EUROPA

C’è voglia d’Europa

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Lo dice anche la riuscita (e oceanica) manifestazione di Londra.
[Da repubblica.it online] Brexit, folla oceanica a Londra chiede nuovo referendum. Da Ansa.it.

L’Europa che vogliamo!

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Per un’Europa dei diritti umani e della giustizia sociale!
Per una società solidale piuttosto che esclusione e razzismo!
Per il diritto alla protezione e all’asilo – contro l’isolamento dell’Europa!
Per una società libera e diversificata!
La solidarietà non conosce confini!

Berlino, 13 novembre 2018. Anche Berlino in marcia contro il razzismo e invocando la solidarietà contro l’ascesa dell’estrema destra in tutta la Germania e l’Europa. In un tratto di tre miglia, da Alexanderplatz alla Porta di Brandeburgo fino alla Colonna della Vittoria, migliaia di persone si sono riunite “Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!”

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Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!
Si sta verificando un drammatico cambiamento politico: razzismo e discriminazione stanno diventando socialmente accettabili. Ciò che ieri era considerato impensabile e indicibile, oggi è diventato realtà. Umanità e diritti umani, libertà religiosa e stato di diritto vengono apertamente attaccati. Questo è un attacco a tutti noi.
Non permetteremo che lo stato sociale venga messo in gioco contro l’asilo e la migrazione. Saremo resistenti quando i diritti e le libertà fondamentali rischiano di essere ulteriormente limitati.
Ci si aspetta che accettiamo la morte di coloro che cercano rifugio in Europa come “normali”. L’Europa è in preda a un’atmosfera di antagonismo ed esclusione nazionalistici. Tuttavia, ogni critica a queste condizioni disumane viene liquidata come non realistica.
Mentre lo Stato stringe le sue cosiddette “leggi sulla sicurezza” e estende la sorveglianza in uno spettacolo di forza, il sistema sociale è sempre più caratterizzato da debolezza: milioni subiscono l’impatto di un sottoinvestimento nell’assistenza di base, nell’assistenza sanitaria, nell’infanzia e nell’istruzione. Da “Agenda 2010″, la ridistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto è progredita ad un ritmo allarmante. I miliardi di profitto generati dagli incentivi fiscali sono in netto contrasto con uno dei più grandi settori settoriali a basso salario in Europa e il livello di persone povere e svantaggiate.
Siamo contrari – resisteremo!
Rappresentiamo una società aperta e attenta, in cui i diritti umani sono indivisibili e in cui stili di vita diversi e autodeterminati sono innegabilmente rispettati.
Siamo contro ogni forma di odio e discriminazione. Insieme, affrontiamo decisamente il razzismo anti-islamico, l’antisemitismo, l’antiziganismo, l’antifemminismo e la fobia LGBTIQ *.
Ci sono già molti di noi.
Che si tratti delle frontiere esterne dell’Europa o di organizzazioni di rifugiati e di iniziative gradite; in movimenti queer-femministi e antirazzisti, organizzazioni di migranti, sindacati, associazioni, ONG, comunità religiose, società e
quartieri; che si tratti della lotta contro i senzatetto, il dislocamento o la mancanza di servizi di assistenza, contro la sorveglianza e l’inasprimento delle leggi sulla sicurezza, o la spogliazione dei diritti dei rifugiati, in molti luoghi le persone difendono se stesse e gli altri da discriminazioni, criminalizzazioni ed esclusioni.
Insieme, renderemo visibile questa società premurosa. Il 13 ottobre verrà inviato un chiaro segnale da Berlino.
#unteilbar
Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!
Dimostrazione: 13 ottobre 2018 – Berlino
Per un’Europa dei diritti umani e della giustizia sociale!
Per una società solidale piuttosto che esclusione e razzismo!
Per il diritto alla protezione e all’asilo – contro l’isolamento dell’Europa!
Per una società libera e diversificata!
La solidarietà non conosce confini!

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For an Open and Free Society: Solidarity, not Exclusion!
A dramatic political shift is taking place: racism and discrimination are becoming socially acceptable. What yesterday was considered unthinkable and unutterable, has today become a reality. Humanity and human rights, religious freedom, and the rule of law are being openly attacked. This is an attack on all of us.
We will not allow the welfare state to be played off against asylum and migration. We will stand in resistance when fundamental rights and freedoms are in danger of being further restricted.
We are expected to accept the deaths of those seeking refuge in Europe as ‘normal’. Europe is in a grip of an atmosphere of nationalistic antagonism and exclusion. However, any criticism of these inhumane conditions is dismissed as unrealistic.
While the State tightens its ‘so-called’ security laws and extends surveillance in a show of strength, the social system is increasingly characterised by weakness: millions suffer the impact of an underinvestment in basic care, healthcare, childcare, and education. Since ‘Agenda 2010’, the redistribution of wealth from below to above has advanced at an alarming rate. The billions in profit generated through tax incentives stand in stark contrast to one of the biggest low-wage sectors sectors in Europe and level of impoverished, disadvantaged people.
We are against this – we will resist!
We stand for an open and caring society, in which human rights are indivisible and in which diverse and self-determined ways of life,are undeniably respected.
We stand against all forms of hatred and discrimination. Together, we decidedly confront anti-Muslim racism, antisemitism, antiziganism, antifeminism and LGBTIQ*-phobia.
There are already many of us.
Whether it’s on Europe’s external borders, or here within refugee organisations and in welcome initiatives; in queer-feminist and antiracist movements, migrant organisations, trade unions, associations, NGO’s, religious communities, societies and
neighbourhoods; whether it’s through the fight against homelessness, displacement, or lack of care services, against surveillance and tightened security laws, or the stripping of rights from refugees — in many places, people are actively defending themselves and others against discrimination, criminalisation and exclusion.
Together, we will make this caring society visible. On 13 October, a clear signal will be sent from Berlin.
#unteilbar
For an Open and Free Society: Solidarity, not Exclusion!
Demonstration: 13 October 2018 – 13:00 Berlin
For a Europe of human rights and social justice!
For a solidarity-based society rather than exclusion and racism!
For the right to protection and asylum – against the isolation of Europe!
For a free and diverse society!
Solidarity knows no borders!

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#unteilbar
Für eine offene und freie Gesellschaft – Solidarität statt Ausgrenzung!
Es findet eine dramatische politische Verschiebung statt: Rassismus und Menschenverachtung werden gesellschaftsfähig. Was gestern noch undenkbar war und als unsagbar galt, ist kurz darauf Realität. Humanität und Menschenrechte, Religionsfreiheit und Rechtsstaat werden offen angegriffen. Es ist ein Angriff, der uns allen gilt.
Wir lassen nicht zu, dass Sozialstaat, Flucht und Migration gegeneinander ausgespielt werden. Wir halten dagegen, wenn Grund- und Freiheitsrechte weiter eingeschränkt werden sollen.
Das Sterben von Menschen auf der Flucht nach Europa darf nicht Teil unserer Normalität werden. Europa ist von einer nationalistischen Stimmung der Entsolidarisierung und Ausgrenzung erfasst. Kritik an diesen unmenschlichen Verhältnissen wird gezielt als realitätsfremd diffamiert.
Während der Staat sogenannte Sicherheitsgesetze verschärft, die Überwachung ausbaut und so Stärke markiert, ist das Sozialsystem von Schwäche gekennzeichnet: Millionen leiden darunter, dass viel zu wenig investiert wird, etwa in Pflege, Gesundheit, Kinderbetreuung und Bildung. Unzählige Menschen werden jährlich aus ihren Wohnungen vertrieben. Die Umverteilung von unten nach oben wurde seit der Agenda 2010 massiv vorangetrieben. Steuerlich begünstigte Milliardengewinne der Wirtschaft stehen einem der größten Niedriglohnsektoren Europas und der Verarmung benachteiligter Menschen gegenüber.
Nicht mit uns – Wir halten dagegen!
Wir treten für eine offene und solidarische Gesellschaft ein, in der Menschenrechte unteilbar, in der vielfältige und selbstbestimmte Lebensentwürfe selbstverständlich sind. Wir stellen uns gegen jegliche Form von Diskriminierung und Hetze. Gemeinsam treten wir antimuslimischem Rassismus, Antisemitismus, Antiziganismus, Antifeminismus und LGBTIQ*- Feindlichkeit entschieden entgegen.
Wir sind jetzt schon viele, die sich einsetzen:
Ob an den Außengrenzen Europas, ob vor Ort in Organisationen von Geflüchteten und in Willkommensinitiativen, ob in queer-feministischen, antirassistischen Bewegungen, in Migrant*innenorganisationen, in Gewerkschaften, in Verbänden, NGOs, Religionsgemeinschaften, Vereinen und Nachbarschaften, ob in dem Engagement gegen Wohnungsnot, Verdrängung, Pflegenotstand, gegen Überwachung und Gesetzesverschärfungen oder gegen die Entrechtung von Geflüchteten – an vielen Orten sind Menschen aktiv, die sich zur Wehr setzen gegen Diskriminierung, Kriminalisierung und Ausgrenzung.
Gemeinsam werden wir die solidarische Gesellschaft sichtbar machen! Am 13. Oktober wird von Berlin ein klares Signal ausgehen.
#unteilbar Für eine offene und freie Gesellschaft – Solidarität statt Ausgrenzung Demonstration: 13. Oktober 2018 – 13:00 Uhr Berlin
Für ein Europa der Menschenrechte und der sozialen Gerechtigkeit!
Für ein solidarisches und soziales Miteinander statt Ausgrenzung und Rassismus!
Für das Recht auf Schutz und Asyl – Gegen die Abschottung Europas!
Für eine freie und vielfältige Gesellschaft!
Solidarität kennt keine Grenzen!

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Qui il link al blog e all’appello.
Fonte: foto di Carsten Koall/Getty Images, presa dal sito Common Dreams, ripresa da eddyburg.

Europa Europa

Strasburgo condanna Orbán, ora decide il Consiglio Ue.
[Su repubblica.it] L’assemblea ha approvato la risoluzione di Judith Sargentini sulla situazione in Ungheria. Ora spetta ai capi di Stato e di governo decidere sulla procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato.
judith-sargentini-portretSTRASBURGO. Alla sfida di Viktor Orbán all’Europa, Strasburgo ha risposto approvando la risoluzione dell’europarlamentare olandese dei Verdi Judith Sargentini che accusa l’Ungheria di violare i principi della democrazia. Il testo è stato approvato con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti con 693 votanti. Ora spetta al Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Ue decidere se attivare la procedura dell’articolo 7 del Trattato dell’Unione Europea che, dopo una lunga procedura, potrebbe portare a sanzioni, come la sospensione del diritto di voto.
“Una votazione storica del Parlamento a favore dello stato di diritto”, ha commentato la relatrice del testo Sargentini. “Il governo di Viktor Orbàn ha minato i valori europei attaccando l’indipendenza dei media, dei giudici e del mondo accademico e le persone vicine al governo ei loro amici e familiari si sono arricchiti a spese di contribuenti ungheresi ed europei”, ha detto Sargentini. E aggiunge: “Il popolo ungherese merita di meglio. Gli ungheresi hanno anche il diritto alla libertà di espressione, alla non discriminazione, alla tolleranza e alla giustizia sanciti dai trattati europei”.
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conf-stampa-judithJudith Sargentini über alles. La conferenza stampa (con interprete italiano) diffusa da Radio Radicale: https://www.radioradicale.it/scheda/551517/conferenza-stampa-di-judith-sargentini
(segue)

Dibattito. Quale Europa a vantaggio di tutti gli europei? C’è un alternativa alla “dittatura dell’euro” che non sia la fuoriuscita dall’area-euro e dall’UE?

poveraEuropaCosa impedisce all’Italia di sottrarsi alla “dittatura eurista”?
di Gianfranco Sabattini*

Perché si continua ad auspicare l’avvento di un futuro europeo fondato sulla realizzazione di valori che, largamente condivisi nel passato, sono ora resi opachi, se non rimossi, dagli egoismi nazionali? Non sarebbe ora che ci si rendesse conto della situazione, anche per meglio contestare su basi più razionali quanto sostengono i critici radicali di quella che molti di loro chiamano “dittatura dell’euro”? E’ giusto contrastare il radicalismo euroscettico sul piano culturale e valoriale; ma è anche doveroso, per meglio controargomentare, se possibile, capire le ragioni che ne hanno causato la nascita ed ora la radicalizzazione.
Un libro contro la “dittatura dell’euro” è quello che Sergio Cesaratto ha pubblicato di recente, dal titolo apparentemente “buonista”, ma, profondamente critico nei contenuti e nella proposta. L’idea di uscire dall’Unione Europea e dall’area-euro potrà non essere condivisa; ciò non toglie che l’esposizione delle ragioni del perché la moneta unica e la logica sottostante il funzionamento delle istituzioni europee che la governano risultino penalizzanti per molti Paesi, tra i quali l’Italia, meritano d’essere attentamente considerate; non foss’altro che per trovare una “via di fuga” dalla situazione economica stagnante che la crisi del 2007/2008 ha fatto emergere in tutta la sua gravità, proprio a causa del malfunzionamento della moneta unica e delle istituzioni che la sorreggono.
Questo situazione negativa dell’Italia non è certo attribuibile soltanto ai meccanismi penalizzanti dell’euro; essa è anche il risultato di scelte effettuate nel passato dalla classe imprenditoriale e da quella politica nazionali; ma l’obbligo che incombe ora sul Paese, quello di rispettare le “regole del gioco” stabilite per il governo dell’euro, rappresenta un serio ostacolo al superamento della stagnazione. Ciò accade, non a causa delle “regole del gioco” in sé e per sé considerate, ma per via del fatto che esse non vengono rispettate da tutti i Paesi, soprattutto da parte del Paese (la Germania) che di fatto ha assunto (e, in parte, si è visto assegnare) il ruolo di leader tra i Paesi membri dell’Unione, a causa del pensiero politico-economico ordoliberista professato sacralmente dall’establishment tedesco.

“l’Italia – afferma Cesaratto – è in questi mesi coinvolta nel processo di revisione dell’assetto delle istituzioni economiche europee, processo che dovrebbe costituire una sorta di Maastrcht 2.0”. Ma di fronte al dissenso sulle “regole del gioco” poste a fondamento del funzionamento dell’area-euro, l’Italia e gli altri Paesi che soffrono degli stessi effetti negativi originati dal malfunzionamento di qull’area, devono necessariamente chiedersi, come osserva Cesaratto, se le “regole adottate” non hanno funzionato, perché sono sbagliate, o perché non sono state rispettate. A parere di Cesaratto, il processo di revisione dell’assetto delle istituzioni economiche europee ora in corso sembra orientato a basarsi sulla seconda tesi; ciò perché la strenua difesa ordoliberista degli interessi tedeschi risulta essere incompatibile con il rispetto delle “regole del gioco”, quale esso (il rispetto), alla luce dell’analisi e della storia economica, dovrebbe essere praticato per il corretto funzionamento dell’area valutaria dell’Unione

Secondo l’analisi economica, un gruppo di Paesi, sufficientemente integrati tra loro sul piano degli scambi e del movimento dei fattori produttivi, può avere interesse a creare un’unione monetaria, che risulta ottimale quando eventuali squilibri delle bilance commerciali vengono corretti automaticamente attraverso l’agire delle forze del mercato. L’umanità si era illusa di potersi avvalere, con l’adozione, a livello mondiale, delle “regole del gioco” del sistema aureo classico, il “gold-sandard”, col quale i Paesi partecipanti al commercio internazionale regolavano i loro reciproci rapporti di debito e credito, utilizzando monete nazionali che consistevano di oro o erano liberamente convertibili in oro. Con questo sistema, l’automatismo attivato dal mercato comportava che i Paesi in disavanzo subissero un deflusso di oro (dovendo pagare per le importazioni più di quanto ricevevano a compenso delle esportazioni) e quelli in avanzo, per ragioni opposte, un afflusso netto di oro. La diminuzione dell’oro nei Paesi in disavanzo causava al loro interno una diminuzione di prezzi e un aumento all’interno di quelli in avanzo; i primi Paesi guadagnavano in competitività, mentre i secondi la perdevano, per cui il risultato finale era che gli squilibri della bilancia verso l’estero venissero rimossi.

Un automatismo del tipo descritto può essere esteso anche ad un’area monetaria integrata, all’interno della quale circoli una moneta unica, com’è il caso dell’area-euro: il Paese che perde euro, in seguito a un disavanzo della propria bilancia commerciale andrebbe incontro a una caduta dei prezzi interni, mentre quello con una bilancia in avanzo dovrebbe accettare di subire il fenomeno contrario. Sennonché, com’è stato messo in evidenza da Robert Alexander Mundell, le “regole del gioco”, sia nel caso del sistema aureo classico, che in quello dell’area valutaria dell’euro, non sono state rispettate, in quanto, in entrambi i casi, i Paesi in surplus non hanno accettato il fatto che una loro maggiore inflazione, secondo l’automatismo attivato dalle forze del mercato, favorisse il riequilibrio verso l’esterno delle loro bilance commerciali.

E’ stato così che, nel caso del gold standard, il mancato rispetto delle “regole del gioco”, poste a presidio degli equilibri delle bilance nazionali, ha prodotto, prima, la crisi del mercato internazionale, poi, l’avvento delle dittature e tutto il resto; la mancata osservanza delle stesse “regole del gioco” all’interno dell’area valutaria dell’euro ha sinora prodotto, oltre agli squilibri nelle posizioni debitorie e creditorie dei singoli Stati membri, anche squilibri nelle loro economie reali, determinando sul piano politico, almeno per il momento, solo il diffondersi del fenomeno del populismo; il quale, invece d’essere considerato dagli establishment prevalenti come effetto del mancato funzionamento ottimale dell’area-euro, ne viene ritenuto, irresponsabilmente, la causa.

Da tempo gli economisti hanno avvertito che l’area-euro non poteva dare origine ad un’area valutaria ottimale, in quanto le differenze istituzionali esistenti, proprie dei diversi Paesi membri, giustificavano che ad essi fosse conservata la flessibilità del cambio per aggiustare gli squilibri delle loro bilance; per contrastare la deflazione, gli economisti hanno anche osservato che la mancata trasgressione delle “regole del gioco” da parte dei Paesi in surplus, in particolare da parte della Germania, ha costretto, come sottolinea Cesaratto, i Paesi in deficit a “stringere la cinghia, inducendo una generale tendenza deflazionistica all’economia dell’Unione”, in conseguenza delle politiche di austerità cui quei Paesi sarebbero stati costretti.

Per contrastare la deflazione, gli economisti hanno proposto che gli eventuali surplus delle bilance commerciali “fossero riciclati attraverso trasferimenti fiscali verso i Paesi in disavanzo”. Questa forma di solidarietà, che sarebbe servita anche a supportare la domanda aggregata dell’intera area monetaria europea, implicava un’unione politica, che però non è mai stato possibile realizzare; ciò, perché, i Paesi con bilance in surplus, a partire dalla Germania, smentendo il sogno di buona parte delle forze di sinistra (sorde alle istanze populiste) hanno preferito optare per un’Unione Europea basata su istituzioni minime, volte a fare rispettare il funzionamento di un mercato rigidamente ispirato a principi “laissezfairistici”, senza il vincolo dell’osservanza delle regole implicanti l’ottimalità dell’area valutaria dell’euro.

Perché proprio la Germania, al di là delle esternazioni favorevoli al processo di unificazione politica dell’Europa comunitaria di molti esponenti della sua classe politica e di molti suoi intellettuali, è il Paese che si trova ad essere interessato di fatto ad un’”Europa Minima”? La risposta è da rinvenirsi nel fatto che, oltre all’ideologia ordoliberista che pervade l’intero establishment tedesco, sono le scelte che la Germania è obbligata ad assumere a renderla “ostile” all’unificazione politica dell’Unione, a causa dalla natura strutturale dei suoi surplus di bilancia verso l’esterno (in particolare, verso alcuni Paesi membri dell’Unione).

Si tratta di scelte alle quali la Germania non può sottrarsi, per via del modo in cui la sua ricostruzione economica postbellica è stata impostata, ovvero in funzione delle esportazioni. Su questa base – afferma Cesaratto – le esportazioni e i surplus commerciali sono diventati per l’economia tedesca “uno sbocco inevitabile”. In prospettiva, secondo Cesaratto, l’irrevesibilità della sua struttura produttiva “apre problemi drammatici per l’area euro”, in quanto l’orientamento alle esportazioni “destabilizza le altre economie”, condannandole a “un’eterna deflazione per evitare di essere sommerse dalle esportazioni tedesche e dai conseguenti debiti”. Stando così le cose, “il problema diventa politico, e riguarda la sopravvivenza dell’unione monetaria come area di cooperazione e sviluppo”. Quali opzioni – si chiede Cesaratto – ha a propria disposizione il governo italiano, a fronte di posizioni delle istituzioni europee che concepiscono che le possibili riforme per un “Maastricht 2.0” devono essere solo dirette a rendere sempre più cogente l’obbligo di osservare “regole” che sinora si sono rivelate penalizzati per l’Italia?

Cesaratto conclude affermando che, in vista della prosecuzione dei lavori per la riforma delle istituzioni europee, il Paese farebbe bene a tracciare una “linea del Piave”, intorno alla quale realizzare una vasta coesione di forze politiche, per sancire che un ulteriore proseguimento della governance dell’area valutaria europea secondo le linee sin qui seguite, “sarebbe inaccettabile, e da ultimo fallimentare, per l’Italia e per la stessa Europa”; in altri termini, se le cose non dovessero cambiare, s’imporrebbe per l’Italia l’uscita dall’area-euro e dall’Europa!

E’ questa l’unica via di fuga dalla “schiavitù dell’euro”? Secondo altri critici dello status quo europeo, la fuoriuscita da un’area di cooperazione sovrannazionale sarebbe negativa per l’Italia, per cui la ricerca di un’alternativa meno radicale dovrebbe essere oggetto di attenta riflessione da parte dell’establishment italiano dominante; tale ricerca dovrebbe essere perseguita, tenendo conto che l’abbandono del gold standard da parte dell’economia mondiale è stato reso possibile dagli sconvolgimenti internazionali che si erano determinati, mentre la fuoriuscita dell’Italia (e non solo di essa) dall’euro, come molti sostengono, sarebbe ostacolata, non solo perché molti italiani sono ancora legati alla conservazione degli ideali europeisti, ma anche e soprattutto perché si opporrebbe quella parte del sistema produttivo nazionale che risulta ormai integrato irreversibilmente con il sistema economico del Paese europeo egemone, la Germania.

Tenendo conto di questi ostacoli e dell’impossibilità che l’Italia possa superare da sola la stagnazione che la affligge, lo sganciamento dalla “dittatura dell’euro” dovrebbe, più convenientemente, essere intesa come “mossa tattica”, volta e creare le condizioni per far ripartire rapidamente il processo di unificazione politica europea. Se la “minaccia” di tale mossa non dovesse sortire alcun effetto, un’alternativa all’uscita dall’euro e dall’Unione potrebbe consistere in un’iniziativa che l’Italia potrebbe assumere, pur continuando a fare parte dell’Unione e dell’area valutaria dell’euro, per coinvolgere su basi democratiche, sociali e solidaristiche, i Paesi del Sud dell’Europa, inclusa la Francia, e tentare con essi di convenire una politica di cooperazione sopranazionale affrancata il più possibile dall’influenza, negativa sulle loro economie, dell’Europa minima voluta dalla Germania.

Si tratterebbe di un’alternativa all’uscita dall’euro e dall’Unione che non metterebbe in dubbio la fedeltà al progetto europeo dell’Italia e degli altri Paesi che dovessero aderire alla proposta di cooperazione. Sarebbe comunque un’iniziativa volta ad attenuare la stretta della “dittatura dell’euro” sulle loro economie, ad imitazione di comportamenti che altri Paesi comunitari hanno intrapreso per la tutela dei loro interessi settoriali, giudicati prioritari per la crescita delle loro economie: gli esempi sono il Patto del Trimarium, col quale 12 Paesi dell’Europa orientale hanno deciso di cooperare nel campo delle infrastrutture e dell’energia; oppure l’alleanza di Visegrad, col quale 4 Paesi, sempre dell’Unione Europea, hanno concordato di portare avanti una politica comune riguardo ai problemi dell’immigrazione.

Come nei casi del patto del Trimarium e dell’alleanza di Visegrád, l’Italia, avviando assieme ad altri Paesi membri dell’Unione una cooperazione volta solo ad attenuare gli effetti della “dittatura dell’euro”, in luogo di una fuoriuscita unilaterale dall’Unione, si limiterebbe a perseguire una cooperazione sopranazionale finalizzata alla promozione di iniziative economiche comuni, che da sola non sarebbe in grado di intraprendere.
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* anche su Democraziaoggi.
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http://www.limesonline.com/progetti-infrastrutturali-nel-trimarium/103949

Europa Europa non consegnarti all’inciviltà!

Félix Vallotton (Losanna 1865-1925) il ratto d' Europa
EUROPA
giocando a scaricabarile

di Roberta Carlini su Rocca

Facce stravolte, cravatte allentate, tailleur stropicciati. Il copione degli accordi raggiunti a notte fonda, di solito riservato alle trattative sindacali, è utile alla retorica del salvataggio in extremis, del duro lavoro fatto per evitare il baratro, dei leader volenterosi. Ma la sostanza arriva poi con la luce del giorno, e il tanto atteso e temuto Consiglio europeo di fine giugno si è concluso, all’alba del 30, con scarsa sostanza. Quella bastevole a evitare la rottura. A scongiurare il pericolo che l’Europa, nata sulla moneta, morisse sui profughi. Ma mentre decine e decine di persone morivano di morte non simbolica, nel mar Mediterraneo, la vita dell’Unione continuava senza un messaggio di salvezza per loro. L’accordo è presto detto: si farà di tutto per evitare gli sbarchi, dando pieni poteri a una Guardia costiera libica alla cui efficacia e umanità non crede nessuno (anzi, ci sono prove di una sua complicità passata con gli scafisti); e per chiudere chi riesca a sbarcare in centri controllati – eufemismo per dire «prigioni» – chiamati ora «piattaforme di disimbarco». In queste, che dovranno sorgere ai bordi del Mediterraneo, dunque anche in Italia, si scremeranno gli aventi diritto all’asilo e si ributteranno indietro tutti gli altri. Questi gli impegni, la cui attuazione pratica è ancora tutta da scrivere e finanziare.
L’inizio estate del 2018, l’anno che ha portato nel cuore dell’Unione il vento partito dagli Stati Uniti con l’elezione di Trump, ci ha consegnato questo scenario. Si è temuto che il nuovo governo italiano rompesse i patti sull’euro, invece è sui migranti che si è aperta la crisi nell’Unione. E l’Italia è al centro, non solo perché primo grande Paese europeo nel quale la destra xenofoba ha preso il
governo, ma anche per motivi puramente geografici, come piattaforma necessaria di arrivo. Il linguaggio diretto dei nuovi governanti, senza le mediazioni né le formalità rassicuranti legate alla diplomazia, ma an- che a regole istituzionali finora rispettate anche nei momenti più drammatici, ci met- te davanti a una verità nuda: è l’Italia l’anello debole sul quale si può spezzare la catena lentamente costruita dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quell’unione che i fondatori volevano come antidoto al veleno della guerra e dei nazionalismi e che i popoli, o gran parte di essi, sente come nuovo veleno, come una catena essa stessa, rompendo la quale si potrà tornare a un passato migliore.

il morbo incubato
Questa è la caratteristica che unisce la nuova destra che governa gli Stati Uniti, che ha spinto per la Brexit in Gran Bretagna, che è stata respinta in Francia, che governa il «gruppo di Visegrad» (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) e che incalza la Cancelliera Merkel in Germania: il sogno è ambientato nel passato, non nel futuro. Solo pochi anni fa Obama salutava la sua rielezione con un bellissimo discorso e una frase memorabile: il meglio deve ancora venire. Eravamo nel 2012, il primo presidente nero della storia statunitense veniva rieletto nonostante lo sconquasso della crisi del 2008 che aveva salutato il suo insediamento; o forse proprio per questo, dato che la pragmatica risposta del piano Arra di Obama aveva attutito i colpi durissimi della crisi, e avviato una ripresa piena di limiti e difetti ma pur sempre con il segno positivo.
Negli stessi mesi, l’Europa si ammalava della malattia che – forse, insieme ad altre cause – l’ha portata fin qui. Contrastava la crisi a colpi di austerità, comprimeva o negava i principi stessi scritti nella sua carta oltre che nel suo dna: solidarietà, in primo luogo. Al punto di arrivare sull’orlo del baratro, a un passo dal collasso finanziario e poi anche po- litico, su una questione che, dal punto di vista numerico e sostanziale, era minima: il debito della Grecia, enorme per quel Paese ma microscopico in confronto alla potenza e alla ricchezza dell’Unione europea, e anche solo della zona dell’euro. Una crisi che si sarebbe potuta risolvere in pochi mesi e minor sacrificio fu lasciata a bagnomaria, per non compromettere l’immagine e il ruolo di ‘falco’ della cancelliera Merkel che doveva affrontare un voto politico interno. Poi, il tentativo del popolo greco di autodeterminarsi, in presenza di un indebitamento estero enorme e conseguenti vincoli dei mercati finanziari, fu respinto. Se ne uscì, con costi sociali maggiori di quelli che avrebbe comportato un’Unione coesa e pragmatica – se avesse fatto politiche anticicliche come quelle del liberal Obama, senza bisogno di evocare ricette socialdemocratiche su cui pure il modello europeo è nato; ma soprattutto con costi politici non limitati alla sola Grecia (nella quale anzi il governo Tsipras è riuscito a ge- stire e sopravvivere a una crisi terribile). Ovunque, nei Paesi più ricchi e a basso tasso di disoccupazione come in quelli più indebi- tati e disoccupati, ai margini dell’Unione – tra i quali purtroppo anche l’Italia – il morbo incubato tra il 2011 e il 2012 ha continuato a dilagare. E l’Europa è diventata, nella perce- zione comune, l’untore, la responsabile del male. Soprattutto presso il popolo italiano, che primeggiava in europeismo e che solo pochi anni fa (era il 1997) accettò di pagare una «tassa per l’Europa», un’addizionale sulle
imposte sul reddito per entrare nell’euro (poi fu restituita, fu parte del ‘dividendo dell’euro’ per la riduzione dei tassi di interesse che ne seguì). E se al di sotto delle Alpi si incolpava e si incolpa l’Europa dei disastri del passato e delle paure per il futuro, insomma per essere diventati o poter diventare più poveri, al di là dei valichi la si incolpa di non tenere a dovuta distanza la povertà, quella che arriva dal mare.

sogno del passato
Paure che diventano terrori, in gran parte alimentate come fantasmi dal buio e destinate a sparire alla luce del giorno e della ragione. Ma anche, almeno in parte, fondate su fatti reali e sofferenze vive: gli ultimi dati dell’Istat certificano che la povertà assoluta, in Italia, coinvolge adesso 5 milioni di famiglie. Far cambiare rotta all’Europa si rivelò impossibile, anche perché nessuno ci ha seriamente provato; di fronte al successo dilagante del movimento opposto: tornare indietro, sfasciare quel progetto fallito, rompere il brutto giocattolo e le sue istituzioni destinate a non reggersi in piedi se non per finta. Di qui il sogno del passato, la «retrotopia» per dirla con Bauman. Che trae alimento, più che dalla nostalgia di un’effettiva età dell’oro, dalla sua semplicità: ecco un nemico, individuato e conosciuto, con cui prendersela. Poco importa che, a ragionarci un po’, la chiusura delle frontiere commerciali con la Germania, la limitazione della nostra emigrazione di studenti e operai, il collocamento del nostro debito su un mercato solo italiano, non ci avvantaggerebbero né aiuterebbero affatto. In mancanza di fiducia sul «meglio» che deve venire, rivivono i miti di quello che è già stato e se n’è andato.

la triarchia italiana
Senonché, tornare indietro è impossibile. Se ne sono accorti anche i nuovi governanti, che hanno dovuto dare rassicurazioni sulla volontà dell’Italia di restare nell’euro: è già nata, nel governo, una triarchia, che affianca lo sconosciuto «tecnico» Tria alla famosa coppia Salvini-Di Maio. I due vicepresidenti del consiglio hanno i voti e il peso politico, ma Tria ha i cordoni della cassa e per ora li tiene stretti, rinviando l’attuazione delle mirabolanti promesse elettorali. Così, non potendo se non in minima parte procedere con il pacchetto economico, ossia la flat tax da un lato e il reddito di dignità dall’altro, si procede sulle misure «a costo zero». Un nuovo intervento sulle regole del mercato del lavoro, che forse ridurrà un po’ l’abuso dei contratti a termine senza però intervenire sulle cause che portano le imprese a elargire solo «lavoretti», di pochi mesi o poche ore, e pochissimi lavori buoni. Ma soprat- tutto, interventi contro l’immigrazione: non potendo procedere contro quelli che, a torto o a ragione, vengono individuati come i nemici potenti (l’euro, la Germania, Bruxelles), si procede contro chi non può reagire, protestare, togliere il voto. Gli immigrati e il popolo dei barconi. Che, dice Salvini, vengono qui a portarci la miseria.

vecchi e nuovi poveri
In parte è vero: sono poveri, perché hanno perso o abbandonato tutto, o non l’hanno mai avuto. Ed è vero anche per i fortunati, coloro che in Italia sono riusciti a entrare e a vivere: oltre un terzo di quelli che l’Istat certifica come «poveri assoluti», cioè sopravvivono al di sotto della soglia di povertà, sono stranieri. Ma è anche vero che, senza i vecchi e nuovi poveri che sono arrivati in Italia, molti settori della nostra economia e del nostro welfare non esisterebbero: i piccoli imprenditori di Padova – nel cuore del Veneto leghista – hanno detto che se rumeni e bulgari tornassero a casa le loro fabbriche chiuderebbero, piene come sono di operai non italiani, ormai integrati e stipendiati; i calcoli dell’Inps mostrano che il sistema previdenziale si regge sui contributi pagati dagli stranieri; in molte scuole le classi si formano grazie ai loro figli, mentre in loro assenza dovrebbero chiudere e ci sarebbero insegnanti in esubero; senza contare l’economia nera dello sfruttamento dei braccianti, dalla pianura pontina a Rosarno, fino alle stalle delle preziose mucche da parmigiano della pianura padana.
E qui cominciano le distinzioni, che complicano il messaggio semplicistico della campagna elettorale. Si sente ripetere: quelli che lavorano li vogliamo, gli altri, quelli sui barconi, no. Ma si dimentica di dire che un modo legale per entrare a lavorare in Italia non c’è, essendo ridotto al minimo il sistema dei flussi. Altra distinzione usuale: sì ai profughi «veri», in fuga da guerre e persecuzioni, no ai migranti economici. Salvo poi voler tracciare questa distinzione fuori dai nostri confini, esattamente in quelle terre dove il diritto non c’è e affidando la cernita a quegli aguzzini dai quali i profughi fuggono.
Anche l’Europa civile partecipa a questa ipocrisia, cercando di delegare e spingere il problema più a sud possibile. Ne ha un vitale bisogno la cancelliera Merkel, incalzata all’interno dal suo ministro degli interni, che viene dalla regione più ricca d’Europa ed è un campione della linea dura all’interno della Germania, che ancora incolpa Angela Merkel per aver salvato dalla guerra e dalla morte i rifugiati siriani, iracheni e afghani. Voleva dagli alleati un impegno a non far muovere i profughi nel loro sogno di raggiungere la Germania, Paese nel quale ci sono parenti, amici, lavoro, benessere. Lo ha ottenuto, ma solo sulla carta: forse non sarà neanche sufficiente a placare la sua opinione pubblica, spaventata assurdamente da un’emergenza che non c’è più: chiusa la rotta dell’est, gli sbarchi da Sud si sono notevolmente ridotti negli ultimi mesi.

il compromesso
I governanti europei, il moderno Macron come la saggia Merkel come i populisti italiani, hanno la responsabilità di non aver saputo governare le paure, aiutare i propri elettori a cercare un rifugio e una rassicurazione veri e non solamente lo sfogo di un capro espiatorio con cui prendersela. Molti di loro hanno anzi alimentato queste paure, e ne hanno fatto la propria base elettorale. Ma un problema epocale come quello delle migrazioni – di tutti i tipi – non si risolve giocando a scaricabarile. Così la discussione e il fragile accordo europeo si sono concentrati su dove collocare la frontiera: appena al di sotto delle Alpi o oltre il Mediterraneo? In ciascuno dei due casi, non c’è stata nessuna volontà e disponibilità reale dei potenti e ricchi Paesi europei a farsi carico della propria quota di migranti e profughi: in questo rifiuto eccellono proprio i governi considerati dai nostri attuali leader più vicini e affini, quelli del blocco di Visegrad. Ne è venuto fuori un compromesso, la «redistribuzione dei profughi su base volontaria», che è un ossimoro dato che la volontà di prendersi una parte pur minima delle sofferenze del mondo non ce l’ha nessuno. Cooperazione tra i popoli e solidarietà con i più deboli dovrebbero essere scelti per principio, per tendenza naturale, almeno a sinistra; ma sono anche, in un mondo globalizzato e interconnesso, una strada obbligata. In questo momento, purtroppo, chiusa.

Roberta Carlini
rocca-14
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Foto in testa Ratto dell’Europa, Félix Vallotton (Losanna 1865-1925).
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladin AladiNews Aladinpensiero.
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DOCUMENTAZIONE&DIVULGAZIONE. Reddito di cittadinanza? (forse no). Reddito di inclusione sociale? (meglio) Reddito minimo garantito? (va pure bene). Le differenziate esperienze, su basi regionali, della Spagna.

reddito-minimo-ue-1Reddito di cittadinanza, come funziona in Spagna (dove esiste davvero)

Zonaeuro | 12 marzo 2018 su IlFattoQuotidiano

aplupimorena-thumbdi Andrea Lupi e Pierluigi Morena,
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avvocati internazionalisti
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Varia la denominazione, da regione e regione, cambia anche la sostanza. La Spagna ha introdotto da qualche anno l’istituto del reddito di cittadinanza, tuttavia lo Stato centrale ha demandato alle regioni (las comunidades autónomas) la facoltà di riconoscere e disciplinare la misura sociale. (segue)

AladinewsInternational AladinEuropaNews

toro zeus rapisce europa
La marginalità dell’Europa nel mondo “multipolare”.

di Gianfranco Sabattini*

Pietro Rossi, noto filosofo, in un suo recente articolo apparso su “Il Mulino” n. 5/2017 (“L’Europa in un mondo plurale”) illustra i motivi per cui, allo stato attuale, l’Europa, dopo aver affermato la propria egemonia sul mondo intero, in particolare per il ruolo svolto dai Paesi che si affacciano sull’Atlantico, nel corso del XX secolo ha perso il suo primato, con conseguente spostamento del centro di gravità del pianeta dall’Atlantico al Pacifico; ciò a seguito delle due guerre mondiali e della Guerra fredda che, nella seconda metà del secolo, ha visto contrapposti gli Stati Uniti e la Russia sovietica. Pertanto, “la partita per la leadership internazionale” si gioca ora – afferma Rossi – “in larga misura non più tra le regioni industriali europee e quelle della costa orientale degli Stati Uniti, quanto tra la California e l’Estremo Oriente”.
(Segue)

Unione Europea: le eredità del 2017

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di Umberto Allegretti su Rocca
Un bilancio dell’anno appena trascorso per quanto riguarda l’Unione Europea non può esser pieno di molte ombre e di qualche luce, ombre e luci talora fra loro commiste. Le questioni si affollano e qui sceglieremo di accennare solo ad alcune che riteniamo particolarmente importanti.
La tela di fondo di tali questioni è data dal problema delle istituzioni europee come tali, che hanno certamente bisogno di pro- fonde ristrutturazioni. Un’Europa «sociale», un completamento dell’Unione sui vari aspetti del problema economico, una sua incisività sulla politica mondiale, rappresentano i settori, o alcuni dei settori, che avrebbero necessità, nell’attuale quadro mondiale, di una struttura dell’Unione più democratica, più efficace, meno «sovranista» più capace di affrontare i problemi gravissimi posti dalla situazione del pianeta in un’età di squilibrio e di guerra. Il problema istituzionale è affrontabile, come è stato notato, su due piani: con una migliore applicazione delle possibilità che già il Trattato di Lisbona prevede, e con una revisione di aspetti importanti del Trattato.

le cose da cambiare
Nella prima direzione, oggetto di importanti proposte nel discorso sullo stato dell’Unione pronunciato il 13 settembre davanti al Parlamento europeo dal Presidente della Commissione Juncker – la cui azione complessiva appare tuttora, salvo errore, rispetto ad altri organi europei quella più incisiva sulle proposte e i comportamenti dell’Unione –, si dovrebbe pensare di attuare una serie di passaggi dell’Unione a politiche più efficaci previste dal Trattato ma finora scartate. Per esempio, sarebbe possibile già ora applicare le possibilità di cosiddette «passerelle», che consentirebbero di passare in seno al Consiglio dalla necessità dell’unanimità degli Stati al voto a maggioranza qualificata, come nei settori della politica estera e delle politiche fiscali. Come pure di passare, per quanto riguarda il ruolo del Parlamento, dalla procedura di semplice parere a quella codecisionale.

problemi istituzionali
Altre variazioni rispetto alle pratiche attuali richiederebbero peraltro – come notato in un articolo dell’autorevole Paolo Ponzano, già alto funzionario europeo e ora, oltre a una forte esperienza all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, docente al Collegio europeo di Parma – elementi di modifica dei Trattati e sono perciò più difficili da attuare. Anche se bisogna tenere conto della forte azione propulsiva del Presidente francese Macron, che si è inoltrato nei suoi discorsi nella delineazione di solidi irrobustimenti del lato in qualche misura «federalista» rispetto a quello «sovranista» che ora prevale in seno all’Unione, ma il cui seguito avrebbe bisogno dell’intesa prima di tutto con una Germania attualmente in una per lei inconsueta difficoltà di
governabilità.

oltre le divisioni socio-economiche
È sempre più chiaro che esistono attualmente in seno all’Unione differenze di linea considerevoli tra gli Stati membri favorevoli ad avanzamenti o suscettibili di divenirlo e altri, tra cui quelli del Nord-Europa ma soprattutto quelli dell’area ex-socialista. Se questo spinge alcuni ad auspicare una netta delimitazione nel futuro fra due Europe, altri, forse a ragione, preferiscono in nome di un’unificazione del Continente decisa a cavallo del secolo XX e del XXI, tollerare le attuali differenze e lavorare pazientemente per superare le divisioni. Purché lo si faccia con la decisione necessaria, per esempio non esitando ulteriormente (alcuni segni sembrano ora esserci) ad adottare sanzioni previste dal Trattato nei confronti di quei paesi – Ungheria, gli altri paesi di Visegrad e ora in maniera particolarmente preoccupante la più vasta Polonia – che mostrano di alterare al loro interno, ma con effetti debordanti i loro confini, i fondamentali principi dello stato di diritto, come l’indipendenza della magistratura e della giurisdizione costituzionale e che rifiutano di accettare la loro pur tenue porzione di accoglienza dei migranti.

le diverse politiche sociali e fiscali
Non si tratta però di meri problemi «istituzionali». Bisogna che ci si decida ad avanzare – in questo favoriti dall’uscita dall’Unione, ancora peraltro a mezza strada, della Gran Bretagna – verso politiche sociali valide per tutta l’Unione e verso politiche fiscali comuni, essendo ormai più che palese l’impossibilità e l’ingiustizia di fiscalità così diverse tra gli Stati membri, quali quelle che fra l’altro hanno permesso finora – anche qui qualche segno positivo si sta aprendo – all’Irlanda e allo stesso Lussemburgo già governato da Juncker di offrire possibilità di elusione delle tasse a grandi multinazionali, come quelle agenti nel campo informatico o alla Ryanair o a evasori singoli o societari dei nostri stessi paesi. Potrebbe la ripetuta proposta di un Ministro delle finanze europeo quanto meno per la zona euro, fornire uno strumento per andare in una direzione di contenimento di queste disparità?

Europa Africa
L’autorevolezza della politica dell’Unione verso l’esterno, finora scarsissimamente esistente come politica unitaria, dipende anche dalla capacità dell’Unione di governare le sue tensioni interne. Un esempio clamoroso e tra i più preoccupanti è quello della politica verso il continente africano. Che un compito di aiuto all’Africa da parte dell’Europa sia doveroso e opportuno per la stessa Europa è assolutamente evidente. Ma si sono fatti in questo anno dei veri passi avanti in questa direzione? Da tempo si parla di un cosiddetto Piano Marshall per l’Africa. Ma l’aiuto finanziario ai paesi della fame come quelli del Sahel, che poi generano le massicce migrazioni cui assistiamo ormai da anni, ha veramente decollato? I poco più di tre miliardi di euro promessi e, per quel che si può sapere, non ancora erogati a pro’ di questi paesi – e che certo hanno bisogno di garanzie di corretta spesa, per la quale si son fatte peraltro buone proposte di vigilanza da parte di organismi Onu – non sono certo una misura sufficiente. Meno ancora lo è il puntare primariamente sull’azione contro il fattore, preoccupante ma derivato, di lotta contro il terrorismo che può alimentarsi in quei paesi, preoccupazione che ci pare abbia malamente dominato il recente vertice Europa-Africa di Abidjan. E come vantarsi, in questa situazione, di esser riusciti a contenere il numero degli sbarchi in Italia – a parte lo scandalo dei «campi» in Libia – come fanno il pur ben disposto governo italiano attuale e il suo ministro? In sintesi, un’Europa della solidarietà e della pace non può limitarsi ai problemi interni dell’Unione, ma deve sboccare in una capacità di azione internazionale che avrebbe in Africa, oltre che in Medio Oriente, il suo campo di prova più necessario.

unione monetaria
In presenza di questi e altri problemi, e in attesa fra l’altro della conclusione delle trattative per un nuovo governo tedesco, la Commissione ha elaborato un pacchetto di proposte sul rafforzamento dell’unione monetaria nel quale ha cercato di accontentare un po’ tutti: inserzione del Fiscal Compact nel diritto europeo ma con la fles- sibilità già concessa all’Italia e ad altri paesi, completamento dell’unione bancaria ma con la riduzione dei rischi nei paesi dove le banche hanno troppi titoli di Stato nel loro portafoglio, creazione di fondi di stabilizzazione macro-economica ma con impegni paralleli di convergenza, e altro. Queste, per ora, le prospettive per il nuovo anno, piene anch’esse di luci e di ombre.
Umberto Allegretti
UNIONE EUROPEA
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rocca-02-2018

Siamo con questa Europa!

ep-logo-cmyk_itPolitiche volte a garantire il reddito minimo come strumento per combattere la povertà
Risoluzione del Parlamento europeo del 24 ottobre 2017 sulle politiche volte a garantire il reddito minimo come strumento per combattere la povertà
(2016/2270(INI))
Il Parlamento europeo,
omissis
Regimi di reddito minimo
[segue]

DOCUMENTAZIONE. Risoluzione del Parlamento europeo del 24 ottobre 2017 sulle politiche volte a garantire il reddito minimo come strumento per combattere la povertà

europa-in-europabin_italia_logo_20158Risoluzione del Parlamento europeo del 24 ottobre 2017 sulle politiche volte a garantire il reddito minimo come strumento per combattere la povertà (2017)
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ep-logo-cmyk_it- Il testo della risoluzione del Parlamento Europeo del 24 ottobre 2017.

«Europa sociale». L’Europa parla bene… aspettiamo i fatti

img_4422
lampada aladin micromicroStralciamo dall’articolo di Roberta Carlini su Rocca, già ripreso integralmente da Aladinews, la parte dell’accordo dei capi di governo europei firmato nel vertice di Gotegorg del 17 novembre 2017, denominato «Pilastro sociale»: un articolato di 20 punti per rafforzare l’«Europa sociale», che riportiamo integralmente in appendice. Tale documentazione integra quella già messa a disposizione a supporto dell’iniziativa sul Lavoro che si terrà venerdì 15 dicembre presso la Comunità San Rocco di Cagliari, promossa con la nostra collaborazione.
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EUROPA:
pilastro sociale…
di Roberta Carlini, su Rocca
(…)
un pilastro traballante
Molta minore attenzione ha ricevuto, nello stesso periodo, un’altra notizia proveniente dalle istituzioni europee. Anche questa definita, dai protagonisti «di portata storica». Nel vertice di Goteborg del 17 novembre è stato approvato dai capi di governo il «Pilastro sociale» dell’Unione, ossia un programma in venti punti per rafforzare l’Europa sociale. I venti punti fanno riferimento a tre grandi aree, che sono «pari opportunità e accesso al mercato del lavoro» (si va dall’istruzione alla parità di genere al sostegno attivo all’occupazione), «condizioni di lavoro eque» (dove si ribadisce il binomio flessibilità più sicurezza, si parla di salario minimo, di partecipazione dei lavoratori, di ambiente di lavoro, di conciliazione tra lavoro e famiglia), di «protezione sociale e inclusione» (reddito garantito, assistenza sanitaria per tutti, alloggi, accesso ai servizi essenziali…). «Non è una poesia, ma un programma politico», ha detto il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker presentandolo.
L’enfasi è tutta politica: di fronte alla crescente protesta o disaffezione per l’unificazione europea, si cerca di correre ai ripari tornando ai principi istitutivi del welfare europeo, che sono purtroppo lettera morta in molti Stati, o perché non ci sono mai arrivati – come molti Paesi del Sud –, o perché sono stati messi in discussione dalla crisi fiscale e da quella economica. Ma che credibilità ha un’Unione che ribadisce questi principi, anche adeguandoli alle novità dei tempi come l’innovazione tecnologica e la parità di genere, ma non ha né dà strumenti per attuarli? In mancanza di un bilancio e di un governo comuni, la costruzione del «pilastro sociale» è lasciata agli ingegneri dei singoli Stati, che ben poco potranno fare se la stessa Unione con una mano dà – o meglio, scrive – diritti, con l’altra li toglie per mancanza di fondi e per le politiche di austerità. Ma almeno da domani, o da dopodomani, i governi che vogliono cambiare strada avranno un principio, anche giuridico, al quale appellarsi.
Roberta Carlini su Rocca.

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Proposta di proclamazione interistituzionale sul pilastro europeo dei diritti sociali
(…) testo della proclamazione interistituzionale sul pilastro europeo dei diritti sociali approvato dal Coreper il 20 ottobre in vista della sessione del Consiglio (EPSCO) del 23 ottobre 2017.
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- L’accordo del 17 novembre 2017.
- Il LIBRO BIANCO SUL FUTURO DELL’EUROPA.
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Proclamazione interistituzionale sul pilastro europeo dei diritti sociali
Il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione proclamano solennemente quale pilastro europeo dei diritti sociali il testo riportato in appresso.
PILASTRO EUROPEO DEI DIRITTI SOCIALI
Preambolo
A norma dell’articolo 3 del trattato sull’Unione europea, gli obiettivi dell’Unione sono, tra l’altro, promuovere il benessere dei suoi popoli e adoperarsi per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale. L’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore.
A norma dell’articolo 9 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un’adeguata protezione sociale, la lotta contro l’esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela della salute umana.
L’articolo 151 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce che l’Unione e gli Stati membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, quali quelli definiti nella Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989, hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione.
L’articolo152 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce che l’Unione riconosce e promuove il ruolo delle parti sociali al suo livello, tenendo conto delle diversità dei sistemi nazionali. Essa facilita il dialogo tra tali parti e rispetta la loro autonomia.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata in occasione del Consiglio europeo di Nizza il 7 dicembre 2000, tutela e promuove una serie di principi fondamentali che sono essenziali per il modello sociale europeo. Le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni, agli organi e agli organismi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà, come pure agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione.

Il trattato sul funzionamento dell’Unione europea contiene disposizioni che stabiliscono le competenze dell’Unione in relazione, tra l’altro, alla libertà di circolazione dei lavoratori (articoli da 45 a 48), al diritto di stabilimento (articoli da 49 a 55), alla politica sociale (articoli da 151 a 161), alla promozione del dialogo tra datori di lavoro e lavoratori (articolo 154), compresi gli accordi conclusi e attuati a livello dell’Unione (articolo 155), alla parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro (articolo 157), al contributo allo sviluppo di un’istruzione di qualità e alla formazione professionale (articoli 165 e 166), all’azione dell’Unione a completamento delle politiche nazionali e per promuovere la cooperazione nel settore della sanità (articolo 168), alla coesione economica, sociale e territoriale (articoli da 174 a 178), all’elaborazione e alla sorveglianza dell’attuazione degli indirizzi di massima per le politiche economiche (articolo 121), alla formulazione e all’esame dell’attuazione degli orientamenti in materia di occupazione (articolo148) e, più in generale, al ravvicinamento delle legislazioni (articoli da 114 a 117).
Il Parlamento europeo ha chiesto un solido pilastro europeo dei diritti sociali per rafforzare i diritti sociali e produrre effetti positivi sulla vita delle persone nel breve e medio termine, nonché per sostenere la costruzione europea nel 21o secolo1. Il Consiglio europeo ha sottolineato che è prioritario affrontare l’insicurezza economica e sociale e ha chiesto che venga costruito un futuro promettente per tutti, che vengano stabilite garanzie volte a tutelare il nostro modo di vivere e che vengano offerte opportunità migliori per i giovani. 2 I leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea si sono impegnati nel programma di Roma a lavorare per un’Europa sociale. L’impegno si basa sui principi di crescita sostenibile, di promozione del progresso sociale ed economico, di coesione e di convergenza, rispettando al contempo l’integrità del mercato interno3. Le parti sociali hanno preso l’impegno di continuare a contribuire a un’Europa favorevole ai suoi lavoratori e alle sue imprese4.
Il completamento del mercato unico europeo negli ultimi decenni è stato accompagnato dallo sviluppo di un solido acquis sociale che ha apportato progressi in ambito di libertà di circolazione, condizioni di vita e di lavoro, parità tra uomini e donne, salute e sicurezza sul lavoro, protezione sociale e istruzione e formazione. L’introduzione dell’euro ha dotato l’Unione di una valuta comune stabile, condivisa da 340 milioni di cittadini in 19 Stati membri, che facilita loro la vita quotidiana e li tutela contro l’instabilità finanziaria. L’Unione si è anche ampliata notevolmente, accrescendo le opportunità economiche e promuovendo il progresso sociale in tutto il continente.
I mercati del lavoro e le società sono in rapida evoluzione: nuove opportunità e nuove sfide emergono dalla globalizzazione, dalla rivoluzione digitale, dal mutamento dell’organizzazione del lavoro e dagli sviluppi sociali e demografici. Le sfide, come la notevole diseguaglianza, la disoccupazione di lunga durata e giovanile o la solidarietà tra le generazioni, sono spesso simili negli Stati membri, anche se incidono in misura diversa.
L’Europa ha dimostrato la propria volontà di superare la crisi economica e finanziaria e, grazie a un intervento deciso, l’economia dell’Unione è ora più stabile, con livelli di occupazione elevati come mai in passato e una costante riduzione della disoccupazione. Le conseguenze sociali della crisi sono tuttavia vaste – della disoccupazione giovanile e di lunga durata al rischio di povertà – ed è urgente affrontarle.
Le sfide sociali e occupazionali che l’Europa si trova ad affrontare sono per lo più la conseguenza di una crescita relativamente modesta, che affonda le sue radici in un insufficiente sfruttamento del potenziale produttivo e di partecipazione al mercato del lavoro. Il progresso economico e quello sociale sono interconnessi e lo sviluppo di un pilastro europeo dei diritti sociali dovrebbe essere parte di un più ampio sforzo teso a costruire un modello di crescita più inclusivo e sostenibile, migliorando la competitività dell’Europa e rendendola più propizia agli investimenti, alla creazione di posti di lavoro e al rafforzamento della coesione sociale.
Il pilastro europeo dei diritti sociali mira a fungere da guida per realizzare risultati sociali e occupazionali efficaci in risposta alle sfide attuali e future così da soddisfare i bisogni essenziali della popolazione e garantire una migliore attuazione e applicazione dei diritti sociali.
Una maggiore attenzione alla situazione occupazionale e sociale è particolarmente importante per accrescere la capacità di reazione e approfondire l’Unione economica e monetaria. Per questo motivo il pilastro europeo dei diritti sociali è stato ideato precipuamente per la zona euro, ma è applicabile a tutti gli Stati membri che desiderino farne parte.
Il pilastro europeo dei diritti sociali esprime principi e diritti fondamentali per assicurare l’equità e il buon funzionamento dei mercati del lavoro e dei sistemi di protezione sociale nell’Europa del 21o secolo. Ribadisce alcuni dei diritti già presenti nell’acquis dell’Unione. Aggiunge nuovi principi per affrontare le sfide derivanti dai cambiamenti sociali, tecnologici ed economici.
I principi sanciti nel pilastro europeo dei diritti sociali riguardano i cittadini dell’Unione e i cittadini di paesi terzi regolarmente residenti nell’Unione. I principi che si riferiscono ai lavoratori si applicano a tutte le persone occupate, indipendentemente dalla loro situazione occupazionale, dalle modalità e dalla durata dell’occupazione.
Il pilastro europeo dei diritti sociali non impedisce agli Stati membri o alle parti sociali di stabilire norme sociali più ambiziose. In particolare, nessuna disposizione del pilastro europeo dei diritti sociali deve essere interpretata come limitativa o lesiva dei diritti e dei principi riconosciuti, nel rispettivo ambito di applicazione, dal diritto dell’Unione, dal diritto internazionale, dalle convenzioni internazionali delle quali l’Unione o tutti gli Stati membri sono parti, comprese la Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e le convenzioni e le raccomandazioni pertinenti dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
La realizzazione degli obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali dipende dall’impegno e dalla responsabilità condivisi tra l’Unione, gli Stati membri e le parti sociali. I principi e i diritti stabiliti dal pilastro europeo dei diritti sociali dovrebbero essere attuati a livello dell’Unione e degli Stati membri nell’ambito delle rispettive competenze e nel rispetto del principio di sussidiarietà.
A livello dell’Unione il pilastro europeo dei diritti sociali non comporta un ampliamento delle competenze dell’Unione quali definite dai trattati e dovrebbe essere attuato entro i limiti di dette competenze.
A livello degli Stati membri, il pilastro rispetta la diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli d’Europa, nonché l’identità nazionale di ciascuno Stato membro e l’ordinamento dei pubblici poteri a livello nazionale, regionale e locale. In particolare, lo sviluppo del pilastro non compromette la facoltà riconosciuta agli Stati membri di definire i principi fondamentali del loro sistema di sicurezza sociale e non dovrebbe incidere sensibilmente sull’equilibrio finanziario dello stesso.
Il dialogo sociale svolge un ruolo centrale nel rafforzare i diritti sociali e nell’incrementare la crescita sostenibile e inclusiva. In linea con la loro autonomia e il loro diritto all’azione collettiva, le parti sociali a tutti i livelli hanno un ruolo cruciale da svolgere nello sviluppo e nella realizzazione del pilastro europeo dei diritti sociali.
Pilastro europeo dei diritti sociali
CAPO I: Pari opportunità e accesso al mercato del lavoro
1. Istruzione, formazione e apprendimento permanente
Ogni persona ha diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente di qualità e inclusivi, al fine di mantenere e acquisire competenze che consentono di partecipare pienamente alla società e di gestire con successo le transizioni nel mercato del lavoro.
2. Parità di genere
a. La parità di trattamento e di opportunità tra donne e uomini deve essere garantita e rafforzata in tutti i settori, anche per quanto riguarda la partecipazione al mercato del lavoro, i termini e le condizioni di lavoro e l’avanzamento di carriera.
b. Donne e uomini hanno diritto alla parità di retribuzione per lavoro di pari valore.
3. Pari opportunità
A prescindere da sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale, ogni persona ha diritto alla parità di trattamento e di opportunità in materia di occupazione, protezione sociale, istruzione e accesso a beni e servizi disponibili al pubblico. Sono promosse le pari opportunità dei gruppi sottorappresentati.
4. Sostegno attivo all’occupazione
a. Ogni persona ha diritto a un’assistenza tempestiva e su misura per migliorare le prospettive di occupazione o di attività autonoma. Ciò include il diritto a ricevere un sostegno per la ricerca di un impiego, la formazione e la riqualificazione. Ogni persona ha il diritto di trasferire i diritti in materia di protezione sociale e formazione durante le transizioni professionali.
b. I giovani hanno diritto al proseguimento dell’istruzione, al tirocinio o all’apprendistato oppure a un’offerta di lavoro qualitativamente valida entro quattro mesi dalla perdita del lavoro o dall’uscita dal sistema d’istruzione.
c. I disoccupati hanno diritto a un sostegno personalizzato, continuo e coerente. I disoccupati di lungo periodo hanno diritto a una valutazione individuale approfondita entro 18 mesi dall’inizio della disoccupazione.
Capo II: Condizioni di lavoro eque
5. Occupazione flessibile e sicura
a. Indipendentemente dal tipo e dalla durata del rapporto di lavoro, i lavoratori hanno diritto a un trattamento equo e paritario per quanto riguarda le condizioni di lavoro e l’accesso alla protezione sociale e alla formazione. È promossa la transizione a forme di lavoro a tempo indeterminato.
b. Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico.
c. Sono promosse forme innovative di lavoro che garantiscano condizioni di lavoro di qualità. L’imprenditorialità e il lavoro autonomo sono incoraggiati. È agevolata la mobilità professionale.
d. Vanno prevenuti i rapporti di lavoro che portano a condizioni di lavoro precarie, anche vietando l’abuso dei contratti atipici. I periodi di prova sono di durata ragionevole.
6. Retribuzioni
a. I lavoratori hanno diritto a una retribuzione equa che offra un tenore di vita dignitoso.
b. Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro. La povertà lavorativa va prevenuta.
c. Le retribuzioni sono fissate in maniera trasparente e prevedibile, conformemente alle prassi nazionali e nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali.
7. Informazioni sulle condizioni di lavoro e sulla protezione in caso di licenziamento
a. I lavoratori hanno il diritto di essere informati per iscritto all’inizio del rapporto di lavoro dei diritti e degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro e delle condizioni del periodo di prova.
b. Prima del licenziamento, i lavoratori hanno il diritto di essere informati delle motivazioni e a ricevere un ragionevole periodo di preavviso. Essi hanno il diritto di accedere a una risoluzione delle controversie efficace e imparziale e, in caso di licenziamento ingiustificato, il diritto di ricorso, compresa una compensazione adeguata.
8. Dialogo sociale e coinvolgimento dei lavoratori
a. Le parti sociali sono consultate per l’elaborazione e l’attuazione delle politiche economiche, occupazionali e sociali nel rispetto delle prassi nazionali. Esse sono incoraggiate a negoziare e concludere accordi collettivi negli ambiti di loro interesse, nel rispetto delle propria autonomia e del diritto all’azione collettiva. Ove del caso, gli accordi conclusi tra le parti sociali sono attuati a livello dell’Unione e dei suoi Stati membri.
b. I lavoratori o i loro rappresentanti hanno il diritto di essere informati e consultati in tempo utile su questioni di loro interesse, in particolare in merito al trasferimento, alla ristrutturazione e alla fusione di imprese e ai licenziamenti collettivi.
c. È incoraggiato il sostegno per potenziare la capacità delle parti sociali di promuovere il dialogo sociale.
9. Equilibrio tra attività professionale e vita familiare
I genitori e le persone con responsabilità di assistenza hanno diritto a un congedo appropriato, modalità di lavoro flessibili e accesso a servizi di assistenza. Gli uomini e le donne hanno pari accesso ai congedi speciali al fine di adempiere le loro responsabilità di assistenza e sono incoraggiati a usufruirne in modo equilibrato.
10. Ambiente di lavoro sano, sicuro e adeguato e protezione dei dati
a. I lavoratori hanno diritto a un elevato livello di tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro.
b. I lavoratori hanno diritto a un ambiente di lavoro adeguato alle loro esigenze professionali e che consenta loro di prolungare la partecipazione al mercato del lavoro.
c. I lavoratori hanno diritto alla protezione dei propri dati personali nell’ambito del rapporto di lavoro.
Capo III: Protezione sociale e inclusione 11. Assistenza all’infanzia e sostegno ai minori
a. I bambini hanno diritto all’educazione e cura della prima infanzia a costi sostenibili e di buona qualità.
b. I minori hanno il diritto di essere protetti dalla povertà. I bambini provenienti da contesti svantaggiati hanno diritto a misure specifiche tese a promuovere le pari opportunità.
12. Protezione sociale
Indipendentemente dal tipo e dalla durata del rapporto di lavoro, i lavoratori e, a condizioni comparabili, i lavoratori autonomi hanno diritto a un’adeguata protezione sociale.
13. Prestazioni di disoccupazione
I disoccupati hanno diritto a un adeguato sostegno all’attivazione da parte dei servizi pubblici per l’impiego per (ri)entrare nel mercato del lavoro e ad adeguate prestazioni di disoccupazione di durata ragionevole, in linea con i loro contributi e le norme nazionali in materia di ammissibilità. Tali prestazioni non costituiscono un disincentivo a un rapido ritorno all’occupazione.
14. Reddito minimo
Chiunque non disponga di risorse sufficienti ha diritto a un adeguato reddito minimo che garantisca una vita dignitosa in tutte le fasi della vita e l’accesso a beni e servizi. Per chi può lavorare, il reddito minimo dovrebbe essere combinato con incentivi alla (re)integrazione nel mercato del lavoro.
15. Reddito e pensioni di vecchiaia
a. I lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi in pensione hanno diritto a una pensione commisurata ai loro contributi e che garantisca un reddito adeguato. Donne e uomini hanno pari opportunità di maturare diritti a pensione.
b. Ogni persona in età avanzata ha diritto a risorse che garantiscano una vita dignitosa.
16. Assistenza sanitaria
Ogni persona ha il diritto di accedere tempestivamente a un’assistenza sanitaria preventiva e terapeutica di buona qualità e a costi accessibili.
17. Inclusione delle persone con disabilità
Le persone con disabilità hanno diritto a un sostegno al reddito che garantisca una vita dignitosa, a servizi che consentano loro di partecipare al mercato del lavoro e alla società e a un ambiente di lavoro adeguato alle loro esigenze.
18. Assistenza a lungo termine
Ogni persona ha diritto a servizi di assistenza a lungo termine di qualità e a prezzi accessibili, in particolare ai servizi di assistenza a domicilio e ai servizi locali.
19. Alloggi e assistenza per i senzatetto
a. Le persone in stato di bisogno hanno accesso ad alloggi sociali o all’assistenza abitativa di qualità.
b. Le persone vulnerabili hanno diritto a un’assistenza e a una protezione adeguate contro lo sgombero forzato.
c. Ai senzatetto sono forniti alloggi e servizi adeguati al fine di promuoverne l’inclusione sociale.
20. Accesso ai servizi essenziali
Ogni persona ha il diritto di accedere a servizi essenziali di qualità, compresi l’acqua, i servizi igienico-sanitari, l’energia, i trasporti, i servizi finanziari e le comunicazioni digitali. Per le persone in stato di bisogno è disponibile un sostegno per l’accesso a tali servizi.
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1 Risoluzione del Parlamento europeo del 19 gennaio 2017 su un pilastro europeo dei diritti sociali [2016/2095(INI)].
2 Dichiarazione di Bratislava del 16 settembre 2016.
3 Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017.
4 Dichiarazione congiunta delle parti sociali del 24 marzo 2017.
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- Risoluzione del Parlamento europeo del 24 ottobre 2017 sulle politiche volte a garantire il reddito minimo come strumento per combattere la povertà.

QualEuropa? Il «Pilastro sociale» dei diritti sociali in 20 principi. Ma tra il dire e il fare…

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Il pilastro europeo dei diritti sociali mira a creare nuovi e più efficaci diritti per i cittadini e si basa su 20 principi chiave.
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Un’Unione economica e monetaria più profonda e più equa
INDICE
CAPO I: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro
Capo II: condizioni di lavoro eque
Capo III: protezione sociale e inclusione
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Il pilastro europeo dei diritti sociali mira a creare nuovi e più efficaci diritti per i cittadini. Si basa su 20 principi chiave, strutturati in tre categorie:

. pari opportunità e accesso al mercato del lavoro
. condizioni di lavoro eque
. protezione sociale e inclusione.

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CAPO I: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro
1. Istruzione, formazione e apprendimento permanente
Ogni persona ha diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente di qualità e inclusivi, al fine di mantenere e acquisire competenze che consentono di partecipare pienamente alla società e di gestire con successo le transizioni nel mercato del lavoro.

2. Parità di genere
La parità di trattamento e di opportunità tra donne e uomini deve essere garantita e rafforzata in tutti i settori, anche per quanto riguarda la partecipazione al mercato del lavoro, i termini e le condizioni di lavoro e l’avanzamento di carriera.

Donne e uomini hanno diritto alla parità di retribuzione per lavoro di pari valore.

3. Pari opportunità
A prescindere da sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale, ogni persona ha diritto alla parità di trattamento e di opportunità in materia di occupazione, protezione sociale, istruzione e accesso a beni e servizi disponibili al pubblico. Sono promosse le pari opportunità dei gruppi sottorappresentati.

4. Sostegno attivo all’occupazione
Ogni persona ha diritto a un’assistenza tempestiva e su misura per migliorare le prospettive di occupazione o di attività autonoma. Ciò include il diritto a ricevere un sostegno per la ricerca di un impiego, la formazione e la riqualificazione. Ogni persona ha il diritto di trasferire i diritti in materia di protezione sociale e formazione durante le transizioni professionali.

I giovani hanno diritto al proseguimento dell’istruzione, al tirocinio o all’apprendistato oppure a un’offerta di lavoro qualitativamente valida entro quattro mesi dalla perdita del lavoro o dall’uscita dal sistema d’istruzione.

I disoccupati hanno diritto a un sostegno personalizzato, continuo e coerente. I disoccupati di lungo periodo hanno diritto a una valutazione individuale approfondita entro 18 mesi dall’inizio della disoccupazione.

Capo II: condizioni di lavoro eque
5. Occupazione flessibile e sicura
Indipendentemente dal tipo e dalla durata del rapporto di lavoro, i lavoratori hanno diritto a un trattamento equo e paritario per quanto riguarda le condizioni di lavoro e l’accesso alla protezione sociale e alla formazione. È promossa la transizione a forme di lavoro a tempo indeterminato.

Conformemente alle legislazioni e ai contratti collettivi, è garantita ai datori di lavoro la necessaria flessibilità per adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto economico.

Sono promosse forme innovative di lavoro che garantiscano condizioni di lavoro di qualità. L’imprenditorialità e il lavoro autonomo sono incoraggiati. È agevolata la mobilità professionale.

Vanno prevenuti i rapporti di lavoro che portano a condizioni di lavoro precarie, anche vietando l’abuso dei contratti atipici. I periodi di prova sono di durata ragionevole.

6. Retribuzioni
I lavoratori hanno diritto a una retribuzione equa che offra un tenore di vita dignitoso.

Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro. La povertà lavorativa va prevenuta.

Le retribuzioni sono fissate in maniera trasparente e prevedibile, conformemente alle prassi nazionali e nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali.

7. Informazioni sulle condizioni di lavoro e sulla protezione in caso di licenziamento
I lavoratori hanno il diritto di essere informati per iscritto all’inizio del rapporto di lavoro dei diritti e degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro e delle condizioni del periodo di prova.

Prima del licenziamento, i lavoratori hanno il diritto di essere informati delle motivazioni e di ricevere un ragionevole periodo di preavviso. Hanno il diritto di accedere a una risoluzione delle controversie efficace e imparziale e, in caso di licenziamento ingiustificato, il diritto di ricorso, compresa una compensazione adeguata.

8. Dialogo sociale e coinvolgimento dei lavoratori
Le parti sociali sono consultate per l’elaborazione e l’attuazione delle politiche economiche, occupazionali e sociali nel rispetto delle prassi nazionali. Esse sono incoraggiate a negoziare e concludere accordi collettivi negli ambiti di loro interesse, nel rispetto delle propria autonomia e del diritto all’azione collettiva. Ove del caso, gli accordi conclusi tra le parti sociali sono attuati a livello dell’Unione e dei suoi Stati membri.

I lavoratori o i loro rappresentanti hanno il diritto di essere informati e consultati in tempo utile su questioni di loro interesse, in particolare in merito al trasferimento, alla ristrutturazione e alla fusione di imprese e ai licenziamenti collettivi.

È incoraggiato il sostegno per potenziare la capacità delle parti sociali di promuovere il dialogo sociale.

9. Equilibrio tra attività professionale e vita familiare
I genitori e le persone con responsabilità di assistenza hanno diritto a un congedo appropriato, modalità di lavoro flessibili e accesso a servizi di assistenza. Gli uomini e le donne hanno pari accesso ai congedi speciali al fine di adempiere le loro responsabilità di assistenza e sono incoraggiati a usufruirne in modo equilibrato.

10. Ambiente di lavoro sano, sicuro e adeguato e protezione dei dati
I lavoratori hanno diritto a un elevato livello di tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro.

I lavoratori hanno diritto a un ambiente di lavoro adeguato alle loro esigenze professionali e che consenta loro di prolungare la partecipazione al mercato del lavoro.

I lavoratori hanno diritto alla protezione dei propri dati personali nell’ambito del rapporto di lavoro.

Capo III: protezione sociale e inclusione
11. Assistenza all’infanzia e sostegno ai minori
I bambini hanno diritto all’educazione e cura della prima infanzia a costi sostenibili e di buona qualità.

I minori hanno il diritto di essere protetti dalla povertà. I bambini provenienti da contesti svantaggiati hanno diritto a misure specifiche tese a promuovere le pari opportunità.

12. Protezione sociale
Indipendentemente dal tipo e dalla durata del rapporto di lavoro, i lavoratori e, a condizioni comparabili, i lavoratori autonomi hanno diritto a un’adeguata protezione sociale.

13. Prestazioni di disoccupazione
I disoccupati hanno diritto a un adeguato sostegno all’attivazione da parte dei servizi pubblici per l’impiego per (ri)entrare nel mercato del lavoro e ad adeguate prestazioni di disoccupazione di durata ragionevole, in linea con i loro contributi e le norme nazionali in materia di ammissibilità. Tali prestazioni non costituiscono un disincentivo a un rapido ritorno all’occupazione.

14. Reddito minimo
Chiunque non disponga di risorse sufficienti ha diritto a un adeguato reddito minimo che garantisca una vita dignitosa in tutte le fasi della vita e l’accesso a beni e servizi. Per chi può lavorare, il reddito minimo dovrebbe essere combinato con incentivi alla (re)integrazione nel mercato del lavoro.

15. Reddito e pensioni di vecchiaia
I lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi in pensione hanno diritto a una pensione commisurata ai loro contributi e che garantisca un reddito adeguato. Donne e uomini hanno pari opportunità di maturare diritti a pensione.

Ogni persona in età avanzata ha diritto a risorse che garantiscano una vita dignitosa.

16. Assistenza sanitaria
Ogni persona ha il diritto di accedere tempestivamente a un’assistenza sanitaria preventiva e terapeutica di buona qualità e a costi accessibili.

17. Inclusione delle persone con disabilità
Le persone con disabilità hanno diritto a un sostegno al reddito che garantisca una vita dignitosa, a servizi che consentano loro di partecipare al mercato del lavoro e alla società e a un ambiente di lavoro adeguato alle loro esigenze.

18. Assistenza a lungo termine
Ogni persona ha diritto a servizi di assistenza a lungo termine di qualità e a prezzi accessibili, in particolare ai servizi di assistenza a domicilio e ai servizi locali.

19. Alloggi e assistenza per i senzatetto
a. Le persone in stato di bisogno hanno diritto di avere accesso ad alloggi sociali o all’assistenza abitativa di qualità.

b. Le persone vulnerabili hanno diritto a un’assistenza e a una protezione adeguate contro lo sgombero forzato.

c. Ai senzatetto sono forniti alloggi e servizi adeguati al fine di promuoverne l’inclusione sociale.

20. Accesso ai servizi essenziali
Ogni persona ha il diritto di accedere a servizi essenziali di qualità, compresi l’acqua, i servizi igienico-sanitari, l’energia, i trasporti, i servizi finanziari e le comunicazioni digitali. Per le persone in stato di bisogno è disponibile un sostegno per l’accesso a tali servizi.
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QualEuropa?

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EUROPA:
pilastro sociale e difesa comune

di Roberta Carlini, su Rocca

Una strana Europa, quella che si affaccia alle cronache in questo autunno del 2017. C’è il Paese leader, la Germania, additata da sempre come modello di stabilità granitica, sia economica che politica, che pur avendo votato da più di due mesi è ancora senza governo, avvitata in trattative che la rendono simile all’Italia più che al modello che da ogni parte viene invocato. Ci sono lettere che partono da Bruxelles, o che fanno notizia ancor prima di partire, come quella che chiede all’Italia un maggior rigore sui conti pubblici, a futura memoria e dettatura di un programma di politica economica del governo che sarà – le cui trattative, con tutta probabilità, dureranno ancor più di quelle dei partiti tedeschi. C’è l’accelerazione sulla difesa comune, con un patto di cooperazione strutturata permanente firmato da ventitre Paesi su ventisette. E la firma di altri solenni principi, messi nero su bianco nel nuovo «Pilastro» sull’Europa sociale: come se quell’aggettivo «sociale», al fianco del nome Europa che pure quel modello ha battezzato, necessitasse di un nuovo impegno, dimenticato com’è dopo il doppio passaggio di Maastricht e della grande crisi.

l’onda lunga dello choc di Trump
C’erano i ministri della Difesa e degli Esteri di ventitre Paesi, il giorno della firma del trattato di «cooperazione strutturata permanente» sulla Difesa (Pesco), a Bruxelles. Mancavano i ministri di Portogallo e Irlanda, che firmeranno a dicembre; mancavano, e mancheranno, i governi di Danimarca e di Malta; e manca ovviamente la Gran Bretagna: che, con la sua uscita dalla Ue, ha dato una spinta allo stesso processo di rafforzamento in tema di difesa. È stata infatti proprio l’onda lunga destabilizzante che è partita dall’elezione di Trump, con il suo motto «America first» e il suo ondivago disimpegno dagli affari europei; è proseguita poi con il voto della Brexit, facendo venir meno l’anello di congiunzione tra la potenza economica europea e il suo alleato atlantico. L’effetto geo-politico è evidente: nelle crisi locali – geograficamente definite, ma potenziali fonti di instabilità globale, come quella ucraina – l’Europa dovrà sempre più vedersela da sola, essere capace di una voce comune e non contare solo sulle decisioni e sugli armamenti statunitensi. Anche se ci vorrà del tempo, dato che la firma della Pesco ha solo iniziato un processo lungo, la direzione è chiara: rafforzare quel che l’isolazionismo americano e la defezione inglese hanno indebolito.
L’onda d’urto è stata tanto forte da portare i governi europei a riuscire in un passo che era stato tentato – con un fallimento – l’ultima volta sessant’anni fa, e mai più poi ripreso. Ma può il «nano politico» europeo parlare ora una sola voce, nelle crisi regionali e globali?
In realtà la politica di cooperazione sulla difesa è ancora ben lontana dal punto di arrivo e gli interessi nazionali, nella politica estera, predominano. Lo si è visto bene, guardando a due vicende che ci hanno coinvolto dolorosamente, con la crisi diplomatica con l’Egitto seguita all’omicidio Regeni e con la gestione della vicenda libica: in entrambi i casi, l’Italia è stata lasciata sola e la Francia si è messa sulla corsia di sorpasso, ad approfittare della situazione e decidere per suo conto. Niente garantisce che in futuro non sarà così. L’accordo sulla Difesa, come spesso succede nelle vicende europee, parte dall’economia sperando di arrivare alla politica. Lo dice il «Reflection paper» presentato a giugno dall’Alto rappresentante Federica Mogherini, che ha aperto la strada all’accordo di novembre: la spesa europea per armamenti è troppo frazionata e presenta numerosi sprechi. Questo perché ogni Paese sviluppa il suo sistema, con duplicazioni, difficoltà di coordinamento, sistemi d’arma che non si parlano. L’Unione europea, dice il documento, spende attualmente per la Difesa 227 miliardi di euro, ossia l’1,34% del proprio Pil; mentre gli Stati Uniti spendono più del doppio: 545 miliardi di euro, ossia il 3,3% del loro Pil. Ma negli Usa ci sono 30 sistemi d’arma, nella frazionata Europa se ne contano ben 178. Un ostacolo alla integrazione, uno spreco di economie di scala, un «costo-opportunità», recita il Reflection paper.
Lo stesso si può dire per moltissimi aspetti della vita pubblica e dell’economia europee, a cominciare da quello dei sistemi fiscali, la cui concorrenza reciproca apre grandi possibilità per chi vuole evadere ed eludere le tasse – come lo scandalo dei Paradise Papers, negli stessi giorni, si incaricava di mostrare.
Ma sulla difesa si è scelto di intervenire, e con urgenza: ci sono soldi, contratti, linee di produzione; quello delle armi resta l’unico campo nel quale una politica industriale – necessariamente comune – e un interventismo pubblico sono elogiati e non disprezzati, con l’ideologia che ha guidato l’Unione messa temporaneamente da parte in nome di interessi superiori: «se l’Europa vuole competere nel mondo, avrà bisogno di mettere in comune e integrare le proprie migliori capacità tecnologiche e industriali», si legge nel documento. Obiettivi e parole più legate al mondo dell’economia che a quello della geopolitca: è vero che le due cose inevitabilmente vanno insieme, ma è anche vero che, in assenza di strutture istituzionali che portino democraticamente a una politica comune, il rischio è che sia solo il business a trainare le decisioni. Oltre allo sviluppo dei sistemi d’armamento comuni, il nuovo patto prevede che l’Europa parli con una voce unica anche nelle «operazioni esterne», con gli interventi nelle aree di crisi.

un pilastro traballante
Molta minore attenzione ha ricevuto, nello stesso periodo, un’altra notizia proveniente dalle istituzioni europee. Anche questa definita, dai protagonisti «di portata storica». Nel vertice di Goteborg del 17 novembre è stato approvato dai capi di governo il «Pilastro sociale» dell’Unione, ossia un programma in venti punti per rafforzare l’Europa sociale. I venti punti fanno riferimento a tre grandi aree, che sono «pari opportunità e accesso al mercato del lavoro» (si va dall’istruzione alla parità di genere al sostegno attivo all’occupazione), «condizioni di lavoro eque» (dove si ribadisce il binomio flessibilità più sicurezza, si parla di salario minimo, di partecipazione dei lavoratori, di ambiente di lavoro, di conciliazione tra lavoro e famiglia), di «protezione sociale e inclusione» (reddito garantito, assistenza sanitaria per tutti, alloggi, accesso ai servizi essenziali…). «Non è una poesia, ma un programma politico», ha detto il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker presentandolo.
L’enfasi è tutta politica: di fronte alla crescente protesta o disaffezione per l’unificazione europea, si cerca di correre ai ripari tornando ai principi istitutivi del welfare europeo, che sono purtroppo lettera morta in molti Stati, o perché non ci sono mai arrivati – come molti Paesi del Sud –, o perché sono stati messi in discussione dalla crisi fiscale e da quella economica. Ma che credibilità ha un’Unione che ribadisce questi principi, anche adeguandoli alle novità dei tempi come l’innovazione tecnologica e la parità di genere, ma non ha né dà strumenti per attuarli? In mancanza di un bilancio e di un governo comuni, la costruzione del «pilastro sociale» è lasciata agli ingegneri dei singoli Stati, che ben poco potranno fare se la stessa Unione con una mano dà – o meglio, scrive – diritti, con l’altra li toglie per mancanza di fondi e per le politiche di austerità. Ma almeno da domani, o da dopodomani, i governi che vogliono cambiare strada avranno un principio, anche giuridico, al quale appellarsi.
Roberta Carlini
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rocca-4-2017
—————-documentazione———————–
imagesue
Proposta di proclamazione interistituzionale sul pilastro europeo dei diritti sociali
(…) testo della proclamazione interistituzionale sul pilastro europeo dei diritti sociali approvato dal Coreper il 20 ottobre in vista della sessione del Consiglio (EPSCO) del 23 ottobre 2017.
socialsummit_170117_250x167
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- L’accordo del 17 novembre 2017.
- Il LIBRO BIANCO SUL FUTURO DELL’EUROPA.
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———-Per correlazione———–
La governance unitaria dell’area euro pilastro della crescita inclusiva dell’Unione Europea
1 dicembre 2017
[Gianfranco Sabattini su il manifesto sardo]
Dopo le celebrazioni dei sessant’anni dell’UE, celebrate a Roma nel marzo scorso, è stato rilanciato l’antico tema dell’Europa a più velocità, presentato ora nella forma di “pluralità di cooperazioni rafforzate”, o di “integrazione differenziata”. Queste formule, ancora più che nel passato, sono proposte oggi al fine di favorire la convergenza dei sistemi economici dei Paesi membri, considerata strumentale rispetto alla ripresa del processo di unificazione politica dell’Europa. (segue)

Legge elettorale e attività del Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria

democraziaoggi-loghettoLegge elettorale regionale: in Sardegna si vuole allargare alle donne il concorso alla truffa. Quali spunti dalla Sicilia per una vera riforma?
10 Novembre 2017

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
———————CoStat——————
costat-logo-stef-p-c_2-2
Riflessioni e iniziative nella riunione Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria di Cagliari dell’8.11.2017
(segue)

Catalogna e Unione Europea

Europa flagSOCIETÀ E POLITICA » GIORNALI DEL GIORNO » ARTICOLI DEL 2017
La Catalunya indipendente
di PAOLO LEPRI
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il manifesto
L’AZZARDO DELL’INDIPENDENZA.
SCATTA IL COMMISSARIAMENTO

di Giuseppe Grosso

Catalogna. Il Parlament dichiara la República catalana: 70 Sì, 10 No, 2 voti in bianco e 53 deputati assenti su 135. E a Madrid il senato mette in moto l’articolo 155. Rajoy destituisce Puigdemont e il suo governo e convoca elezioni regionali il 21 dicembre.
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il manifesto e Corriere della Sera 28 ottobre 2017. Articoli di Giuseppe Grosso e Paolo Lepri, ripresi da eddyburg e da aladinews (m.p.r.)
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sedia di VannitolaGrande solidarietà ai Catalani. Il problema dell’indipendenza in Europa è però molto più vasto. Occorre, a mio avviso, lottare perché trovi spazio in Europa l’idea che la UE deve essere federale e deve federare non solo stati ma anche comunità che per tradizione, cultura, lingua, vicende storiche e quant’altro vivono una condizione identitaria specifica e particolare. A prescindere dalla dimensione quantitativa delle popolazioni interessate, dalla superficie geografica del territorio che occupano. L’obiettivo deve essere la ricostruzione dell’Europa intorno agli obiettivi fondanti che ne hanno favorito la nascita e restano ancora, per la gran parte inattuati. L’arroccamento intorno al concetto di Stato come entità monolitica e immodificabile è pura follia. Molti Stati, e l’Italia fra questi, non sono diventati tali per scelte condivise tra individui di tradizioni, cultura e lingua comune ma, molto più semplicemente, come risultante degli scontri tra eserciti delle monarchie europee e come opera di Trattati che, fino a prova contraria, possono e devono essere messi in discussione. Si tratta di una questione di non poco conto per l’Europa, per il superamento della crisi che l’Unione vive. La scommessa è quella di realizzare una Unione europea pacifica, solidale e federata, un’unione di popoli che, nel rispetto delle specificità, si danno obiettivi di sviluppo comuni. L’Europa della conservazione degli Stati immutabili non ha futuro. (Vanni Tola)
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