Editoriale

DIBATTITO. L’impegno dei cattolici italiani in politica, oggi .

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CATTOLICI ITALIANI
Contraddizioni nel cambiamento

di Ritanna Armeni su Rocca.

Come si collocano i cattolici italiani nella divisione che oggi attraversa il paese sui temi della solidarietà e dell’accoglienza? Si dividono? La pensano, magari con sfumature diverse, nello stesso modo?

I recenti fatti di Lodi (dove una sindaca ha impedito l’accesso alla mensa ai bambini stranieri non in grado di attestare l’assenza di redditi all’estero in nome di un regolamento comunale perlomeno discutibile e per molti chiaramente discriminatorio) e i fatti di Riace, un paese che è stato additato come un esempio mondiale di accoglienza e d’integrazione, il cui sindaco è stato arrestato (non accusato o inquisito, ma arrestato) perché avrebbe favorito l’immigrazione clandestina e quindi avrebbe commesso un reato, hanno posto, fra le tante, anche queste domande. L’Italia è un paese cattolico, secondo le statistiche i suoi cittadini in grandissima parte si dichiarano credenti, i bambini in maggioranza sono battezzati e la maggior parte dei matrimoni (sempre meno, ma tanti) si celebra in Chiesa. Da questi dati si può con qualche ragionevolezza supporre che anche i credenti, ancora maggioranza nel paese, abbiano votato per partiti, come la Lega, che oggi fanno della lotta contro l’immigrazione, contro il «buonismo» e contro l’accoglienza, la loro bandiera. E, quindi, appoggino la politica «cattivista» del governo. Devono essere tanti, se la Lega continua a volare nei sondaggi. Si sa anche che un gran numero degli stessi credenti oggi è schierata contro questa politica e che spesso è in prima linea nelle battaglie per l’accoglienza. Si sa che giornali cattolici hanno avuto parole molto dure contro l’attuale politica del governo. E che, infine, alcuni importanti rappresentanti del clero si sono apertamente schierati per politiche di accoglienza e di solidarietà. E allora? Quale possiamo considerare la vera e autentica posizione cattolica? Quella che in nome della legalità e della sicurezza approva i respingimenti, la chiusura dei porti, l’arresto di sindaci che adottano pratiche solidali o quella che opta per soluzioni etiche più consonanti al precetto evangelico «ama il prossimo tuo come te stesso» anche a costo di sconfinare dalle leggi dello Stato?

Un laico che oggi osservi il mondo dei credenti trova difficile comprendere fino in fondo la contraddizione in cui questo si trova. Anche se di cambiamenti nel mondo cattolico ce ne sono stati molti. C’è stato – e non è molto lontano – il tempo in cui i cattolici erano protagonisti assoluti della vita nazionale, delle abitudini, della morale, delle opinioni prevalenti. Un tempo in cui il governo era di un partito cattolico, la Chiesa influenzava la vita politica italiana, il cattolicesimo coincideva con le tradizioni del paese e con i suoi costumi e in cui il mondo cattolico appariva unito e compatto nella morale e nella politica.
Abbiamo poi assistito a una trasformazione che ha coinciso con i cambiamenti sociali e culturali degli anni ’70: il pianeta dei credenti è diventato in gran parte progressista, si è amalgamato con il mondo laico adeguandosi alla modernità, alle richieste di libertà individuale, alla rottura con dogmi della tradizione: divorzio, aborto etc. Da un certo punto in poi i cattolici non hanno più costituito un fronte compatto, omogeneo che si contrapponeva agli «altri». Rimaneva la discriminante della fede, ma questa diventava sempre più fatto privato, scelta intima. E se, come è avvenuto in quegli anni, la libertà individuale era un valore comune, ciascuno poteva viverla a suo modo e convivere con gli altri.

C’è stato, poi, almeno un terzo passaggio. È avvenuto con la globalizzazione, quando il mondo dei credenti è apparso più attento e vigile nei confronti degli squilibri sociali, degli sconquassi culturali che ne derivavano. Il pensiero critico cancellato da tanta parte della cultura e della politica è rimasto forte in un mondo in cui la fede, il rapporto con Dio, la conoscenza dei testi sacri offriva strumenti di paragone e di critica e consentiva di non approvare ciecamente le idee dominanti nella società e nella politica. Ancora oggi i credenti sono i portatori principali della opposizione al consumo indiscriminato, hanno un’attenzione alla vita che va oltre le leggi del mercato, una vigilanza sulla propria libertà. Non è un caso che i laici critici del pensiero unico trovino nelle parole di Francesco una concordanza con le loro preoccupazioni, una visione del mondo più solidale, meno mercantile di quanto non ci sia nel cosiddetto progressista in grandissima parte, invece, subalterno alla globalizzazione e al pensiero unico.

Ora nel mondo dei credenti c’è un’altra situazione, una spaccatura profonda, tanto profonda, che quasi non si osa nominarla. La reticenza ha una motivazione. Il punto è che non siamo, come nel passato, di fronte ad una divisione politica. Non assistiamo alla presenza di comuni valori che però trovano espressione in forze politiche diverse. Per anni, anzi per decenni i cattolici hanno votato Dc o Pci, negli anni seguenti hanno scelto fra Forza Italia e il Pd. Non è quindi quello delle scelte politiche il problema, ma quello – più importante – dei valori e delle scelte etiche. Del rapporto fra queste e le leggi. Meglio ancora fra leggi degli uomini e i principi universali, quindi per i credenti «divini», quelli che nessun cambiamento storico e politico può contraddire. Duemila e cinquecento anni fa Sofocle raccontando la storia di Antigone, la sorella di Polinice, che per dare sepoltura al fratello violò i decreti del re Creonte pose un problema al quale ci troviamo di fronte anche oggi: onorare la legge di Dio anche a costo di trasgredire quella degli uomini? O adeguarsi a quella degli uomini che è l’unica realistica e possibile? È un dilemma ben più importante di quello della scelta politica di questo o di quel partito. Al quale il mondo cattolico non è riuscito a dare ancora una risposta univoca.

Ritanna Armeni
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Ci salverà la Provvidenza?

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La manovra del popolo
di Roberta Carlini su Rocca
L’hanno battezzata «manovra del popolo», e quasi tutti, come spesso succede in un mondo della comunicazione drogato dalla dittatura dei titoli e degli hashtag, questa parola chiave si è propagata senza indagare bene sul suo significato. In senso stretto, tutte le manovre sono «del popolo», sia nel senso che a dettarle sono i legittimi rappresentanti eletti dal popolo, che nel senso più ampio: è il popolo a goderne i benefici e a pagarne le conseguenze. Ma dietro questo nome c’è un sottinteso che è poi la chiave con la quale si giocherà tutta la propaganda politica di qui alle elezioni europee: il popolo contro i mercati, l’élite, l’Europa. È così? Salvini e Di Maio, con i loro prestanome più o meno riluttanti Conte e Tria, si apprestano alla battaglia del secolo per uscire dai condizionamenti che da quando è nato l’euro, e ancor più dopo la crisi finanziaria del 2012, impediscono ai governi di scegliere in libertà come formare il proprio bilancio?
I numeri sui quali si concentra la polemica sembrano dire di sì. Il rapporto tra deficit e Pil fissato programmaticamente al 2,4%, ossia un po’ più in alto di quello che era stato promesso dai passati governi e anche dal presente al suo esordio in Europa. La manovra da 37 miliardi, quasi tutti destinati a spese (reddito di cittadinanza e revisione della Fornero) e minori entrate (abolizione della clausola di salvaguardia sull’Iva, flat tax per gli autonomi) che allontanano dai sentieri di risanamento della finanza pubblica voluti dalle autorità europee. Le previsioni sulla crescita del prodotto interno lordo, così incoerenti e sballate da aver portato alla bocciatura tecnica dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Tutti i «no» che questo quadro ha ricevuto (lo stesso Upb, il Fmi, la Commissione europea) e riceverà (le odiate agenzie di rating, di qui a fine mese) si concentrano su questi numeri: e sono «no», per parafrasare il titolo di un saggio famoso dedicato all’educazione dei figli, «che aiutano a crescere»: fanno crescere il consenso elettorale dei due partiti di governo, che si sono animosamente spartiti la torta della manovra dando soddisfazione alle rispettive basi votanti.

il pericoloso non detto
Fin qui, operazione perfettamente riuscita, da parte dei «manovratori del popolo»: anche le preoccupazioni e persino il panico sullo scenario internazionale possono rinsaldare quel cemento nazionalista e patriottico sul quale si nutre la retorica dei due partiti. Ma c’è un non detto, ci sono dei numeri meno trattati e meno discussi, ma più pericolosi, che dovrebbero preoccupare anche i manovratori. Sono quelli che indicano la spesa per interessi, la punta che segnala l’enorme iceberg del debito pubblico contro il quale anche la corazzata giallonera può finire per sbattere. Tutti sanno che l’Italia ha un gigantesco debito pubblico, e che in rapporto al prodotto questo è pari adesso al 132%. Cioè abbiamo un debito più grande, e di parecchio, della ricchezza che produciamo annualmente. Questo fa sì che navighiamo nella tempesta da anni, anche in presenza di una paradossale virtù: da anni ormai l’Italia ha un avanzo primario, vale a dire che incassa più di quanto spende – se dalla spesa dello Stato togliamo quella per gli interessi. Per essere precisi, è dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso che il bilancio pubblico italiano presenta un avanzo primario. Nel 2012, anno della grande crisi dei debiti sovrani, c’erano solo nove Paesi dell’Ocse ad avere un surplus primario, e tra questi c’era l’Italia. Il saldo è rimasto positivo negli anni di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, e lo è ancora persino nel budget giallonero. Ma la spesa per interessi, grande quanto 2-3 manovre, va a sommarsi al virtuoso avanzo primario, lo annulla e sposta il saldo in negativo. Questa spesa era pari a 65,6 miliardi lo scorso anno: per avere un termine di paragone, lo Stato italiano spende ogni anno la stessa cifra nella scuola. Secondo le previsioni, la spesa per interessi doveva scendere quest’anno attorno ai 62 miliardi. Invece, per ammissione dello stesso governo – attraverso i numeri della Nota aggiuntiva al Def – sarà di 64,5 miliardi.

i mercati e lo spread
L’aumento non deriva da avverse condizioni meteo o da fatalità, ma dalla sfiducia che si è diffusa sui mercati sulle prospettive dell’Italia e dunque dall’aumento del premio di rischio che lo Stato italiano deve pagare a chi sottoscrive il suo debito. Le tensioni sui mercati hanno portato anche a rivedere la spesa per i prossimi anni (fonte Upb, sulla base dei dati del ministero dell’economia): almeno 3 miliardi per il 2019, 4 e 4,5 nei due anni successivi. E la stima potrebbe salire, visto che, da quando quel documento è stato scritto, i mercati hanno continuato a registrare «tensioni».
Ma cosa sono poi, queste tensioni sui mercati? È colpa degli arcigni commissari europei, che, per usare le parole di Salvini, non «si fanno una ragione» della volontà democraticamente espressa dal popolo italiano? O è colpa delle famigerate agenzie di rating, quelle che danno le pagelle al debito, e che avevano promosso a pieni voti la Lehman Brothers un giorno prima del suo fallimento? Il nuovo governo italiano è libero di pensarla e raccontarla così, e ha anche dalla sua una parte di verità: i mercati sono frequentati dalle persone, la cui razionalità è limitata dalla scarsa conoscenza di tutte le variabili e le cui aspettative sono influenzabili da previsioni che spesso si auto-alimentano; e i leader del gioco sono un pugno di soggetti potentissimi, che muovono i capitali nel mondo. Ciò non toglie che, se si è costretti a giocare in quel campo, bisogna conoscerlo e seguire le sue regole. In altre parole: se il governo italiano deve finanziare il suo debito sul mercato, non può infischiarsi di quel che lì succede.
L’aumento dello spread, prima che impaurire i piccoli risparmiatori, detentori di
mutui o stipendi fissi, deve terrorizzare i debitori, cioè in primis il governo. C’è un altro dato indicativo in proposito, ed è la fuga dei capitali dall’Italia, già in atto. Gli investimenti esteri in titoli del debito pubblico italiano sono scesi subito dopo la formazione del nuovo governo: meno 25 miliardi a maggio e 33 a giugno. Come ha scritto la ricercatrice Silvia Merler su lavoce.info, in soli due mesi i flussi in uscita sul totale degli investimenti di portafoglio in Italia hanno superato quelli registrati nei mesi estivi del 2011 (il periodo della crisi greca) e sono circa la metà del totale registrato durante l’intera crisi del 2011-2012.
Per concludere: c’è un’emergenza-debito sui mercati, che presenterà il suo conto ben prima della conclusione della farraginosa procedura di infrazione che con tutta probabilità la Commissione europea avvierà contro l’Italia. Della seconda il governo può far finta di fregarsene, e anzi può usarla per alimentare la sua propaganda e far salire la sua popolarità; ma la prima rischia di «mangiarsi» gran parte della manovra ancora prima che questa concluda il suo iter in parlamento.

un’azione redistributiva possibile
Questo vuol dire che i governi non possono far niente, se guidano un Paese debitore e dunque obbligato a presentarsi tutti i mesi sui mercati a rinnovare il suo debito? Non necessariamente. La manovra messa in atto, negli stessi giorni della nostra, dal governo spagnolo, basata su una patrimoniale sulle grandi fortune e un sostegno ai salari minimi, dimostra che un’azione redistributiva credibile può essere fatta, se coerente e finanziata con coperture reali e non con nuovo debito. Ma manovre spericolate, che abbaiano e fingono di mordere la stessa mano alla quale si va a chiedere aiuto, non possono che portare a esiti pericolosi. Lo temono gli stessi risparmiatori italiani, che stanno portando i soldi all’estero o nelle cassette di sicurezza. Salvini, Di Maio e gli economisti (o presunti tali) che li consigliano contano sul fatto che l’Italia è «too big to fail», troppo grande e importante per essere lasciata fallire. Proprio come le grandi banche che, nei loro discorsi retorici, attaccano tutti i giorni. Per qualcuna di loro però non è andata a finire bene.
Roberta Carlini
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Europa, Europa!

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La Ue sovranista? Un’illusione
di Nicolò Migheli*

Il governo giallo verde nella sua guerriglia contro la Commissione europea spera che con le elezioni del giugno prossimo cambi tutto, che le istituzioni europee siano dominate dagli euroscettici e con loro disegnare nuovi equilibri.

In questi giorni si è avuta una pioggia di numeri che mettono in dubbio quelle previsioni. Le elezioni sono lontane e tutto potrebbe cambiare, ma ci sono dati che ci fanno individuare tendenze che vanno rafforzandosi.

Le elezioni bavaresi erano attese come consolidamento del sovranismo in Germania, ma non è andata così. La CSU perde la maggioranza assoluta dopo 70 anni, ma i voti persi vanno a ingrossare, in parte, il partito di destra AfD che mantiene il dato delle elezioni federali dell’anno scorso. Vi è invece ad un successo dei Freie Waelher, partito conservatore ma non xenofobo. I socialdemocratici ne escono malconci dimezzando i loro suffragi.

Con la guida di Katharina Schulze i Verdi recuperano i suffragi socialisti, coniugano sensibilità ambientali con il progetto di una società inclusiva. I risultati elettorali bavaresi andrebbero incrociati con i sondaggi sulle intenzioni di voto degli europei.

Secondo l’agenzia Politico Europe sui 705 seggi del Parlamento Europeo, i socialisti-democratici e il PPE dovrebbero perderne 100, i liberali di Alde ne guadagnerebbero 4, la sinistra di Left 7. I socialisti restano forti in Spagna, Portogallo e Romania, scendono ai minimi in Francia e Italia, resistono nei Paesi scandinavi, soffrono in Germania e nel resto del Continente. Resta l’incognita Macron dato a 21 seggi, non si sa ancora in quale gruppo parlamentare approderà.

La perdita è consistente ma non tale da imprimere un cambiamento radicale, anche perché agli euroscettici mancherà con la Brexit l’apporto britannico. Così il sondaggio di Politico della scorsa settimana.

Dati confermati da Poll of Polls che monitora le opinioni degli europei. Nelle file del PPE militano i sovranisti ungheresi di Orbán e gli austriaci di Kurtz. Questi sugli sforamenti di bilancio sono inflessibili come i tedeschi. L’Austria per il 2019 avrà un deficit pari a zero. Gli ungheresi e polacchi pur non facendo parte dell’euro hanno bisogno di una quadro finanziario tranquillo perché una parte importante del loro Pil dipende dai fondi europei e ogni turbolenza potrebbe metterli in dubbio.

Alleati di Salvini nei respingimenti purché ognuno si tenga i suoi immigrati, suoi avversari nel resto. D’altronde la prospettiva sovranista concepisce vantaggi solo per sé, è incurante dei problemi altrui.

La terza salva di numeri viene data dal sondaggio che Eurobarometro fa periodicamente sul gradimento della Ue presso i cittadini europei. Secondo quei dati la fiducia nelle istituzioni europee in tutti i paesi membri supera abbondantemente il 50%, compresa la Gran Bretagna in uscita dove raggiunge il 53%. La stessa Grecia, nonostante la cura feroce a cui è stata sottoposta, ritiene che l’adesione alla Ue sia un vantaggio. Il 62% degli europei è favorevole all’Unione. Ultima l’Italia. Il 65% dei cittadini vuole rimanere nell’euro contro il 61% degli europei. Questo dato però è contraddetto da una fiducia nell’Europa per il 44% del campione.

Dato in crescita da quando il governo giallo verde si è insediato, a giugno era solo il 30%. Come poi si leghi il voler rimanere nell’euro e nel contempo uscire dalla Ue è mistero. Il dato positivo è che la disaffezione degli italiani verso la Ue è in costante diminuzione e i mesi che ci separano dalle elezioni potranno rivelare sorprese.

A tutt’oggi, eccetto i paesi di Visegrád e l’Italia, i sovranisti hanno buoni risultati elettorali ma non tali da provocare un ribaltone europeo. Nel contempo però i numeri rafforzano la Commissione nella sua determinazione. Lo si vede con la durezza con cui sta trattando la Brexit; con il governo giallo verde non sarà da meno, anche se uno scontro troppo duro non solo favorirebbe gli euroscettici, ma potrebbe innescare una crisi sistemica dell’Unione e dell’euro dove a perderci saranno tutti. Nessuno lo vuole, si spera anche tra i leghisti e i grillini.

Certo è che aspettarsi una prossima Commissione con una declinazione sovranista e più amica di una Italia che non rispetta i trattati, non è solo illusorio ma autolesionista ai limiti del suicidio. In attesa dell’improbabile palingenesi oggi l’Italia si trova isolata con la Manovra che verrà respinta. Per questi motivi il governo amica alle amicizie interessate di Putin e Trump.

Con quest’ultimo già sorgono problemi seri. Nel Def è previsto una taglio al bilancio della difesa pari a 500 milioni, c’è chi dice un miliardo di euro. Questo dopo aver promesso in sede Nato e personalmente da Conte a Washington il raggiungimento dello stanziamento del 2% del Pil. Inoltre si vorrebbero ridurre il numero degli F35 da acquistare.

Per il presidente americano sono sgarbi insopportabili, se non si rimedia ci potrebbe essere una sua manifesta ostilità che si potrebbe materializzare sugli interessi italiani in Libia e con dazi pesanti sulle esportazioni negli Usa. Ancora una volta il sovranismo diventa un gioco degli specchi. Non ci attendono tempi semplici, sempre che ci siano stati qualche volta.

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*By sardegnasoprattutto / 18 ottobre 2018/ Società & Politica/

La cultura della crescita

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Joel Mokyr e le origini dell’economia moderna

di Gianfranco Sabattini*

Il mondo di oggi è più prospero che mai; si conoscono bene le trasformazioni economiche e sociali che sono seguite al processo di crescita avviato con la prima Rivoluzione industriale, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo; si sa anche dove la prosperità è cresciuta. Restano però, misteriose, a parere di Joel Mokyr, docente di Economia e storia nella Northwestern University di Evanston nell’Illinois, le ragioni per cui ciò sia potuto accadere nelle forme che tutti ora conosciamo: in “Una cultura della crescita”, egli tenta di disvelare il mistero, cercando di individuare le diverse condizioni culturali, istituzionali e personali del perché la prosperità si sia concentrata solo in particolari aree e non sempre con la stessa intensità.
I fatti fondamentali che hanno accompagnato l’aumento della prosperità “sono indiscussi. La Rivoluzione industriale britannica del tardo XVIII secolo innescò un fenomeno che nessuna società [aveva] mai conosciuto, nemmeno da lontano”. Ovviamente, osserva Mokyr, le innovazioni sono state un fatto ricorrente nella storia; ma in tutti i momenti in cui esse si sono verificate, se ne è potuto valutare l’accadimento grazie a un impiego più efficiente delle risorse, i cui effetti in termini di reddito, però, sono stati molto limitati e, in molti casi, non sufficienti a compensare l’aumento della popolazione. Inoltre, le innovazioni, una volta incorporate nei processi produttivi, si sono normalmente interrotte, mancando di sostenere ogni altro possibile ulteriore avanzamento sulla via della prosperità.
Prima che prendesse il via la Rivoluzione industriale, alla fine del XVIII secolo, nessuna innovazione aveva innescato qualcosa che somigliasse a un continuo progresso tecnologico autosostenuto, al punto che – come ricorda Mokyr – il filosofo David Hume, all’inizio dell’industrializzazione dell’Inghilterra, poteva riassumere la storia economica del mondo sino alla sua epoca affermando che, “se l’ordine generale delle cose, e naturalmente la società umana, subiscono tali graduali rivoluzioni, esse sono tuttavia troppo lente per essere osservate” nel periodo in cui si verificano; per cui “la forza del corpo, la durata della vita, persino il coraggio e la potenza dell’ingegno sembrano quindi essere stati in tutte le epoche quasi completamente uguali”.
La descrizione di Hume dell’esperienza del passato in fatto di innovazioni può risultare valida ancora oggi, riguardo alla percepibilità dei processi innovativi; ma se la sua analisi fosse stata utilizzata come previsione di quello che sarebbe avvenuto di li a poco, rispetto al momento in cui egli scriveva, essa si sarebbe dimostrata del tutto errata. Ciò perché le innovazioni che si sono verificate all’inizio della Rivoluzione industriale (basta pensare all’introduzione del vapore come forma di energia alternativa a quella della forza meccanica prodotta dagli uomini, dagli animali, oppure dall’acqua e dal vento) nel XIX secolo si sono trasformate – afferma Mokyr – “in una cascata di innovazioni autosostenute”; per cui, se prima della Rivoluzione industriale la crescita della prosperità “è stata in gran parte guidata dal commercio, da mercati più efficaci e da migliori allocazioni delle risorse, la crescita dell’età moderna è stata sempre più sovente guidata dall’espansione da ciò che nell’età dell’Illuminismo ha ricevuto il nome di ‘conoscenza utile’”.
Alla fine del XIX secolo, le innovazioni che hanno caratterizzato l’inizio della Rivoluzione industriale e quelle succedutesi nei decenni successivi hanno trasformato le economie di gran parte dei Paesi europei e di quelle di alcuni Paesi non occidentali; da fenomeno eccezionale e discontinuo, le innovazioni si sono convertite in fenomeno continuo ed di routine, cioè in qualcosa di atteso; si poteva ignorare, afferma Mokyr, “dove si sarebbe manifestata la successiva ondata di progressi tecnologici, ma ci si era abituati a questo fenomeno”, al punto di attendersi abitualmente che, prima o poi, le precedenti innovazioni sarebbero state seguite da delle nuove.
E’ stato così che la crescita della prosperità nelle economie dei secoli XIX e XX è divenuta persistente e continua e, ”nonostante una serie di disastri politici ed economici autoinflitti nel XX secolo, l’Occidente industrializzato ha recuperato miracolosamente dopo il 1950 ed è stato in grado di raggiungere livelli di vita che sarebbero stati impensabili nel 1914, per non parlare del 1800”. Il ritmo con cui è aumentata la prosperità dei Paesi industrializzati ha dato luogo alla “grande divergenza”, con cui oggi si è soliti descrivere la “leadership dell’Occidente nel trionfo della crescita moderna”. Si tratta di una leadership acquisita grazie a “qualcosa” che Mokyr chiama “cultura” e che riguarda soprattutto l’Europa. Al fine di sottrarre la sua interpretazione della grande divergenza dall’accusa d’essere eurocentrica, il concetto di cultura che Mokyr adotta è di natura antropologica, in quanto comprende come sue componenti fondamentali, sia le istituzioni, sia gli incentivi che motivano all’agire economico.
A parere di Mokyr, un’economia che cresce richiede istituzioni favorevoli: diritti di proprietà ben definiti e rispettati, contratti cogenti, legge e ordine, un basso livello di opportunismo e parassitismo, un alto grado di coinvolgimento nel processo decisionale, la condivisione dei benefici della crescita e un’organizzazione politica in cui il potere e la ricchezza siano separati il più possibile. Tuttavia, l’esistenza di istituzioni favorevoli non è sufficiente di per sé a promuovere una moderna crescita economica, la quale da sola non spiega “la crescita della creatività tecnologica e dell’innovazione”, per la cui diffusione (com’è accaduto negli anni successivi alla fine del Settecento) sono stati necessari incentivi strumentali a motivare gli uomini all’azione.
I motori del progresso tecnologico e dell’innovazione sino, a parere di Mokyr, l’atteggiamento e l’attitudine: “il primo determina la volontà e l’energia con cui le persone cercano di comprendere il mondo naturale intorno a loro; il secondo determina il successo nel trasformare tale conoscenza in una maggior produttività e in più elevati standard di vita”. Mokyr assume che il progresso tecnologico in Occidente sia stato determinato dai cambiamenti della cultura (intesa in senso antropologico), sia direttamente, mutando l’atteggiamento verso il mondo naturale, sia indirettamente, creando e perfezionando istituzioni per stimolare e sostenere l’accumulazione e la diffusione della “conoscenza utile”.
Per capire come cambia la cultura, occorre, secondo Mokyr, tenere presente che, da un punto di vista antropologico, essa è “un insieme di credenze, valori e preferenze in grado di influenzare il comportamento socialmente (non geneticamente) e trasmessi e condivisi da determinati sottoinsiemi della società”. Le “credenze” contengono proposizioni fattuali di natura condivisa riguardo allo stato del mondo e le relazioni sociali; i “valori” concernono proposizioni normative sulla società e sulle relazioni sociali; le “preferenze, infine, sono proposizioni normative riguardanti questioni individuali. Le istituzioni si rapportano positivamente a credenze, valori e atteggiamenti (cioè alla cultura), solo se esse sono aperte, attraverso il regime politico adottato, alla libertà e all’inclusione sociale nei processi decisionali; mentre se le comunità “incappano in governanti predatori”, che creano istituzioni cattive, ostacolano la crescita economica, causando la conservazione dell’arretratezza e la diffusione della povertà.
Le istituzioni (cioè la cultura) non sono di per sé garanzia di crescita economica; per esserlo, afferma Mokyr, occorre che esse creino l’ambiente sociale adatto a favorire l’evoluzione della cultura, tenendo conto che tale evoluzione, essendo il risultato di continui conflitti sociali, deve contribuire a conservarne i costi sociali entro limiti il più possibile bassi. Per raggiungere questo risultato occorre che le istituzioni favoriscano la formazione e la diffusione di un crescente livello di fiducia e di cooperazione tra i diversi gruppi sociali; oppure, che esse (le istituzioni) contribuiscano alla formazione di una crescente “coscienza civica”, utile a fare interiorizzare ai diversi gruppi sociali “la volontà di astenersi da comportamenti sregolati” e a supportare una maggiore offerta di beni pubblici e più alti “investimenti infrastrutturali rispetto a quanto altrimenti sarebbe possibile”.
Mokyr ritiene che la maggior parte delle ricerche sulla cultura condotte nell’ottica degli economisti abbiano principalmente privilegiato gli aspetti attinenti le “istituzioni formali e informali che favoriscono la cooperazione, la reciprocità, la fiducia e l’efficiente funzionamento dell’economia; mentre hanno trascurato, quasi del tutto, l’“atteggiamento nei confronti della natura e della disponibilità e la capacità di sfruttarla in funzione delle esigenze materiali umane”. In altre prole, nelle loro ricerche sulla cultura, gli economisti avrebbero trascurato di considerare l’interesse per la ricerca utile, come fattore di crescita dello sviluppo tecnologico.
E’ nella volontà e capacità di acquisire e valorizzare la ricerca sulle “conoscenza della natura” che, a parere di Mokyr, vanno ricercate le radici della crescita della prosperità; in particolare – egli sostiene – queste radici vanno ricondotte agli eventi che hanno preceduto “l’Illuminismo e la Rivoluzione industriale settecentesca nei secoli che, nel bene o nel male, sono detti ‘Europa della prima età moderna’, approssimativamente compresi tra il primo viaggio di colombo in America [1492] e la pubblicazione dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (Principia) di Newton [1687]”. Le istituzioni europee, conclude Mokyr, sono state modellate proprio nell’arco di tempo compreso tra la scoperta dell’America e la pubblicazione dei “Principia”, fino a diventare lo strumento con cui sono stati plasmati gli atteggiamenti e le attitudini degli uomini cui si devono i “cambiamenti economici epocali che hanno creato le economie moderne”, dando il via a quel processo che darà origine alla “grande divergenza” tra Paesi economicamente avanzati e Paesi arretrati.
Quale giudizio può essere formulato riguardo alla tesi di Mokyr? L’Illuminismo ha segnato senz’altro l’età della scoperta dell’importanza della “conoscenza utile” ai fini della crescita, ma l’impiego di tale conoscenza ha potuto produrre nel tempo la differenziazione crescente tra Paesi prosperi e Paesi arretrati, solo perché la cultura dei primi è stata sorretta da due idee innovative: da un lato, quella secondo cui la “conoscenza e la comprensione della natura possono e devono essere usate per migliorare le condizioni materiali dell’umanità”; dall’altro lato, l’idea che “il potere e il governo non siano lì per servire i ricchi e i potenti ma la società in generale”.
In altri termini, l’Illuminismo ha concorso a creare le condizioni perché fosse attuato un processo di crescita continuo ed autosostenuto, solo perché le istituzioni, attraverso le quali esso è stato interiorizzato, sono state politicamente inclusive e non estrattive; ovvero perché esse hanno lentamente coinvolto nei processi decisionali e nella fruizione dei risultati della crescita la generalità dei componenti delle popolazione, e non solo i componenti di ristretti gruppi sociali privilegiati. E’ questa una verità della quale i “poteri forti”, dominanti all’interno dei sistemi economici contemporanei, sembrano aver smarrito il senso, oscurando in parte ciò di cui l’Illuminismo era stato portatore.
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* Anche su Avanti! online

Paolo VI e Oscar Romero

santi-paolo-e-oscarlampadadialadmicromicro133La Comunità di San Rocco a cui siamo legati con spirito di amicizia e collaborazione, ha dato particolare enfasi alla canonizzazione di Paolo VI e del Vescovo Oscar Romero, avvenuta domenica 14 a Roma nella solenne cerimonia in San Pietro, presieduta da Papa Francesco, che ha perseguito e portato a conclusione il processo di queste canonizzazioni con determinata volontà. Nell’occasione Armando Mura, Monica Pisu e Angelo Corda, esponenti della stessa Comunità, hanno particolarmente curato il ricordo esaltante di questi due Santi. Di Oscar Romero abbiamo già parlato in questa News e su fb, anche riportando le riflessioni di Raniero La Valle. Parliamo ora, anzi riparliamo, di Paolo VI, su impulso degli amici della Comunità di San Rocco, che ci hanno segnalato due importanti documenti, che pubblichiamo: il discorso che fece Paolo VI nella sua visita al quartiere di Sant’Elia il 24 aprile 1970 e un articolo speciale sulla figura dello stesso Papa (il suo profilo spirituale), di Enzo Bianchi, monaco, fondatore della Comunità di Bose. Questi due documenti sono preceduti da una nota di Tonio Dell’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana, che in questa circostanza da conto del clima di gioia e soddisfazione di questa associazione ecclesiale, che tanta parte ha rappresentato delle ansie di rinnovamento e progresso generate nel mondo cattolico dal Concilio Vaticano II, indetto da Giovanni XXIII e portato avanti e concluso proprio da Paolo VI. L’azione propulsiva del Concilio si è però affievolita nel tempo, fino al nostro tempo, nel quale viene ripresa e riproposta da Papa Francesco. E sta proprio qui il significato profondo delle canonizzazioni di domenica 14.
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logo-cittadella[Dalla Newsletter della Pro Civitate Christiana]
La domenica del 14 ottobre scorso anche in Cittadella è stata una giornata speciale. Il riconoscimento della testimonianza di vita di Papa Montini e di Oscar Romero hanno rappresentato il riconoscimento da parte della chiesa e della storia di quell’evento miliare che è il Concilio Vaticano II. In altre sedi si potrà approfondire quanto quel Concilio avesse trovato una lunga gestazione in Pro Civitate Christiana e come sia stato accompagnato, vissuto e tradotto dalla
Cittadella di Assisi. Ebbene il 14 ottobre le brume autunnali ci hanno riportato il profumo di quella folata dello Spirito che è stata capace di cambiare il volto della comunità cristiana nel mondo. D’altra parte, a guardar bene, oltre che nelle stesse falde del Vangelo di Cristo, tutte le proposte editoriali, informative, di riflessione e di formazione che la Pro Civitate Christiana continua a proporre (anche in questa Newsletter) sono figlie di quel vento. Per questo non riusciamo ad avere altro sentimento se non quello della gratitudine verso questo Papa argentino che ripropone il profumo e la sostanza di un cammino di chiesa realmente al servizio degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Tonio Dell’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi
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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI AI POVERI DEL QUARTIERE SANT’ELIA

Cagliari, 24 aprile 1970

Eccoci al Quartiere S. Elia.

Abbiamo Noi stessi desiderato venire fra voi, abitanti di questo Quartiere, che ci hanno detto essere destinato alla gente bisognosa di tutto.

Qualcuno chiederà: perché, in una giornata così breve e così piena di incontri belli, solenni e piacevoli, il Papa vuol andare anche al Quartiere S. Elia, dove non vi è nulla di interessante da vedere? Rispondiamo: voi sapete che Noi abbiamo il grande e tremendo ufficio di rappresentare – indegnamente, ma veramente – il Signore, nostro Signore Gesù Cristo; quel Gesù del Vangelo, che attribuì a Se stesso le parole del Profeta Isaia: «(Iddio) mi ha mandato a portare la buona parola all’umile gente» (Luc. 4, 18). Se così ha detto e ha fatto Gesù, Signore e Maestro (Io. 13, 13), dobbiamo fare lo stesso Noi pure: dobbiamo andare a cercare la gente umile e povera anche a Cagliari, come abbiamo fatto anche durante gli altri Nostri viaggi.

Eccoci allora fra voi, abitanti del Quartiere S. Elia, figli e fratelli carissimi. Grazie per la vostra accoglienza.

Noi leggiamo nei vostri occhi un’altra domanda: e adesso, che cosa viene a fare il Papa fra noi? una visita di curiosità? una visita di pubblicità? Che importa a noi d’una visita di pochi minuti e di poche parole?

Ancora rispondiamo, e considerate bene ciò che vi diciamo: Siamo venuti per dimostrare a voi e per dimostrare a tutti che Noi riconosciamo la vostra eguaglianza a confronto di tutti gli altri uomini, anche se questi sono più istruiti e benestanti. Voi siete cittadini con pari diritti a tutti gli altri; la società non vi deve trascurare, né disprezzare. Diciamo di più, voi siete cristiani, siete figli di Dio, siete fratelli nella Chiesa di Cristo; avete eguale dignità! Anzi, voi, proprio perché siete poveri, avete una «eminente dignità» (Cfr. BOSSUET); siete più degli altri meritevoli di rispetto e d’interessamento. Voi, nel Vangelo, siete i preferiti, siete avanti agli altri, i più vicini all’amore di Cristo e al grande dono del suo regno. Siamo venuti perciò per salutarvi, per rendervi onore, per rivendicare nella Chiesa e anche nella società civile il posto degno che a voi spetta, e a riconoscere oltre i vostri bisogni (e quanti ne avete!) i vostri diritti naturali: alla casa sufficiente e decente, al pane e al lavoro, alla scuola e all’assistenza sanitaria, alla partecipazione ad un comune benessere, per voi e specialmente per questi vostri figlioli.

Parole dirà qualcuno: e i fatti?

Rispondiamo: sì, sono parole; ma sono parole buone e vere; e Noi vogliamo credere che esse vi portino almeno qualche conforto, Non è un «fatto» anche il conforto? Non è forse di «parole che vengono dalla bocca di Dio» che vive l’uomo, prima ancora che di pane materiale? (Cfr. Matth. 4, 4) L’ha detto il Signore. E così è, perché voi, Noi lo sappiamo, avete bisogno, innanzi tutto, di essere consolati; avete bisogno d’essere sollevati nell’anima. Non avete voi un’anima? un’anima, che vale più del corpo? un’anima afflitta? un’anima capace di vivere dei tesori più preziosi, quelli dello spirito? i tesori della fede, della preghiera, della bontà?

E poi voi sapete che i «fatti» cominciano dalle parole. Anche i fatti, a cui le vostre penose condizioni vi fanno pensare: i fatti economici, i fatti sociali. Questi fatti, cioè il benessere, degno d’un uomo, derivano dalle parole, cioè dalle idee, dai principi, dai buoni ragionamenti. E pronunciare qui le parole che devono preparare i fatti, che voi desiderate, non è già qualche cosa di positivo? Siamo qui, come dovunque andiamo, come avvocato dei poveri: vi dispiace che Noi siamo il vostro avvocato? e che invochiamo qui da coloro che possono e debbono aiutarvi di fare qualche cosa per voi, di fare di più, di fare bene, di fare presto? Vedete: Noi, perché siamo mandati da Cristo, possediamo una ricchezza particolare, possediamo l’amore. L’amore è una forza. Lo vogliamo infondere a voi questo amore cristiano, per vostro conforto, per vostra unione, per vostra speranza; ma lo vogliamo anche infondere negli altri, cioè i ricchi, i responsabili del bene pubblico, i fratelli ed i ministri della Chiesa: se tutti questi si lasciano penetrare maggiormente dall’amore cristiano, non sarebbero più facilmente e più rapidamente migliorate le vostre sorti? senza odio, senza egoismi, senza rivoluzioni e senza ritardi.

Il dialogo, Noi lo avvertiamo, vuole ancora continuare: perché ci si chiede, il Papa non dà l’esempio? Miei cari: accettiamo anche questa domanda. Il Papa, sì, deve dare l’esempio. Ma il Papa non è ricco, come tanti dicono. Noi abbiamo difficoltà a sostenere le spese per i servizi necessari all’andamento centrale di tutta la Chiesa; e poi abbiamo tante necessità, a cui provvedere, in tutto il mondo, quelle delle missioni, per esempio. Ma tuttavia cerchiamo di fare ciò che possiamo, col cuore staccato dai beni economici, e col cuore attaccato ai bisogni dei poveri e dei sofferenti. Non possiamo fare che poco, purtroppo; ma un segno cerchiamo di dare dappertutto del Nostro buon volere. Anche qui, un segno, un piccolo segno, Noi lasceremo.

Ma un altro segno, spirituale questo, un grande segno di fede, di speranza, di amore, in nome di Cristo, Noi vi lasciamo: la Nostra benedizione.

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Profilo spirituale di Paolo VI

di Enzo Bianchi
[segue]

L’Europa che vogliamo!

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Per un’Europa dei diritti umani e della giustizia sociale!
Per una società solidale piuttosto che esclusione e razzismo!
Per il diritto alla protezione e all’asilo – contro l’isolamento dell’Europa!
Per una società libera e diversificata!
La solidarietà non conosce confini!

Berlino, 13 novembre 2018. Anche Berlino in marcia contro il razzismo e invocando la solidarietà contro l’ascesa dell’estrema destra in tutta la Germania e l’Europa. In un tratto di tre miglia, da Alexanderplatz alla Porta di Brandeburgo fino alla Colonna della Vittoria, migliaia di persone si sono riunite “Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!”

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Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!
Si sta verificando un drammatico cambiamento politico: razzismo e discriminazione stanno diventando socialmente accettabili. Ciò che ieri era considerato impensabile e indicibile, oggi è diventato realtà. Umanità e diritti umani, libertà religiosa e stato di diritto vengono apertamente attaccati. Questo è un attacco a tutti noi.
Non permetteremo che lo stato sociale venga messo in gioco contro l’asilo e la migrazione. Saremo resistenti quando i diritti e le libertà fondamentali rischiano di essere ulteriormente limitati.
Ci si aspetta che accettiamo la morte di coloro che cercano rifugio in Europa come “normali”. L’Europa è in preda a un’atmosfera di antagonismo ed esclusione nazionalistici. Tuttavia, ogni critica a queste condizioni disumane viene liquidata come non realistica.
Mentre lo Stato stringe le sue cosiddette “leggi sulla sicurezza” e estende la sorveglianza in uno spettacolo di forza, il sistema sociale è sempre più caratterizzato da debolezza: milioni subiscono l’impatto di un sottoinvestimento nell’assistenza di base, nell’assistenza sanitaria, nell’infanzia e nell’istruzione. Da “Agenda 2010″, la ridistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto è progredita ad un ritmo allarmante. I miliardi di profitto generati dagli incentivi fiscali sono in netto contrasto con uno dei più grandi settori settoriali a basso salario in Europa e il livello di persone povere e svantaggiate.
Siamo contrari – resisteremo!
Rappresentiamo una società aperta e attenta, in cui i diritti umani sono indivisibili e in cui stili di vita diversi e autodeterminati sono innegabilmente rispettati.
Siamo contro ogni forma di odio e discriminazione. Insieme, affrontiamo decisamente il razzismo anti-islamico, l’antisemitismo, l’antiziganismo, l’antifemminismo e la fobia LGBTIQ *.
Ci sono già molti di noi.
Che si tratti delle frontiere esterne dell’Europa o di organizzazioni di rifugiati e di iniziative gradite; in movimenti queer-femministi e antirazzisti, organizzazioni di migranti, sindacati, associazioni, ONG, comunità religiose, società e
quartieri; che si tratti della lotta contro i senzatetto, il dislocamento o la mancanza di servizi di assistenza, contro la sorveglianza e l’inasprimento delle leggi sulla sicurezza, o la spogliazione dei diritti dei rifugiati, in molti luoghi le persone difendono se stesse e gli altri da discriminazioni, criminalizzazioni ed esclusioni.
Insieme, renderemo visibile questa società premurosa. Il 13 ottobre verrà inviato un chiaro segnale da Berlino.
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Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!
Dimostrazione: 13 ottobre 2018 – Berlino
Per un’Europa dei diritti umani e della giustizia sociale!
Per una società solidale piuttosto che esclusione e razzismo!
Per il diritto alla protezione e all’asilo – contro l’isolamento dell’Europa!
Per una società libera e diversificata!
La solidarietà non conosce confini!

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For an Open and Free Society: Solidarity, not Exclusion!
A dramatic political shift is taking place: racism and discrimination are becoming socially acceptable. What yesterday was considered unthinkable and unutterable, has today become a reality. Humanity and human rights, religious freedom, and the rule of law are being openly attacked. This is an attack on all of us.
We will not allow the welfare state to be played off against asylum and migration. We will stand in resistance when fundamental rights and freedoms are in danger of being further restricted.
We are expected to accept the deaths of those seeking refuge in Europe as ‘normal’. Europe is in a grip of an atmosphere of nationalistic antagonism and exclusion. However, any criticism of these inhumane conditions is dismissed as unrealistic.
While the State tightens its ‘so-called’ security laws and extends surveillance in a show of strength, the social system is increasingly characterised by weakness: millions suffer the impact of an underinvestment in basic care, healthcare, childcare, and education. Since ‘Agenda 2010’, the redistribution of wealth from below to above has advanced at an alarming rate. The billions in profit generated through tax incentives stand in stark contrast to one of the biggest low-wage sectors sectors in Europe and level of impoverished, disadvantaged people.
We are against this – we will resist!
We stand for an open and caring society, in which human rights are indivisible and in which diverse and self-determined ways of life,are undeniably respected.
We stand against all forms of hatred and discrimination. Together, we decidedly confront anti-Muslim racism, antisemitism, antiziganism, antifeminism and LGBTIQ*-phobia.
There are already many of us.
Whether it’s on Europe’s external borders, or here within refugee organisations and in welcome initiatives; in queer-feminist and antiracist movements, migrant organisations, trade unions, associations, NGO’s, religious communities, societies and
neighbourhoods; whether it’s through the fight against homelessness, displacement, or lack of care services, against surveillance and tightened security laws, or the stripping of rights from refugees — in many places, people are actively defending themselves and others against discrimination, criminalisation and exclusion.
Together, we will make this caring society visible. On 13 October, a clear signal will be sent from Berlin.
#unteilbar
For an Open and Free Society: Solidarity, not Exclusion!
Demonstration: 13 October 2018 – 13:00 Berlin
For a Europe of human rights and social justice!
For a solidarity-based society rather than exclusion and racism!
For the right to protection and asylum – against the isolation of Europe!
For a free and diverse society!
Solidarity knows no borders!

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#unteilbar
Für eine offene und freie Gesellschaft – Solidarität statt Ausgrenzung!
Es findet eine dramatische politische Verschiebung statt: Rassismus und Menschenverachtung werden gesellschaftsfähig. Was gestern noch undenkbar war und als unsagbar galt, ist kurz darauf Realität. Humanität und Menschenrechte, Religionsfreiheit und Rechtsstaat werden offen angegriffen. Es ist ein Angriff, der uns allen gilt.
Wir lassen nicht zu, dass Sozialstaat, Flucht und Migration gegeneinander ausgespielt werden. Wir halten dagegen, wenn Grund- und Freiheitsrechte weiter eingeschränkt werden sollen.
Das Sterben von Menschen auf der Flucht nach Europa darf nicht Teil unserer Normalität werden. Europa ist von einer nationalistischen Stimmung der Entsolidarisierung und Ausgrenzung erfasst. Kritik an diesen unmenschlichen Verhältnissen wird gezielt als realitätsfremd diffamiert.
Während der Staat sogenannte Sicherheitsgesetze verschärft, die Überwachung ausbaut und so Stärke markiert, ist das Sozialsystem von Schwäche gekennzeichnet: Millionen leiden darunter, dass viel zu wenig investiert wird, etwa in Pflege, Gesundheit, Kinderbetreuung und Bildung. Unzählige Menschen werden jährlich aus ihren Wohnungen vertrieben. Die Umverteilung von unten nach oben wurde seit der Agenda 2010 massiv vorangetrieben. Steuerlich begünstigte Milliardengewinne der Wirtschaft stehen einem der größten Niedriglohnsektoren Europas und der Verarmung benachteiligter Menschen gegenüber.
Nicht mit uns – Wir halten dagegen!
Wir treten für eine offene und solidarische Gesellschaft ein, in der Menschenrechte unteilbar, in der vielfältige und selbstbestimmte Lebensentwürfe selbstverständlich sind. Wir stellen uns gegen jegliche Form von Diskriminierung und Hetze. Gemeinsam treten wir antimuslimischem Rassismus, Antisemitismus, Antiziganismus, Antifeminismus und LGBTIQ*- Feindlichkeit entschieden entgegen.
Wir sind jetzt schon viele, die sich einsetzen:
Ob an den Außengrenzen Europas, ob vor Ort in Organisationen von Geflüchteten und in Willkommensinitiativen, ob in queer-feministischen, antirassistischen Bewegungen, in Migrant*innenorganisationen, in Gewerkschaften, in Verbänden, NGOs, Religionsgemeinschaften, Vereinen und Nachbarschaften, ob in dem Engagement gegen Wohnungsnot, Verdrängung, Pflegenotstand, gegen Überwachung und Gesetzesverschärfungen oder gegen die Entrechtung von Geflüchteten – an vielen Orten sind Menschen aktiv, die sich zur Wehr setzen gegen Diskriminierung, Kriminalisierung und Ausgrenzung.
Gemeinsam werden wir die solidarische Gesellschaft sichtbar machen! Am 13. Oktober wird von Berlin ein klares Signal ausgehen.
#unteilbar Für eine offene und freie Gesellschaft – Solidarität statt Ausgrenzung Demonstration: 13. Oktober 2018 – 13:00 Uhr Berlin
Für ein Europa der Menschenrechte und der sozialen Gerechtigkeit!
Für ein solidarisches und soziales Miteinander statt Ausgrenzung und Rassismus!
Für das Recht auf Schutz und Asyl – Gegen die Abschottung Europas!
Für eine freie und vielfältige Gesellschaft!
Solidarität kennt keine Grenzen!

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Qui il link al blog e all’appello.
Fonte: foto di Carsten Koall/Getty Images, presa dal sito Common Dreams, ripresa da eddyburg.

Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gianfranco Sabattini.

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lampadadialadmicromicro Con il contributo di Gianfranco Sabattini proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì 5 del corrente mese, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
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Reddito di cittadinanza o riduzione del tempo di lavoro?

di Gianfranco Sabattini*

Nel recente “Incontro dibattito” sui problemi del lavoro svoltosi a Cagliari il 5 ottobre scorso, il Professor Domenico De Masi, autorevole docente di Sociologia del Lavoro, ha tenuto una dotta relazione sull’evoluzione che ha subito nel tempo il concetto e la funzione del lavoro, giungendo sino ai nostri giorni. Con riferimento al nostro tempo, De Masi ha posto in risalto come oggi la “questione del lavoro” si ponga in termini radicalmente diversi rispetto al passato, in quanto mai, prima di oggi, si era presentato il fenomeno della crescita e dello sviluppo senza lavoro.
Il fenomeno, com’è noto, e De Masi lo ha evidenziato a chiare lettere, è originato dal fatto che il mondo contemporaneo è caratterizzato, a causa del progresso scientifico e delle continue innovazioni tecnologiche, da una crescita continua della produzione materiale e immateriale, cui corrisponde una “distruzione” di posti di lavoro, con il conseguente dilagare di una disoccupazione strutturale irreversibile.
Data questa tendenza, secondo De Masi, sul piano della politica del lavoro, occorrerà contrastare la distruzione” dei posti di lavoro, innanzitutto attraverso la riduzione dell’orario di lavoro che dovrà verificarsi parallelamente all’aumentare della produttività; in secondo luogo, ai lavoratori che perderanno il lavoro dovrà essere corrisposto un sussidio di sopravvivenza, che potrà assumere la natura di un “reddito di cittadinanza”, limitato ai soli disoccupati e condizionato per il tempo necessario ad essere reinseriti nel lavoro (se lo troveranno), previo un corso di riqualificazione professionale (in pratica, un reddito di cittadinanza ridotto a semplice “reddito di inclusione di stampo welfarista.
Ciò che della relazione di De Masi stupisce maggiormente è il fatto che la situazione attuale del mercato del lavoro sia presentata quale esito naturale immodificabile del modo di funzionare capitalistico delle moderne economie industriali. La sua proposta circa il modo di governare le problematiche attuali di tale mercato attraverso la riduzione del tempo di lavoro, prescindendo dalla prefigurazione di un possibile progetto di futuro volto a conformare la distribuzione del prodotto sociale a un processo produttivo in continua espansione associata ad una crescente disoccupazione strutturale, ricade totalmente e contraddittoriamente all’interno della logica capitalistica, che rende il contrasto alla crescente disoccupazione pressoché inefficace.
Più efficace, in quanto reale alternativa alle forme tradizionali di governo del mercato del lavoro, è la proposta fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato (irriducibile a qualsivoglia forma di reddito di inclusione o di sussidio alla disoccupazione). Il reddito di cittadinanza correttamente inteso, tra i sociologi del lavoro e molti economisti, non gode (almeno nel nostro Paese) di buona fama; non perché non sia uno strumento che, prima o poi, certo non fra molto tempo, sarà gioco forza accettare come rimedio alle procedure tradizionali obsolete con cui, all’interno delle società industriali contemporanee, si procede alla distribuzione dl prodotto sociale.
Attualmente, il reddito di cittadinanza, così com’è stato introdotto in Italia, privo del ruolo e delle finalità per cui è stato pensato e formalizzato, non è altro che una “misura” di politica economica inquadrabile all’interno del modello di welfare State, nella forma oggi vigente, ridotta a strumento erogante prevalentemente servizi caritatevoli di beneficenza, con l’unico scopo di contenere e “gestire” il crescente fenomeno della povertà.
Su tutti gli aspetti del reddito di cittadinanza correttamente inteso e della sua possibile e necessaria istituzionalizzazione in funzione della lotta contro il fenomeno alla disoccupazione strutturale irreversibile e di quello della povertà (propri dei sistemi sociali economicamente avanzati), ci si può informare consultando la ricca letteratura esistente. E’ importante, invece, svolgere qualche considerazione (a margine della relazione di De Masi) sulla possibilità di contrastare la disoccupazione strutturale attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, che è stato poi il tema sul quale si è svolto il convegno sul problema del lavoro nell’ottobre dello scorso anno e anche quello dell’incontro dibattito del 5 ottobre di quest’anno.
Il titolo (lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) del convegno dello scorso anno (riproposto anche nella locandina dell’incontro dibattito di quest’anno) è sicuramente coinvolgente e accattivante, ma le difficoltà delle moderne economie industriali avanzate di creare nuovi posti di lavoro, di sconfiggere la disoccupazione e la povertà sono per loro natura troppo prosaiche, per lasciare spazio all’emotività che può essere tratta dal riferimento a slogan estetizzanti.
Da una robusta schiera di studiosi, che hanno poi ispirato lo slogan, tutti di orientamento di sinistra, quali, in particolare, Guy Aznar, Claus Offe e André Gorz, la lotta alla disoccupazione è stata ritenuta possibile solo attraverso una “riduzione dell’orario di lavoro”. Secondo questi autori, un reddito sociale, quale sarebbe il reddito di cittadinanza universale e incondizionato, svincolato dall’”unità indissolubile” che, secondo loro, deve sempre esistere tra diritto al lavoro e diritto al reddito, rientrerebbe nel novero dei palliativi di qualsiasi politica pubblica che fosse intenzionalmente diretta a proteggere i lavoratori (e i poveri) dalla decomposizione della “società del lavoro”, senza però promuovere una dinamica sociale in grado di aprire loro prospettive di emancipazione.
La contrazione continua dell’occupazione e il continuo aumento della povertà imporrebbero, perciò, la necessità di distinguere le “misure”, per loro natura temporanee, di qualsiasi politica pubblica finalizzate a lenire il disagio della disoccupazione e della povertà, dalla politica di riduzione continua dell’orario di lavoro, fondata sul tempo liberato dalla produttività crescente e sulla continua crescita del prodotto sociale.
Qual è il senso della proposta di Gorz, Offe e Aznar? Se tutti lavorassero sempre meno per effetto dell’aumentata produttività – essi affermano – significherebbe che tutti, oltre a lavorare, vedrebbero aumentare la quantità di tempo libero a disposizione che, opportunamente utilizzato, consentirebbe di porre fine all’esistente “società duale” (caratterizzata dalla compresenza di occupati, da un lato, e di disoccupati e poveri, dall’altro lato) e di creare una società caratterizzata dalla compresenza del lavoro determinato dalle esigenze funzionali del sistema economico e dal lavoro orientato allo svolgimento di attività autodeterminate, suggerite dalla condivisione di valori non riconducibili a quelli propri del mercato.
In questo modo, secondo Gorz, Offe e Azar, sarebbe possibile realizzare un’organizzazione del sistema sociale in cui tutti potrebbero lavorare sempre meno, sempre meglio (per via dell’aumento delle attività autodeterminate), pur continuando a conservare (e possibilmente a migliorare) il proprio tenore di vita. A differenza dei sistemi sociali che scegliessero di istituzionalizzare un reddito di cittadinanza universale e incondizionato per contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà, i sistemi sociali che scegliessero, invece, la riduzione dell’orario di lavoro verrebbero a dotarsi di automatismi di controllo e di gestione preventivi della disoccupazione e, indirettamente, della povertà.
Secondo gli autori che sostengono questa tesi, la realizzazione di un sistema sociale “rivitalizato” sulla base della riduzione dell’orario di lavoro, non porrebbe problemi particolari sul piano macroeconomico; la difficoltà, secondo loro, consisterebbe nel trasportare sul piano microeconomico ciò che, dal punto di vista dell’economia nel suo insieme, non presenta contraddizioni. Se la riduzione della durata del tempo di lavoro è concepita non come “misura” di una politica pubblica a sostegno della disoccupazione, ma come una “politica di rivitalizzazione” del sistema sociale, essi affermano, la lotta contro la mancata disponibilità di un reddito non sarebbe tanto condotta attraverso una riduzione meccanica del tempo di lavoro, ma attraverso l’inserimento nel governo della dinamica del mercato del lavoro, di un processo che richiede, si, sempre meno lavoro, ma che crea ricchezza sempre in condizioni di equilibrio del sistema economico.
Dal punto di vista microeconomica, secondo Gorz, Offe e Aznar, le economie di tempo di lavoro si tradurrebbero, per le imprese che le realizzano, in economie sui salari; e sebbene si possa pensare che, dal punto di vista macroeconomico, un’economia che, utilizzando sempre meno lavoro e distribuendo sempre meno salari, debba cadere inesorabilmente nel baratro della disoccupazione e della pauperizzazione, per evitare che ciò accada, essi concludono, occorre che il potere d’acquisto del settore delle famiglie cessi di dipendere dalla quantità di lavoro che il sistema economico utilizza sulla base degli indici espressi dagli automatismi di mercato; occorre, invece, pur in presenza di un minor numero di ore lavorative prestate, che il settore delle famiglie continui a percepire, attraverso la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento delle attività autodeterminate (rese possibili dall’aumento della produttività) un reddito complessivo (in parte, erogato dalle imprese e, in parte, erogato sotto forma di sussidio pubblico ai disoccupati e ai poveri) sufficiente a finanziare una domanda aggregata in grado di uguagliare il consumo dell’intero volume di beni e servizi prodotti.
La proposta di Gorz, Offe e Azar non può sottrarsi, però, alle considerazioni critiche che possono essere formulate riguardo a tutte le proposte fondate sull’ipotesi che il contrasto alla disoccupazione e alla povertà risulti sempre vincolato all’erogazione di un reddito condizionato all’esercizio di specifiche attività lavorative eterodirette, determinate dalle esigenze funzionali del mercato; in altri termini, la proposta di Gorz, Offe e Aznar (per lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) non rimuove la necessità di sottrarre l’organizzazione complessiva del sistema produttivo alla logica propria di ogni modello organizzativo del sistema economico fondato sulla centralità della produzione.
Prescindendo dall’osservazione che lo slogan “lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti” manca di essere sorretto dalla dimostrazione che la contrazione del tempo di lavoro per effetto dell’aumentata produttività sia sempre sufficiente a garantire un efficace contrasto alla disoccupazione, ciò che lo slogan stesso sottende (e non potrebbe essere diversamente) è che, dopo una riduzione del tempo di lavoro, quest’ultimo continui a contrarsi; in conseguenza di ciò, tutti indistintamente godrebbero di una provvigione di tempo libero destinato a crescere, le cui forme d’impiego dovrebbero essere autodeterminate.
Ma come è possibile pensare che la crescita continua del tempo libero a disposizione possa essere “goduto” in termini autodeterminati, se la parte del prodotto sociale necessario per finanziare le attività autodeterminate deriva dalla necessità che essa risulti condizionata dalla logica di mercato che deve sottendere la razionalità economica all’interno delle imprese che devono accettare la contrazione del tempo di lavoro e contribuire attraverso la fiscalità a finanziare i sussidi da corrispondere a chi non riuscisse a reinserirsi nel mercato del lavoro e ai poveri, senza vedere compromessi i loro obiettivi di produzione e la loro permanenza sul mercato?
E’ evidente che la riduzione del tempo di lavoro, volta a rimuovere la disoccupazione e la povertà, non riuscendo a sottrarsi alle implicazioni di una rigida conservazione dell’”etica del lavoro”, vada incontro ai limiti di ogni politica finalizzata a finanziare una spesa per il funzionamento di un welfare State come quello oggi esistente, non più in grado di contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà.
In conclusione, occorrerà riflettere in termini molto più approfonditi sulle funzioni che il reddito di cittadinanza correttamente inteso sarà chiamato a svolgere nel mondo globale di oggi, caratterizzato dal suo lento, ma continuo, passaggio dall’”età della scarsità” all’”età dell’abbondanza”. Il governo dei problemi connessi all’allargamento continuo dell’abbondanza, della quale godono, sia pure potenzialmente i moderni sistemi economici industriali avanzati, imporrà necessariamente che i nuovi meccanismi di distribuzione del prodotto sociale siano sempre più affrancati dalla logica tradizionale della produzione, pena la mancata possibilità di risolvere i mali del mondo attuale: disoccupazione e povertà.

*Anche su Democraziaoggi.
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Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Silvano Tagliagambe.

costat-logo-stef-p-c_2demasi-renato-da-foto-variesilvano-tagliagambe-1
lampadadialadmicromicro Con il contributo di Silvano Tagliagambe proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì scorso, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
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Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti
di Silvano Tagliagambe

Il 5 ottobre è stato presentato il volume Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti, curato da Fernando Codonesu, a un anno esatto dal Convegno tenutosi a Cagliari, di cui contiene gli Atti.
La discussione, avviata da un corposo intervento di Domenico De Masi, ha affrontato sotto traccia, grazie soprattutto alle stimolanti riflessioni di Antonio Dessì, il tema del destino del lavoro dell’uomo nell’era della crescente (e inarrestabile) digitalizzazione e globalizzazione. Le ragioni delle inquietudini suscitate da questo quadro generale sono ben note: sulla base di una ricognizione analitica, settore per settore, C.B. Frey e M.A. Osborne nel loro documentato articolo “The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation?”, comparso l’anno scorso nel numero 114 della rivista Technological Forecasting and Social Change (pp. 254-280) stimano che circa il 47% dei compiti lavorativi in essere siano automatizzabili nel corso dei prossimi dieci o venti anni.
L’Indagine MGI-McKinsey Global Institute, del gennaio dello scorso anno, valuta il tempo-lavoro che le macchine intelligenti si prevede possano sostituire nell’economia degli Stati Uniti in condizioni di fattibilità tecnica “a tecnologie esistenti”. Il tasso medio di sostituzione del tempo-lavoro viene previsto, per l’intera economia, con un valore piuttosto elevato (49%). Ma, soprattutto, emergono forti differenze tra i diversi settori: la sostituzione prevista arriva fino all’81% del tempo lavoro nelle lavorazioni materiali codificate (in pratica nei lavori di fabbrica che si svolgono in modo programmato e in condizioni prevedibili), tra il 60 e il 70% nel campo dell’elaborazione e raccolta dati (una gran parte dei lavori di ufficio regolati da procedure burocratiche e amministrative). Una quota assai minore di sostituzione (26%) si ha invece per il lavoro di fabbrica poco programmato o che si svolge in condizioni poco prevedibili, e una quota ancora minore (intorno al 20%) per i lavori di relazione, creativi o dal forte contenuto decisionale. Minima (9%) è la sostituzione prevista per le attività di gestione delle persone.
In ogni caso il dato che emerge è che il lavoro delle macchine tende a sostituire sempre più il lavoro dell’uomo, con effetti ormai visibili a occhio nudo sulla possibilità di trovare un’occupazione, stabile o occasionale che sia, soprattutto (ma non solo) da parte dei giovani.
Le prospettive che emergono da questa situazione sono diverse a seconda delle lenti con le quali le si valuta. Gli ottimisti ritengono che le innovazioni digital driven, quelle che nascono dal saper cogliere in pieno le potenzialità della rivoluzione digitale in essere, in termini di riduzione dei costi e di aumento delle prestazioni direttamente connesse alla tecnologia applicata, non potranno subentrare in toto alle innovazioni human driven, frutto di proposte e azioni derivanti dalla creatività e dall’intraprendenza umana, che genera valore immaginando nuovi usi (innovazioni d’uso), proponendo esperienze coinvolgenti o realizzando significativi processi di creazione di nuovo significato. A loro giudizio le esperienze riguardanti le relazioni, i legami, le emozioni, la bellezza, il gusto, la contemplazione, il desiderio, l’autenticità, la genuinità, la salubrità, la tradizione, il sogno, la libertà, la fiducia la ricerca della felicità sono di pertinenza esclusiva della creatività umano e disegnano un ampio territorio di produzione di beni materiali e immateriali in cui la macchina non potrà mai sostituirsi all’uomo.
Per questi apologeti della rivoluzione digitale, pertanto, il futuro, prossimo e remoto ci proporrà soluzioni di crescente interazione e collaborazione tra l’innovazione human driven, la quale crea soluzioni di valore unitario più elevato, incorporando nei prodotti e nei servizi elementi intangibili quali design, unicità, emozione ecc., e la tecnologia digital driven, che svolge il suo ruolo di “moltiplicatore”, perché consente la circolazione e il confronto delle buone idee e delle informazioni utili ad alimentare i processi di creazione del nuovo e di sperimentazione del possibile, utilizzando le conoscenze di un vasto circuito sociale ed economico, messo in rete dalla comunicazione digitale. In questa funzione, il digitale rende conveniente la scelta della open innovation, rivolta ad utilizzare al massimo le conoscenze in possesso di altri, riducendo i costi e aumentando il valore della creazione e sperimentazione dei nuovi prodotti e dei nuovi processi. Da questa interazione scaturiranno una fusione di “menti” e “strumenti” e l’incremento di interconnessioni tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale destinato non solo a retroagire – tramite un ciclo virtuoso di auto-rinforzo – sulla creazione stessa del valore, ma anche e soprattutto a fungere da amplificatore delle stesse capacità umane, con conseguente aumento (e non decremento) dei processi di innovazione human driven.
Se le cose stessero effettivamente così ciò che si può ragionevolmente ipotizzare è il crescente spostamento del lavoro umano dai mestieri puramente esecutivi, che abbiamo in gran numero ereditato dalla stagione della meccanizzazione rigida, durante la prima modernità, a forme di occupazione sempre più creative, che saranno protagoniste del futuro nel mondo del lavoro e richiederanno nuove forme di apprendimento, che consentano alle persone di usare in modo creativo i linguaggi formali della scienza e delle macchine per generare valore nel mondo reale e siano ancorate ad una visione convinta e condivisa del porto di arrivo verso il quale indirizzare la navigazione. Infatti, come osserva Enzo Rullani nel suo contributo introduttivo a un libro che considero di fondamentale importanza per comprendere i processi in corso e quelli a venire, curato in collaborazione con Alberto F. De Toni (Uomini 4.0: Ritorno al futuro. Creare valore esplorando la complessità), pubblicato quest’anno da Franco Angeli, nel mare della complessità e dell’innovazione, contrariamente a quello che a volte si crede, non si può navigare a vista. Se manca la mappa, per tracciare la rotta serve almeno avere un porto di arrivo ideale, una meta che consenta di distinguere, in ogni momento del presente, i venti favorevoli da quelli contrari, in modo da alzare le vele quando le contingenze ci mettono di fronte ai primi, e da fermarsi e resistere quando, invece, arrivano i secondi. Andando così avanti, passo per passo, e con tutti gli adattamenti tattici del caso, lungo un percorso dotato di senso, che punta verso il porto prescelto. Lo scriveva già Seneca: “Non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto”.
De Masi invece, sia nel Convegno dell’anno scorso, rispondendo alle acute domande di Fernando Codonesu, sia nella presentazione degli Atti di quest’anno, è molto meno ottimista riguardo a questa possibile coesistenza di innovazione human driven e digital driven. A suo modo di vedere quest’ultima finirà col subentrare totalmente alla prima, per cui l’umanità è fatalmente destinata ad avviarsi verso una condizione di non-lavoro, che secondo lui va però vista non come una minaccia, bensì come una opportunità che lascia all’uomo uno spazio crescente, da impiegare sia per attività di formazione (che, specialmente in Italia, hanno bisogno di essere accresciute e qualificate), sia per sviluppare condizioni di vita e di cultura sociale che riservino uno spazio sempre maggiore all’«ozio creativo». Come del resto avveniva, a suo giudizio, nella Grecia antica, che ci ha lasciato un patrimonio di cultura sul quale l’umanità sta tuttora prosperando. Un concetto, questo, su cui De Masi insiste da tempo, prefigurando una liberazione (positiva) dallo stato di necessità a cui l’uomo lavoratore è sempre stato vincolato nella storia passata, che va ovviamente accompagnato da misure di equa distribuzione della ricchezza prodotta dall’automazione digitale, nel presente e soprattutto in prospettiva, usando in modo appropriato il surplus che ne deriva.
Ne scaturiscono due opposte valutazioni del lavoro, che per De Masi è un fardello dal quale possiamo liberarci senza troppi rimpianti, anzi con prospettive sicuramente allettanti per il futuro dell’umanità, che ci ricollegano ai momenti più felici della sua storia, come quello dell’antica Grecia appunto, mentre per i fautori della valorizzazione dell’innovazione human driven si tratta di un processo che, a patto di sapersi trasformare in modo da fornire una gestione efficace della maggiore complessità e di trarne positivamente le enormi potenzialità, non va considerato un semplice fattore di costo, da ridurre al minimo, ma diventa al contrario una risorsa trainante, che accresce non solo la quantità, ma soprattutto la qualità delle prestazioni richieste, innalzando il livello dell’intelligenza umana, individuale e collettiva. Il lavoro come valore, quindi, che nel futuro, prossimo e remoto, se ben indirizzato potrà rendere le persone sempre più capaci non solo di rispondere in modo flessibile alle domande e alle sfide che si presentano loro di volta in volta, ma anche di immaginare e identificare nuove soluzioni, di elaborare progetti innovativi, di alimentare significati e relazioni coinvolgenti, di organizzare esperienze emotivamente ricche, di creare identità partecipate e comunità di senso corrispondenti. Il lavoro, dunque, come strumento per creare valore, esplorando livelli di complessità (varietà, variabilità, interdipendenza, indeterminazione) sempre maggiori.
Ciascuno è libero, ovviamente, di optare per l’una o l’altra soluzione. Ci sono però una constatazione e una domanda, quella che appunto affiorava dal citato intervento di Antonio Dessì, che è impossibile evitare di porsi. Un futuro come quello prospettato da De Masi presuppone una rivoluzione che non è solo economica e sociologica, ma antropologica. La domanda che ne consegue è la seguente: l’uomo è predisposto per una vita puramente contemplativa, fatta di ozio creativo e null’altro? Che nel passato si sia effettivamente data una condizione di questo genere è opinabile (l’interpretazione della vita dell’antica Atene, interamente concentrata nell’agorà, il luogo delle adunanze, il centro politico, religioso, amministrativo e commerciale della città, in cui tutti gli uomini liberi si ritrovavano per prendere decisioni politiche importanti e concludere affari, e totalmente assorbita da essa, è suggestiva ma controversa e messa fortemente in discussione). Il problema però è un altro: le neuroscienze ci stanno dicendo, in maniera difficilmente contestabile, che il motore principale del nostro cervello, ciò che è alla base del suo mirabile funzionamento, non è costituito dalla percezione, come si credeva fino a poco tempo fa, né dal semplice movimento, ma dall’azione, caratterizzata dalla presenza di un progetto e di uno scopo. I processi cerebrali non appaiono, pertanto, semplici artefici di sensazioni e controllori di movimenti: alla base della loro organizzazione funzionale c’è la nozione teleologica di scopo.
Questi risultati hanno condotto a una riformulazione della risposta alla domanda: «a cosa serve il sistema motorio?» Per molti anni la risposta è stata: per produrre movimenti. Oggi sappiamo che questa risposta è errata, o quantomeno parziale. Il sistema motorio non produce solo movimenti ma atti motori e azioni, cioè movimenti dotati di uno scopo, come afferrare un oggetto, o sequenze di movimenti atte a conseguire uno scopo più distale, come afferrare un bicchiere e portarlo alla bocca per bere. Un movimento è una semplice dislocazione di parti corporee, come flettere o estendere le dita di una mano. Un atto motorio consiste invece nell’utilizzare quegli stessi movimenti per conseguire uno scopo motorio, per esempio afferrare un oggetto, manipolarlo, romperlo, posizionarlo, tenerlo ecc.
L’uomo, dunque, sembra fatto per progettare e agire. Quale sarà allora il suo destino se lo si costringe esclusivamente a contemplare e a oziare? Non c’è il rischio che l’ozio prolungato e forzato, anziché sfociare in opere creative e formative edificanti, conduca ad agitazioni insensate, che proprio perché non più progettate e indirizzate verso uno scopo, non più controllate razionalmente e frutto invece della prevalenza del puro istinto e delle passioni, rischiano di avere conseguenze opposte rispetto a quelle desiderabili che ci vengono prospettate? Questo sì è già successo e continua purtroppo a succedere nella storia dell’umanità. E non è davvero desiderabile.
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Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gabriella Lanero.

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lampadadialadmicromicro Con il contributo di Gabriella Lanero proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì scorso, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.

LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI, LAVORARE MEGLIO NELLA SCUOLA
La scuola, pietra di volta
di Gabriella Lanero
La Scuola, terzo tema del convegno, ricorrente in più interventi, è definita nell’introduzione di Fernando Codonesu “pietra di volta”.
Alla scuola è stato dedicato un incontro successivo al Convegno “Prima di tutto il lavoro e la scuola”, nel quale, a partire dalla considerazione che la riforma neoliberista della scuola, impostata dalla fine degli anni 90, ha portato alla negazione del modello costituzionale dell’istruzione che emancipa, ci si è interrogati sulla realtà, sui problemi e sulle prospettive in una Sardegna impoverita da emigrazione e disoccupazione giovanile e caratterizzata dal più alto tasso di abbandono scolastico.
Quando si parla di lavoro, di futuro dei giovani, di cittadinanza, di Costituzione, si chiama in causa la scuola, sia per demandarle sempre nuovi compiti, sia per denunciarne l’incapacità di farvi fronte.
I dati sui NEET, giovani non occupati, né in formazione, diplomati e laureati in alcune discipline, ma soprattutto senza un titolo di studio, richiamano l’allineamento delle competenze rispetto alle nuove richieste del mondo del lavoro, l’ orientamento alle scelte, ma si ricollegano soprattutto ai dati sulla dispersione.
I recenti dati OCSE di comparazione dei sistemi scolastici, nel rapporto Education at a glance, pubblicato nel giugno 2018, fanno parlare in Italia di “ascensore sociale bloccato”, perché è evidente quanto i risultati scolastici, i livelli di studio raggiunti e il conseguente inserimento lavorativo siano determinati dalla condizione socioculturale e familiare.
Il rapporto Tuttoscuola, (settembre 2018) sull’istruzione in Italia, curato dall’omonima rivista, è intitolato “La scuola colabrodo”. Il dato del quinquennio 2013-16/2017-18 conferma le differenze socio-economiche e culturali di famiglie e territori: ancora il 25% degli iscritti dal I al V anno della scuola secondaria di II° non ce la fa. La percentuale in Sardegna sale al 33%; negli istituti professionali al 32%.
Ai costi elevati di queste perdite si aggiungono le conseguenze sociali ed economiche.
Investire sulla scuola, è necessario, è opportuno, in che direzione ?
«L’output che va perso a causa di strategie o pratiche scarse nell’istruzione lascia molti Paesi in quello che equivale a uno stato permanente di recessione, che può essere più grave e profonda di quella che ha avuto origine dalla crisi finanziaria», sottolineava Andreas Schleicher, direttore del dipartimento Istruzione dell’Ocse, nel rapporto 2016.
Investire sulla scuola è necessario per non ipotecare la crescita futura, per fronteggiare le trasformazioni economiche e culturali, per rispondere al dettato costituzionale dell’art. 3 e perché lo stato ha il dovere di promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro.

Investire sugli insegnanti, pietra di volta nella scuola
Il 5 ottobre è la giornata internazionale dell’insegnante, proclamata dall’Unesco dal 1993 con l’ obiettivo di suscitare riflessioni sul ruolo dei professionisti della formazione, sulle sfide che affrontano quotidianamente, sulle difficili condizioni di lavoro a cui sono spesso sottoposti.
Il tema del 2018 è “Diritto all’educazione significa diritto a un insegnante qualificato.”
Lo studio Ocse sottolinea che gli studenti resilienti (quelli che ce la fanno nonostante i condizionamenti dell’ambiente socio-economico) si trovano più spesso in scuole caratterizzate da un positivo clima relazionale, un solido sostegno da parte dei professori, un forte focus sull’apprendimento.
Il ruolo delle attività extra-curriculari offerte dagli istituti, delle dotazioni tecnologiche (oggetto dei finanziamenti dei PON) è minore di quanto si creda.
Quindi, per dare una vera chance a scuola anche ai ragazzi che partono meno fortunati, per “migliorare la qualità” della scuola, sarebbe opportuno investire sugli insegnanti.
Si parla di definire la formazione iniziale, di formazione continua e obbligatoria, di valorizzazione della funzione docente, di bonus premiale per il merito.
Meno si parla di intervenire sulle retribuzioni e sull’organizzazione del lavoro.

L’organizzazione del lavoro dei docenti
Nonostante le riforme realizzate a partire dagli anni 60, l’organizzazione del lavoro dei docenti nella scuola secondaria rimane ancorata al modello gentiliano dell’orario di cattedra (18 ore settimanali) cui si aggiungono per contratto le riunioni degli organi collegiali (80 ore annuali) e le attività funzionali o aggiuntive per tutti gli aspetti della progettazione didattica e curricolare, dell’inclusione, dell’innovazione (ore non quantificate e talvolta remunerate in modo irrisorio con fondi aggiuntivi). E’ invece su questa prestazione non quantificabile in un orario d’obbligo che si innesta la differenza di “qualità” e il cosiddetto “miglioramento” dell’istituzione scolastica.

Il regime dei tagli, in atto dal 2008 prevede riduzione del personale e maggiori carichi di lavoro
Riduzione orario settimanale scolastico e di alcune discipline, congelamento del tempo pieno e prolungato; aumento del numero di alunni per classe, assegnazione di un maggior numero di classi, saturazione delle cattedre: queste le misure perla spending review, con poco riguardo se un docente dovesse curare l’apprendimento di più di duecento alunni facendo lezione in nove classi per due ore alla settimana.
I tagli hanno comportato blocco delle assunzioni, improvvisa perdita di sbocco lavorativo per molti laureati, aumento del numero dei precari e ricorso ripetuto ai contratti a tempo determinato.
Gli interventi degli ultimi quattro anni non hanno modificato questa situazione. Una sentenza della Corte di Giustizia europea, che comminò una multa per abuso del precariato nella scuola, ha reso obbligatoria l’assunzione dei docenti precari che sono entrati a costituire l’organico dell’autonomia, disponibile per progetti di potenziamento, sostituzione di assenti o di colleghi impegnati in compiti organizzativi e supporto al DS, senza che si trasformasse il modello di organizzazione.
In Sardegna il POR FSE Tutti a Iscol@ interviene contro la dispersione: nelle scuole sono stati costituiti laboratori di competenze digitali, laboratori artistici, laboratori di recupero di italiano e matematica, per i quali è possibile assumere a contratto esperti esterni e docenti. C’è forte risposta quando una scuola fa i bandi, il che dimostra la necessità di occupazione, ma è un reddito limitato e soprattutto non vi è reale ed efficace inserimento di queste “risorse umane” nella struttura e nell’ambiente della scuola.

Lavorare meno, lavorare tutti, lavorare meglio nella scuola
Negli anni dal 1985 al 1990 fu realizzata nella scuola elementare una sperimentazione che portò alla legge 148 /1990, “Introduzione dei moduli nella scuola elementare”.
Il rischio di riduzione dei posti di lavoro, per la diminuzione degli alunni e delle classi in seguito al decremento delle nascite, fu fronteggiato allora con un cambiamento del modello organizzativo: in luogo di un docente unico nella classe per tutto l’orario di 24 ore, si inserivano tre docenti su due classi, con aumento del tempo-scuola per gli alunni, possibilità di compresenza in classe e un orario comprensivo di due ore da impegnare in attività di programmazione didattica con i colleghi.
Questo provvedimento faceva seguito all’introduzione del tempo pieno nel 1971, della collegialità e del rinnovamento previsti nei decreti delegati del ’74, dei nuovi programmi per la scuola dell’obbligo adottati nel ‘79 e nell’85. Si andava nel segno di una riforma complessiva della scuola, dopo l’istituzione della scuola media unica, dopo Don Milani, quando ci si rese conto che non bastava attuare l’art. 34 della Costituzione, aprendo l’accesso a tutti e rendendo obbligatoria la scuola per otto anni.
La scuola media ancora basata sul modello trasmissivo e autoritario dell’insegnamento disciplinare, respingente e fortemente selettiva, non si prendeva cura dei più deboli, non dava attuazione all’art. 3 , non rimuoveva gli ostacoli.
La trasformazione organizzativa dei moduli, il pluralismo e la pratica del confronto, della condivisione nelle due ore settimanali hanno consentito un’ importante crescita professionale dei docenti. La collaborazione ha dato vita a una scuola rinnovata, di forte impegno e passione. La scuola elementare ha prodotto notevoli risultati e si differenzia ancora oggi rispetto agli ordini successivi.
L’intento era di sviluppare il modello collaborativo anche nella scuola secondaria media e superiore, ma, a parte le compresenze previste nel tempo prolungato della scuola media e la sperimentazione in alcune scuole superiori, dove erano previste due ore settimanali da impegnare in attività comuni di ricerca metodologico-didattica, negli altri ordini di scuola , il modello dell’orario di lezione frontale non è mai stato superato.
La collegialità è ancora prevista in tutte le leggi, ma è puramente formale, si esplica nelle delibere dei consigli di classe e dei collegi, ma non è sostanziata da una reale condivisione e dalla collaborazione possibile solo se si prevedono momenti di lavoro comune.
Il confronto avviene soprattutto per libera iniziativa di pochi gruppi, in maniera informale privo di sistematicità, negli spazi liberi tra una lezione e l’altra, oppure a distanza nelle chat e nei network.
“L’attuale modello organizzativo scolastico non tiene conto del fondamentale ruolo dell’insegnante e dei grandi vantaggi che una reale cooperazione all’interno della comunità scolastica può apportare al miglioramento della società”.
Questo punto era ben colto nel Programma elettorale del Movimento 5 Stelle.
“Il Movimento 5 Stelle intende lavorare affinché la scuola primaria italiana torni ad essere un’eccellenza nel mondo. Le compresenze di docenti in classe e la programmazione in team andrebbero poi estese anche agli altri gradi scolastici, in modo da ampliare le opportunità formative e applicare modalità didattiche innovative, diverse dalla lezione frontale.
Un’offerta formativa di qualità deve promuovere anche l’interdisciplinarietà̀ e le lezioni in compresenza con più di un docente in classe, potenziando le esperienze nel reale da svolgere fuori la scuola, con progetti annuali e pluriennali di ricerca-azione che mirino a realizzare un miglioramento della realtà circostante. In questo modo, l’apprendimento sarà sempre più cooperativo e sinergico”
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Verso l’implementazione di un modello collaborativo nella scuola secondaria.
Si potrebbe ripensare a una riduzione dell’orario di lezione frontale che lasci alcune ore a disposizione e da impegnare con gruppi di colleghi della stessa disciplina o della classe nella ricerca metodologico-didattica, nella progettazione di attività per l’apprendimento, per lo sviluppo e la valutazione delle competenze. Oltre l’ingresso di docenti più giovani in un organico stabile e realmente funzionale alle esigenze della scuola, più flessibile nell’articolazione del tempo e delle classi, consentirebbe la compresenza per la formazione dei nuovi docenti, la programmazione di interventi condivisi con i docenti di sostegno, così come previsto nella normativa.
Numerosi studi sull’organizzazione scolastica mostrano i vantaggi di questo modello per l’organizzazione e la qualità della scuola. Relazioni positive e sostegno dei colleghi aiutano a prevenire e contrastare il disagio lavorativo; il grado di collaborazione fra gli insegnanti migliora i risultati degli allievi, il clima relazionale positivo risulta più motivante e inclusivo. La comunità di pratiche, la collaborazione fra pari è considerata la formula più produttiva di formazione in servizio: per un docente entrare in un gruppo collaborativo significa diventare competente in termini di esperienza e nelle relazioni con gli altri.

Un lavoro collaborativo e creativo nella scuola del XXI secolo
L’approccio collaborativo nella scuola appare importantissimo se si pensa alla “conoscenza non più come apprendimento individuale fondato su regole e concetti che descrivono il mondo, ma risultato di un processo di costruzione collettivo, sociale”; a un’intelligenza connettiva basata sulle differenze di opinione, sulla connessione di reti di nodi specializzati e di fonti di informazione; allo sviluppo di competenze iperspecialistiche e trasversali per affrontare problemi complessi.
Massimo Lumini, nel suo intervento al convegno parla di “metodi per attrezzare le giovani generazioni a un possibile futuro”, team working e co-working sperimentati nei laboratori digitali del progetto “Tutti a Iscol@” condividendo “idee e soluzioni per imparare a superare conflitti e prevaricazioni e unire le forze per un progetto e un fine comune: predisposizione alla cooperazione e all’imprenditorialità, alla visione del lavoro come espressione di sé, di occasione di spendersi nel mondo, di fare la differenza”.
Si legge nel documento MIUR “Indicazioni nazionali e nuovi scenari” redatto nel 2018 dal Comitato scientifico nazionale per l’attuazione delle Indicazioni nazionali e il miglioramento continuo dell’insegnamento
“Un ambiente di apprendimento centrato sulla discussione, la comunicazione, il lavoro cooperativo, la contestualizzazione dei saperi nella realtà, al fine di migliorarla, l’empatia, la responsabilità offrono modelli virtuosi di convivenza e di esercizio della prosocialità.
Individuare e risolvere problemi, prendere decisioni, stabilire priorità, assumere iniziative, pianificare e progettare, agire in modo flessibile e creativo, fanno parte dello spirito di iniziativa e imprenditorialità. È evidente che tali competenze non possono essere sviluppate che in un contesto in cui si collabora, si ricerca, si sperimenta, si progetta e si lavora”
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INTERNAZIONALE. La Cina investe in (si prende l’?) Africa.

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L’espansione cinese in territorio africano
di Maurizio Salvi*

Lo scontro commerciale in atto fra Cina e Stati Uniti ha davvero un carattere planetario e molteplici angoli visuali. Agli aspetti più eclatanti e sensazionalistici – come il braccio di ferro a colpi incrociati di aumento dei dazi alle importazioni – i media hanno dato ampio spazio e non c’è quasi nulla in più da aggiungere. Ma ci sono terreni più appartati, dove l’informazione è carente e riservata solo agli addetti ai lavori, in cui pure il confronto per il primato fra il colosso cinese e quello statunitense è vivo, strategico e ricco di implicazioni. Uno di questi, e non il minore, è l’Africa. La partita fra Pechino e Washington era giocata là ad un tavolo grande già all’epoca del colonialismo, insieme all’allora Urss e a vari Paesi europei. Successivamente, chiusasi l’era sovietica, sì è capito che l’Europa non aveva né l’intenzione, né gli strumenti politici, ne quelli economici, per assumere un ruolo di primo piano. Per cui, a poco a poco la Cina, alla sua maniera discreta ma efficace, e gli Stati Uniti, soprattutto con il peso delle multinazionali ed il controllo degli organismi finanziari multilaterali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) hanno finito per monopolizzare le iniziative nei confronti della cinquantina di Nazioni africane.

la prevalenza della filosofia cinese
Le preoccupazioni americane sulla crescita della presenza cinese nel Continente africano non sono recenti. Ma in passato esse non hanno mai raggiunto la categoria dell’emergenza, perché bilanciate da soddisfacenti risultati in termini politici ed economici della diplomazia e delle imprese statunitensi, sia a nord che a sud del deserto del Sahara. Ma negli ultimi anni la percezione di questo equilibrio è andata sfumando, ed è emersa più netta l’idea alla Casa Bianca, che la filosofia cinese di intervento stesse di fatto prevalendo.
E se vi fosse bisogno di una prova della eco che risalta delle iniziative di Pechino fra i governi africani, basterebbe sottolineare che all’inizio di settembre in occasione del Forum di Cooperazione Cina-Africa (Focac), si sono presentati capi di Stato, primi ministri e ministri di tutte le Nazioni, meno il piccolo Swaziland, che è l’unica della regione ad avere ancora fluide relazioni con Taiwan. «Se paragoniamo questo appuntamento con i più modesti vertici Francia-Africa e Gran Bretagna-Africa – ha osservato al riguardo David Bénazéraf, specialista delle relazioni sino-africane presso l’Agenzia internazionale dell’energia – possiamo avere un’idea della forza d’urto cinese». Creato nel 2000, il vertice si riunisce ogni tre anni stanziando somme via via più importanti per progetti, prevalentemente di infrastrutture. Nel 2005 i miliardi erano cinque, e nel 2015 sono diventati 60, equivalenti a quelli messi sul tavolo anche nel 2018: 15 miliardi in aiuti, prestiti senza interessi e prestiti agevolati; una linea di credito di 20 miliardi; un fondo speciale per lo sviluppo Cina-Africa ed un fondo speciale di cinque miliardi per l’import africano (tra il 2009 ed il 2015 la seconda economia mondiale ha più che raddoppiato le sue esportazioni verso il ‘Continente nero’ facendo lievitare il suo surplus commerciale). Inoltre quest’anno il presidente cinese Xi Jinping ha nuovamente promesso di cancellare il debito contratto dai Paesi più poveri, come era già avvenuto regolarmente, anche se con meno intensità, dal 2000.

dinamismo finanziario
Le Nazioni africane non esitano ad accedere alle offerte di denaro in prestito dalla Cina, perché ciò non solo comporta tassi di interesse minori rispetto a quelli praticati dagli organismi finanziari multilaterali, ma anche molti meno condizionamenti riguardo a corruzione e sana gestione dei conti pubblici, come avviene invece per il denaro offerto dai Paesi occidentali. E questo dinamismo finanziario, che riguarda investimenti nei settori di infrastrutture, energia, ed anche delle banche, ha fatto sì che molte centinaia di compagnie cinesi si siano insediate in Africa. In una prima fase si trattava di imprese di sostegno ai progetti di sviluppo previsti dagli accordi di cooperazione bilaterali. Ma successivamente, con l’aumento dei costi di produzione in territorio cinese, e per l’inasprirsi delle guerre commerciali legate anche alla persistente crisi planetaria, Pechino ha cominciato a delocalizzare la sua produzione manifatturiera alla ricerca di Paesi con salari meno alti. Da qui l’atterraggio in Paesi asiatici come il Bangladesh e il Vietnam, ma anche in Africa del Sud ed in altre realtà africane dove i prodotti, pur fabbricati con denaro e personale spesso solo cinese, vengono etichettati come di altra origine, evitando quindi l’imposizione dei dazi elevati fissati per la produzione cinese. E sempre Bénazéraf conferma che l’Africa «si configura oggi più che mai una zona di delocalizzazione delle imprese cinesi per il settore industriale a forte domanda di mano d’opera», per evitare, appunto, le sanzioni commerciali imposte a Pechino.

seguendo le antiche Vie della Seta
E ancora, grazie allo sviluppo dell’ambizioso progetto denominato ‘Belt and Road Initiative (Bri)’, la Cina è intenzionata a raccogliere attorno a sé il sostegno economico e politico internazionale necessario a realizzare un’opera maestosa di collegamento all’Europa e all’Africa Orientale, volta al miglioramento della cooperazione tra i Paesi dell’Eurasia. Si tratta dell’apertura di due corridoi infrastrutturali fra Estremo Oriente e continente europeo sulla falsariga delle antiche Vie della Seta: uno terrestre (Silk Road Economic Belt) e uno marittimo (Maritime Silk Road), con il coin- volgimento di 70 Paesi. Gli esperti ritengo- no che per completare questo programma siano necessari investimenti per la fantastica somma di 4.000-8.000 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti in questi anni non sono rimasti ovviamente a guardare e per provare ad ostacolare l’ambizione cinese hanno cercato di far progredire due blocchi commerciali: uno transatlantico con l’Europa, l’altro transpacifico con i Paesi dell’Asia vicini a Washington, senza però riuscire, sostengono gli esperti, a frenare la progressione del Bri cinese. E poi, se pure qualche ostacolo Xi Jinping trova nella regione asiatica, il Focac ha dimostrato che la musica è assai diversa in Africa dove il capo dello Stato si è recato quattro volte negli ultimi cinque anni, e dove ingenti investimenti sono stati accolti di recente per opere infrastrutturali da Egitto, Kenya, Africa del Sud, Senegal e Marocco, solo per fare alcuni nomi. E non è neppure un caso che l’unica base militare permanente della Cina all’estero sia a Gibuti, nel Corno d’Africa, all’estremità meridionale del Mar Rosso.

una valvola per l’economia
Insomma, sostiene Thierry Pairault, ricercatore capo del Centro nazionale della ricerca scientifica (Cnrs) francese, «c’è del vero nella tesi ufficiale di Pechino secondo cui le relazioni sino-africane si muovono nella logica ‘win-win’ (vantaggi di entrambe le parti)». Per l’Africa, spiega, «la Cina è una opportunità fenomenale che le permette di non dover sopportare più un faccia a faccia con le potenze occidentali. E per la Cina, questa spinta africana funge da valvola per una economia da tempo sostenuta dalle esportazioni e che ha bisogno di sfogo dovendo affrontare sia la politica protezionista del presidente Donald Trump, sia le barriere tariffarie europee». I punti polemici di questa cooperazione sono comunque ancora molti sotto accusa, c’è anche il grande acquisto di terre coltivabili realizzato in diversi Paesi africani per produrre derrate agricole volte a soddisfare la forte domanda di alimenti per i 1.300 milioni di cinesi. Questo feno- meno, hanno denunciato associazioni della società civile, ha accelerato una fuga di africani che abbandonano l’agricoltura e si trasferiscono nei centri urbani, dove spesso vivono in condizioni di massima povertà.

la crescita verde
Da questo tipo di rilievi ha preso spunto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, quando ha dichiarato nel Forum di Pechino che il partenariato sino-africano deve rispondere a due grandi priorità: una «mondializzazione giusta e la promozione di uno sviluppo inclusivo». In particolare Guterres ha insistito sull’aiuto che la Cina può fornire ai Paesi africani in materia di sviluppo sostenibile. Dopo aver ricordato i rischi gravi che l’Africa corre a causa dei cambiamenti climatici, il segretario generale ha sottolineato come «uno sviluppo rispettoso del clima sia necessario per la Cina, per l’Africa, e per il mondo intero». «La Cina – ha concluso – è oggi un leader mondiale in quanto a soluzioni climatiche. È dunque importante che condivida i suoi progressi in materia con l’Africa per consentire a questo continente di andare oltre lo sviluppo tradizionale inquinante a favore della crescita verde».

* Maurizio Salvi su Rocca.
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ROCCA 15 OTTOBRE 2018
INTERNAZIONALE
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Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Luisa Sassu.

lampadadialadmicromicro Con il contributo di Luisa Sassu iniziamo la pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì scorso, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto ai diversi relatori di inviarci i loro contributi per iscritto, anche con rielaborazioni rispetto a quelli effettivamente svolti, pur rispettando contenuti e sintesi, pertanto procederemo a pubblicarli nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine che volentieri mettiamo a disposizione nella nostra News.
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costat-logo-stef-p-c_25603ef31-8680-4df7-ba4a-cf00e8ab07ebIl tempo come misura del lavoro e della qualità della vita. Un focus sul lavoro femminile.

di Luisa Sassu
Voglio premettere che nel mio breve intervento, contravvenendo a tutte le regole estetiche dell’arte oratoria, ripeterò spesso e pedantemente la parola tempo. Lo farò per comodità espositiva, ma, soprattutto, lo farò per sottolineare il valore semantico della parola, che esprime una categoria dell’esistenza e non trova altrettanto pregio evocativo nei sinonimi o nelle infinite declinazioni che pure alleggerirebbero questo intervento dal peso delle ripetizioni.
C’è stato un tempo in cui, il tempo, segnò il processo di emancipazione dello schiavo consentendo al diritto romano di distinguere per la prima volta il tempo della libertà da quello dell’assoggettamento, il tempo della vita dal tempo del lavoro. In questa rappresentazione storica e giuridica, il lavoro si identificava col tempo impegnato nella prestazione lavorativa, primo indicatore della differenza fra il lavoro servile e quello cosiddetto libero; il tempo, inoltre, fungeva da strumento per calcolare il compenso del lavoratore.
Nella nostra bellissima lingua logudorese, con riferimento ad un’economia agricola di un tempo ormai remoto, un’economia fatta di molti braccianti e pochi avidi latifondisti, il lavoro si identificava direttamente col tempo: “so andende a sa zoronada”, si diceva, per intendere “sto andando a faticare” e quella “zoronada” significava dall’alba al tramonto per un compenso che consisteva in un pugno di grano.
Ebbene, è del tutto evidente che un tempo di lavoro così lungo, che impegnava praticamente l’intera giornata, rendeva il cosiddetto lavoro libero molto simile al lavoro servile.
Non è un caso, quindi, che moltissime (possiamo dire le prime e più importanti) lotte organizzate dei braccianti e della classe operaia avessero come obiettivo la riduzione del tempo del lavoro. Ci sono pagine straordinarie che raccontano queste battaglie, e nel mio personale bagaglio, anche sentimentale, mi piace ricordare ciò che rappresentò Giuseppe di Vittorio per i braccianti di Cerignola e poi per tutte le lavoratrici e i lavoratori del nostro paese.
Il tempo, dunque, come elemento costitutivo del rapporto di lavoro subordinato, che, in una fase più evoluta rispetto ai richiami storici che ho citato, ha concorso a definire la nozione giuridica di “orario di lavoro”, per poi costituire la base, nelle realtà produttive più sindacalizzate, per avviare una dialettica sull’intera organizzazione del lavoro all’interno delle aziende.
Ancora oggi, l’orario di lavoro rappresenta un elemento distintivo tra il lavoro subordinato e quello autonomo (al quale meglio si adatta il concetto ampio di “tempo di lavoro”): molti contratti collettivi fanno ancora riferimento al suono della sirena come segnale di avvio della prestazione lavorativa. Deve far riflettere, tuttavia, il fatto che esistano tipologie di lavoro subordinato, che, in ragione delle funzioni svolte nell’organizzazione produttiva (si pensi alle dirigenze) sono svincolate dall’orario di lavoro o hanno un vincolo di orario assai attenuato.
Questa constatazione di fatto introduce una chiara indicazione sulla possibilità di agganciare l’apprezzamento della produttività e, a cascata, l’organizzazione del lavoro e la misurazione del salario, ad un parametro diverso dall’orario di lavoro. In un contesto di evidente mutamento dei sistemi produttivi (che introduce irreversibilmente nuove tecnologie anche nel manifatturiero) liberare il tempo della vita dal tempo del lavoro dovrebbe rappresentare la sfida delle contrattazioni collettive e delle legislazioni, anche per contrapporre un modello di civiltà e di diritti all’ulteriore impoverimento dei lavoratori (come invece è avvenuto e sta avvenendo proprio in ragione del mutamento irreversibile di molti sistemi produttivi).
Dovrebbe perciò tornare d’attualità quel “lavorare meno, lavorare tutti” che ha ispirato molte battaglie sindacali e alcune legislazioni, sapendo che è arrivato il momento cruciale per interrompere la china del lavoro sfruttato di immense masse di lavoratrici e lavoratori nell’economia globale.
In questo quadro generale, perché un focus sul lavoro femminile?
Per una scelta che è, al tempo stesso, di metodo e di contenuto.
Per tornare brevemente alla storia, ricordo che già agli inizi del secolo scorso, nei settori produttivi a forte presenza femminile (per esempio il tessile), furono importantissime, tra le altre, le battaglie per la riduzione dell’orario di lavoro ai fini di consentire alle lavoratrici madri di svolgere anche il lavoro di cura nell’ambito familiare, ciò che oggi si chiamerebbe “conciliazione”. Quelle battaglie avvenivano in un contesto storico e culturale che, ovviamente, non metteva in discussione la millenaria divisione dei ruoli all’interno del contesto familiare e perciò la “liberazione dai tempi del lavoro” non corrispondeva ad una effettiva liberazione dalla fatica che attendeva le donne tra le mura domestiche. Pur tuttavia, quella richiesta di conciliazione introduceva nelle realtà produttive un elemento problematico che ancora esiste e che, soprattutto negli ultimi decenni, ha conosciuto delle utilissime elaborazioni cui ha fatto seguito l’emanazione di una legislazione di pregio sia in Europa che in Italia.
Un focus sul lavoro femminile propone quindi un metodo, come abbiamo detto, che ha l’ambizione di ribaltare la prospettiva delle analisi e delle proposte in materia di lavoro, normalmente calibrate su un oggetto neutro, cioè non connotato dal genere, nonostante sia ormai acquisito al bagaglio delle analisi il fatto che il tempo agisce in modo diverso se riferito al lavoro femminile rispetto al lavoro maschile.
Alcuni esempi: nella fase di accesso al mercato del lavoro (soprattutto in un mercato del lavoro che offre ben poco) il tempo può rappresentare una ragione di rinuncia per una madre se il salario proposto rende assai poco conveniente l’affidamento dei figli ad una babysitter (stante anche la cronica mancanza, nel nostro Paese, di asili nido e di luoghi per l’accoglienza dei bambini); nei contesti lavorativi è dimostrata la minore disponibilità delle donne-madri a prolungare l’orario di lavoro, e ciò incide sia sulla retribuzione (determinando quel differenziale retributivo che ancora esiste fra uomini e donne) che sulle progressioni in carriera (che normalmente esigono un “presidio” attento degli spazi e del tempo in azienda). Il mancato accesso delle donne ai vertici dell’organizzazione produttiva, il famoso tetto di cristallo, spesso dimostra che le competenze, nelle organizzazioni, pesano meno della disponibilità di tempo che gli uomini possono ancora offrire in misura maggiore, grazie al persistere di una squilibrata ripartizione delle responsabilità genitoriali e, in generale, del lavoro di cura nella sfera familiare.
Ebbene, rispetto a questi dati, che ancora non sono stati superati dal “libero svolgersi delle dinamiche di mercato”, le contrattazioni aziendali e le legislazioni attente alla conciliazione di tempi di vita coi tempi di lavoro (in Italia, la legge 53/2000), offrono un modello che ha l’ambizione di partire dalle esigenze del lavoro femminile per informare di sé il lavoro di tutti. Nei paesi del Nord Europa, per esempio, la massiccia estensione dei congedi parentali ai padri ha mostrato i suoi effetti positivi sia sull’occupazione femminile, che sulla natalità: la condivisione del lavoro di cura ha perciò inciso sia sulle organizzazioni del lavoro, sia sulle famiglie, sia sulla società.
Questi esempi di articolazione delle organizzazioni con riferimento al tempo dimostrano che è arrivato il … tempo… di attenuare il peso del fattore tempo nella misurazione della prestazione lavorativa e del salario, immaginando che le profonde trasformazioni delle modalità di produzione possano diventare il presupposto, non per peggiorare le condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori, ma, al contrario, per costruire piattaforme contrattuali e legislative che consentano di lavorare meno, lavorare tutti e lavorare meglio, come recita il titolo di questo convegno.

Europa, Europa!

europa di fedrica
La “spada di Damocle” della crisi dell’euro sospesa sulla “testa” dell’Europa

di Gianfranco Sabattini*

Nell’imminenza delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si susseguono gli appelli perché le forze progressiste si organizzino, con la presentazione di liste comuni, al fine di evitare che le forze populiste e sovraniste possano diventare maggioritarie, portando l’Europa al caos e a un suo possibile punto di non ritorno. Le iniziative in sé sono certamente condivisibili; esse, però, al di là degli appelli lanciati per una mobilitazione generale contro il pericolo cui è esposta l’Europa, mancano, come si suole dire, di indicare a chiare lettere gli obiettivi da perseguire; obiettivi che, a livello di Europa, non possono che riguardare la rimozione dei “deficit” istituzionali. che, per un verso, hanno da tempo bloccato il processo di unificazione, concorrendo, per un altro verso, a favorire la diffusione di un generalizzato euroscetticismo in tutti i Pesi membri dell’Europa comunitaria, a causa delle conseguenze negative patite dalle popolazioni di tali Paesi, per via del permanere di quei “deficit”.
Le iniziative e la mobilitazione pre-elettorali si limitano infatti a formulare appelli per sconfiggere il pericolo populista e sovranista, ma mancano di valutare criticamente che la diffusione di tale pericolo è la diretta conseguenza del fatto che si sia voluto realizzare l’unificazione politica dell’Europa attraverso l’adozione di una moneta unica da parte di Paesi tanto diversi, sul piano della struttura economica, e con filosofie sociali spesso tra loro inconciliabili.
Ciò ha comportato che si vanificasse il “capitale politico” “accumulato” nel dopoguerra intorno all’idea di un’Europa politicamente unita; idea, questa, perseguita nella prospettiva che l’unificazione fosse lo strumento con cui assicurare, in condizioni di benessere, “una pace perpetua” ai popoli dei Paesi dell’Europa occidentale, anziché considerare l’unificazione politica come il risultato finale del processo di perseguimento della pace. Molti osservatori, non solo economisti, concordano ormai sulla “storia tragica” degli intenti politici pacifisti perseguiti, subito dopo la fine delle Seconda Guerra Mondiale, dai Paesi dell’Europa occidentale: intenti sacrificati, per avere voluto realizzare l’unificazione politica, partendo da ciò che avrebbe dovuto essere il “risultato finale”.
Nella speranza di poter accelerare l’unificazione politica, è stata adottata, da parte dei Paesi membri più avanzati sul piano economico, una moneta unica, il cui governo si è rivelato presto, non strumento di unificazione e di pace, ma causa di divisioni e conflitti. La causa principale dell’affievolimento dell’idea di un’Europa unita viene appunto individuata nella decisione di adottare una moneta unica, l’euro, senza la quale, si sostiene, la Comunità Europea avrebbe funzionato molto meglio.; si ritiene infatti che i più grandi successi sulla via dell’unificazione politica dell’Europa siano stati conseguiti prima che si affermasse una classe di leader europei sorretti dal proposito di portare avanti il progetto di una moneta unica, senza la preoccupazione di considerane, prima, tutte le implicazioni, sul piano economico e su quello politico.
Questi leader hanno ignorato le valutazioni formulate da molti economisti a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: valutazione che evidenziavano innanzitutto il rischio che i vantaggi attesi dall’integrazione delle singole economie nazionali potessero trasformarsi in svantaggi, se tali economie avessero presentato, originariamente, strutture produttive completamente differenti; in secondo luogo, le valutazioni critiche prospettavano il pericolo che, in assenza di un’unità politico-istituzionale, la distribuzione dei vantaggi attesi tra i singoli Paesi venisse realizzata attraverso automatismi monetari, fuori dall’attuazione di una politica monetaria comune.
I leader politici europei, succeduti ai “padri fondatori” del progetto di unificazione dei Paesi dell’Europa occidentale, oltre che ignorare le valutazioni disinteressate degli economisti, hanno mancato di considerare anche i risultati del rapporto della Commissione Werner (1970), da loro stessi sollecitato. Tale rapporto metteva in evidenza che il governo di un’unione monetaria, conseguente all’adozione di una moneta unica da parte di un certo numero di Paesi, avrebbe richiesto che all’interno dell’area comune si accettasse una generalizzata mobilità dei fattori produttivi (in particolare della forza lavoro), quindi l’adozione di un bilancio e di una politica fiscale e monetaria comuni, con cui realizzare preventivamente l’omogeneità e la complementarità delle strutture produttive dei Paesi coinvolti nell’adozione di un’unica moneta.
Inizialmente, non sono mancate riserve sulla possibilità e opportunità che all’interno dell’area comunitaria si adottasse una moneta comune, prima che fossero rimosse le differenze strutturali; ma il sopraggiungere del crollo del Muro di Berlino ha posto improvvisamente il problema dell’unificazione tedesca, la cui soluzione col placet della Francia, veniva condizionata al fatto che il marco tedesco fosse legato alle sorti, oltre che del franco francese, anche delle altre valute europee. Le ragioni per cui è stato adottato l’euro, perciò, sono state di natura meramente politica, e non hanno tenuto in nessun conto le implicazioni economiche e monetarie negative che sarebbero inevitabilmente insorte nella regolazione delle relazioni economiche tra i Paesi aderenti all’area monetaria comune (eurozona), profondamente diversi tra loro.
Non appena insorgevano squilibri nelle bilance commerciali dei Paesi che avevano adottato la moneta comune, ci si appellava alla necessità che ciascuno di essi si attenesse ai famosi parametri di Maastricht, che stabilivano limiti all’indebitamento pubblico e al deficit corrente della pubblica amministrazione; oppure si procedeva all’approvazione di provvedimenti restrittivi, come è accaduto, ad esempio, con l’introduzione delle regole previste dal Patto di Stabilità e Crescita (un accordo, stipulato e sottoscritto nel 1997 dai Paesi membri dell’Unione Europea, per il controllo delle rispettive politiche di bilancio).
L’introduzione dell’euro, malgrado la natura politica delle ragioni che l’avevano giustificata, ha avuto inizialmente successo; ma ciò è servito solo a coprire l’insieme dei difetti che impedivano la correzione degli squilibri delle bilance commerciali dei Paesi, che avevano adottato la moneta unica, attraverso politiche monetarie attive dei governi dei singoli Stati. Ciò perché la Banca Centrale Europea, nominalmente indipendente, operava secondo una politica monetaria restrittiva, compatibile solo con il “buon funzionamento” delle più forti economie europee (in particolare di quella tedesca), che non consentivano che il riequilibrio delle posizioni di debito e credito dei Paesi aderenti all’eurozona avvenisse attraverso aggiustamenti del sistema dei prezzi interni.
Con i primi due presidenti, Wim Duisenberg e Jean-Claude Trichet, la Banca Centrale europea si è attenuta rigidamente ai canoni di una politica monetaria comune restrittiva, anche quando è sopraggiunta la crisi finanziaria della Grande Recessione del 2007/2008. E’ stato solo quando è divenuto governatore Mario Draghi, nel 2011, che la politica monetaria dell’istituto di credito centrale europeo ha iniziato a flessibilizzare la rigida condotta dei suoi predecessori.
A partire dal 2012, infatti, per affrontare le criticità dell’eurozona, Draghi ha assunto l’impegno di fare tutto il possibile (whatever it takes) per salvare l’euro; a tal fine, com’è noto, ha proceduto, prima, all’attuazione di programmi di intervento sul mercato dei titoli di Stato (denominati OMT: Outright Monetary Transactions), al fine di favorire l’omogeneo funzionamento del processo di trasmissione della politica monetaria comune in tutti i Paesi dell’eurozona; successivamente, egli ha fatto ricorso a operazioni di credito “non convenzionale” (quantitative easing), per aumentare la quantità di moneta in circolazione all’interno dell’area comune.
La politica inaugurata da Draghi è servita ad “ammorbidire” il peso della Germania (e degli altri Paesi ad economia integrata con quella tedesca) sull’azione della Banca Centrale Europea; ma le cause della crisi dell’euro non sono state rimosse, continuando ad essere motivi di scontro tra Draghi e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il prossimo anno Draghi potrebbe essere sostituito da qualcuno meno propenso ad attuare “whatever it takes”, per tenere ancora in vita l’euro; se dovesse accadere, per l’euro potrebbe essere realmente “l’inizio della fine”. Ciò è tanto più probabile, se si tiene conto del fatto, come osserva Danilo Taino su “La Lettura” del Corriere del 26 agosto, che le elezioni europee del 2019 “vedranno crescere nazionalismi e populisti in tutta la UE”, in grado di trasformare le istituzioni politiche e decisionali comunitarie in un condominio urbano litigioso; infatti, da anni in tali istituzioni siedono i rappresentanti dei vari Paesi aderenti all’eurozona, sempre propensi, quando si tratta di assumere obblighi comuni a sottrarsi agli impegni conseguenti, limitandosi a mostrarsi unanimi solo nel formulare dichiarazioni roboanti sul ruolo e sul futuro dell’Europa; dichiarazioni che hanno spinto qualche osservatore a definire l’Europa comunitaria attuale una sorta di “repubblica degli annunci”.
La fine dell’euro, afferma Taino, sarebbe certamente per tutti i Paesi membri, Italia in testa, un “disastro”, dovuto al fatto che “la moneta unica ha fallito nella missione di unire l’Europa”, perché l’Unione Europea, a causa degli egoismi nazionali, è stata “rinchiusa in una gabbia”, che ha ridotto l’europeismo, dalla caduta del Muro di Berlino, in un “flop storico le cui conseguenze non sono facili da immaginare”. Negli ultimi decenni, infatti, dalla caduta del “Muro” – continua Taino – gran parte delle energie mentali e politiche dell’Europa “sono state dedicate all’euro, alla sua costruzione prima e a preservarlo dalla sua crisi poi”.
Nel profondere tutti gli sforzi verso la conservazione dell’euro, così come originariamente è stato concepito, senza la preoccupazione di rimuoverne i limiti dai quali risultava affetto, è stato commesso, secondo Taino, “un peccato di presunzione che ha sostenuto l’ideologia della UE di oggi (a differenza di quella pragmatica delle origini): l’idea di essere non solo un esperimento unico nella storia, cosa che effettivamente è, ma di essere centrale nel mondo, un modello che avrebbe potuto essere replicato altrove. Fondato sulla tendenziale estinzione degli Stati [...]; sull’idea che sia stata solo la volontà degli europei a garantire decenni di pace in un continente in passato violento [...]; sul ritenere i valori usciti dal Sessantotto l’essenza dello spirito europeo; sull’illusione di essere ancora il centro del pianeta quando la globalizzazione stava rovesciando i tavoli: in sostanza sulla presunzione di poter vivere contando solo sul proprio brillate soft power, sulla convinzione che il resto del mondo avrebbe copiato il modello europeo”.
La vera resa dei conti per l’euro si verificherà, presumibilmente, con la fine del mandato di Draghi ed il venir meno della copertura politica dalla quale sinora la moneta unica è stata “assistita”. Ciò esporrà le economie deboli dell’Europa a una nuova crisi finanziaria; a questo punto sarà difficile contrastare in Germania la tesi dell’IFO (Institute for Economic Research di Monaco), da anni impegnato a sostenere che sarebbe un bene per l’eurozona se la Germania tornasse al marco. Se il successore di Mario Draghi sarà, come si prevede, il tedesco Jens Weidmann, attuale governatore della Bundesbank e oppositore di qualsiasi politica monetaria accomodante, è fondata la preoccupazioni che egli possa dar vita a una “stretta” alla politica monetaria permissiva del suo predecessore.
Se ciò accadrà, la conseguenza sarà, verosimilmente, la fine, non solo dell’euro, ma anche dello stesso progetto di unificazione politica dell’Europa. Con Weidmann, infatti, se succederà a Draghi, sarà azzerata la possibilità che si arrivi alla modificazione delle attuali regole che governano la moneta unica, in funzione del riequilibrio (attraverso la variabilità dei prezzi interni ai singoli Stati) delle posizioni delle bilance commerciali dei Paesi membri.
A questo punto, l’Europa, tornerebbe ad essere un amalgama di Stati tra loro litigiosi, esposti, come denuncia Taino, in presenza del “caos globale” oggi esistente, al rischio di diventare il “trofeo prezioso nella lotta tra un’America confusa e sempre più lontana dalla dimensione atlantica e una Cina che immagina una ‘sua’ Eurasia, cuore dell’ordine mondiale futuro, nella quale l’Europa sarebbe la penisola occidentale di un super-continente dominato da Pechino”.
Di fronte a questi scenari, decisamente poco entusiasmanti, sorprendono le reazioni al fatto che l’attuale Ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, abbia sostenuto la necessità di una modifica dello Statuto della Banca Centrale Europea, al fine di conferire ad essa maggiori poteri per contrastare la speculazione che le istituzioni finanziarie globali hanno sinora effettuato ai danni delle economie dei Paesi europei maggiormente esposti. Le dichiarazioni di Savona sono state commentate in vario modo: come una difficoltà del governo attuale nel realizzare “molte delle sue promesse” (Ferdinando Giugliano, su Repubblica del 15 luglio scorso); oppure, in difesa dello status quo, ritenendo la Banca Centrale Europea sia già dotata dei poteri necessari per contrastare la speculazione (Lorenzo Bini Smaghi su Repubblica del 18 luglio).
Di fronte ai pericoli che si prospettano per l’Italia, i commenti come quelli sopra riportati hanno dell’inverosimile: più che esprimere valutazioni responsabili sulla necessità che lo Statuto della Banca Centrale Europea venga modificato, essi sembrano riflettere la preoccupazione che la situazione attuale possa essere cambiata e che possano essere annullati i vantaggi che dalla debolezza della moneta unica possono trarre gli speculatori finanziari.
In conclusione, chi sta lanciando appelli per avviare utili iniziative pre-elettorali, in vista del rinnovo del Parlamento europeo, dovrebbe anche promuovere il dibattito sui motivi reali per cui è necessario sconfiggere i movimenti che, a causa del malcontento sociale originato dal “cattivo” funzionamento dell’euro, possono portare al fallimento del progetto europeo, costituendo anche una minaccia di involuzione politica, sia delle istituzioni europee, che di quelle nazionali.
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* anche su Avanti! online

Il Lavoro nel XXI Secolo

locandina-incontro-dibattito-del-5-ottobre-2018_001
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Venerdì 5 ottobre il Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria incontra Domenico De Masi
di Fernando Codonesu

E’ passato appena un anno da quando il 4 e il 5 ottobre del 2017 si è svolto a Cagliari un convegno sul lavoro dal titolo “Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti”, promosso da CoStat e Europe Direct Regione Sardegna.
Il senso del convegno era ampiamente rappresentato nel titolo perché le condizioni economiche, politiche e sociali del mondo attuale, ad ogni latitudine del pianeta, permetterebbero ampiamente di diminuire l’orario di lavoro per gli occupati attuali per favorire l’ingresso nel mondo produttivo di ampie masse lavoratrici, a partire dai nostri giovani. Allo stesso tempo, si è parlato dell’esigenza di lavorare meglio. Con questa espressione si intendeva e si intende la possibilità di scegliere il lavoro che meglio permette ad ogni essere umano di trovare la propria collocazione nel luogo in cui decide di vivere una vita dignitosa e poter autorealizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni. Un lavoro si è detto che non confligga con l’ambiente e con i principi costituzionali: per questo nel titolo è riportato “lavorare meglio”.
E infine, certo, lavorare tutti, proprio in virtù del fatto che le risorse attuali del pianeta, l’organizzazione del lavoro e della società attuali e, a maggior ragione quella che si intravede nel prossimo futuro, permetterebbero già oggi, come già evidenziato da Keynes oltre 85 anni or sono, di pensare ed organizzare una settimana lavorativa cortissima per tutti, basata se non sulle 15 ore settimanali auspicate da Keynes, con riferimento all’Europa, almeno sulla settimana lavorativa della Germania che in alcuni settori (vedi il recente contratto alla Volkswagen) vede un tempo contrattuale di 28 ore.
Certo, al riguardo qualcuno può parlare facilmente di ingenuità o di accademia, ma personalmente sono convinto del contrario e i due giorni di dibattito dedicati al convegno, ricco di analisi e soprattutto di significative testimonianze imprenditoriali e proposte operative, ne costituiscono la più ampia dimostrazione.
Per questo parliamo di un convegno diverso, i cui atti saranno presentati il prossimo 5 ottobre a distanza di un anno da quell’evento, che soprattutto nella parte dedicata alla nostra isola può costituire un punto di confronto e di partenza per un programma serio sul lavoro da parte delle forze politiche regionali che si misureranno nella prossima scadenza elettorale del mese di febbraio.
Nel frattempo, nel mese di giugno, Domenico De Masi ha pubblicato un volume di grande interesse, quasi un’enciclopedia, dal titolo Il Lavoro nel XXI secolo.
Con questo volume, De Masi riporta in un unico libro alcuni degli argomenti più significativi dedicati al lavoro, un tema da lui affrontato nel corso di una vita intera, analizzati in almeno trenta libri pubblicati in precedenza, aggiornandone alcune analisi e proposte alla luce della situazione attuale del mondo del lavoro.
Una situazione caratterizzata da grandi trasformazioni nell’organizzazione produttiva come paradigma della più vasta organizzazione sociale e specchio in cui vediamo riflesso lo sviluppo dell’uomo nelle varie fasi della storia.
Un grande affresco, un libro complesso che può essere usato come guida per trovare riferimenti sul lavoro di ogni genere perché viene analizzato il lavoro nella società preindustriale, in quella industriale e nella presente fase postindustriale.
Tutto ciò viene proposto con una ricchezza di sguardi o punti di vista. Dal punto di vista religioso con una disanima dell’interpretazione cattolica e protestante a quella laica dalla parte dei datori di lavoro e dei lavoratori, fino agli sguardi di altre culture e religioni in altre parti del mondo.
Largo spazio viene dedicato al tema dell’automazione, della rivoluzione digitale con le attuali frontiere della robotica, del calcolo parallelo massivo, dell’intelligenza artificiale e delle influenze indotte nell’organizzazione del lavoro. Influenze che dal lavoro, ovvero dai settori produttivi si sono estese e si diffonderanno sempre di più nel mondo dei servizi e in tutti gli aspetti della nostra vista quotidiana.
Il libro spazia e approfondisce: invasività e pervasività come chiavi di volta dello sviluppo dell’informatica e dei computer, con riferimenti alla legge di Moore riguardante la crescita esponenziale della potenza dei microprocessori che, per altri, sconfina nella Singolarità. La nuova occupazione potrà riequilibrare quella che viene perduta con la robotica e l’automazione avanzata?
E’ innegabile che sul tema ci sia molta rassegnazione. Le forze sindacali sembrano insignificanti rispetto ad un trend totalmente dominato dalla forza travolgente delle multinazionali dell’ICT e del WEB.
C’è molta rassegnazione a livello mondiale sulla possibilità che si possa resistere a questa penetrazione massiva in ogni settore produttivo, nel mondo dei servizi e delle stesse relazioni sociali e familiari. Ma è veramente così oppure ci sono possibilità di resistere, arginare e invertire il trend a cui assistiamo giorno per giorno?
Allo stesso tempo, considerato che la ricchezza è e sarà sempre più prodotta dalle macchine e dai robot c’è la possibilità di sperimentare anche su vasta scala il reddito di cittadinanza per tutte le persone che sono e saranno escluse dal mondo del lavoro.
Come mettere insieme l’esigenza del lavoro per tutti con un reddito per gli esclusi?
Ecco, sui vari aspetti del lavoro e dei suoi effetti nella società, su tutti i punti di vista, è presente il suo, quello di un sociologo che testimonia pienamente un impegno civile, politico e sociale nel nostro paese e che gli viene unanimemente riconosciuto.
Il 5 ottobre metteremo insieme gli atti del nostro convegno con alcuni dei temi sviluppati nel libro di De Masi e avremo modo di approfondirne alcuni aspetti importanti, non dimenticando la situazione del lavoro nella nostra isola e gli ultimi provvedimenti governativi dedicati al tema con il DEF e con tutto ciò che ruota intorno all’obiettivo del reddito di cittadinanza.
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costat-logo-stef-p-c_2-2Presentazione del libro “Il lavoro nel XXI secolo” di Domenico De Masi
e “Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti”
Atti del convegno di Cagliari, 4-5 ottobre 2017

Incontro Dibattito con Domenico De Masi

[Comunicato stampa]
Venerdì 5 ottobre, con inizio alle 16.30, presso la sala conferenze del Banco di Sardegna, in viale Bonaria 33 (8° piano), si terrà un Incontro-dibattito sulle tematiche del Lavoro, con la partecipazione del sociologo Domenico De Masi, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma.
Nell’occasione verranno presentati due volumi: il primo, a cura di Fernando Codonesu, contenente gli atti del convegno tenutosi lo scorso anno (4-5 ottobre 2017) a Cagliari, dal titolo “Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti”, organizzato dal CoStat in collaborazione con Europe Direct Sardegna;
lavorare-meno-aracne
il secondo “Il lavoro nel XXI secolo” è l’ultimo libro sull’argomento scritto dal prof. De Masi.
de-masi-libro
Dall’inquadramento delle problematiche di carattere generale su come si è trasformato il lavoro nella storia e nelle varie fasi dello sviluppo sociale e ciò che succede oggi nel mondo del lavoro, fino alla sua tendenziale scomparsa come diritto per tutti, a causa soprattutto dell’inesorabile sviluppo delle tecnologie digitali che distruggono più lavoro di quanto ne riescono a creare di nuovo, si discuterà delle diverse proposte sia sul lavoro possibile che di “reddito di cittadinanza” (e istituti che spesso impropriamente ad esso si richiamano) teso in ultima analisi e nonostante affermazioni contrarie, a soppiantare il lavoro mancante.
Ma tutto ciò è un esito ineludibile?
Se ne dibatterà con il prof. Domenico De Masi, intervistato da Fernando Codonesu, preceduto dalle considerazioni di Gabriella Lanero, Tonino Dessì, Luisa Sassu, Gianna Lai e dei proff. Andrea Pubusa, Gianfranco Sabattini e Silvano Tagliagambe.
Seguirà un dibattito aperto a tutti.
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L’organizzazione è curata da Franco Meloni e Mariella Montixi.

Venerdì 5 ottobre 2018 Incontro Dibattito con Domenico De Masi

costat-logo-stef-p-c_2-2Presentazione del libro “Il lavoro nel XXI secolo” di Domenico De Masi
e “Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti”
Atti del convegno di Cagliari, 4-5 ottobre 2017

Incontro Dibattito con Domenico De Masi

[Comunicato stampa]
Venerdì 5 ottobre, con inizio alle 16.30, presso la sala conferenze del Banco di Sardegna, in viale Bonaria 33 (8° piano), si terrà un Incontro-dibattito sulle tematiche del Lavoro, con la partecipazione del sociologo Domenico De Masi, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma.
Nell’occasione verranno presentati due volumi: il primo, a cura di Fernando Codonesu, contenente gli atti del convegno tenutosi lo scorso anno (4-5 ottobre 2017) a Cagliari, dal titolo “Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti”, organizzato dal CoStat in collaborazione con Europe Direct Sardegna;
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il secondo “Il lavoro nel XXI secolo” è l’ultimo libro sull’argomento scritto dal prof. De Masi.
de-masi-libro
Dall’inquadramento delle problematiche di carattere generale su come si è trasformato il lavoro nella storia e nelle varie fasi dello sviluppo sociale e ciò che succede oggi nel mondo del lavoro, fino alla sua tendenziale scomparsa come diritto per tutti, a causa soprattutto dell’inesorabile sviluppo delle tecnologie digitali che distruggono più lavoro di quanto ne riescono a creare di nuovo, si discuterà delle diverse proposte sia sul lavoro possibile che di “reddito di cittadinanza” (e istituti che spesso impropriamente ad esso si richiamano) teso in ultima analisi e nonostante affermazioni contrarie, a soppiantare il lavoro mancante.
Ma tutto ciò è un esito ineludibile?
Se ne dibatterà con il prof. Domenico De Masi, intervistato da Fernando Codonesu, preceduto dalle considerazioni di Gabriella Lanero, Tonino Dessì, Luisa Sassu, Gianna Lai e dei proff. Andrea Pubusa, Gianfranco Sabattini e Silvano Tagliagambe.
Seguirà un dibattito aperto a tutti.
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Costat: ripartiamo con tre iniziative su lavoro, migranti ed elezioni regionali
di Andrea Pubusa*
Il Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria ha ripreso la sua attività dopo le ferie estive. Nella riunione di mercoledì ha messo a punto un nutrito programma d’iniziative sui temi di calda attualità: lavoro, migranti sicurezza, campagna per sbarrare la strada al centro destra nelle imminenti elezioni regionali.
Sulle questioni del lavoro si prosegue nel solco aperto lo scorso anno. Venerdì 5 ottobre, con inizio alle 16.30, presso la sala conferenze del Banco di Sardegna, in viale Bonaria 33 (8° piano), si terrà un Incontro-dibattito sulle tematiche del Lavoro, con una partecipazione di assoluto prestigio. Sarà con noi il sociologo Domenico De Masi, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma. Nell’occasione verranno presentati due volumi: il primo, a cura di Fernando Codonesu, contenente gli atti del convegno tenutosi lo scorso anno a Cagliari, dal titolo “Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti”, organizzato dal CoStat in collaborazione con Europa Direct Sardegna; il secondo l’ultimo libro dello stesso prof. De Masi, “Il lavoro nel XXI secolo”.
Dall’inquadramento delle problematiche di carattere generale su come va trasformandosi il lavoro nella società, fino alla sua tendenziale scomparsa come diritto per tutti, a causa soprattutto dell’inesorabile sviluppo delle teconologie che distruggono più lavoro di quanto ne creano nuovo, si discuterà delle diverse proposte di “reddito di cittadinanza” (e istituti che spesso impropriamente ad esso si richiamano) teso in ultima analisi e nonostante affermazioni contrarie, a soppiantare il lavoro mancante. Ma tutto ciò è un esito ineludibile? Ne dibatteremo con il prof. De Masi, intervistato da Fernando Codonesu, con interventi programamti di Andrea Pubusa, Gabriella Lanero, Tonino Dessì, Luisa Sassu, Gianna Lai e dei proff. Gianfranco Sabattini e Silvano Tagliagambe. Seguirà un dibattito aperto a tutti.
Dopo questa iniziativa di alto livello culturale, in cui si cercherà di individuare le linee di intervento sulle questioni dell’occupazione in Italia e in Sardegna, il CoStat, a metà ottobre (venerdì 19 ottobre, da confermare), metterà a confronto personalità e movimenti democratici sul tema caldo dell’immigrazione e della sicurezza, con particolare attenzione al Decreto sicurezza del Governo. Come sempre si punterà a raggiungere tre obiettivi: partecipazione ampia e qualificata in modo da avere un ampio ventaglio di opinioni; esame e critica di merito al di fuori di ogni prospettiva propagandistica e in vista di una battaglia politica volta a contrastare l’attuale testo e, possibilmente, a modificarlo nel dibattito parlamentare. L’incontro sarà dunque un momento della mobilitazione sulla questione dei migranti ed è volta ad ampliare il movimento e le iniziative.
Infine, ma non per importanza, ai primi di novembre avvieremo la nostra “campagna” per le regionali. Sarà un intervento volto a sbarrare la strada al centrodestra, il cui compattamento rende possibile la conquista da parte loro di viale Trento.
Come nelle elezioni politiche, non daremo indicazioni di voto specifiche. Per noi sono meritevoli del voto i candidati e le liste, fuori del centrodestra, che nel referendum costituzionale hanno votato e si sono apertamente battuti per il NO. Solo quelli! Con questa ispirazione forniremo alle forze democratiche argomenti, materiali e spunti programmatici per una svolta alla Regione dopo la deludente presidenza Pigliaru.
Come in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il CoStat creerà occasioni d’incontro e di confronto prima della presentazione delle liste e dopo, nella campagna elettorale vera e propria. Staremo fuori dall’agone partitico, ma non dai problemi su cui diremo la nostra liberamente e con forza. La nostra sarà insomma una speciale e combattiva campagna contro il centro-destra.
Questa attività richiede tempo, impegno, intelligenze. Facciamo appello a tutti coloro che sono stati con noi nella battaglia sul referendum costituzionale di riprendere l’impegno. La nostra isola merita questa mobilitazione, la nostra democrazia ci interroga e ci chiama all’impegno. Vi invitiamo perciò a partecipare alle iniziative e alle riunioni organizzative che si tengono, di norma, ogni mercoledì in via Roma 72 presso la sede del CSS, che generosamente di ospita. A si biri!
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L’acqua pubblica è democrazia

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L’acqua pubblica è democrazia
di ALEX ZANOTELLI

comune-info, 16 settembre 2018. Cinque governi hanno ignorato la volontà popolare di pubblicizzare l’acqua. Una delle stelle dei 5S è proprio l’acqua, ma passi concreti non ci sono. Occorre riprendere con forza la lotta per la difesa di questo bene comune. Con riferimenti (i.b.)
Questi sette anni dalla vittoria referendaria (2011) sono stati molto duri e deprimenti per chi si è impegnato per la gestione pubblica dell’acqua. Ben cinque governi si sono succeduti in questi sette anni (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) senza tener conto del risultato referendario. Eppure il popolo italiano aveva deciso a larga maggioranza che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto sull’acqua. Una chiara riprova questa che la politica non obbedisce al volere popolare, ma è prigioniera dei poteri economico-finanziari. Inutili anche tutti i tentativi fatti per far discutere in Parlamento la Legge di iniziativa popolare sull’acqua che aveva ottenuto quasi un milione di firme. Questa Legge stravolta è rimasta intrappolata nella Commissione Ambiente presieduta da Realacci (PD) e mai discussa poi in Parlamento. Ma anche i Cinque Stelle, la cui prima Stella fu la gestione pubblica dell’acqua, non sono riusciti a regalarcela in città pentastellate come Roma, Torino e Livorno. L’unica grande città italiana che ha obbedito al Referendum è ancora Napoli.

Nonostante tutto questo il movimento italiano dell’acqua ha continuato a resistere in maniera carsica sui territori. Siamo grati ai comitati locali e ai coordinamenti per la gestione pubblica dell’acqua perché nonostante tutto sono stati capaci di continuare a resistere. Ma ora mi sembra di percepire un’inversione di tendenza. L’ho percepita quando sono stato invitato a Brescia a lanciare il Referendum Provinciale per bloccare la vendita ai privati dell’acqua che, a Brescia, è al 100% pubblica. Il comitato dell’acqua, guidato da uomini impegnati come Marco Apostoli, si è opposto a questo ed ha forzato la Provincia, con l’appoggio di 54 consigli comunali, a indire un Referendum che si terrà il 18 novembre.

L’idea è stata subito ripresa dal comitato acqua di Benevento che ha lanciato un Referendum Comunale per bloccare la vendita di quote acqua ai privati. Altri comitati stanno pensando di seguire questa strada. Un’altra spinta all’impegno ci è venuta dall’incontro a Napoli del 12 giugno (settimo anniversario del Referendum!) organizzato dall’Università Federico II, su spinta del prof. A. Lucarelli. Vi ha partecipato anche il Presidente della Camera, Roberto Fico, che nel suo intervento ha promesso di modificare la normativa e i modelli di regolazione del servizio idrico integrato per ristabilire il ruolo centrale dei comuni e l’uscita dal mercato dell’acqua. Il 30 luglio poi ha convocato alla Camera le realtà di base afferenti al Forum dei movimenti italiani per la gestione pubblica dell’acqua e ha poi promesso che avrebbe introdotto in Parlamento, a settembre, una legge che rispetti il Referendum del 2011. I partecipanti hanno ricordato a Fico che il movimento dell’acqua ha sempre sostenuto che si scrive acqua , ma si legge democrazia.

Per questo non possiamo accettare le politiche razziste del governo giallo-verde, perché il concetto stesso di acqua come bene comune sottintende una società basata sui valori della solidarietà e dell’accoglienza e quindi contro il razzismo e la xenofobia. Ma per essere credibile nelle sua volontà di ripubblicizzazione dell’acqua, il movimento 5 stelle dovrà sottrarre immediatamente i poteri di controllo sull’acqua ad Arera, autorità che ha come fine la gestione dell’acqua nel mercato, per restituirli al Ministero dell’Ambiente. Inoltre dovrà intervenire subito con una modifica delle norme introdotte dai governi a trazione PD nel Testo Unico Ambiente per restituire il governo del sistema idrico alle amministrazioni locali. Questi provvedimenti possono e devono essere fatti subito dal governo, con decreti legge, senza aspettare la conclusione dell’iter di approvazione della legge sull’acqua.

Su questi punti non possiamo che valutare come deludente finora l’azione del Ministro dell’Ambiente Costa che addirittura in una recente intervista televisiva si è chiamato fuori dalla vicenda affermando che “non è importante la gestione pubblica o privata, ma la qualità del servizio”. Per questo il Forum dei Movimenti per la gestione pubblica dell’acqua deve premere con più forza per ottenere un nostro diritto fondamentale: la gestione pubblica dell’acqua. Ma il Movimento nazionale ha bisogno anche di vittorie locali trasformando le gestioni SPA di Torino, Reggio Emilia, Trento, città dove l’acqua è al 100% pubblica, in gestioni Azienda Speciale, con cui non si può fare profitto, ma solo utili da investire sul bene acqua.

Mi appello soprattutto alle comunità cristiane, alle parrocchie perché rafforzino ancora di più questo impegno sull’acqua. Papa Francesco ha dedicato il suo messaggio per la Giornata del Creato 2018 all’acqua :” Ogni privatizzazione del bene naturale dell’acqua- sostiene Papa Francesco- che vada a scapito del diritto umano di potervi accedere, è inaccettabile.” Si tratta davvero di vita o di morte per miliardi di impoveriti che già oggi hanno difficile accesso all’acqua (‘ diritto umano essenziale, fondamentale e universale’ secondo Papa Francesco) e l’avranno sempre meno per i cambiamenti climatici in atto. Diamoci da fare tutti, credenti e laici, per una gestione pubblica dell’acqua, partendo da questo nostro paese. L’Italia diventi un esempio per tutti.

Tratto dalla pagina qui raggiungibile

Riferimenti

Sulla prevaricazione del voto popolare espresso con il Referendum per l’acqua pubblica si vedano anche i seguenti articoli: “Acqua pubblica, un referendum da applicare”, un intervista al portavoce del Forum italiano dei movimenti per l’acqua; “Acqua pubblica, il referendum è stato del tutto inutile” di Sergio Marotta; l’appello al Presidente Mattarella “Acqua pubblica. Lo scandalo costituzionale”.