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CONTRO LA PRECARIETÀ. UNA POLITICA GLOBALE DEL LAVORO

quarto_statoUN’INTERVISTA DI GRANDE ATTUALITA’ AL GRANDE SOCIOLOGO LUCIANO GALLINO, SCOMPARSO DELL’OTTOBRE DEL 2015.584ae0e494601572598f4b5e9bbcb419
Sul sito www.benecomune.net, a cura di Fabio Cucculelli – 11/11/2015, viene ripubblicata un’intervista a Luciano Gallino, scomparso l’8 novembre 2015, apparsa su Formazione & Lavoro nel 2008. Nella circostanza vogliamo anche noi ricordare così uno dei più grandi sociologi italiani a cui spesso abbiamo fatto riferimento.

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1) Nel suo libro Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità lei afferma che ad un periodo di de-mercificazione del lavoro è seguito, e prosegue tuttora, un periodo di accentuata ri-mercificazione del medesimo. Ma tra la concezione del lavoro come merce e quella che ad essa si oppone ci sono delle differenze sostanziali. Ce le può illustrare? Come mai oggi sembra prevalere una concezione del lavoro come merce e non come dimensione integrante della vita?

9788842083221Concepire il lavoro come una merce significa concepirlo come una attività separata dalla persona come avviene con qualunque oggetto. Se ci si avvicina invece all’altra concezione il lavoro è da considerare come una parte intima e connaturata alla persona, tale da non potere essere separata da questa. Nel primo caso quindi la forza lavoro viene concepita come una qualsiasi altro oggetto; nel secondo invece il lavoro è elemento integrale ed integrante della persona che lo presta, della sua identità, del senso di autostima, della sua vita familiare, della sua presenza nella comunità locale. Questo processo di mercificazione interessa anche la terra, cioè la natura e non solo il denaro o il lavoro. Si è venuta affermando a partire dagli anni ’30 una concezione del mercato, presente già nell’800, secondo cui la società deve servire al mercato e non viceversa, come sarebbe ragionevole.

Questa concezione che potremmo chiamare del “tutto mercato” ha avuto la meglio sia nelle imprese che nella politica di molti governi, così come nell’ambito delle teorie economiche. Si tratta di una idea che sta producendo disastri in molti ambiti della vita sociale. In particolare vorrei richiamare la crisi finanziaria e soprattutto quella alimentare che dilaga rapida come una pandemia all’aumentare del costo del cibo. In questi ultimi dodici mesi agli 850-900 milioni di affamati già presenti nel mondo, se ne sono aggiunti altri 100 milioni. E secondo le previsioni del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo per ogni punto percentuale in più sul costo del cibo, il numero degli affamati nel mondo salirà di 16 milioni. Di fronte a questa crisi, come ho osservato in un mio articolo apparso di recente su “La Repubblica”, i Paesi occidentali hanno la grossa responsabilità di aver distrutto, con le loro politiche agricole e i sussidi ai propri coltivatori, i sistemi agricoli regionali dei Paesi emergenti.

2) Come ben sa, le Acli qualche anno fa proposero alle forze sociali, politiche e sindacali un Manifesto sulla flessibilità sostenibile per aprire un dibattito nel Paese sulla possibilità di minimizzare i costi della flessibilità, di evitare cioè che diventi precarietà a vita cogliendo le opportunità da essa aperte. Oggi è ancora possibile perseguire questa strada?

Innanzitutto è necessario distinguere tra flessibilità dell’occupazione e flessibilità della prestazione. La prima consiste nella possibilità, da parte dell’impresa, di far variare la quantità di forza lavoro utilizzata, ossia il numero di lavoratori a cui si paga in un dato momento un salario. Questo tipo di flessibilità si traduce prevalentemente in una variegata tipologia di contratti lavorativi, detti atipici, per distinguerli da quelli normali o tipici che hanno una durata indeterminata. In questa accezione di flessibilità rientrano dunque i contratti a temine, quelli a progetto, le collaborazioni coordinate, i contratti di lavoro in affitto, che possono variare dai due mesi fino a due-tre anni. Si tratta spesso di lavori che sono autonomi nella forma ma che poi di fatto sono dei veri e propri lavori alle dipendenze con una data di scadenza.

Il secondo tipo di flessibilità, quella della prestazione, si riferisce alla modulazione da parte delle imprese delle attività e dei tempi di lavoro. In questa accezione di flessibilità rientrano i lavori a turni, quelli distribuiti su 4-5 giorni, i lavori a chiamata. Le persone coinvolte in queste forme di flessibilità sono parecchi milioni e si tratta sia di lavoratori a tempo pieno che di atipici. Bisogna notare inoltre che la flessibilità della prestazione si cumula sovente con quella dell’occupazione e che tra queste due forme di flessibilità vi siano rapporti di scambio. Se si accetta la prima si rischia maggiormente di cadere sotto la seconda.

Entrambe queste due accezioni di flessibilità, ma soprattutto la prima, non sono sostenibili. Quella dell’occupazione non è sostenibile sia per il numero di persone coinvolte (oltre 5 milioni) sia per le condizioni di lavoro, che costringono molte persone a orari eccessivi, sia perché spesso riguarda l’economia sommersa, dominata dalla totale mancanza di sicurezza. La flessibilità della prestazione non è sostenibile, nel nostro paese, prima di tutto perché in genere viene imposta, compromettendo così la vita familiare e la vita di relazione in genere. Andrebbe sostituita con forme avanzate di flexitime, nelle quali le persone scelgono liberamente, secondo le loro esigenze, in quali ore del giorno, e in quali giorni, entrare o uscire dall’azienda, sulla base di un contratto a tempo indeterminato. In alcuni paesi scandinavi il flexitime ha dato risultati positivi per ambedue le parti.

Invece per molte persone il lavoro precario vuol dire 10-15 anni di contratti a termine che non diventano mai un’occupazione stabile. Gli effetti di questa precarietà sono evidenti. Comportano costi elevati per le famiglie, le comunità e le stesse imprese. Alcuni uomini politici e opinion leaders dipingono il mercato italiano come il più flessibile d’Europa tralasciando di notare che abbiamo i salari più bassi d’Europa e la più bassa produttività del continente. Credo che, con tutta evidenza, ci sia una correlazione tra questi tre fattori. Come diceva un grande imprenditore italiano come Adriano Olivetti, la produttività è legata anche alla capacità di investire nella formazione, alla professionalità presente in azienda. Chi, imprenditore o lavoratore che sia, ha un orizzonte di breve raggio non ha interesse né a formare né a formarsi.

3) Affrontare le cause della flessibilità piuttosto che curare gli effetti richiede, a suo avviso, un’azione decisa, quella che lei chiama “una politica del lavoro globale”. Quali misure il governo italiano e l’Unione europea possono adottare per rendere il lavoro più stabile, decente e dignitoso?

La richiesta di lavoro flessibile da parte delle imprese, che significa in buona sostanza maggior facilità di assumere e di licenziare, è un fenomeno globale che non esclude nessun Paese. Le grandi imprese occidentali oggi producono all’estero perché trovano costi del lavoro molto più bassi, vincoli ambientali minori o inesistenti e assenza di attività sindacale. I singoli governi non possono limitarsi a curare gli effetti della flessibilità adottando misure che la rendano sostenibile attraverso l’offerta di maggiore sicurezza sociale (flessicurezza). E’ necessaria un’azione decisa che contrasti la flessibilità intervenendo sulle sue cause. Si tratta di un impegno di lungo periodo, di un compito storico a cui tutti i Paesi occidentali sono chiamati. Siamo di fronte ad una vera e propria sfida da cui dipenderà il futuro di molti lavoratori: quella relativa a come avverrà il pareggiamento, a lungo termine inevitabile, tra i redditi e i diritti delle forze di lavoro oggi più agiate e quelli delle forze di lavoro più povere del mondo. Ad oggi i segnali che abbiamo sono indirizzati ad un pareggiamento spostato verso il basso piuttosto che verso l’alto. Nell’ultimo quarto di secolo abbiamo infatti assistito ad una pressione volta ad abbassare i salari e le condizioni di lavoro, che certo non si può ricondurre al declino americano o a mercati del lavoro troppo ingolfati da lato dell’offerta, quanto piuttosto ad una strategia concertata del capitale, dei governi e della destra politica volta a tagliare i guadagni ottenuti dal movimento dei lavoratori a metà del XX secolo.

La sfida a cui facevo riferimento prima può essere vinta solo attraverso l’adozione di una politica del lavoro globale che da un lato riconosca maggiori diritti ai lavoratori del Sud del mondo, e dall’altro imponga regole ed accordi sindacali che migliorino le condizioni di questi lavoratori. La strada della contrattazione territoriale a livello globale non è un utopia ma una via già sperimentata. L’OIL ha reso noti diversi contratti e accordi che hanno permesso di modificare la situazione lavorativa di parecchi milioni di lavoratori. Per quanto riguarda l’Europa, si potrebbero mettere in campo strategie finanziarie innovative tese a promuovere forme di investimento socialmente responsabili, tese cioè a risolvere il conflitto intorno alle condizioni di lavoro determinatosi tra i lavoratori dei paesi sviluppati e quelli dei Paesi più poveri. Anche accordi bilaterali estesi all’insieme di settori produttivi potrebbe giovare. Purtroppo dobbiamo constatare come oggi la Commissione europea sia integralmente neoliberista e quindi poco sensibile a politiche di questo tipo. Venendo al contesto italiano, ritengo che occorra sfuggire dalla trappola dell’adattamento alla globalizzazione e pensare invece a normative e leggi in grado di recepire i principi ispiratori della nostra carta costituzionale.

4) Nel suo libro, citato precedentemente, lei afferma che “i lavori flessibili sono visti con favore dalle imprese anche perché contribuiscono alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative”. Quali sono le implicazioni sociali e sindacali di questo processo?

La rappresentanza sindacale è stata resa molto più problematica dalla frammentazione presente oggi nel mercato del lavoro, quale conseguenza diretta della frammentazione produttiva. Molte componenti di prodotti e servizi provengono da Paesi diversi e lontani, per cui per il sindacato diventa difficile svolgere un’azione di tutela adeguata. Anche se è possibile parlare di rappresentanza di filiera produttiva, tuttavia a fronte della frammentazione intercontinentale del processo produttivo la tutela diventa un questione molto complessa e non facile da realizzare. La legislazione ha fatto la sua parte spingendo verso una accentuata individualizzazione dei contratti di lavoro. Questo apre grosse incognite sull’azione sindacale e sulla sua possibilità presente e futura di promuovere le condizioni di lavoro e tutelare i lavoratori

5) A suo avviso i lavori flessibili sono una forma di erosione di una serie di diritti e di legislazioni sul lavoro che dal 1945 ad oggi hanno tutelato i lavoratori. Quali sono state le tappe di questa erosione? La legge Biagi rappresenta il risultato estremo di questo processo?

La legge 30, come andrebbe chiamata, rappresenta semplicemente una ulteriore tappa di un lungo percorso iniziato negli anni ’80 e che ha avuto uno snodo importante nel protocollo del luglio ’93 e nella legge del 97 (pacchetto Treu), per poi proseguire con le leggi del 2001 e del 2002 sull’orario e il lavoro a termine, introdotte, si è detto, per adeguarsi alle direttive europee, fino ad arrivare al 2003, anno a cui risale la legge 30 e il suo decreto attuativo. Se leggiamo quest’ultimo (composto da oltre 80 articoli) si vede che si tratta di un prolungamento di tutto un corso di leggi che si sono susseguite nel corso di 15-20 anni. La legge 30 è una legge minuscola. Per cui la questione non è se modificarla o meno ma piuttosto come superarla. A mio avviso andrebbe superata da una legge alta che guardi anche alla situazione internazionale e all’Europa. Serve una nuova legge complessiva sul lavoro che riveda l’intera materia e che si richiami ai principi fondamentali della Costituzione, a quell’immagine di persona il cui maggiore scopo è il suo pieno sviluppo umano e che vede la società impegnata a rimuovere gli ostacoli al conseguimento di questo fine (art. 3).

Gran parte della legislazione italiana sul lavoro degli ultimi decenni ha invece, in buona sostanza, ignorato se non violato alcuni articoli fondamentali della nostra Costituzione relativi al lavoro; basti pensare all’articolo 36 e agli articoli 41 e 46. La nuova legge dovrebbe essere fondata in modo chiaro sul recupero dell’assunto che il lavoro non è una merce, ma una dimensione che coinvolge intrinsecamente la persona che lo presta. Un altro cardine della legge dovrebbe consistere nel ristabilire il principio per cui il contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato e a tempo pieno è il tipo di contratto in assoluto predominate e non una possibilità tra tante, come traspare ad esempio dalla legge 30. Altre forme di contratto utili alle aziende e ai lavoratori, come in certi casi il tempo parziale, dovrebbero essere considerate come deroghe a fronte di specifiche necessità.

6) Quale ruolo può giocare la formazione scolastica, universitaria e professionale per evitare che molti lavoratori cadano nella trappola della flessibilità a vita? Quali misure è necessario adottare per rendere i nostri lavoratori più “competitivi” in termini di conoscenza e competenze professionali?

Esiste un ritardo strutturale del nostro Paese che non si recupera certo con leggi che spesso hanno un orizzonte limitato ad uno-due anni. La nostra forza lavoro ha una percentuale elevata di persone con un livello di istruzione medio-basso rispetto a quella della Germania e della Francia. Solo il 40% della forza lavoro compresa tra i 15-16 anni e i 39 anni, arriva alla media inferiore. Il Paese ha bisogno di un grande piano per portare la scolarizzazione, dai 15 ai 18 anni, a riguardare tutti quelli che entrano nei circuiti della formazione tecnica e professionale. Per quanto riguarda la formazione professionale credo che le aziende debbano farne di più. Oggi la formazione realizzata nelle imprese si misura in poche ore per pochi lavoratori dipendenti; si fanno mediamente sei-otto ore di formazione all’anno che riguardano il 20% dei lavoratori. Siamo a livelli assolutamente trascurabili. Le imprese italiane devono assumersi le loro responsabilità e non scaricare le colpe sul mondo della scuola. La Confindustria quando parla di competitività dovrebbe dare l’esempio e stanziare qualche centinaia di milioni di euro per la formazione in azienda, al fine di recuperare in termini di competitività e non perdere le professionalità presenti nelle nostre imprese. In Italia quando si parla di competitività si finisce solo con l’affermare che è necessario lavorare di più. La proposta del governo di detassare gli straordinari si muove in questa logica miope e limitata a chi già lavora. Una logica che non aiuta certo i giovani ad entrare nel mercato del lavoro.

7) Lei osserva come “la correlazione tra innalzamento della flessibilità del lavoro e tasso netto e stabile di creazione di nuovi posti di lavoro, o di riduzione della disoccupazione, spesso richiamata da esponenti politici, accademici e media”, non trovi alcun riscontro. Per uscire da questa narrazione neo-liberista quali strade è possibile percorrere? Quali forme e modalità di lavoro e quali nuove occupazioni possono consentire al nostro Paese di uscire dalla situazione attuale?

Tra il 2001 e il 2006 sono stati apparentemente creati, secondo le rilevazioni campionarie dell’Istat, 1 milione di nuovi occupati. Ma questo milione di occupati in più è derivato in gran parte dalla loro emersione dall’economia sommersa, ossia dalla trasformazione dell’80% di questi lavoratori da irregolari a regolari. Le precedenti rilevazioni trimestrali dell’Istat non li registravano perché, essendo per lo più immigrati, non erano ancora iscritti alle anagrafi comunali.
In due-tre anni quindi un cospicuo numero di lavoratori immigrati è stato iscritto nelle anagrafi e quindi ricompreso nella rilevazioni trimestrali. Inoltre è aumentato il numero di lavori a termine e delle donne tra i 16 e i 18 anni impiegate a part-time, che quindi sono stati registrati dall’Istat. Da questi dati emerge chiaramente come l’aumento degli occupati dichiarati avvenuto in Italia non sia stato il risultato di un aumento delle forme di lavoro flessibile, quanto piuttosto della regolarizzazione di lavoratori immigrati e dell’aumento dei tempi parziali.

Venendo alla questione della creazione di nuove occupazioni credo sia necessario fare un ragionamento complessivo che chiama in causa il ruolo delle imprese e del sistema economico-produttivo italiano. Come dicevo le aziende dovrebbero investire maggiormente in formazione modificando radicalmente l’attuale orientamento di indifferenza al problema. Si dovrebbero realizzare, per dire, almeno 8 ore di formazione al mese per l’80% dei lavoratori, coinvolgendo anche gli atipici. La Confindustria dovrebbe farsi promotrice di questa grande azione, di questo grande investimento formativo necessario per rendere le nostre imprese più competitive.

Il nostro Paese ha urgente bisogno di una seria politica industriale. I tedeschi oggi sono diventati i primi esportatori al mondo di macchine laser, di software e hardware per le automobili. E i francesi vanno molto meglio di noi. Stesso discorso si può far per la Svezia e la Norvegia. Il rilancio di una seria politica industriale italiana, che dovrebbe inserirsi in una politica industriale europea, deve proporre un’idea chiara di ciò che si può produrre, individuando un indirizzo chiaro e autonomo. L’Italia è ferma agli anni 70; da allora in poi è mancata una politica industriale degna di tale nome. Il caso Alitalia, o quello delle Ferrovie, ma ce ne sono molti altri, mostrano come la mancanza di una politica industriale stia costando moltissimo al Paese.

8) Il lavoro flessibile in Italia ed in Europa è una questione che riguarda soprattutto le donne, spesso quelle più giovani. Cosa si può fare per rendere i loro percorsi lavorativi più stabili? Come favorire l’ingresso e il permanere delle donne italiane nel mercato del lavoro?

Siamo di fronte a schemi culturali e politici complessi, difficili da superare. Non è una questione di quote. Certi oneri dovrebbero essere accettati dalle imprese. Invece siamo nella situazione in cui le aziende pagano di meno le donne perché ogni tanto si permettono di andare in maternità. Invece di considerare questa fase della vita come una ricchezza per tutta la società, viene considerata una situazione di inabilità. I responsabili delle risorse umane delle nostre imprese considerano ancora la maternità in questo modo e quindi marginalizzano le donne.
Se guardiamo alla politica il discorso è analogo. In Italia ci sono forse due rettori universitari donna su 77; 4 ministri al femminile su 26; solo un 8% se non meno di donne elette nel Parlamento. Se ci confortiamo con altri Paesi europei ci accorgiamo come in Italia ci sia una fortissima disuguaglianza in termini di acceso al mondo del lavoro, della politica, della cultura. In Svezia ad esempio, il 40-50% dei rettori universitari e dei deputati sono donne.

9) Quali strategie adottare per rilanciare l’occupazione nel Meridione?
La prima cosa è, come già ho detto, adottare una seria politica industriale magari guardando a Paesi come la Germania e la Francia. In questo Paese, ad esempio, esiste una potente agenzia territoriale, la Datar, che ha il compito di razionalizzare gli investimenti sul territorio transalpino. La Datar nel corso di vari decenni – è stata istituita negli anni 60 – ha avuto un ruolo importante per lo sviluppo produttivo francese. L’agenzia è riuscita a facilitare l’insediamento di certe produzioni in alcuni luoghi piuttosto che in altri, favorendo così lo sviluppo di veri e propri poli di competitività. Se in un certo territorio ci sono le migliori fabbriche specializzate, reti informatiche specializzate ed efficienti, terreni attrezzati a prezzo conveniente, e facilitazioni fiscali, è chiaro che gli imprenditori saranno attratti ad investire qui piuttosto che altrove.

Discorso analogo dovrebbe essere fatto per quel che riguarda il nostro Mezzogiorno, valorizzando e sviluppando alcune specificità produttive territoriali in modo da attrarre investimenti. Ma per favorire questi processi è necessario potenziare la rete di infrastrutture di cui oggi dispone il Sud, a partire dalla ferrovie e dalle autostrade. Il settore turistico e quello ambientale hanno sicuramente grandi potenzialità che vanno sfruttate maggiormente, ma senza una politica industriale adeguata il Meridione e il Paese nel suo complesso non riuscirà a uscire dalla sua crisi, ad adeguarsi agli standard degli altri Paesi europei.

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Libro Luciano Gallino

ElettorandoSardegna

Legge elettorale regionale: usciamo da su connottu?
democraziaoggi27 Maggio 2017
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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PETIZIONE POPOLARE PER UNA LEGGE ELETTORALE PER LA SARDEGNA

Oggi sabato 27 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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fuori-dal-fangoSiete invitati a partecipare e ad intervenire alla presentazione del libro “Fuori dal fango”, che si terrà sabato 27 maggio 2017 nella sala della MEM – Metiateca del Mediterraneo – a Cagliari Via G. Mameli 164, con inizio alle ore 10,00. Saranno presenti le autrici: Rosanna Rutigliano e Cinzia Spriano. Letture di Antonella Tironi – Moderano i lavori: Maria Franca Marceddu e Donatella Pinna.
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bsta- Su Democraziaoggi.democraziaoggi
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SOCIETÀ E POLITICA »MAESTRI»
92be8b1b76a41af396b70a43d70707a489x111Un disobbediente in direzione ostinata e contraria
eddyburgdi Alessandro Santagata, su il manifesto, ripreso da eddyburg.
«Molte le iniziative sul prete di Barbiana, scomparso da 50 anni, domani ne avrebbe compiuti 94. Carte inedite nel volume “Lettera ai cappellani militari. Lettera ai giudici”, a cura di Sergio Tanzarella». il manifesto, 26 maggio 2017 (c.m.c.)
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labsusDOCUMENTAZIONE
L’economia sociale e solidale come economia della società
Michela Passalacqua – 13 dicembre 2016 su LabSus
ripess_logo240- Approfondimenti. Documento RIPESS 2015.
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cropped-logowelove-1-624x196Potenza, il 27 maggio riflettori accesi sui beni comuni
Giovanni Marco Santini – 25 maggio 2017 su LABSUS
Da tempo il movimento civico We Love Potenza ha acceso i riflettori sui contenitori vuoti di Potenza e sulla possibilità di vederli “rigenerati” attraverso iniziative di urbanistica partecipata, di volontariato e di innovazione sociale. In particolare il Regolamento sui Beni comuni può rappresentare una tappa importante di questo percorso nella definizione di strumenti e compiti da attribuire ai diversi protagonisti in campo che, puntualmente, sono stati coinvolti.

Cavalcata Sarda 2017

cavalvata-sarda2017-ft-6- Gli scatti di Renato d’Ascanio Ticca, foto n. 06.

Come si riorganizza la conoscenza, a volte contro o nonostante i “templi accademici” che la vogliono rigidamente controllare

matteo-merzagora-26-5-17Matteo Merzagora parla con noi giornalisti facendoci partecipi di interessanti esperienze di partecipazione innovativa in ambiti scientifici. Esperienze francesi (a Parigi, Grenoble, Caen…) Qualcosa si fa anche in Italia e perfino in Sardegna (10Lab di Sardegna Ricerche e – dico io – CLab di Unica) ma ancora troppo troppo poco e con scarsa diffusione. Colpa di molti? Certamente in testa per colpevole responsabilità le Istituzioni e, tra queste, soprattutto Stato, Regione, Comuni capoluogo e Università.
matteo-merzagora-2-26mag17

“BASTA CON I FASCISMI”: il 27 maggio, in tutta Italia, Giornata antifascista promossa dall’ANPI

manifesto_antifascismo_2017- Sabato 27 maggio in occasione della Giornata nazionale Antifascista “Basta con i fascismi!”, promossa dall’ANPI Nazionale, l’Anci provinciale terrà un’iniziativa a Cagliari, presso il salone piano terra della Camera del Lavoro, in Viale Monastir 15. Ore 10-12.30.
Alla Giornata nazionale “Basta con i fascismi!” aderiscono CGIL, ARCI e Libertà e Giustizia.
– segue –

Oggi venerdì 26 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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lampada aladin micromicroGli editoriali di Aladinews. «Il rapporto “Verso un’economia trasformativa” analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo. Una rassegna di buone pratiche che creano lavoro e partecipazione»
SOCIETÀ E POLITICA »CAPITALISMO OGGI» PROPOSTA
L’economia che trasforma
di Giacomo Pellini, su Sbilanciamoci, ripreso da eddyburg e da aladinews.
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democraziaoggiI populismi italiani nell’analisi di Marco Revelli
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Il populismo è il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa; per Marco Revelli (“Populismo 2.0”), esso è “il ‘sintomo’ di un male più profondo, anche se troppo spesso taciuto, della democrazia: la manifestazione esterna di una malattia di quella forma contemporanea della democrazia […] che è la Democrazia rappresentativa”. […]
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linkiesta logoL’Italia di domani? Sarà un Paese per badanti, infermieri e camerieri
Secondo gli ultimi dati Istat, sono le professioni “esecutive” del mondo dei servizi a decollare, un mondo enorme in cui si va dal commercio alla finanza, alla consulenza, ma ancora di più, e questo è un importante segno dei tempi, tutte quelle non qualificate, +23,5% in 8 anni.
di Gianni Balduzzi su Linkiesta.
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Il Partito sociale e il diritto alla città

umberto_boccioni_1911_the_street_enters_the_house_oil_on_canvas_100_x_100-6_cm_sprengel_museumIl Partito sociale e il diritto alla città
di Sandro De Toni, su sbilanciamoci.

23 maggio 2017 | Sezione: Alter, Italie, Società
Note a margine del volume recentemente pubblicato dalle edizioni dell’Asino, “Il partito sociale”, una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani

La lettura dell’introduzione di Giulio Marcon a “Il partito sociale” (edizioni dell’asino), una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani, mi ha sollecitato alcune annotazioni (laterali) ispirate dai teorici della “rivoluzione urbana”. Tra gli altri: Henri Lefebvre (Il Diritto alla città ed altre opere) e David Harley (vedi, ad esempio, Città ribelli).

Le tesi di Osvaldo Gnocchi Viani (1837-1917), fondatore del Partito Operaio Italiano (POI), sul socialismo, sulle camere del lavoro, le organizzazioni operaie, sul mutualismo e la cooperazione sociale, sono ancora di grande attualità. In particolare, la sua critica alla separatezza tra politica e questione sociale e la sua rivendicazione della centralità dell’autogestione e della democrazia dal basso.

Nell’organizzazione delle classi subalterne sono state due le strade perseguite storicamente dal movimento operaio.
Da un lato, una lunga storia di ricerca politica che mira al controllo operaio, all’autogestione, alla cooperazione e cosi via. La maggior parte dei tentativi di questo tipo, nel lungo periodo si sono però dimostrati irrealizzabili o assorbili dal sistema capitalista, malgrado gli sforzi e i nobili sacrifici che li hanno tenuti in vita. Il controllo dei lavoratori in unità produttive relativamente isolate raramente riesce a sopravvivere. Ogni spazio alternativo spontaneo, pur importante, è destinato a svanire; alla fine esso è riassorbito dalla prassi dominante.

Di fronte a questa difficoltà, gran parte della sinistra è giunta alla conclusione che la lotta per il commando dell’apparato statale sia l’unica. Lo Stato dovrebbe essere l’agente che controlla i circuiti del capitale e controlla le istituzioni, i poteri e i soggetti che gestiscono i flussi responsabili del perpetuarsi dei rapporti di classe nella produzione. Ma l’esperienza storica ha visto il fallimento dei paesi del socialismo reale e la debolezza delle socialdemocrazie nei confronti del neo-liberismo, nonché la perdita di potere degli stati-nazione di fronte ai fenomeni della globalizzazione.

È possibile trovare una via di mezzo tra le strade dell’autogestione e quella del controllo centralizzato statale, se nessuno delle due funziona come antidoto efficace al potere del capitale? Lefebvre e Harvey sostengono che la sinistra dovrebbe promuovere un movimento sociale urbano che rivendichi il diritto alla città per tracciare una via per la costruzione di un alternativa anticapitalista.

Vediamo perché e come.

Perché il diritto alla città? L’uso capitalistico dei fenomeni di urbanizzazione è funzionale al ciclo del capitale . Come conseguenza, viviamo in città sempre più divise, frammentate e conflittuali. L’urbanizzazione ha svolto e svolge un ruolo cruciale nell’assorbimento delle eccedenze di capitale, agendo su scala geografica sempre più ampia, ma al prezzo di processi di distruzione creativa che hanno espropriato le masse urbane di qualunque diritto alla città. L’intero programma neoliberista dell’ultimo trentennio è stato orientato alla privatizzazione del controllo dell’eccedenza. L’urbanizzazione è diventata globale anche tramite l’integrazione dei mercati finanziari mondiali.

Il rapido degrado della qualità della vita urbana ci indica che oggi la crisi ha tutte le caratteristiche per essere definita una crisi urbana. Il nostro principale compito politico – suggeriscono Lefebvre e Harvey – consiste allora nell’immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente. Ma tutto ciò non può accadere senza la creazione di un forte movimento anticapitalista il cui principale obiettivo consista nella trasformazione della vita quotidiana nella città. Insomma, dal diritto alla città alla rivoluzione urbana.

Dobbiamo affermare il diritto alla città da parte degli espropriati, il diritto di cambiare il mondo e la vita, e di reinventare la città in modo più conforme ai nostri desideri. Questo diritto collettivo alla città (anche se la distinzione tra la città e il rurale è saltata per via dell’urbanizzazione dilagante della stessa campagna; ma ne rimane il forte valore simbolico che smuove un potente immaginario) è un diritto collettivo che può essere una parola d’ordine programmatica e un ideale politico. I produttori urbani devono sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente producono.

Dove e in quale modo si possono riunire per dare voce alle loro proteste e alle loro richieste collettive? In questi anni sono venuti alla ribalta movimenti urbani di ogni tipo che cercano di superare l’isolamento e di dare una nuova forma alla città.

Vanno costruiti meccanismi democratici alternativi per decidere come rivitalizzare la vita urbana al di fuori dei rapporti di classe dominanti. La conclusione strategica è che l’organizzazione dovrebbe pensare in termini di intervento nelle città invece di limitarsi ai luoghi di lavoro. Può sorgere una coalizione sociale e politica con una forma di organizzazione territoriale.

Dunque un “Partito sociale”, ma di quale parte della società? Gnocchi-Viani a cavallo del ‘900 faceva riferimento al proletariato. Ed oggi, quale deve essere il blocco sociale di riferimento per un partito di sinistra? Sul soggetto del cambiamento c’è un dibattito in corso tra post-operaisti e populisti democratici (vedi per le loro tesi, rispettivamente, le elaborazioni di Antonio Negri e di Carlo Formenti).

Senza sposare le tesi populiste, ritengo comunque che il blocco sociale sul quale deve poggiarsi la rinascita di un partito di sinistra a base popolare debba superare sia la vecchia centralità della fabbrica che quella dei lavoratori della conoscenza informatica mediante una presunta autonomizzazione del loro lavoro vivo dal capitale.

La classe operaia rivoluzionaria in occidente è sempre stata costituita da lavoratori urbani, piuttosto che esclusivamente da operai. Il lavoro, importante e in costante espansione, di creazione e sostegno della vita urbana è sempre più affidato a una forza lavoro non garantita e sottopagata, spesso impiegata a tempo parziale e disorganizzata. Il così detto “precariato” ha sostituito il tradizionale “proletariato”. Come affrontare la questione dei lavoratori impoveriti, precari ed emarginati, che ora costituiscono il blocco maggioritario e probabilmente più rappresentativo della forza lavoro in molte città capitaliste diventa un problema politico cruciale (in parte sovrapposto al problema delle periferie). Esiste oggi una maggioranza sociale spuria unificata dalla proletarizzazione e dalla precarietà: i lavoratori dei trasporti e della logistica, badanti e insegnanti, idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri, impiegati di banca, impiegati pubblici, ambulanti, nuovi lavoratori servili nell’economia dei servizi e del capitalismo delle reti, gli sfrattati e i senza casa, i migranti, i lavoratori autonomi di terza generazione uberizzati e messi al lavoro da qualche algoritmo.

Si deve superare a sinistra una specie di feticismo rispetto alla forma organizzativa: il centralismo democratico nei partiti comunisti e socialdemocratici. Il partito sociale va costruito dal basso in un ottica federativa. Vengono citate le esperienze delle “città ribelli”, come Barcelona en comu’, Madrid, Atene, Napoli, e si propone di tessere reti di comunità, di città-comunità. Ma occorre anche riflettere sulla dialettica tra orizzontale e verticale.

Le forme organizzative orizzontali possono funzionare per alcuni problemi di una certa portata ma presto esauriscono le proprie possibilità. Secondo David Harvey dipende dalla connessione dei sistemi. Ad esempio, l’università non è un sistema strettamente connesso. Nei sistemi strettamente connessi bisogna prendere decisioni rapide: il controllo del traffico aereo; il guasto in una centrale nucleare, l’attività in campo militare degli zapatisti,…

Pertanto non basta sostenere che le organizzazioni devono essere orizzontali. Si potrebbe utilizzare la distinzione di Saint-Simon secondo cui i livelli superiori dovrebbero riguardare la gestione delle cose e non delle persone. Una linea di demarcazione difficile rispetto alle politiche reali, ma che può tornare utile.

Altro problema: ci sono municipi ricchi e municipi quasi privi di risorse. Come si organizza la solidarietà? Solo con accordi orizzontali? Insomma, serve uno Stato. E serve anche una sorta di governo globale: basti pensare al problema del cambiamento climatico. Oppure al fenomeno epocale delle migrazioni.
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IL PUNTO DI LABSUS
labsus
Che cosa è il diritto delle città
Fabio Giglioni – 23 maggio 2017 su LabSus

Ricorre sempre più frequentemente l’uso dell’espressione “diritto delle città”. Si tratta di una locuzione davvero difficile da afferrare in prima battuta, perché verrebbe quasi spontaneo associare questo tema al diritto degli enti locali o al diritto urbanistico, ma in entrambi i casi sfuggirebbero i motivi di questa nuova espressione. E, in effetti, la sua coniazione prescinde da questi riferimenti.

Città come creature di comunità
Riprendendo la dicotomia utilizzata da uno studioso americano molti anni fa (G.E. Frug, The city as a legal concept, in Harvard Law Review, 1980, 93, 6, 1059 ss.) ridurre le città agli enti locali o al diritto urbanistico significa ricondurre le città a “creature degli stati”, entità cioè che svolgono funzioni in quanto conferite, delegate o attribuite dallo stato mediante atti puntuali di carattere normativo. In questo senso le città verrebbero assunte come organismi – certo complessi – chiamati ad assolvere funzioni pubbliche che collimano con gli interessi dello stato.
Quando si parla, però, di diritto delle città si intende altro e, secondo la bipartizione di Frug, le città dovrebbero essere considerate come libere associazioni di soggetti che si consociano nell’uso comune di un territorio conurbato che presenta una complessità di interessi. Le città, insomma, come “creature di comunità”. In questo senso le città sono viste sempre all’interno di ordinamenti più ampi che le comprendono, ma capaci anche di esprimere potenzialità che la prima accezione manifesta solo in modo parziale. In questo senso le città eserciterebbero un’autonomia che è innanzitutto normativa, la cui fonte è direttamente data dalla politicità degli interessi rappresentati sul territorio (Giannini).
Possiamo così dire che per diritto delle città si deve intendere quel complesso di regole che governano spazi urbanizzati la cui origine trova fonte nella rappresentanza della comunità che le istituzioni cittadine interpretano e nel diretto coinvolgimento delle organizzazioni o delle individualità della società civile.

Diritto creativo delle città
In questo modo le città non vengono evidenziate tanto come soggetti chiamati ad applicare la legge, quanto come soggetti capaci di creare diritto innovativo insieme alle realtà sociali che le animano. È un diritto che dipende poco dalle leggi e che invece è alimentato dall’incontro delle esperienze sociali autoprodotte con gli interessi generali che le istituzioni cittadine sono chiamate a preservare. A svolgere questa funzione di incontro è il principio di sussidiarietà orizzontale, come affermato dall’art. 118, c. 4, cost., che obbliga infatti le autorità pubbliche a favorire le autonome iniziative di cittadini, singoli e associati, rivolte a curare le attività di interesse generale. Il diritto delle città, così, risponde anche a un disegno costituzionale ben preciso che vuole disegnare gli ordinamenti giuridici non come esperienze chiuse o impermeabili a quelle sociali, ma aperte ad esse e capaci di delineare le condizioni che ne consentano l’emancipazione da meri fatti a elementi del diritto.
Dentro questa cornice vanno collocate quelle esperienze sociali che, pur originando al di fuori di un quadro di legalità, assumono rilievo perché agenti su spazi e beni che sono andati in disuso o si trovano in stato di abbandono al fine di riattivarne l’uso per finalità sociali: ne sono un esempio gli interventi per il decoro urbano, la gestione di spazi verdi lasciati in degrado, la rigenerazione di spazi ed edifici che hanno perso la loro destinazione originaria e altro ancora.

Tre modelli di diritto creativo
Rispetto a tutto questo si delineano tre modelli di reazione delle città.
Il primo è fondato sulla tolleranza, in cui cioè le istituzioni non si prefiggono l’obiettivo specifico di “recuperare” al diritto esperienze che originano al di fuori ma allo stesso tempo ne ammettono l’esistenza e ci convivono. Naturalmente nel momento in cui questo implicito riconoscimento si stabilisce è difficile che tale condizione di tolleranza resti a lungo tale: è probabile che prima o poi questa esperienza venga riassunta nell’ambito di una condizione di sostenibilità piena giuridica e a questo esito sono interessati tanto le istituzioni quanto le realtà sociali. Il caso recente di Roma con la sentenza della Corte di conti, commentata su questa Rivista, ne è un caso esemplare.
Il secondo modello è quello che si è affermato in modo particolare a Napoli, in cui le istituzioni cittadine hanno assunto delibere puntuali attraverso cui qualificare specifici beni, come beni a uso civico urbano. Con questa definizione originale è stata ammessa la possibilità a specifiche organizzazioni collettive di gestire certi beni per assicurarne una fruizione collettiva il cui contenuto e le cui modalità sono autodeterminate secondo metodi decisionali democratici. In questo senso l’intervento del comune è essenziale sia per qualificare in modo originale certi beni, sia per svolgere quella funzione di garanzia nei confronti della cittadinanza nel suo insieme sull’uso appropriato a fini pubblici dei beni oggetto delle delibere.
Il terzo modello, infine, è quello che ha avuto origine nel comune di Bologna nel 2014 e che fa uso dei patti di collaborazione stipulati dai comuni con i cittadini in esecuzione di appositi regolamenti comunali volti a disciplinare – per l’appunto – la collaborazione tra autorità locali e cittadini. Al centro di questi patti sono sempre beni e spazi urbani verso cui vi è l’impegno alla rigenerazione a fini generali, ma in questo caso lo strumento di raccordo con le istituzioni è realizzato con un accordo negoziale. La flessibilità dello strumento negoziale consente alle parti di produrre quel diritto creativo già citato, idoneo ad assolvere specifiche funzioni e non standardizzato.
In tutti questi casi siamo in presenza di reazioni delle istituzioni pubbliche che, di fronte al manifestarsi delle “zone franche” del diritto (A. Nieto, Critica della ragion giuridica, Milano, Giuffré, 2012, 223-224), non reagiscono applicando il comando legislativo, ma producendo nuovo diritto che coesiste con quello strettamente positivo. Si tratta di tre modelli molto diversi tra loro, che esprimono un grado di formalità che non cancella del tutto l’informalità ma con diversa però capacità anche di resistere alle esigenze di legalità che potrebbero essere sempre manifestate. Il primo modello è senz’altro il più precario, il secondo è puntiforme nel senso che richiede sempre una delibera del comune per la qualificazione specifica di certi beni, mentre il terzo ha l’ambizione di delineare una soluzione più strutturale. Sono modelli diversi, non necessariamente alternativi tra loro.

Le città come ecosistema
Tutti, però, permettono di individuare interessanti analogie a raffronto con i modelli biologici prevalenti. Si dà così origine a una sorta di organizzazione complessa di poteri e interessi che riflette più da vicino il mondo vegetale rispetto a quello animale: mentre, infatti, il secondo è fondato sulla centralità di alcuni organi vitali che permettono di assegnare una sorta di priorità gerarchica ai suoi componenti, il primo è fondato su moduli coesistenti e autoorganizzati in cui si trova una pluralità di centri autonomi e reciprocamente condizionati allo stesso tempo. In altre parole, il diritto delle città appare configurare un modello ecosistemico di centri auto-organizzati coesistenti ma tenuti insieme da una regia che ne permette di sfruttare al massimo i vantaggi per le collettività.
Dietro, tuttavia, queste potenzialità esistono anche alcune insidie che è bene tener presenti al fine di contenere alcuni rischi. Il rischio maggiore di questi sistemi è ovviamente produrre nuove esclusioni che possono essere date dalla disponibilità dei patrimoni, dalla cultura e dalla differente distribuzione delle conoscenze. Anche per questo il diritto delle città deve trovare forme di convivenza con il diritto più tradizionale, affinché le potenzialità di entrambi vengano messe a frutto pienamente.

Cavalcata Sarda 2017

cavalcato-2017-foto4- Gli scatti di Renato d’Ascanio Ticca, foto 05-

Parte a Cagliari la campagna ‘Ero Straniero’

ero-stranieroUna firma per cambiare il racconto sull’immigrazione e superare la Legge Bossi Fini
Partirà domani a Cagliari la raccolta di firme per chi vuole dire ‘Ero straniero’, titolo della campagna volta a superare la legge Bossi-Fini e investire su accoglienza, lavoro e inclusione. Sono cinquantamila le firme di cittadini italiani da raccogliere in sei mesi per sottoporre la legge all’attenzione del Parlamento, a cui si potrà contribuire da domani, Venerdì 26 maggio dalle ore 10.00 alle ore 13.00 presso la Libreria Edumondo in Via Sulis 47 e a Cagliari e Sabato 27 maggio dalle ore 10.00 alle ore 13.00 nel salone della Camera del Lavoro della CGIL in Viale Monastir 15 durante l’iniziativa organizzata dall’ANPI di Cagliari sulla giornata nazionale contro i fascismi.
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Cavalcata Sarda 2017

le-tre-cavalcata-sarda-2017- Gli scatti di Renato d’Ascanio Ticca. Prima che iniziasse la sfilata.

Oggi giovedì 25 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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democraziaoggiLa globalizzazione e la perdita dei diritti
Paolo Maddalena su Democraziaoggi.
Si è svolto a Napoli un convegno dal titolo “Uscire dalla crisi attuando la Costituzione”, indetto da Paolo Maddalena, già vicepresidente della Corte costituzionale, che come componente del Comitato nazionale per il NO, sta svolgendo ora un’azione per l’attuazione della Costituzione nella parte economica. Ecco la parte iniziale della sua relazione, dedicata all’esame dell’orizzonte culturale […]
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forza-siDa Sinistra Italiana un fondo per i progetti sociali: 100mila euro per la solidarietà
Pubblicato il bando sul sito del partito. Possono concorrere associazioni, attivisti e start up no profit. I finanziamenti messi a disposizione dai parlamentari che hanno versato il 70% delle loro indennità: “Non imitiamo i grillini, ci autotassiamo da sempre. Ci ispiriamo a Syriza e Podemos”
di Monica Rubino su LaRepubblicaonline.
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SOCIETÀ E POLITICA »CAPITALISMO OGGI » PER FARE
Disapprendimento e pensiero creativo
eddyburgdi Marco Deriu su eddyburg.
«Le diverse crisi in corso costringono ad abbandonare certezze, immaginari, linguaggi e schemi cognitivi, a ripensare l’insieme delle relazioni sociali». comune-info, 22maggio2017 (c.m.c.)

«Il rapporto “Verso un’economia trasformativa” analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo. Una rassegna di buone pratiche che creano lavoro e partecipazione»

suzy-1-3SOCIETÀ E POLITICA »CAPITALISMO OGGI» PROPOSTA
L’economia che trasforma
eddyburgdi Giacomo Pellini, su Sbilanciamoci, ripreso da eddyburg.
«Il rapporto “Verso un’economia trasformativa” analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo. Una rassegna di buone pratiche che creano lavoro e partecipazione». Sbilanciamoci.info, 23 maggio 2017 (c.m.c)

55 territori coinvolti (46 in Europa e 9 nel resto del mondo), in 32 Paesi di cui 23 membri dell’Unione europea. Circa 30 organizzazioni della società civile attivate con oltre 80 ricercatori al lavoro che hanno mappato oltre 1100 pratiche rilevanti di Economia sociale e solidale intervistando oltre 550 stakeholder rilevanti tra i quali oltre 100 rappresentanti di autorità locali, nazionali e istituzioni internazionali. Il rapporto “Verso un’economia trasformativa”, realizzato nell’ambito del progetto europeo “Social and Solidarity Economy as Development Approach for Sustainability in Eyd 2015 and beyond” (Essdas) analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo.

Ma cosa intendiamo esattamente per Economia Sociale e Solidale (Ess)? Una sua definizione è stata data nel 2015 nel documento “Visione globale dell’economia sociale solidale” della rete Ripess (Rete Intercontinentale di Promozione dell’Economia Sociale Solidale): secondo questa l’ESS è «un movimento che si propone di cambiare l’intero sistema economico e sociale, promuovendo un nuovo paradigma di sviluppo che sostiene i principi dell’economia solidale. L’economia sociale solidale riguarda una dinamica di reciprocità e solidarietà che collega gli interessi individuali a quelli collettivi».

L’Ess è una pratica che si è sviluppata in America Latina agli inizi dello scorso decennio, e che in diversi Paesi ha avuto un riconoscimento sia formale che sostanziale: nel 2003 in Brasile è stata istituita la carica di Segretario dell’Economia Solidale, mentre, tra il 2011 e il 2012 anche il Messico e l’Equador hanno riconosciuto le nuove pratiche sociali attraverso leggi apposite. Si è poi diffusa successivamente in Europa, anche in Italia, dove esistono attualmente 10 leggi regionali sull’Economia sociale, ed una normativa nazionale sul diritto del commercio equo e solidale è in cantiere da tempo: entro la fine della legislatura potrebbe avvenire la sua approvazione.

Il primo documento ad analizzare lo stato dell’arte dell’Ess è un rapporto dell’Ilo del 2011: un settore, secondo il report, che conta il 6% dell’occupazione in tutta Europa, con due milioni di organizzazioni che rappresentano il 10% di tutte le aziende. Nel mondo, invece, il suo fatturato globale è del valore di 7,5 milioni di euro, e conta di oltre 2 milioni di lavoratori e agricoltori. Esperienze simili, conclude il rapporto, esistono anche nei Paesi emergenti, come l’India, dove 30 milioni di persone sono organizzate in 2 milioni di gruppi di auto aiuto.

Grazie al rapporto Essdas è ora possibile mappare la presenza di tutte queste esperienze alternative sul suolo non solo europeo, ma di tutto il mondo. Anche il nostro Paese è denso di esperienze simili: le regioni più “sensibili” sono Marche, Puglia, Emilia Romagna e Toscana.

I settori produttivi più attivi, secondo lo studio, sono soprattutto quelli legati alla produzione e distribuzione di prodotti agricoli: ben 34 realtà su 55 operano nel campo della sicurezza alimentare e agricola. Spiccano poi altri campi, quali il commercio equo e solidale (16), il consumo critico (15), la promozione di stili di vita sostenibili (14), le pratiche di riuso e riciclo (11).

Per quanto riguarda le funzioni economiche svolte all’interno di tali attività il documento segnala una prevalenza delle attività commerciali di beni e servizi (42%), seguite da quelle di lavorazione e trasformazione (29%), consumo (17%) e distribuzione (12%).

Il report sottolinea poi anche l’alto numero di partecipazione delle persone ai progetti Ess: secondo Essdas gli individui direttamente coinvolti sono circa 13.000, mentre altri 1.500 sono direttamente o indirettamente occupati. Tra le realtà più “virtuose” spicca la cooperativa Manchester Home Care, che conta in tutto 800 persone, mentre la Central Cooperative Marketing delle Isole Andaman e Nicobar dà lavoro a circa 160 persone. Altro esempio da segnalare è l’organizzazione di microcredito solidale inglese Shared Interest, con oltre 9000 soci sostenitori.

E dal punto di vista del reddito? Secondo il rapporto l’impatto economico di tutte queste attività è complessivamente di 90 milioni di euro: al primo posto c’è la già citata Shared Interest, con un giro d’affari di oltre 42 milioni di euro, mentre la Home Care di Manchester registra un “fatturato” annuo di 14 milioni. Secondo le stime, il reddito medio generato da ciascuna realtà attiva nell’ambito Ess è di circa 300 mila euro. E un’altra buona notizia è che non solo gli impatti sociali e ambientali di queste realtà siano positivi, ma anche come queste contribuiscano a creare network e partecipazione sul territorio.

Cattive notizie sul fronte istituzionale: oltre alle scarse performance in termini di comunicazione e advocacy da parte del settore Ess, viene sottolineato che molti Paesi non hanno ancora leggi nazionali quadro sull’economia solidale, e che oltre il 50% di queste realtà non hanno né fondi né sponsor istituzionali, né intrattengono rapporto alcuno con le istituzioni. Di conseguenza, conclude il rapporto, l’impatto sulla politica e sulla vita pubblica è basso o addirittura nullo.

Il rapporto è stato anche presentato alla Camera dei Deputati lo scorso 26 aprile, alla presenza delle diverse forze politiche. L’obiettivo è quello di arrivare ad una legge condivisa che promuova e inquadri a livello legislativo le attività legate all’economia sociale e solidale: nello specifico lo studio, si propone di «contribuire ad aumentare le competenze delle realtà/reti che si occupano economia locale, in particolare rispetto al ruolo che può svolgere nella lotta globale alla povertà e nella promozione di uno stile di vita equo e sostenibile».

Il tutto in linea con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile 2015 – 2030 approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2014, dove nello specifico si sottolinea come tutti i partecipanti «richiedono trasformazioni significative delle nostre economie. Invitano a rendere i nostri modelli di crescita più inclusivi e sostenibili. La gente vuole un lavoro dignitoso, una protezione sociale, robusti sistemi agricoli e la prosperità rurale, città sostenibili, un’industrializzazione inclusiva e compatibile, infrastrutture resilienti e energia verde per tutti», e con gli obiettivi Europa 2020, che sostengono la necessità di creare un futuro più tecnologico, sostenibile e inclusivo. Un futuro in cui ci sia posto per tutti, una necessità per non lasciare indietro più nessuno.

Cavalcata Sarda 2017

cavalcatasarda03- Anticipazione degli scatti di Renato d’Ascanio Ticca, foto 03.

Oggi mercoledì 24 maggio 2017 alla MEM

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democraziaoggiOggi a Cagliari un ricordo di Tullio De Mauro
Gianna Lai su Democraziaoggi.
“Non uno di meno”. L’insegnamento di Tullio De Mauro. Questo il titolo del Convegno, coordinato da Cristina Lavinio, che si svolge oggi alle 16 a Cagliari nei locali delle MEM in via Mameli n. 164 su iniziativa delle associazioni CIDI – MCE – LEND – Scienza Società. Ecco una recensione di Gianna Lai al libro […]