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Oggi martedì 22 ottobre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni——————-

Oggi Spettacolo Aperto!

spettacolo-aperto Oggi, lunedì 21 ottobre 2019 – ore 20.00 Chiesa di S. Maria del Monte
Direttore
Stefania Pineider
Protagonisti
Studium Canticum, Ad libitum, Studenti del Corso di laurea in Beni culturali e spettacolo UniCa, cori

In collaborazione con MusE – Unica Musica Ensemble

Con Paolo Dal Molin, guida alla scoperta della partituraTOURDION

(PIERRE ATTAINGNANT, 1530)

Quand je bois du vin clairet,
Ami tout tourne, tourne, tourne, tourne,
Aussi désormais je bois Anjou ou Arbois.
Chantons et buvons, à ce flacon faisons la guerre,
Chantons et buvons, les amis, buvons donc!

(segue)

E’ online il manifesto sardo duecentottantadue

pintor il manifesto sardoIl numero 292
Il sommario
Siamo marea e lo siamo sempre stat* (Marirosa Pili), Turchia e dintorni. Non chiamatela “Operazione sorgente di pace” (Emanuela Locci), Neuroni cementificati per le coste sarde (Stefano Deliperi), Italia, dove fare l’artista non è un lavoro (Paolo Carta), L’idea di Europa unita tradita dal realismo degli Stati-nazione (Gianfranco Sabattini), Non lasciamo solo il popolo curdo (red), Disagio psicologico e strumenti di sostegno a Sassari (Daniela Piras), Non Una di Meno a Capo Frasca. Femminismo e antimilitarismo sono connessi con l’autodeterminazione dei corpi e dei territori (red), Identità e politica linguistica in Sardegna (Marinella Lorinczi), Conte dice no al carbone e alla dorsale del gas in Sardegna (Antonio Muscas), L’Isola dell’intolleranza (Roberto Mirasola), La Sardegna non può vivere di guerra (Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita).

“Buongoverno, conflitti e diritto alla città”

buon-gov-24-ott19Seminario di Dottorato in Ingegneria Civile e Architettura
Università degli Studi di Cagliari
Lezione aperta
Arnaldo ‘Bibo’ Cecchini
“Buongoverno, conflitti e diritto alla città”
Giovedì, 24 ottobre 2019, ore 11-13
Aula A. sede Architettura, DICAAR, Via Corte d’Appello 87

Oggi lunedì 21 ottobre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni——————-
Se il governo entra in stallo è destinato a precipitare
21 Ottobre 2019
Alfiero Grandi su Democraziaoggi.
La destra è in difficoltà, a partire da Salvini che ora ammette di avere fatto errori e sottovalutato le conseguenze della crisi di governo. La tenuta dell’alleanza di centrodestra è precaria e l’estremismo di Salvini, che arriva ad aprire le porte della manifestazione del 19 a casa pound, ha suscitato reazioni che confermano che […]
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Che succede?

c3dem_banner_04GUERRA DELLA TURCHIA AI CURDI. ANALISI DI UNA RESA
19 Ottobre 2019 su C3dem
Alberto Negri, “Al via la spartizione etnica della Siria” (Manifesto). Andrea Ranieri, “Per non assassinare più il futuro in Siria, e non solo” (lettera all’Avvenire). Riccardo Radaelli, “La guerra e i tradimenti contro i Curdi” (Avvenire). Daniele Raineri, “Analisi di una resa” (Foglio). IL NOBEL PER L’ECONOMIA Michael Kremer: “Più istruzione, sanità e spese sociali. Così si sconfigge la povertà” (intervista a La Stampa). Beda Romano, “Macron costringe la Ue a chiudere le porte ai Balcani” (Sole 24 ore). Giovanni Pitruzzella, “Il nuovo ruolo della Ue nel mondo che cambia” (Corriere della sera). Marco Minniti, “L’accordo con la Libia va rinnovato o la situazione precipiterà” (intervista a Repubblica). Maurizio Crippa, “Come diventammo populisti” (Foglio).
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IL FUOCO AMICO
19 Ottobre 2019 su C3dem.
Gli editorialisti si ingegnano a capire cosa succede… Massimo Franco: “Un fuoco amico del Movimento dagli esiti imprevedibili” (Corriere della sera); Stefano Folli, “Il gioco dell’oca che inguaia Conte” (Repubblica); Marco Travaglio, “Contanti saluti al M5s” (Il Fatto). E il Pd che fa? Christian Rocca, “Si apre la Leopolda, ma anche una grande opportunità per il Pd”(linkiesta.it). Mario Lavia: “No, non è un anti-leopolda, ma a Bologna Zingaretti e Cuperlo proveranno a ripensare il Pd” (linkiesta.it).
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VIGILIA DI LEOPOLDA. POI BREXIT, SIRIA, LIBIA
18 Ottobre 2019 su C3dem.
Franco Monaco, “Pd, le opportunità del dopo Renzi” (Il Fatto). Matteo Renzi, “Dalla Leopolda un no al partito delle tasse” (intervista a Qn). Liana Milella, “Le sfide della Leopolda” (Repubblica). Dario Franceschini, “Con i diktat il governo muore. Abbiamo fatto il meglio che si poteva” (intervista al Messaggero). Elena Bonetti, “Un progetto politico organico per le famiglie” (intervista a Avvenire). Annalisa Cuzzocrea, “Spaccatura nel Pd sul patto Italia-Libia” (Repubblica). Luigi Manconi, “Appello al ministro Lamorgese: Tornare all’accoglienza” (Repubblica). MONDO: Paolo Balduzzi, “Londra e l’Europa. Un divorzio ordinato per attutire il trauma” (Messaggero). Nadia Urbinati, “Quei popoli senza Stato” (Repubblica). Angelo Panebianco, “Il ruolo smarrito degli Usa e l’Europa senza unità” (Corriere della sera). Massimo Riva, “Quello che Merkel non capì” (Repubblica). Marco Minniti, “L’Europa deve agire. Il rischio è la ripresa della rotta balcanica” (intervista a La Stampa).

Oggi domenica 20 ottobre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni——————-
Carbonia: le condizioni di vita nella città abitata da soli uomini
20 Ottobre 2019
Gianna Lai su Democraziaoggi.
Proseguiamo, con cadenza domenicale, nella pubblicazione della storia di Carbonia, il primo intervento domenica 1° settembre.
‘Vittorio Emanuele III Per Grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia e di Albania Imperatore d’Etiopia.
Ci piacque con nostro Decreto in data 30 marzo millenovecentotrentanove, XVII E.F., concedere al Comune di Carbonia la facoltà di usare il titolo […]

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Aladinpensiero, la Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco, Rekko, l’Osservatorio Beni Comuni, il Comitato Casa di quartiere di Is Mirrionis… a Connessioni2019.

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- Connessioni’19.

Disuguaglianze

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Ma come diavolo è governato il mondo?
Nicoletta Dentico

17 Ottobre 2019 | Sezione: Apertura, Società. Su Sbilanciamoci.
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Capire le diseguaglianze per superare l’ingiustizia finanziaria: è lo studio presentato all’Onu per aggiornare l’agenda per lo sviluppo. Perché la finanziarizzazione è una leva del circolo vizioso della disuguaglianza e quindi dell’insicurezza alimentare, sanitaria, ambientale. E cresce l’insofferenza verso questa “governance”.

Le diseguaglianze sono la ferita che marca il nostro tempo: attraversano le nostre vite, abitano le nostre città, le comunità con cui siamo in relazione. Insieme all’instabilità geopolitica e alle guerre, sono la principale questione politica del presente, e abbracciano dimensioni che via via emergono, nello studio del fenomeno. Le diseguaglianze sono di natura economica, sociale, di genere, di appartenenza etnica, definiscono la possibilità di accesso ai servizi di salute e istruzione. Ma sono anche di carattere territoriale, nella divaricazione di opportunità fra città e aree rurali, o addirittura marginali. Sono generazionali: la nostra generazione ha consumato ingordamente per decenni, finendo per mangiarsi il pianeta, mentre i nostri figli devono vedersela con la minaccia di una sopravvivenza di breve termine, su questa terra.

“Se si diffonde la sensazione che i benefici del capitalismo siano distribuiti in modo iniquo, il sistema è destinato a crollare” commentava Alan Greenspan in un’intervista nel settembre 2007. Ci siamo, a questo crinale decisivo. Eppure si tratta di un passaggio frenato dalla strana non morte del capitalismo neoliberista, le cui fattezze delineano una globalizzazione che mantiene tenacemente, come unica regola, la totale assenza di regole.

L’integrazione economica mondiale ha avuto un effetto decisivo sulle dinamiche della disuguaglianza, sia a livello nazionale che globale, soprattutto a causa della deregolamentazione finanziaria e dell’indebolimento della sovranità statale. Di questo circolo vizioso delle disparità, una forbice che si allarga e apparentemente naturalizza condizioni di emarginazione economica da un lato e concentrazione esasperata di ricchezza dall’altro, si occupa il rapporto Spotlight on financial justice. Understanding global inequalities to overcome financial injustice (qui per scaricare il rapporto), che è stato coordinato da Society for International Development (SID), Christian Aid e Debt Observatory in Globalization. Il rapporto è stato lanciato a New York il 26 settembre, in coincidenza con la discussione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul finanziamento per la agenda dello sviluppo (Financing for Development, FfD).

Con lo sguardo fisso su cinque aree tematiche fondamentali nella agenda dei diritti – 1. Cibo e terra; 2. Salute; 3. Diritti delle donne; 4. Diritto alla casa; 5. Infrastrutture – il rapporto rintraccia le dinamiche dello squilibrio nella distribuzione delle risorse, con il preciso intento di rafforzare il superamento della tradizionale narrazione sulla “riduzione della povertà”, tanto cara alle Nazioni Unite e a larga parte della società civile.

Preoccuparsi della povertà, sia chiaro, è giusto e importante. Ma rivolgere l’attenzione soltanto all’estremo inferiore della scala sociale significa, di fatto, mantenere inalterata l’attuale distribuzione personale di reddito e di ricchezza, e non guardare alla correlazione fra povertà e ingiustizia, violazione dei diritti e politiche fiscali. Secondo l’ex Segretario al Lavoro americano Robert Reich, la disuguaglianza si è imposta con tale forza da far vacillare crescita economica e democrazia nel mondo occidentale – non solo negli Stati Uniti. In questo senso, la organizzazione del pensiero intorno alle disuguaglianze descrive con maggiore accuratezza i collegamenti tra povertà e prosperità, esigenze di sviluppo e politiche sociali. E impone un ragionamento sulle regole del gioco, la governance economica e una emergente tendenza che il rapporto analizza con metodo, ovvero l’incontrollata espansione del settore finanziario, anche nella arena della agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

La finanziarizzazione, secondo il rapporto, è una delle leve più irriducibili e incontrollate del circolo vizioso della disuguaglianza; dalla crisi del 2008 in poi, ha ulteriormente fagocitato l’economia e la politica stratificando in larga misura le disparità. Mentre l’1% più ricco della popolazione detiene il 47% della ricchezza globale, l’insicurezza alimentare è in costante aumento da quattro anni, e colpisce più di 820 milioni di persone. Più di un miliardo e mezzo di persone non hanno accesso ad una abitazione decente.
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La finanziarizzazione della salute – a partire dagli enormi interessi finanziari che si celano dietro la privatizzazione dei servizi sanitari, il paradigma delle assicurazioni sanitarie ormai diffuso si scala globale, e l’estremo potere delle case farmaceutiche – mettono a dura prova ogni prospettiva presente e futura di accesso a prestazioni pubbliche di qualità in questo settore. Ogni evidenza empirica dimostra senza equivoci, in tutto il mondo, il valore immenso di un sistema sanitario pubblico e universalistico per la promozione della salute umana e del senso di sicurezza delle persone.

La situazione è deprimente, siamo di fronte a un gigantesco sistema di ingiustizia, c’è poco da dire. Eppure, non possiamo non cogliere in questa tempesta perfetta l’opportunità di una convergenza fra i diversi movimenti e mobilitazioni impegnate sui vari fronti del mondo. Basti pensare, mentre scriviamo, ai molti movimenti sociali presenti a Ginevra per la quinta sessione del negoziato volto a conseguire un trattato vincolante per le imprese in materia di diritti umani – a superamento della insufficiente e volontaria responsabilità sociale di impresa (vedi qui Business & Human Rights Resource Center). Oppure alla settimana della FAO dedicata al Comitato per la Sicurezza Alimentare (qui il draft report). Per non parlare dell’inedito e potente sinodo sull’Amazzonia voluto da Papa Francesco.

Un senso di profonda insofferenza per il modo in cui viene “governato” il mondo si è radicato ovunque, non più solo fra le classi più emarginate. Questo sentimento sta per raggiungere il suo punto di non ritorno. Movimenti sociali come Occupy Wall Street (con la sua scia di proteste in 951 città di 82 Paesi nel Nord e Sud del mondo), gli Indignados/15M in Spagna, Nuit Debout a Parigi, e altri più recenti processi di attivazione popolare – pensiamo a Hong Kong e all’Ecuador – dimostrano la determinazione e la forza unitaria di cittadini e cittadine contro la disparità sociale, il capitalismo finanziario e le forme di governo antidemocratico. La rapida presa del movimento sul cambiamento climatico e l’imponente mobilitazione dei giovani degli scioperi globali dei Fridays for Future propongono forme nuove e nuove opportunità di attivismo, assai abile a smascherare con linguaggi inediti il fallimento dell’attuale sistema economico e finanziario. Anche il riscaldamento della Terra riproduce l’atroce schema delle disuguaglianze; a pagare il prezzo più alto della alterazione del clima sono già oggi i popoli che meno hanno contribuito a determinarla. Viceversa, le società maggiormente responsabili del consumo delle risorse limitate del pianeta sono meno esposte alle conseguenze future delle loro azioni.
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La de-finanziarizzazione è la sola strada verso la giustizia finanziaria. Questo il messaggio inequivoco del rapporto. Che delinea alcune piste di concertazione, su scala locale e globale, per costruire e rafforzare la resistenza alla penetrazione degli attori finanziari in territori della vita umana che appartengono al diritto universale:

la necessità di comprendere a fondo le dinamiche della finanziarizzazione, cercando di evitare forme di possibile – e magari involontaria – complicità che possono determinarsi, nella misura in cui la finanziarizzazione sa assumere tratti benevoli e insidiosi nel nome dello sviluppo sostenibile, spesso depoliticizzando i fenomeni di ingiustizia globale;
la opposizione a ogni meccanismo decisionale che eluda i legittimi spazi pubblici e democratici, spesso nel nome di “opportunità finanziarie” per far avanzare il progresso, come si dà nel caso del paradigma globale delle grandi opere;
l’importanza di ridefinire regole contro la liberalizzazione della finanza, a partire dal rafforzamento delle banche centrali e la affermazione di politiche come la tassazione sulle transazioni finanziarie, il superamento dei paradisi fiscali, la lotta ai flussi illeciti di denaro;
l’urgenza di democratizzare la governance economica globale. Sul piano mondiale, nello scenario da terza guerra mondiale a pezzi che viviamo, e con il rischio crescente di de-civilizzazione, come la definisce Timothy Garton Ash, la giustizia sociale e i diritti umani e ambientali devono formare il nucleo di riferimento per la rifondazione delle istituzioni internazionali e per avviare la riforma della governance dell’economia. Questo implica anche la creazione di nuovi strumenti (ad es. il trattato vincolante per le imprese) e di nuove istituzioni in grado di regolamentare con rapidità ed efficacia l’entropia finanziaria che porta il mondo alla distruzione (organismi globali sulle regole di tassazione delle imprese, etc.).
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Oggi sabato 19 ottobre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni——————-
Taglio dei parlamentari: occorre chiedere ai cittadini cosa ne pensano
19 Ottobre 2019
Alfiero Grandi su Democraziaoggi.
Alla fine l’approvazione della Camera c’è stata. Con la quarta votazione, come previsto dall’art. 138, la Camera ha approvato con 553 voti su 630 il taglio di 230 deputati e 115 senatori, a partire dalla prossima legislatura. Quindi questa modifica della Costituzione ha avuto l’approvazione definitiva del parlamento. Ora […]
————————————————-oggi connettiamoci———-
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————-Altri appuntamenti segnalati da aladinpensiero online———-
- A Cagliari.
- A Sinnai: La prima volta che ho visto il mare.
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Newsletter

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Newsletter n. 165 del 18 ottobre 2019

RITORNO ALLA POLITICA

Care Amiche ed Amici, [segue]

Domani

Il Sistema dei Parchi Urbani come Risorsa per l’Area Metropolitana

Sabato 19 Ottobre 2019 Ore 9.30 – 12.30
Incontro: Belvedere Viale Europa – Monte Urpinu
Passeggiata ecologica, pulizia e proposte per il recupero integrato delle aree comunali e demaniali
(Segue)

POVERTA’ E DISUGUAGLIANZE

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POVERTA’ E DISUGUAGLIANZE

Il Rapporto ASviS 2019 evidenzia un sensibile peggioramento per quanto riguarda il Goal 1 in Italia. Aumentano infatti povertà assoluta e povertà relativa, che registrano entrambe il valore più alto della serie storica 2005-2017 (rispettivamente, 8,4% e 15,6% della popolazione).

Nel Mezzogiorno quasi la metà della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale, la situazione è particolarmente critica in Calabria, dove si registra un forte incremento dell’incidenza di povertà relativa familiare (passata dal 19% al 35%), e in Sardegna (dall’11% al 17%). I più penalizzati, secondo l’Istat, sono i più giovani: la quota di famiglie giovani povere è del 10,4% e il 12,6% dei minori vive in povertà assoluta.

Per quanto riguarda il Goal 5 sulla parità di genere, si registrano progressi, ma la parità è ancora lontana. Nel 2018, su quasi 50mila genitori che si sono dimessi volontariamente dal proprio lavoro, le madri sono state quasi 36mila. La motivazione più frequente è stata l’incompatibilità tra lavoro e figli data l’assenza di parenti di supporto, l’incidenza dei costi di assistenza al neonato o il mancato accoglimento al nido.

Le forti disuguaglianze che interessano il Paese mettono a rischio il raggiungimento del Goal 10 dell’Agenda 2030. Le disparità economiche e sociali si manifestano nell’accesso iniquo ai servizi fondamentali e alla ricchezza comune rappresentata dall’ambiente, il paesaggio, le risorse naturali e la conoscenza.

Dal 2010 la situazione sul Goal 10 peggiora per poi iniziare una ripresa nel 2015, grazie alla variazione positiva del tasso del reddito familiare pro capite. Si segnala una considerevole distanza del Mezzogiorno dalla media italiana, soprattutto per quel che riguarda l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile e il rischio di povertà.
[segue]

Come cambia (in peggio) il welfare in Italia e negli altri paesi europei. Il Nobel dell’Economia a Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer è un riconoscimento al loro approccio di lotta alla povertà.

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Le politiche sociali che ci dividono
di Remo Siza

Il welfare in Italia, così come in tante altre nazioni europee, sta diventando sempre meno un ambito d’intervento inclusivo, che crea legami e coesione sociale; è utilizzato frequentemente per distinguere, escludere, sanzionare comportamenti irregolari e per affermare una visione del mondo che legittima esclusioni sociali più o meno estese. In molti suoi ambiti – in particolare, i servizi alla persona, le misure di contrasto di povertà, le politiche abitative – le prestazioni di welfare sono utilizzate troppo frequentemente per dividere e separare le persone meritevoli di aiuto dalle persone che non si comportano in modo responsabile, per escludere gruppi minoritari e sostenere generosamente gruppi sociali più rappresentativi.
Il “welfare chauvinism” e il “welfare condizionale” sono le due configurazioni prevalenti di questo sistema di interventi sociali sempre meno inclusivo. In molte nazioni prevale la prima configurazione, un welfare che limita l’accesso ai sussidi o riduce il livello di benefici per gli immigrati, introduce più selezioni e misure restrittive per le minoranze etniche e i gruppi ritenuti tradizionalmente non meritevoli, le persone i cui valori e comportamenti sono considerati la causa primaria della loro condizione, che riduce la concorrenza con le minoranze etniche nell’accesso ai programmi abitativi, ai servizi sociali, ai servizi sanitari. I tagli alla spesa pubblica devono essere limitati esclusivamente ai benefici e agli interventi destinati a questi gruppi minoritari.
In altre nazioni, prevale un “welfare condizionale”: la condizionalità è fondata sul principio che non esistono diritti acquisiti una volta per tutte dalle persone. Il diritto delle persone a ricevere un beneficio di welfare dipende dal loro comportamento. Il welfare diventa, in questo modo, uno strumento per favorire l’acquisizione di un comportamento disciplinato, di una normalità e una regolarità nella fruizione dei benefici, non solo per contrastare dipendenze patologiche, abusi, comportamenti violenti, ma anche per sconfiggere ogni passività del beneficiario. I beneficiari sono sottoposti a obbligazioni e piccole regole (convocazioni, appuntamenti, colloqui, procedure ammnistrative non accessibili a tutti) che mettono alla prova il loro senso di responsabilità e il rispetto delle regole.
Il welfare scivola così verso un sistema di interventi che mobilita tutte le forme di controllo di cui dispone, in una sorta di tolleranza zero della povertà non disciplinata, fino a cedere ad una “tentazione penale”, ad una criminalizzazione, cioè, di comportamenti semplicemente irregolari, di una diversità che diventa reato. In questo senso, queste configurazioni e pratiche di welfare si pongono in continuità con i programmi di tolleranza zero che dagli anni Ottanta si sviluppano nei quartieri più degradati di molte nazioni del mondo, che stabiliscono una correlazione tra comportamenti irregolari e piccoli reati (il primo passo) per lo più compiuti da minoranze etniche, e crimini violenti (l’inevitabile esito). In questa prospettiva, sanzionare anche penalmente i comportamenti antisociali dei giovani diventa la migliore prevenzione della criminalità degli adulti.
In Italia, i recenti decreti sicurezza, il cosiddetto decreto Minniti (il decreto legge n, 14, 20 febbraio 2017) e altri provvedimenti di sicurezza urbana destinati alla “marginalità non decorosa” dei poveri, degli “accattoni” che affollano le vie dei centri urbani riprendono questo approccio culturale e in nome della vivibilità e del decoro urbano prevedono interventi di allontanamento, sanzioni severe per i comportamenti antisociali. La sicurezza urbana si costruisce attraverso il divieto di accesso a determinate aree urbane delle persone che hanno compiuto specifici reati, attraverso le più svariate sanzioni non solo a carattere amministrativo. Il welfare, nato su ben altri presupposti, troppo spesso accompagna e integra questo impianto culturale e solo in alcune rilevanti situazioni locali riesce a contrastare le logiche securitarie con adeguati interventi sociali e di rigenerazione urbana, proponendo relazioni di cura.
Il decreto di istituzione del reddito di cittadinanza si muove in questa logica: da una parte destina, positivamente, notevoli risorse per finanziare una misura di sostegno al reddito, dall’altra contiene numerose disposizioni che introducono una condizionalità elevata e una discriminazione severa delle minoranze etniche nel sistema italiano di welfare. Le modifiche apportate dalla legge n. 26 del 2019 al decreto istitutivo del reddito di cittadinanza (decreto n. 4/2019) sono un segnale rilevante di questo approccio. La circolare dell’INPS (nr. 100, del 5 luglio), definisce in dettaglio il regime specifico che la legge adotta per i cittadini extra UE. Per i cittadini extra UE, oltre il vincolo dei dieci anni di residenza in Italia, vige l’obbligo di presentare una certificazione dell’autorità estera competente ai fini dell’attestazione dei requisiti relativi in particolare al patrimonio immobiliare posseduto in uno stato estero. L’attestazione deve essere tradotta in lingua italiana e legalizzata dall’autorità consolare italiana. Questa procedura complessa e queste disposizioni non si applicano, in particolare, “nei confronti di cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea nei quali è oggettivamente impossibile acquisire le certificazioni”. Al riguardo, il comma 1-ter demanda ad un decreto attuativo del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, l’individuazione dei Paesi i cui cittadini sono esonerati dall’obbligo di cui al comma 1-bis, per oggettiva impossibilità di produrre tale documentazione. In attesa dell’emanazione del decreto attuativo l’INPS ha sospeso l’istruttoria di tutte le domande presentate a decorrere dal mese di aprile 2019 da parte di richiedenti non comunitari.
A dire il vero, alla data di emanazione della circolare dell’INPS (luglio) i tre mesi previsti dalla legge per la predisposizione del decreto istitutivo del reddito di cittadinanza (art. 2, comma 1-ter) sono già trascorsi sebbene l’individuazione di un primo gruppo di paesi nei quali è oggettivamente impossibile acquisire le certificazioni non sembra molto complesso. Adottando requisiti che difficilmente alcuni gruppi sociali potranno ottenere, procedure complesse, atti discriminatori, queste iniziative introducono e legittimano in Italia, non più solo a livello locale, un nuovo sistema di welfare che riduce sistematicamente l’accesso ai benefici delle minoranze etniche e altri gruppi sociali vulnerabili e intende rinforzare, allo stesso tempo, la protezione sociale per i cittadini italiani ritenuti meritevoli.
Il “welfare chauvinism” e il “welfare condizionale” sono sistemi di welfare sostenuti da partiti politici che hanno un peso elettorale rilevante in nazioni come l’Italia, la Francia, il Regno Unito, la Germania, l’Olanda, e che in nazioni come la Danimarca, la Finlandia e la Svezia si dimostrano comunque capaci di influenzare significative decisioni pubbliche in materia di welfare. In nazioni come la Polonia e l’Ungheria questi partiti hanno un ruolo maggioritario. In molti casi, queste configurazioni di welfare non si limitano a discriminare le minoranze etniche, ma prevedono generosi interventi a favore delle “vittime delle riforme e delle politiche di riduzione della spesa” (truffati dalle assicurazioni sanitarie, dall’industria farmaceutica, dalle banche) attuate dalla élite economiche e politiche che hanno governato per anni ai danni del popolo, cercano di rafforzare la protezione sociale dei “perdenti della globalizzazione”, aumentando i benefici, mettendo meno enfasi sulla responsabilità individuale dei cittadini meritevoli.
Il welfare diventa una sfera di vita in cui molti governi e molti partiti politici cercano di ricostruire le distinzioni della maggioranza delle persone rispetto ad altri gruppi sociali più deprivati, stabilendo e legittimando le differenze e le separazioni. Il welfare ha avuto un ruolo importante nel promuovere integrazione sociale senza discriminazioni e distinzioni, nel contrastare l’esclusione sociale. Anzi, una volta operatori, associazioni, enti locali affermavano la necessità di “partire dagli ultimi”, partire dalle loro esigenze e dalla loro capacità di accesso ai servizi. Il rischio è che progressivamente l’accesso ai servizi pubblici non sia più un diritto, ma dipenda dal gruppo etnico, dalla moralità, dal rispetto delle regole e dal senso di responsabilità del beneficiario sia esso una persona senza dimora o un immigrato. Per molte istituzioni esistono solo cause individuali del degrado e delle povertà estreme, solo comportamenti individuali irregolari che bisogna risolvere e affrontare con decisione e rapidamente con interventi securitari, sanzioni e controlli prima che incidano drammaticamente sulla vivibilità dei centri urbani.

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Recent Publications:
Remo Siza (2019), The sociologist: a profession without a community, International Review of Sociology, 3(29).
Remo Siza (2019), Declines and Divisions: the missing welfare needs of the majority, Journal of International and Comparative Social Policy, 2(35), pp. 211-226.
Remo Siza (2018) Manuale di progettazione sociale, FrancoAngeli, Milano, pp.180.
Remo Siza (2018) Narrowing the gap: the middle classes and the modernization of welfare in Italy, International Journal of Sociology and Social Policy, issue 1-2(38), pp. 116-129.
Remo Siza (2017), Welfare for the middle classes: the case for reinforcement, in R. Siza e C. Deeming (eds) Il Declino della classe media: i limiti delle politiche sociali, Sociologia e politiche sociali, n. 2(20), pp. 25-43.
Remo Siza (2019) Anche in Italia si consolida il welfare chauvinism. Su Welforum.
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Vaccini, lenticchie e il Nobel per l’economia
Giacomo Battiston su Sbilanciamoci
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15 Ottobre 2019 | Sezione: Economia e finanza, primo piano
Il Nobel dell’Economia a Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer è un riconoscimento al loro approccio di lotta alla povertà: soluzioni simili a test farmaceutici. Così si sposta l’attenzione dalle domande più grandi a obiettivi mirati e raggiungibili.

In un TED talk del 2010, Esther Duflo racconta di un suo studio sui vaccini in Rajasthan, India, condotto insieme a Abhijit Banerjee. Nel distretto di Udaipur, il tasso di vaccinazione infantile era inferiore al 10%. Gli autori ipotizzarono che gli abitanti non comprendessero l’importanza di vaccinarsi e che ostacoli come la distanza dalle cliniche, o l’incertezza sulla presenza di personale li portassero a procrastinare. In un esperimento su 134 villaggi, 30 furono selezionati casualmente per ottenere delle campagne di vaccinazione in cliniche mobili, in cui la presenza di personale era monitorata con un sistema poco costoso, una fotografia che una volta stampata mostrava l’orario in cui era stata scattata. In altri 30 villaggi alle campagne di vaccinazione fu affiancata la distribuzione di un chilo di lenticchie per ogni vaccino. L’intervento fu sorprendentemente efficace. Il tasso di vaccinazione nei villaggi dove erano state organizzate le campagne era del 17%, quasi il triplo del 6% nei villaggi non coinvolti nelle campagne. E il solo incentivo delle lenticchie portava il tasso di vaccinazione al 38%. Una misura creativa ed economica aveva permesso di ridurre un problema sanitario di primaria importanza, un metodo rigoroso aveva permesso di comprenderlo.

Il Nobel dell’Economia a Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer costituisce un riconoscimento alle loro idee su come affinare gli strumenti nella lotta la povertà. Il loro metodo, simile a quello utilizzato per testare un farmaco, consiste nell’estrarre a caso, all’interno di una popolazione di interesse, un gruppo di “trattamento”, a cui viene assegnata una misura contro la povertà (reti antimalariche, informazioni sui benefici dell’istruzione ecc.), e un gruppo di “controllo”, che non viene trattato. La randomizzazione assicura che l’unica differenza sistematica tra i due gruppi sia dovuta al momento del “trattamento”. Così, guardando agli esiti comportamentali, diversi tra i due gruppi (quanto usano le reti antimalariche, quanto vanno a scuola?), se ne può valutare l’efficacia.

Così facendo, Banerjee, Duflo, Kremer, insieme a tanti altri, hanno ridotto un problema complesso come la lotta alla povertà ad una serie di problemi più semplici da comprendere: come aumentare la prevenzione antimalarica? Come convincere una famiglia a mandare i figli a scuola?

Il loro metodo ha dato credibilità alle soluzioni proposte, basandole su evidenza scientifica. Ha anche ridotto, in parte, il ruolo delle differenze ideologiche nel dibattito, spostando l’attenzione dalle domande più grandi alle domande più piccole e a obiettivi chiari da raggiungere.

La loro ricerca, svolta soprattutto in India e in Africa, ha coinvolto temi come l’istruzione e la salute. Per esempio i loro studi hanno identificato soluzioni pratiche per ridurre l’assenteismo del personale scolastico nei Paesi in via di sviluppo e sottolineato l’efficacia di interventi volti a migliorare l’apprendimento degli studenti più svantaggiati.

In ambito sanitario, Kremer ha dimostrato gli enormi benefici di cure poco dispendiose al problema dei vermi intestinali, studiandone anche gli impatti sulla riduzione del contagio. Banerjee e Duflo hanno anche proposto delle riflessioni più generali sui processi decisionali di chi vive in povertà. Nel loro libro “L’Economia dei Poveri” (edito da Feltrinelli in Italia), concludono che chi vive in povertà spesso non ha facilmente accesso a informazioni utili, ma si trova a fronteggiare un carico di responsabilità sulle proprie vite più elevato dei più ricchi. Le politiche contro la povertà dovrebbero tenere in considerazione questi fattori e spingere ad agire nel modo più benefico con “pungoli” e opzioni di default. I suggerimenti includono abbassare il prezzo del sale arricchito di ferro e iodio, installare dei distributori di cloro vicino alle fonti d’acqua nei villaggi dove non ci sono condutture idriche per spingere chi se ne approvvigiona a depurarla, e così via.

Questo premio Nobel è anche simbolico per le personalità di coloro che lo hanno ricevuto e ha il potenziale di ispirare una nuova generazione di scienziati sociali. Porta con sé la speranza di un’accademia giovane, inclusiva e attenta ai Paesi in via di sviluppo.

Duflo, Kremer e Banerjee hanno 46, 54, e 58 anni e Esther Duflo è la seconda donna a ricevere il premio Nobel dopo Elinor Ostrom. I vincitori di questo premio sono impegnati sul campo e coinvolgono nella loro ricerca governi, istituzioni locali e ONG. A questo scopo, Banerjee e Duflo nel 2003 hanno fondato J-PAL, all’MIT di Boston, ad oggi il centro di ricerca accademico più prestigioso nell’economia dello sviluppo. Metodo, soluzioni e impegno sono al centro di una grande conquista per i tre autori e per questo ambito di ricerca.

Oggi venerdì 18 ottobre 2019

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