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Dibattito

divano-rossoCiò che la sinistra non ha fatto
LA VERA NATURA DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Il suo scopo non è di far sopravvivere una platea più o meno ristretta di persone che cercano e non trovano lavoro, ma di garantire il diritto all’esistenza di tutti, e la loro autodeterminazione, come prima responsabilità di uno Stato sociale, quando milioni di persone sono in povertà assoluta.
di Giuseppe Bronzini
(da “Volere la luna”)

Finalmente ha visto la luce il decreto legge istitutivo di un “reddito di cittadinanza” voluto dal Movimento 5Stelle come elemento “identitario” della sua partecipazione all’attuale governo.
[segue]

“REDDITO di CITTADINANZA”: una buona notizia, ma…

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Reddito di Cittadinanza: a rischio inferno burocratico.
di Roberta Carlini, su Rocca.

C’è una parola che ricorre spesso, anzi quasi sempre, quando si parla della nuova misura introdotta dal governo italiano contro la povertà: divano. Ricorre sia negli attacchi dei detrattori – che parlano del rischio di dare soldi a persone che magari poi restano sprofondate sul divano invece di andare a lavorare – che nella difesa dei sostenitori – che garantiscono controlli e punizioni contro chi resta seduto sul divano invece di accettare i lavori proposti. È una deriva del linguaggio pubblico offensiva, fortemente stigmatizzante verso i poveri (ricalcando l’antichissima idea diffusa dalle poor law ottocentesche in poi che il povero, per un motivo o per l’altro, sia colpevole della sua povertà), arretrata rispetto alla realtà di un’economia nella quale c’è allo stesso tempo poco lavoro, e molti lavori pagati pochissimo, al di sotto della soglia della povertà. E, presi da questo dibattito falso ma allo stesso tempo disvelatore della cultura politica predominante, rischiamo di non accorgerci degli effettivi pericoli presenti nella attuazione della misura più consistente, dal punto di vista numerico, della manovra economica per il 2019.

il cosiddetto reddito di cittadinanza
Cominciamo dal governo, o meglio dalla sua parte che si è attribuita la titolarità della nuova misura, nell’inedita lottizzazione non delle poltrone o degli incarichi ma, per la prima volta, dello stesso bilan- cio pubblico: con i Cinque Stelle che hanno «vinto» 7,1 miliardi per la loro misura-bandiera, laddove la Lega ne ha portati a casa 4 per le misure per anticipare le pensioni («quota 100»). Va detto che questo stile politico è di per sé censurabile, dato che si tratta della manovra di tutti e dei soldi di tutti, e che per capire i reali vantaggi e i reali sacrifici legati alle due misure bisogna considerare anche come sono finanziate, ossia con nuovo deficit e nuove tasse attuali e (soprattutto) futuri.
Ma teniamo per un attimo da parte questo discorso, per valutare in sé l’innovazione maggiore della manovra, ossia la nuova carta acquisti per i poveri. È preferibile chiamarla così, e non «reddito di cittadinanza» (o tanto meno «reddito»), visto che non è una somma di denaro da gestire come si vuole, ma una carta con cui fare la spesa in posti e tempi definiti, e – si immagina, a stare agli esempi che l’hanno preceduta – non valida per tutti gli acquisti ma solo per quelli legati a un dignitoso sostentamento; e, soprattutto, non è «di cittadinanza», poiché non è universale ma legato ad alcune condizioni, una delle quali, ossia l’essere residenti in Italia da almeno dieci anni, è fatta apposta per escludere una massa di poveri di origine straniera.

la nuova carta acquisti per i poveri
Con tutti questi limiti, la nuova misura per i poveri poteva essere una buona notizia. Fino a pochi anni fa l’Italia non aveva uno strumento generale per aiutare i poveri, mentre questi crescevano sempre di più in seguito alla crisi economica e al cambiamento del mercato del lavoro. Poi è stato introdotto il Rei, reddito di inclusione attiva (anche questo corrisposto con una carta acquisti), con finanziamenti però troppo bassi per raggiungere la platea delle persone in povertà assoluta in Italia – che sono circa 5 milioni. La nuova carta acquisti gode di finanziamenti più elevati e dunque aumenta sia il numero delle persone raggiunte che l’importo della spesa mensile disponibile. Un po’ presto per dire, alla Di Maio, che «abbiamo abolito la povertà», ma comunque un passo avanti rispetto alla ristrettezza delle casse del Rei. Però allo stesso tempo si complica e si potenzia l’apparato burocratico di controllo e verifica delle condizioni per accedere alla carta, e per mantenerne la titolarità. In particolare, è posta un’enfasi enorme sulla disponibilità a lavorare, e dunque ad accettare le offerte di lavoro che gli uffici dei centri per l’impiego faranno pervenire agli assistiti. Pare una cosa ovvia, ma potrebbe rivelarsi un inferno burocratico: prima di tutto, come molti hanno sottolineato, per i Centri per l’impiego passa una infinitesima parte delle offerte di lavoro in Italia. Le imprese che hanno bisogno di assumere non vanno nei Centri, ma battono altre strade, la prima delle quali è sempre quella della conoscenza e relazioni personali.
Questo non sarebbe un buon motivo per fermarsi, anzi potrebbe dare la spinta a introdurre per la prima volta in Italia un sistema efficiente di collocamento pubblico del lavoro. Ma per farlo servono soldi, tempo e persone qualificate: difficile che tutto ciò possa essere trovato nelle poche settimane che separano dalla deadline (scadenza non prorogabile) per l’avvio del «reddito», ossia maggio 2019 – data che non ha una motivazione economica o sociale ma puramente politica, le elezioni europee nelle quali si misureranno i nuovi pesi dei partiti di governo.

i Centri per l’impiego
Tutto ciò non deve però far cadere in una illusione, che pare affacciarsi in molti commenti: che basterebbe avere dei Centri per l’impiego funzionanti e attivi, come nei Paesi europei più avanzati, per trovare il lavoro alle persone. Anche se in Italia c’è una difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro – capita a imprese del Veneto di non trovare operai specializzati, per esempio –, la ragione principale della disoccupazione è nella scarsità di offerta di lavoro complessiva da parte delle imprese e del settore pubblico, dovuta a sua volta alle condizioni economiche e a una crisi del sistema produttivo e delle finanze pubbliche che viene da lontano, per non parlare dello squilibrio territoriale. Basterebbe portare in provincia di Caltanissetta un Centro per l’impiego di Gotenbog (i soliti svedesi sono sempre i più bravi) per trovare lavoro ai giovani nisseni? Tanto più che questo Centro sarebbe gravato anche, con la nuova legge, di un compito in più: controllare che chi è nel programma del «reddito» non faccia il furbo, verificare quali lavori è tenuto ad accettare, a quanti chilometri di distanza, se le motivazioni per cui rifiuta sono accettabili oppure no, e allora se revocare il sostegno… Un apparato amministrativo che richiederebbe una burocrazia di un’efficienza superiore alla media, non solo italiana ma anche europea.

di fatto un programma per l’occupazione
Questi problemi c’erano in parte anche con il Rei, e si pongono ogni qual volta si introduce una misura che ha delle condizioni: l’amministrazione deve verificare le condizioni stesse. Ma, data la scarsità delle risorse e la particolare inefficienza dell’amministrazione italiana, soprattutto in questo campo, sarebbe stato meglio alleggerire le condizioni, introdurre solo quelle verificabili, concentrarsi sull’obiettivo: sostenere i poveri, quelli veri, e vigilare contro il sommerso in cui potrebbero rifugiarsi molti titolari del sostegno. Invece si è voluto trasformare il nuovo «reddito» in un programma per l’occupazione. In tutta la retorica – perché tale resterà – della spinta al lavoro, dei controlli e delle punizioni, poi, il Movimento Cinque Stelle si è buttato con una verve tutta sua, esaltando quella parte della sua storia e cultura che ha una radice (giustamente) legalitaria e una deriva (fortemente) poliziesca.

opposizione in difficoltà
Ma anche l’opposizione è in difficoltà, sull’argomento. Essendo nella stessa filosofia del Rei, introdotto dai governi di centrosinistra, è un po’ strano adesso sparare addosso al «reddito di cittadinanza». È apparso contraddittorio anche il principale argomento della propaganda del Pd, spes- so ripetuto in tv e sui social: ci sono due persone, che vivono sullo stesso pianerottolo, una lavora part time come cassiera e guadagna 600 euro al mese, l’altra non lavora e ne prende 780 dallo Stato. Come se lo scandalo fosse nella seconda parte del- la frase, e non nella prima: un lavoro pagato 600 euro al mese.
Per motivi pratici la difficoltà di far funzionare i centri per l’impiego – e ideali – la necessità di affrontare il problema della disoccupazione dal lato giusto, quello del- la domanda e creazione di lavoro – sarebbe meglio distinguere tra gli obiettivi, e associare a ogni obiettivo il suo strumen- to. Assistenza per combattere la povertà, politica economica e industriale per combattere la disoccupazione, la sottoccupa- zione, i bassi salari. Nel calderone del «reddito di cittadinanza» (che tale non è) rischia di bruciare qualche buona idea e la residua credibilità della politica nell’af- frontare i drammi dell’economia. Una pro- spettiva preoccupante, soprattutto dopo gli ultimi dati che fanno prevedere una nuo- va recessione in vista per l’Italia, sia per il peggiorare delle condizioni internazionali che per l’assoluta mancanza di politiche nazionali in grado di rimettere il Paese su un cammino di crescita.
Roberta Carlini

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ROCCA 15 FEBBRAIO 2019
REDDITO DI CITTADINANZA
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ReI più che RdC

4b4f540d-43f2-4a88-96fa-4be064daf582Il reddito di cittadinanza: molti limiti e qualche opportunità
Remo Siza | 14 Gennaio 2019 su
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Due sistemi di intervento?
La recente istituzione del Reddito di cittadinanza e le maggiori risorse previste per il finanziamento di una misura nazionale di contrasto delle povertà potrebbe per certi versi superare i limiti e le difficoltà attuative che ha incontrato il ReI. Il decreto istitutivo presenta, però, ancora incertezze organizzative non secondarie che attenuano significativamente la sua capacità innovativa, criticità dei soggetti ai quali è affidato l’attuazione delle disposizioni, semplificazioni gravi nel rappresentare la condizione di povertà e le sue esigenze di welfare.
Il decreto intende superare l’impianto organizzativo del ReI che affidava principalmente alla rete territoriale dei servizi sociali la regia della presa in carico, il compito di costituire il punto di accesso alle prestazioni, la valutazione delle esigenze del nucleo familiare, la predisposizione del progetto personalizzato.
Il reddito di cittadinanza attribuisce un ruolo cruciale ai Centri per l’impiego e alla loro capacità di orientamento, di formazione, di sollecitazione dei comportamenti più appropriati. Ai Centri per l’impiego dovranno far riferimento le persone capaci di inserirsi nel mercato del lavoro lasciando alla rete dei servizi sociali locali le persone non immediatamente occupabili, con problematiche sociali e di salute più estese e severe.

Le risorse disponibili, l’ampliamento della platea dei beneficiari e la previsione di un patto personalizzato sottoscritto e condiviso dal beneficiario sono fatti positivi e possono rappresentare una opportunità importante per la costruzione di una misura nazionale di contrasto della povertà. Allo stesso tempo, ci auguriamo che il dibattito parlamentare sia un’occasione per approfondire alcuni aspetti e apportare le integrazioni e le modifiche che ci sembrano necessarie per superare le non secondarie criticità.

In primo luogo, solleva molti dubbi la decisione di creare due sistemi d’intervento (i Centri per l’impiego, la rete dei servizi sociali locali). Il provvedimento non precisa in modo adeguato i soggetti che dovranno certificare la distinzione tra le due forme di povertà – quelle occupabili, quelle che necessitano di intensivi interventi sociali – sebbene costituisca uno snodo centrale per capire se saranno assicurati interventi appropriati ad entrambi i gruppi sociali: la specializzazione dei due sistemi in molte regioni italiane richiede tempo e risorse finanziarie e professionali adeguate. La rete dei servizi sociali può diventare il luogo in cui si riversano, o si rimpallano, le persone maggiormente problematiche o un’area accogliente di assistenzialismo per le persone non disponibili a occupare posti di lavoro molto distanti dalla propria residenza. Se la valutazione non è condotta con la dovuta perizia e professionalità, sulla base di criteri ben definiti, i rischi di discrezionalità, discriminazione e esclusione sono molto elevati.

Più in generale, queste disposizioni rischiano di introdurre una nuova dualizzazione nel sistema degli interventi. In Italia, storicamente la dualizzazione ha riguardato principalmente la protezione dalla perdita del lavoro e ha prodotto una differenziazione delle protezioni di sicurezza sociale assicurata agli insiders – i dipendenti pubblici, i lavoratori delle grandi imprese ed alcuni settori dell’industria – e agli outsiders – gli occupati in piccole imprese, nel settore edile, nel commercio, una parte considerevole dei lavoratori autonomi – che ricevono misure di sostegno molto basse in caso di disoccupazione.
Il rischio è che il provvedimento piuttosto che superare le inique dualizzazioni esistenti ne riproponga di nuove in un altro ambito di welfare costituendo due sistemi di contrasto delle povertà, orientati da principi molto differenti e livelli di cura e promozione sociale non comparabili. Il primo sistema che gestirà la parte più rilevante dei richiedenti il reddito di cittadinanza, è prevalentemente costituito dalla rete dei servizi sociali locali. In molte aree territoriali prive di personale e adeguati finanziamenti questa rete rischia di configurarsi in termini assistenzialistici penalizzando per molti aspetti le povertà più severe: l’erogazione di sussidi economici accompagnati da progetti di inserimento molto deboli rischiano di diventare la pratica più diffusa.

La ricerca Istat sulla spesa sociale ci dice che i Comuni dispongono per tutti i servizi sociali appena di 7 miliardi: nel 2016 solo il 7,6 per cento di questa spesa è destinata al contrasto della povertà. Cambiare le priorità e gli obiettivi per indirizzarli in maggior misura verso l’inclusione sociale delle persone in condizione di povertà significa, sostanzialmente, sacrificare gli impegni di spesa a favore di altri gruppi sociali (Ranci Ortigosa 2018). Considerate le risorse disponibili, il rischio è che per le persone in condizione di povertà più severa non si costruiscano percorsi di inclusione sociale efficaci.
Accanto a queste aree di povertà persistente si sviluppano povertà ancora più intense, proprie di chi è senza dimora. Le Linee di indirizzo per il contrasto della grave emarginazione adulta in Italia (Ministero del lavoro e delle politiche sociali 2015), rilevano che i servizi fanno fatica a progettare interventi capaci di farsi carico delle persone senza dimora e troppo spesso l’approccio che governa l’azione diventa di natura emergenziale. Il decreto non destina al finanziamento di interventi per queste persone in condizione estrema di povertà nuove risorse e non rimanda a successivi provvedimenti la definizione di interventi adeguati.

Fra assistenzialismo e tendenze punitive
Il provvedimento ondeggia tra l’assistenzialismo di alcune disposizioni e la rigidità di altre, in particolare, il sistema di sanzioni e revoche, la possibilità di segnalare attraverso piattaforme dedicate anomalie nei consumi e nei comportamenti, le regole stringenti sull’uso del contante. L’impostazione generale che orienta il provvedimento nel suo complesso indirizza l’attività dei Centri per l’impiego, prevalentemente, verso un welfare condizionale che lega i diritti delle persone ad un comportamento responsabile: l’accesso a molti servizi pubblici dipende dal comportamento individuale, dal senso di responsabilità del beneficiario, da comportamenti non moralmente riprovevoli. La responsabilizzazione non è più un obiettivo della relazione di cura, ma diventa un requisito di accesso alla misura.
Quale sia il destino delle persone che non sono in grado di lavorare a causa di comportamenti irregolari e alle quali è stato revocato il sostegno economico andrebbe in qualche modo definito. Naturalmente tutte queste norme si espongono ad un’attuazione molto rigida e punitiva oppure molto discrezionale, lasciando ai beneficiari ampi spazi per evitare sanzioni e revoche.

L’applicazione del principio di condizionalità a quasi tutti gli ambiti delle politiche sociali è un elemento centrale nel cambiamento del welfare in molti nazioni europee. In molti ambiti d’intervento, per cambiare il comportamento dei beneficiari è ritenuto sufficiente introdurre severe sanzioni e penalità nell’erogazione dei benefici e nelle relazioni di cura. L’adozione del principio di condizionalità è diventata una prassi scontata, come se ci fossero delle consistenti e indiscutibili evidenze scientifiche che la supportano. In realtà, molte ricerche hanno evidenziato il contrario. Una ricerca della Joseph Rowntree Foundation ha rilevato il divario crescente tra la retorica politica e le evidenze sugli effetti positivi delle sanzioni (Griggs e Evans, 2010). Altre ricerche (Watts et al. 2018; 2014) hanno mostrato che le evidenze scientifiche sugli effetti positivi delle sanzioni sono contraddittori e molto limitati in termini metodologici; soprattutto non giustificano la grande espansione delle sanzioni dal 2007 a questi ultimi anni. Il sistema di sanzioni rischia di promuovere piuttosto che la crescita delle persone, distacchi e allontanamenti dalle relazioni di aiuto delle persone che presentano maggiori difficoltà e che persistono nell’assumere comportamenti riprovevoli, o non superano condizioni di dipendenza.

Le disposizioni del decreto istitutivo del reddito di cittadinanza riprendono con naturalità questi orientamenti introducendo, almeno in termini formali, una condizionalità significativa, prevedendo sanzioni molto severe, sospensioni e decadenze dai benefici previsti per chi non rispetta accordi e prescrizioni. A dire il vero, il reddito di cittadinanza per definizione non dovrebbe prevedere alcuna discrezionalità: il “citizen’s basic income” oppure “basic income” è definito dal Basic Income Earth Network come un reddito monetario, erogato a intervalli regolari (per esempio, mensili), su base individuale senza alcuna verifica di requisiti e incondizionale in quanto non è richiesta la disponibilità a lavorare o altro impegno. In tutte le nazioni che lo hanno sperimentato, seppure in ambiti locali (Finlandia, Olanda, Germania) si chiama così solo questa specifica forma di sostegno economico ben distinta dalle ben più diffuse esperienze di reddito minimo basate su vincolanti requisiti di accesso. Il fatto che anche in questa occasione l’Italia si presenti un po’ confusa nelle definizioni normative non sembra una preoccupazione condivisa.

Il sostegno economico e il progetto personalizzato
Il decreto e il dibattito che ha accompagnato la sua definizione hanno enfatizzato la centralità e l’efficacia del sostegno economico nel contrasto delle povertà, creando aspettative che probabilmente sarà difficile soddisfare con continuità negli anni. Gli operatori sociali sanno da tempo che per alcune condizioni di povertà l’erogazione di un beneficio economico non è un intervento appropriato: un disturbo mentale, una dipendenza grave da sostanze da abuso, l’impossibilità a produrre un reddito di una madre sola con figli minori possono essere affrontate efficacemente con altre misure di welfare che assegnano all’intervento di sostegno al reddito un ruolo meno centrale e riconoscono, invece, come snodo centrale la composizione di una pluralità di interventi in un progetto personalizzato.
L’appropriatezza di una misura di sostegno economico non è riferibile soltanto all’entità dell’ISEE o del patrimonio mobiliare e immobiliare. Essa si misura in relazione alla condizione complessa di deprivazione del nucleo familiare e alla sua corrispondenza rispetto alle complesse esigenze economiche, di salute, di relazione che esprime.

Dai benefici individuali agli interventi collettivi
Il Reddito di cittadinanza e il REI che lo ha preceduto, sono misure importanti per il contrasto delle povertà, attese da molti anni, ma sono misure non sempre efficaci. Se ci proponiamo di contrastare finalmente la povertà con misure nazionali di largo respiro e destiniamo a questo fine entità di risorse notevoli, è necessario essere consapevoli che ci sono forme e condizioni di povertà per le quali il beneficio economico e il progetto individuale non sono sufficienti. Gli operatori sociali che lavorano nelle infinite periferie delle nostre città sanno bene che le povertà più severe e con minor probabilità di superamento di questa condizione sono quelle strette tra processi di esclusione sociale e processi di integrazione sociale in quartieri degradati. Spesso queste relazioni di quartiere creano una pressione “verso il basso”, rinforzano valori e stili di vita che rendono difficile un migliore inserimento sociale: le azioni che possono aiutare le persone ad uscire dalla povertà, come l’istruzione e o il lavoro, si trovano quasi sempre al di fuori della comunità più ristretta (Siza 2018).
Gli interventi individuali di sostegno al reddito e i progetti individuali di inclusione possono costituire un supporto, ma accanto ad essi è necessario che gli operatori sociali propongano e sollecitino interventi collettivi che concentrano nelle aree più povere una pluralità di azioni, che coordinano politiche sociali e politiche del lavoro, interventi urbanistici, di tutela della salute, opportunità di istruzione, misure organiche a favore dell’infanzia.
Bibliografia in Appendice.
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Per correlazione riprendiamo un intervento di Gianni Loy, apparso di recente nella rivista dei padri Cappuccini “Voce Serafica della Sardegna”

La povertà, Carestia di libertà
di Gianni Loy

Tra la fine degli anni 50 e gli anni 60, già esisteva la povertà, anche nella città di Cagliari. Erano elemosinanti fuori dalle chiese, o all’ingresso del mercato, o tra i tavoli del porticato di via Roma. Erano anche nelle grotte abitate del Buoncamino, o di Tuvixeddu, o nelle baraccopoli di case precarie che compensavano le macerie, ancora evidenti, dei bombardamenti del ’43. A quei tempi esisteva anche la carità cristiana: gli ospedali si reggevano grazie al lavoro gratuito delle suore ed ordini religiosi supplivano ai ritardi della scuola pubblica.

La povertà, la storia lo insegna, imponeva l’adozione di misure di aiuto, che potevano essere ispirate alla carità dei più generosi, laici o cristiani, oppure, cosa più recente e più opportuna, a politiche pubbliche di assistenza per i bisognosi. Nessuno, in ogni caso, negava l’opportunità, e per taluni il dovere morale, di aiutare i più poveri.

All’epoca esistevano anche i benpensanti. Cioè quelle persone, mosse da spirito caritatevole o ispirate da nobili principi di solidarietà, favorevoli, o almeno non contrarie, all’elemosina e all’assistenza pubblica. I ben pensanti, tuttavia, erano di larghe vedute, acuti nell’osservare i dettagli. Non sfuggiva loro che dai tetti delle povere case degli indigenti incominciavano a spuntare antenne televisive, cioè i poveri possedevano la televisione!
Non sfuggiva loro neppure il fatto che taluno dei mendicanti che ricevevano l’elemosina, piuttosto che entrare in un forno (così si chiamavano le odierne panetterie) si imbucavano in una bettola (così si chiamavano allora i drink bar) e spesso si ubbriacavano.
Tutto ciò offendeva la loro morale.

All’epoca, esisteva anche la mia educazione cristiana, germogliata nei quartieri popolari della città, consapevole di altre educazioni cristiane, per lo più riservate alla borghesia. Perché all’epoca (solo all’epoca?), come cantavano i Gufi, un gruppo milanese di cabaret: “c’è il Dio delle vecchiette e quello dell’élite … e tu ti preghi il tuo che io mi prego il mio”.

La mia educazione cristiana, a seguito di un impegnativo percorso, mi ha insegnato che la carità dev‘essere gratuita, mi ha insegnato che non ho il diritto di decidere come il destinatario della mia elemosina utilizzi l’obolo ricevuto, che non devo scandalizzarmi neppure se lo utilizza per ubbriacarsi… Una sorta di ipocrisia morale che, confondendo la povertà con la fame in senso materiale, avalla l’idea che solo i ricchi ed i benestanti possano permettersi divertimenti e vizi! Che repulsione il ricordo di quando, nello stesso collegio, i bambini e le bambine venivano etichettate, già nel vestire, per distinguere chi pagava la retta da chi non la pagava!

Che orrore abbiamo vissuto! O che viviamo?

Oggi, un’altra volta, quando si parla di reddito di cittadinanza, ecco i benpensanti di sempre, preoccuparsi di come “i poveri” dovranno spendere quelle somme. Che sia soltanto per i beni di prima necessità, che non lo utilizzino per compare un gratta e vinci o altri beni superflui. E siccome non è facile controllare come i destinatari di quegli aiuti sociali utilizzeranno quel “reddito”, ecco comparire le tessere, ghigliottine informatiche che impediranno ai “poveri” di dilapidare nei vizi o nel superfluo il generoso dono ricevuto da una società che, non essendo in grado di offrire un lavoro, avverte l’esigenza di mantenere in vita famiglie che scivolano verso la povertà. Pare che uno dei duunviri della Repubblica abbia già ordinato la stampa di 6 milioni, sì, seimilioni, di quelle tagliole informatiche, ancor prima di essere certi che il reddito di cittadinanza vedrà davvero la luce!

Ahinoi! Com’è accattivante il ragionamento perbenista che vorrebbe impedire un utilizzo “improprio” del sussidio! Com’è seducente la sirena benpensante che vorrebbe che i poveri non possano utilizzare il denaro ricevuto per alzare il gomito!

Ed invece?
Intanto chiariamo che la strada dell’assistenza è un ripiego, come non smette di ricordare a gran voce Papa Francesco. L’obiettivo principale dovrebbe essere la ricerca del lavoro, e non l’assistenza, perché solo il lavoro può garantire all’individuo quella dignità, valore laico e cristiano, che sta alla base di ogni convivenza.

In secondo luogo, come non comprendere che la povertà, prima ancora che bisogno economico, è emarginazione, esclusione, differenza. Perché mai i figli dei più poveri dovrebbero essere esclusi dal poter disporre di alcuni almeno di quegli status simbol indispensabili per poter appartenere al gruppo? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nell’attuale società, del pane si potrebbe persino fare a meno, ma degli strumenti di socializzazione no. Non è per caso che in alcune famiglie i genitori si tolgano, letteralmente, il pane dalla bocca perché i propri figli possano esibire quei simboli, spesso fatui, ma che permettano loro di integrarsi con i loro coetanei.

Ce lo ha ricordato, con tono accorato, Luigino Bruni su Avvenire. Ispirandosi ad Amartya Sen, ci ha ricordato che povertà “è una carestia di libertà effettiva”, cioè la mancanza delle capacità di fare e di essere, tra cui “il poter uscire in pubblico senza vergognarsi (di sé e dei giocattoli dei propri bambini)”.
Ed ha concluso che se quei 780 euri, o quello che sarà, “non diventeranno anche una maggiore libertà di comprare libri, giornali, di fare festa, un viaggio, di comprare un giocattolo, un braccialetto più carino per la fidanzata, una cena esagerata con gli amici più cari per dire che finalmente stiamo cambiando vita, e che abbiamo cominciato a sperare… quei redditi non ridurranno nessuna povertà o ne ridurranno gli aspetti meno importanti”.

Che differenza c’è tra una tessera da esibire ad ogni acquisto, per dimostrare che appartieni alla categoria degli assistiti, ai quali sono precluse tutte le spese che sappiano di svago o, peggio ancora, di possibile vizio, ed un marchio impresso in una parte del corpo che ammonisca la collettività della appartenenza razziale, religiosa, o sociale della persona? Dove sta la differenza tra passato e presente?

Mentre avverto imbarazzo e preoccupazione per queste derive, mi tornano alla mente le riflessioni di quando, da adolescente, ho maturato una diversa accezione della carità, che non è l’elemosina, ma quella virtù teologale che ci insegna ad amare il prossimo come noi stessi. Per questo, ancor oggi, ringrazio chi, tra le macerie della mia città, mi ha aiutato a crescere con tale convinzione.

« La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (1 Cor 13,4-7).
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Parliamo di “reddito di cittadinanza”, di quello vero: utopia da inseguire, per ora appannaggio dei “campioni dell’impossibile”?

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pensatoreReddito di base universale e incondizionato: un’idea radicale per affrontare l’insicurezza economica e l’esclusione sociale del nostro tempo

di Gianfranco Sabattini

Dopo la pubblicazione, nel 2013, di “Il reddito minimo universale” e, nel 2017, di “Il reddito di base”, entrambi dedicati dagli autori, Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght alla spiegazione del significato e della funzione del reddito di cittadinanza (assegnato a ogni individuo senza vincoli di “contropartite lavorative” e senza “prova dei mezzi”), era plausibile attendersi che la classe politica si fosse presa la briga di leggerli; ciò avrebbe consentito di evitare la confusione, ormai radicata anche nell’opinione pubblica, che solitamente viene fatta per la mancata distinzione tra la forma di reddito della quale parlano gli autori e tutte le misure monetarie di natura welfarista adottabili e adottate (come, ad esempio quella introdotta dall’attuale governo italiano) per contrastare il fenomeno della povertà.
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La confusione non potrà essere d’aiuto per riflettere sui contenuti più appropriati della politica economica, presumibilmente chiamata nel prossimo futuro ad affrontare i fenomeni dell’insicurezza economica e dell’esclusione sociale che affliggono attualmente il sistema socio-politico dell’Italia, congiuntamente a quello di molti altri Paesi industrializzati di mercato, per tutte le ragioni puntualmente illustrate nei libri sopra richiamati.
Viviamo in un mondo radicalmente nuovo rispetto a quello nato e consolidatosi nei primi trent’anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale; si tratta – affermano Van Parijs e Vanderborght, – di un mondo “riplasmato da numerose forze: la dirompente rivoluzione tecnologica determinata dal computer e da Internet; la globalizzazione dei mercati, delle migrazioni e della comunicazioni; la crescita impetuosa della domanda mondiale di beni a dispetto dei limiti imposti dall’esaurimento delle risorse naturali e dalla saturazione dell’atmosfera; la crisi delle tradizionali istituzioni protettive, dalla famiglia ai sindacati, ai monopoli di Stato, ai sistemi di welfare; infine le interazioni esplosive di queste varie tendenze”.
Per poter valutare razionalmente come contrastare le minacce delle quali sono portatrici queste tendenze, occorre, a parere di Van Parijs e Vanderborght, definire un quadro istituzionale di riferimento alternativo a quello esistente; a tal fine, gli autori, affermati docenti di economia e di scienza politica e divulgatori dell’idea di “reddito di base” (o reddito di cittadinanza), avanzano la proposta di un “nuovo quadro istituzionale” fondato sulla libertà, “intesa come libertà sostanziale di tutti e non solo dei ricchi”.
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Per realizzare il nuovo quadro istituzionale occorre agire su diversi fronti, dal miglioramento dell’uso delle risorse, alla ridefinizione dei diritti di proprietà, dal miglioramento del sistema dell’istruzione (attraverso la sua trasformazione in sistema di apprendimento permanente), alla ristrutturazione del modo in cui all’interno delle moderne società industriali ad economia di mercato si persegue l’obiettivo della sicurezza economica e dell’inclusione sociale. Lo strumento sul quale edificare il nuovo quadro istituzionale alternativo a quello attuale (non più in grado di garantire, sia la sicurezza economica, che l’inclusione sociale) consiste, secondo Van Parijs e Vanderborght, nell’introdurre nell’insieme delle regole di funzionamento delle moderne società industriali ciò che oggi “è comunemente chiamato reddito di base: un reddito regolare pagato in denaro ad ogni singolo membro di una società, indipendentemente da altre entrate e senza vincoli”.
Qual è l’incombenza, si chiedono Van Parijs e Vanderborght, che, pesando oggi sullo stabile funzionamento delle società economicamente avanzate, a rendere necessaria una riforma del loro quadro istituzionale, fondata sull’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato? Tutti coloro che sinora si sono pronunciati in favore di tale forma di reddito chiamano in causa alcuni aspetti della dinamica propria delle moderne società industriali, quali, in primo luogo, l’ondata di automazione (di cui è prevista un’accelerazione nei prossimi anni) che sta investendo i processi produttivi, causando una crescente polarizzazione del prodotto sociale; in secondo luogo, l’approfondimento e l’allargamento della globalizzazione che, oltre ad aggravare le disuguaglianze distributive, causerà l’aumento del numero delle persone che perderanno irreversibilmente la stabilità occupazionale.
Le innovazioni dei processi produttivi (che consentono “risparmio di lavoro”, indotto dal progresso scientifico e tecnologico e dalla natura altamente competitiva del mercato globale), potrebbero non rappresentare una “calamità sociale” insormontabile, se la maggior produttività da esse determinata potesse tradursi in una maggiore crescita; ma la fiducia su una crescita senza limiti presenta diverse controindicazioni: in primo luogo, esse sono dovute ai limiti ecologici, oggi amplificati dall’impatto sull’atmosfera; in secondo luogo, al fatto che i moderni sistemi industriali, come sottolineano molti economisti, sono esposti agli esiti di una loro tendenza a una “stagnazione secolare”; in terzo luogo, alla consapevolezza che la crescita, anche per chi la ritiene auspicabile che possibile, non costituisca una soluzione alla disoccupazione strutturale e alla precarietà.
Le controindicazioni circa la possibilità che un’ulteriore crescita basti a risolvere i problemi della disoccupazione e della precarietà, nel contesto di un’automazione crescente e di un allargamento della globalizzazione, sono forse discutibili; esse, tuttavia, sono sufficienti a “spiegare e a giustificare” le richieste di una più efficace risposta alle sfide poste dall’aggravarsi dei fenomeni della disoccupazione strutturale e delle disuguaglianze distributive: secondo Van Parijs e Vanderborght, se non si troverà “un modo per assicurare un reddito di base da corrispondere alle persone che non hanno lavoro (o non hanno un lavoro decente), le moderne società industriali ad economia di mercato andranno incontro ad un futuro perennemente caratterizzato da instabilità economica e conflittualità sociale”.
La previsione che la creazione di nuovi posti di lavoro “dignitosi” sarà sempre più difficile suggerisce perciò la necessità che gli establishment dominanti si convincano che occorre assicurare le risorse necessarie alla sopravvivenza della crescente massa di disoccupati e di poveri. Van Parijs e Vanderborght indicano due alternative per rispondere a questa necessità. Un primo modo di procedere (che gli autori considerano sconveniente) potrebbe consistere nell’allargamento dell’esistente sistema di assistenza pubblica; si tratterebbe di un modo utile solo per contrastare la “povertà estrema”, ma, a causa della sua “condizionalità”, varrebbe a trasformare i beneficiari in una classe di cittadini destinati a dipendere “permanentemente dall’assistenza sociale”. L’altra possibile soluzione, fondata sul principio che la libertà sostanziale debba essere garantita a tutti, consiste nell’introdurre un reddito di base di tipo incondizionato, inteso “nell’accezione più piena del termine”.
Il reddito di base differisce da ogni altra forma di sussidio corrisposto a chi versa in stato di necessità, perché esso, oltre ad essere universale (dimensione di cui sono prive tutte le “misure” welfariste destinate ad alleviare le condizioni esistenziali di chi è privo di ogni fonte di sostentamento), è anche incondizionato, in quanto, a differenza di tutte le forme di assistenza welfarista, esso è esente da ogni accertamento della condizione economica del beneficiario. Infatti, ogni forma di assistenza condizionata presenta lo svantaggio che il sussidio sia corrisposto ai beneficiari solo “ex post” (cioè sulla base di una preliminare determinazione delle risorse materiali delle quali possono disporre gli stessi beneficiari); il reddito di base incondizionato, al contrario, è corrisposto “ex ante”, senza alcun accertamento della condizione economica degli aventi diritto.
Le conseguenze dell’incondizionalità risultano tali da rendere il reddito di base profondamente diverso da ogni forma di assistenza condizionata; dal punto di vista del disoccupato strutturale o del povero, l’elemento che più di ogni altro vale a differenziare questo tipo di reddito dai sussidi condizionati è la possibilità assicurata ai beneficiari di sottrarsi al ricatto intrinseco alla condizioni alle quali è tradizionalmente subordinata la fruizione di un sussidio condizionato; ne è un esempio il “potere di ricatto” che può essere esercitato da ogni datore di lavoro ai danni dei lavoratori, quando questi ultimi siano “obbligati a svolgere un lavoro” infimo e mal pagato, per conservarsi nella condizione di poter fruire del beneficio assistenziale.
In conseguenza di quanto sin qui osservato sulle specificità del reddito di base, si può dire che, mentre la sua universalità consente di evitare la “trappola” delle disoccupazione e della povertà, il fatto di non essere condizionato serve a contrastare la “trappola” del lavoro obbligato, spesso sottopagato o degradante. Considerati i vantaggi connessi alle specificità del reddito di base universale e incondizionato, è difficile – affermano Van Parijs e Vanderborght – negare che esso costituisca nelle moderne società industrializzate ad economia di mercato, non solo un “potente strumento di libertà”, ma anche, più che una spesa, una forma d’investimento, utile a garantire una maggior flessibilità nel governo dei moderni problemi economici e sociali delle società economicamente avanzate e integrate nell’economia mondiale.
I principali interrogativi che incombono sulla possibilità di istituzionalizzare il reddito di base universale e incondizionato (come antidoto alla crescente disoccupazione strutturale e alla diffusione della povertà nelle società industriali avanzate e ad economia di mercato) riguardano la sua sostenibilità e il sui finanziamento. Per quanto riguarda la sostenibilità, molto diffusa è la preoccupazione che l’offerta di lavoro venga negativamente influenzata dall’assenza di obblighi da parte dei beneficiari del reddito di base. Van Parijs e Vanderborght ritengono fuorviante “ridurre le conseguenze economiche del reddito di base al suo impatto immediato sull’offerta del mercato del lavoro”. Fornendo sicurezza e autonomia economica, è plausibile prevedere che il reddito di base possa incoraggiare l’imprenditorialità, promuovendo l’allargamento di forme di lavoro autodiretto; in secondo luogo, esso può motivare molti lavoratori a scegliere di optare per un lavoro a tempo parziale; in terzo luogo, liberando chi è privo di reddito dalla “trappola della disoccupazione”, il reddito di base universale e incondizionato può produrre effetti positivi sul capitale umano, motivando i fruitori ad aumentare il loro “interesse a investire nell’istruzione e nella formazione continua”.
philippe_van_parijs_croppedyannick-vanderborghtSecondo Van Parijs e Vanderborght, tutte queste ragioni concorrono a rendere stretta la connessione che esiste tra una maggior sicurezza garantita dal reddito di base e una maggior flessibilità del mercato del lavoro; si tratta di una connessione che tende ad assicurare ai senza reddito la libertà di non lavorare, piuttosto che l’obbligo di lavorare. Tra l’altro, la stretta connessione che esiste tra la libertà dal bisogno e la maggior flessibilità del mercato del lavoro rende possibile anche una più funzionale riorganizzazione del tradizionale sistema di welfare State; essa consente infatti la sua trasformazione da “sistema protettivo caritatevole e punitivo” in “sistema di welfare State attivo ed emacipatorio”, orientato “a rimuovere gli ostacoli allo svolgimento di un’attività lavorativa gratificante, quali sono le trappole della disoccupazione e dell’emarginazione”, e a “facilitare l’accesso delle persone all’istruzione e alla formazione”, strumentali all’intrapresa di una pluralità di attività produttive.
In questo modo, nelle moderne società industriali, il welfare State cesserebbe d’essere strumento “punitivo del lavoro” (come avviene con il sistema esistente, che rimuove il beneficio corrisposto al lavoratore disoccupato o al povero indigente che dovessero rifiutare di sottostare ai “vincoli” previsti per il loro reinserimento e/o inserimento lavorativo), per diventare, al contrario, strumento di promozione di forme gratificanti e socialmente utili di lavoro.
Per quanto riguarda l’altro interrogativo (quello relativo al finanziamento), incombente sulla possibilità di istituzionalizzare il reddito di base universale e incondizionato come antidoto alla crescente disoccupazione strutturale e alla diffusione della povertà, la preoccupazione principale che esso solleva è riconducibile all’ipotesi che le società industriali moderne, già gravate di un oneroso sistema fiscale, possano non tollerare un suo ulteriore inasprimento per finanziare il reddito di base, a meno che l’inasprimento non sia associato ad una riduzione dell’asimmetria nel trattamento fiscale dei redditi da capitale e dei redditi da lavoro, “caricando” prevalentemente sul capitale l’onere del finanziamento del reddito di base.
Un più equo trattamento fiscale delle due classi di reddito, però, si scontrerebbe con l’opposizione delle forze economiche e politiche prevalenti, per via del fatto che l’asimmetria nel trattamento fiscale a vantaggio del capitale è tradizionalmente “giustificata dalla necessità – affermano Van Parijs e Vanderborght – di incoraggiare investimenti ad alto rischio e lo spirito imprenditoriale” e di non promuovere la mobilità internazionale del capitale che, di fronte alla minaccia di perdere in parte i privilegi fiscali potrebbe “fuggire all’estero”.
Per finanziare il reddito di base esistono però – sottolineano Van Parijs e Vanderborght – delle alternative che non prevedono il ricorso alla tassazione. Tra queste, la principale consiste nella creazione di un “Fondo Sovrano Permanente”, una sorta di “salvadanaio collettivo”, nel quale fare affluire le entrate derivanti da tutte le forme di collocamento (a titolo di affitto o di cessione) delle risorse mobiliari e immobiliari di proprietà pubblica. In questo modo, il finanziamento del reddito di base avverrebbe secondo le modalità previste da James Meade nel suo “modello agathopista”; in altri termini, il reddito di base potrebbe essere finanziato senza bisogno di alcuna tassazione, mediante la distribuzione annuale a tutti i cittadini, su basi paritarie, della dotazione del “Fondo”, sotto forma di reddito di base universale e incondizionato, inteso come dividendo del rendimento economico di un capitale pubblico.
Un disegno di riforma del quadro istituzionale di riferimento, quale quello fondato sull’introduzione di un reddito di base (o di cittadinanza, come anche viene chiamato), per risolvere i problemi delle società industriali avanzate, richiede ovviamente che il loro sistema economico sia efficiente e gestito da forze economiche e politiche interessate al suo stabile funzionamento.
Ipotizzare che questo disegno sia proponibile e attuabile all’interno di un Paese qual è l’Italia di oggi può apparire temerario, considerato lo stato in cui essa versa. Una cosa però è certa: se tutte le forze sociali impegnate (sul piano culturale, politico ed economico) a risolvere i problemi che maggiormente affliggono il Paese (rilancio della crescita e contrasto della disoccupazione strutturale e della diffusione della povertà) abbandoneranno molti dei pregiudizi ideologici che hanno sinora condizionato la ricerca di adeguate soluzioni, dovranno (quelle forze) necessariamente tener conto del fatto che l’istituzionalizzazione del reddito di base universale e incondizionato è uno dei presupposti per fare dell’Italia del futuro, parafrasando un’efficace espressione di Meade, “un luogo in cui è ancora conveniente e gratificante vivere”.
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- Gianfranco Sabattini su AladiNews.
- Campioni dell’impossibile: http://www.aladinpensiero.it/?p=89277

Fermatevi!

STRAGE NEL MEDITERRANEO,170 MORTI IN DUE NAUFRAGI. SOLTANTO UNA CINQUANTINA DI NAUFRAGHI SALVATI DALL’UNICA NAVE ONG PRESENTE NELL’AREA. VERGOGNOSE DICHIARAZIONI DI CONTE E SALVINI. FERMATEVI VIGLIACCHI ASSASSINI E RIAPRITE I PORTI ALLE ASSOCIAZIONI UMANITARIE CHE SALVANO VITE IN MARE.
Oltre 170 morti in due naufragi soltanto nella giornata odierna. La Guardia costiera libica completamente assente, la Marina italiana non va oltre l’individuazione e la segnalazione di un barcone alla deriva e il salvataggio di soli tre naugraghi con l’impiego di un elicottero. Soltanto le presenza di una nave ONG riesce a ridurre il numero complessivo degli annegati salvando circa cinquanta naufraghi. Come al solito si registra la presenza tra i deceduti anche di donne e bambini. L’Europa, sostanzialmente incapace di imporre una inversione di rotta nel favorire i salvataggi a mare si limita a guardare mentre si annunciano nuove partenze di migranti e nuove “Odissee” in mare intorno alle quali si svilupperanno le azioni propagandistiche elettorali di Salvini e del fronte anti ONG. Il presidente Conte che si dichiara addolorato e preannuncia di voler intraprendere l’attività di avvocato penalista per denunciare alla corte internazionale dei diritti dell’uomo i trafficanti di esseri umani dovrebbe spiegare perché dopo aver annunciato in sedi internazionali l’adesione dell’Italia alla proposta comunitaria di istituire il Global Contact per regolamentare il fenomeno migratorio ha poi deciso di rinunciarvi soltanto perché cosi aveva stabilito Salvini.
(vt su Lettori)
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Cosa è il Global migration compact che Salvini non vuole firmare
Punto per punto, l’accordo firmato a Marrakech da oltre 150 Paesi per garantire una migrazione sicura, ordinata e regolare.

Sea Watch

faciamoli-scendere-pa-5-gen-19CORRIERE.IT
Svolta Sea Watch, Malta dice sì allo sbarco: «Migranti in 8 Paesi tra cui l’Italia»
Il premier Muscat ha annunciato il via libera all’accordo europeo sui migranti delle navi delle ong Sea Watch e Sea Eye – Gelo di Salvini sulle aperture di Conte.
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Naturalmente siamo contenti ma con molto amaro in bocca. Manca un accordo permanente tra i paesi dell’Unione per ripartire equamente i profughi in arrivo. Manca un regolare canale di accesso per chi intende immigrare nel nostro continente, si stanno riducendo sempre più gli spazi per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti (es. riduzione delle esperienze Sprar) nonostante gran parte dei membri delle nostre comunità manifesti una naturale propensione ad accogliere ed aiutare chi ha bisogno, nonostante la propaganda allarmistica e razzista della Lega. Benvenuti quindi ma molto resta ancora da fare. (V.T. su pag. fb Lettori)
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- Ulteriori informazioni.

L’incredibile mondo delle fake news. Uno degli strumenti più potenti della propaganda politica

sedia di VannitolaLa sedia
di Vanni Tola

88fa5d49-493b-4183-9659-d160a3c1abc1Quello delle notizie false è un problema che esiste da sempre e che nessuno può ignorare, come dimostra il ricorso sempre più frequente alle bufale nel confronto politico e in tanti altri ambiti. Una dichiarazione rilasciata da un personaggio autorevole nel momento opportuno, può provocare danni incalcolabili, il crollo di un titolo in borsa, la minaccia di una crisi di governo, l’avvio di indagini della magistratura, la crisi o la rovina di una carriera professionale o artistica alla quale nessuna successiva rettifica potrà mai porre rimedio. Il meccanismo che genera la diffusione di notizie false, se vogliamo, è abbastanza semplice pur nella sua pericolosa potenziale gravità. In fondo richiama il percorso mentale dalla famosa “calunnia che è un venticello”, di Rossiniana memoria. Come nasce una fake news. Una volta individuato l’obiettivo, una proposta da diffondere, un avversario da colpire, si tratta “semplicemente” di costruire un racconto che sia innanzi tutto verosimile. Vediamo alcuni esempi. Diffondere la notizia che il Presidente Mattarella ha incontrato Berlusconi per esprimere il desiderio di conoscere Ruby Rubacuori sarebbe praticamente inutile. Tutti capirebbero che si tratta di una bufala. Affermare invece che ci sarebbe stato un incontro tra Berlusconi e Mattarella durante il quale il Presidente avrebbe manifestato all’ex cavaliere la sua intenzione di affidare il mandato di costituire un nuovo governo alla destra, nel caso di una crisi del Governo in carica, è più verosimile. È un messaggio che arriva alla gente e al quale molti, con superficialità, potrebbero dare immediatamente credito. Soltanto con una maggiore riflessione una parte dei destinatari della fake news potrebbero cominciare a maturare alcune perplessità. È in atto una crisi di governo? No. Sono in corso trattative del Presidente con i principali esponenti delle forze politiche per individuare un nuovo presidente incaricato e una nuova maggioranza? No. Il Presidente Mattarella, l’impersonificazione della prudenza e della riservatezza istituzionale, può essersi lasciato andare a considerazioni di questo tipo con un suo occasionale interlocutore? Certamente no. Allora per quale motivo Berlusconi e il suo staff diffondono una notizia del genere? Molto più probabilmente la sostanza del comunicato esprime soltanto una speranza, un desiderio neppure tanto segreto, un suggerimento di Silvio Berlusconi al Presidente (naturalmente non richiesto) con l’obiettivo di buttare giù il governo Salvini-Di Maio per dare vita a un governo di destra. Certamente il Presidente potrà smentire la notizia dell’incontro e le affermazioni che gli vengono attribuite ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo non farà altro che rafforzare la fake news stessa perché tanti penseranno che, smentita o no, qualche cosa quei due, in merito al governo in carica, devono pure essersela detta e quindi Berlusconi potrebbe anche aver dichiarato il vero. Intanto il messaggio, quello vero, è arrivato ai destinatari. Berlusconi rivendica il diritto a sostituire il governo in carica con un governo di destra e lo ha mandato a dire con forza a Salvini, al Presidente della Repubblica, ai partiti e agli italiani. Come si vede, tutto sommato, utilizzare il meccanismo delle fake news è relativamente semplice. Se poi si considera che, soprattutto in ambito politico e finanziario, operano dei veri e propri professionisti della notizia falsa, degli staff altamente qualificati nell’utilizzare tutte le strategie per influenzare e condizionare le convinzioni delle masse, ci si rende conto che il problema delle bufale non è cosa di poco conto. Panico e rassegnazione di fronte all’inevitabile forza di persuasione e penetrazione delle fake news? Assolutamente no. In realtà qualcosa si può fare. È importante imparare e “insegnare” alle persone a riconoscere e individuare le fonti di informazione per valutare con senso critico la fondatezza delle notizie diffuse dai media o, quanto meno, per interpretarle col ragionevole dubbio che una informazione apparentemente verosimile non è necessariamente vera. Sarebbe già un bel passo avanti.

Oggi incontro-dibattito su reddito di cittadinanza e dintorni

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Reddito di Cittadinanza, di Inclusione Sociale e dintorni. Materiale per il percorso laboratoriale.
[segue]

Babbo natale alla rovescia

bomeluzo-babbo-natale-sulla-slittasedia di VannitolaCome il ministro dell’economia anche io comincio a preoccuparmi. Salvini ha detto in diretta che è stanco di ricevere nella sua cassetta delle lettere le missive dell’UE. Lui aspetta la lettera di Babbo Natale. Dove sta il problema? Non so, magari ricordo male io, ma quando ero piccolo erano i bambini a spedire le letterine a Babbo Natale, lui le riceveva e le leggeva, niente di più. Matteo, riflettici un po, è impossibile che Babbo Natale stia pensando di scriverti. Riposa un po’, ti stai stancando troppo (VT).
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Irma Ibba su fb
E’ IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO, bellezza, d’ora in poi Babbo Natale scriverà le letterine anziché riceverle! Inizierà da un bullo che si crede onnipotente, sono curiosa di sapere come la riceverà per posta normale aerea raccomandata o a sfrontadura?

Che succede?

nastroluttoSardegna, naufragio di immigrati. Oggi è un giorno triste anche per la Sardegna. A poche miglia marine dalle nostre spiagge l’ennesima sciagura del mare. Un naufragio. Due morti accertati, tre migranti soccorsi, altri migranti dispersi. L’acqua in questa stagione è molto fredda. Fino a quando il nostro mare, il mare Mediterraneo continuerà ad essere la tomba di tante vite disperate? sedia di Vannitola(VT)
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Europa flag“UE non provi a mettere sanzioni a popolo italiano”.
Perché no? Sono previste dai regolamenti e dagli accordi comunitari che l’Italia ha sottoscritto. Se c’è stata violazione, l’Unione Europea deve compiere tutti i passi necessari previsti dalle regole comuni dell’ordinamento comunitario. Non è difficile da capire. Se poi ci fosse necessità di modificare le regole lo si può sempre proporre all’UE e quindi a tutti i paesi membri, se ne discute, ci si confronta ed eventualmente si delibera il cambiamento. Si chiama democrazia. Se poi dovessero arrivare le sanzioni, non saranno sanzioni al popolo italiano. Saranno sanzioni alle scelte politiche ed economiche del Governo Salvini. Il Popolo italiano non c’entra nulla se non per il fatto che, ancora una volta, sarà il Popolo, la gente comune a dover sostenere i costi politici ed economici di amministratori incapaci. sedia di Vannitola(V.T.)

Reddito di cittadinanza? Nessuna innovazione rispetto al vigente Reddito di Inclusione senza efficienti centri per l’impiego

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Nuovi centri per l’impiego
di Fiorella Farinelli, su Rocca

Ancora non è chiaro se il reddito di cittadinanza sarà efficace. Se riuscirà soltanto – e allora per quanti e per quanto tempo – ad alleviare la povertà, o anche a far entrare in un lavoro regolare chi
l’ha perso o non l’ha mai avuto. Tra cui i troppi «scoraggiati» che il lavoro neanche lo cercano, dopo tante porte chiuse in faccia, e neppure sanno come imparare quello che potrebbe servire. Solo i giovani tra i 18 e i 29 anni fuori dal lavoro, dalla formazione, dalla ricerca attiva di un’occupazione (i cosiddetti Neet) sono oltre 2 milioni, il 24,1% a fronte del 13,4% della media europea. Più femmine che maschi, tanti senza diplomi o qualifiche, la quota più imponente addensata nel Mezzogiorno dove il lavoro è più scarso e più acuta la dispersione scolastica. Non è detto che i Neet siano sempre i più poveri, perché vale più per loro che per altri il cosiddetto «welfare familiare», ma questo numero, che stenta a diminuire nonostante la considerevole quantità di programmi ed incentivi varati negli anni, scotta in modo particolare.
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[segue]

Prossimi appuntamenti CoStat e Anpi nell’ambito del Mese dei Diritti Umani 2018

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Lunedì 12 novembre 2018
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Venerdì 30 novembre 2018
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Martedì 4 dicembre 2018
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costat-logo-stef-p-c_2-2Anpi logo naz
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855a2fa2-038b-4221-8b07-d21509066713Giovedì 6 dicembre 2018 ore 17, a Cagliari, Studium franciscanum, via principe Amedeo, 22, Cagliari. Sicurezza e Accoglienza. Il decreto governativo in corso di conversione (con quali modifiche?) in Parlamento.
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Approfondimenti Mese dei diritti:
- sito ufficiale (in aggiornamento): http://mesedeidirittiumani.blogspot.com
- pagina fb: https://www.facebook.com/MeseDeiDirittiUmani/
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costat-logo-stef-p-c_2-2E, inoltre, a cura del solo CoStat.
Venerdì 23 novembre 2018 alle ore 17, Società degli operai, Via XX Settembre, 80, Cagliari.
“Elezioni regionali: un impegno contro il centrodestra”.
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Mese dei diritti 2018: verso l’incontro-dibattito su Reddito di cittadinanza e dintorni

c3dem_banner_04Documentazione utile sul sito web C3dem: https://www.c3dem.it/note-sul-reddito-di-cittadinanza/
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Il pensiero di Bauman su Etica del Lavoro e “Reddito minimo garantito sufficiente ad assicurare il rispetto della dignità umana”

lampada aladin micromicroIl “Reddito di cittadinanza” trova su Aladinews due filoni di approfondimento: 1) il primo attiene al “Reddito di cittadinanza” autentico, così come lo hanno delineato e definito i teorici di questo istituto, da Keynes nei suoi tempi (in verità anche prima del grande economista di Cambridge) e più avanti da tanti altri (particolarmente economisti e sociologi) fino alla contemporaneità, denominato anche diversamente (Dividendo sociale, Reddito minimo garantito, etc.), ma sempre con le caratteristiche di essere universale e incondizionato; 2) il secondo attiene a tutti gli istituti di contrasto alle povertà (assolute e relative), che assumono denominazioni diverse, nella nostra realtà ReI e Reis (redditi di inclusione sociale). Anche la proposta governativa del cd “Reddito di cittadinanza” sostenuta soprattutto dal M5S è riconducibile a questo secondo filone, trattandosi sostanzialmente di un’evoluzione del vigente ReI, come abbiamo più volte messo in rilievo su queste pagine.
Iscrivendolo correttamente al primo dei filoni citati, di seguito ospitiamo un articolo del prof. Gianfranco Sabattini, anch’egli del vero “Reddito di cittadinanza” che nella circostanza porta a sostegno delle sue posizioni il noto sociologo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, che, lo ricordiamo, fu ospite della nostra città il 3 giugno 2016 (a questa occasione si riferiscono le foto a corredo del presente articolo).
In argomento ricordiamo l’iniziativa patrocinata anche dalla nostra news, prevista per venerdì 30 novembre nell’ambito del mese dei diritti umani 2018 (10 novembre/10 dicembre 2018)—————————————————-
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Etica del lavoro e sviluppo capitalistico

di Gianfranco Sabattini*

L’etica del lavoro costituisce una sorta di comandamento con cui è stato imposto all’uomo l’obbligo di lavorare; per suo tramite il lavoro è divenuto, soprattutto nell’età moderna, la “condizione normale” per l’uomo, mentre non lavorare lo ha esposto, invece, alla pubblica esecrazione. Questa condizione normale è quindi fondata, nella coscienza collettiva di una comunità, sull’assunto che sia il lavoro (attraverso il quale diventa possibile procurarsi un compenso, in cambio di una qualche prestazione) a rappresentare oggettivamente il “valore morale apprezzato dall’etica del lavoro”, e non la libera scelta di chi aspira ad ottenere ciò di cui ha bisogno, oppure più di quanto già disponga.
A parere di Zygmunt Bauman, questa è la forma che tale morale ha assunto nella coscienza dei popoli, soprattutto a partire dalla Rivoluzione industriale; in “Le nuove povertà”, egli sostiene che ciò è accaduto a partire sin dalle prime fasi del processo di industrializzazione. Pur assumendo varie forme, lungo il tortuoso percorso della modernizzazione, l’etica del lavoro “è servita a politici, filosofi e predicatori come incitamento o giustificazione dei tentativi di sradicare, con le buone o con le cattive, un’abitudine considerata come il principale ostacolo all’avvento del mondo nuovo”; ovvero la tendenza dell’uomo a sottrarsi, quando fosse risultato possibile, all’obbligo morale che lo costringeva al “lavoro in fabbrica” e ad accettare la “docile sottomissione al ritmo di vita stabilita dai capireparto, dall’orologio e dalle macchine”. Nell’intento di rimuovere questa presunta mentalità distorta, si è svuotato di ogni contenuto un principio fondamentale dell’etica: che l’uomo sia libero di scegliere l’azione (giusta o sbagliata; buona o cattiva) per il raggiungimento dei propri obiettivi; tutt’altro, quindi, rispetto al comandamento di sottoporsi al lavoro (dipendente) per far fronte alle necessità esistenziali della persona.
In realtà, secondo Bauman, l’impegno profuso da politici, filosofi e predicatori per affermare l’etica del lavoro non è stata che una battaglia volta a fare accettare l’obbligo, da parte dell’uomo, di lavorare sotto il controllo e la subordinazione alle direttive di altri; dunque, si è trattato di una lotta (nella sostanza, se non nella forma) per obbligare i lavoratori ad accettare, “in nome della nobiltà del lavoro, una vita tutt’altro che nobile o rispondente ai loro principi di dignità morale”.
Inoltre, l’affermazione dell’etica del lavoro ha anche comportato una separazione del prodotto del lavoro dalle necessità esistenziali del lavoratore, dando priorità a “ciò che si doveva fare” rispetto a “ciò che bisognava fare, rendendo così – afferma Bauman – la soddisfazione dei bisogni dell’uomo irrilevante dal punto di vista della logica produttiva; il risultato è consistito nell’avere introdotto nell’attività produttiva il “paradosso della ‘crescita fine a se stessa’”.
L’etica del lavoro è servita a risolvere due esigenze fondamentali della nascente società industriale: da un lato, ha corrisposto al bisogno di soddisfare la domanda di lavoro a vantaggio delle attività produttive in rapido sviluppo; dall’altro lato, ha concorso a garantire condizioni di ordine sociale, suggerendo soluzioni adeguate al problema rappresentato da coloro che non “potevano reggere la dura fatica in fabbrica”. La questione riguardava, in altri termini, tutti quei “miserabili” che, indipendentemente dal fatto di non essere responsabili della propria condizione (invalidi, deboli, malati e vecchi), venivano considerati dei “vagabondi socialmente pericolosi”; la soluzione proposta è consistita nell’obbligo imposto a costoro di svolgere comunque un lavoro (qualsiasi e a qualunque costo), come unica condizione moralmente accettabile per giustificare il loro “mantenimento”. Si è potuto così sostenere che un decisivo contribuito alla riduzione della povertà andava riconosciuto all’etica del lavoro, cui si riconduceva la superiorità morale rispetto a qualsiasi tipo di vita (anche se vissuta in condizioni di indigenza e di mancanza di libertà).
Solo in una fase successiva, ad opera di riformatori impegnati a rimuovere il pericoloso fenomeno della diffusione del pauperismo, è stato affermato, a favore dei più svantaggiati, il diritto a un’assistenza gratuita, segnando l’inizio di un processo sociale che ha condotto all’avvento del capitalismo maturo. All’interno di questo, l’etica del lavoro ha svolto il compito di assicurare il continuo progresso materiale della società industriale, per la quale la collaborazione tra capitale e lavoro è divenuta tanto indispensabile da imporre alle istituzioni pubbliche la responsabilità (implicita nell’idea di una più ampia assistenza) di garantire a tutti un livello di vita tale da fare accettare senza resistenze il dovere morale di svolgere “volentieri e con entusiasmo” una qualche attività lavorativa, che di fatto era una “dura condizione”. L’etica del lavoro è valsa a fare accettare questa soluzione, considerata inevitabile per il successo della società capitalistica. E’ a questo scopo che, secondo Bauman, è stato introdotto nelle società capitalistiche avanzate il sistema del welfare State.
Tale sistema, infatti, è stato basato sull’idea che, al fine di assicurare una costante collaborazione tra capitale e lavoro, in condizione di stabilità politica, sociale ed economica, lo Stato avesse “l’obbligo di dover garantire il ‘benessere’ (welfare), e non soltanto la mera sopravvivenza, a tutti i cittadini, ovvero un’esistenza dignitosa, secondo gli standard di una data società in una determinata epoca”. Ciò ha comportato che l’assistenza pubblica fosse concepita come una forma di assicurazione collettiva “contratta dall’intera società ed estesa a ciascuno dei suoi membri”, per garantire prestazioni proporzionali alla dimensione dei bisogni individuali e non a quella “dei premi pagati dai singoli cittadini”.
Il welfare State ha avuto inizialmente un “ambiguo rapporto” con l’etica del lavoro, in quanto esso non ha avuto subito un’applicazione universale, a causa della mancanza di un’occupazione permanente per tutti. Per il raggiungimento della sua universalità è stato necessario estendere l’assistenza pubblica anche a chi fosse “rimasto indietro”. Affinché il welfare State potesse conservare all’etica del lavoro la sua “forza”, è stato necessario estendere l’assistenza pubblica a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro contributo alla ricchezza comune; in tal modo, però, è stato incrinato il presupposto fondamentale dell’etica del lavoro, rendendo il diritto all’assistenza pubblica “una questione di cittadinanza politica, anziché di prestazione economica”.
Gli impulsi da cui ha tratto origine il welfare State universale sono stati talmente efficaci “da fare apparire – afferma Bauman – i suoi meccanismi di funzionamento come un fenomeno del tutto normale della vita sociale, al pari delle istituzioni democratiche”, inducendo l’opinione pubblica a considerarlo un’istituzione irreversibile, il cui “smantellamento avrebbe comportato l’abolizione delle democrazia e dei sindacati”, modificando il ruolo svolto dal sistema dei partiti. Ma, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quello che prima era considerato impensabile ha cessato di esserlo, e “l’dea di un’economia capitalistica senza una rete di protezione sociale”, è divenuta nei Paesi economicamente più avanzati, una realtà. Nella legittimazione di questo rovesciamento ha concorso ancora una volta l’etica del lavoro.
L’estensione del sistema di welfare State nei Paesi capitalistici più industrializzati è stato la risultante di diverse “spinte” sociali, originate tutte dall’etica del lavoro nella forma maturata con lo sviluppo della società industriale; la sua durata è spiegabile sulla base della “funzione pacificatrice” che il sistema ha svolto, “inducendo i lavoratori ad accettare le regole stabilite dai capitalisti” a un costo inferiore rispetto a quello che un’etica del lavoro basata soltanto su misure coercitive non avrebbe mai potuto garantire.
La successiva “caduta” del welfare non è stata la conseguenza di un semplice cambiamento ideologico. Per una spiegazione convincente – a parere di Bauman – è necessario chiedersi perché la crisi del welfare si sia verificata in modo così rapido e improvviso; partendo dall’assunto che di essa non possa essere data una spiegazione esauriente, imputandola al sopravvento dell’ideologia neoliberista, la vera causa costituisce piuttosto un fenomeno “da interpretare”.
Tra le funzioni svolte dal welfare, quella di fornire una continua offerta di lavoro professionalizzata è risultata di fondamentale importanza; tuttavia, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, questa funzione si è notevolmente affievolita e, per alcuni settori del sistema produttivo, si è totalmente estinta. Sin tanto che la crescita e lo sviluppo della società industriale dipendevano dalla disponibilità di forza lavoro qualificata, le attività produttive fruivano del fatto che fosse lo Stato a provvedere alla formazione della forza lavoro; per quanto onerosi risultassero dal punto di vista fiscale i servizi sociali forniti dal welfare, il contributo delle attività produttive alla copertura della spesa pubblica per l’attività formativa veniva considerato conveniente; ma, dopo l’avvento della globalizzazione”, il progresso scientifico e il miglioramento delle tecnologie produttive, la convenienza delle imprese a disporre di forza lavora professionalmente formata dallo Stato è venuta meno.
In tal modo, l’interesse che stava alla base del sistema di welfare ha minato le sue stesse fondamenta; non considerando conveniente sovvenzionare la riproduzione della forza lavoro, le imprese, attraverso l’automazione dei processi produttivi, hanno teso ad approfondirsi capitalisticamente, a spese dei livelli occupazionali. Cosi, i governi, costantemente impegnati a evitare il contrasto tra capitale e lavoro, hanno dovuto affrontare l’aumento dei livelli dell’assistenza pubblica, divenuta sempre più insopportabile per lo stabile funzionamento del sistema produttivo.
Verso la fine del XX secolo, sostiene Bauman, l’etica del lavoro è tornata a svolgere l’originaria funzione, sia riguardo alla diagnosi dei “mali” dai quali le economie moderne erano afflitte, sia riguardo alle terapie necessarie per “curarli”, giustificando (ancor più rispetto al passato) il finanziamento di programmi per l’inserimento nella vita lavorativa dei poveri e di chi aveva perso il posto di lavoro, nonostante la dimostrazione storica dell’inutilità di tali programmi. Il motivo della persistenza nel finanziare questi programmi, continua Bauman, non era più rinvenibile “nei loro salutari effetti” sui livelli occupazionali, ma nell’evidente utilità che poteva essere tratta sul piano della sicurezza sociale da coloro che non erano poveri o privi delle risorse necessarie per la sopravvivenza.
Il termine disoccupazione, usato in passato per designare chi era senza lavoro, racchiudeva in sé il presupposto che la forza lavoro dovesse essere sempre occupata, ma dalla fine del secolo scorso nessuna fase successiva ad ogni ristrutturazione delle attività produttive ha portato i livelli occupativi ai livelli precedenti. In questo modo, il termine disoccupazione è stato sostituito da quello di “esubero”, che ha escluso a priori, chi era nella condizione di esubero da ogni possibilità d’essere inserito nel mondo del lavoro.
Con l’economia moderna, crescita economica e aumento dell’occupazione sono diventati antitetici, per via del fatto che il progresso tecnico, sul quale si basa l’aumento della produttività e della crescita, è stato reso possibile dalla riduzione o eliminazione di quote crescenti di posti di lavoro; perciò, la riproposizione dell’etica del lavoro, osserva Bauman, serve ora a “giustificare l’eterna presenza dei poveri e dei disoccupati strutturali e a consentire alla società di vivere più o meno in pace con se stessa”, senza porsi il problema della continua crescita del numero dei poveri. In altre parole, oggi l’etica del lavoro serve a screditare la dipendenza dell’uomo da altri, per cui la “tendenza ad elevarla a sistema, rimproverata al welfare State” è divenuta ora “uno dei principali argomenti a favore del suo smantellamento”. Denigrando la dipendenza dei poveri, qualificandola come “vizio”, l’etica del lavoro, nella sua versione attuale, serve solo a sgravare “i ricchi dal peso dei loro scrupoli morali”.
A parere di Bauman, un possibile modo di uscire dalle modalità di funzionamento di un’organizzazione sociale che considera “normale” la presenza costante nella società di poveri e di “senza lavoro” consiste nell’istituzionalizzazione di un sistema di supporto della vita dell’uomo (quando afflitta dalla povertà e dalla disoccupazione), basato non più su un salario, come vorrebbe l’etica del lavoro del passato, bensì sull’erogazione di un “reddito sociale”, che Bauman chiama “reddito minimo garantito sufficiente ad assicurare il rispetto della dignità umana”, considerato dissociato dall’obbligo di una qualche prestazione produttiva.
Bauman non va oltre ma se si considera che la logica di funzionamento delle moderne economie capitalistiche lascia intravedere una crescita continua dei poveri e dei senza lavoro, il reddito minimo garantito baumaniano, dissociato dal mercato e dalla volontà (divenuta impossibile) di inserirsi o reinserirsi nel mercato del lavoro da parte di chi lo riceve, non può che assumere il significato di reddito di cittadiananza universale e incondizionato. Si può pensare di poter finanziare questa “nuova forma” di sistema di sicurezza sociale attraverso la leva fiscale o attraverso il cambiamento delle regole che oggi sottostanno alla logica distributiva del prodotto sociale. Se il sistema di sicurezza sociale fosse ristrutturato secondo tali linee riformatrici, i principi di libertà, di uguaglianza e di fraternità, propri della Stato sociale di diritto, potrebbero essere espressi dalla sostituzione dell’etica del lavoro (divenuta obsoleta e superata) con l’etica dell’operosità.
Ciò, tra l’altro, consentirebbe, come auspica Bauman, di rimuovere il convincimento collettivo che la corresponsione di un reddito dissociato dalla logica economica tradizionale significhi solo incentivare l’ozio; inoltre, grazie anche all’etica dell’operosità, quando fosse opportunamente “promossa” sul piano politico e culturale, si consentirebbe all’uomo di acquisire, attraverso la costituzione e la conduzione di attività autodirette (rese possibili anche dall’introduzione del reddito sociale universale e incondizionato) la dignità negatagli invece dall’etica del lavoro, che ha sorretto il funzionamento del sistema del welfare State delle moderne società capitalistiche.
A chi insistesse ancora nel considerare impossibile la riforma del sistema di sicurezza sociale secondo le linee indicate, si può rispondere, con Bauman, che invece è possibile; allo stesso modo in cui si è potuto realizzare la riforma, ugualmente ritenuta impossibile, attuata all’inizio della seconda metà del secolo scorso, che ha consentito l’accordo tra capitale e lavoro, permettendo di realizzare un miglioramento delle condizioni di vita delle società capitalistiche mai sperimentato nel passato.

* Anche su Avanti! online.
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