Editoriali
Dotare l’ONU di una Costituzione globale

Il problema
Guerre, genocidi, riarmo, sanzioni economiche, soprusi e ricatti degli Stati più forti nei confronti dei più deboli, segnano in modo inequivocabile la fine dell’ordine internazionale delineato con la Carta delle Nazioni Unite del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e i Patti internazionali sui diritti civili del 1966. Atti solenni che avevano un unico scopo: evitare il ripetersi delle tragiche guerre del ’900, con oltre 70 milioni di morti, e garantire dignità e sussistenza a tutta l’umanità. Principi ben presenti nella nostra Costituzione che all’art.11 “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Con l’abbattimento del muro di Berlino del 1989 sembrava essere venuta meno anche la barriera che resisteva ad una piena collaborazione tra gli Stati del continente europeo e tra questi e l’insieme degli Stati del mondo.
Sono propositi lasciati colpevolmente affievolire nei decenni e oggi brutalmente calpestati da azioni che mirano alla cancellazione del diritto internazionale e delle stesse Nazioni Unite. Prova ne sono, tra l’altro:
le recenti violazioni del diritto internazionale in Ucraina, a Gaza, in Iran, in Venezuela, nelle acque internazionali del Mediterraneo e negli oltre 50 conflitti armati attivi nel mondo; il numero più alto dalla fine della seconda guerra mondiale;
il ritiro degli USA, a partire dal 2026, da 31 organismi delle Nazioni Unite, tra cui quelli per i cambiamenti climatici, la sanità mondiale, i diritti umani, ecc.;
la costituzione, il 22 gennaio 2026, di un eufemistico “Consiglio di pace” per Gaza, arbitrariamente nominato e presieduto a vita da Trump. Un Consiglio in cui si entra pagando almeno un miliardo di dollari con il compito di ricostruire, sulle macerie e sui morti di Gaza, non le case per i palestinesi sopravvissuti al genocidio, ma nuovi sfavillanti grattacieli per finalità immobiliari speculative. Una vergogna dalla quale si sono sottratti alcuni Stati invitati da Trump a farne parte, ma non il nostro governo che ha dichiarato di non potervi aderire, per il momento, solo perché impedito dalla Costituzione.
Senza più veli ideologici è in atto su scala globale lo scontro sulle “aree di influenza geopolitica” che altro non sono che i nuovi confini armati pretesi dalle grandi potenze che si contendono il controllo economico e militare del mondo intero. Basti ricordare che in Europa nel 1989 i confini orientali dell’alleanza militare NATO erano di 1.200 km e oggi sono circa 2.600. Dovevano sparire con il crollo del muro di Berlino e invece sono più che raddoppiati. Quello a cui stiamo assistendo è uno scontro selvaggio, senza regole e morale, che impone rigide alleanze tra Stati “amici” contro Stati “nemici”, a loro volta organizzate in forma imperiale con uno Stato sovrano e colonie rigidamente asservite. E’ una prospettiva regressiva che punta a sostituire il diritto internazionale con la forza delle armi, la cooperazione con la competizione; la libertà e la democrazia con la subordinazione servile; la pace con la guerra che, in un mondo con 12.000 testate nucleari divise tra 9 potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano. E’ così che si allontana la possibilità di trovare soluzioni ai grandi problemi del pianeta, a partire dai pericoli incombenti dei cambiamenti climatici, dalle intollerabili diseguaglianze tra i popoli e dagli epocali e ineludibili fenomeni migratori che proprio da queste cause prendono origine.
Purtroppo è una prospettiva che ha fatto propria anche l’Europa, negando i valori di pace e cooperazione internazionale sui quali è stata fondata. Da qui la miopia che oggi la induce da un lato a non spendere una parola per rilanciare il ruolo insostituibile dell’ONU come sede per la regolazione dei rapporti tra tutti gli Stati del mondo, dall’altro ad assumere l’obiettivo di un poderoso riarmo dei propri Stati come unica strategia della politica estera. Con disinvoltura i suoi rappresentanti dichiarano da tempo che la guerra non è eludibile in Europa, che anzi è prevedibile in tempi brevissimi e che per questo dobbiamo riarmarci entro il 2030 per combattere il nemico individuato ora nella Federazione Russa. E’ la filosofia tragica dell’amico-nemico che “naturalizza” la guerra come inevitabile, con il duplice scopo di riarmare gli arsenali e disarmare le coscienze dei cittadini con la negazione di qualsiasi alternativa.
La realtà è diversa. L’alternativa esiste, ma non la si vuole vedere e neppure nominare perché contraria agli interessi selvaggi dei poteri economici e militari. E’ quella di una profonda riforma dell’ONU in linea con i cambiamenti avvenuti dalla sua fondazione ad oggi. Una riforma basata su due capisaldi fondamentali: da un lato l’eliminazione del diritto di veto dei 5 Stati membri del Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito) che blocca le risoluzioni contrarie ai loro interessi; dall’altro dotando l’ONU di una vera e propria Costituzione che consenta di garantire, con vincoli rigidi che oggi non esistono, la pace e i diritti universali comuni a tutti i cittadini della Terra. Non un governo unico del mondo, ma una Costituzione che, nel rispetto delle diversità di tutti gli Stati e nell’interesse di tutte le persone – povere, ricche, deboli e forti – faccia compiere all’umanità intera un salto di civiltà con la stipulazione di un nuovo patto globale di pacifica convivenza e sopravvivenza. E’ un’alternativa complessa, difficile, ma non impossibile. E’ comunque la sola alternativa realistica alla legge del più forte e alla sudditanza dell’intera umanità alla violenza delle armi, alla politica degli affari e degli interessi dei pochi padroni che oggi stanno conducendo il mondo verso la catastrofe. Nessuno può dire, realisticamente, in che forma e quando questi propositi potranno inverarsi, ma con altrettanta convinzione pensiamo che sia necessario scegliere ora, nel vivo delle intemperie drammatiche che stiamo vivendo, da che parte stare rispetto all’orizzonte alternativo che delinea la Costituzione della Terra: o si condivide e ci si muove coerentemente per realizzarla nel tempo anteponendo sempre il diritto internazionale alla prepotenza della forza, o si nega in quanto ritenuta utopistica finendo per accettare come naturale e ineluttabile ciò che sta accadendo, ossia le competizioni e le guerre militari, economiche, tecnologiche o ibride che siano.
I sottoscrittori del presente documento sono ben consapevoli che i principali ostacoli sono da un lato la cecità e la forza di chi detiene i poteri decisori e dall’altro la sfiducia, l’indifferenza e la rassegnazione sempre più diffuse tra le persone. Sono tuttavia altrettanto convinti che non si debba accettare la catastrofe annunciata come naturale e ineluttabile e che serva, subito, una proposta alternativa per un nuovo ordine mondiale fondato sulla pace e la cooperazione. Per questo ritengono che la Costituzione della Terra sia oggi la sola alternativa realistica al disastro globale ed invitano singoli, associazioni, organizzazioni politiche e istituzioni a dare vita ad un movimento internazionale per sostenerla.
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Firma la petizione:
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Firmatari
Grazia Viaggi; Simonetta Noè Massa M.ma, Massimo Zucconi; Rossano Pazzagli Suvereto, Ado Gr, Lido Andreoni, Adriano Bruschi; Fabio Baldassarri; Franca Grassi Campiglia, Mario Gottini; Franceilli, Andrea Baldassarri, Giovanni Manetti, Marco Lamisco Taruntoli, Alberta Ticciati; Silvia Benedettini; Iacopo Bernardini; Matteo Brogioni; Stella Zannoni; Sara Brogioni;, Elisa Papa; Patrizio Alberini; Debora Teglia, Maria Cristina Campaiola; Teresa Bettini; Jole Bertaccini; Leonardo Mastroleo; Fabrizio Zucconi; Jessica Pasquini; Monica Pierulivo; Eraldo Ridi; Ivana Guarguaglini; Paolo Bertini; Alessandro Rossi; Francesco Taruntoli; Maria Concetta Mondello; Raffaella Biagioli; Simona Capra; Aldo Bassoni; Paolo Dolfi; Giulia Gentile; Ruggero Stanga; Giorgio Salvini; Leonardo Petri; Stefano Tamburini; Adolfo Carrari; Cristina Berlini; Silvia Guideri; Chiara Cilli; Alessandro Micheletti; Maria Christine Mastroleo; Elisabetta Lazzeri; Deborah Ceravolo; Adeanna Grilli; Soriana Montomoli; Cinzia Tarquino; Alessandra Doni; Sarina Chiarchiaro; Gabriella Verrucci; Francesco Vanni; Lorella Niccolini; Silvia Tagliaferri; Silvana Sardi; Roberta Casali; Lorella; Giovanna Barsotti; Roberta Barsotti; Daniela De Rossi; Antonietta Atticciati; Fulvia Carrucoli; Maddalena Castellini; Luciana Marchetti; Ivana Zannerini; Simonetta Pesci; Renato Tonelli; Stefano Tognoni; Abra Grilli; Giovanni Ugolini; Vittoriano Bernardeschi; Erika Grilli; Franca Petrocchi; Paola Ferretti; Giuseppe Fulceri; Nicoletta Mastroleo; Giovanni Morlino; Patrizia Viaggi; Patrizia Costa; Franca Orlandini; Grazia Ruggeri; Roberto Rossi; Elisabetta Massone; Nadia Marchionni; Graziella Pocci; Alvaro Mastroleo; Loredana Teglia; Ada Sampietro; Manfredo Bianchi; Rosanna Rossi; Gianni Federico; Paola Anzuini; Patrizia Pagnini; Manuela Gori; Maria Rocchi; Francesca Pacini; Martina Pacini; Michele Zucconi; Paola Guglielmi; Rosaria Lombardo; Neda Caroti; Clara Bozolan; Laura Anzuini; Deanna Anichini; Paola Ribechini; Annalisa Morganti; Luana Fiorini; Vilna Francini; Donatella Salvestrini; Chiara Braccialini; Gaia Gaggioli; Vanna Petrocchi; Riccardo Bellucci; Carla Longobardi; Gianna Longobardi; Domenico Ambrosino; Gianluca Ambrosino; Rosetta De Martino; Gianni Fenu; Evi Govi; Tiziana Sileoni; Renato Gori; Mabel Zanelli; Teloni Giuseppe; Veronica Chelli; Francesca Nucci; Eleonora Montagnani Piombino, David Romagnani; Graziano Simoncini; Massimo Lami Piombino, Ugo Preziosi; Renzo Carletti; Alessandro De Gregorio; Edoardo Parello; Francesca Villani; Luciano Francardi; Paola Minelli; Paola Pellegrini; Anna Tempestini; Doriano Baldassarri Piombino, Davide Leonelli; Marcello Piccini; Claudia Carnesecchi! Cristina Quochi; Sabrina Biscetti; Agostino Da Robbio; Patrizio Donati; Fabrizio Vanni; Nide Da Mommio; Doriano Scali; Adriana Taffara; Francesca Tai; Rosanna Matteo Leonetti; Mirko Pierini;Rebecca Baldassarri; Fiorella Gasperini; Paola Reggiani; Luca Aterini; Diego Barsotti; Emiliano Carnieri; Stefano Zocco Pisana; Andrea Schiffer; Manrico Golfarini; Michela Pertici; Leonardo Barsalini; Alessandro Grassi; Carlo Giangregorio; Lorenzo Partesotti; Filippo Di Rocca; Maurizio Giacobbe, Chiara Golfarini; Lucrezia Ferrà; Matteo Fontana; Gianluca Camerini; Miretta Beccari; Sergio Mori; Clelia Cucca; Enrico Pompeo; Maurizio Villani; Jacopo Bertocchi; Roberto Busdraghi; Federica Becherini; Cinzia Bartalini; Luciano Nocenti; Odetta Barani.
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Deterrenza digitale: l’intelligenza artificiale diventa la nuova arma egemonica di Washington
Di Jamal Meselmani* – The Craddle
Gli Stati Uniti stanno utilizzando l’intelligenza artificiale come arma per integrare il controllo imperiale nelle infrastrutture digitali dei loro alleati e rivali.
Per oltre un secolo, oleodotti e rotte di navigazione hanno sostenuto le rivalità militari ed economiche mondiali. Oggi, quella mappa del potere è in fase di ridisegno. A Washington, nella Silicon Valley e al Pentagono, si sta tracciando una nuova mappa del dominio, ancorata non al petrolio o alle rotte marittime, ma al silicio, alla capacità di calcolo e al controllo delle infrastrutture digitali.
L’intelligenza artificiale (IA) riorganizza la geopolitica nel suo nucleo. Le guerre in Ucraina, il restringimento dei punti critici nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz e l’improvviso corteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela dimostrano che la geografia è ancora importante.
Ma nell’ultimo decennio è emersa un’infrastruttura parallela: digitale, fondamentale e sempre più sovrana. Al centro c’è il calcolo, che comprende l’hardware, l’energia e la capacità di elaborazione che alimentano i modelli avanzati di intelligenza artificiale. Washington intende monopolizzare questo potere .
La supremazia computazionale come dottrina strategica
Ciò che un tempo veniva pubblicizzato come innovazione si è consolidato in un’infrastruttura sovrana. I sistemi di intelligenza artificiale ora supportano la pianificazione militare, la logistica e il coordinamento economico. Gli Stati dotati di capacità informatiche avanzate possiedono un vantaggio strategico che si estende sia all’ambito economico che a quello militare.
Gli Stati Uniti hanno colto per tempo questo cambiamento. Non considerano l’intelligenza artificiale come un settore speculativo, ma come un pilastro del dominio strategico. Con questa prospettiva, Washington ha allineato capitale privato, ricerca accademica, dottrina militare e politica industriale in un’architettura coerente volta alla preminenza globale.
I numeri riflettono questa ambizione. Lo Stanford AI Index 2025 riporta investimenti privati in IA negli Stati Uniti pari a 109,1 miliardi di dollari in un solo anno, 12 volte in più rispetto alla Cina e 24 volte in più rispetto al Regno Unito. Gli investimenti istituzionali hanno superato i 252 miliardi di dollari . Ciò riflette una strategia deliberata volta a costruire data center iperscalabili, concentrare i talenti e implementare modelli su una scala che rimane inaccessibile alla maggior parte degli stati.
Questo accumulo digitale si scontra con la crescente ondata di resistenza multipolare. In tutta l’Asia occidentale e nel Sud del mondo, stati e movimenti allineati con l’Asse della Resistenza considerano sempre più l’infrastruttura di intelligenza artificiale guidata dagli Stati Uniti come una forma di controllo neo-imperiale , che rispecchia le precedenti battaglie per petrolio, valuta e armi. Ciò che un tempo si basava su navi da guerra e sanzioni ora si muove attraverso data center e gatekeeping algoritmici.
Ciò ha già iniziato a plasmare la posizione strategica dei movimenti di resistenza e dei loro alleati. L’Iran, ad esempio, ha pubblicamente collegato il controllo dei flussi di dati e delle infrastrutture alla sovranità nazionale . Gli attori della resistenza e i sostenitori dei diritti digitali hanno ripetutamente criticato le piattaforme tecnologiche occidentali per la censura e la sorveglianza sistemiche dei contenuti e del dissenso palestinesi, inquadrando il controllo delle infrastrutture digitali come parte di una più ampia lotta per la narrazione e il potere.
Il chip AI chokehold e Pax Silica
Il cuore pulsante dell’intelligenza artificiale è il silicio. Chip, acceleratori e server sono alla base di ogni modello e sono sempre più monopolizzati. Negli Stati Uniti, il fatturato di Nvidia nel settore dei data center ha raggiunto quasi 39 miliardi di dollari in un solo trimestre.
Gli eserciti moderni si affidano ora all’intelligenza artificiale per pilotare droni , analizzare i segnali satellitari, difendere le reti e calibrare i sistemi missilistici. L’infrastruttura informatica è diventata un campo di battaglia fondamentale a sé stante. Consapevole di ciò, Washington ha trasformato i controlli sulle esportazioni in blocchi strategici , prendendo di mira l’accesso della Cina ai chip di fascia alta.
Pechino, in risposta, ha incrementato la produzione nazionale di chip, costruito enormi centri dati e integrato l’intelligenza artificiale nella pianificazione sia civile che militare.
L’iniziativa Pax Silica del Dipartimento di Stato americano delinea un’alleanza tecnico-industriale che abbraccia Giappone, Corea del Sud, Paesi Bassi e Israele. Descritta come una “rete di fiducia” per le catene di fornitura dell’intelligenza artificiale, questa struttura integra elaborazione, energia e fabbricazione in un blocco condiviso.
L’integrazione di Israele nella guerra informatica, nelle tecnologie di sorveglianza e nelle applicazioni militari basate sull’intelligenza artificiale lo posiziona come un nodo di sicurezza chiave nel quadro strategico di Washington. Tel Aviv porta con sé strumenti collaudati sul campo di battaglia e una dottrina operativa affinata in decenni di occupazione e conflitti regionali.
Attraverso questa rete, l’infrastruttura informatica funge anche da leva politica. Gli alleati all’interno del sistema ottengono un accesso privilegiato alla tecnologia e agli investimenti. Quelli all’esterno affrontano esclusione, scarsità e costi crescenti. L’infrastruttura di intelligenza artificiale diventa sia la carota che il bastone.
Un tempo considerata neutrale, l’architettura digitale è diventata uno strumento di disciplina strategica. La costruzione di alleanze da parte di Washington si basa sempre più sul controllo della larghezza di banda, dei chip e dello spazio sui server. L’accesso al computer è calibrato in base all’allineamento.
La presenza di aziende israeliane nei forum sulla sicurezza informatica e sulla tecnologia militare in Asia e Africa consolida ulteriormente questo allineamento. Joint venture e accordi di esportazione confondono il confine tra partnership economica e dipendenza militare.
Intelligenza artificiale, energia e dipendenza forzata
La battaglia per l’hardware ora si inserisce in un progetto più ampio: il controllo della distribuzione globale. Il vero vantaggio risiede nel dominio dell’infrastruttura cloud. Da Amazon Web Services a Microsoft Azure, gli Stati Uniti cercano di affermarsi come substrato dell’economia digitale globale, definendone le regole, i permessi e i termini di partecipazione.
I governi e le aziende di tutto il mondo che si affidano alle infrastrutture cloud statunitensi operano entro vincoli legali e operativi definiti a Washington. Il disimpegno da queste piattaforme comporta pesanti sanzioni politiche ed economiche.
Queste dinamiche sono già emerse nel conflitto del Mar Rosso , dove le Forze Armate yemenite (YAF) allineate ad Ansarallah hanno dimostrato sistemi di puntamento adattivi e capacità informatiche . Sebbene asimmetrici, tali strumenti riflettono la crescente portata dell’IA negli arsenali della resistenza e la corrispondente urgenza di Washington di negare l’accesso ai blocchi rivali. Washington ottiene il controllo non con la forza, ma attraverso l’architettura.
Esiste anche una dimensione materiale. L’esecuzione di modelli su larga scala consuma quantità impressionanti di elettricità. Il calcolo richiede centrali elettriche, reti di raffreddamento e flussi di energia ininterrotti. In questo senso, l’intelligenza artificiale è profondamente fisica: si basa su materie prime, infrastrutture estrattive e controllo territoriale.
Questa convergenza tra politica informatica ed energetica rivela il disegno più ampio di Washington. L’incremento dell’intelligenza artificiale non è altro che una riaffermazione dell’egemonia statunitense all’insegna dell’innovazione.
Chiudere il cerchio: l’intelligenza artificiale come infrastruttura imperiale
Il declino degli Stati Uniti / Dal blocco all’asfissia: la guerra degli Stati Uniti contro Cuba entra nella sua fase più brutale


Il declino degli Stati Uniti
Di Felipe Portales * – El Clarín
Gli Stati Uniti divennero la principale potenza mondiale dopo la Prima Guerra Mondiale. Il loro carattere imperiale si era già fatto sentire in America Latina per tutto il XIX secolo, attraverso la loro vasta espansione territoriale a spese del Messico e delle sue popolazioni indigene, completata dall’acquisto di vari territori da potenze europee (Russia, Spagna e Francia). Particolarmente significativa fu la guerra con la Spagna alla fine di quel secolo, che permise loro di impadronirsi di Porto Rico e delle Filippine e di stabilire una sorta di protettorato (fino al 1933) a Cuba, e l’appropriazione di una zona in America Centrale dove costruirono il Canale di Panama. Inoltre, i loro interessi economici si espansero in tutte le Americhe, con le loro grandi corporazioni che si appropriarono sempre più della produzione di materie prime, il che facilitò un enorme progresso industriale. Ciò fu accompagnato da occupazioni dirette di alcune nazioni centroamericane e caraibiche per determinati periodi e, in generale, da una forte egemonia politica.
Le sue politiche di potere imperiale si basavano su due principi fondamentali di legittimazione: l’espansione della più ampia libertà economica possibile come fondamento del progresso; e la democrazia rappresentativa come base per il rispetto dei diritti universali di tutti. Ciò era vero a prescindere dal sostegno che spesso forniva a dittature che servivano i suoi interessi e dalla corruzione con cui influenzava molte altre democrazie molto precarie e persino nominali.
Inoltre, dopo la Grande Depressione del 1929, gli Stati Uniti attuarono politiche economiche e sociali di intervento statale ( il New Deal ) che, oltre a rafforzare ulteriormente il loro progresso industriale e sociale, contribuirono a migliorare l’immagine eccessivamente individualistica che proiettavano al mondo. Nel frattempo, le principali potenze europee non furono in grado di ripristinare una vera pace e uno sviluppo nel loro continente, che stava sprofondando in un crescente autoritarismo e, per di più, insistettero nel mantenere imperi coloniali di fronte a popolazioni sempre più ribelli.
Ma senza dubbio, gli Stati Uniti raggiunsero l’apice del loro potere politico ed economico dopo la Seconda Guerra Mondiale e il Piano Marshall , che fornì un massiccio sostegno economico alla ricostruzione dell’Europa occidentale. Inoltre, furono in grado di promuovere con successo la loro narrativa secondo cui, durante la Guerra Fredda con l’URSS, erano la guida del “mondo libero” assediato dalle crescenti dittature comuniste in Europa e Asia. Inoltre, furono la principale forza trainante delle Nazioni Unite (ONU), che posero il raggiungimento della pace mondiale e il rispetto universale dei diritti umani come fondamento della propria missione. Questi obiettivi furono raggiunti in modo significativo mantenendo una pace mondiale in netto contrasto con le due guerre mondiali istigate dall’Europa e il processo di decolonizzazione in Africa e Asia. E in America Latina, la loro egemonia divenne assoluta in ambito economico, politico, militare e culturale, con l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) completamente subordinata.
Tutto ciò fu significativamente rafforzato da una forte egemonia culturale ottenuta attraverso la distribuzione globale dei suoi film e della sua televisione. Basti ricordare come i bambini di tutto il mondo applaudirono l’esercito americano nei film western quando arrivò per salvare i coloni dagli attacchi dei nativi americani. Inoltre, i programmi di scambio studentesco e la trasformazione delle sue università in centri di formazione professionale per le élite di gran parte del mondo contribuirono a questa egemonia. Allo stesso modo, i prodotti manifatturieri (soprattutto automobili) “made in USA” suscitarono ammirazione in tutto il mondo.
I primi punti di svolta di questa egemonia furono causati dal profondo impatto negativo della guerra del Vietnam e dall’impegno degli Stati Uniti nei confronti delle brutali dittature latinoamericane per la “sicurezza nazionale”. Ciò ne erose la credibilità come forza di pace e democrazia. E, lentamente ma inesorabilmente – con la neoliberalizzazione dell’economia statunitense iniziata negli anni ’80 – ebbe inizio un processo di deindustrializzazione interna, che colpì in modo sproporzionato le classi lavoratrici e acuì sempre più la disuguaglianza sociale interna.
Peggio ancora, gli Stati Uniti hanno sprecato la loro completa vittoria nella Guerra Fredda sfruttando il loro status di unica superpotenza e aggravando il loro imperialismo, invece di assecondare saggiamente gli obiettivi di Gorbaciov di creare una “casa comune europea”, che avrebbe permesso loro di riconquistare la leadership basata sulla promozione della pace e dei diritti umani. Così, da un lato, gli Stati Uniti hanno ideato una politica volta a confermare la Russia come potenza di secondo piano, e quando la Russia ha tentato di invertire la rotta, ha perseguito una politica di ostilità attraverso l’espansione della NATO, purtroppo sostenuta da un’Europa sottomessa. Questa politica è culminata nella guerra in Ucraina con la Russia ed è stata considerata disastrosa da una schiera di diplomatici e intellettuali americani di ogni genere, da Henry Kissinger a Noam Chomsky. D’altro canto, gli Stati Uniti hanno perseguito una politica di crescenti interventi armati in Asia e Africa al di fuori del quadro delle Nazioni Unite (ex Jugoslavia, Libia, Siria, Afghanistan) e persino agendo contro le sue risoluzioni, come nel caso dell’occupazione dell’Iraq nel 2003.
D’altro canto, parallelamente al declino economico degli Stati Uniti, altre economie, in particolare la Cina, si sono rafforzate, diventando di gran lunga il Paese più sviluppato economicamente e tecnologicamente al mondo. Inoltre, la Cina, insieme a Russia, India, Brasile e Sudafrica, ha formato i BRICS, un’alleanza che sta incorporando un numero crescente di Paesi, che rappresenta un centro economico sempre più attraente per le nazioni di tutto il mondo, nella misura in cui non ha replicato le politiche chiaramente imperialiste degli Stati Uniti.
Il declino politico ed economico degli Stati Uniti, sia a livello globale che nazionale, è diventato così profondo che, nel tentativo di invertirlo, hanno eletto – per ben due volte! – un presidente come Trump, che ha sostenuto un’ulteriore accentuazione del carattere imperialista del Paese in uno sforzo disperato ed estremamente ostinato per rilanciare il suo dominio globale. Ha chiamato il suo movimento “Make America Great Again” (MAGA). La sua politica estera si è trasformata in una serie di minacce, estorsioni, insulti, disprezzo e attacchi militari (contro sette Paesi nelle Americhe, in Asia e in Africa nell’arco di un anno, oltre ad attacchi mortali a numerose navi nei Caraibi) che hanno sconvolto e alienato il mondo. Queste azioni non faranno che esacerbare il declino degli Stati Uniti come leader globale. È arrivato persino a dichiarare che l’unico limite al suo potere sarà “la sua stessa moralità”. Una confessione di assolutismo politico-morale difficile da superare e in totale contraddizione con le concezioni fondamentali dell’umanità odierna.
D’altro canto, ha condotto una vera e propria guerra interna contro gli immigrati; ha posto fine a gran parte degli aiuti esteri forniti dagli Stati Uniti tramite USAID e varie agenzie delle Nazioni Unite; e ha promosso una politica ostile nei confronti degli studenti stranieri, una politica che ha prodotto ottimi dividendi a lungo termine per il paese, “rieducando” una buona parte delle élite politiche ed economiche mondiali!
Inoltre, con le sue minacce di invasione della Groenlandia, l’aumento dei dazi doganali su Europa e Canada e le sue insistenti dichiarazioni secondo cui il Canada “deve far parte degli Stati Uniti”, si è alienato quasi tutti i suoi più stretti alleati storici (tutta Europa e Canada!). E con la sua esplicita affermazione che l’America Latina deve rispondere agli interessi fondamentali degli Stati Uniti, sta anche perdendo quel poco di simpatia che gli Stati Uniti avrebbero potuto avere ancora nella regione. Ciò è particolarmente vero se si considera che, nel caso del Venezuela, è diventato chiaro che la “guerra alla droga” e il suo impegno per la democrazia erano meri pretesti. Ciò che voleva veramente era il controllo del petrolio venezuelano e porre fine alla crescente presenza economica di Cina e Russia nel Paese.
Infine, il governo degli Stati Uniti è arrivato al punto di cercare di sostituire le Nazioni Unite stesse! Creando una nuova organizzazione chiamata “Peace Board” o “Peace Council”, presieduta dagli stessi Stati Uniti. Sebbene si dicesse che si concentrasse sul conflitto in Medio Oriente, è emerso che i suoi statuti non menzionano affatto Gaza! Piuttosto, si concentra sulla gestione dei conflitti armati in termini generali, aprendo così la strada a un’organizzazione permanente. E sebbene abbia incluso tra i suoi membri circa trenta stati, i cui presidenti cercano il favore di Trump, nessuno dei paesi più influenti vi ha aderito. Chiaramente, questo tentativo ripugna a tutti coloro che cercano una pace autentica e il rispetto dei diritti umani, sia individuali che collettivi, in tutto il mondo.
Ed è risaputo che il semplice esercizio della forza militare, o la minaccia del suo utilizzo, può portare a vittorie temporanee, ma senza una vera leadership, garantisce la sconfitta futura. Come disse un famoso diplomatico più di due secoli fa: “Con le baionette, puoi ottenere tutto tranne che sedercisi sopra”. Un triste declino davvero per gli Stati Uniti…
*Felipe Portales, cileno, sociologo dell’Università Cattolica; Direttore dei Diritti Umani presso il Ministero degli Affari Esteri (1994-1996); Professore presso l’Università del Cile (2005-2017). Autore di: “Cile: una democrazia tutelare”; “I miti della democrazia cilena” (due volumi); “Storie sconosciute del Cile” (due volumi).
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Dal blocco all’asfissia: la guerra degli Stati Uniti contro Cuba entra nella sua fase più brutale
Di Manolo De Los Santos* – Peoples Dispatch
Il 29 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Cuba rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ha rafforzato il blocco contro la nazione insulare.
Nella quiete di una notte dell’Avana, gli unici suoni sono il ronzio di un generatore in un ospedale lontano e il mormorio di una famiglia riunita a lume di candela. Per loro, la “sicurezza nazionale degli Stati Uniti” non è un concetto astratto dibattuto nei notiziari via cavo americani; è la realtà tangibile di un blackout di 20 ore, l’odore di cibo avariato e la paura per le medicine refrigerate di un bambino. Questo è il volto di una politica che il governo degli Stati Uniti definisce una risposta a una “minaccia straordinaria”. La vera minaccia, tuttavia, non è militare. È la sfida lunga 67 anni di una piccola nazione insulare che si è rifiutata di rinunciare alla propria sovranità.
Il 29 gennaio 2026, l’amministrazione Trump ha trasformato una lunga campagna di pressione in un contundente strumento di soffocamento. Con un ordine esecutivo , ha trasformato in un’arma il sistema tariffario statunitense contro qualsiasi nazione, compresi paesi come il Messico, che osi vendere petrolio a Cuba. Non si tratta più di isolare o contenere il popolo cubano dal resto dell’emisfero; si tratta di una deliberata strategia di totale asfissia economica, una mossa mai vista nella sua aggressività dai tempi della Guerra Fredda.
La macchina del soffocamento
La rete elettrica, le pompe idriche, i trasporti pubblici, gli ospedali e le scuole di Cuba funzionano con carburante importato. Costringendo paesi terzi, gli Stati Uniti mirano non solo a sanzionare, ma a interrompere il metabolismo stesso di una nazione. La dichiarazione del governo cubano è esplosiva: si tratta di “ricatti, minacce e coercizione diretta” progettati per impedire l’ingresso di carburante nel Paese. Il risultato è una punizione collettiva, una violazione del diritto internazionale che usa la fame, l’oscurità e le malattie come armi politiche per spezzare la volontà di un popolo.
Una guerra continua: il manuale imperiale da Eisenhower a Trump
Definirla “politica estera” significa sminuirne la natura. Si tratta di uno strumento di guerra multilaterale in continua evoluzione, perseguito senza sosta da dieci presidenze statunitensi consecutive con un unico obiettivo: la distruzione del progetto socialista di Cuba.
– Eisenhower (1960) diede inizio all’aggressione con il primo blocco dopo che Cuba nazionalizzò le raffinerie di proprietà statunitense.
– Kennedy (1961-1962) si intensificò con la fallita invasione della Baia dei Porci, rese il blocco totale e diede il via libera all’Operazione Mangusta, un programma segreto di sabotaggio e tentato assassinio di leader cubani, compresi oltre 630 tentativi contro Fidel Castro.
– Clinton (1992-1996) assestò quello che si sperava fosse un “colpo da KO” dopo la caduta dell’Unione Sovietica, approvando le leggi Torricelli e Helms-Burton. Queste leggi estesero il blocco statunitense extraterritoriale, punendo le aziende straniere che commerciavano con Cuba e affermando l’autorità degli Stati Uniti sul commercio globale.
– Trump (2017-2026), dopo un fragile disgelo sotto Obama, non solo ha cambiato rotta, ma è sprofondato ancora di più nella crudeltà. Ha aggiunto nuovamente Cuba alla lista degli “Stati sponsor del terrorismo”, una mossa ampiamente condannata come fantascienza politica, e ha promulgato 243 nuove sanzioni. Il suo atto più recente, l’ordine esecutivo del 2026, mira a segnare il destino dell’isola privandola di energia.
La strategia è sempre stata nuda e cruda nel suo intento. Un promemoria desecretato del Dipartimento di Stato del 1960, redatto da Lester D. Mallory, sosteneva di creare “fame, disperazione e rovesciamento del governo” negando “denaro e rifornimenti”. Il costo umano è il punto, non un effetto collaterale.
Il “brutale dilemma” e il suo costo umano
Questa crisi orchestrata ha conseguenze misurabili e orribili. Negli anni ’90, l’inasprimento del blocco causò un calo del 40% dell’apporto calorico e un aumento del 48% dei decessi per tubercolosi. Oggi, blocca l’acquisto di ventilatori polmonari, di pezzi di ricambio per la depurazione dell’acqua e, soprattutto, del carburante per alimentarli.
Questa sofferenza viene presentata come un sacrificio necessario dai membri della mafia cubano-americana che prestano servizio al Congresso degli Stati Uniti. La deputata statunitense Maria Elvira Salazar della Florida ha recentemente formulato un calcolo agghiacciante: “È devastante pensare alla fame di una madre, a un bambino che ha bisogno di aiuto immediato… Ma questo è esattamente il brutale dilemma che ci troviamo di fronte…: alleviare le sofferenze a breve termine o liberare Cuba per sempre”.
Questa promessa di “libertà” è un ritorno al passato pre-1959, quando le multinazionali statunitensi controllavano l’80% dei servizi pubblici cubani e il 70% di tutti i terreni coltivabili. È la “libertà” di sfruttare, acquistata con la sofferenza calcolata di un’intera generazione.
La “Dottrina Donroe”: l’imperialismo scatenato
L’escalation di Trump è il fondamento della “Dottrina Donroe” della sua amministrazione, una rivisitazione in chiave moderna della Dottrina Monroe del 1823, che dichiara l’intera America Latina e i Caraibi proprietà degli Stati Uniti. Dopo l’attacco illegale del 3 gennaio 2026 al Venezuela, Trump dichiarò chiaramente: “Il dominio americano nell’emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione”. Secondo questa dottrina, qualsiasi nazione che scelga un percorso indipendente, in particolare una che organizzi la propria economia per soddisfare le esigenze umane, come il sistema sanitario di fama mondiale di Cuba, è considerata una “emergenza nazionale”.
La guerra all’estero e la guerra in patria
Per il popolo americano, è fondamentale considerare questo non come una questione lontana, ma come parte di una logica continua. La stessa amministrazione che invoca le “emergenze nazionali” per strangolare l’economia cubana usa le “emergenze” per scatenare incursioni dell’ICE nelle città statunitensi e uccidere i propri cittadini come Renee Good e Alex Pretti. La stessa mentalità che etichetta 11 milioni di cubani come una minaccia collettiva per aver praticato l’autodeterminazione, etichetta i migranti e le minoranze come minacce interne. La logica del blocco e la logica del confine sono la stessa cosa: il controllo violento delle popolazioni e delle risorse e la designazione di interi gruppi di esseri umani come sacrificabili.
La candela tremolante in quella casa dell’Avana, quindi, è più di una luce contro l’oscurità. È una sfida a un ordine imperiale. La lotta del popolo cubano per mantenere accese le luci è una lotta fondamentale per il diritto di tutti i popoli a determinare il proprio destino, liberi dalla coercizione di un impero che confonde il dominio con la sicurezza e scambia la crudeltà per forza. Come in passato, i cubani affronteranno collettivamente la sfida non solo per sopravvivere, ma anche per superare l’embargo.
*Manolo De Los Santos è Direttore Esecutivo del People’s Forum e ricercatore presso il Tricontinental: Institute for Social Research. I suoi scritti appaiono regolarmente su Monthly Review, People’s Dispatch, CounterPunch, La Jornada e altri media progressisti. Ha co-curato, più di recente, Viviremos: Venezuela vs. Hybrid War (LeftWord, 2020), Comrade of the Revolution: Selected Speeches of Fidel Castro (LeftWord, 2021) e Our Own Path to Socialism: Selected Speeches of Hugo Chávez (LeftWord, 2023).
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In ricordo di Lulli Castaldi

Amor la mosse
(In ricordo di Lulli Castaldi)
La morte ha cancellato il sorriso
della compagna già morta, tempo prima,
quando addentratasi nel banco di nebbia
l’uscita, più, non ritrovò.
Foglie ingiallite, meditabonde, oscillano nel vuoto, prima di restituirsi alla terra che le ha germogliate. Più non ritorna il bel tempo, più non si avvicendano le stagioni. I tempi
dell’autunno – la sola stagione che ci è concessa – conservano con discrezione, tuttavia, i sentori delle primavere che abbiamo attraversato, perché intensamente abbiamo vissuto e, qualche volta, persino eroi ci siamo sentiti.
Eroi di speranze gridate, e poi taciute, al cospetto di moltitudini che non capirebbero la processione, di pianti e di sorrisi, che abbiamo cantato nelle strade del mondo, nella buona e nella cattiva sorte.
Una delle cose belle che la vita mi ha regalato – e immagino abbia regalato a molti di quanti abbiamo percorso, insieme, tratti della stessa strada – è quella di aver incontrato, durante il percorso, tante belle persone. Aiuta a preparare il commiato.
Lulli è stata una di quelle belle, straordinarie, persone che ho, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere, che ci ha accompagnato, chi più chi meno, in momenti importanti, talvolta persino esaltanti, della nostra esperienza.
Come tutti noi, aveva, anche lei anche qualche difetto. Per la verità, per quanto io ricordi, uno solo: la loquacità.
Uno solo difetto – che le ho sempre perdonato, come lei ha perdonato i miei – perché dovuta al bisogno di compensare un’esperienza infantile che l’ha costretta a vivere
momenti di solitudine, di assenza di compagnia; per altro verso, quella sua indomabile esigenza di comunicazione era espressione di generosità.
Lulli, non lo si dimentichi, si è formata all’interno di un ambiente ecclesiale tradizionalista, a volte bigotto, ha imparato a pregare in latino, ha cantato, inconsapevole, i canti del Dio imperatore; ha percorso la sua prima esperienza all’interno di un
associazionismo cattolico preoccupato di tener separati i maschi dalle femmine, impegnato nella battaglia contro il comunismo, collaterale alla Democrazia Cristiana.
Quel clima, profondamente respirato anche in ambiente familiare, non le ha impedito di accogliere, col cuore aperto, il messaggio di cambiamento simbolicamente rappresentato, per molti di noi, dall’affacciarsi sulla Piazza San Pietro di un papa di nome Giovanni.
Le prime parole di quel papa hanno annunciato che, dopo secoli di Concilio tridentino, nella Chiesa stava per aprirsi una fase di straordinarie trasformazioni. E infatti, poco dopo, è arrivato il Concilio Vaticano II. E quella trasformazione, a sua volta, avrebbe contribuito all’esplosione di una impetuosa rivoluzione sociale.
Lulli si è trovata lì, in quel momento, già profondamente impegnata nella formazione religiosa delle ragazze; al primo refolo, ha esposto la sua vela al vento nuovo.
Ed è lì, pochi anni dopo, in quella esaltante fase storica, che l’abbiamo incontrata, quando giovani in ricerca, provenienti da differenti esperienze, per lo più religiose, siamo confluiti nella via San Lucifero.
Lulli era lì, pronta ad accompagnarci, in prima linea; straordinariamente aperta ai segni dei tempi, al nuovo che avanzava, e allo stesso tempo vigile sulle dinamiche, nuove
e sconosciute, di quelle praterie.
Credo che a spingerla a gettarsi nelle lotte di liberazione che, in quegli anni, si diffondevano soprattutto tra i giovani e che abbattevano, con incredibile velocità, i recinti nei quali eravamo stati rinchiusi per tempo, sia stato l’amore. Sì, credo che “amor la mosse”.
È stato un crescendo di impegno in tutti i campi: nella scuola, in primo luogo, e poi ancora nella Chiesa, accompagnando e diffondendo le lotte esemplari di tanti profeti che, in quegli anni, riscoprivano e testimoniavano, in tutto il mondo, i valori concreti del vangelo, sia con la preghiera che con la lotta, a volte a prezzo di emarginazione e di isolamento da parte di un clericalismo arroccato nella difesa di antichi privilegi.
È stato l’amore a spingerla nei difficili sentieri della politica, a partecipare alle lotte sociali e a farle abbracciare, con passione e competenza, la causa della più grande rivoluzione che il sessantotto abbia prodotto: la rivoluzione femminista.
Durante i primi anni di quel suo impegno sociale, ha incontrato Mariano, proveniente da un’altra esperienza di cattolicesimo, quello della borghesia, che il suo Cristo se lo era andato a cercare nelle periferie più degradate e malfamate della città. Né è nata una delle coppie più belle del mondo. Coppia improbabile, perché lei non ha mai smesso di ubbidire all’imperativo categorico che le comandava impegno militante, di studio e di azione, che non consentiva ozi ed esigeva serietà; lui che, invece, non disdegnava il faceto, più incline ad un’arguzia dissacrante che consentiva di combinare la militanza con i bioritmi. Insomma, non condividevano lo stesso lo stesso senso dell’ironia. Improbabile, ma perfetta.
Non so, per ciò che conta, se la denominazione più giusta sia “Mariano e Lulli”, oppure “Lulli e Mariano”, e neppure quale dei due si sia preso cura dell’altro, o dell’altra, con maggior premura e amorevolezza. Certo è che la loro casa è diventata, per lungo tempo, un centro di accoglienza, di convivialità, di riflessione politica e culturale, un laboratorio di idee.
Poi Lulli è andata via.
Gianni Loy
31 gennaio 2026
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Addio Lulli
La morte non è niente
Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente,
solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
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Henry Scott Holland
La morte non è niente
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Addio a Lulli Castaldi, esponente della sinistra sarda e della Cgil, cattolica e militante femminista
La sera del 28 gennaio 2026 nella RSA Mons. Virgilio Angioni di Flumini di Quartu è morta Lucia Maria Castaldi, per tutti Lulli.
Nata a Scano Montiferru il 16 ottobre 1943, aveva 82 anni. Da oltre otto anni soffriva della malattia di alzheimer che l’aveva lentamente ma progressivamente privata delle funzioni cognitive, seppur sempre circondata dall’affetto discreto degli amici di sempre, così come voleva e di cui instancabilmente si curava il marito Mariano Girau, fintanto che nove mesi fa è stato colpito da un ictus che lo ha atterrato e tuttora ne rende problematica una ripresa.
Molti amici, e anch’io tra questi, siamo stati sempre vicini a Lulli e Mariano, perché il declino per l’età accelerato dalla malattia non cancella i sentimenti d’amicizia, solidarietà, amore, successi e felici avvenimenti, come pure dolori, sconfitte, lutti, vissuti negli anni della vita in molta o meno parte condivisi. E mentre speriamo nonostante tutto in un qualche miglioramento per Mariano, fintanto che lo consentano la scienza e la credibile possibilità che non prevalga la sofferenza, per Lulli tutto ormai si è consumato. Ma noi vogliamo ricordare Lulli, come donna convintamente cattolica, animata da valori di amore e solidarietà propriamente cristiani che per lei si concretizzavano nell’impegno nell’Azione Cattolica (fu presidente diocesano della Gioventù femminile degli anni 60/70) come nella militanza nella politica e nel sindacato, nei Movimenti femministi, sempre comunque a sinistra. Come dimenticare la Lulli grande affabulatrice, docente di vaglia di ragioneria e tecnica bancaria negli Istituti commerciali. Il padre, avvocato Venturino Castaldi, prestigioso politico, autorevole esponente della Democrazia Cristiana, con la moglie Maria Argiolas, cattolicissimi, le avevano trasmesso insieme con la fede, i valori cristiani che Lulli, diversamente dal padre, declinava nell’impegno a sinistra.
Condoglianze e vicinanza a Mariano, ai fratelli Cocchi e Paolo, alla sorella Chicca, ai nipoti, parenti tutti, alle amiche e agli amici che l’hanno apprezzata e le hanno voluto bene. [fm]
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In questi giorni in diverse News online sono apparsi articoli per ricordare Lulli. Le elenchiamo: Aladinpensiero, CagliariNews, Casteddu online, CagliariToday, il manifesto sardo. I contenuti degli articoli sono “rimbalzati” nei social, ad esempio fb, Instagram … dove, com’è noto, si possono cliccare i “mi piace” e aggiungere commenti; fino ad oggi abbiamo contato almeno 600 connessioni registrate, incluse su diverse migliaia di letture digitali, a cui devono sommarsi quelli della carta stampata (necrologi di familiari e amici su L’Unione Sarda). Tutto dimostra quanto Lulli fosse conosciuta e stimata. Ne danno specifico conto i tanti post che la ricordano nelle diverse attività da lei svolte: da giovane catechista della Parrocchia di San Giacomo, a prestigiosa docente di Ragioneria e Tecnica bancaria negli Istituti superiori commerciali (Guspini, Senorbì, Cagliari, …); da militante politica nelle file della Sinistra, più volte candidata nelle Liste di Democrazia Proletaria, Democrazia Proletaria Sarda, consigliera circoscrizionale, militante e dirigente della CGIL, militante e leader dei movimenti femministi … si potrebbero raccogliere questi commenti in una pubblicazione. Basterebbero da soli per rivelarci la personalità della nostra Lulli: colta, preparata, appassionata, cattolica praticante, generosa, combattente per la giustizia, sempre dalla parte delle donne, dei giovani, degli ultimi.
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Lulli carissima, hai lottato insieme a tanti e in primo luogo con il tuo marito e compagno della vita Mariano Girau, per cieli nuovi e terra nuova, per un mondo migliore, che in questa vita non hai trovato. E neppure noi che siamo ancora vivi troveremo. Per quanti hanno la fede, come la tua, il premio arriva e arriverà. Ma, nei percorsi che insieme abbiamo fatto, come anticipazione abbiamo potuto sperimentare a tratti, cosa significa vivere una dimensione di fraternità e amore, fatta d’impegno, vittorie e sconfitte, sofferenze e lotte senza quartiere. E anche di allegria e divertimento. Ci piace definire tutto ciò una “pratica dell’obbiettivo” verso cui abbiamo indirizzato e vissuto la nostra vita. Per te, per noi che siamo qui e per molti altri, guidati dai valori cristiani del Vangelo, declinati nelle scelte politiche concrete della Sinistra. Per tutto: grazie Lulli!
[rielaborazione dell’intervento fatto a nome degli amici di Lulli, letto e in parte svolto a braccio da Franco Meloni].
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E’ seguito un intervento del fratello di Lulli, Paolo Castaldi, particolarmente di ringraziamento, in primo luogo al marito di Lulli, Mariano Girau, ai numerosi presenti e a tutti gli operatori della struttura RSA Mons. Angioni: dirigenti, medici, capo sala, infermieri, oss, collaboratori amministrativi e altri. Per ultime, ma solo nell’elencazione, le suore del Buon Pastore operanti nella Struttura. Infine, un grazie speciale al Cappellano don Ausilio Chessa, che quotidianamente ha visitato e confortato Lulli nei giorni della degenza e che ha celebrato le esequie avendo vicino come collaboratore Claudio Castaldi.
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Esortazione (soprattutto) all’Europa. Agite insieme e il discorso di Mark Carney, primo ministro canadese, diventerà un punto di svolta. Esitate e diventerà un altro avvertimento mancato

Il momento Davos del Canada
Di Jordan Leichnitz* – International Politics and Society (IPS_Journal)
Agite insieme e il discorso di Carney diventerà un punto di svolta. Esitate e diventerà un altro avvertimento mancato.
“Sappiamo che il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia, ma crediamo che dalla frattura possiamo costruire qualcosa di più grande, migliore, più forte, più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, i paesi che hanno più da perdere da un mondo di fortezze e più da guadagnare da una vera cooperazione”. — Primo Ministro canadese Mark Carney, Davos, 20 gennaio 2026
Un anno fa, pochi in Canada avrebbero previsto che l’ex banchiere centrale – ora Primo Ministro – Mark Carney avrebbe pronunciato quello che potrebbe essere il discorso di politica estera canadese più significativo dell’ultima generazione. Eppure è esattamente ciò che ha fatto davanti ai leader mondiali in una giornata frizzante a Davos, delineando con forza la nuova realtà che le potenze medie si trovano ad affrontare nel contesto dell’instabilità geopolitica causata dalle minacce del presidente Trump agli alleati della NATO, dall’aggressione russa e dall’ascesa della Cina.
Nell’ultimo anno, il Canada ha subito il peso dell’aggressione di Trump. Nonostante una lunga storia come alleato più stretto dell’America e secondo partner commerciale, il Canada è stato tra i primi paesi a essere bersagliato dai dazi statunitensi e il primo a essere protagonista delle ricorrenti fantasie di espansione territoriale del Presidente. Legato da un confine indifeso di 8.800 chilometri e da una profonda dipendenza economica dal mercato statunitense – oltre tre quarti delle esportazioni canadesi sono destinate all’America – ogni accenno della presidenza Trump si è abbattuto sul Canada come un terremoto.
Il Primo Ministro Carney non ha sempre reagito con decisione alle minacce di Trump. Nonostante la campagna elettorale della primavera scorsa fosse basata su una risposta “a gomiti alzati” (una metafora appropriatamente canadese nell’hockey), una volta diventato Primo Ministro, Carney si è concentrato sull’attenuazione delle tensioni con gli Stati Uniti.
Dopo aver mosso i primi passi per eliminare proattivamente le tasse proposte sui giganti della tecnologia osteggiati da Trump, aver ritirato silenziosamente i dazi di ritorsione del Canada e, di recente, aver evitato di criticare il raid di Trump in Venezuela, pur considerando con garbo la sua offerta di entrare a far parte del cosiddetto Consiglio della Pace, negli ultimi mesi Carney ha cercato in gran parte di tenere il Canada fuori dal mirino di Trump e dalla sua lista nera.
Ma questo approccio non ha funzionato. Il presidente Trump ha continuato ad aumentare arbitrariamente i dazi doganali in risposta ad altre questioni, dal riconoscimento da parte del Canada di uno Stato palestinese a una pubblicità anti-dazi diffusa negli Stati Uniti dalla provincia più grande del Canada.
A quasi un anno dall’inizio della guerra commerciale, il Canada sembra più lontano che mai da un accordo, e all’orizzonte si profila la revisione dell’attuale accordo Canada-Stati Uniti-Messico. Questo accordo commerciale, firmato da Trump durante il suo primo mandato, attualmente protegge l’85% delle esportazioni canadesi dai dazi. Quest’anno il suo destino è incerto, poiché Trump ha chiarito di non vedervi alcun valore strategico per gli Stati Uniti.
L’appeasement è fallito
Tuttavia, ciò che sembra aver spinto Carney a intervenire a Davos non sono stati solo i dazi. È stato l’esplicito interesse di Trump a sottrarre territorio a un alleato della NATO e la sua minaccia, ora sospesa, di ulteriori dazi punitivi contro qualsiasi Paese che gli si opponesse. Queste azioni hanno messo a nudo una verità più fondamentale: l’appeasement non può limitare un leader che considera la coercizione un diritto. Solo un’azione collettiva ha una possibilità realistica di riuscirci.
A Davos, il Primo Ministro Carney ha cristallizzato la scelta che si presenta al Canada, all’UE e alle altre potenze di medie dimensioni. Possono continuare, come ha affermato, “a esercitare la sovranità accettando la subordinazione” oppure possono perseguire nuovi allineamenti in cui “il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà forte, se scegliamo di esercitarli insieme”. Ha messo in guardia dal fare affidamento su vecchie istituzioni e alleanze per proteggersi dalle nuove minacce delle grandi potenze e ha auspicato un nuovo “realismo basato sui valori”.
Il discorso ha avuto ampia risonanza in tutto il mondo perché ha espresso ad alta voce ciò che molti leader occidentali hanno ammesso in privato per mesi: il vecchio ordine ha abbandonato l’edificio, per sempre.
Tuttavia, rimane un ampio divario tra la visione di Carney e le risposte frammentate e spesso esitanti all’aggressione americana che hanno caratterizzato la politica occidentale nell’ultimo anno. L’Europa, in particolare, si trova ad affrontare interrogativi difficili sul fallimento dell’appeasement nel dissuadere il presidente Trump. Nonostante l’accettazione di un accordo commerciale ampiamente criticato con gli Stati Uniti, le minacce tariffarie di Trump nei confronti degli alleati europei non si sono attenuate e, per giunta, continua a minare la posizione dell’Ucraina contro la guerra della Russia.
Resta da vedere se l’evento di Carney a Davos segnerà un cambiamento nell’approccio del Canada alle minacce di Trump. Il Canada prenderà a breve una decisione sulla partecipazione alle esercitazioni NATO per la sovranità in Groenlandia, che fornirà indizi sulla reale utilità di questa svolta nella strategia canadese.
Ciò che Carney non ha affrontato direttamente – e che potrebbe in ultima analisi determinare la sostenibilità della sua dottrina – è la questione del consenso democratico. In Canada, come in tutta Europa, il costo della vita rimane ostinatamente alto, la disoccupazione è in aumento, i servizi pubblici sono sotto pressione e gli elettori sono sempre più scettici nei confronti di impegni internazionali che appaiono astratti o guidati dalle élite.
Una strategia basata su nuovi accordi commerciali che comportano reali compromessi per le economie locali, oltre a una costosa cooperazione in ambito di difesa, necessita di un sostegno pubblico costante in un momento in cui molti cittadini sono più preoccupati per le spese alimentari che per la geopolitica. I lavoratori su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno sostenuto gran parte del rischio nella guerra dei dazi, resistendo a licenziamenti e chiusure di stabilimenti, con scarse prospettive di beneficiare dei promessi riallineamenti economici. Senza un chiaro collegamento tra azioni all’estero e sicurezza economica interna, la strategia da potenza media di Carney rischia di arenarsi a causa del malcontento interno.
È troppo presto per dire se il momento di Davos di Carney si tradurrà in un cambiamento duraturo nella politica canadese. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che ha sottolineato la realtà: i costi dell’inazione di fronte alle minacce di Trump sono ora maggiori dei costi di un’azione collettiva. Tale è la stranezza di questo momento che la sua stessa sincerità è un atto politico.
La disponibilità del Canada e dell’Europa a fare tutto il necessario per affrontare insieme questa sfida determinerà se il sorprendente discorso del Primo Ministro Carney sarà ricordato come un punto di svolta o come un avvertimento rimasto inascoltato.
*Jordan Leichnitz vanta oltre 15 anni di esperienza in strategie politiche progressiste e sviluppo di politiche nei movimenti socialdemocratici in Canada. Ha ricoperto ruoli di alto livello nel Nuovo Partito Democratico del Canada per un decennio. Attualmente Jordan è responsabile dei programmi canadesi presso la sede di Washington della Friedrich Ebert Stiftung.
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20 gennaio 2026, Davos, Svizzera.
L’intervento del primo ministro canadese Mark Carney
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È un piacere – e un dovere – essere con voi in questo punto di svolta per il Canada e per il mondo.
Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra grandi potenze non è più soggetta ad alcun vincolo.
Ma voglio anche sostenere che altri paesi, in particolare le potenze intermedie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori: il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.
Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di competizione tra grandi potenze. Che l’ordine internazionale basato su regole sta svanendo. Che i forti fanno ciò che possono, e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile: la logica “naturale” delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, molti paesi sono portati ad adeguarsi per sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità compri sicurezza.
Non funzionerà.
Quali sono allora le nostre opzioni?
Nel 1978, il dissidente cecoslovacco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. In esso si poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a sostenersi?
La sua risposta partiva da un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante esponeva nella vetrina un cartello con scritto: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque: per evitare guai, per segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni fruttivendolo in ogni strada faceva lo stesso, il sistema persisteva.
Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone comuni a rituali che, in privato, sapevano essere falsi.
Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.
È tempo che imprese e paesi tolgano i loro cartelli dalle vetrine.
Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato su regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, elogiato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità. Abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, protetti da quell’ordine.
Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato su regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. Che il diritto internazionale veniva fatto valere con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile. E l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici fondamentali: la libertà dei mari, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva, e quadri istituzionali per la risoluzione delle controversie.
Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E in larga misura abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
Voglio essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.
Negli ultimi vent’anni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema.
Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non si può “vivere nella menzogna” del beneficio reciproco dell’integrazione quando l’integrazione stessa diventa la fonte della tua subordinazione.
La domanda per le potenze intermedie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La vera domanda è se adattarci costruendo semplicemente muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, e questo ci ha portato a cambiare profondamente la nostra postura strategica.
I canadesi sanno che la vecchia e confortevole convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida.
Il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo basato sui valori”. O, detto in altro modo, intendiamo essere al tempo stesso principiali e pragmatici.
Principiali nel nostro impegno verso valori fondamentali: la sovranità e l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani.
Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo il mondo così com’è, non aspettiamo il mondo che vorremmo.
Il Canada sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che comporta e la posta in gioco per ciò che verrà.
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza.
Stiamo costruendo questa forza in patria.
Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le imposte sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale; stiamo accelerando investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora.
Stiamo raddoppiando la spesa per la difesa entro il 2030, e lo stiamo facendo in modo da rafforzare le nostre industrie domestiche.
All’estero, ci stiamo rapidamente diversificando. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’Unione Europea, incluso l’ingresso in SAFE, i meccanismi europei di appalti per la difesa.
Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato dodici altri accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti.
Negli ultimi giorni, abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar.
Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur.
Per contribuire a risolvere i problemi globali, perseguiamo una geometria variabile: coalizioni diverse per problemi diversi, basate su valori e interessi.
Sull’Ucraina, siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza.
Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile.
Stiamo lavorando con i nostri alleati NATO (inclusi i Paesi nordici e baltici) per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti in radar over-the-horizon, sottomarini, velivoli e presenza militare sul terreno.
Il Canada si oppone fermamente ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere obiettivi comuni di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio plurilaterale, stiamo promuovendo iniziative per costruire un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione Europea, creando un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone.
Sui minerali critici, stiamo formando club di acquirenti ancorati al G7 per consentire al mondo di diversificare le fonti di approvvigionamento.
Sull’intelligenza artificiale, cooperiamo con democrazie affini per evitare di dover scegliere, in futuro, tra egemoni e hyperscaler.
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né un affidarsi a istituzioni indebolite. È la costruzione di coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, questo includerà la stragrande maggioranza dei paesi.
Ed è la creazione di una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, a cui potremo attingere per affrontare sfide e opportunità future.
Le potenze intermedie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù.
Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare, la leva per dettare le condizioni. Le potenze intermedie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.
Questa non è sovranità. È la messa in scena della sovranità mentre si accetta la subordinazione.
In un mondo di competizione tra grandi potenze, i paesi “in mezzo” hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per creare una terza via con impatto.
Non dovremmo lasciare che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte – se scegliamo di esercitarlo insieme.
E questo mi riporta a Havel.
Cosa significherebbe, per le potenze intermedie, “vivere nella verità”?
Significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato su regole” come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamare il sistema per quello che è: una fase di intensificazione della competizione tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.
Significa agire in modo coerente. Applicare gli stessi standard a alleati e rivali. Quando le potenze intermedie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma restano in silenzio quando proviene da un’altra, stiamo tenendo il cartello in vetrina.
Significa costruire ciò che diciamo di credere. Invece di aspettare che il vecchio ordine venga restaurato, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come dichiarato.
E significa ridurre le leve che rendono possibile la coercizione. Costruire un’economia domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento materiale di una politica estera onesta. I paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.
Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo enormi riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. Abbiamo capitale, talento e un governo con una capacità fiscale straordinaria per agire con decisione.
E abbiamo valori a cui molti altri aspirano.
Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità.
Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo che non lo è affatto – un partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo.
Il Canada ha anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.
Sappiamo che questa rottura richiede più di un semplice adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è.
Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.
Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia.
Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto.
Questo è il compito delle potenze intermedie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.
I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire forza in casa nostra e di agire insieme.
Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia.
Ed è una strada aperta a qualunque paese disposto a percorrerla con noi.
Mark Carney.
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Dopo il discorso del premier canadese Mark Carney consentiteci un’utopia (forse o forse no?)

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Trump Trumpessimo, ma nuovi leader si propongono

Antonio Dessì su fb
Il discorso epocale di Mark Carney a Davos, accolto con una standing ovation.
Il Canada ha un leader davvero notevole.
@inprimopiano

20 gennaio 2026
Davos, Svizzera.
—-
È un piacere – e un dovere – essere con voi in questo punto di svolta per il Canada e per il mondo.
Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra grandi potenze non è più soggetta ad alcun vincolo.
Ma voglio anche sostenere che altri paesi, in particolare le potenze intermedie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori: il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.
Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di competizione tra grandi potenze. Che l’ordine internazionale basato su regole sta svanendo. Che i forti fanno ciò che possono, e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile: la logica “naturale” delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, molti paesi sono portati ad adeguarsi per sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità compri sicurezza.
Non funzionerà.
Quali sono allora le nostre opzioni?
Nel 1978, il dissidente cecoslovacco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. In esso si poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a sostenersi?
La sua risposta partiva da un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante esponeva nella vetrina un cartello con scritto: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque: per evitare guai, per segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni fruttivendolo in ogni strada faceva lo stesso, il sistema persisteva.
Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone comuni a rituali che, in privato, sapevano essere falsi.
Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.
È tempo che imprese e paesi tolgano i loro cartelli dalle vetrine.
Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato su regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, elogiato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità. Abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, protetti da quell’ordine.
Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato su regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. Che il diritto internazionale veniva fatto valere con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile. E l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici fondamentali: la libertà dei mari, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva, e quadri istituzionali per la risoluzione delle controversie.
Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E in larga misura abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
Voglio essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.
Negli ultimi vent’anni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema.
Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non si può “vivere nella menzogna” del beneficio reciproco dell’integrazione quando l’integrazione stessa diventa la fonte della tua subordinazione.
La domanda per le potenze intermedie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La vera domanda è se adattarci costruendo semplicemente muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, e questo ci ha portato a cambiare profondamente la nostra postura strategica.
I canadesi sanno che la vecchia e confortevole convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida.
Il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo basato sui valori”. O, detto in altro modo, intendiamo essere al tempo stesso principiali e pragmatici.
Principiali nel nostro impegno verso valori fondamentali: la sovranità e l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani.
Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo il mondo così com’è, non aspettiamo il mondo che vorremmo.
Il Canada sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che comporta e la posta in gioco per ciò che verrà.
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza.
Stiamo costruendo questa forza in patria.
Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le imposte sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale; stiamo accelerando investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora.
Stiamo raddoppiando la spesa per la difesa entro il 2030, e lo stiamo facendo in modo da rafforzare le nostre industrie domestiche.
All’estero, ci stiamo rapidamente diversificando. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’Unione Europea, incluso l’ingresso in SAFE, i meccanismi europei di appalti per la difesa.
Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato dodici altri accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti.
Negli ultimi giorni, abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar.
Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur.
Per contribuire a risolvere i problemi globali, perseguiamo una geometria variabile: coalizioni diverse per problemi diversi, basate su valori e interessi.
Sull’Ucraina, siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza.
Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile.
Stiamo lavorando con i nostri alleati NATO (inclusi i Paesi nordici e baltici) per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti in radar over-the-horizon, sottomarini, velivoli e presenza militare sul terreno.
Il Canada si oppone fermamente ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere obiettivi comuni di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio plurilaterale, stiamo promuovendo iniziative per costruire un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione Europea, creando un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone.
Sui minerali critici, stiamo formando club di acquirenti ancorati al G7 per consentire al mondo di diversificare le fonti di approvvigionamento.
Sull’intelligenza artificiale, cooperiamo con democrazie affini per evitare di dover scegliere, in futuro, tra egemoni e hyperscaler.
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né un affidarsi a istituzioni indebolite. È la costruzione di coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, questo includerà la stragrande maggioranza dei paesi.
Ed è la creazione di una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, a cui potremo attingere per affrontare sfide e opportunità future.
Le potenze intermedie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù.
Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare, la leva per dettare le condizioni. Le potenze intermedie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.
Questa non è sovranità. È la messa in scena della sovranità mentre si accetta la subordinazione.
In un mondo di competizione tra grandi potenze, i paesi “in mezzo” hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per creare una terza via con impatto.
Non dovremmo lasciare che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte – se scegliamo di esercitarlo insieme.
E questo mi riporta a Havel.
Cosa significherebbe, per le potenze intermedie, “vivere nella verità”?
Significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato su regole” come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamare il sistema per quello che è: una fase di intensificazione della competizione tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.
Significa agire in modo coerente. Applicare gli stessi standard a alleati e rivali. Quando le potenze intermedie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma restano in silenzio quando proviene da un’altra, stiamo tenendo il cartello in vetrina.
Significa costruire ciò che diciamo di credere. Invece di aspettare che il vecchio ordine venga restaurato, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come dichiarato.
E significa ridurre le leve che rendono possibile la coercizione. Costruire un’economia domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento materiale di una politica estera onesta. I paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.
Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo enormi riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. Abbiamo capitale, talento e un governo con una capacità fiscale straordinaria per agire con decisione.
E abbiamo valori a cui molti altri aspirano.
Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità.
Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo che non lo è affatto – un partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo.
Il Canada ha anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.
Sappiamo che questa rottura richiede più di un semplice adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è.
Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.
Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia.
Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto.
Questo è il compito delle potenze intermedie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.
I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire forza in casa nostra e di agire insieme.
Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia.
Ed è una strada aperta a qualunque paese disposto a percorrerla con noi.
Mark Carney.
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Dopo il discorso del premier canadese Mark Carney consentiteci un’utopia (forse o forse no?)

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Lean esto. Es muy importante. Es el discurso de este 20.01.2026 en Davos del primer ministro canadiense @MarkJCarney. Esto irá a los libros de historia. Más allá de tener las referencias correctas y estar muy bien escrito, Carney tiene el valor y la lucidez de llamar de una vez a las cosas por su nombre.
di Francesco Vincenti, Costituente Terra
Es un placer —y un deber— estar con ustedes en este punto de inflexión para Canadá y para el mundo.
Hoy hablaré de la ruptura del orden mundial, del fin de la grata ficción y del amanecer de una realidad brutal en la que la geopolítica de las grandes potencias no tiene freno.
Pero sostengo, aun así, que otros países —en particular las potencias medias como Canadá— no están indefensos. Tienen el poder de construir un nuevo orden que integre nuestros valores, como el respeto de los derechos humanos, el desarrollo sostenible, la solidaridad, la soberanía y la integridad territorial de los Estados.
El poder de los menos poderosos comienza con la honestidad.
Cada día se nos recuerda que vivimos en una era de rivalidad entre grandes potencias. Que el orden basado en normas se está desvaneciendo. Que los fuertes hacen lo que pueden, y los débiles sufren lo que deben.
Este aforismo de Tucídides se presenta como inevitable: la lógica natural de las relaciones internacionales reimponiéndose. Y, ante esa lógica, existe una fuerte tendencia de los países a adaptarse para encajar. A acomodarse. A evitar problemas. A esperar que el acatamiento compre seguridad.
No lo hará.
Entonces, ¿cuáles son nuestras opciones?
En 1978, el disidente checo Václav Havel escribió un ensayo titulado El poder de los sin poder. En él planteó una pregunta sencilla: ¿cómo se sostenía el sistema comunista?
Su respuesta empezaba con un verdulero. Cada mañana, este tendero coloca un letrero en su escaparate: “¡Proletarios de todos los países, uníos!”. No lo cree. Nadie lo cree. Pero lo coloca de todos modos: para evitar problemas, para señalar conformidad, para llevarse bien. Y como cada tendero en cada calle hace lo mismo, el sistema persiste.
No solo mediante la violencia, sino mediante la participación de la gente común en rituales que, en privado, sabe que son falsos.
Havel llamó a esto “vivir dentro de una mentira”. El poder del sistema no proviene de su verdad, sino de la disposición de todos a actuar como si fuera cierto. Y su fragilidad proviene de la misma fuente: cuando incluso una sola persona deja de actuar —cuando el verdulero quita su letrero— la ilusión empieza a resquebrajarse.
Ha llegado el momento de que las empresas y los países retiren sus letreros. Durante décadas, países como Canadá prosperaron bajo lo que llamamos el orden internacional basado en normas. Nos unimos a sus instituciones, alabamos sus principios y nos beneficiamos de su previsibilidad. Podíamos impulsar políticas exteriores basadas en valores bajo su protección.
Sabíamos que la historia del orden internacional basado en normas era parcialmente falsa. Que los más fuertes se eximirían cuando les conviniera. Que las reglas comerciales se aplicaban de manera asimétrica. Y que el derecho internacional se aplicaba con rigor variable según la identidad del acusado o de la víctima.
Esta ficción era útil, y la hegemonía estadounidense, en particular, ayudó a proveer bienes públicos: rutas marítimas abiertas, un sistema financiero estable, seguridad colectiva y apoyo a marcos para resolver disputas.
Así que pusimos el letrero en la ventana. Participamos en los rituales. Y, en gran medida, evitamos señalar las brechas entre la retórica y la realidad. Ese pacto ya no funciona. Permítanme ser directo: estamos en medio de una ruptura, no de una transición. En las dos últimas décadas, una serie de crisis —financiera, sanitaria, energética y geopolítica— dejó al descubierto los riesgos de una integración global extrema.
Más recientemente, las grandes potencias empezaron a usar la integración económica como arma. Aranceles como palanca. Infraestructura financiera como coerción. Cadenas de suministro como vulnerabilidades a explotar. No se puede “vivir dentro de la mentira” del beneficio mutuo mediante la integración cuando la integración se convierte en la fuente de tu subordinación. Las instituciones multilaterales en las que se apoyaban las potencias medias —la OMC, la ONU, las COP—, la arquitectura de la resolución colectiva de problemas, están muy debilitadas.
Como resultado, muchos países están llegando a las mismas conclusiones. Deben desarrollar mayor autonomía estratégica: en energía, alimentos, minerales críticos, finanzas y cadenas de suministro. Este impulso es comprensible. Un país que no puede alimentarse, abastecerse de energía o defenderse tiene pocas opciones. Cuando las normas ya no te protegen, debes protegerte tú. Pero seamos lúcidos sobre adónde conduce esto. Un mundo de fortalezas será más pobre, más frágil y menos sostenible.
Y hay otra verdad: si las grandes potencias abandonan incluso la pretensión de normas y valores para perseguir sin trabas su poder e intereses, los beneficios del “transaccionalismo” se vuelven más difíciles de replicar. Los hegemones no pueden monetizar continuamente sus relaciones. Los aliados diversificarán para cubrirse ante la incertidumbre. Comprarán seguros. Aumentarán opciones. Esto reconstruye la soberanía —una soberanía que antes estaba anclada en normas—, pero que estará cada vez más anclada en la capacidad de resistir la presión.
Esta gestión clásica del riesgo tiene un coste. Pero ese coste de la autonomía estratégica, de la soberanía, también puede compartirse. Las inversiones colectivas en resiliencia son más baratas que que cada uno construya su propia fortaleza. Los estándares compartidos reducen la fragmentación. Las complementariedades son de suma positiva.
La pregunta para las potencias medias, como Canadá, no es si debemos adaptarnos a esta nueva realidad. Debemos hacerlo. La pregunta es si nos adaptamos simplemente construyendo muros más altos —o si podemos hacer algo más ambicioso.
Sta per partire la V rottamazione delle cartelle esattoriali voluta da Salvini e soci
Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti
di Italo Calvino
“C era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema
politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo
sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari
smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci
di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè
chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori
in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un
sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché
per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito:
in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non
escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità
collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa
delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale
interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a
guardar bene, il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente
collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto
collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era, non solo lecita, ma
benemerita.
Il paese aveva, nello stesso tempo, anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte
su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente
riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto, non diciamo a fare
bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto
pretendere che qualcuno ci rimettesse); la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente, in nome
del bene comune, i disavanzi delle attività che, sempre in nome del bene comune, s’erano distinte
per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul
dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza ( così come in certe località
all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose),
atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il
sollievo della coscienza a posto, la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva
amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate
da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi,
provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano
avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante,
anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un
regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile
stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie
intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali, per legittimare i loro compiti istituzionali,
dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti
gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo
tradizionale che, coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più
modeste fino allo scippo in motoretta), s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella
giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo
riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli
stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio
d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come
l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo
fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore
sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema
che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano
trovare il loro vantaggio pratico, senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a
posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato
per una pur sempre numerosa categoria di cittadini, cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli
onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi,
né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale,
condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le
cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa
funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al
merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si
sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi
ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi,
predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in
malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel
potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse
magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che
il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in
margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di
tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna
pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e
affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé
( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli
onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza
altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo
magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di
qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non
sappiamo cos’è ”.
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Tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo Mondadori editore. Pubblicato anche da
la Repubblica, 15 marzo 1980
Groenlandia, Silicon Valley e la sicurezza come alibi / Una guerra senza titoli: la campagna di sgomento e terrore di Israele in Cisgiordania

Groenlandia, Silicon Valley e la sicurezza come alibi
Di Ruth Ferrero-Turrión* – Público.es
Controllare la Groenlandia significa ridurre la dipendenza dalla Cina e garantire la leadership tecnologica americana.
L’ossessione di Donald Trump per la Groenlandia è stata presentata come l’ennesima delle sue eccentricità. Tuttavia, dietro la retorica roboante sulla “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti si cela un’operazione molto più profonda: la creazione di un partenariato pubblico-privato progettato per garantire alle principali aziende tecnologiche statunitensi il controllo di minerali critici, rotte artiche e infrastrutture digitali che sosterranno la prossima fase di competizione sistemica con la Cina.
Da anni Washington sta rimodellando la propria strategia di sicurezza attorno a un concetto più ampio di “difesa economica”. Non si tratta più solo di portaerei o basi militari, ma di catene di approvvigionamento, dati, intelligenza artificiale e materie prime essenziali per la transizione energetica e l’economia digitale. La Groenlandia si adatta a questo ruolo come elemento chiave: un territorio ricco di terre rare, nichel, cobalto e grafite; situato al crocevia di nuove rotte commerciali aperte dallo scioglimento dei ghiacci; e con un immenso potenziale per ospitare data center alimentati da energia rinnovabile a basso costo.
La narrazione ufficiale enfatizza la minaccia militare russa e cinese nell’Artico. Ma la vera forza trainante dell’interesse statunitense non è la remota possibilità di uno scontro navale, quanto piuttosto il timore che Pechino consolidi il suo predominio nella lavorazione dei minerali e nella produzione di batterie, semiconduttori e tecnologie verdi. Controllare la Groenlandia significa intervenire nel collo di bottiglia dell’economia del XXI secolo.
In questo scenario, le Big Tech hanno smesso di essere semplici lobbisti e sono diventate un attore strategico. Il rapporto simbiotico tra l’amministrazione Trump e la Silicon Valley si è cristallizzato in un modello in cui i confini tra interesse pubblico e profitto privato sono sfumati. Le aziende leader nell’intelligenza artificiale, nell’archiviazione dei dati e nell’informatica quantistica devono assicurarsi una fornitura stabile di minerali essenziali; in cambio, offrono allo Stato capacità di sorveglianza, infrastrutture digitali e proiezione geopolitica.
Un esempio significativo è KoBold Metals, un’azienda sostenuta da Bill Gates, Jeff Bezos e altri magnati che esplora giacimenti in Groenlandia utilizzando algoritmi di apprendimento automatico almeno dal 2019. Si presenta come “l’attività mineraria del futuro”, ma la sua logica è inequivocabilmente geopolitica: trasferire risorse attualmente sotto il controllo cinese in mani americane. Non è un caso che i suoi progetti siano cresciuti di pari passo con i dibattiti sulla sovranità mineraria strategica.
A questa complessa rete si aggiunge la proposta di creare una “Città della Libertà” sull’isola, un’enclave libertaria ad alta tecnologia dedicata all’intelligenza artificiale, ai veicoli autonomi e ai lanci spaziali. L’idea è in linea con la visione trumpiana di zone economiche esenti da normative sul lavoro e sull’ambiente. Si tratterebbe di un territorio quasi sovrano, collegato al Pentagono e al capitale di rischio, dove si potrebbero sperimentare la governance algoritmica e lo sfruttamento intensivo delle risorse. Il controllo sovrano della Groenlandia sarebbe il prerequisito per questo progetto. Non si tratta solo di estrarre minerali, ma di costruire un ecosistema completo: porti in acque profonde per nuove rotte artiche, cavi sottomarini, data farm, aeroporti per droni e razzi e città laboratorio per testare tecnologie con un controllo democratico minimo. In questa narrazione, la sicurezza funge da pretesto per una massiccia operazione di riorganizzazione territoriale al servizio del capitalismo digitale.
Tuttavia, per la popolazione groenlandese, la disputa non è un dibattito astratto. Con appena 57.000 abitanti e un’autonomia ancora dipendente dalla Danimarca, l’isola è diventata il teatro di una lotta che supera le sue capacità. La maggioranza rifiuta qualsiasi integrazione con gli Stati Uniti e preferisce espandere il proprio autogoverno. Tuttavia, le vere decisioni vengono prese lontano da Nuuk. In questo contesto, guardano con apprensione all’attuale situazione di minaccia americana percepita e con sospetto allo spiegamento di truppe danesi ed europee, presentate come rinforzo contro ipotetiche minacce. Per molte comunità Inuit, la militarizzazione non risponde alle loro priorità, che ruotano attorno alla pesca, alle infrastrutture, ai servizi di base e alla conservazione culturale. Questo è qualcosa che non interessa né agli europei né, ovviamente, agli americani.
Pertanto, gli interessi materiali e le loro implicazioni assumono un ruolo centrale, tanto che il controllo della Groenlandia significa ridurre la dipendenza dalla Cina e garantire la leadership tecnologica americana. Gli investimenti di KoBold e di altri attori rivelano un progetto a lungo termine: trasformare l’isola in un fornitore strategico e, contemporaneamente, in una piattaforma per la sperimentazione digitale.
Per i groenlandesi, il rischio è sostituire la vecchia dipendenza coloniale con una nuova dipendenza tecnologica ed estrattiva. Chi controllerà i dati generati dai sensori minerari? Quale impatto avranno i data center su un ecosistema fragile? Quali lavori rimarranno quando l’automazione dominerà l’estrazione? L’UE sta cercando di offrire alternative con i propri investimenti e un discorso di rispetto per l’autonomia, ma non ha il potere di attrazione e coercizione di cui dispone Washington.
La Groenlandia potrebbe diventare un progetto pilota, utilizzando il ricorso alla difesa occidentale per promuovere un modello che privatizza le funzioni statali essenziali. Le aziende tecnologiche, trasformate in guardiane della sicurezza nazionale, ottengono un accesso privilegiato a risorse e territori in cambio di promesse di innovazione. Il risultato è un capitalismo della sicurezza in cui la sovranità viene ridefinita in termini aziendali.
La Groenlandia non è un capriccio dell’ex presidente, ma piuttosto il sintomo di una profonda trasformazione. La competizione con la Cina si sta combattendo su miniere, cavi e algoritmi, e gli Stati Uniti hanno deciso che l’Artico sarà la loro prossima Silicon Valley. In risposta, Europa e America Latina sono ora territori contesi con due opzioni: sottomettersi al modello proposto da Washington o svilupparne uno alternativo che lo sfidi, mettendo al centro le persone e il pianeta. La cattiva notizia, per ora, è che la prima opzione sta guadagnando terreno. Groenlandia e Venezuela sono casi di studio perfetti di questa disputa globale in corso.
*Ruth Ferrero-Turrión, professoressa di Scienze politiche e Studi europei presso l’UCM.
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Una guerra senza titoli: la campagna di sgomento e terrore di Israele in Cisgiordania
Di Ramzy Baroud* – CounterPunch
Uno shock e uno sgomento. L’espressione è appropriata per descrivere ciò che Israele ha fatto nella Cisgiordania occupata quasi immediatamente dopo gli eventi del 7 ottobre 2023 e l’inizio del genocidio israeliano a Gaza.
Nel suo libro “The Shock Doctrine” , Naomi Klein definisce “shock and awe” non semplicemente come una tattica militare, ma come una strategia politica ed economica che sfrutta momenti di trauma collettivo – siano essi causati da guerre, disastri naturali o collasso economico – per imporre politiche radicali che altrimenti incontrerebbero resistenza. Secondo Klein, le società in stato di shock vengono rese disorientate e vulnerabili, consentendo a chi detiene il potere di attuare radicali trasformazioni, mentre l’opposizione è frammentata o sopraffatta.
Sebbene la politica sia spesso discussa nel contesto della politica estera statunitense – dall’Iraq ad Haiti – Israele ha impiegato tattiche di “shock-and-awe” con maggiore frequenza, coerenza e raffinatezza. A differenza degli Stati Uniti, che hanno applicato la dottrina in modo episodico in teatri di guerra distanti, Israele l’ha utilizzata in modo continuativo contro una popolazione prigioniera che vive sotto il suo diretto controllo militare.
In effetti, la versione israeliana dello “shock and awe” è da tempo una politica predefinita per reprimere i palestinesi. È stata applicata per decenni nei territori palestinesi occupati ed estesa ai paesi arabi confinanti ogni volta che si è rivelata utile agli obiettivi strategici israeliani.
In Libano, questo approccio è diventato noto come Dottrina Dahiya , dal nome del quartiere Dahiya di Beirut, sistematicamente distrutto da Israele durante la guerra del 2006 contro il Libano. La dottrina sostiene l’uso di una forza sproporzionata contro aree civili, il deliberato attacco alle infrastrutture e la riduzione in macerie di interi quartieri, al fine di scoraggiare la resistenza attraverso punizioni collettive.
Gaza è stata l’epicentro dell’applicazione di questa tattica da parte di Israele. Negli anni precedenti il genocidio, i funzionari israeliani hanno sempre più inquadrato i loro attacchi a Gaza come guerre limitate e “gestite”, progettate per indebolire periodicamente la resistenza palestinese.
Queste operazioni furono razionalizzate attraverso il concetto di “tagliare l’erba”, un’espressione usata dagli strateghi militari israeliani per descrivere l’uso periodico di una violenza schiacciante per “ristabilire la deterrenza”. La logica era che Gaza non poteva essere risolta politicamente, ma solo gestita indefinitamente attraverso distruzioni ricorrenti.
Ciò che accadde in Cisgiordania subito dopo l’inizio del genocidio di Gaza seguì uno schema sorprendentemente simile.
A partire dall’ottobre 2023, Israele ha lanciato una campagna di violenza senza precedenti in Cisgiordania. Questa includeva incursioni militari su larga scala in città e campi profughi, l’uso sistematico di attacchi aerei – in precedenza rari in Cisgiordania – il dispiegamento diffuso di veicoli blindati e un’ondata di violenza da parte dei coloni, condotta con il sostegno o la partecipazione diretta dell’esercito israeliano.
Il bilancio delle vittime aumentò rapidamente, con centinaia di palestinesi uccisi nel giro di pochi mesi, compresi bambini. Interi campi profughi, come Jenin, Nur Shams e Tulkarem, furono sottoposti a distruzione sistematica : strade distrutte, case demolite, reti idriche ed elettriche distrutte e l’accesso alle cure mediche fortemente limitato. Le forze israeliane assediarono ripetutamente le comunità, impedendo il movimento di ambulanze, giornalisti e operatori umanitari.
Allo stesso tempo, Israele ha accelerato la pulizia etnica delle comunità palestinesi, in particolare nell’Area C. Decine di villaggi beduini e rurali sono stati svuotati con la forza attraverso una combinazione di ordini militari, attacchi di coloni, demolizioni di case e negazione dell’accesso alla terra e all’acqua. Le famiglie sono state cacciate via attraverso un terrore prolungato, progettato per rendere impossibile la vita quotidiana.
Eppure, il periodo più violento di aggressione israeliana in Cisgiordania dalla Seconda Intifada (2000-2005) è stato ampiamente trascurato, in parte a causa della portata e dell’orrore del genocidio israeliano a Gaza. L’ annientamento di Gaza ha reso la violenza in Cisgiordania apparentemente secondaria nell’immaginario globale, nonostante le sue conseguenze a lungo termine possano rivelarsi altrettanto devastanti.
Allo stesso tempo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e la sua coalizione estremista sono riusciti a presentarsi al mondo come sconsiderati, sfrenati e ideologicamente motivati, disposti e capaci di espandere il ciclo di distruzione ben oltre Gaza, in Cisgiordania e oltre i confini di Israele, nei paesi arabi confinanti. Questa esibizione di estremismo ha funzionato come strategia politica.
Le conseguenze sono ormai inequivocabili. Ampie aree della Cisgiordania sono in rovina. Intere comunità sono state distrutte, il loro tessuto sociale e fisico deliberatamente smantellato. Secondo l’UNRWA, oltre 12.000 bambini palestinesi rimangono sfollati , il che suggerisce sempre più che si tratterebbe di uno sfollamento che potrebbe diventare permanente piuttosto che temporaneo.
La storia, tuttavia, offre una lezione fondamentale. La lotta palestinese contro il colonialismo israeliano ha ripetutamente dimostrato che i palestinesi non possono rimanere passivi all’infinito. Nonostante la paralisi e la frammentazione della loro leadership politica, la società palestinese ha costantemente rigenerato la propria capacità di resistenza.
Anche Israele comprende questa realtà. Sa che lo shock non è infinito, che la paura alla fine cede il passo alla ribellione e che, una volta che il trauma immediato inizierà ad attenuarsi, i palestinesi si riorganizzeranno e si opporranno alle condizioni di dominio imposte.
Quella in corso, quindi, è una corsa contro il tempo. Israele sta lavorando per consolidare quella che spera diventi una nuova realtà irreversibile sul campo, che consenta l’annessione formale, normalizzi il regime militare permanente e completi la pulizia etnica di ampi segmenti della popolazione palestinese.
Per questo motivo, è essenziale una comprensione più profonda e duratura degli eventi attuali in Cisgiordania. Senza affrontare direttamente questa realtà, i piani israeliani procederanno in gran parte incontrastati. Smascherare, resistere e, in ultima analisi, sconfiggere questi progetti non è solo una questione di analisi politica, ma un imperativo morale inscindibile dal sostegno al popolo palestinese nel ripristino della propria dignità e nel conseguimento della libertà a lungo negata.
*Ramzy Baroud è giornalista, autore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo prossimo libro, ” Before the Flood “, sarà pubblicato da Seven Stories Press. Tra i suoi altri libri figurano “Our Vision for Liberation”, “My Father was a Freedom Fighter” e “The Last Earth”. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).
Leggi anche: https://www.middleeastmonitor.com/20260115-a-cruel-truce-israels-ongoing-demolition-of-gaza/
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Gli interessi cinesi nell’Artico / Gli Stati Uniti stanno dicendo addio all’ONU?

Gli interessi cinesi nell’Artico
di Ander Sierra* – Diario Red
La Cina è consapevole che, senza una base che giustifichi la sua presenza nelle questioni artiche e senza un coinvolgimento solido, potrebbe rimanere ai margini del processo decisionale e dei progetti in fase di sviluppo.
La Cina comincia a temere seriamente le aspirazioni espansionistiche e territoriali degli Stati Uniti. L’intervento in Venezuela segna una svolta nella politica estera di Washington e dimostra fino a che punto è disposta ad arrivare per realizzare gli obiettivi delineati nella Dottrina Monroe e nel cosiddetto Corollario Trump.
L’amministrazione repubblicana non si limiterà solo al Paese latinoamericano, ma cercherà di imporre la propria volontà in altri punti dell’emisfero occidentale per, tra gli altri obiettivi, espellere la Cina. Uno di questi scenari, finora relativamente inosservato, è la Groenlandia, un’enorme isola appartenente alla Danimarca e situata nel cuore dell’Artico.
Come nel caso del Venezuela, Donald Trump invoca motivi di sicurezza nazionale e allude al presunto “controllo” esercitato dalla Cina sulla Groenlandia, esagerando la realtà della situazione. “Se non lo facciamo [controllare l'isola], la Russia o la Cina si impadroniranno della Groenlandia, e non vogliamo avere la Russia o la Cina come vicini. D’accordo?”, ha dichiarato il presidente repubblicano.
Pertanto, gli Stati Uniti stanno già valutando diverse opzioni per ottenere il controllo dell’isola, che vanno dall’acquisto del territorio all’uso della forza, passando per la mobilitazione e la promozione del movimento indipendentista groenlandese.
L’obiettivo è chiaro: dominare un asset chiave che consentirebbe di rafforzare la sua presenza nell’Artico, una regione sempre più importante a causa dello scioglimento dei ghiacci. A sua volta, ciò gli consentirebbe di contrastare gli interessi cinesi nella zona e di impedire che abbiano voce in capitolo nelle dinamiche artiche. Ma quali sono gli interessi di Pechino?
La presenza cinese nell’Artico
La Cina percepisce l’Artico come una regione sempre più rilevante dal punto di vista strategico. La posizione cinese su questo spazio ha raggiunto un punto di svolta nel 2018, quando ha pubblicato il suo primo Libro bianco, intitolato La politica artica della Cina.
Nel documento, si autodefinisce uno “Stato vicino all’Artico” nonostante l’evidente distanza geografica, sostenendo che le “condizioni naturali e i loro cambiamenti” hanno un “impatto diretto sul sistema climatico e sull’ambiente ecologico” del Paese e che partecipa attivamente “alle questioni transregionali e globali dell’Artico”.
Allo stesso modo, nel Libro bianco la Cina sostiene una governance “multilaterale” che tenga conto degli “Stati all’interno e all’esterno dell’Artico” per raggiungere “il reciproco vantaggio e il progresso comune”.
Con questa dichiarazione, Pechino cerca una legittimazione politica per partecipare alle dinamiche artiche e promuovere un approccio più inclusivo che vada oltre il Consiglio Artico, attualmente composto da otto paesi – Canada, Danimarca, Stati Uniti, Russia, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia – e al quale la Cina ha aderito nel 2013 come Stato osservatore.
Pechino è pienamente consapevole che, senza una base che giustifichi la sua presenza nelle questioni artiche e senza un coinvolgimento solido, potrebbe rimanere ai margini del processo decisionale e dei progetti in fase di sviluppo. Allo stesso tempo, questa narrativa le consente di presentarsi ai paesi con presenza geografica nell’Artico come un partner necessario e fondamentale per lo sviluppo di iniziative energetiche, scientifiche o commerciali.
Questa posizione si basa sull’idea che la Cina è coinvolta nell’Artico da decenni. Nel testo si fa riferimento al Trattato di Svalbard del 1920, al quale il Paese ha aderito cinque anni dopo, quando era ancora la Repubblica di Cina. Questo accordo riconosce la sovranità norvegese sull’arcipelago delle Svalbard, ma concede diritti economici a tutti i firmatari in settori quali lo sfruttamento delle risorse naturali, la navigazione o la ricerca scientifica.
Certamente, da allora la Cina ha sviluppato diverse attività e politiche nell’Artico, soprattutto in tempi recenti. Tra queste, ha promosso la Via della Seta Polare, un ramo della Nuova Via della Seta – una delle iniziative più emblematiche del mandato di Xi Jinping – destinata a “facilitare la connettività e lo sviluppo economico”.
La Cina è quindi interessata a costruire infrastrutture e a partecipare a progetti nell’Artico. Sebbene non si conosca con esattezza il volume degli investimenti, alcune fonti, come il Servizio di ricerca del Congresso degli Stati Uniti, sostengono che la potenza asiatica abbia destinato almeno 90 miliardi di dollari alla regione.
Tuttavia, è opportuno precisare la portata reale di questa presenza. Uno studio del Centro Belfer dell’Università di Harvard sottolinea che “molte cifre che circolano nel dibattito pubblico gonfiano il numero mescolando progetti reali con proposte fallite o mai realizzate”. Nel caso della Groenlandia, oggi così in voga, aggiunge che l’‘ansia’ generata dalla Cina “ha più a che fare con ciò che potrebbe accadere che con ciò che è realmente accaduto”.
Gli interessi cinesi nell’Artico
Gli sforzi cinesi per consolidare una presenza fisica e diplomatica devono essere compresi alla luce dei numerosi interessi che ha in questa regione. I più evidenti sono legati a questioni commerciali.
Le rotte marittime che si aprono attraverso l’Artico a seguito dello scioglimento dei ghiacci sono navigabili per periodi sempre più lunghi e con minore complessità logistica. In questo modo si accorciano sia le distanze che i giorni di viaggio dai porti cinesi all’Europa.
Uno degli obiettivi principali della Via della Seta Polare è quello di potenziare la Rotta Marittima del Nord (RMN), che costeggia la costa settentrionale della Russia e consente di ridurre quasi della metà il tempo necessario per raggiungere i porti europei. L’anno scorso, ad esempio, la nave Puente de Estambul è salpata dal porto di Ningbo-Zhoushan alla volta di Felixstowe, nel Regno Unito, in un viaggio durato 21 giorni. Sebbene non sia la prima volta che viene percorsa una rotta simile, si tratta comunque di una novità in quanto si tratta di un servizio di linea regolare e non di una spedizione puntuale o specializzata.
Inoltre, l’Artico è ricco di risorse naturali come petrolio, gas naturale, terre rare o oro, risorse che la Cina è interessata a esplorare, estrarre e consumare. In un certo senso, Pechino è già attiva in questo settore, ad esempio attraverso il suo coinvolgimento nel progetto russo Yamal LNG.
Un’altra dimensione chiave è quella strategica. La Rotta Marittima del Nord consentirebbe alla Cina di evitare colli di bottiglia come lo stretto di Malacca, il Mar Rosso o il canale di Suez, vie particolarmente vulnerabili ad attacchi, blocchi o interruzioni che avrebbero un impatto diretto sul suo commercio marittimo.
Questa logica si proietta anche sul piano militare. Pechino mostra un crescente interesse a rafforzare la sua presenza nell’Artico. Secondo un rapporto dell’intelligence danese pubblicato nel 2025, la potenza asiatica “aspira a sviluppare entro cinque-dieci anni una capacità indipendente di operare sia navi di superficie che sottomarini nelle acque artiche”.
Per ora, la sua attività si limita principalmente a operazioni ed esercitazioni congiunte con la Russia, il paese con cui mantiene un maggiore allineamento nell’Artico, ma questo modello potrebbe evolversi verso una posizione più indipendente con l’intensificarsi della competizione strategica con gli Stati Uniti.
Infine, non bisogna dimenticare le questioni scientifiche, fondamentali per comprendere gli effetti del cambiamento climatico e il suo impatto sul clima, la biodiversità e la sicurezza ambientale del Paese. Dal 1999, la Cina ha organizzato numerose spedizioni polari con la sua flotta di rompighiaccio e gestisce una stazione permanente a Svalbard.
*Ander Sierra, giornalista specializzato in politica internazionale. Direttore di Descifrando la Guerra. Interessato alla Repubblica Popolare Cinese e alla regione Asia-Pacifico. Master in Studi Internazionali presso l’UPV/EHU e in Studi sull’Asia Orientale presso l’UAM. Coautore del libro “La nuova era della Cina: la grande strategia per il sogno di Xi Jinping”.
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Gli Stati Uniti stanno dicendo addio all’ONU?
Di Thalif Deen* – Inter Press Service (IPS)
Alla luce del ritiro massiccio degli Stati Uniti da 66 entità dell’ONU, comprese convenzioni e trattati internazionali, è almeno teoricamente possibile che l’imprevedibile amministrazione di Donald Trump decida, prima o poi, di ritirarsi dall’ONU e di costringere il Segretariato ad abbandonare New York?
Oltre a queste entità, da quando è arrivato alla Casa Bianca quasi un anno fa, i ritiri hanno incluso anche l’uscita dal Consiglio dei diritti umani, dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco).
Allo stesso tempo, Washington ha imposto drastiche riduzioni dei finanziamenti alle entità dell’ONU dalle quali gli Stati Uniti non sono ancora usciti formalmente.
In questo contesto l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che è stata oggetto di forti critiche da parte dell’amministrazione Trump sin dal suo ritorno alla presidenza, dopo aver già governato il Paese tra il 2017 e il 2021, rischia di essere lasciata indietro?
Proprio la continua serie di dichiarazioni critiche nei confronti dell’organizzazione mondiale e del multilateralismo che essa incarna, da parte sia di Trump sia di alti funzionari della sua amministrazione, rafforza la possibilità di un ritiro totale degli Stati Uniti dall’ONU.
Stephen Zunes, professore di politica all’Università americana di San Francisco, che ha scritto ampiamente su questioni relative alle Nazioni Unite, ha dichiarato all’IPS che anche i presidenti statunitensi più ostili all’ONU, come Ronald Reagan e George W. Bush, ne hanno riconosciuto l’importanza nel promuovere gli interessi degli stessi Stati Uniti.
Essi hanno inoltre ribadito la necessità di mantenere nel suo complesso il sistema delle Nazioni Unite, anche quando, in casi specifici, venivano violati alcuni principi giuridici.
Allo stesso modo, ha osservato Zunes, gli Stati Uniti erano disposti a partecipare a vari organismi dell’ONU nel tentativo di esercitare la propria influenza, anche quando non condividevano alcune politiche o persino i mandati generali di tali organismi.
«Tuttavia, l’amministrazione Trump sembra rifiutare nel suo complesso il sistema giuridico internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale. Le sue dichiarazioni, in particolare dopo l’attacco al Venezuela, appaiono come un ritorno alle prerogative imperiali del XIX secolo e come un rifiuto del diritto internazionale moderno», ha affermato Zunes.
«Di conseguenza, è possibile che Trump ritiri gli Stati Uniti dalle Nazioni Unite e costringa l’ONU ad abbandonare New York», ha aggiunto, nonostante ciò violerebbe l’accordo del 1947 tra l’ONU e gli Stati Uniti che stabilisce la città come sede permanente dell’organizzazione.
Nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tenuto a settembre, Trump ha dichiarato: «Qual è lo scopo delle Nazioni Unite? Non si avvicinano nemmeno lontanamente al raggiungimento del loro potenziale».
Sminuendo l’ONU come un’organizzazione obsoleta e inefficace, si è vantato: «Ho posto fine a sette guerre, ho trattato con i leader di tutti questi Paesi e non ho mai ricevuto una telefonata dalle Nazioni Unite che mi offrisse aiuto per concludere un accordo».
Martin S. Edwards, vicepreside per gli affari accademici e studenteschi della Facoltà di Diplomazia e Relazioni Internazionali dell’Università Seton Hall, ha dichiarato all’IPS che «si tratta di un linguaggio ambiguo sulla riduzione dell’inefficienza e sulla lotta contro la diversità, confezionato come “carne rossa” per alimentare la base elettorale del presidente Trump».
A suo avviso, l’ostilità verso l’ONU è uno stratagemma che rientra nell’uso delle questioni internazionali per distrarre quegli elettori ai quali non sono ancora state mantenute le promesse che hanno favorito il ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Secondo Edwards, il fatto che il segretario generale non abbia ricevuto documenti di follow-up su quanto richiesto all’ONU è significativo. Ciò, ha sottolineato, rientra nel modello del presidente di adottare posizioni massimaliste per poi ottenere ben poco alla fine, anche se il risultato viene presentato come un grande trionfo.
Si tratta però di una sfida più ampia, ha affermato Edwards, che si articola su due fronti.
Primo: questa strategia continuerà a ridurre l’influenza degli Stati Uniti all’interno dell’ONU, anziché rafforzarla. Le relazioni estere stabili si basano sulla credibilità, e gli Stati Uniti stanno continuando a disperdere le proprie riserve di credibilità, lasciando che altri Paesi colmino il vuoto.
Secondo: questa politica può funzionare come buona pubblicità sui social media per gli elettori, ma ha scarso senso pratico. Ciò che la Casa Bianca sembra voler ottenere è un diritto di veto su ogni voce di bilancio e su ogni aspetto delle operazioni dell’ONU. Tuttavia, le quote di contribuzione non sono un menu à la carte, anche per il maggiore finanziatore dell’organizzazione, ha osservato Edwards.
Mandeep S. Tiwana, segretario generale di Civicus, un’alleanza globale di organizzazioni della società civile, ha dichiarato all’IPS che il ritiro dalle istituzioni internazionali da parte dell’amministrazione Trump rappresenta un attacco all’eredità del presidente Franklin D. Roosevelt.
Questa eredità, ha ricordato, includeva il New Deal, che contribuì a far uscire il Paese dalla Grande Depressione degli anni Trenta, e la visione che portò alla creazione dell’ONU per superare gli orrori della Seconda guerra mondiale.
«Molte delle istituzioni internazionali oggi colpite sono state costruite con il sangue, il sudore e le lacrime degli americani. Ritirarsi da queste istituzioni è un affronto ai loro sacrifici e vanifica decenni di cooperazione multilaterale in materia di pace, diritti umani, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile», ha affermato Tiwana.
Nel frattempo, gli attacchi di Washington contro l’ONU proseguono senza tregua.
In un’intervista a Breitbart News, il rappresentante degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha dichiarato che «un quarto di tutto ciò che fa l’ONU è pagato dagli Stati Uniti».
«Il denaro viene speso bene? Direi che al momento no, perché viene impiegato in una serie di progetti “woke”, invece che in ciò per cui l’ONU era stata originariamente concepita e in ciò che il presidente Trump e io riteniamo prioritario: concentrarsi sulla pace», ha aggiunto.
Storicamente, gli Stati Uniti sono stati il principale contributore finanziario dell’ONU, coprendo in genere circa il 22% del bilancio ordinario e fino al 28% di quello per il mantenimento della pace.
Tuttavia, paradossalmente, gli Stati Uniti sono anche il maggiore moroso. Secondo il Comitato amministrativo e di bilancio delle Nazioni Unite, gli Stati membri devono attualmente 1,87 miliardi di dollari sui 3,5 miliardi di contributi obbligatori previsti per l’attuale ciclo di bilancio.
L’ex presidente della Conferenza repubblicana della Camera dei rappresentanti, Elise Stefanik, già candidata alla carica di ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’ONU, è stata citata mentre affermava che «gli americani vedono nell’ONU un’istituzione corrotta, obsoleta e paralizzata, più concentrata sulla burocrazia, sulle procedure e sulle sottigliezze diplomatiche che sui principi fondanti di pace, sicurezza e cooperazione internazionale sanciti dalla sua Carta».
Da parte sua, in un attacco più velato all’ONU, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato: «Quello che chiamiamo “sistema internazionale” è oggi composto da centinaia di organizzazioni internazionali opache, molte delle quali presentano mandati sovrapposti, duplicazioni di attività, risultati inefficaci e gravi carenze nella governance finanziaria ed etica».
Anche quelle che un tempo svolgevano funzioni utili, ha aggiunto, si sono trasformate sempre più in burocrazie inefficienti, piattaforme per l’attivismo politicizzato o strumenti contrari agli interessi nazionali degli Stati Uniti.
«Queste istituzioni non solo non producono risultati, ma ostacolano l’azione di chi vorrebbe affrontare concretamente questi problemi. L’era degli assegni in bianco alle burocrazie internazionali è finita», ha concluso Rubio.
*Thalif Deen è capo dell’ufficio IPS presso le Nazioni Unite e direttore regionale per il Nord America. Segue l’attualità dell’ONU dalla fine degli anni Settanta.
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L’unica certezza è il cambiamento / Il mondo alla deriva


L’unica certezza è il cambiamento
Di Marcus Schneider* – International Politics and Society (IPS-Journal)
Mentre i disordini dilagano nel Paese, l’Iran è in bilico sul filo del rasoio, con un cambiamento imminente ma dalla forma e dal costo ancora sconosciuti.
“…Vedo il Tevere schiumare di sangue”, scrive Virgilio come oscura premonizione della fine della Repubblica romana. Due millenni dopo, un’altra repubblica sta vacillando: la Repubblica islamica dell’Iran. E anche questa sembra destinata a tutto tranne che a una fine pacifica. Una volta consolidata attraverso fiumi di sangue, ora, a quasi 47 anni dalla sua fondazione, affronta forse la sua sfida più grande: una popolazione in cui una maggioranza sempre crescente non vede prospettive né futuro e che si sta sollevando in massa per la quinta volta dal 2009 contro una leadership teocratica rigida e fossilizzata.
Le sfide, ovviamente, non sono una novità per questa repubblica che rivendica un’importanza storica mondiale. Un tempo si era schierata contro sia l’Oriente che l’Occidente, combattendo da sola contro un avversario di gran lunga superiore. “Molti nemici, molto onore” è stato a lungo il suo motto, finché Dio era dalla sua parte. Ma ora questo è incerto. Quasi cinque decenni di uno Stato teocratico hanno prodotto quella che è probabilmente la popolazione più laica del Medio Oriente. In questo senso, la vecchia critica mossa dai quietisti sciiti contro l’Ayatollah Khomeini è stata confermata: la fusione diretta tra religione e Stato corrompe entrambi.
Una repubblica sull’orlo del baratro
“Questa volta è diverso” — o almeno così si sente dire in molti luoghi. Si dice che non si tratti solo di un’altra crisi che la Repubblica Islamica sta attraversando, ma di una crisi multipla che, con una certa probabilità, ne annuncia la fine. In effetti, molte cose stanno accadendo contemporaneamente. Dal punto di vista militare, geopolitico, economico, fiscale, sociale e politico-ideologico, chi detiene il potere a Teheran è con le spalle al muro. Le minacce esterne e interne sembrano convergere. La repubblica difficilmente potrà sfuggire alla crisi. Ma tutto questo porterà, come sperano non pochi in Occidente, a una rottura netta: la fine dello Stato teocratico e la rinascita nazionale dell’Iran come potenza regionale laica, forse filo-occidentale?
Il scetticismo è giustificato. Lo storico Afshon Ostovar considera la situazione “del tutto imprevedibile”, vedendo effetti delle proteste che potrebbero muoversi in “direzioni drasticamente diverse”. L’unica certezza al momento è l’inevitabilità del cambiamento. Lo status quo stesso è, infatti, insostenibile.
Quello che era iniziato poco prima della fine dell’anno come una serie di proteste di minore entità, motivate da ragioni economiche, dalla metà della scorsa settimana si è trasformato in un movimento su larga scala con un chiaro orientamento politico. Tra i fattori che hanno contribuito a questo sviluppo, non da ultimo vi sono stati gli appelli di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, rovesciato nel 1979. Il suo nome ha chiaramente una forte risonanza nel Paese, non solo perché evoca un passato presumibilmente migliore, ma anche perché il resto dell’opposizione non è riuscito, in quasi cinquant’anni di esilio, a costruire nulla che assomigli a strutture vitali. Questa è la grande debolezza dell’opposizione. A differenza degli islamisti nel 1979, essa non dispone praticamente di organizzazioni o reti abbastanza solide da poter prendere il controllo dell’intero Stato.
La storia recente della regione è piena di rivolte che sono fallite o hanno finito per riprodurre il vecchio ordine. Eppure, come un faro di avvertimento nel cielo notturno sopra Teheran, incombe qualcosa di completamente diverso, qualcosa che non è affatto sconosciuto in Medio Oriente: il collasso dello Stato e la guerra civile.
Le proteste stesse offrono un assaggio di quest’ultima. In netto contrasto con il movimento Woman, Life, Freedom del 2022, queste proteste possono certamente essere descritte come inclini alla violenza. I video fatti uscire clandestinamente nonostante il blackout di Internet imposto dal regime mostrano soprattutto manifestanti giovani e giovanissimi, per lo più maschi, vestiti con felpe nere con cappuccio e maschere. Gli edifici governativi vengono incendiati, così come le moschee, più e più volte. Lo stesso Pahlavi, il cui nome riecheggia qua e là, invita i manifestanti a conquistare e difendere i centri cittadini in uno scontro diretto con le forze di sicurezza.
Una via oltre la violenza?
È tuttavia discutibile se le battaglie di strada, piuttosto che le manifestazioni pacifiche, siano davvero il metodo migliore contro un apparato di sicurezza pesantemente armato e brutale. Si tratta, come minimo, di un calcolo rischioso. Con il passare del tempo, è difficile per le forze di sicurezza continuare a sparare su manifestanti pacifici, soprattutto quando provengono dal loro stesso popolo, forse anche dalle loro stesse famiglie. Ma quando le strade assomigliano a una zona di guerra, la Repubblica Islamica viene coinvolta proprio dove è più efficace: nell’uso della violenza.
La questione centrale, ovviamente, è quella della resilienza del regime. Quanto è stabile di fronte a questa crisi multipla? Finora, in ogni caso, non si sono verificate rotture significative all’interno delle élite al potere. L’apparato repressivo funziona con terrificante efficienza: diverse centinaia di morti dall’inizio dell’anno sono già una stima realistica, con più di 200 solo a Teheran alla fine della settimana. Non conosciamo le cifre esatte. Il blackout di Internet e una situazione in cui informazione e disinformazione sono sempre più difficili da distinguere non fanno che aumentare l’incertezza.
Ciò che è chiaro, tuttavia, è che non si tratta semplicemente di un caso di popolo contro dittatura. La realtà è più complessa. Anche adesso, il regime è ancora in grado di mobilitare decine di migliaia di persone per manifestazioni di acclamazione. Centinaia di migliaia di persone sono organizzate nelle unità paramilitari Basij, i teppisti del regime. Nelle ultime elezioni presidenziali, caratterizzate da un ampio boicottaggio, 13 milioni di persone hanno comunque votato per l’ultraconservatore Saeed Jalili. La base sociale e ideologica del regime si sta progressivamente riducendo, ma esiste ancora. Chi lo ignora lo fa a proprio rischio e pericolo.
“Assad o bruciamo il Paese!”: questo era uno slogan molto diffuso tra i fedeli al regime in Siria. Potrebbe facilmente essere applicato alla Repubblica Islamica. Tra coloro che ancora associano il regime a una missione ideologica, si può presumere un alto grado di disponibilità al sacrificio. Il martirio ha una lunga tradizione nell’Islam sciita. L’incendio di moschee da parte di alcuni manifestanti potrebbe quindi essere più un fattore di mobilitazione che di deterrenza. Per le élite islamiste, per quanto ipocrite possano essere molte di loro, è chiaro che la loro vita e la loro sopravvivenza dipendono dalla continua esistenza della Repubblica Islamica. A differenza dei vertici monarchici del 1979, non hanno alcuna prospettiva di un esilio relativamente confortevole, dato il forte isolamento del loro Stato. La strategia di rovesciare con la violenza la Repubblica Islamica comporta quindi, come minimo, il rischio di un bilancio di vittime consistente.
L’intervento esterno non è meno rischioso. Anche se la logica di aiutare il movimento di protesta dall’esterno contro un brutale apparato di repressione sembra a prima vista convincente. Lo era anche in Libia. La storia non è stata benevola nei confronti dei cambiamenti di regime indotti dall’esterno. L’uso della forza aerea per sostenere le proteste di piazza è quasi senza precedenti. E dovrebbe essere chiaro cosa significherebbe: non un attacco chirurgico contro i centri di comando delle Guardie Rivoluzionarie, ma una guerra. Molto probabilmente un’escalation regionale. L’Iran possiede ancora, oltre al suo arsenale di missili a lungo raggio ridotto a giugno, una notevole scorta di missili a corto raggio, sufficienti a colpire il Golfo e l’Iraq, nonché le basi statunitensi presenti in quella zona. A differenza della Guerra dei Dodici Giorni, quando Teheran si riprese rapidamente dopo le prime 48 ore e non permise che lo scontro degenerasse eccessivamente, un regime islamista che opera secondo una logica di fine partita potrebbe essere incline a prendere decisioni unilaterali.
Non da ultimo per questo motivo, il rumore di spade americano nella regione sta incontrando scarso entusiasmo. Dal punto di vista dell’Arabia Saudita, l’Iran non è più la bestia di un tempo, ma uno Stato ideologicamente esausto il cui declino deve essere gestito piuttosto che lasciato finire in una palla di fuoco. Un regime impegnato in una lotta finale simile a quella di un martire, che mobilita i suoi ultimi alleati, è la definizione stessa di un incubo. Non meno da incubo sarebbe uno Stato di 90 milioni di persone che crolla completamente sotto il peso delle pressioni interne ed esterne, con possibili condizioni simili a una guerra civile e secessioni lungo linee etniche e confessionali, con il potenziale di destabilizzare l’intera regione. Se lo Stato crolla a Teheran, perché i curdi e i baluchi – i figliastri della Persia – dovrebbero aspettare che si ricostituisca?
Va da sé che un vuoto di potere e di Stato tra il Mar Caspio e il Golfo Persico attirerebbe tutte le altre potenze regionali. Riyadh non sarebbe più uno spettatore passivo di Abu Dhabi, Islamabad, Ankara o Baku. Per non parlare di Tel Aviv. Al centro di tutto ci sarebbe un Paese che rimarrebbe uno Stato nucleare di soglia, con 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito scomparso e un know-how nucleare molto avanzato.
Da parte dell’ex principe ereditario, in particolare, la comprensione del rischio appare sorprendentemente astratta. La politica dovrebbe essere qualcosa di più dei post sui social media e delle richieste di bombardamenti dalla sicurezza dell’esilio americano. La strategia di rovesciare violentemente il regime potrebbe ritorcersi in modo spettacolare, a un prezzo che il popolo iraniano dovrebbe pagare con il sangue. Più violenti diventano gli scontri e maggiore è la brutalità, meno persone scenderanno in piazza. Un approccio più promettente potrebbe essere quello di avviare l’agonia del regime in modo più delicato: insistendo sulla non violenza; creando un’alleanza di opposizione il più ampia possibile, in cui la stragrande maggioranza degli iraniani possa riconoscersi e che mostri anche apertura verso le forze riformiste all’interno della Repubblica Islamica. L’obiettivo deve essere la massima inclusività nell’alleanza contro il dittatore ormai anziano, non la purezza dottrinale. E assicurandosi, con visibilità pubblica, le garanzie degli americani che le sanzioni sarebbero state revocate in caso di transizione.
Se la storia ci insegna qualcosa, i regimi cadono quando parte delle vecchie élite cambiano schieramento e l’apparato di sicurezza si rifiuta di sparare sul proprio popolo. Quando la logica della violenza e della vendetta – che è, non da ultimo, la logica della Repubblica Islamica – può essere spezzata.
I fiumi di sangue che si profilano all’orizzonte non devono necessariamente diventare realtà. Ai tempi di Virgilio, il tumulto alla fine della Repubblica romana fu seguito, per inciso, dal regno di Augusto, che inaugurò un periodo di stabilità e di alta cultura per Roma. Il meglio deve ancora venire – inshallah, anche per l’Iran.
*Marcus Schneider è a capo del progetto regionale della FES per la pace e la sicurezza in Medio Oriente, con sede a Beirut, in Libano. In precedenza, ha lavorato per la FES come capo degli uffici in Botswana e Madagascar, tra gli altri.
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Un mondo alla deriva
Di Ramesh Jaura* – rjaura.substack.com
Come il ritiro degli Stati Uniti sta ridefinendo l’economia globale.
Per gran parte degli ultimi ottant’anni, l’economia mondiale – diseguale, litigiosa e spesso ingiusta – si è basata su un presupposto ostinato: quando il sistema fosse stato messo sotto pressione, gli Stati Uniti sarebbero comunque intervenuti.
Non sempre con generosità. Non sempre con coerenza. Ma abbastanza spesso da mantenere in piedi l’impalcatura: istituzioni finanziate, regole difese e cooperazione in caso di crisi mantenuta quando i problemi minacciavano di diffondersi oltre i confini. La presenza era importante non tanto per la sua perfezione quanto per la sua prevedibilità. Qualcuno, almeno, avrebbe contribuito a mantenere l’equilibrio.
Questo presupposto sta rapidamente svanendo.
Il 7 gennaio, il presidente Donald Trump ha firmato un memorandum presidenziale che ordina ai dipartimenti e alle agenzie statunitensi di smettere di partecipare e finanziare 35 organizzazioni internazionali non appartenenti all’ONU e 31 entità dell’ONU, ove legalmente consentito, con la motivazione che esse sono contrarie agli interessi o alla sovranità degli Stati Uniti. La decisione segnala un ritiro da parti del meccanismo che sostiene la cooperazione in materia di clima, sviluppo, coordinamento umanitario, standard lavorativi, costruzione della pace e governance.
Per la gente comune, tutto questo può sembrare lontano: burocrazie e acronimi. Ma le conseguenze non sono astratte. Gli organismi multilaterali sono le fondamenta dell’economia globale: sistemi silenziosi che riducono l’incertezza, coordinano gli standard, aiutano a prevenire il verificarsi di crisi a catena e organizzano il sostegno quando queste si verificano. Quando un importante finanziatore e artefice delle regole fa un passo indietro, le tubature non scoppiano dall’oggi al domani, ma la pressione cala, le perdite si diffondono e i paesi e le aziende iniziano a prepararsi a una realtà più dura: meno regole condivise, coordinamento più lento e più rischi in ogni cosa.
Ecco perché questo cambiamento è importante all’inizio del 2026. Gli Stati Uniti stanno facendo un passo indietro dalla gestione multilaterale e il resto del mondo è costretto a ricalibrarsi senza un punto di riferimento affidabile.
Il momento rende il contrasto ancora più netto. L’8 gennaio, le Nazioni Unite hanno pubblicato il World Economic Situation and Prospects 2026 (WESP), la sua valutazione annuale dello stato di salute dell’economia globale. Il rapporto non pone il ritiro degli Stati Uniti come titolo principale, cosa che i rapporti delle Nazioni Unite raramente fanno, ma descrive il tipo di mondo che tali decisioni accelerano: regole commerciali che sembrano meno prevedibili, un coordinamento del debito più lento e frammentato, finanziamenti per il clima che rimangono incerti e una governance tecnologica che si irrigidisce in blocchi.
Nel complesso, il messaggio è semplice: l’economia globale è ancora in movimento, ma sta perdendo allineamento. La crescita continua, ma la coerenza si assottiglia. La fiducia persiste, ma la convergenza sfugge. Il sistema funziona, ma sempre più senza un centro di gravità affidabile.
I dati principali possono sembrare quasi rassicuranti. La produzione globale è aumentata del 2,8% circa nel 2025 e si prevede che scenderà al 2,7% nel 2026 per poi risalire al 2,9% nel 2027. Sulla carta, ciò sembra indicare continuità, forse resilienza dopo anni di shock pandemici, guerre, inflazione e condizioni finanziarie difficili.
Tuttavia, le cifre trasmettono un messaggio più sottile. Una crescita a questo livello non è sufficientemente forte per sostenere gli sforzi che il mondo richiede oggi: ridurre la povertà su larga scala, ridurre le crescenti disuguaglianze e finanziare gli investimenti necessari per l’adattamento climatico e lo sviluppo sostenibile. E arriva in un momento in cui il mondo ha meno margini di manovra: i livelli di indebitamento sono più elevati, lo spazio fiscale è più ridotto e gli shock climatici sono più frequenti. Un modesto rallentamento che un tempo sarebbe stato gestibile può ora far precipitare le economie vulnerabili in una situazione di stress prolungato.
In epoche precedenti, un rallentamento come questo avrebbe potuto innescare stimoli coordinati, una rinnovata cooperazione commerciale o una riduzione multilaterale del debito. Oggi, invece, coincide con tariffe più elevate, rivalità strategica e persistente incertezza, gran parte della quale proviene dal Paese che un tempo era paladino dell’apertura.
Il costo dell’abbandono
Il rinnovato ricorso alle tariffe da parte degli Stati Uniti nel 2025 ha avuto un’importanza che va oltre il suo impatto economico immediato.
Il primo shock è stato gestito. Le aziende hanno spedito in anticipo. Le scorte sono aumentate. I consumatori hanno continuato a spendere. Il sistema ha assorbito il colpo iniziale.
Ma il danno più grave è stato psicologico e si sta diffondendo al rallentatore.
I dazi non sono solo una tassa alla frontiera, ma un segnale su come saranno gestite le controversie. Quando le regole sembrano condizionate, le aziende agiscono di conseguenza: ritardano gli investimenti, diversificano i fornitori in modo difensivo e mantengono più liquidità a disposizione. Si tratta di un comportamento razionale, ma che comporta un costo collettivo. Meno investimenti oggi significa minore produttività domani, e minore produttività significa crescita salariale più lenta, meno posti di lavoro di qualità e bilanci pubblici più ristretti.
E l’incertezza non si ferma al commercio. Una volta che la partecipazione e i finanziamenti diventano condizionati, ciò influisce su tutto ciò che dipende da impegni a lungo termine:
Il debito diventa più difficile da gestire perché il coordinamento si indebolisce e le ristrutturazioni richiedono più tempo. Mentre i negoziati si trascinano, i governi dirottano i fondi dalle scuole, dalle cliniche e dalle infrastrutture al servizio del debito.
Il finanziamento per il clima sta diventando meno affidabile, rendendo più difficile per i paesi vulnerabili investire in misure di prevenzione dei disastri prima che questi si verifichino. Quando i disastri colpiscono, questi paesi contraggono più prestiti, spesso a condizioni peggiori, rimanendo intrappolati in un ciclo di fragilità.
La tecnologia diventa più chiusa, poiché gli standard e le catene di approvvigionamento si dividono in sistemi rivali. I paesi che sono già in ritardo devono affrontare barriere all’ingresso più elevate, perdendo i guadagni di produttività che potrebbero aumentare i redditi.
L’economia globale, in effetti, sta imparando a funzionare senza un sostegno affidabile, e i primi a risentirne sono i paesi e le comunità con il minor margine di errore.
Resilienza senza slancio
Ad essere onesti, l’economia mondiale non è crollata. Nel 2025 si è dimostrata più solida di quanto molti si aspettassero. L’inflazione è diminuita, alcune condizioni monetarie si sono allentate, i mercati del lavoro sono rimasti sostanzialmente stabili e l’attività economica ha tenuto.
Ma la resilienza non è sinonimo di forza.
Il WESP afferma esplicitamente che la crescita rimane al di sotto della media pre-pandemia e che lo spazio fiscale si è ridotto in gran parte del mondo. L’elevato debito pubblico e l’aumento dei costi degli interessi limitano la capacità di azione dei governi. Molti paesi sono intrappolati in una scelta difficile: proteggere le persone ora o mantenere calmi i creditori. Spesso non possono fare entrambe le cose.
È qui che le medie globali smettono di essere rassicuranti e iniziano a essere fuorvianti. Un “atterraggio morbido” in una parte del mondo può sembrare soffocante in un’altra, perché la capacità di assorbire gli shock è distribuita in modo diseguale quanto il reddito stesso.
Un mondo che non converge più
Il cambiamento più significativo che si sta verificando ora è il meno visibile nei titoli dei giornali: il crollo della convergenza economica.
Per gran parte dei primi anni del XXI secolo, la globalizzazione, nonostante le sue distorsioni, ha permesso a molti paesi in via di sviluppo di crescere più rapidamente di quelli avanzati. La promessa di un “recupero” sembrava plausibile.
Questo slancio ha subito un rallentamento, a volte fino a fermarsi.
La crescita del reddito pro capite si sta indebolendo in gran parte del mondo in via di sviluppo, compresi i paesi meno sviluppati. La povertà è sempre più concentrata dove si sovrappongono conflitti, fragilità, indebitamento e vulnerabilità climatica.
Questo non è casuale. Riflette un mondo in cui l’accesso ai mercati, al capitale e alla tecnologia è sempre più mediato dal potere piuttosto che dai principi, dove le opportunità seguono le alleanze e le catene di approvvigionamento strategiche, non semplicemente il vantaggio comparativo.
Economie avanzate: stabilità rivolta verso l’interno
Le economie avanzate rimangono sostanzialmente stabili e si prevede che cresceranno modestamente. Ma la loro risposta all’incertezza è stata sempre più rivolta verso l’interno.
La politica industriale, un tempo associata principalmente allo sviluppo, è diventata una forma di isolamento strategico. Le catene di approvvigionamento sono “protette” attraverso il reshoring e il friend-shoring. La tecnologia è gestita attraverso restrizioni piuttosto che norme condivise.
Per i cittadini di questi paesi, tali politiche possono essere percepite come protettive. Per i cittadini dei paesi più poveri, possono sembrare una porta che si chiude silenziosamente: investimenti dirottati altrove, tecnologia più difficile da accedere, ingresso nel mercato più condizionato.
Cina, India e i limiti della sostituzione
Si è tentati di supporre che altri sostituiranno l’ancora perduta: la Cina, forse, o un gruppo di grandi economie emergenti. Ma le prospettive del WESP suggeriscono che ciò è improbabile. La crescita della Cina sta rallentando mentre gestisce la transizione strutturale e le difficoltà legate al debito; la crescita dell’India rimane forte, ma non può sostenere da sola la domanda globale.
Una singola economia in rapida crescita non può sostituire un sistema multilaterale basato su regole. Il suo ruolo stabilizzatore deriva dalla prevedibilità: standard comuni, risoluzione delle controversie, condivisione degli oneri e coordinamento delle crisi. In un mondo frammentato, queste funzioni si indeboliscono e le economie più piccole ne pagano le conseguenze per prime.
Debito senza arbitro
Il debito è il punto in cui la deriva istituzionale diventa brutalmente concreta.
Il debito è sempre stato parte integrante dello sviluppo. Ciò che è cambiato è l’assenza di un arbitro efficace. Quando il coordinamento si indebolisce e l’incertezza aumenta, il capitale diventa più cauto e più costoso, soprattutto per i paesi senza mercati profondi o valute di riserva.
Per milioni di persone, ciò si traduce in scuole sottofinanziate, ospedali a corto di personale, progetti infrastrutturali ritardati e riduzione del sostegno sociale. I paesi tagliano gli investimenti non perché rifiutano lo sviluppo, ma perché lo spazio per perseguirlo è svanito.
Il clima come moltiplicatore di fragilità
Il debito sarebbe già di per sé una sfida sufficiente. Il cambiamento climatico fa sì che non agisca mai da solo.
Gli shock climatici ora si comportano come eventi macroeconomici: interrompono la produzione, distruggono le infrastrutture, fanno aumentare i prezzi dei generi alimentari e mettono a dura prova i bilanci pubblici. Ogni shock aumenta il fabbisogno di prestiti. Ogni prestito rende più difficile sopravvivere allo shock successivo. ([Reuters][4])
Ecco perché la finanza climatica è così importante. Non si tratta di beneficenza, ma di investimento preventivo. Quando non arriva, i paesi ricostruiscono dopo i disastri invece di prepararsi ad affrontarli, e il conto cresce ogni anno.
Cibo, energia e crisi quotidiana
A livello di strada, questi fallimenti strutturali si manifestano in modo più semplice: il costo della vita.
L’inflazione può diminuire, ma i prezzi rimangono alti rispetto ai redditi. L’insicurezza alimentare persiste dove si scontrano i cambiamenti climatici, i conflitti e le catene di approvvigionamento fragili. I costi energetici rimangono un peso per i paesi dipendenti dalle importazioni.
Per le famiglie, le decisioni sono immediate: pasti meno nutrienti, cure mediche ritardate, bambini ritirati dalla scuola e chiusura delle piccole imprese. Per i governi, la pressione è incessante, ma lo spazio fiscale è limitato. Quando le difficoltà sfociano in disordini, i mercati scontano il rischio, i costi di finanziamento aumentano, le valute si indeboliscono e le importazioni diventano più costose, aggravando ulteriormente la situazione.
Crescita senza trasformazione
Molte regioni in via di sviluppo stanno ancora crescendo. Ma la crescita senza trasformazione è fragile.
La crescita demografica assorbe gran parte dell’espansione dell’Africa, lasciando scarsi i guadagni pro capite. Le lacune infrastrutturali persistono. Gli investimenti in capitale umano sono schiacciati dal debito. L’obiettivo di crescita degli SDG per i paesi meno sviluppati rimane irraggiungibile, non necessariamente per mancanza di impegno, ma perché il contesto per lo sviluppo tardivo è più difficile, più frammentato e più condizionato rispetto al passato.
Tecnologia: il prossimo divario
La tecnologia, in particolare l’IA, arriva come promessa e pericolo.
Il WESP è cauto per una buona ragione. I guadagni di produttività potrebbero arrivare, ma probabilmente saranno disomogenei. Lo sviluppo dell’IA dipende dai dati, dalla potenza di calcolo, dalla manodopera qualificata e dal capitale su larga scala, risorse concentrate in una manciata di paesi e aziende.
Per i paesi già limitati dal debito e dallo spazio fiscale ridotto, le barriere all’ingresso sono formidabili. L’automazione minaccia i lavori di routine, mentre premia i ruoli altamente qualificati. Senza una forte protezione sociale, lo spostamento diventa insicurezza e l’insicurezza diventa instabilità politica.
La tecnologia non arriva su una tabula rasa. Amplifica ciò che già esiste, compresa la disuguaglianza.
Il multilateralismo in declino
Facendo un passo indietro, il quadro è chiaro.
Le regole commerciali si frammentano. Il coordinamento del debito si blocca. Gli impegni sul clima sono in ritardo. La governance tecnologica si irrigidisce in blocchi. Il sistema multilaterale esiste ancora, ma senza il sostegno politico necessario per far rispettare o evolvere le sue regole.
Il ritiro degli Stati Uniti accelera questa deriva. Altri riempiono selettivamente parte dello spazio, ma nessuno sostituisce il coordinamento perduto. Il sistema diventa più reattivo, trattando le crisi dopo che sono scoppiate, piuttosto che prevenirle.
Un equilibrio a bassa crescita e alto rischio
Il pericolo non è il collasso. È il radicamento.
Il mondo rischia di assestarsi su un equilibrio a bassa crescita e alto rischio: shock più frequenti, riprese meno complete, disuguaglianze più durature. La crescita continua, ma senza convergenza. L’innovazione avanza, ma senza inclusione. La stabilità viene mantenuta, ma a costo della resilienza a lungo termine.
Si tratta di un mix esplosivo. Quando i salari ristagnano, i prezzi aumentano e le opportunità si riducono, le persone perdono fiducia non solo nei governi, ma anche nell’idea che il sistema possa garantire un futuro equo.
La silenziosa accusa e la scelta sempre più ristretta
Il WESP 2026 non assegna colpe. Non è questo il suo ruolo. Ma nel suo insieme, si legge come una silenziosa accusa di deriva: del multilateralismo che si erode non attraverso un drammatico collasso, ma attraverso l’incuria, con il coordinamento che cede il passo alla concorrenza e il lungo termine ripetutamente rinviato.
Il futuro che delinea non è inevitabile. Gli strumenti che un tempo hanno costruito un’economia globale più integrata – finanza coordinata, regole condivise, investimenti collettivi – esistono ancora. Ciò che manca è la volontà di utilizzarli.
Ricostruire il multilateralismo richiederebbe coraggio politico: riformare l’architettura del debito, mobilitare finanziamenti per il clima su larga scala, governare la tecnologia in modo più inclusivo e accettare una verità fondamentale: le crisi di una regione non rimangono confinate in modo netto.
In assenza di tali sforzi, il mondo continuerà a seguire il suo percorso attuale: crescendo, ma alla deriva; innovando, ma dividendo; sopravvivendo, ma senza progredire.
*Ramesh Jaura è un giornalista con 60 anni di esperienza come freelance, capo dell’Inter Press Service e fondatore-editore di IDN-InDepthNews. Il suo lavoro si basa su reportage sul campo e sulla copertura di conferenze ed eventi internazionali.
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Il neoimperialismo degli Stati Uniti mette piede in America Latina, minaccia l’Iran e l’Europa e pone in allerta Cina e Russia

Di Juan Antonio Sanz* – Público.es
Trump sta completando il saccheggio del Venezuela e si prepara ad attaccare l’Iran e a fagocitare la Groenlandia. Cina e Russia rafforzano il loro potere militare, ma per il momento evitano lo scontro diretto con gli Stati Uniti.
Un anno fa, al momento del giuramento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di portare la pace nel mondo, ma ciò che ha ottenuto, come ha indicato questo fine settimana l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk, è stato renderlo «meno sicuro». Le ultime minacce di Trump sulla Groenlandia, i suoi avvertimenti di un possibile attacco all’Iran o al Messico e la strategia ostruzionistica per ottenere il controllo del flusso mondiale di petrolio vanno in questa direzione
«Non ho bisogno delle leggi internazionali» per decidere cosa fare del mondo, ha affermato Trump questa settimana in un’intervista al New York Times. Dopo il suo attacco al Venezuela e il sequestro del suo presidente, Nicolás Maduro, una settimana fa, e il saccheggio in atto delle sue ricchezze petrolifere; con la minaccia di bombardare il Messico per porre fine ai cartelli della droga e avvertimenti simili di intervenire in Colombia, Cuba e Iran, e con la certezza che «con le buone o con le cattive» strapperà la Groenlandia alla Danimarca, alleata della NATO e membro dell’Unione Europea, Trump ha ripreso senza mezzi termini l’imperialismo del XIX secolo. Ma con il potere di essere attualmente il paese più potente del pianeta e la supposizione che nessuno oserà sfidarlo.
In realtà, quest’ultima premessa non è così solida, come dimostrano le manovre militari iniziate venerdì al largo delle coste sudafricane e che dureranno una settimana. Riuniscono le forze navali e aeree di Cina, Russia, Iran e del paese ospitante, membri del gruppo BRICS, uno dei movimenti internazionali che sfidano l’egemonia degli Stati Uniti.
Le manovre erano previste per la fine di novembre, ma sono state rinviate a causa dello svolgimento del vertice del G20 in Sudafrica. Non rappresentano una minaccia per la potenza militare statunitense, ma la loro convocazione in questo momento di massima tensione mondiale lancia un messaggio molto chiaro: Pechino e Mosca, gli unici che de facto hanno tenuto testa a Trump dal suo arrivo al potere, potrebbero complicargli le cose, poiché parlano la stessa lingua, basata sulla forza e sull’autoritarismo. E dispongono dei meccanismi geopolitici ed economici per farlo.
Sfida a Cina e Russia
Per il momento, la posizione di cinesi e russi di fronte agli eventi precipitati dall’attacco al Venezuela è di cautela, nonostante la sfida diretta che Trump ha lanciato loro. Alla Cina ha tagliato il flusso di petrolio dal Venezuela, che vendeva al gigante asiatico la maggior parte del suo greggio, e ha anche chiuso le porte agli interessi economici di Pechino nel Paese sudamericano. La Russia, teorico alleato del Venezuela, ha visto compromessa la sua immagine in America per la sua apparente inazione di fronte alla destituzione di Maduro. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno accelerato in questi giorni la confisca di diverse navi della flotta fantasma che trasporta il petrolio russo in tutto il mondo, anche senza una risposta decisa da parte del Cremlino.
Ma la calma di Pechino e Mosca dovrebbe essere motivo di preoccupazione per Washington. La chiusura del rubinetto del petrolio venezuelano (il 4% degli acquisti mondiali di petrolio della Cina) non minaccia l’approvvigionamento cinese. Lo farebbe invece un attacco totale all’Iran, paese che fornisce una parte notevole degli idrocarburi destinati alla Cina. Ma questa stessa situazione potrebbe portare a un aumento sostanziale degli acquisti cinesi di petrolio russo. Le manovre militari del Sudafrica lanciano il messaggio che l’associazione strategica ed economica sino-russa sta per accelerare.
È anche un messaggio all’Iran, che Trump ha minacciato questo fine settimana di attaccare nuovamente. Ma ancora più importante è sottolineare che le esercitazioni congiunte sono protagoniste dei BRICS, quel club di paesi emergenti in cui cinesi e russi appaiono come motori e in cui figurano Stati importanti come il Sudafrica, il Brasile o l’India, riluttanti ad accettare le tesi di Trump.
Lasci stare il Messico
Altri paesi nel mirino degli Stati Uniti, come il Messico, potrebbero prendere in considerazione un maggiore avvicinamento ai BRICS nel mezzo della crociata di destabilizzazione mondiale di Trump. Questa pressione ha portato sabato scorso 75 membri del Congresso democratici statunitensi ad avvertire il Segretario di Stato Marco Rubio del “disastro” che comporterebbe un attacco al Messico con il pretesto di Trump di colpire i cartelli del narcotraffico.
I democratici statunitensi seguono con particolare attenzione ciò che accade in Venezuela. A poco servono le telefonate di Trump ai magnati petroliferi statunitensi per coordinare le loro azioni una volta dato il via al saccheggio degli idrocarburi venezuelani, se la situazione della sicurezza in questo paese caraibico precipita nel caos.
Una guerra imminente contro l’Iran?
Tutto questo alla vigilia di un più che probabile attacco degli Stati Uniti all’Iran, dove nelle ultime due settimane sono esplose massicce proteste contro il regime. La gravissima crisi economica che sta attraversando il Paese persiano è all’origine di queste rivolte, ma la crescente dimensione politica sta spingendo il regime degli ayatollah a scatenare una maggiore repressione.
Alcune organizzazioni iraniane per i diritti umani parlano già di “centinaia” di morti, per lo più “giovani tra i 18 e i 22 anni uccisi a distanza ravvicinata” durante i disordini iniziati lo scorso 28 dicembre. L’ONG Iran Human Rights (IHRNGO) ha precisato domenica che i morti confermati sono già quasi duecento.
Trump ha ribadito il suo sostegno ai manifestanti iraniani e ha minacciato nuovamente un intervento militare se la repressione da parte del governo di Teheran dovesse continuare. Quest’ultimo, a sua volta, ha accusato Washington, in una lettera inviata all’ONU, di «interferire negli affari interni dell’Iran con minacce, incitamenti e deliberati incentivi all’instabilità e alla violenza».
Molto preoccupante, in questo senso, è stata la conversazione telefonica avuta sabato tra Marco Rubio e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo il media statunitense Axios, hanno parlato della situazione di stallo a Gaza, dei massicci attacchi del Pentagono allo Stato Islamico in Siria e, in particolare, delle proteste in Iran e della possibilità di ripetere gli attacchi lanciati lo scorso giugno prima da Israele e poi dagli Stati Uniti contro il Paese persiano.
Per il momento, Israele ha attivato il «massimo allarme» di fronte alla possibilità che gli Stati Uniti lanciano una nuova ondata di bombardamenti sull’Iran. Teheran, da parte sua, ha minacciato domenica Israele e le basi e le navi statunitensi nella regione, che diventerebbero “obiettivi legittimi” del suo esercito, anche con attacchi preventivi, come ha sottolineato il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf.
Il controllo della gestione energetica mondiale
Come nel caso del Venezuela, l’interesse di Trump per l’Iran non è solo politico. Questo Paese ha occupato parte dell’agenda dell’incontro che ha tenuto venerdì con l’élite degli oligarchi statunitensi del petrolio e del gas. La strategia di Trump è evidente e si basa sull’imposizione, con la coercizione e la forza, del controllo statunitense sul commercio, sul dominio tecnologico e sulla distribuzione di idrocarburi e risorse critiche. E su questo punto l’Iran è un Paese chiave, non solo in Medio Oriente, ma soprattutto per i mercati asiatici, compreso quello cinese.
Gli Stati Uniti sono il più grande produttore mondiale di petrolio e gas. Non hanno bisogno né del greggio venezuelano né di quello iraniano. Ma vogliono gestirli e controllare l’approvvigionamento globale di queste fonti energetiche. Soprattutto per tenere testa alla Cina. Per il momento questo Paese sta resistendo, ma non passerà molto tempo prima che reagisca, come è successo quando Trump ha voluto trasformare Pechino nella principale vittima della sua estorsione tariffaria. E non ci è riuscito di fronte alla risposta ferma e dura della Cina.
Ora gli Stati Uniti sfidano la Cina in America Latina ed è certo che, prima o poi, Pechino difenderà i propri interessi in quella regione chiave per il commercio mondiale del futuro, per la sua uscita sul bacino del Pacifico e il suo ruolo di ponte tra Europa, Africa e Asia. Una regione che Trump vuole trasformare nel suo cortile di casa e inserire nella sua strategia neoimperialista mondiale.
La Russia, in attesa di ciò che accadrà in Groenlandia
Anche la Russia aspetta con calma, favorita da questa valanga di crisi scatenata da Trump, mentre prosegue nel suo obiettivo vitale, la vittoria in Ucraina. Per il momento, questa guerra è passata in secondo piano, con grande soddisfazione di Mosca. Per il Cremlino è più importante ciò che potrebbe accadere con l’Iran, ma anche, in una certa misura, dopo il ritiro quasi completo della Russia dalla Siria lo scorso anno, dove Mosca e Teheran sostenevano l’ormai rovesciato regime di Bashar al-Assad, le relazioni tra Russia e Iran si sono progressivamente allontanate.
La Russia continua a seguire con maggiore attenzione ciò che potrebbe accadere in Groenlandia, dove la tensione cresce di giorno in giorno tra le richieste di Trump di annessione con le buone o con le cattive, le aspirazioni indipendentiste delle principali forze politiche groenlandesi e la debolezza dell’Unione Europea, dove si comincia già a considerare seriamente la perdita dell’isola più grande del mondo.
A Mosca non piace molto avere una portaerei americana delle dimensioni della Groenlandia che sfiora i suoi interessi al Polo Nord. Tuttavia, guarda con gioia al danno irreparabile che la conquista dell’isola da parte degli Stati Uniti potrebbe significare per la NATO, un colpo dal quale l’organizzazione atlantica potrebbe non riprendersi, come ha sottolineato il governo danese, che ha quel territorio artico sotto la sua giurisdizione.
Anche nel caso della Groenlandia, per Trump prevalgono gli aspetti economici e le riserve minerarie. Ma in questo caso, la questione strategica è altrettanto importante, con la possibilità di controllare l’Artico occidentale dalla Groenlandia. Un dominio estendibile alle rotte commerciali che, sulle coste settentrionali della Siberia, Russia e Cina vogliono sfruttare congiuntamente.
L’opzione militare, sempre più vicina
Trump lo ha ribadito venerdì scorso. Gli Stati Uniti non permetteranno «alla Russia o alla Cina di occupare la Groenlandia». Per questo motivo, è già deciso a «fare qualcosa» con quel territorio artico, «che piaccia o no» ai danesi e agli europei.
«Mi piacerebbe raggiungere un accordo, come sapete, in modo pacifico; ma se non lo faremo in modo pacifico, lo faremo con la forza», ha insistito, riferendosi all’uso della forza per sottrarre l’isola alla Danimarca. Per Trump, a questo punto, non c’è alternativa al controllo statunitense della Groenlandia, nonostante l’85% dei 57.000 groenlandesi rifiuti tale integrazione.
Questa settimana è previsto un incontro tra le autorità danesi e Marco Rubio. Forse allora sarà chiara la reale posizione degli Stati Uniti, che potrebbe semplicemente essere la sentenza definitiva sul dominio danese dell’isola, il colpo di grazia alla NATO e la constatazione che l’UE è solo un gruppo di mercanti ignorati da tutti e incapaci di difendere gli interessi vitali dei suoi membri.
*Juan Antonio Sanz, giornalista e analista per Público su temi internazionali. È specialista universitario in Servizi di intelligence e Storia militare. È stato corrispondente dell’agenzia EFE in Russia, Giappone, Corea del Sud e Uruguay, professore universitario e cooperante in Bolivia, e analista giornalistico a Cuba. Parla correntemente inglese e russo. È autore di un libro di viaggi e folklore.
Leggi anche: https://www.mundiario.com/articulo/internacional/trump-sonaria-que-marco-rubio-pueda-ser-proximo-presidente-cuba/20260111200636370191.html
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Il sovrano del mondo
L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela – un “attacco spettacolare” l’ha chiamata lo stesso Trump – è un atto criminale. L’elenco dei crimini è lungo e variegato: la violazione della proibizione, nell’art. 2 della carta dell’Onu, dell’uso della forza contro uno Stato sovrano, qualificato come crimine di aggressione dall’articolo 5 dello statuto della Corte penale internazionale; l’assassinio di almeno 80 persone, che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti sul Parlamento del Venezuela, sul palazzo del governo, su aeroporti, caserme e basi miliari; il sequestro di persona del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie, catturati dagli aggressori entrati arbitrariamente nella loro abitazione; la violazione della Costituzione degli Stati Uniti, il cui primo articolo, nella sezione 8, affida le decisioni in materia di guerra al Congresso, il quale invece non è stato neppure informato dell’aggressione. Il fatto che Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini. Il narcotraffico, ovviamente, è un pretesto. I veri obiettivi sono due: l’immenso petrolio venezuelano e, soprattutto, la dimostrazione al pianeta di chi è il vero sovrano del mondo.
Trump non solo si è vantato, come sempre, della sua eccezionalità e della sua potenza militare, ma ha dichiarato che il Venezuela sarà d’ora in poi governato dagli Stati Uniti, dunque che è una terra di conquista; al punto, se sarà necessario, che è già programmata una seconda aggressione militare. Ha progettato il sostanziale controllo del petrolio venezuelano come “roba nostra” e i molti miliardi che ne verranno alle compagnie statunitensi. Ha minacciato l’intera America Latina, a cominciare da Cuba e dalla Colombia, ma anche il mondo intero, al quale ha esibito l’indiscutibile superpotenza militare degli Stati Uniti.
L’aspetto più penoso della vicenda è stato il sostanziale silenzio dell’Unione Europea e dei suoi stati membri e addirittura la sua giustificazione da parte del governo italiano. Per quattro anni in Europa si è inveito quotidianamente contro Putin, ripetendo che da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito. Oggi, di fronte, di nuovo, a un’aggressione, nella quale da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito, la mancata indignazione dell’Unione annulla la già debole credibilità dell’intera politica europea, incapace in quattro anni di una sola iniziativa diplomatica nei confronti della Russia. Il vanto incontrastato di Trump per l’operazione segnala apertamente il crollo del diritto internazionale, sostituito dalla legge del più forte, ostentata del resto, e non solo praticata, anche dagli altri autocrati suoi alleati, Putin e Netanyahu.
Questa generale, esplicita abdicazione del diritto internazionale avrà l’effetto di rendere d’ora in poi legittima e scontata qualunque sua violazione, passata e futura: ieri l’invasione russa dell’Ucraina, domani quella cinese di Taiwan e poi altre ancora, da Cuba alla Groenlandia, già del resto apertamente minacciate. Fino alla normalizzazione e alla mondializzazione delle guerre di aggressione.
Mai come oggi sarebbe perciò necessaria, per fermare questa deriva, una reazione istituzionale, senza la quale il diritto internazionale cesserà di esistere: anzitutto l’incriminazione di Trump, come già quella di Putin e quella di Netanyahu, da parte della Corte penale internazionale, i cui membri, tuttavia, sono stati più volte, da questi stessi criminali, aggrediti, minacciati e pesantemente intimiditi; in secondo luogo una condanna politica, decisa a maggioranza, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oltre che di tutti i paesi che ancora credono nelle ragioni del diritto; in terzo luogo la mobilitazione in tutto il mondo delle forze pacifiste e, più semplicemente, di tutte le persone civili. L’impunità del crimine, la sua passiva e spaventata accettazione, la sottomissione alla sua violenza e prepotenza equivalgono sempre alla sua legittimazione.
Il 3 gennaio ha segnato una svolta nel già dissestato diritto internazionale. Dopo le tante guerre – alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia – contrabbandate con le ipocrite qualifiche di guerra etica, esportazione della democrazia, difesa preventiva e simili – è stata proclamata ufficialmente, dalla più grande potenza militare del mondo, la legge del più forte. Questa legge selvaggia, in un mondo nel quale la forza è quella di 12.000 testate nucleari divise tra ben nove potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano. La sola alternativa, improbabile ma possibile, è, come sempre, una rifondazione costituzionale della carta dell’Onu, che non si limiti a proclamare la pace, ma introduca la sola garanzia che renda impossibile le guerre: la messa al bando delle armi – di tutte le armi concepite per uccidere – tramite la previsione e la severa punizione della loro produzione e del loro commercio come crimini gravissimi contro l’umanità. Nell’interesse di tutti, fuorché degli attuali padroni del mondo. E’ un’utopia, certamente. Ma non abbiamo nient’altro. E’ la sola cosa che abbiamo. Consiste in una prospettiva, solo lontanamente possibile, ma che, proprio per questo, abbiamo tutti il dovere di perseguire.
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* Su il manifesto di martedì 6 gennaio 2026

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L’aggressione nordamericana al Venezuela, culminata nel rapimento del presidente Nicolás Maduro, segna in modo inequivocabile la fine dell’ordine internazionale nato dai solenni “mai più” pronunciati, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, con la Carta delle Nazioni Unite del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e i Patti internazionali sui diritti civili del 1966.
Questa azione di pirateria internazionale, indegna di quella che veniva impropriamente chiamata la più grande democrazia del mondo, è un colpo micidiale al diritto, ai diritti e alla democrazia e segna il crollo del diritto internazionale e del multilateralismo.
I commenti e i dibattiti che su questo intervento si svolgono sulla nostra televisione risultano, per lo più, desolanti.
Sia chi plaude, sia chi denuncia, condanna, si indigna e invoca mobilitazione, lotta e resistenza, restano ancorati all’esistente, prigionieri di un “realismo volgare” che si traduce nella mancanza di alternative.
Indignazione, denuncia e lotta non bastano, se non riescono a dar vita a una visione e a una pratica politica alternativa.
E questa alternativa esiste. È il costituzionalismo globale: unica strada in grado di scongiurare nuove catastrofi globali e di dar vita a una Federazione della Terra basata su una Costituzione rigida e garantista, frutto di una rifondazione costituzionale delle Nazioni Unite.
Un’alternativa difficile, certamente improbabile, ma non per questo impossibile, promossa da “Costituente Terra” in Italia, in Europa, in gran parte dell’America centro-meridionale e in molte altre aree del mondo.
E’ la sola alternativa realistica alla legge del più forte e alla sudditanza dell’intera umanità alla violenza delle armi, alla politica degli affari e agli interessi di pochi padroni del mondo.
Per questo Costituente Terra propone la mobilitazione a suo sostegno di tutte le forze dell’associazionismo sociale, civile, politico e democratico.
Esecutivo Costituente Terra
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Piena adesione al documento dell’Esecutivo di Costituente Terra da parte del Circolo Territoriale Sardegna – Cagliari
Signor Presidente,
illustri membri del Consiglio di sicurezza,
La questione che oggi il Consiglio si trova ad affrontare non è il carattere del governo del Venezuela .
La questione è se uno Stato membro – con la forza, la coercizione o lo strangolamento economico – abbia il diritto di determinare il futuro politico del Venezuela o di esercitare un controllo sui suoi affari.
Questa questione rimanda direttamente all’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite , che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato.
Il Consiglio deve decidere se tale divieto debba essere mantenuto o abbandonato.
Abbandonarlo avrebbe conseguenze gravissime.
Contesto e contesto
Dal 1947, la politica estera degli Stati Uniti ha ripetutamente fatto ricorso alla forza, ad azioni segrete e alla manipolazione politica per provocare un cambio di regime in altri Paesi. Si tratta di una questione di documentazione storica accuratamente documentata. Nel suo libro Covert Regime Change (2018), la politologa Lindsey O’Rourke documenta 70 tentativi di cambio di regime da parte degli Stati Uniti solo tra il 1947 e il 1989.
Queste pratiche non sono terminate con la Guerra Fredda . Dal 1989, le principali operazioni di cambio di regime intraprese dagli Stati Uniti senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza hanno incluso, tra le più significative: Iraq (2003), Libia (2011), Siria (dal 2011), Honduras (2009), Ucraina (2014) e Venezuela (dal 2002 in poi).
I metodi impiegati sono ben consolidati e documentati. Tra questi rientrano la guerra aperta; operazioni di intelligence segrete; istigazione a disordini; sostegno a gruppi armati; manipolazione dei mass media e dei social media ; corruzione di funzionari militari e civili; omicidi mirati; operazioni sotto falsa bandiera; e guerra economica volta a distruggere la vita civile.
Tali misure sono illegali ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e solitamente provocano violenza continua, conflitti mortali, instabilità politica e profonda sofferenza per la popolazione civile.
Il caso del Venezuela
Il recente comportamento degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela è chiaro.
Nell’aprile 2002, gli Stati Uniti vennero a conoscenza di un tentativo di colpo di stato contro il governo venezuelano e lo approvarono.
Negli anni 2010, gli Stati Uniti hanno finanziato gruppi della società civile attivamente impegnati in proteste antigovernative , in particolare nel 2014. Quando il governo ha represso le proteste, gli Stati Uniti hanno risposto con una serie di sanzioni . Nel 2015, il presidente Barrack Obama ha dichiarato che il Venezuela rappresenta “una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
Nel 2017, durante una cena con i leader latinoamericani a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump discusse apertamente l’opzione che gli Stati Uniti invadessero il Venezuela per rovesciarne il governo.
Tra il 2017 e il 2020, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni drastiche alla compagnia petrolifera statale . La produzione di petrolio è diminuita del 75% dal 2016 al 2020 e il PIL reale pro capite (PPA) è diminuito del 62%.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ripetutamente votato a larga maggioranza contro tali misure coercitive unilaterali. Secondo il diritto internazionale , solo il Consiglio di Sicurezza ha l’autorità di imporre tali sanzioni.
Il 23 gennaio 2019, gli Stati Uniti hanno riconosciuto unilateralmente Juan Guaidó come “presidente ad interim” del Venezuela e il 28 gennaio 2019 hanno congelato circa 7 miliardi di dollari di beni sovrani venezuelani detenuti all’estero e hanno conferito a Guaidó l’autorità su determinati beni.
Queste azioni fanno parte di un continuo sforzo di cambio di regime da parte degli Stati Uniti che dura da oltre due decenni.
La recente escalation globale degli Stati Uniti
Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno effettuato bombardamenti in sette paesi, nessuno dei quali autorizzato dal Consiglio di Sicurezza e nessuno dei quali intrapreso per legittima difesa ai sensi della Carta. Tra i paesi presi di mira figurano Iran, Iraq, Nigeria , Somalia , Siria, Yemen e ora Venezuela.
Nel mese scorso, il Presidente Trump ha lanciato minacce dirette contro almeno sei Stati membri delle Nazioni Unite, tra cui Colombia, Danimarca , Iran, Messico, Nigeria e, naturalmente, Venezuela. Tali minacce sono riassunte nell’Allegato I alla presente dichiarazione.
Cosa è in gioco oggi
I membri del Consiglio non sono chiamati a giudicare Nicolás Maduro.
Non sono chiamati a valutare se il recente attacco degli Stati Uniti e l’attuale quarantena navale del Venezuela si tradurranno in libertà o in sottomissione.
I membri del Consiglio sono chiamati a difendere il diritto internazionale, e in particolare la Carta delle Nazioni Unite.
La scuola realista delle relazioni internazionali, articolata in modo brillante da John Mearsheimer, descrive accuratamente la condizione di anarchia internazionale come “la tragedia della politica delle grandi potenze”. Il realismo è quindi una descrizione della geopolitica, non una soluzione per la pace. La sua conclusione è che l’anarchia internazionale conduce alla tragedia.
All’indomani della Prima Guerra Mondiale, la Società delle Nazioni fu creata per porre fine alla tragedia attraverso l’applicazione del diritto internazionale. Tuttavia, negli anni ’30, le principali nazioni del mondo non riuscirono a difendere il diritto internazionale, portando a una nuova guerra globale.
Le Nazioni Unite emersero da quella catastrofe come il secondo grande sforzo dell’umanità per anteporre il diritto internazionale all’anarchia. Nelle parole della Carta, l’ONU fu creata “per salvare le generazioni future dal flagello della guerra, che per due volte nel corso della nostra vita ha portato indicibili sofferenze all’umanità”.
Dato che viviamo nell’era nucleare, il fallimento non può ripetersi. L’umanità perirebbe. Non ci sarebbe una terza possibilità.
Misure richieste al Consiglio di sicurezza
Per adempiere alle proprie responsabilità ai sensi della Carta, il Consiglio di sicurezza dovrebbe immediatamente adottare le seguenti misure:
Gli Stati Uniti cesseranno immediatamente e desisteranno da ogni minaccia esplicita o implicita o dall’uso della forza contro il Venezuela.
Gli Stati Uniti porranno fine alla quarantena navale e a tutte le misure militari coercitive correlate intraprese in assenza di autorizzazione del Consiglio di sicurezza.
Gli Stati Uniti ritireranno immediatamente le proprie forze militari dall’interno e lungo il perimetro del Venezuela, comprese le risorse di intelligence, navali, aeree e altre risorse dispiegate in avanti e posizionate per scopi coercitivi.
Il Venezuela aderirà alla Carta delle Nazioni Unite e ai diritti umani tutelati dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Il Segretario generale nominerà immediatamente un Inviato speciale, incaricato di coinvolgere le parti interessate venezuelane e internazionali e di riferire al Consiglio di sicurezza entro quattordici giorni con raccomandazioni coerenti con la Carta delle Nazioni Unite, e il Consiglio di sicurezza continuerà a occuparsi urgentemente di questa questione.
Tutti gli Stati membri si astengono da minacce unilaterali, misure coercitive o azioni armate intraprese al di fuori dell’autorità del Consiglio di sicurezza, in stretta conformità con la Carta.
In chiusura
Signor Presidente, illustri membri,
La pace e la sopravvivenza dell’umanità dipendono dal fatto che la Carta delle Nazioni Unite rimanga uno strumento vivo del diritto internazionale o che venga lasciata appassire fino a perdere rilevanza.
Questa è la scelta che oggi si presenta al Consiglio.
Grazie.
*Jeffrey D. Sachs, professore e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile presso la Columbia University.
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In 148 minuti sono crollati 80 anni di ordine internazionale. È arrivata l’ora dei mostri
Di Federico Fasano Mertens* – Articolo inviato dall’autore a OtherNews
Il 3 gennaio, in soli 148 minuti, dalle 2:01 alle 4:29 del mattino, gli Stati Uniti con 150 aerei F35, F22 e bombardieri B1 hanno distrutto l’edificio dell’ordine internazionale faticosamente costruito 80 anni fa alla fine della seconda guerra mondiale, gettando i semi di una tirannia mondiale e instaurando un nuovo paradigma.
La storia sembrava tornare indietro di nove secoli, riesumando dal suo sarcofago il potente Gengis Khan, che nel XII e XIII secolo impose con la forza la sua legge nel mondo.
Il rapimento di un presidente latinoamericano e di sua moglie, dopo la violazione della sovranità venezuelana, attraverso un attacco che ha ucciso decine di esseri umani, senza previa dichiarazione di guerra, instaura un nuovo ordine mondiale, dove tutto è lecito, dove l’impunità sarà la legge, legittimando totalmente l’invasione della Russia in Ucraina, il genocidio di Gaza, l’imminente invasione della Cina a Taiwan, la scomparsa dell’Armenia e decine di conflitti armati che non sono scoppiati per il timore punitivo delle nazioni civilizzate e/o la condanna della Corte Penale Internazionale o il ripudio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Agendo in questo modo, gli Stati Uniti stanno creando le condizioni soggettive per una terza guerra mondiale. Ora tutto è lecito. Il precedente non ha precedenti.
Il nuovo paradigma ha avuto la sua epifania. La violenza non è più la levatrice della storia, ma il suo regresso.
L’invasione e il rapimento di un presidente e di sua moglie non è stato il crimine più grave degli Stati Uniti, perché quel Paese ci ha abituati alle invasioni nella nostra America ribelle, e anche il 3 gennaio ha invaso Panama e rapito il suo presidente. Il crimine innovativo è stato al centro della conferenza stampa del presidente statunitense Donald Trump. Quella conferenza stampa è stata il crimine peggiore e ciò che è stato detto lì non ha effettivamente precedenti.
La traduzione del suo annuncio ci riporta indietro di 100 anni prima dell’era cristiana, quando un impero imponeva la sua legge mondiale senza rendere conto a nessuno della sua volontà predatoria.
In quella convocazione Trump ha chiarito che possiede l’esercito più potente del pianeta e che l’operazione di sequestro di un presidente, che ha insolitamente trasformato in martire, è stata magnifica, hollywoodiana, un’opera d’arte che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale, sottolineando che tutte le nazioni prendano debita nota di quanto accaduto. Ha minacciato Cuba, alla cui nazione “fallita” ha comunicato che sarebbe arrivato il suo turno, avvertendo anche il presidente colombiano Gustavo Petro di stare attento a “pararsi il culo”. Alla carismatica e rispettata presidente del Messico ha ricordato che dal suo Paese il narcotraffico aggredisce i cittadini degli Stati Uniti e che è stato un errore da parte sua non accettare l’intervento delle truppe statunitensi in territorio messicano per combatterlo. Anche il Messico sembra essere nella lista del padrone del mondo. Un linguaggio e un’eccentricità simili in un governante non si vedevano dai tempi di Caligola. La sua arrogante sincerità è degna di ammirazione.
Ha sostenuto che gli Stati Uniti governeranno il Venezuela fino a quando non verrà eletto un governo “adeguato”. È stato anche sincero nel rivelare che recupererà con la forza tutto il petrolio venezuelano, che 50 anni fa, nel 1976, il presidente Carlos Andrés Pérez nazionalizzò, dopo aver concordato con le aziende statunitensi un ingente risarcimento. Non ha detto che continuerà a decidere quali governi latinoamericani devono governare i loro paesi, come ha recentemente deciso in Honduras e nelle elezioni di medio termine in Argentina, dove ha influito spudoratamente affinché il suo delfino, Javier Milei, lo stesso che ha dichiarato che la giustizia sociale era aberrante, si imponesse in elezioni che aveva perso, prima della sua promessa di “regalargli” 20 miliardi di dollari.
Neanche Adolf Hitler nelle sue minacciose conferenze stampa arrivò a tanta audacia. Hitler rivendicava, come nel caso dei Sudeti della Cecoslovacchia, un territorio abitato da tedeschi, che il Trattato di Versailles aveva espropriato alla Germania quando questa perse la prima guerra mondiale. E la Francia e l’Inghilterra, con una debolezza suicida, glielo concessero. Le atrocità naziste contro altre nazioni si verificarono dopo la dichiarazione formale della seconda guerra mondiale.
Nel caso venezuelano non c’è alcuna dichiarazione di guerra, ma semplicemente un crimine di guerra che consisteva nell’invasione di un paese sovrano per sequestrare i suoi leader e impossessarsi della più grande riserva di petrolio al mondo.
Il sequestro della sovranità latinoamericana è un errore storico, le cui conseguenze sono imprevedibili. Con quale diritto si potrà sanzionare qualsiasi invasione di un paese bellicoso contro un’altra nazione indifesa, se gli Stati Uniti hanno già legittimato tale comportamento?
Come è possibile che un paese come gli Stati Uniti, dopo quella conferenza stampa del suo presidente, in cui ha fatto a pezzi l’ordine mondiale, continui a far parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?
Trump non solo ha violato tutte le norme dell’ONU, ha polverizzato i trattati internazionali precedentemente firmati dal suo paese, ma ha anche umiliato le leggi statunitensi che gli imponevano di dimostrare che la sicurezza nazionale degli Stati Uniti era minacciata dal Venezuela, cosa che non ha fatto, e di chiedere 48 ore prima dell’atto di guerra e di sequestro l’autorizzazione del Congresso statunitense. Cosa che non ha fatto. È diventato un violatore seriale del diritto interno ed estero.
Il nazismo è stato una svolta nella storia universale, perché ha minacciato la pace mondiale e ha instaurato la legge del più forte. Anche questo 3 gennaio è stato una svolta nella storia. Ma con una differenza rispetto alla Germania nazista. Gli Stati Uniti sono la principale potenza mondiale, la Germania non lo era. Era piuttosto una nazione impoverita dall’ingiusto Trattato di Versailles, che la follia di Adolf Hitler sfruttò per accendere la fiamma del nazionalismo canaglia e sommergere l’Europa nell’orrore e nell’olocausto.
Quando, dopo la battaglia di Trafalgar, l’Inghilterra si eresse a prima potenza mondiale e intraprese la colonizzazione forzata di numerosi popoli, la perfida Albione, al di là delle sue atrocità, mantenne certe forme diplomatiche. Il Trump degli Stati Uniti fa un culto dell’informalità criminale. Si vanta persino della propria sfrontatezza internazionale.
Ha avuto l’audacia di resuscitare la Dottrina Monroe, l’America per gli americani. E la verità è che non siamo preparati ad affrontare questi nuovi momenti della storia. Io stesso devo confessare di essermi sbagliato su Donald Trump. Pensavo che la sua elezione fosse un disastro per il popolo di quel Paese, ma un sollievo al di fuori dei confini nazionali, perché nel suo primo governo si era mostrato meno bellicoso di Bush e Biden. Diceva solo di interessarsi alla politica interna, non alle vituperate ambizioni imperiali.
È stato tutto il contrario, è diventato uno dei presidenti statunitensi più dichiaratamente bellicosi degli ultimi tempi e il più grande violatore delle norme nazionali e
internazionali. Ma Trump non è stato originale nella costruzione di questo nuovo paradigma. Si è nutrito delle idee degli intellettuali e dei politici imperiali che lo hanno preceduto. La differenza con loro è che sta mettendo in pratica queste idee nel suo secondo mandato.
Chi sono gli autori di riferimento di questa banda bellicista che ha costruito il sinistro discorso del padrone e dello schiavo?
L’ex presidente Wilson dichiarò in pieno Congresso dell’Unione che “avrebbe insegnato alle repubbliche sudamericane a eleggere buoni deputati”.
Il celebre Billy Sunday che definiva un sinistrista latinoamericano come “un tipo con il muso di un porcospino e un alito che farebbe scappare una puzzola”, aggiungendo che se potesse “li ammucchierebbe tutti nelle prigioni fino a far loro sporgere i piedi dalle finestre”.
Charles Krauthammer che, non molto tempo fa, nel 1999, ha scritto sul Washington Post: “Gli Stati Uniti cavalcano il mondo come un colosso. Da quando Roma ha distrutto Cartagine, nessun’altra grande potenza ha raggiunto le vette che abbiamo raggiunto noi. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda, si sono assicurati la Polonia e la Repubblica Ceca e poi hanno polverizzato la Serbia e
l’Afghanistan. E, tra l’altro, ha dimostrato l’inesistenza dell’Europa“. L’ineffabile Zbigniew Brzezinski ha dichiarato che ”l’obiettivo degli Stati Uniti deve essere quello di mantenere i nostri vassalli in uno stato di dipendenza, garantire la docilità e la protezione dei nostri sudditi e impedire l’unificazione dei barbari”.
Il bostoniano Henry Cabot Lodge affermando che “nel XIX secolo nessun popolo ha eguagliato le nostre conquiste, la nostra colonizzazione e la nostra espansione e ora nulla ci fermerà”. Marse Henry Watterson dichiarando che gli Stati Uniti sono “una grande repubblica imperiale destinata ad esercitare un’influenza determinante sull’umanità e a plasmare il futuro del mondo come nessun’altra nazione ha mai fatto, nemmeno l’impero romano”.
L’ex vicepresidente Cheney disse in occasione di questa guerra santa: “Gli Stati Uniti non devono vergognarsi di essere una grande potenza e hanno il dovere di agire con forza per costruire un mondo a immagine degli Stati Uniti”. Mentre l’ex capo del Pentagono fu più chiaro, nel caso non avessimo capito. Rumsfeld dixit citando la frase preferita di Al Capone: «Si ottiene di più con una parola gentile e una pistola che con una sola parola gentile».
E potremmo continuare con decine di dichiarazioni simili che coronano questa ideologia dell’orrore e che eccedono lo spazio di questo articolo.
La grande domanda del momento è: cosa fare?
La rottura massiccia delle relazioni diplomatiche è impossibile in un mondo capitalista dove l’economia domina la politica e dove gli Stati Uniti sono la grande locomotiva della finanza mondiale. Quando il rapporto di forze è sfavorevole, rimane solo la forza morale, che Gandhi ha dimostrato essere così efficace da mettere in ginocchio l’impero britannico.
Faccio appello a essa suggerendo di mobilitare le seguenti mosse tattiche per isolare il governo di Donald Trump, rendendolo un governo paria. Non bisogna lasciare nulla di intentato.
1) Promuovere manifestazioni negli Stati Uniti che rivendichino il diritto alla pace e chiedano l’impeachment del presidente Trump per la sua violazione della legalità statunitense.
2) Dichiarazione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, in cui sicuramente più di centocinquanta paesi condanneranno il comportamento degli Stati Uniti.
3) Che almeno un paese proponga giuridicamente, sulla base della carta costitutiva dell’ONU, l’espulsione degli Stati Uniti dall’organizzazione internazionale. Il solo fatto di proporre una richiesta senza precedenti e che ovviamente non si concretizzerà, sia per ragioni economiche che geopolitiche, sarà il primo caso nella storia dell’ONU, accentuando l’isolamento desiderato.
4) Elaborare una lista nera dei governi che dicono di difendere la democrazia rappresentativa e si sono pronunciati a favore dell’invasione e del sequestro statunitense. Questo elenco di infamia e tradimento dei principi democratici, come la defezione del presidente francese Macron, che ha elogiato la condotta bellica degli Stati Uniti, servirà ad accentuare l’isolamento del predatore.
5) Manifestazioni popolari nella maggior parte dei paesi ogni 3 del mese a favore della pace e contro il bellicismo statunitense.
La nostra America Latina, dichiarata territorio di pace, è stata violata. La guerra si è già insediata nel nostro continente. È giunto il momento di prendere coscienza e prepararsi, con nuove idee e nuove pratiche che siano realistiche e ammettano che, come diceva Gramsci, è giunta l’ora dei mostri.
Non voglio vivere in questo mondo grottesco dove regna l’egemonia dei Trump, dei Milei, dell’irragionevolezza, corazzati dall’indifferenza complice dell’Europa e dei tiepidi che non sono ancora stati “vomitati dalla sua bocca”.
Tuttavia continuo a credere nell’umanità. E per confortarmi mi affido al mio grande maestro spirituale, l’antropologo gesuita Teilhard de Chardin, che nella sua opera magnum “Il
fenomeno umano” ci ha trasmesso con convinzione questo futuro pieno di speranza: “Un giorno, dopo aver sottomesso i venti, le onde, i mari e la gravità… domineremo le energie dell’amore. Allora, per la seconda volta nella storia dell’umanità, l’uomo avrà scoperto il fuoco”.
*Federico Fasano Mertens è giornalista, scrittore, imprenditore nel settore dei media (storico proprietario del quotidiano La República) e avvocato uruguaiano nato in Argentina.
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L’oscurità della guerra, la speranza della pace. Come superare la crisi delle Nazioni Unite. L’Europa: una nuova Camaldoli per rifondarla

Da Dossier Caritas 2025. L’oscurità della guerra, la speranza della pace. Come superare la crisi delle Nazioni Unite. L’Europa: una nuova Camaldoli per rifondarla
di Franco Meloni
In diverse occasioni Papa Francesco con la sua straordinaria capacità di leggere “i segni dei tempi” ci ha fatto riflettere sul tempo che stiamo vivendo nel quale «i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza». [Nota 1]
I cambiamenti si presentano come un coacervo di evenienze di valenza positiva e negativa, a seconda degli utilizzi che se ne fa e, evidentemente, del punto di vista degli osservatori. Così l’Intelligenza artificiale, novità dei nostri tempi, può essere utilizzata per fare del bene: es. combattere il cancro (qui dovremo essere universalmente d’accordo) o come strumento per fare del male, es. la sua introduzione nelle micidiali armi da guerra (qui troviamo molti fautori, a partire dai costruttori/commercianti di armi che le vendono a governi e trafficanti, lucrando profitti astronomici, nonostante questi sofisticatissimi ingegni, come i droni dotati di armamenti, seminino morte e distruzione negli scenari di guerra) [Nota 2].
La Democrazia in crisi
Un altro esempio di cambiamento in atto, a mio parere estremamente negativo, su cui ci soffermiamo, essendo una questione che ci sta a cuore, la democrazia: un sistema di gestione della cosa pubblica, nella modernità giudicata come l’optimum, risultando vincente nel confronto con i sistemi del socialismo reale, in termini di sviluppo economico, partecipazione dei cittadini al potere pubblico, esercizio delle libertà. Ricordiamo la famosa frase di Winston Churchill: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora» [Nota 3]. Fino ai nostri giorni si trattava solo di andare avanti. L’Occidente in tempi diversi, soprattutto dopo il secondo dopoguerra, ha impostato i sistemi istituzionali dei singoli Stati che ne fanno parte sulla base di questa convinzione dotandosi di Costituzioni democratiche. A livello planetario è stato costituito l’ONU (1945) e nel tempo i vari organismi collaterali [Nota 4]; è stata varata la ”Dichiarazione universale dei diritti umani” (1948) [Nota 5 ] e tanti altri Documenti, Carte e Convenzioni (tra queste ultime ricordiamo le COP sull’ambiente) [Nota 6] Non possiamo inoltre tralasciare l’Unione Europea, giustamente considerata “un esperimento unico al mondo e nella storia. Nata come progetto di pace con l’obiettivo di costruire uno spazio comune di riconciliazione, cooperazione e sviluppo tra i popoli del continente dopo secoli di conflitti e la tragedia delle due guerre mondiali” [Nota 7]. Queste e altre iniziative di democrazia e ricerca della pace e del benessere universali si sono sviluppate nel tempo in un crescendo, irto di difficoltà, che tuttavia mirava a sempre migliori traguardi per l’umanità intera. E così era generalmente percepito.
Certo il mondo continuava ad essere diviso in due blocchi (semplificando): da una parte l’Occidente, dall’altra l’Oriente, con l’Impero sovietico comunista, con alcune varianti dello stesso segno, come la Cina e, in altre dimensioni, la Jugoslavia e diversi paesi del cd terzo mondo. Lo spartiacque, lo ribadiamo, era il sistema economico sociale e la concezione delle libertà individuali e collettive. Tutto si teneva in equilibrio, definito del “terrore” o della “guerra fredda”, basato principalmente sulla deterrenza nucleare. Scriveva Giovanni XXIII nella sua memorabile ultima enciclica “Pacem in terris” (1963) [Nota 8]: “Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. (…) E che “quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”.
Da qui la previsione di un successo delle politiche di Disarmo, soprattutto della auspicata “non proliferazione nucleare”, con la diminuzione dei relativi arsenali. Impegni che vanno disattendendosi! [8 bis].
Il disfacimento dell’Unione Sovietica, con il forte impatto simbolico della caduta del muro di Berlino (1989), faceva ben sperare che alla dissoluzione dei blocchi seguisse un’accelerazione del cammino dell’Umanità verso una società “fondata sul dialogo tra gli Stati e su una diplomazia multilaterale, in un contesto sempre più globale. Superare le diseguaglianze, sradicare la povertà, creare le basi di un nuovo diritto internazionale e aiutare l’umanità a intraprendere un cammino di pace e benessere apparivano obiettivi raggiungibili.” [9]
Purtroppo non è andata così, la storia si è rivelata ben più complessa.
“Dopo la fine della Guerra Fredda, le Nazioni Unite hanno cercato di promuovere processi capaci di umanizzare la globalizzazione, mettendo al centro i diritti e la dignità della persona. Tuttavia, l’assenza di garanzie efficaci nel loro assetto istituzionale ha reso questi intenti, di fatto, semplici petizioni di principio. Le diseguaglianze non si sono ridotte; anzi, sono aumentate. Il dominio del capitale è diventato asfissiante, la politica si è piegata all’economia, mentre il ritorno di nazionalismi e fondamentalismi religiosi ha spaccato il mondo, alimentato circa 60 conflitti armati e prodotto guerre e massacri spaventosi. Il diritto internazionale è stato messo in discussione, i tribunali internazionali delegittimati, e anche negli Stati occidentali lo Stato di diritto e la democrazia sono oggi erosi dalla crescente affermazione delle autocrazie — a cominciare proprio dagli Stati Uniti” [10].
Sembra paradossale ma i principali sistemi di governo dei singoli Stati sembrano tendere a uniformandosi verso un modello autocratico in cui un singolo individuo detiene un potere assoluto e incontrastabile, senza condividerlo con altri organi o classi dirigenti diversi dal suo clan. Il “sovrano autocrate”, che oggi si chiama presidente, sia che venga nominato dall’Assemblea del popolo o sia eletto attraverso elezioni più o meno libere, comunque fortemente condizionate dagli strumenti persuasivi dei media in mano ai più ricchi, si sente investito da una sorta di diritto divino e può (o comunque tende a) esercitare un potere illimitato e privo di vincoli. Nell’“Occidente dei diritti scanditi dalle Costituzioni democratiche” il percorso, per nostra fortuna, è “accidentato”, complicato com’è dai principi democratici: la separazione e l’equilibrio dei poteri, l’autonomia delle magistrature, il sistema dei controlli… e ultimo ma non certo per importanza, il voto popolare, sempre più svalutato dall’astensionismo. Insomma la democrazia è in crisi in tutto il mondo in cui era sistema di governo indiscusso. L’Italia è investita in pieno da questo fenomeno involutivo, nel momento in cui si tende a ridimensionare la Costituzione o, nella prassi, non applicarla. Ce ne siamo accorti (perfino!) noi cattolici, purtroppo negli ultimi decenni troppo disattenti alla partecipazione politica. Assistiamo oggi a un sussulto di consapevolezza. Ne è prova la tematica della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia (Trieste, dal 3 al 7 luglio 2024), evento, significativamente intitolato “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”, che ha riunito circa 1200 delegati da tutta Italia per confrontarsi su temi come la partecipazione civica, il welfare e la sanità, e che ha visto la partecipazione di esperti e autorità tra cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente dei Vescovi italiani Matteo Zuppi, il nostro Arcivescovo nonché segretario generale della CEI, Giuseppe Baturi, Papa Francesco [11]. Mi scuseranno gli illustri intervenuti se cito solo il discorso del Papa, che nella sua sinteticità trovo esemplare. Gli esiti sono stati buoni e cominciano a dare frutti (la documentazione è disponibile in rete e su pubblicazioni), [Nota 12]
Vale la pena riportare i punti salienti, in una stringata sintesi.
“1. La Democrazia Malata e la Cultura dello Scarto:
Ricordando la definizione di democrazia del fondatore delle Settimane sociali il Beato Giuseppe Toniolo, (che deve rifluire a prevalente vantaggio delle classi inferiori), il Papa ha affermato che la democrazia “non gode di buona salute” nel mondo di oggi, pur riconoscendo il contributo determinante dei cattolici alla sua maturazione in Italia.
Ha usato l’immagine del “cuore ferito” per descrivere la crisi democratica, sottolineando che ogni forma di esclusione sociale (la “cultura dello scarto” verso poveri, fragili, malati, ecc.) è un danno per l’intero corpo sociale.
Ha richiamato la necessità che la democrazia crei le condizioni affinché tutti possano esprimersi e partecipare, e ha espresso preoccupazione per il basso numero di votanti.
Ha messo in guardia dalle ideologie e dal populismo, che sono “seduttrici”, e ha ribadito l’importanza dei principi di solidarietà e sussidiarietà e della necessità di passare dal “parteggiare” al “partecipare“.
Ha definito l’indifferenza come un “cancro della democrazia” e le forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone come “ipocrisia sociale“.
2. Partecipare per un Cuore Risanato:
Il Papa ha incoraggiato a “risanare i cuori” della vita sociale attraverso l’esercizio della creatività (il “cuore risanato”).
Ha citato esempi concreti di partecipazione e cura del bene comune (comunità energetiche rinnovabili, integrazione di migranti, iniziative per la natalità e il lavoro). Ha affermato che “Il cuore della politica è fare partecipe” e che la fraternità è ciò che fa fiorire i rapporti sociali.
Ha sottolineato l’importanza di pensarsi come “popolo” e non come clan, distinguendo nettamente il concetto di popolo dal populismo. Una democrazia sana deve coltivare sogni per il futuro.
3. L’Impegno dei Cattolici e il “Tempo è Superiore allo Spazio”:
Ha esortato i cattolici a non accontentarsi di una fede marginale, ma ad avere il coraggio di formulare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Questo è “l’amore politico”, che affronta le cause e non solo gli effetti, uscendo dalle polarizzazioni.
Ha esortato a riprendere la passione civile e a “organizzare la speranza” e la pace dal basso.
Ha concluso invitando a ricordare che “il tempo è superiore allo spazio”: il lavoro politico saggio consiste nell’avviare processi (come un genitore accompagna un figlio), non nell’occupare spazi.
Il ruolo della Chiesa è coinvolgere nella speranza, per essere “profeti e costruttori del futuro” e non solo “amministratori del presente“.
Le esortazioni di Papa Francesco sono evidenti: salvate la Democrazia fondamentalmente attraverso la partecipazione del popolo “Il cuore della politica è fare partecipe“.
Riprendiamo più avanti questo ultimo concetto, così come lo rilancia nell’approfondimento teologico e nelle indicazioni pastorali Papa Leone XIV. Al riguardo scegliendo di riferirci a due documenti: l’“Esortazione apostolica Dilexit te“ e il “Discorso all’udienza dei partecipanti all’incontro mondiale dei Movimenti Popolari, Roma, 23 ottobre 2025“. [Nota 13]
Parliamo ora dell’ONU e della sua crisi
A proposito dell’attuale situazione di crisi dell’ONU: proprio tra fine settembre e l’inizio di ottobre dell’anno in corso, si è tenuta a New York l’Assemblea generale celebrativa degli 80 anni dalla sua costituzione, con un titolo carico di speranza: «Meglio insieme: ottant’anni e oltre per la pace, lo sviluppo e i diritti umani».
La circostanza ha messo in luce, seppur non ce ne fosse bisogno, la crisi di questa fondamentale Istituzione. C’è stata una presenza di quasi tutti i leader mondiali (citiamo i capi di governo europei e dell’Unione Europea, il presidente cinese Xi Jinping, quello del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva, quello dell’Autorità palestinese Abū Māzen – in collegamento video perché stupidamente privato del visto d’ingresso dall’amministrazione Usa – etc., l’elenco sarebbe lungo), con interventi anche di notevole spessore culturale. Non lo è stato certo quello del presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che ha parlato per circa un’ora, a braccio, esponendo posizioni contraddittorie e ripetuti attacchi all’ONU, all’Europa e negando addirittura l’emergenza ecologica e climatica mondiale.
Trump ha messo in discussione lo scopo delle Nazioni Unite, definendone le determinazioni come “parole vuote che non risolvono la guerra”. Ha anche criticato duramente il Segretario Generale António Guterres (dopo che quest’ultimo aveva messo in guardia sui danni dei tagli ai finanziamenti all’ONU da parte degli Stati Uniti), pur assicurandogli il “sostegno al 100%” all’organizzazione (!). Ha rivendicato il merito di aver “posto fine a sette guerre” (?), lamentando di non aver mai ricevuto alcuna offerta di aiuto da parte dell’ONU per concludere gli accordi. La posizione critica di Trump è in linea con i precedenti ritiri della sua amministrazione da diversi organismi ONU, tra cui UNESCO, OMS e il Consiglio dei Diritti Umani, minando l’influenza degli Stati Uniti su importanti politiche globali, inclusa l’intelligenza artificiale, la cooperazione scientifica, il contrasto al disastro climatico del Pianeta [14].
In sostanza, il presidente statunitense, ha sfiduciato il sistema mondiale che lo stesso suo Paese ha contribuito in modo determinante a creare.
In contrapposizione, é importante rilevare come altri interventi, come quelli dei Presidenti del Brasile e dell’Indonesia, abbiano espresso messaggi positivamente molto diversi, difendendo: il multilateralismo, la responsabilità collettiva, il sostegno concreto alle Nazioni Unite.
Sempre nella medesima occasione, uno degli interventi più completo e apprezzabile è stato quello di Mons. Paul Richard Gallangher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, del quale si consiglia la lettura integrale [vedi Nota 15]. Vi si ritrovano tutti i riferimenti agli insegnamenti sulla ricerca ostinata della pace da parte della Chiesa e particolarmente degli ultimi Papi, a partire da Giovanni XXIII, rapportandosi soprattutto al pensiero di Francesco e Leone XIV, alle Costituzioni del Vaticano II, alla Dottrina sociale della Chiesa. Vi sono elencate tutte le situazioni di guerra del Pianeta con le raccomandazioni della Santa Sede per affrontarle nella prospettiva di soluzioni concrete.
In conclusione si evidenzia che, per affrontare le potenze economiche, finanziarie e tecnologiche dominanti e contenere gli Stati più forti e armati che rivendicano un potere assoluto e pertanto per salvare l’ONU è necessario un approccio diverso da quello espresso dal presidente statunitense e da altri, nella sua scia, come il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
A questo punto ci verrebbe da dire “Fermate il Mondo. Vogliamo scendere!”, ma è meglio chiederci: esiste un’alternativa alla situazione descritta? La risposta non è univoca. Ad esempio un giovane giornalista esperto in geopolitica in particolare di organizzazioni internazionali, Matteo Meloni, ha scritto in un suo recente libro [Nota 16]]: “La triste e sconsolante sensazione è che solo attraverso un nuovo conflitto generalizzato [una terza guerra mondiale], che ponga la comunità degli Stati di fronte a un’urgenza ineludibile, potrà emergere l’esigenza di ricostruire – o rifondare – un’organizzazione super partes capace di affrontare le problematiche globali con strumenti più forti, più rapidi, più equi”. Un esito pessimista quanto realistico, che evidentemente lui paventa senza ovviamente auspicarlo.
Nelle conclusioni del suo libro sembrerebbe lasciare uno spiraglio di speranza. Vale la pena riportarle: “Come disse Dag Hammarskjold, secondo Segretario Generale ONU e tra i più lungimiranti statisti dell’epoca, le Nazioni Unite non furono create per portare l’umanità in paradiso, ma per salvarla dall’inferno. E forse oggi, proprio nel solco di questa consapevolezza, risiede l’ultima possibilità di rendere l’utopia multilaterale qualcosa di reale. Qualcosa che, pur nei suoi limiti, continui a offrire un terreno comune su cui costruire, pretendere, correggere, immaginare. Perché rinunciare alle Nazioni Unite significherebbe rinunciare a quell’idea – tanto fragile quanto vitale – di un mondo condiviso, l’unico che ci rimane”. [Nota 17]
Una risposta che discende dalla medesima analisi della situazione, per me convincente, ce la da il prof. Luigi Ferrajoli, presidente dell’Associazione Costituente Terra [Nota 18]: anche lui parla di utopia ma per negare che di questa si tratti! Ecco il suo pensiero.
“Il fallimento dell’Onu ha mostrato i limiti della carta del 1945 e dalle tante carte internazionali dei diritti umani. Quelle Carte sono fallite – e non potevano non fallire – per due ragioni. La prima è stata la loro mancanza della forza vincolante che è propria delle odierne costituzioni avanzate, cioè di una loro rigida sopraordinazione alle fonti statali, e la conseguente impunità delle loro violazioni sistematiche. La seconda è stata la mancata previsione di adeguate garanzie e istituzioni di garanzia dei diritti di libertà e dei diritti sociali in esse proclamati. I principi della pace e dell’uguaglianza e i diritti fondamentali stipulati in tante carte internazionali sono perciò rimasti, letteralmente, sulla carta.
L’ALTERNATIVA consiste chiaramente nel superamento di questi due limiti. È un’alternativa radicale: il pericolo nucleare, l’inabitabilità della Terra tra crescenti e atroci sofferenze e il caos globale, oppure la rifondazione della carta dell’Onu e delle altre carte internazionali che introduca, come nel nostro progetto di una Costituzione della Terra, rigide garanzie dei principi in esse stabiliti.
Queste GARANZIE sono tutte vitali: la previsione come crimini contro l’umanità della produzione e del commercio di tutte le armi, non solo di quelle nucleari ma di tutte le armi da fuoco, a tutela della pace e della sicurezza; un demanio planetario che sottragga al mercato e alla dissipazione i beni vitali della natura, come l’acqua potabile, le grandi foreste e i grandi ghiacciai; la trasformazione dell’Oms, dell’Unesco e della Fao in istituzioni in grado di garantire a tutti salute, istruzione e alimentazione di base; la garanzia del diritto di tutti gli esseri umani di circolare liberamente sulla terra; un fisco globale progressivo in grado di finanziare le istituzioni globali di garanzia e di impedire le odierne accumulazioni sterminate di ricchezze.
Non si tratta di un’ipotesi utopistica. Si tratta della sola risposta razionale e realistica allo stesso dilemma che fu affrontato quasi quattro secoli fa da Thomas Hobbes, quando l’umanità non era dotata delle capacità di autodistruzione odierne. Neppure si tratterebbe di un ordinamento nuovo. Sarebbe l’attuazione di principi e diritti già scritti nelle carte internazionali vigenti: un’attuazione non solo giuridicamente dovuta, ma anche necessaria ed urgente, dato che da essa dipende, per la prima volta nella storia, la sopravvivenza dell’umanità”. [19]
Insomma, non dobbiamo demordere nonostante tutto, esercitando insieme al Pessimismo dell’intelligenza, l’Ottimismo della volontà, secondo il motto reso celebre da Antonio Gramsci [Nota 20], con la determinazione ben espressa nel motto di San Paolo, «spes contra spem» (Rm. 4,18): «la speranza contro ogni speranza, essere speranza per dare speranza».
Tutto ciò ci appare perfettamente coerente con le considerazioni e le proposte di Papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo 2025, non a caso intitolato «Spes non confundit», «la speranza non delude» (Rm 5,5) [7]: “8. Il primo segno di speranza si traduca in pace per il mondo, che ancora una volta si trova immerso nella tragedia della guerra. Immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza. (…) Il Giubileo ricordi che quanti si fanno «operatori di pace saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti. Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura” [Nota 21].
In perfetta sintonia con il predecessore, Papa Leone XIV ha fatto della pace la priorità assoluta. Non appena eletto, le sue prime parole al mondo sono state: «La pace sia con tutti voi! [...] una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» [Nota 22]
Della già cospicua produzione di riflessioni e indicazioni pastorali di Papa Leone, come già detto, ci riferiamo esclusivamente a una lettura parziale ma pregnante della sua prima Esortazione apostolica Dilexit te, che, come lui scrive: si pone “in continuità con l’Enciclica Dilexit nos [che] Papa Francesco stava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’Esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri, intitolata Dilexi te, immaginando che Cristo si rivolga ad ognuno di loro dicendo: Hai poca forza, poco potere, ma «io ti ho amato» (Ap 3,9). Avendo ricevuto come in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio – aggiungendo alcune riflessioni – e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato” [23]
Dell’Esortazione voglio soffermarmi solo sul Capitolo III, Movimenti popolari, punti 80 e 81.
“80. Dobbiamo riconoscere pure che, lungo i secoli di storia cristiana, l’aiuto ai poveri e la lotta per i loro diritti non hanno riguardato soltanto i singoli, alcune famiglie, le istituzioni o le comunità religiose. Ci sono stati, e ci sono, diversi movimenti popolari, costituiti da laici e guidati da leader popolari, tante volte sospettati e addirittura perseguitati. Mi riferisco a un «insieme di persone che non camminano come individui ma come il tessuto di una comunità di tutti e per tutti, che non può permettere che i più poveri e i più deboli rimangano indietro. [...] I leader popolari, quindi, sono coloro che hanno la capacità di coinvolgere tutti. [...] Non provano disagio né sono spaventati dai giovani piagati e crocifissi».
81. Questi leader popolari sanno che la solidarietà «è anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’impero del denaro [...]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari». Per tale ragione, quando le diverse istituzioni pensano ai bisogni dei poveri è necessario «che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune». I movimenti popolari, infatti, invitano a superare «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli». Se i politici e i professionisti non li ascoltano, «la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino». Lo stesso si deve dire delle istituzioni della Chiesa”.
Attenzione, Papa Leone non esprime solo concetti validi in astratto, indica modalità di impegno perché si modifichi radicalmente lo status quo, che tradotto in cifre ci svela che l’1 per cento della popolazione più ricca nel mondo acquisisce fino all’82 per cento della ricchezza prodotta in un anno, mentre fornisce solo 4 centesimi per ogni dollaro di gettito fiscale. Mentre le povertà sono in vertiginoso aumento. Una situazione scandalosa, non sostenibile oltre!
Papa Leone 19 giorni dopo la promulgazione della sua Esortazione apostolica (4/10/2025) riceve, il 23/10/2025, in udienza in Vaticano i partecipanti al V Incontro mondiale dei Movimenti Popolari che si svolge a Roma dal 21 al 24 ottobre 2025, nel centro di aggregazione sociale Spin Time Labs (situato in un palazzo di nove piani nel centro di Roma, occupato da 400 persone di 26 nazionalità diverse. E che offre alloggio, arte, servizi e cultura, che il Comune ha promesso di acquistare per riportarlo nella legalità formale). E rivolge loro un discorso che, a mio parere, ha del rivoluzionario, perché ribadisce, confermandolo, il sostegno del suo predecessore: si dichiara ammirato dei poveri, che lottano per le “cose nuove” che non sono le meravigliose nuove tecnologie ma sono la terra, la casa e il lavoro, che ai poveri sono negati, e dice di voler lottare con loro: “Ci sto!”, “sono con voi”. Commenta Raniero La Valle “quasi per scusarsi con quanti pensano che questo non è il mestiere della Chiesa dice che “sono diritti sacri”: in realtà sono diritti umani universali, e proprio per questo sono sacri, cioè nel cuore di Dio. E qui sta il rovesciamento, perché vuol dire guardare a questi “diritti negati” non dal trono di Dio, né dal trono di tutti i potenti, ma dalla periferia, magari dalle favelas, dove non si era abituati a pensare che Dio fosse di casa” [Nota 24]. Ed è giusto che i poveri non subiscano la situazione di tremenda ingiustizia, ma che è giusto che lottino, citando l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco: «finché i problemi dei poveri non saranno risolti in modo radicale, rifiutando l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e affrontando le cause strutturali della disuguaglianza, non si troverà alcuna soluzione ai problemi del mondo o, per meglio dire, a nessun problema. La disuguaglianza è la radice dei mali sociali». [Nota 25] Conclude il suo discorso con queste frasi: “Nell’Esortazione apostolica ‘Dilexi te’ ho voluto ricordare che «vari movimenti popolari, composti da laici e guidati da leader popolari, [...] sono stati spesso guardati con sospetto e persino perseguitati». Eppure le vostre lotte sotto la bandiera della terra, della casa e del lavoro per un mondo migliore meritano incoraggiamento. E come la Chiesa ha accompagnato la formazione dei sindacati in passato, oggi dobbiamo accompagnare i movimenti popolari. Questo significa accompagnare l’umanità, camminare insieme nel rispetto condiviso della dignità umana e nel desiderio comune di giustizia, amore e pace.
La Chiesa sostiene le vostre giuste lotte per la terra, la casa e il lavoro. Come il mio predecessore Francesco, credo che le vie giuste partano dal basso e dalla periferia verso il centro. Le vostre numerose e creative iniziative possono trasformarsi in nuove politiche pubbliche e diritti sociali. La vostra è una ricerca legittima e necessaria. Chissà se i semi dell’amore, che voi seminate, piccoli come semi di senape (cfr Mt 13,31-32, Mc 4,30-32, Lc 13,18-19) potranno crescere in un mondo più umano per tutti e aiutare a gestire meglio le «cose nuove». La Chiesa e io vogliamo esservi vicini in questo cammino”.
Potremmo azzardare che l’invito di Papa Leone corrisponda a un’antica suggestione: “Proletari di tutto il mondo unitevi”, che evoca grandi conquiste di emancipazione delle masse popolari e anche storici fallimenti, ma anche di questi occorre tener conto [Nota 26]. Evidentemente il contesto è diverso e la democrazia così come la intendiamo come sistema di partecipazione fornisce strumenti per una lotta risoluta quanto pacifica (ricordiamo la scelta irreversibile del “pacifismo attivo” e della nonviolenza), partendo dall’amore per l’umanità. Spetta pertanto alle donne e agli uomini di buona volontà, oggi oppressi, mettere in piedi organizzazioni e rafforzare, anche riposizionandole, le tanti esistenti, che riescano a perseguire con efficacia gli obiettivi di un mondo di uguaglianza e pace. Ricordiamo il motto della Populorum progressio di Paolo VI: “Lo sviluppo è il nuovo nome della Pace”. [Nota 27]
Urge intervenire, per quanto poco possiamo fare, è necessario farlo e, insieme, possiamo fare cose mirabili. Per fortuna non iniziamo da zero. Abbiamo tra l’altro grandi maestri che ci indicano concretamente la strada da percorrere. Tra i molti ricordiamo Giorgio La Pira, Gino Strada, Aldo Capitini [Nota 28]. E, come sempre, ci soccorre il nostro amico e guida Papa Francesco, con il suo straordinario e profetico lascito ereditario che il successore Leone XIV abbraccia convinto, con il suo stile personale e con capacità di lettura dei “segni dei tempi” per i cambiamenti che Papa Francesco aveva capito o solo intuito e che Papa Leone interpreta con saggezza e lungimiranza e già indica alla Chiesa e al Mondo in modo umile e coraggioso.
Infine una considerazione di Antonio Spadaro sj, contenuta nel suo recente libro “Da Francesco a Leone” che potrebbe avere questo titolo:
La politica ha un disperato bisogno di leadership …
“In un contesto di relazioni internazionali sempre più polarizzate, dove le diplomazie tradizionali mostrano i loro limiti, Leone XIV, come pure il suo predecessore Francesco, appare l’unico leader morale di impatto globale. Un impatto che nasce dall’inquietitudine di chi non si rassegna ad un ordine fondato sulla paura, ma cerca, con umiltà e pazienza, una pace fondata sulla giustizia e sulla dignità di ogni persona” [Nota 29]
Aspettiamo che anche nel mondo della Politica si palesino nuovi leader, che sappiano coinvolgere le comunità senza sostituirsi ad esse, capaci insieme di affrontare i problemi del Pianeta e dell’Umanità.
Questione complessa
Non posso non scrivere qualcosa sull’indagine con arresti di presunti fiancheggiatori o componenti di Hamas in Italia.
Certamente il nodo sta nell’intreccio tra il sostegno solidale radicato anche in Italia alla causa palestinese e il noto, concreto utilizzo da parte di Hamas dei proventi di quel sostegno per finanziare il proprio armamento.
Proventi che nella consistente misura in cui sono andati in armi sono stati sottratti alle finalità umanitarie a favore della popolazione di Gaza.
Questa attività in Italia ha rilevanza penale, in quanto Hamas è inserita tra le organizzazioni qualificate come terroriste dalla UE.
Ciononostante, in quanto soggetto combattente, è stata parte diretta dei recenti negoziati con USA, Israele, Egitto e Qatar che hanno portato all’approvazione del Piano Trump per la Palestina e alla precaria tregua militare in corso.
Un groviglio certamente difficile da districare sotto il profilo politico.
La questione politica non è tuttavia irrilevante.
Per chi come il sottoscritto e come, almeno ufficialmente, la quasi totalità della sinistra italiana, intravvede ancora nella soluzione “due Popoli, due Stati” lo sbocco della vicenda palestinese, Hamas, col suo obiettivo irretrattabile di distruggere Israele per cacciare del tutto gli ebrei dalla Palestina, non rappresenta un interlocutore sostenibile.
Il metodo con cui si è impadronita di Gaza, con un colpo di mano armato contro Fatah e contro l’Autorità Nazionale Palestinese, ne ha fatto un soggetto divisivo anche in campo palestinese. Il pogrom antiebraico del 7 ottobre 2023, già disumano in sè, ha prodotto conseguenze catastrofiche per la medesima popolazione palestinese, che certamente Hamas non è stata in grado di proteggere dall’esorbitante, sproporzionata, sanguinaria, criminale anche secondo la Procura generale della Corte Penale Internazionale, tuttavia del tutto prevedibile rappresaglia del governo israeliano di Netaniahu.
La strumentalizzazione che Meloni e la destra italiana stanno facendo delle risultanze dell’indagine penale, con l’accusa al centrosinistra di contiguità con Hamas, è del tutto ingiustificata, ma per contro è giusto che quanti hanno sostenuto la causa palestinese e con essa quella di una composizione giusta del conflitto respingano questa strumentalizzazione ribadendo i principi cui si sono, ci siamo, sempre ispirati.
Mi pare che lo faccia bene -considerato anche che si tratta di un ebreo cittadino italiano- Gad Lerner sul suo profilo FB.
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Non lo scopriamo certo dai mandati di cattura emessi dalla Procura di Genova che una componente dell’associazionismo islamico radicato in Italia ha da sempre legami organici con Hamas, movimento nazionalreligioso palestinese che fra i suoi metodi di lotta contempla anche il terrorismo suicida spacciato per martirio; e l’omicidio di civili israeliani ritenuti di per sé “colpevoli” in quanto sionisti, “occupanti abusivi” di una terra rivendicata per diritto divino “Dar al-Islam” (casa dell’Islam).
Per quanto Hamas abbia avuto l’accortezza di non perpetrare attentati in Europa, la componente più radicale della Fratellanza Musulmana sposa da almeno un trentennio la sua ideologia jihadista dentro le comunità immigrate. E ha innervato con slogan di sostegno a una non meglio precisata resistenza armata le prime manifestazioni di solidarietà al popolo palestinese quando Israele ha reagito con forza devastatrice all’attacco del 7 ottobre 2023.
A tutti noi, ebrei compresi, che abbiamo scelto di denunciare pubblicamente i crimini perpetrati dal governo e dalle forze armate israeliane è capitato inevitabilmente di trovarci -anche, talvolta- in cattiva compagnia. Non mi stupisce che militanti di Hamas all’estero abbiano dirottato a vantaggio della loro organizzazione raccolte di fondi di beneficenza. Né mi stupisce che Mohammad Hannoun sia stato ricevuto in sedi istituzionali nella sua veste di presidente di un’associazione filantropica di copertura. Tanto meno che abbiano manifestato al suo fianco personaggi italiani che con parole sbagliate incitano alla guerra anziché cercare percorsi di dialogo e reciproca comprensione fra israeliani e palestinesi. Il contrario di ciò che servirebbe per contrastare il fanatismo che opprime quei popoli e che viene esportato da laggiù sulla nostra sponda del Mediterraneo.
E’ in corso una guerra feroce nella quale esponenti di diversi schieramenti vengono fotografati accanto a tiranni e loschi figuri di ogni risma. La destra italiana che s’illude di metterci in imbarazzo per via di questi arresti, di immagini compromettenti ne ha collezionato album interi.
Noi continueremo a impegnarci per la nascita di uno Stato palestinese al fianco di un Israele sicuro e democratico. Contro i predicatori e i finanziatori di guerra.
P.S. Nella foto sulla pagina fb di GAD: Mohammad Hannoun insieme al defunto leader di Hamas, Ismahil Haniyeh
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La dichiarazione di Tomaso Montanari, dopo i deliri di Salvini e della destra sul caso Hannoun [ripresa dalla sua pag. fb].
“Anche se esistesse davvero una rete italiana di finanziamento ad Ham*s (e lo si dovrà dimostrare in tribunale, e non certo basandosi sui “dati” forniti dai servizi segreti dello Stato genocida di Israele…), davvero nessuno di coloro che hanno manifestato contro il genocidio di Gaza dovrebbe «chiedere scusa», come invece ciancia il solito funesto ciarlatano iracondo di Matteo Salvini.
Quelle manifestazioni non erano per Hamas,
ma per la sopravvivenza e l’autodeterminazione del popolo Palestinese (che, tra l’altro, paga tutti interi anche i danni prodotti dalle condotte criminali di Ham*s).
Quando la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo specifica che l’inchiesta non toglie nulla all’enormità dei crimini del governo israeliano, sul quale pendono mandati di cattura internazionali, lo fa cercando di prevenire l’oscena, prevedibile (e puntualmente verificatasi) strumentalizzazione politica (di destra e purtroppo non solo…) degli atti (almeno in parte dovuti) della magistratura.
Non è solo un problema della politica: lo spazio dedicato dai media italiani a questa inchiesta è incredibilmente sproporzionato rispetto a quello dedicato ai crimini dei vertici dello Stato di Israele, in ogni caso incomparabilmente più grandi di quelli di Hamas.
E i toni sono incomparabilmente più duri: il terrorismo di Israele va benissimo, perché è
fatto nel nostro interesse.
I morti non sono tutti uguali, siamo ancora e sempre in piena mentalità coloniale e suprematista. Per i nostri media mainstream,
i palestinesi sono umani di serie b (quando sono considerati umani…).
Anche io sono stato presentato a Mohammad Hannoun, in un evento pubblico con migliaia di persone presenti: e allora?
Gli attacchi a Laura Boldrini, a Francesca Albanese e ad altre personalità pubbliche che compaiono in fotografie con lui sono spregevoli e fondati sul nulla.
E spesso sono scagliati da persone che si vantano dei loro ritratti in compagnia di Netanyahu (e magari di Bolsonaro, di Putin, o di Trump): i cui crimini (al contrario di quelli presunti di Hannoun) sono certi, e noti a tutti”.
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REFERENDUM SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE

Firma anche tu
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034
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NO nel Referendum sulla Giustizia!

Difendiamo la giustizia
L’impegno del nuovo Comitato per il no al referendum costituzionale. Presidente Giovanni Bachelet. Tra i promotori: Bindi, Landini, Manfredonia, Pagliarulo, Parisi, Tobagi
20 dicembre 2025
È stato presentato oggi a Roma, nel corso di una conferenza stampa il Comitato “Società Civile per il NO al Referendum costituzionale” sui temi della giustizia. A sintetizzare il senso dell’impegno che accompagnerà la campagna referendaria nei prossimi mesi è lo slogan scelto dal Comitato: “Vota NO per difendere Giustizia, Costituzione, Democrazia”.
Il Comitato, presieduto da Giovanni Bachelet, e che vede tra i promotori anche Rosy Bindi, Maurizio Landini, Emiliano Manfredonia, Gianfranco Pagliarulo, Giorgio Parisi e Benedetta Tobagi, si pone l’obiettivo di “organizzare, coordinare e sostenere tutte le iniziative di sostegno al No al referendum”.
Per il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari, che ha aperto la conferenza stampa: “Siamo di fronte a quella che non può essere definita una riforma della giustizia. Siamo di fronte a un attacco ai valori dell’indipendenza e dell’autonomia della Magistratura, che non sono il privilegio di una casta, ma la garanzia più importante affinché davvero tutte le cittadine e tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge”. Inoltre, ha aggiunto Ferrari: “Si vuole concentrare, accentrare e verticalizzare il potere nelle mani dell’esecutivo, allontanandolo sostanzialmente dai cittadini. Per questo diciamo no: fermare la legge Nordio significa fermare questo disegno che mira a sovvertire la nostra Costituzione”.
All’iniziativa hanno preso parte diverse associazioni, tra cui Cgil, Acli, Anpi, Arci e Libera, e numerosi esponenti della società civile. Durante l’incontro con la stampa è stata, inoltre, annunciata una grande assemblea nazionale pubblica che si terrà sabato 10 gennaio a Roma, che darà il via alla campagna referendaria.
A comporre il primo Consiglio Direttivo sono stati nominati: Rosy Bindi, Christian Ferrari, Gesmundo Giuseppe, Gianfranco Pagliarulo, Daniela Padoan, Carlo Testini, Italo Sandroni, Silvia Albano, Gaetano Azzariti, Gianpiero Cioffredi, Benedetta Tobagi, Giulio Marcon, Alfiero Grandi, Simone Rossi, Maria Agostina Cabiddu, Francesco Pallante, Roberto Lamacchia.
Il Comitato è aperto all’adesione di associazioni, personalità del mondo culturale e sociale e di singoli cittadini. Per aderire è possibile scrivere all’indirizzo email: adesioni@referendumgiustizia2026.it
Per riguardare l’evento al link: https://www.youtube.com/watch?v=YhwlLqBJxzQ
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I buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI
Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani
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Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza
La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato.
Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese.
Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo.
Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia.
La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo
Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria.
Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese.
È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo.
La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita.
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Anche su Democraziaoggi: https://www.democraziaoggi.it/?p=9328
Che si dice a Roma?
Leggendo la finanziaria del governo meloni…
Post di Enrico Rossi, su fb. Segnalato da Luisa Sassu.
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Con l’emendamento del governo, l’etá pensionabile si alza progressivamente verso i 70 anni. Il nuovo meccanismo porterà l’accesso alla pensione anticipata a 43 anni e 9 mesi di contribuzione nel 2035. E poi via via sempre peggiorando.
Anche il riscatto della laurea viene gradualmente ridotto fino ad essere dimezzato, persino per chi lo ha già fatto.
Avevano promesso di “eliminare la Fornero” e stanno facendo precisamente il contrario: le norme vengono irrigidite e inasprite e ai lavoratori si tolgono diritti acquisiti.
“Una scelta consapevole – commenta la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione – che sposta sempre più in là il traguardo pensionistico per tutte e tutti, negando il diritto a una pensione dignitosa dopo una vita di lavoro”
Invece, va molto meglio per le imprese.
Le risorse aggiuntive del maxi emendamento vanno infatti a loro, in grande parte, nella forma di crediti d’imposta e “buoni” fiscali, iperammortamenti e maxi-deduzione che riducono le tasse dovute.
Infatti, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che fino a ieri aveva mostrato riserve sulla legge di bilancio, ora si dichiara soddisfatto e commenta che “la manovra va nella giusta direzione”.
Appare chiara, a chi vuol vedere, la natura di classe del governo Meloni; cioè quali gruppi sociali ed economici quel governo tende a favorire in modo sistematico.
Un governo che riduce la progressività fiscale, aumenta incentivi alle imprese senza condizioni su salari e occupazione, e restringe welfare e pensioni e limita il conflitto sindacale, può essere tranquillamente descritto come orientato a rafforzare e tutelare il capitale e a scaricare i rischi sui lavoratori e a impoverirli.
La destra sociale non esiste, è solo un bluff, un inganno che è servito a turlupinare i voti di tanti lavoratori e pensionati delusi dalla sinistra.
Ora con la svolta di Schlein, le cose stanno cambiando e sempre più emerge nel conflitto politico e nella lotta sociale il vero indirizzo antipopolare, asservito agli interessi dei ceti più forti, che ha il governo Meloni.
Inoltre, in questa legge di bilancio c’è la spesa per le armi.
Se un governo taglia la sanità, la scuola e la spesa sociale in genere e aumenta in modo massiccio le risorse per gli armamenti e per l’esercito, può essere qualificato come militarista, favorevole a sostenere ed accrescere il peso e il ruolo dell’apparato militare e industriale.
Il governo Meloni ha fatto la sua manovra di bilancio per il 2026: alle imprese vanno gli sconti fiscali, ai lavoratori va l’aumento dell’età pensionabile, alle armi vanno i miliardi, ai servizi sociali vanno i tagli.
Una legge di bilancio di classe e militarista.
Enrico Rossi
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