POLITICA
L’incertezza giovanile è il prodotto di scelte politiche, economiche e culturali precise, maturate a partire dagli anni Ottanta
ALLE ORIGINI DELLA CRISI
Il cammino del dinosauro
Ottobre 10, 2026
La tesi è che l’incertezza giovanile non sia un dato psicologico o meramente generazionale, bensì il prodotto di scelte politiche, economiche e culturali precise, maturate a partire dagli anni Ottanta
di Roberto Savio
Per quale futuro stiamo educando le nuove generazioni? La domanda ammette due risposte. La prima è la più agevole: riconoscere che non sappiamo verso quale futuro ci stiamo dirigendo e interrogarsi, di conseguenza, su come preparare i giovani a un mondo che nessuno è in grado di descrivere. È la strada delle cose ovvie, e le cose ovvie sono inattaccabili: nessuno contesterebbe l’invito a coltivare flessibilità, spirito critico e capacità di adattamento. Vorrei invece percorrere una strada più impervia, che definirei il cammino del dinosauro. Appartengo a una generazione che ha vissuto in prima persona molti dei passaggi che intendo ricostruire, e ritengo che questa condizione, lungi dal costituire un limite, consenta di illuminare un aspetto spesso trascurato. Per comprendere verso quale futuro andiamo occorre conoscerne le radici; e per comprendere perché i giovani di oggi non si percepiscono dentro un cammino di certezze occorre spiegare come ciò sia accaduto. Si tratta, infatti, di una novità storica. Dalla Rivoluzione francese in poi, ogni generazione europea ha potuto pensarsi, pur attraverso le tragedie del Novecento, come parte di un percorso di emancipazione e di progresso. La generazione attuale è la prima a non riconoscersi in questa narrazione.
Other news
Di Vidya Krishnan* – Al Jazeera
Le proteste del CJP che stanno investendo il Paese hanno messo a nudo la democrazia svuotata dell’India.
Genocidio
Ho visto il film Nazan.
di Giancarlo Morgante
Ero preparato a tutto. Devo dire che solo nel finale ci sono state delle sequenze girate tra gli edifici bombardati con immagini di cadaveri, soprattutto bambini, accompagnate dalla disperazione dei genitori (immagini terribili) C’è stata la conferma (se ce ne fosse stato bisogno) della volontà , da parte di Israle di eliminare la popolazione civile.
Dalle testimonianze ho appreso che già dal 1970 Gaza era collegata al mondo esterno( linee telefoniche e poi internet) . Indovinate chi ha fatto i lavori di infrastrutture? Società israeliane.
Insomma è emerso che Israele era in grado già da allora di spiarli in maniera continuativa (smartphone e internet).
Nazan significa persona colpita come effetto collaterale. Gli Israeliani, già prima del 7 ottobre erano in grado di seguire i movimenti di ogni singolo guerrigliero di Hamas. Dopo il 7 ottobre hanno utilizzato le intercettazioni per colpirlo. Soprattutto in casa loro (missili e droni). Utilizzando soprattutto gli smartphone dei bambini. La parola determinante per avviare l’AI era “papà ” , è arrivato papà o sta arrivando papà.
Partivano immediatamente i bombardamenti. Da qui si comprende chi erano le prime vittime sacrificali, gli effetti collaterali (Nazan). Ogni uccisione di un sospettato di essere guerrigliero di Hamas se ne portava dietro almeno altre 15 persone, soprattutto bambini degli stabili densamente abitati.
In uno stabile di 5 o sei piani, gli effetti sciagurati del bombardamento in un piano, coinvolgeva almeno altri tre piani.
In ultimo ,sempre dalle testimonianze , bombardamenti a tappeto(descritte le tecniche dei bombardamenti), con superstiti finiti dai cecchini ( sopratutto bambini). Agghiacciante una testimonianza: i superiori ci dicevano che i bambini erano potenziali terroristi.Una follia. Un genocidio.
Punta de billete – Save the date – Prendi nota . Lunedì 9 novembre ore 16.30 Conferenza di organizzazione del Circolo Sardegna di CT Costituente Terra

Lunedì 9 novembre ore 16.30 Conferenza di organizzazione del Circolo Sardegna di CT Costituente Terra, con l’elezione dei delegati alla Conferenza d’organizzazione nazionale (che si terrà a Roma il 19/11/2026); ore 17,30 presentazione dell’ultimo libro di Luigi Ferrajoli “Per una Federazione della Terra” a cura di Alberto Contu; ore 18 Dibattito e conclusioni. L’iniziativa si terrà presso la Casa del quartiere Hangar Is Mirrionis, in via Nebida 36 Cagliari.
Other News. Libri o bombe? La rivolta studentesca in Francia contro la spinta alla spesa della NATO
Libri o bombe? La rivolta studentesca in Francia contro la spinta alla spesa della NATO
Di Medea Benjamin* – CounterPunch
Per la terza settimana consecutiva, gli studenti delle scuole superiori di tutta la Francia scendono in piazza per chiedere maggiori investimenti nella loro istruzione. Vogliono più insegnanti, classi meno numerose, edifici scolastici dignitosi e un sistema di istruzione pubblica che funzioni per gli studenti poveri e della classe operaia.
Other News. Perché il fenomeno El Niño in America Latina può influire anche sul clima politico / 7 ottobre: Il mondo deve smetterla di iniziare la storia dal mezzo
Perché il fenomeno El Niño in America Latina può influire anche sul clima politico
In principio fu l’Argentina di Javier Milei. Poi sono seguiti Bolivia, Cile, Colombia, Costarica, Ecuador, Honduras, Perù. E adesso, a quanto pare, toccherà al Brasile, dove un recupero del presidente uscente Lula al ballottaggio, contro Flávio Bolsonaro, sembra alquanto improbabile. Ci sono pochi dubbi sul fatto che le ultime tornate elettorali abbiano segnato uno spostamento a destra del pendolo politico latinoamericano. Eppure, in un intervento su Foreign Affairs, Dan Restrepo e Ricardo Zuniga, in passato entrambi consiglieri dell’ex presidente Usa Barack Obama, invitano a esser cauti nel parlare di una nuova fase politica per la regione. O, meglio, nello scommettere che si tratterà di una fase duratura. «Più che l’ideologia, ciò che sembra guidare gli elettori è la frustrazione per l’incapacità dei politici tradizionali nel risolvere i problemi di tutti i giorni. Nell’ultimo ciclo elettorale, si sono ribellati al collasso dell’ordine pubblico; nel prossimo, potrebbero reagire all’aumento dei costi e alle persistenti disuguaglianze socio-economiche della regione».
Other news. Il movimento per il diritto alla casa ha trasformato la politica spagnola e potrebbe salvare Sánchez il 29 novembre
Il movimento per il diritto alla casa ha trasformato la politica spagnola e potrebbe salvare Sánchez il 29 novembre
Di Ben Wray* – Brave New Europe
L’esplosione di un movimento di massa per il diritto alla casa negli ultimi 10 giorni ha riportato la questione delle classi sociali all’ordine del giorno della politica spagnola e ha completamente modificato le dinamiche di un’elezione generale dalla posta in gioco altissima, prevista per il 29 novembre.
Other news
La dipendenza dell’Europa dalle armi di produzione estera è destinata a durare
Di Eurydice Bersi* e Attila Kálmán** – Investigative Europe
Nonostante le ingenti somme stanziate per la difesa, la dipendenza dagli Stati Uniti rimane profondamente radicata, in particolare per quanto riguarda la difesa aerea, mentre sta emergendo una nuova dipendenza da Israele.
Costituente Terra
Panoramica del libro
Con questo volume si compie il percorso iniziato con Per una Costituzione della Terra: non più soltanto la necessità di un costituzionalismo globale, ma il disegno delle istituzioni capaci di renderlo possibile. Un libro destinato a segnare il dibattito sul futuro della democrazia e dell’ordine mondiale.
Other News. Tecnologie e transizione, la Cina consolida il vantaggio sugli USA

Tecnologie e transizione, la Cina consolida il vantaggio sugli USA
Alessandra Colarizzi* – Materia Rinnovabile
Settembre 2015: Xi Jinping viene ricevuto per la prima volta alla Casa Bianca da Barack Obama. A Washington, clima e transizione energetica sono al centro di una rara stagione di cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Nel comunicato congiunto, i due leader definiscono il cambiamento climatico una delle maggiori minacce per l’umanità. Pechino annuncia l’introduzione di un sistema nazionale di scambio delle emissioni e un contributo da 20 miliardi di yuan per i paesi in via di sviluppo. Washington conferma il Clean Power Plan, destinato a ridurre le emissioni del settore elettrico statunitense. Sullo sfondo c’è Parigi: l’intesa tra Xi e Obama contribuisce a preparare il terreno per l’accordo globale sul clima che verrà firmato tre mesi dopo.
Passati dieci anni, alla Casa Bianca non c’è più Obama, c’è Donald Trump. Il dossier Clima è sparito dallo Studio Ovale, né ve ne è menzione nelle dichiarazioni rilasciate al termine della visita di Xi, la prima da quel lontano 2015. D’altronde, lo scetticismo dell’ex tycoon nei confronti delle tematiche ambientali è cosa nota. Il paradosso tuttavia non potrebbe essere più evidente. Proprio mentre il clima sembra perdere importanza nelle interlocuzioni bilaterali, le tecnologie necessarie alla transizione energetica diventano sempre più centrali nella competizione economica e tecnologica tra le due superpotenze: chi controlla batterie, pannelli, veicoli elettrici, materiali e componentistica controlla una parte crescente delle infrastrutture necessarie non solo alla transizione energetica, ma anche allo sviluppo delle industrie di frontiera.
La Repubblica popolare è arrivata al vertice di Washington con un netto vantaggio in termini di produzione, installazioni ed esportazioni di tecnologie pulite. A sette mesi dall’inizio della guerra in Iran, gli Stati Uniti invece affrontano costi energetici in aumento e una maggiore dipendenza dal gas per alimentare le infrastrutture del futuro. Il bilancio provvisorio del summit vede rafforzata ulteriormente la posizione della Cina lungo tutta la filiera: dai materiali critici, indispensabili per l’industria verde, fino all’intelligenza artificiale (AI), settore in cui il paese asiatico sta accorciando velocemente la distanza con gli States, nonostante i divieti sulla vendita di chip avanzati introdotti da Joe Biden.
Il fumo negli occhi è l’annuncio della Casa Bianca secondo cui, “in seguito al rilancio dell’industria carbonifera americana voluta dal presidente Trump, la Cina si è impegnata a importare almeno 10 milioni di tonnellate di carbone”. Come scritto su queste colonne, la Repubblica popolare continua a considerare il combustibile fossile come riserva, non come fonte primaria; sul lungo periodo è invece alle rinnovabili che si affida per ridurre la dipendenza dai mercati energetici d’oltremare. Questa auspicata maggiore autosufficienza si basa innanzitutto sul controllo delle materie prime. Un controllo che la visita di Xi a Washington lascia ancora una volta nelle mani di Pechino.
Il risultato più concreto del bilaterale riguarda senza dubbio la tregua commerciale: conclusa lo scorso anno a Busan (Corea del Sud) e in scadenza a novembre, è stata prolungata fino al 10 gennaio. Così facendo la Cina ha ottenuto un ulteriore congelamento dei dazi statunitensi e una riduzione su alcuni specifici beni di consumo. In cambio ha implicitamente (ri)promesso di allentare le restrizioni all’export di terre rare, in quantità e con tempistiche tutte da accertare.
Mettendo da parte il vecchio attendismo, all’inizio della seconda amministrazione Trump Pechino ha reagito ai dazi annunciando l’introduzione di limitazioni sulle esportazioni di materiali critici. L’accordo pattuito lo scorso anno, finora, ha riguardato solo settori non strategici, mentre Pechino si avvale tutt’oggi del diritto di restringere le forniture destinate a scopi militari con una discrezionalità che ha già suscitato diverse lamentele sia negli Stati Uniti sia in Europa. Il tempo è dalla parte della Cina. Gli sforzi di Washington per creare un’industria nazionale richiederanno non solo massicci investimenti. Secondo il report 2024 di S&P Global, lo sviluppo di un nuovo progetto per le terre rare negli Stati Uniti necessita in media di quasi 29 anni dalla scoperta iniziale del giacimento all’effettiva fase di produzione.
A valle la posizione del gigante asiatico è persino più solida. Secondo un rapporto di Atlas Public Policy e Clean Power Information Project (aggiornato al giugno 2026), la Repubblica popolare conta ormai sul 57% degli investimenti annunciati a livello mondiale nella produzione di tecnologie verdi. Ben 16,7 miliardi di dollari solo nella prima metà del 2026, più del triplo rispetto ai 5,2 miliardi di dollari provenienti dagli Stati Uniti. A maggio 2026, il gigante asiatico controllava il 49% della capacità solare installata a livello globale, il 50% della capacità eolica e il 63% delle vendite mondiali di veicoli elettrici, anche se il mercato a stelle e strisce è blindato da dazi doganali superiori al 100% e restrizioni sulle auto con software di fabbricazione cinese. “Nessun altro paese si avvicina minimamente a questi risultati”, commenta Atlas.
È un vantaggio che assume maggiore rilevanza nel contesto della doppia crisi energetica attuale: la guerra scatenata da Washington contro l’Iran ha contribuito alla volatilità dei mercati di petrolio e gas, mentre l’aumento della domanda di elettricità legata ai data center per l’AI richiede nuove fonti e infrastrutture stabili. L’amministrazione Trump mostra segni di difficoltà nel gestire entrambe le emergenze. Secondo i sondaggi, la stretta inflattiva rischia di influenzare negativamente le elezioni di medio termine previste a novembre, mentre da gennaio a oggi manifestazioni in quarantadue stati hanno bloccato la costruzione di oltre cento data center, invisi perfino più delle centrali nucleari per gli enormi consumi di energia e acqua. L’ex tycoon l’ha definita “una cospirazione malvagia che fa felice solo la Cina”.
Venerdì 25 settembre, mentre Trump accoglieva Xi agli Archivi nazionali, un gruppo bipartisan del Congresso ha presentato un disegno di legge volto a vietare componenti cinesi nei data center per motivi di sicurezza nazionale. Ma, stando alla Reuters, nessuna delle aziende statunitensi disporrebbe della capacità produttiva necessaria per sostituire i fornitori della Repubblica popolare. Un grattacapo non da poco, considerato che la competizione nell’AI non riguarda soltanto chi sviluppa i modelli migliori, ma anche chi riesce a costruire più rapidamente l’infrastruttura fisica necessaria per farli funzionare.
Proprio la nuova tecnologia è stato uno dei temi più discussi subito prima e durante la trasferta di Xi a Washington. Il comunicato rilasciato sabato 26 settembre da Pechino la menziona negli otto punti in cui le due parti hanno raggiunto un consenso. Nello specifico si parla di “istituire un dialogo Cina-USA per scambiare opinioni sui rischi e i benefici” dell’AI, nonché di stabilire “canali di comunicazione” nell’attesa dei prossimi colloqui che “si terranno a novembre di quest’anno”.
L’annuncio sembra confermare la nascita di quel meccanismo sulla sicurezza della tecnologia concordato dai rispettivi capi negoziali alla vigilia del vertice. Ancora si sa poco ma, secondo gli esperti, potrebbe funzionare come il “telefono rosso” lanciato da Stati Uniti e Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda. Restano da chiarire vari punti, a partire dalle scelte lessicali: il readout cinese parla di “rengong zhineng” (intelligenza artificiale in mandarino) invece di “Super Intelligence”, il neologismo coniato da Trump e utilizzato dalla Casa Bianca. Una dissonanza terminologica che potrebbe tuttavia mascherare divergenze più profonde. Non solo per via del divieto − condannato spesso da Pechino − sulla vendita di chip avanzati statunitensi, un punto su cui entrambe le letture del summit tacciono.
Come spiega a Materia Rinnovabile Kyle Chan, ricercatore del Brooking Institution, “una delle principali differenze tra i negoziati in corso sulla sicurezza dell’AI e quelli passati sul disarmo nucleare è proprio la mancata comunanza di vedute sui presupposti di fondo: all’epoca della Guerra Fredda sia l’Unione Sovietica sia gli Stati Uniti condividevano una visione dei rischi derivanti dalle armi nucleari. Nel campo dell’AI, invece, oggi Cina e Stati Uniti valutano le minacce in modo diverso”.
Se negli USA il dibattito si è concentrato sulle capacità dei modelli di frontiera, sulla sicurezza nazionale e sul rischio di una perdita di controllo umano, nella Repubblica popolare la sicurezza dell’AI viene affrontata attraverso una lente più ampia: controllabilità, uso improprio, integrità dell’informazione e conseguenze sociali. Il tratto distintivo dell’approccio cinese è dunque la forte interdipendenza attribuita a sviluppo e sicurezza: due obiettivi che devono procedere sullo stesso binario.
“Una linea di emergenza potrebbe aiutare i due governi a comunicare sui rischi futuri, ma da sola non risponderebbe alla domanda su chi può esaminare un modello mentre viene sviluppato. Su questa questione, gli approcci differiscono ancora”, spiega Poe Zhao, analista indipendente nonché curatore della newsletter Hello China Tech. La differenza principale, secondo l’esperto “è chi ottiene l’accesso, e quando. Una cooperazione più ampia rimarrà difficile perché la sicurezza dell’AI è strettamente connessa alla competizione su chip, potenza di calcolo e modelli avanzati”.
Mentre collaborare non sarà facile, una cosa invece sembra certa: oltre la Muraglia l’evoluzione della tecnologia comincia ad agitare il sonno della leadership comunista. “Xi sottolinea da tempo l’importanza del controllo umano sull’AI”, ci spiega Chan, secondo il quale il discorso del presidente cinese alla Casa Bianca riecheggia quanto affermato durante la World AI Conference (WAIC) di quest’estate. “Non credo che le sue parole siano una reazione ai recenti sviluppi negli Stati Uniti, come il caso Hugging Face”, commenta l’esperto. “Penso piuttosto vadano considerate tanto una mossa diplomatica quanto il sintomo di una reale preoccupazione. Se da una parte la Cina vuole chiaramente presentarsi al mondo come un attore responsabile, esistono rischi concreti legati all’AI che Pechino prende molto sul serio.”
*Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
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La minaccia dell’intelligenza artificiale riuscirà a risvegliare l’umanità in tempo?
Di David Korten* – Common Dreams
Ci troviamo ora ancora una volta di fronte alla logica di un patto suicida globale. Tutti possono riconoscere il pericolo, eppure nessun partecipante si sente libero di ritirarsi dalla competizione.
L’intelligenza artificiale pone l’umanità di fronte a un paradosso di importanza storica. Se utilizzata per potenziare la cooperazione umana e l’apprendimento condiviso al servizio della vita, l’IA può essere uno strumento potente per creare un mondo che funzioni per tutti. Se invece impiegata come arma competitiva nella ricerca del profitto, del controllo politico e del dominio militare, accelererà quasi certamente il percorso dell’umanità verso l’autodistruzione.
La minaccia è reale e immediata. Eppure potrebbe anche essere la nostra più grande fonte di speranza. L’IA ci pone di fronte, in modo più chiaro di qualsiasi altra tecnologia precedente, a una verità alla quale abbiamo a lungo opposto resistenza: l’umanità non può sopravvivere come un insieme di individui, imprese e nazioni in competizione tra loro, che perseguono il proprio vantaggio individuale senza riguardo per il benessere dell’insieme. Rendendo inequivocabili e potenzialmente imminenti le conseguenze del nostro percorso attuale, l’IA potrebbe fornire l’incentivo più potente che l’umanità abbia mai sperimentato per intraprendere quella profonda trasformazione culturale da cui ora dipende il nostro futuro comune.
Il dibattito pubblico tratta comunemente l’IA come un’intelligenza indipendente che un giorno potrebbe rivoltarsi contro i suoi creatori umani. Questo indirizza la nostra attenzione verso la domanda sbagliata. L’IA non possiede uno scopo morale indipendente. È uno strumento creato dall’uomo che serve agli scopi di chi la sviluppa, la possiede e la controlla. La domanda fondamentale non è se l’IA sceglierà di controllare l’umanità. È se l’umanità sarà in grado di superare il proprio attaccamento alla competizione e al dominio in misura sufficiente da governare l’IA – e se stessa – al servizio della vita.
All’interno della nostra attuale cultura globale, l’IA viene sviluppata principalmente come strumento di vantaggio competitivo. Le aziende la utilizzano per eliminare posti di lavoro, monitorare i lavoratori, manipolare i consumatori, appropriarsi della creatività umana, acquisire informazioni personali e raggiungere il dominio del mercato. Gli attori politici la utilizzano per diffondere falsità, alimentare la paura e screditare gli avversari. I governi la utilizzano per espandere la sorveglianza, mentre le forze armate la impiegano per identificare obiettivi, guidare armi e sviluppare sistemi di uccisione autonomi.
La giustificazione per sviluppare l’IA il più rapidamente possibile è sempre essenzialmente la stessa: se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri concorrenti. I dirigenti aziendali potrebbero riconoscere che l’eliminazione di milioni di posti di lavoro potrebbe devastare la società, ma temono di perdere contro le aziende che agiscono più rapidamente. I leader nazionali potrebbero comprendere che le armi autonome potrebbero sfuggire al controllo umano, ma temono la sconfitta da parte delle nazioni che le sviluppano per prime. I leader politici potrebbero sapere che l’inganno generato dall’IA sta distruggendo la democrazia, ma temono di perdere contro avversari che la utilizzano in modo più aggressivo.
Questa è la logica di un patto suicida globale. Tutti potrebbero riconoscere il pericolo, eppure nessun partecipante si sente libero di ritirarsi dalla competizione.
L’IA aumenta la velocità, la portata e l’ampiezza di ogni iniziativa competitiva. Può manipolare milioni di menti, monitorare intere popolazioni, eliminare un numero enorme di mezzi di sussistenza e prendere decisioni militari a velocità che sfuggono alla comprensione umana. Può concentrare un potere senza precedenti nelle mani delle aziende e dei governi che controllano i più grandi sistemi di dati e le strutture informatiche. Nel frattempo, tali strutture consumano quantità crescenti di elettricità, acqua, terra e minerali rari, gravando ulteriormente sulla Terra vivente da cui dipende tutta la vita.
Questi pericoli non sono intrinseci all’IA. Sono conseguenze di una civiltà che definisce il progresso come aumento del consumo, considera il denaro il valore supremo dell’umanità, premia la ricerca di ricchezza privata illimitata e organizza le relazioni attorno al dominio e alla competizione. L’IA non crea queste patologie. Le amplifica.
Abbiamo urgente bisogno di leggi che vietino le applicazioni più pericolose dell’IA, tra cui le armi autonome, la sorveglianza di massa, l’usurpazione di identità politiche, il furto di opere intellettuali e l’uso sconsiderato di energia e acqua. Abbiamo bisogno di trasparenza, responsabilità democratica, tutela dei lavoratori e dei creatori e chiara responsabilità legale per i danni causati. Tali misure sono essenziali per rallentare i danni e dare all’umanità il tempo di scegliere un futuro diverso.
Non saranno tuttavia sufficienti. Nessun sistema normativo potrà rendere sicura l’IA fintanto che le imprese e le nazioni rimarranno impegnate in lotte per il dominio. Le regole saranno continuamente indebolite, eluse o abbandonate da coloro che temono che il rispetto delle stesse li metta in una posizione di svantaggio competitivo.
La nostra unica protezione duratura è quindi una trasformazione della cultura globale che determina il modo in cui noi esseri umani utilizziamo l’IA. Ciò richiede che passiamo da una civiltà organizzata attorno alla competizione per il denaro e il potere a una civiltà dedicata al benessere della Terra vivente e di tutti i suoi esseri umani e altri esseri viventi. Quella che molti di noi scelgono di chiamare una Civiltà Ecologica.
Una civiltà di questo tipo riconoscerà la Terra come una comunità vivente, non come un magazzino di materie prime in attesa di essere rivendicate, estratte e vendute a scopo di lucro. Comprenderà che il benessere umano dipende dal benessere del tutto e che la nostra capacità distintiva di scelta consapevole comporta la responsabilità di prenderci cura della vita che ci sostiene. Organizzerà le economie per soddisfare i bisogni di tutti, risanando al contempo la Terra, distribuendo il potere, limitando gli estremi della ricchezza, ripristinando l’autosufficienza locale e rendendo le imprese responsabili nei confronti delle comunità e degli ecosistemi che dipendono da esse.
Una civiltà ecologica non eliminerà la concorrenza. Incoraggerà la concorrenza, non per dominare e sfruttare gli altri, ma piuttosto per essere la più creativa ed eccellente nel promuovere una cultura di cooperazione e responsabilità reciproca a favore del benessere dell’insieme. Le funzionalità essenziali dell’intelligenza artificiale saranno regolate come parte di un patrimonio informativo globale comune. La conoscenza da cui dipendono — creata nel corso di generazioni da innumerevoli esseri umani — sarà trattata come un’eredità condivisa. Il suo utilizzo sarà soggetto a controllo democratico, a limiti ecologici e al requisito fondamentale che il suo impiego sia al servizio della vita.
L’IA potrebbe quindi aiutare educatori, agricoltori, guaritori, scienziati, funzionari pubblici, custodi della conoscenza indigena e organizzatori di comunità a condividere ciò che stanno imparando. Identificherà relazioni al di là della portata di qualsiasi mente individuale, tradurrà tra le lingue, metterà in luce gli errori e ci sosterrà nell’adattare approcci di successo alle esigenze specifiche di ogni luogo. Potrebbe rafforzare la nostra capacità collettiva di ripristinare suoli e foreste, conservare l’acqua, prevenire le malattie, eliminare gli sprechi, localizzare la produzione, risolvere i conflitti e garantire una vita dignitosa per tutti.
In questo ruolo, l’IA non sostituirebbe l’intelligenza umana. Potenzierebbe la nostra capacità di imparare insieme. L’intelligenza più essenziale per il nostro futuro non risiederebbe né nella macchina né nell’individuo isolato, ma nelle relazioni attraverso le quali condividiamo esperienze, approfondiamo la comprensione e organizziamo l’azione collettiva al servizio della vita.
I cambiamenti climatici, il collasso ecologico, le disuguaglianze estreme e la guerra hanno dimostrato il fallimento della nostra civiltà competitiva. Eppure queste minacce sono spesso sembrate lontane, graduali o separabili. L’IA le riunisce e rende sempre più evidente che nessuna impresa può garantire il proprio futuro distruggendo la società che sostiene i suoi mercati; nessuna nazione può raggiungere la sicurezza attraverso armi che minacciano tutte le nazioni; e nessuna parte dell’umanità può prosperare su una Terra morente.
Per la prima volta, l’umanità sta creando uno strumento così potente che il suo uso sicuro potrebbe rivelarsi impossibile senza trasformare la cultura della civiltà che lo ha creato. Questo potrebbe essere il dono più grande dell’IA. Ci pone di fronte a una scelta che non possiamo più rimandare: cooperare per garantire il benessere dell’insieme o continuare a competere verso la nostra comune distruzione.
La domanda è se riconosceremo questa scelta e agiremo in tempo.
Nota dell’autore: Il mio scopo nel condividere questo articolo è quello di contribuire a diffondere questo messaggio essenziale nel mondo il più rapidamente e ampiamente possibile attraverso molti messaggeri e canali. Se questo articolo vi colpisce, per favore, senza bisogno del mio permesso o riconoscimento, inoltrate la nostra newsletter, condividete il link al nostro sito web, pubblicatelo sui social media e/o riproducetelo, adattatelo, condividetelo con i vostri amici e follower, ed esprimete pubblicamente il suo messaggio con le vostre parole e la vostra voce. Vi invito quindi a condividere con me come lo state utilizzando, inviando le informazioni a info@greatturning.org.
*Autore americano, conferenziere, cittadino impegnato, studioso di psicologia e sistemi comportamentali, ex professore della Harvard Business School, critico di spicco della globalizzazione corporativa e sostenitore della transizione umana verso una Civiltà Ecologica.
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L’India sostiene la Palestina al vertice BRICS mentre rifornisce di armi Israele
Di Gaurav Kumar* – The Cradle
In qualità di paese ospitante del vertice BRICS di questo mese, l’India ha adottato una delle posizioni più dure mai espresse su Gaza, ma le sue fabbriche, comprese quelle statali produttrici di armi, hanno continuato a rifornire la macchina da guerra israeliana.









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