Istruzione & Formazione

Oggi venerdì 17 novembre 2017

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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. ed-rocca-21-1-nov-18
LAVORO E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
per chi cosa come produrre
Laura Pennacchi su Rocca
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CITTÀ E TERRITORIO » CITTÀ QUALE FUTURO » PER COMPRENDERE
Città storiche: espropriazione, espulsione e monocoltura turistica
di ILARIA AGOSTINI

La città invisibile, 13 novembre 2016, ripreso da eddyburg e da aladinews. Analisi, a partire di Firenze, del turismo d’oggi come nuova forma di economia di saccheggio delle risorse operato dalle aziende globalizate nei deserti creaati dallo “sviluppo”
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“Chi non ha visto la mucca in corridoio”? Ovvero chi non si accorge che la destra cresce sulle divisioni della sinistra?
17 Novembre 2017
Carlo Dore jr., sul sito www.articolo1mdp.it ripreso da Democraziaoggi
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Oggi

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Domani

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Punta de billete – Save the date – Ricordati

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Emergenza periferia. Emergenza educazione

lampadadialadmicromicro13Riflessioni per agire.
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Le nostre periferie degradate
di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera.
Si tratta di decidere se vogliamo che le nostre città restino schiacciate nella morsa del degrado o se vogliamo ancora vivere nei luoghi della giovinezza di molti di noi salvando lo spirito e la sostanza umana.

Per una ragione insignificante — aspettavo la riconsegna dell’auto portata in un’officina per una revisione — la settimana scorsa mi sono trovato a passare alcune ore in una periferia di Roma. Neppure così lontana — prima del Grande Raccordo Anulare per intenderci — ma a me totalmente sconosciuta.

Rispetto a Torino, a Milano o anche a Napoli, Roma, come si sa, ha questa caratteristica: è sorta nel vuoto della «Campagna» e di una zona costiera scarsamente abitata. Storicamente non sono mai esistiti intorno Roma quegli agglomerati tipo Settimo Torinese, Sesto San Giovanni, Portici, che con il tempo sono venuti formando un tutt’uno con la città quasi senza soluzione di continuità. A Roma no. A Roma ancora oggi quasi sempre la periferia della città amministrativa non finisce in un altro centro. Finisce e basta. Nei prati, nei campi delle discariche e di qualche baracca, nei terrains vagues. Dopo le case c’è il nulla: proprio come nella periferia dove io mi sono trovato in una luminosa mattina di ottobre.

Era con ogni evidenza un quartiere di piccola borghesia, giovani coppie, comunque gente di redditi modesti. I marciapiedi dissestati, le sterpaglie un po’ dappertutto, qualche alberello stento, i cassonetti dell’immondizia sbilenchi e mezzo bruciati; e naturalmente ogni muro imbrattato dalle solite scritte smisurate. Il silenzio e la solitudine era ciò che più colpiva.

Nelle vie abbastanza grandi, tra i palazzi di nuova costruzione — neppur troppo brutti e opprimenti per la verità, spesso con dei grandi spazi interni — a metà mattinata non c’era nessuno, letteralmente non anima viva. E del resto perché avrebbe dovuto esserci qualcuno? A fare che cosa? A perdita d’occhio, infatti, non si vedeva un ufficio, un’insegna, un negozio, niente. A provvedere alle necessità d’ogni giorno bastavano evidentemente i due o tre supermercati che s’incontravano un paio di chilometri prima sullo stradone che portava da quelle parti. Dove i locali commerciali non mancavano, ma tutti irrimediabilmente vuoti: alcuni ancora con le scritte stinte e i resti degli arredi, testimonianza di altrettanti tentativi andati a vuoto. Facevano eccezione una farmacia e poco più in là uno strano posto — forse il magazzino di un grossista — attraverso le cui vetrine si vedeva un numero incredibile di sedie a rotelle, girelli, stampelle canadesi e attrezzi simili. Solo molto lontano, sotto una specie di porticato, un bar addossato a una fermata d’autobus con due tavolini di plastica davanti. Insieme il bar e la fermata sembravano quasi come l’unico avamposto rimasto della civiltà, il solo tramite sopravvissuto verso il mondo remoto della città. La tabella della fermata indicava l’ultima corsa per le 21. Dopo quell’ora la solitudine di quelle strade, di quei palazzi, si tramutava evidentemente in un isolamento simile alla prigionia. Da lì per chi non possedeva un’auto o un motorino era impossibile muoversi, andar via. Ma che cosa diventavano quei luoghi — era impossibile non chiedersi — quando calava la notte? Quali sensazioni provava l’ultimo passeggero che scendeva dall’ultima corsa? Che cosa poteva fare lì la sera chi aveva vent’anni? Una risposta la suggerivano i distributori di preservativi e di sigarette rispettivamente fuori dalla farmacia e dal bar: entrambi blindati, saldati al muro con delle spesse sbarre d’acciaio.

Quanti uomini politici, mi sono chiesto, hanno mai messo piede da queste parti, da soli e magari di notte? Ma anche quanti di noi che abitiamo da sempre in una città ne conosciamo soltanto una parte, sempre e solo quella più comoda, più rassicurante? Forse il primo compito di un sindaco dovrebbe essere proprio quello di far conoscere ai cittadini la loro città per intero. Anche perché le cose che in essa non vanno non sono equamente distribuite tra le sue parti, e non basta leggerle sui giornali. Vista da una periferia, sia pure per poche ore ma in prima persona, ogni questione appare con contorni più netti, ogni problema acquista un’altra misura.

Diventa innanzi tutto più netta e tangibile la questione — dobbiamo ancora oggi adoperare questa parola — dell’ineguaglianza. Che, superata una certa soglia, produce una rottura violenta di quel sentimento di giustizia che vive entro noi e ci serve a mantenere il rispetto di noi stessi. Allorché per l’appunto l’ineguaglianza diventa ingiustizia. Determinare la soglia di cui sopra non è facile, certo. Ma è anche vero che forse abbiamo abbandonato con troppa disinvoltura l’idea di «giusta società» senza la quale una democrazia appassisce e probabilmente muore. È stato positivo, ad esempio, aver tolto ai Comuni la risorsa dell’imposta sulla proprietà della prima casa, l’Imu, favorendo così il degrado dei centri urbani? E dunque condannando centinaia di migliaia di nostri concittadini a vivere ancor più non dico nella miseria, ma nello stato di deprivazione sociale e culturale, di solitudine esistenziale, di assenza di servizi e di stimoli, quale è quello che caratterizza (di certo non sempre per colpa degli amministratori) quasi tutte le nostre periferie urbane? E ancora: è giusto che dall’abbandono di tali periferie risulti poi una drammatica disparità di occasioni per quei giovani italiani che essendovi nati troveranno mille ostacoli in più per costruirsi un futuro simile a coloro che invece hanno avuto la fortuna di nascere e crescere altrove?

Non si tratta solo di giustizia a favore di una parte, ma del futuro di tutti noi. Si tratta di decidere, infatti, se vogliamo che le nostre città restino schiacciate nella morsa micidiale del degrado delle periferie da un lato e della distruzione dei centri storici a opera della barbarie turistica dall’altro. Se vogliamo intristire sullo sfondo di una scena urbana irriconoscibile e incarognita o se invece vogliamo continuare a vivere nei luoghi che hanno assistito alla nostra storia fino alla giovinezza di molti di noi, se vogliamo che ne continui lo spirito, l’atmosfera, la profonda sostanza umana, e in mille luoghi la bellezza suprema.

Di deciderlo eventualmente anche contro il nostro interesse immediato. Proprio a questo, del resto, dovrebbe servire la politica democratica. A correggere il naturale (e in certa misura opportuno) egoismo individuale concentrato sull’oggi, per favorire l’interesse generale, sia quello presente che quello più lontano nel tempo. Dunque guardando più oltre, pensando in grande, e, poiché è necessario, magari obbligando tutti, ma proprio tutti, a pagare le tasse.

2 novembre 2017
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Approfondendo… Reddito di Cittadinanza e dintorni

reddito-di-cittadinanza-universale-e-incondizionato-philippe-van-parijsPhilippe Van Parijs sostiene da molti anni la necessità dell’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, erogato a ogni membro di una comunità politica su base individuale, indipendentemente dalla situazione economica e senza nessun requisito lavorativo. La proposta suscita oggi un interesse senza precedenti. Viene invocato da molti poiché fornirebbe a ogni persona una sicurezza sociale di base.
Lectio di Philippe Van Parijs (maggio 2016). Interviene Roberta Carlini.
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bin_italia_logo_20158 BIN Italia.
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Università: contro il numero chiuso

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Lettere sull’innovazione. Il numero chiuso all’università

23 settembre 2017
a cura di Luca De Biase

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di Tomaso Patarnello
Prorettore Università di Padova

Qualche giorno fa il Tar del Lazio ha bocciato il numero chiuso che l’Università statale di Milano aveva introdotto per le facoltà umanistiche. Questa battaglia vinta dagli studenti mette in evidenza un sostanziale corto circuito, un conflitto tra diritto allo studio e qualità della didattica. Tutto nasce dall’introduzione, nel 2013, dei così detti “requisiti minimi”, requisiti che un corso di laurea deve avere per poter essere “accreditato” dal Ministero, per poter cioè essere approvato. Tra i requisiti minimi per le lauree triennali viene stabilito un rapporto di almeno 9 docenti ogni 50 studenti se si tratta di lauree sanitarie, 75 per le lauree tecnico-scientifiche e 100 per le lauree umanistiche-sociali. Se gli studenti sono al di sopra della soglia sono necessari proporzionalmente più docenti. I docenti “validi” possono essere solo quelli di ruolo e, cosa molto importante, ogni docente può essere conteggiato in un solo corso di laurea anche se insegna in due (o più) corsi di laurea. Se queste condizioni (ed altre) non vengono rispettate i corsi vengono chiusi. Tutto ciò secondo il principio per cui in classi troppo numerose non può essere garantita la qualità della didattica. Condivisibile, ma il risultato di questa scelta è che il numero di corsi di laurea ed il numero di studenti che vi possono accedere è limitato dalla disponibilità di docenti. Ed è la ragione per la quale l’Università di Milano (e molte altre) hanno dovuto imporre il numero chiuso a quasi tutte le lauree, soprattutto triennali, dovendo escludere attraverso i test di ingresso migliaia di ragazzi a cui di fatto viene negato il diritto allo studio. La soluzione sarebbe semplice. Aumentare il numero di docenti. Peccato che, a partire dalla famigerata Legge Gelmini (legge del 30 dicembre 2010, n. 240) è cominciato un deliberato programma di tagli ai fondi di finanziamento ordinario (FFO) delle università che ha portato ad una riduzione, in 7 anni, di oltre il 30% dei professori universitari e, complessivamente, al taglio dell’FFO di più di 3 miliardi di euro.
L’Italia è tra i paesi europei con il minor numero di laureati e non è difficile capire che se rimane anche tra gli ultimi nella classifica europea per il finanziamento alle università e alla ricerca questo paese è destinato ad un inesorabile declino. Non possiamo e non dobbiamo competere con i paesi emergenti sul basso costo della manodopera. Saremo sempre perdenti ed è un gioco al ribasso, al massacro delle fasce più deboli. Dobbiamo puntare sul “valore aggiunto” della conoscenza e dell’innovazione. Dobbiamo, cioè, fare l’esatto opposto di quello che abbiamo fatto finora, dobbiamo investire sulle università e sulla formazione qualificata. I paesi più avanzati come Stati Uniti e Germania lo hanno già fatto raddoppiando il finanziamento alla ricerca e alle Università e lo hanno fatto nel momento più difficile, all’inizio della crisi del 2007/2008. Una scelta del genere è obbligata, vitale per un paese come il nostro che non ha materie prime ed è fondamentalmente un paese trasformatore. In queste condizioni il capitale umano è l’unica vera ricchezza. Non ci mancano certamente creatività e idee, quello che ci manca sono i mezzi per svilupparle con finanziamenti adeguati.
Qualcuno potrebbe pensare che didattica e diritto allo studio c’entrano poco o niente con gli investimenti in ricerca e innovazione. Niente di più sbagliato. Ricerca e formazione sono indissolubilmente legate. Non si può fare buona didattica se non si fa buona ricerca. Potenziare l’una significa potenziare anche l’altra. Bisognerebbe avviare un piano di reclutamento per recuperare (almeno) i docenti che l’Università ha perso negli ultimi anni. Un piano basato sul merito che valorizzi i nostri tantissimi giovani brillanti ai quali offrire l’opportunità di contribuire alla rinascita dell’Italia. Sono ragazzi che abbiamo formato con risorse pubbliche (un laureato, magari anche con il dottorato, costa allo Stato tra i 100 e i 300 mila euro) e che “regaliamo” ai nostri concorrenti, in primis, USA, UK e Germania. Aumentare il corpo docente delle università non significa solo potenziare la ricerca per essere più competitivi nel marcato globale della conoscenza, ma significa anche essere in grado di trasferire più efficacemente questa conoscenza ai più giovani. A tutti e non solo ad alcuni.
Se anche il numero di docenti non fosse un fattore limitante, una delle principali preoccupazioni legate alla rimozione dei numeri chiusi è quella di creare schiere di laureati disoccupati. Questo è una preoccupazione legittima ma il problema non è limitare il numero di laureati, il problema è aumentare il numero di occupati con la laurea. Il mercato del lavoro, quel poco che c’è oggi in Italia, è orientato a figure poco qualificate sulle quali poter fare politiche di basso salario. I nostri piccoli e medi imprenditori che rappresentato più del 90% del tessuto produttivo italiano vedono un laureato come un costo non come una risorsa. Bisogna ribaltare questa logica, cambiare la mentalità soprattutto delle piccole imprese – la gran parte a carattere familiare – in cui il “paron” è spesso un ex operaio che si è messo in proprio ma facendo esattamente quello che faceva prima con poca o nessuna innovazione. Questo poteva funzionare quando il marcato “tirava”. Oggi non funziona più. Oggi l’innovazione è l’arma vincente. L’innovazione si può avere solo con una università viva, con una ricerca all’avanguardia e con una formazione universitaria qualificata e accessibile ai più. Altrimenti il destino del nostro paese è segnato come lo è quello dei nostri giovani che, per dirla con Dutch Nazari giovane e brillante cantautore rapper, rischiano di diventare “una generazione cresciuta con la mentalità da ricchi ed il futuro già scritto da straccioni”.

Tomaso Patarnello
Prorettore Università di Padova

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Caro Patarnello
Non è possibile non vedere l’importanza di quanto scrive. Nell’epoca della conoscenza l’investimento fondamentale è quello che una società dedica al suo “capitale umano”, con la ricerca e la formazione. Se questo non lo capisce, la società declina. Ma se poi quella società introduce leggi il cui effetto principale è impedire un aumento della popolazione universitaria per motivi essenzialmente demagogici e per pregiudizi anti-accademici, allora quella società si dimostra non solo declinante ma anche autolesionista.
Luca De Biase

Rubrica pubblicata sul Sole 24 Ore il 23 settembre 2017
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Per correlazione
- Università in declino?

- Un po’ di creatività, signori professori!

Auguri di buon lavoro al nuovo presidente dell’Ersu di Cagliari, Michele Camoglio

lampada aladin micromicromichele-camoglioAuguri di buon lavoro al nuovo presidente dell’Ersu di Cagliari, Michele Camoglio e al nuovo Consiglio di amministrazione: che agiscano con impegno e determinazione per i giovani sardi e per i sardi tutti!
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(nella foto Michele Camoglio)
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RAS loghetto
Il Presidente Prot. N. 15699
PRESIDÈNTZIA PRESIDENZA
DECRETO n. 79 del 12 settembre 2017
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Oggetto: Ente regionale per il diritto allo studio universitario di Cagliari (E.R.S.U.). Costituzione consiglio di amministrazione.
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Opportunità per il ricupero dell’ex centro sociale che ospitò la Scuola Popolare di Is Mirrionis

scpopo-oggi-13-set-17Opportunità per il ricupero dell’ex centro sociale che ospitò la Scuola Popolare di Is Mirrionis nel Codice del Terzo settore (Decreto legislativo, 03/07/2017 n° 117, G.U. 02/08/2017). Precisamente quanto previsto dall’art. 71, riportato di seguito.
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L’Università (s’Universidadi de Casteddu, de domu de Boreddu)

Appello al Rettore Maria del Zompo

gaudeamus-igitur-coroQuando la nostra Università avrà un Coro tutto suo?
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Gaudeamis Igitur – Corul Madrigal / Madrigal Choir

C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico… a Is Mirrionis

is-mirrionis-ai-tempi-della-sp-71-76Riflessioni
di Terenzio Calledda*
casa-q-is-mirr…mentre perdura un’immagine negativa del quartiere a causa del disagio sociale ed economico di molti dei suoi abitanti, contemporaneamente a Is Mirrionis si respira un nuovo clima e c’è voglia di incontrarsi e di fare progetti e iniziative, un nuovo dinamismo vede partecipi anche alcune attività economiche, anche giovani e studenti restano in quartiere a fare le ore piccole al pari di altri quartieri, vogliamo partecipare e condividere questo risveglio con tutti i cittadini giovani, artisti, pensionati, lavoratori, ma anche disoccupati e tutti quelli che soffrono disagi, esclusioni e povertà.
A questo fermento culturale il nostro Comitato per la Casa del Quartiere di Is Mirrionis sta cercando di contribuire, accanto all’attività giornaliera delle Parrocchie e alle iniziative delle tante associazioni che animano la vita del quartiere, ed è bene ricordare le Associazioni storiche che con continuità in questi anni passati, hanno svolto attività culturali sociali e sportive, e non va dimenticato anche il lavoro svolto nel passato dalla Circoscrizione e dai Consiglieri.
Certamente possiamo dire che il ns Comitato, con le associazioni e le singole persone aderenti, sta dando un buon contributo anche ad animare il dibattito che coinvolge il passato, il presente ed il futuro del quartiere ma probabilmente anche quello dell’intera città.
Senza dimenticare le Scuole, l’Università, ecc. ci rivolgiamo alle Istituzioni tutte per chiedere attenzione e un impegno concreto in termini di risorse e strutture, idee e progettualità, ma soprattutto vogliamo partecipare e condividere le scelte future per il nostro Quartiere: “Vogliamo trasformare il Quartiere di Is Mirrionis e la Città con la partecipazione dei Cittadini”.
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Oggi martedì 27 giugno 2017 Estate con noi

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unknownLa nostra news non prende ferie. Tuttavia vi accompagnerà fino a metà settembre con ritmi più lenti, senza obblighi di scadenze quotidiane. Godetevi e godiamoci un periodo di rallentamento, di tempi lenti, per quanto ci è possibile. Buona estate a tutti noi e non perdiamoci di vista!
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SOCIETÀ E POLITICA » GIORNALI DEL GIORNO » ARTICOLI DEL 2017
Portogallo, c’è sinistra ad ovest di Bruxelles
di ELENA MARISOL BRANDOLINI
«Il Paese devastato dagli incendi e reduce da una pesantissima crisi economica è da un anno e mezzo un laboratorio di ricette opposte al neoliberismo». il Fatto Quotidiano, ripreso da eddyburg, 26 giugno 2017 (p.d.)
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democraziaoggiNoi del NO ripartiamo col Comitato per la democrazia costituzionale
Alfiero Grandi su Democraziaoggi.
Si è tenuta il 24 a Roma un’assemblea dei comitati per il NO che ha deciso di proseguire l’attività col nome originario di Comitato per la democrazia costituzionale (CDC). Ecco una sintesi estrema della lungra relazione di Alfiero Grandi.
La vittoria del No il 4 dicembre non ci mette al riparo per sempre […]

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casa-quartiere-is-mirrionis-caGiovedì 29 settembre, con inizio alle ore 16.30 sala ex Circoscrizione, via Montevecchio: Assemblea del Quartiere di Is Mirrionis, promossa dall’Associazione Casa del Quartiere – Is Mirrionis, Cagliari. scuola-popolare-ism-oggi
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28-6-17-ism

Addio Stefano Rodotà

luttoOnore a un grande, a un maestro che ci ha sempre illuminato la strada. Grazie Stefano!
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Stefano Rodotà
24 Giugno 2017
di Andrea Pubusa su Democraziaoggi (http://www.democraziaoggi.it/?p=4973)

E’ morto Stefano Rodotà, uno dei pochi veri maestri del diritto in Italia di rilievo planetario. Ha insegnato in molte università europee, negli Stati Uniti, in America Latina, Canada, Australia e India. I suoi contributi maggiori sono soprattutto nel campo del diritto costituzionale, con riferimento al rapporto tra i diritti […]

La sfida di don Milani. Annotazioni sul Convegno odierno.

don-milani-20-6-17Don Milani riempie le sale. Significa che il suo messaggio riesce a parlarci e a darci ancora indicazioni. Ne abbiamo bisogno.milani1La sfida di don Milani. Stasera alla Facoltà teologica. I relatori, Bruno Terlizzo. e Felice Nuvoli, con il coordinatore Mario Girau. milani2Conclusioni non di circostanza del Vescovo Arrigo Miglio. Della visita odierna di Papa Francesco ai luoghi delle missioni di Primo Mazzolari e Lorenzo Milani sottolinea il forte messaggio alla Chiesa italiana, che aveva tentato di emarginare i due grandi uomini e suoi sacerdoti.milani3
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ape-innovativaChe i cattolici rivendichino orgogliosamente l’appartenenza di don Primo Mazzolari, come di don Lorenzo Milani e di tanti altri “preti scomodi” alla Chiesa, che pur li aveva nel loro tempo decisamente contrastati, con atti precisi delle gerarchie ecclesiali, non può che fare piacere. Non può che fare piacere che questo riconoscimento sia corale (o almeno sufficientemente condiviso) da tutta la Chiesa cattolica italiana – spinta a tale comportamento dal magnifico gesto odierno di Papa Francesco – che così ricostruisce una comunione al suo interno, con i molti cattolici che si sono sempre ispirati ai due grandi pensatori, uomini e sacerdoti, che li hanno sempre amati e che hanno seguito, sebbene “profeti disarmati”, o proprio per tale 153652493-1a16a155-6c2d-4542-965d-9b39dbf4cf65qualità.
I cattolici tutti devono essere orgogliosi che questi personaggi siano stati e continuino ad essere riferimento per tanti cattolici e, a maggior ragione, per tanti non cattolici, credenti, non credenti, diversamente credenti. Parlando di don Milani, siamo in molti, tantissimi, ben contenti di averlo conosciuto, attraverso i suoi scritti, in modo particolare “Lettera a una professoressa”, che ha ispirato una giusta radicale critica alla “scuola borghese”, diventando un testo fondamentale per i movimenti studenteschi (anche operai, se solo pensiamo alle 150 ore) delle lotte degli anni 68, 69 e seguenti. Negli anni 70, a distanza di alcuni anni dalla morte di don Milani, fiorirono in tutta Italia le Scuola Popolari, per il diritto all’istruzione delle masse popolari, che riconoscevano nella Scuola di Barbiana un modello da ricalcare. Non importa (e non sarebbe neppure utile) misurare le differenze tra le nostre esperienze di scuola popolare (molte in Sardegna, ma per noi è facile citare, per esperienza vissuta, quella di Is Mirrionis). Ci basta riconoscere che per noi, per proporre e fare quelle esperienze ci è stato luce e guida don Lorenzo Milani, che noi abbiamo messo insieme ad altri grandi pensatori e non importa se Lorenzo Milani probabilmente non avrebbe gradito tutti o alcuni di tali accostamenti. Eravamo felicemente eclettici. Di questa benedetta ecletticità dà conto una “presentazione” dell’esperienza della Scuola Popolare, che riportiamo di seguito. Lo facciamo anche per unirci, a nostro modo, al ricordo fecondo che oggi ne ha fatto Papa Francesco nella visita alla tomba di don Lorenzo Milani e ai luoghi della sua missione a Barbiana.
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riprendiamoci la scuola popolare giu15Cagliari, quartiere di Is Mirrionis: dal ricupero della memoria di una Scuola Popolare operante negli anni 70 e dell’edificio che la ospitò, una formidabile spinta per riattivare processi di partecipazione attiva dei cittadini alla vita sociale e alla gestione dei beni comuni.

di Franco Meloni

Dal 1971 per cinque anni operò nel quartiere più popoloso di Cagliari, Is Mirrionis, una vivace scuola popolare, organizzata da giovani volontari (studenti universitari e laureati), che anticipò le “150 ore” e l’intervento dello Stato per l’istruzione degli adulti, riuscendo a far conseguire le licenze elementare e (nella quasi totalità) media a oltre 300 discenti (adulti occupati e disoccupati).
I giovani docenti erano di diversa estrazione ideologica, in prevalenza cattolici e di varia collocazione politica del campo della sinistra. Divisi nelle scelte contingenti, ma tuttavia uniti nel perseguire l’obbiettivo della realizzazione del diritto allo studio per tutti, con specifico impegno per i ceti popolari. I loro fondamentali riferimenti ideali davano conto di una certa ecletticità: don Lorenzo Milani con la Scuola di Barbiana, Paulo Freire con la Pedagogia degli oppressi, Antonio Gramsci con la concezione del ruolo degli intellettuali, Emilio Lussu con l’impegno per il riscatto del popolo sardo… tanto per citare i più amati. L’esperienza, iscritta esplicitamente nel “grande movimento di liberazione delle masse popolari di tutto il pianeta” – come si sosteneva allora con convinzione – non perdeva di vista i vissuti umani e professionali di ciascuno (docente o discente) e l’interesse per le vicende del quartiere, inserite negli stessi programmi didattici.
L’ex centro sociale che ospitava la scuola popolare, concesso formalmente dopo un’occupazione tollerata da parte dell’Istituto Autonomo delle Case Popolari (IACP) che ne era proprietario, divenne un simbolo della “democrazia di base”, della “partecipazione dei cittadini”, principi ispiratori, a volte influenzati da ingenue teorie dei contropoteri, tanto da non rendere particolarmente facili, anzi spesso conflittuali, i rapporti con le Istituzioni – Chiesa e partiti compresi – dei quali si faceva tranquillamente a meno, sostenuti da un rigoroso autofinanziamento.
Esaurita la fase della Scuola Popolare, l’attività proseguì con un Circolo culturale e con il Comitato di quartiere, fino al 2000, anche se dal 1979 in locali diversi dall’ex centro sociale, in quell’anno occupato da alcune famiglie di senza tetto, spinte a questa scelta dagli stessi ambienti dell’amministrazione comunale. A nulla valsero gli appelli del Circolo culturale e del Comitato di quartiere perché non si mettesse in contrapposizione il diritto alla casa con quello agli spazi della partecipazione popolare, rappresentati esemplarmente dall’ex centro sociale. Le istituzioni e tutti i partiti rimasero sordi. In fondo le iniziative che vi si svolgevano non erano esattamente controllabili e perfino “disturbavano” la politica del palazzo. Dopo alcuni anni le famiglie furono sistemate in alloggi adeguati e l’ex centro sociale fu murato e reso del tutto inagibile con la sfondatura del tetto. Così è rimasto da oltre trent’anni: uno squallido rudere, monumento all’inefficienza delle Amministrazioni interessate, a partire dall’azienda regionale Area (subentrata allo IACP), che ne è tuttora proprietaria.
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Il rudere dell’ex centro sociale che ospitò negli anni 70 la Scuola Popolare di Is Mirrionis

Ma da quasi tre anni si combatte perché la musica cambi. Infatti l’associazione culturale Antonio Gramsci e altri organismi operanti in quartiere, unitamente a ex docenti ed ex alunni della Scuola Popolare, hanno promosso una serie di iniziative per recuperare la memoria della scuola e delle altre attività che si svolsero nell’ex centro sociale, rivendicando il ripristino dello stabile in favore della cittadinanza. Assemblee popolari e approfondimenti sulla storia del nucleo edilizio con al centro il nostro edificio, che fu progettato da Maurizio Sacripanti, illustre architetto della Scuola romana del Novecento, autorizzano ad essere ottimisti sull’esito positivo della vertenza. Intanto Area non ha dato corso a una sua deliberazione di abbattere l’ex centro sociale per realizzare al suo posto case di abitazione per portatori di handicap, peraltro non richieste dai potenziali destinatari.

L’esperienza della Scuola popolare è stata anche oggetto di un libro, presentato con successo in città e in regione. Questo fermento ha portato alla costituzione di una associazione di cittadini, denominata “Casa del quartiere di Is Mirrionis”, che intende lavorare a 360 gradi, promuovendo la partecipazione popolare e la gestione dei beni comuni urbani da parte dei cittadini. Ed è proprio l’iscrizione dell’edificio dell’ex centro sociale alla categoria dei “beni comuni” che costituisce un’ulteriore garanzia rispetto all’esito delle rivendicazioni in atto. Per conseguire tale finalità la nuova associazione ha anche aderito all’Osservatorio dei beni comuni della Sardegna, impegnato particolarmente a richiedere al Comune di Cagliari l’adozione del “regolamento sulla collaborazione dei cittadini per la gestione condivisa e la rigenerazione dei beni comuni urbani”