Economia & Lavoro

Che fare?

giglio5
PER IL DOMANI La risposta è un’ecologia integrale
06 Luglio 2020
Da MEIC
di THIERRY MAGNIN
teologo e fisico, segretario generale della Conferenza episcopale francese
Un piccolissimo virus di qualche millesimo di millimetro e di una quindicina di geni semina il panico in numerosissimi paesi del globo, siano essi ricchi o in via di sviluppo. Esso travolge la vita del mondo intero: le persone colpite dal virus potrebbero essere più di un centinaio di milioni, milioni le persone ricoverate in ospedale e alcune centinaia di migliaia i decessi. Più di tre miliardi di persone sono confinate e le strade delle grandi città sono deserte. Ma il virus non si ferma qui: l’espansione dell’epidemia mette l’economia a riposo o addirittura la ferma completamente in un gran numero di settori, le borse crollano, i disoccupati si contano a milioni. C’è di che spaventarsi! Al tempo delle tecnoscienze noi riscopriamo improvvisamente quanto siamo interdipendenti davanti alla pandemia e più vulnerabili di quanto pensiamo. In alcune settimane il mondo si è immobilizzato nella paura: numerose persone sono colpite nei loro corpi e molto nel loro cuore.
La crisi del covid-19 è venuta bruscamente a ricordarci che la specie umana non ha mai cessato e non cesserà mai di coevolvere con le altre specie, a cominciare dai virus e dai batteri. Certe malattie di questi ultimi tempi (ebola ieri, covid-19 oggi) ci arrivano dalla natura, dal mondo delle bestie selvagge. Esse provocano delle devastazioni perché sono connotate dall’irruzione brutale, nelle società umane, di agenti patogeni che vivevano fino ad ora al di fuori della nostra sfera, e con le quali noi non abbiamo potuto coevolvere. Noi distruggiamo le foreste a un ritmo accelerato e mettiamo così in contatto le popolazioni di questi territori con i nuovi agenti patogeni che erano propri di animali selvaggi.
Noi formiamo degli “ecosistemi” con la natura, compresi questo microorganismi che influenzano direttamente la nostra salute e impariamo a coabitare. “Tutto è legato”, potremmo dire, anche se la complessità degli ecosistemi rende difficile la previsione della loro evoluzione (poiché interagisce con una moltitudine di fattori di natura differente). Forse abbiamo dimenticato che la specie umana è intimamente legata alle altre specie viventi, come le teorie dell’evoluzione evidenziano da tempo, e anche al cosmo intero se si ritiene che le ipotesi del Big Bang o quelle di altri scenari si mantengano valide. Le tecnoscienze che permettono oggi di fabbricare parti di esseri umani artificiali grazie alle biotecnologie e a controllare la materia per meglio progettarla ci hanno dato l’illusione che l’uomo si sia definitivamente affrancato dalla natura. Il covid-19 rimette le cose a posto, anche se sappiamo che i nostri legami con la natura non sono sempre causa di epidemia ma possono regolarsi per una buona coabitazione. C’è un vasto campo di lavoro che l’ecologia scientifica e la medicina esplorano ogni giorno di più.
In questa crisi del covid-19 noi vediamo anche quanto l’influenza della natura e la mondializzazione si coniughino per diffondere l’epidemia. Il trasporto aereo, insieme al commercio e al turismo di massa favoriscono grandemente tale espansione. Il virus del pangolino cinese infettato da un pipistrello ha potuto così percorrere il globo! Anche in questo caso tutto è legato, nel meglio e nel peggio! Queste condizioni permettono ai virus e agli altri patogeni di uscire dai loro ecosistemi naturali e di infettare l’uomo che non li “conosce” e che dovrà coabitare e coevolvere con essi per trovare un nuovo equilibrio di salute!
Un articolo della rivista Nature del 21 febbraio 2008 sottolinea che tra il 1940 e il 2004, 335 malattie infettive sono emerse a causa del nostro modello di sviluppo economico e della spinta demografica che l’accompagna. Il 71,8% di queste malattie proviene dalla fauna selvaggia e il 60,3% sono trasmissibili dall’animale all’essere umano come nel caso del covid-19.
L’iniziativa “One health”, “Un mondo/una sanità” (connettere la salute umana con la salute animale e la salubrità dell’ambiente), prevede giustamente di gestire la salute umana in relazione all’ambiente e alla biodiversità, con tre obiettivi principali: combattere contro le zoonosi (malattie trasmissibili dagli animali agli umani e viceversa), assicurare la sicurezza sanitaria degli alimenti, lottare contro la resistenza agli antibiotici.
Allo stesso modo, si studia sempre più il ruolo determinante di milioni di batteri che noi abbiamo nel nostro intestino (il microbiota intestinale) e il cui comportamento influenza fortemente il nostro “benessere globale”. Si dice che questo microbiota sia “simbiotico” per significare che questo ecosistema all’interno del nostro corpo sia in interazione molto stretta con l’insieme di esso. Queste interazioni giocano un ruolo importante sulla salute e l’eventuale sviluppo di malattie, ma anche, grazie ad una coevoluzione, sulla stabilizzazione se non addirittura sulla guarigione di malattie come il diabete e certe forme di autismo. I nostri stili alimentari e i nostri stili di vita interferiscono su questi equilibri dinamici come oggi evidenziano molti studi scientifici. Per più ragioni noi siamo legati ai batteri! Per più ragioni è importante considerare le relazioni tra “ecosistemi”, tanto a livello personale quanto a livello di genere umano, in particolare per definire diversamente le malattie (e le vie di guarigione) che sono in effetti largamente dipendenti dalle perturbazioni dell’equilibrio dei sistemi.
Questa presa di coscienza determinata dai danni del coronavirus rinvia in maniera veemente all’ultima dichiarazione del Forum di Davos, la quale afferma che è giunto il tempo di riflettere sulle nostre azioni in termini di ecosistemi. Speriamo che la crisi attuale acceleri questo processo.

UNA SITUAZIONE INEDITA, REAZIONI PROFONDAMENTE UMANE?
Impauriti per l’ampiezza dell’epidemia, eccoci invitati a una nuova forma di solidarietà: la mobilitazione si è organizzata, lo Stato “è tornato con forza” per tentare di sostenere la sanità pubblica e le conseguenze sociali di questa crisi. Noi pensiamo al notevole lavoro del personale sanitario, all’intelligenza collettiva degli scienziati e dei tecnici che cercano di trovare spazio (tuttavia non senza discussioni e rivalità) e di tutti quelli che, nelle aziende e nei servizi, permettono alla società di continuare a vivere, rischiando la loro salute e perfino la loro vita. Questa mobilitazione si accompagna sovente a molta creatività e ingegnosità. E’ il tempo della solidarietà e della lotta collettiva contro l’epidemia. La nostra intelligenza collettiva è mobilitata per questo.
La nostra prima reazione di credenti è quella di partecipare, ciascuno per la propria parte, a questa solidarietà nazionale e mondiale: alleviare i più colpiti, accompagnare le famiglie di fronte alla malattia e talvolta alla morte di un congiunto, sostenere le persone sole, le persone che perdono il loro lavoro, senza dimenticare i carcerati, gli stranieri senza documenti e i senzatetto. Solidarietà materiali, morali e spirituali. È la priorità del momento. La mia esperienza personale di membro di una rete “di persone in ascolto tramite un numero verde” mi porta a sottolineare il’importanza del sostegno spirituale. In questo momento, più che mai, molti risentono il bisogno di essere ascoltati nella loro sofferenza, nei loro problemi, nella loro/nostra impotenza comune davanti al numero dei morti, ai lutti difficili da piangere ora che le condizioni della morte e dei funerali sono rese delicate. Il ruolo delle religioni “sul campo” è qui essenziale. Credere che la vita sia più forte della morte, al tempo del coronavirus è un richiamo e una sfida! Anche se non si è direttamente toccati dalla malattia i periodi di segregazione sono propizi non solo alla riflessione, alla lettura, ma anche al raccoglimento, alla meditazione, come pure occasioni per ripensare grandi questioni esistenziali.
IN NOME DELLA SALUTE PUBBLICA
Noi abbiamo il dovere il riflettere su quello che ci capita, senza per questo dimenticare il quotidiano della lotta contro l’epidemia. Senza cercare subito dei capri espiatori che ci sollevino un cambiamento del nostro stile di vita. E se questo sventurato virus fosse per noi anche un “segno” in tal senso? Eminenti personalità come Bruno Latour ci invitano così a pensare che questa crisi sanitaria prepari, induca, inciti a tenerci pronti alla mutazione climatica. La nostra interdipendenza passa attraverso i nostri legami con la natura, compresi i virus e i microbi, i nostri legami di mondializzazione (economici, digitali, turistici, giuridici, ecologici, politici…). Essa tocca “il grido della terra e il grido dei poveri” cari a papa Francesco, le questioni sociali e l’equilibrio degli ecosistemi; in breve essa ci dice qualcosa della sfida dell’”ecologia integrale”.
In questa crisi del coronavirus, si vede ritornare con forza il ruolo degli Stati per garantire un bene comune molto prezioso: la salute delle persone e delle popolazioni. In nome di questa salute si decreta un confinamento generale, con ristrette possibilità di spostamento. Rispettando queste misure ciascun individuo è ritenuto essere responsabile non solamente della sua salute ma di quella degli altri, in particolare per mezzo delle famose misure di protezione. E ciò che appariva impossibile poco tempo fa accade: la messa a riposo dell’economia, fatti salvi i bisogni della vita quotidiana, la messa in cassa integrazione di molti lavoratori, la diminuzione drastica dei trasporti, la fine dei viaggi turistici… Nei nostri paesi industrializzati si scopre l’importanza dei servizi pubblici come quelli riguardanti la salute. Lo Stato sblocca i fondi necessari per sostenere lo sforzo della sanità, come pure un’economia al rallentatore, attraverso misure sociali che garantiscano, in Francia per esempio, il pagamento delle ore non lavorate e la proroga del pagamento di alcune tasse o imposte per le persone e le aziende.
I miliardi di euro e di dollari annunciati dagli Stati come gli Usa e gli Stati europei per garantire la sopravvivenza delle nostre società sviluppate (e noi speriamo, una solidarietà con i Paesi in via di sviluppo) ci sorprendono per la loro ampiezza. Sebbene noi dicessimo che il debito degli Stati era insopportabile, ecco che il suo attuale allargamento si pone in modo differente davanti al bene comune della salute da preservare. E anche se si annuncia una grave crisi economica come conseguenza di questa crisi sanitaria, alcuni aggiungono che la priorità è oggi chiara e l’aggravamento del debito è secondario.
Senza essere ingenui (bisognerà rimborsare questo debito un giorno o l’altro) si vede come la sanità pubblica, che l’epidemia virulenta sta facendo emergere come un bene comune prioritario, prenda oggi ( e per un cento tempo) il sopravvento su ogni altro fattore che noi dicevamo essere indispensabile. Si comprende l’urgenza vitale di assumere, sul campo, tutte le misure necessarie riorientando le priorità. Ne va della sopravvivenza di una parte importante della popolazione e del nostro futuro. Ma l’improvviso verificarsi di una epidemia non deve farci dimenticare quello che minaccia anche la nostra salute tutti i giorni in maniera meno repentina e più nociva, cioè l’inquinamento connesso alla catena ecologica che deriva in particolare da una industrializzazione poco rispettosa dell’ambiente, dal riscaldamento climatico e le sue molteplici conseguenze, da una biodiversità mal trattata e da molti altri elementi ambientali, dai nostri modi di produrre, dai nostri scambi commerciali, dai nostri stili e le nostre scelte di vita.
Alcuni sognano un ritorno a “prima del coronavirus” quando l’urgenza ecologica ci poneva già davanti un muro. Del resto vedendo decrescere l’inquinamento delle nostre città in questi tempi di confinamento noi siamo ulteriormente chiamati a trovare dei nuovi equilibri di vita su scala planetaria perché la mondializzazione dell’economia non conduca a una situazione peggiore di quella dell’epidemia attuale. Ma altri vorrebbero chiudere le frontiere o veder decrescere la popolazione mondiale (a cominciare da quella dei paesi poveri, ovviamente!) la cui crescita accelerata appare loro come la causa numero uno dei problemi odierni.
VERSO UN’ECOLOGIA INTEGRALE
Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo propongono, oggi con molte altre personalità, di pervenire alla salvaguardia della casa comune attraverso un’altra via, quella dell’ecologia integrale. Il grido dei poveri e il grido della terra sono connessi. Più che mai, la prova che noi viviamo attualmente è come un invito a riflettere e ad agire in questo senso, in nome di una sorta di “sanità pubblica” che coinvolge l’uomo globale e tutto il genere umano.
Questi appelli provocanti per “cambiare i nostri stili di vita” non pretendono di rifiutare in blocco i frutti della modernità. Del resto noi sperimentiamo attualmente quanto i mezzi digitali e il telelavoro possano essere dei formidabili strumenti di comunicazione che ci consentono di uscire dall’isolamento e permettono incontri amicali e il proseguimento della necessaria attività lavorativa. Si tratta soprattutto di trovare nuovi modi di vivere e di lavorare su scala planetaria, per una nuova mondializzazione coniugando lungo uno stesso percorso ecologia ambientale ed ecologia umana.
L’impatto sanitario in un contesto di impatto ecologico modifica la tensione tra economia ed ecologia mettendoci di fronte alle nostre scelte sociali, alle nostre priorità e a “ciò che è prezioso ai nostri occhi”! La natura, la materia, le specie viventi, i territori non sono innanzitutto delle risorse da sfruttare da parte di un umano “padrone e possessore della natura”. Alcuni economisti pensano che l’attuale pandemia ci offra l’opportunità di regolare una macchina economica speculativa divenuta folle che indebolisce le risorse umane ed ambientali. Ricordandoci brutalmente la nostra fragilità, la crisi sanitaria ci indica che la scienza e la tecnica non bastano, contrariamente a ciò che ci vorrebbero far credere gli attuali transumanisti, con una visione di “uomo-dio” che sfugge ai suoi determinismi biologici e alla sua contingenza grazie alle tecnoscienze. Questa crisi è l’illustrazione della morte di un paradigma progressista che ha fatto il suo tempo.
In questo contesto, le parole di Papa Francesco nella Laudato sì risuonano più forti che mai: «Non basta conciliare in una via di mezzo, la cura della natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso… si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore ed una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso» (194). Per il Papa, questo progresso non si confonde con la crescita, con un accrescimento della potenza tecnologica, con l’accumulazione di ricchezze materiali e con l’aumento del pil, senza tuttavia trascurare questi fattori.
Francesco raccomanda e sostiene un nuovo approccio all’ecologia che non si limiti alle relazioni dell’essere umano con il suo ambiente, ma riguardi anche lo sviluppo economico, le relazioni sociali, i valori culturali e, infine, la qualità della sua vita quotidiana sia nello spazio pubblico che nel suo ambiente abitativo. Questo approccio di ecologia integrale considera che il rapporto con Dio, il rapporto con se stessi, il rapporto con gli altri e il rapporto con la natura siano connessi: occorre prendersene cura in una stessa misura per non introdurre del disordine nel mondo (il disordine climatico ne è un aspetto). Lo squilibrio di questi rapporti è l’origine antropologica della crisi ecologica. Francesco ci invita ad assumere i rischi necessari per promuovere, in questi tempi di crisi ecologica, uno “sviluppo umano integrale”.
Cosa ne faremo di questo “appello” uscendo dalla crisi sanitaria, e dovendo quindi vivere senza dubbio una crisi economica e sociale? Oseremo sperimentare dei nuovi stili di vita, di lavoro, di produzione, di consumo, di economia giusta e solidale, di relazione con la terra, con gli esseri viventi, con la natura, con il cosmo, avendo come priorità lo sguardo rivolto verso i più poveri? La trasformazione ecologica qui prospettata si situa a lungo termine e richiede riforme strutturali di portata tale che solo un soffio spirituale profondo può suscitare.

(traduzione a cura di Beppe Elia)
(da “Coscienza” 1-2/2020)
————————-
c5db0f71-a908-4805-955c-45277125ffc7

Per ricostruire l’Italia. Con il Sud. Il ruolo che la Sardegna deve conquistarsi.

353430cc-793a-4944-bf46-dc72fa96434e lampada aladin micromicroLa pandemia ha aggravato lo stato dell’economia del mondo, con pesanti ripercussione sui livelli di benessere delle popolazioni, specie dei ceti più poveri. Ovviamente la situazione cambia da paese e paese, ma tutti sono colpiti duramente. Anche l’Italia vive una fase drammatica e, in essa, la Sardegna. Purtroppo avvertiamo, realisticamente, che la situazione tende al peggio. Tuttavia rileviamo anche motivi di speranza (nella pratica del gramsciano “ottimismo della volontà”), che leghiamo soprattutto all’auspicio che l’Italia riesca a spendere bene le risorse che ha conquistato con la negoziazione tra i paesi dell’Unione Europea. Auspichiamo, in particolare per quanto riguarda la Sardegna, che si superi l’attuale suo marcato isolamento, nella ricerca di vie d’uscita positive. Quali? [segue]

Ricostruire l’Italia. Con il Sud. E con il Sud la Sardegna.

soffia
Ricostruire l’Italia. Con il Sud
sbilanciamoci-20
Sbilanciamoci! 3 Agosto 2020 | Sezione: Apertura, Italie, Lavoro, Politica, Società
Il sociale, l’istruzione, la mobilità, i luoghi, le imprese sono gli assi su cui concentrare l’impegno per la ricostruzione del Mezzogiorno, dopo l’emergenza covid-19. Un documento di 29 esperti su come pensare al futuro del Sud.

lampadadialadmicromicro133Anche noi di Aladinpensiero, concordando pienamente con le scelte di Sbilanciamoci!, diamo spazio al Manifesto “Ricostruire l’Italia. Con il Sud”, con l’impegno di sostenere e diffondere il dibattito.
———
[Sbilanciamoci!] Pubblichiamo il documento, promosso da 29 esperti di Mezzogiorno, sul ruolo del Sud nella ricostruzione del Paese dopo la pandemia di Covid-19 e sugli interventi necessari. E’ un contributo al dibattito di Sbilanciamoci! raccolto nell’ebook ‘In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo’, ancora scaricabile gratuitamente.
———-
Ricostruire l’Italia. Con il Sud

1. Nei prossimi mesi l’Italia si gioca molto del suo futuro. Non si tratta di tornare al passato, ma di ricostruire un paese migliore; bisognerà andare più veloci, e contemporaneamente ridurre fratture e disuguaglianze che tenderanno ad aumentare. La priorità dovrà essere creare lavoro: impossibile mantenere la coesione con 5 milioni di disoccupati e con sole misure emergenziali.

2. Il Sud deve e può offrire un contributo fondamentale a questa ricostruzione; deve essere messo in grado di poterlo fornire, a vantaggio dell’intero paese.

3. Il Piano di Rilancio è una grande occasione. Per questo serve un disegno. Non liste di progetti e interventi senza una visione comune che li leghi, senza che si rafforzino a vicenda. Anche perché non mancheranno conflitti per la gestione delle risorse, richieste di inserire mille provvedimenti specifici, pressioni degli interessi meglio organizzati.

4. Un disegno che non può restare un programma di sola emergenza: deve aprire la strada ad un’Italia più competitiva e più sostenibile. È cruciale ottenere velocemente risultati ma cominciando a costruire un modello di sviluppo di lungo periodo più sostenibile. Serve una forte coerenza fra obiettivi congiunturali e strutturali, fra le iniziative del Piano di Rilancio e le politiche ordinarie, di spesa in conto capitale e corrente.

5. Un disegno che deve essere unitario. L’Italia non è un treno con improbabili locomotive. È come una squadra di ciclisti: per vincere ognuno deve dare il suo contributo, nessuno deve restare indietro. Come nella logica europea alla base della “Next Generation Initiative”, si cresce se l’avanzamento di ognuno aiuta gli altri, grazie alle interdipendenze economiche.

6. Un disegno unitario e attento a tutti i luoghi: le politiche devono essere le stesse, ma la loro intensità, la loro attuazione deve tenere conto delle diverse realtà. Tutti i territori devono contribuire al rilancio; ma perché questo accada devono essere messi in grado di farlo, investendo sulle loro capacità, creando nuove opportunità.

7. Il Sud deve avere un ruolo molto importante nel Piano di Rilancio, coerentemente con gli scenari del Piano Sud 2030. Non solo per motivi di equità, ma anche perché è la riserva di crescita dell’Italia, perché dispone delle maggiori quantità di risorse inutilizzate, in particolare umane; che oggi non producono valore per la comunità nazionale.

8. Per questo sono necessari prerequisiti finanziari: l’allocazione quantomeno con il rispetto della clausola del 34% di tutti i fondi della “Next Generation”. Ma anche con l’attivazione coerente di risorse già destinate al Sud: una quota significativa dei prossimi fondi strutturali e del Fondo Sviluppo e Coesione deve essere indirizzata a finanziare ulteriormente il Piano di Rilancio, per accrescerne ancor più l’impatto nelle regioni più deboli e per estenderne gli interventi per l’intero decennio.

Ma questo non basta, senza una proposta sul che fare e sul come farlo.

9. Al Sud e all’Italia servono tanti interventi. I programmi per la Digitalizzazione, l’Alta Velocità ferroviaria, il rilancio di Impresa 4.0, sono buoni punti di partenza in diversi ambiti. Ma se si prova a fare tutto subito si ottiene poco. Solo stabilendo priorità si possono produrre presto risultati tangibili, comunicare al paese e ai partner europei obiettivi concreti; mostrare risultati raggiunti; e quindi creare fiducia. Per questo, proponiamo che il Piano di Rilancio si concentri su 5 grandi assi.

1° Asse. Investire nel sociale. Per costruire progressivamente le reti pubbliche dei servizi socio-sanitari territoriali, anche con un ruolo centrale del Terzo settore. Per prevenire futuri rischi sanitari e sociali, specie per i più deboli. Per puntare così ad un’Italia più giusta, nella quale siano riconosciuti a tutti i diritti di cittadinanza. Per creare occasioni per nuove occupazioni qualificate, soprattutto per i giovani e le donne. La coesione sociale è la prima pre-condizione indispensabile per lo sviluppo, soprattutto al Sud.

2° Asse. Investire nell’istruzione pubblica. Per accrescere quantità e qualità degli apprendimenti, lungo tutta la filiera scolastica e in tutti i territori: dai servizi per l’infanzia al recupero dei vuoti didattici e di socialità causato dal Covid e dagli abbandoni. Con investimenti strutturali nelle scuole, e la promozione di “comunità educanti” animate da istituzioni scolastiche e soggetti del privato sociale. Nell’università, per aumentare le immatricolazioni con meno tasse e più diritto allo studio, e dare prospettive a più giovani ricercatori e docenti. Il sapere è l’ingrediente più importante per ricostruire l’Italia, soprattutto al Sud.

3° Asse. Investire sulla mobilità. Servono “grandi opere”, con effetti lontani nel tempo, ma anche e soprattutto un piano di interventi fisici puntuali di ricucitura ed efficientamento delle reti e contemporaneamente l’attivazione di servizi, anche nuovi, di trasporto urbano e di corto e medio-lungo raggio. Per accrescere le “capacità” delle periferie, rivitalizzare il terziario nei centri storici, aumentare l’integrazione fra le economie urbane e i territori circostanti. Riconnettere l’Italia e in particolare il Sud e tutte le aree marginalizzate è una precondizione per lo sviluppo dell’intero paese.

4° Asse. Investire sui luoghi. Dedicare risorse alla valorizzazione della varietà territoriale e ambientale dell’Italia: sostenere le produzioni tipiche, la qualità e biodiversità agricola, i beni culturali, un turismo più sostenibile, la produzione diffusa di energia da fonti rinnovabili, la prevenzione e tutela del suolo, soprattutto sull’Appennino; la rigenerazione dei patrimoni immobiliari anche per accrescere l’offerta di abitazioni per le famiglie a basso reddito¸ le forme di auto-organizzazione sociale locale. La ricostruzione è più forte con il contributo di tutti i luoghi, in tutto il paese.

5° Asse. Investire sulla qualità delle imprese. Rafforzare il tessuto di imprese industriali e terziarie in tutta Italia, favorendone la crescita dimensionale, una forte innovazione anche a matrice digitale, le convenienze a occupare di più (anche riducendo gli oneri contributivi sul lavoro e favorendo stabilmente le assunzioni di personale più qualificato, specie al Sud), investendo sui propri dipendenti. A stabilire legami con altre imprese e con una rete nazionale per la diffusione delle innovazioni. Il lavoro si crea con la qualità e i diritti.

Ma che cosa fare ancora non basta, senza una proposta sul come farlo.

10. Per come l’Italia è organizzata oggi difficilmente può realizzare un Piano di Rilancio presto e bene. L’esperienza dei programmi dei fondi strutturali è chiara: pletoricità degli obiettivi, frammentazione degli interventi, procedure complesse, lentezza nelle realizzazioni, scarso coordinamento fra gli interventi straordinari e ordinari. Non basta distribuire risorse, in particolare alle Regioni, sperando che questa volta le cose vadano meglio.

11. È un problema di governance. Occorrono scelte chiare e precise, sugli obiettivi e sulla “missione” del Piano. Ed è indispensabile rafforzare un governo centrale della sua attuazione: l’interfaccia con l’UE, le Regioni e le autonomie locali, con il Parlamento; anche potenziando le attuali strutture di coordinamento (come le Conferenze), con le rappresentanze delle forze sociali e del privato sociale. Passando dalla logica della mera distribuzione di risorse ai singoli attori e livelli istituzionali ad un processo in cui ciascuno ha obiettivi e tempi chiari.

12. Per attuare il Piano deve esse definito un insieme di modalità di intervento e di tipologie di progetti validi in tutto il paese, chiunque le realizzi; in ciascun territorio si tratterà di definire il loro mix ottimale, e di accompagnarne l’effettiva attuazione: non di ridisegnare ogni volta misure e procedure. Sono cruciali interventi per la semplificazione delle norme e degli iter procedurali, per ottenere sostanziali accorciamenti dei cicli dei progetti, e una velocità di spesa molto maggiore.

13. Le Amministrazioni Comunali dovranno avere un ruolo centrale nella realizzazione di molti degli interventi. Per questo, devono essere rapidamente potenziate le loro dotazioni di personale qualificato e ripensate le loro modalità organizzative, anche con un uso molto più intenso delle tecnologie digitali. Un ruolo centrale dei Comuni, delle unioni di Comuni e dell’Anci nella ricostruzione è fondamentale.

14. Alle imprese a partecipazione pubblica nell’ambito del Piano di Rilancio dovrebbero essere affidate importanti, specifiche “missioni” (per la mobilità, per i servizi digitali, per la transizione energetica), nel rispetto dell’autonomia manageriale e dell’economicità della loro azione.
—————–

Promotori:
Pierfrancesco Asso, Università di Palermo
Laura Azzolina, Università di Palermo
Piero Bevilacqua, storico
Luca Bianchi, economista
Carlo Borgomeo, Fondazione con il Sud
Luciano Brancaccio, Università Federico II Napoli
Luigi Burroni, Università di Firenze
Domenico Cersosimo, Università della Calabria
Leandra D’Antone, storica
Paola De Vivo, Università Federico II Napoli
Carmine Donzelli, editore
Maurizio Franzini, Università La Sapienza Roma
Lidia Greco, Università di Bari
Alessandro Laterza, editore
Giorgio Macciotta, politico
Flavia Martinelli, Università Mediterranea Reggio Calabria
Alfio Mastropaolo, Università di Torino
Vittorio Mete, Università di Firenze
Enrica Morlicchio, Università Federico II Napoli
Rosanna Nisticò, Università della Calabria
Emmanuele Pavolini, Università di Macerata
Guido Pellegrini, Università La Sapienza Roma
Francesco Prota, Università di Bari
Francesco Raniolo, Università della Calabria
Marco Rossi-Doria, maestro
Isaia Sales, Università S. Orsola Benincasa Napoli
Rocco Sciarrone, Università di Torino
Carlo Trigilia, Università di Firenze
Gianfranco Viesti, Università di Bari
—————————
353430cc-793a-4944-bf46-dc72fa96434e
- Anche su Giornalia -

Francesco Casula: terzo volume della “Letteratura e civiltà della Sardegna. Il teatro in lingua sarda”.

vasula-vol-iiiFresco fresco di stampa e fra qualche settimana nelle librerie la nuova creatura di Francesco Casula, dopo sei anni di studio e di ricerca: il terzo volume della “Letteratura e civiltà della Sardegna”, dedicato interamente al teatro in lingua sarda [Edizioni Grafica del Parteolla]. Con gli Autori di testi teatrali dalla fine del ’700 ai nostri giorni. Il volume inizia con la commedia di Padre Luca Cubeddu “Sa congiura Iscoberta de sas Bajanas Madamizantes” scritta, secondo lo studioso Angelo Carboni Capiali, tra il 1793 (anno delle stragi della Vandea) ed il 1804. Dallo stesso studioso è stata “scoperta” e ritrovata (e pubblicata). Prosegue con gli Autori di fine 1800 (Setzu, Matta), per arrivare ai “Grandi” di inizio ‘900 (Pili, Melis) e via via fino a Garau e ai “commediografi” dei nostri giorni. Quattrocento pagine per illustrare la figura, la vita e l’opera di 29 autori di testi teatrali (farse, commedie sociali, politiche, storiche) ma anche una tragedia (Marytria di Berto Cara). In tutte le varianti della lingua sarda e tre in lingua sassarese. Nove Autori sono ancora viventi: ricordiamo – fra gli altri – Salvatore Vargiu e Piero Marcialis, Pietro Picciau-Ottavio Congiu e Giulio Mameli, Antonio Contu e Gigi Tatti.

In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo

pic16o
sbilanciamoci-20
Sbilanciamoci, 18 Aprile 2020 | Sezione: Apertura, Società
——————-
Dopo la pandemia l’Italia non sarà più come prima. Tocca a noi progettare la ricostruzione. In questi “10 punti”, 42 studiosi ed esponenti della società civile aprono la discussione sulle risposte alla crisi e il futuro del Paese: 10 punti per un percorso comune di proposte e pratiche di cambiamento.

Dopo la pandemia di coronavirus l’Italia non sarà più come prima. L’economia arretra, la società si frammenta, la politica fatica a pensare al futuro. Tocca a noi tutti progettare la ricostruzione di un paese migliore, di un’Italia in salute, giusta e sostenibile. Proponiamo un percorso che individui dieci punti fermi, sulla base delle elaborazioni già presenti tra esperti e organizzazioni sociali. A partire da questi si possono sviluppare le linee guida da un lato per le misure d’emergenza immediata, e dall’altro, in una prospettiva più ampia, per i comportamenti delle imprese, le iniziative della società civile, le politiche future.

I dieci punti fermi che proponiamo sono:
1. la ricostruzione di un sistema produttivo di qualità con un nuovo intervento pubblico
2. un’economia sostenibile sul piano ambientale
3. la tutela del lavoro, la riduzione della precarietà, la garanzia di un reddito minimo
4. la centralità del sistema di welfare e dei servizi pubblici universali
5. la centralità del servizio sanitario nazionale pubblico
6. la tutela del territorio e una casa per tutti
7. la riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali
8. la riduzione delle disuguaglianze che colpiscono le donne e il riconoscimento del lavoro di cura
9. la giustizia nell’imposizione fiscale
10. un quadro europeo e internazionale coerente con un’economia e una società giusta.

Il percorso che proponiamo è la formazione di un gruppo di lavoro di esperti che sviluppi i dieci punti fermi in proposte concrete – ambiziose ma realizzabili – di interventi economici, cambiamenti sociali, riforme politiche e istituzionali. E la formazione allo stesso tempo di un’alleanza tra organizzazioni sociali, sindacati, campagne della società civile, comunità ed enti locali, forze politiche che condividono questa prospettiva e si impegnano a realizzare i cambiamenti proposti.

Introduzione

La pandemia di coronavirus ha creato una situazione di emergenza che riguarda le nostre vite, il lavoro, l’economia, la società. Nel primo mese ha causato 14mila morti in Italia. Metà dell’umanità è chiusa in casa. Ha imposto pesanti limitazioni sociali e sacrifici economici ai cittadini. Ha aggravato oltre misura il carico di lavoro del personale della sanità, provocando molte vittime. Ha costretto il governo – in Italia come altrove – a prendere misure straordinarie per tutelare la salute e limitare le conseguenze economiche e sociali: tra spesa pubblica diretta per sussidi e garanzie sui prestiti alle imprese siamo arrivati all’ordine di grandezza di un quarto del Pil italiano. Molti hanno paragonato la crisi attuale a una situazione di “guerra”, che richiede una mobilitazione di risorse economiche ed energie sociali senza precedenti. La risposta all’emergenza ha tuttavia stimolato una nuova solidarietà, il senso di comunità, la speranza di poter realizzare i cambiamenti necessari.

Oggi, nel mezzo dell’emergenza, è necessario utilizzare queste risorse sociali e gli strumenti messi in campo dalle politiche non solo per affrontare le esigenze immediate, ma anche per progettare come possiamo ricostruire l’economia e la società italiana dopo la pandemia. Quale Italia vogliamo?

Innanzi tutto un’Italia in salute, capace di garantire a tutti condizioni di vita adeguate, capace di prevenire le malattie e curare le patologie sociali, capace di restare uno dei paesi con la più alta speranza di vita del mondo.

Poi, un’Italia giusta. Di fronte a una pandemia che può colpire tutti, e che chiama tutti a cambiare le proprie vite, l’esigenza di giustizia deve tornare a prevalere dopo decenni in cui le disuguaglianze si sono allargate, i profitti sono cresciuti a danno dei salari, i guadagni della finanza, concentrati tra i più ricchi, sono stati elevatissimi.

Infine, un’Italia sostenibile. Sono molti i legami tra l’insostenibilità ambientale del nostro modello di sviluppo e il peggioramento delle condizioni di rischio e di salute. Il cambiamento climatico è alla radice di molti dei disastri “naturali” e degli “eventi estremi” che hanno colpito il paese. Solo un’Italia sostenibile dal punto di vista ambientale, protagonista nel contrasto a livello mondiale al cambiamento climatico, può prevenire nuove gravi emergenze di origine ambientale.

In questa cornice è necessario ribadire la necessità di un rafforzamento della nostra democrazia, attraverso la partecipazione dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni. È questo il modo migliore per combattere i rischi di restrizione dei diritti, autoritarismo e nazionalismo che attraversano il nostro paese.

La crisi economica e sociale e le misure già introdotte fanno emergere alcuni punti fermi da cui partire; individuiamo qui dieci punti che possono definire la traiettoria per l’Italia da ricostruire dopo la pandemia, in un’Europa capace di cambiare rotta. Dieci punti fermi su cui costruire un percorso di approfondimento – con l’impegno di un gruppo di lavoro di esperti – per arrivare a proposte e linee guida per le attuali misure d’emergenza, per i comportamenti delle imprese, per le iniziative della società civile, per le politiche future. Dieci punti fermi su cui costruire un’alleanza tra organizzazioni sociali, sindacati, movimenti e campagne della società civile, comunità ed enti locali, forze politiche che condividono questa prospettiva e si impegnano a realizzare i cambiamenti proposti. I dieci punti fermi sono qui delineati in modo preliminare; dovranno essere precisati con un lavoro comune.

1. La ricostruzione di un sistema produttivo di qualità con un nuovo intervento pubblico

L’emergenza ci ha fatto pensare alle attività “essenziali” e a quelle di cui si può fare a meno. I beni alimentari, le produzioni sanitarie e i servizi pubblici da un lato; le grandi navi al centro del contagio, la produzione di armi, il calcio in tv tutte le sere dall’altro. È una riflessione da cui partire nel progettare la ricostruzione dell’economia del paese. Non può essere “il mercato” – com’è stato in passato – a stabilire che cosa produrre sulla base dei profitti ottenibili. Il che cosa e come produrre deve emergere da una visione del bene comune, da scelte sociali e politiche che definiscano un modello di sviluppo di qualità, con attività ad alto contenuto di conoscenza e tecnologia, alta qualità del lavoro, e piena sostenibilità ambientale. Dopo vent’anni di recessione e ristagno dell’economia italiana, un nuovo sviluppo ha bisogno del ritorno all’“economia mista” del dopoguerra, con un forte intervento pubblico nella produzione, nelle tecnologie, nell’organizzazione dei mercati, orientando in modo preciso le scelte delle imprese attraverso le politiche della ricerca, industriali, del lavoro, ambientali.

L’azione pubblica nell’economia deve appoggiarsi su una pubblica amministrazione rinnovata, efficace, capace di operare per l’interesse pubblico. Occorre riordinare la presenza dello Stato nelle grandi imprese italiane in un gruppo industriale pubblico. Serve una Banca pubblica d’investimento che rinnovi e estenda la Cassa Depositi e Prestiti. Serve una rinnovata azione pubblica che ridimensioni, controlli e regoli la finanza privata. Serve una radicale trasformazione del ruolo del CIPE. Serve un’Agenzia nazionale per l’industria e il lavoro che intervenga per far ripartire le imprese messe in ginocchio dalla crisi e ne rilanci le produzioni. Serve un’Agenzia per la ricerca e sviluppo, l’innovazione, gli investimenti in nuove tecnologie. Serve un’Agenzia pubblica che indirizzi le produzioni legate al sistema sanitario del paese. Serve un soggetto economico pubblico che guidi la transizione verso la sostenibilità ambientale. Nuove imprese possono nascere con capitali privati e partecipazioni pubbliche iniziali. La domanda pubblica può essere utilizzata per stimolare innovazioni e investimenti.

Dalla politica di questi anni fondata sul sostegno indiscriminato alle imprese, attraverso facilitazioni e incentivi fiscali, bisogna passare al sostegno selettivo e mirato di produzioni e attività economiche strategiche e utili al paese: infrastrutture materiali e sociali, attività ad alta intensità di conoscenza, innovazione e lavoro qualificato. Al posto delle politiche “orizzontali” che lasciavano fare al mercato, l’impegno pubblico per la ricostruzione dell’economia potrebbe concentrarsi in tre aree: la sostenibilità ambientale, le attività per la salute e il welfare, le tecnologie digitali. I primi due ambiti sono discussi nei punti successivi. Le tecnologie digitali hanno applicazioni in tutta l’economia: il web, l’informatica, il software, le comunicazioni, le apparecchiature elettroniche, i servizi digitali pubblici e privati. Qui l’Italia ha perso grandi capacità produttive e si è abituata a importare quasi tutto dall’estero; si devono ricostruire le competenze necessarie per uno sviluppo di qualità e occorre garantire a tutti gli italiani un servizio universale di banda larga minima.

All’opposto, ci sono produzioni da ridimensionare e riconvertire, utilizzando gli stessi strumenti di politica industriale: innanzi tutto l’industria delle armi, che non producono sicurezza, ma nuovi conflitti, poi le produzioni ambientalmente insostenibili (punto 2) e le attività e i servizi di più bassa qualità sociale.

Ci sono grandi imprese in difficoltà da anni – come Ilva e Alitalia – per cui è essenziale un intervento diretto dello stato per realizzare le necessarie riconversioni e mantenere le attività economiche. L’estensione del “golden power” del governo a diversi settori produttivi essenziali per l’economia italiana è un passo significativo per proteggere l’industria nazionale di fronte ai rischi di acquisti da parte di imprese straniere. Occorre però una programmazione più ampia con le imprese; vanno sviluppati accordi di lungo periodo con gruppi di imprese italiane e con le multinazionali che producono in Italia, offrendo i benefici di queste politiche e della domanda pubblica in cambio di piani precisi di produzione, garanzie contro la delocalizzazione all’estero delle produzioni, mantenimento della sede nel nostro paese e pagamento delle tasse in Italia, reinvestimento dei profitti, ricerca, occupazione qualificata.

Per favorire il miglioramento tecnologico delle produzioni italiane è necessario un massiccio investimento nella scuola, nella ricerca pubblica e nell’università, ritornando ai livelli di spesa e personale di dieci anni fa e favorendo il ritorno dei ricercatori italiani emigrati all’estero. Nella pubblica amministrazione e nelle imprese occorre aumentare le competenze e le capacità innovative, spingendo le aziende sulla via della ricerca e delle nuove tecnologie.

Nel ricostruire la base produttiva del paese è essenziale rovesciare la divergenza tra poche aree dinamiche – in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte –, un Centro-nord che ristagna o declina e un Mezzogiorno abbandonato a se stesso. La riduzione dei divari, nelle capacità produttive prima ancora che nei redditi, tra le regioni italiane dev’essere un obiettivo prioritario della nuova politica industriale.

L’eliminazione dei divari tra i territori del nostro paese è lo strumento più efficace per combattere mafie e criminalità organizzata. È inoltre necessaria la tracciabilità ai fini antimafia dei pagamenti legati ai fondi pubblici per l’emergenza.

Un ritorno all’intervento pubblico non è privo di difficoltà e rischi. Serve una nuova generazione di politiche che evitino di cadere negli errori passati: la collusione tra potere economico e politico, la corruzione e il clientelismo, la mancanza di trasparenza e di controllo democratico. Servono una politica e una pubblica amministrazione con alte competenze, capacità di organizzare le risorse del paese e dare risposte ai bisogni. Per cominciare, è necessario ripristinare regole sul meccanismo delle “porte girevoli”, e rompere così la pratica del passaggio continuo di manager e banchieri a responsabilità pubbliche e di politici a responsabilità aziendali, una fonte di collusione e corruzione; passaggi di questo tipo possono essere possibili solo dopo almeno cinque anni di interruzione degli incarichi precedenti.

Per assicurare la coerenza delle politiche realizzate è necessario prevedere meccanismi di valutazione – trasparenti e partecipativi – degli impatti a breve e lungo termine degli strumenti messi in campo.

Accanto all’esigenza di un nuovo modello di crescita economica, c’è bisogno di cambiare il metro di misura che abbiamo. Vanno sviluppate misure efficaci del benessere e della sostenibilità, a partire dal BES (il Benessere Equo e Sostenibile documentato dall’Istat) per poter valutare i progressi del paese verso un nuovo sviluppo.

2. Un’economia sostenibile sul piano ambientale

L’economia del dopo-emergenza dovrà essere basata su prodotti, servizi, processi e modelli organizzativi capaci di utilizzare meno energia, risorse naturali e territorio e di avere effetti minori sugli ecosistemi e sul clima. Il blocco della produzione legata alla pandemia ha portato a ridurre le emissioni di CO2; la ripresa dell’economia deve mantenere le emissioni sotto le soglie necessarie per evitare il cambiamento climatico.

La prospettiva del Green New Deal, aperta anche dalla Commissione europea, deve diventare un aspetto chiave delle politiche di cambiamento, con una visione d’insieme e grandi risorse. Occorrono però obiettivi precisi e misure concrete. Per l’energia si può fissare l’obiettivo del 100% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili entro il 2050 e prendere misure che aumentino radicalmente l’efficienza energetica di abitazioni, uffici, motori, elettrodomestici, eccetera.

Per le auto, si può fissare l’obiettivo di eliminare la produzione di motori a combustione interna entro il 2030. Per i trasporti delle persone si deve passare dal modello dell’auto privata individuale alla mobilità integrata sostenibile, sviluppando forme alternative di mobilità, il trasporto pubblico locale e i servizi ferroviari sulla media e corta distanza, dove si concentra l’80% dell’utenza. Per il trasporto merci si devono ridimensionare le reti della logistica e scoraggiare il trasporto merci di lunga distanza su gomma. Entrambi i progetti richiedono grandi programmi di investimenti pubblici, centrati sulle “piccole opere”.

Occorre ridimensionare le posizioni di rendita, in particolare dei monopoli che controllano le reti elettriche e energetiche, che rappresentano un ostacolo alla conversione energetica. Bisogna puntare sull’agricoltura biologica – con produzioni sostenibili e di piccola scala – sulla chimica verde, su una cantieristica che sviluppi il trasporto merci via mare al posto del turismo su enormi navi da crociera che hanno un gravissimo impatto ambientale. L’intero ciclo di vita delle merci va riorganizzato sulla base dell’“economia circolare”, avvicinandosi all’obiettivo di “rifiuti zero”, favorendo il recupero e riuso dei materiali, moltiplicando gli impianti di riciclaggio al posto di inceneritori e discariche.

Gli interventi in tutti questi ambiti potrebbero essere coordinati da un’Agenzia per la sostenibilità, un soggetto economico pubblico che dia coerenza a strategie e investimenti, promuova la ricerca e l’innovazione ambientale, organizzi la domanda pubblica, orienti l’azione delle imprese private, facendo delle produzioni sostenibili un punto di forza dell’economia del paese.

Occorre un’eliminazione progressiva dei quasi 20 miliardi di sussidi pubblici che vanno ogni anno ad attività che danneggiano l’ambiente, in particolare i combustibili fossili. A parità di imposizione fiscale complessiva, occorre spostare il carico fiscale verso un ampio uso di tasse ambientali; in questo modo si possono “correggere” i prezzi dei beni e spingere produttori e consumatori a comportamenti più sostenibili. Il principio di sostenibilità deve diventare un criterio pervasivo in tutte le scelte individuali e collettive.
[segue]

Caritas. Il 15 marzo la Giornata diocesana della carità

caritas-15-3-20-locandina-mediaDomenica 15 marzo 2020, terza domenica di Quaresima, avrà luogo la Giornata diocesana della carità, promossa dalla Diocesi di Cagliari, attraverso la Caritas diocesana. «Il Papa nel suo messaggio per la Quaresima “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20)” – spiega don Marco Lai, direttore della Caritas diocesana – ci invita a coniugare il percorso di purificazione verso la Pasqua con la dimensione della carità: scoprire nel mistero pasquale la pienezza dell’amore di Dio crocifisso presente oggi negli “ultimi”, nelle vittime di guerra, dell’indifferenza; ci invita ad assumere un atteggiamento di condivisione dei propri beni verso i più bisognosi attraverso azioni individuali e comunitarie». [segue]

Torramus a su connotu!

2c61c4c8-2de0-45a9-8b52-d59ec60db065
FACCIAMO COME A NUORO:
Tutte le città e i paesi sardi dedichino una Via, una Piazza, una Scuola a PASKEDDA ZAU.

di Francesco Casula.
Il 26 aprile, una domenica, a Nuoro Paskedda Zau, vedova, pastora, con 10 figli a carico, in strada, all’uscita della messa, si rivolse alle donne che con lei avevano assistito alla celebrazione. Raggiunta la piazza antistante la chiesa, cominciò a chiamare anche gli altri nuoresi invitandoli alla ribellione. Che si trasforma in vera e propria rivolta con più di 300 persone – soprattutto donne – che assaltano il Municipio, scardinano le porte, asportano i fucili della Guardia nazionale, scaraventano in piazza i mobili e i documenti dello stato civile ma soprattutto i documenti catastali (su papiru bullau) sulle lottizzazioni dei terreni demaniali (dell’Ortobene e di Sa Serra, circa 8 mila ettari), che l’Amministrazione comunale – espressione degli interessi dei printzipales e della borghesia intellettuale e professionale, per lo più massonica – aveva deciso di vendere a famelici possidentes. Sottraendoli all’uso comunitario di pastori e contadini (che consentiva legnatico ghiandatico e pascolo per le pecore), viepiù ridotti alla miseria: uso che costituiva, per le comunità, un sollievo alla povertà, aggravatasi in seguito alla violenta carestia, che, nel 1866, li aveva colpiti duramente, mettendoli in ginocchio e portandoli sull’orlo della catastrofe.
Scriverà Manlio Brigaglia:”tutti i documenti comunali, i registri in cui la civiltà scritta dello stato, sopprimeva la civiltà non scritta della comunità, vennero ammucchiati in piazza e bruciati”.
[segue]

“Carlo Felice e i tiranni sabaudi” varca il mare: il 21 febbraio al Senato.

Carlo Felice feroce di F CasulaIl volume “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” (Grafica del Parteolla) – arrivato alla 138esima presentazione – varca il mare.
Il 21 febbraio prossimo (inizio ore 10.30) sarà presentato a Roma nella Biblioteca del Senato (Piazzale della Minerva, 38).
[segue]

Importante Progetto

ec1b2dce-3c88-4304-ab51-715793a08e5a

Al via la Scuola “Costituente della Terra”

28df51c0-f404-4f8f-bc1e-8692b3f35506Venerdì 21 febbraio 2020 a Roma: prende il via la Scuola “Costituente della Terra”.
La pagina fb dell’evento.

La storia e il Dettori

gulp-immagine
aladin-lampada-logocineteca-sarda-umanitaria-ca
COMUNICATO STAMPA

Recuperato e restaurato un documentario sul Liceo Dettori di Cagliari di oltre mezzo secolo fa. Sarà proiettato nell’istituto il 17 gennaio alle ore 18,30.
[segue]

Che succede?

logo-towards-economy-of-francescoC’È UN’ALTERNATIVA
Da: Cambiare l’economia / FGF weekend: La nostra città futura n.47
A fine marzo la città di Assisi ospiterà l’evento internazionale The Economy of Francesco, tre giorni dedicati ai giovani economisti, imprenditori e changemaker provenienti da tutto il mondo, invitati da Papa Francesco per promuovere un processo di cambiamento globale perché l’economia di oggi e domani sia più giusta, inclusiva e sostenibile (Valori). I movimenti di economia alternativa emersi in questi anni – spiega Roberto Mancini su Altreconomia – hanno sviluppato la critica al principio del potere come tale e la ricerca di un ordine alternativo veramente democratico, dove il potere stesso è riconvertito in cura, servizio, corresponsabilità, governo dei problemi e non delle persone. Il principale punto debole però sta nella frammentazione di queste esperienze. Occorre ora integrare le buone pratiche nei processi sociali: i soggetti dell’“altra economia” dovranno sia trovare coesione tra di loro che realizzare una stretta collaborazione con tutti gli altri movimenti che lottano per la democratizzazione della società. Perché “quando la coscienza collettiva si eleva, il mondo si rimette in cammino”.
——————————————–
Fonte: http://fondazionefeltrinelli.it/#top
——————————————–
Sono online il primo e il secondo numero di Rocca del 2020
rocca-1-2020rocca-n2-2020

Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.

73cf0047-7b32-4bdc-bfb0-33c87cf7cde1
caritas-2019
Venerdì 20 dicembre nell’aula del Consiglio comunale di Cagliari è stato presentato il dossier 2019 della Caritas della Diocesi di Cagliari. Presenti con un numeroso pubblico il presidente del Consiglio comunale Edoardo Tocco, il sindaco Paolo Truzzu, il prefetto Bruno Corda e l’arcivescovo Arrigo Miglio. Con la regia di don Marco Lai e di Maria Chiara Cugusi, dopo gli interventi delle autorità, la relazione sui contenuti del dossier è stata tenuta da Franco Manca. Mons. Franco Puddu ha invitato tutti alla Marcia nazionale per la Pace che si terrà a Cagliari martedì 31 dicembre. Ha concluso i lavori don Marco Lai che ha ringraziato tutti, ma, in modo particolare l’arcivescovo Arrigo Miglio, che, come si sa, ha chiuso il suo mandato pastorale di titolare Chiesa di Cagliari per raggiunti limiti di età, rimanendone vescovo emerito. I presenti hanno tributato un lungo e caloroso applauso, un’autentica standing ovation, al Vescovo Miglio.
Torneremo sul rapporto. Intanto anticipiamo il contributo presente nel volume del direttore Franco Meloni.
papa-francesco-laudato-siagenda2030
Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.
di Franco Meloni
“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Così cantava Fabrizio De André in una delle sue canzoni più “dure” e “politicamente impegnate”(1), con la quale se la prendeva con i benpensanti incuranti delle ragioni del movimento della contestazione studentesca e operaia del 1968. Si tratta di un’invettiva che mi piace condividere con i lettori, separandola arbitrariamente dai fatti del passato a cui si riferisce, perché credo ben si attagli all’atteggiamento odierno di “indifferenza generalizzata” davanti a quanto sta succedendo al nostro Pianeta, attraversato da una crisi climatica ed ecologica, tanto grave e urgente da esserne minacciata la stessa sopravvivenza. Questo atteggiamento negativo riguarda innanzitutto i governanti degli Stati, a tutti i livelli, ma ad essi purtroppo si accompagna quello della stragrande maggioranza degli abitanti del Globo, noi compresi. Non voglio qui sminuire l’importanza delle reazioni alla situazione della Terra, tese a contrastarne la deriva di autodistruzione, sia per quanto attiene ai responsabili politici (e, in generale, alle classi dirigenti), sia ai cittadini, singoli e associati. Per quanto riguarda i primi, possiamo citare gli impegni presi dagli Stati nelle varie Conferenze internazionali sui cambiamenti climatici (2), e con l’Agenda Onu 2030, sulla quale mi soffermerò (3); mentre per i secondi basta rammentare le lotte dei movimenti ecologici in tutto il mondo, come quello encomiabile dei ragazzi di Fridays For Future (4). Queste iniziative vanno valorizzate e anche enfatizzate essendo precisamente nella giusta strada, ma emerge la loro complessiva inadeguatezza, rispetto alla gravità e urgenza dei problemi, così come avvertono gli scienziati competenti per materia e dotati di sensibilità culturale e sociale. 
Laudato si’. L’approccio dell’ecologia integrale.
Su dette problematiche, che costituiscono una costante preoccupazione del suo pontificato fin dal suo insediamento, Papa Francesco ha scritto la “Laudato si’. Lettera enciclica sulla cura della casa comune”, datata 24 maggio 2015, autentica pietra miliare dalla quale il Papa continuamente riparte con piccole e grandi iniziative, tra le quali ultime l’istituzione della «Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato» il primo settembre di ogni anno, con le connesse iniziative del «Tempo del Creato» (5), e lo storico Sinodo sull’Amazzonia, celebrato a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019. La Laudato si’ è oggetto di studio e approfondimenti in tutto il mondo; costituisce un testo di riferimento che unifica credenti e non credenti (6) nell’impegno per la “Casa comune”. Sono innumerevoli le iniziative in tal senso e anche noi nella nostra come nelle altre Diocesi della Sardegna, abbiamo fatto e facciamo la nostra parte. Tuttavia sentiamo l’insufficienza di tale attività e di conseguenza la necessità di aumentare gli sforzi e il coinvolgimento di più soggetti. E’ anche questo lo scopo del presente articolo, nel quale non mi soffermo tanto sull’Enciclica, che comunque ne costituisce assoluto riferimento, quanto sulle iniziative “laiche” che sono consonanti con l’impostazione complessiva della stessa. Il documento laico più vicino all’Enciclica, che ha analogo “respiro”, è appunto l’Agenda Onu 2030. Vedremo più avanti. Intanto ci piace riportare dalla Laudato si’ l’appello di Papa Francesco, che ne sintetizza lo scopo ultimo, unendo le preoccupazioni alla Speranza sostenuta dal riconoscimento di quanto di positivo già si fa. (Laudato sì’, 13, 14) “13. La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. Il Creatore non ci abbandona (…). L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. (…) 14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta (…) Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche.(…)”.
Dell’Enciclica voglio rimarcare in modo particolare un concetto chiave, quello dell’ECOLOGIA INTEGRALE. Dice il Papa (Laudato si’, 137):  ”Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali.”. Dunque: l’ECOLOGIA AMBIENTALE, ECONOMICA E SOCIALE, l’ECOLOGIA CULTURALE, l’ECOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA, IL PRINCIPIO DEL BENE COMUNE, LA GIUSTIZIA TRA LE GENERAZIONI, tutti ingredienti compresi nell’accezione “Ecologia integrale”, che come vedremo, vengono puntualmente ripresi nell’Agenda Onu 2030, forse senza un confortevole respiro religioso, ma tale è il valore aggiunto che caratterizza il sentire dei credenti e non solo (6). Vi invito a soffermarvi innanzitutto sul “preambolo” del documento dell’ONU, proprio per evidenziarne la consonanza con la Laudato si’ (che lo ha preceduto), quasi come risposta concreta all’appello del Papa, anzi sembra davvero che lo abbia scritto lui, sicuramente, penso io, ha contribuito ad ispirarlo.
Trasformare il nostro mondo: l’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo Sostenibile approvata il 25 settembre 2015, dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
“PreamboloQuest’Agenda è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. Essa persegue inoltre il rafforzamento della pace universale in una maggiore libertà. Riconosciamo che sradicare la povertà in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà estrema, è la più grande sfida globale ed un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile. Tutti i paesi e tutte le parti in causa, agendo in associazione collaborativa, implementeranno questo programma. Siamo decisi a liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e vogliamo curare e salvaguardare il nostro pianeta. Siamo determinati a fare i passi audaci e trasformativi che sono urgentemente necessari per portare il mondo sulla strada della sostenibilità e della resilienza. (…) . PersoneSiamo determinati a porre fine alla povertà e alla fame, in tutte le loro forme e dimensioni, e ad assicurare che tutti gli esseri umani possano realizzare il proprio potenziale con dignità ed uguaglianza in un ambiente sano. PianetaSiamo determinati a proteggere il pianeta dal degradazione, attraverso un consumo ed una produzione consapevoli, gestendo le sue risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti riguardo il cambiamento climatico, in modo che esso possa soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future. ProsperitàSiamo determinati ad assicurare che tutti gli esseri umani possano godere di vite prosperose e soddisfacenti e che il progresso economico, sociale e tecnologico avvenga in armonia con la natura. PaceSiamo determinati a promuovere società pacifiche, giuste ed inclusive che siano libere dalla paura e dalla violenza. Non ci può essere sviluppo sostenibile senza pace, né la pace senza sviluppo sostenibile. CollaborazioneSiamo determinati a mobilitare i mezzi necessari per implementare questa Agenda attraverso una Collaborazione Globale per lo sviluppo Sostenibile, basata su uno spirito di rafforzata solidarietà globale, concentrato in particolare sui bisogni dei più poveri e dei più vulnerabili e con la partecipazione di tutti i paesi, di tutte le parti in causa e di tutte le persone.”
Occorre evidenziare il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, nella misura in cui si basa su un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo (in particolare di quello egemone capitalistico neo liberista), non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Si afferma pertanto una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo. Tutti i Paesi – senza distinzioni tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo, anche se evidentemente le problematiche possono essere diverse a seconda del posizionamento socio-economico – devono impegnarsi a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli SDGs entro il 2030. Rispetto a tali parametri, ciascun Paese viene valutato periodicamente sui risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’Onu e dagli Stati nazionali, auspicabilmente sostenuto dalle opinioni pubbliche nazionali e internazionali. L’attuazione dell’Agenda richiede pertanto un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese alle pubbliche amministrazioni, dalla società civile, al volontariato e alle entità del terzo settore, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. 
In questo intervento non mi occupo dei risultati conseguiti (a oltre quattro anni dal varo dell’Agenda), preferendo rimanere sui dati informativi dell’iniziativa. Dobbiamo constatare peraltro che tuttora permane una scarsa conoscenza dell’Agenda (così pure della Laudato si’) per cui è necessario incrementarne la diffusione e le iniziative di sensibilizzazione a tutti i livelli e in ogni possibile circostanza. Ci saranno sicuramente altre occasioni per effettuare opportune valutazioni, a cui non mancheremo. Per l’Italia i check-up annuali sono curati (a partire dal 2016) dall’ASviS, ultimo relativo al 2019 è stato presentato il 4 ottobre 2019 (8).
Goals e Targets (Obiettivi e Traguardi)
[segue]

Punta de billete. Save the date. Prendi nota. Arregordarì

ee75bfc6-7376-43ce-9d82-1acd5baba9f9

Dove va la città? Le idee del Sindaco Truzzu e della sua maggioranza

cagliari-2-novembre-2019
DOCUMENTAZIONE
Pubblicate nel sito del Comune di Cagliari le LINEE PROGRAMMATICHE DI MANDATO del Sindaco Paolo Truzzu. Per ora le leggiamo, attentamente e senza alcun pregiudizio, poi, in assoluta libertà di giudizio, le commenteremo: https://consiglio.comune.cagliari.it/portale/it/st03_notizie_dett.page?contentId=NWS705154. Apriremo comunque un dibattito con i lettori.