Transizione energetica: Incontro interlocutorio della regione Sardegna con il Ministro Cingolani.

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di Vanni Tola
Deludente l’incontro in videoconferenza tra il Ministro della Transizione Energetica e i rappresentanti del consiglio regionale, gli assessori Pili (industria) e Lampis (ambiente). La riunione non è andata oltre la formale comunicazione al Ministro dei progetti che la Regione intenderebbe realizzare per superare l’utilizzo dei combustibili fossili e migliorare l’ambiente. Si è parlato anche di gestione integrata dei rifiuti, bonifiche, tutela delle acque e del paesaggio, erosione costiera, qualità dell’aria e gestione dei cambiamenti climatici. In pratica di tutto e di niente. Non poteva che andare cosi. [segue]
I nodi da sciogliere, infatti, sono tanti e complessi, in particolare per quanto concerne la questione energetica. Temi potenzialmente divisivi per risolvere i quali sarà necessario adottare scelte difficili che, probabilmente scontenteranno molti, ma sulle quali è fondamentale non commettere errori. I tempi per il confronto fra le parti sono ristretti, le regole imposte dall’Unione per gli investimenti molto rigorose e precise. Comprendere quali siano le coordinate di riferimento del ministro della Transizione Ecologica, è fondamentale, a prescindere da come la si pensi su ciascuno degli argomenti in discussione. Il Ministro, per parte sua, un piano di riferimento per la propria azione lo ha elaborato, almeno nelle grandi linee e direi, relativamente ad alcuni temi specifici, anche nel dettaglio.
In una recentissima intervista al quotidiano Il Foglio, il ministro Cingolani ha presentato alcuni concetti base ai quali pensa di attenersi nella predisposizione dei progetti per il PNRR. Vediamoli con maggiore dettaglio. L’ambientalismo ha spesso coinciso con la difesa dello status quo. Difendere l’ambiente ha spesso significato praticare una opposizione radicale contro qualunque cambiamento per mantenere le cose cosi come stanno. Comportamento legittimo se si trattasse di proteggere un’area di pregio, un’oasi naturalistica, da qualunque possibile contaminazione. Oggi però la difesa dell’ambiente può essere immaginata in modo differente e diventare un volano della crescita. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è stato costruito anche seguendo questo spirito: mettere la protezione dell’ambiente non al servizio dello status quo ma al servizio dell’innovazione e dunque della crescita.
In pratica, spiega il Ministro, per proteggere l’ambiente occorrerebbe scegliere di praticare il principio della sostenibilità degli interventi piuttosto che quello del mantenimento delle condizioni esistenti. Nell’applicazione degli interventi tutto ciò dovrà significare lavorare affinché tutti gli attori del processo siano coinvolti e s’impegnino per sostenere il cambiamento. Si pensa quindi a una sorta di rivoluzione nel modo di conciliare difesa dall’ambiente e sviluppo, superando posizioni di radicale contrasto fra gruppi differenti, individuando le mediazioni possibili e necessarie ed eliminando gli ostacoli che impediscono di velocizzare le procedure di impatto ambientale e rendere più rapide le autorizzazioni paesaggistiche.
Fare parte di un progetto importante quale la decarbonizzazione totale dell’Europa entro il 2050 richiede e giustifica uno sforzo in questa direzione. L’ambientalismo deve diventare crescita, creazione di lavoro, progresso, non decrescita. Naturalmente potrebbe rivelarsi un processo talvolta perfino traumatico che potrebbe imporre, a forze sociali e politiche, di rivedere le proprie posizioni accettando di non far più coincidere la parola “immobilismo” con l’ambientalismo. Essere a favore della crescita significherà anche essere a favore di una svolta radicale sui tempi delle realizzazioni delle opere. “Sull’ambiente, le perdite di tempo non saranno più ammissibili e non dovrà più essere accettabile che vi sia qualcuno che renda impossibile l’installazione di un impianto per le rinnovabili con giustificazioni arbitrarie”. Lo stesso criterio dovrà valere per le verifiche di impatto ambientale. Ciò non dovrà significare una deregolamentazione spietata ma ci si dovrà pur chiedere come sia possibile che le procedure per ottenere i permessi necessari per qualunque intrapresa economica e produttiva possano durare degli anni.
Esemplare la vicenda dell’installazione di impianti per la produzione di energia elettrica in quantità del tutto insufficienti rispetto a quanto stabilito. Si dovevano installare impianti per sei GigaWatt (6 miliardi di Watt) l’anno, ne sono stati installati soltanto per 0,8 GigaWatt. Nel PNRR si è stabilito di installare impianti per otto miliardi di Watt all’anno per dieci anni, con una sostanziale differenza rispetto al passato. Se non si realizzeranno gli impianti programmati, il Paese non raggiungerà il target di energia rinnovabile necessario per decarbonizzare entro il 2030, almeno il 55 per cento degli impianti rispetto della produzione di energia al 1990 e, conseguentemente, non si riceveranno i finanziamenti spettanti dal Piano comunitario.
Sarà quindi necessario evitare perdite di tempo nello sviluppo dei progetti realizzando processi burocratici certamente più snelli. L’ipotesi allo studio del Ministero è di accorpare in un’unica Commissione i processi autorizzativi, la valutazione di impatto ambientale, le autorizzazioni paesaggistiche. Si dovrebbe cioè poter deliberare tutte le autorizzazioni in una volta sola volta e presso un interlocutore unico, evitando inutili perdite di tempo.
Deve essere ben chiaro che il PNRR è un contratto con l’Europa la quale eroga i finanziamenti secondo procedure ben regolamentate e con tempi rigorosamente stabiliti. Se si vogliono ricevere i finanziamenti, non c’è alternativa al realizzare nei tempi e nei modi stabiliti le riforme che il Paese si è impegnato ad attuare e che costituiscono parte integrante del contratto con la Comunità europea. Chi pensa di poter ritardare o ostacolare le riforme necessarie deve essere cosciente di lavorare per impedire il cambiamento, quella Transizione Ecologica da tutti auspicata.
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