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RIFLESSIONI ESSENZIALI: «La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza»

IL-PENSATORE-PALa preghiera laica di Bobbio

«Caro Peyretti, sono qui in questo bel paesetto del cuneese in casa di amici […]. Mi sono portato qui un fascio di lettere alle quali non avevo mai risposto. Ce n’è una sua del 22 maggio scorso. Non prego, se per preghiera s’intende invocare aiuto, o peggio benefici, o premi, o salvezza in situazioni difficili. Ma se per preghiera s’intende, come dice lei, ‘apertura verso il mistero che ci avvolge’, prego anch’io come tanti altri. Ma è preghiera, questa? La preghiera implica che ci sia qualcuno che ascolta. La preghiera non può essere soltanto riflessione interiore sul mio destino, sul male, sulla origine e la fine delle cose, una riflessione in cui nessuno mi ascolta, e che rivolgo soltanto a me stesso…».

Così, da Valdieri, Norberto Bobbio, il 25 luglio 1990, all’ex allievo che aveva aperto un articolo sulla preghiera riprendendo una sua frase, «Io non prego», e continuandolo con un’altra frase bobbiana condivisa dal cardinale Carlo Maria Martini, e cioè: «La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza». «Il dolore non ci ferisce soltanto, ma anche stimola le nostre risorse spirituali più profonde per affrontarlo e viverlo all’altezza della drammatica dignità umana. Il ricordo e la permanente compagnia interiore di Sua moglie l’aiuteranno e Le daranno forza. Io che oso far conto su risorse non soltanto umane, quando la nostra vita si imbatte nei suoi limiti (non solo quelli temporali), e nei suoi più drammatici interrogativi, Le dico che prego Dio per Lei e per la cara Signora. Lo intenda almeno come intenzione di partecipazione profonda e affezionata, aperta sul mistero che ci circonda». Così Enrico Peyretti a Bobbio dopo la morte della moglie Valeria.

dialoghi-con-norberto-bobbio-579I brani appena citati, sono solo un paio di frammenti del dialogo fra due amici – un credente che prega fiducioso di guarire la sua incredulità e un uomo consapevole di essere immerso nel mistero. Due schegge di un carteggio che costella insieme a tanti ricordi vent’anni di amicizia e di riflessioni sui grandi interrogativi della vita ma anche quesiti legati alla quotidianità, ora nelle pagine tessute da Peyretti sotto il titolo Dialoghi con Norberto Bobbio, edito da Claudiana (pagine 256, euro 15,00). Un confronto che abbraccia politica ed etica, pace e fede, e dove si avvertono distanze e sintonie, disparità di conoscenze e contraddizioni. Così, oltre al dibattito destra e sinistra tra interessi e ideali, giudizi sulle stagioni politiche e ostracizzazione della mitezza, oltre alle questioni sulla responsabilità e la libertà, il disarmo e i diritti umani, ecco qui affacciarsi alcuni riferimenti al cristianesimo che aiutano a capire meglio le ultime riflessioni bobbiane circa la sua ‘religiosità, non religione’ fino al suo testamento (in cui accenna tuttavia alla ‘religione dei padri’). Così con il Bobbio che confessa all’intellettuale impegnato nei movimenti della non violenza, «Sono, o credo di essere, un uomo pacifico, ma non sono, e mi considero sempre meno, un pacifista assoluto, come lei e i suoi amici», troviamo qui quello che scruta il senso del male, che ammira l’essenziale della morale cristiana e ne valuta l’efficacia innanzi a quella laica, che stima le persone seriamente religiose, che parla di Cristo con rispetto, ma senza riconoscergli di aver dato all’umanità la grazia salvifica di un cammino.

Insomma ecco il filosofo che resiste alla fede, con una concezione profana della vita, dove anche gli atti buoni sono persino santi ma mai religiosi, ed ecco l’ex allievo che lo stimola a rileggere i suoi lavori, ma pure, ad esempio, quelli di Sergio Quinzio (La sconfitta di Dio) o di Paolo De Benedetti (Quale Dio?). Così sino all’ultima lettera del 13 maggio 2000. Scrive Bobbio a Peyretti: «Se lei intende per ‘fede’ il mondo degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti profondi, sono perfettamente d’accordo con lei. Non c’è nessuna contraddizione tra il mondo delle passioni o delle emozioni e il mondo della ragione […]. Mentre vedo un contrasto tra l’uomo di ragione e l’uomo di fede […]. La fede, a me pare, è un’altra cosa: non ha niente a che vedere, secondo me, con le passioni e con gli affetti [...]. Non discuto le interpretazioni più credibili, a suo parere, di tanti miti tramandatici dai testi attraverso i quali si è venuta formando la nostra educazione religiosa, ma io penso che la via attraverso cui progredisce la nostra conoscenza del mondo non parta da lì. Anzi comincia quando ce ne distacchiamo […]. Più mi avvicino alla fine, più sento che la morte è il passaggio dalla polvere da cui siamo nati alla polvere a cui siamo destinati a ritornare. Ma non insisto. Non pretendo che sia qualcosa di più di quel che lei chiama una ‘scommessa’ […]. Non le nascondo che sull’origine divina di Cristo ho sempre avuto i miei dubbi […]. Ma non posso neppure dire di accettarlo completamente come ‘maestro’. Vorrei che qualcuno mi spiegasse meglio perché accanto al Cristo delle ‘benedizioni’ ci sia anche quello delle ‘maledizioni’ […]. Pongo domande poste da mille altri prima di me, che possono apparire a un uomo di fede ovvie e ingenue, se non addirittura malevole». «Le sue domande non sono affatto malevole, ma serie. Un credente anche persuaso non è privo di dubbi e incredulità. Anche grandi santi hanno provato il dubbio freddo e buio». Era – il 20 giugno –la risposta di Peyretti. Due sensi religiosi della vita innanzi al suo Mistero.

Marco Roncalli, Avvenire 3 giugno 2011
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Oggi giovedì 21 giugno 2018

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lampadadialadmicromicro132Da oggi giovedì 21 giugno e fino a mercoledì 4 luglio 2018 l’aggiornamento quotidiano della News non sarà tempestivo come di consueto, per ragioni di carattere organizzativo. La News comunque non chiuderà per ferie neppure quest’anno.
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RetroTrump
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Un momento delle proteste alla frontiera con il Messico contro la separazione di oltre 2mila bambini dai genitori [da il manifesto online]
Dopo le critiche internazionali e del papa, la Casa bianca fa marcia indietro e annuncia il decreto per la riunione degli oltre 2mila bambini separati dai genitori e chiusi in gabbie alla frontiera con il Messico. Ma per tanti minori l’inferno potrebbe continuare [da il manifesto online]
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L’”accesso al cibo” e il diritto alla dignità della persona
Gianfranco Sabattini su Aladinews.
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M5S, come uscire dall’angolo stretto dell’alleanza
Le proposte. Riscrivere il Jobs Act, rovesciare la logica aziendalistica della “buona scuola”, assumere l’iniziativa su corruzione e conflitto di interessi, avviare una politica sul Mezzogiorno

Massimo Villone su il manifesto
EDIZIONE DEL 21.06.2018 [segue]

«La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza». Comunità di San Rocco: Riflessioni guidate.

zac-s-roccoLA SOFFERENZA E DIO. San Rocco, domenica 10 giugno 2018.
Margherita Zaccagnini.

Vi sarete chiesti: Chi è questa incosciente temeraria che osa affrontare, solo toccare, un argomento simile? Su cui l’umanità si interroga da millenni, per millenni.
La cosa bella è che ho chiesto aiuto a Giovanna per un aspetto pratico: il mio braccio si rifiuta di scrivere al computer o anche a mano per un certo tempo. E lei mi ha dato una dritta formidabile. Anzi tre. “Puoi dividere l’argomento in tre parti:
• La responsabilità del male
• Il discernimento tra bene e male
• L’elaborazione della sofferenza e la nostra risposta.
[segue]

RINGRAZIAMENTI e RILANCIO della SOTTOSCRIZIONE per L’ACQUISTO DELLA NUOVA SEDE DELLA CONFEDERAZIONE SINDACALE SARDA – CSS. Messaggio del Segretario generale.

CSS loghettoCarissime/i,
devo un ringraziamento a tutti voi che avete e state contribuendo con generosità ad un grande ed ambizioso obiettivo: DARE UNA NUOVA CASA ALLA CSS, che, in seguito allo sfratto, deve lasciare la sede storica di Cagliari in via Roma 72, per insediarsi in un locale bellissimo e funzionale in Piazza Is Maglias a Cagliari. Locale che abbiamo decisio di acquistare per farne un punto di riferimento del Sindacato Sardo e dei Movimenti Democratici /Pacifisti e Ambientalisti ad iniziare dal CoStat (Comitato di iniziativa costituzionale e Statutaria).
GRAZIE VERAMENTE DI CUORE SIA A COLORO CHE HANNO VERSATO QUOTE DA 5 MILA IN SU, SIA A COLORO CHE HANNO VERSATO QUOTE DI LIBERALITA’ DA 50 A 500 EURO. [segue]

Un nuovo sapere PSICOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

img_4810Pubblicato in Italia il libro di Ignacio Martìn-Barό, il gesuita ucciso nella strage della Università Centro Americana, che fondò come strumento teorico ed operativo la “psicologia della liberazione” in continuità e in corrispondenza con la teologia della liberazione. Contro la “bastonata culturale dei media” e la separazione tra storia della salvezza e storia del mondo
di Raniero La Valle *

psicologia-liberazioneQuesto libro, pubblicato da Bordeaux edizioni (Ignacio Martìn-Barό, Psicologia della liberazione, a cura di Mauro Croce e Felice Di Lernia, con uno scritto di Noam Chomsky) è in realtà un’operazione culturale volta a inculturare in Italia un sapere di cui non conoscevamo nemmeno il nome: infatti la psicologia della liberazione è un prodotto della cultura che in Italia non c’è mai stato, non è mai stato nominato, e non si è mai avuta né si ha ancora oggi la minima idea che sia necessario, e che anzi senza una psicologia della liberazione il progresso storico si ferma.
In questo libro sono raccolti i testi più importanti in cui è racchiuso il pensiero del gesuita spagnolo Ignacio Martìn-Barό, uno spagnolo incardinatosi e anzi immedesimatosi nell’America Latina e ucciso poi insieme ad altri cinque gesuiti e a una inserviente e a sua figlia nella strage perpetrata dagli squadroni della morte nell’Università Centro Americana del Salvador. Cinque professori e due donne uccisi nella notte del 16 novembre 1989: Ignacio Martìn-Barό, Ignacio Ellacurìa, Segundo Montes, Juàn Ramόn Moreno, Armando Lopez, Joaquin Lόpez y Lόpez, e la inserviente dell’Università Elba Ramos e sua figlia Celina Ramos.
[segue]

Mercoledì 20 giugno 2018

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
————Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Libri———
costat-logo-stef-p-c_2-2L’assemblea di lunedì può essere il primo passo per formare un vasto movimento antirazzista. Come abbiamo fatto in difesa della Costituzione nel 2016.
20 Giugno 2018
Andrea Pubusa su Democrazioggi.
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L’umanità contro la barbarie. [i figli dei “clandestini” messicani separati dai genitori e reclusi in attesa di giudizio: https://www.theguardian.com/us-news/2018/jun/17/separation-border-children-cages-south-texas-warehouse-holding-facility]
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DIBATTITO. A partire dalla riflessione di Stefano Rodotà su “Solidarietà. Un’utopia necessaria”. Dai “beni comuni” alla riforma dell’attuale welfare e l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato.

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L’”accesso al cibo” e il diritto alla dignità della persona

Gianfranco Sabattini*

“L’identità la sostanza di ciò che siamo e del modo in cui siamo in relazione con gli altrisi trova nel mezzo di uno straordinario tumulto”; con questa frase, di uno studioso americano, riferita al rapporto sempre più intenso della persona con la “Rete” Stefano Rodotà, nel volume postumo “Vivere la democrazia”, apre la riflessione “sul tumultuoso vivere” dell’età contemporanea, che ha determinato un concetto di “identità digitale” della persona, allontanandola da quella fisica.
L’avvento delle tecnoscienze informatiche, infatti, “sembra portare con sé – afferma Rodotà – il congedo dell’identificazione della fisicità”; in tal modo, l’identità personale ha teso a farsi astratta, affidata a “codici segreti, parole chiave, algoritmi”, ma l’incertezza della identificazione del soggetto, connessa alla digitalizzazione dei suoi “dati” personali, ha determinato un ritorno alle sue “componenti fisiche”.
Ciò è accaduto anche per via del fatto che la normativa europea sul problema dell’identità “ha privilegiato l’attenzione per la persona nella dimensione del consumo, facendo appunto della tutela del consumatore uno degli oggetti primari della sua attenzione”. Si tratta, però, secondo Rodotà, di un’identificazione parziale della persona, in quanto espressiva di una identificazione formulata solo in funzione del mercato; non casualmente, questa formulazione è stata giudicata insufficiente dalla stessa Unione Europea, che nella “Carta dei diritti fondamentali”, proclamata nel 2000, ha messo in evidenza l’insufficienza di un quadro istituzionale concernente la persona “sostanzialmente organizzato intorno al mercato”.
Spostando l’attenzione “dalla sola logica economica a quella dei diritti”, la “Carta” europea ha sottratto la definizione dell’identità personale ad un unico fattore totalizzante, considerando che se la persona fosse, ad esempio, identificata con il consumatore, si costituzionalizzerebbe solo un’identità personale impoverita, “collocata interamente nel mercato”, mentre i “dati” dell’identità assumerebbero una valenza solo funzionale al funzionamento di quest’ultimo. In tal modo, la “Carta” ha stabilito che l’identità della persona non possa essere definita in funzione degli interessi di soggetti esterni ad essa; al contrario, deve essere formulata per il tramite di un contesto all’interno del quale i diritti fondamentali della persona “possano ottenere non solo riconoscimento, ma attuazione”.
Il contesto all’interno del quale definire l’identità personale, pertanto, non può che essere il diritto; così come è avvenuto in corrispondenza di ogni stadio del processo di civilizzazione dell’umanità; il diritto può contribuire a creare una nuova “antropologia”, incorporante nella naturalità dell’uomo i nuovi valori che si sono affermati sul piano culturale. Infatti, ogni grande operazione giuridica che ha scandito il lento processo di civilizzazione, è valsa a disegnare un “suo modello di persona, che non era mai la semplice registrazione di una natura ‘umana’, ma un gioco sapiente [...] di selezione di ciò [...] che poteva trovare accoglienza nello spazio del diritto e quel che doveva restarne fuori, di ciò che poteva entrare in quello spazio con i suoi connotati ‘naturali’ e quello che esigeva una metamorfosi resa possibile proprio dall’artificio del diritto”. Lungo tutto il percorso della civilizzazione è stata di continuo realizzata un’estrazione “dalla naturalità dell’uomo di una figura sommamente artificiale qual è il cittadino, affidando alla legge, e solo alla legge, la definizione del suo perimetro”. Proprio per questo, sostiene Rodotà, è legittimo parlare di creazione di una nuova antropologia.
Durante il percorso di civilizzazione, se l’affermazione dei valori della Rivoluzione del 1789 (libertà, uguaglianza e solidarietà) è stata il connotato della modernità, l’affermazione del valore della dignità rappresenta il caratteri specifici del Novecento; non casualmente, perciò, a partire dalla modernità, si può parlare del passaggio dall’“homo hierarchicus” di prima dell’89, all’”homo aequalis” di dopo, sino all’”homo dignus” dell’età contemporanea, dove la rilevanza assunta dalla dimensione della dignità ha indotto a proporne una considerazione che – afferma Rodotà – “la assume come sintesi di libertà ed eguaglianza, rafforzate nel loro essere fondamento della democrazia”.
Il processo di costituzionalizzazione del valore della dignità, passando attraverso le costituzioni democratiche del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha continuato sino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, la quale ha sancito che “proprio la dignità fosse il segno forte della prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio”, associando ad essa la dimensione esistenziale dell’uomo: “Dignità e lavoro – afferma Rodotà – sono i due nuovi punti di avvio” del processo di civilizzazione, che è valso a collocarli “in un contesto nel quale assume rilevanza primaria la condizione reale della persona, per ciò che la caratterizza nel profondo (la dignità) e per quel che la colloca nella dimensione delle relazioni sociali (il lavoro)”. Così, il soggetto astratto è stato calato nella sua dimensione di persona concreta, è stata rivestita di un esoscheletro che, tramite il diritto, è valso a sottrarla al pericolo che le tecnoscienze la trasformassero in “persona digitale”, sconnessa dalla sua fondazione umana.
La tutela costituzionale della dignità dell’uomo ha cessato d’essere affidata a un qualche principio astratto, sovrastante i valori delle modernità (libertà, uguaglianza e solidarietà), per essere calata all’interno del loro intrecciarsi con il valore della dignità stessa, dal quale l’uomo “riceve maggiore pienezza di vita e, quindi, più intensa dignità umana”, fondata sul diritto alla vita e, dunque, sul diritto di accesso alle risorse materiali per il pieno e autonomo svolgersi della sua esistenzialità.
L’affermazione del diritto di “accesso al cibo” – secondo Rodotà – è recente e rappresenta il traguardo di una lunga trasformazione caratterizzata dal passaggio da forme di benevolenza individuale e collettiva a specifici doveri delle istituzioni pubbliche, impegnate a rendere possibile un accesso sempre più diretto delle persone ai “beni della vita”. Il diritto alla vita (o diritto al cibo) è divenuto così il “punto di convergenza di molteplici principi giuridici, dando ad essi particolare concretezza e contribuendo alla fondazione di un nuovo ambiente politico-istituzionale”. In questo modo, il diritto alla vita si è trasformato in una componente ineludibile della dignità della persona, che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha dichiarato, come si è detto, “inviolabile”.
Ciò significa che il diritto alla vita dei componenti le comunità politiche, che hanno costituzionalizzato il valore della dignità della persona, è divenuto il centro di un’”articolata costellazione istituzionale”, nella quale si invera la democrazia dei diritti. Nello stesso tempo, l’assunzione, da parte dell’organizzazione dello Stato, della responsabilità di garantire il diritto di “accesso al cibo”, come lo chiama Rodotà, sta imponendo alla società contemporanea specifiche modalità di governo; modalità implicanti, da una parte, che l’obbligazione pubblica di assicurare il diritto alla vita dei cittadini sia presa sul serio; dall’altra parte, che il coinvolgimento degli stessi cittadini nel determinare le forme con cui soddisfare i loro stati di bisogno esistenziali avvenga non “attraverso proclamazioni astratte”, ma con la promozione di tutte le iniziative sul piano dell’informazione e della formazione, perché essi (i cittadini) siano resi consapevoli del fatto che le politiche pubbliche attuate rispondono realmente al rispetto di tutti i loro diritti.
In tal modo, la soddisfazione del diritto alla vita assume caratteristiche – osserva Rodotà – “che contribuiscono alla migliore definizione dello stesso processo democratico”, diventando essenziali per il pieno e reale rispetto dei principi fondamentali della modernità, ovvero dei principi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Il diritto al cibo, concorrendo a dare piena attuazione alla dignità personale, diventa infatti il presupposto per dare una risposta sul piano sostanziale a quei principi che, sanciti dalla Rivoluzione del 1789 e ribaditi da tante costituzioni ad essa successive, sono rimasti per lo più solo delle proclamazioni, che non sono valse, malgrado i progressi realizzati con l’età moderna, a rimuovere i fenomeni della disuguaglianza sociale e della povertà ereditati dal passato. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, dichiarando l’inviolabilità della dignità della persona, ha statuito la congiunzione della sfera privata e di quella pubblica, collocando il diritto al cibo – afferma Rodotà – “a pieno titolo tra quei diritti di cittadinanza che devono accompagnare nel mondo ogni persona, quale che sia la sua condizione”.
In questa prospettiva è divenuto evidente il novo ruolo che è chiamata a svolgere l’economia, nel momento in cui essa si sta trasformando da “economia della scarsità” (qual era nell’età premoderna e per gran parte di quella moderna), in “economia dell’abbondanza”, le cui conseguenze sono destinate ad affievolire e, alla lunga, a rimuovere del tutto la possibilità che il diritto al cibo (e, dunque, alla dignità personale) sia garantito attraverso il lavoro, tradizionale titolo in base al quale la persona ha potuto partecipare alla ripartizione del prodotto sociale.
Oggi, con il restringersi delle tradizionali opportunità lavorative a causa del crescente approfondimento capitalistico dell’attività produttiva, la ripartizione del prodotto sociale non può che avvenire sulla base di nuove modalità; questa ineludibile necessità, compatibile con uno stabile funzionamento dell’intero sistema produttivo, può essere soddisfatta solo attraverso quella che Rodotà definisce una “vera e propria” nuova rivoluzione costituzionale, con cui sostituire la rivoluzione della modernità, che aveva legato i valori della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà al soggetto moderno, con quella della contemporaneità, per legare la dignità della persona, oltre che ai valori della prima rivoluzione costituzionale, alla “sua concretezza e materialità”.
L’implicazione di questa conclusione non può che essere la messa a punto di una nuova strumentazione istituzionale, che adegui la distribuzione del prodotto sociale alle nuove modalità di funzionamento dell’economia dell’abbondanza. Rodotà lega la nuova strumentazione istituzionale alla identificazione dei cosiddetti “beni comuni”, cioè a quei beni che, in virtù del loro caratteristiche strutturali, sono “direttamente” necessari per la soddisfazione dei diritti fondamentali della persona.
In realtà, ipotizzare di poter garantire la dignità “costituzionalizzata” della persona sulla base dei soli beni comuni è riduttivo. L’utilizzazione di tali beni, è sicuramente un corollario di tutta l’analisi compiuta da Rodotà, ma riferirsi unicamente ad essi per garantire l’accesso al cibo, non consente di cogliere le urgenze sollevate dall’avvento dell’economia dell’abbondanza.
L’analisi di Rodotà risponde sicuramente meglio alle conclusioni cui egli era pervenuto nel volume “Solidarietà. Un’utopia necessaria”, dove egli affermava che la questione del “diritto all’esistenza” può essere risolta statuendo per lo Stato il “dovere di assicurarne la garanzia” attraverso un’utilizzazione delle risorse disponibili che consideri prioritari gli impieghi per la soddisfazione dei diritti fondamentali, tra i quali appunto il “diritto all’esistenza”. A tal fine, lo Stato dovrà stabilire una distribuzione delle risorse “costituzionalmente consentita”, e giustificata in funzione della soddisfazione dei diritti fondamentali, invertendo la prassi politica tradizionale, che sinora ha considerato prioritarie le destinazioni finalizzate alla crescita, e residuali, invece, quelle destinate alle soddisfazione dei diritti.
Ciò, però, significa che la nuova strumentazione istituzionale, compatibile con la rivoluzione costituzionale della contemporaneità, deve sostituire le modalità di stabilizzazione del funzionamento del sistema produttivo fondato sul welfare, proprio dell’economia della scarsità, con nuovi strumenti; questi ultimi, con la riforma dell’attuale welfare e l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, dovranno essere in grado di assicurare la stabilità dell’economia, mediante regole distributive del prodotto sociale fondate su specifiche priorità che cessino di considerare residuale la soddisfazione del diritto alla dignità dei cittadini. Fuori da queste condizioni, il diritto all’esistenza e alla dignità degli individui può solo continuare a dipendere dal “ricatto politico” delle maggioranze politiche di turno, esercitato in funzione delle transeunti situazioni contingenti.
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* Anche su Avanti! online
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NewsLetter

img_4810Newsletter n. 98 del 19 giugno 2018

SI SI, NO NO

Care amiche ed amici,

MigrantiCheFare?

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Migranti: affollata assemblea a Cagliari
19 Giugno 2018
Red su Democraziaoggi.

Sala affollata anche nel palchetto superiore della bella sala dello Studium Franciscanum. Dopo la presentazione di Giacomo Meloni (Amici sardi della Cittadella di Assisi) e l’introduzione di Andrea Pubusa (coordinatore del CoStat) – che presiedeva l’incontro-dibattito con Franco Meloni – la proiezione del film-breve “Eccomi- Flamingos” di Sergio Falchi, molto apprezzato a giudicare dagli applausi. Si vede che il tema dei migranti preoccupa e interroga i democratici anche a Cagliari. Si vede che le persone vogliono non solo assistere ai talk show ma intervenire di persona. E il dibattito non delude. Pacato sì ma appassionato in tutti gli interventi, dai quali emerge una trama comune, pur nelle differenze di accenti e di posizioni. Rispetto della persona, corridoi umanitari sicuri, centralità dell’accoglienza, necessità dell’inserimento, attacco al razzismo gridato e nascosto sono i punti fermi, come generale è la consapevolezza che una migrazione di dimensioni epocali è inarrestabile e necessita di una risposta continentale, europea.
Tanti sono in questa cornice condivisa gli approfondimenti. [segue]

CULLE VUOTE perché non si fanno più figli

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di Fiorella Farinelli su Rocca

Culle vuote, in Italia, e da troppo tempo. Nel 2017 sono nati 464mila bambini, 12mila in meno che nel 2016, quando ne erano nati meno che nel 2015. Nei rami più bassi del sistema scolastico, i vuoti cominciano a pesare sensibilmente, presto se ne sentiranno gli effetti anche nella scuola secondaria. Meno bambine nascono e meno saranno le giovani donne in grado di mettere al mondo figli. Tra quindici anni, dicono i demografi, nella fascia d’età 25-54 anni – quella decisiva per il mondo del lavoro – ci saranno 4 milioni di persone in meno. Un’emergenza. Non solo per l’equilibrio del sistema pensionistico e del welfare, anche e soprattutto per la vitalità del Paese, per la sua capacità di tenuta e di innovazione. Che cosa si può fare per contrastare un tasso di natalità (1,34 figli per donna in età fertile) che è tra i più bassi in Europa? Che idee possono venirci dai paesi che, come la Francia, sono riusciti a ottenere buoni risultati? Visto il clima sociale e politico attuale di diffusa contrarietà all’immigrazione, non c’è da sperare che a compensarlo possano venire ulteriori contributi positivi da nuovi flussi migratori. Ci hanno puntato a lungo, i demografi e anche gli economisti, ma ora non è aria. C’è poi da aggiungere che, sebbene ci sia chi ha l’impudenza di scatenare allarmi su un’«invasione» fatta anche di smodate propensioni delle coppie straniere a mettere al mondo una caterva di figli, sono proprio le analisi demografiche a dirci che, una volta integrate nel paese ospite, nelle donne straniere prevale invece la tendenza ad assimilarsi ai comportamenti riproduttivi del contesto in cui si vive. Anche in chi appartiene a culture e tradizioni che vogliono i matrimoni in giovanissima età, anche in chi è contrario al lavoro femminile fuori casa e appassionato a un ruolo femminile tutto schiacciato sulla maternità. E peggio andrà, se non ci saranno rimedi, con le seconde generazioni. Troppo costoso è disporre di alloggi adatti a famiglie numerose, troppo alte sono le tariffe degli asili nido (quando ci sono), troppo cari i prodotti per l’infanzia e i consumi ordinari, troppo incerto il lavoro, e in tanti casi anche troppo poco retribuito. Ma finora l’emergenza culle vuote non è stata una priorità politica. Lo sarà col «governo del cambiamento»?

le proposte dei partiti
In campagna elettorale, comunque, quasi tutti i partiti hanno sventolato le loro ricette, più o meno costose, più o meno fattibili. Guardano all’economia, al rapporto tra i contributi che vengono dal lavoro e le pensioni, più raramente ai vincoli che ostacolano il lavoro femminile. Talora anche la politica sembra allarmata dal fatto che in Italia c’è la peggiore combinazione, in ambito europeo, tra bassa fecondità, bassa occupazione delle donne, alti rischi di povertà infantile.
Il campo del centrodestra si è caratterizzato per la doppia proposta di introdurre anche in Italia una fiscalità incentrata sul «quoziente familiare», cioè una tassazione sul reddito che tenga finalmente conto dei figli a carico (è dagli anni Ottanta che in Italia se ne discute inutilmente) e di lanciare un piano straordinario di contrasto della bassa natalità.
La Lega ha proposto un assegno di 400 Euro mensili per ogni figlio (fino ai 18 anni di età, fino ai 6 per Fratelli d’Italia) e asili nido gratuiti (ma solo, significativamente ma con profilo decisamente masochistico, per le famiglie «italiane»). Con l’aggiunta, variabile secondo le sigle, dell’abolizione dell’Iva su pannolini e altri generi di consumo per l’infanzia, e di misure più o meno generiche, per rafforzare la tutela nel lavoro delle madri.
Più vaghe e frammentate le proposte dei 5stelle, in cui si affastellano rimborsi per i costi dei nidi e delle baby sitter, detrazioni fiscali per colf e badanti e forse, perché in verità non è abbastanza chiaramente esplicitato, anche qualcosa che potrebbe assomigliare al «quoziente familiare». Con uno stanziamento però imponente, di ben 17 miliardi annui.
Anche nel programma del Pd il tema è presente. Ci sono detrazioni Irpef per i figli a carico fino ai 18 anni (240 Euro mensili) e una nuova, immancabile, versione degli 80 Euro per quelli tra i 18 e i 26 anni in tutte le fasce di reddito familiare annuo fino ai 100.000 Euro, e con misure previste anche al di sopra di questa soglia. Con l’impegno, già sancito e in parte già finanziato dalla «Buona Scuola», ad estendere l’offerta dei servizi per l’infanzia da 0 a 6 anni, e ad introdurre incentivi al ritorno delle mamme al lavoro dopo la gravidanza (una donna su quattro, in Italia, abbandona il lavoro con il primo figlio, una su due con il secondo figlio).
Proposte tutte piuttosto costose, chissà se conciliabili con altre priorità politiche. È però un buon segno che in ogni schieramento ci sia una certa attenzione al tema, e perfino la dichiarazione di allarme per gli effetti economici e sociali della denatalità. Ma che cosa se ne farà di tanto consenso e di tante possibili convergenze anche trasversali ora che, fatto il governo, si dovrà passare dalle parole ai fatti?

che farà il ministro dell’omofobia?
Del nuovo ministero «Disabilità e Famiglia» e del suo titolare, al momento, si discute soprattutto in relazione ad altre questioni. Lorenzo Fontana, leghista, appartiene al movimento «pro life», ha rilasciato dichiarazioni e interviste rivelatrici delle sue convinzioni sulla famiglia (la sola che riconosce è quella fatta di «un uomo, una donna, dei figli») e delle sue profonde avversità a gay, unioni civili, educazione di genere. Se qualche associazione di disabili teme che il nesso tra disabilità e famiglia significhi che la gestione dei disabili venga scaricata, anche più di quanto avvenga ora, solo sulle responsabilità e le capacità economiche e di cura dei genitori (e che succederà delle persone disabili nel «dopo di noi», quando i genitori moriranno?), c’è chi teme che dal «ministro dell’omofobia» vengano prima o poi attentati alle norme sui diritti civili, e magari anche a quella sulle interruzioni di gravidanza (già gravemente compromessa, nella sua efficacia, dai troppi ospedali pubblici in cui ginecologi, anestesisti e perfino infermieri si dichiarano tutti «obiettori»). Timori giustificati, anche se Matteo Salvini smentisce in nome del «contratto» gialloverde, che in effetti in proposito non dice niente. Ma chi si fida di uno come Lorenzo Fontana? Anche se si è pronunciato con vigore per un programma incisivo di contrasto alla denatalità, quali saranno le sue scelte con- crete? Non è che in nome della famiglia tradizionale dimenticherà l’importanza dei servizi all’infanzia, la miseria dell’offerta di asili nido pubblici nelle regioni meridionali (dove la «copertura» della domanda è sotto il 5%, contro il 25-30 delle regioni del Nord), l’assenza di tutele sufficienti delle lavoratrici-madri e di efficaci dispositivi di conciliazione tra maternità e lavoro in tanti comparti del lavoro più debole (tema, peraltro, di specifica competenza del ministro De Maio)? Insomma, se i diritti civili sono un argomento importante, è anche su questi nodi che occorrerebbe riprendere a discutere, incalzare, mobilitare. Chissà. Non se ne vedono, per ora, neppure le tracce

Servirebbe, prima di tutto, saper elaborare proposte e costruire iniziative su un mix di dispositivi e di servizi a favore dei bambini, delle mamme, delle famiglie diverso da quella congerie di misure eterogenee, sporadiche, discontinue – nazionali e più spesso locali – degli ultimi anni. Che non hanno avuto alcun esito sull’età media in cui in Italia si ha il primo figlio (salita or- mai ai 30 anni medi della madre, con mol- tissimi casi oltre i 40) e sul tasso di fecon- dità perché incapaci di offrire quello di cui c’è più bisogno. Cioè la sicurezza di chi i figli vorrebbe metterli al mondo (in Italia, come in Francia, i ventenni dichiarano che vorrebbero averne due, solo il 7% che non ne vorrebbero nessuno, solo il 14% che ne vorrebbero uno solo) che quelle misure dureranno, che quindi ci si può contare, almeno nel medio termine. Di certo non è perché in un Comune o in una Regione, per un anno o forse due, ci saranno asse- gni-bebé o altri supporti, che i giovani pos- sono persuadersi a fare un figlio o a deci- dere di averne un secondo. Non è perché talora si ventila che in via sperimentale ci saranno consistenti benefici per un eventuale terzo figlio, come succede in altri paesi, che da noi le donne possono facilmente convincersi delle gioie di una famiglia numerosa. Tanto più se in tanti luoghi di lavoro alle giovani mamme si mettono i bastoni fra le ruote, si impedisce di conciliare maternità e lavoro, si negano avanzamenti e carriere professionali. O se, addirittura, certi datori di lavoro evitano di assumere le giovani donne per il timore che prima o poi «pretendano» i congedi di gravidanza o le flessibilità necessarie alla cura dei figli.

il modello francese
Del Ministro Fontana si dice che guarda con interesse alle politiche francesi in questo campo. Se è vero è una buona notizia. Non solo perché negli ultimi quindici anni i governi francesi, di qualsiasi appartenenza politica, hanno operato con continuità e attraverso un mix di incentivi fiscali e di servizi per l’infanzia per innalzare il tasso di natalità, ma anche per un altro motivo. Che viene prima delle singole misure, e che ne spiega l’organicità, la continuità, e probabilmente anche il successo. In Francia, infatti, da quando è esploso il calo demografico si fa di tutto per rassicurare le famiglie che i bambini non sono una respon- sabilità tutta e solo privata di chi decide di averli, ma un bene collettivo del Paese. E quindi un obbligo per la collettività quello di prendersene cura. Fin dalla puntualità con cui i sindaci francesi informano già durante la gravidanza le madri, le regolarmente sposate come le single, le francesi doc e le naturalizzate francesi, su tutte le opportunità, i benefits, i servizi previsti, con l’invio a casa dei moduli necessari per accedere, prima e dopo il parto, ai servizi sanitari, ai centri di sostegno psicologico, alle esenzioni o detrazioni fiscali. Per poter scegliere per tempo gli asili nido disponibili nel quartiere e fare subito l’iscrizione, così come per scegliere il pediatra pubblico. Ogni mamma, prima ancora di vedere in faccia il suo bambino, deve sentire che non è sola, e che le istituzioni non la lasceranno sola. Anche rispetto al mondo del lavoro negli ultimi anni si è fatto molto, con una sempre più efficace protezione e sviluppo dei diritti delle lavoratrici madri e della maternità. A che servono i secoli di sviluppo culturale e civile della vecchia Europa se non si è capaci o non ci si vuole prendere cura della maternità e dei più piccoli?

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rocca-13-2018

Martedì 19 giugno 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
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L’importanza del leader: senza non si vince
di Samuele Mazzolini e Giacomo Russo Spena
By sardegnasoprattutto/ 17 giugno 2018/ Culture/
MicroMega on line 14 giugno 2018, ripreso da SardegnaSoprattutto. Da Iglesias a Corbyn, da Tsipras ai modelli latinamericani, qualsiasi progetto ha possibilità di successo soltanto se poggia anche su una leadership forte e carismatica. Oltre la retorica del basso, serve un frontman capace di veicolare i messaggi, costruire narrazioni egemoniche e creare empatia con chi lo ascolta. Un linguaggio semplice e pragmatico. Un volto nuovo che vada oltre i confini della sinistra radicale e che parli alla cosiddetta “maggioranza invisibile”.

MigrantiCheFare?

forumGrande successo per partecipazione di pubblico e completezza di contenuti dell’incontro-dibattito su Migranti Che fare? Promosso da CoStat e Anpi oggi allo Studium Franciscanum di Cagliari: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10215197432636444&set=a.10201710505671699.1073741825.1452014508&type=3&theater
Dopo la presentazione di Giacomo Meloni (Amici sardi della Cittadella di Assisi) e l’introduzione di Andrea Pubusa (coordinatore del CoStat) – che presiedeva l’incontro-dibattito con Franco Meloni – la proiezione del film-breve “Eccomi- Flamingos” di Sergio Falchi (https://www.facebook.com/EccomiSergioFalchi/). Sono quindi intervenuti nell’ordine: Ahmandu Gagega (Associazione IACAR), Ettore Cannavera (La Comunità La Collina), Fernando Codonesu (Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria), Luisa Sassu (Anpi), Gioia Pitzalis (Unica 2.0), Andrea Contu (Arci), Antonio Dessì (CoStat), Roberto Mirasola (LeU), Davide Carta (PD), Gianni Marilotti (M5S), Sandro Deplano (Amici sardi Cittadella Assisi), Marco Marco Mameli (Assotziu Consumadoris), Michela Lippi (Eureka), Marcello Cocco, giornalista, Lorena Cordeddu (Potere al popolo), Marzia Manca. Ha concluso Giacomo Meloni (Confederazione Sindacale Sarda Css).

MigrantiCheFare? Esortazione dei Vescovi della Sardegna

ces​Conferenza
​Episcopale
​Sarda
(Comunicato stampa) “Ero forestiero e mi avete accolto”
L’accoglienza tra paure legittime, concretezza e profezia.

Nel corso della loro riunione ordinaria tenuta martedì 12 giugno 2018, sotto la presidenza di S.E. Monsignor Arrigo Miglio, fra i tanti punti all’ordine del giorno, i Vescovi sardi hanno anche affrontato il tema dell’immigrazione. Come pastori delle Chiese che sono in Sardegna, essi hanno inteso rivolgersi innanzitutto ai sacerdoti e ai fedeli sardi, per richiamare l’imprescindibile comandamento cristiano: “ero forestiero e mi avete accolto”, facendo eco al messaggio di Papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della Pace di quest’anno, dal titolo: “migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”.
[segue]

Lunedì 18 giugno 2018

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
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Migranti, la retorica dell’accoglienza è perdente: per il M5S e la sinistra la vera sfida è sulle politiche di integrazione
Vito Biolchini su vitobiolchini.it
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MigrantiCheFare? Esortazione dei Vescovi della Sardegna
COMUNICATO della Conferenza Episcopale ​Sarda
“Ero forestiero e mi avete accolto”
L’accoglienza tra paure legittime, concretezza e profezia.
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SOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PROBLEMI » POLITICA
Tre destre, senza opposizione. Rassegnarsi non è possibile
di TOMASO MONTANARI
huffingtonpost. 12 giugno 2018, ripreso da eddyburg. Non c’è democrazia senza opposizione, che a questo punto della nostra storia non può che essere ricostruita a partire dalle lotte e dai diritti. (i.b.) [segue]

Oggi lunedì 18 giugno 2018

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
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    Oggi lunedì allo Studium Franciscanum

    Incontro

informale, senza relazioni, ma con brevi riflessioni nell’ambito di una riflessione collettiva.

Avvia il confronto Andrea Pubusa – CoStat

seguono i vostri interventi

insieme a quelli di Ettore Cannavera (Comunità La Collina – Serdiana), Davide Carta (PD), Andrea Contu (ARCI), Fernando Codonesu e Tonino Dessì (CoStat), sen. Gianni Marilotti e Pino Calledda (M5S), Giacomo Meloni (sindacalista CSS), Marco Mereu (FIOM), Roberto Mirasola (LeU), Luisa Sassu (ANPI), Franco Meloni (Amici sardi della Cittadella di Assisi), Carlo Dore jr. (Lib. e Giustizia), Michela Lippi (Eureka), Gaia Pitzalis (UniCa 2.0), esponenti delle comunità straniere a Cagliari.

Sono invitate le confessioni religiose.

Il dibattito pubblico sull’Aquarius è ricco di spunti polemici, dettati da logiche di schieramento. Vogliamo avviare un confronto, preoccupandoci solo del merito della questione dei migranti, che ha complesse implicazioni di carattere etico, giuridico e politico.

    Oggi Lunedì 18 giugno 2018, ore 17.45
    Studium franciscanum
    via Principe Amedeo n. 22 Cagliari

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eccomiIn apertura sarà proiettato Eccomi “Flamingos”- The short film scritto e diretto da Sergio Falchi, che sarà presente.
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Anche su Democraziaoggi.