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Oggi giovedì 22 febbraio 2018

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Francesco Cocco, con rigore e generosità anche dopo…
22 Febbraio 2018

Andrea Pubusa su ——————

La prima volta che ho visto il mare.

img_4804Storie di immigrazione in forma teatrale
partendo da Seui.

di Gianni Loy.
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Elezioni

sedia di VannitolaLa sedia
di Vanni Tola
img_4633Elezioni: arma di distrazione di massa? La sorpresa potrebbe essere una diffusa diserzione del voto.
Entro certi limiti appare ovvio e scontato che le elezioni politiche siano l’argomento principale dei Media. Da lì a cancellare quasi totalmente tutto ciò che accade intorno a noi c’è una bella differenza. E non sono fatti di poco conto. Una piattaforma petrolifera dell’Eni diretta in una parte del mediterraneo importantissima per i suoi giacimenti di petrolio, è bloccata in alto mare circondata da navi militari che mettono in discussione i contratti che l’Eni ha ottenuto per le trivellazioni in quell’area geografica. Una vasta parte del Mediterraneo nella quale si trovano vastissimi giacimenti petroliferi che attribuiscono a quella parte di mare un valore strategico per i paesi limitrofi. Un luogo intorno al quale soffiano crescenti venti di guerra, una miccia accesa che se non disinnescata immediatamente potrebbe determinare l’avvio di un conflitto bellico a due passi da casa nostra. E noi tutti li, davanti ai televisori, ad assistere alle rappresentazioni del teatrino della politica con i vari Di Maio, Renzi, Salvini e l’immarcescibile ex cavaliere che continua a scendere e riscendere in campo in una sorta di moto perpetuo. Trump, il funambolico presidente americano, ha appena annunciato che intende rilanciare la corsa all’armamento nucleare e convenzionale facendo carta straccia di tutti gli accordi internazionali per il disarmo e la progressiva distruzione delle armi nucleari e promettendo la realizzazione di “mini” atomiche più facilmente trasportabili e meglio impiegabili nei conflitti “locali”. Quasi nessuno se ne preoccupa pur sapendo che tali decisioni del presidente Trump comporteranno, per conseguenza diretta, una generalizzata ripresa della corsa agli armamenti in molti altri paesi del mondo accrescendo il pericolo di conflitti internazionali dalle conseguenze inimmaginabili. Il traffico di migranti e gli sbarchi in Italia sono ripresi e crescono nonostante i dati governativi parlino di un consistente calo degli stessi. Si sa ma non si dice. Motivazioni di carattere elettorale impongono di blindare la cosi detta vittoria della linea Minniti e il suo scellerato patto sull’immigrazione con la Libia almeno fino al dopo elezioni. Analoga scelta è stata fatta per la discussione sullo Jus Soli, accantonata in attesa di “tempi migliori” per puro calcolo elettoralistico. Va bene cosi alla sinistra renziana ma anche alla destra fascista e xenofoba che dal permanere di tale condizione trae linfa per la propria campagna elettorale. L’Italia continua a essere un paese in guerra – come ha puntualmente denunciato Gino Strada – e nessuno dei partiti impegnati nella campagna elettorale fa sentire parole di denuncia contro questa palese violazione di uno dei punti fermi della nostra Costituzione, il ripudio della guerra per la risoluzione di conflitti tra popoli e nazioni. Partono i nostri soldati, questa volta verso l’Africa. Risolviamo tutto definendo tali azioni “missioni di pace” e ciò basta per rendere tutto lecito perfino la produzione nella nostra Isola di bombe da destinare ai belligeranti. A noi, o meglio a molti di noi, sembra interessare soltanto la conclusione della campagna elettorale e andare al voto. Tutto concorre a farci credere che questo sarà il nostro unico scopo di vita per le prossime settimane. Circolano con abbondanza i soliti e poco attendibili sondaggi che ci dicono perfino quale sarà il risultato del voto con un largo anticipo. Votare è bello, votare è giusto, votare é doveroso, non si ammettono obiezioni in proposito. L’informazione nel suo complesso e quella televisiva in particolare, insistono su questo, stanno sulla notizia, dando per scontato che l’unico comportamento possibile, quello atteso, sarà il voto. Poco ci si sofferma sul fatto che un buon trenta per cento degli elettori (forse anche più) non andrà a votare esercitando un diritto di scelta legittimo almeno quanto quello al voto. (segue)

Usa – Cina, condominio del mondo. La Russia bussa per entrare.

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Gli interessi che legano a “doppio filo” gli USA e la Cina

di Gianfranco Sabattini*

L’ordine mondiale, almeno nel momento attuale, sembra non soffrire di alcun pericolo riguardo alla sua stabilità; ciò, per via del fatto che le due massime potenze economiche globali, USA e Cina, non hanno interesse, per vari motivi, a deteriorare i loro rapporti. La Cina è impegnata sul fronte interno per rimediare ai profondi squilibri, approfonditisi malgrado l’impetuosa crescita sperimentata negli ultimi decenni. La stabilizzazione dei risultati conseguiti è però strettamente legata alla possibilità di poter continuare ad espandere le proprie esportazioni verso il resto del mondo. Inoltre, come gli Stati Uniti, la Cina ha interesse a risolvere il problema della minaccia nucleare rappresentata dalla politica di Pyongyang, per garantire la stabilità dei traffici internazionali, necessaria per supportate la crescita delle proprie esportazioni.
Con riferimento agli USA, per quanto siano molti i motivi di possibili conflitti che potrebbero insorgere con la Cina, il problema del necessario “congelamento” della minaccia atomica della Corea del Nord li ha riavvicinati alla potenza asiatica in quanto, a parere di Carlo Jean, esperto di geopolitica e di studi strategici (“USA e Cina: competitori legati a filo doppio”, in Aspenia n. 79/2017), per Washington è indispensabile il sostegno di Pechino nel gestire l’”affaire” nordcoreano, “anche per la riluttanza di Seul a contemplare l’uso della forza, malgrado le pressioni di Donald Trump – che è persino giunto a minacciare la cancellazione dell’accordo di libero scambio tra i due Paesi per indurre la Corea del Sud ad allinearsi con le minacce americane di attacco preventivo”.
Gli USA, però, non hanno sinora definito una stabile strategia per spingere la Cina a collaborare per la risoluzione del problema della denuclearizzazione di Pyongyang, mostrando poco interesse alla proposta avanzata da Henry Kissinger, consistente nell’impegno che gli USA dovrebbero assumere nei confronti della Cina, in caso di collasso della Corea del Nord, a ritirare le forze americane attualmente dislocate nella penisola coreana, a cessare le esercitazioni militari congiunte con le forze di Seul e, soprattutto, a non favorire ciò che la Cina teme al di sopra di ogni altra minaccia: la possibile riunificazione delle due Coree.
Tuttavia, a parere di Jean, anche se gli USA fossero disposti a dare seguito alla proposta di Kissinger, la Cina avrebbe valide ragioni per continuare a nutrire seri dubbi sulla volontà di Washington di rispettare gli impegni assunti; ciò, per varie ragioni, antiche e moderne. Innanzitutto, perché la Cina non è, com’è noto, tanto disponibile a dimenticare i torti subiti, anche se lontani nel tempo, come quello che gli USA hanno “consumato” ai suoi danni, in occasione degli accordi di Versailles del 1919, allorché hanno promesso al Giappone i territori cinesi occupati dagli Stati europei. In secondo luogo, perché buona parte delle politica internazionale dell’amministrazione Obama è stata condotta col preciso intento di contenere la continua espansione internazionale degli interessi cinesi, cui ha fatto seguito la campagna presidenziale del 2016, nello svolgimento della quale Trump ha avuto modo di affermare che la Cina sottraeva posti di lavoro agli americani, “manipolando” la moneta e “barando al gioco” con la Corea del Nord. Infine, la diffidenza di Pechino nei confronti di Washington è alimentata dal fatto che il dibattito pubblico statunitense faccia trapelare che nei rapporti con la Cina persista il convincimento dell’esistenza della “Trappola di Tucidide”, evocante, al pari di quanto accaduto nei rapporti fra Atene e Sparta prima della guerra del Peloponneso, l’”inevitabilità di uno scontro fra la potenza egemone e una potenza emergente che ne insidi la superiorità”.
Non è detto però che sia destinata a materializzarsi la presunta inevitabilità di un conflitto armato o di una guerra commerciale; anzi sono molti, invece, i motivi che spingono le due potenze economiche globali a collaborare tra loro; a parere di Jean, fra questi, soprattutto da parte degli USA, vi è sicuramente la palese incapacità di “salvaguardare il ‘proprio’ ordine mondiale”, ma anche e soprattutto “la crescente consapevolezza di Washington di non poter gestire la questione nordcoreana senza il sostegno cinese”.
La propensione degli USA a collaborare con la Cina non è nuova, se si tiene conto del fatto che negli Stati Uniti, negli ultimi decenni, si sono affermate due “dottrine” contrapposte sulle relazioni con il grande Paese asiatico: la “dottrina Armitage” e la “dottrina Zoellick”. La prima, che trae il nome da Richard Armitage, consulente del Ministero della difesa americana ai tempi di Bush padre, sostiene l’inevitabilità di un conflitto e la necessità di contenere Pechino, sia sul piano economico che su quello strategico; la seconda, che trae il nome da Robert Zoellick, vice Segretario di Stato ai tempi di Bush figlio, sostiene, al contrario, l’essenzialità della Cina nel condividere, con gli Stati Uniti, le “responsabilità della conservazione del nuovo ordine mondiale”.
Questa seconda dottrina prevede la possibile gestione di tale ordine in regime di duopolio; la ragione che la ispira sta nell’assunzione della complementarità delle due economie, nella convinzione da parte americana che la Cina “non possa mai competere con gli Stati Uniti in una guerra commerciale, né che mai costituirà una seria minaccia militare agli interessi americani nel mondo, e neppure nel sistema Asia-Indo-Pacifico”. La dottrina Zoellick trova conforto nel fatto che, dopo il suo inserimento nell’economia mondiale e il particolare sviluppo dei comparti produttivi manifatturieri, la Cina ha reso la propria economia dipendente dal mercato mondiale e dalla disponibilità di grandi infrastrutture (quali sono le vie della seta in fase di realizzazione, con l’attuazione del progetto BRI-“Belt & Road Iniziative”) attraverso le quali importare le materie prime delle quali necessita e per esportare i propri manufatti.
Contrariamente alle tendenza protezionistiche attuali degli Stati Uniti, la Cina sarà interessata ad integrare sempre di più la propria economia nel mercato globale, diventando il principale sostenitore della globalizzazione e del multilateralismo economico, occupando il vuoto creato dall’attuale amministrazione americana, “nel dare priorità all’’America First’, rispetto alla leadership mondiale, che era stata l’obiettivo costante di Washington dopo il secondo conflitto mondiale”. A parere di Jean, la Cina persegue i propri obiettivi, ricorrendo in modo esclusivo a un “soft power”, in sostituzione di quello americano fondato sui “principi”, che le consente di accreditare le propria politica commerciale in termini pacifici; fatto questo che le permette anche di porre, sempre più nettamente, la propria politica commerciale mondiale in alternativa a quella americana.
Secondo Jean, alla base della disponibilità di Washington a tollerare la continua espansione commerciale della Cina, e a consentire la prosecuzione della realizzazione delle grandi vie della seta, potrebbe esservi anche l’obiettivo degli USA di contenere la concorrenza della Russia nei Paesi dell’Asia centrale, che Mosca considera ricadenti all’interno della propria esclusiva zona di influenza. Per altro verso, l’interesse della Cina a collaborare con Washington potrebbe essere giustificato dalla necessità di attenuare lo stato di tensione causato dalla trasformazione della Corea del Nord in potenza nucleare. Ciò perché il governo cinese non possiederebbe il “livello di influenza e capacità di pressione su quello nordcoreano che gli Stati Uniti le attribuiscono”; ragione, quest’ultima, per cui la Cina, sempre in funzione della conservazione di stabili condizioni di pace nell’area del Pacifico, tende ad affievolire gli “intenti punitivi di Washington ai danni di Kim Jong-un, ma anche per evitare che a trarne vantaggio possa essere la Russia, che approfittando dell’instabilità strategica che il perdurante stato di tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord potrebbe offrirle, anche solo come “possibile mediatore”, sebbene i suoi rapporti commerciali con la Corea del Nord siano del tutto trascurabili.
Le considerazioni sinora svolte sono di per sé sufficienti a lasciar prevedere l’interesse degli USA e della Cina ad approfondire la collaborazione economica, senza che ciò possa essere ostacolato dagli effetti del deficit commerciale e dell’indebitamento estero degli Stati Uniti. A parere di Jean, sia il deficit commerciale che l’indebitamento estero, e soprattutto il fatto che la Cina ne possieda una consistente quota, non possono compromettere l’interesse alla reciproca collaborazione. Ciò perché – afferma Jean – la competizione strategica e commerciale e la possibile manipolazione delle monete non “avvengono nel vuoto: sono inseparabili dalla geopolitica, dalla lotta politica interna e dagli equilibri economici e militari globali. Inoltre, lo scarso “interesse di Trump per i diritti umani”, tradizionale motivo con cui le precedenti amministrazioni americane erano solite giustificare in parte l’aggressività della loro politica estera, tende ad avvicinare ancora di più USA e Cina nella collaborazione sul piano della politica commerciale globale. Malgrado le minacce protezionistiche del nuovo presidente americano, lo scoppio di una guerra commerciale, almeno nella fase attuale, appare plausibilmente del tutto improbabile, in quanto le sue conseguenze sarebbero disastrose per entrambe le due superpotenze.
Concludendo, Jean è del parere che le relazioni fra Stati Uniti e Cina non siano destinate, almeno per ora, a deteriorarsi; sarà, infatti, “la politica interna, più che la geopolitica, a determinare il futuro dei rapporti fra Washington e Pechino”; per cui le preoccupazioni da molti avanzate “circa l’aumento della potenza militare cinese e il sorpasso del PIL americano da parte di quello cinese sono in gran parte ingiustificate”.
I problemi interni che la Cina dovrà affrontare per diminuire gli squilibri territoriali e sociali saranno di enorme portata. A tal fine, essa dovrà affrontare un’incisiva ristrutturazione economica, destinata ad avere “profondi riflessi sulle relazioni con gli Stati Uniti e con il resto del mondo”, non solo per l’intento, che sicuramente non vorrà abbandonare, di voler continuare a conservare un sistema economico liberista, per quanto gestito da un sistema politico fortemente centralistico ed autoritario, ma anche perché gli accresciuti squilibri territoriali e sociali non mancheranno di creare condizioni di instabilità, che varranno ad ostacolare la politica inaugurata da Xi Jinping. Questi, infatti, pur avendo rafforzato il proprio potere e quello del Partito Comunista Cinese, vuole aprire alla Cina una “nuova era”, dopo quella della liberalizzazione dell’attività economica voluta Deng Xiaoping; a tal fine, Xi avrà bisogno di stabilità, non solo interna, ma anche internazionale; pena la mancata possibilità di perseguire, entro il 2050, l’obiettivo di fare della Cina la più grande potenza economica mondiale.
La realizzazione dell’obiettivo renderà anche irrinunciabile l’approfondimento della collaborazione con gli USA; da un lato, perché sarà necessario il supporto del mercato interno statunitense per perseguire con successogli obiettivi interni e internazionali; da un altro lato, perché, assieme agli USA, la potrà meglio contenere, quantomeno in una posizione di stallo, la situazione critica dei rapporti con la Corea del Nord. Tuttavia, se la prospettiva di un continuo approfondimento della collaborazione tra gli Stati Uniti e la Cina può salvaguardare la conservazione di condizioni di stabilità e di pace a livello globale, non è privo di preoccupazioni il fatto che dal nuovo “condominio del mondo USA-Cina” sia estranea la Russia, proprio per questo propensa, come molti affermano, a “pescare nel torbido”, ovvero a creare situazioni di crisi, per trarne vantaggio.
Vien fatto di pensare che l’atteggiamento russo a livello internazionale, non sia la conseguenza di una politica premeditatemene aggressiva ai danni del resto del mondo, quanto l’esito degli effetti ereditati dal passato regime; quest’ultimo, avendo privilegiato costantemente l’industria pesante, ha impedito, dopo il crollo dell’URSS un processo di riconversione della struttura produttiva che si integrasse progressivamente nel mercato mondiale dei prodotti dei comparti produttivi leggeri, così come invece ha fatto la Cina. Oggi, perciò, alla Russia non resta che fare affidamento sulle esportazioni di materie prime, prevalentemente energetiche, che la estraniano dal mercato globale che conta, dove la Cina occupa una posizione dominante.
Il fatto che la Russia nella sua politica commerciale mondiale usi a volte la natura particolare delle sue esportazioni come strumento di ricatto può indurre a farla percepire come aggressiva e propensa a “pescare nel torbido”; per altro verso, però, il possibile fraintendimento dell’uso delle esportazioni, vale ad affermare la necessità che, al pari di quanto avvenuto all’indomani del crollo dell’URSS, i Paesi che l’hanno “aiutata” si adoperino per favorire una maggiore diversificazione della sua produzione nazionale, per supportare una sua crescente integrazione nel mercato mondiale. Ciò nell’interesse di tutti, per la conservazione di uno stabile ordine mondiale in condizioni di pace.

* Anche su Avanti online

Oggi mercoledì 21 febbraio 2018

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Sviluppo locale e coinvolgimento diretto delle popolazioni
21 Febbraio 2018

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
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Ieri assemblea coi candidati del NO. Appuntamento al 5 marzo per iniziare la campagna contro la legge elettorale-truffa regionale
21 Febbraio 2018

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Red su Democraziaoggi.
(Segue)

È online il manifesto sardo duecentocinquantacinque.

pintor il manifesto sardoIl numero 255
Il sommario

Esperti di marketing o politici? (Ottavio Olita), Fine del liberalismo occidentale e democrazia illiberale (Gianfranco Sabattini), Un po’ di sano buon senso per i Daini del Parco naturale regionale di Porto Conte (Stefano Deliperi), La storia del movimento delle donne in Palestina (Prima parte: 1884-1949) (Valentina Brau), Turchia e dintorni. Sentirsi in pericolo (Emanuela Locci), La Grecia e le fake news (Daniela Sansone), Il Cile nelle mani della destra. E l’Italia? (Raffaele Deidda), AutodetermiNatzione, una lista elettorale ma non solo (Francesco Casula), Rwm Domusnovas. Iglesias vincitrice del premio Chiara Lubich per la Fraternità (Arnaldo Scarpa).

Domani. Storie di migranti

LA PRIMA VOLTA CHE HO VISTO IL MARE
Storie di immigrazione in forma teatrale
partendo da Seui
(di Gianni Loy)
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con
LIA CAREDDU
MARCO BISI
ELEONORA GIUA

colonna sonora:
ALESSANDRO OLLA

regia
CRISTINA MACCIONI

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Mercoledì 21 febbraio 2018 – ore 17,30
TEATRO DEI CIECHI
Via Nicolodi 104 (Prolungamento viale S. Ignazio).

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Oggi martedì 20 febbraio 2018

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Verso il 4 marzo: per chi e per cosa votare?
20 Febbraio 2018
Su Democraziaoggi e su Aladinews
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Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria.
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Oltre il 4 marzo. Alchimie di grandi intese.

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di Roberta Carlini, su Rocca*
Può succedere di tutto, ma può anche non succedere niente. A pochi giorni dal voto del 4 marzo, i sondaggi e le previsioni degli osservatori più attenti concordano nel prevedere un risultato incerto, che potrebbe consegnare il Paese a una nuova fase di transizione, con un parlamento diviso in tre blocchi e incapace di garantire la maggioranza a nessuno degli schieramenti in campo.

È vero che i sondaggi spesso sono fallaci, e gli stessi istituti di ricerca più autorevoli invitano alla prudenza: basti pensare che, rispetto a soli dieci-quindici anni fa, sono molti meno gli interpellati che rispondono alle domande telefoniche sulle intenzioni di voto; che a volte queste ricerche sono fatte solo usando i telefoni fissi; che dunque l’attendibilità del campione così selezionato è minore che in passato; e che le regole spesso irrazionali della nuova legge elettorale rendono molto difficile prevedere cosa succederà in ogni singolo collegio.
Però è anche vero che sulle grandi tendenze e i grandi numeri c’è una certa concordia, tra tutti gli istituti demoscopici: l’unico schieramento in grado di ambire alla conquista della maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato è quello di centro-destra. Se questo non succederà – e potrebbe non succedere, tutto dipende dall’esito della parte uninominale della votazione – il prossimo parlamento sarà diviso in tre spicchi, come il precedente. Con la sola differenza che la fetta dei Cinque stelle, nonostante le deludenti prove di governo delle città date nel frattempo, la «separazione» di Grillo e gli infortuni della campagna elettorale, potrebbe essere più grande che nell’ultima legislatura. Ma, a meno di clamorose sorprese e dunque la conquista da parte dei pentastellati del premio di maggioranza, i seggi non basteranno al candidato Di Maio per formare un governo autosufficiente; e poiché il suo movimento ha fatto dell’autosufficienza e del rifiuto delle alleanze con altri il suo marchio distintivo, i Cinque Stelle potrebbero allo stesso tempo essere il primo partito eppure non esprimere il nuovo governo.

la cabala delle probabilità
E allora? Si lavora già sulle formule, entrando persino nei dettagli delle varie possibilità, che ruotano tutte attorno alle «larghe intese». Cioè un’alleanza tra la maggioranza che sostiene il governo uscente (il centrosinistra, ossia il Pd più gli alleati della lista di Emma Bonino più il piccolo cespuglio centrista) e Forza Italia (il partito del Caimano essendo considerato la parte «moderata» del centrodestra, da staccare dagli estremi, Lega e Fratelli d’Italia, in nome della responsabilità nazionale).
Va detto che questa possibilità è ventilata anche in un altro caso, ossia quello in cui un centrodestra vincente non riuscisse a mettersi d’accordo su governo e programma, data la incompatibilità di molte delle posizioni al suo interno, dall’Europa alla legge Fornero, dal federalismo fiscale ai nuovi condoni; preoccupazione molto fondata su dati di fatto, ma che trascura quel formidabile collante che è il potere, capace di far convivere, con adeguata spartizione del bottino, anche istanze tra loro lontane.

ma con quali programmi?
Quel che colpisce però è che, anche tra i tanti che approfondiscono le alchimie delle larghe intese, sia totalmente negletto il merito, ossia il contenuto dell’azione di un futuro governo di questo tipo. Si parla di composizione, di leader (Gentiloni? Minniti? Un forzista?), di durata, di equilibri interni; ma mai del programma.
Qualche settimana fa, al termine di una trattativa durata mesi, il partito socialdemocratico tedesco e la Cdu-Csu hanno presentato le loro «larghe intese»: la Grosse Koalition, contestatissima dalla base della Spd, potrebbe anche non vedere mai la luce, visto che deve essere sottoposta a referendum in quel partito – i cui risultati, coincidenza curiosa, si conosceranno nella stessa sera nella quale arriveranno quelli del voto italiano. Ma se nascerà, la Grande coalizione tedesca avrà il programma già pronto: scritto nelle settimane del negoziato, lungo ben ventotto pagine, con capitoli, dettagli e numeri. Quale programma potrebbe avere la grande coalizione italiana?
Abbiamo provato a fare un esercizio, sfogliando le paginette che i vari partiti hanno consegnato al Viminale e le slide che usano nella propaganda elettorale, e cercando possibili punti di incontro, limitandoci ai contenuti di politica economica. Impresa complicata, in primo luogo a causa della genericità dei programmi. Come ha notato l’Istituto Cattaneo in uno studio su tutti i partiti, le affermazioni generali, che non contengono proposte specifiche di singole politiche, sono prevalenti un po’ ovunque. Per il Pd sono «generali» il 76,4% degli enunciati del programma; per Forza Italia il 70,4%. È del tutto prevedibile altrettanta genericità anche in un «programma delle larghe intese» (far uscire il Paese dalla crisi, rilanciare l’occupazione, aiutare i più deboli, cose così). Ma immaginando di essere in Germania e pretendendo impegni più precisi, cosa mai potrebbero scrivere sullo stesso foglio gli sherpa del Pd e quelli del partito di Berlusconi?

l’Europa
Al primo posto potrebbe esserci l’Europa. Un governo così nascerebbe anche (forse soprattutto) per rassicurare Bruxelles, le cancellerie europee e i mercati del fatto che l’Italia resta dov’è, che i temutissimi populisti non entreranno nelle stanze del potere, che Roma resterà un interlocutore della Commissione europea e della Bce. Ma, al contrario che negli ultimi venti-trent’anni, questa adesione di per sé non fa un programma. Ricordiamo che nel recente passato l’Italia ha già avuto due governi di grande coalizione; il primo fu quello di Mario Monti e la sua agenda fu dettata dalla necessità di uscire dalla crisi del debito sovrano, quella che aveva portato lo spread dei nostri titoli pubblici alle stelle: di fatto, la sua prima manovra economica d’urgenza fu dettata dall’eurogruppo. Il secondo fu quello di Enrico Letta, la larga alleanza durò poco perché il voto del Senato sull’espulsione di Berlusconi dopo la condanna per corruzione portò alla fuoriuscita dalla maggioranza di Forza Italia, ma per un po’ ci fu e anche in questo caso l’agenda della politica economica fu in sintonia con i desiderata della Commissione Ue. Stavolta le cose sono diverse.
È vero che abbiamo avuto diverse tirate d’orecchie sui conti pubblici, e che in primavera potrebbe arrivare la richiesta di una manovra correttiva. Ma è anche vero che – per ora – non c’è una emergenza sui mercati; che le istituzioni europee si sono fatte da un po’ più flessibili, anche senza ammetterlo esplicitamente; e che uno dei contenuti della Grande Coalizione tedesca ha a che vedere proprio con il processo di riforma dell’Unione. Questo non vuol dire che avremo un’Europa benigna, progressista e in grado di tirarci generosamente fuori dalle secche. Ma che non siamo più al 2011-2012, a programmi politici di fatto determinati dall’esterno e nei quali la politica interna poteva solo immettere dettagli di bricolage: anche perché – e questo è un punto in comune – sia il Pd renziano che il sedicente moderatismo del nuovo Berlusconi chiedono una revisione dell’austerity europea. Che poi riescano a ottenerla, è tutto da dimostrare. Ma scriverlo in un programma non costa niente…

tasse e fisco
Il problema è che poi quel programma dovrebbe essere credibile anche sugli altri punti, sulle riforme interne. E qui le proposte divergono. Il cavallo di battaglia di Forza Italia è la flat tax (della quale abbiamo parlato nel numero precedente di Rocca): un’aliquota unica al 23 per cento e una «no tax area» a 12.000 euro annui (vale a dire, non si pagano tasse sotto quella cifra).
La proposta del Pd invece non tocca le aliquote, ma vede una revisione totale degli assegni familiari: sostanzialmente, è un alleggerimento fiscale e un trasferimento alle famiglie con redditi medio-bassi con figli. La proposta di Forza Italia costa moltissimo (sui 50-60 miliardi) e premia tutti, ma soprattutto i più ricchi; quello del Pd costa un po’ meno (attorno ai 10 miliardi) e premia i più poveri. Nella proposta di Forza Italia, spariscono gli 80 euro varati a suo tempo da Renzi; in quella del Pd ovviamente restano. Restando in tema fiscale, ancor più rilevante è il moloch del solito condono che i forzitalioti fanno intravedere («ristabilire la pace fiscale», è il nome in codice), al quale il Pd si dice contrario. Come tenere insieme programmi che, per quanto ancora vaghi, sono tuttavia così distanti?

lavoro e welfare
Passando al capitolo lavoro, il Pd continua a puntare tutto, come ha fatto già quando era al governo, sugli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato; il programma di Forza Italia non li prevede, mentre punta, per sollevare l’occupazione, sull’effetto a cascata delle riduzioni delle imposte, sull’alleggerimento dei vincoli alle imprese, anche in tema di costruzioni e certificazioni. Uno dei temi nuovi, introdotto dal partito di Renzi nel suo programma, è l’introduzione di un salario minimo legale, molto inviso ai sindacati (che vedono così perdere il ruolo e la forza della contrattazione collettiva), ma che forse potrebbe trovare ascolto dalle parti di Forza Italia.
Tema prevalente, nei programmi di tutti, è il welfare. Anche qui, con posizioni inconciliabili, come quella sulla legge Fornero che Forza Italia, sia pure con toni meno forti della Lega, dice di voler abolire. La stessa Forza Italia promette di portare a 1000 euro le pensioni minime, mentre nel piano del Pd si guarda più alle pensioni basse del futuro, introducendo un nuovo meccanismo per tutti coloro che, facendo lavori precari e poco pagati, potrebbero trovarsi a fine carriera con un assegno da fame. Tutti e due i partiti propongono di allargare la platea degli attuali beneficiari del reddito di inclusione e aumentare le risorse destinate alla lotta alla povertà. In questo campo, forse è più semplice trovare la quadra, distribuendo un po’ di soldi qua e là, a seconda di quel che si trova nel bilancio.
rischio di un governo senza identità e missione
E il punto è proprio questo: essendo gli annunci elettorali irrealizzabili – soprattutto quello di Forza Italia, che aprirebbe una voragine nel gettito fiscale – il minimo comun denominatore potrebbe essere alla fine trovato facendo i conti con quel che c’è, e addossando alla necessità della grande coalizione la colpa del mancato rispetto delle promesse (che invece non sarebbero stati rispettate comunque, essendo iperboliche). Ma resta il fatto che tutto ciò non darebbe una identità né una missione al nuovo eventuale governo di grande coalizione. A meno che la missione unica per il governo non sia, appunto, quella di esistere, e per i partiti quella di starci dentro, amministrando posizioni di potere, in attesa che succeda qualcosa di nuovo. Ma questo «qualcosa» potrebbe, ancora una volta, beneficiare chi sta all’opposizione e vive – e cresce – di questo.

* Roberta Carlini su Rocca n.5/2018

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Oggi lunedì 19 febbraio 2018

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Giustizia: Maninchedda e Uras vedono tutto, salvo il malaffare
19 Febbraio 2018

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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Oggi & Domani

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Su Democraziaoggi.

Oltre il 4 marzo. CHE ALLA POLITICA RITORNI IL PENSIERO

img_4808img_4807paceconvegno-valut-lavoroimg_4750La cultura avanza le sue proposte: intervento pubblico per creare lavoro nonostante l’Europa, il capitale riportato nella legge, la funzione difesa nelle mani dell’ONU, il migrare come diritto umano universale. Un appello a candidati ed elettori
Al termine della campagna elettorale la cultura rivolge un appello ai candidati, alle candidate e all’elettorato del 4 marzo, per un ritorno al pensiero nella politica e la messa in campo di quattro grandi opzioni volte a cambiare il nostro destino. Esse riguardano la creazione di lavoro per mano pubblica nonostante il regime europeo, la riconduzione del capitale alla regola del bene comune, la pace come responsabilità e compito del Consiglio di sicurezza dell’ONU e l’adozione dello ius migrandi come diritto umano universale. Questo il testo dell’appello:
Alle candidate e ai candidati alle elezioni del 4
marzo
e Alle elettrici e agli elettori del 4 marzo
Roma, 16 febbraio 2018.
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Il messaggio della Chiesa cattolica: “Lavorare meglio, lavorare tutti”

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“Lavorare meglio, lavorare tutti”.
“Da Cagliari, dove lo scorso ottobre abbiamo vissuto la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, siamo ripartiti con alcune proposte concrete sul lavoro. Quest’esperienza, ampiamente positiva, non va sprecata, ma rafforzata e fatta crescere insieme con tutti coloro che vorranno impegnarsi in questo campo. Gli obiettivi sono grandi e impellenti: creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo. Come ha detto Francesco, «il lavoro è sacro», fornisce «dignità» ad ogni «persona umana» e alla «famiglia». Vorrei riassumere questi obiettivi con un’affermazione ambiziosa: lavorare meglio, lavorare tutti.”
Così il card. Gualtiero Bassetti, nella relazione introduttiva della recente conferenza dei Vescovi italiani, da lui presieduta.
L’esigenza imperativa è di passare dal dire al fare. Non che il mondo cattolico non sia fortemente concretamente impegnato attraverso le sue organizzazioni sulla problematica del lavoro, sarebbe ingeneroso affermarlo. E poi, si dice giustamente: la Chiesa non è un “ufficio di collocamento” e ad altri soggetti compete farsi carico del problema, in primis le Istituzioni pubbliche. Tuttavia la situazione della disoccupazione, soprattutto giovanile, ci dice che quanto pur positivamente si fa da parte delle Istituzioni come pure della Chiesa e di altri permanga drammaticamente inadeguato. Proprio perché le dimensioni del problema sono notevoli (e in Sardegna ancor peggio) occorrono risposte globali e politiche. La Chiesa non può non intervenire, per tutte le risorse di cui dispone, comprese quelle materiali (i beni), ma soprattutto quelle spirituali e intellettuali (la dottrina sociale e i cattolici impegnati) che possono orientare politiche più appropriate. C’è forse il rischio di percorrere vecchie strade storicamente superate (il collateralismo)? Non lo crediamo. Del passato ricuperiamo piuttosto le migliori esperienze, come accadde nella fase costituente. Una cosa è certa: non si può stare fermi per evitare critiche, non si può rimanere in silenzio. La Settimana ha dato indicazioni per nuove politiche credibili. Come dar loro gambe? Si percorra la strada indicata dal presidente della Settimana mons. Filippo Santoro: in ogni diocesi si costituisca un “gruppo di collegamento tra cattolici impegnati in politica stimolato ed animato dall’iniziativa degli Uffici e delle Commissioni per i problemi sociali, del lavoro giustizia, pace e custodia del creato… impegnati secondo lo spirito del IV capitolo della Evangelii Gaudium. E così, continua Santoro: “Tale prospettiva si allarga coinvolgendo nell’azione persone di buona volontà anche se provengono da esperienze culturali differenti. Qualcosa di simile è accaduto con il contributo dei parlamentari cattolici nella stesura della nostra costituzione repubblicana” [1].
Dunque tutto è stato saggiamente previsto. La strada è tracciata. Molti la stanno già percorrendo. Occorre un maggiore impegno anche qui in Sardegna.
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Gli Editoriali (e non solo) di Aladinews

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E’ proprio vero che le città-Stato e le tecnocrazie possono rimediare ai limiti della democrazia?
di Gianfranco Sabattini su Aladinews e su Avanti online.
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Oltre il 4 marzo. Alchimie di grandi intese. img_4633mini_01-rocca-5-2018
Di Roberta Carlini, su Rocca, ripreso da Aladinews.
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“Lavorare meglio, lavorare tutti”.
Da Cagliari, dove lo scorso ottobre abbiamo vissuto la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, siamo ripartiti con alcune proposte concrete sul lavoro. Quest’esperienza, ampiamente positiva, non va sprecata, ma rafforzata e fatta crescere insieme con tutti coloro che vorranno impegnarsi in questo campo. Gli obiettivi sono grandi e impellenti: creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo. http://www.aladinpensiero.it/?p=78733zione ambiziosa: lavorare meglio, lavorare tutti.
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Quali risposte in positivo alla crisi degli Stati democratici occidentali?

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E’ proprio vero che le città-Stato e le tecnocrazie possono rimediare ai limiti della democrazia?

di Gianfranco Sabattini*

Lo scienziato politico indiano, Parag Khanna, considerato una figura di spicco del think tank di Washington “New America Foundation” e dell’”European Council on Foreign Relations”, ha pubblicato di recente “La rinascita delle città-Stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”. Nel libro Khanna sostiene che la democrazia, il regime politico più accreditato presso gran parte dei sistemi economici più avanzati, può sottrarsi ad un irreversibile declino, solo se le sue istituzioni riusciranno a migliorare le loro performance; secondo il politologo indiano, infatti, è il degrado istituzionale delle democrazie a determinare l’insoddisfazione degli elettori, per il contenimento della quale non esiste che una via: assegnare il governo delle comunità democratiche a squadre di tecnocrati.
A parere di Khanna, le istituzioni democratiche hanno ormai perso credibilità circa la loro adeguatezza a risolvere i problemi del mondo contemporaneo; in particolare, i riti celebrati ricorrentemente in occasione delle consultazioni elettorali per il rinnovo del personale politico servono solo a portare “allo scoperto ampi strappi nel tessuto delle nazioni senza che si sia stilata un’agenda condivisa sul modo in cui ricucirli”. I limiti della democrazia, quindi, per Khanna, non stanno solo nella sua incapacità di risolvere in modo adeguato gli stati di bisogno dei governati, ma anche nel modo in cui essa funziona; conseguentemente, la “democrazia, da sola, non basta più”, occorre supportarla, anzi sostituirla, con l’apporto di tecnocrati professionali.
Per assicurare la sostituzione della democrazia non c’è bisogno – afferma Khanna – “né di guerre né di rivoluzioni – e nemmeno di una parentesi dittatoriale -, bensì di un’evoluzione tecnocratica”, che porti il sistema politico ad essere fondato “sulle analisi degli esperti e sulla pianificazione a lungo termine anziché sulle improvvisazioni senza respiro e prospettiva tipiche del populismo”. A differenza del mondo politico tipico delle democrazie, sempre propenso ad adottare non disinteressatamente provvedimenti ad hoc di breve respiro, la tecnocrazia, secondo il politologo indiano, ha la “virtù di essere sia utilitarista (nel senso di cercare inclusivamente il massimo vantaggio per la società) che meritocratica (dotata di leader molto qualificati e non corrotti”; essa, perciò, è strumento atto a far sì “che la scienza politica possa aspirare a diventare qualcosa di degno del suo nome: un approccio rigoroso all’amministrazione”.
Inoltre, la tecnocrazia non perde tempo a discutere se occorra allargare o restringere lo spazio da riservare all’iniziativa privata o a quella pubblica, in quanto essa (la tecnocrazia) predilige sempre agire perché sia la prima che la seconda cooperino per agire nel modo più efficace; è questo il motivo per cui sono sempre più numerosi i cittadini che credono nella competenza degli esperti, anziché in quella del personale politico, per decidere quali obiettivi devono essere perseguiti nell’interesse del Paese. A supporto di questo suo convincimento Khanna si rifà ad una ricerca del World Values Survey (un progetto di ricerca globale, che esplora i valori e le fedi delle persone, di come esse cambiano nel tempo e quale impatto sociale e politico hanno), dalla quale risulta che la percentuale dei cittadini europei e americani che ritiene essenziale vivere in un regime democratico è diminuita da due terzi a meno di un terzo del totale, mentre la quota di cittadini americani che crede che debbano essere gli esperti, anziché i politici, a decidere cosa è meglio fare per il Paese è salita dal 32 al 49%. Fatti, questi, che consentono a khanna di poter affermare, a sostegno della sua tesi, che sempre più cittadini “desiderano ardentemente un governo migliore, che sappia bilanciare democrazia e tecnocrazia”.
L’obiettivo che Khanna, con il suo libro, intende perseguire è quello di redigere un “promemoria” per vivere la trasformazione della democrazia attraverso “una combinazione di ciò che sappiamo e di ciò che possiamo immaginare su quello che significa progettare un governo efficiente che sia veramente al servizio dei cittadini”. Alcune delle sue proposte, avverte Khanna, potranno essere percepite come irrealistiche nelle attuali condizioni delle istituzioni e della politica, ma egli ammonisce che la storia punirà quei sistemi politici che non si predisporranno al cambiamento.
Khanna non si limita ad auspicare una trasformazione “ab imis” della forma di governo democratico, ma la estende anche alle dimensioni prevalenti degli Stati; secondo lui, la ricerca della “forma ideale dello Stato più adatta ai tempi non è un astratto esercizio filosofico, ma una necessità ricorrente”; ciò, perché le dimensioni degli Stati e i regimi democratici non sarebbero più strumenti idonei a consentire ai governi di risolvere i problemi del mondo attuale, essendo caratterizzati più dall’incapacità di fare qualcosa che di reagire, senza alcuna coerenza, al manifestarsi degli eventi negativi. Nel corso degli ultimi decenni, a parere di Khanna, gli studiosi dei problemi politico-istituzionali sono stati sempre impegnati ad individuare le dimensioni dello Stato ed il regime politico più convenienti, in funzione della complessità delle emergenze che maggiormente assillano i cittadini.
Dopo la fine della Guerra fredda, l’attenzione degli studiosi si è indirizzata verso l’individuazione del modo più conveniente per “capitalizzare” la creazione di un mercato mondiale, ovvero di un “mondo dominato dalla geoeconomia anziché dalla geopolitica”. Con il consolidarsi della globalizzazione delle economie nazionali, quindi, la concentrazione della produzione e l’approfondirsi dell’interdipendenza tra i vari sistemi produttivi, si sarebbero poste le premesse – afferma Khanna – per la nascita di quello che gli storici economici hanno definito “Stato commerciale” o “Stato di mercato”. Successivamente, gli strateghi della globalizzazione hanno previsto che i centri di potere del mercato mondiale sarebbero divenuti degli “agglomerati urbani di città-Stato analoghi a quelli che nel Medioevo formavano la Lega anseatica”.
La ricerca delle dimensioni dello Stato e della forma di governo più convenienti è proseguita ulteriormente con l’avvento dell’era dell’informazione digitale, portando ad individuare nell’”info-Stato” l’evoluzione modificata, ma più adattata ai tempi, dei modelli precedentemente indicati di “Stato commerciale”, di “Stato di mercato” e di “Agglomerato urbano di città-Stato”. A differenza dei modelli precedentemente individuati, l’info-Stato, a parere di Khanna, non “si fida più del mercato” e della tradizionale sua mano invisibile; esso crede piuttosto nell’azione congiunta del settore privato e di quello pubblico, ai fini dell’attuazione di piani strategici economici finalizzati alla soddisfazione degli stati di bisogno dei cittadini e realizzati sotto la guida esperta di una “tecnocrazia diretta”. In tal modo, secondo Khanna, l’info-Stato esprimerebbe una “democrazia postmoderna [...] che combina priorità dal basso e management tecnocratico”.
Il mondo è composto principalmente da Stati che ancora privilegiano la grande dimensione e la celebrazione dei riti propri delle democrazie elettorali; ma osservandole da vicino diventa facile capire, a parere di Khanna, le loro inefficienze e le insoddisfazioni dei loro cittadini. E’ questa la ragione per cui, secondo il politologo indiano, la piccola dimensione e la tecnocrazia costituiscono la via della salvezza degli Stati che agiscono su scala globale; ciò richiede però che i grandi Stati democratici riescano per tempo a maturare la consapevolezza che la grande dimensione e la democrazia non sono più in grado di garantire con successo la stabile soddisfazione dei bisogni delle loro società. Pertanto, gli Stati attuali potranno salvarsi solo muovendo “verso modelli di governance migliore”, in cui l’apertura alla riduzione delle dimensioni “si accompagni a una tecnocrazia orientata agli obiettivi”.
I grandi Stati democratici potranno pervenire a questo risultato – afferma Khanna – se riusciranno a superare il grave deficit teorico del pensiero occidentale, che ancora confonde la politica con la governance, tralasciando tra l’altro di considerare che, per legittimarsi, la democrazia deve poter realizzare ciò che promette; il suo fallimento, secondo Khanna, è riconducibile al fatto che i riti elettorali sui quali essa è fondata esprimono un sistema di distribuzione di responsabilità, “non un modo per realizzare progetti. La legittimazione procedurale [...] della democrazia non può mai sostituire del tutto la legittimazione dei risultati [...] della fornitura dei servizi di base dei cittadini”.
Inoltre, è molto più probabile che la legittimazione dei risultati possa avvenire nei piccoli Stati, anziché in quelli più grandi. L’idea che i piccoli Stati potessero costituire dei modelli di organizzazione politica è sempre stata considerata impraticabile; ma nel mondo attuale, sostiene Khanna, la sovranità è in via di trasferimento dagli Stati-nazione alle città-Stato, e la primazia ed il prestigio dei primi sono sempre più in declino, in quanto ciò che conta è il successo, che per il politologo indiano non ha nulla a che fare con la dimensione. Di conseguenza, le città-Stato sono destinate a rappresentare le fondamenta per la soluzione di tutte le “sfide che stanno al cuore di questo XXI secolo”. Ovviamente, osserva Khanna, essere un piccolo Stato ha i suoi costi, e proprio per questo alla loro conduzione si addice meglio la tecnocrazia piuttosto che la democrazia; quest’ultima non insegna le virtù del risparmio, o almeno non quanto lo fa la consapevolezza dei tecnocrati di dover fare assegnamento solo su di esso per provvedere a fornire servizi nella quantità e qualità attese dai cittadini.
La superiorità dei tecnocrati in competenza ed iniziativa, rispetto al personale politico, è dovuta al fatto che, a parere di Khanna, una “buona tecnocrazia” ispira sempre il suo comportamento alla “fede dell’utilitarismo”, inteso quest’ultimo, non solo come propensione a massimizzare il risultato economico, ma, anche e soprattutto, a massimizzare il benessere sociale, attraverso l’espansione e la protezione della “libertà individuale e la promozione di opportunità e vantaggi giusti e uguali per tutti”.
Concludendo, Khanna afferma che riporre fiducia su una buona tecnocrazia non significa che le decisioni democratiche dei cittadini e i fini utilitaristici siano in contrasto tra loro; per legittimarsi i tecnocrati devono prestare tutta la loro attenzione alle decisioni dei cittadini e spendersi per realizzarne i fini. Durante questo processo, essi non possono decidere di agire discrezionalmente, perché, se ciò avvenisse, i cittadini disporrebbero di un accesso all’informazione come mai era stato possibile prima dell’avvento dell’informazione digitale, vogliono e possono avere rapporti con esperti in grado di rispondere ai loro desiderata.
Sin qui Khanna; la sua analisi dell’auspicabile evoluzione che possono subire le forme dello Stato e del regime democratico nell’interesse delle comunità solleva non poche perplessità. La prima è riconducibile alla recente esperienza del nostro Paese: i tecnocrati, che erano alla guida dell’Italia in occasione della recente crisi finanziaria non hanno certamente dato prova di lungimiranza e d’essersi ispirati ad un’ideologia utilitaristica nel senso di Khanna. Le loro politiche di austerità non sono andate molto più in là di una spanna dal loro naso; le loro severe politiche di austerità sono state cosi lontane dalle aspettative dei cittadini da costringerli solo “a stringere la cinghia”, senza che la contrazione della spesa pubblica abbia prodotto una ripresa dell’economia e un miglioramento della sicurezza dei cittadini. Ma, a parte questa lamentazione su quanto è accaduto in Italia con la tecnocrazia al potere, l’analisi di Khanna induce a riflessioni preoccupate ben più significative.
Intanto, al di là dell’entusiasmo che sembra riporre sulla sua proposta, quella di fronteggiare le sfide del mondo attuale attraverso una contrazione delle dimensioni dello Stato e la rinuncia alla democrazia sinora sperimentata, Khanna poco si sofferma sui limiti delle forme assunte dalla globalizzazione e nulla dice sul modo in cui andrebbero rimossi. Anzi, tacendo e sorvolando sulle cause che hanno determinato la crisi economica mondiale dell’ultimo decennio, Khanna sembra voglia farne ricadere la responsabilità su due specifici versanti: da un lato, sulle resistenze opposte alla riduzione del ruolo dello Stato-nazione; dall’altro lato, sui regimi democratici, per la loro presunta strutturale incapacità di effettuare previsioni credibili e di reagire in tempi rapidi contro gli effetti negativi del ciclo economico, con politiche lungimiranti e affrancate dai condizionamenti degli interessi consolidati.
L’analisi e il promemoria di Khanna sembrano quindi suggerire riforme dell’organizzazione statuale e del regime democratico, idonee non tanto a migliorare le capacità di governo delle comunità, quanto ad assecondare appropriate per assecondare la formazione di un mercato mondiale, in conformità agli interessi dei poteri che hanno plasmato la globalizzazione a loro immagine e somiglianza. In altre parole, le proposte di Khanna appaiono un subdolo promemoria a sostegno di una politica mondiale consona alla formazione di un mondo fatto di “piccole patrie”, prone più agli interessi di chi controlla il mondo che a quelli dei cittadini che compongono le singole comunità.
Inoltre, a parere di Khanna, il famoso detto di Churhill, secondo cui la democrazia sarebbe la “peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre”, dovrebbe essere ripensato; sì!, ma non per le ragioni indicate dal politologo indiano, ma per rafforzarla e garantirne il funzionamento, per il ruolo che essa svolge a tutela dei destinatari degli esiti delle azioni di chi governa. Al contrario di quanto può pensare Khanna, non è vero che i cittadini siano univocamente interessati alla massimizzazione del risultato che può essere perseguito coi mezzi a disposizione. Ciò è tanto più vero, quanto più l’impiego dei mezzi a disposizione è affidato a tecnocrati, fuori da ogni controllo diretto dei cittadini; questi ultimi, contrariamente a quanto pensa Khanna, oltre ad essere interessati alla massimizzazione del risultato finale, sono anche fortemente motivati a conoscere le possibili conseguenze che possono derivare, a danno della loro esistenzialità, dal modo in cui i mezzi sono impiegati.
Oggi i cittadini, potendo accedere ad una produzione di conoscenza informatizzata come mai è stato possibile in passato, sono sicuramente più informati, ma certamente non sono garantiti riguardo alle procedure utilizzate per la produzione della conoscenza alla quale possono liberamente accedere. E’ questa la ragione per cui, nel mondo attuale e in quello di un tempo a venire sufficiente lungo, la democrazia risulta insostituibile. Essa consente ai cittadini di autoproteggersi, attraverso il dibattito pubblico circa il modo in cui i mezzi possono essere impiegati per la soddisfazione dei loro stati di bisogno; ciò che può essere garantito solo da una organizzazione democratica delle comunità, fondata sul funzionamento di istituzioni idonee a consentire lo svolgersi di un approfondito dibattito pubblico riguardo alle alternative d’impiego dei mezzi.
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