EUROPA

Europa, Europa

toro zeus rapisce europa
Vincere in Italia e perdere in Europa
di Nicolò Migheli

By sardegnasoprattutto/ 5 giugno 2019/ Società & Politica/

La Lega vince in Italia e l’Italia perde l’Europa. Mai successo che un paese fondatore diventasse improvvisamente irrilevante, che nei suoi confronti si ergesse una barriera che lo isolerà dal resto dei suoi partner per i prossimi cinque anni.

Salvini ha in mano il gruppo maggiore di eletti italiani nel Parlamento europeo, starà in minoranza insieme ai lepenisti di RN e ai neonazisti tedeschi di Afd. I neofranchisti di Vox annunciano che non faranno gruppo con i leghisti perché questi ultimi sono federalisti mentre loro auspicano una abolizione delle autonomie regionali spagnole. Vox entra nel gruppo dei conservatori dove sono di casa gli inglesi, i polacchi di Kaczyński e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Viktor Orbán, benché sospeso dal Partito Popolare Europeo non segue il suo emulo lombardo a lui vicino ideologicamente, preferisce i popolari perché potrà condizionarli da destra. Inoltre l’ungherese dipende dai finanziamenti comunitari per la sua economia e dagli investimenti tedeschi. Per facilitare l’interruzione della sospensione, il governo di Budapest ha sospeso a tempo indeterminato gli atti che porterebbero la magistratura sotto il controllo governativo. Riforma osteggiata da Bruxelles e dai partiti maggioritari del Parlamento Europeo, perché contraria ai principi di separazione dei poteri delle democrazie moderne.

Il nuovo parlamento avrà la maggioranza composta da popolari, socialisti, liberali e i verdi con una rappresentanza italiana ridotta rispetto ai decenni scorsi. Il M5S è senza casa. I verdi annunciano che non li vorranno tra le loro file perché governano con un partito di estrema destra. Nick Farage è sempre pronto ad accoglierli nel suo gruppo ma è una permanenza a tempo. In ottobre dovrebbe esserci la Brexit e gli inglesi lasceranno Strasburgo. M5S non ha altri partiti similari in altri due Paesi necessari per la costituzione di un gruppo parlamentare se non un eletto croato, finiranno nel gruppo misto.

Alla irrilevanza nel parlamento se ne aggiungerà una più grave in seno alla Commissione. Secondo le indiscrezioni riportate dal sito Politico.eu, sei leader incaricati di negoziare dalle proprie famiglie politiche, si incontreranno venerdì 7 giugno, per una cena a Bruxelles, dove si discuterà delle possibili nomine; partecipano i premier spagnolo Pedro Sánchez e il portoghese Antonio Costa per i socialisti (S&D); l’olandese Mark Rutte e il belga Charles Michel per i liberali (Alde); il croato Andrej Plenkovic ed il lettone Krisjānis Karins del Ppe. L’Italia è fuori dai Paesi trainanti, ha perso il suo ruolo tradizionale sostituita dalla Spagna.

Il governo italiano vorrebbe un commissario che si occupasse di materie economiche. Il nome pare sia quello del sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, però i continui assalti di Salvini verso Bruxelles non genereranno grandi consensi su quel nome. Questo mentre Draghi lascia la BCE, finisce il Quantitative Easing che ha permesso l’acquisto dei titoli di Stato italiani con la prospettiva che alla Banca Europea vada un ortodosso del rigorismo economico, mentre l’Italia è a rischio d’infrazione per l’alto debito.

Un panorama politico che porta l’Italia ai margini delle grandi decisioni. Forse però tutto questo rientra nella strategia salviniana, cercare il casus belli per poi praticare un Italexit. Una prospettiva che non spaventa gli avventurieri, ma che dovrebbe terrorizzare gli italiani per i costi che una scelta simile comporterebbe. Una ipotesi pessimista, però un anno di governo nero-giallo ha allontanato l’Italia dai suoi partner tradizionali con una politica estera che si sta dimostrando confusa e contraddittoria.

Non esiste neanche un Depp State che possa opporsi, visto che è in atto una corsa a porsi sotto lo Spadone di Giussano. Secondo un sondaggio di SWG, se ci fossero oggi elezioni anticipate si avrebbe un governo di destra composto da Lega, FdI e quel che resta delle truppe berlusconiane. Il centro è ormai scomparso, resta solo nelle narrazioni renziane che non ha capito come i trend della pubblica opinione oggi vadano verso la radicalizzazione.

Anche se non si votasse a settembre gli anni che ci attendono non saranno facili e lo Stellone italiano potrebbe diventare una supernova con tutte le prospettive di dissoluzione che un fatto così traumatico comporterebbe.

Estote parati dicono le Sacre Scritture.
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La sfida di Bruxelles
di Roberta Carlini, su Rocca, ripreso su Aladinpensiero online.

L’Italia è fuori dai grandi giochi che si sono aperti in Europa all’indomani del voto che ha eletto il parlamento più complicato della storia dell’Unione; ma è al centro delle preoccupazioni e dei rischi sul futuro dell’Unione stessa, a cominciare dalla sua stabilità finanziaria. Ed è al tempo stesso fuori e al centro per il medesimo motivo: l’avanzata sensibile di un partito anti-europeo, punta di diamante – con gli ungheresi di Orban e i Brexiter di Nigel Farage – dello schieramento sovranista; che però, più degli altri due e con interessi con essi contrastanti, dell’Europa ha bisogno, essendo integrata a maglie strette nel suo sistema economico e finanziario.

gli interessi della parte produttiva
La parte più produttiva dell’Italia – le imprese del Nord, ossia il territorio che resta fondamentale per la Lega anche nella consistente avanzata nazionale di questo partito – è pienamente integrata con l’industria dell’Europa centrale e orientale, fa parte di quella catena del valore che non può rompersi, se non a prezzo di un calo degli ordini, della produzione e dell’occupazione. Allo stesso tempo, la mole del nostro debito pubblico (in crescita) richiede continuamente di essere alimentata dal rinnovo della fiducia dei mercati, che, almeno finché le frontiere dei capitali restano aperte, sono per loro natura internazionali. E, a catena, la stabilità del sistema bancario dipende dal primo e dal secondo fattore (la salute delle imprese e la affidabilità dello stato come debitore, la cui riduzione fa calare il valore dei titoli che le banche hanno in portafoglio e dunque anche per questa via mina la stabilità di tutto il sistema). Come farà il grande vincitore delle elezioni del 26 maggio, il ministro degli interni che al suo ministero non va mai ma che ha condotto, dall’alto della sua carica, una strepitosa campagna elettorale, a governare questa contraddizione?

la lettera di Bruxelles
Per ora, non la governa: la cavalca. All’indomani del voto, Salvini ha detto che «è finito il tempo delle letterine», proprio mentre da Bruxelles partiva la lettera decisiva, quella che mette il governo italiano di fronte alle sue responsabilità: spiegare come e perché si sta discostando dagli obiettivi che si era impegnato a rispettare – si badi bene, anche con questo governo, non solo con i passati, visto che nell’autunno scorso il tentativo di sforare i parametri europei era già stato fatto e poi era rientrato; annunciare come e quando tornerà sulla retta via. Il leader leghista è stato chiaro, a parole: quella strada è abbandonata, mettiamo anzi in cantiere una spesa di 30 miliardi per ridurre le tasse come promesso, avviando la «flat tax» per le famiglie sotto i 50mila euro, e manteniamo la promessa di non far scattare gli aumenti dell’Iva, cosa che comporta un mancato incasso di altri 23-24 miliardi.
Una sfida che l’Unione europea non ha accettato nell’autunno, ma che già allora era costata parecchio, in termini di rialzo dello spread e dunque dei tassi di interesse e del costo del servizio del debito pubblico. Ma che adesso, dice Salvini, dovrà essere accettata, perché il popolo si è espresso. Il problema è che il 26 maggio non ha votato solo il popolo italiano, ma hanno votato anche quelli di tutti gli altri Paesi, esprimendo visioni opposte. Per cominciare, lo schieramento nazionalista-sovranista, se ha ottenuto un risultato storico, non per questo ha conquistato la forza sufficiente per governare l’Europa, e forse neanche per sabotarla. Il parlamento europeo vede una geografia politica inedita, con la sconfitta bruciante delle formazioni tradizionali, di centrodestra e centrosinistra (popolari e socialisti), ma emergono anche le forze più squisitamente europeiste come quelle dei liberali, mentre prende peso la nuova onda ambientalista, e tutto ciò fa sì che il pacchetto dei voti sovranisti non sia decisivo e imprescindibile. Non solo. Cosa più importante, anche se domani si trovasse improvvisamente al governo dell’Europa in compagnia di Orban, Farage e Marine Lepen, Salvini non potrebbe lanciare quel grande piano economico che nell’entusiasmo post-elettorale ha accennato: conferenza sul debito (che vuol dire, una qualche misura straordinaria per cancellare il debito pregresso), crescita, investimenti, riduzione delle tasse, nuovo debito. I suoi alleati nazionalisti di altre nazioni difendono e difenderanno i propri interessi, e il loro elettorato non è disposto a scucire un euro per versarlo nelle casse italiane. È stato proprio il leader ungherese Victor Orban a «scaricare» Salvini solo tre giorni dopo il voto, dicendo che non ci sono le condizioni per una collaborazione tra i due partiti, che siederanno nel parlamento europeo in gruppi diversi. L’unico punto di programma sul quale sono entusiasticamente insieme è il filo spinato per tener fuori gli immigrati, grandi protagonisti della campagna elettorale in ogni posto in cui avanza la nuova onda politica di destra, dall’America di Trump a noi.

senza grandi alleati non si ribaltano le regole
Un gigantesco e drammatico diversivo, che se può aiutare a vincere le elezioni non dà alcun aiuto a governare, a usare il potere che così si è conquistato. Senza alleati internazionali, il governo italiano non ha alcuna possibilità di ribaltare le regole ortodosse – già abbastanza annacquate negli ultimi anni, a ben guardare – dell’Europa sulla finanza pubblica. I partiti tradizionali della vecchia Europa politica, quelli che l’hanno costruita su fondamenta fragili e fatta crescere senza nutrirne la democrazia, fidando nella sola spinta della moneta unica, stanno pagando il conto della loro colpa storica. Hanno perso, e rovinosamente. E si sbaglierebbe a continuare a recitare il copione degli anni passati, che contrappone i guardiani del rigore agli spendaccioni irresponsabili: per ora gli elettori continuano a subire le conseguenze delle scelte sbagliate del passato, fatte nel quadro dell’ortodossia europea, e questo ancora prevale sui timori delle fughe in avanti per il futuro. Piuttosto che combattere Salvini impugnando la sacralità dei saldi di bilancio, bisognerebbe contrastarlo sul merito delle politiche che vuole fare: chi beneficerebbe di quei 50 miliardi che il nuovo Pantalone vuole elargire?
La risposta è semplice: i più ricchi e i meno onesti. Il populismo italiano sta virando nella stessa direzione presa da Trump negli Stati Uniti, che si è proposto come errore per il ceto medio tartassato e poi ha fatto politiche per l’1% più ricco. La visione della politica economica della nuova destra italiana è un mix di riduzione delle tasse e sotterraneo incentivo all’economia sommersa, con misure che vanno dalla deregolazione degli appalti, all’uso del contante, ai condoni, alla stessa spinta in clandestinità di tanti lavoratori stranieri. La flat tax propugnata e rilanciata dalla Lega è una ricetta economica della tradizione liberista, che storicamente e logicamente ha sempre premiato i più ricchi. Sarebbe così anche per l’ultima versione della proposta, una flat tax limitata alle famiglie sotto i 50mila euro, che avvantaggerebbe di poco i redditi medio-bassi e di molto quelli medio-alti. Se ha votato per avere la flat tax, il «popolo», inteso come ceto popolare, ha votato contro se stesso. Se ha votato per uscire dall’Europa, rischia di trovarsi come quello inglese, diviso e paralizzato. Se ha votato per protestare, ci è riuscito benissimo. Ma dopo oltre un anno di governo del cambiamento, quando arriverà il momento di passare dall’espressione della protesta per i tanti problemi reali alla pretesa di una soluzione?

il tracollo dei Cinque Stelle
Infine, sulle dinamiche politiche e dunque anche su quelle economiche pesa il nuovo equilibrio che si è creato dopo il voto, con il tracollo dei Cinque Stelle e il rovesciamento dei rapporti di forza nella maggioranza. Questo nuovo equilibrio potrebbe aiutare la Lega a far passare qualcuno dei propri cavalli di battaglia, a scapito di quelli dei grillini: per esempio, definanziando o lasciando languire il reddito di cittadinanza, o accelerando la secessione delle regioni del Nord. Ma non aiuta certo a trovare 50 miliardi di euro, nelle casse pubbliche attraverso coperture reali oppure sui mercati finanziari ricorrendo ancora una volta al debito. Senza contare il fatto che i voti in parlamento sono comunque ancora a favore dei Cinque Stelle, visto che lì regna la maggioranza del 4 marzo 2018 e non quella del 26 maggio 2019. Tutto ciò può aiutare a capire come mai, al tavolo delle nomine per i nuovi vertici europei, l’Italia non ha giocato e non giocherà; ma è e sarà uno dei principali pericoli che la nuova Europa si troverà a dover gestire.
Roberta Carlini

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Malta 315,6 km², 436.947 abitanti 6 parlamentari europei. Sardegna 24.100,02 km², 1.640.717 abitanti 0 parlamentari europei.

260px-european_parliament_strasbourg_hemicycle_-_diliff I sardi esclusi dal Parlamento Europeo malta_mapMalta 315,6 km², 436.947 abitanti 6 parlamentari europei.
Sardegna 24.100,02 km², 1.640.717 abitanti 0 parlamentari europei (salvo rinuncia di qualche parlamentare siciliano).
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Malta
ufficialmente Repubblica di Malta (in maltese Repubblika ta’ Malta, in inglese Republic of Malta), è uno stato insulare dell’Europa meridionale, membro dell’Unione europea. È un arcipelago situato nel Mediterraneo, nel canale di Malta, a 80 km dalla Sicilia, a 284 km dalla Tunisia e a 333 km dalla Libia, compreso nella regione geografica italiana. Con un’estensione di 315,6 km² è uno degli stati più piccoli e densamente popolati al mondo. La sua capitale è La Valletta e la città più abitata è Birchircara. L’isola principale è caratterizzata da un grande numero di cittadine che, insieme con la capitale, formano una conurbazione di 368.250 abitanti.
cartina_sardegna La Sardegna
(AFI: /sarˈdeɲɲa/[5]; Sardìgna o Sardìnnia in sardo[6], Sardhigna in sassarese, Saldigna in gallurese, Sardenya in algherese), la cui denominazione completa utilizzata nella comunicazione ufficiale è Regione autonoma della Sardegna/Regione autònoma de Sardigna[7], è una regione italiana a statuto speciale, con capoluogo Cagliari. Amministrativamente è divisa in quattro province, una città metropolitana e 377 comuni; è parte dell’Italia insulare ed è la terza regione per superficie [24 100,02 km²] e undicesima per popolazione [1.640.717 abitanti].
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Europa sociale: “Una politica economica per classi popolari in Europa”

sbilibro18_euromemorandum2019_cover_big-722x1024Il Rapporto EuroMemorandum 2019 è online
EuroMemo Group
sbilanciamoci
16 Maggio 2019 | Sezione: Apertura, Economia e finanza
“Una politica economica per classi popolari in Europa”. È questo il titolo del volume realizzato anche quest’anno dal Gruppo EuroMemo. Alla vigilia delle elezioni europee del 26 maggio, pubblichiamo la traduzione italiana del testo curata da Sbilanciamoci! scaricabile gratuitamente.

“Una politica economica per classi popolari in Europa” è il titolo del Rapporto Euromemorandum 2019, redatto dal gruppo di economisti di EuroMemo – European Economists for an Alternative Economic Policy in Europe e tradotto, come ogni anno, da Sbilanciamoci!. Alla vigilia delle elezioni europee del 26 maggio, ci pare fondamentale affrontare con decisione i nodi della crisi – economica, politica, sociale – europea. E discutere le possibili vie d’uscita. Di seguito pubblichiamo il testo dell’introduzione del Rapporto 2019, che può essere integralmente scaricato qui

Nel 2018, per il secondo anno consecutivo, tutte le economie della UE hanno registrato una crescita. Tuttavia, questo trend si indebolirà nel corso del 2019, a fronte di tensioni politiche, sociali ed economiche di vasta portata all’interno dell’Unione e all’incertezza dello scenario internazionale.

Le due maggiori economie del mondo si trovano entrambe ad affrontare sfide che avranno effetti rilevanti a livello globale. La crescita sostenuta degli USA nel 2018 è stata alimentata dai tagli fiscali del governo Trump, ma l’impatto di questi tagli dovrebbe diminuire già a partire dal 2019. L’espansione statunitense, iniziata a metà 2009, appare insolitamente lunga e vi sono segnali che potrebbe volgere al termine – la redditività e gli investimenti sembrano aver raggiunto il picco e il mercato azionario è, in base agli standard storici, fortemente sopravvalutato. Nel frattempo, in Cina, dove la crescita economica annuale è stata attorno al 10% per molti anni, le autorità hanno cercato di stabilire un regime più sostenibile, mentre il tasso ufficiale di crescita nel 2018 è stato di circa il 6,5%. Ciononostante, a causa dell’enorme spesa del governo per contrastare l’impatto della recessione internazionale e dell’altissimo debito accumulato da imprese e famiglie prima e dopo la crisi, l’indebitamento complessivo rimane pericolosamente alto.

Uno degli elementi chiave della politica economica del governo Trump è stato un approccio aggressivo nei confronti dei principali partner commerciali volto alla riduzione in ambito bilaterale dei deficit commerciali statunitensi. Dopo molte turbolenze, nel 2018 gli Stati Uniti hanno optato per cambiamenti relativamente modesti nei trattati commerciali con il Canada e il Messico; hanno anche rinunciato ai minacciati aumenti delle tariffe sulle automobili importate dalla UE, sebbene le recenti tariffe sull’acciaio e sull’alluminio restino in vigore e la lobby agricola continui a spingere per un più ampio accesso ai mercati europei.

Nei confronti della Cina, tuttavia, gli Stati Uniti perseguono una politica commerciale molto più decisa. Sia negli ambienti repubblicani che in quelli democratici la Cina è vista come un concorrente strategico e il governo Trump chiede un profondo cambiamento nella strategia di intervento statale cinese. Come primo passo, gli USA hanno imposto dazi del 10% su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi e minacciato una rapida estensione e il rafforzamento dei dazi. Allo stesso tempo, il Pentagono ha espresso preoccupazione per la dipendenza degli USA dalle importazioni di prodotti ad alta tecnologia e sta spingendo per un maggiore approvvigionamento interno. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la possibilità che il conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina si inasprisca ulteriormente è una delle ombre più pesanti che grava sull’economia mondiale.

L’Unione Europea ha espresso anch’essa preoccupazione in merito ai rapporti commerciali con la Cina, ma in altre aree vi sono segni di tensione con gli Stati Uniti. Nel 2015 gli USA, insieme alla Russia e a diversi governi europei, hanno raggiunto un accordo con l’Iran che ha impegnato quest’ultimo a utilizzare l’arricchimento e la ricerca nucleare esclusivamente a scopi pacifici. Dopo che Trump nel 2018 ha annunciato che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’accordo, insistendo che anche gli altri firmatari facessero lo stesso, la UE ha cercato di mantenere accordi commerciali profittevoli con l’Iran, istituendo un canale di finanziamento che aggirasse le banche USA. Tuttavia, Swift, il principale sistema internazionale di telecomunicazioni finanziarie tra le banche, con sede in Belgio, ha ceduto alle richieste americane e il lancio di un nuovo canale di pagamenti europeo è stato ritardato a causa del timore, da parte dei potenziali nuovi utenti, di una dura reazione statunitense.

La Politica di sicurezza e di difesa comune della UE (CSDP-Common Security and Defence Policy) rappresenta un altro settore di potenziale conflitto con gli USA. Il tentativo di rafforzare la capacità militare comune dell’Unione è stato lanciato nel 2016 e, secondo il presidente della Commissione Europea (CE) Jean- Claude Juncker, dovrebbe compiersi entro il 2024. La tesi secondo cui la UE sta tentando, con ciò, di guadagnare maggiore autonomia dalla NATO a guida USA è stata minimizzata da Juncker. Nel giugno 2018, su iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron, nove paesi UE hanno accettato di formare una Forza militare d’intervento europeo. Le preoccupazioni sul rapporto tra questa e la NATO sono state messe da parte dal segretario generale NATO Jens Stoltenberg, il quale ha dichiarato di aver accolto favorevolmente l’iniziativa. Formalmente, il nuovo comando è estraneo alle strutture UE, la qual cosa permetterà alla Gran Bretagna di partecipare a prescindere dal suo abbandono dell’Unione.

Il Regno Unito dovrebbe, infatti, abbandonare la UE nella primavera 2019. Tuttavia, il partito conservatore al governo è profondamente diviso al suo interno ed è apparso in estremo ritardo nella presentazione di proposte concrete sulle modalità di uscita, cercando di evitare fino all’ultimo le questioni più spinose, in particolare quella che riguarda lo status dell’Irlanda del Nord. Malgrado l’insorgere di una grave crisi costituzionale in Gran Bretagna, tuttavia, al momento lo scenario più probabile è che alla fine la Gran Bretagna si barcamenerà in uno status di associato che, se da un lato la vincolerà al rispetto delle regole dell’Unione e alla contribuzione al bilancio comunitario, dall’altro la spoglierà della sua capacità di promuovere in Europa quelle politiche neoliberiste di cui pure si è fatta alfiere sin dagli anni 80.

Divergenze in aumento

Nell’Eurozona gli sviluppi economici successivi alla crisi sono stati caratterizzati da una crescente divergenza in termini di produttività tra i paesi del Nord e quelli del Sud, con la Francia in posizione intermedia. Anche la perfetta macchina industriale della Germania si trova di fronte alla sfida di adattarsi ai cambiamenti dei modelli di trasporto e la sua eccessiva dipendenza dalle esportazioni la rende vulnerabile rispetto a possibili rivolgimenti dell’economia globale. Tuttavia, è nei paesi del Sud Europa che le sfide economiche e sociali sono più drammatiche.

Le persistenti divergenze sul ruolo dello stato nella politica macroeconomica sono state portate alla luce dal nuovo governo eletto in Italia. Per quasi due decenni non c’è stata praticamente crescita economica in Italia e la disoccupazione è profondamente radicata, specialmente nel Sud e tra i giovani. Dopo le elezioni del 2018 un’improbabile coalizione di governo di destra e populisti, formata dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, ha ventilato una politica economica più espansiva, ma il secco no delle autorità comunitarie ha imposto di ridurre la portata delle proposte iniziali. Anche in Spagna il governo di minoranza dei socialisti ha proposto un piano economico espansivo, pur se più contenuto. Al momento, comunque, non sembra esserci alcuna mossa concertata dei paesi del Sud per rompere la morsa soffocante delle politiche monetariste che continuano a dominare la governance economica nell’Eurozona.

Nel frattempo, le proposte per rafforzare il sistema bancario dell’area euro hanno fatto solo modesti passi avanti. La preoccupazione per l’eccessiva frammentazione della vigilanza delle banche in Europa ha portato al varo di un meccanismo di vigilanza comunitario nel 2014 e le maggiori banche sono ora direttamente controllate dalla Banca Centrale Europea (BCE). Inoltre, è stata istituita una procedura europea per la liquidazione delle banche fallite. Ma una proposta decisiva per creare un sistema europeo di assicurazione dei depositi è stata respinta, in primis dalla Germania. Più in generale, rispetto a quanto avvenuto negli Stati Uniti, sono stati adottati provvedimenti limitati per rafforzare i bilanci delle banche dopo la crisi e vi sono diffusi dubbi sulla posizione di un certo numero di banche chiave, in particolare in Italia e Germania.

I livelli prolungati di alta disoccupazione in alcuni paesi, insieme alla crescente prevalenza di posti di lavoro a basso salario e di percorsi occupazionali precari, hanno contribuito ad aumentare il malcontento sociale in molti stati dell’Unione. Ciò è stato accompagnato da un crescente sostegno ai partiti nazionalisti di destra in un certo numero di paesi, molti dei quali sono ostili alla moneta unica e persino alla stessa UE. Gli sviluppi in Italia potrebbero rappresentare una sfida decisiva per la governance dell’Eurozona. Tuttavia, gli interessi di vasti settori del capitale sono così strettamente collegati all’euro (e qualsiasi tentativo di uscita dall’euro provocherebbe una tale tempesta finanziaria) che è improbabile che la sopravvivenza della moneta unica sia realmente messa in discussione.

Nella maggior parte dell’Europa, i movimenti progressisti sono in una posizione debole. I sindacati sono stati marginalizzati e i partiti socialdemocratici tradizionali hanno perso sostegno a causa della loro complicità nel promuovere politiche neoliberiste. Sfide più radicali hanno subìto una grave sconfitta, in particolare nel caso della Grecia. Iniziative più modeste si sono affermate in Portogallo, dove il partito socialista governa con l’appoggio del Blocco di sinistra e del Partito comunista, mentre in Spagna il governo di minoranza del Partito socialista ha tentato di superare le severe politiche di austerità con il sostegno parlamentare di Podemos.

Sullo sfondo del crescente consenso guadagnato dalle forze di destra nazionaliste e populiste, questo EuroMemorandum mira, come negli anni precedenti, a contribuire allo sviluppo di una politica economica progressista per l’Europa. Oggi più che mai è necessario ricostruire un progetto di integrazione politica rispondente sia ai bisogni economici e sociali della grande maggioranza delle persone che ai bisogni ecologici del pianeta. In particolare, è necessario affrontare le domande di coloro che hanno subìto l’impatto negativo della lunga crisi iniziata nel 2007-08: i lavoratori sempre più sfruttati, i precari sempre più numerosi, i disoccupati, i migranti e gli altri gruppi vulnerabili. È in questo senso che vogliamo un’economia politica progressista per l’Europa, meglio dettagliata nei prossimi capitoli.

SCARICA LA TRADUZIONE ITALIANA DEL RAPPORTO EUROMEMORANDUM 2019

Europee

europa_bandiera_europeaEuropee. Exit poll su Il fatto quotidiano:
- Italia https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/26/elezioni-europee-2019-exit-poll-proiezioni-e-risultati-in-diretta-lega-265-29-pd-21-24-m5s-20-23/5208966/;
- Resto d’Europa https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/26/europee-exit-poll-germania-cdu-275-verdi-secondi-al-205-francia-il-partito-della-le-pen-e-primo-davanti-a-macron/5208813/

L’EUROPA AL BIVIO

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Europa_Bandiera_EuropeaL’EUROPA AL BIVIO
Le prossime elezioni europee sono probabilmente le più importanti nella storia dell’Unione. Nazionalisti, sovranisti e sostenitori della Brexit vedono nella tornata elettorale un’opportunità per avere la maggioranza e scardinare così l’establishment politico (Bbc). Le scelte sono due: o si accetta il declino del progetto europeo, oppure occorre rilanciare l’Ue pensando a un nuovo modello, rinnovando il patto democratico (Next European democracy) e affrontando le contraddizioni emerse negli ultimi anni, dalla crescita delle disuguaglianze alle conseguenze delle politiche di austerity, fino alle sfide poste dai flussi migratori. “Questa volta la battaglia per affermare i valori europeisti richiederà maggiore impegno”, spiega Sergio Fabbrini nel suo “Manuale di autodifesa europeista”, edito da Luiss. “Il pugno va sferrato sia contro i sovranisti, sia contro chi si limita a difendere l’Europa attuale, perché, così com’è, non va” (Il Sole 24 Ore). A chi vuol fare implodere il sogno europeo, occorre allora controbattere con il progetto di una nuova Europa, più giusta e sostenibile (Euractiv).
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L’Europa che vogliamo

img_9429L’Europa che vogliamo
«Appunti di cultura e politica» – «Città dell’uomo»

Attorno alle questioni dell’Europa si è fatta spesso molta retorica. In tempi recenti si è magnificata la capacità del continente di favorire su larga scala processi di pacificazione (si pensi al premio Nobel per la pace conferito all’Unione europea nel 2012), sottovalutando forse la sua storia di tragiche guerre fratricide. Ci sono stati anche tra i credenti – quando si discusse qualche anno fa di un Trattato costituzionale europeo – discorsi infiammati e addirittura rivendicazioni puntute sulle «radici cristiane dell’Europa», trascurando la circostanza che da un certo richiamo strumentale e distorto a tali radici sono nati, e ancora nascono, frutti non sempre coerenti (si consideri il diffuso atteggiamento di chiusura verso gli stranieri immigrati). Spesso si è magnificata la tendenza all’unità come un qualcosa di ormai ovvio e scontato, che pezzo per pezzo, con una ingegneria quasi tecnocratica, avrebbe prima o poi realizzato una forma di unione solida e visibile fra i diversi Stati. Negli ultimi anni ci siamo invece resi conto che il pluralismo di culture e tradizioni, unitamente alla diversità degli interessi nazionali, non si è affatto ridotto; anzi, le tendenze centrifughe sono cresciute e oggi sembrano forse più forti di quelle unitarie.
L’Europa moderna, del resto, è questa strana creatura, nata da un coacervo di pluralità irriducibili, competitive e divergenti, dopo la dissoluzione della «mistica» e mitica «santa romana repubblica» (la res publica christianorum) del Medioevo. Ciononostante, essa – quasi altra faccia della medesima medaglia – si è sempre sentita come unificata da una cultura unitaria e da un senso comunitario fatto di civiltà, costumi ed eredità condivise. Dunque, una civiltà plurale, un cammino sempre sul filo tra convergenza e tensioni conflittuali.
Questo ci sembra un punto dirimente. L’Europa non è un dato di fatto, una realtà definita una volta per tutte, ma può esistere solo come progetto. Non si deve mai da- re per scontato questo elemento, non si de- ve dare per ovvia l’identità europea (in tutti i sensi e particolarmente in quello politico), pena il rischio di un suo inevitabile depotenziamento sino all’insignificanza nei fatti. Chi ci crede ha il compito di continuamente rimotivarla e rilanciarla all’altezza delle sfide dell’epoca.
L’idea per cui il percorso «comunitario» iniziato quasi settant’anni fa tra sei paesi (e oggi arrivato a coinvolgerne 28) sia ormai irreversibile e non possa che avanzare, spesso coltivata più o meno surrettiziamente dagli stessi europeisti convinti, è illusoria. Del resto, l’integrazione dell’Europa ha funzionato quando è riuscita a elaborare una risposta a qualche problema politico reale e comune. Risposte magari non del tutto lineari, perché frutto di delicati e faticosi compromessi, ma, in ogni caso, di non trascurabile efficacia. Si pensi, agli inizi del cammino d’integrazione europea, al problema della ricostruzione della Germania dopo gli spaventosi conflitti mondiali e la sua divisione territoriale, nel clima drammatico della «guerra fredda».
Non possiamo sottovalutare il fatto che oggi, di fronte ai popoli e agli Stati europei, ci sia un problema storico analogo, di straordinaria ampiezza e complessità. Per anni ci siamo cullati nell’ideologica illusione che la stagione della globalizzazione avesse consegnato la storia alla preminenza dei mercati, senza più ruoli, se non residuali, da riconoscere agli Stati. Dopo la crisi del 2008 e la «grande stagnazione» successiva, conosciamo invece un mondo in cui soggetti «giganti» come Stati Uniti e Cina hanno rilanciato una forma tradizionale di «statualità forte» per governare la globalizzazione (bene o male che lo stiano facendo). Occorre ribadire che nel mondo dei «giganti» non c’è futuro per i piccoli-medi Stati europei, soprattutto se si isolano in stizzose diatribe reciproche. Questo vale non solo per quelli più deboli e periferici, ma anche per la nuova potenza economica tedesca: qualsiasi paese d’Europa, da solo, non va da nessuna parte. Per cui la necessità dovrebbe muovere l’ingegno. Un’Europa in qualche modo unita è l’unica possibilità affinché la voce dei suoi cittadini possa contare sulla scena internazionale, dove si affrontano le sfide cruciali e si assumono decisioni fondamentali per i destini dei popoli e dell’intero pianeta. Oggi, invece, assistiamo a varie tensioni scaturite da una società europea che ha sof- ferto la crisi e vive nell’incertezza la globa- lizzazione, con pulsioni legate all’idea di po- tere riportare a galla i localismi e i piccoli o medi nazionalismi: una sorta di «si salvi chi può», assolutamente privo di consisten- za. Al di là di ogni elaborata formula polito- logica, che si parli di populismi o di sovra- nismi, in sostanza, siamo tornati a questo punto: la sfida all’Europa viene dai molteplici nazionalismi interni, incattiviti. Essi hanno potuto soffiare sul fuoco delle difficoltà e dei risentimenti sociali, proprio per i limiti dell’Europa reale (e forse anche degli europeisti reali). Che troppo hanno confidato nella spontaneità dei processi, nella bontà astratta degli organismi istituzionali, in una sorta di mancanza di alternative del cammino intrapreso, senza fare i conti sino in fondo con i limiti e le contraddizioni della storia. Si è quindi sottovalutata la persistenza del dato originario dei singoli Stati, nella loro diversità di storia, cultura, sviluppo. Si è proceduto a una costruzione europea squisitamente tecnocratica, fidando nella forza omologatrice del mercato, trascurando la necessità di una elaborazione culturale in grado di persuadere e armonizzare le nazionalità. Di fronte alla crisi si è scelta una linea di algida austerità, che ha lasciato ovviamente scontenti i «perdenti» della globalizzazione. Insomma, l’Europa concreta, l’Unione europea degli ultimi decenni – è bene dirlo forte e chiaro – ha seguìto linee quanto meno controverse (di recente lo ha ammesso, a denti stretti, lo stesso presidente della Commissione, Juncker).
Le elezioni del Parlamento europeo di fine maggio sono un’occasione propizia per fare emergere un duplice messaggio: c’è assoluto bisogno di rilanciare l’Unione, ma essa, al contempo, deve cambiare profondamente. Nel momento in cui variamo questo editoriale, non abbiamo ancora precise indicazioni sul quadro specifico delle forze in campo, almeno in Italia, per la competizione elettorale. Si registra, per ora, un’evidente tentazione di utilizzare l’appuntamento europeo come semplice specchio e cassa di risonanza delle tendenze della politica italiana, mentre occorrerebbe che le forze più rilevanti – per noi, soprattutto quelle progressiste e socialmente avanzate – producessero un grande sforzo di convinzione e mobilitazione collettiva attorno a una linea il più possibile chiara e coerente. Non europeisti contro sovranisti. Questa prospettiva rischia di essere tatticamente controproducente e strategicamente fuorviante, perché l’europeismo «sano» non annulla l’originalità degli Stati, né le differenze sul modello di Europa che si vuole perseguire. Occorre dare rappresentanza agli europeisti profondamente riformatori, che vogliono un’Unione europea nuova: distinti dagli stanchi sostenitori dell’esistente, quanto contrapposti ai profeti della distruzione del «sogno europeo».
Non è difficile delineare qualche contorno essenziale dell’auspicabile nuova Europa. Deve essere forte, cioè capace di elaborare un discorso e una progettualità politici sulla convenienza per tutti di fare convergere interessi anche apparentemente diversi e sfrangiati, data l’altezza delle sfide in campo. Naturalmente, dovrebbe essere forte sullo stesso piano istituzionale, avviando processi di riforma che le diano più chiara capacità decisionale, più ampia legittimazione democratica e popolare, più estesa sovranità sul bilancio e sulle scelte di politica economica. In quest’ottica risulta decisivo il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, per riaffermare il valore della democrazia rappresentativa, in un momento in cui nel continente spira il vento della democrazia diretta, che in realtà nasconde meccanismi di accentramento delle decisioni in poche persone. Non sappiamo se lo storico modello dello Stato federale da più parti ipotizzato sia ancora adeguato ai cambiamenti epocali intervenuti, ma, di sicuro, abbiamo bisogno di qualcosa di simile: cioè, una forma di statualità europea nuova, che faccia convergere le differenti volontà e le spiccate pluralità in un quadro di governo comune dei grandi processi euro-mondiali, rispettando al contempo e proteggendo i margini di autonomia di ogni popolo e paese. L’Europa ha nelle proprie corde una metodologia feconda di rapporto tra gli Stati, basata su attitudine inclusiva e cooperativa, nel segno di una negoziazione continua, invece che su forme di egemonia e imposizioni, oppure gerarchie imperiali. Deve aggiornarla e rilanciarla.
Va aggiunto che la suddetta forma di statualità forte (ancorché sui generis) occorre che si colleghi a un obiettivo socio-culturale non neutro. Pertanto, vale la pena di costruire l’Europa unita per rilanciare uno specifico modello sociale, basato su: impegno per integrare i «perdenti» e lotta contro le sempre più insostenibili diseguaglianze; rapporti di mediazione articolata tra i gruppi e i mondi sociali, invece che individualismo anglosassone o «collettivismo» asiatico; composizione lungimirante fra le esigenze della crescita economica e quelle della coesione sociale; capacità di governo dell’economia, senza dirigismi né subalternità ai mercati: pensiamo che cosa significherebbe rispondere alla crisi economica con un grande e convergente sforzo europeo, centrato su progetti innovativi di economia sostenibile e solidale (oggi si parla, simbolicamente, di un «green new deal»). Proprio sul tema ambientale, tornato in questi mesi fortemente alla ribalta, l’Europa potrebbe assumere un ruolo-guida, orientato, fra l’altro, a un sempre meglio definito nuovo modello di sviluppo, sensibile alle istanze del «bene comune».
Ancora più a fondo, nell’Europa che vogliamo c’è una concezione della persona umana al di sopra di ogni pur legittima risposta al bisogno di sicurezza e della stessa coesione. Ciò implica, fra l’altro, puntare su processi d’integrazione delle diversità socio-culturali e religiose, ma in un’ottica di costruttivo dialogo reciproco, con al centro il primato della coscienza personale, il riconoscimento della dignità di ogni uomo e donna, il rifiuto di qualsiasi forma di violenza nelle relazioni interpersonali e di gruppo, il ripudio d’ogni genere di xenofobia e razzismi, nonché delle pulsioni «giustizialistiche», con i tentativi di ritorno alla pena di morte. Un’Europa forte deve servire una società in cui valga la pena vivere. Sono tutti elementi da rilanciare e attualizzare nelle battaglie quotidiane: la campagna elettorale potrebbe e dovrebbe diventare un enorme cantiere di discussione attorno a queste prospettive.
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18 marzo 2019
L’Europa che vogliamo
EDITORIALE- «Appunti di cultura e politica» – «Città dell’uomo»
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Non c’è ambientalismo senza giustizia sociale: ecco il vero green new deal per l’Europa
Linkiesta.it, 10 maggio 2019
A due settimane dalle elezioni europee, Legambiente presenta un compendio di proposte in cui l’economia decarbonizzata e circolare è la base da cui partire per trasformare i cambiamenti climatici in occasioni di sviluppo e innovazione
Un documento che si ispira al New Deal degli anni Trenta, quello che servì a risollevare gli Stati Uniti dalla Grande Depressione. A due settimane dalle elezioni europee, Legambiente ha presentato il suo Green New Deal per l’Europa1, un compendio di proposte in cui l’economia decarbonizzata e circolare è la base da cui partire non solo per trasformare i cambiamenti climatici in occasioni di sviluppo e innovazione, ma anche per affrontare le sfide delle disuguaglianze crescenti, del lavoro e dell’immigrazione. «La questione ambientale è il tema per dare un senso al progetto europeo», spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. «Solo l’ambiente riesce a tenere insieme lavoro, innovazione, economia, migrazioni. Non si può, ad esempio, dare una risposta alla questione migranti senza pensare alla questione ambientale: gli impatti climatici sui territori generano migrazioni e disuguaglianze».
“Giustizia ambientale e giustizia sociale hanno un comune destino”, quindi, come scrive Fabrizio Barca nel suo intervento contenuto nel testo. E la stessa transizione ecologica, con lo stravolgimento dei modelli produttivi e del lavoro, deve tenerne conto per essere “giusta”. Barca parla di “progresso socio-ecologico”, ovvero l’idea che la transizione urgente verso la giustizia ambientale tenga sempre conto dei suoi effetti sociali, per evitare che siano i lavoratori più vulnerabili a pagare i costi della transizione. «La decarbonizzazione è una grande opportunità per investire», spiega Maurizio Albrizio, che dirige l’ufficio europeo di Legambiente, «ma avrà un grande impatto sociale e abbiamo l’obbligo di non lasciare indietro nessuno. Il Green New Deal è un grande e nuovo contratto sociale con i cittadini».
Ecco l’intervento di Fabrizio Barca [1]:
green_new_deal_europa_piattoIl destino comune di giustizia ambientale e giustizia sociale
In questa fase difficile e aperta a esiti così diversi della vita nostra e delle nostre società, ingiustizia sociale e minaccia ambientale dominano i pensieri e il quotidiano agire di tutti noi. La sofferenza per l’oggi e l’ansia per il domani colpiscono in particolare quelli di noi che non hanno i mezzi finanziari e il contesto sociale e relazionale per costruirsi una difesa, o magari per cogliere i benefici del cambiamento tecnologico, della globalizzazione e delle misure per contrastare il cambiamento climatico I fatti sono noti. A livello internazionale, la disuguaglianza di reddito si è ridotta per la prima volta da tempo ed è emerso (specie in Asia) un nuovo ceto medio; ma la dimensione e la gravità della povertà (di reddito, di salute, di istruzione, di potere sulle decisioni) sono insopportabili e suscitano movimenti globali. In Occidente, e da noi in Italia, le disuguaglianze hanno da trent’anni smesso di scendere, sono spesso risalite – specie per la ricchezza – e sono gravi in tutte le dimensioni di vita: economica, di lavoro (con una gravissima polarizzazione dei redditi e del grado di certezza e autonomia), di accesso (e qualità) ai servizi fondamentali e alla ricchezza comune, di riconoscimento dei nostri valori e delle nostre aspirazioni (specie per i cittadini delle aree interne, delle periferie, delle terre di mezzo). Assente un riferimento politico e culturale che apra uno scenario di emancipazione, la rabbia e il risentimento che discendono da queste ingiustizie si sono tradotte in una “dinamica autoritaria”.
E poiché i ceti deboli percepiscono spesso che le politiche ambientali sono in primo luogo pensate dai ceti forti e per i ceti forti e sono finanziate a loro principale carico (si pensi alle imposte sugli idrocarburi che gravano in primo luogo sui cittadini delle aree rurali e remote), di questa dinamica perversa fa parte anche un’avversione alle politiche di sostenibilità ambientale, e un’implicita alleanza con le forze produttive legate a un modo di produrre insostenibile. Se si condivide questa diagnosi, diventa evidente che giustizia ambientale e giustizia sociale hanno un comune destino: non solo perché l’una influenza l’altra, ma perché il consenso popolare alla giustizia ambientale richiede un disegno strategico che promuova la giustizia sociale. Gli interessi delle future generazioni, quelle che non hanno voce in capitolo, e gli interessi della parte con meno mezzi e potere delle generazioni in vita sono inestricabilmente legati. Ben lo rappresenta l’espressione “libertà sostanziale sostenibile” coniata dal Nobel Amartya Sen. È una delle tesi costitutive del lavoro del Forum Disuguaglianze e Diversità, espressa nel Rapporto appena prodotto. Proposte per la giustizia sociale e in particolare nella sua proposta n. 10. È ciò che molte parti più mature dei movimenti che perseguono l’uno e l’altro obiettivo sanno da tempo e che è colto nel termine di “transizione equa” verso una società ecologicamente sostenibile. Ma che fatica ancora a diventare senso comune. Ecco allora l’importanza del rapporto Uguaglianza sostenibile redatto da una commissione indipendente su iniziativa dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici al parlamento europeo, 30 ricercatori di università e istituzioni di tutta Europa. L’intreccio fra giustizia sociale e ambientale pervade tutte le oltre 100 proposte avanzate dal rapporto, e trova una sintesi istituzionale nella proposta finale di trasformare radicalmente il processo di formazione coordinata dei bilanci dei paesi dell’Unione, noto come “semestre europeo”. Di seguito, tratteggiamo l’impianto concettuale del rapporto e il contenuto delle cinque connesse tematiche con cui le proposte sono riassunte.
Si tratta di usare questa piattaforma come un terreno per discutere, per tornare a mettere al centro i contenuti con cui si intende trasformare la rabbia e il risentimento di questa fase in una spinta per l’emancipazione, per la giustizia sociale, e per la giustizia ambientale.
Nell’impianto concettuale e interpretativo del rapporto, indispensabile per ogni proposta di cambiamento che non sia estemporanea o tattica, oltre al punto centrale da cui abbiamo preso le mosse, ci sono quattro punti di forza. Primo, la consapevolezza della natura sistemica e radicale delle politiche da realizzare. Secondo, la convinzione che redistribuire sia necessario, e che si debba tornare a farlo soprattutto in ambito fiscale, ma che ciò non sia sufficiente: occorre intervenire nei meccanismi di formazione della ricchezza, prima di tutto nel cambiamento tecnologico e nel potere negoziale del lavoro e dei cittadini – sono i meccanismi su cui il Forum Disuguaglianze e Diversità ha messo i riflettori, assieme al passaggio generazionale. Terzo, l’opportunità di costruire la svolta guardando avanti, e in particolare mettendo a uso due profonde novità della fase che viviamo: il ruolo delle organizzazioni di cittadinanza attiva nella messa in opera di diritti, cura dei beni comuni e sostegno ai soggetti deboli; le comunità di innovatori che utilizzano la rete per produrre patrimoni di conoscenza aperta. Quarto, e non certo ultima, la realizzazione che se l’inversione radicale delle politiche è necessaria per ogni stato nazionale, da essa dipende l’esistenza stessa dell’Unione europea.
E veniamo alle 100 (anzi 110) politiche. Il primo gruppo di esse mira a dare potere alle persone. Comprende, in primo luogo, un blocco di misure volte a ridare potere negoziale al lavoro: promuovendo la partecipazione strategica dei lavoratori, riconoscendo al lavoro pseudo-autonomo (gig economy, partite Iva, lavoro sommerso che affianca l’automazione o l’intelligenza artificiale) diritti oggi negati, promuovendo il rafforzamento dei sindacati. A queste si accompagna un blocco di misure volte ad accrescere gli spazi di azione e il ruolo delle organizzazioni di cittadinanza attiva: diffondendo i metodi del Codice europeo di condotta del partenariato e definendo standard minimi di partecipazione.
Il secondo gruppo di proposte mira a dare una forma diversa al capitalismo.
C’è in questo obiettivo il rigetto di quell’assunto “non c’è alternativa” che ha dominato a lungo il pensiero di larga parte degli eredi del pensiero socialdemocratico. Le proposte avanzate spaziano dalla promozione di forme di impresa (esistenti) che non soggiacciono all’imperativo unico della massimizzazione del “valore patrimoniale”, incorporando obiettivi sociali e ambientali, a un vasto insieme di misure che blocchino l’elusione delle imposte sulle imprese, a cominciare dalla definizione in Europa di una base impositiva unica che includa l’economia digitale.
Il terzo gruppo affronta direttamente l’obiettivo della giustizia sociale. Comprende fra gli altri: una strategia contro la povertà e sulla casa che si dà carico di reperire i mezzi finanziari; la progressiva fissazione di standard minimi europei per salute e reddito minimo, da sottoporre a monitoraggio; misure per innalzare verso l’alto i salari minimi; interventi volti a rafforzare il potere – parola, anche questa, felicemente tornata al centro dell’analisi – delle donne. E poi, l’utilizzo della politica di coesione come strumento operativo per togliere alle politiche pubbliche la cecità alle persone nei territori, che tanto ha contribuito ad accrescere i divari fra aree interne e urbane, fra periferie e centri urbani. Manca – è uno dei due limiti seri del rapporto – la proposta di un’iniziativa europea sull’istruzione. E poi c’è l’obiettivo del progresso socio-ecologico, con cui si riassume l’idea che la transizione urgente verso la giustizia ambientale tenga sempre conto dei suoi effetti sociali, per evitare, come si scrive, che siano i vulnerabili a pagare i costi della transizione.
Le misure indicate riguardano, fra gli altri, il disegno della Politica agricola post-2020, dove le trasformazioni necessarie (specie per ridurre le emissioni di gas a effetto serra) devono tutelare il prezioso bene comune della popolazione impegnata in agricoltura; la necessità che le scelte di investimento per contrastare il cambiamento climatico – almeno il 25% del prossimo bilancio europeo post-2020 – siano davvero improntate a una logica di giustizia sociale, e a tale scopo la creazione di una vice-presidenza apposita della Commissione e di forme rafforzate di partecipazione a tali scelte del mondo del lavoro e dei cittadini. Infine, nella quinta parte, innescare il cambiamento, il rapporto si chiede come l’inversione di rotta configurata possa essere avviata. Il punto di forza di quest’ultima sezione sta nella proposta di cambiare radicalmente il meccanismo del cosiddetto “semestre europeo”, con cui le politiche di bilancio dei singoli paesi membri trovano un momento di coerenza e di rispondenza a indirizzi generali europei, finora dominati dall’obiettivo di evitare squilibri di bilancio. A tale obiettivo si affiancherebbe ora, con lo stesso rango, il mix di obiettivi ambientali e sociali fin qui richiamato. Ciò avverrebbe in una logica di mediolungo termine, dentro un “Patto di sviluppo sostenibile multi-annuale”, presidiato dalle direzioni competenti, riportate finalmente su un piano di parità rispetto alla Direzione affari economici e finanziari.
Nell’attuazione di questi indirizzi, la politica di coesione aiuterebbe a sospingere le politiche settoriali a tenere conto delle esigenze dei singoli territori. È un disegno che convince. Ma alla sua ambizione non corrisponde altrettanta ambizione nello scandire gli altri inneschi necessari, pure richiamati: quali la tutela degli investimenti pubblici nazionali dai tagli di bilancio e la previsione di strumenti anticiclici a livello europeo. Queste e altre misure richiederebbero scelte politiche che purtroppo non sono ancora mature fra i partiti del gruppo S&D che ha promosso l’analisi. Il che ci porta a rilevare, in conclusione, limite e forza del rapporto. Il limite di essere prodotto dentro una “famiglia politica” che procede, paese per paese, in modo non coeso. La forza, dovuta ai due brillanti co-presidenti della Commissione – Louka Katseli e Poul Nyrup Rasmussen, due politici di vaglia che hanno guardato oltre i piccoli orizzonti nazionali – di mettere sul tavolo una piattaforma radicale e di svolta, spingendosi fino ai limiti del possibile. Per questa ragione, non aiuta fermarsi alle singole proposte, rilevarne il gran numero, enfatizzare le mancanze o persino notare il “bruxellese” del linguaggio. Ciò che conta, il contributo del rapporto, sta nell’insieme di un disegno che rompe decisamente con i gravi errori dell’ultimo trentennio, commessi sotto l’egemonia neo- liberista. Si tratta di usare questa piattaforma come un terreno per discutere, per tornare a mettere al centro i contenuti con cui si intende trasformare la rabbia e il risentimento di questa fase in una spinta per l’emancipazione, per la giustizia sociale e per la giustizia ambientale.

[1] http://www.edizioniambiente.it/libri/1246/un-green-new-deal-per-l-europa/

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VOTO EUROPEO: Fabrizio Barca, “Non c’è ambientalismo senza giustizia sociale, ecco il vero green new deal per l’Europa” (linkiesta.it). Roberto D’Alimonte, “Europa e sovranisti, la vera partita si gioca dopo il voto” (Sole 24 ore). Piero Bevilacqua, “Il nucleo fondativo dell’Europa nella storia del Mediterraneo” (Manifesto).

Oggi 9 maggio Festa dell’Europa

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Noi con te. In Europa La Sinistra antirazzista, femminista, ecologista.

57226432_2369128979777685_1638825981030432768_nMartedì 23 aprile alle ore 11.00 nell’Hostel Marina, alle scalette di San Sepolcro a Cagliari si svolgerà la conferenza stampa di presentazione con i candidati e le candidate della Sardegna alle europee per il collegio Isole della Lista “La Sinistra”.
La lista, promossa da Rifondazione Comunista e Sinistra Italiana, L’Altra Europa e altre forze politiche e movimenti sociali, si oppone al neoliberismo e al nazionalismo, con l’obiettivo di costruire un nuovo spazio politico, un’alternativa da progettare insieme ai cittadini/e, alla pari, e che promuova un forte progetto femminista, ecologista, antirazzista.
Durante la conferenza stampa interverranno i candidati e le candidate della Sardegna: l’insegnante e attivista femminista Maria Cristina Ibba, e l’ex operaio Alcoa e ingegnere ambientale Omar Tocco insieme al giornalista Corradino Mineo, capolista della lista nel collegio Isole. Interverranno inoltre Pierluigi Mulliri, segretario regionale di Rifondazione Comunista in Sardegna, Salvatore Multinu responsabile regionale di Sinistra Italiana e Roberto Loddo per il manifesto sardo e l’Altra Europa.

21 marzo Europa Europa

21 marzo: San Benedetto da Norcia
patrono d’Europa.
(Hans Memling).
La Regola di san Benedetto, completa, dice: Ora, lege et labora. Per questo, meritatamente, fu eletto patrono.
sanbenedetto

Oggi giovedì 21 marzo 2019

E’ Primavera! Europa, Europa!
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————–Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Appuntamenti—————

Mare Jonio sbarca i migranti a Lampedusa. La magistratura (finalmente) batte un colpo?
21 Marzo 2019
Red su Democraziaoggi.
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Europa

Europa_Bandiera_EuropeaMANIFESTO PER LA COSTITUZIONE DI UNA LISTA UNICA DELLE FORZE POLITICHE E CIVICHE EUROPEISTE ALLE ELEZIONI EUROPEE
L’Italia e l’Europa sono più forti di chi le vuole deboli!

Dibattito. Guai ad abbandonare l’Europa! Cambiamola in meglio!

poveraEuropa
La polemica rivelatrice sul Documento economico-finanziario del governo giallo-verde
di Guido Formigoni
19 ottobre 2018 by Forcesi, segnalato da C3dem.
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La vicenda del Def è istruttiva, sia sui comportamenti dell’attuale governo, sia sul modo di fare opposizione. Da una parte, sembra proprio che l’asse Salvini-Di Maio abbia fatto slittare il pedale nel proprio ormai tipico modo di far politica, tutto basato sull’annuncio e sulla costruzione mediatica di consenso. Mi spiego: non c’era nessuna necessità reale di mettere per iscritto il punto del 2,4% di deficit in un documento come il Def, che doveva solo indicare una stima. Per poi infatti ricorrere a un pietoso tira e molla (il 2,4% per tre anni, anzi no, per un anno e poi vedremo; 10 miliardi per le pensioni, anzi no di meno…). In sostanza, hanno scelto di amplificare l’effetto annuncio per porre una sfida di parole, che incassasse a breve un sostegno del proprio elettorato ansioso, ribollente e preoccupato per i vincoli europei. Occorreva insomma fissare un punto propagandistico, costruire la scena del balcone. Poi, si sarebbe visto… i fatti sono più complicati da gestire delle parole.
Intanto – forse hanno anche pensato – si poteva verificare la reazione europea e quella dei mercati. E qui è cascato mezzo asino, perché l’Europa è stata prudente e tutto sommato consapevole del contenuto modesto della sfida, senza offrire sponde a un innalzamento del conflitto verbale (qualcuno dice che non sarebbe spiaciuto soprattutto a Salvini inasprire lo scontro). I mercati, molto meno: lo spread salito a 300 significa una perdita secca di svariati miliardi in conto interessi sul debito (le stime variano per il solo 2019 a 4-6 miliardi, se si resta per un anno a questi livelli, cosa non garantita). Il che segna già da ora un autogol clamoroso del governo, quando di trippa per i gatti ancora non si è visto nemmeno il profumo. E poco serve dire che c’è il complotto degli speculatori, perché è ora che ci si accorga anche nel sospettoso popolo grillino che il meccanismo finanziario in cui siamo immersi e condizionati è talmente vasto e capillare, costituito di tanti molecolari interessi, che è assolutamente impossibile condizionarlo ad opera di un numero ristretto di operatori.
Altro si sarebbe potuto fare se la maggioranza fosse più seria e cioè non fautrice di una politica basata sugli annunci, ma capace di immaginare una correzione di rotta graduale e sensata della finanza pubblica. Tutti i governi passati hanno infatti sforato le cifre e cifrette indicate nel Def: ma senza dirlo prima con le grancasse (nel 2017 a cose fatte il deficit è stato del 2,3%). In quel modo un po’ surrettizio, la correzione attuale rispetto alle previsioni sarebbe stata molto più gestibile. Il problema è che questa classe di governo, nel suo palese dilettantismo, non sembra all’altezza della necessaria accorta gestione dei delicati equilibri della finanza pubblica.
Dicevo però che questo episodio rivela anche molto dell’opposizione attuale. E più in generale di come vengono criticate le scelte del nuovo governo da parte di una opinione pubblica mainstream come quella rappresentata da parte della grande stampa. Si è infatti aperto ampiamente da parte politica e mediatica il fronte della polemica sul rigore di bilancio, che ripete cose molto note sul fatto che non si può creare nuovo debito, dato che l’Italia è già al 130% del Pil, e che non si può fare assistenzialismo sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza in deficit. Sì, ma… Il precedente ciclo di governi a trazione Pd non è che sul rientro del debito abbia costruito molto, anzi: la percentuale è sempre la stessa da sei anni. Semplicemente, si sono avvalsi in modo molto opportuno della difesa dell’euro compiuta da Draghi con la creazione enorme di liquidità monetaria, che ha sconfitto la speculazione sul debito pubblico dell’Italia e dei paesi più fragili che si era innescata nel 2011: cioè ha appunto abbattuto lo spread a livelli irrisori, facendo risparmiare al paese una cosa come 65 miliardi di euro in cinque-sei anni in interessi da pagare sullo stock di debito pregresso (lo 0,8 del Pil all’anno, mica noccioline). Al riparo del cospicuo scudo della Bce, tali governi hanno comunque ridotto di pochissimo il deficit, continuando a tagliare su alcuni capitoli come la pubblica amministrazione, riducendo di pochissimo la pressione fiscale e facendo la scommessa su modalità diverse di incentivo economico, rispetto a quelle oggi in discussione: dagli 80 euro erogati ai bassi redditi, fino ai molti miliardi messi nella riduzione contributiva del Jobs act. Con risultati discussi (e discutibili, non apriamo qui il capitolo): comunque non certo eclatanti, ci si concederà, in termini di occupazione e sviluppo. Siamo un paese in cui il Pil è ancora sotto del 5-6% rispetto al 2008.
Quindi, qual è il punto vero, a mio sommesso parere (non è farina del mio sacco, naturalmente, ma si basa su un dibattito non banale che su questi temi è avviato da tempo in Europa)? Il punto non è il mantra liberista del pareggio di bilancio o la discussione sulle percentuali del deficit, con il relativo braccio di ferro con l’Europa per sfangare un decimale in più. Nessuno è immune da critiche su queste dimensioni, e soprattutto non c’è nessun terreno sicuro in proposito. Paradossalmente, nemmeno un governo che avviasse veramente la riduzione della montagna di debito che attualmente abbiamo – cosa possibile solo a costi sociali drammatici, diciamocelo – sarebbe a rigore veramente al riparo dalla speculazione finanziaria: perché mai, infatti, il 110 o il 120% dovrebbe andare bene, invece del 130%? Se per qualche motivo gli investitori avessero sentore di una certa debolezza si appiglierebbero anche al 110 o al 120%. Il rischio speculazione rimarrebbe, soprattutto a causa del mero fatto che lo scudo della Bce si sta riducendo e ogni paese resterà progressivamente più esposto ai marosi.
Cosa significa questo discorso? Ovviamente non che siamo liberi di fare quello che vogliamo. È palese che ci siano compatibilità economiche sostanziali, cui nessuno sfugge a lungo andare. Chi parla di sospendere il pagamento del debito o di uscire dall’euro ciancia di cose insostenibili, o comunque a costi altissimi per la collettività. Ma è anche vero che le coerenze economiche non sono per definizione rigide, né assolute. Possono essere gestite nel tempo in modo diverso, a seconda della capacità strategica e della forza politica che ci sta dietro. La globalizzazione non ha spazzato via il ruolo degli Stati, come a volte si dice: ha però di certo molto ridimensionato il peso degli Stati piccoli e medi. Il punto quindi è che la sovranità vera sulla propria politica economica, oltre alla serietà necessaria su un discorso di strategia e di rapporto mezzi/obiettivi (che non guasta mai), richiede nel mondo attuale una dimensione tale da poter gestire (non del tutto eliminare) la sfida dei “mercati”, cioè dell’ansiosa ricerca di rendite da parte di masse di capitali finanziari enormi e potentissimi. L’Italia, diciamocelo chiaro, questa dimensione non ce l’ha.
Naturalmente oggi sono in pochissimi ad averla: gli Stati Uniti che si permettono di aumentare un debito accolto con indifferenza da tutti i mercati. La Cina, con il proprio sistema che (per ora efficacemente) combina dirigismo e liberismo. Il Giappone, che ha un debito al 250% del Pil e lo gestisce senza affanno alcuno (e non vale obiettare cose peraltro vere, cioè che per un terzo tale debito è in mano alla banca centrale o che molta parte è risparmio interno, perché questi elementi non mutano l’enormità della massa finanziaria coinvolta). L’unica altra alternativa sarebbe l’Europa. Già: qui si rivela il vero punto critico del sovranismo nostrano. Picconare l’Europa è segno di miopia assoluta, perché impedisce di costruire livelli di compartecipazione e corresponsabilità finanziaria che soli potrebbero essere in grado di sfidare gli altri soggetti globali e la forza generalizzata dei mercati. Certo, l’Europa attuale è del tutto inadempiente sul punto, data l’annosa polemica interna sull’austerity e l’interpretazione restrittiva della solidarietà causata dal peso del modello tedesco, che si crogiola nel proprio enorme surplus commerciale (ottenuto in buona parte anche grazie all’esistenza dell’euro) e lo gestisce pigramente senza utilizzarlo in chiave espansiva. Politicamente parlando, però, l’unico futuro immaginabile di una sovranità politica democratica che sfidi i vincoli dell’attuale sistema e allarghi le sue maglie si collocherebbe nella capacità di costruire un consenso in Europa su questo punto. Se c’è una battaglia vera da fare non è ottenere un decimale di deficit in più dai guardiani della commissione, ma cambiare pian piano questa logica perdente. Smuovendo la miope posizione tedesca, compito certo non semplice. Ma prima o poi anche a Berlino ci si renderà conto che da soli non vanno da nessuna parte nemmeno loro e che costruire un’Europa più solida politicamente e finanziariamente serve anche a loro.
Un soggetto europeo che cominci a mettere in comune non solo la moneta, ma anche la politica economica e finanziaria, con l’europeizzazione prudente e responsabile di una parte dei debiti nazionali, è cruciale per potere infatti porsi obiettivi di politica economica veramente incisivi. Solo l’Europa avrebbe infatti la forza di raccogliere risorse tali da avviare un nuovo ciclo di investimenti espansivi orientati dalla mano pubblica, che potrebbe essere all’altezza delle difficoltà attuali, contrastando gli effetti della grande stagnazione e bilanciando i limiti del sistema della globalizzazione. Solo un tipo di svolta epocale come questa sarebbe decisiva per potersi porre obiettivi non risibili e tutti solo apparenti, come quelli che si possono affannosamente gestire nel cortile di casa. Naturalmente poi occorrerebbe discutere della qualità di questa spesa: e potremmo tornare a ragionare se e come il reddito di cittadinanza sia meglio degli sgravi contributivi o di un grande piano di ristrutturazione delle città o delle infrastrutture. Laicamente e senza preconcetti, provando e magari sbagliando.
Non mi pare ci siano attualmente, né nella maggioranza né nell’opposizione (politica e intellettuale) molti ambienti disponibili a prendere sul serio questo ragionamento. E questo è il limite dell’attuale situazione. Se non facciamo fare al dibattito questo salto di qualità, non credo andremo lontano. Dopo i giorni dell’euforia del balcone, seguiranno le mezze promesse e le spese rimandate, i ritorni indietro e i contentini risibili, le riforme dilazionate e gli allarmi per i cattivi speculatori. Il tutto condito con un inarrestabile declino dell’apparato amministrativo e del nerbo pubblico del paese. Un balletto che nessuna società – tantomeno quella italiana così slabbrata e provata – può ancora reggere a lungo.

C’è voglia d’Europa

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Lo dice anche la riuscita (e oceanica) manifestazione di Londra.
[Da repubblica.it online] Brexit, folla oceanica a Londra chiede nuovo referendum. Da Ansa.it.

L’Europa che vogliamo!

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Per un’Europa dei diritti umani e della giustizia sociale!
Per una società solidale piuttosto che esclusione e razzismo!
Per il diritto alla protezione e all’asilo – contro l’isolamento dell’Europa!
Per una società libera e diversificata!
La solidarietà non conosce confini!

Berlino, 13 novembre 2018. Anche Berlino in marcia contro il razzismo e invocando la solidarietà contro l’ascesa dell’estrema destra in tutta la Germania e l’Europa. In un tratto di tre miglia, da Alexanderplatz alla Porta di Brandeburgo fino alla Colonna della Vittoria, migliaia di persone si sono riunite “Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!”

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Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!
Si sta verificando un drammatico cambiamento politico: razzismo e discriminazione stanno diventando socialmente accettabili. Ciò che ieri era considerato impensabile e indicibile, oggi è diventato realtà. Umanità e diritti umani, libertà religiosa e stato di diritto vengono apertamente attaccati. Questo è un attacco a tutti noi.
Non permetteremo che lo stato sociale venga messo in gioco contro l’asilo e la migrazione. Saremo resistenti quando i diritti e le libertà fondamentali rischiano di essere ulteriormente limitati.
Ci si aspetta che accettiamo la morte di coloro che cercano rifugio in Europa come “normali”. L’Europa è in preda a un’atmosfera di antagonismo ed esclusione nazionalistici. Tuttavia, ogni critica a queste condizioni disumane viene liquidata come non realistica.
Mentre lo Stato stringe le sue cosiddette “leggi sulla sicurezza” e estende la sorveglianza in uno spettacolo di forza, il sistema sociale è sempre più caratterizzato da debolezza: milioni subiscono l’impatto di un sottoinvestimento nell’assistenza di base, nell’assistenza sanitaria, nell’infanzia e nell’istruzione. Da “Agenda 2010″, la ridistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto è progredita ad un ritmo allarmante. I miliardi di profitto generati dagli incentivi fiscali sono in netto contrasto con uno dei più grandi settori settoriali a basso salario in Europa e il livello di persone povere e svantaggiate.
Siamo contrari – resisteremo!
Rappresentiamo una società aperta e attenta, in cui i diritti umani sono indivisibili e in cui stili di vita diversi e autodeterminati sono innegabilmente rispettati.
Siamo contro ogni forma di odio e discriminazione. Insieme, affrontiamo decisamente il razzismo anti-islamico, l’antisemitismo, l’antiziganismo, l’antifemminismo e la fobia LGBTIQ *.
Ci sono già molti di noi.
Che si tratti delle frontiere esterne dell’Europa o di organizzazioni di rifugiati e di iniziative gradite; in movimenti queer-femministi e antirazzisti, organizzazioni di migranti, sindacati, associazioni, ONG, comunità religiose, società e
quartieri; che si tratti della lotta contro i senzatetto, il dislocamento o la mancanza di servizi di assistenza, contro la sorveglianza e l’inasprimento delle leggi sulla sicurezza, o la spogliazione dei diritti dei rifugiati, in molti luoghi le persone difendono se stesse e gli altri da discriminazioni, criminalizzazioni ed esclusioni.
Insieme, renderemo visibile questa società premurosa. Il 13 ottobre verrà inviato un chiaro segnale da Berlino.
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Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!
Dimostrazione: 13 ottobre 2018 – Berlino
Per un’Europa dei diritti umani e della giustizia sociale!
Per una società solidale piuttosto che esclusione e razzismo!
Per il diritto alla protezione e all’asilo – contro l’isolamento dell’Europa!
Per una società libera e diversificata!
La solidarietà non conosce confini!

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For an Open and Free Society: Solidarity, not Exclusion!
A dramatic political shift is taking place: racism and discrimination are becoming socially acceptable. What yesterday was considered unthinkable and unutterable, has today become a reality. Humanity and human rights, religious freedom, and the rule of law are being openly attacked. This is an attack on all of us.
We will not allow the welfare state to be played off against asylum and migration. We will stand in resistance when fundamental rights and freedoms are in danger of being further restricted.
We are expected to accept the deaths of those seeking refuge in Europe as ‘normal’. Europe is in a grip of an atmosphere of nationalistic antagonism and exclusion. However, any criticism of these inhumane conditions is dismissed as unrealistic.
While the State tightens its ‘so-called’ security laws and extends surveillance in a show of strength, the social system is increasingly characterised by weakness: millions suffer the impact of an underinvestment in basic care, healthcare, childcare, and education. Since ‘Agenda 2010’, the redistribution of wealth from below to above has advanced at an alarming rate. The billions in profit generated through tax incentives stand in stark contrast to one of the biggest low-wage sectors sectors in Europe and level of impoverished, disadvantaged people.
We are against this – we will resist!
We stand for an open and caring society, in which human rights are indivisible and in which diverse and self-determined ways of life,are undeniably respected.
We stand against all forms of hatred and discrimination. Together, we decidedly confront anti-Muslim racism, antisemitism, antiziganism, antifeminism and LGBTIQ*-phobia.
There are already many of us.
Whether it’s on Europe’s external borders, or here within refugee organisations and in welcome initiatives; in queer-feminist and antiracist movements, migrant organisations, trade unions, associations, NGO’s, religious communities, societies and
neighbourhoods; whether it’s through the fight against homelessness, displacement, or lack of care services, against surveillance and tightened security laws, or the stripping of rights from refugees — in many places, people are actively defending themselves and others against discrimination, criminalisation and exclusion.
Together, we will make this caring society visible. On 13 October, a clear signal will be sent from Berlin.
#unteilbar
For an Open and Free Society: Solidarity, not Exclusion!
Demonstration: 13 October 2018 – 13:00 Berlin
For a Europe of human rights and social justice!
For a solidarity-based society rather than exclusion and racism!
For the right to protection and asylum – against the isolation of Europe!
For a free and diverse society!
Solidarity knows no borders!

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#unteilbar
Für eine offene und freie Gesellschaft – Solidarität statt Ausgrenzung!
Es findet eine dramatische politische Verschiebung statt: Rassismus und Menschenverachtung werden gesellschaftsfähig. Was gestern noch undenkbar war und als unsagbar galt, ist kurz darauf Realität. Humanität und Menschenrechte, Religionsfreiheit und Rechtsstaat werden offen angegriffen. Es ist ein Angriff, der uns allen gilt.
Wir lassen nicht zu, dass Sozialstaat, Flucht und Migration gegeneinander ausgespielt werden. Wir halten dagegen, wenn Grund- und Freiheitsrechte weiter eingeschränkt werden sollen.
Das Sterben von Menschen auf der Flucht nach Europa darf nicht Teil unserer Normalität werden. Europa ist von einer nationalistischen Stimmung der Entsolidarisierung und Ausgrenzung erfasst. Kritik an diesen unmenschlichen Verhältnissen wird gezielt als realitätsfremd diffamiert.
Während der Staat sogenannte Sicherheitsgesetze verschärft, die Überwachung ausbaut und so Stärke markiert, ist das Sozialsystem von Schwäche gekennzeichnet: Millionen leiden darunter, dass viel zu wenig investiert wird, etwa in Pflege, Gesundheit, Kinderbetreuung und Bildung. Unzählige Menschen werden jährlich aus ihren Wohnungen vertrieben. Die Umverteilung von unten nach oben wurde seit der Agenda 2010 massiv vorangetrieben. Steuerlich begünstigte Milliardengewinne der Wirtschaft stehen einem der größten Niedriglohnsektoren Europas und der Verarmung benachteiligter Menschen gegenüber.
Nicht mit uns – Wir halten dagegen!
Wir treten für eine offene und solidarische Gesellschaft ein, in der Menschenrechte unteilbar, in der vielfältige und selbstbestimmte Lebensentwürfe selbstverständlich sind. Wir stellen uns gegen jegliche Form von Diskriminierung und Hetze. Gemeinsam treten wir antimuslimischem Rassismus, Antisemitismus, Antiziganismus, Antifeminismus und LGBTIQ*- Feindlichkeit entschieden entgegen.
Wir sind jetzt schon viele, die sich einsetzen:
Ob an den Außengrenzen Europas, ob vor Ort in Organisationen von Geflüchteten und in Willkommensinitiativen, ob in queer-feministischen, antirassistischen Bewegungen, in Migrant*innenorganisationen, in Gewerkschaften, in Verbänden, NGOs, Religionsgemeinschaften, Vereinen und Nachbarschaften, ob in dem Engagement gegen Wohnungsnot, Verdrängung, Pflegenotstand, gegen Überwachung und Gesetzesverschärfungen oder gegen die Entrechtung von Geflüchteten – an vielen Orten sind Menschen aktiv, die sich zur Wehr setzen gegen Diskriminierung, Kriminalisierung und Ausgrenzung.
Gemeinsam werden wir die solidarische Gesellschaft sichtbar machen! Am 13. Oktober wird von Berlin ein klares Signal ausgehen.
#unteilbar Für eine offene und freie Gesellschaft – Solidarität statt Ausgrenzung Demonstration: 13. Oktober 2018 – 13:00 Uhr Berlin
Für ein Europa der Menschenrechte und der sozialen Gerechtigkeit!
Für ein solidarisches und soziales Miteinander statt Ausgrenzung und Rassismus!
Für das Recht auf Schutz und Asyl – Gegen die Abschottung Europas!
Für eine freie und vielfältige Gesellschaft!
Solidarität kennt keine Grenzen!

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Qui il link al blog e all’appello.
Fonte: foto di Carsten Koall/Getty Images, presa dal sito Common Dreams, ripresa da eddyburg.

Europa Europa

Strasburgo condanna Orbán, ora decide il Consiglio Ue.
[Su repubblica.it] L’assemblea ha approvato la risoluzione di Judith Sargentini sulla situazione in Ungheria. Ora spetta ai capi di Stato e di governo decidere sulla procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato.
judith-sargentini-portretSTRASBURGO. Alla sfida di Viktor Orbán all’Europa, Strasburgo ha risposto approvando la risoluzione dell’europarlamentare olandese dei Verdi Judith Sargentini che accusa l’Ungheria di violare i principi della democrazia. Il testo è stato approvato con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti con 693 votanti. Ora spetta al Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Ue decidere se attivare la procedura dell’articolo 7 del Trattato dell’Unione Europea che, dopo una lunga procedura, potrebbe portare a sanzioni, come la sospensione del diritto di voto.
“Una votazione storica del Parlamento a favore dello stato di diritto”, ha commentato la relatrice del testo Sargentini. “Il governo di Viktor Orbàn ha minato i valori europei attaccando l’indipendenza dei media, dei giudici e del mondo accademico e le persone vicine al governo ei loro amici e familiari si sono arricchiti a spese di contribuenti ungheresi ed europei”, ha detto Sargentini. E aggiunge: “Il popolo ungherese merita di meglio. Gli ungheresi hanno anche il diritto alla libertà di espressione, alla non discriminazione, alla tolleranza e alla giustizia sanciti dai trattati europei”.
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conf-stampa-judithJudith Sargentini über alles. La conferenza stampa (con interprete italiano) diffusa da Radio Radicale: https://www.radioradicale.it/scheda/551517/conferenza-stampa-di-judith-sargentini
(segue)