Editoriale

Sardegna Sardegna

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Coraggio, tenacia e orizzonte: per un nuovo soggetto politico
5e64c5da-b254-4aee-8a2b-36d760288460di Fernando Codonesu
Il pungente articolo a firma di Amsicora comparso il 18 dicembre su Democraziaoggi in cui si ragiona sulla possibile convergenza tra Paolo Maninchedda e Mauro Pili, mi permette di intervenire ancora sul tema delle prossime elezioni regionali. Certo, Amsicora dall’alto della sua lunga storia ha gioco facile nel criticare alcune posizioni espresse dal duo Pili e Maninchedda e per certi aspetti non ha torto, ma io credo che ciò che è permesso ad Amsicora quale eroe della resistenza sarda contro la dominazione romana, non è permesso a tante persone come me che con le nostre limitate energie dobbiamo farci carico della fatica quotidiana della politica.
Una fatica, quella della politica, che ci impone una dose di generosità che non deve mai venir meno nella critica e nella proposta, al fine di smussare gli angoli sempre presenti in ciascuno di noi e che spesso diventano così preponderanti da condizionare persino le relazioni personali, figuriamoci se non condizionano i metodi propri di interazione e le relazioni tra le forze politiche.
Negli ultimi giorni, su input del Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria (CoStat), a seguito dell’ultimo positivo confronto tra Murgia, Maninchedda, Zuncheddu, Mirasola, Deriu, ho tentato inutilmente di organizzare un altro dibattito al fine di una potenziale convergenza contro il centrodestra a trazione Salvini, tra i candidati presidente Zedda, Maninchedda, Murgia e Desogus. Dopo un’iniziale disponibilità Zedda si è ritirato senza alcuna spiegazione (purtroppo questo è un malcostume noto e sperimentato in più occasioni), Maninchedda ha spiegato che non avrebbe partecipato e a questo punto abbiamo rinunciato all’iniziativa per mancanza di interlocutori.
Detto questo, la fatica della politica ci impone di continuare a individuare convergenze possibili fin da subito e per quanto mi riguarda, ma non da oggi, il mio interesse si concentra sulla vasta area delle forze e dei movimenti identitari e indipendentisti che possono e dovrebbero imparare a convivere, rinunciando ognuno a qualcosa della propria parte per far fare un grande passo in avanti a tutti.
Le soggettività in campo
Il PDS vede nel duo Maninchedda-Sedda le figure di punta rappresentative come elaborazione politica e allo stesso tempo come “gestori” del partito e delle istituzioni. Sulla carta questo partito, anche a seguito dell’esperienza di cinque anni di maggioranza, dovrebbe (almeno doveva) avere la possibilità del superamento della soglia del 5%. Non mi interessa qui entrare nel merito di specifiche posizioni che potranno essere analizzate e discusse a tempo debito e negli spazi dedicati, ma dirò necessariamente qualcosa sulla recente consultazione delle Primarias che hanno costituito la più grande prova organizzativa del PDS di questi ultimi mesi. Un risultato che mette in forse il superamento della fatidica soglia del 5%, o almeno non la rende più facilmente a portata di mano e questo sarebbe, dal mio punto di vista, un ulteriore problema.
Sardi Liberi, la neo proposta di Mauro Pili, si è arricchita della qualificata presenza di Carta proveniente dal PSdAZ e di Giovanni Columbu, già presidente di quel partito. Di Mauro Pili conosciamo l’escursus politico e il suo passaggio nel centrodestra fino a diventare presidente della Giunta regionale per conto di Forza Italia.
Negli ultimi 10 anni è anche diventato un protagonista delle lotte della Sardegna e di questo bisogna dargli atto. L’innesto di Carta e Columbu aggiungono spessore e qualità al suo schieramento e se consideriamo il risultato delle precedenti elezioni che è stato ampiamente al di sopra della soglia prevista per l’unica lista, si trova nella possibilità concreta di superare lo sbarramento previsto, ancorché quest’ultimo non vada visto come un risultato acquisito
AutodetermiNatzione, dopo la negativa prestazione ottenuta nella recente consultazione politica del 4 marzo, allora coordinata da Anthony Muroni che, ricordo a tutti, da direttore dell’Unione Sarda è stato uno degli artefici principali del successo della più grande manifestazione antimilitarista dagli anni ’80 a questa parte svoltasi a Capo Frasca nel 2016, è ora in campo con Andrea Murgia, una persona competente, con un percorso politico riconosciuto e apprezzato. Di AutodetermiNatzione so che c’è un candidato Presidente, ancorché, mi ricorda qualcuno, non è capo politico, che deve quindi continuamente rispondere ad un Tavolo nazionale costituito, si fa per dire, dagli azionisti di controllo. Giacché ci siamo, mi chiedo anche se in tale Tavolo ci siano soggetti che si ritengono azionisti di maggioranza che quindi contano più di altri, e fin qui, nessuno scandalo, non ci sarebbe niente di male. Ma a casa mia, quando ci sono azionisti di maggioranza e si nomina un presidente di un Consiglio di Amministrazione (CdA) e un Amministratore delegato normalmente si affidano delle deleghe e la delega fondamentale è la rappresentanza della compagine aziendale così come del progetto politico. Il Presidente e l’AD rispondono prima del CdA delle decisioni aziendali e, per analogia, così dovrebbe essere per il portavoce o per i candidati Presidente. Così succede dalle nostre parti e nella prassi quotidiana, oltre che nelle norme giurisprudenziali, altrimenti si finisce col mettere in secondo piano il Conte di turno, formalmente Presidente del Consiglio, per dover telefonare ai Di Maio e Salvini quali azionisti unici, nemmeno di maggioranza relativa, quali “proprietari” del governo.
Se è questo il caso, il progetto di AutodetermiNatzione rischia di fare poca strada: c’è bisogno di chiarezza perché se si vuole lavorare per una convergenza di più forze politiche, movimenti e comitati presenti sul territorio è dirimente che il candidato Presidente sia riconosciuto come garante del progetto e decisore di ultima istanza, senza dover chiedere permesso al Tavolo interno, altrimenti, come già detto, viene continuamente bypassato, se ne sminuisce il ruolo e il progetto muore. Personalmente sono impegnato nell’allargamento del progetto di AutodetermiNatzione al fine del superamento della soglia di sbarramento del 5%, ma vorrei maggiore chiarezza e una trasparenza nelle decisioni perché un altro risultato negativo nella consultazione elettorale e il ricorso ad un altro capro espiatorio da immolare, questa volta non sarà accettato e tanto meno perdonato dall’elettorato. E parlare di un progetto politico che prescinde dal risultato elettorale, per quanto meritorio e politicamente nobile, nella situazione attuale lascia il tempo che trova.
Questa consultazione elettorale non può essere persa per nessuna ragione: tutti i tre raggruppamenti devono superare la soglia di sbarramento.
Primarias
Le Primarias proposte dal PDS hanno avuto il merito di proporre un candidato governatore Paolo Maninchedda sulla base di un consenso bulgaro dell’85% e hanno incominciato a proporre il quesito sulla “nazione sarda”, ancorché limitato ad elettori, simpatizzanti e no, del PDS.
I risultati possono essere valutati in maniera molto differente. Dal punto di vista del PDS si può parlare di risultato straordinario, ma se consideriamo i numeri personalmente ritengo che si debba parlare di debolezza e di fragilità della proposta, nonché di isolamento pesante del partito.
Il numero di partecipanti alla consultazione, poco più di 20.000, è perfettamente in linea con i voti ottenuti nelle precedenti elezioni regionali equivalenti a 18.188. Ma nel frattempo ci sono stati cinque anni di partecipazione alla Giunta Pigliaru anche con responsabilità assessoriali, una presenza continua nei media e, in quest’ultimo periodo, un grande risalto proprio della proposta delle Primarias che, ricordo, erano aperte e rivolte a tutti gli elettori sardi. Questo ha permesso a molti sardi di esprimersi anche non riconoscendosi nell’esperienza del PDS (io sono tra questi) al punto che hanno dichiarato il loro voto favorevole alla nazione sarda persone tra le più diverse, compresi noti esponenti del centrodestra e il vicepresidente della Giunta, Paci.
Personalmente ho votato come a suo tempo ho votato per le primarie del PD, pur non avendo mai fatto parte non solo di quel partito ma neanche, a suo tempo, del suo partito progenitore, il PCI. Ho sempre votato per le primarie perché le ho ritenute e le ritengo espressione della democrazia e quindi ho espresso il mio voto anche per le Primarias.
In effetti mi aspettavo non meno del doppio dei votanti, da 40.000 a 50.000 voti, che avrebbero permesso di parlare di una facile possibilità di superamento della soglia del 5% alle prossime elezioni regionali e soprattutto di una riconosciuta capacità di attrazione esercitata dal PDS sul tema della “nazione” come collante di quella vasta parte di popolo sardo che si sente nazione. In passato si è detto che questa area poteva valere fino al 40%, ma se ci basiamo sui voti espressi in diverse consultazioni elettorali recenti a favore delle varie forze politiche che si rifanno ai temi dell’identità e dell’autodeterminazione si arriva e si può superare abbondamente il 20%. Proprio perché i numeri sono questi, il risultato delle Primarias deve porre innanzitutto al duo Sedda e Maninchedda la constatazione di un isolamento di fatto che si traduce in debolezza strategica della proposta.
A mio avviso è necessario un cambio di rotta.
Da qui la necessità di non essere autoreferenziali perché in politica questo è un peccato mortale, ma di aprirsi alle altre forze e raggruppamenti di area, per concorrere a formare un unico schieramento e un’unica forza politica, magari dopo le elezioni e con una lavoro comune dall’opposizione.
Il consiglio che mi permetto di dare, ancorché non richiesto, se non lo avessero ancora capito, è che non si può più dire “le nostre porte sono aperte”, perché il risultato delle Primarias fa capire incontrovertibilmente che non c’è alcuna intenzione di entrare in quella casa, perché il progetto e il disegno degli spazi interni è stato fatto da altri, cioè da Paolo e Franciscu, ma si è disposti a progettarne una nuova, con un altro impianto strutturale e con spazi interni da ridisegnare in modo che tutti vi possano stare a proprio agio.
Osservo che l’area politica dell’autodeterminazione e dell’autogoverno vale oggi come cinque anni fa circa 160.000 voti, ovvero oltre il 10% del corpo elettorale che è pari a 1.480.000 e circa il 20% dei votanti, almeno se ci basiamo sul numero dei votanti delle precedenti elezioni regionali e delle recenti elezioni politiche del 4 marzo, rispettivamente 774.000 e 896.000 votanti.
Oggi questa vasta area di elettorato è così divisa che il voto si disperde in una numerosità di formazioni politiche che, a mio avviso, non trovano giustificazione se si analizzano gli obiettivi programmatici a medio e lungo termine di ciascuna formazione in campo e si ragiona sulla loro operatività dell’azione politica. Infatti, se si ragiona sui temi del lavoro, dello sviluppo locale, della sanità, dei trasporti, del decentramento istituzionale ed amministrativo, delle servitù militari ed energetiche, ecc., gli obiettivi, le analisi e le proposte sono identiche al punto che anche gli addetti ai lavori fanno fatica a trovare eventuali differenze.
Anche il grande obiettivo dell’autodeterminazione e la consapevolezza dell’essere nazione, ancorché “mancata” come ci ricorda Emilio Lussu, e quindi la necessità di individuare un realistico percorso democratico all’interno del presente stato unitario, con la Costituzione vigente e con lo Statuto che abbiamo il dovere di realizzare pienamente, consapevoli come siamo che così non è stato nel corso di questi decenni, sono ampiamente sentiti come facenti parte della nostra identità di sardi. Ma su questo, è inutile negarlo, ci sono dei distinguo tra le varie compagini e c’è qualche fuga in avanti che nasce molto da un protagonismo personale, che continuo a riconoscere come sano e positivo, ma non quando si traduce in autoreferenzialità perché alla fine non fa fare passi avanti alla causa del riconoscimento della nazione sarda. Una nazione non è un sentimento o una consapevolezza espressa con un voto e tanto meno con un “clic” in una piccola consultazione elettorale di parte. Vediamola come un seme di prova e non vale, spero, citare la parabola del buon seminatore, nota sicuramente a Maninchedda e a Sedda, e più che mai valida e necessaria.
Credo che sia indispensabile chiarirsi bene le idee sul concetto di nazione e su quello di Stato e come le due cose vadano viste insieme, aggiornando anche l’elaborazione politica fatta dai grandi pensatori e protagonisti della politica del passato. A me, per esempio, piace pensare alla Sardegna federata all’Italia e interna all’Unione europea. Ma siamo già dentro uno Stato unitario e centralizzato e non si è mai visto nella storia che uno stato unitario si trasformi in uno Stato federale. Certo tutto è possibile. Queste costruzioni statuali le fanno gli uomini e ogni periodo storico ha riconosciuto esigenze così variegate che non si può escludere neanche che in un prossimo futuro ci possa essere una nazione e uno stato sardo in un’Italia federale e all’interno di un’Europa delle Regioni. Ma non mi sembra questa l’aria e se possiamo dire che tutto è possibile, bisogna essere realisti e non scambiare i propri sogni con la realtà.
Certo, come ci ricordano diversi indipendentisti, ci sono tante nazioni senza Stato, ma su questo c’è molto da fare proprio perché qui da noi uno Stato c’è già, con una Costituzione ben definita entro la cui cornice troviamo un ottimo riparo al punto da definirla la nostra casa e allora bisogna che quando si parla seriamente di nazione e si vuole porre l’obbiettivo di farne un progetto politico, bisogna essere consapevoli che far vivere un’idea e un progetto di nazione che conviva con questo Stato e che abbia una sua collocazione in Europa, in quegli Stati Uniti dell’Europa la cui realizzazione sembra allontanarsi sempre di più dall’orizzonte, richiede un impegno senza pari, con molta umiltà, dedizione, tenacia e coraggio. Altro che una piccola consultazione online.
Un progetto di nazione non prevede scorciatoie, ma richiede un lungo percorso tra le nostre popolazioni e i nostri territori affinché diventi maggioranza in Sardegna.
E’ su questo che bisogna lavorare e ciò impone la necessità di un’intelligenza collettiva e plurale da costruire, un’intelligenza collettiva che raccolga il meglio della classe dirigente presente nelle varie formazioni politiche, senza pretese autodefinizioni leaderistiche che possono valere a casa propria, ma non quando si intende lavorare per un unico progetto, quello di riunire tutte le forze identitarie e indipendentiste in un unico soggetto politico.
Insomma, a fronte di un’area potenziale del 20%, con tre schieramenti in campo si rischia che non ci sia l’auspicata rappresentanza. Sono convinto che sia necessario che le persone citate come le tante altre comunque presenti nelle lotte sociali, nei comitati, nei movimenti, nel campo della cultura abbiano il dovere della fatica della politica, anche con passi laterali e qualche vota indietro, coraggio, tenacia e con un orizzonte condiviso per concorrere alla costruzione di un unico soggetto politico che rappresenti tutta questa area e possa fungere da catalizzatore anche per quell’altra metà dell’elettorato sardo che da tempo non partecipa più al voto.

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3f555ee7-6c23-42b0-b6e2-6df7df3b95b0Con AutodetermiNatzione si compatta il fronte di una forza alternativa che costruisce un progetto partecipato per il governo della Sardegna
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Cagliari, 18 dicembre 2018
lampadadialadmicromicroRiceviamo e pubblichiamo volentieri il comunicato stampa che da conto del processo di unità politica ed elettorale di forze vitali per il futuro della nostra patria sarda.
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autodet-logo
AutodetermiNatzione, un progetto per la Sardegna che diventa ogni giorno più largo e plurale
Oggi sono state poste le basi per un allargamento del progetto di Autodeterminatzione oltre la contingenza elettorale. Con la convergenza di Sardigna Libera e di larga parte di Sinistra italiana significativamente rappresentate da Claudia Zuncheddu e Roberto Mirasola, AutodetermiNatzione fa un passo avanti nella costruzione di una vasto fronte popolare che intende concorrere alle prossime elezioni regionali per l’affermazione di un’idea di Sardegna e del nostro popolo che mette al centro la possibilità del riscatto dei nostri territori.
Un progetto che ha tutte le possibilità di superare la soglia del 5% per avere i propri rappresentanti nel Consiglio regionale.
Ci rivolgiamo con convinzione a tutti i Comitati presenti sul territorio per consentire al nostro progetto politico di diventare ancora più forte, plurale e rappresentativo.
Ci rivolgiamo alle organizzazioni e raggruppamenti politici come Rifondazione, Comunisti italiani e Potere al popolo presenti in Sardegna ai quali chiediamo di unirsi al progetto di AutodetermiNatzione, quale casa comune in grado di rappresentare al meglio la fusione delle aspirazioni del nostro popolo di riferimento, una casa basata su pilastri solidi di cui fanno già parte soggetti istituzionali già presentatisi in elezioni precedenti, movimenti politici attivi da anni nei territori della nostra isola, esponenti della cultura e del mondo democratico.
Una casa che può diventare ancora più larga e più grande.
Abbiamo il dovere di costruire un fronte popolare compatto, forte, rappresentativo e plurale dove vengano salvaguardate le identità e le storie di ciascuna componente, ma che allo stesso intendano concorrere convintamente a scrivere e determinare un’altra storia, un altro percorso politico di riscatto e con una reale prospettiva di sviluppo del nostro popolo, contando sulle nostre forze e mettendo la Sardegna al centro della nostra azione e delle nostre energie.
Al centro dei nostri interessi vi sono la rappresentazione nelle istituzioni di tutti i Comitati e le lotte popolari che in questi orribili 5 anni di giunta Pugliaru si sono battuti contro la politica centralizzatrice della Giunta Pigliaru, di totale asservimento alle decisioni romane e di negazione dello sviluppo locale dei territori. Una politica folle e deleteria rappresentata innanzitutto dalla privatizzazione della sanità pubblica, la follia dell’azienda unica della salute, i 60 milioni di euro dei nostri soldi dati al Mater Olbia a discapito degli ospedali sardi, il ridimensionamento dei presidi ospedalieri territoriali: una politica sanitaria di questo centrosinistra che ha portato di fatto alla negazione del diritto alla salute.
Intendiamo dar voce e rappresentanza a tutto quel ricco arcipelago di comitati e assemblee spontanee che hanno continuato a difendere l’ambiente, contro il tentativo della nuova legge urbanistica voluta dai cementificatori e dal PD, a difendere il mondo della terra e delle campagne con tutto ciò che caratterizza il settore agroalimentare, contro la vergogna dell’accordo truffa firmato da Pigliaru sulle servitù militari, per il lavoro che può nascere a partire dalla messa in sicurezza del nostro territorio, dalle opere di bonifica ora più che mai necessarie, dall’innovazione tecnologica, da un mondo delle imprese che sia basato soprattutto sui nostri bisogni e su produzioni sostenibili sul mercato e nel nostro ambiente di vita.
AutodetermiNatzione ​- ​Andrea Murgia, candidato Presidente
Sardigna Libera ​- ​Claudia Zuncheddu
Sinistra Italiana ​-​ Roberto Mirasola
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Elezioni sarde

3f555ee7-6c23-42b0-b6e2-6df7df3b95b0Con AutodetermiNatzione si compatta il fronte di una forza alternativa che costruisce un progetto partecipato per il governo della Sardegna
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Cagliari, 18 dicembre 2018
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AutodetermiNatzione, un progetto per la Sardegna che diventa ogni giorno più largo e plurale
Oggi sono state poste le basi per un allargamento del progetto di Autodeterminatzione oltre la contingenza elettorale. Con la convergenza di Sardigna Libera e di larga parte di Sinistra italiana significativamente rappresentate da Claudia Zuncheddu e Roberto Mirasola, AutodetermiNatzione fa un passo avanti nella costruzione di una vasto fronte popolare che intende concorrere alle prossime elezioni regionali per l’affermazione di un’idea di Sardegna e del nostro popolo che mette al centro la possibilità del riscatto dei nostri territori.
Un progetto che ha tutte le possibilità di superare la soglia del 5% per avere i propri rappresentanti nel Consiglio regionale.
Ci rivolgiamo con convinzione a tutti i Comitati presenti sul territorio per consentire al nostro progetto politico di diventare ancora più forte, plurale e rappresentativo.
Ci rivolgiamo alle organizzazioni e raggruppamenti politici come Rifondazione, Comunisti italiani e Potere al popolo presenti in Sardegna ai quali chiediamo di unirsi al progetto di AutodetermiNatzione, quale casa comune in grado di rappresentare al meglio la fusione delle aspirazioni del nostro popolo di riferimento, una casa basata su pilastri solidi di cui fanno già parte soggetti istituzionali già presentatisi in elezioni precedenti, movimenti politici attivi da anni nei territori della nostra isola, esponenti della cultura e del mondo democratico.
Una casa che può diventare ancora più larga e più grande.
Abbiamo il dovere di costruire un fronte popolare compatto, forte, rappresentativo e plurale dove vengano salvaguardate le identità e le storie di ciascuna componente, ma che allo stesso intendano concorrere convintamente a scrivere e determinare un’altra storia, un altro percorso politico di riscatto e con una reale prospettiva di sviluppo del nostro popolo, contando sulle nostre forze e mettendo la Sardegna al centro della nostra azione e delle nostre energie.
Al centro dei nostri interessi vi sono la rappresentazione nelle istituzioni di tutti i Comitati e le lotte popolari che in questi orribili 5 anni di giunta Pugliaru si sono battuti contro la politica centralizzatrice della Giunta Pigliaru, di totale asservimento alle decisioni romane e di negazione dello sviluppo locale dei territori. Una politica folle e deleteria rappresentata innanzitutto dalla privatizzazione della sanità pubblica, la follia dell’azienda unica della salute, i 60 milioni di euro dei nostri soldi dati al Mater Olbia a discapito degli ospedali sardi, il ridimensionamento dei presidi ospedalieri territoriali: una politica sanitaria di questo centrosinistra che ha portato di fatto alla negazione del diritto alla salute.
Intendiamo dar voce e rappresentanza a tutto quel ricco arcipelago di comitati e assemblee spontanee che hanno continuato a difendere l’ambiente, contro il tentativo della nuova legge urbanistica voluta dai cementificatori e dal PD, a difendere il mondo della terra e delle campagne con tutto ciò che caratterizza il settore agroalimentare, contro la vergogna dell’accordo truffa firmato da Pigliaru sulle servitù militari, per il lavoro che può nascere a partire dalla messa in sicurezza del nostro territorio, dalle opere di bonifica ora più che mai necessarie, dall’innovazione tecnologica, da un mondo delle imprese che sia basato soprattutto sui nostri bisogni e su produzioni sostenibili sul mercato e nel nostro ambiente di vita.
AutodetermiNatzione ​- ​Andrea Murgia, candidato Presidente
Sardigna Libera ​- ​Claudia Zuncheddu
Sinistra Italiana ​-​ Roberto Mirasola
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Il dibattito sul “Reddito di cittadinanza e dintorni” cerca di uscire dalle contrapposizioni ideologiche e polemiche di schieramento

bucoDOCUMENTAZIONE. logo linkiestaUn articolo interessante su LinKiesta. Tuttavia impreciso su alcuni passaggi e non aggiornato rispetto a pronunciamenti istituzionali recenti (Parlamento Europeo, Camera dei Deputati) e ragionamenti fatti da autorevoli istituzioni (Banca d’Italia, Fondo monetario). Francesco Cancellato, il giornalista che lo ha scritto, peraltro molto bravo e di ottima reputazione, esprime pareri sensati ma discutibili. Prevale una visione catastrofistica per una deriva che l’istituto una volta varato prenderebbe inevitabilmente. Non viene neppure presa in considerazione l’ipotesi che possano essere gli stessi soggetti beneficiari (i poveri, a partire dagli stessi giovani, nuovi poveri) ad intervenire singolarmente, ma soprattutto collettivamente, a migliorare lo stesso istituto del cd. reddito di cittadinanza (fm)
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Perché il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle non funzionerà mai (anche se l’idea è giusta).
È un sussidio troppo generoso, ma non mette soldi abbastanza sui centri per l’impiego. È facile prenderlo, difficilissimo che venga tolto. E già che ci siamo, è pure a rischio di incostituzionalità. E dire che è una misura che l’Europa ci chiede da vent’anni: potevamo farla meglio?
Francesco Cancellato su Linkiesta del 17 dicembre 2018.
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[segue da LinKiesta del 17 dicembre 2018]
Domande giuste, risposte sbagliate. Non fosse controproducente (per loro), sarebbe lo slogan perfetto per raccontare il Movimento Cinque Stelle. Soprattutto, è lo slogan perfetto per raccontare la sua “misura bandiera”, quel reddito di cittadinanza che ancora ieri sera è stato oggetto di trattative all’interno della maggioranza e – si dice – di un’ulteriore sforbiciata nelle risorse a esso destinate, circa 9 miliardi di euro all’anno, a regime.
Forse sarebbe il caso di partire dalle domande giuste. Una, in particolare: quella dell’allora Comunità Economica Europea che nel 1992, con la Direttiva 441 ci raccomandava di «riconoscere, nell’ambito d’un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso». In parole molto povere, un ammortizzatore sociale universale che venisse dato a chiunque avesse perso o stesse cercando un lavoro.
Chi più, chi meno, gli hanno dato retta tutti, da allora a oggi. Tutti tranne noi e la Grecia, per la precisione. Che abbiamo continuato a parlarne, da destra a sinistra, per una ventina d’anni, senza combinare un bel nulla, che sussidi universali e salari minimi piacciono poco sia ai sindacati, sia agli industriali. Fino a che il Movimento Cinque Stelle non l’ha rimesso al centro della scena con un colpo di marketing da manuale: quello di cambiarle il nome in reddito di cittadinanza, nome che evoca soldi a pioggia sparati da un elicottero, e che i miliardari californiani che tanto piacciono a Beppe Grillo evocano a loro volta per controbilanciare scenari da fine del lavoro. Risultato? Anche grazie al reddito di cittadinanza – o come diavolo lo volete chiamare – i Cinque Stelle prendono il 32% dei voti, finiscono al governo e si ritrovano a dover realizzare quel che avevano promesso, reddito compreso.
Ora tocca alle risposte sbagliate. A cominciare dalle risorse, contemporaneamente troppe e troppo poche: troppe per chi riceve il sussidio, troppo poche per i centri per l’impiego che dovrebbero trovare a queste persone un lavoro per rimettersi in gioco. Lo hanno dimostrato Chiara Giannetto, Mariasole Lisciandro e Lorenzo Sala in un articolo apparso su LaVoce.info: non esiste Paese europeo in cui il sussidio coincida con la soglia di povertà come invece dovrebbe accadere in Italia, con l’importo che coincide all’indice di povertà monetaria individuato da Eurostat nel 2014, che corrisponde al 60 per cento del reddito mediano netto, che in Italia è pari a 780 euro per un adulto single. Per questo Di Maio diceva che il reddito di cittadinanza avrebbe abolito la povertà in Italia.

Applausi? No, purtroppo. Perché nonostante la generosità, Di Maio ha costruito una misura in cui è facile rientrare e difficilissimo uscire. È facile entrare, perché basta smettere di fare fattura e improvvisamente la platea dei percettori di reddito si alza a dismisura: guadagno 1500 euro, ne dichiaro 600, lo Stato me ne regala vita natural durante 180 tutti i mesi e in più non pago le tasse su metà del mio reddito. Troppo bello per essere vero, se sei una persona disonesta. Scommettiamo? La platea, oggi stimata in 6,5 milioni di persone si amplierà di mese in mese e di anno in anno, facendo impennare verso l’alto l’attuale costo del reddito di cittadinanza. Problemi di chi verrà dopo, al solito.

Il reddito di cittadinanza costerà molto di più, perché la platea dei beneficiari si allargherà di anno in anno – e i furbetti pure – mentre di soldi per i centri per l’impiego e le politiche attive se ne vedono già oggi molto pochi. Costerà di più e servirà molto meno, perché non c’è nessun incentivo affinché i disoccupati si mettano a cercare lavoro, e i centri per l’impiego a trovarglielo
È difficilissimo uscire, al contrario, perché non ci sono incentivi a farlo, in un Paese peraltro già con la tendenza culturale – confermata da una recente sperimentazione dell’Agenzia Nazionale per le politiche del lavoro – secondo cui in Italia chi inizia a ricevere un sussidio smette immediatamente di cercare lavoro e si rimette a farlo quando sta per scadere la durata della protezione. Ecco: Il reddito di cittadinanza smette di essere caricato nel conto corrente quando una persona rifiuta la terza offerta di lavoro proposta dal centro per l’impiego. Ma se tre offerte non arrivassero mai? Non è una domanda da niente, visto quanta gente lavora in questi centri attualmente – 9000 in Italia, molto spesso dequalificati e in strutture prive persino di connessione a internet, contro i 60mila addetti in Francia e i 110mila in Germania -, e quanti soldi sono stati messi a bilancio – 1 miliardo, quando la Germania ci spende complessivamente 9 miliardi all’anno, solo per corsi di formazione e aiuto a trovare lavoro, e per ristrutturarli, una quindicina di anni fa, ne ha spesi 11 tutti in una volta sola.
Noi non abbiamo quei soldi, ribatterete voi, e dobbiamo fare il pane con la farina che ci tocca. Vero, ma allora ci potevamo tenere il reddito di inclusione e la Naspi, i due strumenti pre-esistenti per la lotta alla povertà e alla disoccupazione che c’erano già, il cui unico difetto era proprio l’assenza di politiche attive del lavoro alle spalle. Che senso aveva cambiare tutto, se non quello di vendersela alle prossime elezioni europee? Nessuno. E infatti.
Domande giuste e risposte sbagliate, quindi. Soprattutto al Sud, dove i problemi del reddito di cittadinanza da complessi si fanno endemici. Dove la disoccupazione di lunga durata è ben oltre il 50% di quella totale, dove l’occupazione giovanile e femminile è tra le più basse d’Europa, dove non vi sono né strutture, né personale adeguato per far fronte a tutto questo, né tantomeno un tessuto d’imprese desideroso di prendersi tutti i beneficiari del sussidio. Risultato? Già lo conosciamo: i centri per l’impiego finiranno per lavorare ancor meno di adesso, per evitare che il loro lavoro porti in dote qualche offerta di lavoro e il decadimento del beneficio. Ciliegina sulla torta: con l’esclusione dei residenti stranieri, in ossequio alla mediazione coi leghisti, si rischia pure l’incostituzionalità.
Ricapitolando: il reddito di cittadinanza costerà molto di più, perché la platea dei beneficiari si allargherà di anno in anno – e i furbetti pure – mentre di soldi per i centri per l’impiego e le politiche attive se ne vedono già oggi molto pochi, e a ogni giro di giostra diminuiscono di un po’. Costerà di più e servirà molto meno, perché non c’è nessun incentivo affinché i disoccupati si mettano a cercare lavoro, e i centri per l’impiego a trovarglielo. E sarà pure discriminatorio, perché lo straniero residente sotto la soglia di povertà rimarrà tale al grido di “prima gli italiani”. Domande giuste, risposte sbagliate, per l’appunto.

Francia. La rivolta dei gilet gialli

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di Ritanna Armeni, su Rocca

Tutto è cominciato il 17 novembre, appena un mese fa, quando in modo spontaneo, senza alcuna indicazione di partiti e sindacati, un gruppo di automobilisti è sceso in piazza per protestare contro l’aumento del prezzo della benzina e del diesel. Si erano dati appuntamento con un appello sui social e hanno manifestato, secondo le indicazioni dello stesso appello, indossando il giubbotto giallo catarifragente, quello che gli automobilisti hanno l’obbligo di tenere nella vettura.
Hanno scoperto che a protestare erano in molti e una manifestazione limitata, con un obiettivo definito, ha dato inizio a quella che molti osservatori non esitano a definire «rivoluzione» e che comunque – fuori da retorica ed esagerazioni – appare come la rivolta radicale di una parte sempre più consistente del popolo francese. Un movimento che comprende studenti, casalinghe, disoccupati, operai, pensionati, agricoltori e che in pochi giorni ha infiammato la Francia e (non solo metaforicamente) Parigi.

sono arrivati i Gilets jaunes
A qualche giorno dalla prima manifestazione è apparso chiaro che l’obiettivo non era più solo il prezzo del carburante. Il rincaro di benzina e diesel sono apparsi solo il pretesto per far emergere il malessere profondo di una Francia esasperata dal carovita e dall’esclusione, che vede, di giorno in giorno, ridursi le speranze di un miglioramento delle proprie condizioni. Un
paese reale ignorato dalla politica e dai mass media in cui, evidentemente, è cresciuto un malcontento che aspettava solo l’occasione per esplodere.
Non a caso insieme alle manifestazioni, che si sono moltiplicate e che sono arrivate dalla provincia alla capitale, alla rabbia che è sfociata anche in episodi violenti, fino all’invasione della capitale, ai roghi attorno all’Arco di Trionfo (luogo sacro per i francesi si sono allargate le richieste al governo. Alla cancellazione delle imposte sul gasolio e sulla benzina, tanto più odiose perché il loro ammontare corrisponde alla riduzione dell’imposta patrimoniale per i super ricchi (3,27 miliardi di euro), si è aggiunta la richiesta di un aumento dei salari e delle pensioni minime. E poi quella dell’apertura di stati generali della fiscalità, la richiesta di una conferenza sociale nazionale, il miglioramento di un’assistenza sanitaria danneggiata da considerevoli tagli fino a una legge elettorale proporzionale che garantisca una rappresentanza effettiva degli elettori.
Quel che oggi, ad alcune settimane dall’inizio della protesta, stupisce e pone domande agli osservatori non è tanto l’allargamento degli obiettivi e neppure la tenuta del movimento. Non è l’assenza di rappresentanti di partiti e sindacati o quella di capi, di leader, di organizzatori generali. E neppure la frequenza di episodi di violenza che i francesi deplorano, ma cui sono abituati. È piuttosto il consenso che i Gilets jaunes hanno raccolto nella popolazione francese. Questo era davvero imprevedibile. Un consenso che non si registra solo – come si è detto semplicisticamente in un primo momento – fra gli estremisti di destra del Rassemblement national di Marine Le Pen o in quelli della sinistra della France insoumise di Jean-Luc Melenchon. I sondaggi, che ormai i media diffondono quotidianamente, dicono che tre francesi su quattro approvano l’azione dei Gilets jaunes, ben il settantacinque per cento ritiene che abbiano ragione. Gli stessi sondaggi osservano che i favorevoli alla protesta sono presenti in tutti i partiti di destra, di sinistra e di centro e anche nel movimento che ha sostenuto l’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica.
Bersaglio principale della protesta è proprio il presidente francese eletto il 15 maggio 2017 (solo un anno e mezzo fa), la sua politica e la filosofia che ispira le sue scelte. Il giovane Macron, che pareva il rappresentante di una Francia moderna che rifiutava il giogo dei partiti e della vecchia politica, in pochi mesi è crollato nell’opinione e nell’immaginario dei francesi e oggi registra il minimo dei consensi.
A pensarci bene anche questo repentino cambiamento non deve meravigliare più di tanto. Macron è stato eletto in un secondo turno elettorale in cui la maggior parte dei francesi. dandogli il voto, intendeva fermare l’onda dirompente del Front national di Marine Le Pen. Di suo – non dimentichiamolo – al primo turno aveva ottenuto solo il 24 per cento dei voti e di quei suoi sostenitori di poco più di un anno fa – dicono i sondaggi – la metà oggi è d’accordo con la protesta dei Gilets Jaunes.
Emmanuel Macron è oggi considerato il presidente dei ricchi che ha colpito la classe medio bassa e non ha tenuto in nessun conto le sue difficoltà. Le promesse elettorali, secondo la gran parte dei francesi, sono state disattese; il rilancio dell’economia non c’è stato; all’opposto parti considerevoli della popolazione hanno registrato un impoverimento e una divaricazione rispetto alla Francia dei ricchi e dei potenti.
I Gilets Jaunes hanno portato alla luce una difficoltà economica che – come del resto in molti altri paesi europei e non solo – è diventata senso di esclusione dai benefici sociali, di estromissione dalle scelte politiche e crollo di speranza. E, quindi rabbia. A chi li rimprovera di non appoggiare le scelte ecologiste che salvano il futuro, i Gilets Jaunes rispondono che il loro problema è il presente, che l’ecologia è un problema dei ricchi, loro, i poveri, hanno quello di arrivare alla fine del mese. Hanno ragione o torto? Sicuramente ha torto chi finora li ha ignorati.
Ora Macron viene invitato esplicitamente a dimettersi non solo da loro. Ed è chiaro che le prossime elezioni europee, dopo le sconfitte elettorali di Angela Merkel e il crollo di fiducia nel presidente francese, per il fronte europeista divengono ancor più difficili.
Il governo francese comincia a rendersene conto e ha annunciato la sospensione della tassa sui carburanti. Bastera?
Ritanna Armeni
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Legge “Sicurezza”. Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!

no al razzismo 11 lug
Un lungo cammino xenofobo
Alex Zanotelli | 5 dicembre 2018 | su Comune.Info

L’approvazione del Decreto sicurezza è l’ultimo passaggio di un percorso cominciato con la Turco-Napolitano, seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e più recentemente dall’accordo firmato dal signor Minniti con la Libia, arrivando alla guerra contro le ONG e alla chiusura dei porti. “È grave che ora anche il presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto – scrive Alex Zanotelli – Non possiamo più tacere. Dobbiamo reagire, organizzare la resistenza per salvare la nostra comune umanità”. Come? Sperimentando forme di disobbedienza civile ovunque, sostenendo la possibile disobbedienza immediata dei responsabili degli Sprar e dei Cas, appoggiando istituti missionari e parrocchie disponibili a offrire asilo nelle chiese, collaborando con giuristi nelle battaglia alla Corte Europea di Strasburgo… “Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!”

alex zanotelli fto microdi Alex Zanotelli

Il 27 novembre 2018 sarà ricordato come il Martedì Nero della Repubblica italiana perché il Parlamento ha trasformato in legge il Decreto Sicurezza che è in netta contraddizione con i principi della nostra Costituzione. E questo è avvenuto senza una discussione parlamentare e senza la possibilità di inserire emendamenti. Altro che centralità del Parlamento! È un brutto segnale per la nostra democrazia. Il Decreto Sicurezza è una legge repressiva anche nei confronti degli italiani. Rende reato, per esempio, il blocco delle strade o delle ferrovie (strategia nonviolenta attiva), proibisce l’assembramento di persone (elemento costitutivo della stessa democrazia), impone il daspo e gli sgomberi. È forse l’inizio di un sistema poliziesco guidato dall’uomo forte?

Ma la gravità di questo Decreto sta nel fatto che nega i principi di solidarietà e di uguaglianza che sono alla base della nostra Costituzione. Il Decreto prevede per i migranti l’abolizione della protezione umanitaria, il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri per il Rimpatrio(CPR), lo smantellamento dei centri SPRAR (Sistema per i richiedenti asilo e rifugiati) affidati ai Comuni (un’esperienza ammirata a livello internazionale, per non parlare di Riace), la soppressione dell’iscrizione anagrafica con pesanti e concrete conseguenze, l’esclusione all’iscrizione del servizio sanitario nazionale e la revoca di cittadinanza per reati gravi. Trovo particolarmente grave il diniego del diritto d’asilo per i migranti, un diritto riconosciuto in tutte le democrazie occidentali, menzionato ben due volte nella nostra Costituzione. Questa è una legge che trasuda la ‘barbarie’ leghista e rappresenta un veleno micidiale per la nostra democrazia. Di fatto il decreto è profondamente ingiusto perché degrada la persona dei migranti e crea due classi di cittadini, rendendo lo ‘straniero’ una minaccia, un nemico e sancendo così la nascita del ‘tribalismo’ italiano, come lo definisce Gustavo Zagrebelsky. Anzi crea l’apartheid giuridica e reale…

Per di più questo Decreto si chiama “sicurezza”, ma sicurezza non offre, perché moltiplicherà il numero dei “clandestini” e degli irregolari che verranno sbattuti per strada. L’effetto è già sotto i nostri occhi: tre migranti su quattro si sono visti negare l’asilo, migliaia di titolari di un permesso di soggiorno sono stati messi alla porta, circa quarantamila usciranno dagli Sprar. E sono spesso donne con bambini che hanno attraversato l’inferno per arrivare da noi! Così entro il 2020 si prevedono oltre 130.000 irregolari per strada. E gli irregolari verranno rinchiusi nei nuovi lager, i CPR. A questi verrà ingiunto, entro sette giorni, di ritornare nei loro paesi. Ma né i migranti né il governo hanno i mezzi per farlo. Così rimarranno in Italia mano d’opera a basso prezzo per il capolarato del nord e del sud.

È questa la conclusione amara di un lungo cammino xenofobo di questo paese, iniziato con la Turco-Napolitano (i CIE!), seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e dalla legge Orlando-Minniti, oltre che al criminale accordo di Minniti con la Libia. Questo Razzismo di Stato è poi sfociato in una guerra contro le ONG presenti nel Mediterraneo, per salvare vite umane, e alla chiusura dei porti, in barba a leggi nazionali e internazionali! Non c’è più Legge che tenga, la legge la fa la maggioranza di turno al governo! È in ballo il diritto, la legge, la nostra stessa democrazia. È grave che ora anche il Presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto. Non possiamo più tacere. Dobbiamo reagire, organizzare la resistenza per salvare la nostra comune umanità.

Per questo ci appelliamo a:

– Corte Costituzionale, perché dichiari il Decreto sicurezza incostituzionale;

– Giuristi, perché portino queste violazioni dei diritti umani alla Corte Europea di Strasburgo;

– Conferenza Episcopale Italiana perché abbia il coraggio di bollare questo Decreto e la politica razzista di questo governo come antitetici al Vangelo;

– Istituti missionari, perché facciano udire con forza la loro voce, mettendo a disposizione le loro case per ‘clandestini’ come tante famiglie in Italia stanno facendo;

– Parroci, perché abbiano il coraggio di offrire l’asilo nelle chiese ai profughi destinati alla deportazione, attuando il Sanctuary Movement, praticato negli USA e in Germania;

– Responsabili degli SPRAR, CAS e altro, perché disobbediscano, trattenendo nelle strutture i migranti, soprattutto donne con bambini;

– Medici, perché continuino a offrire gratuitamente servizi sanitari ai clandestini;

– Cittadinanza attiva, perché in un momento così difficile e buio, si oppongano con coraggio a questa deriva anti-democratica, xenofoba e razzista anche con la ‘disobbedienza civile’ così ben utilizzata da Martin Luther King che affermava:

”L’individuo, che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità riguardo alla sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge!”

Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!

*Missionario comboniano

Reddito di cittadinanza

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Lo chiamano “reddito di cittadinanza” ma è un “reddito di inclusione sociale”, auspicabilmente migliorativo di quello esistente, del quale abbiamo urgente bisogno!

di Franco Meloni*

Il “reddito di cittadinanza” che ha fatto la fortuna elettorale del Movimento 5 stelle, non è di certo quel “reddito universale e incondizionato” che molti economisti a partire dal XVIII secolo ritenevano ineludibile addirittura nel breve periodo. Tra questi ricordiamo uno dei più grandi, John Maynard Keynes, che nel 1928 tenne su queste questioni agli studenti di Cambridge una memorabile lezione dal titolo “Possibilità economiche per i nostri nipoti“. Secondo Keynes ed altri, l’aumento progressivo della produttività delle attività economiche con l’inesorabile sostituzione del lavoro umano con le macchine, avrebbe comportato insieme alla diminuzione dell’orario di lavoro la necessità di garantire un reddito per i disoccupati involontari, vecchi e nuovi. Nessun problema per il relativo finanziamento che sarebbe stato assicurato dallo sviluppo stesso dell’economia. Keynes azzardò perfino che tutto si sarebbe verificato nel giro di 100 anni! E ci stiamo appunto arrivando, senza però che la previsione si sia finora avverata, se non parzialmente, richiedendosi pertanto un’ulteriore proiezione nei tempi a venire sulla base dello sviluppo sempre più impetuoso delle tecnologie. Il problema n. uno rimane quello del “finanziamento del reddito di cittadinanza”, per il quale si dovrebbe attingere in grande misura dalla fiscalità generale e in altra parte dalle risorse liberate dalla riforma del welfare. Insomma l’incertezza permane e i tempi non sembrano ancora maturi!
Più modestamente il “reddito di cittadinanza” inserito dai 5 Stelle nel “contratto di governo”, è ascrivibile alla categoria del “reddito di inclusione sociale”, che ha la finalità precipua di contrastare la povertà estrema, nella quale in Italia versano otre 5 milioni di persone, a cui si aggiungono gli oltre 9 milioni di cittadini in condizione di povertà relativa, pari al 12,3% della popolazione italiana (il 17,3% con riferimento alla popolazione sarda). L’Unione Europea ha da molto tempo invitato i paesi aderenti ad adottare forme di sostegno al reddito dei meno abbienti, nell’ottobre scorso anche attraverso una apposita risoluzione del Parlamento Europeo. In verità l’Italia si era già adeguata con un provvedimento del settembre 2017 (Governo Gentiloni), in concreta operatività dal 1° gennaio 2018. Si tratta del ReI, beneficiarie fino ad oggi 110.000 famiglie e 317.000 persone, che risultano in condizione di povertà assoluta, con un importo medio del sussidio mensile pari a poco meno di 300 euro per la generalità della platea, e a 430 euro per le famiglie con minori.
A questo punto non si capisce quale scandalo possano destare in sede nazionale ed europea gli annunciati provvedimenti del Governo, peraltro allo stato ancora sulla carta, che avrebbero come novità rispetto al ReI esistente oltre che l’adeguamento del quantum (780 euro), l’estensione della platea dei beneficiari (tutta la fascia della povertà assoluta) e uno stretto collegamento alle politiche attive sul lavoro. Per ora il Documento economico-finanziario governativo ha stabilito che le risorse dedicate ammontano a 9 miliardi + 1 per la riforma dei centri d’impiego, rinviando a una successiva legge i dettagli operativi: il reddito sarà erogato attraverso un bancomat? Saranno consentite solo alcune categorie di spese? Il reddito sarà differenziato per ogni regione o su base nazionale? E, ancora: chi ne avrà precisamente diritto? Il reddito effettivamente posseduto dovrà essere certificato dall’ISEE e un’eventuale proprietà della casa di abitazione sarà motivo di esclusione dai benefici? Varrà la precedenza per anzianità di disoccupazione? E a quanti lavori si potrà rinunciare prima di perderlo? Lavori vicini o quanto lontani da casa? Realisticamente detta legge collegata potrebbe essere approvata nei primi mesi del 2019 ma, considerata la complessità dei provvedimenti da assumere, non sarà facile trovare un accordo in sede politica. In ogni caso, per ovvie ragioni, si dovrà decidere prima delle prossime elezioni europee. Teniamoci aggiornati, ad horas!
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*Franco Meloni. Articolo pubblicato su Nuovo Cammino, dicembre 2018, periodico della Diocesi di Ales-Terralba.
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Natale

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Gli amici sono angeli, non solo a Natale

di Raffaele Deidda

Si avvicina il Natale, la festa più sentita e attesa dell’anno non solo dai credenti. Che si è però trasformata in uno stress che impone regali da comprare, auguri da inviare, parenti da andare a trovare o ricevere, cenoni da organizzare. Tanto da sembrare un lavoro più che una festa, un impegno che occupa energie fisiche e mentali fin dall’apparire in TV dei primi spot di panettoni e pandori. È anche il periodo in cui le Associazioni umanitarie e del volontariato lanciano appelli perché lo spirito del Natale raggiunga, con donazioni in danaro e in beni di prima necessità, i più bisognosi. A fronte di milioni di persone che spendono i loro soldi nell’irrazionale paradosso del regalo perfetto e spesso poco utile.

Ci si ripete che i regali sono soprattutto ciò che va oltre il pacchetto e il suo contenuto, che il vero scambio di doni attiene alla cortesia, all’affetto, all’attenzione reciproca. Non si riesce però a sfuggire all’idea che il regalo di Natale sia un dovere, un oggetto attraverso cui ci sente misurati e valutati. Da qui lo stress, che trasforma la valenza di gradevolezza del dono in una fonte di ansia. Basta recarsi già in questi giorni in un centro commerciale o camminare nelle strade del centro città per poter osservare l’ansia collettiva, compulsiva, da acquisto del regalo di Natale. Tornano allora alla mente storie “piccole” ma grandi nel loro significato e nel messaggio che trasmettono. Come quella, spagnola, del bambino e della bambola. Si, un bambino e non una bambina, che non aveva i soldi per comprare una bambola.

Una signora, per l’appunto in preda all’ansia da regalo, era entrata in un centro commerciale per acquistare i “pensierini” natalizi. Intorno a lei tantissime persone, una folla, in preda alla stessa ansia. La signora pensava con fastidio al tempo che gli acquisti le avrebbero portato via e quasi avrebbe voluto addormentarsi e svegliarsi direttamente dopo le feste. Entrò comunque nel reparto giocattoli e subito si stupì dei prezzi incredibilmente alti di questi. Si chiese anche se i suoi nipotini avrebbero davvero giocato con quei pupazzi e con quelle macchinine se lei glieli avesse regalati. Di fronte ad uno scaffale vide un bambino di circa 5 anni che teneva in mano una bambola e le accarezzava i capelli con tenerezza. Avrebbe voluto chiedere al bambino a chi intendesse regalare quella bambola ma arrivò una donna che il bambino chiamò “zia”. Ascoltò la loro conversazione. Il bambino chiese: “Zia, sei sicura che non mi bastino i soldi per comprare questa bambola?” La donna rispose, un po’ rude: “Lo sai benissimo che non hai i soldi sufficienti”. Poi la donna disse al bambino di aspettarla lì dove stava mentre lei avrebbe proseguito gli acquisti.

Il bambino, con l’espressione rattristata, continuò a tenere in braccio la bambola. La signora gli si avvicinò e gli chiese a chi avrebbe voluto regalarla. Rispose: “E’ la bambola che mia sorellina avrebbe tanto voluto che Babbo Natale le portasse”. La signora per rasserenarlo gli disse che, allora, sicuramente, Babbo Natale gliel’avrebbe portata. Rispose il bambino: “No, no, Babbo Natale non può andare dov’è mia sorellina. Io devo dare la bambola a mia madre perché gliela porti”. La signora gli chiese dove si trovasse la sorellina e il bambino rispose. ”E’ andata da Gesù. Mio padre dice che mia madre la raggiungerà”.

Il cuore della signora quasi smise di battere. Il bambino prese alcune foto che aveva in un astuccio, scattate nella macchina automatica del centro commerciale, e le disse: “Ho detto a papà di portare a mamma queste foto perché non si dimentichi di me. Voglio molto bene a mia mamma e vorrei che non se ne andasse, ma papà dice che deve andare da mia sorellina”. La signora allora aprì la borsa e tolse alcune banconote che diede al bambino che si rallegrò: adesso il denaro era sufficiente per pagare la bambola. Anzi, avanzava qualcosa per comprare anche una rosa per la mamma. “A mia mamma piacciono molto le rose, specialmente quelle bianche”, disse.

In quel momento tornò la zia e la signora si allontanò. Mentre completava i suoi acquisti non poteva smettere di pensare a quel bambino. Si ricordò di aver letto in un quotidiano di qualche giorno prima di un incidente causato da un ubriaco dove era morta una bambina e la madre, incinta, era rimasta gravemente ferita. Realizzò che quel bambino faceva parte di quella famiglia. Due giorni dopo lesse che la donna dell’incidente era morta. Andò allora a comprare un mazzo di rose bianche e le portò nella camera ardente. Vide la donna, con una rosa bianca in mano, sul petto una bella bambola e la foto del bambino. Andò via in lacrime, pensando come l’amore di quel bambino per sua madre fosse enorme, incommensurabile. Pensando che quella vicenda avrebbe cambiato per sempre la sua vita, che si sarebbe presa cura di quel bambino.

Perché, come dicono gli spagnoli, “Los amigos son ángeles que nos ayudan a ponernos de pie otra vez cuando nuestras alas no saben como volar”. Non solo a Natale.

Europa e le contestate radici cristiane

carlo-magno
I cristiani, l’Europa, la democrazia: segnali di crisi, nuove responsabilità
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4 dicembre 2018 by Forcesi| C3dem
Il crinale storico e politico sul quale ci troviamo a camminare viene sempre più interpretato e definito in termini di crisi della “democrazia”. Il successo elettorale che, in molti paesi europei, negli Stati Uniti e più in generale nei paesi retti da democrazie rappresentative, si è determinato a vantaggio di formule politiche che rivendicano in modo assoluto l’esigenza di un’identità e di una sovranità nazionali da difendere e preservare, rappresenta la cifra forse più evidente ed appariscente del quadro che si viene componendo sul piano internazionale. Le scelte compiute su questioni cruciali come l’immigrazione o le relazioni economiche e politiche internazionali, dentro e fuori i confini dell’Unione Europea, rappresentano i frutti di un’applicazione di questo assunto fondamentale che viene esemplificato attraverso una linguistica politica che si è arricchita dei termini “populismo” e “sovranismo”.

Le letture possibili della crisi
Numerose sono le interpretazioni che sono state offerte di questo evolversi del panorama storico e politico del nostro tempo. Si osserva allora che quello a cui assistiamo costituisce il riverbero, sul piano politico, di un combinato che unisce la crisi economica alla crisi dell’ordine internazionale, di cui il fenomeno migratorio rappresenta la più diretta e vistosa manifestazione, che ha messo in luce la fragilità politica di molti partiti e la efficacia di molteplici istituzioni.
Diversamente, si è messo l’accento sul carattere “originario” della crisi del sistema partitico che ha sin qui caratterizzato le democrazie rappresentative attraverso una distinzione fra partiti di matrice conservatrice e liberale e partiti di orientamento progressista e socialista. Seguendo questa lettura, il punto cruciale da cui origina il rivolgimento che attraversiamo è da collocarsi nella crisi delle forze politiche di sinistra, socialiste o progressiste, che si somma a quella della cultura politica “liberal” negli Stati Uniti e oramai si estende ai partiti conservatori di matrice liberale (dalla CDU-CSU tedesca, ai popolari spagnoli, ai conservatori inglesi e ai repubblicani americani che conoscono il riemergere di una tentazione “di destra” a cui già si sono adeguati, ad esempio, i popolari austriaci).
Una terza lettura possibile è quella che qualifica questo secondo decennio del Ventunesimo secolo come il tempo della crisi della democrazia stessa, almeno nella sua forma rappresentativa e liberale. Rispetto al principio della rappresentatività, alla divisione e distinzione dei poteri e all’idea cardine del limite imposto all’esercizio dell’autorità dello Stato rappresentato dai diritti individuali e sociali, sembrano avere successo modelli giudicati più efficienti (come la Russia o la Turchia). Nell’opinione pubblica dei paesi con istituzioni “democratiche” si fa allora strada una preferenza per soluzioni istituzionali che accentrano nel governo i poteri e la funzione decisionale, arrivando a ridurre la divisione dei poteri non solo e non tanto ad un “orpello” rispetto alla necessità di decisioni rapide, ma ad una sorta di menomazione di un potere “del popolo” che non dovrebbe conoscere divisioni ma dovrebbe essere riversato interamente nelle mani di chi riceve un mandato politico attraverso il suffragio elettorale.
Tutte queste prospettive interpretative fanno luce su aspetti diversi del nostro presente ma vi è una ulteriore lettura possibile che può aiutare a individuare una sorta di filo conduttore che attraversa la crisi dei partiti e la lega a quella delle strutture politiche, sociali ed economiche. Vi è infatti una sorta di saldatura delle fratture che emergono sul piano politico e istituzionale così come su quello economico e sociale, con faglie culturali antiche, che affondano le radici nel Novecento e che hanno un forte connotato religioso, cristiano e cattolico in particolare.

Le faglie del cattolicesimo europeo
Quello che si ha di fronte è un mutamento culturale di portata globale, che nasce da un quadro storico generale dove sono messi radicalmente in questione i fondamenti della democrazia. Si tratta di una sfida che investe il piano essenziale e dimenticato della cultura politica e che fino ad ora nessuno ha saputo o voluto affrontare. Tuttavia, dentro questo deterioramento progressivo delle forme della politica, vi sono luoghi nei quali più evidente è l’esistenza di un nesso strettissimo fra l’emergere di una politica che esplicitamente rifiuta i fondamenti della democrazia liberale e il manifestarsi di un cattolicesimo identitario, declinato secondo forme molteplici di nazionalismo o di affermazione della diversità culturale esclusiva ed escludente di un popolo.
Se ci limitiamo ai confini dell’Unione Europea, la esplicita volontà di difendere la sovranità nazionale attraverso l’affermazione identitaria di un insieme di valori che hanno un fondamento religioso di matrice cattolica rappresenta un tratto qualificante della politica di alcuni governi europei: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Austria, Italia. A questo elenco è possibile aggiungere, considerando il dato politico che emerge dalle recenti consultazioni elettorali regionali, alcune ampie zone della Germania, soprattutto la Baviera, storicamente “cattolica”.
Si tratta di una geografia che investe certamente paesi di più “recente” democrazia, nei quali, come un attento osservatore qual è Massimo Cacciari ha notato, sembra manifestarsi ora una saldatura fra identità statuale e identità nazionale che i paesi dell’Europa occidentale avevano conosciuto due secoli fa. Tuttavia, la diffusione di un consenso per una politica autoritaria e “forte” si dispiega dentro un’area che ha un connotato storico-geografico specifico: quello che cento anni fa è emerso dalle ceneri dell’impero asburgico e che è fatto di linee di faglie e di linee tensione che hanno un fortissimo connotato cattolico.
Occorre capire le ragioni di tutto questo, soprattutto le ragioni di un cattolicesimo che nel corso del Novecento ha assunto un ruolo identitario sul piano nazionale in ragione di un susseguirsi di contingenze storiche spesso tragiche. Quell’area geografica multiculturale che dal Mar Baltico arriva all’Adriatico, ha conosciuto infatti il deflagrare dei nazionalismi e il loro assumere l’aspetto di totalitarismi di matrice fascista, per poi essere proiettata dentro il perimetro di un socialismo reale che, nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica, aveva cercato di livellare le differenze nazionali e culturali. È qui, che il cattolicesimo supplisce alla costruzione di una dimensione identitaria nazionale e assume così un ruolo di carattere politico che oggi mostra tutta la sua problematicità. Soprattutto perché si tratta di un cattolicesimo che, se è stato un palese avversario del socialismo reale, lo è stato anche dei sistemi liberali, giudicati non solo come “non cristiani” ma come anticristiani. Il magistero di un pontificato come quello di Giovanni Paolo II, che pure ha assunto una portata planetaria e internazionale come mai prima era accaduto ad un successore di Pietro, è attraversato da alcune di queste tensioni. Dentro i diversi contesti nazionali, soprattutto dell’Europa dell’Est, il cattolicesimo ha così conosciuto riformulazioni secondo una chiave di lettura che recuperava un carattere antico dell’apologetica cattolica: l’idea che la modernità, liberale o socialista, sia costitutivamente anticristiana e che come tale abbia dato origine a strutture politiche che, nei loro fondamenti, sono viziate da un relativismo. Così, in questo che è un giudizio storico-religioso ed etico sugli ultimi secoli, la democrazia diviene la traduzione politica di un atteggiamento, per così dire, filosofico, che ponendo ogni verità sullo stesso piano, finisce per negare la possibilità di affermarne una che abbia valore universale.

Il ritorno della critica della “modernità”
Si tratta di giudizi che non più di un decennio fa ancora venivano espressi, anche in sede di magistero, nei confronti di un’Unione Europea che non aveva esplicitato le proprie “radici giudaico-cristiane” nel suo progetto di Costituzione. Una posizione, questa della critica alla “modernità” filosofica e con essa alla modernità politica, che oggi si fa particolarmente efficace, sul piano culturale, in quei paesi nei quali il cattolicesimo fatica a trovare un confronto critico ed efficace con il nodo chiave della democrazia, intesa non solo come formulaistituzionale ma come metodo e prassi di governo delle relazioni politiche e sociali.
Una dinamica diversa si compie in paesi “occidentali” come l’Austria e l’Italia e in regioni come la Baviera, ma anche in Francia con il successo del Front National di Marine Le Pen. Qui, la decennale battaglia culturale del magistero contro il relativismo si è saldata con la battaglia di movimenti di destra contro la democrazia plurale e rappresentativa e dunque, anch’essa, “relativista”, incapace di proteggere i cittadini perché frammentata e preda di interessi “altri”, “privati” e non “nazionali”.
L’esito di tutto questo è un’Europa nella quale la questione della democrazia e della sua crisi si traduce in una crisi strutturale che certamente è anche determinata da una problematica originaria: quella del rapporto fra cattolicesimo e politica. Essa nasce dalle critiche che, da ambienti ecclesiastici o di cultura cattolica, sono state mosse alla democrazia e dall’aver stabilito o teorizzato l’esistenza di una saldatura fra il sistema istituzionale democratico e l’indifferentismo etico dello Stato liberale. Vi è in questo l’effetto lungo dei decenni a volte tormentati che sono seguiti al Concilio Vaticano II. A questo si aggiunge un dato di carattere storico-politico. A partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento la crisi dei partiti politici di ispirazione cristiana, soprattutto nell’Europa occidentale, inizia a rivelarsi come qualcosa di ben più profondo della semplice fine di un sistema politico, determinata dal venir meno della contrapposizione fra Est e Ovest.
La fine della Democrazia Cristiana in Italia, che è il frutto di molteplici fattori, fra i quali vi è anche una crisi irreversibile di un metodo di gestione del potere, ha tuttavia manifestato un vuoto progressivo nella traduzione politica di una cultura politica specifica. Quella cultura politica che, ispirandosi all’insegnamento sociale della Chiesa, aveva saputo mettere a disposizione di una spiccata sensibilità sociale le istituzioni della democrazia liberale e rappresentativa, dando ad esse una finalità politica. È la stessa cultura che, ancora negli anni Ottanta del Novecento, era propria degli omologhi partiti tedesco e spagnolo e di una parte del panorama politico francese (Mitterrand era stato, nella prima fase della sua carriera politica, un uomo di governo del partito “cattolico” francese).
Se in Italia quella cesura storica ha determinato la fine della Democrazia cristiana, negli altri paesi essa ha assunto i tratti di una mutazione “genetica” di quei partiti di tradizione democratico-cristiana: questi sono diventati partiti liberal-conservatori, modificando i loro riferimenti culturali e accettando un orientamento che veniva dall’America di Ronald Regan o dall’Inghilterra di Margareth Thatcher e che gli storici della politica e dell’economia chiamano “Washington consensus”.
Questa mutazione ha coinvolto anche i partiti progressisti e socialisti, che hanno accettato un ordine di rapporti politici ed economici che era imperniato sulla drastica contrazione dell’autorità delle istituzioni pubbliche, sia nazionali che internazionali. Del resto, è questo l’orientamento che, negli anni Novanta e nei primi anni duemila, hanno seguito paesi come la Germania e l’Inghilterra, la Francia e la Spagna, l’Italia stessa, quando sono stati governati da coalizioni di matrice progressista. Pur di fronte al riemergere di istanze sociali e pur con la consapevolezza di dover rispondere ai contraccolpi di un quadro che diventava globale, non si è adeguatamente compreso quanto l’ordine delle cose che prendeva forma avrebbe fatto emergere nuove questioni identitarie, nuove paure e nodi sociali che sono governabili solo attraverso le istituzioni pubbliche e non possono essere risolti dalle forze “naturali” del mercato.

La sfida delle culture politiche
La vera sfida che allora sembra emergere dal nostro tempo e dalle sue radici storiche è quella della cultura politica. Si tratta di una questione che oggi riguarda, in modo particolarmente evidente, le forze politiche di sinistra e progressiste, che sembrano soffrire una crisi di identità senza soluzione e senza fine. Essa però riguarda anche, e forse in modo ancor più decisivo, il cattolicesimo e la sua capacità di animare culture politiche rinnovate o nuove nel quadro europeo di oggi.
Non si tratta di ricostruire partiti “cattolici” o partiti dei cattolici. Farlo significherebbe non capire che quello che oramai è venuto meno è un modo di intendere la politica che è proprio del Novecento: fatto di partiti con un forte connotato ideologico e di una coincidenza fra una struttura partitica e una determinata cultura politica, che oggi è difficilmente riproponibile. In questo, i cosiddetti “populismi” o “sovranismi”, che invece rivendicano proprio un carattere espressamente “di parte”, mostrano il loro essere l’ultimo resto del Novecento politico.
La questione è allora cosa viene dopo, o più direttamente: cosa costruire dopo? Un primo passo è quello di ritessere la trama di una, meglio, di più culture politiche: certamente di una cultura politica che, lasciandosi provocare dall’insegnamento della Chiesa, dal Vangelo e dalla teologia, rilegga i tratti così confusi del nostro tempo per decifrarne gli intrecci e leggerne i contenuti. Economia e politica, democrazia e solidarietà, istituzioni politiche e relazioni economiche, strutture sociali e orientamenti intellettuali, sono gli elementi costitutivi della realtà storica in cui questo nostro tempo si esprime e da cui soltanto può emergere una cultura politica rinnovata.
La costruzione di una cultura politica non è rinviabile e soprattutto non si deve commettere l’errore, che troppo spesso si fa, di giudicarla qualcosa di decorativo ma di non importante perché lontano dalla “concretezza”. Cultura politica non significa esercizio di un giudizio filosofico sulla politica o sulla storia: significa invece avere gli strumenti per guardare e capire il cambio d’epoca che attraversiamo, significa apprendere l’alfabeto con cui è scritta la realtà che viviamo e dunque tutt’altro che chiudersi in un mondo di sole idee. Significa fare quell’esercizio di comprensione dell’ordine delle cose che disegna linee di sviluppo storico il cui punto di fuga è nel domani. Più ancora, la cultura politica ha un ruolo essenziale proprio per la politica: perché è l’unico efficace antidoto ad ogni tentazione di declinarla o come pura competizione per l’esercizio del potere o come semplice onesta amministrazione. In entrambi i casi, per usare una locuzione teologica, l’esito è una politica disincarnata, che perde la sua umanità perché non è più nella storia e quindi diventa la cosa forse più distante dalla “concretezza”.
Rispondere a questa urgenza non rappresenta certamente una soluzione rapida alle tensioni che il quadro attuale ci mette davanti. Ma questo non ne riduce la necessità: se possibile l’accentua. Occorre dunque la pazienza di raccogliere questa sfida, che è quella di “pensare politicamente” e di farlo alla luce di un’ispirazione cristiana. È solo così che si edifica un rapporto fra cattolicesimo e democrazia che, consegnando alla storia una lettura diffidente della vicenda degli ultimi secoli, sappia riconoscere la presenza e il perdurare di un’influenza religiosa anche in quella modernità che pure sembra essere inesorabilmente etichettata come “laica”.
Rileggere la storia della democrazia, per come noi la conosciamo, da questo punto di vista permette di far luce su un dato essenziale che diventa anche una prospettiva percorribile per il futuro. Se il secolo che segue il 1789 è segnato, sul piano della cultura politica, dalle istanze di libertà che si traducono nelle istituzioni rappresentative e parlamentari e nelle prime costituzioni, quello che lo ha seguito, il “secolo breve” delle guerre mondiali, dei nazionalismi e dei totalitarismi, è stato anche attraversato da una sensibilità crescente per istanze di giustizia non solo individuale ma sociali e collettive. Forse, allora, una cultura politica per il secolo che ci sta davanti è quella che completa la libertà e l’uguaglianza con il terzo, più dimenticato e forse più cristiano, degli ideali della Rivoluzione francese: la fraternità.

Riccardo Saccenti

Relazione tenuta a Parma, con questo titolo, il 15 novembre 2018.
L’autore, ex fucino, è ricercatore di Storia della filosofia medievale, assegnista di ricerca presso l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea (CNR) e membro della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII (Bologna).
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Conferimento del Premio Internazionale Carlo Magno 2016 a Sua Santità Papa Francesco, 06.05.2016

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Discorso del Santo Padre

Alle ore 12 di oggi, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano è stato conferito a Sua Santità Papa Francesco il Premio Internazionale Carlo Magno 2016.

Alla presenza di numerose autorità, la cerimonia è stata introdotta dal discorso del Sindaco di Aachen, Sig. Marcel Philipp.

Quindi il Presidente del Comitato direttivo dell’Associazione per l’assegnazione del Premio Internazionale Carlo Magno di Aquisgrana – Per l’Unità dell’Europa, Sig. Jürgen Linden ha dato lettura dell’attestato del Premio che recita: “Il 6 maggio 2016, in Vaticano (Roma), a Sua Santità Papa Francesco è stato conferito il Premio Internazionale Carlo Magno di Aquisgrana in tributo al Suo straordinario impegno a favore della pace, della comprensione e della misericordia in una società europea di valori” e insieme al Sindaco di Aachen ha consegnato il Premio al Papa.

La cerimonia è proseguita con gli interventi del Presidente del Parlamento europeo, On.le Martin Schulz, del Presidente della Commissione europea, On.le Jean-Claude Junker e del Presidente del Consiglio europeo, On.le Donald Tusk.

Infine Papa Francesco ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Illustri Ospiti,
vi porgo il mio cordiale benvenuto e vi ringrazio per la vostra presenza. Sono grato in particolare ai Signori Marcel Philipp, Jürgen Linden, Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk per le loro cortesi parole. Desidero ribadire la mia intenzione di offrire il prestigioso Premio, di cui vengo onorato, per l’Europa: non compiamo infatti un gesto celebrativo; cogliamo piuttosto l’occasione per auspicare insieme uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente.

La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa.

Questa «famiglia di popoli»1, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche «le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità»2.

Nel Parlamento europeo mi sono permesso di parlare di Europa nonna. Dicevo agli Eurodeputati che da diverse parti cresceva l’impressione generale di un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 223).

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

Lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. E’ necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 108), ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana» (ibid., 224).

A tal fine ci farà bene evocare i Padri fondatori dell’Europa. Essi seppero cercare strade alternative, innovative in un contesto segnato dalle ferite della guerra. Essi ebbero l’audacia non solo di sognare l’idea di Europa, ma osarono trasformare radicalmente i modelli che provocavano soltanto violenza e distruzione. Osarono cercare soluzioni multilaterali ai problemi che poco a poco diventavano comuni.

Robert Schuman, in quello che molti riconoscono come l’atto di nascita della prima comunità europea, disse: «L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto»3. Proprio ora, in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che seguì il secondo conflitto mondiale, perché – proseguiva Schuman – «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano»4. I progetti dei Padri fondatori, araldi della pace e profeti dell’avvenire, non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri. Sembrano esprimere un accorato invito a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate; come affermava Alcide De Gasperi, «tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa», ricominciare, senza paura un «lavoro costruttivo che esige tutti i nostri sforzi di paziente e lunga cooperazione»5.

Questa trasfusione della memoria ci permette di ispirarci al passato per affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa. Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare.

Capacità di integrare
Erich Przywara, nella sua magnifica opera L’idea di Europa, ci sfida a pensare la città come un luogo di convivenza tra varie istanze e livelli. Egli conosceva quella tendenza riduzionistica che abita in ogni tentativo di pensare e sognare il tessuto sociale. La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità.

Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

L’attività politica sa di avere tra le mani questo lavoro fondamentale e non rinviabile. Sappiamo che «il tutto è più delle parti, e anche della loro semplice somma», per cui si dovrà sempre lavorare per «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 235). Siamo invitati a promuovere un’integrazione che trova nella solidarietà il modo in cui fare le cose, il modo in cui costruire la storia. Una solidarietà che non può mai essere confusa con l’elemosina, ma come generazione di opportunità perché tutti gli abitanti delle nostre città – e di tante altre città – possano sviluppare la loro vita con dignità. Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale.

In questo modo la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in “colonizzazioni ideologiche”; riscoprirà piuttosto l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo. Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure. Senza questa capacità di integrazione le parole pronunciate da Konrad Adenauer nel passato risuoneranno oggi come profezia di futuro: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io»6.

Capacità di dialogo
Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. E’ urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere «una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro», portando avanti «la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione.

Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro.

Capacità di generare
Il dialogo e tutto ciò che esso comporta ci ricorda che nessuno può limitarsi ad essere spettatore né mero osservatore. Tutti, dal più piccolo al più grande, sono parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata. Questa cultura è possibile se tutti partecipiamo alla sua elaborazione e costruzione. La situazione attuale non ammette meri osservatori di lotte altrui. Al contrario, è un forte appello alla responsabilità personale e sociale.

In questo senso i nostri giovani hanno un ruolo preponderante. Essi non sono il futuro dei nostri popoli, sono il presente; sono quelli che già oggi con i loro sogni, con la loro vita stanno forgiando lo spirito europeo. Non possiamo pensare il domani senza offrire loro una reale partecipazione come agenti di cambiamento e di trasformazione. Non possiamo immaginare l’Europa senza renderli partecipi e protagonisti di questo sogno.

Ultimamente ho riflettuto su questo aspetto e mi sono chiesto: come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro; di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie? Come pretendiamo di riconoscere ad essi il valore di protagonisti, quando gli indici di disoccupazione e sottoccupazione di milioni di giovani europei sono in aumento? Come evitare di perdere i nostri giovani, che finiscono per andarsene altrove in cerca di ideali e senso di appartenenza perché qui, nella loro terra, non sappiamo offrire loro opportunità e valori?

«La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia. E’ un dovere morale».7 Se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani.

Ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale. Penso ad esempio all’economia sociale di mercato, incoraggiata anche dai miei Predecessori (cfr Giovanni Paolo II, Discorso all’Ambasciatore della R.F. di Germania, 8 novembre 1990). Passare da un’economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse ad un’economia sociale che investa sulle persone creando posti di lavoro e qualificazione.

Dobbiamo passare da un’economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti, a un’economia sociale che garantisce l’accesso alla terra, al tetto per mezzo del lavoro come ambito in cui le persone e le comunità possano mettere in gioco «molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti”8» (Enc. Laudato si’, 127).

Se vogliamo mirare a un futuro che sia dignitoso, se vogliamo un futuro di pace per le nostre società, potremo raggiungerlo solamente puntando sulla vera inclusione: «quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».9 Questo passaggio (da un’economia liquida a un’economia sociale) non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e inclusione, ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell’umanesimo, di cui l’Europa è stata culla e sorgente.

Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia»10. Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

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1 Discorso al Parlamento europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014.
2 Ibid.
3 Dichiarazione del 9 Maggio 1950, Salon de l’Horloge, Quai d’Orsay, Parigi.
4 Ibid.
5 Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, Parigi, 21 aprile 1954.
6 Discorso all’Assemblea degli artigiani tedeschi, Düsseldorf, 27 aprile 1952.
7 Discurso a los movimientos populares en Bolivia, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015.
8 Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 32: AAS 101 (2009), 666.
9 Discurso a los movimientos populares en Bolivia, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015.
10 Discorso al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014.

[00735-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Il Manifesto per l’Uguaglianza. Perché il progetto dell’uguaglianza deve essere la base per una rifondazione della politica

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Oggi venerdì 7 dicembre alle ore 18:00 nella Mediateca del Mediterraneo in Via Mameli a Cagliari Luigi Ferrajoli terrà una Lectio Magistralis sul principio di uguaglianza nella nostra realtà. Coordina la serata il giornalista Rai Paolo Piras

Nell’occasione pubblichiamo la Prefazione del libro “Il Manifesto per l’Uguaglianza” (Laterza, 2018) del filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, focalizzato sull’esplosione delle disuguaglianze. Un fenomeno non solo in contrasto con tutte le Costituzioni e le carte internazionali dei diritti, ma che mette in pericolo anche democrazia, pace e sviluppo economico. Ecco perché il progetto dell’uguaglianza deve essere la base per una rifondazione della politica.
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È nell’interesse di tutti – perfino, nei tempi lunghi, dei più ricchi e dei più potenti – che la politica ponga un freno, con un’equa redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, alla sua iniqua distribuzione capitalistica e alla sua appropriazione da parte di pochi e di sempre più pochi. Per questo è una necessità di ragione, oltre che un dovere morale e un obbligo giuridico, che la politica prenda finalmente sul serio il principio di uguaglianza: colmando, a livello non solo statale ma anche internazionale, quella gigantesca lacuna di garanzie e di istituzioni di garanzia dei diritti fondamentali dalla cui effettività dipende il futuro della pace, della democrazia e della generale sicurezza.

di Luigi Ferrajoli

Il principio di uguaglianza è il principio politico dal quale, direttamente o indirettamente, sono derivabili tutti gli altri principi e valori politici. Esso equivale all’uguale valore associato a tutte le differenze di identità e al disvalore associato alle disuguaglianze nelle condizioni materiali di vita; si identifica con l’universalismo dei diritti fondamentali, siano essi politici o civili o di libertà o sociali; è il principio costitutivo delle forme e, insieme, della sostanza della democrazia; forma la base della dignità delle persone solo perché “persone”; è la principale garanzia del multiculturalismo e della laicità del diritto e delle istituzioni pubbliche; rappresenta il fondamento e la condizione della pace; è alla base della sovranità popolare; è perfino un fattore indispensabile di uno sviluppo economico equilibrato ed ecologicamente sostenibile; forma infine il presupposto della solidarietà ed è perciò il termine di mediazione tra le tre classiche parole della rivoluzione francese.
Inversamente, le vistose disuguaglianze prodotte, anche nei paesi di economia avanzata, dalle politiche che in questi anni hanno smantellato lo Stato sociale, ed esplose, a livello planetario, per effetto di una globalizzazione dell’economia e della finanza senza una sfera pubblica alla sua altezza, sono all’origine di tutti i problemi che stanno oggi minacciando le nostre democrazie e la stessa convivenza pacifica: dalla fame e la miseria di masse sterminate di esseri umani alle migrazioni di milioni di persone che fuggono dalle guerre e dalla povertà, dalla disoccupazione crescente allo sfruttamento globale del lavoro, dal crollo della rappresentanza e della partecipazione politica alle minacce all’ambiente e agli altri beni comuni, dagli spazi aperti alla criminalità e al terrorismo fino alla stessa stagnazione dell’economia.
Questa crescita delle discriminazioni e delle disuguaglianze è dovuta al crollo della politica, che in questi anni ha abdicato al suo ruolo di tutela degli interessi generali e di governo dell’economia e si è assoggettata alle leggi del mercato. Per questo il progetto dell’uguaglianza, e perciò della promozione dell’interesse di tutti, può oggi diventare la base di una rifondazione della politica, sia dall’alto che dal basso. Dall’alto, come programma riformatore, in attuazione delle promesse costituzionali, attraverso l’introduzione di limiti e vincoli non soltanto ai poteri pubblici dello Stato ma anche ai poteri privati del mercato, a garanzia sia dei diritti di libertà che dei diritti sociali. Dal basso, come motore della mobilitazione e della partecipazione politica, essendo l’uguaglianza nei diritti fondamentali, individuali e al tempo stesso universali, un fattore di ricomposizione unitaria e solidale dei processi di disgregazione sociale prodotti in questi anni dal dominio incontrastato dei mercati.
Sotto entrambi gli aspetti, il principio di uguaglianza si configura perciò non soltanto come un valore politico fine a se stesso e come la principale fonte di legittimazione democratica delle istituzioni pubbliche, ma anche come un principio di ragione, in grado di informare una politica alternativa alle irrazionali politiche attuali e di far fronte alle sfide globali dalle quali dipende il nostro futuro. Di solito, nel dibattito politico, il superamento delle discriminazioni e delle eccessive disuguaglianze viene screditato come una nobile utopia irrealizzabile.
Occorre invece distinguere tra ciò che è improbabile, a causa della mancanza di volontà politica, e ciò che è impossibile: per non legittimare ciò che accade come privo di alternative e per non deresponsabilizzare la politica in ordine al suo operato o alla sua latitanza. Soprattutto, occorre riconoscere che è l’accettazione passiva delle enormi e crescenti disuguaglianze, dello sfruttamento del lavoro e delle spaventose condizioni di vita nelle quali vivono e muoiono miliardi di persone che corrisponde a un’utopia regressiva: all’idea che in una società globale sempre più fragile e interdipendente queste tremende disuguaglianze, in contraddizione stridente con tutti i valori dell’Occidente – l’uguaglianza, la dignità della persona e i diritti umani –, possano continuare a crescere senza diventare esplosive; all’illusione che le masse di immigrati che premono alle nostre frontiere possano essere respinte con le leggi e con i muri; alla pretesa che la governabilità del mondo possa continuare a lungo ad essere affidata a quei sovrani assoluti, invisibili, irresponsabili e selvaggi, nei quali si sono trasformati i cosiddetti mercati, senza che si vada incontro a un futuro di catastrofi sociali, di guerre, di violenze e di terrorismi.
Nulla è più irrealistico, in breve, dell’idea che la realtà possa rimanere come è, e che la corsa del mondo verso lo sviluppo insostenibile possa a lungo continuare senza concludersi nell’autodistruzione. Naturalmente le promesse dell’uguaglianza nei diritti umani formulate nelle tante carte costituzionali e internazionali che affollano i nostri ordinamenti non saranno mai interamente e perfettamente mantenute. Ma è nell’interesse di tutti che i diritti di libertà e i diritti sociali, nella cui titolarità ed effettività consiste l’uguaglianza, non si riducano a una lustra ideologica; che le differenze di religione, di nazionalità, di cultura e di opinioni politiche convivano grazie alla garanzia dei diritti di libertà di tutti; che si ponga fine, attraverso la garanzia dei diritti sociali, alle terribili condizioni di miseria, di sfruttamento e di illibertà nelle quali si trovano miliardi di esseri umani.
È nell’interesse di tutti – perfino, nei tempi lunghi, dei più ricchi e dei più potenti – che la politica ponga un freno, con un’equa redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, alla sua iniqua distribuzione capitalistica e alla sua appropriazione da parte di pochi e di sempre più pochi. Per questo è una necessità di ragione, oltre che un dovere morale e un obbligo giuridico, che la politica prenda finalmente sul serio il principio di uguaglianza: colmando, a livello non solo statale ma anche internazionale, quella gigantesca lacuna di garanzie e di istituzioni di garanzia dei diritti fondamentali dalla cui effettività dipende il futuro della pace, della democrazia e della generale sicurezza.

(24 aprile 2018)
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Maria

83a6f6dd-8607-46ce-8879-15e59688f205“I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale”
Intervista HuffPost a Massimo Cacciari: “Le omelie di molti preti, spesso, sono delle lezioni di anti religione”

• By Nicola Mirenzi*

La parola del Vangelo l’ha ascoltata fuori dal tempio: “Le Chiese sono diventate delle grandi scuole di ateismo. Nella gran parte di esse, la forza paradossale del verbo di Cristo viene trasformata in un discorso catechistico e ripetitivo, un piccolo feticcio consolatorio e rassicurante, un idoletto. È l’opposto di ciò che insegnava Gesù domandando ai suoi discepoli: ‘Chi credete che io sia?’”. Massimo Cacciari era ancora uno studente al secondo anno di liceo quando, tra lo Zarathustra di Nietzsche e le prime letture di Hegel, aprì le pagine del Nuovo Testamento: “Fu entusiasmante sentire la straordinarietà di quel testo, la bellezza di una storia che induce ad andare alla ricerca, senza certezze, rischiando. Al novanta per cento, i preti sono incapaci di rendere la potenza di quel racconto. Le loro omelie, spesso, sono delle lezioni di anti religione”.
Negli anni sessanta e settanta, mentre erano di moda i capelloni, Marx, i pantaloni a zampa d’elefante, Marcuse, l’eros e la civiltà, Kerouac, la Cina e Janis Joplin, Cacciari leggeva i testi della teologia cristiana: “Nelle riviste della sinistra non organiche al partito comunista – “Quaderni Rossi”, “Contropiano” – discutevamo della Santa Romana Chiesa insieme a Giorgio Agamben, Mario Tronti, Giacomo Marramao. Avevamo idee diverse, ma condividevamo le stesse letture: tutte abbastanza eretiche”. Il Natale degli alberi in pivvuccì, degli acquisti online e i centri commerciali aperti tutto il giorno; il Natale della neve luccicante incollata sulle vetrine, delle barbe bianche, delle renne e delle slitte, non lo scandalizza: “Basta sapere che la nascita di Cristo non ha niente a che vedere con quello che vediamo intorno a noi. Il Natale è diventato un festa per bambini e adulti un po’ scemi. Non c’è da levare alti lai contro il consumismo. C’è solo da riflettere, meditando con sobrietà e disincanto”. Nel suo libro, “Generare Dio” (Mulino), mostra – da laico – che nel mistero dell’incarnazione di Dio c’è un personaggio che abbiamo avuto sempre sotto gli occhi, eppure non siamo stati ancora in grado di vedere nella sua interezza: Maria.
Perché, professore?
Maria è stata pressoché ignorata anche dai filosofi che hanno interpretato l’Europa e la Cristianità, come Hegel e Schelling. Il discorso ha privilegiato il rapporto del padre con il figlio. Maria è stata ridotta a una figura di banale umiltà, un grembo remissivo e ubbidiente che si è fatto fecondare dallo spirito santo senza alcun turbamento.
Invece?
Quando l’Arcangelo Gabriele le annuncia che concepirà e partorirà un figlio e che egli sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, Maria ha paura. Si ritrae, dubita, è assalita dall’angoscia, medita. Il suo sì non è affatto scontato. Nel momento in cui lo pronuncia, è un sì libero e potente, fondato sull’ascolto della parola. Perché Maria giunge a volere la volontà divina.
Nessuno se n’era accorto prima?
Nel pensiero, solo pochi autori – penso a Baltasar – hanno riflettuto sulla figura di Maria. È nella pittura – nella grande pittura occidentale – che Maria si innalza al ruolo di protagonista assoluta. Siamo di fronte a uno di quei casi in cui l’espressione figurativa è andata molto più in profondità del linguaggio.
Cosa riesce a mostrare?
Che se si toglie alla nascita di Cristo la scelta di questa donna che accoglie nel suo ventre il figlio di Dio e il suo Logos, l’incarnazione diventa una commedia. Maria è libera. Anzi, di più: il suo libero donarsi all’ascolto è in realtà un’iper libertà.
Perché iper?
Quando – nel giardino dell’Eden – Adamo mangia il frutto dell’albero della conoscenza obbedisce al proprio desiderio. La sua libertà è la libertà di soddisfare i propri impulsi. Maria, invece, riflette, s’interroga, soffre. Poi, fa la volontà dell’altro. La sua libertà è quella di far dono di sé. È come suo figlio: fa la volontà del padre. E qual è la libertà maggiore: quella che ti incatena a te stesso; oppure quella che ti libera dall’amor proprio?
Ma la libertà può essere slegata da ciò che si desidera?
Ma perché non si dovrebbe desiderare di donare se stessi agli altri? Perché non può essere questo l’oggetto del desiderio, anziché quello di soddisfare le proprie pulsioni?
Possiamo riuscirci?
Gesù, Maria, Francesco ci hanno dato degli esempi della libertà intesa come dono. È oltre umano seguirli? Può darsi. E può anche darsi che proprio qui s’incontrino la radicalità del messaggio cristiano e il super uomo di cui parlava l’anti cristiano Nietzsche: nell’impossibile.
Ma se è impossibile, perché provarci?
Perché l’impossibile non è una fantasia, un gioco inutile e vano. L’impossibile è l’estrema misura del possibile. E, se non orienti la tua vita in quella direzione, rimarrai prigioniero del tuo tempo. È questo il messaggio di Gesù: per essere libero, abbi come misura la mia impossibilità.
Se non possiamo essere come lui, perché Cristo si è fatto uomo?
Perché è necessario avere come misura qualcosa che ci oltrepassa per riuscire a spingerci altrove. Cristo non predicava nei templi: predicava fuori, nelle strade. I suoi discepoli dicevano: “È fuori”. Nel senso: “È fuori di testa, è pazzo”. Eppure, Gesù ha segnato un prima e un dopo nella storia dell’uomo, ha creato il mondo culturale e antropologico in cui viviamo. C’è qualcosa di più realistico di questo? Senza quell’impossibilità niente ci spingerebbe a uscire da noi, a ri-orientare diversamente le nostre vite.
Perché dovremmo farlo?
Per liberare il nostro tempo dalle sue miserie. Più la nostra epoca ci rinserra dentro di essa, più servono grandi idee, pensieri limite, parole ultime. Sono le uniche cose che ci possono sradicare dal tempo in cui ci viviamo.
Come lo definirebbe?
Osceno, nel senso letterale del termine: un tempo in cui tutto deve essere posto sulla scena: i nostri pensieri, le nostre fotografie, i nostro segreti. Niente deve stare in una zona scura. Invece, è proprio dal buio che proviene la luce che illumina e rivela. Pensi alla pittura d’Europa, la terra del tramonto: cosa raffigurerebbe senza il gioco dell’ombra?
È tutto davvero così esposto?
Al contrario. Quella della trasparenza è solo un’ideologia. Mai come oggi le potenze che governano il mondo sono state così nascoste. Al di là dell’apparenza, la nostra è l’epoca dell’occulto, dei poteri anonimi, di ciò che non si vede. Mentre, nel caso di Maria, la luce divina si copre d’ombra per manifestarsi nella realtà, nel nostro tempo l’oscuro si nasconde dietro la luminosità. Lucifero è negli inferi, però finge di essere portatore di chiarore. La nostra epoca è attraversata dallo spirito dell’anti-Cristo. Ci sono stati momenti in cui esso si è manifestato nella sua forma pura. Oggi, invece, circola mascherato.
Anche la politica avrebbe qualcosa da imparare da Maria?
Maria è una figura della libertà, non è il santino che raccontano i preti. La sua humilitas è meditazione e ascolto. Se leggessero ancora, i politici potrebbero imparare anche da lei. Se non altro, per essere più consapevoli della storia in cui si collocano. Il dramma, però, è che c’è stata una completa divaricazione tra il sapere e il potere.
Per quel che riguarda le figure religiose, i cristiani non potrebbero aiutarli?
I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale, smettendo di predicare la paradossalità del verbo.
Anche il Papa?
Il discorso è più complesso. Francesco si inscrive nella tradizione ignaziana, dove l’etica della fede si coniuga alla volontà di potenza e l’assoluta dirittura morale ed etica si combina a una grande capacità di catturare il mondo nelle proprie reti.
Perché neanche le femministe hanno riflettuto su Maria?
Perché anche loro – benché protagoniste dell’ultima vera rivoluzione degli ultimi decenni – sono rimaste vittime della lettura maschilista dell’incarnazione. Hanno guardato Maria come un figura servile, totalmente oscurata dal rapporto tra padre e figlio, non riuscendo a scorgere quello che c’è oltre.

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* Nicola Mirenzi Giornalista e blogge r.
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Già su Aladinews: http://www.aladinpensiero.it/?p=76470
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L’Annunciazione tra i santi Ansano e Massima è un dipinto a tempera e oro su tavola (305×265 cm) di Simone Martini e Lippo Memmi, firmata e datata al 1333, e conservato negli Uffizi a Firenze. Si tratta di un trittico ligneo dipinto a tempera, con la parte centrale ampia il triplo dei due scomparti laterali. Considerato il capolavoro di Simone Martini, della scuola senese e della pittura gotica in generale, venne realizzato per un altare laterale del Duomo di Siena [wikipedia].

Il culto della personalità per sostituire la democrazia

93216bd0-0268-42d5-a7ec-c0edb6ad700b Il volto codardo dell’autoritarismo.

The New York Times del 3 dicembre 2018
di Timothy Snyder* – Traduzione di Raffaele Deidda

Prima vediamo la faccia. La faccia dell’America Donald Trump o dell’Ungheria Viktor Orban, o del russo Vladimir Putin, o del turco Recep Tayyip Erdogan, il volto di uomini che vogliono trasformare le democrazie in culti della personalità.

Il volto è il marchio più antico della leadership, il marchio che funziona per clan o tribù. Se vediamo solo la faccia, non pensiamo alle politiche o alla politica. Stiamo invece accettando il nuovo regime e le sue regole. Tuttavia una democrazia riguarda la gente, non una singola persona mitizzata. Le persone hanno bisogno della verità, quella che il culto della personalità distrugge. Le teorie della democrazia, dagli antichi greci attraverso l’illuminismo fino ad oggi, danno per scontato che il mondo intorno a noi dia la precedenza alla comprensione. Seguiamo i fatti insieme ai nostri concittadini. Ma nel culto della personalità la verità è sostituita dal credere e noi crediamo in ciò che il leader vuole che crediamo. Il volto sostituisce la mente.

La transizione dalla democrazia al culto della personalità inizia con un leader che è disposto a mentire sempre, con lo scopo di screditare la verità in quanto tale. La transizione è completa quando le persone non possono più distinguere tra verità e sentimento. Il culto della personalità funziona allo stesso modo ovunque; si basa sulla nozione imprecisa che il volto rappresenta in qualche modo la nazione. Il culto della personalità ci fa sentire, piuttosto che pensare. In particolare, ci fa sentire che la prima domanda della politica è “Chi siamo noi e chi sono loro?” piuttosto che “Com’è il mondo e cosa possiamo fare noi al riguardo?” Una volta che accettiamo che la politica riguardi “noi e loro”, sentiamo di sapere chi siamo “noi”, dal momento che sentiamo di sapere chi sono “loro”. In realtà, non sappiamo nulla, dal momento che abbiamo accettato la paura e l’ansia, le emozioni animali, come base della politica. Siamo stati giocati

Gli autoritari di oggi dicono bugie di media grandezza. Queste si riferiscono solo superficialmente alle esperienze; ci trascinano in una caverna di emozioni. Se crediamo che Barack Obama sia un musulmano nato in Africa (una menzogna americana con il sostegno russo), o che Hillary Clinton sia una mezzana pedofila (una menzogna russa con il sostegno americano), in realtà non stiamo pensando; stiamo cedendo il passo alla paura sessuale e fisica.
Queste menzogne ​​di media grandezza non sono proprio le grandi bugie dei totalitarismi, sebbene gli attacchi di Orban a George Soros come leader di una cospirazione ebraica gli assomiglino. Sono, tuttavia, abbastanza grandi da contribuire a rendere disabile il mondo reale. Una volta accettate queste bugie, ci disponiamo a credere a tutta una serie di altre falsità, o almeno sospettiamo che ci siano altre, più vaste cospirazioni.

Il volto del leader diventa, di conseguenza, una bandiera, un indicatore arbitrario di “noi” e “loro”. Internet e i social media ci stanno aiutando a vedere la politica in questo modo binario. Pensiamo di fare delle scelte mentre stiamo seduti di fronte ai nostri computer ma le scelte sono, di fatto, strutturate per noi da algoritmi che apprendono cosa ci terrà online. La nostra attività online insegna alle macchine che gli stimoli più efficaci sono negativi: paura e ansia. Quando i social media diventano istruzioni politiche, ci sentiamo rappresentati dai politici che riproducono lo stesso binario: cosa ci fa paura e cosa ci fa sentire sicuri? Chi sono loro e chi siamo noi?

Una volta il culto della personalità aveva bisogno di monumenti; ora richiede “meme” (contenuti che in poco tempo diventano virali, n.d.r). I social media pervadono l’immaginazione pubblica come le gigantesche statue dei tiranni dei tempi passati che occupavano lo spazio pubblico. Ma, come ricordano quei monumenti, i tiranni muoiono sempre. La vuota postura eterosessuale, le foto insulse senza camicia, la misoginia e l’indifferenza per l’esperienza femminile, le campagne anti-gay, sono progettate per nascondere un fatto fondamentale: il culto della personalità è sterile. Non può riprodursi. Il culto della personalità è la mitizzazione di qualcosa di temporaneo. È quindi confusione e, in fondo, vigliaccheria: il leader non può accettare il fatto che morirà e sarà sostituito, e i cittadini sono complici dell’illusione dimenticando che condividono la responsabilità per il futuro. Il culto della personalità diminuisce la capacità di far andare avanti un paese. Quando accettiamo un culto della personalità, non stiamo solo rinunciando al nostro diritto di scegliere i leader, ma anche smussando le capacità e indebolendo le istituzioni che ci permetterebbero di farlo in futuro. Mentre ci allontaniamo dalla democrazia, dimentichiamo il suo scopo: dare a tutti noi un futuro. Il culto della personalità dice che una persona ha sempre ragione; così dopo la sua morte arriva il caos.

La democrazia dice che tutti noi commettiamo errori, ma che abbiamo la possibilità, ogni tanto, di correggere noi stessi. La democrazia è il modo coraggioso di avere un paese. Il culto della personalità è un modo vigliacco di distruggerne uno.

* Docente di Storia all’Università di Yale e membro permanente presso l’Institute for Human Sciences di Vienna.

Link all’articolo originale: https://www.nytimes.com/2018/12/03/opinion/authoritarian-leaders-trump-putin-orban.html?fbclid=IwAR2ZUru4uP4Adc5lRmFluk1Q_K7D8SkmHhNUMYo731-_XO8MUBlLq4JeksoH

“Le nostre società sono in crisi. Si tratta di una crisi non solo sociale e ambientale, bensì anche economica e politica. Le quattro crisi si alimentano a vicenda e nessuna di esse può essere superata senza invertire le crescenti disuguaglianze e cambiare il funzionamento del nostro sistema economico”

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Per una “uguaglianza sostenibile”
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28 novembre 2018 by Forcesi su C3dem.
È stato presentato a Bruxelles il 27 novembre un documento, “Uguaglianza sostenibile”, redatto da una trentina di esperti europei, tra cui Enrico Giovannini e Fabrizio Barca, riuniti nella Commissione indipendente per l’Uguaglianza Sostenibile, di cui sono co-presidenti il danese Poulnyrup Rasmussen e la greca Louka Katseli. La commissione è stata promossa dal Gruppo parlamentare dell’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo.
Dell’iniziativa ha scritto su Repubblica Fabrizio Barca (“La Ue e l’uguaglianza sostenibile”). Ne ha parlato a Radio Radicale Enrico Giovannini (qui l’audio).
Diamo qui il link alla versione italiana della Sintesi dell’importante documento che contiene un centinaio di proposte politiche.
Scrivono, nella presentazione del documento, i due co-presidenti della Commissione, Rasmussen e Katseli: “Le raccomandazioni politiche che la commissione indipendente fornisce nel presente rapporto sono finalizzate a una trasformazione radicale delle nostre società: una trasformazione che metta profondamente in discussione il mito di una crescita economica fine a se stessa, che dissoci la ricchezza dal benessere, che contesti fermamente la prevalente distribuzione del reddito, della ricchezza e del potere economico e che chieda una trasformazione sostenibile come fattore potente e innovativo di progresso sociale.”
Scrive Udo Bullmann, presidente del Gruppo parlamentare dell’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo: “La commissione non solo propone soluzioni politiche estremamente pertinenti e necessarie per la prossima legislatura europea, ma elabora altresì una nuova visione a lungo termine per una società realmente giusta e responsabile per il XXI secolo, in cui tutti abbiano un futuro dignitoso: una società fondata sul profondo rispetto per ogni persona e per il pianeta che dobbiamo proteggere con tanta urgenza.”
Il messaggio fondamentale del documento è così riassunto: “Le nostre società sono in crisi. Si tratta di una crisi non solo sociale e ambientale, bensì anche economica e politica. Le quattro crisi si alimentano a vicenda e nessuna di esse può essere superata senza invertire le crescenti disuguaglianze e cambiare il funzionamento del nostro sistema economico”.
Questi i capitoli su cui si articola il documento:
- Ridare potere ai cittadini
- Ridefinire il capitalismo
- Conseguire la giustizia sociale
- Verso uno sviluppo socio-ecologico
Innescare il cambiamento nel funzionamento della Ue
Così viene introdotto il documento: “La commissione indipendente sull’uguaglianza sostenibile è stata incaricata di sviluppare una nuova visioneprogressista fondata sul concetto di sviluppo sostenibile. Questa missione, volta a combattere le crescenti disuguaglianze in Europa, si ispira agli obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2030, adottati nel 2015 da tutti gli Stati membri europei e da altri paesi delle Nazioni Unite. Tale programma lungimirante non ha ancora trovato un riscontro preciso e completo nella politica europea e non è stato tradotto in specifici obiettivi strategici a livello dell’Unione.
Questo è il primo rapporto strategica a cura della commissione indipendente. Essa lancia un appello ad agire per cambiare radicalmente l’Europa, attraverso più di 100 proposte politiche che potranno essere perseguite dai partiti progressisti e da altri attori nel corso della prossima legislatura (2019-2024), e integrate con un approccio alla governance europea profondamente diverso, basato su un nuovo patto di sviluppo sostenibile.
La commissione indipendente insiste sull’urgenza di questa azione politica radicale alla luce delle diverse crisi che, oltre ad acuirsi, si stanno rafforzando vicendevolmente e in considerazione della necessità di rilanciare la democrazia sociale, che si trova in un momento estremamente critico della sua storia politica. Dette crisi – sul piano economico, sociale, ambientale e politico – sono la conseguenza del sistema economico dominante. In assenza di profondi cambiamenti, esse porteranno a un collasso democratico, sia perché le forze populiste ed estremiste autoritarie acquisiranno un forte potere in tutta Europa, sia perché queste crisi economiche, sociali o ambientali raggiungeranno una fase destabilizzante per la società.
A titolo di esempio, il nuovo rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) ha messo chiaramente in evidenza la sfida ambientale. Una nuova crisi finanziaria, già prevista da alcuni esperti, potrebbe avere ripercussioni devastanti per le nostre economie facendo leva sui persistenti effetti negativi della crisi del 2008. Non sono stati compiuti progressi sufficienti per rendere la zona euro più resiliente agli shock. Un continuo deterioramento delle condizioni sociali, alimentato dall’aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza, non da ultimo nelle regioni meno sviluppate di tutta Europa, nelle zone rurali e nei centri urbani o nei loro dintorni, potrebbe comportare gravi rischi sistemici, convogliando un maggiore sostegno elettorale verso partiti populisti ed estremisti autoritari.
Un quadro così fosco è in contrasto con i risultati che si potrebbero ottenere se si perseguissero con successo politiche profondamente progressiste. In tale ottica, la commissione indipendente ha cercato di fornire un contributo elaborando una strategia politica dettagliata e concreta e lanciando allo stesso tempo un messaggio di speranza e di fiducia per la realizzazione di un’Europa diversa; si tratta di un messaggio rivolto anche ai partiti progressisti, che devono assumere la guida politica e unire le forze con i sindacati e le organizzazioni progressiste della società civile, al fine di dar vita a una mobilitazione dal basso verso l’alto e rivendicare un percorso politico diverso.
Esiste una scomoda verità sull’Europa. Quasi un terzo dei nostri bambini e dei nostri giovani è povero o rischia di diventarlo, milioni di giovani non riescono a trovare un lavoro che consenta loro di costruirsi un futuro e più della metà degli adulti in Europa ritiene che le giovani generazioni avranno una vita peggiore della loro. Grazie alle politiche illustrate nel presente rapporto, saremo inoltre in grado di coinvolgere le giovani generazioni e dire loro che non esiste un futuro prestabilito senza prospettive.
Se intervenissimo per modificare il corso della storia europea, potrebbe nascere una società alquanto diversa – all’insegna dell’uguaglianza sostenibile, del benessere di tutti, dell’equilibrio economico, sociale ed ecologico e della pace, che non lascia indietro nessuna persona e nessuna regione.”
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snsvs
———–aggiornamento 4 dicembre 2018—————-

Al convegno di c3dem a Modena spiragli per una nuova stagione di impegno politico
4 dicembre 2018 by Forcesi| Su C3dem.

Giovani

ee9627f5-5dcd-4a8f-b37e-c21d6927b904i giovani in difesa del futuro
di Fiorella Farinelli, su Rocca

Questa volta, forse, non è il solito refrain generazionale. C’è sempre qualcosa di ripetitivo, è vero, nelle occupazioni e nelle manifestazioni degli studenti che tornano puntuali ogni autunno. Anche quest’anno ci sono stati i soliti riti di passaggio, la solita voglia di riappropriazione degli ambienti scolastici, le solite prove di trasgressione e di vita adulta. E poi gli scioperi e i cortei punteggiati da forme talora inappropriate di polemica politica. Una prima volta il 12 ottobre, la seconda il 16 e 17 novembre, in entrambe il fantoccio di Salvini dato alle fiamme o penzolante come un impiccato. Gesti sbagliati, e controproducenti.
Ma qualcosa di diverso questa volta forse c’è, o potrebbe svilupparsi.
C’è, intanto, e imprevedibilmente, in alcune reazioni di una parte del mondo adulto, non a caso quella che si sente più smarrita ed impotente di fronte alle vicende politiche italiane. È successo per esempio il 2 ottobre, quando il Foglio, un quotidiano sempre fuori dal coro ma non di sinistra e mai tenero con i movimenti, ha invitato gli studenti a «occupare le scuole contro i nemici del futuro». A organizzare una «resistenza civile» contro chi, «abbandonando il sentiero stretto ma obbligato del risanamento dei conti pubblici, sta costruendo le condizioni per mettere il peso di questa manovra, e dell’instabilità del Paese, sulle spalle degli adolescenti e dei ventenni di oggi». Più o meno dello stesso tenore le uscite di altre personalità di spicco, come l’ex senatore Pietro Ichino che, pur ricordando che «da professore» ha sempre criticato il rito delle occupazioni, oggi vede che i motivi per mobilitarsi ci sono, e serissimi, e si augura che gli studenti facciano quello che altri non sono capaci di fare.

i giovani e le donne
Dovrebbero dunque essere gli studenti a salvarci dal governo dello sfascio, a riaprire la via maestra degli investimenti nell’innovazione, nella ricerca, nello sviluppo, a spazzar via la favola grottesca secondo cui a contare sono solo gli «eletti dal popolo», cioè il governo stesso, o solo gli iscritti a una piattaforma telematica. Lo sappiamo tutti – lo si è visto ancora una volta qualche settimana fa a Lodi, a proposito dei bambini figli di stranieri esclusi dalla mensa scolastica per una decisione comunale ai limiti del razzismo – che nella scuola e in chi la vive come un terreno cruciale per la qualità democratica del Paese ci sono spesso grandi energie civili, capacità di reazione di prima grandezza, inattaccabile coscienza delle libertà e dei diritti di tutti.
Ma in questa rinnovata attenzione di parte dell’opinione pubblica per la scuola e per il movimento degli studenti sembra esserci soprattutto la speranza che siano ancora una volta i più giovani, quelli che non hanno sulle spalle il peso di sconfitte e di errori che ammutoliscono e paralizzano, a ricostruire il filo che può aiutare ad uscire dal labirinto. Non sono forse i più giovani – e le donne – che nelle elezioni di medio termine hanno riaperto qualche spiraglio di cambiamento nell’America di Trump? Non sono loro che in Spagna sostengono Podemos, nel Regno Unito la sinistra di Corbyn, negli Usa quella di Sanders, nella Germania l’ambientalismo dei Verdi?
Anche in Italia la vera speranza potrebbero essere i Millennials, la generazione nata tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio. Non è da escludere, certo, che anche da noi prima o poi qualcosa cominci a muoversi nel verso giusto, e che ne siano loro i protagonisti. Di ragazze e ragazzi ce ne sono tantissimi nelle migliori esperienze di volontariato e di impegno civile. Sono stati soprattutto i più giovani ad animare, con molti coetanei figli dell’emigrazione, la recente manifestazione nazionale contro il Decreto Sicurezza del ministro Salvini e contro il razzismo. Sono loro i più aperti al mondo e i più interessati a che non ci siano muri e frontiere che impediscano scambi, incontri, realizzazioni professionali.
E tuttavia è indubbio che finora è proprio dagli elettori più giovani che è venuto il maggior consenso, se non al «governo del cambiamento», almeno a una delle sue componenti. E che non spetta soltanto a loro, comunque, difendere il futuro del Paese. Non possono farcela, se durerà ancora a lungo il deserto di progettualità e di iniziative politiche sensate. L’assenza di una grammatica politica capace di attrarre e di mobilitare le energie migliori.
C’è da osservare, inoltre, che a differenza della generazione del ’68 che era figlia di un mondo pieno di contraddizioni ma teso in un impegno ottimistico di sviluppo e di crescita, i ragazzi di oggi sono nati e cresciuti in un mondo complicato ed agro, in evidente declino, stretto sempre di più tra crisi ricorrenti di tipo economico e rischi epocali di autodistruzione ambientale. Con poca o nessuna fiducia nel «progresso», e con deboli speranze di poterlo padroneggiare.
Non c’è più, infine, dopo decenni di trionfo delle culture della competizione e dell’individualismo, quella preziosa sensazione che fu di un’intera generazione secondo cui «ogni schiaffo, in qualsiasi parte del mondo e a chiunque inferto, riguarda la mia guancia».

oltre le fiammate d’autunno
Ma è importante, comunque, che un movimento degli studenti ci sia, e che riesca ad andare oltre le fiammate d’autunno. Che cosa li muove, in questi giorni, ad occupare le scuole, a scendere in piazza, a tentare di costruire una loro politica? Chiedono, prima di tutto, che ci siano più finanziamenti per l’istruzione e per la cultura. Che la scuola, l’università, la ricerca non vengano ancora una volta sacrificate e che non subiscano altri tagli. Che si facciano gli interventi sull’edilizia scolastica necessari non solo alla sicurezza degli istituti situati in zone a rischio sismico o idrogeologico ma a rinnovare edifici e spazi didattici inchiodati a un antico modello didattico e inadeguati ai nuovi modi di apprendere.
Hanno ragione. E molti buoni motivi per prendersela con un governo che blocca i finanziamenti per lo sviluppo digitale, non ha interesse a proseguire il lavoro iniziato col precedente governo su industria 4.0, rallenta o impedisce le grandi opere infrastrutturali necessarie allo sviluppo del Paese. Che lesina perfino sull’alternanza studio lavoro, uno dei pochi provvedimenti della Buona Scuola effettivamente innovativi. Che si inventa, con il programma Scuole Sicure, la videosorveglianza nelle scuole. Che, invece che fare investimenti che producano nuovo lavoro, dà per scontato che per molti non ci sia altro destino che l’assistenza economica da parte dello Stato.
Avvertono bene, molti studenti di oggi, che il governo «del cambiamento» frena lo sviluppo invece che promuoverlo. E che se l’Italia sta ferma o arretra, è anche per questo motivo, oltre che per i guai ereditati dai governi precedenti.
Avvertono anche che è sempre più a rischio la possibilità che l’ideale novecentesco di un diritto allo studio che assicuri a tutti le stesse opportunità di partenza si realizzi davvero, sgretolando i condizionamenti alle carriere e al successo scolastico che derivano dal back ground familiare. Che nella scuola italiana pesano ancora troppo, al punto che tra chi appartiene a famiglie economicamente e culturalmente svantaggiate solo 1 su 8 riesce a raggiungere livelli di istruzione superiori a quelli dei genitori. Se i tuoi genitori sono ricchi, anche se la scuola è malmessa e poco capace di aiutarti, potrai sempre rifarti con altre opportunità formative a pagamento, con esperienze all’estero, con le scuole d’élite, con l’accompagnamento al lavoro fornito da chi ha le relazioni che contano, ma se non è così dovrai arrangiarti e sarà sempre più difficile farcela.
Non piace, più in generale, un governo che promette chiusure e frontiere, che chiude gli accessi a chi scappa da guerre e povertà, che lascia annegare in mare migliaia di giovani, che fomenta rancori sociali e conflitti tra poveri. Non va per niente bene a chi fin da piccolo è stato abituato a pensare che con l’istruzione giusta si possono aprire tante porte in tutto il mondo, e che ha imparato che è da tutto il mondo che vengono le cose che amano di più, dalla rete alla musica, dagli sport al cinema. Sentono, in molti, puzza di chiuso, di declino, di autoritarismo.
Sensibilità e approcci preziosi, quando ci sono e si esprimono nei movimenti, soprattutto se accompagnati dall’insofferenza per le ingiustizie, l’amore per l’uguaglianza, la voglia di non farsi troppo comprare dai consumi. Se le lotte degli studenti questi sentimenti, che non sono di tutti gli studenti ma ci sono, saranno capaci di rappresentarli e di farli crescere, sarà un bene per loro e per tutti. Ma non ingombriamole, per favore, con la delega a essere e a fare quello che un mondo adulto esausto e privo di ideali non è più capace neppure di immaginare.
Fiorella Farinelli
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rocca-23-2018

Internet

7c7bf16f-37df-4d8e-8f47-83071f5886fbIl ruolo “anomalo” delle tecnologie informatiche nella relazioni internazionali

Gianfranco Sabattini

Internet (dall’inglese “Intern-ational net-work”), ovvero la rete telematica internazionale, aperta all’accesso pubblico, che connette vari terminali sparsi in tutto il mondo, rappresenta oggi il principale mezzo di comunicazione, in grado di offrire agli utenti una vasta serie di contenuti informativi e di servizi.
Si tratta di un’interconnessione globale realizzata attraverso il collegamento tra reti informatiche di natura ed estensione diverse, resa possibile dall’impiego di “protocolli di rete”, che costituiscono la “lingua comune” con cui gli utenti, attraverso i computer, comunicano tra loro, indipendentemente dalla sottostante architettura dell’hardware e del software.
Dagli inizi degli anno Novanta, l’avvento e la diffusione di Internet e della sua utilizzazione hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione dell’informazione e della comunicazione.
Internet costituisce il “territorio” del ciberspazio, divenuto anche il nuovo “campo di battaglia” nel quale si fronteggiano individui, governi, imprese, lobby e organizzazioni di ogni tipo, che operano al fine di perseguire scopi specifici, quali un maggiore potere economico o politico, nuovi e più promettenti mercati su cui investire, azioni di persuasione politica e di condizionamento psicologico e spionaggio militare; sono, questi, solo alcuni dei più importanti obiettivi perseguibili con l’uso delle tecnologie virtuali, che giustificano, da un lato, la competizione in corso tra le grandi potenze per assicurarsi il controllo dell’intero dominio di Internet, e dall’altro, le iniziative delle stesse superpotenze a porre in essere una valida strategia di “cybersecurity”, attraverso la quale ostacolare, con un’attività di “cyber-counterintelligence”, il “cyber-espionage”.
E’ facile capire perché la “rete” sia diventata tanto importante nella competizione tra le grandi potenze; il ciberspazio, infatti, consente di prefigurare (ad esempio, sul versante economico, ma soprattutto su quello militare) situazioni o scenari che, per quanto ancora potenziali, sulla base della valutazione di premesse già in atto, possono essere considerati prossimi ad avverarsi. Per questo motivo, Internet rappresenta il versante virtuale di un mondo al cui controllo tutte le superpotenze aspirano.
Non casualmente, Internet è strumentale – come afferma Dario Fabbri in “L’impero informatico americano alla prova cinese” (in Limes, n. 10/2018) – al governo degli interessi geopolitci della superpotenza americana; sebbene sia stato sviluppato all’interno del settore privato, esso però “si colloca nel ventre militare degli Stati Uniti”, essendo funzionale alle loro esigenze strategiche, sia sul piano economico che su quello strategico. Infatti, oltre che essere il supporto della globalizzazione con cui gli USA esercitano un potere di relativo dominio nella conduzione dell’economia globale, Internet è anche la rete globale attraverso la quale l’America dispone di un potere “talassocratico” (fatto di cavi giacenti sui fondali degli oceano), col quale essa, appropriandosi di una massa esorbitante di informazioni, impedisce “alle altre nazioni d’essere realmente sovrane”; fatto, quest’ultimo, che coinvolge gli interessi di altre superpotenze mondiali, quali Russia e Cina, che più direttamente rappresentano i più dotati competitori degli Stati Uniti.
Com’è facile capire, è molto labile il confine tra conservazione della primazia economica globale attraverso attività spionistiche mediante l’uso delle tecnologie informatiche e possibili crisi di guerra. Una “tempesta elettromagnetica”, effettuata da un competitore a danno di un altro, può cancellare tutte le memorie degli archivi informatici; la possibilità che ciò possa verificarsi (con la conseguenza di un black out elettrico o telefonico, di paralisi del traffico aereo o di altro ancora) viene taciuta, per timore di reazioni dall’esiti imprevedibile dell’opinione pubblica. Le potenziali crisi delle relazioni internazionali, conseguenti al verificarsi di tempeste elettromagnetiche, possono raggiungere, considerato anche lo scarso potere di controllo del quale gli operatori digitali dispongono sugli effetti complessivi di tali “tempeste”, un “punto di non ritorno”, che può “sfociare” in una situazione suscettibile di condurre ad uno scontro armato.
Negli ultimi anni, l’attenzione nei confronti degli attacchi informatici è cresciuta nelle istituzioni di tanti Paesi. Ovunque, però, anche laddove si fa largo uso delle tecnologie digitali, traspare un’evidente preoccupazione dovuta all’incertezza che ancora ammanta la definizione della liceità di queste operazioni, per via del fatto che lo spazio informatico è ancora privo di regole accettate, riguardanti il suo utilizzo; poiché esso costituisce un “luogo” dove può succedere di tutto in mancanza di regole, diventano giustificabili le azioni intraprese, soprattutto da parte delle grandi potenze, per assicurare la sicurezza informatica all’interno delle aree geopolitiche che ricadono sotto la loro diretta influenza.
Gli ultimi anni hanno visto consolidarsi situazioni e scenari inquietanti sulle guerre condotte attraverso tecnologie digitali, facendo divenire le cyber-war un’alternativa alle guerre tradizionali. Della natura delle cyber-guerre, l’opinione pubblica è poco informata, sebbene rappresentino per i cittadini ignari una potenziale fonte di conseguenze inimmaginabili, pur dando l’illusione di poter essere facilmente controllate sul piano politico: in realtà, la conoscenza delle loro possibili conseguenze presenta notevoli “punti critici” riguardanti il loro impiego, sinora lasciato solo alle supposte “competenze” delle “burocrazie profonde” di ogni Stato.
Un tempo, la guidaconduzione degli eserciti comportava solo l’impiego di mezzi materiali e di uomini, per cui tutto era condotto in capo alla responsabilità di coloro che li comandavano, dei quali si conosceva con certezza lo Stato al quale appartenevano; negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione radicale nell’uso delle armi, che consente di prefigurare conflitti di “nuova generazione”, la cui caratteristica principale consiste nel fatto di poter essere condotti senza coinvolgere direttamente la responsabilità dello Stato o degli Stati che li hanno causati. E’ questo il motivo per cui i potenziali conflitti di nuova generazione sono analizzati, in particolare dal punto di vista tecnologico, sulla base del tipo di risorse disponibili, nonché delle forme della loro utilizzazione; nell’insieme, le analisi consentono di capire le specifiche caratteristiche distintive delle minacce che ogni singolo Paese, soprattutto se esso è un competitore globale, percepisce a danno della propria posizione nell’ambito dell’equilibrio di potenza economica e militare esistente.
Il progresso nel campo delle tecnologie informatiche, perciò, costituisce il “nervo scoperto” delle superpotenze mondiali impegnate in quella che viene definita dagli analisti delle relazioni internazionali “guerra fredda tecnologica”. In questo nuovo clima di contrapposizione tra le superpotenze, per gli USA, ad esempio, così come la dimensione del loro commercio internazionale “non ha un’esistenza separata dalle dinamiche geopolitiche, lo stesso accade – afferma Alessandro Aresu in “Geopolitica della protezione” (Limes, n. 10/2018) – per la tecnologia”; il primato globale statunitense è infatti legato allo sviluppo e all’uso strategico di mezzi scientifici e tecnologici per conservare una posizione di vantaggio rispetto ai competitori. E’ per questo che gli Stati Uniti rivolgono una particolare attenzione allo spazio cibernetico.
Tuttavia, nelle tecnologie informatiche, nonostante abbiano la disponibilità di gran parte della rete globale di connessione, gli USA hanno sui rivali un vantaggio meno assoluto rispetto quello del quale dispongono in altri settori; d’altro canto, il primato assoluto nel settore digitale li esporrebbe alla necessità di sostenere alti costi, senza peraltro consentire la realizzazione di una sicura barriera contro possibili attacchi cibernetici. Sono le stesse burocrazie dello Stato profondo statunitense a denunciare il rischio di impegnare un alto cumulo di risorse senza la garanzia che l’erezione di difese contro potenziali attacchi cibernetici risultino appropriate ed efficaci.
A spiegare la relativa convenienza a non insistere nell’erigere difese informatiche “perforabili” sono – a parere di Federico Petroni (“L’America all’offensiva cibernetica”, in Limes, n. 10/2018) – due ordini di ragioni. Innanzitutto, la scarsa regolazione internazionale dello spazio digitale; in particolare, l’assenza di “regole del gioco” che non permette di stabilire, quando si è in presenza di un “attacco cibernetico” o di un atto di ciberguerra, come rispondere in modo proporzionale ai singoli atti ostili. In secondo luogo, la necessità di conservare la segretezza per le azioni delle burocrazie profonde dello Stato, alle quali preme sottrarre il proprio modo di operare ad ogni forma di pubblicità, per evitare di svelate le procedure con cui sono state ottenute determinate informazioni, con l’”infiltrazione” in particolari punti della difesa informatica del potenziale “nemico”.
Sul piano della guerra fredda tecnologica, è particolarmente attiva la Repubblica Popolare Cinese, che, entro il 2030, vuole diventare un centro globale per l’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale, secondo il piano di sviluppo, annunciato nel 2015 da Xi Jinping, col quale Pechino si propone di sorpassare gli Stati Uniti. Proprio per questo motivo Washington è impegnata ad ostacolare il percorso di crescita tecnologica della Repubblica Popolare, di cui il progetto delle “vie della seta” è uno degli elementi portanti.
La Cina è ora impegnata ad effettuare consistenti investimenti esteri in infrastrutture, che non riguardano solo autostrade, ferrovie, aeroporti e porti, ma anche reti elettriche per le telecomunicazioni e la trasformazione digitale delle informazioni, con finalità geopolitiche. La Cina cura in particolare la crescita economica e la stabilità interna, nella prospettiva di perseguire, a scopi difensivi/offensivi, la riduzione della dipendenza dalle esportazioni, la eliminazione degli squilibri territoriali interni e il miglioramento dei consumi. Tuttavia, diversi studi mettono in evidenza che al Dragone sarà necessario ancora molto tempo per colmare il “gap” tecnologico che lo separa dagli USA nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, sebbene sia lecito pensare che ciò sia favorito dal fatto che in Cina le imprese del settore informatico godono dell’appoggio politico-economico dello Stato; non casualmente, la guerra commerciale mossa dal presidente Donald Trump è volta a ostacolare nell’immediato la stabilità economica del Paese asiatico, proprio per ostacolare nel più lungo periodo la sua ascesa tecnologica.
La Russia, dal canto suo, sembra impegnata ad approfondire le sue tecnologie di “hakeraggio”; oggi – secondo John Bambenek, docente presso l’Università dell’Illinois (”Come la Russia proietta la sua potenza cibernetica”, in Limes, n. 10/2018), “i corsari informatici del Cremino rappresentano [...] un vero e proprio unicum nel panorama mondiale della sicurezza informatica”. Nel complesso, il settore informatico russo sembra orientato a preferire l’intelligence contro i bersagli che il Cremino considera i più pericolosi dal punto di vista della tutela dell’interesse nazionale, con l’impiego di tecniche che sono venute evolvendo nel corso del tempo, “passando da rudimentali attacchi comportanti temporanee interruzioni di servizio [...] ad assalti veri e propri alle reti elettriche straniere suscettibili di causare più o meno temporanei blackout”.
Infine, l’Unione Europea che, per i suoi fondamentali economici, dovrebbe essere un competitore globale di peso, ed invece, per tutte le ragioni che ne causano la debolezza e la “disunità”, si limita a “giocare in difesa”; la sua strategia del “mercato unico digitale” è volta ad assicurare al mercato economico interno un’apertura di opportunità digitali per i cittadini e le imprese, con l’adozione di una legislazione volta ad affermare la sovranità europea contro le grandi organizzazioni del digitale. Si tratta però di una strategia debole, che impedisce all’Europa di offrirsi come vera alternativa ad Usa, Cina e Russia.
La propensione dell’Europa a limitare la propria attività nel settore digitale vale a rendere le sue iniziative poco efficaci sul piano geopoltico; se a ciò si aggiungono le divisioni interne, l’Europa corre il rischio di finire ad essere dotata di una rete informatica divisa per “blocchi regionali”, che la esporranno alla sicura perdita di una futura sovranità digitale rispetto al suo esterno.
Strano il modo in cui viene utilizzato un settore di attività così potenzialmente propulsivo sul piano della crescita e dello sviluppo economico globale; la concorrenza “spietata” in atto tra le grandi superpotenze, ha invece l’effetto di ridurlo a spada di Damocle gravante minacciosa sulla testa dell’intera umanità, costantemente illusa dalle burocrazie profonde degli Stati, che il settore digitale sia destinato a liberarla, in un prossimo futuro, da ogni incombenza esistenziale.
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Risolleviamo la bandiera dell’Europa

Europa flagITALIA-EUROPA. verso la sfida finale
di Roberta Carlini, su Rocca

Il governo del cambiamento, dopo mesi di tante parole e pochi fatti, ci porta il primo vero cambiamento. La complicata e cervellotica macchina messa in piedi dai costituenti europei per garantire la stabilità finanziaria degli Stati viene per la prima volta avviata. L’eurogruppo ha appena girato la chiavetta dell’accensione, e i tempi sono più lenti di quelli di un diesel d’annata. Ma la sostanza è chiara: il Paese che non si adegua alle prescrizioni europee – l’Italia, il primo nella storia – sarà punito con multe e nuove prescrizioni. A prima vista, la ricetta è bizzarra: per punire un Paese che spende troppo rispetto a quanto incassa (questo è, alla fin fine, il cuore del problema), lo si costringe a spendere di più, stavolta per pagare le multe. Come punire un bambino che ha mangiato troppa cioccolata con un vassoio di profiteroles.
Come abbiamo cercato di argomentare nel precedente articolo su Rocca, la Commissione europea ha i suoi buoni motivi per essere preoccupata e anche per intervenire in materia di conti pubblici italiani. Condividiamo con gli altri Paesi dell’eurogruppo la moneta e la banca centrale, dunque la stabilità dell’Italia – che ha un peso specifico importantissimo nell’economia dell’Unione – è essenziale. Non c’è motivo per gridare alla lesa sovranità, finché siamo dentro alla moneta e ai patti, e l’attuale governo, nonostante le ambiguità che si sono viste e sentite in campagna elettorale, ha scritto nero su bianco di non volere una Italexit. Anche nel merito, le perplessità (per usare un eufemismo) dell’eurogruppo sono fondate: la manovra del governo italiano ha come obiettivo la crescita economica, ma le sue misure sono assolutamente inadatte a stimolarla, poiché sono dirette a trasferimenti correnti a specifiche fasce sociali, e non a investimenti capaci di rilanciare l’economia.
A questo quadro generale si aggiungono due aggravanti non da poco, ossia il fatto che le stesse previsioni sono basate su dati già superati dai fatti, poiché l’economia reale è entrata in una fase di forte rallentamento e la spesa per interessi è lievitata per colpa dello spread; e il fatto che le misure principali della manovra (reddito di cittadinanza e quota 100) sono vaghe, di incerta o difficile attuazione, ancora non si sa esattamente quando entreranno in vigore e per chi. Dunque, nessuno sconto sul merito per una manovra che non è espansiva, che sicuramente aumenta i debiti dello Stato cioè di tutti noi, e che ha come unico obiettivo il mantenimento del consenso elettorale dei due partiti al governo in vista della prossima tornata elettorale, europea e amministrativa.

i duellanti
Il fatto che l’Italia stia meritatamente dietro la lavagna degli indisciplinati non giustifica però, di per sé, l’insipienza dei professori. Ossia i dirigenti dell’Unione che, applicando le regole scritte a Maastricht e nelle revisioni successive dei patti, si avviano a comminare al nostro Paese la più alta delle pene. Le procedure di infrazione prevedono infatti due possibili esiti: che siano comminate salate multe, da pagare a carico del bilancio pubblico; e/o che l’Italia sia obbligata a fare manovre più drastiche, di portata enorme, per ridurre progressivamente il suo debito. Non è una novità né un imprevisto, dato che a questo esito si è andati, passo dopo passo, dalla campagna elettorale alla formazione del governo alla scrittura della manovra: deliberatamente fatta per sfidare l’Europa e addebitare alle sue rigidità ogni colpa, compresa quella di non riuscire, di fatto, a mettere in atto la manovra stessa. Questo il disegno politico di Salvini e Di Maio, chiarissimo. Ma anche l’Unione ha una sua strategia politica, quella di non consentire sconti all’Italia, per dare a tutti il buon esempio, tanto più alla vigilia della campagna elettorale. Come previsto da tutti e due gli schieramenti, i due sfidanti a duello si apprestano alla fase finale, decisiva, nella quale potrebbero però perire – politicamente – entrambi.

senza un «piano B»
Il duellante più debole è senza dubbio il nostro Paese. Non ha un «piano B», a meno che non venga tirato sciaguratamente fuori dal cassetto quello del ministro Savona, per un’uscita dall’euro nell’arco di un week end; speriamo che non succeda, visto che il nostro Paese, che dipende in larga parte dalle esportazioni di merci e dall’ingresso di capitali, avrebbe tutto da perdere da un ritorno alla moneta nazionale, e in particolare avrebbero da perdere le classi più deboli e precarie della società. Non solo. Non abbiamo alleati, poiché gli stessi governi a guida «sovranista» tanto cari a Salvini si sono su- bito messi alla guida del fronte rigorista, e non hanno alcuna intenzione di fare sconti all’Italia. Inoltre – cosa più importante – i mercati sono e restano aperti, cosa che ha già comportato la fuga dai titoli del debito pubblico italiano di quasi 70 miliardi di euro prima acquistati dall’estero. Un Paese che deve cercare, solo per il 2019, 260 miliardi sul mercato dei capitali, non può permettersi di perdere la fiducia né dei fondi esteri né dei propri cittadini. E invece questo è già successo, come le ultime aste dei titoli pubblici hanno dimostrato.

la solitudine dell’Italia
L’altro duellante, la Commissione, ha trovato nella battaglia sull’Italia una nuova coesione. In via generale la leadership europea si presenta alle prossime elezioni molto ammaccata, con i partiti nazionalisti in crescita un po’ ovunque e la mancanza di personalità in grado di incarnare e trasmettere l’ideale dell’Europa unita. Divisa sul problema dell’immigrazione, lentissima sull’unione bancaria, inesistente in politica estera, lontana da una riforma del bilancio, inefficace sulla crisi ambientale, l’Unione si presenta senza altra identità se non quella di difendere se stessa; paradossalmente i guai italiani possono aiutare, nel breve periodo, a darsi una funzione, che è ancora e sempre quella di guardiano del rigore fiscale. Ma non può bastare per sanare la frattura sociale in Europa, semmai può succedere che si trasformi in tante fratture nazionali.
Per tutto il suo cammino l’Europa ha puntato sulla politica dei piccoli passi, nella certezza che ogni passo avrebbe reso più facile quello successivo e avvicinato la meta finale dell’unione politica. Adesso, mentre i passi sono tutti all’indietro, sarebbe il momento di un balzo in avanti, con una reale democratizzazione dell’Unione europea; che però è impossibile a farsi se nessuno ci crede, nessun partito ne fa una bandiera, e quelli che lo fanno ci scrivono sopra solo le pagelle e le punizioni dell’Europa, e non i benefici, sia monetari che politici, che in tutti questi anni i suoi popoli hanno avuto dal processo di unificazione. Le grandi sfide che abbiamo di fronte sono tutte senza frontiere: quella economica, quella ambientale dovuta al cambiamento climatico, quella dell’immigrazione. Pensare di affrontarle ricostruendo i confini è più di un semplice errore: è una colpa grave, della quale i nostri figli e nipoti non ci perdoneranno.

Roberta Carlini
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