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Ma…donne a Sassari. Lunedì Luna Piena al Parco

64382704_305251507027516_94628995798138880_nsedia-van-gogh4La sedia
di Vanni Tola
Sassari – Quarta edizione di “Luna Piena al Parco” organizzata dall’Associazione Ma…donne.
L’Associazione Ma…donne ha organizzato, anche quest’anno, una nuova edizione di “Luna piena al Parco. La manifestazione, patrocinata dal Comune e dalla Provincia di Sassari si avvale dell’apporto di un Comitato Scientifico che individua e sviluppa i contenuti dell’avvenimento. Il Comitato Scientifico è composto dalla professoressa Maria Rita Piras, insegnante, da Caterina Bua, appassionata di letteratura e dalla giornalista Brunilde Giacchi. Il nuovo ciclo di incontri è dedicato a autori illustri della letteratura italiana di cui, in quest’anno ricadono compleanni o ricorrenze, come nel caso di Leopardi. Per il prossimo incontro si è scelto di raccontare Ariosto che canta la luna nel suo Orlando Furioso, una scelta impegnativa che sicuramente il pubblico che segue l’attività di Ma…donne saprà apprezzare. Alla professoressa Piras il compito di realizzare un approccio divulgativo che raggiunga i partecipanti. L’incontro si terrà lunedì 17, con la luna piena di giugno, i partecipanti sono invitati ad indossare in questa occasione il colore verde. Il luogo scelto per l’incontro è particolare e caratteristico. Una bella terrazza affacciata sulla vallata di Rosello con possibilità di generi di conforto offerti dal Circolo Ultimo Spettacolo e la partecipazione all’apericena del Circolo in Corso Trinità 161 (per prenotazioni e info tel. Gabriele al 3393400769)

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Chiesa di tutti Chiesa dei poveri
Newsletter n. 153 del 14 giugno 2019

TUTTI LEVIATANI?

Care Amiche ed Amici,

Oggi sabato 15 giugno 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————————
Su SardiniaPost: confronto a distanza tra Truzzu e Ghirra, a chiusura della campagna elettorale.
Comunali, Meloni tira volata a Truzzu: “Competente, onesto e determinato”
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Comunali, ultimo appello di Ghirra: “Cagliari si trova davanti a un bivio”
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Su CagliariPad
Giorgia Meloni tira la volata a Paolo Truzzu —————–Massimo Zedda a sostegno di Francesca Ghirra.
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Su Casteddu online:
- Paolo Truzzu
- Francesca Ghirra.
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Su L’Unione Sarda online.
- Francesca Ghirra.
- Paolo Truzzu.
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Che succede?

c3dem_banner_04PER USCIRE DAL DECLINO, UN DISCORSO NUOVO
14 Giugno 2019 by Forcesi | su C3dem
Mauro Magatti, “Realismo e ambizione per fermare il declino” (Corriere della sera). Roberto Sommella, “Una Costituente per l’Europa” (Avvenire). Monica Sholz Zappa, “Guardini: è la libertà il vero ‘effetto Europa’” (Avvenire). Laura Linda Sabbadini, “La grande disuguaglianza nella sanità” (La Stampa). Marco Bentivogli, “Il governo mortifica il lavoro” (intervista a Avvenire). Felice Scalvini, “Ma la sussidiarietà non si può sospendere” (Avvenire). Stefano Folli, “Utopia o necessità, il bivio leghista” (Repubblica). Giovanni Bianconi, “Toghe e politica. I rimedi necessari” (Corriere della sera). Luigi Zanda, “Lotti deve valutare se lasciare il nostro partito” (intervista al Corriere). Davide Allegranti, “Il Pd alle prese con la sua identità” (Foglio). Carlo Calenda, “Perché ora serve una forza liberale” (lettera al Corriere). Claudio Verdelli, “Il popolo scomparso nella crisi democratica” (Manifesto).
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La scuola pubblica? Ridotta ad “azienduola”
15 Giugno 2019
Lucio Garofalo su Democraziaoggi.
La scuola odierna, non solo in Italia, è da anni ridotta ad essere una scuola finta, ma per la semplice ragione che ne hanno voluto fare altro: una “azienduola”, nella migliore (?) delle ipotesi. Vale a dire che hanno alienato, ovvero mercificato la funzione della scuola pubblica e ne hanno fatto una finzione caricaturale […]
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La Costituzione repubblicana: ecco dove siamo saldamente ancorati

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Discorso sulla Costituzione
di Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955

L’art.34 dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: ”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

È stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato. Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dall’impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, d quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica. La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, ”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione!

Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955

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Costat Ca bis

Oggi venerdì 14 giugno 2019

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Ricorso elettorale contro l’imbroglio delle adesioni “tecniche”: i ricorrenti perdono, ma è solo il primo tempo, il secondo si gioca a Roma, davanti al Consiglio di Stato, ed è lì che si vince o si perde
14 Giugno 2019
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Respinto il primo ricorso contro la legge elettorale sarda. L’avv. Antonio Gaia ed altri avevano denunciato la violazione dell’art. 21, il quale prevede che le liste dei candidati, per ogni circoscrizione, debbano essere sottoscritte da un certo numero di elettori. Precisamente:
a) da non meno di 500 e non più di 1.000 elettori iscritti nelle […]

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Due semplici ragioni per sostenere Francesca Ghirra sindaco di Cagliari
Di Giovanni Maria Bellu – 14/06/2019 su Il Risveglio della Sardegna.
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Perché il mondo dell’indipendentismo e dell’autodeterminazione dovrebbe scegliere Francesca Ghirra.
di Roberto Loddo su fb
La Regione Autonoma della Sardegna è ufficialmente entrata a far parte dell’internazionale dell’intolleranza. [...]

Oggi venerdì 14 giugno 2019

img-20190608-wa0031Oggi a Cagliari, sopravvivere alla città
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[Pesa Sardigna] Zibechi incontra la Sardegna che resiste
Lo scrittore, ricercatore e giornalista uruguayano, redattore del settimanale “Brecha” e doctor honoris causa presso l’Universidad Mayor de San Andrès (La Paz, Bolivia), Ràul Zibechi sarà in Sardegna dal 13 al 19 giugno, ospite del Coordinamento dei Comitati Sardi.
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Lunedì 24 a Cagliari

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Il mondo che ci tocca vivere

bbf4aa16-4dfc-4e8f-98f8-062b0bea97c7Il governo ha paura dei poveri?
di Stefano Zamagni, su SettimanaNews

Uno dei più devastanti pericoli che la cultura oggi corre è stato efficacemente descritto dallo scrittore inglese C.S. Lewis con l’espressione “chronological snobbery”, per significare l’accettazione acritica di quanto succede solo perché esso appartiene al trend intellettuale del presente. È questo il caso della aporofobia (letteralmente: disprezzo del povero), un atteggiamento, questo, in rapida diffusione nelle società dell’Occidente avanzato, che vede la condizione di povertà come qualcosa di connaturato alla natura umana oppure come una sorta di male necessario per consentire alla società di avanzare. Dallo spirito di compassione di un tempo si sta passando al disprezzo o, quando va bene, all’indifferenza.
L’accettazione supina del factum toglie così respiro al faciendum. Eppure, già Condorcet nel suoEsquisse del 1794, aveva avvertito: «È facile dimostrare che le fortune tendono naturalmente all’eguaglianza e che la loro eccessiva sproporzione o non può esistere o deve rapidamente cessare se le leggi civili non impongono mezzi artificiosi per perpetuarle o per riunirle». Quanto a dire che le grandi diseguaglianze sociali sono un prodotto dell’organizzazione della società e non già un dato di natura da accettare come qualcosa di immodificabile.
Ideologia del merito
Cosa c’è al fondo di un simile cambio di mentalità? Di due fattori causali, soprattutto, intendo qui dire.
Il primo è quello attribuibile all’affermazione nel corso dell’ultimo quarto di secolo, dell’ideologia meritocratica. Introdotto per primo dal sociologo inglese Michael Young nel 1958, il concetto di meritocrazia è andato via via crescendo di rilevanza nel dibattito pubblico. Meritocrazia è, letteralmente, il potere del merito, cioè il principio di organizzazione sociale che fonda ogni forma di promozione e di assegnazione di potere esclusivamente sul merito.
Il merito è la risultante di due componenti: il talento che ciascuno ottiene dalla lotteria naturale e l’impegno profuso dal soggetto nello svolgimento di attività o mansioni varie. Nelle versioni più raffinate, la nozione di talento tiene conto delle condizioni di contesto, dal momento che il quoziente di intelligenza dipende anche dall’educazione ricevuta e da fattori socio-ambientali.
Del pari, la nozione di sforzo viene qualificata in relazione alla matrice culturale della società in cui cresce e opera l’individuo, e ciò perché l’impegno dipende, oltre che dai “sentimenti morali”, anche dal riconoscimento sociale, cioè da quello che la società reputa di dover giudicare meritorio. Invero, è un fatto a tutti noto che la medesima abilità personale e il medesimo sforzo vengono valutati diversamente a seconda dell’ethos pubblico prevalente in un dato contesto.
Ecco perché quello meritocratico, secondo il giudizio del suo inventore, non può essere preso come criterio per la distribuzione delle risorse di potere, sia economico sia politico.
Young fu talmente persuaso della pericolosità di tale principio che arrivò a scrivere nel 2001 un articolo in cui lamentò il fatto che il suo saggio del 1958 fosse stato interpretato come un elogio e non come una critica radicale della meritocrazia intesa come sistema di governo e come organizzazione dell’azione collettiva. In buona sostanza, il pericolo serio insito nell’accettazione acritica della meritocrazia è lo scivolamento – come Aristotele aveva chiaramente intravisto – verso forme più o meno velate di tecnocrazia oligarchica. Una politica meritocratica contiene in sé i germi che portano, alla lunga, all’eutanasia del principio democratico.
Il criterio del merito
Ben diverso è il giudizio nei confronti della meritorietà che è il principio di organizzazione sociale basato sul “criterio del merito” e non già del “potere del merito”. È certo giusto che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di disegnare regole del gioco – economico e/o politico – capaci poi di avvantaggiarlo. Si tratta cioè di evitare che le differenze di ricchezza associate al merito si traducano in differenze di potere decisionale. Se non è accettabile che tutti gli uomini vengano trattati egualmente – come vorrebbe l’egualitarismo –, è però necessario che tutti vengano trattati come eguali, il che è quanto la meritocrazia non garantisce affatto.
In altro modo, mentre la meritocrazia invoca il principio del merito nella
fase della distribuzione della ricchezza, cioè post-factum, la meritorietà si perita di applicarlo nella fase della produzione della ricchezza, mirando ad assicurare l’eguaglianza delle capacitazioni (capabilities).
In buona sostanza, il problema serio con la nozione di meritocrazia non sta nel merere (guadagnare) ma nel kratos (potere). La meritorietà, invece, fa propria la distinzione tra merito come criterio di selezione tra persone e gruppi e merito come criterio di verifica di una abilità o risultato conseguito. Il primo è respinto; il secondo è accolto.
La meritorietà è, dunque, la meritocrazia depurata della sua deriva antidemocratica. Già Aristotele aveva scritto che la meritocrazia non è compatibile con la democrazia. Per l’ideologia meritocratica, se un individuo cade nella povertà è “colpa” sua: di qui il disprezzo.
I dogmi dell’ingiustizia
La seconda della cause di cui sopra si diceva è la continua credenza, nella nostra società, nei dogmi dell’ingiustizia. Di due, in particolare, mette conto dire.
Il primo afferma che la società nel suo insieme verrebbe avvantaggiata se ciascun individuo agisse per perseguire solamente il proprio beneficio personale. Il che è doppiamente falso. In primo luogo, perché l’argomento smithiano della mano invisibile postula, per la sua validità, che i mercati siano vicini all’ideale della libera concorrenza, in cui non vi sono né monopoli né oligopoli, né asimmetrie informative. Ma tutti sanno che le condizioni per avere mercati di concorrenza perfetta non possono essere soddisfatte nella realtà, con il che la mano invisibile non può operare.
Non solo, ma le persone hanno talenti e abilità diverse. Ne consegue che, se le regole del gioco vengono forgiate in modo da esaltare, poniamo, i comportamenti opportunistici, disonesti, immorali ecc., accadrà che quei soggetti la cui costituzione morale è caratterizzata da tali tendenze finiranno con lo schiacciare gli altri.
Del pari, l’avidità intesa come passione dell’avere è uno dei sette vizi capitali. Se nei luoghi di lavoro si introducono forti sistemi di incentivi è evidente che i più avidi tenderanno a sottomettere i meno avidi. In questo senso, si può affermare che non esistono poveri in natura, ma per condizioni sociali; per il modo cioè in cui vengono disegnate le regole del gioco economico.
L’altro dogma dell’ingiustizia è la credenza che l’elitarismo vada incoraggiato perché efficiente e ciò nel senso che il benessere dei più cresce maggiormente con la promozione delle abilità dei pochi. E dunque risorse, attenzioni, incentivi, premi devono andare ai più dotati, perché è all’impegno di costoro che si deve il progresso della società. Ne deriva che l’esclusione dall’attività economica – nella forma, ad esempio, di precariato e/o disoccupazione – dei meno dotati è qualcosa non solamente normale, ma anche necessario se si vuole accrescere il tasso al quale aumenta il PIL (prodotto interno lordo).
La crisi dell’idea di uguaglianza dovuta alla circostanza che l’applicazione del canone della giustizia distributiva richiede sempre un sacrificio, è bene descritta da Norberto Bobbio (1999) quando scrive che alla lotta per l’uguaglianza fa quasi sempre seguito la lotta per la differenza.
Terzo settore: rendere cittadini
Tante, e di varia natura, sono le conseguenze che discendono dall’argomento sopra esposto. Su una di queste, in particolare, desidero richiamare l’attenzione: il marcato e ormai a tutti notofin de non recevoir nei
confronti degli Enti di Terzo Settore (volontariato, imprese sociali, cooperative sociali, ONG, fondazioni civili). Si tratta di una galassia di soggetti – di cui il nostro paese è provvidenzialmente ricco – la cui missione primaria è quella di pensare, in primis, agli ultimi rispettandone la dignità e favorendone la fioritura umana.
È agevole comprendere perché ciò accade. Chi insegna e pratica l’aporofobia non può certo vedere di buon occhio l’espansione di soggetti il cui agire vale soprattutto a veicolare nella società la virtù della misericordia. Li si tollera bensì e pure si elargiscono loro benefici fiscali, ma non si accetta che possano raggiungere la soglia critica, oltre la quale riescono a diventare soggetti autonomi. Vanno dunque tenuti sotto tutela.
Nella prospettiva cristiana la misericordia dice del modo in cui l’amore si deve manifestare – come ha scritto papa Francesco, «Dio ama misericordiando»; esercita, cioè, la giustizia rendendo giusti coloro che sono perdonati.
Il confronto di due brani di autori celebri consente di afferrare il senso dell’affermazione riferita.
Ne Il Mercante di Venezia di W. Shakespeare si legge: «La misericordia è al di sopra del potere degli scettri dei re. Essa ha il suo trono nel cuore dei sovrani ed è l’attributo di Dio stesso. Il potere terreno diventa allora più simile a quello divino solo quando la misericordia tempera la giustizia». (Atto IV, scena I).
Su un altro versante, F. Nietzsche scrive nel suoCosì parlò Zarathustra (1883-85): «In verità io non amo i misericordiosi… Tutti i creatori sono duri. Dio è morto e la sua compassione per gli uomini fu la sua morte… Sia lodato ciò che ci rende duri».
I brani si commentano da soli. Mi limito solo ad osservare che la misericordia cui fa riferimento il filosofo tedesco – cui dava fastidio una certa retorica moralistica –, è un atto etico-filosofico, non teologico in senso cristiano. Un antico apologo recita: «Il discepolo aveva peccato gravemente e pubblicamente. Il maestro non lo punì. Un altro discepolo protestò “Non si può ignorare la colpa, Dio ci ha dato gli occhi”. Il maestro replicò “Sì, ma anche le palpebre!”». La misericordia ha palpebre.
Misericordia, forma del sociale
Lo storiografo romano Gaio Igino, nel Fabulorum Liber, ci ha trasmesso un racconto mitologico che bene fa comprendere il ruolo, per così dire, economico-sociale della misericordia. Nel racconto,
Cura dà forma all’essere umano plasmandolo con del fango.
Giove, invitato da Cura a infondere lo spirito al suo pezzo di creta, volle imporre il suo nome, ma Terra intervenne reclamando che venisse data a questa creatura il proprio nome, perché aveva dato ad essa parte del proprio corpo.
Saturno, eletto a giudice, decise che questa creatura si sarebbe chiamata homo (da humus, fango), che Giove avrebbe avuto lo spirito al momento della morte, mentre Terra ne avrebbe ricevuto il corpo; ma Cura lo avrebbe posseduto per tutta la vita, poiché per prima gli ha dato forma.
Cura dà forma al fango conferendogli così dignità umana. È in ciò la missione propria degli enti di terzo settore in ambito economico: quella di dare “forma” al mercato, umanizzandolo.
Invero, sono le molteplici azioni di misericordia che, nonostante le difficoltà, continuano ad essere poste in pratica che ci fanno capire che una società non può progredire sulla via dello sviluppo umano integrale tenendo tra loro disgiunti il codice dell’efficienza e il codice della fraternità.
È questa separazione a darci conto del paradosso che affligge le nostre società; per un verso si moltiplicano le prese di posizione a favore di coloro che, per ragioni diverse, restano indietro o addirittura esclusi dalla gara di mercato. Per l’altro verso, tutto il discorso economico è centrato sulla sola efficienza. C’è allora da meravigliarsi se oggi le disuguaglianze sociali vanno aumentando pur in presenza di un aumento globale della ricchezza?
Fraternità e mercato
Aver dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuali da strutture assistenziali di natura pubblica, ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti ad una soluzione credibile del grande trade-off tra efficienza ed equità.
Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace di progredire quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione stato-centrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate.
L’esigenza di affratellamento emerge da tutte le sfere della convivenza – economica, politica, sociale –. La grande sfida da raccogliere è come raccordare l’esigenza libertaria, propria della soggettivizzazione dei diritti, e l’istanza comunitaria. Vale a dire, come non perdere il senso soggettivo della libertà e, insieme, non tradire lo spazio dell’altro, non solo non invadendolo, ma contribuendo al suo arricchimento.
Un passo famoso di William Blake – poeta e artista nutrito delle sacre Scritture – ci aiuta ad afferrare la potenza del principio di fraternità: «Ho cercato la mia anima e non l’ho trovata. Ho cercato Dio e non l’ho trovato. Ho cercato mio fratello e li ho trovati tutti e tre». L’intuizione del poeta inglese è ricavata dalla pagina evangelica in cui Gesù ci informa che il suo viso si cela dietro i profili miseri degli ultimi dei nostri fratelli (Mt 25,31-46). È nella pratica della misericordia che la persona incontra simultaneamente, il proprio io, l’altro e Dio.

Oggi giovedì 13 giugno 2019

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Anche l’organo di garanzia nel vortice del malaffare
13 Giugno 2019
Di Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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Dimezzati i reati, ma il 78% della popolazione pensa che siano in aumento. Ecco il perché
di Milena Gabanelli e Luigi Offeddu, su Il Corriere della Sera.
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Che succede?

c3dem_banner_04“SE ANCHE IL VANGELO FA PAURA…”
11 Giugno 2019 by Forcesi | su Cde3m.
Stefano Zamagni, “Il governo ha paura dei poveri?” (settimana news). Luigi Manconi, “Se anche il Vangelo oggi fa paura, perdiamo centimetri di libertà” (Corriere della sera). Antonio Polito scrive, sul Corriere, che il centrosinistra non esiste più e che lo stesso cattolicesimo politico appare assente: “Così il Partito democratico è rimasto solo”. Matteo Renzi: “Non me ne andrò dal Pd, è troppo tardi per fare un mio partito” (intervista a Repubblica). Virginio Merola, “Il Pd è troppo romano centrico” (colloquio sul Foglio). Federico Geremicca, “Zingaretti, il difficile comincia ora” (La Stampa). Mauro Calise, “Il partito che manca ai giovani” (Mattino). Stefano Folli, “Il governo che naviga a vista” (Repubblica). Romano Prodi, “Ultimi nella Ue. Un’Italia senza benzina” (intervista a Repubblica) e “La strada in salita dell’energia pulita” (Il Mattino). Michele Salvati, “L’Italia fuori dalla lotta per un’Unione più stretta” (Corriere). Eugenio Bruno, “L’Italia non attrae i cervelli” (Sole 24 ore). Elsa Fornero, “Il riformismo è in coma” (Foglio). La singolare interpretazione di Loris Zanatta sul Messaggero: “La deriva ‘religiosa’ della politica sui social”.

Elezioni

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Parliamo di Cagliari
- Comunali a Cagliari, Truzzu e Ghirra in fuga dal loro passato: riusciranno a stupirci?. Vito Biolchini su vitobiolchini.it.
- DOMENICA 16 GIUGNO 2019 CAGLIARI AL VOTO. UNA CHANCE PER LA CAPITALE DELLA SARDEGNA. Pierluigi Marotto sul blog pierluigimarotto.
- Cagliari, Ghirra: “Ecco il piano per Is Mirrionis: aiuteremo i giovani del rione a trovare lavoro”. Su Casteddu online, Redazione Cagliari Online 11 Giugno 2019.

Oggi mercoledì 12 giugno 2019

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2 senza-titolo1
———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————————
Conte sta tentando di ricucire la maggioranza giallo verde, se ci riesce il conto lo pagherà comunque il M5S. Occorre lavorare ad una maggioranza M5S/Sinistre
12 Giugno 2019
Alfiero Grandi. Articolo ripreso da Democraziaoggi.
L’analisi del voto non e’ andata abbastanza a fondo. Ad esempio: il M5Stelle ha perso metà dei voti in 12 mesi, ma quali sono le ragioni di fondo della sua crisi? Le ragioni non stanno in singoli aspetti, tanto che il M5s ha capito che perdeva consensi e ha tentato di recuperare, ma al […]
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Aiuto, questo Governo va avanti (verso il baratro, e oltre)
Benevenuti nell’Italia della legge di bilancio più pazza del mondo. Il Paese non ha soldi da spendere, eppure vogliamo aumentare la spesa sociale e ridurre le tasse. Come schiantarsi contro un muro in poche, semplici, mosse [...]. Su Linkiesta Francesco Cancellato.
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L’economia fa “boom”
Giulio Marcon su Sbilanciamoci
Sbilanciamoci, 6 Giugno 2019 | Sezione: Editoriale, Politica
Tra fabbriche che chiudono o delocalizzano, Pil stagnante, disoccupazione, debito pubblico e spread altissimi, assenza di investimenti pubblici strategici, politiche economiche e fiscali miopi e dannose, il possibile imminente scoppio di una nuova bolla speculativa, l’economia italiana sta per fare “boom”: come evitare il botto.
———————————————————--Da domani———–
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IS MIRRIONIS: Le 5 DOMANDE AI CANDIDATI ALLA CARICA DI SINDACO

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Angelo CREMONE, Francesca GHIRRA, Paolo TRUZZU

IS MIRRIONIS A CHI APPARTIENE IL FUTURO
1)- Quali impegni e azioni amministrative e quali altre iniziative per migliorare la qualità della vita nel quartiere e rigenerare edifici e spazi urbani a vantaggio della cittadinanza?

TOSSICODIPENDENZA-SPACCIO-VIOLENZA
2)- I ricorrenti blitz della polizia testimoniano che il fenomeno della tossicodipendenza in quartiere è drammaticamente presente. In un’intervista, Don Carlo Follesa, dichiarò che ormai dei padri di famiglia ammettono candidamente di ricorrere allo spaccio di droga per garantire un reddito di sussistenza per la propria famiglia e in certe zone si calcola che 1 casa su 3 è un market di spaccio. Per quanto nelle sue competenze, oltre alla doverosa repressione, come intende il futuro Sindaco contrastare, questo devastante fenomeno?
[segue]

Oggi martedì 11 giugno 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————————
Non è che ci voglia un nuovo “scommiato” dei continentali dagli staff degli assessorati regionali?
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Amsicora su Democraziaoggi.
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