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Oggi mercoledì 24 ottobre 2018

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Dossier Statistico Immigrazione 2018

dossier-idos-2018Giovedì 25 ottobre 2018 – Ore 10:30
Aula Magna Ex Facoltà di Scienze Politiche, Viale S. Ignazio n. 78, Cagliari.
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SALUTI DELLE AUTORITA’ APERTURA DEI LAVORI
Piera Loi, Direttore del Centro Studi di Relazioni Industriali, Università di Cagliari

INTRODUZIONE, COORDINAMENTO E CONCLUSIONI
Sergio Nuvoli, Giornalista, Ufficio Stampa Università di Cagliari

PROIEZIONE DEL VIDEO. Il Dossier Statistico Immigrazione 2018.

PRESENTAZIONE DEL DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2018
M. Tiziana Putzolu, Consigliera Regionale di Parità, “Il contesto nazionale” Valeria Lai, Comitato Unicef Sassari, “Il contesto regionale”.

CONTRIBUTI
Annamaria Baldussi, Università degli Studi di Cagliari, “Migrazioni e globalizzazione“
Genet Woldu Kefly, Presidente Anolf Sardegna, “L’integrazione sociale oggi”

Per Informazioni elisabetta.sini@hotmail.it
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Oggi martedì 23 ottobre 2018

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Varoufakis liquida Di Maio. Ho paura che ripeta il flop di Tsipras
23 Ottobre 2018
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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SOCIETÀ E POLITICA » CAPITALISMO OGGI » CRITICA
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Il grande business del debito italiano
di Andrea Fumagalli su effimera.org, ripreso da eddyburg, 23 ottobre 2018. La campagna mediatica sul debito è ideologica e politica, non di natura economica: l’Italia non si trova a rischio di insolvenza, la crescita del debito non è associata all’aumento della spesa pubblica, serve a favorire la rendita finanziaria e i più ricchi. Questi i veri beneficiari della finanziaria proposta dal governo.
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LE NOSTRE CITTA’ INVISIBILI. UN PROGETTO DI INCONTRO TRA CULTURE DIVERSE.

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migratourC’è un progetto di integrazione a Cagliari che intende promuovere l’incontro tra i cagliaritani ed i migranti di seconda generazione che vivono in città attraverso la conoscenza dei luoghi e della storia. Lo strumento è quello delle passeggiate turistico-culturali condotte da accompagnatori interculturali. Si chiama “Le nostre città invisibili”, fa parte della rete nazionale Migrantour ed è gestito dall’associazione Amici di Sardegna Onlus.
“Le nostre città invisibili” è anche il titolo dell’evento formativo promosso dall’Ordine dei giornalisti della Sardegna che si svolgerà a Cagliari giovedì prossimo 25 ottobre nel Teatro Sant’Eulalia, in vicolo Collegio 2, dalle 14 alle 17. Relatori saranno Luigi Almiento (segretario Odg Sardegna), Roberto Copparoni (presidente Associazione Amici di Sardegna), Laura Longo (coordinatrice progetto Migrantour), Stefania Russo (operatrice culturale, presidente della cooperativa “Il sicomoro”). E ci sarà anche la testimonianza di alcuni partecipanti al progetto Migrantour: Martin Elvis, King Remesha e Es Skib Kawtar.
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Oggi lunedì 22 ottobre 2018

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Dritto di Red——————————————–
Renzi – Grillo, ieri due leader in diretta
22 Ottobre 2018
Red su Democraziaoggi.
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Rovescio di Tonino—————————————
https://www.facebook.com/antonio.dessi.908/posts/2171682266432418
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Riace

alex-e-mimmoSolidarietà con Mimmo Lucano
Alex Zanotelli – Riace riparte!
Scriveva dal carcere Martin Luther King “L’individuo che infrange la legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità circa la sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge”.
21 ottobre 2018 – Laura Tussi su peacelink
Alex Zanotelli – Riace riparte!

Per una nuova comune umanità
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Riunione aperta del Comitato Casa del quartiere di Is Mirrionis

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Comitato Casa del Quartiere – Is Mirrionis – Cagliari
Il presidente Terenzio Calledda comunica che lunedì 21 ottobre alle ore 19 presso i locali della Parrocchia di Sant’Eusebio, si terrà una riunione aperta sul ricupero dell’edificio Scuola Popolare di Is Mirrionis per riconsegnare al quartiere e alla città una struttura di aggregazione e partecipazione civica. L’arch. Felice Carta presenterà il progetto da lui predisposto su commissione dello stesso Comitato. E’ gradita la partecipazione di tutte le persone interessate.
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DIBATTITO. L’impegno dei cattolici italiani in politica, oggi .

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CATTOLICI ITALIANI
Contraddizioni nel cambiamento

di Ritanna Armeni su Rocca.

Come si collocano i cattolici italiani nella divisione che oggi attraversa il paese sui temi della solidarietà e dell’accoglienza? Si dividono? La pensano, magari con sfumature diverse, nello stesso modo?

I recenti fatti di Lodi (dove una sindaca ha impedito l’accesso alla mensa ai bambini stranieri non in grado di attestare l’assenza di redditi all’estero in nome di un regolamento comunale perlomeno discutibile e per molti chiaramente discriminatorio) e i fatti di Riace, un paese che è stato additato come un esempio mondiale di accoglienza e d’integrazione, il cui sindaco è stato arrestato (non accusato o inquisito, ma arrestato) perché avrebbe favorito l’immigrazione clandestina e quindi avrebbe commesso un reato, hanno posto, fra le tante, anche queste domande. L’Italia è un paese cattolico, secondo le statistiche i suoi cittadini in grandissima parte si dichiarano credenti, i bambini in maggioranza sono battezzati e la maggior parte dei matrimoni (sempre meno, ma tanti) si celebra in Chiesa. Da questi dati si può con qualche ragionevolezza supporre che anche i credenti, ancora maggioranza nel paese, abbiano votato per partiti, come la Lega, che oggi fanno della lotta contro l’immigrazione, contro il «buonismo» e contro l’accoglienza, la loro bandiera. E, quindi, appoggino la politica «cattivista» del governo. Devono essere tanti, se la Lega continua a volare nei sondaggi. Si sa anche che un gran numero degli stessi credenti oggi è schierata contro questa politica e che spesso è in prima linea nelle battaglie per l’accoglienza. Si sa che giornali cattolici hanno avuto parole molto dure contro l’attuale politica del governo. E che, infine, alcuni importanti rappresentanti del clero si sono apertamente schierati per politiche di accoglienza e di solidarietà. E allora? Quale possiamo considerare la vera e autentica posizione cattolica? Quella che in nome della legalità e della sicurezza approva i respingimenti, la chiusura dei porti, l’arresto di sindaci che adottano pratiche solidali o quella che opta per soluzioni etiche più consonanti al precetto evangelico «ama il prossimo tuo come te stesso» anche a costo di sconfinare dalle leggi dello Stato?

Un laico che oggi osservi il mondo dei credenti trova difficile comprendere fino in fondo la contraddizione in cui questo si trova. Anche se di cambiamenti nel mondo cattolico ce ne sono stati molti. C’è stato – e non è molto lontano – il tempo in cui i cattolici erano protagonisti assoluti della vita nazionale, delle abitudini, della morale, delle opinioni prevalenti. Un tempo in cui il governo era di un partito cattolico, la Chiesa influenzava la vita politica italiana, il cattolicesimo coincideva con le tradizioni del paese e con i suoi costumi e in cui il mondo cattolico appariva unito e compatto nella morale e nella politica.
Abbiamo poi assistito a una trasformazione che ha coinciso con i cambiamenti sociali e culturali degli anni ’70: il pianeta dei credenti è diventato in gran parte progressista, si è amalgamato con il mondo laico adeguandosi alla modernità, alle richieste di libertà individuale, alla rottura con dogmi della tradizione: divorzio, aborto etc. Da un certo punto in poi i cattolici non hanno più costituito un fronte compatto, omogeneo che si contrapponeva agli «altri». Rimaneva la discriminante della fede, ma questa diventava sempre più fatto privato, scelta intima. E se, come è avvenuto in quegli anni, la libertà individuale era un valore comune, ciascuno poteva viverla a suo modo e convivere con gli altri.

C’è stato, poi, almeno un terzo passaggio. È avvenuto con la globalizzazione, quando il mondo dei credenti è apparso più attento e vigile nei confronti degli squilibri sociali, degli sconquassi culturali che ne derivavano. Il pensiero critico cancellato da tanta parte della cultura e della politica è rimasto forte in un mondo in cui la fede, il rapporto con Dio, la conoscenza dei testi sacri offriva strumenti di paragone e di critica e consentiva di non approvare ciecamente le idee dominanti nella società e nella politica. Ancora oggi i credenti sono i portatori principali della opposizione al consumo indiscriminato, hanno un’attenzione alla vita che va oltre le leggi del mercato, una vigilanza sulla propria libertà. Non è un caso che i laici critici del pensiero unico trovino nelle parole di Francesco una concordanza con le loro preoccupazioni, una visione del mondo più solidale, meno mercantile di quanto non ci sia nel cosiddetto progressista in grandissima parte, invece, subalterno alla globalizzazione e al pensiero unico.

Ora nel mondo dei credenti c’è un’altra situazione, una spaccatura profonda, tanto profonda, che quasi non si osa nominarla. La reticenza ha una motivazione. Il punto è che non siamo, come nel passato, di fronte ad una divisione politica. Non assistiamo alla presenza di comuni valori che però trovano espressione in forze politiche diverse. Per anni, anzi per decenni i cattolici hanno votato Dc o Pci, negli anni seguenti hanno scelto fra Forza Italia e il Pd. Non è quindi quello delle scelte politiche il problema, ma quello – più importante – dei valori e delle scelte etiche. Del rapporto fra queste e le leggi. Meglio ancora fra leggi degli uomini e i principi universali, quindi per i credenti «divini», quelli che nessun cambiamento storico e politico può contraddire. Duemila e cinquecento anni fa Sofocle raccontando la storia di Antigone, la sorella di Polinice, che per dare sepoltura al fratello violò i decreti del re Creonte pose un problema al quale ci troviamo di fronte anche oggi: onorare la legge di Dio anche a costo di trasgredire quella degli uomini? O adeguarsi a quella degli uomini che è l’unica realistica e possibile? È un dilemma ben più importante di quello della scelta politica di questo o di quel partito. Al quale il mondo cattolico non è riuscito a dare ancora una risposta univoca.

Ritanna Armeni
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Pace e Lavoro

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Mameli (CSS): “c’è lavoro e lavoro, riconvertire fabbriche bombe e industrie inquinanti”
[segue]

Oggi XVII Marcia Sarda per la Pace

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- Su fb.

Oggi domenica 21 ottobre 2018

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Pessime frequentazioni estere di Salvini. E i gialloverdi nulla da dire?
21 Ottobre 2018
Roberto Murgia su Democraziaoggi.
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ECONOMIA. Manovra economica, Becchetti: “Stiamo diventando sempre meno credibili ed affidabili” Con il declassamento di Moody per l’Italia la situazione economica si fa ancora più pesante. Una settimana davvero nera per l’economia italiana. Di questo parliamo con il prof. Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia politica all’Università “Tor Vergata” di Roma .- Su RaiNews.
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C’è voglia d’Europa

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Lo dice anche la riuscita (e oceanica) manifestazione di Londra.
[Da repubblica.it online] Brexit, folla oceanica a Londra chiede nuovo referendum. Da Ansa.it.

Lavoro, lavoro

eebb67c5-52fa-43c9-adc8-b7c2edc5b6faDISOCCUPAZIONE. Cercare lavoro a 50 anni.

di Sabrina Magnani, su Rocca.

In queste settimane si parla molto di povertà, si citano quasi di continuo gli oltre 5 milioni di italiani che si trovano in tale condizione. E se un milione e 600 mila sono stranieri, i restanti sono italiani privi di lavoro o con lavori sottopagati: oggi povero è molto spesso sinonimo di competenze e professionalità acquisite ma rimaste sospese nel limbo di un lavoro che non c’è, specie a 45-50 anni, quando, una volta perso, è quasi impossibile ritrovarlo.
Le storie che si potrebbero raccontare sono tante e accomunate dalle stesse dinamiche di frustrazione e alienazione, del sapersi esclusi da un contesto sociale e professionale a cui si è appartenuti, dal sapersi senza quell’autonomia e quella dignità che il lavoro dà. Tra queste vi è la storia di Paolo, cinquant’anni da poco compiuti, da dieci in cerca di un lavoro degno di questo nome e di un reddito su cui poter contare. [segue]

Ci salverà la Provvidenza?

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La manovra del popolo
di Roberta Carlini su Rocca
L’hanno battezzata «manovra del popolo», e quasi tutti, come spesso succede in un mondo della comunicazione drogato dalla dittatura dei titoli e degli hashtag, questa parola chiave si è propagata senza indagare bene sul suo significato. In senso stretto, tutte le manovre sono «del popolo», sia nel senso che a dettarle sono i legittimi rappresentanti eletti dal popolo, che nel senso più ampio: è il popolo a goderne i benefici e a pagarne le conseguenze. Ma dietro questo nome c’è un sottinteso che è poi la chiave con la quale si giocherà tutta la propaganda politica di qui alle elezioni europee: il popolo contro i mercati, l’élite, l’Europa. È così? Salvini e Di Maio, con i loro prestanome più o meno riluttanti Conte e Tria, si apprestano alla battaglia del secolo per uscire dai condizionamenti che da quando è nato l’euro, e ancor più dopo la crisi finanziaria del 2012, impediscono ai governi di scegliere in libertà come formare il proprio bilancio?
I numeri sui quali si concentra la polemica sembrano dire di sì. Il rapporto tra deficit e Pil fissato programmaticamente al 2,4%, ossia un po’ più in alto di quello che era stato promesso dai passati governi e anche dal presente al suo esordio in Europa. La manovra da 37 miliardi, quasi tutti destinati a spese (reddito di cittadinanza e revisione della Fornero) e minori entrate (abolizione della clausola di salvaguardia sull’Iva, flat tax per gli autonomi) che allontanano dai sentieri di risanamento della finanza pubblica voluti dalle autorità europee. Le previsioni sulla crescita del prodotto interno lordo, così incoerenti e sballate da aver portato alla bocciatura tecnica dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Tutti i «no» che questo quadro ha ricevuto (lo stesso Upb, il Fmi, la Commissione europea) e riceverà (le odiate agenzie di rating, di qui a fine mese) si concentrano su questi numeri: e sono «no», per parafrasare il titolo di un saggio famoso dedicato all’educazione dei figli, «che aiutano a crescere»: fanno crescere il consenso elettorale dei due partiti di governo, che si sono animosamente spartiti la torta della manovra dando soddisfazione alle rispettive basi votanti.

il pericoloso non detto
Fin qui, operazione perfettamente riuscita, da parte dei «manovratori del popolo»: anche le preoccupazioni e persino il panico sullo scenario internazionale possono rinsaldare quel cemento nazionalista e patriottico sul quale si nutre la retorica dei due partiti. Ma c’è un non detto, ci sono dei numeri meno trattati e meno discussi, ma più pericolosi, che dovrebbero preoccupare anche i manovratori. Sono quelli che indicano la spesa per interessi, la punta che segnala l’enorme iceberg del debito pubblico contro il quale anche la corazzata giallonera può finire per sbattere. Tutti sanno che l’Italia ha un gigantesco debito pubblico, e che in rapporto al prodotto questo è pari adesso al 132%. Cioè abbiamo un debito più grande, e di parecchio, della ricchezza che produciamo annualmente. Questo fa sì che navighiamo nella tempesta da anni, anche in presenza di una paradossale virtù: da anni ormai l’Italia ha un avanzo primario, vale a dire che incassa più di quanto spende – se dalla spesa dello Stato togliamo quella per gli interessi. Per essere precisi, è dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso che il bilancio pubblico italiano presenta un avanzo primario. Nel 2012, anno della grande crisi dei debiti sovrani, c’erano solo nove Paesi dell’Ocse ad avere un surplus primario, e tra questi c’era l’Italia. Il saldo è rimasto positivo negli anni di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, e lo è ancora persino nel budget giallonero. Ma la spesa per interessi, grande quanto 2-3 manovre, va a sommarsi al virtuoso avanzo primario, lo annulla e sposta il saldo in negativo. Questa spesa era pari a 65,6 miliardi lo scorso anno: per avere un termine di paragone, lo Stato italiano spende ogni anno la stessa cifra nella scuola. Secondo le previsioni, la spesa per interessi doveva scendere quest’anno attorno ai 62 miliardi. Invece, per ammissione dello stesso governo – attraverso i numeri della Nota aggiuntiva al Def – sarà di 64,5 miliardi.

i mercati e lo spread
L’aumento non deriva da avverse condizioni meteo o da fatalità, ma dalla sfiducia che si è diffusa sui mercati sulle prospettive dell’Italia e dunque dall’aumento del premio di rischio che lo Stato italiano deve pagare a chi sottoscrive il suo debito. Le tensioni sui mercati hanno portato anche a rivedere la spesa per i prossimi anni (fonte Upb, sulla base dei dati del ministero dell’economia): almeno 3 miliardi per il 2019, 4 e 4,5 nei due anni successivi. E la stima potrebbe salire, visto che, da quando quel documento è stato scritto, i mercati hanno continuato a registrare «tensioni».
Ma cosa sono poi, queste tensioni sui mercati? È colpa degli arcigni commissari europei, che, per usare le parole di Salvini, non «si fanno una ragione» della volontà democraticamente espressa dal popolo italiano? O è colpa delle famigerate agenzie di rating, quelle che danno le pagelle al debito, e che avevano promosso a pieni voti la Lehman Brothers un giorno prima del suo fallimento? Il nuovo governo italiano è libero di pensarla e raccontarla così, e ha anche dalla sua una parte di verità: i mercati sono frequentati dalle persone, la cui razionalità è limitata dalla scarsa conoscenza di tutte le variabili e le cui aspettative sono influenzabili da previsioni che spesso si auto-alimentano; e i leader del gioco sono un pugno di soggetti potentissimi, che muovono i capitali nel mondo. Ciò non toglie che, se si è costretti a giocare in quel campo, bisogna conoscerlo e seguire le sue regole. In altre parole: se il governo italiano deve finanziare il suo debito sul mercato, non può infischiarsi di quel che lì succede.
L’aumento dello spread, prima che impaurire i piccoli risparmiatori, detentori di
mutui o stipendi fissi, deve terrorizzare i debitori, cioè in primis il governo. C’è un altro dato indicativo in proposito, ed è la fuga dei capitali dall’Italia, già in atto. Gli investimenti esteri in titoli del debito pubblico italiano sono scesi subito dopo la formazione del nuovo governo: meno 25 miliardi a maggio e 33 a giugno. Come ha scritto la ricercatrice Silvia Merler su lavoce.info, in soli due mesi i flussi in uscita sul totale degli investimenti di portafoglio in Italia hanno superato quelli registrati nei mesi estivi del 2011 (il periodo della crisi greca) e sono circa la metà del totale registrato durante l’intera crisi del 2011-2012.
Per concludere: c’è un’emergenza-debito sui mercati, che presenterà il suo conto ben prima della conclusione della farraginosa procedura di infrazione che con tutta probabilità la Commissione europea avvierà contro l’Italia. Della seconda il governo può far finta di fregarsene, e anzi può usarla per alimentare la sua propaganda e far salire la sua popolarità; ma la prima rischia di «mangiarsi» gran parte della manovra ancora prima che questa concluda il suo iter in parlamento.

un’azione redistributiva possibile
Questo vuol dire che i governi non possono far niente, se guidano un Paese debitore e dunque obbligato a presentarsi tutti i mesi sui mercati a rinnovare il suo debito? Non necessariamente. La manovra messa in atto, negli stessi giorni della nostra, dal governo spagnolo, basata su una patrimoniale sulle grandi fortune e un sostegno ai salari minimi, dimostra che un’azione redistributiva credibile può essere fatta, se coerente e finanziata con coperture reali e non con nuovo debito. Ma manovre spericolate, che abbaiano e fingono di mordere la stessa mano alla quale si va a chiedere aiuto, non possono che portare a esiti pericolosi. Lo temono gli stessi risparmiatori italiani, che stanno portando i soldi all’estero o nelle cassette di sicurezza. Salvini, Di Maio e gli economisti (o presunti tali) che li consigliano contano sul fatto che l’Italia è «too big to fail», troppo grande e importante per essere lasciata fallire. Proprio come le grandi banche che, nei loro discorsi retorici, attaccano tutti i giorni. Per qualcuna di loro però non è andata a finire bene.
Roberta Carlini
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Domani Marcia Sarda per la Pace

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