Istruzione & Formazione

Appello per la Scuola Pubblica: il documento. Aderite!

img_4693 Appello per la Scuola Pubblica

Al Presidente della Repubblica
Ai Presidenti delle Camere

Al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca.

Tzacca stradoni ieri a Is Mirrionis

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Oggi a Is Mirrionis Tzacca stradoni

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- L’evento in fb.

FINANZIARIA REGIONALE 2018. Più soldi alle Università della Sardegna: la CSS approva ma chiede più precisi impegni degli Atenei sardi per lo sviluppo del territorio e pretende spiegazioni sul perché non investano adeguatamente nei corsi telematici, come fanno le migliori Università del mondo

elearning-convegno1lampadadialadmicromicroRiceviamo dalla Confederazione Sindacale Sarda e volentieri pubblichiamo.
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CSS loghetto NON BASTA METTERE PIU’ SOLDI PER LE UNIVERSITA’. OCCORRE VERIFICARE IL LORO UTILIZZO SEGUENDO IL PRINCIPIO CHE CHI RICEVE SOLDI PUBBLICI HA L’OBBLIGO DI INVESTIRE IN INNOVAZIONE E RICERCA CREANDO NUOVI POSTI DI LAVORO

Abbiamo appreso dalla stampa che la Finanziaria 2018 tra le diverse misure di impiego delle risorse prevede 17 milioni in più, oltre ai 150 già messi in bilancio, per le Università sarde. Ovviamente non possiamo che concordare sul finanziamento all’Università che costituisce un pilastro per lo sviluppo sociale, culturale ed economico della nostra Regione. Ben vengano quindi maggiori risorse, anche se dobbiamo ricordare come quelle regionali (ed europee) in certa parte compensino i minori trasferimenti statali, avendo lo Stato italiano da molti anni deciso di sacrificare il sistema formativo pubblico, a partire dalle Università, con un progressivo depauperamento delle risorse allo stesso destinate, in attuazione di una politica miope e scellerata. Ora però – come per tutte le misure previste dalla Giunta regionale e sottoposte al dibattito e alla approvazione consiliare – vorremo andare oltre i titoli per individuare in dettaglio le destinazioni proposte. In particolare per l’Università sarda vorremo capire in quale misura le risorse stanziate e da stanziare beneficino concretamente la società sarda. Non nascondiamo la nostra insoddisfazione per l’attuale rapporto delle Università sarde con il loro primo ambito di riferimento, avvertendo in talune circostanze una estraneità delle stesse rispetto ai problemi di sviluppo del territorio. Ecco allora che vorremo entrare nel merito, anche per il diritto che abbiamo come sardi e come organizzazione dei lavoratori sardi di conoscere le politiche universitarie e per quanto lecito e auspicabile – salvaguardando la giusta autonomia delle Università – orientarne le scelte in favore delle popolazioni e territori sardi. In tale ambito chiediamo di sapere quale sia l’investimento delle Università per la diffusione dell’alta formazione attraverso le tecnologie informatiche. Lo chiediamo espressamente perché tale indispensabile investimento ci pare allo stato attuale del tutto insufficiente, perfino in diminuzione rispetto a un passato recente con la grave conseguenza di tagli all’occupazione. Eppure la diffusione dei corsi universitari con modalità telematiche costituisce una pratica ormai consolidata e in progressivo rafforzamento dei migliori Atenei del mondo. A nostra conoscenza (le fonti sono i documenti in internet), lo sviluppo dei corsi universitari in modalità telematica non è presente tra gli obbiettivi dei piani strategici degli Atenei sardi. Si aspetta forse che le altre Università del sistema italiano (ci riferiamo soprattutto alle Università del Nord) “colonizzino” il territorio sardo? Nessuna preclusione ad accordi con tutte le Università italiane, europee e del resto del mondo, ma solo, riteniamo noi, con la presenza da protagonista delle Università della Sardegna.
Attendiamo chiarimenti dalla Regione e dalle Università di Cagliari e di Sassari.
Cagliari, 18.12.2017
La Confederazione Sindacale Sarda
Giacomo Meloni, Segretario generale nazionale
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lampadadialadmicromicroPer correlazione
Quando l’Università sarda, la Regione Sarda e l’Unione Europea si impegnarono per l’Università telematica della Sardegna. E oggi?

L’importanza di chiamarsi Ugo

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di Raffaele Deidda

La storia ci trasmette un profilo elevatissimo di Ugo, figura leggendaria che esercita un fascino eccezionale, fondato su grandi doni spirituali e su uno straordinario carisma personale. Ugo è diventato, in virtù della sua buona amministrazione, un’icona di valori perenni a cui tutti gli amministratori dovrebbero ispirarsi. Da capo politico Ugo ha testimoniato e trasmesso valori di attaccamento alla propria terra, coscienza e onore, come pochi altri hanno fatto, pur godendo di una fama immeritatamente maggiore. La vita di Ugo, vissuta con coerenza ed energia, è diventata nel tempo un esempio irripetibile da ammirare. Ugo si è sempre inchinato ai valori perenni, mai a un padrone. Del resto gli uomini che si inchinano ai valori e alle tradizioni sono quelli che meno si inchinano ai potenti di turno, coltivando fortemente aspirazioni libertarie e autonomiste.

L’illuminata politica di Ugo ha consentito ai suoi amministrati di vivere al riparo di arbitrii e vessazioni e ha consentito il radicamento di un grande pluralismo istituzionale e politico. La sua autorevolezza è stata carismatica, quasi taumaturgica e portatrice di fortune, capace di moderazione e giustizia più che di comando e coercizione. Ugo ha saputo dimostrare come si possa essere più un garante delle tradizioni e della libertà che un governante nel senso pervasivo del termine. Grazie a lui i cittadini hanno sviluppato un forte impegno per una generale riscoperta di valori fondamentali di coscienza, attaccamento, onore e la volontà di difendere e migliorare la propria terra per lasciarla in eredità alle generazioni future.

huguesA coloro che a questo punto si staranno domandando: “Incredibile, ma si tratta di Ugo Cappellacci?” dobbiamo purtroppo rispondere di no. Il profilo tracciato è quello di Ugo di Toscana (950-1001) margravio dal 970 fino alla sua morte. Ugo di Toscana è ricordato da Dante nella Divina Commedia, canto XVI del Paradiso. L’altro, Ugo di Sardegna, è stato il vicepresidente della Sardegna, feudatario di Berlusconi, il vero governatore dell’isola nel periodo 2009-2014. Di lui la storia tramandata ai posteri dirà a malapena che nacque da Giuseppe, commercialista del monarca Silvio negli anni ’80 e che, sorridente, si distinse per aver eseguito gli ordini del suo padrone, permettendo che la Sardegna venisse depredata da Berlusconi e dai suoi amici, con le coste prese d’assalto da famelici costruttori. [segue]

Oggi lunedì 4 dicembre 2017

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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[UnicaNews] Comunità, Sostenibilità, Disseminazione e Governance. Il CLab di UniCa, capofila nazionale dell’Italian CLab Network, lunedì 4 dicembre ospita le delegazioni per ribadire le linee guida per i prossimi 36 mesi e approvare l’Advisory board.
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Oggi————————————————————————————————-
Con La Pira in Viet Nam – Incontro con Mario Primicerio
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Oggi dalle ore 16:30, Aula Magna ex Facoltà di Scienze Politiche, viale Sant’Ignazio 78, Cagliari. La pagina fb dell’evento.******* Primicerio racconta La Pira, su Youtube.
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. Valore Lavoro. copia-di-eu_direct_loc_4-5_ottobre_ok_001-2_2_21-2DOPO IL CONVEGNO SUL LAVORO DEL 4-5 OTTOBRE 2017 Quali linee di attività, filiere produttive, ruolo del pubblico e del privato, professioni, tipo di istruzione, prospettive di impresa per creare occupazione e sviluppo locale in Sardegna? Convegno-Dibattito Cagliari, venerdì 1 dicembre 2017 Hostel Marina, scalette San Sepolcro. convegno
COMUNICAZIONE< di Franco Meloni.
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. papa-in-myanmar-1170x1245
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IL PAPA ACCOMUNA BUDDHA E SAN FRANCESCO. Discorso tenuto il 29 novembre 2017 al Kaba Aye Centre di Yangon nell’incontro con il Consiglio Supremo “Shanga” dei monaci buddisti
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Dalla preferenza di genere allo sbarramento “fotti-compagni” ovvero i pescicani mangiano i pesci piccoli.
democraziaoggi loghetto4 Dicembre 2017
Andrea Murru su Democraziaoggi
La spinta riformatrice che pareva essersi formata all’interno del palazzo di via Roma e che ha portato all’adozione della c.d. “doppia preferenza di genere” pare, di già (?) sopita. Sulla legge elettorale truffa, che ha tenuto fuori dalla massima assemblea sarda decine di migliaia di elettori (unidos, col 2,8 […].
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Punta de billete

ScuolaPopolareIsmirrionisMartedì a Is Mirrionis
CONVOCAZIONE. Il comitato casa del quartiere is mirrionis si riunisce martedì 5 dicembre alle ore 18.00 presso i locali del Centro di quartiere di via Brianza n.3, ex scuola di fronte al mercato di via Quirra, col seguente O.d.G.:
1- RECUPERO DELL’EDIFICIO DELLA SCUOLA POPOLARE DI VIA IS MIRRIONIS “uno spazio per il quartiere”, incontro con l’ing. GIANVALERIO SANNA, dirigente di Area;
2- INIZIATIVE E PROPOSTE.
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- STRUTTURA. Documentazione pertinente.
- GESTIONE. Dossier per l’adozione del Regolamento comunale per la gestione dei beni comuni.

Oggi

ScuolaPopolareIsmirrionisOggi a Is Mirrionis
CONVOCAZIONE. Il comitato casa del quartiere is mirrionis si riunisce oggi lunedi 27 novembre alle ore 18.00 presso i locali della parrocchia di Sant’Eusebio col seguente O.d.G.:
1- RECUPERO DELL’EDIFICIO DELLA SCUOLA POPOLARE DI VIA IS MIRRIONIS “uno spazio per il quartiere”, incontro con l’ing. GIANVALERIO SANNA, dirigente di Area;
2- INIZIATIVE E PROPOSTE.
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- STRUTTURA. Documentazione pertinente.
- GESTIONE. Dossier per l’adozione del Regolamento comunale per la gestione dei beni comuni.

Emilio Lussu, riferimento fondamentale della Scuola Popolare dei Lavoratori del Quartiere di Is Mirrionis

emilio-lussu-comizioQUARTIERE DI IS MIRRIONIS. ASSEMBLEA DELLA SCUOLA POPOLARE. 11.05.1975

lampadadialadmicromicro13L’11 maggio 1975, a due mesi dalla morte di Emilio Lussu (Roma 5 marzo 1975) la Scuola Popolare e il Circolo culturale di quartiere di Is Mirrionis organizzarono un’assemblea popolare per onorare il Grande Sardo. La relazione introduttiva venne tenuta da Giuseppe Caboni, uno dei massimi studiosi della vita e dell’opera di Emilio Lussu, nonché personale amico, sia pure considerando la grande differenza di età tra i due. Ringraziamo il nostro amico Giuseppe per averci ricordato quell’importante iniziativa, trasmettendoci il testo della sua relazione, che, come abbiamo riconosciuto, mantiene una straordinaria inalterata validità, oggi come allora. Tutto ciò anche a testimonianza della preziosa presenza politico-culturale della Scuola Popolare e del Centro Culturale nel quartiere di Is Mirrionis, nella città ed oltre.
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Ricordando Emilio Lussu, il suo esempio e i suoi attualissimi insegnamenti
di Giuseppe Caboni

Chi lavora comanda. È questa una delle indicazioni morali fondamentali che Emilio Lussu trasse dalla sua vita col padre. Era attorno ai 10 anni quando la prepotenza con un mezzadro gli costò, per l’intervento del padre appunto, una settimana al suo servizio, a lavorare la terra.
Da questa e da altri simili esperienze sosteneva di aver acquisito la prima apertura alla democrazia sostanziale, al senso dell’uguaglianza (in un breve saggio del 1952, “Nascita di uomini democratici”).
Lo spirito d’indipendenza, l’apprezzamento del coraggio come dote primaria, la lealtà e la socialità: anche queste sono state qualità di Lussu che lui stesso riportava ai valori propri della società pastorale di Armungia, il paese dove era nato nel 1890. L’ha definita – nel racconto “il cinghiale del diavolo”- una società senza classi e senza stato, all’interno della quale la distinzione tra patrizi e plebei, fra pastori da una parte e commercianti o scribacchini dall’altra, era “morale”, e non sociale. A questo modo di sentire, assorbito intensamente sin dall’infanzia, Lussu riportava sempre il suo radicale, irriducibile antifascismo, la sua avversione profonda alla ripartizione in classi della società capitalista, in cui quelli che lavoravano più duramente e produttivamente – contadini, pastori, operai – non esercitano affatto il potere, ma subiscono quello di strati privilegiati, autoritari e parassitari, e sono – in modo sempre più violento – vittime dello sfruttamento e del bisogno materiale.
Il primo grande scontro con la logica della società classista Lussu lo ebbe nelle trincee della prima guerra mondiale, a cui partecipava come interventista, ma di cui imparò presto a comprendere le contraddizioni. Le pagine di “Un anno sull’altopiano” descrivono con sobrietà il processo psicologico che portò il tenente sardo a capire come i veri “nemici” fossero i generali e i profittatori di guerra – e dietro l’intera struttura di potere della grande borghesia italiana ed europea – e a fraternizzare con i formidabili soldati della brigata Sassari, per il 95% pastori e contadini, e per il resto, operai, minatori ed artigiani.
Sul fronte Lussu divenne un capo leggendario. Al rientro in Sardegna le intuizioni che riuscì progressivamente a inserire nelle rivendicazioni degli ex combattenti, sino al 1920, e poi nel Partito Sardo d’Azione, muovevano in direzione del socialismo, di un socialismo originale, basato – allora – sull’autogestione, sull’antiburocratismo, sullo spirito di iniziativa e d’indipendenza. (segue)

Emilio Lussu, riferimento fondamentale della Scuola Popolare dei Lavoratori del Quartiere di Is Mirrionis

foisofois-emiliolussuQUARTIERE DI IS MIRRIONIS. ASSEMBLEA DELLA SCUOLA POPOLARE. 11.05.1975

lampadadialadmicromicro13 L’11 maggio 1975, a due mesi dalla morte di Emilio Lussu (Roma 5 marzo 1975) la Scuola Popolare e il Circolo culturale di quartiere di Is Mirrionis organizzarono un’assemblea popolare per onorare il Grande Sardo. La relazione introduttiva venne tenuta da Giuseppe Caboni, uno dei massimi studiosi della vita e dell’opera di Emilio Lussu, nonché personale amico, sia pure considerando la grande differenza di età tra i due. Ricordando quella circostanza ringraziamo il nostro amico Giuseppe per averla puntualmente documentata, trasmettendoci il testo della sua relazione, che, come abbiamo riconosciuto, mantiene inalterata validità oggi come allora. Tutto ciò anche a testimonianza della preziosa presenza politico-culturale della Scuola Popolare e del Centro Culturale nel quartiere di Is Mirrionis, nella città ed oltre.
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Ricordando Emilio Lussu, il suo esempio e i suoi attualissimi insegnamenti
di Giuseppe Caboni

Chi lavora comanda. È questa una delle indicazioni morali fondamentali che Emilio Lussu trasse dalla sua vita col padre. Era attorno ai 10 anni quando la prepotenza con un mezzadro gli costò, per l’intervento del padre appunto, una settimana al suo servizio, a lavorare la terra.
Da questa e da altri simili esperienze sosteneva di aver acquisito la prima apertura alla democrazia sostanziale, al senso dell’uguaglianza (in un breve saggio del 1952, “Nascita di uomini democratici”).
Lo spirito d’indipendenza, l’apprezzamento del coraggio come dote primaria, la lealtà e la socialità: anche queste sono state qualità di Lussu che lui stesso riportava ai valori propri della società pastorale di Armungia, il paese dove era nato nel 1890. L’ha definita – nel racconto “il cinghiale del diavolo”- una società senza classi e senza stato, all’interno della quale la distinzione tra patrizi e plebei, fra pastori da una parte e commercianti o scribacchini dall’altra, era “morale”, e non sociale. A questo modo di sentire, assorbito intensamente sin dall’infanzia, Lussu riportava sempre il suo radicale, irriducibile antifascismo, la sua avversione profonda alla ripartizione in classi della società capitalista, in cui quelli che lavoravano più duramente e produttivamente – contadini, pastori, operai – non esercitano affatto il potere, ma subiscono quello di strati privilegiati, autoritari e parassitari, e sono – in modo sempre più violento – vittime dello sfruttamento e del bisogno materiale.
Il primo grande scontro con la logica della società classista Lussu lo ebbe nelle trincee della prima guerra mondiale, a cui partecipava come interventista, ma di cui imparò presto a comprendere le contraddizioni. Le pagine di “Un anno sull’altopiano” descrivono con sobrietà il processo psicologico che portò il tenente sardo a capire come i veri “nemici” fossero i generali e i profittatori di guerra – e dietro l’intera struttura di potere della grande borghesia italiana ed europea – e a fraternizzare con i formidabili soldati della brigata Sassari, per il 95% pastori e contadini, e per il resto, operai, minatori ed artigiani.
Sul fronte Lussu divenne un capo leggendario. Al rientro in Sardegna le intuizioni che riuscì progressivamente a inserire nelle rivendicazioni degli ex combattenti, sino al 1920, e poi nel Partito Sardo d’Azione, muovevano in direzione del socialismo, di un socialismo originale, basato – allora – sull’autogestione, sull’antiburocratismo, sullo spirito di iniziativa e d’indipendenza. (segue)

Oggi venerdì 17 novembre 2017

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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. ed-rocca-21-1-nov-18
LAVORO E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
per chi cosa come produrre
Laura Pennacchi su Rocca
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CITTÀ E TERRITORIO » CITTÀ QUALE FUTURO » PER COMPRENDERE
Città storiche: espropriazione, espulsione e monocoltura turistica
di ILARIA AGOSTINI

La città invisibile, 13 novembre 2016, ripreso da eddyburg e da aladinews. Analisi, a partire di Firenze, del turismo d’oggi come nuova forma di economia di saccheggio delle risorse operato dalle aziende globalizate nei deserti creaati dallo “sviluppo”
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“Chi non ha visto la mucca in corridoio”? Ovvero chi non si accorge che la destra cresce sulle divisioni della sinistra?
17 Novembre 2017
Carlo Dore jr., sul sito www.articolo1mdp.it ripreso da Democraziaoggi
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Oggi

sp-ven-17-nov-2017- La pagina fb dell’evento.

Domani

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Punta de billete – Save the date – Ricordati

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Emergenza periferia. Emergenza educazione

lampadadialadmicromicro13Riflessioni per agire.
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Le nostre periferie degradate
di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera.
Si tratta di decidere se vogliamo che le nostre città restino schiacciate nella morsa del degrado o se vogliamo ancora vivere nei luoghi della giovinezza di molti di noi salvando lo spirito e la sostanza umana.

Per una ragione insignificante — aspettavo la riconsegna dell’auto portata in un’officina per una revisione — la settimana scorsa mi sono trovato a passare alcune ore in una periferia di Roma. Neppure così lontana — prima del Grande Raccordo Anulare per intenderci — ma a me totalmente sconosciuta.

Rispetto a Torino, a Milano o anche a Napoli, Roma, come si sa, ha questa caratteristica: è sorta nel vuoto della «Campagna» e di una zona costiera scarsamente abitata. Storicamente non sono mai esistiti intorno Roma quegli agglomerati tipo Settimo Torinese, Sesto San Giovanni, Portici, che con il tempo sono venuti formando un tutt’uno con la città quasi senza soluzione di continuità. A Roma no. A Roma ancora oggi quasi sempre la periferia della città amministrativa non finisce in un altro centro. Finisce e basta. Nei prati, nei campi delle discariche e di qualche baracca, nei terrains vagues. Dopo le case c’è il nulla: proprio come nella periferia dove io mi sono trovato in una luminosa mattina di ottobre.

Era con ogni evidenza un quartiere di piccola borghesia, giovani coppie, comunque gente di redditi modesti. I marciapiedi dissestati, le sterpaglie un po’ dappertutto, qualche alberello stento, i cassonetti dell’immondizia sbilenchi e mezzo bruciati; e naturalmente ogni muro imbrattato dalle solite scritte smisurate. Il silenzio e la solitudine era ciò che più colpiva.

Nelle vie abbastanza grandi, tra i palazzi di nuova costruzione — neppur troppo brutti e opprimenti per la verità, spesso con dei grandi spazi interni — a metà mattinata non c’era nessuno, letteralmente non anima viva. E del resto perché avrebbe dovuto esserci qualcuno? A fare che cosa? A perdita d’occhio, infatti, non si vedeva un ufficio, un’insegna, un negozio, niente. A provvedere alle necessità d’ogni giorno bastavano evidentemente i due o tre supermercati che s’incontravano un paio di chilometri prima sullo stradone che portava da quelle parti. Dove i locali commerciali non mancavano, ma tutti irrimediabilmente vuoti: alcuni ancora con le scritte stinte e i resti degli arredi, testimonianza di altrettanti tentativi andati a vuoto. Facevano eccezione una farmacia e poco più in là uno strano posto — forse il magazzino di un grossista — attraverso le cui vetrine si vedeva un numero incredibile di sedie a rotelle, girelli, stampelle canadesi e attrezzi simili. Solo molto lontano, sotto una specie di porticato, un bar addossato a una fermata d’autobus con due tavolini di plastica davanti. Insieme il bar e la fermata sembravano quasi come l’unico avamposto rimasto della civiltà, il solo tramite sopravvissuto verso il mondo remoto della città. La tabella della fermata indicava l’ultima corsa per le 21. Dopo quell’ora la solitudine di quelle strade, di quei palazzi, si tramutava evidentemente in un isolamento simile alla prigionia. Da lì per chi non possedeva un’auto o un motorino era impossibile muoversi, andar via. Ma che cosa diventavano quei luoghi — era impossibile non chiedersi — quando calava la notte? Quali sensazioni provava l’ultimo passeggero che scendeva dall’ultima corsa? Che cosa poteva fare lì la sera chi aveva vent’anni? Una risposta la suggerivano i distributori di preservativi e di sigarette rispettivamente fuori dalla farmacia e dal bar: entrambi blindati, saldati al muro con delle spesse sbarre d’acciaio.

Quanti uomini politici, mi sono chiesto, hanno mai messo piede da queste parti, da soli e magari di notte? Ma anche quanti di noi che abitiamo da sempre in una città ne conosciamo soltanto una parte, sempre e solo quella più comoda, più rassicurante? Forse il primo compito di un sindaco dovrebbe essere proprio quello di far conoscere ai cittadini la loro città per intero. Anche perché le cose che in essa non vanno non sono equamente distribuite tra le sue parti, e non basta leggerle sui giornali. Vista da una periferia, sia pure per poche ore ma in prima persona, ogni questione appare con contorni più netti, ogni problema acquista un’altra misura.

Diventa innanzi tutto più netta e tangibile la questione — dobbiamo ancora oggi adoperare questa parola — dell’ineguaglianza. Che, superata una certa soglia, produce una rottura violenta di quel sentimento di giustizia che vive entro noi e ci serve a mantenere il rispetto di noi stessi. Allorché per l’appunto l’ineguaglianza diventa ingiustizia. Determinare la soglia di cui sopra non è facile, certo. Ma è anche vero che forse abbiamo abbandonato con troppa disinvoltura l’idea di «giusta società» senza la quale una democrazia appassisce e probabilmente muore. È stato positivo, ad esempio, aver tolto ai Comuni la risorsa dell’imposta sulla proprietà della prima casa, l’Imu, favorendo così il degrado dei centri urbani? E dunque condannando centinaia di migliaia di nostri concittadini a vivere ancor più non dico nella miseria, ma nello stato di deprivazione sociale e culturale, di solitudine esistenziale, di assenza di servizi e di stimoli, quale è quello che caratterizza (di certo non sempre per colpa degli amministratori) quasi tutte le nostre periferie urbane? E ancora: è giusto che dall’abbandono di tali periferie risulti poi una drammatica disparità di occasioni per quei giovani italiani che essendovi nati troveranno mille ostacoli in più per costruirsi un futuro simile a coloro che invece hanno avuto la fortuna di nascere e crescere altrove?

Non si tratta solo di giustizia a favore di una parte, ma del futuro di tutti noi. Si tratta di decidere, infatti, se vogliamo che le nostre città restino schiacciate nella morsa micidiale del degrado delle periferie da un lato e della distruzione dei centri storici a opera della barbarie turistica dall’altro. Se vogliamo intristire sullo sfondo di una scena urbana irriconoscibile e incarognita o se invece vogliamo continuare a vivere nei luoghi che hanno assistito alla nostra storia fino alla giovinezza di molti di noi, se vogliamo che ne continui lo spirito, l’atmosfera, la profonda sostanza umana, e in mille luoghi la bellezza suprema.

Di deciderlo eventualmente anche contro il nostro interesse immediato. Proprio a questo, del resto, dovrebbe servire la politica democratica. A correggere il naturale (e in certa misura opportuno) egoismo individuale concentrato sull’oggi, per favorire l’interesse generale, sia quello presente che quello più lontano nel tempo. Dunque guardando più oltre, pensando in grande, e, poiché è necessario, magari obbligando tutti, ma proprio tutti, a pagare le tasse.

2 novembre 2017
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