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Emergenza coronavirus e oltre. Il contributo degli intellettuali sull’ala del pensiero. La necessità del cambiamento in direzione solidale ed ecologica.

apollo-torsoAppunti dal sottosuolo
di Mauro Tuzzolino

Come molti dei personaggi di Murakami Haruki, siamo condotti dalle circostanze a ripiegare nelle nostre solitudini, a discendere nel pozzo della nostra autocoscienza. E come nelle narrazioni di Saramago questa discesa assume una dimensione sociale e collettiva.
E, si sa, il pozzo è metafora di caduta e di rinascita già nelle Sacre Scritture. Il virus ha costretto tutti noi a questa discesa nel pozzo, sul piano individuale e su quello sociale. Ponendoci interrogativi sul nostro recente passato, sulle nostre modalità di condurre l’esistenza, sugli eventuali nessi causali tra modus vivendi e situazione attuale; ma gli interrogativi riguardano a maggior ragione la risalita prossima, anche come esercizio e antidoto al presente, assecondando quel fisiologico bisogno di varcare il confine del nostro attuale limite.
“La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità”, ricorda papa Francesco nella sua recente commovente omelia.
Al culmine della potenza della retorica della tecnica, ne riscopriamo la sua intrinseca fragilità. Quando l’apparato di scienza, tecnologia, economia mostra i propri limiti dinanzi al palesarsi del flusso virale, ci sentiamo nudi, messi di fronte allo specchio della nostra vita, impauriti per la sopravvivenza nostra, dei nostri cari e, in ultima analisi, delle abitudini di esistenza a noi così care. Privi dell’armatura e dei superpoteri che nella quotidianità ci offre l’apparato tecno – sociale, ripiombiamo d’improvviso nel perimetro delle nostre corporeità e torniamo a fare i conti con le domande di sempre.
Domande individuali e collettive sul senso, sulle traiettorie di vita, sul ruolo di ciascuno e sulla direzione del nostro vivere associato.
In questo quadro avvio la mia breve riflessione, sempre in divenire, su alcune piccole lezioni che sto imparando.
• Stiamo riscoprendo l’importanza della comunità di cura. La consapevolezza delle nostre fragilità incrementa il nostro bisogno di avere intorno reti di protezione, che non devono e possono limitarsi alla pur necessaria concentrazione di funzioni di eccellenza. Le riforme sociosanitarie assecondando il principio fordista per cui concentrazione uguale efficacia/efficienza, hanno puntato sulla costruzione di grandi hub iperspecializzati (come non pensare alla vicenda del Mater Olbia in Sardegna?) e, così facendo, abbiamo abbandonato, almeno nel dibattito mainstream, le ipotesi di una sanità capillare e territoriale, capace di offrire prossimità, aiuto, sostegno, ascolto. E le nostre paure diventano solitudini fragili, prive di quel meccanismo comunitario di sostegno e accompagnamento, in particolare nel contesto delle aree interne.
• La scuola giocoforza, con la generosità dei suoi protagonisti, prova a riorganizzare il proprio funzionamento attraverso l’utilizzo della didattica a distanza; quel che emerge tuttavia, aldilà delle performance molto variabili e della inadeguatezza tecnologica, è la centralità della “presenza” nei processi di apprendimento e di costruzione della socialità di base. Ho ascoltato docenti e ragazzi. Questi ultimi si sentono smarriti e rivalutano con convinzione l’importanza dello spazio fisico, del confronto sensoriale come ambiente didattico per eccellenza. E anche qui varrebbe la pena di approfondire sul principio di prossimità, sull’importanza di un presidio sociale insostituibile. La scuola, sembra banale rammentarlo, non è semplicemente un contesto di trasferimento e di condivisione dei saperi; in questo caso la ricchezza di risorse conoscitive disponibili nel web renderebbe del tutto superflua la presenza di un’istituzione come la scuola. Scambio, confronto orizzontale, mediazione dei saperi, educazione alla convivenza e alla tolleranza, incontro di differenze, conflitto entro uno spazio normato, costituiscono valori e principi base di un’istituzione educativa. La drammatica sospensione delle attività scolastiche deve interrogarci su tali questioni; non per riproporre modelli ormai superati dalla realtà, ma per ripensare funzioni, spazi, metodologie, organizzazione. La scuola italiana è una grande risorsa del presente e del prossimo futuro, e tutta la comunità educante deve avere il coraggio di ripensare profondamente sé stessa, approfittando anche dei segnali di riscoperta positiva che il contesto sta producendo.
• Sui beni di prima necessità abbiamo cominciato ad interrogarci sulle filiere organizzative e produttive che rendono possibile il nostro approvvigionamento alimentare. Dalle grandi corporation dell’agroalimentare, ai piccoli produttori sino ai cosiddetti lavoratori dell’ultimo miglio (come li definisce il sociologo Aldo Bonomi), che ci consentono di avere la merce presso le nostre abitazioni. I miei amici pescatori artigianali stanno attraversando, come tanti, un momento drammatico di crisi produttiva soprattutto per l’assenza di infrastrutture logistiche di vicinato. Facciamo una grande retorica sul kilometro zero, valorizzandone correttamente sia l’aspetto della sostenibilità ambientale sia quello della salvaguardia delle nostre produzioni e dei nostri lavoratori. Tuttavia, se non si affrontano le questioni infrastrutturali, materiali ed immateriali, relative ai temi della logistica, della distribuzione e della connessione di territorio e città, continueremo pure la nostra retorica ma le nostre dispense saranno dotate più facilmente di salmone piuttosto che del sarago locale, sempre per rimanere in contesto ittico.
• Questi giorni sono stati il terreno di sperimentazione su larga scala del cosiddetto smart working, che nel caso di specie non è altro che lavoro da casa. O meglio, l’allargamento alla platea dei dipendenti delle modalità del lavoro autonomo di seconda generazione, con la felice definizione di Sergio Bologna. Attenzione ai facili entusiasmi. Lo spazio di lavoro che entra prepotentemente nelle nostre vite private può configurarsi come una violazione, un vero straripamento, con il messaggio non troppo sottinteso che siamo soggetti perennemente al lavoro, sempre disponibili, reperibili, attivabili. Con l’aggravante che il lavoro si individualizza ulteriormente, alterandone la sua dimensione sociale e collettiva, sia sul versante dell’affermazione dei diritti sia su quello del lavoro come funzione di abilitazione sociale. Trovare forme ibride e creative può essere una felice soluzione, immaginando anche luoghi altri di condivisione, informali e capaci rompere le ritualità costrittive dei grigi uffici e l’arcaica stretta correlazione tempo-lavoro.
• La vicenda del sommerso italiano, giustamente sollevata dal ministro Provenzano, ci pone dinanzi ad una delle grandi ipocrisie del nostro paese. “Così come abbiamo sempre sostenuto, l’Italia ha tre Pil: uno ufficiale, di circa 1.600 Mld di euro; uno sommerso, di circa 540 Mld (l’equivalente del 35% di quello ufficiale); uno criminale, che supera abbondantemente i 250 Mld”, ha rammentato in un recente articolo del Sole 24 Ore il presidente di Eurispes.
Conosco molto bene e dal di dentro la realtà sociale ed economica del mezzogiorno d’Italia. La mia prima preoccupazione, pensando alla mia città, Palermo, con il progressivo acuirsi della crisi da Covid, è stata rivolta alle migliaia di persone che praticano nella quotidianità l’arte di arrangiarsi. Il piccolo venditore che staziona all’angolo della strada, il parcheggiatore abusivo, il venditore di rose ai semafori, il cameriere e il muratore a giornata. E il pensiero non può che correre a tutti gli invisibili: che fine ha fatto il piccolo indiano che ogni mattina vende pacchi di fazzolettini sotto casa? Credo che anche questi interrogativi abbiano diritto di cittadinanza su quel che sarà il dibattito per la rinascita.
• Non possiamo inoltre rimanere indifferenti di fronte alla meravigliosa potenza della Natura che, come da topos letterario distopico, riprende il proprio spazio: rimbalzano sui social video e foto con la fauna che prende possesso di luoghi urbanizzati, così come gli istituti di analisi ambientale ci forniscono dati circa la forte diminuzione di inquinamento delle acque, dell’atmosfera e, in generale, di tutti gli ecosistemi. Il rallentamento dell’attività antropica fuga ogni dubbio circa l’impatto delle attività umane sul nostro pianeta, aldilà di ogni sterile dibattito sulla figura della giovane Greta. Questi esiti possono lasciarci indifferenti circa le modalità di produzione del valore? O siamo ancora in tempo per fondare un’economia green alla ricerca tendenziale di un benessere sociale diffuso e reale?
Dovremmo avere la capacità di allargare il nostro sguardo al paradigma dello sviluppo economico, o meglio sarebbe dire del progresso economico. Questo è il tempo, come già fu in occasione della crisi del 2008, in cui si evocano salti di paradigma, certamente necessari su cui da domani concentreremo sforzi e approfondimento. Ma si tratta al contempo di essere realisti; e provare intanto a ribaltare le logiche prevalenti di tipo concentrazionario, spesso funzionali anche ad un esercizio del potere. Centralizzazione vs. territorializzazione. Vale per i ragionamenti di cura, deve valere per orientare le nostre scelte in campo economico, energetico e burocratico. Città intelligenti, certo, insieme a territori intelligenti. Tecnologia come strumento per aumentare e non per sostituire.
Emergono, come in ogni crisi aspetti molteplici, variegati e, spesso, contraddittori. E se da un lato stiamo riscoprendo il valore della prossimità, della solidarietà e della sensorialità nelle nostre relazioni, si insinua altresì, quasi come processo inevitabile, lo spettro di una società funzionalmente immunizzata, che può sacrificare la contaminazione, lo scambio e la reciprocità in nome della ricerca di una performatività rassicurante e apparentemente priva di rischi.
Stiamo insomma, in questo snodo epocale, contemplando l’antico dorso di Apollo, senza volto e senza gambe, che ci avverte con il preciso monito “Devi mutare la tua vita!”: la direzione da imprimere a tale necessario cambiamento dovrà essere, già nelle nostre azioni, solidale ed ecologica.

Messaggio importante

stemma-comunecaSono attivi due nuovi numeri di telefono utili per venire incontro alle esigenze dei cittadini che si trovano in situazione di difficoltà a causa del periodo di emergenza legato alla diffusione del Covid-19.
Per le necessità alimentari è attivo il numero 070/6774000, al quale è possibile rivolgersi dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 15,30 alle 17,30.
Il numero 070/6774001, invece, è a disposizione di chiunque avesse bisogno di un supporto psicologico ed è operativo dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 15,30 alle 17,30.

Oggi giovedì 2 aprile 2020

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—————————Opinioni, Commenti e Riflessioni, Appuntamenti—–——-
Coronavirus. “Da europeista sono arrabbiato con l’Europa”
Franco Ventroni su Democraziaoggi.
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Giovannini (ASviS): «Agire oltre la crisi. Team di esperti per la ripartenza»
Luca Mazza venerdì 27 marzo 2020 su Avvenire.it.
La proposta di creare un’unità di «resilienza trasformativa» per rimbalzare in avanti
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Riflessioni sulla pandemia dalla Comunità La Collina
di Ettore Cannavera e Stefano Sacchittella
By sardegnasoprattutto / 2 aprile 2020
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E’ online il manifesto sardo trecentotre

pintor il manifesto sardoIl numero 303
Il sommario
Per sconfiggere il coronavirus c’è bisogno di scelte equilibrate (Marco Ligas), Lettera aperta al sindaco di Cagliari Paolo Truzzu (Stefano Deliperi), Il tempo di una nuova umanità dipende da noi (Graziano Pintori), La scuola al tempo del Coronavirus (Amedeo Spagnuolo), L’ombra di Draghi (Roberto Mirasola), Emergenza Covid-19: La CSS scrive al presidente e all’assessore alla sanità (Giacomo Meloni), Le cause della recente crisi economica secondo Francesco Saraceno (Gianfranco Sabattini), Sa spesa SOSpesa (Carola Farci), I Borboni Spa (Maurizio Matteuzzi), Turchia e dintorni. La vita al tempo del Covid 19 (Emanuela Locci), La prima, nuova consapevolezza: la natura, l’ambiente (Massimo Dadea), L’otto marzo antimilitarista (Antonella Piras e Mariella Setzu), Perché la RWM raddoppia la produzione di bombe ed esplosivi nonostante l’emergenza? (Graziano Bullegas), Salvarsi (Guido Viale), Africa e nuovo Coronavirus: cosa sono i “Veronica bucket” e perché potrebbero essere utili? (Fabio Piu), Il Coronavirus e i furbetti della fabbrica di bombe Rwm (Roberto Loddo), Covid-19: Un appello per superare la crisi (Antonio Muscas), Ha ragione papa Francesco: siamo tutti sulla stessa barca (Guido Viale), Se vuoi la pace preparala (Franco Meloni), Le tensioni dei tempi attuali (Federico Palomba).

Riflessioni e proposte per il “dopo emergenza Covid-19″ nelle nostre città. Gli orti urbani antidoto alla depressione.

orti-urbani-paolo-erasmoLa fine dell’emergenza potrebbe presentarci anche una società migliore. Saremo capaci di coglierne l’occasione?
di Paolo Erasmo
In questo momento drammatico, in attesa che si possano attenuare ed eliminare gli effetti della pandemia, i dibattiti sui media da parte di politici, economisti, sociologi, amministratori… spaziano su tutti gli aspetti della situazione, non solo quindi sulle misure di tipo economico messe in campo dal governo per venire incontro alle persone (e alle imprese) in difficoltà. Tra gli aspetti a mio parere non sufficientemente trattati vi è quello di tipo psicologico. Mi sembra invece importante, me lo hanno insegnato le mie esperienze professionali e di vita, in particolar modo di quella associativa, maturata negli ultimi anni. Anche il disagio sociale di chi ha perso il lavoro non può tradursi in un aiuto solamente economico, pur indispensabile. E allora che fare al riguardo? [segue]

Che fare?

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CERCANDO LA VIA D’USCITA
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Oggi mercoledì 1° aprile 2020

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—————————Opinioni, Commenti e Riflessioni, Appuntamenti—–——-
La scuola e la pandemia
Rosamaria Maggio su Democraziaoggi.
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Aladinpensiero aderisce

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Emergenza Covid-19: Forum Disuguaglianze e Diversità e ASviS propongono al Governo misure integrative al reddito

E’ possibile costruire una diga solida contro l’impoverimento. Il Forum Disuguaglianze e Diversità e l’ASviS, assieme a Cristiano Gori dell’Università di Trento, propongono due misure integrative al decreto Cura Italia: il Sostegno di emergenza per il lavoro autonomo (SEA) e il Reddito di Cittadinanza per l’Emergenza (REM).
- LEGGI LA PROPOSTA INTEGRALE.
- ADERISCI ALLA NOSTRA PROPOSTA.
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Oggi martedì 31 marzo 2020

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Coronavirus. Carte, telefonini: quid juris per il controllo a distanza?
Andrea Pubusa su Democraziaoggi
Per combattere il coronavirus tracciamento delle persone tramite telefonini carte di credito e simili? Ci sono molti sedicenti esperti che ammettono senz’altro queste limitazioni sulla base di ragionamenti di buon senso e di pura opportunità (prima la salute poi la riservatezza). Credo sia un modo errato di porre il problema.[...]
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I “diritti dell’uomo”. La “scoperta” dell’Illuminismo caduta nell’oblio
di Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Vincenzo Ferrone, autorevole studioso dell’Illuminismo e dell’Ancien régime, in “Storia dei diritti dell’uomo” solleva una questione di peculiare interesse per i politici, i giuristi e i sociologi impegnati a definire i diritti dell’uomo in tutte le sedi internazionali. Essi, però, a parere dell’autore, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, si sono […]
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La scelta del governo tra un reddito di emergenza e uno incondizionato anche per «dopo»
Reazioni a catena. Pd e Cinque Stelle convergono sull’idea di estendere il reddito di cittadinanza chiesta dalla campagna per il Reddito di quarantena e dalla petizione del Basic Income Network Italia. Per i promotori la misura non può essere però intesa come “transitoria”. Dev’essere strutturale: “L’emergenza c’era già prima del Coronavirus e durerà dopo in condizioni peggiori. E’ necessaria una misura strutturale e individuale”. Ma nel governo l’orientamento prevalente sembra quello di una misura “transitoria” o “di sopravvivenza”. Anche se c’è anche qualcuno che vuole una modifica dei vincoli attuali. Renzi e Salvini rifiutano tutte le opzioni e chiedono di finanziare le imprese. La nuova misura potrebbe partire già da aprile. Su il manifesto del 29 marzo 2020.

Coronavirus. Preparamoci anche in Sardegna la fase del “contenimento”

04d1aebf-cb70-4482-89e9-e4cfd2da8b78DOMANI… NON E’ UN ALTRO GIORNO
di Gianni Pisanu.

Con l’intento di stimolare tutti a contribuire col massimo impegno a fronteggiare la tragica emergenza VIRUS, mi preoccupo di richiamare l’attenzione sulle esperienze fin qui a nostra disposizione maturate prima nel Centro Nord Italia e che ora riguardano la nostra Isola. [segue]

Emergenza coronavirus e oltre. Il contributo degli intellettuali sull’ala del pensiero: Tutela della Salute

ss-trinita-caRipensare la sanità
di Beppe Andreozzi*

L’emergenza di questi giorni ci porta a riflettere sullo stato dell’organizzazione della sanità in Italia, le luci e le ombre del nostro sistema.
Facciamo un passo indietro e partiamo dalla Carta Costituzionale (1948), all’interno della quale l’art. 32 primo comma aveva statuito: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti».
Il sistema sanitario italiano, all’epoca e ancora fino alla fine degli anni settanta, si reggeva su un sistema di tipo assicurativo-previdenziale organizzato sulle “mutue” nate alla fine dell’Ottocento su base volontaria e solidaristica nell’ambito delle società operaie, poi divenute obbligatorie nel corso del Novecento.
In base all’appartenenza a una determinata categoria di lavoratori, gli stessi e i loro familiari fruivano di un’assistenza sanitaria differenziata a seconda della ricchezza della cassa. Esistevano quindi medici specialisti e una moltitudine di enti ospedalieri privati o pubblici, nati quasi tutti come “opere pie” grazie a lasciti di munifici benefattori, convenzionati con una o un’altra cassa mutualistica e anche la natura delle prestazioni erogata dai medesimi soggetti cambiava da caso a caso.
La cura dei cittadini non assicurati sprovvisti di adeguato reddito poteva essere prestata da medici ed enti ospedalieri solo su base caritatevole.
Per quasi trent’anni l’unica novità, certo non indifferente, prodotta dalla norma costituzionale fu quella dell’obbligo per lo Stato di garantire anche ai non abbienti cure gratuite, assicurate prevalentemente nel territorio comunale dai “medici condotti” e in caso di degenza col ricovero nelle strutture ospedaliere pubbliche.
Il sistema fu rivoluzionato con la legge n. 833 del 1978 che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale. Tratti principali di questa riforma furono: il finanziamento della sanità pubblica, posto a carico della fiscalità generale; la soppressione delle casse mutualistiche e degli enti ospedalieri pubblici; la creazione delle Unità Sanitarie Locali, concepite come organi di collegamento dei comuni e delle comunità montane, nell’ambito delle quali confluirono gli stabilimenti ospedalieri, gli uffici e i servizi territoriali della sanità, organizzate secondo criteri e obiettivi fissati dallo Stato, quanto alle linee generali, e dalle Regioni attraverso i piani sanitari.
Diventava quindi compito delle USL organizzare tutta l’attività sanitaria, anche di prevenzione, del territorio ed erogare le prestazioni sanitarie mediche, specialistiche, riabilitative, ospedaliere, direttamente o attraverso strutture private convenzionate.
La riforma, che sicuramente aveva rivoluzionato in senso positivo l’organizzazione della salute nel Paese, consentendo una tutela sanitaria omogenea e coerente nei confronti dei cittadini, fu però sottoposta a un ampio processo di revisione, volto a ridimensionare l’ingerenza della politica nella gestione delle USL, governate da “comitati di gestione” rappresentativi delle forze politiche presenti nel territorio, nonché a porre sotto controllo i flussi di spesa, in un momento di grave crisi economica del Paese.
Nacquero così le modifiche introdotte al sistema coi decreti legislativi n. 502 del 1992 e n. 229 del 1999, con le quali si imponeva alle USL, trasformate anche nominalmente in aziende sanitarie, un modello di tipo aziendale fondato su criteri di economicità e si poneva al vertice di esse un direttore generale con funzioni di tipo manageriale, dotato di poteri tipici del privato datore di lavoro.
Esemplarmente, l’art. 3 del decreto legislativo n. 502/92 come modificato dal decreto legislativo n. 229/99 aveva previsto al comma 1-ter che «le aziende sanitarie sono tenute al rispetto dei vincoli di bilancio attraverso l’equilibrio di costi e ricavi, compresi i trasferimenti di risorse finanziarie» e al comma 6 che «al direttore generale compete in particolare verificare, mediante valutazioni comparative dei costi, dei rendimenti e dei risultati, la corretta ed economica gestione delle risorse attribuite ed introitate…».
I criteri di gestione delle aziende sanitarie, al di là delle enfatiche affermazioni di principio contenute negli atti regionali e aziendali, si fondano oggi su variabili puramente economiche quali costi, ricavi, rendimenti, equilibri di bilancio e sulla corretta applicazione di tali criteri vengono giudicati i direttori generali che le amministrano.
In una logica di efficienza e produttività certamente non rientrano investimenti impegnativi che gravano sui bilanci delle aziende e non rispondono a criteri di efficienza e produttività.
Ecco perché, veniamo ai nostri giorni, le aziende sanitarie italiane si sono trovate all’improvviso sprovviste di presidi individuali di protezione e di strumenti per la rianimazione eccedenti le esigenze ordinariamente preventivabili.
Eppure sarebbe saggio prevedere, nell’organizzazione della sanità, riserve strategiche di materiali, organici e strutture destinate a fronteggiare possibili emergenze, quali possono essere determinati da epidemie, ma anche da calamità naturali o da incidenti a impianti industriali o mezzi di trasporto, senza che nessuno possa contestarne la svantaggiosità, non trattandosi di prestazioni suscettibili di essere contabilizzate.
È opportuno ripensare gli attuali modelli organizzativi, senza rinunziare ovviamente al rigore nei controlli della spesa e dell’efficienza dei servizi erogati.
Ciò di sicuro comporterebbe costi aggiuntivi che, in tempi ordinari, potrebbero apparire sovrabbondanti, ma dovremmo imparare ad accettarli.
In fondo, ogni anno spendiamo per la difesa 23 miliardi di euro, 64 milioni al giorno, 5 miliardi all’anno solo di armamenti; eppure l’Italia ripudia la guerra (come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, art. 11 della Costituzione) e, grazie a Dio, non siamo in guerra da 75 anni e nessuno, al giorno d’oggi, sembra interessato ad aggredirci militarmente. Eppure spendiamo, tanto e senza significative obiezioni, per prepararci a una guerra che forse non vedremo mai.
Forse i tempi e la coscienza collettiva sono maturi per considerare la salute come un bene prezioso da tutelare e ripensare i criteri che determinano la spesa e l’organizzazione della sanità.
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* Con questo articolo comincia la collaborazione editoriale del nostro amico Giuseppe Andreozzi.
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La CSS scrive al presidente e all’assessore alla sanità

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La Confederazione Sindacale Sarda-CSS segue con attenzione e preoccupazione l’evolversi dell’emergenza creata anche in Sardegna dal Covid-19 sia sotto l’aspetto sanitario che sotto l’aspetto socio-economico. [segue]

Precisazione della Caritas diocesana di Cagliari in merito ai servizi essenziali per le persone bisognose

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La Caritas diocesana di Cagliari, nella persona del suo direttore, don Marco Lai, informa [segue]

Oggi lunedì 30 marzo 2020

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—————————Opinioni, Commenti e Riflessioni, Appuntamenti———-
Finalmente riparliamo di scuola!
30 Marzo 2020
Gabriella Lanero su Democraziaoggi.
In questi giorni si riparla della scuola: social, media e stampa riferiscono e commentano sull’informativa della ministra Azzolina al Senato, il 26 marzo scorso, in questi tempi di Covid 19.
All’informativa è seguito il dibattito in cui sono intervenuti nove senatori rappresentanti dell’opposizione e della maggioranza. Su questa presa di parola in una sede autorevole, […]
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Perché lavorare? Grillo rilancia il reddito di cittadinanza. Per tutti
di Francesco De Palo su formiche.net
Proposta di Beppe Grillo: “Mettere al centro l’uomo e non più il mercato del lavoro” e cita il fondo fossile dell’Alaska. Ma intanto si apre il dibattito sulle conseguenze, anche di principio, di questa idea. [segue]

Emergenza coesione sociale: presto un reddito di quarantena o chiamatelo come volete?

La scelta del governo tra un reddito di emergenza e uno incondizionato anche per «dopo»
Reazioni a catena. Pd e Cinque Stelle convergono sull’idea di estendere il reddito di cittadinanza chiesta dalla campagna per il Reddito di quarantena e dalla petizione del Basic Income Network Italia. Per i promotori la misura non può essere però intesa come “transitoria”. Dev’essere strutturale: “L’emergenza c’era già prima del Coronavirus e durerà dopo in condizioni peggiori. E’ necessaria una misura strutturale e individuale”. Ma nel governo l’orientamento prevalente sembra quello di una misura “transitoria” o “di sopravvivenza”. Anche se c’è anche qualcuno che vuole una modifica dei vincoli attuali. Renzi e Salvini rifiutano tutte le opzioni e chiedono di finanziare le imprese. La nuova misura potrebbe partire già da aprile.
reddito-di-quarantena-il-manifesto di Roberto Ciccarelli, su il manifesto, [segue]