se non difendendosi con le armi?

È questo l’interrogativo drammatico cui dobbiamo cercare di dare una risposta. Io penso che esista una forma di resistenza alternativa al ricorso alle armi, che anche quando è puramente difensivo contribuisce ad alimentare il numero delle vittime civili. Sto parlando della difesa nonviolenta, che non significa resa, ma volontà di resistere senza il ricorso alle armi restando al proprio posto, assumendo il rischio della violenza altrui senza contrapporle altra violenza. È la strada indicata da Gandhi, da Martin Luther King, da Nelson Mandela, da papa Francesco. È la strada indicata da Cristo al cospetto di chi veniva a crocifiggerlo. Molti dicono che questa non sia una strada realistica, io invece sostengo che sia iperrealistica, l’unica sensata in un mondo sempre più brutale. È la scelta di chi non vuole che sia immolata una sola vita per rispondere alla prepotenza altrui e sopporta i soprusi, la prevaricazione, l’offesa rifiutando di adottare i metodi dell’aggressore.

La guerra è il male assoluto, dunque, da qualunque motivazione sia mossa.

Dopo aver vissuto, da cronista e da cittadino, decine di guerre in ogni parte del mondo, posso dire che non ho mai visto un conflitto che si concluda con la sconfitta del più ‘cattivo’, con il ristabilimento di una giustizia che assicuri la felicità dei popoli che hanno subìto un’aggressione. La guerra porta sempre non solo morte e distruzione fra gli innocenti, ma anche fratture profonde e irrimediabili. Pensiamo solo a quanto è successo in Iraq, per effetto del conflitto innescato da noi occidentali per ‘esportare’ la democrazia: gli yazidi e i cristiani sono stati vittime quasi invisibili del dopoguerra, i primi annientati dallo stato islamico, i secondi ridotti a una sesta parte di quel che erano. Per non parlare della Siria, dove una guerra alimentata da diverse ambizioni ha finito con il cancellare il mosaico sociale e religioso che esisteva pacificamente, pur sotto la cappa oppressiva del regime degli Assad. I conflitti arricchiscono qualcuno, ma portano all’annientamento di intere comunità, a epurazioni e segregazioni, e provocano ulcerazioni insanabili nei tessuti sociali. Le migliaia di morti che ne sono l’effetto più diretto hanno l’unico scopo di fare da piedistallo ai tavoli sui quali si concludono i negoziati e si siglano i trattati di pace, che potrebbero essere firmati prima delle carneficine, senza sacrificare nessuno al moloch della violenza. Dalla caduta del Muro di Berlino in poi, il grande fallimento di questi decenni è non aver saputo escludere la guerra dall’ordine mondiale, e non per paura dell’arma assoluta di distruzione di massa, ma per il desiderio di realizzare un equilibrio nuovo e diverso.

Se rispondere con le armi alle armi è deleterio, specie quando il conflitto minaccia di estendersi nel tempo e nello spazio, la via delle sanzioni imboccata da una parte della comunità internazionale per isolare la Russia può produrre risultati dirimenti?

Io sulle sanzioni ho un giudizio critico. Tranne che nel caso del Sudafrica, dove l’apartheid alla fine è stata sconfitta anche grazie all’isolamento internazionale, non ho mai visto cadere dittatori e oppressori per effetto di sanzioni. Le sanzioni non piegano i tiranni, ma piagano i popoli. Nel caso dell’Ucraina, per essere efficaci nel tentativo di fermare Putin, avremmo forse dovuto noi fare il sacrificio supremo, cioè chiudere completamente e fin dall’inizio, non gradualmente come si sta facendo, il rubinetto del gas e delle altre fonti fossili provenienti dalla Russia e affrontare scientemente e coraggiosamente la recessione e un prezzo sociale più pesante di quello che in ogni caso pagheremo. I nostri governi avrebbero dovuto spiegare all’opinione pubblica che tale scelta immediata sarebbe stata l’unica che consentisse di non fare il pieno ai carrarmati di Putin con i nostri soldi. Altrimenti si entra nel paradosso che stiamo vivendo: l’Europa sta aiutando l’Ucraina ogni giorno e in mille modi, ma contemporaneamente ogni giorno consegna nelle mani dei russi un miliardo di dollari per acquistare energia. Questa guerra, come sempre accade, sta arricchendo a dismisura i produttori di armi e si prepara a fare altrettanto con chi avrà il compito di ricostruire; e oltre a tutto ciò, nessuno si sogna di sospendere gli affari più lucrosi, quelli connessi al mercato energetico, che procedono come niente fosse. E così, l’aggressore viene esecrato e condannato, ma al tempo stesso resta il partner economico privilegiato.

Quella in Ucraina non è l’unica guerra in corso, purtroppo. Ce ne sono molte altre, in tutti gli angoli del mondo. Il suo giornale ne parla diffusamente, in una sorta di rubrica quasi quotidiana. Quanto è importante darne conto all’opinione pubblica?

India e Pakistan (entrambi potenze nucleari, non va dimenticato) combattono fra loro per il Kashmir da più di 27 mila giorni, con migliaia di morti.
In Congo cinque eserciti si affrontano per il controllo delle terre rare, essenziali per mantenere il sogno digitale delle società opulente. Nel mondo ci sono attualmente 169 conflitti aperti. Conoscerne le motivazioni, poter valutare quali siano le forze in campo e la posta in gioco aiuta a comprendere la realtà, a formarsi un’opinione libera dai luoghi comuni del mainstream. A capire magari che, nel gioco di egemonie fatto sulla pelle dei deboli, quelli che sono i ‘cattivi’ su un fronte talvolta sono anche i buoni soccorritori su un altro.

La guerra in Ucraina è anche un duro banco di prova per l’Europa. Come vede il futuro dell’Unione, alla luce delle sue divisioni interne sempre più marcate?

Temo che l’Unione Europea uscirà con le ossa rotte da questa crisi. Spero naturalmente che non sia così. Spero che, in questa tempesta, fra Mosca e Bruxelles non venga meno la possibilità di costruire un ponte che non escluda Kiev, ma la coinvolga in una forma diversa. L’Europa non deve rinunciare al suo ruolo di grande laboratorio di integrazione pacifica delle differenze, delle etnie, delle culture. Servono coraggio, creatività e coesione. Creare una difesa comune europea, magari chiaramente ispirata ai principi della nonviolenza e affidata in parte a militari e in parte a corpi civili di pace, servirebbe a rompere lo schema del riarmo nazionale e nazionalistico, che oggi rappresenta un ulteriore fattore di rischio per la stabilità internazionale. Auspico poi che nella crisi ucraina si produca una svolta grazie all’impulso diplomatico di Stati come la Germania e la Francia, specie quest’ultima, dato che è una potenza nucleare ed è membro permanente del consiglio di Sicurezza dell’Onu. Se riusciamo a capire che aiutare gli ucraini a fare la guerra non è l’unico modo di aiutarli, magari questa orribile tragedia potrebbe trasformarsi da macigno che seppellisce l’Europa a volano che ne rilancia il ruolo e il senso.

E l’Italia?

Ai tempi della famigerata Prima Repubblica, in caso di conflitti l’Italia riusciva sempre a tenere aperti canali di comunicazione con tutte le parti in causa, come nel caso di Israele e dei palestinesi. Anche durante i decenni della guerra fredda, i rapporti con Mosca non sono mai stati chiusi, e non solo per merito del Pci e delle sue peculiarità di grande partito di sinistra inserito in una dialettica politica democratica. Ora invece mi pare che per l’Italia questo contributo di dialogo sia venuto meno, per la mancanza di una linea di politica estera ben definita.

Gli Usa sono credibili come nazione guida delle democrazie occidentali e della Nato mentre al loro interno si susseguono con impressionante frequenza le stragi di innocenti causate da una indiscriminata circolazione delle armi? Gli autori delle stragi sono quasi sempre dei disadattati, persone isolate dalla comunità e a loro volta spesso vittime di violenze, segregazione, bullismo. Evidentemente siamo di
fronte a una società che non è in grado di gestire e curare un disagio che poi esplode in modo incontrollato.

Quando circolano tante armi, i disagi si armano. Va ricordato che tre quarti dei morti per arma da fuoco negli Usa sono suicidi, cioè persone fragili che fanno del male a se stesse.
L’America che continua a garantire come elemento di libertà inossidabile il poter disporre liberamente di armi non è certo il paese guida delle democrazie. Lo è però quando si riconosce nelle idee e nell’operato di persone come Robert Kennedy, l’uomo che, da ministro della Giustizia, fu capace di accompagnare la rabbia dei neri dopo l’assassinio di Martin Luther King con le armi della protesta civile, con un grande progetto di integrazione e di pacificazione. È quella l’America in cui mi riconosco: se Bob Kennedy fosse diventato presidente, sono certo che avrebbe indirizzato la parabola della democrazia americana in una direzione storica diversa da quella che poi è stata ed è oggi,
compresa la questione della circolazione di armi. Penso che avremmo potuto anche costruire una globalizzazione
diversa da quella che si è poi verificata. Il solco tracciato da Robert Kennedy (e in misura minore anche, prima di lui, da suo fratello John) attinge alle radici più belle e vigorose della democrazia e attende ancora di raccogliere un testimone. Anche se è un impero declinante, e sempre più esposto a una rivalità frontale con l’ascendente potenza cinese, la democrazia americana ha ancora grandi riserve positive al suo interno, e se saprà dialogare con l’Europa potrà continuare a essere non già il gendarme del mondo, ma una delle sue guide virtuose. Perché, esattamente come l’Europa, l’America è vincente quando è capace di attrarre con il proprio modello, non quando pretende di esportarlo sulla punta delle baionette che oggi sono i droni e le armi robotizzate.

I lettori dei giornali tradizionali sono in costan- te calo. I talk show privilegiano commentatori sempre più litigiosi e divisivi, i social alimentano la diffusione di notizie false o non verificate e soprattutto diffondono una visione del mondo basata sulla contrapposizione frontale. È sempre più difficile distinguere un fatto da un’opinione, e spesso ci sono fatti che non producono notizie e notizie che non hanno dietro un fatto. Che sta succedendo al mondo dell’informazione?

L’efficacia e il valore di ciò che circola oggi nel mondo dell’informazione dipendono anche dal grado di consapevolezza e dall’assunzione di responsabilità da parte dei lettori e dei fruitori di tali flussi, che al tempo stesso ne sono anche autori. Ma coloro che io chiamo i custodi dei pozzi di acqua potabile, cioè i giornalisti e i comunicatori di professione, continueranno ad avere un ruolo importante: sono loro prerogative la deontologia professionale, l’impegno solenne a garantire l’aderenza delle notizie ai fatti e la chiarezza nel qualificare chiaramente le opinioni come tali. Più la realtà si fa complessa e multiforme, più le persone avranno bisogno di informazioni solide e verificate. Il primo anno del Covid lo ha dimostrato chiaramente: nella mole gigantesca di dati e suggestioni in circolazione, nella quale spesso hanno regnato sovrane improvvisazione, dicerie e vere e proprie invenzioni, si è avvertita come non mai l’esigenza di trovare notizie attendibili e verificate, che aiutassero davvero a comprendere la situazione. Oggi la tendenza è sicuramente quella di trasformare le informazioni in slogan, come quelli che usano i politici ‘di grido’, mi consenta il termine, che utilizzano i social per sbraitare le loro verità e conquistarsi un consenso del tutto effimero. Il giornale, anche quello non su carta, non è soltanto un elenco di notizie o un palinsesto costruito grazie a un motore di ricerca che seleziona le firme che già conosciamo e gli argomenti che prediligiamo. È la preghiera laica del mattino, come diceva Hegel; è il racconto di un giorno della vita nel mondo, al quale cerca di dare un senso offrendo al lettore delle chiavi di lettura. Il mondo giornalistico dovrà in qualche modo riassestarsi, riposizionarsi organizzativamente sui nuovi media, ma lo spazio per un’informazione seria ci sarà sempre, se ci sarà sempre qualcuno capace di ascoltare davvero gli altri e disposto a battersi per garantire la libertà, l’approfondimento e la non omologazione delle notizie.

Marco Bevilacqua

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* Marco Tarquinio dal 2009 è direttore del quotidiano Avvenire. La linea editoriale del suo giornale è fortemente incentrata sui temi della pace, della lotta alla diseguaglianze, della giustizia e della sostenibilità economica e ambientale. Molta attenzione viene riservata alle esperienze del Terzo settore e della cosiddetta «economia civile»
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8a995178-c0b4-4bfc-99a5-f122b2920076A PARTIRE DA UN ARTICOLO DI ENZO BIANCHI
l’operazione del granchio
Editoriale di Mariano Borgognoni, Rocca 13/2022

Ho sempre apprezzato la chiarezza con cui Enzo Bianchi ha affrontato le questioni essenziali della fede cristiana, la sua capacità di spogliarla di tutte le sovrastrutture e di coglierne il nucleo, quell’elemento sul quale essa sta o cade. Per questo non sono rimasto sorpreso, come altri, quando ho letto un suo recente articolo su Repubblica, nel quale afferma che: «se non si crede che Gesù Cristo è vivente, è risorto da morte e ha vinto la morte, che ragione c’è a professarsi cristiani? Se non si crede che la morte è solo un esodo, che ci saranno un giudizio sull’operato umano e una vita oltre la morte, perché si dovrebbe diventare cristiani e perseverare in questa appartenenza?». Sono andato subito a ripescare nella mia libreria un piccolo libro-intervista dal titolo Ricominciare, pubblicato dalla Marietti nel 1991. In esso il fondatore della Comunità di Bose, citando un Padre della Chiesa del IV secolo, scrive una cosa che allora, 31 anni fa, mi colpì molto: «è come nella caccia alla volpe, dove i cani che non l’hanno vista, prima o poi si stancano, rinunciano e tornano a casa; mentre quei pochi che hanno visto la volpe proseguiranno la loro caccia fino in fondo». «Ecco» – chiosa fratel Enzo – «il problema è far vedere la volpe ai giovani, far conoscere Gesù Cristo. Poi il resto, compreso l’agire etico, viene da sé». Per questo non mi sorprendo nemmeno quando Bianchi, in un articolo successivo, torna a criticare il moralismo e l’ossessione sessuofobica delle gerarchie ecclesiastiche e apre, semmai, una questione che chiamerei di democrazia nella Chiesa. Perché certo la Chiesa non è una democrazia ma nel senso che dovrebbe essere più che democratica, non meno. Mi sento francamente vicino alle posizioni espresse con molta
parresia da Enzo Bianchi. Credo che anche nell’areopago moderno bisogna osare l’annuncio nella sua essenzialità ed intierezza, anche scontando l’incomprensione a cui andò incontro Paolo ad Atene. I surrogati non conquistano nessuno. La riduzione della fede ad etica, del paradosso evangelico ad istanza morale, direi perfino della redenzione a giustizia sociale, è un’operazione che non porta lontano, perché non c’è bisogno della religione per essere in grado di darsi istanze etiche, morali, sociali, spirituali. In questa direzione, storicamente parlando, le religioni hanno talvolta aiutato, talaltra ostacolato il cammino della convivenza e della giustizia umane. Ai cristiani, peraltro, non può bastare il «non possiamo non dirci cristiani» di Benedetto Croce, una specie di milieu genericamente cristiano nel quale una sorta di religione civile inghiotte la scorza e sputa la polpa della fede. Alla fine questa via porta a una diluizione del tutto analcoolica del messaggio evangelico. Bisogna invece fare l’operazione del granchio che per rigenerarsi si libera del carapace.
Se la corazza ti soffoca devi liberartene, sarai più fragile, avrai bisogno di un periodo di nascondimento, ma questo infine ti riporterà a contatto con la linfa vitale delle origini che, altrimenti, rischia di essere sepolta dal nobile e dall’ignobile di una lunga storia. Ciò che è decisivo non è aggiungere ma togliere. Detto questo, cioè detto il cosa annunciare, non si può non affrontare il come, che è altrettanto importante.
Non sarebbe una cattiva idea scegliere la strada indicata dalla Lettera a Diogneto: vestire, lavorare, vivere come tutti nella città comune ma saper dire o fare in molti modi la parola o il gesto della fede. Essere «liberi sopra ogni cosa e non sottoposti ad alcuno e servi in ogni cosa e sottoposti ad ognuno» secondo la celebre definizione luterana. E così rendere ragione della nostra speranza. Avere radici ma senza che esse diventino catene. Lungo questa impostazione, direi a caduta, dovrebbero essere messe sul tavolo le scelte a cui il Sinodo, sinodalmente è chiamato. Poche e chiare decisioni e non un parlare a vuoto di tutto. Faccio per dire: in un universo ecclesiale clericocentrico, con i ruoli fondamentali tutti al maschile aprire almeno al diaconato femminile per inaugurare una riflessione ancor più di fondo sui ministeri; operare un rinnovamento liturgico che renda comprensibili e vive le celebrazioni; rendere possibile a tutti i battezzati di presiedere gli organismi parrocchiali, diocesani, fino alla Curia romana, etc.
Quanto al come non è poi irrilevante affrontare il contesto sociale e culturale, saperne leggere le caratteristiche e le tendenze di fondo. Non è questo un perditempo sociologico poiché, fermo l’annuncio nella sua nudità, è necessario comprendere la cornice nella quale collocarlo, bisogna capire la «lingua» dei contemporanei se non si vuol rischiare di essere fraintesi o del tutto inascoltati. O, come spesso nella liturgia, proporre formule insapori, inodori e incolori o, peggio, talvolta del tutto non accettabili a noi stessi che le recitiamo (nel senso peggiore della recita). Il problema è che se il moderno ha secolarizzato l’idea di salvezza affidandola per intero alla scienza o alla rivoluzione, il contemporaneo ha secolarizzato la secolarizzazione rendendo irrilevante l’idea stessa di salvezza. La parola redenzione, anche in termini laici, è scomparsa. Nella sua seconda enciclica, la Spe salvi (2007), Benedetto XVI parla di una crisi della speranza che erode la base della fede. Viene in mente il verso leopardiano: «nonche’ la speme il desiderio è spento». Nello schiacciamento sul presente e sull’immediato non solo si attenua la capacità di pensiero lungo, ma anche la coltivazione di desideri profondi che domandano perseveranza e senso dell’attesa. E se non si attende un non ancora si colpisce con il martello il nervo scoperto della fede dei cristiani, che sta molto in questo attendere inteso come fare e aspettare insieme, secondo la ricchezza del suo etimo nella nostra lingua. Eppure tanti segni ci dicono come sotto un apparente debole narcisismo, si nasconde il «calderone ribollente» tipico della condizione umana, perché in fondo resta vero che il presente non basta a nessuno. Le grandi narrazioni di senso, tutte, anche quelle totalmente immanenti avevano un elemento di trascendimento, un orizzonte, starei per dire un territorio del sacro, dell’oltre, che resta decisivo non solo per la salvezza ma anche per la salute dei terrestri. Ma quell’oltre e specificamente quello che indicano i cristiani deve anche evitare, per essere credibile, che il non ancora mangi del tutto il già. Per questo la Chiesa non può blindarsi nei recinti dove spesso il troppo umano viene sacralizzato. La Chiesa in uscita che insieme a tutti prova ad alleggerire il mondo dalle ingiustizie e a curare i percorsi di umanizzazione, non è l’alternativa all’annuncio della risurrezione ma è l’unico modo per anticiparne, sia pure poveramente, la logica, il senso, il bisogno, il sogno.

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Dibattito
Autodeterminazione dei popoli e responsabilità globale
di Giannino Piana su Esodo

Chi è favorevole all’invio delle armi all’Ucraina dice che per la difesa della libertà si deve rischiare di perdere la vita, tra la libertà e la vita il primato è della libertà, come nel caso del fine vita. Consideri valida questa contrapposizione e pensi legittimo il paragone con il caso del suicidio assistito?

La libertà è senz’altro un grande valore che non può essere sottovalutato: ne va dell’identità stessa del soggetto umano. Ma occorre intanto distinguere tra la libertà personale e quella di un popolo, del rispetto cioè della sua autonomia territoriale e di governo a livello socio-economico e politico. Nel primo caso – quello della libertà personale – il singolo, laddove gli venga negata la possibilità di vivere nella fedeltà ai valori in cui crede, e sia dunque obbligato ad andare contro la propria coscienza, o venga costretto a rinnegare la propria fede religiosa può anche mettere a rischio, fino a perderla, la propria vita. Non è stata forse questa la testimonianza dei martiri cristiani?

Diverso e più complesso è il discorso relativo alla difesa della libertà da parte di una nazione ingiustamente invasa da un’altra nazione. La reazione a questa situazione dando vita a una vera guerra, sia pure difensiva (e di conseguenza la fornitura di armi da parte di altri Paesi come sta avvenendo in Ucraina), è eticamente inaccettabile. Non esiste guerra giusta! Il dilemma libertà-vita non può dunque che risolversi a favore della vita, e questo tanto più se si considera che l’autorità che decide l’intervento bellico coinvolge la vita di altri, che non sempre sono d’accordo a metterla a repentaglio (o a perderla) per una causa che possono anche non condividere. Questo non significa che si debba rimanere inermi di fronte a un attentato alla propria libertà nazionale, ma che occorra scegliere altre vie di difesa, che vanno dalle operazioni di polizia internazionale – purtroppo oggi di difficile esecuzione per l’inesistenza di organismi internazionali adeguati, Onu inclusa – alla difesa nonviolenta e alla mediazione diplomatica. D’altra parte, a spiegare l’esasperazione dei conflitti, che conducono alla guerra – il caso della Russia e dell’Ucraina rientra in questo quadro – concorre oggi la rinascita esasperata dei nazionalismi e dei patriottismi, che rappresentano una forma di reazione nei confronti del declino degli Stati-nazione, il cui potere è sempre più limitato dall’avanzare della globalizzazione, a causa della quale i processi socioeconomici e politici scavalcano di continuo le loro frontiere. Quanto al paragone con il suicidio assistito non mi pare esistano le condizioni per un confronto. Intanto nel caso del suicidio assistito si tratta di una scelta del singolo individuo, la cui legittimità dovuta all’applicazione del principio di autodeterminazione non è lasciata, anche da parte di chi la sostiene per motivazioni etico-religiose – si vedano gli interventi puntuali di Hans Kung e delle chiese protestanti – all’arbitrarietà della decisione personale, ma comporta il verificarsi di precise condizioni oggettive dalle quali non è possibile prescindere. Il principio di autonomia e di autodeterminazione non è assoluto; deve fare i conti in bioetica con altri principi – beneficenza e giustizia sociale – che ne limitano l’esercizio.

Nel caso della guerra attuale, viene affermato il valore assoluto della libertà e dell’autodeterminazione del popolo ucraino: se si porta fino in fondo questo principio, oltre al rischio nucleare, ci sono conseguenze terribili per le fasce più povere in Europa ma soprattutto in Africa. Intere popolazioni rischiano la fame e la morte. Questa è una conseguenza indiretta, ma facilmente prevista, che va considerata, in una valutazione etica? In un mondo interconnesso, che peso hanno le valutazioni etiche di un’azione legittima e doverosa con conseguenze negative per la vita e la libertà in altre aree del mondo?

L’autodeterminazione (e la libertà) anche in questo caso come in quello della bioetica non può essere considerato un principio assoluto. Le terribili conseguenze ventilate sono realistiche. Il rischio è di scatenare una vera guerra mondiale, con pesanti ricadute negative soprattutto sulle fasce più povere della popolazione. E questo anche perché il sempre più consistente incremento delle diseguaglianze sociali e tra i popoli – incremento dovuto alla persistenza di un sistema economico, che, nonostante le molte falle non solo di ordine etico, ma anche produttivo (si pensi soltanto al primato dell’economia finanziaria su quella reale) – rende impossibile la realizzazione di un’equa distribuzione della ricchezza e, grazie al prevalere della logica consumista, impedisce che si giunga a un effettivo cambiamento degli stili di vita, reso necessario anche dalle dimensioni drammatiche assunte dalla questione ecologica. L’interconnessione del mondo, in ragione del fenomeno già ricordato della globalizzazione, conferisce un peso determinante a scelte come quella cui si fa qui riferimento. La valutazione etica dei processi che si innescano in un’area circoscritta del pianeta non può limitarsi a considerare gli effetti che si producono su tale area; deve avere come referente la situazione mondiale. E questo anche in presenza di buone ragioni per ritenere legittimi i processi che si intendono attivare ma le cui conseguenze vanno valutate in una prospettiva universalistica.

Putin viene paragonato a Hitler come il “male assoluto”: la difesa dell’Ucraina è quindi la difesa del Bene contro il Male, dei valori assoluti contro i disvalori assoluti. Siamo in un nuovo “scontro di civiltà”. Non c’è quindi spazio per la democrazia e l’accordo. Da un punto di vista etico è corretta questa impostazione? Che significa la distinzione fatta da Giovanni XXIII tra il peccato e il peccatore?

Il paragone tra Putin e Hitler è assolutamente inaccettabile. Intanto per il mutato contesto storico. Ma soprattutto per la diversa gravità degli interventi. Non va certo sminuita la responsabilità di Putin nei confronti di delitti efferati, frutto di un regime autoritario, che si difende non lasciando alcuno spazio alla critica e al dissenso, anzi cancellandoli anche attraverso operazioni di tragica violenza. Così come si deve condannare con forza, senza se e senza ma, la sua invasione dell’Ucraina. Il che non deve tuttavia condurre alla sottovalutazione delle responsabilità dell’Occidente – America ed Europa – che ha concorso con alcune prese di posizione a esasperare la
tensione. La contrapposizione tra Male assoluto e Bene assoluto non è plausibile e contribuisce, se esasperata, a dare vita a quel deplorevole “scontro di civiltà”, che vanifica ogni possibilità di mediazione diplomatica. La situazione della guerra in Ucraina non può certo trovare sbocco positivo se – come peraltro purtroppo finora avviene – si assumono da ambo le parti posizioni di radicale intransigenza. La possibilità di una trattativa efficace è legata, oltre che all’abbandono di giudizi drastici come quelli ricordati, alla volontà di trovare un punto di accordo, che presuppone la rinuncia a qualcosa da tutte e due le parti. La distinzione proposta da papa Giovanni tra il peccato e il peccatore (o tra l’errore e l’errante) riflette il “non giudicate” evangelico, che non riguarda tanto l’azione, che deve essere valutata con rigore e di cui va denunciato con forza quando si rende necessario il contenuto negativo, ma il soggetto della stessa, di cui non è possibile conoscere fino in fondo l’intenzionalità profonda, in quanto la disposizione interiore rimane sempre e comunque avvolta nel mistero.
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Per una proposta di pace dell’Unione europea

20 GIUGNO, ROMA: CONFERENZA STAMPA “Per una proposta di pace dell’Unione europea”
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Lunedì 20 giugno, alle ore 11:00, avrà luogo a Roma presso la Sala delle Bandiere dell’Ufficio di Informazione in Italia del Parlamento europeo, la Conferenza stampa di presentazione dell’appello promosso da ANPI, ARCI, Movimento Europeo, Rete italiana Pace e Disarmo, Marco Tarquinio “Per una proposta di pace dell’Unione europea”.

“(…) L’Unione Europea deve immediatamente operare con una sola voce, con la spinta concorde del Parlamento Europeo e della Commissione, diventando un affidabile intermediatore e non delegando agli Stati Uniti d’America e alla NATO decisioni che riguardano in primo luogo l’Europa. Si aprano subito negoziati per un definitivo accordo di pace! (…)”.
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Pace, un obiettivo possibile
di Gianfranco Pagliarulo*
Perché con Arci, Movimento Europeo e il direttore de “L’avvenire” abbiamo promosso la conferenza stampa del 20 giugno. L’urgenza di una generalizzata mobilitazione popolare. Il ruolo della UE, i suoi ritardi e le sue contraddizioni. Lo scenario continentale e mondiale
Europa Guerra e Pace Mondo

Non ci rassegniamo e non ci rassegneremo mai alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Per questo il 20 giugno l’Anpi, l’Arci, il Movimento Europeo e il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, presenteranno in conferenza stampa un appello all’Unione Europea per una proposta di pace in Ucraina. Nell’appello si pone a valore il tema del ruolo dell’Ue nella trattativa e di una futura conferenza di pace. Con la conferenza stampa avviamo una campagna nazionale unitaria che vedrà protagonisti i territori, in molti dei quali da tempo l’Anpi è impegnata in forme diverse sul tema del contrasto alla guerra in Ucraina.

Abbiamo costruito questo appuntamento in più di un mese di lavoro, mentre la natura della guerra in corso assume una dimensione sempre più totalizzante; al conflitto propriamente militare, col suo spaventoso corollario di sangue e distruzione, si è aggiunta una guerra commerciale, una guerra “del grano”, una guerra finanziaria, una guerra delle materie prime e della produzione, una guerra dell’informazione, una guerra informatica, e chi più ne ha più ne metta. Non solo: la dimensione del conflitto coinvolge direttamente l’intero occidente politico e la Cina, e indirettamente tutto il mondo.

Nessuno è in grado di formulare una ragionevole previsione degli esiti di questa drammatica vicenda, che vanno dal peggioramento delle condizioni di vita di popoli di interi continenti (come sta già avvenendo) fino all’ipotesi più tragica dell’estensione su scala più generale di un conflitto armato. Si avverano le previsioni e le visioni di Papa Bergoglio – la Santa Sede continua ininterrottamente a operare perché siano deposte le armi in Ucraina – sulla terza guerra mondiale “a pezzi”, e la sua drammatica diagnosi: “la guerra non solo distrugge il popolo sconfitto, no, distrugge anche il vincitore; distrugge anche coloro che la guardano con notizie superficiali per vedere chi è il vincitore, chi è lo sconfitto”.

In questo scenario fino a oggi la grande assente è stata l’Unione Europea, cioè il luogo politico, giuridico e geografico che avrebbe potuto e dovuto svolgere un ruolo di mediazione, di ricerca di accordo, di agreement. I cento e passa giorni della guerra, alimentati con un flusso di armi di dimensioni ciclopiche, hanno portato a un ovvio aumento quotidiano delle vittime e delle distruzioni e a una lenta ma progressiva conquista di territori da parte della Federazione russa.

Nell’Ue si misurano, sia pure in modo controverso e contraddittorio, due linee presenti spesso nello stesso soggetto: la linea di chi incita alla guerra “fino alla vittoria sul campo” (come l’alto responsabile della politica estera Josep Borrell, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, le Repubbliche baltiche e la Polonia). Viceversa, Macron, Scholz e da qualche settimana – sembra – anche Draghi, si sforzano di proporre la linea di una trattativa, sia pure con modalità fra loro diverse e senza un coordinamento.

Né si vede, al di là di qualche “boatos”, una chiara volontà di negoziare da parte di Putin, anzi: le recenti grottesche dichiarazioni – “odio l’Occidente” – dell’ex premier russo Dmitrij Medvedev, ritenuto da molti un moderato, rendono la situazione ancora più difficile.

Anche in casa Nato si registrano contrasti di varia natura. Il segretario generale della Nato Stoltenberg sposa le tesi più radicali (una guerra a oltranza). Intanto, mentre cresce la tensione fra Grecia e Turchia sulla sovranità di alcune isole dell’Egeo, Erdoğan annuncia una nuova operazione militare ai suoi confini meridionali in terra siriana contro i curdi e minaccia il veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato a causa dell’ospitalità data da questi Paesi a persone legate al Pkk curdo, accusato di essere un’organizzazione terrorista. Tale preoccupazione di Erdoğan è stata definita da Stoltenberg “legittima”, nonostante il determinante impegno militare curdo – di cui l’Occidente sembra essersi dimenticato –, compreso il Pkk, contro l’Isis. La Finlandia, a sua volta, annuncia di non entrare nella Nato ove la Svezia fosse costretta a rinunciare per le minacce di Erdoğan.

In questo generale disordine continua la pur lenta avanzata russa in Ucraina: a quasi quattro mesi dall’invasione si sta per completare l’occupazione del Donbass. Qualsiasi trattativa non può che partire dallo stato della situazione militare; di conseguenza più tempo passa, più –verosimilmente – il negoziato vedrà la Russia su posizioni di forza. L’invio delle armi all’Ucraina non è servito a fermare l’avanzata russa e ha contribuito a estendere lo scenario di distruzione e di morte del conflitto. Ciononostante, si intensifica la richiesta di armi da parte di Zelensky e la conseguente offerta, sia pur diversificata, da parte dei Paesi della Nato.

Anche per questa ragione è urgente la promozione di un negoziato ragionevole e realistico. L’alternativa è il continuo innalzamento dell’asticella in un conflitto che coinvolge (e costa) ogni giorno di più ai Paesi Ue e coinvolge (con minori costi) gli States. Nella crisi economica, oramai conclamata in tutta Europa, e nella dichiarazione di trovarsi in una economia di guerra, esplicita nelle recenti parole di Macron, implicita nei comportamenti di quasi tutti i Paesi Ue, ci perdono i popoli e ci guadagna astronomicamente l’industria delle armi.

Si aggiunge infine un’altra ragione per cui urge chiudere il conflitto e operare per una conferenza di pace. La ragione è nei rumori di fondo che portano al lontano Oriente e in particolare alla Cina, sempre più vissuta dagli States come la vera minaccia. Così si spiegano il recente patto trilaterale Usa-Australia-Regno Unito (Aukus del 2021) con relative polemiche da parte di Macron, il tentativo Usa di rafforzare il Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quadrilateral Security Dialogue, Qsd), alleanza strategica informale con Australia, Giappone e India, il summit globale delle democrazie a trazione Usa del dicembre 2021. Le recentissime tensioni fra Stati Uniti e Cina sulla questione Taiwan sono la spia di un meccanismo a orologeria il cui conto alla rovescia potrebbe essere già partito.

In questo scenario il conflitto in corso in Ucraina è la scintilla che potrebbe innescare quel timer verso una guerra generale. L’unica cosa certa è che in questa situazione tutti i popoli del mondo stanno già peggio, ed è quindi obbligatorio depotenziare le tensioni e far cessare le guerre in corso.

L’impegno dell’Anpi per la pace non è nato il 24 febbraio 2022, ma era, è e sarà una stimmate dell’associazione, una delle sue ragioni d’essere. Anche per questo, assieme alla conferenza stampa del 20 giugno e in coerenza con l’appello unitario che quel giorno lanceremo, occorre dar vita, in tutti i territori del Paese, a centinaia di iniziative e di mobilitazioni affinché si veda e si senta una forte voce popolare: la voce di un popolo che non vuole la guerra, non vuole l’economia di guerra, non vuole l’informazione di guerra (altro che putiniani!), e vuole invece una nuova coesistenza pacifica. Alle due tradizionali parole-programma, pace e lavoro, se ne aggiunge oggi una terza fondamentale: ambiente. E la guerra, qualsiasi guerra, le cancella alla radice.

*Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi, su Patria indipendente.
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4c74e66b-537b-4463-b974-3534c9787b6fCOMUNICATO STAMPA 18/6/22
L’appello delle realtà cattoliche

L’Italia non può disertare la conferenza di Vienna sul trattato per l’abolizione delle armi nucleari

Il rischio della guerra nucleare è più vicino che mai. È difficile comprendere perciò la scelta dell’Italia di non partecipare, neanche come Paese Osservatore, al contrario di Germania e Olanda, alla Conferenza di Vienna dei Paesi che hanno ratificato il “Trattato per l’abolizione delle armi nucleari”. Le armi nucleari sono armi di distruzione di massa, eticamente inaccettabili anche nel semplice possesso, come ha più volte sottolineato papa Francesco: perché allora non ratificare il Trattato che ne sancisce l’abolizione, già ratificato da 62 Paesi di ogni parte del mondo?

La recente Assemblea Generale dei vescovi italiani ha ripreso e rilanciato nel suo messaggio finale l’appello di oltre 40 associazioni e movimenti cattolici che chiede all’Italia di aderire al “Trattato per l’abolizione delle armi nucleari”, adottato dalle Nazioni Unite fin dal 2017.Come ha messo in evidenza in questi giorni lo “Stockholm International Peace Research Institute” (SIPRI) di Stoccolma, il più autorevole Ente internazionale di ricerca su questi temi, «il rischio di utilizzo di armi nucleari sembra più alto ora che in qualsiasi momento, dall’apice della Guerra Fredda». Gli Stati dotati di armi nucleari stanno aumentando o aggiornando i loro arsenali. Siamo davanti ad una tendenza definita “molto preoccupante” dallo stesso SIPRI.

Il nostro appello, lanciato il 2 giugno 2021 con il titolo Per una Repubblica libera dalla guerra e dalle armi nucleari, è il risultato di una lettura condivisa e urgente dei segni dei tempi per il bene del nostro Paese e dell’intera umanità.

La scelta dell’Italia è incomprensibile dopo il segnale positivo arrivato lo scorso 18 maggio 2022 con la Risoluzione approvata dalla Commissione Esteri della Camera dei Deputati che impegna, almeno, il Governo “a valutare la partecipazione dell’Italia come «Paese osservatore» alla Prima Riunione degli Stati Parti del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW)”, in programma a Vienna dal 21 al 23 giugno 2022.

Sollecitiamo perciò nuovamente, in coerenza con la campagna “Italia ripensaci” promossa dalla società civile, la diplomazia italiana a compiere un passo concreto per una qualsiasi forma di presenza del nostro Paese nella Conferenza che si svolgerà dal 21 al 23 giugno a Vienna per iniziativa dell’International Campaign for the Abolition of Nuclear weapons (premio Nobel per la Pace 2017), assieme all’International Physicians for the Prevention of Nuclear War (premio Nobel per la Pace 1985).

Davanti alla temuta escalation della guerra in Ucraina si rivelano di una stringente attualità le parole profetiche di don Primo Mazzolari: «Abbiamo bisogno di giustizia sociale, non di atomiche».

Scarica l’appello

Segreteria organizzativa

Laila Simoncelli, coordinatrice Diritti Umani e Giustizia Comunità Papa Giovanni XXIII
lailaita@libero.it

Michele Tridente, Segretario Generale dell’Azione cattolica italiana
m.tridente@azionecattolica.it

Stefano Tassinari, vicepresidente nazionale Acli
stefano.tassinari@acli.it

Carlo Cefaloni, Movimento dei Focolari, redazione rivista “Città Nuova”
carlo.cefaloni@gmail.com

Don Renato Sacco, Consiglio nazionale Pax Christi
renatosacco1@gmail.com

Anselmo Palini, saggista
palini.anselmo@gmail.com

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Per la Pace. Ostinatamente!

4c74e66b-537b-4463-b974-3534c9787b6fCOMUNICATO STAMPA 18/6/22
L’appello delle realtà cattoliche

L’Italia non può disertare la conferenza di Vienna sul trattato per l’abolizione delle armi nucleari

Il rischio della guerra nucleare è più vicino che mai. È difficile comprendere perciò la scelta dell’Italia di non partecipare, neanche come Paese Osservatore, al contrario di Germania e Olanda, alla Conferenza di Vienna dei Paesi che hanno ratificato il “Trattato per l’abolizione delle armi nucleari”. Le armi nucleari sono armi di distruzione di massa, eticamente inaccettabili anche nel semplice possesso, come ha più volte sottolineato papa Francesco: perché allora non ratificare il Trattato che ne sancisce l’abolizione, già ratificato da 62 Paesi di ogni parte del mondo?

La recente Assemblea Generale dei vescovi italiani ha ripreso e rilanciato nel suo messaggio finale l’appello di oltre 40 associazioni e movimenti cattolici che chiede all’Italia di aderire al “Trattato per l’abolizione delle armi nucleari”, adottato dalle Nazioni Unite fin dal 2017.Come ha messo in evidenza in questi giorni lo “Stockholm International Peace Research Institute” (SIPRI) di Stoccolma, il più autorevole Ente internazionale di ricerca su questi temi, «il rischio di utilizzo di armi nucleari sembra più alto ora che in qualsiasi momento, dall’apice della Guerra Fredda». Gli Stati dotati di armi nucleari stanno aumentando o aggiornando i loro arsenali. Siamo davanti ad una tendenza definita “molto preoccupante” dallo stesso SIPRI.

Il nostro appello, lanciato il 2 giugno 2021 con il titolo Per una Repubblica libera dalla guerra e dalle armi nucleari, è il risultato di una lettura condivisa e urgente dei segni dei tempi per il bene del nostro Paese e dell’intera umanità.

La scelta dell’Italia è incomprensibile dopo il segnale positivo arrivato lo scorso 18 maggio 2022 con la Risoluzione approvata dalla Commissione Esteri della Camera dei Deputati che impegna, almeno, il Governo “a valutare la partecipazione dell’Italia come «Paese osservatore» alla Prima Riunione degli Stati Parti del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW)”, in programma a Vienna dal 21 al 23 giugno 2022.

Sollecitiamo perciò nuovamente, in coerenza con la campagna “Italia ripensaci” promossa dalla società civile, la diplomazia italiana a compiere un passo concreto per una qualsiasi forma di presenza del nostro Paese nella Conferenza che si svolgerà dal 21 al 23 giugno a Vienna per iniziativa dell’International Campaign for the Abolition of Nuclear weapons (premio Nobel per la Pace 2017), assieme all’International Physicians for the Prevention of Nuclear War (premio Nobel per la Pace 1985).

Davanti alla temuta escalation della guerra in Ucraina si rivelano di una stringente attualità le parole profetiche di don Primo Mazzolari: «Abbiamo bisogno di giustizia sociale, non di atomiche».

Scarica l’appello

Segreteria organizzativa

Laila Simoncelli, coordinatrice Diritti Umani e Giustizia Comunità Papa Giovanni XXIII
lailaita@libero.it

Michele Tridente, Segretario Generale dell’Azione cattolica italiana
m.tridente@azionecattolica.it

Stefano Tassinari, vicepresidente nazionale Acli
stefano.tassinari@acli.it

Carlo Cefaloni, Movimento dei Focolari, redazione rivista “Città Nuova”
carlo.cefaloni@gmail.com

Don Renato Sacco, Consiglio nazionale Pax Christi
renatosacco1@gmail.com

Anselmo Palini, saggista
palini.anselmo@gmail.com

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Armi all’Ucraina. Dove si pensa di arrivare?

17.06.22 – Guido Viale su Pressenza.

Nell’arcipelago del “pacifismo” (oggi “putinismo”) di chi in queste circostanze è contrario all’invio di armi all’Ucraina – la maggioranza, sia in Italia che in Europa – c’è una componente, più radicale o, se vogliamo, più irremovibile nelle sue posizioni, contraria alla guerra e alle armi sempre, perché è contraria a uccidere per motivi morali. Motivi che prevalgono su qualsiasi altra considerazione di ordine politico o sociale.

Ma ci sono altre componenti, forse meno circoscrivibili, perché fanno dipendere le loro scelte o il loro orientamento dalle circostanze, che sono contrarie ad alimentare questa guerra per considerazioni di altro genere, che riguardano gli interrogativi relativi ai suoi possibili esiti.

Anche nel vasto e vincente, anche se non maggioritario, campo di coloro che sono favorevoli all’invio di armi all’Ucraina o, addirittura, di quante più armi possibile (“Che cosa manca oggi? Armi” riferisce Adriano Sofri) c’è chi invoca innanzitutto – e gli va accreditata sincerità – ragioni di ordine morale: se uno è aggredito con le armi deve difendersi con le armi. Anzi, bisogna aiutarlo a difendersi o addirittura difenderlo noi, sempre con le armi. L’alternativa è la resa, che vuol dire perdita della libertà, dell’onore, della dignità, per lui o lei e l’abbandono, per noi. Altri invece, all’interno di questo campo, antepongono la volontà o il bisogno di salvaguardare o di alterare i rapporti di forza vigenti, cioè la politica, a ogni altra considerazione.

Questo è probabilmente il motivo di fondo per cui l’indignazione che si prova per l’aggressione russa all’Ucraina non si riscontra per quella della Turchia, membro della Nato, al Rojawa (unica vera democrazia del bacino del Mediterraneo) o per l’occupazione della Palestina da parte di Israele.

A tutti va comunque dato atto, salvo prova contraria, di provare orrore per la strage di giovani vite, di donne, bambini e anziani sopraffatti dalle manovre belliche, o costretti a fuggire, a rintanarsi, a subire stupri e violenza, o ad affrontare, nel migliore dei casi, un futuro oscuro e difficile. Anche se in alcuni queste immagini hanno il sopravvento su tutto il resto, mentre altri riescono in qualche modo a metterle da parte.

Nessuno nega a chi è aggredito il diritto di difendersi. Ma come? I fautori dell’invio di armi all’Ucraina non pensano mai che quel paese, se non ne avesse già ricevute in abbondanza prima e dopo l’inizio dell’aggressione russa, avrebbe dovuto per forza fare ricorso alle risorse della mediazione, chiamando in aiuto tutti i potenziali alleati. Non per combattere, ma per richiamarli alle loro responsabilità (“l’abbaiare ai confini della Russia” di papa Francesco, ma anche di una lunga lista di “esperti” che la politica estera la conoscono e l’hanno praticata). Perché è chiaro che a monte e all’origine di quell’invasione c’è un confronto tra Nato e Federazione russa improntato all’ostilità e non certo alla collaborazione.

Queste considerazioni vanno fatte non per “scaricare” o per dividere le responsabilità, ma perché sono la base di partenza di ogni possibile piattaforma di mediazione e di risoluzione del conflitto.

Certamente, più quella guerra si protrae e incancrenisce, accumulando vittime, devastazioni, angherie e odio, più sarà difficile individuare le basi di una possibile cessazione delle ostilità. Forse è per questo che coloro che non vedono altra via per raggiungere un risultato che l’invio di sempre più armi non si pongono la domanda: dove si pensa di arrivare?

Alla vittoria? Quale vittoria? La destituzione di Putin o la disgregazione delle Federazione russa? Per perseguire – non dico raggiungere – quel risultato bisognerà moltiplicare per mille lo “sforzo bellico”, cioè i morti da esigere dal popolo ucraino, ma anche da quello russo. E anche se c’è chi, come Luigi Manconi, sostiene che l’arma atomica non è una minaccia, perché anche dopo la dissoluzione dell’URSS permane comunque nel mondo un equilibrio della deterrenza che la mette fuori gioco, va ricordato che a capo della Federazione russa c’è un uomo paranoico (come tutti i dittatori), forse con i mesi contati, che desidera solo lasciare un suo segno sulla Storia (e non che sull’altra sponda la leadership brilli per lucidità). Questa è sicuramente una delle – sacrosante – ragioni che spingono molti ad approdare all’arcipelago dei “pacifisti”. Altro che putiniani!

Ma anche dando credito a posizioni come quella di Manconi e ipotizzando che il conflitto rimanga confinato entro il recinto delle armi “convenzionali”, tra droni, laser, satelliti, razzi ipersonici, per non parlare di gas e armi biologiche di cui è difficile individuare l’origine, le nuove armi in cammino verso il fronte da entrambe le parti hanno cambiate ancora una volta le caratteristiche della guerra,

L’aspetto più grottesco di questa guerra è comunque la frenesia con cui si aumentano le spese militari e le armi mandate al fronte, per combattere e contrastare un “nemico” da cui si dipende per il funzionamento di tutta la struttura economica, pagando profumatamente le forniture che lo tengono in piedi e poi indignandosi se solo si azzarda a ridurle o a interromperle.

Ma quale esito ci si può aspettare se né Zelensky né Putin possono trattare se non dopo aver ripreso l’iniziativa sul fronte dei combattimenti? Quanto dovrà protrarsi questa guerra guerreggiata? E quanti morti dovrà esigere senza nessuna prospettiva precisa?

Questo è un punto. Ma ce ne è un altro che domina su tutto, compresa l’eventualità di un olocausto nucleare, che è solo una possibilità; mentre l’estinzione dell’umanità per l’incombere della crisi climatica e ambientale è una certezza.

Le guerre, e particolarmente questa, sono un potente fattore di accelerazione della crisi climatica, sia sul fronte dei combattimenti, che consumano risorse, devastano il territorio e emettono gas climalteranti, sia nelle retrovie della “vita civile”, dove sta bloccando e invertendo tutte le timide misure, prospettate più che varate, di contenimento dell’aumento della temperatura planetaria. E questo a partire dalla frenetica ricerca di nuove fonti di combustibili fossili per sostituire quelli russi.

Leggendo qualche articolo di coloro che si schierano senza se e senza ma dalla parte della fornitura di armi all’Ucraina, senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità di promuovere subito una mediazione che, in fin dei conti, dovrebbe far capo agli stessi governi che quelle armi le forniscono e le promettono, a me pare che stiamo vivendo in due pianeti diversi: uno dove le “ragioni” degli Stati devono prevalere sulle vite dei loro cittadini e l’altro dove la consapevolezza e la mobilitazione dei cittadini dovrebbero ridurre alla ragione i rispettivi governi.

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Guido Viale
Guido Viale è nato a Tokyo nel 1943 e vive a Milano. Ha partecipato al movimento degli studenti del ‘68 a Torino e militato nel gruppo Lotta Continua fino al 1976. Si è laureato in filosofia all’università di Torino. Ha lavorato come insegnante, precettore, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente. Ha svolto studi e ricerche economiche con diverse società e lavorato a progetti di cooperazione in Asia, Africa, Medioriente e America Latina. Ha fatto parte del comitato tecnico scientifico dell’ANPA (oggi ISPRA). Tra le sue pubblicazioni: Un mondo usa e getta, Tutti in taxi, A casa, Governare i rifiuti, Vita e morte dell’automobile, Virtù che cambiano il mondo. Con le edizioni NdA Press di Rimini ha pubblicato: Prove di un mondo diverso, La conversione ecologica, Si può fare e Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti. Con Interno4 edizioni ha pubblicato nel 2017, Slessico Familiare, parole usurate prospettive aperte, un repertorio per i tempi a venire. Sempre con Interno4 Edizioni nel 2018 ha pubblicato l’edizione definitiva e aggiornata del suo importante libro sul ‘68.
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La guerra in Ucraina: c’è chi dice no
14-06-2022 – di: redazione Volerelaluna.
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Mentre la guerra continua con il suo carico di morti, feriti e profughi, il mondo è percorso da inni alla guerra, più o meno espliciti e più o meno accompagnati da parole di circostanza sulla necessità che “un giorno” si arrivi alla pace. Anche nel nostro Paese è così e la sinistra con l’elmetto non di distingue dalla destra. Contemporaneamente nel teatro di guerra, in Russia, in Bielorussia e in Ucraina c’è chi, a costo della vita, lavora concretamente per la pace: sono gli obiettori di coscienza, che disertano l’arruolamento e il campo di battaglia. Nessuna fonte ufficiale ne parla ma sono decine di migliaia: per loro la pace è più importante degli opposti nazionalismi.

Alcuni in Europa hanno cominciato a rompere il silenzio ufficiale e a chiedere per loro un appoggio e iniziative concrete.

Va in questa direzione l’appello rivolto ai parlamentari europei dall’International Fellowship of Reconciliation (IFOR), dalla War Resisters’ International (WRI), dall’European Bureau for Conscientious Objection (EBCO) e Connection eV (Germania) che ha avuto l’adesione di 60 altre organizzazioni per la pace, i diritti umani e i rifugiati provenienti da tutta Europa, tra cui il Movimento Nonviolento. L’appello – che contiene anche una bozza di risoluzione del Parlamento europeo (qui la versione italiana) ‒ muove dalla premessa che, secondo il diritto internazionale, i militari e le donne che combattono per la Russia in questa guerra stanno conducendo un’operazione illegale, che verosimilmente anche la Bielorussia sta partecipando alla guerra al fianco della Russia e che in entrambi i Paesi le persone che si rifiutano di partecipare alla guerra molto probabilmente dovranno affrontare un serio procedimento giudiziario, che le qualifica per la protezione ai sensi della Direttiva UE in materia. Eppure negli Stati membri la stragrande maggioranza delle persone colpite non ha ancora ricevuto alcuna garanzia di tale protezione. Si presume che tra le 300.000 persone che hanno recentemente lasciato la Russia a causa della guerra, ci siano molti uomini che cercano rifugio all’estero per evitare di essere mandati in guerra. Negli ultimi mesi circa 20.000 uomini bielorussi hanno lasciato il Paese per evitare il reclutamento. Allo stesso modo ci sono obiettori di coscienza ucraini che non vogliono combattere in questa guerra; circa 3.000 uomini hanno chiesto asilo nella sola Moldavia. Ad ogni cittadino, registrato in Ucraina entro il 24 febbraio 2022, è attualmente concesso il soggiorno umanitario nell’Unione Europea ma è incerto cosa accadrà agli obiettori di coscienza ucraini quando questa disposizione scadrà. La conclusione dell’appello è che i paesi europei devono accogliere queste persone in fuga dallo sforzo bellico senza burocrazia, e garantire loro un diritto permanente di soggiorno. E questo non solo in base a principi umanitari ma perché il diritto umano all’obiezione di coscienza è stato riconosciuto, tra l’altro, dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo e deve essere garantito a tutti, in ogni dove.

Una posizione analoga, con riferimento agli obiettori ucraini, è stata assunta in Italia dall’Associazione giuristi democratici, che ha diffuso un documento in cui si legge: « In Ucraina, dall’inizio della invasione russa, vige la legge marziale e il divieto di lasciare il Paese per tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni. Il Governo di Mosca, da parte sua, ha previsto la coscrizione obbligatoria dal primo aprile al 15 luglio 2022 per i giovani tra i 18 e i 27 anni. L’escalation militare sta investendo le popolazioni civili anche sotto questo aspetto. Per questa ragione, facciamo appello al Governo ucraino affinché venga allentata questa misura fortemente restrittiva della libertà personale, garantendo che gli uomini di cittadinanza ucraina che per qualsiasi ragione ‒ personale, familiare, politica, religiosa, culturale ‒ vogliano uscire dal Paese, possano farlo in assoluta sicurezza. In tal senso, chiediamo al Presidente della Repubblica, al Governo e ai parlamentari italiani ‒ indipendentemente dalla loro appartenenza politica e dalla posizione assunta sul conflitto Russia/Ucraina ‒ di adoperarsi presso il Governo ucraino affinché un tale provvedimento, in linea con la migliore tradizione giuridica europea in tema di libertà individuali e di obiezione di coscienza, venga assunto al più presto» (è possibile aderire all’appello ai link info@giuristidemocratici.it e https://chng.it/J2rZFgTH).
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Per la Pace. Ostinatamente! Necessario il Disarmo nucleare.

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Le priorità della Conferenza Episcopale Italiana
Il Cardinale Matteo Zuppi nella sua prima conferenza stampa da neo-presidente della Cei parlando della guerra cita tra le priorità di intervento la questione del disarmo nucleare.
La Cei prevede di partecipare a una soluzione a guida Onu per bandirle, “credo che l’adesione al trattato sia importante per scongiurare l’ipotesi di perdita di valore dell’Europa, quest’adesione per noi è importante. Non possiamo tornare indietro, a chi eravamo prima altrimenti si è peggiori e noi vogliamo essere migliori”.
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18b67547-4c43-4fde-a3a3-64893332ea43Il Trattato TPNW: strada maestra contro la minaccia distruttiva delle armi nucleari
LA MINACCIA ESISTENZIALE DELLE ARMI NUCLEARI
Le armi nucleari minacciano l’esistenza stessa dell’umanità e l’intera vita sul nostro pianeta. I loro effetti travalicano i confini nazionali e si protraggono per generazioni. Sono immorali, illegittime e ora – finalmente – anche illegali.
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Il 7 Luglio 2017, dopo un decennio di azione da parte di ICAN e dei suoi partner, 122 Stati hanno votato per adottare un accordo globale storico di messa al bando delle armi nucleari, conosciuto ufficialmente come Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). Questa nuova norma legale offre una potente alternativa ad un mondo in cui si permetta alle minacce delle armi di distruzione di massa di prevalere. Fornisce un percorso positivo in un momento di allarmante crisi globale. Se mai c’è stato un momento per i leader internazionali di dichiarare inequivocabilmente la propria opposizione a questo tipo di armi, quel momento è ora.

RIEMPITO UN VUOTO LEGALE
Prima dell’adozione di questo Trattato, le armi nucleari erano le uniche armi di distruzione di massa non soggette ad un bando categorico nonostante le loro catastrofiche, persistenti, diffuse conseguenze umanitarie. Il nuovo accordo riempie così un rilevante vuoto nella normativa internazionale. Proibisce agli Stati di sviluppare, testare, produrre, realizzare, trasferire, possedere, immagazzinare, usare o minacciare di usare gli armamenti nucleari, o anche permettere alle testate di stazionare sul proprio territorio. Inoltre impedisce loro di assistere, incoraggiare o indurre altri Paesi ad essere coinvolti in tali attività proibite.
Le Nazioni che possiedono armamento nucleare devono, a seguito dell’adesione al Trattato, impegnarsi a distruggere i propri arsenali in accordo con un piano definito nel tempo e legalmente vincolante. Nazioni che ospitano armi nucleari alleate sul proprio territorio dovranno rimuoverle entro una data limite stabilita.
Il Trattato obbliga i propri Stati parte a fornire assistenza a coloro che hanno sofferto come risultato dell’uso e del test di armamenti nucleari, prendendo misure utili a risanare i territori contaminati.
Il Trattato è stato negoziato presso il Palazzo di Vetro dell’ONU di New York nel corso di quattro settimane di riunioni durante il 2017, con la partecipazione di 135 Stati e della società civile internazionale. È di natura permanente e sarà legalmente vincolante per le nazioni che vi aderiranno.
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IL TPNW DIVENTA IL RIFERIMENTO NORMATIVO INTERNAZIONALE PER IL DISARMO NUCLEARE
Dal 22 gennaio 2021 è stato raggiunto lo storico traguardo dell’entrata in vigore del TPNW (grazie al superamento delle 50 ratifiche), realizzando un passo fondamentale verso la possibilità che le armi nucleari possano davvero essere completamente eliminate, in particolare solo grazie al lavoro e alla pressione di cittadini di tutti gli Stati del mondo.
Il TPNW ribadisce il disarmo nucleare come uno dei principali obiettivi delle Nazioni Unite, sostenendo l’idea fondante del multilateralismo democratico: anche gli Stati più poveri hanno lo stesso diritto di esprimersi dei più militarmente potenti, soprattutto quando è in gioco la loro stessa sopravvivenza. I popoli hanno parlato e non intendono cedere a decisioni prese solo dalle potenze nucleari. L’azione della campagna “Italia, ripensaci” ha come obiettivo quello di porre anche il nostro Paese dalla parte giusta della storia, insieme alla maggioranza degli Stati membri dell’ONU: quella che proibisce le armi più disumane e crudeli che l’uomo abbia mai inventato.
Questo ottimismo sugli sviluppi futuri dei percorsi di disarmo nucleare è confermato dai sondaggi di opinione: la maggioranza della popolazione italiana e di altri cinque Stati membri della NATO rifiuta in modo schiacciante la presenza di armi nucleari statunitensi sul proprio territorio e sostiene il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari.

Punti chiave di questo risultato storico

Anche gli Stati che si sono rifiutati di aderire al TPNW sono comunque in qualche modo coinvolti dalla sua entrata in vigore e dall’esistenza, da oggi, di una norma internazionale riconosciuta di proibizione delle armi nucleari
I precedenti trattati di disarmo hanno portato a un cambiamento di comportamento anche nei Paesi che si sono rifiutati di aderire.
Decenni di attivismo hanno raggiunto quello che molti dicevano fosse impossibile: le armi nucleari sono vietate. La democrazia ha trionfato, la stragrande maggioranza delle persone nel mondo sostiene il TPNW.
Da oggi aderiranno altri Stati, come è successo con l’entrata in vigore di ogni altro Trattato di questo tipo.

Cosa cambierà

Ci sono diversi modi in cui tutti gli Stati saranno interessati nei mesi ed eventualmente negli anni successivi all’entrata in vigore, non solo quelli che hanno ratificato il Trattato. L’attivismo è la chiave per far progredire questi impatti.

Cosa diventa illegale esattamente?

Il Trattato TPNW proibisce specificamente l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari. Il Trattato rende illegale per i paesi che lo firmano permettere qualsiasi violazione nella loro giurisdizione o assistere, incoraggiare o indurre qualcuno ad impegnarsi in una di queste attività. Il Trattato rafforza la norma contro le armi nucleari come primo strumento legale per vietarle.

Per ulteriori informazioni sulle implicazioni legali, leggere il documento informativo di ICAN.

Impatto sulle alleanze militari

Gli Stati che non sono parte di alleanze militari con gli Stati firmatari possono essere interessati dall’entrata in vigore del TPNW se gli Stati firmatari sono tenuti a modificare la loro cooperazione con gli Stati dotati di armi nucleari e con quelli alleati a causa dei loro obblighi derivanti dal trattato. Ad esempio, mentre i membri della NATO possono aderire senza problemi al TPNW per essere in regola una volta entrato in vigore questi Stati dovranno rinunciare all’uso di armi nucleari per loro conto.

Impatto sulla produzione e sull’uso

Gli ultimi decenni insegnano che con l’entrata in vigore di altri Trattati di proibizione di armamenti la produzione di armi vietate tra gli Stati che ne fanno parte e gli Stati che non ne fanno parte è praticamente cessata. Ad esempio aziende statunitensi che producono munizioni a grappolo negli Stati Uniti hanno cessato la produzione da quando è entrato in vigore, nonostante gli Stati Uniti non ne siano parte.

Lo stesso avviene per quanto riguarda uso e trasferimento: dopo l’entrata in vigore del Trattato sulle mine anti-persona i circa 34 Stati che hanno esportato mine terrestri hanno cessato tutti i trasferimenti (nonostante non abbiano aderito al Trattato). Gli Stati Uniti hanno modificato la loro posizione sulle mine terrestri e sulle munizioni a grappolo dopo l’entrata in vigore di questi trattati.

L’entrata in vigore di precedenti divieti su specifiche armi (ad esempio per quanto riguarda le mine anti-persona o le munizioni a grappolo) ha portato a cambiamenti concreti ed evidente anche nella produzione, nelle politiche di utilizzo e nel trasferimento di queste armi anche nell’ambito di Stati non partecipanti a tali norme internazionali. Ciò avverrà anche per il TPNW inquinato alcune aziende hanno già iniziato ad adeguarsi a questo nuovo panorama giuridico.

Cosa significa questo per gli istituti finanziari?

Poiché l’assistenza è proibita dal Trattato, per molti Stati ciò significherà come in altri casi che il finanziamento o l’investimento nella produzione di armi nucleari venga considerato una violazione. Gli istituti finanziari spesso scelgono di non investire in “attività su armi controverse”, che sono tipicamente armi proibite dal diritto internazionale. L’entrata in vigore del TPNW colloca chiaramente le armi nucleari in questa categoria e probabilmente innescherà ulteriori disinvestimenti. Inoltre, gli Stati parte possono impartire direttive alle istituzioni finanziarie sotto la loro giurisdizione per la cessione da parte di società che producono l’arma proibita in Stati non parte. In previsione dell’entrata in vigore del TPNW, alcune istituzioni finanziarie, tra cui ABP, uno dei cinque maggiori fondi pensione del mondo, hanno già deciso di non investire più in produttori di armi nucleari.

Pressione internazionale

Gli Stati parte di questo Trattato TPNW avranno ora l’obbligo di sollecitare altri Stati ad aderire e dovranno lavorare per l’universalizzazione del Trattato. Ciò significa che non solo i cittadini, ma anche la pressione dei pari da parte di altri Governi aumenterà nel tempo, durante le visite di Stato, nelle discussioni bilaterali e multilaterali, in una vasta gamma di diversi organi delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali, in altri organi e incontri di Trattati, ecc.

Anche a causa di questa crescente pressione politica e normativa, i Paesi che si oppongono a un Trattato al momento della sua adozione hanno aderito a norme internazionali dopo la loro entrata in vigore. Dato il grande sostegno pubblico al TPNW in molti paesi che non vi hanno ancora aderito anche questi Paesi potrebbero seguirne l’esempio.

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Mozioni degli Enti Locali a sostegno del Trattato TPNW e di “Italia, ripensaci”

Mozioni degli Enti Locali a sostegno del Trattato TPNW e di “Italia, ripensaci”
Nel corso degli ultimi anni (anche prima del percorso di negoziazione del Trattato di proibizione delle armi nucleari TPNW, ed anzi a sostegno proprio del percorso che ha portato alla sua approvazione) sono stati numerosi gli Enti Locali italiani che hanno esplicitato il proprio appoggio alle azioni di disarmo nucleare votando mozioni, risoluzioni, documenti di Giunta e di Consiglio.

In particolare:

90 Enti Locali in tutta Italia hanno votato ed approvato la “mozione Senzatomica”

516 Comuni italiani fanno parte di Mayors for Peace

Di seguito viene proposto un testo base di Mozione (adattabile alle specifiche situazioni e valorizzando le azioni territoriali della società civile su questo tema) che Comuni, Province, Regioni possono far proprio e discutere per evidenziare un sostegno ideale ma anche concreto a “Italia, ripensaci” e al Trattato TPNW.

Bozza di Ordine del Giorno per Enti Locali in sostegno al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari TPNW

Il Consiglio Comunale – Provinciale – Regionale di ________________

Considerato che:

la presenza negli arsenali e la diffusione di armi nucleari rappresenta ancora oggi una delle più grandi minacce alla pace e alla sicurezza internazionale;
l’Italia ha ratificato nel 1975 il Trattato di Non Proliferazione (TNP) che impone a tutti gli Stati parte di impegnarsi per realizzare il disarmo nucleare totale e globale; e aderisce al TNP in qualità di Stato non dotato di armamenti nucleari, essendosi impegnata a non costruirne né a procurarsene in alcun modo;
sebbene gli accordi sul disarmo nucleare concordati tra le grandi potenze abbiano portato nei decenni allo smantellamento di decine di migliaia di armi nucleari, negli ultimi anni le operazioni di eliminazione sono talmente rallentate che, oltre 30 anni dopo la fine della Guerra Fredda, rimangono ancora negli arsenali circa 13.400 armi nucleari;
un percorso denominato Iniziativa Umanitaria e promosso dalla società civile internazionale ha portato a una serie di conferenze internazionali, aperte agli Stati membri delle Nazioni Unite, il cui fine era di negoziare un Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari TPNW;
il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari è stato in seguito negoziato ed adottato con il voto positivo di 122 Stati il 7 luglio 2017; aperto alla firma il 20 settembre 2017 ha raccolto al momento la firma di oltre 85 Stati; lo strumento di ratifica del 50° Stato è stato depositato alle Nazioni Unite il 24 ottobre 2020, per cui il Trattato è entrato in vigore il 22 gennaio 2021.
Preso atto che:

il Governo italiano e i suoi rappresentanti hanno dichiarato in più occasioni di non avere intenzione di aderire a tale Trattato.
Ritenendo che:

l’adesione al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari sia un’azione che contribuisce a promuovere il dialogo e la diplomazia, lasciandosi alle spalle la logica obsoleta della deterrenza nucleare fondata sulla sfiducia reciproca;
l’entrata in vigore del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari potrà rafforzare la costruzione del paradigma di sicurezza internazionale costruito sulla multilateralità, sugli accordi per il disarmo, sulla sicurezza umana, che anche l’Italia in tante altre occasioni ha sostenuto.
Ricordando che:

il Comune di _________ ha aderito dal ____ all’associazione Mayors for Peace, presieduta dal Sindaco di Hiroshima che si prefigge come obiettivo la messa al bando delle armi nucleari e il loro completo smantellamento.
Tutto ciò premesso, ritenendo che la costruzione di un Mondo

libero dalle armi nucleari sia un obiettivo comune da perseguire

Il Consiglio Comunale – Provinciale – Regionale di _______________

delibera di:

aderire alla Campagna “Italia, Ripensaci”, promossa dalla Rete Italiana Pace e il Disarmo e da Senzatomica;
aderire all’Appello delle Città (Cities’ Appeal), promosso in tutto il mondo dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Premio Nobel 2017);
di invitare la Cittadinanza ad un Consiglio aperto sul tema del Disarmo Nucleare;
di apporre la firma del Sindaco/del Presidente in calce al Trattato TPNW, come atto simbolico da comunicare al Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, invitandolo a rivedere la posizione finora espressa, cercando le modalità per aderire al percorso iniziato con l’adozione del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari;
di partecipare insieme alla delegazione di “Italia, ripensaci” alla prima Conferenza degli Stati Parti del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari che si terrà nel corso del 2022 in Austria, e invitare il Governo italiano a fare altrettanto;
di condividere con le Commissioni Esteri della Camera dei Deputati e del Senato questo impegno a promuovere le modalità per portare l’Italia nel consesso degli Stati che si impegnano a favore della realizzazione di un mondo libero da armi nucleari;
di trasmettere questa deliberazione al coordinamento nazionale di “Italia, ripensaci” per un’opportuna diffusione della decisione.
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——-oggi venerdì 17 giugno 2022
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Per la Pace, ostinatamente. Ripudiare la Guerra: come? Il Dibattito

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La guerra è spesso usata come metafora della malattia – la prevenzione della malattia, invece, non è usata come metafora per la prevenzione della guerra. Ma la guerra è una questione di salute planetaria e, come mostra Paolo Vineis, i modelli di prevenzione derivati dalle politiche di promozione della salute potrebbero essere utili per affrontare la guerra. nelle sue diverse fasi e prevenirla. [Paolo Vineis*] Ma come si previene principalmente la guerra? Questo è il campo della diplomazia, che non affronto non essendo un esperto. Tuttavia, la diplomazia può probabilmente imparare dalla prevenzione primaria delle malattie: come per avviare quest’ultima si raccolgono prove scientifiche, in particolare sull’efficacia dei diversi approcci. Da Scienza in rete, diffuso anche da Sbilanciamoci!
sbilanciamoci

Prevenire la guerra? Ci vorrebbe una scienza
di Paolo Vineis*

PACE
La guerra è stata spesso usata come metafora della salute e della malattia, come quando si parla della “guerra al cancro”. A mia conoscenza, invece, non è vero il contrario: le modalità di prevenzione della malattia non sono usate come fonte di metafore per prevenire la guerra. In questo breve articolo sostengo che i modelli di prevenzione derivati dalle politiche di promozione della salute possono essere utili per affrontare la guerra nelle sue diverse fasi, e per prevenirla.

Voglio iniziare con un’affermazione forte, cioè che la guerra è intrinsecamente immorale e lo è diventata ancora di più se consideriamo i massicci investimenti in armi estremamente potenti. Tali armi hanno aumentato enormemente il numero di vittime tra i civili. Le armi dovrebbero essere trattate come entità tossiche, proprio come la chemioterapia, che è necessaria in certe circostanze ma è intrinsecamente tossica. Rifiutare la chemioterapia quando sarebbe benefica per un malato di cancro è irrazionale; allo stesso modo, ci sono circostanze in cui le armi diventano inevitabili, ma la tossicità intrinseca non dovrebbe mai essere dimenticata.

Una questione di salute planetaria
La guerra è una questione di salute planetaria: mette in pericolo la salute umana e animale, ma anche le risorse del pianeta, per esempio rispedendoci indietro all’approvvigionamento di energia dai combustibili fossili.

La prevenzione delle malattie si suddivide in tre fasi: primaria, secondaria e terziaria. Recentemente è stata aggiunta un’altra fase, la cosiddetta prevenzione primordiale, volta a rimuovere le cause dell’esposizione a fattori di rischio.

Partiamo dalla prevenzione terziaria perché questa è la situazione che stiamo vivendo ora con l’Ucraina. I tentativi di prevenire la guerra non hanno avuto successo e il mondo si trova nella situazione di dover limitare i danni.

La prevenzione terziaria delle malattie consiste in tutti gli interventi che mirano a prevenire le sequele di una malattia già diagnosticata, comprese le ricadute, le metastasi nel caso del cancro, o la disabilità. La prevenzione terziaria include la cura e la riabilitazione e spesso interviene troppo tardi per essere veramente efficace. Ci sono molte ragioni per cui altre forme di prevenzione sono preferibili alla terziaria: 1) il trattamento può non essere efficace; 2) in generale, più la diagnosi è tardiva, meno i trattamenti sono efficaci; 3) quasi tutte le terapie hanno effetti collaterali di un tipo o di un altro; 4) il trattamento è molto specifico per la malattia (addirittura personalizzato), mentre altre forme di prevenzione hanno uno spettro più ampio. Anche nel caso della guerra la prevenzione terziaria è la meno efficace: si traduce nel prevenire il più possibile i danni ai civili e ha gravi effetti collaterali. Anche nei casi in cui la “cura” è personalizzata (si pensi all’uccisione dei terroristi) è comunque improbabile che non abbia effetti collaterali, per esempio le ritorsioni che si protraggono nel tempo.

E la prevenzione secondaria, che in sanità è la diagnosi precoce e lo screening delle malattie latenti o dei loro precursori? Il presupposto della prevenzione secondaria – non sempre rispettato – è che il trattamento è più efficace se usato nelle prime fasi della malattia. Ma ci sono degli svantaggi anche nella prevenzione secondaria, per esempio i tassi di falsi positivi e falsi negativi che sono intrinseci nei test di screening in uso. I falsi negativi significano false rassicurazioni, mentre i falsi positivi significano ansia e trattamenti inutili.

Nel caso della guerra tutte le nazioni e le entità sovranazionali (come la Nato) hanno le loro ampie e potenti reti di intelligence per cogliere i primi segni di un potenziale conflitto. L’invasione dell’Ucraina, per esempio, è stata preceduta da avvertimenti precoci e ripetuti, nonostante le rassicurazioni di Putin che si trattasse solo di esercitazioni. Tuttavia, è estremamente delicato stabilire se un segnale precoce debba essere considerato un vero positivo o un falso positivo: le conseguenze, in quest’ultimo caso, possono essere immense. Si pensi, per esempio, a un falso allarme nucleare.

La prevenzione secondaria è probabilmente migliore di quella terziaria, ma ha dei limiti e la sua efficacia deve essere dimostrata caso per caso. Uno dei rischi è quello che in medicina chiamiamo “medicalizzazione”, cioè la moltiplicazione dei test e degli esami, molti dei quali hanno i loro falsi positivi. Nel caso della prevenzione della guerra, questo può portare a un controllo esteso della società, per esempio attraverso i social media (pericolo che si è evocato riguardo alla lotta al terrorismo).

La prevenzione primaria opera ad ampio spettro
Inutile dire a questo punto che prevenire è meglio che curare. Questo è letteralmente vero sia per le malattie che per la guerra, ma il parallelo va oltre questa ovvia affermazione. Per esempio, lo screening ha successo per il cancro alla cervice uterina, al seno o al colon-retto, ma è un disastro per il cancro alla tiroide, portando a un gran numero di diagnosi di condizioni benigne che non progredirebbero in patologie maligne clinicamente evidenti.

Perché la prevenzione primaria è migliore di quella secondaria e terziaria? Non solo per la banale ragione che una terapia può non esistere o non essere efficace, o perché la diagnosi precoce non è fattibile. Ci sono altre ottime ragioni. In primo luogo, la prevenzione primaria delle malattie ha un ampio spettro: i fattori di rischio per il cancro sono in gran parte in comune con le malattie cardiovascolari, il diabete o le malattie neurologiche: con singole iniziative preventive come le campagne antifumo o l’attività fisica si prevengono numerose malattie. In secondo luogo, gli effetti della prevenzione durano nel tempo: mentre le terapie devono essere rinnovate a ogni nuova generazione di pazienti (con i relativi costi ed effetti collaterali), contrastare il fumo o le cattive abitudini alimentari e migliorare l’ambiente hanno un effetto duraturo. Il lato negativo di questo impatto ampio e duraturo della prevenzione sta nel fatto che non è immediatamente visibile, proprio perché impedisce l’insorgere delle malattie. Per questo motivo la prevenzione primaria non è molto attraente per i politici: un ospedale è più facilmente visibile di una malattia che non si è verificata. Ma con la guerra può essere diverso: la gente ama sicuramente la pace, e un politico che assicura una pace duratura senza militarizzare la società può avere successo, tanto più se questo implica la riduzione del budget per le armi, che può essere reinvestito in attività più produttive.

Sradicare le cause del rischio
Ma come si previene principalmente la guerra? Questo è il campo della diplomazia, che non affronto non essendo un esperto. Tuttavia, la diplomazia può probabilmente imparare dalla prevenzione primaria delle malattie: come per avviare quest’ultima si raccolgono prove scientifiche, in particolare sull’efficacia dei diversi approcci (educazione sanitaria, tassazione, incentivi, promozione dei comportamenti virtuosi, ecc.), anche la diplomazia può essere più sistematica nell’indagare i modi più efficaci di prevenire la guerra, con studi sul campo e forse piccoli esperimenti.

Tuttavia, la prevenzione primaria basata sull’educazione sanitaria e sulla politica dei cosiddetti “nudges”, “i gentili suggerimenti”, è largamente inefficace in un mondo in cui le persone sono esposte a forti pressioni per consumare, con comportamenti differenziati a seconda della classe sociale: nel caso del cibo, per esempio, c’è una chiara relazione tra basso costo di quello che si mangia, bassa qualità, bassa classe sociale e propensione all’obesità. La prevenzione primaria è inefficace senza lo sradicamento delle condizioni che portano all’esposizione ai fattori di rischio, tra cui la povertà, le disuguaglianze sociali e la pressione dei mercati (le “cause delle cause”). Nel caso della guerra, il vero enigma è se e in che misura siamo in grado di fermare la proliferazione delle armi. Come ci ha ricordato più volte Papa Francesco, il livello di questa proliferazione è insopportabile e crea una situazione di pericolo costante. La questione è se l’umanità e i suoi leader sono abbastanza saggi da percepire che limitare sostanzialmente (“totalmente” è utopia?) lo stock di armi sarebbe una scelta win-win: meno pericolo per tutti, minore necessità di prevenzione secondaria, più fondi disponibili per investimenti migliori e più produttivi.

L’emergenza Covid-19 ha portato molti a capire l’importanza della prevenzione. Considerato che ci sono migliaia di virus in agguato, che non possiamo semplicemente contrastare con i mezzi di diagnosi e terapia, mettere in atto la prevenzione primordiale significa fermare la deforestazione e l’allevamento estensivo di animali che creano grandi serbatoi di patogeni e aumentano il contatto con la specie umana.

È pensabile che l’invasione dell’Ucraina ci apra gli occhi sulla necessità di avviare rapidamente non solo la risposta abituale in termini di prevenzione terziaria e secondaria, ma anche quella primaria e la primordiale? Il motto romano Si vis pacem para bellum (“se vuoi la pace prepara la guerra”) è stato estremamente fuorviante per secoli, corrispondendo a una soluzione lose-lose, in cui tutti perdono. La prevenzione primordiale dovrebbe essere attuata in tempo di pace. In tempo di guerra le scelte diventano drammatiche, e non restano molte alternative, come ha sottolineato Jeffrey Sachs in una recente intervista, ricordando: «all’indomani della prima guerra mondiale, invece di imporre al popolo tedesco il pagamento di dure riparazioni, Europa e Stati Uniti avrebbero dovuto impegnarsi nella cooperazione per una ripresa di tutta l’Europa, che avrebbe contribuito a prevenire l’ascesa del nazismo». Ma arrivati a un certo punto – cioè in assenza della prevenzione – per combattere il nazismo non restava che la guerra, compresa quella partigiana.

Infine, la prevenzione primordiale e primaria comprendono l’educazione. Non si fa abbastanza nelle scuole per contrastare la cultura della violenza, che è endemica in certe zone del mondo. L’odio contro le minoranze e le nazioni adiacenti dovrebbe essere fortemente contrastato con programmi educativi efficaci. Il risorgere del nazionalismo e del pregiudizio etnico sono particolarmente preoccupanti in aree calde come l’ex Jugoslavia. Questa non è solo la responsabilità delle singole nazioni ma della comunità internazionale.

La traduzione inglese di questo articolo è in corso di pubblicazione in Frontiers Policy Labs.

Per chi vuole commentare l’articolo può sottoporre un testo alla mail info@scienzainrete.it
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Un commento di Pirous Fateh-Moghadam
Paolo Vineis fa precedere la sua riflessione da una importante premessa affermando che secondo lui “la guerra è intrinsecamente immorale”. Nel ragionamento che segue non mi sembra, però, che tragga le conclusioni logiche da questa affermazione impegnativa. Propone invece una serie di metafore e paragoni sanitari che a mio parere rischiano di essere fuorvianti e in contraddizione con la sua affermazione iniziale. La chemioterapia, che menziona in analogia alla guerra, è un trattamento farmacologico con elevata tossicità, ma non ha nulla di “intrinsecamente immorale”. Altri potevano essere paragoni più appropriati: le sperimentazioni cliniche su persone senza il loro consenso, per fare un solo esempio. Si pensi al Tuskegee Study, nell’ambito del quale negli USA fino al 1972 uomini di colore affetti da sifilide non furono curati per studiare l’evoluzione naturale della malattia. Questo, non la chemioterapia, rappresenta un esempio di intervento medico “intrinsecamente immorale” e quindi inammissibile. Utilizzando paragoni medici appropriati diventa chiaro che se si considera la guerra “intrinsecamente immorale”, sul piano logico non c’è altra scelta che aderire ad una posizione di rifiuto categorico e quindi di pacifismo assoluto.
Il concetto si chiarisce ulteriormente provando a sostituire nel testo di Vineis la parola “guerra” con altre pratiche senza dubbio da considerare “intrinsecamente immorali”, per esempio la schiavitù oppure la tortura. Insomma, risulta evidente che si rischia di assumere una posizione di cinismo puro e semplice definendo una pratica “intrinsecamente immorale” e dichiarare subito dopo che all’occorrenza se ne ammette l’uso.
Solo partendo dal presupposto che la guerra non sia intrinsecamente immorale diventa lecito ragionare su come fare per valutare se possa essere considerata una scelta non solo legittima ma anche quella migliore nel contesto dato. Si tratta quindi di individuare dei criteri di valutazione e di applicarli alla realtà dei fatti. Ho cercato di fare un tentativo in questa direzione, pubblicato sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione, dal quale risulta che i due approcci, quello pacifista assoluto e quello pragmatico “possibilista”, portano al medesimo risultato di rifiuto della guerra (almeno nella sua forma istituzionalizzata con ricorso a moderni eserciti).
Conviene inoltre tenere presente il ragionamento sui mezzi e fini che Hannah Arendt fa nel suo saggio Sulla violenza. “Dato che il fine dell’azione umana (…) non può mai essere previsto in modo attendibile, i mezzi usati per raggiungere degli obiettivi politici il più delle volte risultano più importanti, per il mondo futuro, degli obiettivi perseguiti”.
Un ulteriore elemento critico nell’articolo di Vineis è l’affermazione che l’Ucraina rappresenti un caso in cui ormai si possa fare solo della prevenzione terziaria, vale a dire cercare di gestire al meglio le conseguenze della guerra. Una guerra che a questo punto deve essere accettata come un fatto compiuto e non più modificabile. La necessità della prevenzione di un’ulteriore escalation del conflitto e il compito di fermare una guerra in atto scompaiono quindi completamente dalle considerazioni di Vineis. Mentre a mio avviso fermare un conflitto ed evitare l’escalation, non sono solo dei compiti importanti, ma vanno anche inquadrati come una forma di prevenzione primaria o almeno in un’area molto più vicina alla prevenzione primaria che alle altre forme di prevenzione .
Sulla prevenzione primordiale (eliminare i fattori determinanti delle guerre, gli armamenti ecc) Vineis fa delle considerazioni ottime e largamente condivisibili, ma poi sottolinea che questi tipo di prevenzione può essere realizzato solo in tempo di pace. Insomma, al primo colpo di cannone il pacifismo dovrebbe capire che la sua esistenza non ha più molto senso. In ultima analisi si tratta quindi di un invito alla rassegnazione, al silenzio, al pensiero TINA (there is no alternative) e quindi alla delega a quello che Papa Francesco ha chiamato il “potere economico-tecnocratico-militare”. Un invito a posticipare l’impegno antimilitarista a favore del disarmo a tempi migliori (che di questo passo non arrivano mai), mantenendolo però a parole. Un invito già accolto con favore da molti.
Ultima considerazione per proporre un’area di possibile convergenza. Possiamo avere opinioni diverse su molti aspetti ma credo che su un punto possiamo tutti concordare: siamo ancora in tempo per mettere in atto la prevenzione primaria di una guerra nucleare che sarebbe devastante per l’intera umanità. Per raggiungere questo obiettivo la comunità internazionale ha a disposizione uno strumento formidabile: il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW). Come gruppo di lavoro di promozione della pace dell’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE), insieme al Consiglio direttivo dell’AIE, abbiamo scritto una lettera aperta nella quale esortiamo il Governo italiano a garantire la propria presenza alla prima riunione internazionale sul TPNW, che si svolgerà a Vienna dal 21 al 23 giugno 2022, con il fine ultimo di firmare e ratificare il trattato . Scienza in rete ha pubblicato un podcast che illustra nel dettaglio le ragioni e gli obiettivi dell’iniziativa. Confido sul fatto che questa lettera aperta incontri l’interesse, l’approvazione e il sostegno attivo anche di Paolo Vineis e di chi non trova convincenti le mie argomentazioni sugli altri punti affrontati in questo commento.

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*Paolo Vineis
È professore ordinario di Epidemiologia Ambientale presso l’Imperial College di Londra e responsabile dell’Unità di Epidemiologia Molecolare ed Esposomica presso l’Italian Institute for Genomic Medicine – IIGM (Torino). Svolge ricerca nel campo dell’epidemiologia molecolare e le sue attività più recenti si concentrano sull’analisi di biomarcatori di rischio di malattia, su esposizioni complesse e su marcatori intermedi derivati dall’uso di piattaforme omiche in ampi studi epidemiologici. Tra le sue attività si annoverano anche ricerche sull’effetto del cambiamento climatico sulle malattie non trasmissibili in Bangladesh. È coordinatore di due grandi progetti finanziati dalla Commissione europea: Exposomics (sugli effetti molecolari dell’inquinamento atmosferico) e Lifepath (H2020, su disuguaglianze socioeconomiche ed invecchiamento), entrambi basati sull’utilizzo di tecnologie omiche; è inoltre coordinatore o co-investigator in altri progetti internazionali. Ha al suo attivo più di 950 pubblicazioni su riviste come Nature, Science, Lancet e Lancet Oncology (H-index 121), nonché autore del libro : “Health without Borders. Epidemics in the Era of Globalization” (Springer ed, 2017).

Ostinatamente per la Pace – Dibattito/Opinioni

2faf5872-3cc5-423d-a389-3bd1f1440f0dC’è un’alternativa alla guerra: ora
13-06-2022 – di: Gianni Tognoni
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Sembra tanto tempo fa quando su queste pagine (Volerelaluna https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/03/07/e-permesso-immaginare-la-pace/) domandavo se era proprio proibito pensare in termini di pace, come unico modo di non far “scoppiare” la guerra. Come nelle vecchie filastrocche, la guerra è più che scoppiata. Ha invaso tutto. E tutti.

Strana esperienza: in fondo non c’è nulla, ma proprio nulla di nuovo. Come quando si vedono o vedevano film di guerra. O le cronache in diretta di Iraq, Yemen, Sudan e via elencando. Cambiano fotogrammi, inquadrature, colori: ma il contesto e i racconti profondi sono uguali: tra cinema e storia reale cambiano solo le immagini degli umani: comparse vs umani veri morti e feriti, profughi… Del resto non si sa nulla, al di là delle cronache fattuali, più o meno ripetute, e le tante opinioni e interpretazioni. È vero che l’Ucraina è più vicina (ma non tanto di più se soltanto si pensa alla Libia, a Gaza, alla Siria) e c’è di mezzo l’immaginario del nucleare, ma non tornano i conti: né concreti, né nell’immaginario. Nell’articolo citato avanzavo una proposta talmente banale da apparire scontata: «La follia di un Putin che rappresenta soprattutto se stesso e cancella il diritto in tutte le sue forme si dovrebbe confrontare, in questo scenario, non con un nemico, ma con un progetto di futuro, nel quale le armi siano a priori escluse, e si dia il tempo di sperimentare forme democratiche di decisione, senza pericolo di interferenze militari. La ovvietà della proposta è pari all’apparente ingenuità della sua percorribilità».

Forse la guerra “in” Ucraina toglie, come la pandemia, il velo a qualcosa: a una nostalgia dei “poteri” di giocare a essere nemici sul campo: sul serio: con armi vere: come negli antichi duelli: appena fuori le mura: per sapere chi è più bravo. Perché nel mondo globale queste emozioni non sono più personalizzabili: sono impersonali. Sistemiche. Hanno le cose e le merci come protagonisti. E i morti, tanti tanti tanti, per fame o migrazione o repressioni-guerre “locali”, hanno l’accortezza di essere presenti solo nei racconti, come al cinema. Era da tempo evidentemente che “giocare” alla guerra in diretta covava: il mercato delle armi tirava, ma aveva bisogno di una scossa, che togliesse le resistenze psicologiche. Ed è meraviglioso l’accordo pieno e rapido sulle spese/competizioni al riarmo dei governi, delle industrie: avere l’emozione di “mandare” armi: non di nascosto, travestite da doveri di difesa.

Il racconto si potrebbe trascinare: come si trascina la guerra (o meglio: le trattative segrete tra dittatori armati fino ai denti), senza sapere qual è l’oggetto reale del contendere, e ancor meno chi e quanto e come e se deve uscire come vincitore o vinto: e tra chi? Russia vs Ucraina? Non è questa, e tutti lo sappiamo o lo sanno, la partita vera. Che svela anche che l’intenzione è quella di ridare formalmente alla guerra un suo diritto di cittadinanza da tempo messo in dubbio, e ridotto a essere un capitolo del mercato, o un evento per tutte le periferie… Che fare? La risposta è vecchia: TINA. Come per l’economia negli anni Ottanta, che rese obbligatorio il colonialismo dei sempre più pochi, perché il capitalismo classico non era più sufficiente. TINA – quasi superfluo ricordarlo – è l’acronimo della frase in inglese: “there is no alternative”. In italiano significa “non c’è alternativa”. Un’espressione cara alla prima ministra conservatrice britannica Margaret Thatcher. Se è vero che le decisioni nelle democrazie vengono assunte secondo percorsi trasparenti e condivisi, la retorica di “non c’è alternativa” (TINA) solleva non pochi interrogativi. Nella storia recente, il metodo TINA ha mostrato di poter facilitare e giustificare decisioni politiche sgradevoli e normativamente complesse, ostacolando però le procedure democratiche e deliberative

La guerra “periferica-centrale” (è questa la novità) ha svelato (come TINA) che il fattore più critico è l’assenza di un’ipotesi forte, alternativa, motivata, documentata di pace. Che è diversa da “movimenti per” la pace. L’Europa, luogo di una guerra di non si sa chi contro chi, ma certo profondamente sua, per la storia e per il presente, è l’assenza più drammatica e riassuntiva: non per scelte politiche. Per tante, frammentate alleanze con tutti gli attori: e un bagaglio di guerre di interessi che la rendono paralitica nel pensiero prima ancora di immaginarsi in una trattativa. La guerra ha svelato che il fattore più critico è l’assenza di un’ipotesi forte, alternativa, motivata, documentata di pace.

TINA è la dichiarazione di guerra. Non l’accetterò mai. Speriamo di essere in tanti. Nei tanti quotidiani. Magari non discutendo, nelle diverse, piccole o grandi, sinistre ed etiche, chi è, come e se si è pacifisti, più o meno invisibili e impotenti. Prendendo eventualmente un obiettivo politico-economico, concreto per le sue implicazioni molto dirette: non accettare TINA per le spese militari: spostare le spese già previste ora per il riarmo, in Italia, all’ambiente, alle aree della sanità che escludono e non includono, allo ius soli.
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CONTROCANTO
«Sia il vostro parlare sì, sì; no, no»
06-06-2022 – di: Tomaso Montanari
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Non sappiamo perché sia trapelato solo ora, ma il motivato rifiuto di papa Francesco di partecipare ai convegni intrecciati di sindaci e vescovi del Mediterraneo, nello scorso febbraio a Firenze (Volerelaluna https://volerelaluna.it/commenti/2022/02/23/firenze-tradisce-la-pira/), è davvero clamoroso. Allora, non solo il papa non venne a Firenze, ma non mandò nessuno a rappresentarlo, e all’Angelus da San Pietro non mandò nemmeno un saluto all’iniziativa fiorentina, benché in piazza Santa Croce a Firenze ci fossero i vertici della Cei e dello Stato (incluso Mattarella) ad ascoltarlo in diretta.

Il franco scambio di opinioni tra il pontefice e l’arcivescovo di Firenze – avvenuto al recente convegno della Cei, in questi giorni filtrato sui giornali e non smentito dalla Santa Sede – è illuminante: ai grigi equilibrismi politici del cardinal Betori (che cerca di spiegare al papa che Marco Minniti era stato invitato da Nardella e non dai vescovi) si contrappone la luminosa parresia, cioè il dire la verità, di Francesco. Il quale sa benissimo che, se avesse accettato di chiudere quei lavori, il risultato mediatico sarebbe stata una “benedizione” della politica rappresentata dalla figura di Minniti: autore di quella legislazione securitaria sull’immigrazione che conduce, senza soluzioni di continuità, ai decreti sicurezza di Salvini, e ora volto del soft power della fondazione Med-Or, espressione della Leonardo, che è la principale fabbrica di armi italiana. Dopo l’appello nel quale una parte dei cattolici fiorentini (tra i quali anche chi scrive) chiedevano a Firenze di dire “no” a Minniti esattamente per questo motivo, Nardella rispose che «la politica non può limitarsi al giudizio morale». Del resto, il sindaco di Firenze è un convinto sostenitore della “linea Minniti”, sgomberi e DASPO urbani inclusi, in nome della “legalità”. Ed è tutta qui la differenza tra papa Francesco e i politicanti italiani (inclusi alcuni vescovi): per il papa il piano morale non può mai essere messo tra parentesi. Per Francesco la persona umana non è mai un mezzo, ma sempre e solo il fine ultimo: dunque la tortura nelle carceri libiche non può essere un accettabile danno collaterale di una politica di “contenimento” della migrazione. E le armi sono sempre e comunque strumenti di morte: per il papa la pace si prepara costruendo la pace, non la guerra.

Le durissime parole del pontefice trapelate in questi giorni hanno lasciato sconcertati coloro che sono abituati a guardare al Vaticano come una potenza terrena, con la sua diplomazia e la sua politica. Ma è evidente che quella diplomazia e quella politica con Francesco sono cambiate: perché sono ispirate al Vangelo non solo nei contenuti, ma anche nelle forme. A cominciare, appunto, dalla parresia: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Matteo 5, 37).

Che questo tratto così rivoluzionario, in un pontefice, sia emerso proprio in un’occasione legata a Firenze è straordinariamente suggestivo. Francesco è stato il primo papa a recarsi a Barbiana, sulla tomba del fiorentino don Lorenzo Milani, che della parresia, della franchezza del parlare cristiano, è stato il profeta più luminoso del Novecento. Milani ha pagato un prezzo altissimo per la sua fedeltà al parlare solo con l’evangelico «sì, sì; no, no»: nonostante la sua struggente fedeltà alla Chiesa, i predecessori di Betori lo hanno punito con l’esilio; ed egli fu anche processato in tribunale per aver osato difendere l’obiezione di coscienza contro l’amore per la guerra dei cappellani militari. La chiesa fiorentina, del resto, è stata ricolmata del dono della parresia: da Giorgio La Pira (sindaco santo che requisiva le case sfitte per dare un tetto ai poveri) a padre Balducci, da padre Turoldo a don Bruno Borghi, dalla Comunità dell’Isolotto a quella delle Piagge. Una tradizione che oggi continua con Alessandro Santoro, Andrea Bigalli, responsabile di Libera Toscana, e con l’abate di San Miniato Bernardo Gianni: tutti sacerdoti che hanno firmato l’appello contro Minniti. Tutte figure più o meno esplicitamente condannate e isolate dai vescovi di Firenze: tutte figure che oggi le parole di papa Francesco risarciscono.

In un’Italia sempre più lontana dalla franchezza della sua Costituzione (una «polemica contro lo stato delle cose», la definiva Piero Calamandrei), la franchezza del papa, così vicina a quella di Gesù nel Vangelo, è un raggio di sole che squarcia le tenebre. E don Milani, che sui banchi di Barbiana teneva Costituzione e Vangelo, da qualche parte del paradiso oggi sorride.

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Che confusione! Fenomeni e deliri della propaganda
Goffredo Bartocci su Patria Indipendente

L’antico e spesso troppo labile confine tra l’informazione e le tecniche di persuasione, soprattutto in tempo di guerra, alla lente della psichiatria culturale: puntare sull’emotività semplicistica e viscerale rischia di “disorientare” le giovani generazioni e produce incertezza e fragilità anche nelle persone adulte e più consapevoli

A partire dal 24 febbraio di quest’anno ho seguito con attenzione le informazioni provenienti da articoli dei quotidiani, da talk show, servizi speciali, interventi di veri o presunti esperti sulla guerra in corso fra Russia e Ucraina. L’incoerenza tra le comunicazioni inerenti il terreno di guerra e il ribaltamento delle notizie diffuse nel nostro Paese mi ricorda il fenomeno già osservato da psicologi dell’infanzia e dell’adolescenza che individuano il potere patogeno del doppio messaggio: la percezione contemporanea di una discordanza fra la cascata di emozioni e i concetti cognitivi provenienti da adulti significativi confonde la mente.

Tra gli avvenimenti che hanno goduto di tale infausta contrapposizione emergono non solo l’elargizione e l’incoerenza di pacchetti emozionali preformati, ma anche le numerose e accanite dispute valoriali. A questo punto entriamo nel vivo dell’interazione fra fede e concetti cognitivi provenienti da ottiche materialistiche. Nel momento in cui adoperiamo lo strumento adatto per osservare la fenomenologia interculturale al fine di legare climi culturali ed espressioni comportamentali manifeste, è doveroso guardare con attenzione anche ai fenomeni di casa nostra. Colpisce, ad esempio, lo sguaiato attacco proveniente da più parti, da giornalisti o personaggi politici, contro il presidente dell’Anpi nazionale.

Eppure mi è sembrato che questi avesse espresso un dubbio, uno scrupolo, sull’opportunità dell’invio di massicce forniture di armi all’esercito ucraino. Mi era sembrato un invito a riflettere su ciò che nel lungo termine poteva comportare e non l’abbandono di un popolo che sta resistendo all’invasore. Inoltre mi era sembrato anche un invito ad analizzare fenomeni geopolitici così decisivi tenendo presente la concatenazione delle cause che li hanno determinati e che ne sostengono la perpetuazione.
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Guerre nel mondo
Per solito è buona norma in psichiatria culturale evitare di intervenire in ambito politico o militare, in quanto tale competenza è depositata nelle mani di esperti di affari internazionali o direttamente in quelle delle intelligence. Ma questa volta, avendo colto un livore da parte degli addetti ai lavori istituzionali – un livore esacerbato da una certa prosopopea del tipo “fatevi gli affari vostri” – non ho potuto fare a meno di esprimermi su una stonatura: quando una guerra è ai nostri confini diventa di per sé un “affare nostro”, tanto più perché non avremmo dovuto dimenticarci le innumerevoli guerre combattute alla fine del secolo scorso e dall’inizio di questo millennio sulle sponde del Mediterraneo.

Mi è sembrato, poi, che le accuse di partigianeria putiniana o di ingenuità pacifista rivolte contro una voce uscita dal coro non rispettassero un’associazione nata da una storia di persone non irreggimentate ideologicamente e che contribuirono a rendere libera l’Italia. Ora, per evitare analisi predicatorie, mi sembra possibile se non doveroso chiamare in causa la competenza della disciplina di cui mi occupo, la psichiatria culturale, statutariamente mirata a individuare, nella pletora di manifestazioni psicoculturali osservabili, la presenza di punti di inciampo che ostacolano lo sviluppo virtuoso della comunità.

Un primo esempio “tecnico” di uso dell’arte argomentativa fenomenico/culturale nel corso della nostra storia, è quello che documentava l’epidemia di isteria in Inghilterra durante il boom dell’industrializzazione, collegandolo ai turni massacranti delle donne che lavoravano nelle fabbriche. Qualora preferiate un esempio più attuale, basta soffermarsi a considerare la frequenza con cui nel Nord America un ragazzo decide di entrare in un supermercato o in una scuola con armi d’assalto per sterminare un numero imprecisato di persone indifese. Anche in questo caso, oltre a circoscrivere il problema a una patologia del singolo e individuare le conseguenti terapie, sarebbe opportuna un’interpretazione psicoculturale dinamica. Importeremo in Italia anche questi fenomeni, come abbiamo importato l’anoressia e le personalità multiple e con esse la griglia interpretativa che viene normalmente proposta?

Ma torniamo a noi. Ovvero ai fatti dell’Anpi. Non vi sembra stupefacente osservare che poco tempo dopo le invettive contro una voce fuori dal coro, e senza apparente cambio di passo nelle modalità di rapportarsi agli iscritti all’associazione, una sempre più consistente componente politica e sociale si è schierata sulla stessa linea precedentemente considerata oltraggiosa?

Cosa voglio sottolineare? Ebbene, in questo periodo di enorme confusione mi sembra proliferi una induzione alla confusione stessa. Ci troviamo di fronte alla famosa goccia che fa traboccare il vaso della resilienza identitaria. Mi riferisco alla resilienza di quel contenitore identitario, individuale o di massa, atto a preservare la capacità di orientarsi per chi si trova a seguire (e possibilmente a capire) quali siano le cause di una schermaglia sconsiderata su valori di cui l’Italia è portatrice e che dovrebbero essere patrimonio di tutti.

Il termine confusione, da cui qui sopra ho preso le mosse, è di uso comune. Allo stesso tempo caratterizza nella terminologia psichiatrica un preciso stato di coscienza. Gli stati di coscienza non sono oggetti con cui si possa impunemente giocare. L’ampiezza di contenuti dello stato di coscienza può essere rapportata, come importanza, alla infinitudine della teologia dello Spirito dell’homo sapiens. È opportuno sapere che lo stato di coscienza altri non è che il luogo da cui si possono intraprendere cammini diversi, alcuni dei quali possono sfociare in quelle manifestazioni che in psichiatria chiamiamo psicopatologie.

Un secondo termine che in vari modi denota traballanti stati di coscienza è il disorientamento. Sebbene anche questa connotazione di uno stato psichico sia di uso comune, è doveroso sottolineare che la perdita dell’orientamento è certamente il primo passo verso una degradazione della percezione della realtà esterna, la quale diventa, nel bene e nel male, “perturbante”, come sottolineato da Freud e ripreso attualmente dalla psichiatria culturale. Questo può accadere a chi, con pazienti di altre culture, nega la sua difficoltà a ricevere comunicazioni estreme, che potremmo dire stranianti, da parte di una persona evidentemente sana, non riuscendo a fare quel necessario “salto culturale”. Fu l’interprete Bantu che mi assisteva nel condurre lunghi discorsi con pazienti di questa etnia che mi fece esperire un chiaro momento di disorientamento. Un giorno non venne a svolgere il suo lavoro. Mi stupii dato che per mesi aveva dimostrato una assoluta puntualità agli appuntamenti. Il giorno dopo mi disse: “Scusi Doctor per non essere venuto ieri, ma mentre camminavo lungo il sentiero per venire qui, la pietra mi ha parlato. Erano i miei antenati che mi dicevano di svolgere con più cura i sacrifici rituali. Sono corso nel luogo dove sono nato per rimediare”.

Ebbene, fu grazie a questo schiaffo involontario da parte dell’interprete che intrapresi la carriera di transculturalista. In quel momento capii quanto fosse difficile non reagire a quanto di estraneo ascoltavo dal mio interprete, e quanto fossero ingombranti le credenze preformate che mi portavo appresso come bagaglio a mano. Non solo. Riavutomi dallo schiaffo riuscii a comprendere un altro aspetto di quel giorno fatidico: nel raccontami della pietra parlante l’interprete Bantu si era fidato di me, aveva affidato a mani estranee i fatti più intimi del suo essere devoto alla sua storia religiosa, quella del rispetto per gli antenati. Siamo noi capaci di fare lo stesso? Ascoltare senza anteporre immediatamente all’altro le nostre più rigide convinzioni?

Ora, ritorniamo in Europa. Non c’è alcun dubbio sugli effetti confusivi generati da un’informazione cattiva e parziale. È impossibile non rendersi conto che tale attitudine genera incertezza e fragilità anche nelle persone interessate a riflessioni che derivino da punti di vista consapevoli.

Inoltre, accade che ai discorsi a sfondo sociale che ci inondano sulle motivazioni geopolitiche e geoeconomiche della guerra in atto, si siano aggiunte con sempre maggiore frequenza dichiarazioni a sfondo psicologico: termini quali delirio, follia, megalomania, narcisismo, paranoia, sono all’ordine del giorno. Troppo facile usare surrettiziamente questi termini per definire il Bene e il Male, la norma e la deformazione psichica, la giusta fede o l’eresia. Attenti. Il tentativo di suscitare nella popolazione una emotività semplicistica e viscerale è un vecchio trucco. Ma i trucchi non fanno crescere le funzioni dell’Io. L’adolescente di oggi, e non solo lui, mostra di aver maturato una negazione, un distacco dal desiderio di conoscenza dei fatti. Alla mancanza di elaborazione si sostituisce l’obbligo a prendere posizioni immediate e indiscutibili. Basta dare un’occhiata al dilagare del bullismo, al proliferare di movimenti ascientifici che insinuano la piattezza della Terra o, peggio, all’insorgere di fenomeni di fanatismi religiosi a fini di terrorismo. In fondo non è così difficile trovare la linfa che alimenta credenze e comportamenti abnormi e definire con termini tecnici dinamiche capaci di produrre forme più o meno palesi di dissociazione.

Sono tentato di agganciare questo discorso a un tema, quello dei deliri culturali, che riguarda molte popolazioni. Basti per ora smascherare e opporsi a forme di comunicazione su basi dissociative prima che queste si conformino in un delirio. Anche qui è opportuno portare un esempio, fra gli altri, di dissociazione nella comunicazione, a sua volta dissociante: il momento della pubblicità televisiva. È un momento sovraccarico di potenza: si parla, si vedono morti per le strade, madri in lacrime, uomini pronti a combattere, lo stesso Papa, detentore del primato della paternità spirituale, quando ecco: il conduttore interrompe qualunque oratore. Pubblicità! Poi, quasi non bastasse, ecco i visi tenerissimi di infanti che muoiono per malnutrizione, polmonite, sete. Scorrono i corpicini denutriti, il sorriso al primo sorso di latte in polvere. Poi, senza soluzione di continuità, cambia la scena: si reclamizza il cibo per gatti. Tirati a lucido, il pelo morbido per l’uso di shampoo raffinato, mangiano il salmone sotto lo sguardo tenero di una donna, di un ragazzo, di chi capita. Ecco, questo è un invito alla dissociazione. Qui è in atto una ginnastica dissociante, caratterizzata dal passaggio repentino dalla richiesta di una empatia interumana intensa a una situazione emotiva effimera.

State attenti uomini adulti, ragazzi, madri, pensionati, forse – lo spero – immigrati che portate gli odori della vostra terra mentre vi accostate a diventare cittadini di una nuova patria. Tutti voi fate attenzione alle pozioni dell’incantamento. Non vi fate abbindolare. Non chiedo di più. Non ho soluzioni in grado di sciogliere gli inganni della propaganda, le malie di chi promette vita eterna o la necessità di una bibita zerocalorie. Troppo ci sarà da dire.

Concludo con una citazione a cui sono affezionato. L’ho usata come incipit in più di una pubblicazione (almeno sino a quando un editore mi fece notare l’eccesso di ripetizione). Ebbene, anche stavolta fruisco delle parole pronunciate dal senatore Simmaco quando, nel 384, il vescovo di Milano Ambrogio ordinò la rimozione da una sala del Campidoglio dell’altare dedicato alla dea Vittoria: “Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum” [non si può raggiungere un mistero così grande per una sola via]. Sì, non è possibile sciogliere un mistero così grande come l’appartenenza a un credo togliendo a forza le fattezze di una donna alata. Attenti sia al potere esplicito che alle tecniche raffinatissime di incantamento. In tal guisa ammoniva il grande antropologo italiano Ernesto De Martino, quando sottolineava come conseguenza della fascinazione la possibilità della perdita della presenza e il furto dell’Io.

Cari lettori, esercitate ancora una volta la vista per scorgere non più solo le camicie nere del fascismo o le bandiere nere dei terroristi. Quelli siamo riusciti a smascherarli. Attenti però all’inganno leggero, impalpabile di ogni falso sorriso, ogni teatrale discorso dal balcone di vetusti palazzi o dagli schermi televisivi. Eviteremo con ciò di essere mandati a morire su un campo di battaglia per interessi altrui.
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Gli autori (segue)

Ostinatamente per la Pace!

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Pace, ripartire dall’alfabeto
Editoriale di Mariano Borgognoni su Rocca 12/2022*

Abbiamo messo in copertina una bellissima foto della marcia per la pace del 1961. Giusto 61 anni fa. Vuol essere una scommessa sulla speranza di cui quelle donne e quegli uomini sono immagine. Un’immagine che arriva dal passato ma che, in un certo senso, ci viene incontro dal futuro: dal desiderio e dal diritto di vivere delle generazioni giovani e di quelle venture. In quei cartelli così essenziali c’è scritta l’idea di un mondo altro rispetto a quello che fonda la sicurezza sulle armi e sugli imperi (del bene o del male). Non so quanti fossero i cristiani presenti a quella prima marcia [Perugia-Assisi] ispirata da Aldo Capitini, forse non molti, eppure quelle persone col vestito della festa, annunciavano un regno nuovo. E dai giardini del Frontone di Perugia alla Rocca di Assisi erano davvero «belli i piedi dei messaggeri che annunciano la pace». Dopo 61 anni è ancora il tempo che parlino i popoli. La situazione è troppo seria per lasciarla alla decisione degli esperti! Già i grandi greci ci avvertivano che ogni aretè, ogni virtù, ha bisogno di competenti, ma l’aretè di governare la polis deve essere arte comune, affinché non giunga polemos, il demone della guerra, a sconvolgere la convivenza della città. In una celebre battuta il grande e disincantato scrittore russo Anton Cechov sostiene che «l’ottimista è un pessimista male informato». Il tempo che viviamo sembrerebbe dargli ragione. Eppure quelle immagini di copertina ci parlano di un ottimismo della volontà portatore di un nuovo realismo. Dopo tante guerre, ultima quella afghana, che hanno lasciato problemi irrisolti e anzi aggravati, come si fa ancora a rilanciare la via del riarmo come orizzonte di sicurezza e di pace? Una via che divora risorse necessarie a garantire condizioni di vita, d’istruzione, di salute dignitose per una parte enorme del umanità; che sottrae possibilità di orientare la ricerca e la scienza verso obiettivi capaci di accrescere la vita buona dei viventi e riparare i guasti inferti al pianeta; che limitano le opportunità di assicurare giustizia e uguaglianza sociale. Per questo armi, sfruttamento e fame stanno insieme, come insieme stanno disarmo, emancipazione e benessere. Su questo l’umanesimo cristiano, quello socialista e la nuova istanza ambientale, rappresentano una proposta attuale ed urgente per il rilancio di un’Europa protagonista in un mondo multipolare che ritrovi nell’Onu e nel suo rinnovamento quel soggetto istituzionale, già sognato da Kant, per evitare che la guerra di tutti contro tutti si trasferisca dagli individui agli Stati e la «pace perpetua» continui ad essere quella dei cimiteri. Molti articoli ed interviste, da M. Salvi a La Valle a Vignarca, parleranno in questo numero della guerra in corso (delle guerre in corso). Per parte mia ho voluto offrire una cornice all’avvio di un Alfabeto della Pace cui abbiamo deciso di fare spazio nella nostra rivista e di cui il pezzo di Giannino Piana sul versante etico è il primo contributo. Vorremmo ritrovare e inventare le parole chiave della convivenza, della cooperazione, della ricchezza delle differenze, per lavorare, nel nostro piccolo, a quella che, nell’ultimo numero, abbiamo chiamato «la prossima rivoluzione»: quella della nonviolenza. La rivoluzione più ardua, che non è assenza di conflitto ma capacità di umanizzarlo; che non è resa al sopruso ma resistenza di massa alla barbarie; che non vive nell’apatia e nel risentimento ma richiede una cittadinanza consapevole e attiva. Una sfida difficile che nella storia ha visto alternarsi rovesci e vittorie. Un cammino sempre da ricominciare, che viaggia sul filo del paradosso e che troverà sempre di fronte a sé l’obiezione del due più due fa quattro del «realismo reale», attraverso il quale è trascorso il tempo degli uomini da una guerra all’altra. E nel tempo della guerra, come è stato detto, la ragione si mette al servizio della follia. È possibile e necessario, nel deserto ideale e politico che sembra caratterizzare questa stagione, organizzare un pensiero e un’azione che non siano solo schiacciati sull’amministrazione del presente, secondo il catechismo dell’ultima teo-ideologia rimasta, ma che abbiano la tentazione di organizzare da capo la speranza. La speranza che liberté ed égalité possano davvero vivere insieme. E lo potranno solo se il terzo non verrà più escluso: la fraternité. Forse può essere questa la chiave di volta attraverso cui riprendere il cammino di emancipazione di individui e società da dove i fallimenti storici lo hanno lasciato.
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*ROCCA 15 GIUGNO 2022 l’editoriale
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logo76ChiesadituttiChiesadeipoveri: Newsletter n. 266 del 8 giugno 2022.

LE ARMI SOLE AL COMANDO

Cari Amici,
“Ne cives ad arma veniant” (affinché i cittadini non corrano alle armi) è una massima latina (peraltro mai usata dai latini, o perlomeno non se ne trova traccia negli antichi scritti) che con mirabile concisione definisce ciò che è alternativo alla violenza e alla guerra. Per questa ragione è atta soprattutto ad indicare il diritto e secondo Luigi Ferrajoli definisce la ragione profonda del monopolio statale del ricorso alla forza, quel monopolio che in sede internazionale dovrebbe ora essere esclusivo delle Nazioni Unite e gestito dal Consiglio di Sicurezza.
Il merito di questa formula sta in ogni caso nell’indicare le armi non solo come protagoniste della guerra, ma addirittura come l’altro nome della guerra, il che spiega perfettamente, ad esempio, perché la condanna delle armi, della loro produzione e del loro commercio, si accompagni sempre, nel ministero pastorale di papa Francesco, alla condanna della guerra, fino a dire che la spesa per le armi, e “armi, armi, armi”, sporchi l’anima e sporchi l’umanità; ed è stata questa anche la ragione della sua rinunzia ad andare alla recente assemblea fiorentina che, pur intitolata a La Pira non si era accorta di una sua possibile strumentalizzazione ad uso dei fabbricanti d’armi.
Nel caso della guerra d’Ucraina le armi non solo ne sono protagoniste, ma anche sono le sole al comando; sono loro che l’hanno decisa, provocata, che la governano e che ne decidono la durata. Non si è creduto che le armi ammassate ai confini della Russia fossero un invito alla guerra. Non si è creduto che le armi fossero la vera ragione della guerra da parte della Russia, facilissima perciò ad essere rimossa con un accordo sulla reciproca sicurezza. Si è preferito farsi vittime dell’aggressione, adducendo una miriade di altre ragioni occulte dell’invasione, tali per cui il negoziato diventava impossibile; e quando all’Ucraina sono mancate le armi non si è fatto altro che andarle a chiedere a mezzo mondo e quello che chiamiamo Occidente ha fatto a gara per fornirle, a cominciare dagli avanzi delle guerre precedenti, virtuali o reali, col vantaggio collaterale di svuotare i propri arsenali e renderli accoglienti per altri più moderni e costosi armamenti. In tal modo si è prodotta una cobelligeranza generale contro la Russia, di cui ora con sadico sprezzo del pericolo si discute se debba essere “umiliata” o no (Zelensky dice di sì) come se fosse il Principato di Monaco e non una grande Potenza che si sente messa alla gogna, scacciata e ferita. E sono ancora le armi che, sostituendosi ai capi responsabili, decidono quanto debba estendersi la guerra, perché quelle del dono occidentale sono via via a gittata più lunga e i russi rispondono che quanto aumenta la gittata delle armi che li minacciano, altrettanto aumenterà la distanza alla quale sospingeranno gli aggressori (singolare inversione delle parti!), cioè la profondità cui si spingerà l’invasione.
Le armi, divenute così padrone e signore della guerra, saranno anche padrone del nostro destino; ma di quelle che abbiamo mandato noi, non sappiamo nemmeno come si chiamano, perché sono state secretate; certo non sono quelle festosamente d’epoca col bandierone volante mostrate nella spettacolare parata ai Fori Imperiali del 2 giugno scorso; Amato, che sarebbe il tutore giurisdizionale della Costituzione, le considera extra legem, sbagliando Costituzione come se la Costituzione non le avesse ripudiate insieme alla guerra che ne è l’altro nome, forse scambiando la nostra Costituzione con quella americana per la quale a ogni cittadino corrisponde un’arma e anzi, stando alle statistiche, più armi ad ogni cittadino.
Ce n’è abbastanza per rovesciare le armi dal trono, come la democrazia impone di fare con i falsi sovrani.
Nel sito pubblichiamo una recensione di Vittorio Bellavite del libro di Giuseppe Deiana “Io sono la Terra di tutti”, un libro che fin dal titolo propone una felice intuizione, assumendo la Terra non nel senso dei geografi quale si trova nella carte o dei teologi quale creazione divina o degli astronauti che la guardano da lontano come la Luna, ma come un Io collettivo, cioè come la comunità di tutti gli esseri umani che la popolano, nel senso stesso cioè in cui è intesa come il soggetto costituente di “Costituente Terra”.
Pubblichiamo anche un articolo di Vincenzo Vita sul maccartismo all’italiana riguardante le liste dei ”putiniani” diffuse dal “Corriere della Sera”, e una lettera di una coppia di obiettori di coscienza ucraini. Al seguente link potete trovare inoltre il saggio di Marina Graziosi sulla donna nell’immaginario penalistico.
Con i più cordiali saluti.

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

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costituente-terra-logouna Terra
un popolo
una Costituzione
una scuola

Costituente Terra. Newsletter n. 82 dell’8 giugno 2022

LE ARMI SOLE AL COMANDO

Cari Amici,

Che succede?

2faf5872-3cc5-423d-a389-3bd1f1440f0dlogo76ChiesadituttiChiesadeipoveri: Newsletter n. 266 del 8 giugno 2022.

LE ARMI SOLE AL COMANDO

Cari Amici,
“Ne cives ad arma veniant” (affinché i cittadini non corrano alle armi) è una massima latina (peraltro mai usata dai latini, o perlomeno non se ne trova traccia negli antichi scritti) che con mirabile concisione definisce ciò che è alternativo alla violenza e alla guerra. Per questa ragione è atta soprattutto ad indicare il diritto e secondo Luigi Ferrajoli definisce la ragione profonda del monopolio statale del ricorso alla forza, quel monopolio che in sede internazionale dovrebbe ora essere esclusivo delle Nazioni Unite e gestito dal Consiglio di Sicurezza.
Il merito di questa formula sta in ogni caso nell’indicare le armi non solo come protagoniste della guerra, ma addirittura come l’altro nome della guerra, il che spiega perfettamente, ad esempio, perché la condanna delle armi, della loro produzione e del loro commercio, si accompagni sempre, nel ministero pastorale di papa Francesco, alla condanna della guerra, fino a dire che la spesa per le armi, e “armi, armi, armi”, sporchi l’anima e sporchi l’umanità; ed è stata questa anche la ragione della sua rinunzia ad andare alla recente assemblea fiorentina che, pur intitolata a La Pira non si era accorta di una sua possibile strumentalizzazione ad uso dei fabbricanti d’armi.
Nel caso della guerra d’Ucraina le armi non solo ne sono protagoniste, ma anche sono le sole al comando; sono loro che l’hanno decisa, provocata, che la governano e che ne decidono la durata. Non si è creduto che le armi ammassate ai confini della Russia fossero un invito alla guerra. Non si è creduto che le armi fossero la vera ragione della guerra da parte della Russia, facilissima perciò ad essere rimossa con un accordo sulla reciproca sicurezza. Si è preferito farsi vittime dell’aggressione, adducendo una miriade di altre ragioni occulte dell’invasione, tali per cui il negoziato diventava impossibile; e quando all’Ucraina sono mancate le armi non si è fatto altro che andarle a chiedere a mezzo mondo e quello che chiamiamo Occidente ha fatto a gara per fornirle, a cominciare dagli avanzi delle guerre precedenti, virtuali o reali, col vantaggio collaterale di svuotare i propri arsenali e renderli accoglienti per altri più moderni e costosi armamenti. In tal modo si è prodotta una cobelligeranza generale contro la Russia, di cui ora con sadico sprezzo del pericolo si discute se debba essere “umiliata” o no (Zelensky dice di sì) come se fosse il Principato di Monaco e non una grande Potenza che si sente messa alla gogna, scacciata e ferita. E sono ancora le armi che, sostituendosi ai capi responsabili, decidono quanto debba estendersi la guerra, perché quelle del dono occidentale sono via via a gittata più lunga e i russi rispondono che quanto aumenta la gittata delle armi che li minacciano, altrettanto aumenterà la distanza alla quale sospingeranno gli aggressori (singolare inversione delle parti!), cioè la profondità cui si spingerà l’invasione.
Le armi, divenute così padrone e signore della guerra, saranno anche padrone del nostro destino; ma di quelle che abbiamo mandato noi, non sappiamo nemmeno come si chiamano, perché sono state secretate; certo non sono quelle festosamente d’epoca col bandierone volante mostrate nella spettacolare parata ai Fori Imperiali del 2 giugno scorso; Amato, che sarebbe il tutore giurisdizionale della Costituzione, le considera extra legem, sbagliando Costituzione come se la Costituzione non le avesse ripudiate insieme alla guerra che ne è l’altro nome, forse scambiando la nostra Costituzione con quella americana per la quale a ogni cittadino corrisponde un’arma e anzi, stando alle statistiche, più armi ad ogni cittadino.
Ce n’è abbastanza per rovesciare le armi dal trono, come la democrazia impone di fare con i falsi sovrani.
Nel sito pubblichiamo una recensione di Vittorio Bellavite del libro di Giuseppe Deiana “Io sono la Terra di tutti”, un libro che fin dal titolo propone una felice intuizione, assumendo la Terra non nel senso dei geografi quale si trova nella carte o dei teologi quale creazione divina o degli astronauti che la guardano da lontano come la Luna, ma come un Io collettivo, cioè come la comunità di tutti gli esseri umani che la popolano, nel senso stesso cioè in cui è intesa come il soggetto costituente di “Costituente Terra”.
Pubblichiamo anche un articolo di Vincenzo Vita sul maccartismo all’italiana riguardante le liste dei ”putiniani” diffuse dal “Corriere della Sera”, e una lettera di una coppia di obiettori di coscienza ucraini. Al seguente link potete trovare inoltre il saggio di Marina Graziosi sulla donna nell’immaginario penalistico.
Con i più cordiali saluti.

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Costituente Terra. Newsletter n. 82 dell’8 giugno 2022

LE ARMI SOLE AL COMANDO

Cari Amici,
“Ne cives ad arma veniant” (affinché i cittadini non corrano alle armi) è una massima latina (peraltro mai usata dai latini, o perlomeno non se ne trova traccia negli antichi scritti) che con mirabile concisione definisce ciò che è alternativo alla violenza e alla guerra. Per questa ragione è atta soprattutto ad indicare il diritto e secondo Luigi Ferrajoli definisce la ragione profonda del monopolio statale del ricorso alla forza, quel monopolio che in sede internazionale dovrebbe ora essere esclusivo delle Nazioni Unite e gestito dal Consiglio di Sicurezza.
Il merito di questa formula sta in ogni caso nell’indicare le armi non solo come protagoniste della guerra, ma addirittura come l’altro nome della guerra, il che spiega perfettamente, ad esempio, perché la condanna delle armi, della loro produzione e del loro commercio, si accompagni sempre, nel ministero pastorale di papa Francesco, alla condanna della guerra, fino a dire che la spesa per le armi, e “armi, armi, armi”, sporchi l’anima e sporchi l’umanità; ed è stata questa anche la ragione della sua rinunzia ad andare alla recente assemblea fiorentina che, pur intitolata a La Pira non si era accorta di una sua possibile strumentalizzazione ad uso dei fabbricanti d’armi.
Nel caso della guerra d’Ucraina le armi non solo ne sono protagoniste, ma anche sono le sole al comando; sono loro che l’hanno decisa, provocata, che la governano e che ne decidono la durata. Non si è creduto che le armi ammassate ai confini della Russia fossero un invito alla guerra. Non si è creduto che le armi fossero la vera ragione della guerra da parte della Russia, facilissima perciò ad essere rimossa con un accordo sulla reciproca sicurezza. Si è preferito farsi vittime dell’aggressione, adducendo una miriade di altre ragioni occulte dell’invasione, tali per cui il negoziato diventava impossibile; e quando all’Ucraina sono mancate le armi non si è fatto altro che andarle a chiedere a mezzo mondo e quello che chiamiamo Occidente ha fatto a gara per fornirle, a cominciare dagli avanzi delle guerre precedenti, virtuali o reali, col vantaggio collaterale di svuotare i propri arsenali e renderli accoglienti per altri più moderni e costosi armamenti. In tal modo si è prodotta una cobelligeranza generale contro la Russia, di cui ora con sadico sprezzo del pericolo si discute se debba essere “umiliata” o no (Zelensky dice di sì) come se fosse il Principato di Monaco e non una grande Potenza che si sente messa alla gogna, scacciata e ferita. E sono ancora le armi che, sostituendosi ai capi responsabili, decidono quanto debba estendersi la guerra, perché quelle del dono occidentale sono via via a gittata più lunga e i russi rispondono che quanto aumenta la gittata delle armi che li minacciano, altrettanto aumenterà la distanza alla quale sospingeranno gli aggressori (singolare inversione delle parti!), cioè la profondità cui si spingerà l’invasione.
Le armi, divenute così padrone e signore della guerra, saranno anche padrone del nostro destino; ma di quelle che abbiamo mandato noi, non sappiamo nemmeno come si chiamano, perché sono state secretate; certo non sono quelle festosamente d’epoca col bandierone volante mostrate nella spettacolare parata ai Fori Imperiali del 2 giugno scorso; Amato, che sarebbe il tutore giurisdizionale della Costituzione, le considera extra legem, sbagliando Costituzione come se la Costituzione non le avesse ripudiate insieme alla guerra che ne è l’altro nome, forse scambiando la nostra Costituzione con quella americana per la quale a ogni cittadino corrisponde un’arma e anzi, stando alle statistiche, più armi ad ogni cittadino.
Ce n’è abbastanza per rovesciare le armi dal trono, come la democrazia impone di fare con i falsi sovrani.
Nel sito pubblichiamo una recensione di Vittorio Bellavite del libro di Giuseppe Deiana “Io sono la Terra di tutti”, un libro che fin dal titolo propone una felice intuizione, assumendo la Terra non nel senso dei geografi quale si trova nella carte o dei teologi quale creazione divina o degli astronauti che la guardano da lontano come la Luna, ma come un Io collettivo, cioè come la comunità di tutti gli esseri umani che la popolano, nel senso stesso cioè in cui è intesa come il soggetto costituente di “Costituente Terra”.
Pubblichiamo anche un articolo di Vincenzo Vita sul maccartismo all’italiana riguardante le liste dei ”putiniani” diffuse dal “Corriere della Sera”, e una lettera di una coppia di obiettori di coscienza ucraini. Inoltre nella “Biblioteca di Alessandria” pubblichiamo una “guida” redatta da Domenico Gallo per la conoscenza e comprensione dei quesiti del referendum sulla giustizia di domenica prossima e il saggio di Marina Graziosi sulla donna nell’immaginario penalistico.
Con i più cordiali saluti.

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Che succede? Un Mondo nuovo è possibile. Riprendiamo il percorso della Pace!

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GUERRA CIVILE
raniero-lavalledi Raniero La Valle, su fb
A questo punto della guerra d’Ucraina se ne può forse avanzare una lettura diversa da quella vigente fin qui. Nulla di ciò che con tanta sicurezza è stato affermato è infatti avvenuto. Quella che è in corso è in effetti una guerra efferata ma circoscritta, messa in scena come uno spettacolo, dove a contare non sono le tragiche moltitudini delle vittime, tranquillamente immolate da una parte e dall’altra, ma i primi attori solitari, i Putin, gli Zelensky, i Biden, gli Stoltenberg; è una guerra combattuta con altri mezzi, l’economia, l’Intelligence, le fake news, più ancora che con le armi; una guerra in cui le armi girano da un Paese all’altro, ma sono più propagandate come offerta di omertà e promemoria di sterminio, che destinate alla difesa e alla conquista; una guerra intesa a fiaccare un antagonista che si oppone a un potere mondiale esclusivo e a cacciarlo tra i paria, ma senza arrivare a distruggere tutto; una guerra preventiva fatta da un lato per fermare un cane al confine che abbaia ma non morde e dall’altro per rassicurare Paesi che nessuno minaccia.
Questi sono i fatti. Ciò che invece non è avvenuto è che l’Ucraina, gestita dalla NATO, riuscisse a difendersi e a vincere la guerra. Non è avvenuto che la Russia, accusata di voler invadere l’Europa dopo l’Ucraina, fosse sconfitta, umiliata ed esclusa dal mercato globale e dal mondo civile. Non è avvenuto che Putin, mezzo zar e mezzo pazzo, fosse rovesciato dai suoi e che la Russia fosse balcanizzata, ridotta a ranghi subalterni e pressoché dissolta. Non è avvenuto che Biden, dopo aver dettato la sua legge all’Europa, si volgesse a giocare il finale di partita con la Cina. Non è avvenuto che la guerra mondiale a pezzi diagnosticata dal papa si trasformasse in una guerra mondiale intera e totale, fino al ricorso alle armi nucleari, a cominciare dalle ormai demitizzate atomiche tattiche e di teatro.
Tutto questo non è avvenuto e non avverrà, perché questa non è una guerra tra due mondi estranei e nemici, ma è una guerra civile interna all’Occidente di cui la Russia di Putin, approdata al mercato neoliberale e sfigurata dagli oligarchi, ormai fa parte. In questo senso è una buona notizia: non è una guerra senza chiaroscuri e senza speranze, come ce l’hanno venduta gli analisti e i crociati nostrani, ma una guerra che ancora possiamo prendere in mano, arginare, far finire, riportare alla ragione.
Il precedente per capire questa guerra non è infatti la guerra nascosta nell’equilibrio del terrore del secolo scorso, ma è la guerra del Golfo in cui abbiamo dissipato il dividendo della pace che ci era stato offerto dalla caduta, o rimozione, del Muro di Berlino. Fu allora che perdemmo il patrimonio degli ideali e i frutti della rinascita seguiti ai conflitti mondiali del Novecento.
Quando la guerra del Golfo fu intentata ci volle molta fatica e un gran uso di menzogne perché le opinioni pubbliche, ormai persuase del ripudio e della irrazionalità della guerra ne accettassero il ripristino e il ritorno come indissolubile compagna dell’uomo nella storia. Padre Ernesto Balducci di cui a ragione si celebra ora il centenario della nascita, disperato al vedere lo scacco delle speranze di un mondo nuovo, scrisse che essa annunciava “il declino, anzi la fine dell’età moderna”, che voleva dire per lui “la fine dell’età dell’egemonia mondiale euro-atlantica”, cioè di quel sistema di legge e di mercato identificato con la coalizione occidentale che – diceva – “ha reciso nella coscienza profonda dei popoli del Sud la speranza di una conquista pacifica del diritto a prendersi in mano la propria storia”. Quei popoli che anche allora il conflitto in Medio Oriente aveva messo ai margini del sistema sono quelli stessi che oggi si sono rifiutati di schierarsi nella guerra che si combatte in Europa, gli 82 Paesi che non hanno votato per l’esclusione della Russia dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU; tra loro c’è tutta l’Asia, escluso il Giappone, gran parte dell’Africa, dell’America Latina, del Medio Oriente, una parte preponderante cioè della popolazione della Terra, che la Terra vorrebbe salvaguardare, conservare, difendere, il vero mondo che non va umiliato ed escluso, come invece l’America atlantica vuole fare della Russia.
A maggior ragione si può dire che la riesumazione della guerra in Ucraina chiude l’età moderna; ciò significa andare oltre un mondo fatto a misura dell’Occidente, secondo il modello economico, culturale, politico che per secoli si è imposto come normativo, eccelso ed atroce nello stesso tempo. La Chiesa cattolica, che a lungo l’ha fatto proprio , è giunta a prenderne le distanze: da quando nel Concilio Vaticano II il cardinale Lercaro e Dossetti sostennero che la povertà della Chiesa dovesse consistere anche nel distacco dalle ricchezze dell’ “organon” culturale dell’Occidente, fino a papa Bergoglio che ha messo la Chiesa “in uscita”. L’altro grande esodo in corso dalle strettoie dell’ideologia storicamente egemone, è quello dell’universo femminile, discriminato nella realtà e nel diritto dal privilegio maschile, come ci ha ricordato la lezione di Marina Graziosi che ci ha lasciato in questi giorni.
E allora è questo il vero cimento a cui siamo chiamati: chiudere la parentesi infausta che abbiamo aperto ripristinando la guerra dopo la fine dei blocchi, uscire dal mondo che con ottusità e violenza abbiamo costruito fin qui e intraprendere la ricostruzione della storia quale avevamo cominciato a concepirla nel Novecento: dalla Carta atlantica di Roosevelt e Churchill in piena guerra mondiale (niente a che fare col Patto atlantico) al pensiero politico nuovo di Gorbaciov; dalla Dichiarazione di Nuova Delhi per “un mondo libero dalle armi nucleari e non violento” alla Carta di Abu Dhabi che attribuisce il pluralismo delle religioni alla stessa volontà divina; dalle Costituzioni postbelliche all’ “uscita dal sistema di dominio e di guerra” dei convegni della Sinistra cattolica a Cortona; dal Progetto per un’etica mondiale di Hans Kung alla Carta di Algeri per il diritto e la liberazione dei popoli, dal Concilio ecumenico Vaticano II alla “Fratres omnes” di papa Bergoglio. Questo è il futuro, al netto della Bomba , a condizione cioè che la Bomba sia licenziata e interdetta, come già stabilisce il Trattato più importante e profetico che l’ONU abbia mai partorito.
(da “Il fatto quotidiano” del 4 giugno)

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DONNE E POLITICA: PENNY WONG. ITALIA: SALARIO MINIMO, PNRR, REFERENDUM
5 Giugno 2022 su C3dem
Paolo Lepri, “Penny Wong: Alt alla Cina” (Corriere della sera). ITALIA/SALARIO MINIMO/PNRR: Paolo Gentiloni, “In Italia serve il salario minimo” (intervista a La Stampa). Ignazio Visco, “Tasse e salario minimo, è ora di agire. I partiti devono attuare il Pnrr” (intervista a La Stampa). Fabio Savelli, “La grande sfida del salario minimo. Sì di Letta. Brunetta: non per legge” (Corriere della sera). Emanuele Felice, “La nostra ultima occasione per fermare il declino” (Domani). ITALIA/LAVORO: Paolo Pombeni, “Se il lavoro non è più un obiettivo per i giovani” (Messaggero). Chiara Saraceno, “Quando il lavoro non dà più dignità” (La Stampa). Niccolò Zancan, “Poveri, con lo stipendio” (La Stampa). Maria Cecilia Guerra, “Basta lavori usa e getta, disboschiamo la giungla dei contratti” (intervista a Repubblica). Marco Bentivogli, “Partiamo dalla produttività” (Repubblica). PARTITI: Alessandro Campi, “Perché oggi i leader politici si bruciano rapidamente” (Libero). Franco Monaco, “Il partitone americano per l’asse Letta-Meloni” (Il Fatto). Francesco Verderami, “Manovre al centro, ma bisogna trovare il ‘papa straniero’” (Corriere della sera). Emilia Patta, “Incognita Conte. Letta blinda il Pd. Ipotesi renziani e bersaniani in lista” (Sole 24 ore). Marcello Sorgi, “Se al Pd non conviene l’alleanza” (La Stampa). REFERENDUM: Guido Salvini (magistrato), “Voterò ma senza entusiasmo. Il referendum abrogativo è un’arma sbiadita. Si ripensi la democrazia partecipativa” (Il Dubbio). Michele Ainis, “L’ignoranza sui referendum” (Repubblica). Giulia Merlo, “Cosa dicono i referendum. Le ragioni del sì e del no” (Domani). Luciano Violante, “Voto Sì sull’abrogazione della legge Severino” (intervista a Il Dubbio). Armando Spataro, “Perché votare No al referendum” (Repubblica). SULLA LETTERA DI ZUPPI AI PUBBLICI DIPENDENTI: Roberto Napoletano, “La Chiesa di Zuppi attore della nuova coesione sociale” (Il Quotidiano). Franco Monaco, “La lettera di Zuppi. Mai disprezzare chi serve la cosa pubblica” (Avvenire). MIGRANTI: Don Mattia Ferrari, “Le rotte dei migranti. Io minacciato perché aiuto. L’Europa smetta di tradirci” (intervista a La Stampa). Francesco Grignetti, “Le nuove rotte dei migranti” (La Stampa).
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LA VIOLENZA CONTRO L’INFANZIA UCRAINA. LA “REALTA’ PARALLELA” IN RUSSIA
4 Giugno 2022 su C3dem
Raffaele K. Salinari, “Nella guerra la violenza dei crimini contro l’infanzia ucraina” (Manifesto). Gianfranco Pasquino, “La gradualità delle sanzioni è la strada giusta su cui continuare” (Domani). Massimo Villone, “Mattarella sul 2 giugno: parole nette sulla Costituzione e sulla pace” (Manifesto). UCRAINA/RUSSIA: Andrej Gromyko, “La base di un negoziato? Ucraina neutrale” (intervista al Corriere della sera). Marta Ottaviani, “’Nessuna guerra, tutto va bene’. 100 giorni nella realtà parallela” (Avvenire). Oleg Brindak, vice sindaco di Odessa, “Le navi devono salpare entro 20 giorni o i cereali marciranno” (intervista a Repubblica). Vittorio Da Rold, “La crisi del grano estende la guerra al resto del mondo” (Domani). Daniele Raineri, “Le prime critiche, le epurazioni, s’incrina il fronte del leader ucraino che però resta insostituibile” (Repubblica). Lucio Caracciolo, “Guerra senza vincitori” (La Stampa). Marek Halter (scrittore), “Caro Vladimir, sorprenda i suoi nemici: accolga a Mosca la carovana della pace” (La Stampa). Rosalba Castelletti, “Il filo rosso tra Putin e Kirill” (Repubblica). Graziella Melina, “La migrazione per fame preoccupa anche l’Italia. Flussi aumentati del 30%” (Messaggero). Sergio Ventura, “Il nuovo cristianesimo dell’Ucraina” (La Lettura). EUROPA: Beda Romano, “L’Unione cede a Budapest. Al via le sanzioni senza Kirill” (Sole 24 ore). IDEE: Enrico Morando, “La terza via tra socialismo reale e socialdemocrazia? Non esiste” (intervista a Il Riformista). Sigmund Ginzberg, “I nazionalismi, sempre necessari ma spesso letali” (Foglio). Dani Rodrik, “E’ ora che l’economia globale torni al servizio di prosperità, equità e piena occupazione” (Sole 24 ore).
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MATTARELLA: IL NOSTRO IMPEGNO È PER “IL RITIRO DELLE TRUPPE OCCUPANTI”
3 Giugno 2022 su C3dem
Sergio Mattarella, intervento alla vigilia della festa della Repubblica. Lina Palmerini, “Italia impegnata per ritiro delle truppe e ricostruzione” (Sole 24 ore). Ugo Magri, “Il ritiro dei russi, poi la pace” (La Stampa). Marcello Sorgi, “Re Sergio e i valori della Repubblica” (La Stampa). Moises Naim, “Così Biden prolunga la guerra. L’Ucraina non deve cedere territori” (intervista a La Stampa). Davide Maria De Luca, “Zelensky: tra morti e feriti perdiamo 600 soldati al giorno” (Domani). Paolo Valentino, “Nella Ue c’è un caso Berlino e si chiama Olaf Scholz, il cancelliere che sussurra” (Corriere della sera). Stefano Stefanini, “L’indecenza di Orban” (La Stampa). REFERENDUM GIUSTIZIA: Giovanni Guzzetta, “Referendum del 12 giugno. Non è un voto contro la magistratura” (Il Riformista). Stefano Ceccanti, “Votare no ai referendum significa contraddire la riforma Cartabia” (intervista a Il Tempo). Elisa Calessi, “Letta boicotta i quesiti, ma è solo” (Libero). INOLTRE: Un’acuta riflessione di Mario Del Pero, “Quello che la geopolitica non dice” (treccani.it). L’ironia amara di Adriano Sofri, “Arrendersi alla pace” (Foglio). La lucida sintesi di Sabino Cassese, “I partiti servono ancora, ma devono cambiare” (Corriere della sera). Il racconto di Maurizio Stefanini, “Salvini ostaggio di Putin” (Foglio). Angelo Panebianco, “Manca la capacità di parlare chiaro” (Corriere della sera 30/5). Alessandro Cappelli, “Come i giornali stranieri raccontano la propaganda filorussa nei media italiani” (linkiesta). Marcello Pera, “Cattolici che stanno dalla parte di Putin” (Foglio, 30/5). Dario Di Vico, “Le culle vuote e il costo di un figlio” (Corriere della sera). Matteo Zuppi, “Grati a chi lavora nelle istituzioni” (lettera per il 2 giugno – Avvenire).

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LA NATO E IL 2 GIUGNO. L’IGNORANZA ATTIVA. LA SEDUZIONE SOVIETICA
1 Giugno 2022 su C3dem
Antonio Polito, “La Nato e il 2 giugno, doppia lezione” (Corriere della sera). Giancarla Codrignani, “Ragazzi, ragazze, è il 2 giugno!” (Confronti). Natalino Irti, “I pericoli dell’ignoranza attiva” (Sole 24 ore). Massimo Recalcati, “La seduzione sovietica” (Repubblica). Giuseppe De Rita, “Il cinismo di un conflitto nel silenzio dei valori” (Corriere della sera). UCRAINA/RUSSIA: Ian Bremmer, “Le armi più potenti arriveranno. La priorità resta fermare Putin” (intervista a La Stampa). Ampia intervista a Dmytro Kuleba, ministro degli Esteri ucraino: “Sui cereali accordo entro 14 giorni se Mosca garantirà di non attaccare Odessa” (Repubblica). La testimonianza di Oleksandr Struck, sindaco di Severodonetsk: “La mia gente è in ginocchio. Ma siamo forti, ci sapremo rialzare” (intervista al Corriere della sera). Irina Flige (della ong Memorial), “Dall’Urss a un regime fascista. Ma il dissenso sta crescendo” (intervista ad Avvenire). Federico Fubini, “Il decreto di Mosca che autorizza la russificazione dei bambini rapiti” (Corriere della sera). Micol Flammini, “Imprigionati nei confini russi” (Foglio). Paola Peduzzi, “Prigionieri di Erdogan” (Foglio). Paolo Lambruschi, “Bielorussia, violenza contro i profughi, e ricatto” (Avvenire). Nello Scavo, “La Corte penale: Mezza Europa darà la caccia ai criminali di guerra” (Avvenire). PER CONOSCERE: Giordano Cavallari, “La Russia vista da Anna Zafesova” (ampia intervista su Settimana news).
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IL LAVORO DI DRAGHI IN EUROPA. LO STATO DELL’ECONOMIA ITALIANA
1 Giugno 2022 su C3dem
Claudio Tito, “Petrolio. L’Ue trova l’accordo: stop al 90% del greggio russo”. Marco Galluzzo, “Draghi: tetto al prezzo del gas, siamo stati accontentati. Tra i grandi solo noi per l’Ucraina nell’Unione” (Corriere della sera). Alberto Gentili, “Draghi: ascoltata l’Italia, ma ora debito comune” (Messaggero). Davide Tabarelli, “La Russia colpita al cuore, ma non sarà facile fare a meno del loro petrolio” (Sole 24 ore). Claudio Cerasa, “Le sanzioni che funzionano” (Foglio). L’ECONOMIA ITALIANA: Gianni Trovati, “Visco: no alla rincorsa prezzi-salari e a nuovo debito. Recovery permanente” (Sole 24 ore). Paolo Balduzzi, “Gli stipendi e l’eterna fuga del costo della vita” (Messaggero). Alberto Orioli, “Il patto che manca per evitare la spirale prezzi-salari” (Sole 24 ore). Stefano Lepri, “Ma il male italiano è la produttività” (La Stampa). Stefano Cingolani, “Bankitalia e quella ricchezza media netta aumentata del 2%” (Foglio). Francesco Guerrera, “La lotta contro l’Apocalisse” (Repubblica). Enzo Risso, “La politica deve prendere sul serio il divario italiano tra inclusi ed esclusi” (Domani). Chiara Saraceno, “I veri nemici del lavoro” (Repubblica). Marcello Clarich, “La sfida non è modificare la struttura del Pnrr ma attuarlo bene” (Milano Finanza). GOVERNO/PARTITI: Marcello Sorgi, “I partiti e l’economia di guerra” (La Stampa). Stefano Folli, “Il dopo Salvini? E’ già iniziato” (Repubblica). Federico Capurso, “Conte-Draghi, scontro finale” (La Stampa). Lina Palmerini, “Dall’Umbria alle comunali, patto Pd-M5s ad un nuovo test” (Sole 24 ore). Susanna Turco, “Pd-5stelle, l’alleanza dei tardigradi” (Espresso). Salvatore Vassallo, “Il compromesso possibile tra Pd e Fratelli’d’Italia è solo sul bipolarismo” (Domani). Enzo Cheli, “Rosatellum o nuova legge elettorale?” (rivistailmulino). Filippo Barbera, “Va al voto il paese della provincia profonda, dove la politica annaspa” (Manifesto).

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SCONFIGGERE L’UOMO FORTE
28 Maggio 2022 su C3dem
Paolo Lepri, “Noi e la guerra. Una battaglia ideale per la difesa dei diritti” (Corriere della sera). Frans Timmermans, “Basta mettere i soldi in tasca a Mosca. La resistenza inizia nelle nostre case” (intervista a La Stampa). Siegmund Ginzberg, “Cent’anni di antiamericanismo” (Foglio). Rony Hamaui, “Sconfiggere l’uomo forte è il primo obiettivo” (lavoce.info). UCRAINA/RUSSIA: Vittorio E. Parsi, “La Ue non reggerà all’infinito. Bisogna farlo capire a Kiev” (intervista a Qn). Paola Peduzzi, “L’impatto dei negoziati prematuri, mentre Mosca ribalta il conflitto” (Foglio). Micol Flammini, “Le domande a Kiev” (Foglio). Gianandrea Gaiani, “Donbass, la tenaglia russa. A Mosca il 25% dell’Ucraina” (Mattino). Cecilia Sala, “I russi arrivano a Severodonetsk prima dei razzi americani” (Foglio). Paolo Mastrolilli, “Gli Usa si interrogano sui nuovi obiettivi” (Repubblica). Massimo Gaggi, “Perché Biden rischia di essere isolato” (Corriere della sera). Mattia Diletti, “Biden ha ereditato un paese polarizzato e paralizzato” (Scenari/Domani). Tommaso Ciriaco, “Il negoziato di Draghi per liberare il grano” (Repubblica). Vittorio Da Rold, “Quello che non torna nella strategia di Draghi sull’Ucraina” (Domani). Francesca Basso, “Le vie del grano: i treni o il Bosforo” (La Stampa). Marco Bresolin, “Per salvare l’embargo Ue sul petrolio, si va verso l’esenzione all’Ungheria” (La Stampa). David Carretta, “L’Europa è divisa su come deve finire la guerra” (Foglio). Barbara Spinelli, “Sulla guerra la Russia ha due linee diverse, e anche l’Europa” (Il Fatto). Franco Monaco, “Per la pace servono concessioni reciproche, non soltanto a Kiev” (Il Fatto). Carlo Galli, “Un abbaglio chiamato Putin” (Repubblica). Salvatore Bragantini, “Le contorsioni intellettuali dei ‘realisti’ e ‘complessisti’ sulle mosse di Putin” (Domani). Nadia Urbinati, “La guerra in Ucraina sta cambiando l’Occidente” (Domani). INOLTRE: Jeffrey Sachs, “Finalmente abbiamo capito che crescita e sviluppo non sono la stessa cosa” (Sole 24 ore).
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Charles de Foucauld, l’uomo del dialogo con i musulmani e della fraternità universale
1 Giugno 2022
[Franco Meloni, su il manifesto sardo]
Martedì 7 giugno, alle ore 18, nei locali della Parrocchia di S. Anna, in via Fara 19 piano terra a Cagliari si svolgerà un convegno sulla figura di Charles de Foucauld.
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Ostinatamente per la Pace. Nulla di intentato

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La guerra come abitudine
3 giugno 2022 – Tonio Dell’Olio

Ci siamo arrivati. Ormai con la guerra ci conviviamo. Assuefatti inconsapevoli guardiamo le immagini del tiggì di turno e ascoltiamo di tattiche e di sfondamenti del nemico e di atti eroici di quelli della nostra parte. Le apparizioni di Zelensky-che-chiede-armi in ogni convention politica, sportiva o dello spettacolo è parte del rito. Insomma conviviamo con la guerra come col bollettino metereologico, tant’è che i giornalisti devono andare a pescare testimonianze e interviste sempre più impossibili, sempre più vicine al fronte di guerra, in un rifugio sempre più interrato del precedente. E non si parla di pace. Il dramma vero è questo. È riuscita l’operazione mediatica, politica, sociopsicologica e soprattutto commerciale, di far diventare la guerra più normale della pace. E se qualcuno stia realmente lavorando per mettere in piedi tavoli credibili di dialogo o cerca di far prevalere la diplomazia, non lo sappiamo e nemmeno lo chiediamo più. All’inizio, la guerra che torna ad affacciarsi in Europa era detto con scandalo, ora è ripetuto come una rassegnata litania cui si risponde automaticamente con la stessa espressione di prima ma senza capire veramente la portata della cosa. Le guerre lontane non sappiamo nemmeno che esistono. Per questo, ridare lo spazio alla pace oggi è diventata una sfida più difficile. L’altra parte, quella degli strateghi e delle armi, dell’informazione embedded e dei giochi di guerra, è molto più forte. Però non siede dalla parte giusta della storia.

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Ucraina. Guerra giorno 100: un bilancio e la strategia del tanto peggio tanto meglio
Andrea Lavazza venerdì 3 giugno 2022 su Avvenire.
L’invasione russa ha provocato migliaia di morti e distruzioni diffuse. Le conseguenze a livello alimentare, energetico e ambientale sono diventate un’arma che il Cremlino può usare contro l’Occidente

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La strategia europea ha come principali obiettivi un’ondata di rinnovamenti con l’aumento dei tassi di riqualificazione edilizia nei prossimi 10 anni, per ridurre consumi e aumentare la qualità della vita. Nel piano la rivisitazione delle norme e degli standard sulle prestazioni energetiche degli edifici con tre priorità: contrasto alle inefficienze energetiche; ristrutturazione dell’edilizia pubblica; decarbonizzazione dei sistemi di riscaldamento e raffrescamento.

Lunedì 6 giugno 2022 ore 9:00/13:30 – Aula Magna G. Cima, via Corte d’Appello 87, Cagliari

Lunedì 6 giugno il Dicaar e Legambiente organizzano una giornata di studio sulla decarbonizzazione dei consumi nel settore edilizio durante la quale si confronteranno, tra gli altri, esperti del settore, esponenti del mondo del lavoro e della produzione edilizia. Punto di partenza della discussione sarà la presentazione di uno studio di Elemens su dati e benefici della decarbonizzazione in edilizia. Al convegno interverranno, tra gli altri, Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, Fabrizio Pilo, prorettore all’innovazione, Vincenzo Tiana, responsabile energia di Legambiente Sardegna, e Antonello Sanna, docente Dicaar.

Il professor Giorgio Querzoli, che coordinerà l’evento, spiega che “L’efficientamento del parco edilizio e l’elettrificazione dei consumi per il riscaldamento domestico sono un combinato perfetto per ridurre i consumi da fonti fossili, e quindi anche la dipendenza dal gas russo, per diminuire le emissioni climalteranti migliorando la qualità dell’aria e per alleggerire il costo della bolletta”.
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Lettera del card. Matteo Zuppi

d3abcf6f-7040-4dc1-a9bd-a29ec6e8c28aL’Arcivescovo di Bologna Card. Matteo Zuppi, nominato recentemente Presidente della Cei, in occasione della Festa della Repubblica ha scritto una lettera rivolta a quanti lavorano nelle istituzioni, richiamando l’importanza di un servizio che si esprime in vari ambiti e settori della vita umana e che va a beneficio dell’intera comunità.

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Lettera a chi lavora nelle istituzioni della nostra casa comune
Carissima, carissimo,
la vedo operare negli uffici, nelle aule di università o delle scuole, in quell’epoca di un tribunale o nelle stanze dove si difende la sicurezza delle persone, nelle corsie dove si cura o nel front office di uno sportello, nei laboratori o lungo le strade per renderle belle e proprie, nei ministeri o in qualche ufficio isolato dove non la nota nessuno, nei cortili delle caserme o nei bracci delle carceri. In realtà tanta parte del suo lavoro non si vede, ma questa lettera è per lei. Non ci conosciamo, ma il suo servizio è vicino alla mia vita e a quella dei miei amici, delle persone che mi sono care, di tanti, di tutti, miei e nostri compagni di viaggio e per questo ho pensato di scriverle. Istintivamente le darei del tu, ma preferisco cominciare dal Lei per il grande rispetto che nutro.
Una mistica francese di nome Madeleine Delbrêl, una donna molto religiosa e molto impegnata nel sociale, una donna pienamente evangelica, a proposito delle persone come lei diceva che sono il filo che tiene insieme il vestito: la capacità del sarto è proprio quella di non farlo vedere, ma il filo è necessario perché i pezzi di stoffa si reggano insieme. Così è il suo lavoro, prezioso per le istituzioni della nostra casa comune, e ogni pezzo è importante. Davvero. La qualità della mia vita dipende anche da lei: per questo per prima cosa la ringrazio, perché il suo lavoro, tante volte ignorato, contiene e richiede generosità e competenza. Non si capisce mai abbastanza, infatti, quanto impegno richiedono “le cose di tutti”. Purtroppo i problemi, i ritardi, le disfunzioni e anche alcune persone che non compiono il proprio dovere, finiscono per non fare apprezzare la generosità, la competenza, lo zelo che lei e tanti mettono nel loro lavoro. D’ora in avanti mi piacerebbe chiamare il suo impegno non “lavoro” ma “servizio”. E che anche lei lo pensasse così. Sì, lo so che è lavoro e a volte anche duro, sottovalutato.
Eppure proprio grazie alla passione e alle lotte di tante persone, anche di chi ci ha preceduto, oggi godiamo di molte protezioni e garanzie che costituiscono quello che chiamiamo welfare, che poi è il modo in cui la vita quotidiana diventa bella e non antipatica, troppo dura da vivere.
Non possiamo più accettare, eppure succede ancora spesso, che il luogo di lavoro, che è per la vita, diventi invece un luogo di morte. Penso a chi non è più tornato a casa e alle mogli e ai figli che hanno aspettato invano i propri cari: questo mi addolora, mi commuove e non smetto di chiedere condizioni di lavoro sicure per tutti. Vorrei un lavoro sempre meno a tempo determinato e più stabile, perché deve contenere il futuro: per sé, per la propria famiglia, per i figli, sì, per i figli. Senza figli per chi si lavora? Vorrei, poi, che il lavoro fosse lavoro buono e non solo lavoro: che i lavoratori fossero sempre messi in regola e che nessuno sia più sfruttato. Possibile che oggi c’è ancora chi non mette le persone in regola?
Il suo lavoro è un servizio per il bene della comunità, composta da tante persone. Così tante che non possiamo sapere chi siano, eppure sono la mia e la nostra comunità. Sì, perché siamo una comunità, dobbiamo tornare a esserlo. So che la sua vita personale è da un’altra parte e che saggiamente distingue l’ambito privato da quello pubblico, ma è anche vero che quello che fa per tutti, con il suo lavoro, è una parte importante della sua vita, le dà soddisfazioni e preoccupazioni, la coinvolge umanamente. Questo non è sbagliato. Anzi. È più faticoso e difficile tenere distinti questi ambiti, come tanti sollecitano a fare, perché la vita è una ed è bene che sia unita. È bello aiutare la nostra casa comune specie quando, come in questi mesi, capiamo quanto è importante, decisiva ma anche fragile, colpita da pandemie, da rischi terribili nei quali come sempre i più penalizzati sono i più deboli.
Ogni lavoro è un servizio alla casa comune ed è importante. Spesso sono proprio quelli meno considerati e giudicati “umili” che servono di più. Tutti servono! Ogni lavoro deve essere fatto con umiltà per poter essere contenti, perché serva agli altri e non alla nostra affermazione personale.
Gli umili non si stancano, non diventano presuntuosi e intrattabili, non agiscono per interesse ma perché quello che svolgono è un servizio e lo fanno anche quando non conviene, ma conviene a chi lo ha chiesto. Si adoperano pure quando nessuno si ricorderà della scelta, solo perché è giusto farlo. E questo resta, aiuta, risponde, protegge.
Quando il lavoro (che resta lavoro) lo viviamo anche come impegno di servizio – nello spirito dell’art. 4 della nostra Costituzione repubblicana, che chiede a tutti di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società – ne sappiamo comprendere l’importanza non per quello che rende o per il successo che porta, ma per il valore che ha in se stesso. Più fa bene agli altri, il lavoro, più fa bene a noi. Anche quando non si vede. Il contrario crea un clima faticoso, competizioni inutili, sensi di rivalsa. Se facciamo bene o male qualcosa, nel tempo richiesto o no, questo ha sempre delle conseguenze.
I diritti sono cose importanti. I nostri e quelli degli altri. Se è un diritto deve essere garantito sempre e non come concessione o un piacere. Non vanno create scorciatoie. Troppi pensano che per ottenere quello che è di diritto bisogna avere un “santo in paradiso” a cui raccomandarsi, magari irridendo il merito di ciascuno, i tempi, le precedenze, l’onestà insomma. Si può vincere una volta e si è sconfitti tutte le altre. Crescono così la disillusione, il malcontento, la convinzione che nessuno si occupa di me e che ognuno si deve arrangiare da solo.
Se è un diritto, è fondamentale garantirlo e questo fa sentire sicuri tutti. Ma dipende da ognuno. È davvero importante sapere di poter contare sulle istituzioni, e quindi su di lei, sulla sua competenza, sulla sua onestà, sulla sicurezza che ci sarà una risposta e che sarà la migliore. Lei sa bene quante persone sono sole e come da soli ci si sente perduti, incompresi, arrabbiati e a volte si finisce per prendersela con il primo davanti, magari il povero malcapitato che fa una domanda allo sportello.
Il nostro è il tempo in cui realizzare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il cosiddetto PNRR, e mi sembra possa essere un’occasione davvero decisiva dopo tanta sofferenza. Durante la pandemia abbiamo capito quanto le fragilità, le contraddizioni, le ingiustizie siano anche conseguenze dei rimandi, dei ritardi, delle furbizie, delle cose che bisognava fare e che non sono state fatte, degli interessi privati che hanno condizionato le scelte politiche. Le cause di tante sofferenze sono a volte così lontane che non le sappiamo più riconoscere.
Quello che vorrei dirle è che abbiamo un grande motivo per dare oggi tutti il massimo, ed è per questo che ho pensato di scriverle! Vorrei che anche nessuno di noi perdesse questa opportunità. Sappiamo che c’è bisogno di istituzioni che funzionino bene, anzi meglio, ed è per questo che dobbiamo cercare la qualità. A questo proposito Dietrich Bonhoeffer, un credente che si poneva domande profonde sul valore di ogni persona e dello stare insieme, morto martire per mano dei nazisti, uno di quelli che ci hanno lasciato in eredità l’Europa, ha scritto che bisogna passare “dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla misura”. Potremmo aggiungere: dal dilettantismo alla competenza, da una felicità individualistica al sacrificio per stare bene tutti, dall’apparenza alla sostanza, dal successo rapido e a tutti i costi alla costruzione paziente di quello che dura, dal fare le cose per il consenso, per il potere, per la considerazione e il ruolo sociale, a farle solo perché sono giuste, insieme e non da soli, anche se lì per lì sembra convenire meno. Ho visto grandi energie che si sono perse cercando a tutti i costi il proprio tornaconto, e il grande spreco di ogni giorno per burocrazie senza volto, perché non è mai responsabilità di qualcuno.
Gli uomini e le donne che hanno scritto la Costituzione avevano davvero sofferto molto, toccato con mano quanto l’umanità può restare sfigurata dalla violenza, ma avevano visto anche come uomini e donne sanno resistere e persino agire da eroi quando è necessario per aiutare qualcuno che soffre. Hanno perciò voluto lasciarci, nella Costituzione, un progetto per costruire e mantenere una società più umana e umanizzante, per riuscire a evitare le sofferenze da loro vissute. E tutto comincia dal sapere fare unità. Mi sento chiamato a questo come cristiano, credo si possa realizzare prima di tutto con l’aiuto di Cristo, e ritengo che tutti, senza distinzioni, possiamo impegnarci a fare unità seguendo il progetto indicato dalla Costituzione.
Ogni generazione è chiamata a riappropriarsi dei valori e delle virtù costituzionali. Per questo dobbiamo tutti ritrovare il senso dei limiti. È un concetto che nella Costituzione, proprio perché preoccupata di rendere concreti i diritti, ricorre ben diciassette volte, a cominciare ad esempio dall’art. 1, dove lo si ricorda a ciascun cittadino, come membro del popolo sovrano, ma anche nell’art. 42 quando, nel riconoscere e garantire la nostra proprietà privata, si preoccupa di aggiungere che possono servire limiti per assicurarne la funzione sociale. E poi in molte altre occasioni in cui si affermano diritti indicando, però, dei limiti per il rispetto dei doveri verso gli altri e la società. Perché solo così i diritti di ciascuno possono divenire reali e concreti.
Al centro della Costituzione c’è la persona, cioè, sempre, un “noi”. Non c’è l’individuo. E’ una concezione evangelica che è stata fatta propria da tutti i padri costituenti, di ogni credo e sensibilità politica.
Non dimentichiamo che siamo chiamati a portare insieme i pesi della vita, tanto che l’art. 2 ci ricorda che la solidarietà è addirittura un dovere inderogabile. Dobbiamo riuscire a valorizzare l’impegno, che non è reale senza la necessaria continuità e serietà (nello spirito dell’art. 4). La Costituzione si preoccupa non solo di garantire le nostre “libertà da” possibili abusi degli altri e dei potenti e la “libertà di” agire per fare tutto ciò che ci sembra giusto, ma si sforza di indicare il senso di tutto ciò, sottolineando la bellezza di usare delle “libertà per” uno scopo sociale. Si tratta di costruire un mondo di relazioni personali. Per questo la Costituzione evidenzia – già nell’art. 2, ma poi in molti altri – che è nei gruppi sociali (la famiglia, le associazioni di tutti i generi e tipi, le comunità religiose, i sindacati, le organizzazioni politiche democraticamente organizzate, il lavoro, i corpi intermedi) che si sviluppa la nostra personalità, e non invece con una vita sterilmente individualistica ed egocentrica.
Il bene comune deve essere il nostro orizzonte. Lo ricorda anche la Dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo rendere migliore il mondo con il progresso materiale e spirituale della società (art. 4, ma anche, per esempio, art. 41 dove si parla di indirizzare la libertà di impresa a fini sociali). Penso che tutti dobbiamo fare il meglio che possiamo con responsabilità. È proprio vero: non ci si può salvare da soli! Gli uomini e le donne hanno aspetti di incredibile grandezza perché, tra l’altro, riescono a organizzarsi tutti insieme e affrontare le difficoltà della vita più efficacemente.
Ecco, è per tutto questo che vorrei che le nostre istituzioni funzionassero bene e fossero sempre di più connesse all’Europa, pensandosi per il mondo intero. Siamo tutti legati. Non serve pensare qualcosa a breve termine, dobbiamo guardare il futuro per uscire davvero dalle pandemie imparando la lezione, scegliendo di essere migliori, non uguali, perché significherebbe essere peggiori. Non ci serve solo un bonus, ma ci occorre il bonum, il bene per tutti! Abbiamo sempre pensato che le risorse non ci sarebbero mancate e così abbiamo sciupato tanto, pensiamo a come facciamo con l’acqua… Purtroppo, ci accorgiamo dell’importanza delle cose e delle conseguenze dei nostri atteggiamenti solo quando queste vengono a mancare. Oggi più che mai urge essere davvero seri perché dobbiamo lasciare qualcosa a chi verrà dopo, soprattutto l’esempio, la speranza, il gusto di fare bene il proprio lavoro e di farlo per il bene di tutti.
Le nostre istituzioni ora si trovano ad affrontare, in poco tempo, tanti progetti. Ma quella che chiamiamo istituzione è fatta di persone ed è proprio lei, e quanti si impegnano in mille modi per rendere umana e bella la nostra casa comune.
Concludo col dirle che scrivo a lei ma scrivo in fondo a me stesso e a tutti noi cittadini, piccoli e grandi, e soprattutto a chi ha responsabilità perché abbiamo bisogno di tutti. La guerra attuale ci ha ricordato che la pace non è mai scontata e che bisogna lavorare tanto perché la nostra casa accolga tutti, insegni a stare insieme tra diversi, lotti contro ogni ingiustizia, difenda i diritti di ciascuno e non metta mai in discussione la persona. Anche per questo non dobbiamo avere paura di accogliere, di dare fiducia, la possibilità di mettersi alla prova, di ascoltare con l’orecchio del cuore. Aggiustiamo quello che non funziona. Ogni persona è preziosa se è amata e difesa, come ogni persona è insignificante quando questo sguardo manca. È necessario che tutti coloro che lavorano nelle e per le istituzioni ritrovino un vero spirito di servizio e nel contempo che tutti i cittadini sappiano ritrovare e ricostruire la loro fiducia verso le istituzioni.
Mi piace pensare che in un momento così importante tutti ce la mettiamo davvero tutta, senza distinzione. Don Primo Mazzolari, che amava Dio e le persone, la Chiesa e la città concreta degli uomini e delle donne, scrisse: “Ci impegniamo noi e non gli altri … né chi sta in alto, né chi sta in basso, senza pretendere che gli altri si impegnino … senza giudicare chi non si impegna … il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura … la primavera comincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia d’acqua, l’amore col primo impegno …”. Rinnoviamo allora il patto sancito dalla nostra Costituzione, compartecipiamo a questo impegno accanto a tutti gli altri, e per me che sono cristiano aggiungo un motivo in più: chi cerca il cielo incontra la terra, chi fa le cose per Dio le fa per tutti e senza interessi. Il mio auspicio è che siamo tutti compagni di viaggio in questa bellissima strada che è la vita, e che le pandemie, le vicende tristi della nostra storia contemporanea, possano diventare motivo per realizzare quello che ognuno in realtà cerca: un mondo unito dove siamo Fratelli tutti.
Grazie di tutto

Ostinatamente contro la guerra per la Pace. Nulla di intentato

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Interrompere la spirale di guerra, virare verso la pace.
di Alfiero Grandi.

Siamo al terzo gradino dell’invio delle armi in Ucraina. L’escalation continua e il contributo degli Usa e della Nato è diretto ad armare l’Ucraina, in altre parole è una scelta per continuare la guerra, scatenata dall’invasione russa, in nome della presunta possibilità dell’Ucraina di sconfiggere la Russia. Non è una guerra di attrito, definizione che ne sminuisce lutti e distruzioni, ma una guerra vera, con vittime e distruzioni crescenti. È una infezione pericolosa che può mettere in ginocchio i combattenti diretti e scatenare una guerra allargata devastante. L’invasione russa dell’Ucraina ordinata da Putin va avanti incontrando grandi difficoltà, con un ridimensionamento territoriale degli obiettivi. L’Ucraina ha contrastato l’invasione dimostrando quanto fossero infondati i calcoli iniziali di Putin, ma stanno emergendo difficoltà, al suo interno e si aprono interrogativi sul suo futuro, sui prezzi che sta pagando.

Almeno la metà del nostro paese giudica questa situazione pericolosa, foriera di vittime e danni materiali di portata crescente per la popolazione civile e non solo. Non tutti i conti sono oggi possibili ma la ricostruzione dell’Ucraina richiederà risorse enormi e la guerra continua. I pericoli che derivano dalla continuazione della guerra riguardano anzitutto i contendenti e le popolazioni più esposte ai combattimenti, ma si delinea anche una modifica che sarà sempre più difficile rendere reversibile delle relazioni nel pianeta. La guerra si diffonde come un’infezione nel pianeta. La globalizzazione, tanto esaltata in passato, oggi è compromessa. Si delinea un pianeta a grandi chiazze territoriali che si guardano in cagnesco, come e perfino peggio durante la guerra fredda. Non a caso è partita una rincorsa agli armamenti, all’aumento delle spese militari di proporzioni sconosciute da decenni.

Tutti privilegiano il riarmo, impiegando sempre maggiori risorse e senza riguardo alle priorità economiche e sociali che vengono relegate in secondo piano e che finiscono per diventare la variabile dipendente. Così la spesa per le armi cresce a discapito di quella sociale.

Dall’acquisto crescente di armamenti sempre più distruttivi, al loro impiego, alla guerra, il passo è breve. Il riarmo è una profezia negativa di guerra che si auto avvera. Per di più l’uso delle bombe nucleari continua a restare incombente. Una presenza minacciosa e pericolosa.

Anche a questo conflitto si può fare l’abitudine più diventa lunga la sua durata, al punto da sottovalutarne le conseguenze come la possibile deflagrazione di un conflitto mondiale. Non solo i protagonisti principali (Russia e Usa) anche il governo inglese non fa mistero che il suo appoggio all’Ucraina non è solo un aiuto per la difesa dall’invasore ma punta ad un cambio di regime in Russia, ad una sua sconfitta militare, senza disdegnare la possibilità di offensive (ucraine?) nel territorio russo. O azioni di forza per il grano, iniziativa evocata con leggerezza anche in Italia. Eppure, sono passati pochi mesi da quando l’imperativo nel mondo sembrava quello di coordinare e cooperare le iniziative degli stati per affrontare la crisi climatica del pianeta finalmente al centro delle iniziative. Prima che il climate change diventi irreversibile nel nostro pianeta. Ora la guerra uccide, devasta le strutture, l’ambiente, il cibo, semina odi e paure, scava solchi profondi, difficili da colmare. Perfino la cultura (tutta) sembra non essere più patrimonio mondiale, ma viene ridotta a subordinata delle scelte politiche, al punto che scrittori, artisti appartenenti alla cultura altrui subiscono l’ostracismo.

È una spirale pericolosa fondata sulla negazione dell’altro.

Prima che sia troppo tardi occorre fermare questa rincorsa, rimettendo al centro il dialogo, il cessate il fuoco, l’assistenza a chi è colpito dalla guerra, le trattative per realizzare le condizioni per arrivare ad accordi di pace. L’imperativo ora deve essere fermare la guerra. Il papa aveva messo da tempo in guardia, inascoltato, che una guerra mondiale era ormai in corso da anni in decine di aree del pianeta, anche se strisciante, diffusa a chiazze, non sempre visibile, in prevalenza fuori dall’Europa. Ora è arrivata anche in Europa. Presi da comprensibili reazioni si è pensato che bastasse sostenere la resistenza degli invasi, fino a concentrarsi sull’invio di armi sempre meno difensive, sempre più offensive, ammesso che questa distinzione abbia sempre un senso reale.

Gli Usa hanno colto l’occasione dell’invasione russa dell’Ucraina per serrare le fila e rilanciare l’alleanza atlantica, in crisi di scopo da tempo (basta ricordare Macron) e ora rinsaldata con l’individuazione del nemico da battere. Per una sorta di eterogenesi dei fini l’invasione dell’Ucraina ha portato al risultato che due paesi scandinavi, prima non allineati, hanno chiesto di entrare nella Nato. Un pessimo risultato per una guerra iniziata invadendo l’Ucraina con lo scopo anche di evitarne l’ingresso nella Nato. È la conferma che la scellerata decisione di Putin di invadere l’Ucraina ha rilanciato guerrafondai e produttori di armi. È evidente che la guida del crescente invio di armamenti è saldamente americana, al punto che la Nato è solo una componente dello schieramento di Ramstein ed è lì che si decide quali e quante armi inviare in Ucraina. Purtroppo, finora l’attenzione è stata prevalente sulla guerra con una coazione a ripetere: più armi e più sanzioni, senza neppure una riflessione se queste azioni siano state efficaci e se non sia giunto il momento per tutti di cambiare ottica e strategia. Prima che sia troppo tardi.

È giunto il momento di chiedersi dove si vuole arrivare.

Forse si può ancora invertire la tendenza. Anche il governo italiano dopo una fase in cui parlava solo dell’invio di armi all’Ucraina oggi sembra rendersi conto che occorre impegnarsi per iniziative di pace. Draghi ha messo al centro lo sblocco del grano ucraino. La priorità deve essere impedire che il conflitto in Ucraina scivoli verso una guerra mondiale. Sull’orlo di questo abisso troppi compiono macabri passi di danza. Passare dal sostegno con le armi all’Ucraina alla cessazione dei combattimenti e ad aprire trattative di pace richiede un cambiamento netto di impostazione. In altre parole, non è aumentando l’invio di armi e insistendo su sanzioni sempre più dure che si arriverà ad una prospettiva di pace. A meno che si pensi seriamente che sia possibile arrivare alla sconfitta e all’umiliazione della Russia, mettendo nel conto anche reazioni terribili. È un grave errore che l’Unione Europea rinunci ad avere una posizione autonoma per la pace e si impegni solo per armi e sanzioni.

Aprire un terreno diverso? Chi, come?

Le grandi potenze, e non solo loro, da tempo hanno fatto di tutto per svuotare la sede ONU di ruolo e credibilità. Senza un ruolo dell’ONU i rapporti mondiali sono stati abbandonati ai rapporti di forza, che esistono ovviamente, ma che dovrebbero essere contenuti proprio dalla sede internazionale di governo dei conflitti mondiali, cioè l’ONU. Svuotarne ruolo e significato è stato un clamoroso autogol e ora ne avremmo estremo bisogno.

Non è chiaro perché il governo italiano abbia sottoposto in solitudine al segretario generale dell’Onu una proposta per la pace. L’iniziativa in sé è interessante per il fatto di esserci, anche se nel merito è discutibile. Per avere forza la proposta doveva essere costruita insieme ad altri, ad esempio in sede europea, almeno con alcuni suoi membri autorevoli, e destinata all’assemblea dell’Onu, con la richiesta di convocarla in modo permanente fino alla soluzione della crisi, come proposto proprio in Italia. Alla pace si può arrivare se le rappresentanze mondiali, in sede ONU, si impegnano per questa soluzione. I paesi che hanno fin qui hanno preso iniziative di mediazione hanno reso evidente che occorre qualcosa di più, anzitutto un ripensamento delle posizioni delle potenze mondiali, a partire dalla Russia e dagli Usa, puntando a coinvolgere la Cina, concentrando le iniziative dell’UE nella direzione prioritaria della pace.

È giusto provare a sbloccare l’invio del grano ucraino nei paesi che rischiano di pagare un prezzo pesante, ma è inevitabile che avvenga attraverso un’intesa con i belligeranti e che vengano in evidenza altri aspetti come le sanzioni. Si è dato per scontato qualcosa che non lo è. Non può essere l’Ucraina a decidere il futuro delle relazioni mondiali, con il pericolo di arrivare a una guerra mondiale, insistendo per troncare le relazioni economiche con la Russia.

Se si vuole la pace occorre essere disponibili a trattare.

Continuare a puntare tutto sul sostegno armato rischia di fare un pessimo servizio all’Ucraina. Continuare a puntare tutto sulle armi rischia di portare i paesi della Nato sempre più sull’orlo di un conflitto mondiale e di provocare gravi danni economici e sociali a tutti. Per questo occorre che tutti gli attori si assumano la responsabilità di dire con chiarezza che è giunto il momento di puntare tutte le carte sulla cessazione dei combattimenti e sulla pace e questo compito non può essere delegato a nessuno. La pace deve deciderla l’Ucraina: è un modo sbagliato di porre il problema. Tutti dobbiamo aiutare l’Ucraina ad arrivare alla pace, senza però farne l’alibi per giustificare l’assenza di iniziative del resto del mondo, per continuare la guerra. Ognuno si assuma la responsabilità di fermare il gioco al massacro (anzitutto a danno degli ucraini) e lo faccia in modo trasparente nella sede ONU, la cui assemblea generale è la sede migliore per affrontare la questione ucraina. Da qualche parte occorre iniziare per risalire la china, perché nessuno ha interesse alla distruzione dei contendenti e questo va fatto ora, prima che i rapporti di forza sul terreno possano suggerire uno stato di fatto. In sostanza solo una iniziativa di pace ora può evitare un futuro separato, di fatto, come è avvenuto a Cipro.

Come è stato detto autorevolmente abbiamo bisogno di una conferenza sulla sicurezza e la pace come quella di Helsinki del 1975 non di una separazione dettata dalle armi. Questo andrebbe ricordato quando Erdogan si erge a mediatore, poi ricatta i paesi scandinavi che vogliono entrare nella Nato sui curdi. È uno squilibrio preoccupante che le rappresentanze politiche non diano voce alle opinioni dell’elettorato del nostro paese, che non vuole la guerra.

Per questo è più che mai necessario che l’ampia opinione pubblica che è per la pace faccia sentire con maggiore forza la sua opinione, che si autorappresenti. L’impegno attivo è cresciuto ma non basta ancora, anzitutto deve essere profondamente unitario e deve essere in grado di arrivare a cambiare profondamente l’ottica di azione del nostro governo, a modificare l’impostazione dell’Unione europea che rischia di essere una delle vittime di questa guerra, mentre dovrebbe essere protagonista di una soluzione di pace.
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Pubblicato da Jobsnews.it il 31 maggio 2022
By redazione |Maggio 31st, 2022

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appello
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La fine di una guerra senza fine
di Sandro Antoniazzi su C3dem

Un nuovo intervento, sulla guerra in Ucraina, mosso, come dice l’autore, da “sano realismo”, espressione autorevole di una delle anime, tra le molte e diverse, in cui si articola il mondo cattolico e democratico di fronte al tragico conflitto innescato dall’aggressione russa

Nella guerra in Ucraina ci troviamo di fronte a una situazione dove si continua a combattere, mentre sono pressoché ferme le prospettive di confronto politico.

Sembrano però perdere di peso le affermazioni di una parte dello schieramento occidentale secondo le quali è possibile “vincere” la guerra che, in alcune dichiarazioni di Zelensky, si spingono a volte sino a immaginare una riconquista di tutti i territori, Crimea compresa.

Sempre di più si sentono, invece, voci di esponenti politici europei che cercano di far presente l’esigenza di una trattativa con la Russia: ne fanno testo tanto il discorso di Draghi a Washington quanto le iniziative di Macron e di Scholz.

Del resto, è difficile pensare di continuare una guerra senza fine, come se fosse una guerra di logoramento reciproco.

Anche se non si volesse tener conto delle vittime umane quotidiane (quelle complessive, e non due morti qua e tre morti di là), la situazione sul teatro di guerra sembra chiara: la Russia ha rinunciato all’invasione dell’intera Ucraina, ma sembra ormai vicina alla conquista del Donbass.

Quando la Russia avrà completato l’occupazione del Donbass – con le relative conseguenze: introduzione del rublo, lingua russa, anagrafe russa, domani scuole russe – sarà difficile pensare di farla tornare indietro.

Quali sono in questa situazione le prospettive che si presentano?

Il fronte occidentale, sinora tutto sommato unito, sta approssimandosi sempre di più a un punto di stallo.

L’ultimo pacchetto di sanzioni fa fatica ad essere approvato, il che rende molto aleatoria la possibilità di ulteriori decisioni in questo senso.

Gli analisti intanto mettono in risalto il costo che ha per l’Europa l’adozione delle sanzioni, con il rischio crescente di una reazione negativa a livello delle popolazioni.

Inoltre, se le sanzioni hanno indubbiamente danneggiato la Russia, la rivalutazione dei prezzi energetici e la maggiore libertà propria di un sistema autocratico (ciò che ha prodotto il rafforzamento del rublo) le hanno consentito di non essere messa nell’angolo: decisioni estreme – niente più né gas né petrolio dalla Russia – sono razionalmente fuori dalla nostra portata.

Anche sul piano degli armamenti, da una parte iniziano a manifestarsi delle difficoltà (in Italia il terzo invio ha sollevato problemi, che rendono poco plausibile un eventuale quarto), ma soprattutto sembra che non basti il rifornimento di armi all’esercito ucraino per metterlo alla pari delle forze russe.

Non rimane dunque che lavorare perla pace, sapendo che questo significa per l’Ucraina la rinuncia ad alcuni territori, la Crimea e il Donbass, la prima già in mano ai russi da tempo, il secondo terra di permanente conflitto.

L’Ucraina in compenso vedrebbe riconosciuta la sua indipendenza come nazione e conserverebbe la zona Sud, con Odessa, essenziale per la sua attività di esportazione; il proseguimento della guerra potrebbe significare perdere anche l’area meridionale con lo sbocco sul mare e questo sarebbe una perdita irreparabile per l’Ucraina.

Se poi si dovesse parlare dei danni a livello mondiale, che questa guerra e il suo prolungamento determinano, l’elenco sarebbe lungo; e forse quello che sta facendo pensare i governi occidentali è una possibile rivolta dei paesi africani e arabi colpiti pesantemente dalla mancanza del grano.

Un po’ di toni meno bellicosi e di affermazioni trionfalistiche (come se la decisione di Finlandia e Svezia di rinunciare alla neutralità e chiedere l’ingresso nella NATO fosse un passo avanti e non un passo indietro) e un po’ più di sano realismo, forse, sarebbero un orientamento migliore da tenere nei rapporti internazionali.

Sandro Antoniazzi
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Ostinatamente per la Pace. Nulla di intentato

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31 MAGGIO ORE 18 – #STOPTHEWARNOW UCRAINA: PACE, AIUTO UMANITARIO ED ACCOGLIENZA

1° webinar di FQTS – martedì 31 maggio 2022 dalle ore 18.00 alle 19.30

Una riflessione su quanto sta avvenendo oggi nel cuore dell’Europa: un conflitto che coinvolge non solamente Ucraina e Russia, ma anche tutti noi. Eventi geopolitici per i quali il Terzo settore non vuole e non può rimanere indifferente.

#StopTheWarNow Ucraina: pace, aiuto umanitario ed accoglienza sarà un dialogo coordinato da Silvia Stilli, portavoce di AOI al quale porteranno il loro contributo Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione CON IL SUD; Vanessa Pallucchi, Portavoce del Forum del Terzo Settore; Chiara Tommasini, Presidente di CSVnet; Gianpiero Cofano, Segretario Generale Associazione Papa Giovanni XXIII e portavoce #StopTheWarNow; Alberto Capannini, Operazione Colomba; Ivana Borsotto, Presidente Focsiv.

Una riflessione comune che a partire dalle iniziative concrete che molti soggetti del nostro mondo hanno promosso e a cui hanno preso parte in questi difficili tempi di guerra, sarà occasione per dare visibilità al valore delle azioni di solidarietà internazionale che hanno mobilitato il Paese e alla straordinaria accoglienza immediata per donne, uomini, bambine bambini in fuga dalla guerra in Ucraina nel nome dell’impegno per la Pace.

Per partecipare è necessario registrarsi qui: https://tinyurl.com/heteubwj

Stop The War Now nasce come un’azione di pace promossa da organizzazioni della società civile italiana e da associazioni di solidarietà e cooperazione internazionale. A partire da un ristretto gruppo di realtà cattoliche l’iniziativa si poi rapidamente diffusa fino a raccogliere oltre 150 adesioni. Una carovana di pace che dal 1 al 4 aprile ha portato a Leopoli, in Ucraina, associazioni, volontari e aiuti umanitari, per poi riportare in Italia 300 rifugiati, la maggior parte dei quali in condizioni fisiche, psichiche e sanitarie molto precarie.

Questa iniziativa è stata un’importante risposta a quanto stava accadendo in Ucraina, un modo del Terzo settore per ribadire il suo fermo no ad ogni guerra, ad ogni violenza e violazione dei diritti umani. Contemporaneamente, ed in tempi molto rapidi, tutto il Terzo settore italiano si è mobilitato per portare risposte e sostegno ai bisogni del popolo ucraino: dalla raccolta di materiali e beni di prima necessità, all’assistenza sanitaria, dalle campagne di raccolta fondi, all’assistenza dei profughi in loco fino all’accoglienza nel nostro Paese. Il Terzo settore infatti, come per tutte le emergenze, non è rimasto fermo e indifferente, ma anzi, si è attivato immediatamente con iniziative di solidarietà.

Il progetto formativo FQTS (Formazione Quadri Terzo Settore), promosso dal Forum del Terzo Settore e CSVnet e sostenuto dalla Fondazione Con il Sud, ha l’obiettivo di declinare in azioni concrete e modalità operative aperte l’impegno di carattere relazionale, politico e organizzativo, sviluppandosi all’interno della dimensione comunitaria. Proprio in questo quadro e in conseguenza degli eventi geopolitici che stiamo vivendo e che ci chiamano in prima persona a ragionare sulle complessità di questa situazione, il progetto FQTS ha deciso che il 1° di un ciclo di quattro webinar previsti, approfondisse proprio la delicata attualità di questi mesi.

I quattro webinar sono rivolti non solo agli oltre 900 partecipanti al percorso formativo, ma a tutti coloro che vorranno approfondire e riflettere i temi di volta in volta trattati.
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SCONFIGGERE L’UOMO FORTE
28 Maggio 2022 su C3dem
Paolo Lepri, “Noi e la guerra. Una battaglia ideale per la difesa dei diritti” (Corriere della sera). Frans Timmermans, “Basta mettere i soldi in tasca a Mosca. La resistenza inizia nelle nostre case” (intervista a La Stampa). Siegmund Ginzberg, “Cent’anni di antiamericanismo” (Foglio). Rony Hamaui, “Sconfiggere l’uomo forte è il primo obiettivo” (lavoce.info). UCRAINA/RUSSIA: Vittorio E. Parsi, “La Ue non reggerà all’infinito. Bisogna farlo capire a Kiev” (intervista a Qn). Paola Peduzzi, “L’impatto dei negoziati prematuri, mentre Mosca ribalta il conflitto” (Foglio). Micol Flammini, “Le domande a Kiev” (Foglio). Gianandrea Gaiani, “Donbass, la tenaglia russa. A Mosca il 25% dell’Ucraina” (Mattino). Cecilia Sala, “I russi arrivano a Severodonetsk prima dei razzi americani” (Foglio). Paolo Mastrolilli, “Gli Usa si interrogano sui nuovi obiettivi” (Repubblica). Massimo Gaggi, “Perché Biden rischia di essere isolato” (Corriere della sera). Mattia Diletti, “Biden ha ereditato un paese polarizzato e paralizzato” (Scenari/Domani). Tommaso Ciriaco, “Il negoziato di Draghi per liberare il grano” (Repubblica). Vittorio Da Rold, “Quello che non torna nella strategia di Draghi sull’Ucraina” (Domani). Francesca Basso, “Le vie del grano: i treni o il Bosforo” (La Stampa). Marco Bresolin, “Per salvare l’embargo Ue sul petrolio, si va verso l’esenzione all’Ungheria” (La Stampa). David Carretta, “L’Europa è divisa su come deve finire la guerra” (Foglio). Barbara Spinelli, “Sulla guerra la Russia ha due linee diverse, e anche l’Europa” (Il Fatto). Franco Monaco, “Per la pace servono concessioni reciproche, non soltanto a Kiev” (Il Fatto). Carlo Galli, “Un abbaglio chiamato Putin” (Repubblica). Salvatore Bragantini, “Le contorsioni intellettuali dei ‘realisti’ e ‘complessisti’ sulle mosse di Putin” (Domani). Nadia Urbinati, “La guerra in Ucraina sta cambiando l’Occidente” (Domani). INOLTRE: Jeffrey Sachs, “Finalmente abbiamo capito che crescita e sviluppo non sono la stessa cosa” (Sole 24 ore).
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L’ASSE PD-M5S ALLA RICERCA DI EQUILIBRIO. RICORDARE DE MITA. SINDACATO E POPULISMO
28 Maggio 2022 su C3dem
Ilvo Diamanti, “FdI primo, tiene il Pd. L’Italia senza partiti, contano solo i leader” (Repubblica). Francesco Verderami, “Crisi del grano, allarme profughi” (Corriere della sera). Daniela Preziosi e Lisa Di Giuseppe, “L’irresistibile discesa del leader mai nato nel M5s” (Domani). Ferdinando Adornato, “L’asse Pd-M5s alla ricerca di equilibrio” (Messaggero). Lina Palmerini, “Per Letta e Meloni buone e cattive notizie dai sondaggi” (Sole 24 ore). Claudio Cerasa, “Prove di destra draghiana. Il manifesto antipopulista di Fedriga” (Foglio). Marco Cremonesi, “La visita a Parolin, i contatti turchi, Salvini pronto a partire per Mosca” (Corriere della sera). Stefano Passigli, “La guerra e le prospettive di governo” (Corriere della sera). Guido Melis, “Perché la Pubblica amministrazione rischia di non cambiare mai” (Domani). REFERENDUM: Gianluca De Rosa, “Il referendum e il Pd” (Foglio). “Percorsi separati per giudici e pm, il Sì di Ceccanti, il No di Ferraresi” (Sole 24 ore). Stefano Ceccanti, “Alcune considerazioni sul referendum sulla giustizia” (Paradoxa forum). INOLTRE: Dario Di Vico, “I sindacati travolti dal populismo” (Foglio). Gherardo Colombo, “Perché si può abolire il carcere” (Left)
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CIRIACO DE MITA: Marco Damilano, “Il tempo lungo di Ciriaco De Mita” (Foglio). Pierluigi Castagnetti, “Con lui se ne va un’epoca politica. Il suo coraggio non fu compreso” (intervista ad Avvenire). Marcello Sorgi, “L’ultimo democristiano” (La Stampa). Guido Bodrato, “Ha sempre creduto nella mano pubblica” (intervista al Manifesto).
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Riflessione sulla scomparsa di Ciriaco De Mita
di Lucio Garofalo
Seppur volessi, non riuscirei ad associarmi alla “canea” delle dichiarazioni di cordoglio, al coro quasi unanime delle condoglianze, più o meno sincere ed ipocrite che siano, per il lutto che ha investito la comunità di Nusco, in particolare la famiglia De Mita, nonché il territorio dell’Irpinia e dintorni. Non riesco ad avvertire alcun dolore autentico. Si potrà obiettare che “il sentimento del cordoglio è per l’uomo, non per il politico”… In verità, l’uomo e il politico sono inscindibili da circa 70 anni, se non oltre, da quando, nel 1953, se non erro, la “buonanima” esordì sulla scena politica aderendo alla corrente della “Sinistra di Base” che apparteneva alla “Balena bianca”, la Democrazia Cristiana. La carriera politica di De Mita decollò grazie anche alla moglie, che era la segretaria di Fiorentino Sullo, esponente di spicco della DC, anch’egli originario dell’Irpinia, precisamente di Paternopoli… Negli anni ’80, il figlio del sarto di Nusco riuscì a diventare uno degli uomini politici più potenti d’Italia, costituì il punto di riferimento, il perno centrale attorno a cui ruotava un ceto dirigente democristiano che annoverava numerosi elementi provenienti dall’Irpinia: Gerardo Bianco, Giuseppe Gargani, Salverino De Vito, Lorenzo De Vitto ed altri… Fu l’unico leader DC a ricoprire nello stesso tempo la carica di Presidente del Consiglio, dal 1988 al 1989, e segretario nazionale del partito, dal 1982 al 1989. Ciriaco De Mita è stato un astuto ed abile politico, nonché un intellettuale colto e raffinato, provvisto di una mente acuta, capace di elaborare un pensiero progettuale di ampio respiro, ma tali qualità politiche ed intellettuali furono subordinate ad un disegno egoistico di accrescimento e mantenimento del potere, per sé e per la propria cerchia familiare, amicale e clientelare… Ma il fallimento storico-politico del demitismo è testimoniato da numerosi fatti ed elementi concreti, alcuni dei quali appaiono in una dimensione drammatica e raccapricciante: dallo spopolamento crescente ed inarrestabile delle comunità dell’entroterra irpino, del cratere sismico in maniera particolare, alla chiusura di numerose fabbriche (alcune erano già decotte in partenza) ed intere aree industriali, installate durante la lunga stagione della ricostruzione post-sismica, grazie agli ingenti fondi pubblici erogati dalla Legge n. 219 del 1981: ben 60mila miliardi di vecchie lire, di cui una percentuale assai cospicua è stata dirottata per finanziare la camorra e rimpinguare le attività illecite ed il malaffare… Senza omettere che la nostra terra, l’Irpinia, detiene il lugubre primato dei suicidi in tutto il Meridione d’Italia… Potrei proseguire qui nel “dipingere” il macabro e desolante quadro storico-politico ed esistenziale, ma ritengo che la sintesi che ho formulato basti. Sorvolerei sul caso, arcinoto (ma non ai più), dell’Irpinia-gate, sul quale venne scritto e pubblicato un libro nel 1989… Insomma, con la dipartita di Ciriaco De Mita è scomparso un “nemico di classe” per il movimento comunista ed antagonista irpino (o, almeno, per i soggetti sopravvissuti, per i “cani sciolti”, tra cui il sottoscritto)… De Mita è stato un avversario politico per intere generazioni di comunisti e dissidenti che hanno osteggiato il suo sistema di potere, instaurato soprattutto in Irpinia e nel Sannio. Un sistema di potere molto ramificato e radicato principalmente nel settore della sanità regionale, delle imprese industriali, delle banche e dovunque si allungassero i suoi tentacoli voraci… In futuro si dovrà contrastare il “demitismo senza De Mita”, cioè il sistema di potere imposto ed esercitato dagli epigoni del “podestà” di Nusco… Perciò, temo che si rischi di rimpiangere (!) il “demitismo” con De Mita.
Lucio Garofalo
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