Editoriali

Torniamo alla Costituzione. Appello di 125
costituzionalisti sulla legge elettorale.

Firmiamo tutti!

11 Maggio 2026

Noi professori di Diritto costituzionale riteniamo necessario esprimere una
forte preoccupazione per la proposta di riforma della legge elettorale
attualmente all’esame della Camera dei Deputati.
Essa presenta rilevanti criticità dal punto di vista costituzionale, a partire da
un’impostazione di fondo non conciliabile con i principi della democrazia
rappresentativa.
La legge elettorale non è una legge ordinaria come le altre: incide
direttamente sul rapporto tra corpo elettorale e Parlamento, sull’eguaglianza
del voto e sull’equilibrio complessivo della forma di governo.
È grave il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali
quasi alla vigilia del voto e soprattutto, dopo il risultato della straordinaria
partecipazione al voto referendario, e si voglia costruire un sistema elettorale
che anziché combattere l’astensionismo rischia di incrementarlo, con
meccanismi quali le liste bloccate e un premio abnorme, che allontanano i
cittadini dal voto e dalla partecipazione democratica, trasformando le elezioni
in un plebiscito per la scelta di un capo e dei suoi sostenitori.
Tre sono i punti più critici.
Il primo riguarda il premio di governabilità o di maggioranza. La
giurisprudenza della Corte costituzionale non ha escluso in assoluto la
possibilità di meccanismi premiali, ma li ha sottoposti a condizioni rigorose: il
premio deve essere proporzionato, deve operare in presenza di una soglia
ragionevole di consenso e deve essere effettivamente idoneo a perseguire
l’obiettivo della governabilità. Il pericolo maggiore sta nel fatto che il premio
possa risultare eccessivo, fino a portare la lista o coalizione vincente verso il
60% dei seggi, incidendo così anche sulle “maggioranze di garanzia” previste
dall’ordinamento costituzionale. Altro aspetto fortemente critico è quello
dell’incompatibilità del premio con il bicameralismo disciplinato dalla
Costituzione.

Il secondo profilo riguarda l’aver pensato un sistema basato unicamente su
liste bloccate, e che consente pluricandidature (fino a cinque collegi!). La
proposta accentua i difetti principali dell’attuale sistema, affidando l’intera
selezione dei parlamentari a liste bloccate e introducendo un premio
potenzialmente abnorme e rigido con l’attribuzione di 70 e 35 seggi assegnati
rispettivamente nelle due Camere prescindendo dall’esito del voto per le
diverse liste.
Un sistema fondato integralmente su liste bloccate, aggravato da
pluricandidature e da liste premiali di dimensione sostanzialmente nazionale,
consegna ancora una volta la selezione dei parlamentari alle leadership di
partito e svuota il rapporto tra elettori ed eletti.
Il terzo profilo riguarda l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza
del Consiglio, che contrasta con i principi che reggono nel nostro
ordinamento la nomina del Governo, che dipende dagli equilibri parlamentari
risultanti dalla composizione delle Camere, oltre che dall’esercizio delle
prerogative del Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 92 Cost. e dal
successivo rapporto fiduciario con il Parlamento.
È proprio dalla combinazione di questi fattori che scaturisce un Premierato di
fatto, prospettiva che dopo il risultato referendario sembrava ormai
abbandonata.
Per queste ragioni, riteniamo che la proposta di legge elettorale all’esame
della Camera dei deputati sia gravemente lesiva dei valori costituzionali,
aggravi il distacco tra cittadino ed istituzioni e rafforzi le preoccupazioni per la
crisi del Parlamento.
È nostro dovere di costituzionalisti segnalare all’opinione pubblica che questo
progetto di riforma elettorale costituisce una forzatura inaccettabile delle
regole democratiche e costituzionali
 
1. Cheli Enzo
2. De Siervo Ugo
3. Volpi Mauro
4. Cabiddu Maria Agostina
5. Grosso Enrico
6. Tarli Barbieri Giovanni
7. Zaccaria Roberto
8. Romboli Roberto

9. Angiolini Vittorio
10. Calvano Roberta
11. Spadacini Lorenzo
12. Mastromarino Anna
13. Pallante Francesco
14. Pinelli Cesare
15. Caretti Paolo
16. Biondi Francesca
17. Ruggeri Antonio
18. Rossi Emanuele
19. De Minico Giovanna
20. Pertici Andrea
21. Adamo Ugo
22. Algostino Alessandra
23. Amirante Carlo
24. Armanno Marco
25. Azzariti Gaetano
26. Balboni Enzo
27. Baroncelli Stefania
28. Bartole Sergio
29. Benedetti Auretta
30. Bergonzini Chiara
31. Bianchi Paolo
32. Bianco Giovanni
33. Bin Roberto
34. Bonini Monica
35. Brunelli Giuditta
36. Buffoni Laura
37. Buzzacchi Camilla
38. Caldirola Debora
39. Califano Licia
40. Cantaro Antonio
41. Campanelli Giuseppe
42. Cardone Andrea
43. Cariola Agatino
44. Carli Massimo
45. Carloni Enrico
46. Casamassima Vincenzo
47. Casanova Daniele
48. Cavasino Elisa
49. Cervati Angelo Antonio
50. Cherchi Roberto
51. Chieffi Lorenzo
52. Ciolli Ines

Other. Moro, vicenda umana e politica da sondare e da tramandare

Screenshot
img_7945Roberto Savio — Una testimonianza personale
Ho avuto l’onore di lavorare con il Presidente Moro nei giorni della mia giovinezza. È stato uno straordinario maestro, perché ascoltava i suoi collaboratori e spiegava loro quando si sbagliavano. Quando vedo la differenza con gli uomini al potere oggi, mi rendo conto che il mondo ha perso il dialogo, la tolleranza e la democrazia.

Voglio ricordare due insegnamenti.

Una volta, mentre insistevo nel pubblicare un mio articolo molto polemico sulla lentezza del processo di decolonizzazione, mi fece notare che Il Popolo era in un certo senso il portavoce del governo, e che questo avrebbe creato frizioni con i Paesi europei coinvolti. Quando gli osservai che così perdevamo un’occasione per dichiararci diversi, mi disse: «Savio, più del contrario non si può fare. E questo si fa con la politica, non con gli articoli, che si possono facilmente utilizzare per aprire un’altra polemica. La politica si fa con i fatti, non con le polemiche».

In un’altra occasione, quando gli feci notare che eravamo troppo allineati con posizioni degli Stati Uniti che non avevano nulla a che vedere con gli interessi dell’Italia, mi disse: «Savio, c’è una differenza tra un profeta e un politico. Il profeta ha il dovere di gridare la verità. Il politico ha il dovere di realizzarla. A Washington mi considerano già troppo indipendente. La verità bisogna realizzarla insieme ai cittadini. E in questo Paese molti sono filoatlantici per inerzia. Dobbiamo fare la nostra politica, ma senza rompere con gli Stati Uniti, perché i rapporti di forza non lo permettono».

Quando Moro fu assassinato, queste parole mi tornarono alla memoria con forza…

Anni dopo, Boutros Boutros-Ghali — un’altra persona che mi insegnò che le battaglie vanno combattute soltanto se si è sicuri di vincerle — mi disse: «Gli americani non vogliono che si dica yes. Vogliono che si dica yes sir». Ed è l’unico Segretario Generale ad aver avuto un solo mandato, proprio perché non diceva yes sir… Oggi il silenzio è l’unica arma. Non dire nulla.

Roberto Savio, presidente di Other News

Gilberto Bonalumi — Moro, vicenda umana e politica da sondare e da tramandare
L’Eco di Bergamo, venerdì 8 maggio 2026 — Focus: L’anniversario del delitto, 9 maggio 1978 – 9 maggio 2026

L’assassinio dello statista della Dc è il Muro di Berlino dell’Italia, 10 anni prima della caduta del vero Muro. Pensava a un movimento non solo di avvicinamento tra diversi, ma anche alla ricerca di una regola di convivenza, non nell’affermazione di un sistema politico integrale.

Serve ancora qualche ripasso di storia politica capace di illuminare il presente? Si ritiene che il mondo sia così profondamente cambiato per cui anche ciò che di significativo è avvenuto anche in tempi non lontani siano resi così insignificanti da apparire incomparabili. Ora che la storia pare tornare di moda, quando certi avvenimenti vengono riproposti, occorre prestare attenzione se avviene per tramandare la conoscenza del passato o per divulgare letture frutto di ricerche ma anche di interpretazioni interessate.

Si ripropone la domanda se il significato della vicenda umana e politica di Aldo Moro, l’uomo perno della Costituente, debba essere confinato a livello della ricostruzione storica o possa avere ancora qualcosa da dire nelle particolari temperie civili del nostro Paese. Quello di Moro è stato un percorso biografico che si è interrotto bruscamente e drammaticamente quel 9 maggio del 1978; e con esso si è anche interrotto il suo complessivo progetto politico.

Sul caso Moro si è scritto di tutto e voluminosa è la documentazione tra atti giudiziari, indagine parlamentare: eppure c’è sempre il bisogno di ritornarci su, tra ricordi, documenti desecretati e mappe sui luoghi della sua detenzione.

Il dialogo sotterraneo
È il caso di tre recenti pubblicazioni: «Mi sento abbandonato», che approfondisce la trattativa per salvare Moro, a cura di Claudio Martelli; «Il disegno» di Federico Zatti, che indaga sulla fuga dei brigatisti dopo l’attentato di via Fani; e «L’Italia e il lodo Moro» di Giacomo Pacini, che approfondisce quel dialogo sotterraneo coi movimenti palestinesi, una certa fiducia nella loro capacità di dialogare con le Brigate Rosse al fine di garantire la salvezza di Moro.

Dall’introduzione di Walter Veltroni su «Il caso Moro e la prima Repubblica» si chiede se si sia fatto tutto per salvarlo, per farlo uscire come sognato da Marco Bellocchio in «Buongiorno notte», da quel carcere di via Montalcini. Per restituirlo alla sua famiglia, alla politica, al Paese? O non prevalse la convinzione che Moro vivo fosse un problema per tutti, nessuno escluso? Corrado Guerzoni, uno dei suoi più stretti collaboratori, pronuncia le seguenti parole: nessuno ha avuto interesse a trovare l’on. Moro, il presidente della Dc, interessava morto anche da quest’altra parte, perché è meglio che muoia un uomo e nessuna cosa cambi piuttosto che quest’uomo non muoia e tutto debba cambiare. La morte di Moro è il Muro di Berlino dell’Italia, 10 anni prima della caduta del vero Muro di Berlino. Perché non leggere le lettere di Moro come quelle di un prigioniero lucido anche se disperato su affermazioni chiaramente attribuibili a lui e improponibili nel ricondurle alle BR.

Martelli mette in campo un’espressione come «Dialettizzatevi con Moro» per meglio comprendere le sue lettere e le possibili percorribilità di un percorso umanitario su cui si impegnò anche Amintore Fanfani, come testimonia il suo diario che riporta il suo pensiero nel dibattito dentro la Democrazia Cristiana.

La linea della fermezza
In quei 55 giorni, è stata in campo anche la linea della fermezza legata al dubbio sulla capacità delle istituzioni, di saper reggere. Ma il vero scandalo è non essere riusciti a trovare la prigione di Moro, che non era in capo al mondo, ma tutto si è svolto nella città di Roma in cui sono emerse incapacità e devianze come il non raggiungimento del covo di via Gradoli, l’inutile scandagliamento del lago della Duchessa e qualche improprio consigliere presso il ministero degli Interni. Che questa incapacità sia stata, poi, in qualche modo «aiutata» da chi era contro la politica di Moro e il suo ruolo nel concerto internazionale non è affatto da escludere.

Come sia stato possibile che degli spregevoli, intellettualmente parlando, siano stati in grado di cavalcare una tigre così indomabile e feroce che dalle confessioni degli stessi assassini, viene espressa addirittura come una costrizione. Un terrorismo ambiguo dal principio alla fine per tale motivo. La tragedia sta in quelle parole di Moretti, quando dice che lui e i suoi soci sono stati «costretti» a uccidere Moro. Lo fanno cercando di elaborare una «costrizione» politica, all’epoca dichiarata da loro stessi in piena autonomia volutamente esasperata, perché affidata a memorie che devono essere sempre e attentamente considerate difensive senza indulgenze e comprensioni banali. Che sia detta costrizione rivoluzionaria è solo lo sforzo con cui si vorrebbe respingere all’esterno della propria coscienza l’atto criminale da chiamare inumano considerando anche la pratica della tortura esercitata con la tecnica dell’angusta prigione. Ma se la decisione è esterna, dall’allusione, si è portati o spinti inevitabilmente a interrogarsi su chi possa aver esercitato davvero la costrizione che ha portato un lutto irreparabile alla sua famiglia e ai famigliari della scorta, che ha ferito la coscienza morale di quasi tutti gli italiani (colpendo la società e non lo Stato). Si è finito per colpire a morte anche una politica, in modo del tutto diverso da quello dichiarato nelle rivendicazioni-elucubrazioni infantili dello Stato imperialista delle multinazionali e dei suoi misfatti, vivi solo nell’immaginazione di cascami di un ribellismo carico di odio ideologico. Si è colpita una politica difficile, forse persino inapplicabile. Tanto inapplicabile che lo stesso Moro non vuol mai definire nei dettagli e che viene lasciata aperta a molte interpretazioni. E qui si giunge presto al punto, perché in Moro si è voluto colpire un proposito. Di Moro si diceva, i fatti sono le sue parole, perché in lui è sempre in gioco l’intelligenza degli avvenimenti, essendo la nostra storia una sequenza ininterrotta di stati di necessità che metteva a rischio la pienezza ideale e politica misurando quello che si può guadagnare e quello che non si deve perdere.

La chiave interpretativa
In effetti, va detto subito come chiave interpretativa, che non è dichiarata come tale ma che emerge dalla lettura, la notazione che alla fine i terroristi abbiano dato una poderosa spinta a destra dell’asse politico italiano. Per gradi tale spostamento ha portato la destra (compresa quella discendente dall’eredità fascista) al governo. Forse pochi avevano capito il carattere anche giuridico-procedurale dell’atteggiamento di Moro nel proporre l’unità nazionale che era non una variante del compromesso, ma altra cosa. Procedurale perché nella forma dell’esame, dell’analisi si doveva fondare anche la legittimazione del fatto politico che voleva produrre. Moro non pensava a un compromesso. La sua cultura non lo avrebbe portato mai a indulgere anche a un linguaggio che pareva legato a una specie di stipulazione di un contratto di compravendita: quella appunto che si inizia con un compromesso. Certo nel linguaggio comune compromesso voleva dire forse solo intesa a mezza strada tra due parti distanti. Ma Moro in questo senso aveva visto il peggio e aveva colto che le diverse proposte sulla piazza erano ancora quelle di una fondazione antica dei partiti che si ponevano come ambienti politici compiuti (relativamente chiusi) in cui l’alternativa secca di partito o di corrente storica, aveva lasciato sempre poco posto a una desiderabile alternanza. Ecco, Moro pensava a un movimento non solo di avvicinamento tra diversi, ma anche la ricerca di una regola di convivenza che non avrebbe dovuto sboccare nell’affermazione di un sistema politico integrale (e unilaterale) di un solo partito che preconizzasse un regime nel suo disegno culturale di fondo.

Moro aveva capito che il proporre una società tutta liberale, tutta socialista o tutta cattolica (e in questo caso occorre un’ulteriore distinzione) era diventato un non senso e anche un’impossibilità. Non si avvicinava neppure lontanamente a un progetto di una fusione un po’ alchimistica di una parte unita a un’altra parte per dare, infine, un «composto» politico istituzionale di improbabile fattura. Da qui venne l’idea del tutto morotea della solidarietà nazionale. In quegli anni di democrazia bloccata la Dc rimaneva partito della società, anche se i suoi avversari la identificavano con lo Stato per la sua decennale permanenza al governo; di questo partito Moro era l’esponente più qualificato.

L’oscurità dei significati
La situazione intuita da Moro andava oltre se si leggono attentamente i suoi discorsi e i suoi ragionamenti che sono giudicati sempre difficile da capire. L’oscurità dei significati di Moro stava tutta qui. Il suo avanzamento verso una situazione nuova gli faceva vedere come non si trattasse più di rimescolare le carte per uno stesso gioco ma di cambiare le carte per un altro gioco, trasformando il sistema dei partiti e della vita democratica. Una società liberale-liberista era diventata impossibile a causa del Welfare state e delle teorie keynesiane, un impianto socialista era privo di senso dopo lo sfaldamento della società divisa in classi di origine positivista, una società cristiana o anche soltanto ispirata profondamente dalla dottrina cattolica, dopo i progressivi stati di avanzamento della secolarizzazione non avevano più senso. Descrivo per la prima volta un fatto che compresi più avanti negli anni. In occasione dell’ultimo discorso di Moro fatto ai gruppi parlamentari, il suo amico più intimo (oserei dire spirituale), Franco Salvi, nella fase di attesa della riunione mi propose di raccogliere le firme di adesione alle proposte che sarebbero state fatte sul governo di unità nazionale. Al momento mi sembrò un fatto organizzativo da affidare a un giovane parlamentare. Alcuni deputati arrivati nel corso dell’incontro si risentirono di quella raccolta preventiva, ma ormai le firme giunsero al qualificato numero di 287 e Zaccagnini, che presiedeva quell’assemblea, chiuse l’incontro che quel discorso approvò.

Tempo fa, nel parlare con Rosy Bindi di quel giorno così drammaticamente centrale, lei mi disse che se si fosse aperta la discussione, probabilmente, soprattutto le conclusioni, non avrebbero avuto un consenso maggioritario e altrettanto probabilmente, forse, Moro sarebbe ancora vivo.

Su cosa realmente pensasse Moro sulla Terza fase o più precisamente sulle parole «occorre dissodare la terra di nessuno che esiste oltre il centro sinistra» non lo sapremo mai, anche se le analisi in circolazione sono molte. Moro riteneva esaurita l’esperienza centrista e la questione comunista andava diversamente affrontata da come De Gasperi la gestì nel 1947. Su questo ho un ricordo preciso ben stampato nella mente. Basta guardare le cronache dei quotidiani italiani di mercoledì 20 marzo 1968: tutti a parlare dell’imponente manifestazione dei giovani Dc a Bologna che, aprendo la campagna elettorale, vedeva insieme Moro capo del governo e Rumor segretario della Dc. Fu l’anno degli studenti e il seguente ’69 degli operai, e lui ne colse il rapporto di interazione.

Alcuni mesi più tardi Moro mi volle vedere da solo nel suo ufficio privato. Mi ringraziò di quella manifestazione che riempì il Palazzo dello Sport di Bologna e trovò originale il nostro opuscoletto elettorale «Pace, Protesta, Proposta», scritto in gran parte dal giornalista de L’Eco di Bergamo Sandro Zambetti e impaginato splendidamente da quel fantasioso grafico che fu Pic Cortesi. Il colloquio così si concluse: «Caro Bonalumi, in un tempo non definibile occorrerà che ci prepariamo a passare la mano». Non è che l’assenza di alternanza non pesasse sulla «democrazia difficile», risolta in realtà, nel quadro di un bipolarismo direttamente influenzato dalle vicende internazionali. Negli anni cruciali della solidarietà nazionale le vie d’uscita erano due: quella di una temporanea collaborazione tra i maggiori partiti, Dc e Pci, per preparare una competizione alla pari con possibilità di alternativa; e l’altro di tipo mitterrandiano, per dotare l’intera sinistra di capacità competitiva. Nessuna di queste due strade venne seriamente imboccata: e si giunse così alla crisi del sistema partitico, che si mostrava assolutamente inidoneo ad assumere un’iniziativa autoriformatrice. I terroristi credevano che fosse giunto il momento della spallata finale, dimenticando anche ogni discorso di Marx sullo Stato («non è una arlecchinata», aveva detto) e sulla durezza dei sistemi politici anche quando appaiono gracili.

Qualcuno che era stato presente al convegno fondativo delle BR a Santa Margherita Ligure raccontava come uno dei capi avesse espresso più o meno la preoccupazione che si sarebbe persino potuto giungere troppo tardi perché la rivoluzione sarebbe scoppiata senza di loro. L’analisi storica, politica e sociale fatta dai terroristi non meriterebbe nessuna considerazione se non fosse stata armata, pericolosa e frontale all’ordinamento democratico, disseminando vittime tra cui il nostro Guido Galli, magistrato originario dell’Alta Valle Brembana.

Rispondere alle difficoltà
Per capire perché anche oggi non siano in campo modelli politici capaci di rispondere alle difficoltà e ai vuoti delle nuove generazioni, per cogliere ogni utile occasione che rimetta in sesto questo tempo uscito dai cardini. La libertà va custodita e la speranza va organizzata.

È impossibile parlare di Aldo Moro e della storia d’Italia senza ricordare la sua tragica fine. La capacità tutta sua di tenere assieme gli elementi essenziali della sua progettualità politica: Stato e società, innovazione e tradizione, cambiamento e coesione, sistema politico e partito democristiano in un orizzonte sociale e politico messo a dura prova dalla transizione degli anni ’70.

L’essere alternativi a se stessi non lo limita al suo partito perché si migliori, ma lo proietta su programmi riformatori, sulle alleanze di governo, sul processo di costituzionalizzazione delle formule politiche dal centrismo al centro sinistra, alle convergenze parallele che presuppongono processi di socialdemocratizzazione della sinistra e l’avvento di una destra moderna e repubblicana. Uscendo dalla tradizionale dialettica maggioranza-opposizione.

Che fare quando si vince in due? E uno è il più forte e rappresentativo partito comunista in Europa, ma è dentro un periodo della Resistenza, del dopoguerra, della svolta di Salerno. La possibilità di fare politica estera attraverso la sua politica interna non impedì a Moro di muoversi nello scontro bipolare tra Guerra Fredda e distensione, allarmando a tal punto gli Stati occidentali che nell’incontro dei Paesi industrializzati a Puerto Rico, tramite la voce del cancelliere tedesco Schmidt, si arrivò a condizionare prestiti finanziari in base alle alleanze dei partiti italiani.

Per il Dipartimento di Stato guidato da Kissinger c’erano due «anomalie» che preoccupavano in quella fase ancora imperante della Guerra Fredda: l’azione morotea che teneva in piedi le ragioni della solidarietà nazionale e l’esperienza di Allende, che arriva a governare il Cile con un’alleanza delle sinistre percorrendo un processo elettorale rispettoso delle regole democratiche. I due momenti si relazionano, tali erano i rapporti tra le forze politiche dei due Paesi nonostante storie e geografie diverse. Entrambi fallirono con la morte di Moro e con il colpo di Stato a Santiago.

Il 13 maggio, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, anch’io ero presente, di fronte a tutte le alte cariche dello Stato, senza la salma del defunto, già in mano alla famiglia per esplicita volontà di Moro. Marco Damilano annota un Craxi a braccia conserte e inquieto accanto a Berlinguer scolpito. Il sostenitore della trattativa e il capofila del rigore, entrambi sconfitti. In quel tempo Roma appariva una città oscura, il labirinto buio in cui si nascondevano i terroristi che avevano rapito Moro.

A nulla è valsa la preghiera di Paolo VI al Dio della vita e della morte, che non aveva ascoltato la sua richiesta di liberare Aldo Moro, uomo buono, mite, saggio, innocente e amico.
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Prima Loro. Una proposta: …che tutti i giornali, tutte le televisioni, e anche i militanti della Flotilla, non dicano più “lo Stato ebraico”, e nemmeno “Israele”, e dicano invece “lo Stato sionista”

FESTA E FORCA
Cari amici,
non si era mai visto un cappio come decorazione di una torta per una festa di compleanno. È successo in Israele per festeggiare i 50 anni del ministro Ben Gvir, che insieme al suo collega Bezalel Smotrich e a Netanyahu governa sulla regione che va dal Giordano al mare, ed è oggi trionfante per essere riuscito a introdurre per legge la pena di morte ai palestinesi che lottano contro l’oppressione. Una festa celebrata perciò esibendo come trofeo un patibolo. C’è da dire che anche i cristiani celebrano le loro feste innalzando come loro gloria un patibolo. La differenza è che la forca di Ben Gvir celebra il boia, la croce dei cristiani esalta la vittima. Entrambi a Gerusalemme.
Non poteva esserci una rappresentazione più plastica del rovesciamento del senso della storia. La profezia era che dal popolo ebraico sarebbe uscita la vittima che avrebbe trasformato le lance in falci e la morte in vita; ed ecco invece lo Stato “ebraico” che trasforma la guerra in genocidio e la festa in forca. Il pio ebreo, il servo di Jahvè, “stabilito per far uscire dal carcere i prigionieri”, “per dire ai prigionieri: uscite” si schiera invece tra “i flagellatori” (Is. 42, 7-50, 6). E attorno a un popolo impiccato indice balli di giubilo.
E allora c’è da farsi un’altra domanda: se questo è il boia, chi sono le vittime? Anche qui ci sono due immagini speculari. Certo, sono i palestinesi, ma al di là di loro sono gli stessi Ebrei. Perché è contro di loro che di fatto si ritorce, come sempre accade, l’odio così accumulato. E qui si vede quale errore è stato fatto dal ministro degli Esteri Abba Eban, durante la Guerra dei Sei Giorni, quando ha dato la direttiva alle Ambasciate che in tutto il mondo le critiche allo Stato di Israele dovessero essere qualificate come antisemitismo. Ciò dura finora: anche adesso lo Stato di Israele, qualunque cosa faccia, sterminio a Gaza o tabula rasa in Libano o aggressione con Trump all’Iran, gode di questa franchigia, perché non gli si può fare un lamento, una critica, o imporgli una sanzione che non passi per antisemitismo, ossia per razzismo antiebraico, cosa che non solo è perversa, ma anche eticamente impensabile dopo la Shoà. E questo gli Ebrei dello Stato di Israele lo sanno benissimo, perché hanno imparato che cosa è un genocidio, sia quando lo subiscono che quando lo compiono. Il guaio è che lo ritengono legittimato, o addirittura prescritto da Dio, quando leggono in modo tribale e idolatrico gli editti di sterminio citati nelle loro Scritture (eventi peraltro non storici, ma epici), contro diversi popoli, dagli Ittiti, ai Gergesei, agli Amorrei, ai Cananei, ai Perizziti, agli Evei, ai Gebusei (Dt. 7,2), a Gerico (Giosuè, 5, 15 seg.), e oggi quello vero, a Gaza.
Dunque il problema è di salvaguardare il popolo ebraico dal pericolo di essere confuso con il boia che oggi è esaltato perfino sulle torte e di essere portato alla rovina da lui. Noi capiamo quegli Ebrei della diaspora, sparsi nel mondo, che non riescono a dissociarsi dallo Stato di Israele; c’è troppa storia dietro. Ma noi, a favore loro, abbiamo il dovere di farlo. Perciò la proposta è che tutti i giornali, tutte le televisioni, e anche i militanti della Flotilla, non dicano più “lo Stato ebraico”, e nemmeno “Israele”, e dicano invece “lo Stato sionista”. Dispiace per il sionismo, perché anch’esso, al netto delle cadute teocratiche, ha una storia non priva di nobiltà. Ma dire così, non certo perché lo Stato d’Israele non debba esistere, ma perché sia uno Stato come gli altri, un Leviatano come sono i nostri, avversabile per le sue politiche, e gli Ebrei possano restare nel nostro cuore per sempre.
Nel sito Prima Loro pubblichiamo l’omelia pronunciata da papa Leone a Roma, per l’ordinazione di quattro vescovi ausiliari, che ha causato l’ira di Trump, e una lettera pastorale del patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa [anche qui sotto], che denuncia la guerra come oggetto oggi di un culto idolatra.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
Prima Loro
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LETTERA DEL CARDINALE PIZZABALLA
La guerra oggetto di un culto idolatra

Maggio 8, 2026
In una lunga lettera pastorale alle comunità cristiane della Palestina il Patriarca latino di Gerusalemme riflette sulla guerra e sul ruolo della Chiesa. In tempo di conflitto guarire le ferite con il coraggio del perdono. Quanta gente è morta per un algoritmo?
Beatrice Guarrera

Come vivere da cristiani nella situazione di conflitto che sta affrontando la Terra Santa? È la domanda a cui tenta di rispondere la lettera indirizzata alla diocesi a firma del patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, che è stata diffusa il 27 aprile, con il titolo “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa”, ed è, come libro, presente In libreria dall’8 maggio, in un volume, edito da Libreria Editrice Vaticana,

«La vocazione di Gerusalemme – osserva il porporato nel testo – è guarire il mondo dalle sue ferite. Guarire le lacerazioni con mitezza e col coraggio del perdono: è questa la missione sublime di Gerusalemme, dove i cristiani sono sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo».

Una visione per la comunità

La Lettera è strutturata in tre parti: nella prima si parte con «la valutazione dell’attuale stato di disordine», per «ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio»; nella seconda il patriarca condivide «una visione per la comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme”; nella terza vengono analizzate le implicazioni pastorali di tale riflessioni. Pizzaballa sottolinea che la lettera non contiene considerazioni e analisi di carattere prettamente politico: «è “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste».

L’icona biblica intorno alla quale ruota la riflessione del patriarca è, infatti, la città di Gerusalemme, che «sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa». «Noi – afferma Pizzaballa – siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale». Una Chiesa dal volto multiforme, «per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli», ma che «da molti secoli è immersa prevalentemente in un contesto arabo». Da questo preciso quadro parte lo sguardo sul presente, uno sguardo che «aspira ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti».

Eventi spartiacque

Non si può non partire dunque dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza, «eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra».

«Quello che stiamo vivendo – osserva il patriarca – non rappresenta solo un conflitto locale, ma è il sintomo di un cambiamento di paradigma a livello globale». Per decenni la comunità internazionale ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati e multilateralismo, mentre oggi tutti «sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza». «Assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa – aggiunge il porporato – La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra».

I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo, mentre alcune potenze mondiali scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici.

Le conseguenze del caos

«È una guerra che si conduce anche con parole e immagini – rileva il patriarca -. È sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda, mentre ci si interroga su quante persone in queste ultime guerre sono morte per “decisione di un algoritmo”». La vita della diocesi ha vissuto «le conseguenze di questo caos», come la dissoluzione delle relazioni avvelenate da odio e sfiducia, la frammentazione in enclave e bolle identitarie, amplificate dagli algoritmi dei social, la perdita di senso e il logoramento delle parole “convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “bene comune”. Tra i negativi effetti anche la crisi del dialogo interreligioso, «investito da memorie contrapposte e strumentalizzazioni identitarie». «I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, – afferma Pizzaballa – diventano campi di battaglia identitari e i testi sacri vengono utilizzati per giustificare violenze, occupazione e terrorismo. Questo abuso del nome di Dio è il peccato più grave del nostro tempo».

Le risposte della Chiesa

In questo scenario, la Chiesa locale è chiamata a risposte diverse in realtà eterogenee, a partire da Gaza, dove i cristiani «sono immersi in una condizione di estrema tribolazione, ma la Parrocchia della Santa Famiglia e la Caritas rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore». In Palestina si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. «Se non si interrompe la deriva delle aggressioni causate dall’occupazione e dall’assenza dello Stato di diritto, si rischia la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa», avverte il patriarca. In Israele «aumentano discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e crescente insicurezza, dovuta alla criminalità che rafforza la tentazione di emigrare. La comunità cattolica di espressione ebraica – continua il porporato – in una contesa così polarizzante non si è sempre sentita ascoltata». Dentro questa desolazione, le comunità cristiane «restano un segno tangibile di speranza e di coraggiose esperienze di vitalità e fraternità, grazie anche alla costante vicinanza spirituale e fattiva della Chiesa universale – da Papa Francesco e da Papa Leone XIV fino più piccole e povere Diocesi».

L’immagine della Città Santa

La Chiesa di Gerusalemme «ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni, ma – si chiede Pizzaballa – è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere».

Viene da interrogarsi inoltre su qual sia la volontà di Dio su Gerusalemme e, per rispondere, «occorre scrutare l’immagine della Città santa che Lui stesso ci offre»nelle Scritture. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici, la sua identità principale è essere il luogo della Rivelazione di Dio, casa di preghiera per tutti i popoli. «Ignorarne questa sua dimensione verticale, il primato di Dio, espresso nella sensibilità delle diverse comunità di fede, ha portato e porterà al fallimento di ogni accordo di convivenza», avverte il patriarca.

Un monito per le istituzioni religiose

È questo un monito cruciale per le istituzioni religiose di Gerusalemme: «Senza lasciarsi illuminare costantemente dalla relazione con Dio, si atrofizzano, diventando fortezze inespugnabili chiuse al mondo».

Pizzaballa afferma inoltre che «l’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principale di relazione tra le comunità religiose di Gerusalemme, generando divisione e violenza», ma invece «occorre il coraggio di costruire nuovi modelli di relazioni dove la comune fede in Dio diventi occasione di incontro e non di esclusione”. Serve, in definitiva, «un nuovo modo di vedere alla luce dell’Agnello pasquale», che si concretizzi in «uno stile di vita della città con le porte aperte e una memoria purificata”. Occorre, infatti, «purificare la memoria, ripensando le categorie di storia e quindi di colpa, giustizia e perdono per generare un futuro diverso». Bisogna poi lavorare per far sì che Gerusalemme sia accessibile a tutti, perché «non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma è patrimonio dell’umanità».

Implicazioni pastorali

Al livello pastorale, va tenuto a mente innanzitutto il primato della liturgia e della preghiera. Fondamentale è anche il ruolo delle famiglie come laboratori di educazione alla convivenza e al rispetto, dove il passato può essere narrato ai figli con dolore e verità, ma senza trasmettere sentimenti di odio e vendetta. Le scuole cristiane, inoltre, vanno intese come «officine di una umanità nuova, in cui si trasmette la coscienza cristiana e si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore».

Gli ospedali e le opere sociali, luoghi in cui accoglienza, dialogo e guarigione sono già realtà vissute, vanno sostenuti. Un ruolo importante spetta anche agli anziani, che sono la memoria viva, ai giovani – la profezia – e a sacerdoti e religiosi, punto di riferimento fedele per la comunità e modelli di convivenza possibile. «Portare la croce delle divisioni tra le Chiese è parte della nostra missione – aggiunge Pizzaballa in riferimento alle relazioni con gli altri cristiani – ed è per questo importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca e parlare con una voce sola, perché la prima testimonianza è l’unità tra le comunità».

Come i discepoli dopo l’Ascensione

Anche il dialogo interreligioso rimane «una necessità vitale». Infine è fondamentale che non si tolleri mai «nessuna complicità con la cultura della violenza», mentre va dato spazio alla fiducia. «Come è possibile fare tutto questo?». La risposta del patriarca è semplice: «Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali. Alla fine, ciò che ci sostiene non è la nostra forza, ma la gioia del Vangelo». «Desideriamo anche noi tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana, come i discepoli dopo l’Ascensione. Torniamo alla nostra vita con passione. Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città – conclude Pizzaballa – e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita».
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Other. Jeffrey Sachs sul potere degli Stati Uniti in caduta libera: «Il Paese più pericoloso del mondo»

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Jeffrey Sachs sul potere degli Stati Uniti in caduta libera: «Il Paese più pericoloso del mondo»
Redazione ScheerPost

L’economia globale non vacilla più: si sta frantumando. In una conversazione ampia e senza peli sulla lingua, l’economista Jeffrey Sachs descrive un mondo spinto al limite dalle guerre di Washington contro l’Iran e la Russia, dal suo confronto economico con la Cina e dal suo tentativo di riaffermare il dominio in tutto l’emisfero occidentale. I pilastri che hanno tenuto insieme il sistema globale per decenni – rotte commerciali stabili, flussi energetici, scambi tecnologici e integrazione finanziaria – vengono trasformati in armi o smantellati del tutto. L’Europa, sostiene Sachs, si è «tagliata fuori dal suo principale fornitore di risorse naturali» ed è ora «completamente alla deriva dal punto di vista economico», mentre l’Asia accelera verso una maggiore integrazione e un vantaggio a lungo termine. Gli Stati Uniti, nel frattempo, sono «irrazionali, mal guidati e disperati nel voler mantenere il controllo su ciò che non controllano più», creando un mondo frammentato e profondamente instabile.

L’economia globale sta entrando in un periodo di rottura, non di turbolenza. Questo è l’avvertimento centrale dell’economista Jeffrey Sachs, il quale sostiene che i confronti simultanei di Washington con Iran, Russia e Cina — combinati con i suoi sforzi per dominare l’emisfero occidentale — hanno spinto il sistema internazionale a un punto di rottura. Ciò che un tempo sembrava un’interruzione temporanea ora assomiglia a una frattura strutturale.

Sachs parte dalle relazioni tra Stati Uniti e Cina, che secondo lui «non saranno mai più quelle di 10 anni fa», sottolineando che l’era degli «investimenti dinamici… reciproci in entrambe le direzioni» è finita. Lo stesso vale per i legami dell’Europa con la Russia, che egli descrive come «danneggiati forse al punto di non ritorno nella nostra generazione». Queste rotture non sono cicliche; sono fondamentali.

Prende forma un mondo frammentato

Secondo Sachs, il mondo si sta riorganizzando in blocchi regionali perché il commercio a lunga distanza è diventato troppo rischioso. L’Asia sta approfondendo i propri legami economici interni, l’Africa probabilmente seguirà, e l’Europa — dopo aver reciso la propria linea di vita energetica con la Russia — è «completamente alla deriva dal punto di vista economico». Il continente, sostiene, dipende ora da «Stati Uniti instabili, ostili e sprezzanti», una posizione strategica che lo rende più debole di quanto non lo sia mai stato dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Questi cambiamenti non sono astratti. Stanno già rimodellando i mercati globali, le catene di approvvigionamento e gli allineamenti politici. E Sachs avverte che la situazione potrebbe deteriorarsi rapidamente se gli Stati Uniti «riprendessero la guerra con l’Iran», uno scenario che egli ritiene «al 50% o più», con conseguenze «devastanti» per l’economia globale.

La nuova dottrina economica di Washington: l’egemonia prima di tutto

Sachs fa risalire l’attuale crisi a un profondo cambiamento nel modo di pensare degli Stati Uniti. Per decenni, l’economia è stata intesa come uno strumento di reciproco vantaggio — una visione radicata nelle idee classiche sul libero scambio. Ma con l’ascesa della Cina e il calo della quota statunitense della produzione globale, l’establishment della politica estera di Washington ha ridefinito l’economia come strumento di controllo geopolitico.

Egli descrive come «gli esperti di relazioni internazionali… vedano il mondo non in termini di win-win ma di win-lose», e come la politica economica sia stata riorientata verso la «preservazione dell’egemonia americana». Questo cambiamento, sostiene, ha prodotto una campagna ventennale volta a trasformare in armi il commercio, la tecnologia e la finanza — dalle restrizioni sui semiconduttori alle sanzioni fino al congelamento dei beni sovrani.

Il risultato è un mondo in cui l’impalcatura di base della globalizzazione viene smantellata. Sachs respinge l’affermazione secondo cui la globalizzazione avrebbe “fallito”, insistendo invece sul fatto che essa “ha fornito le basi per il progresso economico mondiale”, specialmente nelle economie in via di sviluppo. Ciò che è fallito, sostiene, è stata l’aspettativa di Washington di poter rimanere permanentemente dominante.

La cecità strategica dell’Europa

L’Europa, secondo Sachs, è la più grande perdente in questo nuovo ordine. Egli sostiene che il continente «ha assecondato completamente gli Stati Uniti» nel recidere i legami con la Russia, nonostante decenni di pressioni americane per impedire una più stretta integrazione tra Germania e Russia.

Il risultato è una ferita autoinflitta: industrie chiuse, costi energetici alle stelle e una classe politica che «ha abbracciato una strategia economica e geopolitica completamente fallimentare». Sachs non vede alcuna via di ripresa finché l’Europa non produrrà una nuova leadership in grado di riconoscere le realtà geografiche ed economiche.

Il ritorno dei blocchi e della pirateria

Una delle tendenze più allarmanti individuate da Sachs è la recrudescenza della coercizione marittima. Egli osserva che Trump si è recentemente vantato del fatto che gli Stati Uniti siano «essenzialmente pirati ora», un’affermazione che si allinea ad anni di sequestri di petroliere, blocchi dettati dalle sanzioni e campagne di pressione navale.

Sachs definisce questo fenomeno «scioccante», sottolineando che la libertà di navigazione è stata un principio fondamentale dell’ordine internazionale. Egli avverte che se l’Europa partecipasse agli sforzi per «contenere» la navigazione russa, «ci sarebbe una guerra tra Europa e Russia e l’Europa ne uscirebbe devastata».

Gli Stati Uniti, sostiene, non dispongono né della capacità navale né del sostegno geopolitico necessari per sostenere blocchi contro le grandi potenze. La Cina, in particolare, possiede ora una “formidabile marina” e un esercito in rapida ascesa che rende sempre più insostenibile il dominio statunitense in Asia.

Un pericoloso divario tra ambizione e realtà

L’affermazione più preoccupante di Sachs è che gli Stati Uniti sono diventati “il paese più pericoloso del mondo” — non per la loro forza, ma per il crescente divario tra le loro ambizioni e le loro effettive capacità.

Egli descrive una classe politica “irrazionale, guidata in modo molto inadeguato, piuttosto disperata nel voler mantenere il controllo su ciò che non controlla più”, e un’opinione pubblica che crede in modo schiacciante che il Paese sia sulla strada sbagliata.

Il pericolo, sostiene, sta nel tentativo di imporre il dominio globale attraverso la coercizione militare ed economica in un momento in cui gli Stati Uniti non hanno il potere di raggiungere tali obiettivi. Questo squilibrio crea instabilità, rischi di escalation e il potenziale per errori di valutazione catastrofici.

L’ascesa dell’Asia

Al contrario, Sachs vede l’Asia — in particolare la Cina — come il probabile vincitore a lungo termine del riassetto globale. L’integrazione regionale sta accelerando, la capacità tecnologica si sta espandendo e gli Stati Uniti hanno una leva limitata per interrompere queste tendenze. «Più ci si avvicina all’Asia», afferma, «meno rilevanti diventano gli Stati Uniti».

Un mondo in transizione

Il quadro che Sachs dipinge è desolante: un mondo frammentato, un Occidente in declino e degli Stati Uniti la cui ricerca dell’egemonia sta destabilizzando proprio il sistema che un tempo hanno costruito. Se i prossimi anni porteranno una transizione gestita o una serie di crisi potrebbe dipendere dal fatto che Washington riesca ad accettare un mondo multipolare — o se continui a combattere una battaglia persa per preservare il momento unipolare.

Guarda il video: https://www.youtube.com/watch?v=J4r9Wo29FzU

Jeffrey Sachs è professore universitario e direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University, dove ha diretto l’Earth Institute dal 2002 al 2016. È anche presidente della Rete delle Soluzioni per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (SDSN).

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Israele sta facendo sparire i palestinesi in ogni modo possibile
Di Belén Fernández* – Voces del Mundo*

Il 23 aprile, il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che «decine di bambini scompaiono ogni settimana» nella Striscia di Gaza «nel contesto del caos postbellico»; un curioso eufemismo, senza dubbio, per il genocidio in corso sostenuto dagli Stati Uniti nel territorio palestinese, che procede a ritmo sostenuto nonostante il cessate il fuoco che è stato apparentemente implementato lo scorso anno.

L’articolo inizia con Mohammed Ghaban, di quattro anni, scomparso all’inizio di aprile nel nord di Gaza: «Stava giocando con suo fratello davanti alla tenda della sua famiglia sfollata. Entrò, chiese un abbraccio, si mise i sandali e uscì». E poi scomparve.

L’autore cita una stima del Centro palestinese per i dispersi e i dispersi forzati secondo cui 2.900 bambini «sono scomparsi durante la guerra», e si ritiene che 2.700 corpi siano rimasti intrappolati sotto le macerie, mentre i restanti 200 sono semplicemente dispersi.

Queste statistiche sono in linea con il modus operandi dell’esercito israeliano, che, secondo il conteggio ufficiale delle vittime, ha ucciso più di 72.500 palestini a Gaza dall’inizio del genocidio nel 2023, con altre migliaia ancora dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, aveva avvertito già a settembre che il numero reale delle vittime potrebbe aggirarsi ormai intorno alle 680.000.

A proposito di sparizioni, un’inchiesta di Al Jazeera in arabo ha rivelato a febbraio che almeno 2.842 palestinesi erano «evaporati» nella Striscia di Gaza dall’inizio della guerra, un fenomeno che le squadre di protezione civile di Gaza attribuiscono all’uso da parte di Israele di armi termiche e termobariche di fabbricazione statunitense, che effettivamente «vaporizzano» i corpi umani.

Questa cifra raccapricciante è stata rapidamente messa in secondo piano dalla folle guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e dalla più ampia catastrofe regionale, che ha monopolizzato le notizie negli ultimi due mesi. Ma la questione rimane sinistra e rilevante come sempre.

In alcune dichiarazioni rilasciate ad Al Jazeera all’epoca, il portavoce della Protezione Civile, Mahmud Basal, descrisse il processo per determinare il numero di vittime «vaporizzate» nelle abitazioni colpite dagli attacchi israeliani: «Se una famiglia ci dice che c’erano cinque persone all’interno e recuperiamo solo tre cadaveri intatti, riteniamo che le altre due si siano “evaporate” solo dopo che una ricerca approfondita non ha dato altro che tracce biologiche: schizzi di sangue sulle pareti o piccoli frammenti come pezzi di cuoio capelluto».

Corpi vaporizzati

In seguito alla pubblicazione di queste macabre scoperte, l’esercito israeliano è stato colto da un attacco di furia genocida, per cui ha emesso un comunicato rabbioso per, presumibilmente, chiarire le cose.

Respingendo la «falsa affermazione di Al Jazeera sull’evaporazione dei corpi a Gaza», l’esercito ha insistito sul fatto che «utilizza solo munizioni legali» e che «attacca obiettivi militari in conformità con il diritto internazionale e adotta tutte le misure possibili per mitigare il danno ai civili e alle proprietà civili nella misura del possibile».

Non è chiaro, ovviamente, perché un esercito accusato di aver potenzialmente ucciso quasi 700.000 persone — e che annienta intere famiglie e quartieri senza battere ciglio — si sia offeso così tanto per tutta la faccenda della «evaporazione».

Bisogna ammettere che far sparire i cadaveri nel nulla è un modo piuttosto efficace per nascondere la vera portata di un massacro di massa.

E anche se la «vaporizzazione» dei corpi palestinesi forse non rientra nella definizione giuridica ufficiale di sparizione forzata, è, letteralmente, esattamente questo.

Secondo il sito web dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, «si considera sparizione forzata la detenzione, l’incarcerazione, il rapimento o qualsiasi altra forma di privazione della libertà da parte di agenti dello Stato o di persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato, seguita dal rifiuto di riconoscere tale privazione della libertà o dall’occultamento della sorte o del luogo in cui si trova la persona scomparsa, il che la pone al di fuori della protezione della legge».

Tuttavia, alla luce dell’esplicita campagna di sparizioni condotta da Israele a Gaza, sembrerebbe necessario ampliare notevolmente tale definizione.

Ma Israele è colpevole anche della forma tradizionale di sparizione forzata. Lo scorso agosto, esperti dell’ONU hanno denunciato, con dei rapporti, che civili palestinesi affamati — tra cui un bambino — erano vittime di sparizioni forzate nei punti di distribuzione degli aiuti gestiti dalla famigerata Fondazione Umanitaria di Gaza.

Sostenuta da Israele e dagli Stati Uniti, la fondazione si è anche specializzata nel massacrare persone disperate che si erano radunate in cerca di cibo e altri beni necessari alla sopravvivenza.

D’altra parte, sia a Gaza che in Cisgiordania, le sparizioni forzate di personale medico, giornalisti e persone di ogni tipo per mano di Israele si sono moltiplicate dall’inizio del genocidio, anche se questo non è affatto una novità.

Modello globale

Da parte sua, gli Stati Uniti hanno partecipato a sparizioni forzate in moltissimi luoghi in tutto il mondo, tra l’altro aiutando e coprendo regimi sanguinari di destra in tutta l’America Latina durante la Guerra Fredda.

Decine di migliaia di persone sono scomparse in Argentina, Guatemala e in altri luoghi mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dedicavano nobilmente a rendere l’emisfero un luogo sicuro per il capitalismo.

In Messico, più di 130.000 persone sono scomparse, la stragrande maggioranza delle quali dopo l’inizio nel 2006 della «guerra alla droga» sostenuta dagli Stati Uniti, che sarebbe più correttamente definita una guerra contro i poveri.

Ma dal Messico al Medio Oriente, il numero dei dispersi riflette a malapena la portata della vittimizzazione. Anche le famiglie dei dispersi sono vittime, condannate com’è a un limbo psicologico indefinito di fronte alla mancanza di informazioni concrete sulla sorte dei loro cari — senza le quali è impossibile avviare il processo di lutto o ottenere la chiusura emotiva necessaria per andare avanti con la vita.

Nel caso della «evaporazione» dei palestinesi a Gaza da parte di Israele, è difficile dire se sapere che una persona cara è stata vaporizzata sia sufficientemente concreto da consentire un’eventuale chiusura. Dopotutto, non c’è nulla di molto concreto nel fatto di scomparire con la forza senza lasciare traccia.

Infatti, Al Jazeera cita il padre palestinese Rafiq Badran riguardo al tormento psicologico quasi inconcepibile che accompagna la sinistra nuova versione di Israele sulla questione delle sparizioni forzate: «Quattro dei miei figli sono semplicemente svaniti», ha detto Badran, trattenendo le lacrime. «Li ho cercati un milione di volte. Non è rimasta traccia. Dove sono andati?».

Ora, con la guerra regionale in pieno svolgimento mentre l’industria degli armamenti intasca ingenti somme di denaro, per l’opinione pubblica mondiale è ancora più facile ignorare la situazione unica dei palestinesi, il che significa che anche il genocidio sta di fatto scomparendo dall’attenzione.

Alla fine, ovviamente, l’obiettivo di Israele non è altro che far scomparire con la forza l’idea stessa di un popolo palestinese. Ma, sfortunatamente per Israele, non potrà nascondere così facilmente un retaggio intriso di sangue.

*Columnist di Al Jazeera e autrice, tra le altre opere, di The Darien Gap: A Reporter’s Journey through the Deadly Crossroads of the Americas

*Articolo originariamente pubblicato su Middle East Eye.

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La libertà di stampa è irrinunciabile

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Viceversa.

La libertà di stampa e di informazione è irrinunciabile e i suoi limiti possono derivare solo dall’assunzione di responsabilità deontologiche. Trattasi di una libertà che è connessa anche a un grande potere, perché incide sulla formazione dell’opinione pubblica e delle coscienze individuali.

Oggi leggo su l’Unione Sarda un “Post del Lunedì” firmato da Bepi Anziani relativo alla crisi dell’informazione tradizionale strutturata, determinata anche dalla diffusione dei social e dalla tendenza degli stessi mezzi tradizionali a mutuarne, inseguendole, le modalità meno responsabili, che finiscono per annegare l’informazione nel rumore.

La via maestra per recuperare una funzione dell’informazione strutturata, che
-concordo con Anziani- resta insostituibile, sarebbe a suo avviso quella di tornare a separare le notizie dei fatti dalle opinioni sui medesimi.

Non sono sicuro che sia sufficiente. C’è un modo di selezionare e di fornire le notizie che contiene già in sé un’opinione. Inoltre c’è una generale svalutazione delle tecniche formali e professionali di trattare i fatti, che inficia anch’essa le notizie.

Un fatto è infatti interpretabile secondo chiavi differenti, spesso tutte valide nell’ambito specialistico che deve farsene carico. Ci sono tantissimi fatti che non possono essere letti superficialmente. Se si tratta di fatti attinenti alla fisicità materiale, non si può prescindere dal dar conto delle valutazioni accreditate delle scienze di competenza. Se si tratta di fatti attinenti alla realtà civile, non si può prescindere, specie se sono fatti di cronaca, dalle valutazioni, tra le altre, di natura giuridica. Se si tratta di fatti di rilevanza sociale, occorre tener presenti le condizioni soggettive di tutti i soggetti implicati.

E così via: il che comporta una scrupolosa preparazione culturale dei giornalisti e una capacità cognitiva adeguata dei lettori. Solo il concorso di questi elementi completa un contesto realmente democratico.

In difetto dilagano disinformazione, strumentalizzazioni, populismi di varia caratterizzazione, progressivo degrado della capacità cognitiva collettiva e individuale. Tutto questo vale anche per le cosiddette “contronarrazioni”, che spesso aggiungono elementi distorsivi di matrice ideologica speculari alle manipolazioni denunciate contro il cosiddetto “mainstream” e persino meno affidabili.

Questa lunga premessa per confessare che mi sto trovando a disagio su tre fatti di cronaca recente, anzi recentissima.

Il primo riguarda il giovane ebreo italiano responsabile del ferimento di due manifestanti dell’ANPI a Roma il 25 aprile scorso. Come avevo previsto, il GIP non ha accolto l’imputazione di tentato omicidio proposta dalla Procura della Repubblica e l’ha derubricata in tentate lesioni pluriaggravate dalla premeditazione. Non che si tratti di un’accusa lieve. Tuttavia è altra fattispecie. Anche le notizie sulla detenzione domestica di armi da fuoco, ma autorizzata dall’uso sportivo, se da un lato contribuiscono a connotare la personalità del 21enne, non dimostrano la sua appartenenza a “gruppi paramilitari sionisti”. Della cui esistenza ha a mio avviso frettolosamente parlato un noto e stimato giornalista come Gad Lerner, confondendoli con alcune associazioni giovanili e studentesche ebraiche romane sorte con finalità di autodifesa (non tuttavia armata o paramilitare) da aggressioni antisemite. Aggressioni antisemite, o più propriamente antiebraiche che, non neghiamolo, sono tuttavia assai più frequenti di analoghe forme reattive, provocatorie o proditorie di segno opposto.

Il secondo fatto è quello della riapertura delle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Ad horas Andrea Sempio sarà sottoposto a interrogatorio formale per la prima volta in qualità di persona indagata per omicidio volontario aggravato da motivi abietti. L’interrogatorio (se gli avvocati gli consiglieranno stavolta di non avvalersi della facoltà di non rispondere) dovrebbe essere utile ad acquisire elementi utili per chiarire fatti materiali inerenti l’omicidio. Ma se la Procura della Repubblica non riuscirà a completare il quadro materiale probatorio e insisterà su elementi indiziari come le chat in cui oltre dieci anni fa, firmandosi Andreas, Sempio manifestava opinioni discutibili sullo stupro, quasi certamente il GIP si troverà in serie difficoltà a mandarlo a giudizio sulla base di quegli elementi. Che una parte almeno della stampa cartacea e televisiva cerchi di indurci a ripartirci nuovamente tra innocentisti e colpevolisti a me non pare esercizio responsabile dell’informazione.

Terzo fatto. L’affaire Minetti. Il garbuglio sembra sempre più originato da modalità di gestione dell’istruttoria della domanda di grazia fattualmente lacunose, ma non formalmente irregolari. Man mano che passano le giornate si rintuzza da sè la tendenza a mettere in discussione l’operato del Quirinale, la posizione di Nordio rimane quella di un Ministro che ha dimostrato magari una certa superficialità, la Procura Generale sta ripercorrendo a ritroso accertamenti che prima aveva svolto, su richiesta conforme (tramite un modulo) della struttura ministeriale capofila, solo su base cartacea, comprensiva della sentenza di autorizzazione dell’adozione pronunciata dall’autorità giudiziaria uruguaiana e di quella di omologazione della medesima emessa dall’autorità giudiziaria italiana. C’è la concreta possibilità che tutta la vicenda si riduca alla sufficienza degli elementi di valutazione della condizione di ravvedimento della Minetti e della sincerità dell’affezione genitoriale della coppia adottante nei confronti del bambino malato adottato. Valutazione che tuttavia, se non emergessero fatti giuridicamente contrastanti e altrettanto giuridicamente accertati in via definitiva come tali, resterebbe insindacabilmente in capo al titolare del potere di grazia, il Presidente della Repubblica. Il quale, in difetto di accertamenti giuridici inoppugnabili, non annullerà certamente la decisione originaria. Il che onestamente -ieri in una delle trasmissioni serali di La7 lo ha messo in rilievo “da giurista” Gianrico Carofiglio, inducendo ad assentire lo stesso Antonio Padellaro de Il Fatto Quotidiano- considerato un elemento generalmente finora ignorato, cioè il primario interesse del bambino adottato, forse sarebbe la conclusione auspicabile. Anche qui, insomma, nessuna critica all’operato dell’informazione, tuttavia il mio disagio deriva dalle tracce di scarsa umanità che spesso emergono nella ricerca della “giustizia più giusta”.
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https://www.valigiablu.it/liberta-stampa-rsf-2026-ucraina-usa-italia/
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Il 3 maggio ricorreva la giornata mondiale della libertà di stampa.
Per l’occasione, come ogni anno, è stato presentato l’apposito rapporto dell’organizzazione “Reporters sans frontieres”.
Gli indici che determinano la graduatoria tra i Paesi sono molteplici.
La capacità dei regimi politici di condizionare e di manipolare direttamente l’informazione e di reprimere o di sopprimere organi di stampa e persino fisicamente i giornalisti rientra tra i principali.
Ma se questo è un dato che segnala il tasso di democrazia politica di un Paese e lo colloca tra i regimi più o meno illiberali, non è esaustivo della condizione dell’informazione.
Si devono aggiungere in ogni Paese il livello di concentrazione delle testate in mano ai soggetti economici, il regime contrattuale più o meno precario degli operatori e, ormai, incide la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale applicata, che vanno sostituendo le professionalità giornalistiche.
Non è di poco rilevo anche la presenza nei vari Paesi delle organizzazioni criminali che ricorrono alla violenza armata contro il giornalismo informativo e d’inchiesta.
Infine, si aggiungono le modalità private di contrasto della libertà di informazione consentite dalla legislazione vigente in ciascun Paese. La possibilità di ostacolare, di intimidire e di inibire l’esercizio dell’attività informativa e di inchiesta mediante il ricorso a strumenti giudiziari, come la querela per diffamazione, anche quando pretestuosa o “temeraria”, non è solo un indice del costume politico, ma con tutta evidenza sbilancia il rapporto tra la funzione dell’informazione e i poteri politici ed economici che mal sopportano di essere oggetto di questa attività.
Il rapporto 2026 costituisce la misura di una democrazia sotto attacco in tutto il
Mondo.
Preoccupanti in Occidente le condizioni degli USA e in Europa quella dell’Italia.
Significativa la collocazione di un Paese in guerra come l’Ucraina, che gode di maggior libertà di stampa di Israele (ma persino di Paesi non in guerra come la stessa Italia) e della Federazione Russa, che si colloca ai livelli inferiori e più gravi della graduatoria mondiale.
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Su Avvenire: https://www.avvenire.it/mondo/la-liberta-di-stampa-nel-mondo-e-al-livello-piu-basso-degli-ultimi-25-anni_107818?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQKNjYyODU2ODM3OQABHvPLz9F0DSDeotUHEYK5FxHozkQ-6zdIKk5OGhBKz5xdluI6fqI4o-7Uxrvc_aem_6503U5Vm_i0Riw4XGy9A5A&brid=YWdncwEoXCz6EZYNNjvAY9ZbjvIe

Prima Loro. Solo un Dio ci può salvare.

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ci siamo lasciati nell’ultima newsletter con la tesi che ci giunge dal Novecento, secondo cui oggi le sole forze umane non bastano a scongiurare il peggio, e che “solo un Dio ci può salvare”: ciò non vuol dire che debba avvenire in virtù di un evento straordinario, di un “Deus ex machina” che irrompa dall’alto, bensì grazie a una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo.

Le cose accadute in questi giorni dimostrano quanto sia necessario uno sforzo straordinario. I dirigenti europei e i governanti di tutti gli Stati membri dell’Unione, venuto meno il dissenso dell’Ungheria, hanno stanziato un credito di guerra di 90 miliardi per l’Ucraina, finora a lungo bloccato, di cui a carico dell’Italia sono 13 miliardi (ovvero 13.000 milioni, venti volte di più del presunto sforamento del nostro bilancio, un importo che rappresenta più di un terzo della legge finanziaria 2026). Che si tratti di un intervento per finanziare la guerra in Ucraina è dimostrato dal fatto che contemporaneamente è stato deciso dalla UE un inasprimento delle sanzioni contro la Russia, per impoverirla e così affrettarne la sconfitta, che è il solo modo in cui finora l’Unione Europea ha concepito che possa finire la guerra. Naturalmente si tratta di un calcolo sbagliato, perché quando mancano i soldi gli Stati non li tolgono alle spese militari e agli armamenti, ma alle spese sociali e civili, tanto più quando c’è una guerra in corso; anche la Meloni che deve ridurre le spese per scendere sotto il 3 per cento del rapporto tra debito e PIL, nello stesso tempo incrementa i fondi per il riarmo fino al 5 per cento del PIL.

Cosa c’entra Dio in tutto questo? Naturalmente non c’entra niente, la politica economica e militare non è affar suo. Però “è infelice per la nostra sorte”, dice il poeta David Maria Turoldo; finanziare la guerra dell’Ucraina è un atto di straordinaria crudeltà, visto il carico immenso di dolori e di lutti in ambedue i campi che la guerra comporta, e data la insensatezza della presunzione che per terminarla la Russia accetti o subisca la sconfitta, mentre è precluso il negoziato. Naturalmente è possibile che quanti così agiscono non lo facciano per crudeltà, e che lo stesso Zelensky non sia guidato dall’odio ma non voglia perdere la guerra per non perdere la sua gloria. Altrettanto è a dirsi per i responsabili della disperata situazione del Medio Oriente con la guerra all’Iraq, lo sterminio del popolo palestinese e le attuali politiche dello Stato di Israele, nonché per le conseguenze su tutta la popolazione mondiale della chiusura dello stretto di Hormuz. Non tutto si può attribuire all’iniquità personale di quanti provocano tutto ciò: chi siamo noi per giudicare? Se però si fosse disponibili a una cooperazione con Dio, facendolo entrare nelle nostre scelte umane, soprattutto quelle che hanno impatto sulla vita di molti, e ci fosse una corrispondente docilità al cambiamento, la corsa del mondo verso l’abisso e la sofferenza di milioni di persone potrebbero finire.

Questa ipotesi non comporta che tutti pensino Dio allo stesso modo. Dio non è conoscibile; a un “Dio ignoto” innalzavano altari i Greci nell’Areopago; e Michea, un profeta ebreo che sapeva benissimo che Dio è uno solo, gioiva contemplando i popoli salire alla montagna del Signore ciascuno camminando “con il suo Dio”; nella dichiarazione comune di Abu Dhabi di papa Francesco e del grande Imam di Al Azhar si diceva che la diversità di religione è una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. E nella Repubblica di Utopia, descritta da Tommaso Moro, vigeva l’ipotesi che fosse Dio stesso, “per ottenere una gran varietà e molteplicità di culti, a ispirare a chi una cosa e a chi un’altra”. Per i cristiani vale l’”esegesi” fattane dal Cristo. Questo non è politeismo, perché si tratta di uno stesso Dio compreso in molteplici modi, una sorta di monoteismo pluralistico, nel pluralismo delle molte culture. Anche le religioni monoteiste sono nate da diverse rivelazioni del medesimo Dio.

Certo non può essere un Dio per tutti gli usi, non può essere un Dio che, come dice papa Leone, “ascolti le preghiere di chi ha mani che grondano sangue”. Se si coopera con un Dio ai fini della salvezza non si possono fare guerre, embarghi, sanzioni, soprusi, scacciare o far annegare gli immigranti, e così via. E in ogni caso l’avere anche solo come ipotesi un Dio con noi, e scendere in campo con lui e con il cuore di lui, porta con sé il gran bene di destituire gli idoli, che rischiano di sopraffare l’uomo, di dilaniare i popoli, di devastare il mondo, di interrompere la storia: idoli quali l’Intelligenza artificiale incontrollata nel suo sviluppo, lo Stato Leviatano, nato per definizione come il “Dio mortale”, la guerra, proclamata da millenni, da Troia a Gaza, come padre e re di tutte le cose, il denaro che giudica tutti e pretende di non essere giudicato da nessuno.

Tornando dal suo viaggio in Africa, a una domanda sul perché abbia incontrato anche “alcuni dei leader più autoritari del mondo” papa Leone ha risposto che lo fa “per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare – a volte – situazioni in cui potrebbero esserci prigionieri politici, e trovare un modo per liberarli”, per dire ai capi che di fronte a certe situazioni la risposta non è subito che “bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando”. Per esempio nel caso dell’Iran la questione “non è il cambio di regime”, è che tanti innocenti sono morti, “c’è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra”. Se si avesse “la capacità di pensare in questo modo” non accadrebbe quello che è successo tra l’uno e l’altro viaggio del Papa: “Porto con me una foto di un bambino musulmano che, nella visita in Libano, stava lì aspettando con un cartello dicendo: “Benvenuto Papa Leone!”, e poi, in quest’ultima parte della guerra, è stato ucciso lui.”

Nel sito di Prima Loro riportiamo questa conferenza stampa in aereo del Papa, un intervento di Raniero La Valle al “Punto de reunion” [riportato anche qui sotto], incontro promosso a Roma da “Il coraggio della pace” e “Disarma”, e un articolo di Fawaz Gerges del “Guardian”, sulla vittoria iraniana.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle).

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UN DISCORSO AL “PUNTO DE REUNION”
E dopo Trump?

Aprile 29, 2026
Non si tratta di tornare al passato, che è stato altrettanto perverso. La vera alternativa per l’Europa e per il mondo
Raniero La Valle

Ci incontriamo per la prima volta a Roma dopo un evento straordinario intervenuto in questi giorni nella storia dell’umanità: la fine del diritto internazionale. Anzi potremmo dire, come il folle di Nietzsche, dato che viviamo in un tempo in cui, per citare Giorgio Colli, Nietzsche si respira nell’aria, che il diritto internazionale è morto e noi lo abbiamo ucciso.

Ne abbiamo avuto più volte l’attestazione formale, come quando è venuto a Roma il grande imprenditore americano Peter Thiel ad annunziare, in una conferenza segreta a palazzo Taverna, l’avvento dell’anomos, cioè dell’uomo senza legge di cui aveva parlato san Paolo in una lettera ai fedeli di Salonicco, o come quando Donald Trump, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano in base a quale diritto voleva annettersi quel pezzo di ghiaccio, come la chiama lui, che è la Groenlandia, rispondeva di non avere bisogno del diritto, gli bastava ciò che gli dettava la sua mente e la sua morale. E il diritto è ucciso quando la premier di un Paese come l’Italia dice che il rapimento di Maduro in Venezuela è legittimo.

Ma questa morte del diritto internazionale vuol dire soprattutto la fine delle grandi istituzioni create dal diritto internazionale. Prima di tutto le Nazioni Unite. Ha cominciato Israele quando nel 2024 in piena assemblea dell’ONU il suo ambasciatore, che si era portato in aula un tritacarte, ha ridotto in briciole il suo Statuto; poi il premier Netanyahu ha licenziato l’ONU, il suo segretario generale e scacciato i suoi funzionari sostenendo che l’ONU è una “palude antisemita”: poi c’è stato Zelensky che all’inizio della guerra d’Ucraina ha dichiarato che l’ONU doveva essere abolita.

A loro volta gli Stati Uniti si sono ritirati dalClimate Treaty, il Trattato sul clima ratificato dal Senato americano nel 1992 e dal più recente protocollo di Parigi del 2016; nel gennaio scorso Trump ha emesso un ordine esecutivo per annunciare il ritiro americano da 66 accordi, organizzazioni, enti e commissioni internazionali. come “non più corrispondenti agli interessi del Paese”. I giudici della Corte Penale Internazionale e la relatrice dell’ONU per i territori occupati della Palestina sono stati interdetti dall’entrare negli Stati Uniti e radiati da tutti i circuiti bancari; e infine Trump dice di voler liquidare la NATO.

La guerra non è più quella

Tra queste istituzioni messe in crisi, ce n’è una particolarmente importante che è stata stracciata, e questa istituzione è proprio la guerra. È un’istituzione tra le prime e più decisive codificate dal nascente diritto internazionale, e che Alberico Gentile, che del diritto internazionale moderno è stato tra i fondatori, così definiva:publicorum armorum iusta contentio, che vuol dire: “Una giusta contesa combattuta con armi pubbliche”. Si tratta, come ben sappiamo, di un’istituzione perversa, divenuta negli ultimi tempi pervasiva e sistemica, e tuttavia era ancora rispondente a una certa sia pur distorta razionalità e, quando non interdetta come crimine, ancora regolata dal diritto. Questa istituzione non è più riconoscibile nelle guerre oggi in corso. Prima di tutto ci sono guerre che non derivano da nessuna contesa esistente tra i due protagonisti: la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran è stata scatenata senza che vi fosse alcuna contesa tra loro, e quindi senza ragione, come non c’era alcuna contesa diretta tra Israele e Libano; né c’era una contesa tra Russia e Ucraina, mentre la contesa era semmai tra la NATO, o meglio l’America, e la Russia. In secondo luogo non ci sono contese giuste tra tutte le guerre in atto: non è una giusta contesa quella della guerra permanente di Israele contro i palestinesi, decisa prima ancora della fondazione dello Stato sionista; non è giusta la contesa per la conquista russa di territori in Ucraina, non è giusta la sfida della Nato portata fino alle frontiere della Russia rimasta scoperta dopo la scomparsa delle antiche Repubbliche sovietiche, e tanto meno sono giuste le altre decine di guerre, note ed ignote, che si stanno combattendo nel mondo.

Ma oltre che infondate ed ingiuste, le guerre non sono più nemmeno combattute con armi pubbliche: i sistemi d’arma, l’Intelligenza artificiale che decide strategie ed obiettivi, cioè le persone o le moltitudini da uccidere, sono in mani private, prodotti e gestiti da aziende private; molti combattenti sono dei contractors privati, cioè dei mercenari, e privati sono perfino quelli che negoziano o fingono di decidere la fine di una guerra, come Kushner e Witkoff, uno il genero, l’altro un amico di Trump.

Dalla “guerra giusta” alla “Furia epica”, al genocidio

La scomparsa della guerra non ha però lasciato un vuoto: è stata sostituita dal genocidio. Quello che mai più doveva avvenire dopo il genocidio nazista degli Ebrei, è diventato un crimine di ordinaria follia, mentre per i loro strumenti, metodi, intendimenti ed effetti tutte le guerre sono diventate genocidi. È significativo che Israele abbia voluto strenuamente negare che quello di Gaza fosse un genocidio, nonostante l’evidenza e le ingiunzioni per impedirlo della Corte Penale Internazionale; in effetti la soluzione voluta dal sionismo politico di Netanyahu del problema palestinese non può che passare attraverso il genocidio; di fatto e di diritto poi, la definizione della Convenzione internazionale contro il genocidio non può non applicarsi alle guerre oggi in corso. Esse non conoscono più “danni collaterali”, sono tutte trasformate nella pura e semplice uccisione del nemico, capi e popolo, e nella pura e dichiarata cancellazione di città e civiltà. Tutte le guerre comprendono atti intesi a “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale”, mediante omicidi e infanticidi, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, imposizione di condizioni distruttive di vita, misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo, tutti i modi di esecuzione del genocidio previsti dal diritto. È insomma il trionfo della morte, come scrive magnificamente Domenico Gallo ricordando il quadro di Bruegel. Perciò genocidio è il nuovo nome della guerra. Ed essa che nel diritto internazionale era definita come una giusta pubblica contesa, e che a certe condizioni la morale naturale e perfino quella cattolica poteva definire come giusta, è ora definita da Trump “Furia Epica”, per non parlare dei nomi che Israele dà ai suoi genocidi, come “i carri di Gedeone”, “Ruggito del leone”, “ira di Dio”, «Piombo fuso», «Margine protettivo», «Spade di ferro» «Freccia di Bashan», e così via.

Da Biden a Trump

Il passaggio dalla giusta contesa alla guerra senza contesa, e dalla guerra al genocidio dice che siamo giunti a un grado di crudeltà e di dolore del mondo come mai si era visto prima; ci manca solo l’ecocidio, cioè l’attacco alla Terra come tale; intanto è venuto Peter Thiele, il padrone di Palantir, che mentre vaticina la fine ci propone la sua azienda di Intelligenza artificiale, ovvero il tecnofascismo montante, come rimedio o “katécon”, come lui dice sempre citando san Paolo.

Perciò è molto importante non sbagliare diagnosi, e capire bene a che punto siamo della politica internazionale, per impostare i veri rimedi e venire a salvezza.

Il tracotante intervento di Giorgia Meloni alle Camere, il 9 aprile, se lo sappiamo leggere, ci permette di fare questa diagnosi.

Del discorso di Giorgia Meloni è stato soprattutto notato come ella non sia stata in grado di prendere le distanze da Trump e Netanyahu, in modo da non coinvolgere l’Italia nel baratro delle loro politiche disumane. La critica va però articolata. È vero per esempio che Meloni e Trump combaciano, ma non del tutto; sono eguali quando dicono che tutto quello che c’è stato prima di loro, che si tratti di Biden o di Conte, è da buttare: gli Stati Uniti, si sono impoveriti e svenati per gli altri, e la Nazione italiana sarebbe stata depredata e danneggiata per il reddito di cittadinanza o per la gestione del Covid. Eguali sono apparsi l’una con l’altro anche per l’assenza di ogni pietà per il dolore dei popoli e i genocidi di Gaza e dell’Iran; e identici sono anche nel “metterci la faccia” perché ambedue sprezzanti del giudizio altrui. Però c’è anche una contraddizione tra loro perché Trump ha bisogno di non scontrarsi con Putin, e la Meloni invece vuole sconfiggerlo, e perché gli Stati Uniti fanno secessione dall’Occidente, mentre per la Meloni l’Occidente resta l’idolo da venerare.

Però c’è un passaggio del discorso di Giorgia Meloni che non è stato oggetto di particolare attenzione e che è invece cruciale perché ci aiuta a scoprire la vera realtà della situazione internazionale odierna e richiede una ben più alta risposta politica che quella di una scontata opposizione polemica. È nel punto in cui ci dice che Trump è Trump, ma la politica degli Stati Uniti è la stessa dei precedenti governi, democratici o repubblicani che fossero, solo che i responsabili in Europa sono stati abbastanza sprovveduti da non accorgersene. Ha detto la Meloni: “È innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, ma è altrettanto innegabile che l’attuale amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane, quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall’Europa, per dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi l’Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario. Una traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno lungamente e, a mio avviso, colpevolmente preferito non cogliere, comprese quelle che governavano in Italia e che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di quando formavano un nuovo Governo”. E ha avuto buon gioco nel dire che l’attuale collocazione internazionale dell’Italia, che si imputa a lei, è la stessa da 80 anni a questa parte.

Il problema è precisamente quello di una rivisitazione critica di queste politiche, che hanno preceduto, se non causato, l’immane flagello che oggi sconvolge il mondo, per decidere con nuova responsabilità quali politiche adottare e che mondo vogliamo costruire.

Perché il vero problema posto da Trump, non è Trump, ma è la visione del mondo e la strategia a lungo termine degli Stati Uniti, e delle classi dirigenti dell’Occidente e dell’Europa, di cui Trump è la grottesca rappresentazione; ma egli è anche la manifestazione del loro possibile compimento nelle forme distruttive e genocide di cui le guerre di Gaza e dell’Iran sono già un’anticipazione.

Il problema politico è proprio la generale esecrazione da cui Trump è oggi investito a destra e a sinistra, sia dall’Europa dei volenterosi sia dalle classi dirigenti che anche dopo questi 80 anni di fedeltà adorano il patto atlantico e inalberano i valori e gli interessi dell’Occidente allargato, come oggi si dice. Ammesso che Trump non ci porti oggi alla catastrofe, Il rischio è che, venuta meno l’anomalia demenziale di Trump, si pensi come a un grande progresso il ritorno alle belle pratiche di prima. Ma con quali risultati? Certo non ci sarà più alla Casa Bianca chi farnetichi di cancellare una civiltà, ma potrebbe esserci un compassato signore che vada in guerra per “ridurre la Russia alla condizione di paria”, come voleva fare Biden sacrificando l’Ucraina, o potrà esserci qualcuna che in Medio Oriente voglia “riportare l’Iraq all’età della pietra”, come voleva fare la signora Thachter, o un Bush che scateni una “tempesta nel deserto”, o un Kissinger che voglia far fuori un Moro, mentre continuerà a esserci un Israele pronto alla guerra santa per far trionfare “il mondo della benedizione” voluto da Mosè sul “mondo della maledizione”, come ha mostrato sulle mappe Netanyahu all’ONU mentre pianificava il “lavoro” per l’estinzione del popolo palestinese. E se Israele continuerà a perseguire questo obiettivo, il Libano farà la fine di Gaza, in Cisgiordania ci sarà una nuova Nakba, e la guerra cominciata in Iran non avrà mai fine.

Perciò, al di là della facile opposizione di oggi, è bene vedere come l’attuale politica di Trump, nonostante il suo falso richiamo alla dottrina Monroe, sia in continuità con la politica interventista delle amministrazioni precedenti, e come questa politica di recente abbia subito una torsione ancora più egemonica e aggressiva sul piano mondiale. Per farlo basta leggere due documenti programmatici in cui, in piena guerra d’Ucraina, nell’ottobre 2022, la leadership americana aveva enunciato le due strategie fondamentali degli Stati Uniti: il primo è la “National Security Strategy” del Presidente Biden, il secondo ne era la pianificazione operativa sul piano militare del capo del Pentagono Lloyd Austin, corredata da un dettagliato aggiornamento della “postura” o visione nucleare americana. Tale postura ribadiva la decisione già presa dinonadottare la politica del “Non Primo Uso” dell’arma nucleare perché essa “comporterebbe un livello di rischio inaccettabile”. La vecchia concezione basata sulla deterrenza e sulla risposta a un eventuale attacco altrui non funzionava più. Questa opzione non si può più fare, secondo gli americani, perché non si può lasciare che i nemici colpiscano per primi. La miglior difesa è l’offesa. Quindi era previsto, di fronte a una minaccia, di ricorrere se necessario per primi all’arma nucleare, scudo al cui riparo si possono poi condurre senza rischi per gli Stati Uniti tutte le guerre convenzionali necessarie.

Quale visione del mondo?

La visione del mondo proposta in questi documenti era quella, considerata propria dell’Occidente, che ha il suo centro in America, la sua potenza militare negli Stati Uniti, e nella NATO la vocazione a estendersi fino agli estremi confini della terra.

Per quanto strettamente americani, questi due documenti riguardavano tutti, perché investivano non solo l’una o l’altra regione del globo, ma il destino del mondo come tale, di cui gli Stati Uniti rivendicavano globalmente la leadership, con l’affermazione che “non c’è nulla che vada oltre le nostre capacità: possiamo farcela, per il nostro futuro e per il mondo”.

Si postulava dunque un unico potere che si protenda alla totalità del mondo, nella presunzione che il mondo debba avere un unico ordinamento politico, economico e sociale, corrispondente a un unico modello di convivenza umana; del resto questo era un presupposto che da tempo gli Stati Uniti avevano messo a base della loro relazione col mondo, da quando, dopo l’11 settembre 2001 e lo shock dell’attacco alle Due Torri, avevano enunciato l’ideologia secondo la quale il solo modello valido per ogni nazione sarebbe riassumibile in tre termini: Libertà, Democrazia e Libera Impresa; dunque un modello che mette insieme una definizione antropologica, una indicazione di regime politico ed una forma obbligatoria di organizzazione economico-sociale, sulla scia del “progetto”, pubblicato nell’ottobre del 2000, del “nuovo secolo americano”. Dunque non venivano contemplati tanti possibili regimi politici, economici e sociali, corrispondenti eventualmente a diverse teorie. Ce ne sarebbe uno solo che comporta un modello umano, quello dell’individualismo liberale, un modello politico, quello della democrazia occidentale, ed un modello economico, quello del capitalismo d’impresa. Altri modelli non venivano ammessi e compito degli Stati Uniti sarebbe di diffondere questo modello in tutto il mondo.

Questa strategia, secondo Biden, si sarebbe dovuta realizzare entro il successivo decennio, a partire da quel 2022. Né si trattava solo di una pia intenzione, dato che a questa impostazione aveva corrisposto tutta la politica estera e militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, cioè dopo l’attacco alle Due Torri. Scriveva Biden: “Non lasceremo il nostro futuro vulnerabile ai capricci di chi non condivide la nostra visione di un mondo libero, aperto, prospero e sicuro”. Dovevano essere pertanto gli Stati Uniti a vincere nella competizione strategica che così veniva promossa: “Essi guideranno con i nostri valori” e “nessuna nazione è meglio posizionata degli Stati Uniti per avere successo”.

E subito, sia nel documento della Casa Bianca, sia in quello del Pentagono, venivano designati I due “competitori strategici” da battere per realizzare questo progetto, il primo dei quali sorprendentemente non era più la Russia, i cui “limiti strategici” erano stati messi in luce dalla guerra d’Ucraina, ma era la Cina. “La Russia – diceva Biden – non ha le capacità trasversali della Repubblica Popolare Cinese”. Pertanto era la Cina a rappresentare la “sfida culminante” (pacing challenge) a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio”.

“La Repubblica Popolare Cinese (RPC) – precisava Lloyd Austin – rimane il nostro competitore strategico più importante per i prossimi decenni. Ho raggiunto questa conclusione sulla base delle crescenti azioni di forza della Repubblica Popolare Cinese per rimodellare la regione dell’Indo Pacifico e il sistema internazionale per adattarlo alle sue preferenze autoritarie, insieme sulla base di una profonda consapevolezza delle intenzioni chiaramente dichiarate della RPC e della rapida modernizzazione ed espansione delle sue forze armate”. “La Cina è quindi la sfida suprema per il Dipartimento della Difesa”.

I nemici però non finivano qui, e Biden citava tutti gli scenari politici del mondo, a cominciare dall’Iran, dalla Repubblica Popolare di Corea, dal Medio Oriente: “Gli autocrati – scriveva Biden presentando il suo documento – fanno gli straordinari per minare la democrazia ed esportare un modello di governance caratterizzato dalla repressione in patria e dalla coercizione all’estero.“ Pertanto, gli Stati Uniti continueranno a difendere la democrazia nel mondo, e continueremo ad aumentare la competitività americana a livello globale, “attirando sognatori e aspiranti da tutto il mondo”.

Ed ecco che ora arriva Trump, dice che Biden è stato il peggior presidente degli Stati Uniti, perché non ha realizzato quel progetto, non ha fatto grande l’America, come invece farà lui, che farà degli Stati Uniti il vero sovrano del mondo. Questa è l’ “accelerazione” di Trump, di cui ha parlato la Meloni al Parlamento. Altrimenti perché portare le spese militari a 1.500 miliardi di dollari, quando la Russia spende 80 miliardi e la Cina 238? Ma l’America di Trump lo farà non più con l’Occidente ma facendo secessione dall’Occidente, accusando l’Europa di codardia e addirittura pensando di sciogliere la NATO; ma questo Trump non potrà farlo da solo: ha bisogno di Israele, perché senza la forza incondizionata da limiti e regole di Israele non si conquista il mondo, e perché l’attuale Stato di Israele fornisce l’alibi di un messianismo blasfemo di cui quello americano è solo una caricatura.

Naturalmente questo disegno fallirà. Il mondo non è una terra di conquista, non è un’entità amorfa, primitiva, disponibile al dominio, non è affatto pronto ad essere espropriato delle sue meravigliose, poliedriche varietà. Questo disegno cadrà perché o l’America cadrà su se stessa, sconfitta e umiliata, tigre di carta, oppure qualcuno la fermerà: ma in questo caso grande è il rischio che si passi attraverso una guerra nucleare.

L’alternativa

Qui allora c’è il problema di quali debbano essere le nostre scelte. Quella della Meloni, che se non sarà rovesciata sarà quella dell’Italia, è di salire sul carro del conquistatore, tenendogli legato l’Occidente, e facendo dell’Europa una potenza militare di supporto nella “competizione strategica” per concorrere all’assoggettamento del cosiddetto “resto del mondo”, come lo chiama ilCorriere della Sera, o almeno per qualificarsi come la migliore cliente dell’Impero. Questo vorrebbe dire arruolarsi alla guerra mondiale a pezzi per istituire un mondo unipolare a conquista compiuta.

Di fronte a questo progetto l’alternativa non può che essere radicale. La scelta, da fare fin da ora, deve essere quella di un mondo multipolare, che per la sua stessa natura non si può realizzare con le armi, con la mitologia della difesa, con gli eserciti comuni, con i Panzer europei ed atlantici nei territori contesi d’Ucraina, ma si può realizzare solo con la politica, con la cultura, col pluralismo delle religioni e delle fedi, con gli scambi, con un’economia non predatoria secondo il modello del capitalismo selvaggio, e con l’accoglienza reciproca tra popoli residenti e migranti. E l’Europa, di cui va ripreso il cammino verso l’unità, non può che essere ripensata secondo queste finalità e secondo questo modello. E per prima cosa dovrà fra coincidere la sua estensione fisica con la sua unità politica, sanando la separazione e contrapposizione tra l’Unione Europea e la Russia, la quale fa parte non solo del corpo, ma dell’anima dell’Europa. Così finalmente ci si potrà dire europei, senza la clausola che si debba essere nemici di altri europei. E quanto a Tel Aviv dovrà uscire dalla sindrome dell’assedio, e prendere l’unica strada possibile, che è quella della riconciliazione tra israeliani e palestinesi restituendo agli Ebrei la loro identità, che è la vera terra promessa, di essere un seme di benedizione per tutti i popoli della Terra. E anche nelle politiche interne occorre uscire dalla sindrome della contrapposizione amico-nemico, e quindi tornare alla proporzionale.

Naturalmente resta un problema: come è possibile che tutto questo possa avvenire, quando la politica sembra impotente, i popoli soggiogati, e i demoni, promessi da Trump, in libera uscita?

Se voi siete qui oggi, e se ovunque c’è chi resiste e chi lotta, e maggioranze che gridano “non in mio nome”, vuol dire che la partita è aperta, che la liberazione è possibile. Ma se invece non ce la facciamo? Se con le forze oggi disponibili il coraggio della pace non fosse in grado di rovesciare gli idoli della guerra?

Sabato scorso, 11 aprile, nella veglia di preghiera per la pace il Papa ha fatto un discorso che ha suscitato enorme impressione, non una pia esortazione alla pace, ma una radicale chiamata in causa di Dio e degli uomini insieme perché mantengano la loro parola, la morte sia vinta e la pace sia fatta. Lucio Caracciolo ha detto che questo discorso vale tutto un pontificato, non ce ne potrà essere un altro eguale. Ma se questo è vero, vuol dire ammettere, come diceva Heidegger al culmine del Novecento e molti altri con lui, che a questo punto drammatico a cui il corso storico è arrivato, solo un Dio ci può salvare. È chiaro però che questo contraddice tutta la modernità fondata sull’unica ipotesi dell’autosufficienza dell’umano. Forse è venuto il momento di rimettere in discussione questa ipotesi, è venuto il tempo non solo di dare alla ragione dell’uomo l’artificio di un’intelligenza che la integri e la sostituisca, ma dare al cuore dell’uomo lo spirito e il coraggio della libertà di un Dio richiamato dal suo esilio, un’alleanza da ristabilire tra le due sponde del cielo.

Roma, 18 aprile 2026
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Other news – Jeffrey Sachs: Il fallimento di Trump in Iran smaschera il mito ormai fatiscente dell’egemonia statunitense / Il destino di Cuba non dovrebbe essere nelle mani degli Stati Uniti

img_7945Jeffrey Sachs: Il fallimento di Trump in Iran smaschera il mito ormai fatiscente dell’egemonia statunitense
Redazione di ScheerPost

Jeffrey Sachs avverte da anni che il “momento unipolare” non è mai esistito realmente — e in questa conversazione con Glenn Diesen ne offre la dimostrazione più chiara finora. Il fallimento di Trump nella guerra con l’Iran, sostiene Sachs, non ha solo messo a nudo i limiti di una singola amministrazione. Ha messo a nudo i limiti dell’intero progetto americano del dopoguerra fredda: una politica estera costruita su illusioni di dominio, pretesa ideologica e rifiuto di accettare un mondo multipolare già in fase di formazione.

Sachs ripercorre il lungo arco dell’egemonia occidentale — dagli imperi europei al breve momento di trionfalismo di Washington dopo il 1991 — e mostra come il conflitto con l’Iran sia diventato il punto di rottura. Gli Stati Uniti non sono riusciti a imporre la propria volontà a Teheran. Non sono riusciti a piegare la Russia con le sanzioni. Non riescono a contenere l’ascesa della Cina. Eppure la loro classe politica continua a comportarsi come se la storia si fosse fermata nel 1991.

Questa intervista non è solo un’analisi. È l’autopsia di un impero che crede ancora di essere immortale.

Jeffrey Sachs: La sconfitta di Trump in Iran e l’inconfondibile declino dell’impero statunitense

In una conversazione di ampio respiro e storicamente fondata con Glenn Diesen, Jeffrey Sachs sostiene che la guerra in Iran è diventata il momento in cui la mitologia dell’onnipotenza americana si è finalmente scontrata con la realtà. Gli Stati Uniti, dice Sachs, hanno raggiunto i limiti del loro potere — non a causa di una singola campagna militare fallita, ma perché il mondo che un tempo rendeva possibile il dominio statunitense non esiste più.

La fine dell’egemonia occidentale non è iniziata con Trump — è iniziata nel 1945

Sachs inizia collocando il conflitto con l’Iran all’interno di un arco temporale molto più lungo. Il dominio occidentale — prima europeo, poi americano — non è mai stato permanente. Era un’anomalia storica costruita sull’industrializzazione, lo sfruttamento coloniale e i monopoli tecnologici che non poteva durare. Dopo la Seconda guerra mondiale, con il crollo degli imperi europei, l’Asia ha iniziato un’ascesa lenta ma inarrestabile: alfabetizzazione, industrializzazione, urbanizzazione e recupero tecnologico.

Quando l’Unione Sovietica si sciolse nel 1991, gli Stati Uniti scambiarono un vuoto temporaneo per una supremazia permanente. Washington si autoproclamò la “nazione indispensabile”, abbracciò la fantasia di un mondo unipolare e costruì una politica estera sul presupposto che nessun rivale potesse mai emergere.

Il punto di Sachs è chiaro: il momento unipolare era un’illusione fin dall’inizio.

L’Iran come punto di rottura

La guerra in Iran, sostiene Sachs, ha rivelato ciò che Washington si è rifiutata di ammettere: gli Stati Uniti non possono più imporre i propri risultati alle principali potenze regionali. L’Iran è sopravvissuto alle sanzioni, alla guerra per procura, alle operazioni segrete e allo scontro diretto. Ha mantenuto la coesione interna, rafforzato le alleanze regionali e messo a nudo i limiti del potere coercitivo statunitense.

Per Sachs, questo non è solo un fallimento militare, ma anche strategico e ideologico. La classe politica statunitense si comporta ancora come se qualsiasi paese che resista alla pressione americana violasse l’ordine naturale. Il rifiuto dell’Iran di sottomettersi è trattato non come geopolitica, ma come eresia.

Il crollo del mito del “punto di strozzatura”

Uno dei temi più sorprendenti dell’intervista è lo smantellamento da parte di Sachs della convinzione che gli Stati Uniti possano controllare i sistemi globali all’infinito. Che si tratti di sanzioni SWIFT, blocchi finanziari o minacce militari, Washington ha ripetutamente sopravvalutato la propria influenza. La Russia è sopravvissuta all’“opzione nucleare” dell’isolamento finanziario. La Cina ha costruito sistemi paralleli. L’Iran si è adattato.

L’idea che gli Stati Uniti possano congelare le economie a loro piacimento, dice Sachs, appartiene a un mondo che non esiste più.

L’ascesa dell’Asia: la vera storia che Washington ha ignorato

Sachs sottolinea che mentre Washington era ossessionata dal dominio militare, il vero cambiamento stava avvenendo altrove. L’Asia — dove vive il 60% dell’umanità — si stava reindustrializzando, innovando e superando l’Occidente nelle tecnologie chiave. La Cina è ora un concorrente alla pari nella produzione manifatturiera, nelle infrastrutture e nelle industrie avanzate. L’India sta emergendo. Il Sud-Est asiatico si sta integrando.

La guerra in Iran, secondo Sachs, non è un fallimento isolato. È il momento in cui gli Stati Uniti si sono scontrati frontalmente con un mondo che non controllano più.

L’ideologia come surrogato della strategia

Sachs e Diesen discutono di come le élite occidentali continuino ad affidarsi alle narrazioni ottocentesche di superiorità civilizzatrice — la visione del mondo “giardino contro giungla” — per giustificare politiche che non funzionano più. Questa eredità ideologica rende i responsabili politici ciechi ai cambiamenti strutturali che stanno rimodellando il potere globale.

Il risultato è una politica estera che oscilla tra negazione ed escalation, incapace di accettare che altre nazioni abbiano autonomia, interessi e la capacità di resistere.

L’establishment della sicurezza americana non riesce a immaginare un mondo multipolare

Sachs sostiene che l’establishment della politica estera statunitense — dai think tank al Congresso — è intrappolato in una mentalità che vede qualsiasi potenza indipendente come una minaccia. Alla Russia non può essere permesso di rimanere una grande potenza. Alla Cina non può essere permesso di crescere. All’Iran non può essere permesso di resistere. Anche l’India, osserva Sachs, finirà per essere trattata con sospetto.

Questa visione del mondo rende la diplomazia quasi impossibile. Inoltre garantisce un conflitto perpetuo.

La sconfitta di Trump è stata strutturale, non personale

Mentre l’intervista discute il ruolo di Trump, Sachs inquadra il fallimento con l’Iran come un sintomo di forze più profonde. Nessun presidente degli Stati Uniti — repubblicano o democratico — può invertire il declino a lungo termine del dominio occidentale o l’ascesa dell’Asia. Il problema non è la personalità di Trump, ma il rifiuto di Washington di adattarsi a un mondo in cui non è più l’unica superpotenza.

Un ultimo avvertimento: gli imperi cadono quando non riescono ad adattarsi

Sachs conclude con un richiamo alla storia: i vantaggi tecnologici svaniscono, i divari economici si colmano e gli imperi che si aggrappano a presupposti obsoleti crollano sotto il proprio peso. La guerra con l’Iran, suggerisce, è il momento in cui gli Stati Uniti sono stati costretti a confrontarsi con questa realtà – e hanno invece scelto la negazione.

La domanda ora è se Washington possa accettare un mondo multipolare, o se continuerà a combattere battaglie impossibili da vincere alla ricerca di un passato che non può essere ripristinato.

Jeffrey Sachs è professore universitario e direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University, dove ha diretto l’Earth Institute dal 2002 al 2016. È anche presidente della Rete delle Soluzioni per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (SDSN).

Guarda il video https://www.youtube.com/watch?v=8lRC8r8Qzk4

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Il destino di Cuba non dovrebbe essere nelle mani degli Stati Uniti
Di Mel Gurtov* – CounterPunch

Un’altra Venezuela?

Sono in corso negoziati tra gli Stati Uniti e Cuba, mentre l’amministrazione Trump decide se applicare o meno il modello venezuelano a Cuba. L’embargo statunitense rimane in vigore, con un solo petroliere – una nave russa, carica di 730.000 barili di petrolio – autorizzata a transitare. L’economia di Cuba, e in particolare il suo sistema sanitario, sono sul filo del rasoio. Permangono dubbi sugli obiettivi degli Stati Uniti: gli Stati Uniti vogliono un cambio di regime o un cambiamento economico? Un cambio di regime richiederebbe un’altra stretta militare, che Trump potrebbe voler evitare mentre infuria la guerra in Iran. Trump deve anche tenere conto dell’avvertimento di Cuba di opporre resistenza a un intervento militare. Un’apertura economica da parte di Cuba sarebbe presumibilmente attraente per gli investitori statunitensi e stranieri, come era il caso prima della rivoluzione.

Il presidente cubano, Miguel Diaz-Canel, non è Delcy Rodriguez in Venezuela, che ha aperto il Paese agli interessi stranieri nel settore petrolifero e minerario. Secondo Axios, gli Stati Uniti potrebbero sostenere Raul Guillermo Rodriguez Castro, il nipote di Raul Castro, ancora oggi la figura politica più potente di Cuba. Questa pratica di selezionare con cura leader malleabili nei paesi che gli Stati Uniti cercano di dominare ha una lunga storia: ad esempio, Ngo Dinh Diem in Vietnam, lo scià Reza Pahlevi in Iran, il generale Augusto Pinochet in Cile e ora (di nuovo in Iran) il figlio dello scià. Mai una simile manipolazione ha portato a cambiamenti democratici e giustizia sociale. Non c’è motivo di credere che la pressione degli Stati Uniti questa volta migliorerà – o abbia l’intenzione di migliorare – la sorte del popolo cubano.

Gli Stati Uniti potrebbero considerare impossibile un cambiamento economico senza un cambio di regime. Ma evidentemente ci stanno provando. Secondo le interviste con Axios, i funzionari statunitensi, nei colloqui con i funzionari cubani del 10 aprile, hanno sottolineato che “l’economia cubana è in caduta libera e che le élite al potere dell’isola hanno una piccola finestra di opportunità per attuare riforme chiave sostenute dagli Stati Uniti prima che le circostanze peggiorino irreversibilmente”.

Ecco cosa propongono i funzionari statunitensi, secondo Axios:

– Risarcire i residenti e le società statunitensi i cui beni e proprietà sono stati confiscati dopo la Rivoluzione del 1959.

– Il rilascio dei prigionieri politici rimanenti. (Circa 2000 prigionieri sono stati rilasciati.)

– Garantire al popolo cubano maggiori libertà politiche, che alla fine includerebbero elezioni libere ed eque.

– Fornire l’accesso a Starlink per consentire la ripresa del servizio Internet. (Un favore a Musk, proprietario di Starlink.)

I funzionari statunitensi si basano sull’ordine esecutivo di Trump del 29 gennaio che, senza prove, accusava Cuba di essere una “minaccia straordinaria” alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e quindi una “emergenza nazionale”. Tale ordine ha lo scopo di giustificare il blocco delle spedizioni di petrolio verso Cuba. I funzionari statunitensi hanno espresso «preoccupazioni riguardo a gruppi di intelligence stranieri, militari e terroristici che operano con il permesso del governo cubano a meno di 100 miglia dal territorio americano». Tutto questo è un sotterfugio; Trump vuole aprire Cuba allo sfruttamento con un governo amico al potere. Solo se Cuba accetterà le richieste degli Stati Uniti l’embargo finirà.

Cuba può resistere alle minacce di Trump?

E se non lo facesse? «Il presidente Trump è impegnato a perseguire una soluzione diplomatica, se possibile, ma non permetterà che l’isola precipiti in una grave minaccia alla sicurezza nazionale se i leader cubani non sono disposti o non sono in grado di agire», ha detto un funzionario del Dipartimento di Stato. Questa minaccia fa seguito a diverse dichiarazioni fatte da Trump negli ultimi mesi:

– L’11 gennaio, che «NON ANDRANNO PIÙ NÉ PETROLIO NÉ SOLDI A CUBA

– A febbraio, che era possibile «una conquista amichevole di Cuba». «Che io la liberi o la conquisti, penso di poter fare tutto ciò che voglio con essa».

– Il 6 marzo, che «Cuba cadrà molto presto… Abbiamo tutto il tempo, ma Cuba è pronta… La osservo da 50 anni ed è caduta proprio nelle mie mani».

– Il 17 e 18 marzo, che gli Stati Uniti “si prenderanno Cuba in qualche modo” e “faremo qualcosa con Cuba molto presto”.

– Il 13 aprile, che gli Stati Uniti “potrebbero fare un salto a Cuba” dopo aver finito in Iran. “Cuba è una nazione in declino” che è stata “gestita in modo orribile per molti anni”.

Ciò che sembra chiaro è che il regime di Trump, impantanato in un disastro costoso e senza via d’uscita in Iran, non desidererebbe nulla di meglio di una “acquisizione amichevole” di Cuba. Sono finiti i giorni di Obama e Biden in cui i negoziati volti a normalizzare le relazioni erano la norma. Responsible Statecraft riferisce che i preparativi militari statunitensi sono in atto, citando un articolo di USA Today della scorsa settimana secondo cui “la Casa Bianca ha ordinato al Pentagono e ad altre agenzie di accelerare i preparativi per un’azione militare sull’isola. Giovedì scorso, un drone di sorveglianza della Marina statunitense ha condotto un’insolita missione di ricognizione intorno a Cuba». Ma un’invasione sembra una possibilità remota. Il blocco, le minacce intimidatorie e una stretta economica che rende la vita intollerabile per i cubani sembrano essere la strategia a basso costo di Trump per assicurarsi una Cuba compiacente.

Come il Venezuela, il governo cubano ha poco potere contrattuale. A differenza dell’Iran, Cuba non controlla risorse preziose né può reagire militarmente. Cuba può dire “no” ad alcune richieste degli Stati Uniti e cercare di soddisfarne altre, ad esempio liberando i prigionieri politici rimasti e incoraggiando gli investimenti dei cubani a Miami. Cuba ha certamente bisogno di riforme economiche e politiche. Ma queste possono provenire solo dall’interno, non diventando un protettorato americano.

*Professore emerito di Scienze Politiche alla Portland State University, caporedattore di Asian Perspective, una rivista trimestrale di affari internazionali, e autore del blog In the Human Interest.
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L’hangar di Is Mirrionis: un’ottima occasione per praticare l’obiettivo della sussidiarietà orizzontale con la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Il ruolo de “La Casa del quartiere Is Mirrionis”

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Ieri l’inaugurazione dello spazio-hangar, ricuperato dal Comune di Cagliari con i soldi dell’Unione Europea e della Regione Autonoma della Sardegna. La lunga storia dell’Hangar.
di Franco Meloni
Leggete questo mio contributo, se avete pazienza, quando volete: è una risposta che ho dato al commento di una persona che chiedeva cosa c’era prima nell’hangar, apparso sulla pagina fb di Massimo Zedda, che dava notizia dell’inaugurazione dello spazio-hangar con un post apprezzabile. Io ne ho approfittato per farne la storia e proporre alcuni ragionamenti pertinenti,
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Il così detto hangar nasce come capannone destinato ai laboratori del Centro di formazione per gli operai del settore industriale. Il presidente era l’ing. Contu, persona competente. Era un cattolico praticante fedele della parrocchia Sant’Eusebio. Il centro professionale fu dismesso e rimase inutilizzato fino a che la Regione lo destinò a sede dell’Agenzia regionale del Lavoro, oggi Aspal, che attualmente lo detiene. La stessa Agenzia/Aspal non ha mai utilizzato il capannone, nel tempo adibito a deposito di fascicoli di diverse amministrazioni pubbliche. Sullo stabile vi furono tanti tentativi di utilizzo alternativi. Nel 2001 fu oggetto di un concorso di idee, molto attrattivo, finanziato dall’Unione Europea (la documentazione di comunicazione pubblica e’ ancora accessibile in internet). Non se ne fece nulla. Quando fu pubblicato il bando ITI-Is Mirrionis (Interventi Territoriali Integrati) finanziato generosamente dall’UE e cofinanziato dalla RAS, il Sindaco Massimo Zedda, si dice su suggerimento di Luciano Uras, che tra l’altro fu brillante direttore dell’Agenzia del Lavoro, individuò il manufatto come centro di aggregazione del quartiere di Is Mirrionis. Era solo un intervento tra i diversi finanziati dall’ITI Is Mirrionis, nel mentre ribattezzato ITI Is Mirrionis-San Michele. Dal progetto di individuazione dei centri di quartiere restò fuori la ex Scuola popolare di Is Mirrionis, al centro del nucleo edilizio Sacripanti, di proprietà GESCAL, poi IACP, poi AREA, che potrebbe essere ricuperato in una residua trance del Programma ITI, o di analoghi nuovi interventi con finanziamento UE-RAS. Dopo il periodo della Giunta Truzzu, nel quale non ci risultano azioni riguardo all’intervento sull’hangar (se così non è, qualcuno ce lo farà sapere), la Giunta Zedda ha ripreso in mano il progetto, portandolo a compimento. Il Sindaco Zedda, a cui va il relativo merito, ha affidato all’Assessora alle Politiche Sociali Anna Puddu, il compito di allestire gli spazi-hangar e portare avanti tutte le possibili ipotesi di utilizzo come Casa del quartiere di Is Mirrionis. L’Assessora ha preso in carico la questione, aprendo al riguardo un serrato confronto con tutte le associazioni presenti nel quartiere. Non partiva da zero, in quanto in attuazione complessiva del programma ITI Is Mirrionis – San Michele era stata attuata una specifica azione di consultazione/partecipazione con gli abitanti del quartiere che aveva coinvolto le associazioni ivi presenti. La più attiva tra le associazioni fu ed è ancora la “Casa del quartiere Is Mirrionis” costituita nel 2017, come “associazione di associazioni” che si prefiggeva dare rappresentanza unitaria a tutte le realtà associative presenti nel quartiere. Non tutte ma una gran parte aderirono alla nuova entità, la quale peraltro riprendeva storiche esperienze dagli anni ‘70 in poi, tra cui quelle di grande rilievo della Scuola Popolare dei lavoratori-comitato e centro culturale, delle Acli, e, più recenti, del TSE (Teatro Sant’Eusebio) e delle Associazioni di difesa e rappresentanza degli anziani, tutte operanti nel quartiere di Is Mirrionis. Di rilievo la collaborazione continua con i Dipartimenti Universitari, di diverse discipline, e, tra tutti, il Dipartimento di Ingegneria, Architettura e Ambiente, ma anche quelli umanistici, come Psicologia, Giurisprudenza, Economia, Sociologia. Provvisoriamente sotto la responsabilità del Comune proprio la “Casa del quartiere Is Mirrionis” gestirà gli spazi-hangar, attuando una molteplicità di interventi che vedono il coinvolgimento di tutte le associazioni del quartiere, con un fitto calendario di interventi fino al 31 maggio 2026. Si vedrà poi come proseguire fino ad affidamenti formali. Ci vorrà certo una procedura di gara, che non deve contraddire il principio costituzionale fissato nell’art 118, comma 4, Cost. In materia di sussidiarietà e partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Al riguardo presto partirà un laboratorio di approfondimenti teorico e pratico al quale parteciperanno le Istituzioni, l’Università e l’Associazionismo dei cittadini attivi. In medias-res speriamo di produrre documenti e suggerimenti pratici innovativi e utili, che facciano tesoro delle migliori esperienze in materia, italiane ed estere, anche in considerazione che il Comune di Cagliari è già impegnato a darsi il regolamento di cogestione dei beni comuni con i cittadini e le loro associazioni.
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terenzio-calledda-3dic14-168x300Non ricordo esattamente quando, nel 2017, decidemmo di chiamarci “La Casa del quartiere Is Mirrionis”, sicuramente l’idea fu di Terenzio, e fu una “genialata”, sì perché strumentalmente in positivo coincide con il nome dato all’hangar nel programma ITI. La differenza è una sola: il nome dato all’hangar dall’ITI definisce una struttura, il nostro nome invece definisce persone, donne e uomini in carne ed ossa. Si potrebbe concludere: “conforme a su stampu su baballottu”, dove su stampu é l’hangar e il nostro Comitato su baballottu! Saludos

Other News. Politica internazionale. La democrazia non soccombe. Torni a vincere in Italia e in Europa. Quale ruolo per Pedro Sánchez?

img_7945
ScreenshotPedro Sánchez: l’ascesa di un oppositore europeo
di Eldar Mamedov* – Foreign Policy In Focus (FPIF)

I moderati occidentali si sono ritrovati senza una casa. La decisione catastrofica del presidente Donald Trump di scatenare una guerra contro l’Iran ha messo in secondo piano le voci non interventiste all’interno della destra americana. In Europa, nel frattempo, il blando centrismo atlantista e, peggio ancora, l’aggressivo moralismo rappresentato dai Verdi tedeschi, ha accentuato la percezione di ipocrisia e doppio standard: una decisa opposizione all’aggressione russa in Ucraina eppure un vergognoso silenzio sui crimini di Israele a Gaza, in Libano e in Iran.

In questo panorama desolato, l’attenzione dei moderati si rivolge ora a Madrid. E ad emergere, contro ogni previsione, come leader della coalizione dei moderati è il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez.

Sánchez è primo ministro dal 2018 e, per la maggior parte di quel tempo, non si è distinto per una grande visione di politica estera. Dopotutto, è membro del Partito Socialista, mainstream, di centro-sinistra e convenzionalmente atlantista. È stato questo partito a portare la Spagna ad aderire alla NATO nel 1986, e uno dei suoi membri, Javier Solana, era segretario generale dell’alleanza nel momento in cui questa bombardò la Serbia, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Tuttavia, dall’inizio della campagna genocida di Israele a Gaza, in risposta all’attacco terroristico di Hamas nell’ottobre 2023, Sánchez è emerso come il principale critico di Tel Aviv in Europa. Così facendo, ha rotto decisamente con il consenso occidentale: ha chiesto la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele, ha spinto la Spagna a riconoscere lo Stato palestinese e ha richiamato definitivamente l’ambasciatore spagnolo da Israele.

Quando Trump ha attaccato l’Iran, Sánchez si è opposto pubblicamente e immediatamente, avvertendo che un’altra guerra in Medio Oriente avrebbe destabilizzato l’intera regione. Ha vietato l’uso delle basi militari in Spagna e chiuso lo spazio aereo spagnolo per gli attacchi contro l’Iran, attirandosi l’ira di Trump e dei suoi alleati. Ancora una volta, ha preceduto gli altri leader europei che hanno esitato, vacillato e offerto, nel migliore dei casi, un tiepido sostegno di facciata al diritto internazionale.

Come mi ha detto Almut Rochowanski, un’analista europea, in una conversazione su Sánchez, questo potrebbe essere stato un momento in cui «la grandezza gli è stata imposta». Gli eventi recenti hanno trasformato un manager centrista in un leader visionario.

Questa visione ha trovato la sua massima espressione nel discorso di Sánchez all’Università di Tsinghua durante la sua recente visita in Cina. Sánchez ha detto all’Occidente una dura verità: il momento unipolare è finito. «Ciò che sta accadendo oggi», ha sostenuto, «non è un trasferimento di egemonie. È una moltiplicazione dei poli». Ha citato Matteo Ricci, il gesuita italiano del XVI secolo, che si recò in Cina con una mappa che collocava l’Europa al centro solo per scoprire che la Cina non si considerava alla periferia.

Per i moderati, questo è un punto di svolta fondamentale. Sánchez sostiene che la pace è raggiungibile non attraverso l’imposizione americana o l’internazionalismo liberale atlantista, ma attraverso un mondo in cui l’Occidente si rapporta con gli altri sulla base del rispetto e dell’uguaglianza. La multipolarità, insiste, non è un’ipotesi. È un fatto.

La visione di Sánchez rifiuta esplicitamente il moralismo a somma zero, la visione secondo cui «la crescita di alcuni è una perdita per gli altri». Ciò sfida l’abitudine neoconservatrice di inquadrare ogni potenza emergente come una minaccia esistenziale che richiede un contenimento militare. Trattare ogni concorrente come un nemico da distruggere, piuttosto che come un rivale da gestire o un partner con cui cooperare quando è reciprocamente vantaggioso, è una ricetta per una guerra senza fine. L’opposizione di Sánchez alla guerra contro l’Iran scaturiva da questo istinto.

Per capire perché Sánchez sia importante, basta contrapporre il suo linguaggio di rispetto alla visione egemonica della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. In una recente intervista, ha dichiarato: «Dobbiamo riuscire a completare il continente europeo, in modo che non sia influenzato da russi, turchi o cinesi».

Questa non è arte di governare. È una fantasia imperiale. «Completare il continente» — ma cosa significa? Il continente è già completo. Von der Leyen immagina un’Europa che esclude altre potenze per decreto, trattandole come avversari immutabili. Parla di “influenza” come se fosse una contaminazione da purificare. L’inclusione della Turchia – alleata della NATO e candidata di lunga data all’adesione – rivela il sottotono razzista. Non si tratta di competizione strategica. Si tratta di esclusione civilizzazionale.

Il resto del consenso atlantista è altrettanto stantio. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz offre un’ortodossia congelata, poiché è un uomo incapace di dire qualsiasi cosa che possa turbare la sottomissione alle priorità di Washington. Il presidente francese Emmanuel Macron fa rumore sull’indipendenza per poi ritirarsi, e il suo discorso sull’autonomia strategica europea rimane per lo più tale, un discorso. L’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera Kaja Kallas è una falco monotematica sulla Russia. Il primo ministro britannico Keir Starmer fatica a conciliare le due cose: difendere il diritto internazionale e preservare la lealtà transatlantica, offrendo al massimo una certa competenza gestionale, non leadership.

Sánchez non è perfetto. Ma è l’unico leader europeo disposto a dire che il mondo è cambiato e che l’Occidente deve adattarsi — non dominando, ma imparando a condividere.

Un moderato vedrebbe dei difetti nella sua visione. Sánchez chiede un “multilateralismo rafforzato” e un Consiglio di Sicurezza più “democratico”. Ma l’ONU non limita le grandi potenze. L’attenzione all’architettura istituzionale – riforma del Consiglio di Sicurezza, Carta, quote di rappresentanza, ecc. – non affronta di per sé il duro lavoro della gestione del potere. I seggi per il Brasile o l’India non fermeranno necessariamente una guerra tra Stati Uniti e Cina su Taiwan né porteranno la pace in Medio Oriente e in Ucraina.

La battuta di circostanza di Sánchez sul volere una donna come Segretario Generale dell’ONU è un cenno alla politica identitaria – ma Von der Leyen e Kallas sono entrambe donne, ed entrambe sono fondamentalmente contrarie a tutto ciò che lui rappresenta.

Ma Sánchez non ha torto quando afferma che la multipolarità senza regole porta alla guerra. La Guerra Fredda era gestita da regole — non dal nebuloso “ordine internazionale basato sulle regole” che gli atlantisti invocano quando fa comodo — ma da accordi specifici: diritto internazionale, trattati sul controllo degli armamenti, canali di crisi. Quelle regole non hanno abolito la rivalità, ma hanno impedito la catastrofe.

Sánchez può guidare i moderati? Si è certamente guadagnato il diritto di provarci.

Si è opposto alla guerra contro l’Iran quando era quasi l’unico in Occidente a farlo. Ha condannato il genocidio a Gaza quando quasi tutti gli altri leader occidentali distoglievano lo sguardo. È andato a Pechino e ha ripudiato il narcisismo europeo, pur riconoscendo con prudenza che su «alcune questioni non saremo d’accordo», come i deficit commerciali. Queste non sono le azioni di un uomo che confonde le illusioni con la strategia.

Il suo discorso alla Tsinghua potrebbe aver suscitato scetticismo sulla riforma dell’ONU, sui beni pubblici globali, sulla salvezza istituzionale. Ma una lettura imparziale ammette che egli possa usare il vocabolario del multilateralismo per descrivere una realtà più dura: il momento unipolare è morto, l’Occidente deve imparare a condividere il potere e, senza regole strategiche concordate, la prossima competizione multipolare si rivelerà catastrofica.

Contro la fantasia egemonica di von der Leyen di un continente “completo” epurato dall’influenza straniera – una visione che non solo è impossibile ma anche pericolosa – Sánchez offre rispetto per la realtà multipolare. Questo non è idealismo. È l’unica posizione sensata a disposizione di un continente che non è più il centro del mondo.

Per ora, i moderati guardano a Madrid – e per la prima volta dopo molto tempo, la guardano con qualcosa di diverso dal puro scetticismo.

*Ricercatore non residente presso il Quincy Institute e membro del Consiglio Pugwash per la Scienza e gli Affari Mondiali, un’organizzazione di diplomazia alternativa insignita del Premio Nobel per la Pace e impegnata nella realizzazione di un mondo libero da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa.

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Other News. Politica internazionale

img_7945Cuba: l’u­gua­glian­za rag­giun­ta… e la di­su­gua­glian­za che ne è se­gui­ta
Di Hugo Cancio – Italiani.net

Ci sono que­stio­ni che non pos­so­no es­se­re pre­se alla leg­ge­ra, e que­sta è una di quel­le. Quan­do si par­la di raz­zi­smo e del­la real­tà de­gli afro-cu­ba­ni, non pos­sia­mo far­lo con slo­gan, né con ro­man­ti­ci­smo, né con co­dar­dia, ma piut­to­sto con la me­mo­ria, con l’o­ne­stà e con la ca­pa­ci­tà di esa­mi­na­re i pro­ces­si di lun­go pe­rio­do.

Par­to da un pre­sup­po­sto che mi è chia­ro: pri­ma del 1959, il raz­zi­smo esi­ste­va a Cuba. Esi­ste­va­no bar­rie­re so­cia­li, eco­no­mi­che e cul­tu­ra­li mol­to con­cre­te. I cu­ba­ni neri e mu­lat­ti si tro­va­va­no, in ge­ne­ra­le, in fon­do alla sca­la so­cia­le, con mi­no­re ac­ces­so a cer­ti spa­zi, mi­no­ri op­por­tu­ni­tà di avan­za­men­to e un far­del­lo di di­scri­mi­na­zio­ne più pe­san­te. Co­no­scia­mo in­nu­me­re­vo­li esem­pi. Per­si­no Ful­gen­cio Ba­ti­sta, in di­ver­si mo­men­ti, si è fat­to ca­ri­co di que­sto far­del­lo raz­zia­le nel­la po­li­ti­ca cu­ba­na. Ne­gar­lo si­gni­fi­che­reb­be fal­si­fi­ca­re la sto­ria.
La Ri­vo­lu­zio­ne pro­mi­se ugua­glian­za so­cia­le e raz­zia­le. E sa­reb­be in­giu­sto ne­ga­re che una par­te si­gni­fi­ca­ti­va di que­sta pro­mes­sa sia sta­ta man­te­nu­ta. Le bar­rie­re le­ga­li fu­ro­no sman­tel­la­te e si aprì un ac­ces­so di mas­sa al­l’i­stru­zio­ne, alla sa­ni­tà, allo sport e alla cul­tu­ra; in­nu­me­re­vo­li cu­ba­ni neri di­ven­ne­ro pro­fes­sio­ni­sti, me­di­ci, scien­zia­ti, in­se­gnan­ti, mi­li­ta­ri, ar­ti­sti, atle­ti e lea­der sta­ta­li. Non cre­do sia giu­sto can­cel­la­re que­sta real­tà ora per con­ve­nien­za po­li­ti­ca.
Ci fu un pe­rio­do in cui gli afro-cu­ba­ni riu­sci­ro­no a pro­gre­di­re in modo straor­di­na­rio, spin­ti dai cam­bia­men­ti por­ta­ti dal pro­get­to ri­vo­lu­zio­na­rio.
Ma una cosa è ri­co­no­sce­re quel pro­gres­so e tut­t’al­tra è cer­ca­re di con­ge­la­re la sto­ria come se la que­stio­ne fos­se sta­ta ri­sol­ta per sem­pre. Al con­tra­rio, dopo al­cu­ni de­cen­ni, e so­prat­tut­to da­gli anni ’80 in poi, di­ven­ne evi­den­te che i cam­bia­men­ti so­cia­li non ave­va­no com­ple­ta­men­te eli­mi­na­to gli svan­tag­gi, le vul­ne­ra­bi­li­tà e le di­scri­mi­na­zio­ni nei con­fron­ti del­le per­so­ne di co­lo­re e di raz­za mi­sta.

La mi­gra­zio­ne cu­ba­na
La mi­gra­zio­ne ha gio­ca­to un ruo­lo si­gni­fi­ca­ti­vo in ciò che se­guì. La pri­ma gran­de on­da­ta mi­gra­to­ria da Cuba dopo il trion­fo ri­vo­lu­zio­na­rio non fu un’on­da­ta or­di­na­ria. Era com­po­sta in gran par­te dal­la clas­se agia­ta: ric­chi, po­ten­ti, con pro­prie­tà, co­no­scen­ze, ca­pi­ta­li e la pos­si­bi­li­tà im­me­dia­ta di an­dar­se­ne. An­che le per­so­ne le­ga­te al­l’ap­pa­ra­to po­li­ti­co del re­gi­me di Ba­ti­sta se ne an­da­ro­no, così come set­to­ri che ave­va­no ca­pi­to fin da su­bi­to che il pae­se emer­gen­te non sa­reb­be sta­to loro. Ful­gen­cio Ba­ti­sta e l’at­to­re pa­na­men­se Tito Alba che lo in­ter­pre­ta nel film “Il Pa­dri­no – Par­te II” (1974) di­ret­to da Fran­cis Ford Cop­po­la Quan­do pen­so a quel­l’e­so­do, mi vie­ne in men­te l’im­ma­gi­ne im­mor­ta­la­ta nel­la se­con­da par­te de Il Pa­dri­no (F. F. Cop­po­la, 1990): la not­te di Ca­po­dan­no, l’é­li­te ve­sti­ta in abi­ti for­ma­li, smo­king, po­te­re, fe­steg­gia­men­ti, e im­prov­vi­sa­men­te la no­ti­zia che Ba­ti­sta se ne sta an­dan­do, che tut­to sta crol­lan­do, che de­vo­no cor­re­re al­l’ae­ro­por­to, al por­to, ovun­que, per­ché il mon­do che co­no­sce­va­no è fi­ni­to. Cer­to, quel film è una rap­pre­sen­ta­zio­ne, ma cat­tu­ra per­fet­ta­men­te l’at­mo­sfe­ra di quel­la fuga dal­la Cuba pri­vi­le­gia­ta quan­do il po­te­re sfug­gì dal­le loro mani.

Poi ar­ri­vò la se­con­da on­da­ta, e non vo­glio sem­pli­fi­ca­re ec­ces­si­va­men­te per­ché per me que­sto pun­to è es­sen­zia­le: Boca de Ca­ma­rio­ca, 1965. Quel­la fu, in lar­ga mi­su­ra, l’e­so­do del­la clas­se me­dia cu­ba­na. Pro­fes­sio­ni­sti, ope­rai spe­cia­liz­za­ti, fa­mi­glie che co­min­cia­va­no a ren­der­si con­to che il pae­se in co­stru­zio­ne non cor­ri­spon­de­va alle loro aspet­ta­ti­ve. E in en­tram­be le on­da­te c’è un aspet­to che non si può igno­ra­re: l’e­mi­gra­zio­ne fu, in pro­por­zio­ne, più bian­ca che nera.

Per­ché dico che i cu­ba­ni neri non emi­gra­ro­no in pro­por­zio­ne ai cu­ba­ni bian­chi in quel­le pri­me fasi? Per­ché, a mio av­vi­so, vi fu una com­bi­na­zio­ne di ra­gio­ni sto­ri­che mol­to im­por­tan­ti. In pri­mo luo­go, a Cuba era in atto un pro­ces­so che sta­va apren­do spa­zi rea­li per la mo­bi­li­tà so­cia­le che pri­ma non esi­ste­va­no.

In se­con­do luo­go, dal­l’al­tra par­te del­lo Stret­to del­la Flo­ri­da, gli Sta­ti Uni­ti sta­va­no vi­ven­do uno dei pe­rio­di di con­flit­to raz­zia­le più tesi del­la loro sto­ria mo­der­na: Mar­tin Lu­ther King Jr., Mal­colm X, An­ge­la Da­vis, le lot­te per i di­rit­ti ci­vi­li. Lo scon­tro fu aper­to e la re­pres­sio­ne se­ve­ra. La Ri­vo­lu­zio­ne cu­ba­na sfrut­tò quel con­flit­to a fini pro­pa­gan­di­sti­ci, ma il con­flit­to esi­ste­va. Era evi­den­te. In que­sto con­te­sto, non è dif­fi­ci­le ca­pi­re per­ché i cu­ba­ni neri e me­tic­ci aves­se­ro ul­te­rio­ri mo­ti­vi per non emi­gra­re nel­la stes­sa pro­por­zio­ne dei bian­chi in quei pri­mi de­cen­ni. Non per­ché non vo­les­se­ro an­dar­se­ne, ma per­ché c’e­ra­no op­por­tu­ni­tà al­l’in­ter­no del­l’i­so­la e in­cer­tez­za ne­gli Sta­ti Uni­ti a cau­sa di que­ste pro­ble­ma­ti­che raz­zia­li.

Le nuo­ve di­su­gua­glian­ze a Cuba
Ed ecco che ar­ri­vo al noc­cio­lo del­la que­stio­ne. De­cen­ni dopo, ne­gli ul­ti­mi anni, men­tre Cuba ini­zia un’a­per­tu­ra eco­no­mi­ca par­zia­le, con l’e­mer­ge­re di mi­cro, pic­co­le e me­die im­pre­se (MPMI), le ri­mes­se come pi­la­stro di mi­glia­ia di fa­mi­glie, gli ac­qui­sti on­li­ne dal­l’e­ste­ro e il fi­nan­zia­men­to fa­mi­lia­re del­le at­ti­vi­tà pri­va­te, la di­su­gua­glian­za riap­pa­re con un vol­to di­ver­so.
Le bar­rie­re le­ga­li pre­ce­den­ti al 1959 sono scom­par­se. Ora le bar­rie­re sono le­ga­te al­l’ac­ces­so al ca­pi­ta­le. E il ca­pi­ta­le, nel­la Cuba odier­na, pro­vie­ne in gran par­te dal­la dia­spo­ra.
Se le pri­me gran­di on­da­te mi­gra­to­rie era­no spro­por­zio­na­ta­men­te bian­che, e se mol­te del­le reti fa­mi­lia­ri che oggi in­via­no ri­mes­se, fi­nan­zia­no le im­por­ta­zio­ni, so­sten­go­no le im­pre­se e man­ten­go­no le at­ti­vi­tà com­mer­cia­li han­no ori­gi­ne da quel­le on­da­te, al­lo­ra il ri­sul­ta­to, an­che se nes­su­no lo in­ten­de espli­ci­ta­men­te, fi­ni­sce per ave­re un im­pat­to sul­la man­can­za di op­por­tu­ni­tà per gli afro-cu­ba­ni.
Ecco per­ché, quan­do si viag­gia per L’A­va­na o per qual­sia­si al­tra pro­vin­cia, si nota qual­co­sa di do­lo­ro­so: chi è so­li­ta­men­te il pro­prie­ta­rio e chi è so­li­ta­men­te il di­pen­den­te; Chi im­por­ta e chi tra­spor­ta il ca­ri­co? Chi sie­de a ta­vo­la a man­gia­re e chi è alla por­ta a sor­ve­glia­re l’in­gres­so?

Si ve­do­no ri­sto­ran­ti di lus­so, at­ti­vi­tà pri­va­te, cir­cui­ti do­mi­na­ti dal dol­la­ro, ma non si nota una rap­pre­sen­tan­za pro­por­zio­na­le di per­so­ne di co­lo­re e di et­nia mi­sta nel­la pro­prie­tà, ne­gli in­ve­sti­men­ti o nel­l’ac­cu­mu­lo di ric­chez­za. Al con­tra­rio, mol­ti sono guar­die di si­cu­rez­za, por­tie­ri, la­vo­ra­to­ri di bas­so li­vel­lo. Non dico che non ci sia­no ec­ce­zio­ni. Cer­to che ci sono. Ma chiun­que ne­ghi que­sta ten­den­za sce­glie di non ve­de­re.

E per me, que­sta è una tra­ge­dia si­len­zio­sa: i cu­ba­ni neri, che un tem­po sen­ti­va­no che la na­zio­ne stes­se fi­nal­men­te apren­do loro le por­te, sono di nuo­vo ri­ma­sti in­die­tro nel­la Cuba emer­gen­te, do­mi­na­ta da ca­pi­ta­li stra­nie­ri, ri­mes­se e un’im­pren­di­to­ria­li­tà ine­gua­le.

A que­sto pro­po­si­to, non do­vrem­mo in­col­pa­re un sin­go­lo at­to­re. Si trat­ta di un pro­ces­so mul­ti­fat­to­ria­le, con cau­se che van­no ol­tre la sfe­ra stret­ta­men­te eco­no­mi­ca. Ha an­che pro­fon­de ra­di­ci cul­tu­ra­li, mol­to più dif­fi­ci­li da sra­di­ca­re.

Ma sot­to­li­neo que­sto pun­to per­ché dob­bia­mo ri­co­no­sce­re che la po­po­la­zio­ne cu­ba­na nera e me­tic­cia ha bi­so­gno di es­se­re vi­sta, com­pre­sa e tu­te­la­ta an­co­ra di più, e con par­ti­co­la­re sen­si­bi­li­tà. Ba­sta pas­seg­gia­re per i quar­tie­ri per ren­der­se­ne con­to, sen­za bi­so­gno di sta­ti­sti­che.
Tut­ta­via, i dati uf­fi­cia­li esi­sto­no e con­fer­ma­no l’ov­vio: nel 2016, il 77% del­la po­po­la­zio­ne cu­ba­na re­si­den­te al­l’e­ste­ro era bian­ca, il 5% nera e il 18% me­tic­cia. Con le ul­ti­me on­da­te mi­gra­to­rie, que­sta ten­den­za si è pro­ba­bil­men­te in­ten­si­fi­ca­ta. Tra la po­po­la­zio­ne re­si­den­te sul­l’i­so­la, il 63% era di raz­za bian­ca, l’11% di raz­za nera e il 26% di raz­za mi­sta. È ab­ba­stan­za chia­ro: la dia­spo­ra cu­ba­na è pre­va­len­te­men­te bian­ca. Men­tre a Cuba cir­ca il 40% del­la po­po­la­zio­ne è di ori­gi­ne afri­ca­na, nel­la dia­spo­ra solo il 23%. La dif­fe­ren­za è im­pres­sio­nan­te.

L’E­men­da­men­to Mo­rúa
Da par­te di ma­dre, sono im­pa­ren­ta­to con Mar­tín Mo­rúa Del­ga­do, una fi­gu­ra del­la sto­ria cu­ba­na che mi ha sem­pre in­te­res­sa­to. Pro­po­se il con­tro­ver­so Emen­da­men­to Mo­rúa, che sca­te­nò rea­zio­ni po­li­ti­che cul­mi­na­te nel­la ri­vol­ta ar­ma­ta del 1912 del Par­ti­to In­di­pen­den­te di Co­lo­re, bru­tal­men­te re­pres­sa con ol­tre 3.000 mor­ti. Una fe­ri­ta che ri­ma­ne aper­ta.
Ci sono mol­te le­zio­ni da im­pa­ra­re da quei gior­ni. L’E­men­da­men­to Mo­rúa proi­bi­va i grup­pi po­li­ti­ci or­ga­niz­za­ti esclu­si­va­men­te da per­so­ne di co­lo­re o di raz­za mi­sta, so­ste­nen­do che ali­men­tas­se­ro la di­vi­sio­ne na­zio­na­le. Ma for­se, cosa an­co­ra più im­por­tan­te, non ri­co­nob­be che que­sta di­vi­sio­ne esi­ste­va già nel­la pra­ti­ca a cau­sa del raz­zi­smo strut­tu­ra­le di quel­la so­cie­tà.
I di­rit­ti e le op­por­tu­ni­tà di quel­la par­te del­la po­po­la­zio­ne cu­ba­na, dove le vul­ne­ra­bi­li­tà era­no con­cen­tra­te al­lo­ra come lo sono oggi, de­vo­no es­se­re pre­si in con­si­de­ra­zio­ne e af­fron­ta­ti in modo spe­ci­fi­co, sen­za ali­men­ta­re al­cu­na for­ma di se­gre­ga­zio­ne.

Per un cer­to pe­rio­do, Cuba rag­giun­se un obiet­ti­vo che sem­bra­va im­pos­si­bi­le: ri­dur­re la di­su­gua­glian­za raz­zia­le che per­si­ste­va da ge­ne­ra­zio­ni. Oggi, però, que­sta di­su­gua­glian­za sta rie­mer­gen­do con lo­gi­che di­ver­se, al­cu­ne più sot­ti­li, più dif­fi­ci­li da in­di­vi­dua­re, ma in­ne­ga­bil­men­te rea­li.
Non de­ri­va da una leg­ge o da una re­to­ri­ca, ma è stret­ta­men­te le­ga­ta al fat­to che le con­di­zio­ni di par­ten­za per la mag­gior par­te del­la po­po­la­zio­ne cu­ba­na nera e di et­nia mi­sta sono si­gni­fi­ca­ti­va­men­te svan­tag­gio­se ri­spet­to a quel­le del­la po­po­la­zio­ne bian­ca del­la stes­sa età o nel­le stes­se re­gio­ni; que­sto vale an­che per la dia­spo­ra, dove sono sot­to­rap­pre­sen­ta­ti.

Afro cu­ba­ni i più vul­ne­ra­bi­li
Tra gli afro-cu­ba­ni, la vul­ne­ra­bi­li­tà e l’e­mar­gi­na­zio­ne sono ag­gra­va­te: mag­gio­re po­ver­tà, mi­no­re ac­ces­so al­l’i­stru­zio­ne pro­fes­sio­na­le, di­soc­cu­pa­zio­ne più ele­va­ta, sot­toc­cu­pa­zio­ne e la­vo­ro in­for­ma­le, tra gli al­tri in­di­ca­to­ri.
Nel nuo­vo con­te­sto eco­no­mi­co, il loro ac­ces­so li­mi­ta­to al ca­pi­ta­le e ai le­ga­mi con la dia­spo­ra e le ri­mes­se de­ter­mi­na chia­ra­men­te chi può in­ve­sti­re in un’at­ti­vi­tà im­pren­di­to­ria­le e chi no. Gran par­te di que­sta real­tà de­ri­va dal­la sto­ria mi­gra­to­ria del pae­se e dal­le con­se­guen­ze che essa ha la­scia­to die­tro di sé. E fin­ché ri­mar­rà ine­spres­so, fin­ché non ver­rà af­fron­ta­to di­ret­ta­men­te, fin­ché con­ti­nue­rà a es­se­re evi­ta­to per di­sa­gio o con­ve­nien­za, quel di­va­rio con­ti­nue­rà ad am­pliar­si.

L’u­gua­glian­za è un idea­le, e quan­do vie­ne rag­giun­ta, an­che solo par­zial­men­te, bi­so­gna com­pren­de­re che non è una con­qui­sta per­ma­nen­te. Di­pen­de a vol­te da equi­li­bri mol­to fra­gi­li. E oggi, a Cuba, que­sti equi­li­bri sono di nuo­vo spez­za­ti.

Nuo­ve tu­te­le a Cuba
Nel de­li­ca­to cli­ma po­li­ti­co che Cuba sta vi­ven­do oggi, dove si par­la già di cam­bio di re­gi­me, di tran­si­zio­ne – so­prat­tut­to fuo­ri da Cuba, e in par­ti­co­la­re ne­gli Sta­ti Uni­ti, dove mol­ti di que­sti grup­pi di in­te­res­se po­li­ti­co ed eco­no­mi­co sono con­cen­tra­ti e or­ga­niz­za­ti, so­prat­tut­to al­l’in­ter­no del­la no­stra stes­sa co­mu­ni­tà cu­ba­no-ame­ri­ca­na – vale la pena chie­der­si: cosa ac­ca­drà alla po­po­la­zio­ne afro-cu­ba­na se que­sto cam­bia­men­to av­ver­rà? Chi ga­ran­ti­rà che la po­po­la­zio­ne afro-cu­ba­na non ven­ga la­scia­ta in­die­tro? Non ne sen­to par­la­re.
Se que­sto pro­ble­ma non ver­rà af­fron­ta­to con chia­rez­za, se non si pren­de­rà una po­si­zio­ne fer­ma al ri­guar­do, il ri­schio che i cu­ba­ni neri e di et­nia mi­sta si ri­tro­vi­no an­co­ra una vol­ta a sop­por­ta­re il peso mag­gio­re e il co­sto più ele­va­to è evi­den­te. Ma ri­co­no­sce­re la di­su­gua­glian­za non ba­sta.

Dob­bia­mo co­strui­re stru­men­ti e mec­ca­ni­smi con­cre­ti per cor­reg­ger­la. Cosa si­gni­fi­ca que­sto in pra­ti­ca? Si­gni­fi­che­reb­be, ad esem­pio, crea­re un’or­ga­niz­za­zio­ne strut­tu­ra­ta, so­ste­nu­ta dal­la dia­spo­ra e fi­nan­zia­ta a li­vel­lo na­zio­na­le, spe­ci­fi­ca­men­te pro­get­ta­ta per am­plia­re l’ac­ces­so al ca­pi­ta­le per i set­to­ri sto­ri­ca­men­te svan­tag­gia­ti, in par­ti­co­la­re gli afro-cu­ba­ni.
Que­sto fon­do po­treb­be ope­ra­re at­tra­ver­so una com­bi­na­zio­ne di in­ve­sti­men­ti pri­va­ti, con­tri­bu­ti del­la dia­spo­ra e par­te­na­ria­ti in­ter­na­zio­na­li, con cri­te­ri tra­spa­ren­ti e una ge­stio­ne pro­fes­sio­na­le. For­ni­reb­be mi­cro­cre­di­ti, ca­pi­ta­le di av­via­men­to e fi­nan­zia­men­ti per la cre­sci­ta, non solo per le pic­co­le im­pre­se, ma an­che per par­te­ci­pa­zio­ni azio­na­rie in azien­de più gran­di.
Inol­tre, la for­ma­zio­ne e il sup­por­to tec­ni­co de­vo­no es­se­re in­te­gra­ti per ga­ran­ti­re la so­ste­ni­bi­li­tà, in modo che l’ac­ces­so al ca­pi­ta­le si tra­du­ca in una rea­le par­te­ci­pa­zio­ne al­l’e­co­no­mia. Sen­za mec­ca­ni­smi come que­sti, il mer­ca­to con­ti­nue­rà a ri­pro­dur­re le stes­se di­su­gua­glian­ze, an­che in­vo­lon­ta­ria­men­te.
Af­fin­ché i set­to­ri sto­ri­ca­men­te svan­tag­gia­ti pos­sa­no par­te­ci­pa­re a pie­no ti­to­lo al­l’e­co­no­mia emer­gen­te del pae­se, sia come la­vo­ra­to­ri che come pro­prie­ta­ri e in­ve­sti­to­ri, sono es­sen­zia­li im­pe­gno e de­di­zio­ne.

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Barcellona, via d’uscita dal labirinto per il progressismo?
Di Aram Aharonian*- Articolo inviato dall’autore ad OtherNews

Oggi, nel mezzo di un’offensiva a tutto campo – intellettuale, mediatica, militare – da parte della destra più reazionaria e asservita, il progressismo e una parte della sinistra, cerca di uscire dal proprio labirinto, ridisegnando il proprio discorso e le proprie forme d’azione, mentre lo spazio politico è stato occupato dalle forze conservatrici e dall’economia consumistica.

Il progressismo si è progressivamente offuscato in America Latina, a causa di governanti che non sono riusciti (o non ci hanno nemmeno provato) a realizzare cambiamenti a beneficio delle grandi maggioranze. Da una parte e dall’altra dell’Atlantico, libertari di estrema destra – emuli di Donald Trump – occupano sempre più posizioni di potere da cui promuovono un’agenda di barbarie, odio e prevalenza della forza imperiale sulla ragione popolare.

In America Latina, l’ascesa dell’estrema destra ricalca gli schemi delle dittature imposte o patrocinate da Washington durante la guerra fredda: sottomissione palese alla Casa Bianca, consegna delle risorse naturali ai proprietari di capitali stranieri, instaurazione di Stati di polizia con il pretesto della sicurezza, persecuzione del dissenso, smantellamento sistematico dei diritti sociali e sostituzione effettiva delle democrazie (per quanto imperfette fossero) con oligarchie esclusive e apofobiche, sottolinea il quotidiano messicano La Jornada.

Other news. Il neoliberismo ha causato due fratture nel mondo / America Latina: l’urgenza di una visione sovrana sulle risorse strategiche

img_7945Il neoliberismo ha causato due fratture nel mondo
Di Prabhat Patnaik* – Newsclick

Sono i popoli del Sud del mondo, non i governi, che devono opporsi a questa sovversione dei concetti di «nazione» e di non allineamento.

La posizione del governo indiano sulla guerra statunitense-israeliana contro l’Iran mostra un incredibile grado di pusillanimità. L’India ha partecipato al recente incontro di circa 50 paesi convocato dal Regno Unito, in cui l’Iran è stato fortemente criticato per aver chiuso lo Stretto di Hormuz, ma non è stata pronunciata una sola parola contro l’aggressione statunitense-israeliana all’Iran.

Allo stesso modo, l’India è stata uno dei promotori di una risoluzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che criticava l’Iran per aver attaccato altri paesi del Golfo (sebbene l’Iran stesse attaccando solo le basi militari americane situate in quei paesi). Ma anche in quella risoluzione non è stata pronunciata una sola parola di condanna dell’aggressione statunitense-israeliana contro l’Iran.

È inoltre degno di nota il fatto che l’India abbia impiegato diversi giorni prima di esprimere qualsiasi cordoglio per l’assassinio del leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei, e diverse settimane prima di esprimere qualsiasi shock per il vile omicidio di 175 innocenti studentesse a Minab.

Tale pusillanimità, tuttavia, non è limitata all’India: ben 135 paesi hanno co-sponsorizzato la risoluzione disonesta e ipocrita dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sopra menzionata, temendo di offendere altrimenti gli americani. Infatti, a parte una manciata di paesi in tutto il mondo, nessuno ha avuto il coraggio di condannare senza ambiguità la guerra palesemente illegale e immorale scatenata dalla coalizione statunitense-israeliana contro l’Iran.

Si tratta di una questione estremamente preoccupante, poiché l’attacco all’Iran abroga il concetto di sovranità delle nazioni che era stato il concetto centrale nella lotta per la decolonizzazione e aveva costituito il fondamento dell’intero ordine postcoloniale. Distrugge, in altre parole, la ragion d’essere stessa della decolonizzazione.

Questa pusillanimità da parte dei paesi del Terzo Mondo è anche motivo di grande perplessità. Dopo tutto, si tratta di paesi che hanno condotto lunghe e ardue lotte anticoloniali per raggiungere lo status di Stati indipendenti e sovrani; come possono rimanere in silenzio quando questa stessa sovranità viene violata nel caso di un altro Stato del Terzo Mondo dalla potenza militare dell’imperialismo statunitense?

La risposta a questa domanda, senza dubbio complessa, deve tuttavia includere il riconoscimento di almeno due fratture che il neoliberismo ha introdotto nel nostro mondo. Una è la frattura del concetto di “nazione”, la cui nascita era stata compiuta dalla lotta anticoloniale.

Questo concetto di “nazione” differiva fondamentalmente dal concetto europeo sviluppatosi sulla scia dei Trattati di Pace di Westfalia in almeno tre modi: primo, era inclusivo e non identificava alcun “nemico interno”; in secondo luogo, a differenza del nazionalismo europeo, rifuggiva da qualsiasi ambizione imperiale propria, nel senso di avere mire sulle risorse di terre lontane; e in terzo luogo, non apoteosava la nazione come entità al di sopra del popolo, il cui “dovere” sarebbe stato quello di servirla.

La nascita di questo concetto inclusivo di “nazione” rifletteva a sua volta il fatto che la lotta anticoloniale era una lotta multiclasse; e il regime economico dirigista istituito dopo l’indipendenza, pur promuovendo lo sviluppo capitalistico, cercava anche di porre un freno al capitalismo sfrenato in nome del raggiungimento dello sviluppo “nazionale”.

Ciò era nell’interesse di preservare la sua base di sostegno multiclassista, alla quale nemmeno i capitalisti monopolistici erano contrari in quel momento, poiché avevano voluto un percorso di sviluppo in cui lo Stato esercitasse una relativa autonomia rispetto all’imperialismo. L’esistenza di un ampio settore pubblico faceva parte di questo percorso.

Inoltre, la politica di non allineamento perseguita da questi regimi dirigistici aveva integrato questa ricerca di sviluppo in relativa autonomia dall’imperialismo. Michal Kalecki, il noto economista, aveva sbagliato nel definire tali regimi “regimi intermedi” e nel suggerire che le classi medie detenessero un potere decisivo in essi; ma aveva avuto ragione nell’identificare il capitalismo di Stato (settore pubblico) e il non allineamento come le due caratteristiche più distintive di questi regimi.

Con la globalizzazione del capitale, tuttavia, le cose cambiarono. La borghesia monopolistica interna si integrò con il capitale globalizzato e abbandonò il suo programma di perseguire un percorso di sviluppo relativamente autonomo dalla metropoli. Alcuni segmenti delle classi professionali e burocratiche più elevate della società, desiderosi di mandare i propri figli a studiare e stabilirsi nella metropoli, si unirono come sostenitori del regime neoliberista emerso sotto l’egida di questo capitale globalizzato.

Anche i ricchi proprietari terrieri cercarono fortuna all’interno di questo nuovo ordine neoliberista, che non solo promuoveva un capitalismo sfrenato e senza freni, ma si abbatté pesantemente su operai, contadini, braccianti agricoli, piccoli produttori e salariati di basso livello. Si verificò una scissione all’interno dell’alleanza di classe che si era forgiata nel corso della lotta anticoloniale.

L’attenzione non era più rivolta alla “nazione” contro la metropoli, ma al grande capitale, compreso quello multinazionale, contro quei gruppi sociali che ostacolavano l’instaurazione di un rapido “sviluppo” definito esclusivamente in termini di tassi di crescita del PIL. L’interesse del grande capitale fu, con un gioco di prestigio, identificato come “interesse nazionale”, e il dovere di tutte le classi era quello di promuoverlo.

Questo cambiamento nel significato del termine “nazione” ha significato in effetti una frattura della “nazione” la cui nascita era il desideratum della lotta anticoloniale. La libertà della “nazione” dal dominio imperialista, lungi dall’essere l’obiettivo primario, non era più nemmeno un obiettivo desiderato o rilevante per il governo in un contesto neoliberista.

Questo è il primo caso di “frattura” a cui si fa riferimento sopra. A causa di questa frattura, il criterio in base al quale il governo di un regime neoliberista prende le decisioni non è se una particolare posizione difenda la sovranità nazionale, ma se promuova gli interessi materiali del grande capitale, che sono considerati identici a quelli della “nazione” nel suo nuovo significato.

Schierarsi con l’alleanza USA-Israele appare, tutto sommato, più vantaggioso che schierarsi con l’Iran, vittima dell’aggressione, dal punto di vista degli interessi del grande capitale nei paesi del Sud del mondo; ciò contribuirebbe in parte a spiegare i silenzi assordanti, menzionati in precedenza, nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e in altre risoluzioni.

Esiste anche una seconda “frattura” causata dal regime neoliberista. Sebbene il regime neoliberista venga “venduto” al Sud del mondo come portatore di una crescita trainata dalle esportazioni che determinerebbe un tasso di crescita del PIL più elevato per tutti i paesi rispetto al precedente regime dirigista, questa affermazione è completamente falsa.

Poiché il tasso di crescita della domanda mondiale aggregata non aumenta quando un numero maggiore di paesi persegue una strategia di crescita trainata dalle esportazioni, il regime neoliberista che generalizza questa strategia a tutti i paesi li sta, di fatto, costringendo a impegnarsi in una competizione darwiniana l’uno contro l’altro, ovvero a perseguire una strategia del “beggar-thy-neighbour”.

Ne consegue che il tasso di crescita più elevato di alcuni paesi rispetto al passato, nell’ambito della strategia di crescita guidata dalle esportazioni, deve andare a scapito di altri paesi che ora registrano un tasso di crescita inferiore rispetto al passato. I paesi impegnati in una corsa per superarsi a vicenda difficilmente possono essere definiti come “cooperanti” tra loro. L’effetto di un perseguimento generalizzato della strategia neoliberista, quindi, è un de facto abbandono del non allineamento, di una traiettoria in cui i paesi del Sud del mondo stavano uniti per affrontare l’imperialismo.

Ora, i paesi del Sud del mondo, ciascuno ossessionato dal raggiungimento di una maggiore crescita del PIL e, quindi, all’interno del paradigma neoliberista, ossessionato dall’attrarre maggiori investimenti metropolitani a questo scopo, preferiscono ingraziarsi l’imperialismo per superare i propri vicini. Ciò porta a una frattura del movimento dei non allineati, che è la seconda frattura di cui abbiamo parlato in precedenza.

Il silenzio della maggior parte dei paesi del Sud del mondo di fronte all’aggressione statunitense-israeliana contro l’Iran, che a prima vista può sembrare sconcertante, non lo è poi così tanto. Il neoliberismo è all’opera da parecchio tempo nel sovvertire sia il concetto di nazione che quello di non allineamento, abbandonando il nucleo anti-imperialista che caratterizzava questi concetti e sostituendoli con concetti alternativi che danno priorità al compito di ingraziarsi l’imperialismo rispetto a tutto il resto. Il risultato di questo processo è ciò che vediamo oggi.

Il capitalismo è invariabilmente ostile a qualsiasi prassi collettiva contro di esso, anche se questa prassi collettiva assume la forma di una semplice azione sindacale. Esso crede nell’atomizzazione degli agenti economici. Il capitalismo neoliberista, che rappresenta un ritorno al capitalismo sfrenato e incontrollato, porta in primo piano questa tendenza all’atomizzazione degli agenti economici, attraverso la rottura dell’alleanza di classe che aveva partecipato alla lotta anticoloniale e attraverso la sovversione del movimento dei non allineati che aveva rappresentato l’opposizione collettiva dei paesi del Sud del mondo all’egemonia imperialista.

Spetta ai popoli del Sud del mondo, non ai governi che attualmente promuovono gli interessi della grande borghesia al potere, estendere la solidarietà al popolo iraniano. La lotta dell’Iran contro l’alleanza USA-Israele è di cruciale importanza per il recupero della sovranità del Sud del mondo.

*Professore emerito, Centro di studi economici e pianificazione, Università Jawaharlal Nehru, Nuova Delhi. Le opinioni espresse sono personali.

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America Latina: l’urgenza di una visione sovrana sulle risorse strategiche
Di William Serafino e Valeria Duarte – Diario Red

Negli ultimi decenni l’America Latina ha dimostrato di essere un attore geopolitico capace di dare battaglie inaspettate. La rapidità di crescita del settore energetico nella regione tra il 2024 e il 2030 ne è una prova. Ma la velocità senza una direzione strategica serve solo a provocare ulteriori scontri

L’attuale realtà geopolitica non si stanca mai di esprimerlo con crudezza: siamo entrati, forse in modo irreversibile, in un’era globale segnata da politiche di potere, in cui il piano militare definisce le relazioni tra gli Stati e gli equilibri geostrategici. Non parliamo più dell’esercizio tradizionale della deterrenza o della proiezione di potere, ma di una dimensione in cui il bellico e il politico si sovrappongono come grammatica e pratica dominante.

Certamente, la massima di Carl von Clausewitz del XIX secolo —la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi— continua ad avere validità, ma nel nostro caotico XXI secolo probabilmente richiede un aggiustamento metodologico per illuminare meglio il presente: i mezzi (militari) con cui si perseguono obiettivi politici hanno acquisito un valore centrale, prevalentemente decisivo.

Poco importa il luogo o il momento esatto in cui cerchiamo di individuare la pietra miliare fondante di questo salto epocale. Le linee che tracciano il diagramma della violenza odierna si possono trovare nel genocidio a Gaza, nell’assalto al Venezuela del 3 gennaio, nel recente bombardamento in Colombia o, più recentemente, nell’offensiva militare statunitense-israeliana contro l’Iran. Il fatto incontestabile, il dato indiscutibile, è che camminiamo su un terreno in cui la forza militare è diventata il menu del giorno della geopolitica mondiale.

Il contesto conta tanto quanto gli attori che lo plasmano. Gli Stati Uniti, scrivano dell’ordine mondiale dal 1945, hanno deciso unilateralmente di infrangere le regole su cui avevano consolidato la loro supremazia internazionale, ritenendo che il diritto internazionale e le sue istanze chiave avessero smesso di essere meccanismi utili per diventare invece restrizioni scomode nel momento di difendere, in un mondo multipolare nascente, la loro egemonia di superpotenza.

A seguito di questa rottura, catalizzata da una Casa Bianca sotto l’egida del trumpismo, l’unico sostituto rimasto è il potere nudo e crudo, costituito da un pericoloso mix di nichilismo e hybris imperiale. Un riorientamento programmatico dell’impero che sta ridefinendo la logica della disputa politica, la cui versione più completa è venuta da un intellettuale organico dell’establishment di Washington, il vice capo di gabinetto e ideologo della caccia ai migranti, Stephen Miller.

Proprio mentre il fumo delle bombe sganciate su Caracas non aveva ancora finito di diradarsi, Miller ha detto con disinvoltura a un giornalista della CNN: «Viviamo in un mondo in cui si può parlare quanto si vuole delle sottigliezze internazionali e del resto. Ma viviamo in un mondo, nel mondo reale… che è governato dalla forza, dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo».

Possono essere messi in discussione per molte cose, ma non per mancanza di sincerità.

La debolezza (cronica) dell’America Latina

In questo contesto, l’America Latina appare disarmata, in senso letterale e metaforico. Senza solide istanze di integrazione regionale, né dispositivi di dissuasione credibili, la sua vulnerabilità di fronte a una Washington bellicosa è diventata strategica ed esistenziale.

La carta militare si configura oggi come uno strumento esplicito per il dominio e la disciplina della regione. Ciò che fino a pochi anni fa era una risorsa complementare o un potenziale pulsante rosso da premere in caso di emergenza, è diventato la normalità.

Lo dimostra la sequenza di eventi degli ultimi mesi: dalla rivendicazione della Dottrina Monroe sotto il corollario di Trump, al lancio dell’iniziativa dello Scudo delle Americhe, e da lì alla più recente presentazione di una nuova mappa strategica, “Greater North America”, a voce del segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che coinvolge l’intera vasta geografia dalla Groenlandia al Venezuela e alla Colombia in un unico “perimetro di sicurezza”.

Diventa sempre più evidente che l’approccio punitivo, securizzato e militarizzato, all’interno del quale si integra la narrativa del narcotraffico con l’eccezionalismo geopolitico a scapito della presenza cinese nella regione, rappresenta la santa trinità dell’approccio di Washington verso l’America Latina. In tale scenario, affermare che le opzioni per contrastare l’agenda statunitense siano limitate sarebbe un eccesso di ottimismo, tenendo conto che la svolta quasi totale a destra nel continente costituisce anche una base di legittimazione statale per le manovre della Casa Bianca.

Ma il panorama attuale sta anche mettendo in evidenza, in formato 4K, come lo spoglio delle risorse strategiche alimenti le asimmetrie di potere tra Nord e Sud del mondo. Il Brasile, in questo senso, è un caso rivelatore. Il gigante sudamericano possiede circa il 25% delle riserve mondiali delle cosiddette terre rare, minerali critici di alto valore e di difficile accesso la cui utilità attraversa trasversalmente l’industria tecnologica e militare. La Cina è all’avanguardia nella lavorazione e nella raffinazione, oltre a vantare il giacimento più importante disponibile finora.

Come sottolinea l’analista Lorenzo María Pacini, «ogni aereo da combattimento F-35 richiede centinaia di chilogrammi di terre rare; ogni batteria di missili Patriot, ogni intercettore THAAD, dipende da materiali raffinati in Cina». Proprio questo è il tipo di materiale bellico che Washington ha ampiamente utilizzato nel suo sforzo bellico contro l’Iran nell’ultimo mese, per cui il suo rifornimento accresce la dipendenza strutturale del Pentagono dalle esportazioni di terre rare lavorate dalla Repubblica Popolare.

Secondo la spiegazione di Pacini, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti «si avvicina la scadenza del gennaio 2027 fissata dal DFARS, che obbliga il Pentagono a eliminare la sua dipendenza dalla Cina per le terre rare utilizzate nei contratti di difesa», in risposta ai controlli sulle esportazioni imposti da Pechino nell’aprile dello scorso anno.

Di fronte a quella che può essere facilmente descritta come una situazione senza via d’uscita, lo sguardo del complesso militare-industriale si è rivolto verso il Brasile, nei cui giacimenti di terre rare da sfruttare intensivamente giace la materia prima non solo per colmare il deficit lasciato dalla guerra contro la Repubblica Islamica, ma anche per continuare a sviluppare il potenziale bellico che oggi viene utilizzato per disciplinare la regione sotto la visione del mondo della “Dottrina Donroe”.

L’amministrazione Trump si è mobilitata rapidamente per ottenere l’accesso ai ricchi giacimenti brasiliani, organizzando un vertice per costringere il governo di Lula a sottoscrivere un accordo soddisfacente e facendo pressione per firmare un memorandum d’intesa con il governatore dello stato di Goiás, Ronaldo Caiado, al fine di accelerare lo sfruttamento di queste risorse critiche e ottenere una partecipazione chiave nella strategica impresa Serra Verde, l’unica produttrice di terre rare del Paese, attraverso la Corporazione Finanziaria per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti.

Ciò che è rivelatore del caso brasiliano è che mostra il nucleo della subordinazione geopolitica latinoamericana: il deficit di integrazione, l’assenza di una visione strategica sulla gestione delle risorse minerarie trasforma lo spoglio estrattivo, letteralmente, in armi che compromettono l’indipendenza del continente. Come se si trattasse di una battuta crudele, la regione consegna le risorse che poi saranno strumentalizzate per la sua sottomissione. Una dialettica della depredazione che può estendersi al litio, al petrolio, al gas e ad altri settori.

D’altra parte, la trama militare delle terre rare nel paese sudamericano mette in evidenza le questioni in sospeso del continente e le lezioni del passato, molto recente, che sono state rapidamente dimenticate, ma è anche un promemoria del fatto che con volontà politica e organizzazione le capacità di potere degli Stati Uniti possono essere ridimensionate. L’abbiamo già fatto una volta, quando abbiamo abbandonato per un certo periodo il ruolo minerario-estrattivo assegnatoci dal Nord globale per iniziare a trasformarci in un blocco negoziale con l’obiettivo di ridurre le asimmetrie geopolitiche negoziando le nostre risorse naturali secondo criteri di sovranità. Quando si è notato, per la prima volta, che in realtà erano loro a dipendere da noi e non il contrario: la nostra singolare “bomba atomica” che aspetta di essere utilizzata.

La sovranità della negoziazione

Per comprendere lo scacchiere energetico globale bisogna partire da una premessa strutturale: il mondo si muove in funzione dell’energia. Non è solo una questione di risorse, ma di chi le possiede, chi le estrae, chi le trasforma e, soprattutto, chi ne fissa i prezzi.

Il petrolio si è affermato come la merce strategica per eccellenza a metà del XX secolo, quando ha soppiantato il carbone come colonna portante del sistema produttivo e militare occidentale. Per anni, il controllo assoluto del minerale è ricaduto su sette aziende anglo-americane, meglio conosciute come “Le Sette Sorelle”, che avevano il dominio, di fatto, dell’esplorazione, della produzione, della raffinazione, del trasporto e della commercializzazione, e imponevano i prezzi senza alcun contrappeso.

Di fronte a questo sequestro oligopolistico della sovranità energetica, i paesi produttori del Sud del mondo reagirono nel 1960 con la creazione dell’OPEC. Non si trattò di un gesto simbolico, ma della prima volta in cui le nazioni in via di sviluppo, tra cui il Venezuela e i paesi arabi, costituirono un blocco in grado di influire sulla regolamentazione del mercato. Il loro obiettivo essenziale era al tempo stesso politico ed economico: recuperare il diritto sovrano sulle risorse naturali e smantellare un’ulteriore forma di colonialismo economico.

La storia dell’OPEC è la storia di un’altalena geopolitica. Il prezzo del barile ha oscillato al ritmo di guerre, conflitti e rivoluzioni; dalla guerra dell’ottobre 1973 alla rivoluzione iraniana. Ma ci sono stati anche conflitti interni: l’OPEP ha perso la sua capacità di coordinamento negli anni Ottanta e Novanta, proprio quando l’Occidente ha ricostruito la propria autonomia energetica attraverso la diversificazione delle fonti e la pressione militare sulle rotte di approvvigionamento.

Fu solo all’inizio del XXI secolo che il petrolio tornò ad essere il fulcro di una geopolitica esplicitamente anti-imperialista. Con Hugo Chávez alla guida del Venezuela, fu promossa una riorganizzazione dell’OPEP che non si limitava ad adeguare le quote di produzione, ma cercava di trasformare l’organismo in uno strumento di sovranità politica. Il II Vertice dei capi di Stato dell’OPEP, tenutosi dopo 25 anni senza incontri al vertice, ha ristabilito l’unità politica del blocco. Il Venezuela ha guidato un’agenda di fondo: trasformare l’OPEP da regolatore tecnico ad attore geopolitico del Sud del mondo.

La decisione è stata consapevole e strategica: ridurre la produzione per aumentare i prezzi. In termini di mercato, si è trattato di una classica manovra di controllo della domanda e dell’offerta per il controllo del prezzo delle materie prime. Ma in termini politici, è stata una dichiarazione di principi anti-egemonici: il petrolio come risorsa strategica per l’autonomia regionale, non come merce a basso costo al servizio del Nord globale. Chávez lo ha espresso chiaramente nel suo discorso inaugurale di quel vertice: «Ciò che chiediamo è giustizia. L’aspetto economico non deve significare a basso costo, regalato o quasi regalato». Quella frase, pronunciata dopo aver invocato Allah in nome dei valori islamici che guidano diversi membri dell’OPEC, condensava un’idea centrale: i paesi produttori avevano il diritto di fissare il valore della loro ricchezza naturale.

I risultati furono schiaccianti. Il taglio della produzione compreso tra 1,5 e 3,5 milioni di barili nel primo decennio del 2010 ha contribuito a una ripresa sostenuta dei prezzi, alimentata anche dalla crescente domanda asiatica. Non è stato un caso: è stato il risultato di una riorganizzazione politica dal Sud, che ha coinciso con l’ascesa di un ordine multipolare incipiente.

Oggi, quelle parole di Chávez risuonano con una scomoda attualità. Perché la lezione centrale di quell’esperienza è che non esiste una mano invisibile che regoli il mercato: esistono decisioni politiche, alleanze strategiche e, soprattutto, la volontà di esercitare la sovranità sulle proprie risorse. Quella lezione, tuttavia, sembra essere dimenticata quando guardiamo al nuovo scenario dei minerali critici.

L’incessante necessità di prendere il controllo

Ora, tornando al momento attuale, dopo gli attacchi unilaterali degli Stati Uniti in diverse parti del pianeta; nella loro instancabile disputa per l’egemonia energetica in un mondo che transita, lentamente ma inesorabilmente, verso nuove matrici, è necessario analizzare in sostanza la differenza rispetto al XX secolo.

Ora il baricentro inizia a spostarsi dal petrolio ai minerali strategici necessari per la transizione energetica: litio, rame, terre rare, cobalto, grafite. Allora, quale ruolo ci spetta come regione?

L’America Latina e i Caraibi godono di una posizione geologica privilegiata: tra il 30% e il 40% delle riserve mondiali di questi minerali si trovano nella nostra regione. Non è un dato di poco conto. È, infatti, la principale carta negoziale e anche il principale rischio per i nostri paesi nel nuovo ordine globale.

Sebbene la transizione energetica non sarà immediata, la guerra tra Iran e Stati Uniti sta accelerando i tempi strategici. Washington lo sa, ed è per questo che ha raddoppiato la sua attenzione su quella che ora chiama «La Gran América» o zone strategiche. Non si tratta solo di garantire l’approvvigionamento, ma di contenere la Cina, che oggi domina la lavorazione dei minerali critici a livello mondiale. Pechino controlla il 70% delle riserve mondiali di terre rare e, cosa ancora più importante, detiene il monopolio del trattamento tecnologico di questi minerali, essenziali per la difesa e la tecnologia avanzata.

Washington annuncia negoziati bilaterali con i paesi della regione, secondo una logica che frammenta e allinea ideologicamente i propri partner, minando qualsiasi tentativo di integrazione regionale autonoma. Allo stesso tempo, propone un blocco commerciale di minerali critici per contrastare la Cina. La formula, enunciata da Vance, è chiara: «Stabiliremo prezzi di riferimento per i minerali critici in ogni fase della produzione e, per i membri della zona preferenziale, questi prezzi di riferimento funzioneranno come un prezzo minimo mantenuto tramite tariffe regolabili». In altre parole: gli Stati Uniti propongono una nuova architettura di prezzi amministrati per i minerali strategici, una versione contemporanea di ciò che le Sette Sorelle facevano con il petrolio.

Cosa stanno facendo l’America Latina e i Caraibi per contenere questa partita a scacchi? Mentre cerchiamo di trovare un certo parallelismo tra le dinamiche del mercato del petrolio e quelle delle terre, non viene ancora messa sul tavolo l’allarmante necessità di proporre la regolarizzazione e l’aggregazione di valore a queste risorse che saranno determinanti nel nuovo ordine mondiale.

I paesi della regione devono avere la capacità di liberarsi dai nuovi vincoli coloniali che non consentono di agire in modo congiunto. Mentre Brasile, Messico e Colombia tentano gesti isolati che non si consolidano in una politica comune, il resto dei paesi oscilla tra la sottomissione pragmatica e la retorica sovranista senza traduzione pratica. Parallelamente, il Sudamerica è diventato la maggiore regione produttrice di idrocarburi in acque profonde a livello mondiale, con una crescita stimata del 30% tra il 2024 e il 2030, superando l’Asia occidentale e gli Stati Uniti in termini di ritmo di espansione.

Di fronte a questo scenario, la domanda che emerge è inevitabile: è giunto il momento di creare un’“OPEC” dei minerali critici per salvaguardare la produzione e la sovranità economica?

La risposta, da una prospettiva geopolitica latinoamericana, è sì, perché ciò non implicherebbe solo un controllo della sovranità energetica, ma anche una grande possibilità di consolidare la regione in una logica anti-imperialista e indipendentista.

Sì, perché senza un coordinamento regionale i paesi produttori entreranno in competizione tra loro e cederanno il valore aggiunto alle potenze trasformatrici. Sì, perché la storia dell’OPEP dimostra che l’unità politica può modificare i termini di scambio.

La posta in gioco è qualcosa di più grande di un accordo commerciale. È la possibilità di ricostruire una politica partecipativa e consensuale in ambito politico, sociale, economico, culturale, energetico e infrastrutturale, superando il riduzionismo neoliberista che cerca di imporsi nuovamente. Si tratta di riprendere lo spirito integrazionista dell’UNASUR e dell’ALBA-TCP, ma con una base materiale rinnovata: il controllo sovrano sui minerali del futuro.

L’America Latina ha dimostrato negli ultimi decenni di essere un soggetto geopolitico capace di combattere battaglie inaspettate. La velocità di crescita del settore energetico nella regione tra il 2024 e il 2030 ne è una prova. Ma la velocità senza una direzione strategica serve solo a schiantarsi più in fretta.

Ci troviamo di fronte all’imminente necessità di sentire nuovamente e consolidare la svolta decoloniale in tutti gli ambiti – economico, politico, culturale e territoriale –: non si tratta di una nostalgia romantica, né tantomeno di un’astrazione accademica; è la possibilità concreta che questa regione, che per cinquecento anni ha visto le sue ricchezze fluire verso nord, decida questa volta che il valore di ciò che si trova sotto il suo suolo rimanga, almeno in parte, nei suoi territori e nelle mani dei suoi popoli. Per questo occorre volontà politica, sì, ma anche audacia per ricostruire i meccanismi di integrazione che nel recente passato ci hanno permesso di sognare un destino comune.
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Il Papa fa il Papa deludendo Trump, che farebbe volentieri il Papa. A suo modo.

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Sabato 11 aprile 2026. Il discorso memorabile di Papa Leone XIV

Preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della Pace, 11.04.2026

[B0278]

Alle ore 18:00, nella Basilica di San Pietro, il Santo Padre Leone XIV ha presieduto la preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della Pace.

Il Papa prima dell’inizio della Veglia di Preghiera si è recato sul Sagrato della Basilica per salutare e ringraziare i fedeli presenti.

Pubblichiamo di seguito alcune parole a braccio pronunciate dal Papa prima dell’inizio della Veglia e la riflessione del Santo Padre nel corso della Celebrazione:

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Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

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Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.

Vi do da qui la benedizione, poi preghiamo insieme dalla Basilica e potete seguire con gli schermi. Grazie di nuovo per la vostra presenza.

[Benedizione]

Grazie a tutti, buona preghiera.

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Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!

[00599-IT.02] [Testo originale: Italiano]

[B0278-XX.02]

Other news. Porre fine alla guerra di Israele contro la pace / La fragile tregua con l’Iran evidenzia il fallimento di Trump e lascia Israele come principale minaccia alla pace in Medio Oriente

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Porre fine alla guerra di Israele contro la pace
Di Jeffrey D. Sachs* e Sybil Fares** – Common Dreams

Per instaurare una pace duratura in Medio Oriente, gli Stati Uniti devono porre fine al loro sostegno incondizionato alle guerre perpetue di Israele e unirsi al resto del mondo per costringere Israele a vivere entro i confini riconosciuti a livello internazionale del 4 giugno 1967.

Un cessate il fuoco di due settimane ha parzialmente fermato la guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran. La guerra non ha ottenuto assolutamente nulla che un diplomatico competente non avrebbe potuto ottenere in un pomeriggio. Lo Stretto di Hormuz era aperto prima della guerra ed è di nuovo aperto ora, ma con un maggiore controllo iraniano.

Nel frattempo, il caos continua. Israele è deciso a far saltare il cessate il fuoco, poiché questa era la guerra di Israele fin dall’inizio. Israele ha abbagliato Trump con la prospettiva di un attacco decapitante in un solo giorno che avrebbe messo Trump al comando del petrolio iraniano. Israele, a sua volta, era a caccia di una preda più grande: rovesciare il regime iraniano e diventare così l’egemone regionale dell’Asia occidentale.

Il fondamento del cessate il fuoco è il piano in 10 punti dell’Iran, che Trump (forse inconsapevolmente) ha definito una “base praticabile su cui negoziare”. Il piano ha senso, ma rappresenta un notevole passo indietro per gli Stati Uniti e probabilmente una linea rossa per Israele. Tra le altre cose, il piano chiede la fine delle guerre che infuriano in Medio Oriente, quasi tutte causate da Israele. Il piano risolverebbe anche la questione nucleare, essenzialmente tornando al JCPOA che Trump ha strappato nel 2018.

La guerra in Iran, e le altre guerre che infuriano in tutto il Medio Oriente, risalgono a un’idea centrale israeliana, ovvero che Israele si opporrà in modo permanente e risoluto a uno Stato palestinese sovrano e rovescerà qualsiasi governo in Medio Oriente che sostenga la lotta armata per la sovranità nazionale. È fondamentale notare che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato diverse risoluzioni, come la Risoluzione 37/43 (1982), affermando che l’autodeterminazione politica è così vitale che la lotta armata nella ricerca dell’autodeterminazione è legittima. L’ONU è nata, in parte, dalla determinazione a porre fine ai secoli di dominio imperiale europeo sull’Africa e sull’Asia. Naturalmente, non ci sarebbe motivo di lotta armata se Israele accettasse una soluzione politica, in particolare la soluzione dei due Stati che gode di un sostegno schiacciante in tutto il mondo.

L’obiettivo principale di Netanyahu può essere sintetizzato come “Grande Israele”. Ciò significa nessuna sovranità palestinese e nessun confine chiaro per Israele, nemmeno oltre i confini della storica Palestina sotto il dominio britannico dopo la Prima guerra mondiale. Gli estremisti sionisti come gli alleati politici di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich, sono favorevoli al controllo israeliano su parti del Libano e della Siria, nonché al controllo permanente su tutta quella che era la Palestina britannica. I sionisti cristiani americani, rappresentati dall’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee e da una forte base elettorale di Trump, parlano della promessa di Dio a Israele delle terre tra il Nilo e l’Eufrate. Roba da pazzi, ma si tratta comunque di credenze reali, e vengono trasmesse dalla Casa Bianca.

La strategia di Israele è quindi il cambio di regime in ogni paese che resiste alla Grande Israele, un piano già prefigurato nel famoso documento politico “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm”, scritto dai neoconservatori sionisti statunitensi come piattaforma per il nuovo governo di Netanyahu nel 1996. Da allora abbiamo assistito a guerre continue in Medio Oriente per attuare la visione di Clean Break. Ciò ha incluso la guerra in Libia per rovesciare Muammar Gheddafi, le guerre in Libano, la guerra per rovesciare Bashar al-Assad in Siria, la guerra per rovesciare Saddam Hussein in Iraq e ora la guerra per rovesciare il regime iraniano.

Questo non vuol dire che gli Stati Uniti non abbiano le loro idee grandiose.

Israele vuole l’egemonia regionale, non è un segreto. Netanyahu ha confermato queste ambizioni nelle sue recenti dichiarazioni sul fatto che Israele diventerà “una potenza regionale e, in certi campi, una potenza globale.” D’altra parte, i funzionari americani sognano l’egemonia globale. E Trump sogna i soldi. Brama il petrolio iraniano e lo ha ripetutamente affermato.

In ogni caso, è chiaro che questa guerra è stata una creazione di Netanyahu. Lui e il capo del Mossad sono venuti a Washington per rifilare a Trump una bolla di sapone. Non è difficile. Trump si è fatto fregare, mentre tutti gli altri nutrivano dei dubbi sulle affermazioni di Netanyahu riguardo a un facile attacco di decapitazione in un solo giorno — essenzialmente una replica dell’operazione statunitense in Venezuela.

È patetico “ascoltare” la discussione alla Casa Bianca, come rivelato dal New York Times. Netanyahu, un truffatore, ha presentato scenari rosei di cambio di regime che l’intelligence statunitense ha smentito, eppure Trump li ha accettati stupidamente. Trump e Netanyahu sono stati acclamati da sionisti cristiani (Hegseth), sionisti ebrei e promotori immobiliari (Kushner e Witkoff), un guaritore spirituale (Franklin Graham) e adulatori di alto livello (Rubio e Ratcliffe).

Fino a martedì sera, sembrava che Trump potesse condurre il mondo alla cieca verso la Terza Guerra Mondiale. La volgarità e la brutalità della sua retorica pubblica non avevano eguali nella storia presidenziale degli Stati Uniti. Ora sappiamo che stava cercando disperatamente una via d’uscita e che utilizzava il Pakistan a tale scopo. Mentre Trump diceva al mondo che l’Iran stava implorando un cessate il fuoco, era Trump stesso a implorarlo. Il leader pakistano glielo ha concesso.

Il cessate il fuoco è positivo, e il piano in 10 punti è positivo, anche se forse Trump non sapeva cosa contenesse quando ha detto che era una buona base per i negoziati. Israele, in ogni caso, lavorerà senza sosta per infrangerlo, e ha già iniziato a farlo, con i bombardamenti a tappeto su Beirut che stanno uccidendo centinaia di civili, e con altri attacchi. Un accordo permanente tra Stati Uniti e Iran è l’ultima cosa che Netanyahu vuole. Ciò porrebbe fine al suo sogno di una Grande Israele.

Eppure c’è una via verso la pace, ed è che gli Stati Uniti affrontino la realtà. Israele è il vero “Stato del terrore”, che conduce una guerra perpetua in tutto il Medio Oriente per una ragione del tutto indifendibile: avere la libertà illimitata di terrorizzare e dominare il popolo palestinese e di espandere i propri confini come meglio credono i fanatici israeliani. Per instaurare una pace duratura in Medio Oriente, gli Stati Uniti devono porre fine al loro sostegno incondizionato alle guerre perpetue di Israele e unirsi al resto del mondo per costringere Israele a vivere entro i confini riconosciuti a livello internazionale del 4 giugno 1967. Il piano in 10 punti dell’Iran può essere la base di una pace regionale globale, se gli Stati Uniti accettano la realtà di uno Stato palestinese. In tal caso, l’Iran acconsentirebbe probabilmente a smettere di finanziare i belligeranti non statali, e Israele, la Palestina, il Libano e l’intera regione potrebbero vivere in sicurezza e pace reciproche. Questo risultato dovrebbe essere la base di un accordo negoziato tra Stati Uniti e Iran nelle prossime due settimane.

Il popolo americano ha espresso chiaramente la propria opinione. Un sondaggio Pew del 2025 rileva che la maggior parte degli ebrei americani non ha fiducia in Netanyahu e sostiene la soluzione dei due Stati. La maggior parte degli americani ora vede Israele in modo sfavorevole, il livello di sfavore più alto della storia. La simpatia per Israele ha toccato il minimo degli ultimi 25 anni. Ora la classe politica deve mettersi al passo con l’opinione pubblica.

La pace è a portata di mano, se gli Stati Uniti la coglieranno. La proposta dell’Iran è seria e il cessate il fuoco è una fragile apertura verso una soluzione globale. La domanda è se gli Stati Uniti permetteranno, ancora una volta, a Israele di distruggere la pace, o se questa volta difenderanno gli interessi dell’America e del mondo in una pace duratura.

*Professore universitario e direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University, dove ha diretto l’Earth Institute dal 2002 al 2016. È anche presidente della Rete delle Soluzioni per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (SDSN) e commissario della Commissione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo della Banda Larga.

**Specialista e consulente in politica mediorientale e sviluppo sostenibile presso la SDSN.

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La fragile tregua con l’Iran evidenzia il fallimento di Trump e lascia Israele come principale minaccia alla pace in Medio Oriente
Di Juan Antonio Sanz* – Público.es

Israele mette a repentaglio il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran con una rinnovata offensiva in Libano.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha perso la guerra contro l’Iran nel momento stesso in cui l’ha iniziata, senza riuscire in seguito a raggiungere nessuno degli obiettivi prefissati. Soprattutto perché si trattava di una contesa orchestrata dal suo principale alleato in Medio Oriente, Israele, che aveva i propri piani. Lo sguardo del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sotto la cui spada di Damocle pende il fragile cessate il fuoco concordato tra Stati Uniti e Iran, era rivolto all’indebolimento di Teheran e, soprattutto, a sfruttare l’offensiva contro Hezbollah in Libano per impadronirsi di parte del territorio del paese confinante. Una conquista che continua e alla quale ora dedicherà tutto l’armamento che stava utilizzando contro l’Iran.

L’annuncio da parte di Trump della tregua di due settimane raggiunta con l’Iran, che prevede la fine dei bombardamenti e la riapertura della libera navigazione nello stretto di Ormuz, ha offerto una tregua a tutto il pianeta, in preda a una guerra che dal 28 febbraio ha sconvolto la sicurezza in Medio Oriente e l’economia mondiale, dopo la chiusura da parte di Teheran di quella via marittima vitale per il commercio internazionale, e nel mezzo degli attacchi reciproci ai centri di produzione, raffinazione e distribuzione di idrocarburi.

La tregua, proclamata come una vittoria senza pari da Trump poco prima della scadenza del suo ennesimo ultimatum carico di minacce di distruzione di massa, è segnata dalla fragilità, soprattutto a causa delle mosse di Israele, esperto nel far saltare in aria ogni tipo di accordo con iraniani, siriani o palestinesi. La brutale e «opportuna» offensiva lanciata in Libano questo mercoledì, con oltre 250 morti nel peggior attacco israeliano dall’inizio della guerra, ha portato il cessate il fuoco sull’orlo del baratro, essendo stata replicata dall’Iran con la minaccia di mantenere chiuso lo stretto di Ormuz.

Inoltre, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Qatar e il Kuwait hanno denunciato attacchi iraniani con missili e droni in questa prima giornata di tregua contro centrali elettriche e impianti di desalinizzazione. L’Iran ha affermato, dal canto suo, di aver subito il bombardamento della sua raffineria sull’isola di Lavan.

L’incertezza caratterizza quindi l’accordo, anche quando si tratta di cercare di conciliare le richieste delle una e delle altre parti. Forse si potrà fare un passo avanti in questo senso venerdì, se statunitensi e iraniani si incontreranno a Islamabad per cercare di trasformare il cessate il fuoco in un armistizio. Il Pakistan si è eretto a mediatore di questa crisi, date le sue buone relazioni con entrambe le parti.

Priorità, il Libano

La cosa curiosa è che molti dei punti sollevati dalle parti in causa in questa tregua figuravano già ed erano stati accettati nell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran nel 2015 (sospeso tre anni dopo da Trump, nel suo primo mandato) e apparivano anche nei negoziati che si stavano svolgendo a Ginevra tre giorni prima che scoppiasse l’attuale guerra. Un’ulteriore dimostrazione del fatto che né il programma nucleare né i missili iraniani erano importanti per scatenare questo conflitto. L’idea era un’altra e non partiva proprio da Trump.

Il leader repubblicano ha trascinato gli Stati Uniti in un conflitto senza via d’uscita, trainato da Netanyahu, che ha visto l’opportunità di decapitare il regime iraniano con il massacro che, all’inizio dell’offensiva, ha posto fine alla vita dell’allora leader supremo persiano, l’ayatollah Ali Khamenei. È vero anche che a Israele conveniva molto indebolire, con l’appoggio degli Stati Uniti, la struttura militare del suo principale nemico in Medio Oriente, ma nemmeno questa era la ragione principale per scatenare una nuova guerra nella regione.

Il primo punto all’ordine del giorno di Netanyahu era riprendere la conquista del sud del Libano, inserendola in un contesto bellico più ampio che gli consentisse di mantenere il sostegno di Washington, coprendogli le spalle di fronte a Teheran e, di passaggio, indebolire o addirittura distruggere il regime iraniano, alleato delle milizie sciite libanesi di Hezbollah.

Sebbene Trump abbia abboccato all’esca di Netanyahu, l’evoluzione della guerra e l’altissimo rischio che questa si protrasse per mesi hanno portato all’esasperazione il presidente statunitense, pentito di aver trascinato gli Stati Uniti in una campagna senza fine e, al contempo, incapace di opporsi ai piani egemonici israeliani in Medio Oriente. Da qui le minacce altisonanti proferite questa settimana di scatenare l’inferno sull’Iran se questo non avesse riaperto lo stretto di Ormuz, la cui chiusura era la grande scommessa strategico-militare di Teheran.

E l’unica alternativa a queste minacce era accelerare un cessate il fuoco e venderlo come una falsa vittoria sugli iraniani. Trump non vedeva l’ora di porre fine a un conflitto che ha esacerbato l’antipatia anti-americana, che è respinto nel suo stesso paese e sempre più tra i suoi stessi seguaci, e che mette in pericolo il Partito Repubblicano in vista delle elezioni legislative di medio termine che gli Stati Uniti terranno il 3 novembre.

Una guerra trasformata in un vicolo cieco

La cosa più scomoda per Trump, che la sua retorica bellica non riusciva a mascherare, era che non stava raggiungendo gli obiettivi che presumibilmente lo avevano spinto a iniziare questa guerra. Si era infilato in un vicolo cieco dal quale non poteva uscire, se non abbattendo il tavolo da gioco per nascondere il più clamoroso fallimento, che è costato miliardi di dollari al Pentagono e ha svuotato i depositi di munizioni statunitensi.

Gli Stati Uniti non sono riusciti a eliminare il materiale nucleare che l’Iran possedeva prima dell’inizio della guerra, quasi mezza tonnellata di uranio arricchito che, dopo gli attacchi del giugno dello scorso anno ai suoi impianti atomici, ha tenuto al sicuro. La sua eliminazione definitiva o la sua cattura avrebbero potuto essere ottenute solo con un’operazione terrestre che avrebbe potuto trasformarsi in una debacle per gli Stati Uniti.

Né i bombardamenti combinati con Israele sono riusciti a distruggere tutto il potenziale missilistico che l’Iran possedeva 40 giorni fa. Sebbene sia l’esercito statunitense che quello israeliano si siano congratulati per la distruzione di molti silos missilistici e delle piattaforme di lancio di queste armi fin dai primi giorni del conflitto, non avevano fatto i conti con i suoi enormi arsenali sotterranei. L’Iran ha continuato a colpire in modo chirurgico obiettivi in Israele, nelle basi statunitensi in Medio Oriente e, soprattutto, nei paesi arabi alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico con l’obiettivo di provocare il panico e interrompere il flusso di petrolio e gas.

Non è stata distrutta nemmeno la capacità produttiva ed esportativa di petrolio e gas iraniani. Gli idrocarburi iraniani hanno continuato ad attraversare lo stretto di Ormuz, anche se in modo più timido, verso i loro acquirenti, tra cui la Cina, il suo principale cliente di greggio. Uno degli obiettivi più ingenui della strategia di Trump era ripetere ciò che ha fatto in Venezuela, ovvero sconfiggere l’Iran e controllare il suo petrolio e il suo gas con un governo fantoccio. Non ci è riuscito.

A differenza di quanto accaduto in Venezuela, non è riuscito nemmeno a decapitare il regime islamico. Sebbene insieme a Israele abbia assassinato gran parte della leadership al potere prima della guerra a Teheran, la particolare struttura di comando iraniana ha permesso la sostituzione immediata e senza clamore dei suoi leader uccisi, quasi come se fosse già prevista la sostituzione dei loro predecessori, diventati inoltre «martiri» degni di essere vendicati. Di conseguenza, in questo momento è l’ala più radicale degli islamisti sciiti iraniani a tenere le redini del Paese.

Intatta la rete di amici islamisti di Teheran

Allo stesso modo, non è stata smantellata la rete di alleanze dell’Iran in Medio Oriente, distribuite in tutta la regione, dal Libano e dalla Siria all’Iraq e allo Yemen. Il cosiddetto Asse della Resistenza islamica è sopravvissuto, solo che ora ha mille motivi in più per attaccare gli interessi di Israele e degli Stati Uniti. Questo fallimento nel radicare gli alleati sciiti di Teheran ha impedito a Israele di mobilitare nel vicino Iraq le forze curde iraniane lì rifugiate e il loro sostegno da parte delle milizie curde irachene. Il rischio per queste ultime era molto grande, poiché avrebbe scatenato una nuova guerra civile in un Iraq ancora convalescente dall’invasione statunitense del 2003.

I più potenti tra questi alleati dell’Iran sono le milizie libanesi di Hezbollah, che in questa guerra hanno dimostrato di essere sopravvissute alle successive offensive israeliane dall’inizio della crisi di Gaza nell’ottobre 2023. Sebbene in Libano fosse in vigore una tregua con Hezbollah dal 2024, in realtà i bombardamenti israeliani non sono mai cessati, così come la stessa pace a Gaza è rimasta macchiata dall’uccisione di palestinesi per mano dei militari ebrei.

Mercoledì scorso, la stessa Commissione d’inchiesta dell’ONU per la Palestina che l’anno scorso aveva affermato che Israele aveva commesso un genocidio a Gaza ha sottolineato che tali atti genocidi si stanno ancora perpetrando nella Striscia, ora nascosti dalle guerre in Iran e in Libano. Solo dall’inizio del conflitto con l’Iran, almeno 200 palestinesi sono stati uccisi a Gaza da attacchi israeliani, cifra che si aggiunge agli oltre 72.000 abitanti di Gaza massacrati dall’ottobre 2023.

Netanyahu ha usato la guerra per riaprire il fronte libanese

Già dal 2 marzo, due giorni dopo l’inizio della guerra contro l’Iran, Israele ha bombardato il sud del Libano e i quartieri di Beirut dove segnalava la presenza di miliziani di Hezbollah, e ha preparato con attacchi su larga scala il graduale ingresso del proprio esercito in quel paese, con una mirata invasione. Il bombardamento dei ponti sul fiume Litani da parte delle unità israeliane va in questa direzione. L’esercito israeliano ha riconosciuto che la sua intenzione è quella di conquistare tra l’8% e il 10% del Libano per trasformarlo in una zona di sicurezza (e di eventuale colonizzazione da parte di agricoltori ebrei).

In precedenza, come ha affermato senza alcun imbarazzo il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, quel territorio libanese sarà sottoposto allo stesso trattamento riservato a Gaza, con la distruzione e la demolizione di villaggi, insediamenti e abitazioni a sud del Litani.

Al fine di chiarire che la sua campagna in Libano non segue gli stessi parametri del conflitto con l’Iran, e dopo aver annunciato che avrebbe proseguito la sua offensiva in quel paese mediterraneo in contrasto con quanto riportato nel comunicato pakistano sulla tregua, mercoledì l’esercito israeliano ha sferrato la più grande ondata di attacchi sul sud del Libano, su Beirut e sulla valle della Bekaa dall’inizio della guerra, con un attacco devastante contro un centinaio di obiettivi in dieci minuti.

Tali azioni in Libano rispondono, inoltre, all’intenzione di Netanyahu di alleviare la pressione interna in Israele per la fine dell’offensiva in Iran senza aver ottenuto quella sconfitta totale del regime degli ayatollah che Trump e il leader israeliano hanno invocato più volte all’inizio della guerra. Anche l’opposizione a Netanyahu in Parlamento ha sottolineato questo «fallimento strategico» in Iran, senza rendersi conto che l’obiettivo principale del primo ministro era il Libano e non il Paese persiano.

Gli oppositori sottolineano che la permanenza del regime islamico iraniano e dei suoi legami con gli islamisti dell’Asse della Resistenza sciita fa presagire futuri scontri. Ciò che questi politici israeliani non riescono a cogliere è che è proprio la persistenza delle minacce esterne la base della strategia bellicista di Netanyahu, per rimanere al potere e per portare avanti il consolidamento di Israele come potenza regionale senza avversari.

*Giornalista e analista per Público su tematiche internazionali. È laureato in Servizi di intelligence e Storia militare. È stato corrispondente dell’agenzia EFE in Russia, Giappone, Corea del Sud e Uruguay, docente universitario e cooperante in Bolivia, nonché analista giornalistico a Cuba. Parla correntemente inglese e russo. È autore di un libro di viaggi e folklore.

Leggi anche: https://vocesdelmundoes.com/2026/04/08/rabia-y-sorpresa-en-israel-tras-el-alto-el-fuego-entre-ee-uu-e-iran/

OtherNews
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E’ passata la notte e la civiltà persiana, millenaria ma minacciata di essere cancellata in queste ore, è ancora lì, mentre il cosiddetto regime degli ayatollah, pur uccisi i suoi capi, ha dato una prova di straordinaria dignità e coraggio. Invece c’è un’altra civiltà, antica di tre secoli, quella nordamericana, che non è finita, perché una civiltà non può essere soppressa, ma è sparita alla vista, perché non è una civiltà quella che vuole distruggere le altre.

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I DUE AMERICANI
di Raniero La Valle
Cari amici,
è passata la notte e la civiltà persiana, millenaria ma minacciata di essere cancellata in queste ore, è ancora lì, mentre il cosiddetto regime degli ayatollah, pur uccisi i suoi capi, ha dato una prova di straordinaria dignità e coraggio. Invece c’è un’altra civiltà, antica di tre secoli, quella nordamericana, che non è finita, perché una civiltà non può essere soppressa, ma è sparita alla vista, perché non è una civiltà quella che vuole distruggere le altre. Certo, si deve dire, Trump non è la civiltà americana, ne è solo un usurpatore e un sintomo grottesco, ma è pur vero che il Congresso non lo ha fermato, l’esercito non si è ribellato, i giudici hanno dovuto tacere, gli infermieri non l’hanno prelevato, il suo staff lo ha sostenuto. Quello che è finito è però il mito americano, di cui anche noi siamo stati vittime, il mito o “sogno americano”, “libertà democrazia e libera impresa”, in nome del quale sono state portate guerre e maledizioni in tutto il pianeta, e popoli interi resi servi, e i “valori occidentali” contrapposti al “resto del mondo”, parola del “Corriere della Sera”. Né si è salvata l’Europa di Bruxelles, già complice del genocidio compiuto dallo Stato di Israele, con l’eccezione della Spagna che ha chiuso il cielo agli avvoltoi; e anche il Regno Unito ha reagito negando le basi ai cugini americani, facendosi per questo sbeffeggiare da Trump, come i nuovi Chamberlain.

È ora da qui che per mille segni, in Iran, negli Stati Uniti e anche in Italia, grazie ai giovani che hanno vinto il referendum, sta partendo la resistenza, comincia la risalita. E i cortei “No King” che hanno spontaneamente riempito oltre 3.000 piazze di tutto il mondo, con la partecipazione di oltre 8 milioni di persone, stanno lì a dimostrarlo.

Intanto deve essere stato uno straordinario regista quello che ha organizzato lo spettacolo della notte di Pasqua, nel quale si è mostrata in modo quasi plastico la scena oggi del mondo: da un lato il presidente americano alla Casa Bianca che promette l’inferno se non viene riaperto lo stretto di Hormuz, di cui lui stesso, gettandolo in guerra, ha provocato la chiusura, dall’altro il papa americano a San Pietro che promette il regno dei cieli a chi apre i sepolcri della guerra e dell’ingiustizia, guardando alla potenza dell’amore di Dio, capace di “dissipare l’odio” e di “piegare la durezza dei potenti”.

Nei giorni precedenti papa Leone aveva tracciato una specie di identikit di Trump: il giovedì santo deprecando “l’uomo che si crede potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene potente quando è temuto”; denunciando, nelle letture pasquali, “l’occupazione imperialistica del mondo”, e “la violenza che fino a oggi si fa legge”; avendo, nella domenica delle Palme, evocato nella passione di Gesù “un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere io non ascolterei. le vostre mani grondano sangue’”; e avendo già allargato lo sguardo nell’Angelus della domenica precedente dalla situazione del Medio Oriente alle “altre regioni del mondo lacerate dalla guerra e dalla violenza” così da non poter “rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone vittime inermi di questi conflitti” mentre “ciò che li ferisce ferisce l’intera umanità, e la morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio”. Tutto ciò è culminato poi nel messaggio al mondo del giorno di Pasqua con l’appello a tutti i potenti pur non chiamati per nome, perché riconoscano la “vera terra promessa”, che non è quella “dove non regnano la giustizia, la libertà e la pace” (mentre Netanyahu è sempre più crudele!), perché “chi ha in mano armi le deponga, chi ha il potere di scatenare guerre scelga la pace; non una pace perseguita con la forza , ma con il dialogo; non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo”. E noi, ha aggiunto, dobbiamo smettere di “abituarci alla violenza di rassegnarci ad essa e di essere indifferenti alla morte di migliaia di persone, indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano e alle conseguenze economiche e sociali che essi producono” sapendo, come ha proclamato nell’omelia pronunciata pochi minuti prima nella Messa a piazza san Pietro, che “la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi!” È questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere”, perché “la morte è sempre in agguato. La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”.

In questo fronteggiarsi dell’inno alla vita e della forsennata minaccia di morte, si è manifestato ancora una volta come la storia presenti sempre una scelta: il bene e il male, la luce e le tenebre, l’amore e l’odio, la felicità e il dolore.

Due lati della realtà, che in quelle stesse ore lo scenario del creato mostrava nel fondo: gli astronauti che guardavano l’altra faccia della luna, quella oscura: e ciò rimandava a un simbolo per queste giornate: la luce di Dio che è riflessa dalla Chiesa, che perciò è chiamata nella tradizione dei Padri “mysterium lunae”, e le tenebre del potere genocida; da un lato gli aguzzini, dall’altro i testimoni della luce.

Nel sito di Prima Loro (e qui li riprendiamo) pubblichiamo due di questi discorsi del Papa della Settimana Santa: il messaggio “urbi et Orbi” e l’omelia “in Coena Domini”. Dopo di questi, ieri 7 aprile, interrogato dai giornalisti il Papa ha detto, in italiano e poi in inglese: “Oggi, come tutti sappiamo, c’è stata questa minaccia (di Trump) contro tutto il popolo dell’Iran. Questo veramente non è accettabile, qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale ma molto di più. È una questione morale per il bene del popolo intero. Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente ai tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti, che sarebbero anche loro vittime di questa escalation”. “Tutti dobbiamo lavorare per la pace”, ha aggiunto il pontefice, lanciando un appello a “rigettare la guerra”.

“Continuare l’escalation”, ha affermato, “non risolve niente e provoca una crisi economica mondiale, crisi energetica e grande instabilità. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e il segno di una distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto”. “Occorre tornare al tavolo per trovare soluzioni. Torniamo al dialogo, ai negoziati, cerchiamo come risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i politici, con i congressisti (allusione al Congresso degli Stati Uniti), a dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace, siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo”.

Con i più cordiali saluti ed auguri post-pasquali,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
Prima Loro
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img_7945Cessate il fuoco sull’orlo del baratro. Il giorno in cui il genocidio è diventato una tattica negoziale
Di Joshua Scheer – Scheerpost

Nel giro di un solo giorno, gli Stati Uniti sono arrivati a un passo terrificante dal varcare una linea di non ritorno.

Un presidente ha minacciato pubblicamente la distruzione di «un’intera civiltà», per poi cambiare rotta poche ore dopo e arrivare a un fragile cessate il fuoco dell’ultimo minuto mediato grazie a una frenetica attività diplomatica.

Questo voltafaccia non è strategia. È la normalizzazione dell’annientamento come strumento di negoziazione.

E ora, i principali organismi mondiali per i diritti umani stanno dicendo esattamente ciò che Washington si rifiuta di affrontare: questa non è solo retorica sconsiderata, potrebbe essere criminale.

Amnesty International ha avvertito che tali minacce riflettono un “livello sconcertante di crudeltà e disprezzo per la vita umana” e potrebbero costituire una minaccia di genocidio ai sensi del diritto internazionale.

Non è un’iperbole. Non è indignazione di parte. È linguaggio giuridico.

Chiariamo bene cosa era in gioco.

Il deliberato attacco a centrali elettriche, sistemi idrici, ponti e infrastrutture essenziali non è una qualche opzione militare astratta. È lo smantellamento della vita civile stessa: i sistemi che rendono possibile la sopravvivenza. Come hanno avvertito Amnesty e gli esperti medici, tali attacchi priverebbero milioni di persone dell’accesso all’acqua, al cibo, all’assistenza sanitaria e alla dignità umana di base, mentre potrebbero innescare una catastrofe ambientale e persino nucleare.

Questa non è guerra nel senso convenzionale del termine. È l’ingegneria del collasso sociale.

Eppure, nell’odierna Washington, persino la retorica genocida viene sfruttata come leva.

Questa è la crisi più profonda: non solo la guerra in sé, ma l’erosione dei confini che un tempo limitavano il potere. L’idea che si possa minacciare la morte di massa di civili per costringerli all’obbedienza – e poi fare marcia indietro come parte di un accordo – non è diplomazia. È coercizione travestita da arte di governare, una dimostrazione di dominio in cui le vite umane diventano merce di scambio.

Il cessate il fuoco, secondo quanto riferito mediato dal Pakistan sotto intensa pressione globale, concede due settimane.

Due settimane per negoziare.

Due settimane per sospendere i bombardamenti.

Due settimane affinché i mercati si stabilizzino e i titoli dei giornali si placino.

Ma cosa non fa?

Non cancella gli oltre 1.600 civili già uccisi.

Non ricostruisce le infrastrutture già distrutte.

Non cancella il terrore inflitto a decine di milioni di persone improvvisamente costrette a contemplare la propria distruzione.

E non cancella il precedente.

Perché una volta che un leader invoca apertamente la distruzione di un’intera civiltà, la soglia è già stata superata. L’inimmaginabile è stato pronunciato – e quindi reso immaginabile.

Gli esperti di diritti umani avvertono che il pericolo non è solo ciò che potrebbe accadere in seguito, ma ciò che è già stato normalizzato. Come ha affermato Amnesty, il solo atto di formulare tali minacce «stravolge sfacciatamente le regole fondamentali del diritto internazionale umanitario».

Questa è la vera storia.

Non solo una guerra che precipita verso la catastrofe, ma un ordine globale in cui le regole volte a prevenire la catastrofe vengono apertamente scartate.

Abbiamo già visto questa traiettoria. L’Iraq è stato giustificato con una certezza che non esisteva. L’Afghanistan è diventato una guerra senza fine, senza una chiara conclusione. Ora l’Iran si trova sull’orlo di qualcosa di ancora più pericoloso: non solo un’invasione o un’occupazione, ma la minaccia esplicita di cancellazione della civiltà.

Persino alcuni alleati del presidente hanno fatto marcia indietro, riconoscendo che questa non è forza, ma instabilità mascherata da determinazione. Quando le minacce allontanano gli alleati, incoraggiano gli avversari e terrorizzano il mondo, non sono strategiche: sono avventate.

Nel frattempo, il Congresso va alla deriva. Sono emerse richieste di controllo, votazioni sui poteri di guerra e persino di destituzione dall’incarico, ma solo dopo che la retorica ha varcato il confine che il diritto internazionale era stato concepito per impedire.

Questo è il fallimento centrale della governance americana nell’era della guerra permanente: l’abdicazione di responsabilità finché la crisi non diventa catastrofe.

Il cessate il fuoco non va scambiato per un successo. È una pausa imposta dall’allarme globale e dalla gravità di ciò che stava per scatenarsi. È la prova che la diplomazia esiste ancora, ma solo all’ombra di qualcosa di ben più oscuro.

Perché la domanda ora è inevitabile:

Se minacciare di distruggere una civiltà fa parte del manuale di negoziazione, cosa succede quando le minacce smettono di funzionare?

La storia offre una risposta cupa: l’escalation.

E la prossima volta, potrebbe non esserci alcun intervento dell’ultimo minuto.

Nessuna corsa diplomatica.

Nessuna pausa di due settimane.

Solo le conseguenze di una linea già superata.

Leggi anche: https://www.theguardian.com/world/2026/apr/08/ceasefire-wins-trump-instant-gratification-but-iran-can-enter-talks-with-stronger-hand

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Trump sconfitto: sospende il suo ultimatum e decreta un cessate il fuoco di due settimane
Di José Antonio Gómez* – Diario Sabemos

Il presidente degli Stati Uniti dimostra ancora una volta di essere un chiacchierone costretto a rimangiarsi le proprie minacce non appena i suoi avversari non cedono alle pressioni e ai ricatti tipici di Trump.

La decisione di Donald Trump di concedere una nuova proroga all’Iran non è un semplice gesto tattico nel quadro di una negoziazione. È, in realtà, la manifestazione di una strategia geopolitica basata sulla massima pressione, l’imprevedibilità e la diplomazia coercitiva, dove il tempo diventa uno strumento di potere. La proroga di due settimane dell’ultimatum, richiesta da Shehbaz Sharif e sostenuta dall’establishment militare pakistano, introduce inoltre un attore chiave nello scacchiere regionale: il Pakistan come mediatore indiretto in una delle crisi più instabili del sistema internazionale. Tuttavia, nel mondo da bullo da liceo del presidente statunitense, questa decisione rappresenta una sconfitta.

L’epicentro di questa tensione non è altro che lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi energetici più strategici del pianeta. Per questa via transita circa un quinto del petrolio mondiale, il che rende qualsiasi alterazione della sua operatività un fattore di rischio sistemico per l’economia globale. La richiesta statunitense della sua apertura “completa, immediata e sicura” rivela che, al di là del conflitto militare, ciò che è in gioco è il controllo delle rotte energetiche e, per estensione, la stabilità del mercato internazionale.

La proroga annunciata da Trump attraverso il suo social network Truth Social avviene in un contesto di estrema tensione, a poche ore dalla scadenza di un ultimatum che includeva minacce esplicite di distruzione di massa. Questo elemento è fondamentale per comprendere la logica dell’attuale politica estera statunitense: una combinazione di escalation retorica e ritirata tattica che cerca di massimizzare le concessioni senza arrivare necessariamente allo scontro diretto. In questo senso, la decisione di sospendere l’attacco non implica una de-escalation strutturale, ma piuttosto una riconfigurazione temporanea del conflitto.

Il ruolo del Pakistan in questa equazione risulta particolarmente significativo. Storicamente allineato agli interessi occidentali ma con legami complessi con il mondo islamico, Islamabad emerge come un intermediario in grado di dialogare sia con Washington che con Teheran. L’intervento di Sharif e del capo di Stato Maggiore, Asim Munir, suggerisce una diplomazia di sicurezza in cui gli attori militari assumono un ruolo di primo piano nella gestione delle crisi internazionali. Questa mediazione rafforza la posizione del Pakistan come attore geopolitico rilevante in uno scenario in cui le alleanze tradizionali sono in fase di trasformazione.

Da parte sua, Trump presenta la proroga come un accordo “a doppio binario”, in cui entrambe le parti traggono benefici. Tuttavia, questa narrativa racchiude una logica asimmetrica. Gli Stati Uniti affermano di aver raggiunto i propri obiettivi militari, mentre l’Iran è spinto a fare concessioni strategiche senza chiare garanzie di reciprocità a lungo termine. Il riferimento a una presunta proposta iraniana in dieci punti indica l’esistenza di canali di negoziazione attivi, ma evidenzia anche l’opacità che caratterizza questo processo.

Da una prospettiva geopolitica, la reiterazione degli ultimatum e il loro successivo rinvio sollevano interrogativi sulla credibilità della strategia statunitense.

Il moltiplicarsi delle scadenze (fino a cinque in poche settimane) può essere interpretato come una tattica di logoramento, ma anche come un sintomo di indecisione, di calcolo errato o del fatto che a Trump siano stati aperti gli occhi e gli sia stato mostrato che, forse, è stato ingannato da Israele. In un contesto internazionale in cui la percezione di fermezza è cruciale, queste oscillazioni possono indebolire la posizione negoziale di Washington e offrire margine di manovra a Teheran.

La componente retorica della crisi aggiunge un’ulteriore dimensione. Le dichiarazioni di Trump sulla possibilità di distruggere «un’intera civiltà» non solo generano allarme internazionale, ma collocano il conflitto su un terreno che sfiora la retorica della guerra totale. La reazione di figure come Papa Leone, che ha definito queste minacce inaccettabili, evidenzia il rifiuto globale di un’escalation che potrebbe avere conseguenze umanitarie devastanti.

A livello interno statunitense, la crisi ha riacceso dibattiti costituzionali di grande portata. L’invocazione del Venticinquesimo Emendamento da parte dei legislatori democratici riflette la preoccupazione per la capacità del presidente di gestire una situazione di elevata complessità. Questo elemento introduce una variabile interna nell’equazione geopolitica, dove la stabilità della leadership statunitense diventa un fattore di incertezza internazionale.

Lo Stretto di Hormuz, in questo contesto, si consolida come un punto di attrito globale in cui convergono interessi energetici, militari e politici. La sua chiusura o apertura non riguarda solo l’Iran e gli Stati Uniti, ma anche potenze come la Cina, l’India o l’Unione Europea, fortemente dipendenti dall’approvvigionamento energetico che transita per questa rotta. L’internazionalizzazione del conflitto è, quindi, inevitabile.

La strategia di Trump deve essere analizzata anche in relazione al suo approccio generale al Medio Oriente. Il coordinamento con Israele nelle operazioni militari e la pressione simultanea sull’Iran suggeriscono un tentativo di ridefinire l’equilibrio regionale a favore dei tradizionali alleati di Washington. Tuttavia, questa politica comporta rischi significativi, compresa la possibilità di un’escalation regionale che coinvolga molteplici attori statali e non statali.

L’Iran, dal canto suo, si trova di fronte a un dilemma strategico. Cedere alle richieste statunitensi potrebbe essere interpretato come un segnale di debolezza interna ed esterna, mentre resistere aumenta il rischio di un conflitto aperto. In questo scenario, la diplomazia indiretta attraverso attori come il Pakistan diventa uno strumento chiave per evitare uno scontro diretto.

La proroga di due settimane non risolve il conflitto, ma ne ridefinisce i termini. Introduce un margine temporale per la negoziazione, ma prolunga anche l’incertezza. In termini geopolitici, questo tipo di decisioni ha effetti cumulativi: ogni rinvio, ogni minaccia e ogni concessione contribuiscono a plasmare un nuovo equilibrio di potere.

*Direttore di Diario Sabemos. Scrittore e analista politico. Autore dei saggi politici «Gobernar es repartir dolor», «Regeneración», «El líder que marchitó a la Rosa», «IRPH: Operación de Estado» e dei romanzi «Josaphat» e «El futuro nos espera».

Leggi anche: https://www.jornada.com.mx/noticia/2026/04/07/editorial/trump-insania-alarmante
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Nulla d’intentato per la pace nel Mondo. I giovani protagonisti, vincenti in un’alleanza intergenerazionale.

ScreenshotScreenshotRiceviamo dal nostro amico Arnaldo Scarpa, attivo operatore di Pace ed esponente del Movimento dei Focolari, in questo caso in veste di “comunicatore” per l’Ufficio stampa di “Mariapoli 2026”, meeting annuale del Movimento dei Focolari, la richiesta di pubblicizzazione della medesima iniziativa.
Rispondiamo positivamente a tale richiesta rivolta a tutti i media della Sardegna, valutandone il valore e l’importanza, soprattutto per quanto coinvolge il mondo giovanile, in un momento storico nel quale si appalesa come possibile protagonista di un cambio di direzione nell’attuale fase di autodistruzione dell’umanità ad opera delle attuali classi dirigenti. Tale prospettiva, in direzione contraria rispetto a quanto sta accadendo nel mondo, necessità di una forte alleanza intergenerazionale, della quale i giovani sono la componente più importante.
In questo contesto crediamo appunto si situi l’iniziativa proposta, ben delineata nel comunicato del Movimento dei Focolari che pubblicizziamo.
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Gentilissimi, dal 1 al 3 maggio p.v. si svolgerà, a Arborea (OR), presso Horse Country Resort, la Mariapoli, meeting annuale del Movimento dei Focolari.

A tal proposito, si propone la pubblicazione del pezzo in allegato, insieme ad alcune fotografie (diritti concessi gratuitamente da Angelo Balestrieri) e alla locandina.

Rimanendo disponibili per ulteriori chiarimenti, materiali interviste, ecc., cogliamo l’occasione per porgere i più cordiali saluti,

Ufficio Stampa Mariapoli 2026

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Arnaldo Scarpa (+39 3461275482)

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La “Città di Maria” per un mondo di pace.

“Cosa posso fare in questo mondo pieno di guerre e contrasti? Come contribuire alla costruzione della pace?” Spesso ci troviamo a farci queste domande, magari scoraggiati a causa delle notizie negative trasmesse dai notiziari, fino a chiederci se la pace sia mai possibile, ma in realtà ci sono nel mondo tante esperienze che dimostrano la possibilità di vivere in pace nella propria comunità, più o meno grande, e anche fra comunità diverse, vicine o lontane.
Una di queste esperienze è la Mariapoli (città di Maria), una convivenza temporanea di persone che mettono al primo posto la regola d’oro, “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”, un amore disinteressato che genera la reciprocità e si allarga a creare una comunità viva. Dalle prime Mariapoli, iniziate sulle Dolomiti nel 1949, si è sviluppata la “tradizione” delle mariapoli temporanee in tutte le zone dove è presente il movimento dei Focolari, ma sono nate anche esperienze di comunità stabili (cittadelle) sia in Italia (Loppiano, vicino a Firenze) che nel mondo, in Kenya, Camerun, Argentina, Stati Uniti, Filippine, ecc.. Sono le cosiddette mariapoli permanenti, dove si testimoniano pace e unità in ogni giorno dell’anno. Nasce tutto dal carisma dell’unità, sorto all’interno della Chiesa proprio durante l’ultima guerra mondiale, ispirato in un gruppo di giovani donne, tra le quali Chiara Lubich, dalla lettura del Vangelo e dal desiderio di mettere in pratica quelle parole, partendo dai più piccoli e dai più poveri. Da quella semplice realtà trentina, il carisma dell’unità si è diffuso in tutto il mondo grazie alla concretezza dell’amore reciproco, giungendo ad animare tante realtà in numerosi ambiti della società: dall’economia alla politica, dall’editoria all’arte, dal mondo della cultura all’impegno per il dialogo. La fraternità reciproca, il dialogo con tutti, anche a prescindere dalle fedi religiose, e la ricerca dei sentieri che portano alla pace sono i caratteri più tipici delle persone che condividono questa vita nelle diverse comunità locali, presenti anche in numerosi centri della Sardegna, dove ci si impegna, personalmente o in maniera comunitaria, nel campo dell’inclusione sociale, del disarmo, delle comunità parrocchiali o diocesane. Quest’anno, la Mariapoli sarda si svolgerà ad Arborea (OR), all’Horse Country Resort, dal 1 al 3 maggio prossimi e la partecipazione, come sempre, è aperta a tutti e tutte. Si tratterà, certo, di un momento di incontro per i membri del movimento in Sardegna, ma nello stesso tempo sarà, come è accaduto ogni volta, anche qui da noi in Sardegna, dagli anni 70 ad oggi, soprattutto un’occasione da vivere intensamente per quanti sentono il bisogno di fare un’esperienza di fraternità e di relazioni autentiche. Le tante persone che negli anni hanno partecipato a questo appuntamento (solo in Sardegna alcune migliaia) hanno potuto sperimentare i segni di un cristianesimo calato nell’esperienza concreta della realtà quotidiana: per prima cosa l’unità con gli altri, che nasce dall’amore fraterno; poi una gioia che influenza pian piano il proprio stile di vita, la forza dell’unità che rafforza e vivifica l’impegno quotidiano nel proprio ambiente, rifatti i bagagli e terminata la Mariapoli, nel mondo del lavoro, in famiglia, nelle sfide della politica, nella cura dell’ambiente, ecc.
Concludendo, è ancora possibile prenotarsi per l’esperienza della Mariapoli 2026 attraverso questo indirizzo web: https://www.mpsar2026.net/Scheda.aspx, oppure contattando telefonicamente i referenti: Alessio Onnis (347 9223339) e Sandra Atzei (347 5153793).

Per l’Ufficio Stampa Mariapoli 2026

Daniele Cosseddu (340 3707482)
Arnaldo Scarpa (346 -1275482)
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Foto di Angelo Balestrieri
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