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Oggi domenica 29 gennaio 2023

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Eventi,Opinioni,Commenti e Riflessioni——————–——————
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Carbonia. Licenziamenti di massa in Carbosarda, ma si assumono capi servizio: garantita la riserva democristiana. Il prefetto, “è colpa dell’organizzazione padronale l’agitazione dei sindacati socialcomunisti, su richieste non scevre di giustizia ed equità”. Per la contingenza, gravi disordini al comizio di Pajetta
29 Gennaio 2023
Gianna Lai su Democraziaoggi
Oggi, domenica, nuovo post sulla storia di Carbonia, dal 1° settembre 2019.
E a Carbonia intanto, così lontana dal Tribunale di Oristano onde impedire la partecipazione degli operai e dei cittadini al processo, non si smette di […]
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Oggi sabato 28 gennaio 2023

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Eventi,Opinioni,Commenti e Riflessioni——————–——————
Anche a Cagliari grande manifestazione il 25 febbraio per la pace
28 Gennaio 2023
Giacomo Meloni, a domanda di Andrea Pubusa, risponde
D. Il Comitato “Prepariamo la pace” ha fatto una riunione in vista della manifestazione pacifista internazionale del 25 febbraio.
R. Sì, nell’incontro di giovedì 26 gennaio abbiamo deciso di partecipare in videoconferenza all’assemblea dei portuali di Genova, ore 18 appuntamento in Via Marche 9 a Cagliari, sede nazionale della Confederazione Sindacale […]
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[Su Avvenire] Sondaggio. Il 55% degli italiani è contrario all’aumento delle spese militari.
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c9422245-6be3-40ad-bf39-25c6870b6740 Su Avvenire. —— ——————-[Un nostro commento a caldo] Terribile. È una spirale di violenza che non si fermerà. Spetterebbe al governo israeliano dare segni di moderazione. Ma la sua politica e i comportamenti vanno verso la ricerca della “soluzione finale” con l’annientamento dei palestinesi. La comunità internazionale e quanti anche in Israele hanno a cuore la democrazia e la Pace devono imporre soluzioni di negoziazione e rispetto dei diritti di tutti… Ma il pessimismo è d’obbligo… A noi spetta chiedere che il nostro governo scelga la ragione e che richiami il governo israeliano al rispetto dei diritti rinunciando alle ritorsioni… Ma il pessimismo prevale… E la violenza pure…
La violenza va certo condannata da qualsiasi parte si eserciti, sia da parte degli israeliani sia da parte dei palestinesi, ma è alla parte più forte che si deve chiedere un sovrappiù di responsabilità… Ma il pessimismo purtroppo prevale rispetto a un difficile utopistico ottimismo della volontà
[Aladin].
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Comunicato del Comitato “Prepariamo la Pace”

d5c069ac-db7e-430b-b656-0805141d9bceNell’incontro di ieri giovedì 26 gennaio abbiamo deciso [segue]

A 4 anni dal Documento di Abu Dhabi.

ROCCA 1 FEBBRAIO 2023
poliedro-rocca
di Brunetto Salvarani 
Quattro anni fa, il 4 febbraio 2019, la firma del documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, oggi più noto semplicemente come Documento di Abu Dhabi. Protagonisti: papa Francesco, autodefinitosi nell’occasione «un credente assetato di pace», che giocava, in gergo sportivo, fuori casa, e il grande imam di al-Azhar, lo sheikh Ahmad Al-Tayyeb, filosofo e teologo, formatosi alla Sorbona e all’università di Friburgo, in Svizzera. Un evento, non c’è dubbio. Infatti, se documenti analoghi erano stati firmati in passato da leader cattolici e islamici, stavolta a sottoscrivere la comune dichiarazione erano delle delegazioni, sia pure di alto livello, ma il papa stesso e un esponente di punta islamico, che detiene un ruolo chiave unanimemente riconosciuto, nel quadro dell’islam sunnita. 

il disegno creatore di Dio  
Che significato ha quel documento? Ha ragione Francesco, quando, durante il viaggio di ritorno, in risposta alle domande dei giornalisti, ne aveva rivelato l’ermeneutica profonda: l’incontro, storico, si è posto sull’onda lunga del concilio, a oltre mezzo secolo dalla sua celebrazione. Ed è per questo che, comprensibilmente, quanti si pongono, nella chiesa cattolica, più o meno dichiaratamente all’opposizione del Vaticano II, hanno gridato e gridano allo scandalo e al tradimento. Chi ha introiettato, almeno a partire dall’11 settembre 2001, lo schema mentale dello scontro di civiltà, non può che trovarsi spiazzato, a fronte delle immagini, degli abbracci e delle parole di Abu Dhabi, che quello schema hanno definitivamente reso obsoleto. Fino a superare persino la stessa metodologia del dialogo, per adottare quella, ben più impegnativa, della fraternità, termine strategico nell’esperienza dello stesso Francesco d’Assisi che per primo decise di appellare i compagni fratres («Il punto di partenza – ha detto il papa al Founder’s Memorial – è riconoscere che Dio è all’origine dell’unica famiglia umana. Egli, che è il Creatore di tutto e di tutti, vuole che viviamo da fratelli e sorelle, abitando la casa comune del creato che Egli ci ha donato. Si fonda qui, alle radici della nostra comune umanità, la fratellanza, quale vocazione contenuta nel disegno creatore di Dio»). Poi, la condanna ferma e ripetuta del fondamentalismo e del terrorismo, oltre che di ogni violenza e persecuzione provocate dalla strumentalizzazione delle religioni, è letta qui non solo come una risposta all’emergenza odierna, ma come la tessera decisiva di un mosaico in cui viene sottolineata la funzione positiva e propositiva delle religioni stesse nell’attuale stagione storica. In effetti, il cuore del testo non è la questione astratta del rapporto tra fede e ragione, ma la concreta vocazione alla pace delle diverse religioni. 

riferimenti biblici e concetti politici 
Le gravi tensioni internazionali e i conflitti regionali in cui l’elemento etnico-religioso sembra tornare prepotentemente alla ribalta quale fattore di scontro forniscono alle espressioni del documento di Abu Dhabi una dimensione di sano realismo: più che sistemi e ordinamenti da conservare ci troviamo oggi di fronte alla tremenda responsabilità di preservare vite innocenti in un clima di convivenza e di collaborazione che, tra l’altro, è l’unica prospettiva in grado di frenare l’ondata di disperati che fuggono dalle loro terre e cercano di trovare asilo proprio in un’Europa che sta invecchiando (in fretta e male), tormentata da antiche paure che si ripresentano sotto forma di sovranismo e populismo: facili slogan grazie ai quali raccogliere consensi dal sapore populistico, ma ricette ben poco efficaci per la reale soluzione di qualsiasi problema sul medio e lungo periodo. Significativo, allora, è il fatto che – se la prefazione del testo richiama chiaramente l’incipit della dichiarazione conciliare Nostra aetate, dedicata ai rapporti fra la Chiesa e le religioni mondiali – all’inizio del testo l’espressione «in nome di» venga utilizzata ben undici volte: con i firmatari che intendono parlare in nome dei poveri, in nome degli innocenti, in nome degli orfani, in nome dei popoli, e così via. È un’assunzione del carico che portano i più piccoli e più diseredati, ma anche della speranza profonda di tutta l’umanità. Tale formula – in nome di – si ritrova sin dall’avvio. E se in arabo, avvertono gli specialisti, si tratta di un’espressione forte e peculiare (basmala), pure dal punto di vista cristiano, ovviamente, parlare in nome di Dio è quanto mai impegnativo. Ecco che, anche per reagire all’odierna situazione, il testo presenta alcune parole d’ordine, le principali delle quali sono cultura del dialogo, collaborazione, conoscenza reciproca, diritti, cittadinanza. La scelta del dialogo viene operata, in primo luogo, per superare l’odierno stato di conflitto permanente: essa, infatti, ci consente di progredire nella conoscenza reciproca per vincere le incomprensioni e la sottile svalutazione dell’altro che tende a ritrarlo negativamente, per rifiutarlo e trattarlo in modo ostile. È un fatto: solo conoscendosi meglio sarà possibile apprezzare i valori presenti nell’altro, individuando punti di convergenza e operando fruttuosi scambi culturali reciproci; e gli elementi comuni possono sempre aprire spazi di collaborazione, in vista del bene dei diversi popoli. Il centro del discorso, in effetti, non è una trattazione astratta del rapporto tra fede e ragione, bensì l’affermazione della concreta vocazione alla pace delle diverse religioni. Ecco perché il documento, da una parte, ricorre a riferimenti biblici come sfondo integratore (fratellanza, giustizia, misericordia…) e dall’altra lavora con concetti politici che trovano nelle diverse tradizioni religiose il loro contesto di giustificazione e di promozione (convivenza, cittadinanza, libertà, tutela dei diritti…). Mentre una sottolineatura specifica la merita il riferimento perentorio all’indispensabile necessità del riconoscimento del diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici (si pensi all’effetto che può avere un passaggio del genere in buona parte della umma islamica, tanto più che il paragrafo prosegue con l’auspicio che si lavori per liberare la donna stessa dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità). Assumere le categorie della politica moderna (non di rado avversate dalla chiesa cattolica e da altre chiese) come luoghi di evidenza fra tradizioni depositarie addirittura dell’autorità di Dio rappresenta una novità di notevole significato di Abu Dhabi. In un certo senso, la grande svolta che il Vaticano II ha elaborato con la costituzione Gaudium et spes e con la dichiarazione Dignitatis humanae diventa qui centrale in un rinnovato rapporto di alleanza e collaborazione tra la fede cristiana e quella musulmana. L’autorità di Dio si rivela nella dignità di ogni uomo e la libertà dell’uomo, in comunione con il prossimo e con Dio, diviene la via maestra con cui si manifesta la grazia di Dio e il dono della pace. 

da Francesco a Francesco 
Il discorso si illumina ulteriormente se posto nel contesto dell’intera azione riformatrice di papa Bergoglio (comunque si valuti la sua riuscita). Il documento di Abu Dhabi, come detto, rappresenta il punto di arrivo di un percorso lungo che ha le proprie origini nel Vaticano II. Ma c’è di più. Esso, infatti, può esser letto anche, e soprattutto, come un punto di partenza che inaugura un processo, come frequentemente ama dire lo stesso Francesco (Evangelii gaudium n. 223). Fra le tante interpretazioni che sono state date e che si sarebbero potute dare dell’evento di Abu Dhabi, ne scelgo un paio. Il viaggio papale negli Emirati, breve quanto intenso, si è svolto, per esplicito richiamo da parte del suo protagonista, sullo sfondo integratore del filo di una memoria ottocentenaria, non di rado evocata soprattutto negli ultimi anni, quale cifra di un incontro possibile fra cristiani e musulmani in dar al Islam. Otto secoli fa, infatti, nel 1219, dopo un capitolo della sua fraternità focalizzato sulla missione in Europa e agli infedeli, Francesco d’Assisi ebbe buon gioco nel riprendere in esame il suo vecchio sogno missionario sino ad allora abortito, imbarcandosi finalmente da Ancona il 24 giugno e raggiungendo, dopo qualche mese, la terra d’Egitto. Giunto a Damietta nel campo crociato che assediava la città di cui assisterà alla presa, egli tentò innanzitutto di far cessare i combattimenti: «di fronte alla cristianità in armi– commenta Chiara Frugoni in Vita d’un uomoche solo con la forza pensa di poter riscattare i luoghi santi, di fronte alla Chiesa che chiude il dissenso con la violenza e la morte, Francesco ha parole diverse e dissonanti, anche se tratte come sempre dal Vangelo». Molte sono le chiavi di lettura di quel soggiorno, che concordano però sul fatto che il santo si sarebbe recato, con il confratello fra Illuminato, approfittando della tregua d’armi estiva, presso il sultano Al-Malik alKamil, il Sultano perfetto: con l’intenzione di convertirlo, o arso da «sete del martiro», come si esprime Dante nel Paradiso (Canto XI, v. 100), oppure per chiedere la cessazione delle ostilità. Nessuna delle tre cose avverrà, in realtà: ma le fonti sono concordi nel descrivere il trattamento benevolo con cui i due frati sarebbero stati ricevuti e persino una certa ammirazione del sultano nei confronti delle parole – che pure non conosciamo – pronunciate da Francesco. Un episodio che è considerabile il contesto più adeguato del sedicesimo capitolo della Regola non bollata, scritta di lì a poco, intitolato «Di coloro che si recano tra i saraceni e altri infedeli»: «I frati che vi si recano, in due modi, in mezzo a loro, possono comportarsi spiritualmente. Un modo è che non suscitino liti o controversie, ma siano sottomessi a ogni umana creatura per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che è gradito al Signore, annuncino la parola di Dio, affinché essi credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito santo, creatore di ogni cosa, nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati e si facciano cristiani, poiché chi non sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio». Parole che saranno significativamente chiosate dal cardinal Martini, nel suo discorso intitolato Noi e l’islam (6 dicembre 1990).

il pluralismo e la volontà di Dio 
Tornando sul documento di Abu Dhabi, vi si recita che «la fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare», e che è la stessa volontà di Dio (qui, probabilmente, si riecheggia la Sura della Mensa, Corano V,48) che si dia il pluralismo e ogni diversità, di religione, genere, lingua. In una prospettiva che, si direbbe, supera addirittura il paradigma inclusivista, nel rapporto fra cristianesimo e religioni (quello inauguratosi di fatto con la Nostra aetate), aprendo così le porte, più o meno consapevolmente – ma a mio parere, del tutto consapevolmente –, a quello pluralista. Nel testo, infatti, il pluralismo non è subìto quale dato di fatto purtroppo inestirpabile o come una resa incondizionata al processo di secolarizzazione in atto, come non di rado fa la pubblicistica cattolica, ma valorizzato in quanto dono di Dio e base adeguata a fondare la libertà religiosa («La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione»). Ecco il passaggio chiave del documento su questo versante: «Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano». Il teologo (e arcivescovo di Modena) Erio Castellucci, nel recensire un volume postumo di Jacques Dupuis, Il mio caso non è chiuso (EMI 2019) teologo docente per oltre un decennio all’Università Gregoriana, fa riferimento a tale passaggio segnalandone la novità indubbia nel campo della teologia cattolica, e presentandola come «un’affermazione audace, che supera il semplice pluralismo de facto, ossia la mera presa d’atto dell’esistenza delle differenze, ma non arriva ad affermare un pluralismo de iure che depotenzierebbe la missione» (Avvenire, 19/ 2/2020). Personalmente, non posso che augurarmi che tale passaggio rappresenti un’opportunità per una discussione franca e aperta, di cui si sente il bisogno, su un versante che costituisce il futuro – ma anche il presente – della fede cristiana nel tempo del pluralismo. L’ultimo rilancio in ordine di tempo, da parte del papa, c’è stato in Bahrein, nello scorso novembre, in occasione del Bahrein Forum for dialogue, con parole ancora una volta capaci di andare al cuore dei problemi, invitando «ad abitare la crisi senza cedere alla logica del conflitto». Perché «la logica del conflitto ci porta sempre a una distruzione. La crisi ci aiuta a pensare e a maturare. È infatti indegno della mente umana credere che le ragioni della forza prevalgano sulla forza della ragione, utilizzare metodi del passato per le questioni presenti, applicare gli schemi della tecnica e della convenienza alla storia e alla cultura dell’uomo. Ciò richiede di interrogarsi, di entrare in crisi e di saper dialogare con pazienza, rispetto e in spirito di ascolto; di imparare la storia e la cultura altrui. Così si educa la mente dell’uomo, alimentando la comprensione reciproca. Perché non basta dirsi tolleranti, occorre fare veramente spazio all’altro, dargli diritti e opportunità. È una mentalità che comincia con l’educazione e che le religioni sono chiamate a sostenere». Parafrasando Giovanni XXIII in riferimento al Vaticano II, anche nel campo largo delle relazioni interreligiose tantum aurora estBrunetto Salvarani 
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A 4 anni dal Documento di Abu Dhabi. Brunetto Salvarani su Rocca

ROCCA 1 FEBBRAIO 2023
poliedro-rocca
di Brunetto Salvarani 
Quattro anni fa, il 4 febbraio 2019, la firma del documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, oggi più noto semplicemente come Documento di Abu Dhabi. Protagonisti: papa Francesco, autodefinitosi nell’occasione «un credente assetato di pace», che giocava, in gergo sportivo, fuori casa, e il grande imam di al-Azhar, lo sheikh Ahmad Al-Tayyeb, filosofo e teologo, formatosi alla Sorbona e all’università di Friburgo, in Svizzera. Un evento, non c’è dubbio. Infatti, se documenti analoghi erano stati firmati in passato da leader cattolici e islamici, stavolta a sottoscrivere la comune dichiarazione erano delle delegazioni, sia pure di alto livello, ma il papa stesso e un esponente di punta islamico, che detiene un ruolo chiave unanimemente riconosciuto, nel quadro dell’islam sunnita. 
[segue]

Venerdì 27 gennaio 2023 Giorno della Memoria

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Eventi,Opinioni,Commenti e Riflessioni——————–——————
Autonomia e presidenzialismo, le contraddizioni che il governo non sa risolvere
27 Gennaio 2023
Alfiero Grandi su Democraziaoggi.
Giorgia Meloni ha citato il Garibaldi del “qui o si fa l’Italia o si muore”. Peccato che […]
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ANPI. Giornata della Memoria a Cagliari. Partecipate!
27 Gennaio 2023
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27 gennaio 2023 Giorno della Memoria

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di Mariano Borgognoni su Rocca
Editoriale di aladinpensiero online
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Verso il Giorno della Memoria

f13cae62-ded5-4979-83a0-54a9039f4003Porsi Domande su di Dio.
di Giancarlo Morgante
Edith Bruck lo apprese dalla Madre, cremata nei forni di Auschwitz. Il pane preparato per la povera famiglia e mai cotto per l’irrompere all’alba dei nazisti. Questa fu l’inizio della via crucis di Edith.
Lettera a Dio , parte finale del libro “Il pane perduto” . Il libro narra i sentimenti( senza odio alcuno) e l’esperienza di una ragazza ebrea sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti.
[segue]

Giovedì 26 gennaio 2023

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Eventi,Opinioni,Commenti e Riflessioni——————–——————
Lanciato in Sardegna il movimento contro l’autonomia differenziata nella prospettiva di un maggior autogoverno
26 Gennaio 2023
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
L’esito positivo di una iniziativa politico-culturale si misura non solo dalla partecipazione, ma senza dubbio dai semi che sparge e dalla prospettiva che apre. Ora l’incontro organizzato martedì scorso dalla Scuola di cultura politica F. Cocco ha certamente questi ingredienti. Infatti, da Oristano e da Nuoro sono giunti ai relatori inviti a riprendere […]
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https://youtu.be/rjCcyGOgSGI
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Verso il Giorno della Memoria

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27 gennaio Giorno della Memoria. Memoria e Impegno

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di Mariano Borgognoni*
Il 27 gennaio, quando gran parte dei nostri abbonati staranno per ricevere Rocca, io e mia sorella avremo ricevuto la Medaglia d’onore conferita dal Presidente della Repubblica, alla memoria di mio padre come internato militare italiano in un lager nazista vicino Vienna.
Mio padre fu chiamato alle armi il primo febbraio 1940 e fu rimpatriato il 20 agosto 1945. Come scritto nel suo foglio matricolare con asciutto linguaggio militare: anni 5, mesi 6, giorni 19, di cui anni 2 e giorni 7 di prigionia. Cinquant’anni dopo tornammo a Kassos, nella piccola isoletta del Dodecaneso, nella quale, venendo dal natio borgo selvaggio sorvegliato a distanza dai monti dell’Appennino, vide per la prima volta il mare e, con i suoi commilitoni, conobbe un piccolo popolo di pescatori, di pastori, di contadini e piccoli artigiani che, come loro amava la musica, il canto, il ballo: la stessa stoffa umana. L’imbecillità nazionalista aveva ribattezzato quell’isola Caso, e gli era andata pur bene! L’isola vicina Karpatos era violentata in Scarpanto. Quella gente pregava nelle piccole chiesette bianche e azzurre in lingua greca, quella in cui è stato scritto l’intero Nuovo Testamento e una parte dell’Antico. In quella lingua fu scritto e soprattutto pensato il Credo e forse lo stesso Gesù che parlava usualmente in aramaico o in ebraico nei riti cari al suo popolo, qualche volta avrà potuto recitare la preghiera che ci ha insegnato nella koinè greca. Ma se di questo non vi può essere alcuna certezza è del tutto sicuro che i «suoi» annunciarono in questa lingua comune la buona notizia (anche a Roma nei primi secoli dell’era volgare). Se qualcuno considera quasi sacro il pur meraviglioso latino dovrebbe considerare il greco sacro del tutto! Liturgia è un termine di derivazione greca come una parte importante della nostra lingua, anche se spesso non ce ne accorgiamo. Dalle mie parti, ma forse anche dalle vostre, si narra che una signora in visita turistica ad Atene raccontasse al ritorno che era stata in Chiesa per la Messa ma che non aveva capito un accidenti, solo due parole in latino: kirie eleison!
In quei pochi giorni a Kassos incontrammo Stavrullis, l’amico calzolaio di mio padre e la moglie di Karalampos l’amico pescatore morto qualche anno prima. Ma la cosa più sorprendente fu l’incontro iniziale al «Kikkis Restaurant» proprio sul porto. Scoprimmo parlando che si trattava del figlio di Giuseppe Chicchi un abruzzese, commilitone di mio padre che aveva sposato un’isolana ed era tornato a vivere lì.
Tuttavia anche in quella bella occasione di un insperato ritorno, mio padre censurò quel giorno, il 13 Settembre del 1943, ormai ricostruito per tabulas, quando i nostri soldati furono fatti prigionieri dai tedeschi e posti di fronte ad un bivio terribile.
Anche lui è stato tra quel novanta per cento di militari italiani che di fronte alla scelta tra aderire alla Repubblica Sociale e combattere a fianco dei «camerati» tedeschi o essere internati senza alcuna tutela e schiavi da lavoro nei lager germanici hanno fatto la scelta giusta.
Un’obiezione di coscienza al fascismo che aveva portato il Paese alla guerra e alla miseria e un rifiuto di combattere sotto il giogo hitleriano.
A proposito della ferma decisione di questi 650.000 soldati, uno di loro, Alessandro Natta (colui che succederà ad Enrico Berlinguer, come Segretario del P.c.i.), nel 1954, scrisse un libro dal titolo «L’altra Resistenza». La casa editrice vicina al partito, gli Editori Riuniti, decise di non pubblicarlo. Come a dire: la Resistenza è solo quella fatta dalle formazioni partigiane. Ed è del tutto comprensibile che coloro che scelsero la via della lotta anche armata contro il nazifascismo furono la parte che più contribuì alla Liberazione dell’Italia, alla difesa del suo onore tra le nazioni, alla fondazione della Repubblica e all’approvazione della Costituzione. Tuttavia «l’altra Resistenza», quella di coloro che tornarono a casa pelle e ossa, stremati dal lavoro forzato, dalla fame e dalle vessazioni subite, ebbe una sua parte nel contrasto al nazismo e al fascismo e poi nella ricostruzione morale, civile, economica e democratica dell’Italia. Quando alla conferenza di pace a Parigi, il 10 agosto del ’46, Alcide De Gasperi usò quella straordinaria frase verso i suoi colleghi delle potenze vincitrici: «tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me», forse aveva presente che ci fu una parte del nostro Paese che in ogni caso autorizzava a tenere alta la fronte e rendeva possibile quella cortesia.
È giusto quindi che anche gli internati militari italiani nei campi di lavoro nazisti vengano ricordati, in questo giorno della memoria che certo allude ad altre situazioni di più radicale orrore. A cominciare da quanti hanno vissuto l’immane abominio della «soluzione finale», ai milioni di ebrei: bambini, donne, anziani, persone di ogni età ed estrazione sociale massacrati o gasati nei campi di sterminio. Una memoria che dovrebbe spingerci a costruire un cammino antropologico e politico di tabuizzazione della guerra, tanto più quando essa finisce per colpire soprattutto la popolazione civile. Uno sforzo lungo che merita la nostra energia e la nostra perseveranza.
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PS
Abbiamo voluto dedicare la copertina di questo numero a Biagio Conte, l’operatore di pace e di solidarietà palermitano morto in questi giorni, nella città dove, quasi contemporaneamente, si è manifestata la dimensione estrema del bene e del male. Per lui, come per Francesco d’Assisi da cui ha tratto ispirazione, si può parlare di una rottura epistemologica, di una spoliazione, di un cambiamento del punto di osservazione del mondo. Nell’abbraccio ai lebbrosi d’oggi Biagio ha sentito, come Francesco allora, una dolcezza d’animo e di corpo. Non è facile declinare la radicalità di questa scelta in termini politici. Anche la miglior politica deve costruire nuovi diritti sociali e civili mettendo in campo la forza di soggetti ben organizzati. Qui si va oltre, ci si fa carico dell’ultimo, del periferico, del senza forza, del malato, dello sventurato. È un punto-limite in cui la profezia sfida e indica un orizzonte a qualsiasi politica. Non è solo la logica del Vangelo ma soprattutto il suo paradosso. Mi viene in mente, proprio nel centenario della sua nascita, la lettera di don Lorenzo Milani al suo giovane amico comunista Pipetta: «Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò la con te. Io tornerò nella tua casetta piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso».

* Editoriale ROCCA 1 FEBBRAIO 2023
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f13cae62-ded5-4979-83a0-54a9039f4003Porsi Domande su di Dio.
di Giancarlo Morgante
Edith Bruck lo apprese dalla Madre, cremata nei forni di Auschwitz. Il pane preparato per la povera famiglia e mai cotto per l’irrompere all’alba dei nazisti. Questa fu l’inizio della via crucis di Edith.
Lettera a Dio, parte finale del libro “Il pane perduto”. Il libro narra i sentimenti (senza odio alcuno) e l’esperienza di una ragazza ebrea sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti.
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Oggi mercoledì 25 gennaio 2023

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Eventi,Opinioni,Commenti e Riflessioni——————–——————
La terza guerra mondiale sta iniziando?
25 Gennaio 2023
A.P. su Democraziaoggi.
Biden improvvisamente ha rotto gli indugi e ha deciso di dare i carri armati Abrams all’Ucraina; cosi’ ha sbloccato l’invio dei carri tedeschi Leopard. Più semplicemente autorizza i paesi che li hanno di girarli a Zelesky. Di pace e di trattativa non parla nessuno degli occidentali. Chi manda carri, inglesi compresi, pensa alla guerra non alla […]
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AUTONOMIA DIFFERENZIATA, fra vecchi nodi che vengono al pettine e furbizie secessioniste
25 Gennaio 2023
Carlo Di Marco Leone su Democraziaoggi.
Ho più volte sostenuto che il fascismo al potere non ci arriva mai da solo perché c’è sempre qualcuno che gli spiana la strada. Anche nel caso della cosiddetta “autonomia differenziata” quel qualcuno lo ha fatto. Due “apripista” un po’ diversi, ma che attualmente coincidono: è un Governo fascista che eredita […]
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27 gennaio Giorno della Memoria

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Oggi martedì 24 gennaio 2023

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Oggi assemblea-dibattito contro l’autonomia differenziata per la difesa dell’unità e dell’autogoverno
24 Gennaio 2023
Andrea Pubusa su Democraziaoggi
No all’autonomia differenziata
federalismo delle regioni e l’idea dell’autogoverno in Sardegna
Assemblea pubblica, indetta dalla Scuola di cultura politica F. Cocco, ore 17 Sala Fondazione Sardegna via S. Salvatore d’Horta n. 2 Cagliari
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Oggi lunedì 23 gennaio 2023

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