Editoriali

Navi Pillay vince il Premio Nobel per la Pace. Il mondo continua a non riuscire a fermare il genocidio

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Navi Pillay vince il Premio Nobel per la Pace. Il mondo continua a non riuscire a fermare il genocidio
Di Joshua Scheer* – ScheerPost

Il Premio Nobel per la Pace assegnato a Navi Pillay rappresenta una vittoria rara per chi ha sfidato il potere e ha detto la verità. Per celebrare questo riconoscimento, pubblichiamo il rapporto del 16 settembre 2025 della commissione delle Nazioni Unite da lei presieduta, le cui conclusioni abbiamo citato nei nostri articoli. La commissione ha concluso, sulla base di fondati motivi, che le autorità e le forze di sicurezza israeliane stavano commettendo un genocidio contro i palestinesi a Gaza e ha identificato Isaac Herzog, Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant come istigatori del genocidio.

Nel suo rapporto, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso, sulla base di fondati motivi, che le autorità e le forze di sicurezza israeliane avevano commesso e continuavano a commettere un genocidio contro i palestinesi a Gaza attraverso uccisioni, gravi lesioni fisiche e mentali, condizioni di vita deliberatamente distruttive e misure volte a impedire le nascite. La commissione ha trovato prove di intento genocida, ha identificato Isaac Herzog, Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant come responsabili di incitamento al genocidio e ha ritenuto Israele responsabile di aver commesso il genocidio e di non averlo impedito né punito. Ha chiesto un cessate il fuoco immediato e permanente, la fine delle politiche di fame, l’accesso umanitario senza restrizioni e la responsabilità dei responsabili, esortando al contempo gli altri paesi a interrompere i trasferimenti di armi che potrebbero facilitare il genocidio, a indagare su individui e società coinvolti e a sostenere le indagini della Corte penale internazionale.

Noi e molti altri sapevamo già cosa stava accadendo: era chiaro come il sole. Ma non è mai troppo tardi per rendere omaggio a chi dice la verità. Celebriamo questo riconoscimento proprio mentre l’ONU e gli imperi mondiali sono messi sotto accusa dai propri fallimenti: un sistema in grado di documentare il genocidio, discuterne e pubblicare rapporti, ma che lascia i palestinesi in balia delle uccisioni mentre i governi potenti armano i responsabili.

Il rapporto chiedeva un cessate il fuoco permanente, la fine delle politiche di affamamento, aiuti umanitari senza restrizioni e la responsabilità dei responsabili — ed esortava gli altri paesi a bloccare i trasferimenti di armi che potrebbero facilitare il genocidio. Onorare Pillay dovrebbe anche significare confrontarsi con le prove e agire sulla base dei risultati.

Naturalmente questa reazione era prevedibile. Il Ministero degli Esteri israeliano ha condannato il Premio Nobel per la Pace assegnato a Navi Pillay definendolo una «grottesca strumentalizzazione» del premio, ha liquidato le conclusioni della commissione dell’ONU come una «menzogna sul genocidio» e ha invocato il propagandista nazista Joseph Goebbels. L’ipocrisia è sbalorditiva: un governo accusato dagli investigatori dell’ONU di aver commesso un genocidio ricorre a un paragone nazista per screditare la persona che ha contribuito a smascherarlo. Ecco dove conduce il sogno imperiale: la storia diventa uno scudo contro la responsabilità, e «mai più» diventa uno slogan riservato a se stessi.

Di seguito è riportata la dichiarazione di Navi Pillay alla Terza Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, pronunciata in qualità di presidente della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele.

Relazioni della Commissione d’inchiesta su presunti atti di genocidio, sfollamenti forzati e riorganizzazione territoriale a Gaza

«Dichiarazione di Navi Pillay, presidente della Commissione d’inchiesta sui territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele, alla Terza Commissione dell’Assemblea Generale

28 ottobre 2025

Signor Presidente. Eccellenze. Colleghi. Buongiorno.

Il 7 ottobre 2025 ha segnato il secondo anniversario del brutale attacco sferrato da militanti palestinesi che ha causato la morte di 1.200 israeliani e stranieri nel sud di Israele; tale data segna anche l’inizio dell’attacco più spietato, prolungato e su vasta scala contro il popolo palestinese mai sferrato nella storia da parte di Israele.

Sebbene il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi e dei prigionieri offrano speranza, non possono cancellare la devastazione che si è già verificata. Si sono perse decine di migliaia di vite, intere famiglie sono state spazzate via. La Striscia di Gaza giace in rovina, resa quasi inabitabile. Le ferite psicologiche inflitte al popolo palestinese, così come a quello israeliano, riecheggeranno per generazioni. Non dobbiamo inoltre perdere di vista una dolorosa verità: negli ultimi due anni, le azioni del governo israeliano hanno costantemente puntato verso un unico, straziante obiettivo: la distruzione sistematica della vita palestinese a Gaza.

Eccellenze,

Il mese scorso abbiamo pubblicato un’analisi giuridica sulla condotta di Israele nella Striscia di Gaza alla luce della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio. Abbiamo concluso che lo Stato di Israele è responsabile della commissione di quattro atti di genocidio a Gaza con l’intento specifico di distruggere i palestinesi a Gaza in quanto tali. La Commissione ha inoltre accertato che il Presidente, il Primo Ministro e l’ex Ministro della Difesa israeliani abbiano incitato alla commissione di genocidio. Una sintesi di tali conclusioni è inclusa nel rapporto che vi viene presentato oggi.

Oltre alle conclusioni sul genocidio, il rapporto che vi viene presentato esamina le violazioni e gli sviluppi relativi al territorio e all’edilizia abitativa nei Territori palestinesi occupati e in Israele.

Per quanto riguarda Gaza, abbiamo riscontrato che i funzionari israeliani hanno dimostrato un intento chiaro e costante di stabilire un controllo militare permanente su Gaza e di modificarne la composizione demografica.

Le infrastrutture civili e le risorse naturali essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile sono state distrutte nei corridoi e nella zona cuscinetto, il territorio è stato frammentato e i palestinesi sono stati trasferiti con la forza. I funzionari israeliani hanno pubblicamente avallato piani per la deportazione della popolazione, la costruzione di insediamenti e l’annessione del territorio.

Sebbene il cessate il fuoco possa sospendere l’attuazione degli obiettivi territoriali di Israele a Gaza, i cambiamenti territoriali apportati alla Striscia di Gaza non sono ancora stati annullati, e le recenti dichiarazioni dei funzionari israeliani indicano chiaramente che tali obiettivi rimangono saldamente in vigore. Questa retorica persistente sottolinea la nostra profonda e costante preoccupazione.

Nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, le politiche e le azioni israeliane attuate dall’ottobre 2023 – compreso il sostegno esplicito e implicito alle azioni criminali dei coloni violenti – dimostrano un chiaro intento di trasferire con la forza i palestinesi, espandere la presenza civile ebraica israeliana e annettere la maggior parte della Cisgiordania. Lo scopo è impedire qualsiasi potenziale autodeterminazione e creazione di uno Stato palestinese e mantenere un’occupazione a tempo indeterminato.

Inoltre, il panorama geografico dei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams è stato significativamente alterato dalle forze israeliane attraverso la distruzione di edifici civili e infrastrutture e lo sfollamento dei residenti palestinesi.

Per quanto riguarda il territorio e gli alloggi in Israele, i governi israeliani che si sono succeduti hanno attuato leggi e politiche volte a ridurre lo spazio a disposizione dei palestinesi. Inoltre, le barriere informali derivanti dalle disuguaglianze socio-economiche tra le due popolazioni si sono ampliate e consolidate nel corso dei decenni, ostacolando ulteriormente l’integrazione.

Il nostro rapporto ha inoltre individuato sei ministri israeliani come i probabili principali responsabili di crimini internazionali relativi al territorio e all’alloggio, nonché di altri crimini individuati nei precedenti rapporti della Commissione, compresa la responsabilità per il crimine di genocidio.

Eccellenze,

Il genocidio è uno dei crimini internazionali più atroci. Distrugge, in tutto o in parte, gruppi di persone in base alla razza, all’etnia, alla nazionalità o alla religione. Non solo cancella l’identità del gruppo, ma lascia dietro di sé un trauma intergenerazionale che causa cicatrici permanenti all’umanità.

Mi addolora che, nella mia ultima presentazione in qualità di presidente di questa Commissione, il sistema multilaterale del dopoguerra non sia riuscito a impedire questo genocidio. Il sistema internazionale si è rivelato carente.

Esorto gli Stati membri a ricorrere a tutti i mezzi ragionevolmente disponibili per garantire la cessazione definitiva delle ostilità e un ampio sostegno internazionale al diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese.

Gli Stati membri dovrebbero inoltre rivolgere la propria attenzione a garantire giustizia e responsabilità per tutte le vittime, sostenendo la Corte penale internazionale nelle sue indagini e avvalendosi della giurisdizione universale per condurre le proprie indagini, anche nei confronti dei propri cittadini con doppia cittadinanza sospettati di aver commesso crimini.

Il mio ultimo appello riguarda la giustizia di transizione, che negli ultimi anni è sembrata un’idea impossibile. È tuttavia solo attraverso la verità e la riconciliazione che la pace potrà alla fine mettere radici e prosperare.

Grazie.”

*Fornisce ricerche e verifiche dei fatti per autori di libri e giornalisti investigativi.

Costituente Terra

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TESI PER UNA NUOVA FASE DI COSTITUENTE TERRA
La costruzione del soggetto associativo politico-culturale della Costituzione della Terra
Documento base per la Conferenza di organizzazione

Premessa
Dall’elaborazione teorica alla costruzione di una comunità politica
Costituente Terra nasce dall’elaborazione teorica di Luigi Ferrajoli e dalla convinzione che l’umanità sia entrata in una nuova fase della propria storia.
La globalizzazione dell’economia, della finanza, delle tecnologie, delle comunicazioni e delle grandi minacce alla sopravvivenza del genere umano ha progressivamente svuotato la capacità degli Stati nazionali di governare processi ormai divenuti planetari. La guerra, il rischio nucleare, la crisi ecologica, l’aumento delle disuguaglianze e il potere assunto da grandi soggetti economici e tecnologici, privi di un effettivo controllo democratico, sono le manifestazioni più evidenti della contraddizione che attraversa il nostro tempo: problemi globali continuano a essere affrontati con istituzioni politiche e giuridiche concepite per un mondo che non esiste più.
Da questa analisi nasce la proposta della Costituzione della Terra e della Federazione della Terra, intese come il necessario sviluppo del costituzionalismo democratico nell’età della globalizzazione.
Essa non rappresenta un’utopia astratta, ma un progetto politico fondato sull’estensione, a livello globale, dei principi che hanno reso possibile la democrazia costituzionale: il primato del diritto sulla forza, la garanzia dei diritti fondamentali, la limitazione di ogni potere e la tutela dei beni comuni dell’umanità.
Per diversi anni questo progetto è stato affidato soprattutto alla forza del pensiero, all’autorevolezza scientifica e morale di Luigi Ferrajoli e al suo instancabile impegno nel promuoverlo nei luoghi della ricerca, della cultura giuridica, delle istituzioni, del confronto politico e delle relazioni internazionali.
Attorno a questa elaborazione si è progressivamente raccolta una rete di studiosi, intellettuali, amministratori, associazioni e cittadini, fino a rendere evidente la necessità di dare al progetto una dimensione collettiva e organizzata.
Nasce così Costituente Terra, per iniziativa di Luigi Ferrajoli e Raniero La Valle, con l’obiettivo di trasformare una grande elaborazione teorica in una comunità politica e culturale capace di promuoverla nella società, nel dibattito pubblico e nelle istituzioni.
Negli anni successivi l’Associazione ha consolidato la propria identità, ha costruito relazioni autorevoli in Italia e all’estero, ha promosso iniziative di rilievo nazionale e internazionale e ha contribuito a far conoscere il progetto della Costituzione della Terra ben oltre l’ambito nel quale esso era nato.
Questa fase può oggi considerarsi compiuta.
Non perché il cammino sia concluso, ma perché il lavoro svolto pone una nuova esigenza: alla forza del progetto deve corrispondere la forza del soggetto collettivo chiamato a promuoverlo.
La Conferenza di organizzazione nasce da questa consapevolezza.
Non è convocata per correggere il percorso compiuto finora, ma per svilupparlo.
Non nasce da una crisi dell’Associazione, bensì dalla responsabilità di rendere Costituente Terra adeguata alla portata storica del progetto che rappresenta.
Organizzare meglio Costituente Terra non costituisce, dunque, un obiettivo separato dalla Costituzione e dalla Federazione della Terra.
È oggi una delle condizioni essenziali per renderne credibile e concreta la prospettiva.

I. La fase fondativa è compiuta
Ogni progetto innovativo attraversa una fase nella quale il compito principale consiste nel costruire il proprio pensiero, definirne l’identità e conquistarne la credibilità.
Per Costituente Terra questa è stata la fase della fondazione.
In questi anni l’Associazione ha saputo elaborare una proposta originale di governo democratico della globalizzazione, promuovere un confronto di alto livello culturale e scientifico, costruire relazioni significative con il mondo dell’università, della giurisdizione, della cultura, del sindacato e dell’associazionismo, avviando un dialogo che ha progressivamente superato i confini nazionali.
Questo patrimonio rappresenta oggi la nostra principale ricchezza.
Sarebbe tuttavia un errore ritenere che esso sia sufficiente.
La storia insegna che nessuna idea, per quanto forte e innovativa, può incidere durevolmente sulla realtà se non si traduce in una comunità organizzata, capace di promuoverla, diffonderla e sostenerla nel tempo.
La Conferenza di organizzazione prende atto che la fase fondativa ha raggiunto i suoi obiettivi essenziali e afferma la necessità di aprire una fase nuova, nella quale il consolidamento dell’organizzazione diventi parte integrante dello sviluppo del progetto politico.
Il passaggio che siamo chiamati a compiere non consiste nel cambiare la natura di Costituente Terra, ma nel portarne a maturazione l’identità.
Dopo avere costruito e fatto conoscere il progetto della Costituzione e della Federazione della Terra, siamo chiamati a costruire con la stessa determinazione il soggetto politico e culturale capace di sostenerlo nel tempo.

II. L’organizzazione è parte del progetto
La crescita di Costituente Terra non risponde a un’esigenza interna di carattere organizzativo.
Essa risponde a una responsabilità politica.
Il progetto della Costituzione della Terra propone la costruzione di istituzioni democratiche capaci di governare i processi globali e di garantire la pace, i diritti fondamentali e la salvaguardia del pianeta.
Un progetto di questa portata non può essere affidato esclusivamente all’autorevolezza delle idee o all’impegno, pur generoso, di singole personalità.
Ha bisogno di una comunità organizzata, stabile, plurale e partecipe.
Così come il costituzionalismo insegna che non esistono diritti effettivi senza garanzie, anche un progetto politico non può svilupparsi senza il soggetto collettivo capace di sostenerlo.
Per questa ragione, la costruzione di Costituente Terra costituisce oggi parte integrante del progetto della Costituzione e della Federazione della Terra.
L’organizzazione non è un apparato. È la forma concreta attraverso la quale un’idea entra nella storia.
Con questa consapevolezza, la Conferenza di organizzazione affida all’intera Associazione il compito di promuovere una nuova fase di crescita, fondata sulla corresponsabilità, sulla partecipazione e sull’assunzione condivisa degli impegni necessari allo sviluppo del progetto.

III. Costruire una comunità politica
La nuova fase di Costituente Terra richiede innanzitutto un cambiamento di prospettiva.
Non si tratta semplicemente di rafforzare una struttura organizzativa, ma di costruire una comunità politica e culturale capace di durare nel tempo, coinvolgere nuove energie e trasformare la condivisione di un progetto in partecipazione attiva.
Una comunità non nasce dalla sola adesione a un’idea.
Nasce dalla possibilità concreta che ciascuno possa sentirsi parte di un cammino comune, contribuire con le proprie competenze e sensibilità, assumere responsabilità e partecipare alla costruzione delle scelte collettive.
Per questa ragione la nuova fase di Costituente Terra dovrà fondarsi su una più ampia partecipazione degli iscritti, sulla valorizzazione delle competenze presenti nell’Associazione e sulla creazione di luoghi permanenti di confronto, di elaborazione e di iniziativa.
Il primo obiettivo è il radicamento territoriale.
Un progetto che propone una trasformazione dell’ordine mondiale deve saper vivere anche nei luoghi concreti nei quali le persone sperimentano quotidianamente gli effetti delle grandi crisi del nostro tempo: le guerre, le disuguaglianze, la precarietà sociale, la crisi ambientale e l’indebolimento delle istituzioni democratiche.
La costruzione di gruppi territoriali non deve essere considerata una semplice articolazione organizzativa.
Essa rappresenta il modo attraverso il quale Costituente Terra entra in relazione con la società, ascolta i territori, promuove cultura politica, sviluppa iniziative e costruisce relazioni con le realtà sociali e istituzionali.
Il secondo obiettivo riguarda la formazione e la comunicazione.
La complessità del progetto della Costituzione della Terra richiede un lavoro permanente di approfondimento culturale e di divulgazione.
Occorre costruire strumenti capaci di rendere accessibile il nostro pensiero, soprattutto alle nuove generazioni, al mondo della scuola, dell’università, della ricerca, dell’associazionismo e dell’impegno civile.
La comunicazione non costituisce un elemento accessorio dell’attività politica.
Essa è oggi uno dei terreni decisivi sui quali si forma la coscienza pubblica.
Le grandi trasformazioni del nostro tempo vengono comprese e orientate anche attraverso la capacità di costruire narrazioni, diffondere conoscenze, creare relazioni e promuovere partecipazione.
Il terzo obiettivo riguarda la qualità della nostra vita associativa.
Una nuova fase richiede una nuova cultura della responsabilità collettiva.
Gli organismi dirigenti devono essere luoghi permanenti di elaborazione politica, di programmazione delle attività, di verifica dei risultati e di coinvolgimento dell’intera comunità associativa.
La crescita di Costituente Terra non può dipendere soltanto dall’impegno, pur straordinario, di alcune persone.
Essa dovrà diventare il risultato di una responsabilità condivisa.
Costruire una comunità politica significa proprio questo: trasformare un insieme di adesioni individuali in una forza collettiva consapevole della propria missione storica.

IV. Una responsabilità verso il futuro
Il progetto della Costituzione e della Federazione della Terra nasce dalla convinzione che l’umanità abbia bisogno di un nuovo orizzonte politico.
La crisi dell’ordine internazionale non può essere affrontata con il ritorno ai nazionalismi, con la competizione tra potenze o con il predominio della forza e della conseguente logica della deterrenza.
Essa richiede un nuovo sviluppo della democrazia costituzionale, capace di estendere a livello globale quei principi di diritto, di uguaglianza e di garanzia dei diritti fondamentali che hanno rappresentato la più alta conquista della civiltà giuridica moderna.
Costituente Terra intende contribuire a questo processo.
Ma nessun progetto di trasformazione storica può essere costruito da un solo soggetto.
La nostra responsabilità consiste nel promuovere relazioni, costruire convergenze e contribuire alla nascita di una rete sempre più ampia di forze culturali, sociali, civili e istituzionali impegnate nella costruzione di un futuro diverso.
Per questo la nuova fase dell’Associazione dovrà essere caratterizzata da una più forte apertura verso la società e verso il mondo.
Dovremo rafforzare il dialogo con il mondo della cultura e della ricerca, con il movimento per la pace, con le organizzazioni impegnate nella tutela dell’ambiente e dei diritti umani, con il sindacato, con l’associazionismo democratico, con gli enti locali e con tutte le reti internazionali che condividono la prospettiva di un nuovo costituzionalismo globale.
La Federazione della Terra non nascerà da un atto improvviso.
Sarà il risultato di un lungo processo storico, culturale e politico nel quale molte esperienze, molti popoli e molte istituzioni saranno chiamati a incontrarsi.
Costituente Terra non pretende di rappresentare da sola questo processo.
Intende però assumersi, con spirito di servizio, la responsabilità di contribuire alla sua costruzione.

V. Gli impegni della nuova fase
Alla luce delle considerazioni svolte, la Conferenza di organizzazione propone al Direttivo e all’intera comunità di Costituente Terra di assumere come priorità della nuova fase i seguenti obiettivi:
• rafforzare il radicamento territoriale dell’Associazione, promuovendo la nascita di nuovi gruppi locali e consolidando il loro rapporto con la dimensione nazionale;
• favorire una partecipazione più ampia degli iscritti, valorizzando le competenze, le esperienze e le disponibilità presenti nella comunità associativa;
• sviluppare strumenti permanenti di formazione, ricerca, comunicazione e approfondimento culturale;
• rafforzare le relazioni con il mondo della cultura, della ricerca, del sindacato, dell’associazionismo e delle istituzioni democratiche;
• consolidare la dimensione internazionale di Costituente Terra, coerentemente con il carattere globale del progetto della Costituzione della Terra;
• promuovere campagne pubbliche, iniziative culturali e momenti di mobilitazione capaci di tradurre il progetto politico in partecipazione civile.
Questi obiettivi non rappresentano un semplice programma organizzativo.
Essi costituiscono le condizioni necessarie affinché Costituente Terra possa svolgere pienamente la missione che si è assegnata.

Conclusione
La Conferenza di organizzazione segna il passaggio dalla fase fondativa alla fase dello sviluppo di Costituente Terra.
In questi anni abbiamo costruito un patrimonio di idee, di relazioni, di credibilità culturale e istituzionale che rappresenta un bene prezioso per l’Associazione e per quanti condividono il progetto della Costituzione e della Federazione della Terra.
Oggi siamo chiamati a compiere un passo ulteriore.
Non basta più elaborare una proposta capace di interpretare le grandi trasformazioni del nostro tempo.
Occorre costruire una comunità politica stabile, partecipata e responsabile, capace di sostenerla, diffonderla e tradurla in iniziativa culturale e politica.
La storia dimostra che nessuna grande trasformazione nasce spontaneamente.
Ogni progresso della democrazia, del diritto e della pace è stato il risultato dell’impegno di donne e uomini che hanno saputo organizzarsi attorno a una visione comune e trasformarla in azione collettiva.
Anche la Costituzione e della Federazione della Terra, per diventare una prospettiva storica concreta, hanno bisogno di un soggetto politico e culturale all’altezza della sfida che propone.
Per questo motivo, la costruzione e il rafforzamento di Costituente Terra costituiscono oggi parte integrante del progetto della Costituzione e della Federazione della Terra.
Con questa Conferenza non si conclude una fase. Se ne apre una nuova.
Una fase nella quale il patrimonio di elaborazione teorica, di relazioni, di esperienze e di credibilità costruito in questi anni dovrà tradursi in una comunità più forte, più partecipata e più capace di incidere nella società e nelle istituzioni.
Se l’umanità si trova davvero a un bivio della propria storia, anche Costituente Terra è chiamata a compiere una scelta.
La scelta è quella di assumersi fino in fondo la responsabilità di contribuire alla costruzione di un futuro fondato sul diritto, sulla pace, sulla giustizia sociale, sulla tutela del pianeta e sulla dignità di ogni persona.
La Costituzione e la federazione della Terra indicano una prospettiva per l’umanità. Costituente Terra è chiamata a costruire, fin d’ora, la comunità politica e culturale capace di accompagnare quel futuro.

Direttivo Costituente Terra

Roma 10 settembre 2026
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APERTA LA SOTTOSCRIZIONE STRAORDINARIA DI COSTITUENTE TERRA
a sostegno della Conferenza di organizzazione e delle tante iniziative in corso di Costituente. Terra.
Obiettivo 3000 euro entro fine anno.

Oggi Costituente Terra è arrivata a un passaggio decisivo: trasformare questa sua crescita culturale e politica ad ogni livello in una struttura organizzata, stabile e capace di agire con continuità
Una rete internazionale in costruzione:
Un progetto radicale imperniato sul costituzionalismo globale eper la Pace, l’Uguaglianza e la difesa della Natura che ci ha fatto crescere ed affermare a livello italiano ed internazionale
La crescita di questi anni ci pone oggi davanti a una responsabilità nuova.
Non basta più produrre e arricchire elaborazione.
Occorre costruire il soggetto capace di portarla nella società.
È questo il senso della Conferenza di Organizzazione avviata nel 2026 e che si concluderà il prossimo 19 novembre.
L’obiettivo è costruire una Costituente Terra più stabile e più presente sul territorio, capace di sviluppare una rete di realtà locali e internazionali, di rafforzare i rapporti con università, associazioni, movimenti e istituzioni e, soprattutto, di rendere permanente l’iniziativa culturale e civile.
Il passaggio è quindi, per noi, particolarmente importante:
dalla elaborazione alla costruzione; dalla rete ancora informale a una comunità organizzata; dalla dimensione nazionale a una vera rete internazionale.
Per farlo sono necessarie idee, persone, relazioni. Ma sono necessarie anche risorse adeguate.
Per sottoscrivere basta andare sul sito www.costituenteterra.it sottoscrizione straordinaria.
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Defensores Karalis

img_0350IL COMPLESSO DEGLI SCOLOPI DI SAN GIUSEPPE IN CASTELLO A CAGLIARI: DAL RECUPERO DELLA CHIESA CON I FONDI PNRR ALLA SFIDA CIVICA PER UNA FONDAZIONE DEI BENI COMUNI
di Franco Meloni

Cagliari custodisce le tracce profonde di un’identità plurale e millenaria, stratificata dalle memorie puniche e romane fino alle epoche giudicale, pisana, aragonese, spagnola e sabauda, per arrivare ai nostri giorni. Nel quartiere di Castello, caratterizzato da torri e bastioni fortificati, tra le altre evidenze spicca per rilevanza storica e monumentale il complesso edificato nella seconda metà del XVII secolo dai Padri Scolopi, composto dal Collegio e dalla Chiesa di San Giuseppe. È una storia che affonda le radici nel Seicento, attraversa le grandi riforme del Settecento illuminista e parla direttamente al nostro presente, stimolando pratiche di cittadinanza attiva e innovazione sociale.

L’origine: la chiamata e le carte d’archivio
È noto che i Padri Scolopi giunsero in città nel novembre del 1640, preceduti da un invito formale dei Consoli municipali volto a rispondere all’esigenza primaria di garantire un’istruzione adeguata ai giovani cagliaritani. Sarà proprio lo studio approfondito del carteggio intercorso tra l’amministrazione e l’Ordine, custodito presso l’Archivio storico del Comune di Cagliari, a restituire nei dettagli le tappe di quell’insediamento. A raccogliere quella chiamata fu direttamente il fondatore dell’ordine, San Giuseppe Calasanzio, il santo spagnolo che inventò la prima scuola popolare gratuita d’Europa.

A conferma di come questo legame spirituale non si sia mai del tutto spezzato, quest’anno a Cagliari è ripreso — seppure in tono minore ma estremamente significativo — un momento di culto devozionale dedicato al fondatore: il parroco di Sant’Eulalia ha infatti celebrato una santa messa per onorare San Giuseppe Calasanzio il 25 agosto, giorno della sua festa liturgica. Un piccolo segnale di continuità che si affaccia nel tessuto cittadino accanto alle grandi trasformazioni materiali.

img_0829Il Settecento, Carlo Emanuele III e l’impronta di Giuseppe Agostino Delbecchi
Nel corso del Settecento, la storia del complesso scolopico e quella dell’Università di Cagliari si intrecciarono in modo indissolubile. Fu il re Carlo Emanuele III di Savoia, il 28 giugno 1764, a restaurare formalmente l’Università degli Studi di Cagliari, dando il via a una stagione di profondo rinnovamento culturale e istituzionale.

img_0831In questo quadro di riforme sabaude e di azione del ministro Giovanni Battista Bogino, una figura chiave fu quella dell’arcivescovo Giuseppe Agostino Delbecchi. Nato a Oneglia nel 1697 e appartenente all’Ordine degli Scolopi, Delbecchi fu Vescovo di Alghero fino al 1763, quando venne chiamato a reggere l’arcidiocesi cagliaritana e, di conseguenza, ad assumere l’importante ruolo di Cancelliere dell’Ateneo. Nel suo tempo l’Università visse una fase cruciale di modernizzazione degli studi e degli assetti amministrativi. Come documentato in diversi studi, particolarmente quelli sulla storia dell’Ateneo cagliaritano*, Delbecchi fu un attore istituzionale capace di unire la rigorosa tradizione pedagogica del suo ordine con le istanze di riforma dello Stato. Morì ancora in carica a Cagliari nell’aprile del 1777.

img_0833Dal cantiere del PNRR alla frammentazione proprietaria
Il filo che legava gli Scolopi all’istruzione cittadina si era interrotto nel 1866 con le leggi eversive dell’asse ecclesiastico. Da allora l’imponente complesso di Castello ha subito alterne vicende, finendo per essere convertito ad altre funzioni (come l’ospitalità per un lungo periodo del Liceo Artistico statale).

Oggi, tuttavia, lo scenario strutturale registra una novità di rilievo: la chiesa di San Giuseppe è infatti in fase avanzata di recupero conservativo, un intervento reso possibile grazie ai fondi del PNRR, i cui lavori si concluderanno attendibilmente entro l’anno corrente. Resta tuttavia da affrontare il nodo della governance e della destinazione d’uso, tenendo conto della scomposizione proprietaria che vede la chiesa saldamente trattenuta dallo Stato nel Fondo Edifici di Culto (FEC) del Ministero dell’Interno, mentre il collegio appartiene al patrimonio del Comune di Cagliari.

La proposta: una Fondazione di Partecipazione e i beni comuni
Proprio per valorizzare gli spazi restaurati e superare le rigidità burocratiche tra i diversi enti, la mobilitazione culturale promossa da Aladinpensiero lancia una proposta forte e innovativa. Un percorso che trova oggi un inedito e favorevole stimolo istituzionale nell’adozione del “regolamento per la cogestione dei beni comuni urbani”, attualmente in discussione presso le competenti commissioni consiliari del Comune. In questo solco si inserisce l’idea di sperimentare uno strumento avanzato di innovazione sociale: la costituzione di una Fondazione di Partecipazione.

Questo modello di governance pubblico-privato permetterebbe di far convergere attorno allo stesso tavolo strategico diversi soggetti pubblici e privati, sicuramente nella fase di concertazione, fermo restando che si dovranno individuare i soggetti da coinvolgere operativamente:

- Lo Stato (FEC) e il Comune, per ricucire la frammentazione proprietaria.

- La Regione Autonoma della Sardegna e il Comune, per il coordinamento delle politiche culturali e di rigenerazione urbana.

- L’Università di Cagliari, per riannodare il filo storico che unisce l’Ateneo all’eredità degli Scolopi e alle esigenze della Terza Missione universitaria in favore del territorio e a precipuo beneficio delle giovani generazioni.

- La Diocesi, le Parrocchie e gli Enti religiosi, custodi della memoria religiosa e monumentale.

- Le associazioni di cittadinanza attiva e i comitati di quartiere, gli ex allievi degli scolopi, ecc, garanti del radicamento sociale del progetto.

- I privati come soggetti di mecenatismo culturale

La sostenibilità economica di un simile percorso troverebbe linfa nell’accesso alle linee di finanziamento governative, regionali ed europee e nel sostegno privato, tra cui quello di rilievo delle Fondazioni ex bancarie, in primis la Fondazione di Sardegna.

img_0203Verso una nuova destinazione civica e aperta
La chiesa di San Giuseppe (ormai nota come chiesa di San Giuseppe Calasanzio), restituita al decoro architettonico grazie al PNRR, troverebbe una vocazione ideale come contenitore culturale laico — uno spazio per conferenze, concerti, rassegne librarie e attività culturali dell’Ateneo e della cittadinanza per il tramite dell’associazionismo di base —, senza per questo escludere, anzi prevedendola fin d’ora, la possibilità che vi si possano ospitare funzioni religiose straordinarie, prima fra tutte la celebrazione liturgica in occasione della festa del santo fondatore ogni 25 agosto.

Se nel 1640 furono i Consoli municipali a chiamare i padri Scolopi per offrire un servizio prezioso alla gioventù cagliaritana, oggi spetta alle istituzioni, all’Università e alla cittadinanza attiva fare tesoro di quelle feconde esperienze, per quanto possano ancora insegnarci, trasformando il recupero di un monumento in un laboratorio permanente di rigenerazione civica e di cura condivisa dei beni comuni.

———————–
* Ci riferiamo particolarmente agli studi curati da Giancarlo Sorgia e ripresi più di recente da Paolo Bullita.
Altre informazioni sono tratte dal libro “Gli scolopi in Sardegna” di padre Francesco Colli Vignarelli, Ettore Gasperini Editore, Cagliari 1982.

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Tecnologie e transizione, la Cina consolida il vantaggio sugli USA

Alessandra Colarizzi* – Materia Rinnovabile

Settembre 2015: Xi Jinping viene ricevuto per la prima volta alla Casa Bianca da Barack Obama. A Washington, clima e transizione energetica sono al centro di una rara stagione di cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Nel comunicato congiunto, i due leader definiscono il cambiamento climatico una delle maggiori minacce per l’umanità. Pechino annuncia l’introduzione di un sistema nazionale di scambio delle emissioni e un contributo da 20 miliardi di yuan per i paesi in via di sviluppo. Washington conferma il Clean Power Plan, destinato a ridurre le emissioni del settore elettrico statunitense. Sullo sfondo c’è Parigi: l’intesa tra Xi e Obama contribuisce a preparare il terreno per l’accordo globale sul clima che verrà firmato tre mesi dopo.

Passati dieci anni, alla Casa Bianca non c’è più Obama, c’è Donald Trump. Il dossier Clima è sparito dallo Studio Ovale, né ve ne è menzione nelle dichiarazioni rilasciate al termine della visita di Xi, la prima da quel lontano 2015. D’altronde, lo scetticismo dell’ex tycoon nei confronti delle tematiche ambientali è cosa nota. Il paradosso tuttavia non potrebbe essere più evidente. Proprio mentre il clima sembra perdere importanza nelle interlocuzioni bilaterali, le tecnologie necessarie alla transizione energetica diventano sempre più centrali nella competizione economica e tecnologica tra le due superpotenze: chi controlla batterie, pannelli, veicoli elettrici, materiali e componentistica controlla una parte crescente delle infrastrutture necessarie non solo alla transizione energetica, ma anche allo sviluppo delle industrie di frontiera.

La Repubblica popolare è arrivata al vertice di Washington con un netto vantaggio in termini di produzione, installazioni ed esportazioni di tecnologie pulite. A sette mesi dall’inizio della guerra in Iran, gli Stati Uniti invece affrontano costi energetici in aumento e una maggiore dipendenza dal gas per alimentare le infrastrutture del futuro. Il bilancio provvisorio del summit vede rafforzata ulteriormente la posizione della Cina lungo tutta la filiera: dai materiali critici, indispensabili per l’industria verde, fino all’intelligenza artificiale (AI), settore in cui il paese asiatico sta accorciando velocemente la distanza con gli States, nonostante i divieti sulla vendita di chip avanzati introdotti da Joe Biden.

Il fumo negli occhi è l’annuncio della Casa Bianca secondo cui, “in seguito al rilancio dell’industria carbonifera americana voluta dal presidente Trump, la Cina si è impegnata a importare almeno 10 milioni di tonnellate di carbone”. Come scritto su queste colonne, la Repubblica popolare continua a considerare il combustibile fossile come riserva, non come fonte primaria; sul lungo periodo è invece alle rinnovabili che si affida per ridurre la dipendenza dai mercati energetici d’oltremare. Questa auspicata maggiore autosufficienza si basa innanzitutto sul controllo delle materie prime. Un controllo che la visita di Xi a Washington lascia ancora una volta nelle mani di Pechino.

Il risultato più concreto del bilaterale riguarda senza dubbio la tregua commerciale: conclusa lo scorso anno a Busan (Corea del Sud) e in scadenza a novembre, è stata prolungata fino al 10 gennaio. Così facendo la Cina ha ottenuto un ulteriore congelamento dei dazi statunitensi e una riduzione su alcuni specifici beni di consumo. In cambio ha implicitamente (ri)promesso di allentare le restrizioni all’export di terre rare, in quantità e con tempistiche tutte da accertare.

Mettendo da parte il vecchio attendismo, all’inizio della seconda amministrazione Trump Pechino ha reagito ai dazi annunciando l’introduzione di limitazioni sulle esportazioni di materiali critici. L’accordo pattuito lo scorso anno, finora, ha riguardato solo settori non strategici, mentre Pechino si avvale tutt’oggi del diritto di restringere le forniture destinate a scopi militari con una discrezionalità che ha già suscitato diverse lamentele sia negli Stati Uniti sia in Europa. Il tempo è dalla parte della Cina. Gli sforzi di Washington per creare un’industria nazionale richiederanno non solo massicci investimenti. Secondo il report 2024 di S&P Global, lo sviluppo di un nuovo progetto per le terre rare negli Stati Uniti necessita in media di quasi 29 anni dalla scoperta iniziale del giacimento all’effettiva fase di produzione.

A valle la posizione del gigante asiatico è persino più solida. Secondo un rapporto di Atlas Public Policy e Clean Power Information Project (aggiornato al giugno 2026), la Repubblica popolare conta ormai sul 57% degli investimenti annunciati a livello mondiale nella produzione di tecnologie verdi. Ben 16,7 miliardi di dollari solo nella prima metà del 2026, più del triplo rispetto ai 5,2 miliardi di dollari provenienti dagli Stati Uniti. A maggio 2026, il gigante asiatico controllava il 49% della capacità solare installata a livello globale, il 50% della capacità eolica e il 63% delle vendite mondiali di veicoli elettrici, anche se il mercato a stelle e strisce è blindato da dazi doganali superiori al 100% e restrizioni sulle auto con software di fabbricazione cinese. “Nessun altro paese si avvicina minimamente a questi risultati”, commenta Atlas.

È un vantaggio che assume maggiore rilevanza nel contesto della doppia crisi energetica attuale: la guerra scatenata da Washington contro l’Iran ha contribuito alla volatilità dei mercati di petrolio e gas, mentre l’aumento della domanda di elettricità legata ai data center per l’AI richiede nuove fonti e infrastrutture stabili. L’amministrazione Trump mostra segni di difficoltà nel gestire entrambe le emergenze. Secondo i sondaggi, la stretta inflattiva rischia di influenzare negativamente le elezioni di medio termine previste a novembre, mentre da gennaio a oggi manifestazioni in quarantadue stati hanno bloccato la costruzione di oltre cento data center, invisi perfino più delle centrali nucleari per gli enormi consumi di energia e acqua. L’ex tycoon l’ha definita “una cospirazione malvagia che fa felice solo la Cina”.

Venerdì 25 settembre, mentre Trump accoglieva Xi agli Archivi nazionali, un gruppo bipartisan del Congresso ha presentato un disegno di legge volto a vietare componenti cinesi nei data center per motivi di sicurezza nazionale. Ma, stando alla Reuters, nessuna delle aziende statunitensi disporrebbe della capacità produttiva necessaria per sostituire i fornitori della Repubblica popolare. Un grattacapo non da poco, considerato che la competizione nell’AI non riguarda soltanto chi sviluppa i modelli migliori, ma anche chi riesce a costruire più rapidamente l’infrastruttura fisica necessaria per farli funzionare.

Proprio la nuova tecnologia è stato uno dei temi più discussi subito prima e durante la trasferta di Xi a Washington. Il comunicato rilasciato sabato 26 settembre da Pechino la menziona negli otto punti in cui le due parti hanno raggiunto un consenso. Nello specifico si parla di “istituire un dialogo Cina-USA per scambiare opinioni sui rischi e i benefici” dell’AI, nonché di stabilire “canali di comunicazione” nell’attesa dei prossimi colloqui che “si terranno a novembre di quest’anno”.

L’annuncio sembra confermare la nascita di quel meccanismo sulla sicurezza della tecnologia concordato dai rispettivi capi negoziali alla vigilia del vertice. Ancora si sa poco ma, secondo gli esperti, potrebbe funzionare come il “telefono rosso” lanciato da Stati Uniti e Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda. Restano da chiarire vari punti, a partire dalle scelte lessicali: il readout cinese parla di “rengong zhineng” (intelligenza artificiale in mandarino) invece di “Super Intelligence”, il neologismo coniato da Trump e utilizzato dalla Casa Bianca. Una dissonanza terminologica che potrebbe tuttavia mascherare divergenze più profonde. Non solo per via del divieto − condannato spesso da Pechino − sulla vendita di chip avanzati statunitensi, un punto su cui entrambe le letture del summit tacciono.

Come spiega a Materia Rinnovabile Kyle Chan, ricercatore del Brooking Institution, “una delle principali differenze tra i negoziati in corso sulla sicurezza dell’AI e quelli passati sul disarmo nucleare è proprio la mancata comunanza di vedute sui presupposti di fondo: all’epoca della Guerra Fredda sia l’Unione Sovietica sia gli Stati Uniti condividevano una visione dei rischi derivanti dalle armi nucleari. Nel campo dell’AI, invece, oggi Cina e Stati Uniti valutano le minacce in modo diverso”.

Se negli USA il dibattito si è concentrato sulle capacità dei modelli di frontiera, sulla sicurezza nazionale e sul rischio di una perdita di controllo umano, nella Repubblica popolare la sicurezza dell’AI viene affrontata attraverso una lente più ampia: controllabilità, uso improprio, integrità dell’informazione e conseguenze sociali. Il tratto distintivo dell’approccio cinese è dunque la forte interdipendenza attribuita a sviluppo e sicurezza: due obiettivi che devono procedere sullo stesso binario.

“Una linea di emergenza potrebbe aiutare i due governi a comunicare sui rischi futuri, ma da sola non risponderebbe alla domanda su chi può esaminare un modello mentre viene sviluppato. Su questa questione, gli approcci differiscono ancora”, spiega Poe Zhao, analista indipendente nonché curatore della newsletter Hello China Tech. La differenza principale, secondo l’esperto “è chi ottiene l’accesso, e quando. Una cooperazione più ampia rimarrà difficile perché la sicurezza dell’AI è strettamente connessa alla competizione su chip, potenza di calcolo e modelli avanzati”.

Mentre collaborare non sarà facile, una cosa invece sembra certa: oltre la Muraglia l’evoluzione della tecnologia comincia ad agitare il sonno della leadership comunista. “Xi sottolinea da tempo l’importanza del controllo umano sull’AI”, ci spiega Chan, secondo il quale il discorso del presidente cinese alla Casa Bianca riecheggia quanto affermato durante la World AI Conference (WAIC) di quest’estate. “Non credo che le sue parole siano una reazione ai recenti sviluppi negli Stati Uniti, come il caso Hugging Face”, commenta l’esperto. “Penso piuttosto vadano considerate tanto una mossa diplomatica quanto il sintomo di una reale preoccupazione. Se da una parte la Cina vuole chiaramente presentarsi al mondo come un attore responsabile, esistono rischi concreti legati all’AI che Pechino prende molto sul serio.”

*Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
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La minaccia dell’intelligenza artificiale riuscirà a risvegliare l’umanità in tempo?
Di David Korten* – Common Dreams

Ci troviamo ora ancora una volta di fronte alla logica di un patto suicida globale. Tutti possono riconoscere il pericolo, eppure nessun partecipante si sente libero di ritirarsi dalla competizione.

L’intelligenza artificiale pone l’umanità di fronte a un paradosso di importanza storica. Se utilizzata per potenziare la cooperazione umana e l’apprendimento condiviso al servizio della vita, l’IA può essere uno strumento potente per creare un mondo che funzioni per tutti. Se invece impiegata come arma competitiva nella ricerca del profitto, del controllo politico e del dominio militare, accelererà quasi certamente il percorso dell’umanità verso l’autodistruzione.

La minaccia è reale e immediata. Eppure potrebbe anche essere la nostra più grande fonte di speranza. L’IA ci pone di fronte, in modo più chiaro di qualsiasi altra tecnologia precedente, a una verità alla quale abbiamo a lungo opposto resistenza: l’umanità non può sopravvivere come un insieme di individui, imprese e nazioni in competizione tra loro, che perseguono il proprio vantaggio individuale senza riguardo per il benessere dell’insieme. Rendendo inequivocabili e potenzialmente imminenti le conseguenze del nostro percorso attuale, l’IA potrebbe fornire l’incentivo più potente che l’umanità abbia mai sperimentato per intraprendere quella profonda trasformazione culturale da cui ora dipende il nostro futuro comune.

Il dibattito pubblico tratta comunemente l’IA come un’intelligenza indipendente che un giorno potrebbe rivoltarsi contro i suoi creatori umani. Questo indirizza la nostra attenzione verso la domanda sbagliata. L’IA non possiede uno scopo morale indipendente. È uno strumento creato dall’uomo che serve agli scopi di chi la sviluppa, la possiede e la controlla. La domanda fondamentale non è se l’IA sceglierà di controllare l’umanità. È se l’umanità sarà in grado di superare il proprio attaccamento alla competizione e al dominio in misura sufficiente da governare l’IA – e se stessa – al servizio della vita.

All’interno della nostra attuale cultura globale, l’IA viene sviluppata principalmente come strumento di vantaggio competitivo. Le aziende la utilizzano per eliminare posti di lavoro, monitorare i lavoratori, manipolare i consumatori, appropriarsi della creatività umana, acquisire informazioni personali e raggiungere il dominio del mercato. Gli attori politici la utilizzano per diffondere falsità, alimentare la paura e screditare gli avversari. I governi la utilizzano per espandere la sorveglianza, mentre le forze armate la impiegano per identificare obiettivi, guidare armi e sviluppare sistemi di uccisione autonomi.

La giustificazione per sviluppare l’IA il più rapidamente possibile è sempre essenzialmente la stessa: se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri concorrenti. I dirigenti aziendali potrebbero riconoscere che l’eliminazione di milioni di posti di lavoro potrebbe devastare la società, ma temono di perdere contro le aziende che agiscono più rapidamente. I leader nazionali potrebbero comprendere che le armi autonome potrebbero sfuggire al controllo umano, ma temono la sconfitta da parte delle nazioni che le sviluppano per prime. I leader politici potrebbero sapere che l’inganno generato dall’IA sta distruggendo la democrazia, ma temono di perdere contro avversari che la utilizzano in modo più aggressivo.

Questa è la logica di un patto suicida globale. Tutti potrebbero riconoscere il pericolo, eppure nessun partecipante si sente libero di ritirarsi dalla competizione.

L’IA aumenta la velocità, la portata e l’ampiezza di ogni iniziativa competitiva. Può manipolare milioni di menti, monitorare intere popolazioni, eliminare un numero enorme di mezzi di sussistenza e prendere decisioni militari a velocità che sfuggono alla comprensione umana. Può concentrare un potere senza precedenti nelle mani delle aziende e dei governi che controllano i più grandi sistemi di dati e le strutture informatiche. Nel frattempo, tali strutture consumano quantità crescenti di elettricità, acqua, terra e minerali rari, gravando ulteriormente sulla Terra vivente da cui dipende tutta la vita.

Questi pericoli non sono intrinseci all’IA. Sono conseguenze di una civiltà che definisce il progresso come aumento del consumo, considera il denaro il valore supremo dell’umanità, premia la ricerca di ricchezza privata illimitata e organizza le relazioni attorno al dominio e alla competizione. L’IA non crea queste patologie. Le amplifica.

Abbiamo urgente bisogno di leggi che vietino le applicazioni più pericolose dell’IA, tra cui le armi autonome, la sorveglianza di massa, l’usurpazione di identità politiche, il furto di opere intellettuali e l’uso sconsiderato di energia e acqua. Abbiamo bisogno di trasparenza, responsabilità democratica, tutela dei lavoratori e dei creatori e chiara responsabilità legale per i danni causati. Tali misure sono essenziali per rallentare i danni e dare all’umanità il tempo di scegliere un futuro diverso.

Non saranno tuttavia sufficienti. Nessun sistema normativo potrà rendere sicura l’IA fintanto che le imprese e le nazioni rimarranno impegnate in lotte per il dominio. Le regole saranno continuamente indebolite, eluse o abbandonate da coloro che temono che il rispetto delle stesse li metta in una posizione di svantaggio competitivo.

La nostra unica protezione duratura è quindi una trasformazione della cultura globale che determina il modo in cui noi esseri umani utilizziamo l’IA. Ciò richiede che passiamo da una civiltà organizzata attorno alla competizione per il denaro e il potere a una civiltà dedicata al benessere della Terra vivente e di tutti i suoi esseri umani e altri esseri viventi. Quella che molti di noi scelgono di chiamare una Civiltà Ecologica.

Una civiltà di questo tipo riconoscerà la Terra come una comunità vivente, non come un magazzino di materie prime in attesa di essere rivendicate, estratte e vendute a scopo di lucro. Comprenderà che il benessere umano dipende dal benessere del tutto e che la nostra capacità distintiva di scelta consapevole comporta la responsabilità di prenderci cura della vita che ci sostiene. Organizzerà le economie per soddisfare i bisogni di tutti, risanando al contempo la Terra, distribuendo il potere, limitando gli estremi della ricchezza, ripristinando l’autosufficienza locale e rendendo le imprese responsabili nei confronti delle comunità e degli ecosistemi che dipendono da esse.

Una civiltà ecologica non eliminerà la concorrenza. Incoraggerà la concorrenza, non per dominare e sfruttare gli altri, ma piuttosto per essere la più creativa ed eccellente nel promuovere una cultura di cooperazione e responsabilità reciproca a favore del benessere dell’insieme. Le funzionalità essenziali dell’intelligenza artificiale saranno regolate come parte di un patrimonio informativo globale comune. La conoscenza da cui dipendono — creata nel corso di generazioni da innumerevoli esseri umani — sarà trattata come un’eredità condivisa. Il suo utilizzo sarà soggetto a controllo democratico, a limiti ecologici e al requisito fondamentale che il suo impiego sia al servizio della vita.

L’IA potrebbe quindi aiutare educatori, agricoltori, guaritori, scienziati, funzionari pubblici, custodi della conoscenza indigena e organizzatori di comunità a condividere ciò che stanno imparando. Identificherà relazioni al di là della portata di qualsiasi mente individuale, tradurrà tra le lingue, metterà in luce gli errori e ci sosterrà nell’adattare approcci di successo alle esigenze specifiche di ogni luogo. Potrebbe rafforzare la nostra capacità collettiva di ripristinare suoli e foreste, conservare l’acqua, prevenire le malattie, eliminare gli sprechi, localizzare la produzione, risolvere i conflitti e garantire una vita dignitosa per tutti.

In questo ruolo, l’IA non sostituirebbe l’intelligenza umana. Potenzierebbe la nostra capacità di imparare insieme. L’intelligenza più essenziale per il nostro futuro non risiederebbe né nella macchina né nell’individuo isolato, ma nelle relazioni attraverso le quali condividiamo esperienze, approfondiamo la comprensione e organizziamo l’azione collettiva al servizio della vita.

I cambiamenti climatici, il collasso ecologico, le disuguaglianze estreme e la guerra hanno dimostrato il fallimento della nostra civiltà competitiva. Eppure queste minacce sono spesso sembrate lontane, graduali o separabili. L’IA le riunisce e rende sempre più evidente che nessuna impresa può garantire il proprio futuro distruggendo la società che sostiene i suoi mercati; nessuna nazione può raggiungere la sicurezza attraverso armi che minacciano tutte le nazioni; e nessuna parte dell’umanità può prosperare su una Terra morente.

Per la prima volta, l’umanità sta creando uno strumento così potente che il suo uso sicuro potrebbe rivelarsi impossibile senza trasformare la cultura della civiltà che lo ha creato. Questo potrebbe essere il dono più grande dell’IA. Ci pone di fronte a una scelta che non possiamo più rimandare: cooperare per garantire il benessere dell’insieme o continuare a competere verso la nostra comune distruzione.

La domanda è se riconosceremo questa scelta e agiremo in tempo.

Nota dell’autore: Il mio scopo nel condividere questo articolo è quello di contribuire a diffondere questo messaggio essenziale nel mondo il più rapidamente e ampiamente possibile attraverso molti messaggeri e canali. Se questo articolo vi colpisce, per favore, senza bisogno del mio permesso o riconoscimento, inoltrate la nostra newsletter, condividete il link al nostro sito web, pubblicatelo sui social media e/o riproducetelo, adattatelo, condividetelo con i vostri amici e follower, ed esprimete pubblicamente il suo messaggio con le vostre parole e la vostra voce. Vi invito quindi a condividere con me come lo state utilizzando, inviando le informazioni a info@greatturning.org.

*Autore americano, conferenziere, cittadino impegnato, studioso di psicologia e sistemi comportamentali, ex professore della Harvard Business School, critico di spicco della globalizzazione corporativa e sostenitore della transizione umana verso una Civiltà Ecologica.

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All’assemblea generale dell’ONU

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Il discorso tenuto all’ONU da Pedro Sancez, primo
Ministro spagnolo.

“Presidente, signore e signori, salgo su questa tribuna con un solo obiettivo: difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere.
Vengo a rivendicare i principi e le ambizioni che ispirarono la nascita di questa organizzazione ottantuno anni fa. Principi e ambizioni che diversi governi qui presenti disprezzano o intendono smantellare.

La maggior parte di noi credeva in quella promessa comune. Perché eravamo convinti che la pace, la sostenibilità e le pari opportunità non fossero posizioni ideologiche, ma parte integrante del futuro dell’umanità.
Oggi, però, queste idee non vengono soltanto messe in discussione. Vengono attaccate da attori politici, da governi che vogliono riportarci a un passato oscuro. E non serve indicarli: sappiamo tutti chi sono e qual è il loro modus operandi.

Prima mettono in discussione le regole. Poi le violano, sapendo peraltro che nessuno avrà il coraggio di chiedergliene conto.
Tagliano i loro contributi agli organismi multilaterali come questo.
Prendono di mira i loro leader e i loro funzionari, ne bloccano la capacità d’azione, per poi descriverci come enti inutili di cui si può fare a meno.

Il loro è quindi un tentativo di demolizione pianificato e coordinato, che ci viene presentato come inarrestabile, come necessario. Ma che in realtà va contro le correnti strutturali della storia e poggia su tre pilastri sbagliati.

Il primo è l’egoismo: l’assurda convinzione che il mondo sia un gioco a somma zero, in cui il guadagno di qualcuno implica necessariamente la perdita di qualcun altro.

Il secondo è l’ignoranza: perché si disprezzano le evidenze scientifiche e si dà per scontato che esistano Paesi così potenti da poter abusare degli altri e da non aver bisogno di nessuno per prosperare.

E il terzo, il peggiore di tutti a mio giudizio, è la crudeltà. Una crudeltà che ormai non si scompone più davanti alle costole di un bambino affamato o a un ospedale ridotto in macerie.

In questi otto anni ho visto queste forze egoiste, ignoranti e crudeli crescere. Ho visto come si toglievano la maschera e prendevano il potere in molti luoghi. E da lì le ho viste scatenare guerre illegali, massacrare civili innocenti.

Le ho viste trattare milioni di esseri umani come se fossero bestiame e ritirare gli aiuti a chi più soffre la povertà e la malattia.

Le ho viste inquinare l’atmosfera e anche l’oceano, come se fossero di loro proprietà. E cospirare per distruggere questa organizzazione e tutto ciò che rappresenta. Dico tutto questo perché essere testimone di queste cose ha trasformato il mio modo di comprendere il mondo.

Ma non mi ha fatto perdere la speranza. Perché in questi otto anni ho visto anche cose meravigliose che mi fanno continuare ad avere fiducia nell’umanità.

Ho visto, per esempio, milioni di persone mobilitarsi in difesa della natura, della pace, dei diritti civili.

Ho visto migliaia di attivisti e di servitori pubblici affrontare i poteri delle élite, sapendo di mettere a rischio la propria carriera e persino la propria vita.

Ho visto scienziati raggiungere traguardi che credevamo impossibili e molti governi fare la cosa giusta: scommettere sulla cooperazione, sulla giustizia sociale, sulla sostenibilità ambientale.

Certo, io stesso ho segnalato in diverse occasioni le contraddizioni e le carenze di questo organismo. Ma con la stessa convinzione devo denunciare che la maggior parte delle voci che oggi si ostinano a criticare il sistema delle Nazioni Unite non ne stanno descrivendo i fallimenti: stanno cercando di provocarne il fallimento.

Negli ultimi otto anni il mio Paese si è opposto a tutte le guerre di aggressione, ovunque siano scoppiate.

Ci siamo rifiutati di portare la nostra spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo.

E abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per contrastare le pressioni contrarie alla Carta delle Nazioni Unite: sanzionando gli aggressori russi, imponendo un embargo sulle armi al governo di Netanyahu in Israele, impedendo che il nostro territorio venisse usato per schierare una coalizione contraria alla legalità internazionale e condannando senza ambiguità il genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza.

Abbiamo anche mobilitato risorse per fare di più. E di fronte alla manovra che ha tagliato quasi un terzo degli aiuti mondiali allo sviluppo in appena due anni, la Spagna ha raddoppiato il suo investimento nella cooperazione e ha aumentato il proprio contributo ai sistemi multilaterali di nientemeno che il 60%. E lo abbiamo fatto restando sempre fedeli ai nostri principi.

Anche in momenti difficili come quello che sta vivendo la città spagnola di Ceuta, dove disuguaglianza, disperazione e disinformazione hanno alimentato una delle crisi di migrazione irregolare più gravi degli ultimi anni. So che in momenti come questi la tentazione è scegliere la scorciatoia, cedere alla paura, trasformare il migrante in un nemico e violare la legalità.

Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà. E ovviamente non lo farà nemmeno una città spagnola come Ceuta. Perché i suoi cittadini stanno dimostrando che si può affrontare una crisi senza rinunciare alla decenza, mantenendo la legalità e rispettando i diritti umani. E ne usciremo più forti proprio per questo.

Perché la Spagna non sceglie la strada più facile: sceglie sempre la strada più giusta.
E voglio anche riconoscere che il mondo lo sa.
E le forze reazionarie che vogliono distruggere questo ordine multilaterale non smettono di attaccarci per questo. Vogliono che dimentichiamo, vogliono che finiamo per credere che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile siano cause perse, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un segno di debolezza.

Ebbene, io sono qui, salgo su questa tribuna per dire loro forte e chiaro che si sbagliano e che non staremo zitti. Che noi spagnoli non faremo un passo indietro. Che non smetteremo di credere che l’umanità possa continuare a progredire e che, tutti e tutte insieme, possiamo costruire un mondo migliore.

E non lo faremo perché dobbiamo rispondere ai nostri figli e alle nostre figlie, ai loro sogni.

Perché sappiamo che tra qualche anno quelle generazioni future guarderanno indietro, studieranno questo decennio decisivo nella storia delle Nazioni Unite e ci chiederanno quale ruolo abbiamo avuto ciascuno di noi.

Ci chiederanno, giustamente: che cosa avete fatto quando alcuni Paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere un occhio?

Ci chiederanno: che cosa avete fatto quando difendere ciò in cui credevate ha cominciato a costare caro?

E quando accadrà, vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare.

Che noi no.

Vogliamo poter dire loro che ci abbiamo rimesso la pelle per lasciargli un mondo più pacifico, più sostenibile e, sì, più giusto.

È questo che speriamo di potergli dire. Ed è questo l’impegno che voglio lasciare su questa tribuna.

Non a nome mio, ma a nome del Paese che rappresento: la Spagna. Molte grazie”.
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All’ONU. Il discorso di Lula e quello di Trump

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Il discorso integrale di Lula all’ONU: “La democrazia brasiliana appartiene ai brasiliani. Il Brasile non è il cortile di nessuno”

“​Saluto ciascuno dei Capi di Stato e di Governo e i delegati e le delegate presenti.
​Mi rivolgo in particolare al Segretario Generale delle Nazioni Unite.
​Nel corso dei suoi due mandati, António Guterres è stato testimone diretto dei crescenti soprusi delle superpotenze.
​Signor Presidente,
​Questa è la decima volta che apro il Dibattito Generale di questa Assemblea.
​Da quando ho occupato per la prima volta questo podio, nel 2003, questo è il momento più critico per le Nazioni Unite.
​Il sentimento che mi muove oggi è l’indignazione.
​L’ONU sta fallendo in una delle sue missioni più alte: quella di liberare l’umanità dal flagello della guerra. La sua credibilità non è mai stata così bassa. La sua capacità di proteggere i più vulnerabili, coloro che non hanno un esercito, né arsenali, non è mai stata così ridotta.
​Siamo tutti ostaggi dell’immobilità di un Consiglio di Sicurezza che non svolge il proprio ruolo. Nel 1946, già nella prima sessione di questa Assemblea, il Brasile metteva in guardia sull’alto prezzo che la comunità internazionale avrebbe pagato per il diritto di veto.
Questo vizio d’origine della Carta dell’ONU ha conferito alle grandi potenze il privilegio dell’irragionevolezza.
​A questo peccato originale si aggiunge ora una profonda crisi di leadership. L’anno 2025 ha registrato il maggior numero di conflitti armati dalla Seconda Guerra Mondiale.
​Migliaia di miliardi di dollari finanziano una nuova corsa agli armamenti. Le tensioni geopolitiche minacciano di trasformare scontri regionali in una conflagrazione di proporzioni globali.
​Coloro che detengono le redini delle decisioni cruciali devono agire con responsabilità e senso di urgenza. I leader dei paesi che compongono il Consiglio di Sicurezza devono riunirsi.
​Non ignoro le realtà del potere.
​Ma le concessioni alla legge del più forte hanno ormai superato il limite. Questo non è idealismo. È il più puro realismo.
​La guerra non è la continuazione della politica con altri mezzi. È il fallimento totale della politica.
​In un mondo interdipendente, guidare significa conciliare gli interessi della patria con quelli dell’umanità.
​Questa è la constatazione di chi rappresenta una nazione amante della pace e della libertà.
​Di qualcuno che ha lottato contro una dittatura militare e ha difeso il proprio paese da un colpo di stato. È la convinzione di un operaio eletto tre volte presidente e che ha fatto uscire il Brasile dalla Mappa della Fame.
​Questa Assemblea ha recentemente corretto distorsioni storiche.
​Ha riconosciuto la tratta degli africani schiavizzati come il più grave crimine contro l’umanità. Ha approvato la rappresentazione più precisa del mappamondo.
​Ora deve concentrarsi su temi determinanti per il futuro dell’umanità.
​Siamo chiamati a scegliere tra:
​multilateralismo o unilateralismo;
​democrazia o estremismo;
​sovranità o subordinazione.
​Queste scelte richiedono coraggio, volontà politica e chiarezza di obiettivi. Questo è ciò che ci si aspetta da uno Statista.
​Yasser Arafat e Yitzhak Rabin sono stati statisti. Hanno sfidato il passato per progettare un futuro di pace.
​Sono stati sconfitti dall’odio.
​Generazioni di palestinesi porteranno il dolore e il trauma lasciati dal genocidio praticato dal governo Netanyahu contro donne e bambini a Gaza. Civili israeliani hanno pagato il prezzo del radicalismo e dell’intolleranza degli atti terroristici di Hamas.
​Perseguire la Corte Penale Internazionale e i suoi membri è un incentivo affinché questi crimini rimangano impuniti.
​La relatrice speciale dell’ONU, Francesca Albanese, non può essere messa al silenzio per aver detto la verità. Gli insediamenti illegali in Cisgiordania rendono sempre meno fattibile la soluzione dei due Stati, essenziale affinché israeliani e palestinesi possano vivere in sicurezza.
​Minacciare le civiltà di estinzione non porterà stabilità nel Medio Oriente.
​Lo Stretto di Hormuz si è trasformato in una trincea di guerra, quando dovrebbe rimanere un passaggio vitale per il commercio internazionale. Famiglie in tutto il mondo pagano per l’aumento dei prezzi di carburanti, fertilizzanti e generi alimentari.
​La guerra tra Russia e Ucraina si trascina da cinque anni, in un dramma umanitario che continua a mietere vite.
​Tutti sappiamo che non ci saranno vincitori sul campo di battaglia.
​La diplomazia è l’unica opzione.
​Iniziative come il Gruppo degli Amici della Pace, creato da Brasile e Cina, dimostrano che ci sono forze nella comunità internazionale disposte a lavorare per il dialogo.
​In America Latina e nei Caraibi, la vicinanza geografica alla più grande potenza militare del mondo è ineludibile. Soprattutto in un contesto di recrudescenza di tentazioni egemoniche.
​Il Brasile non sta nel cortile di nessuno. Abbiamo bisogno di partner con un’agenda positiva, che promuova lo sviluppo.
​Le differenze ideologiche non devono essere ostacoli a una maggiore integrazione tra vicini. I paesi della regione hanno conosciuto gli orrori dei regimi autoritari. Abbiamo percorso un lungo cammino per ripristinare la volontà popolare.
​La democrazia è di nuovo sotto tiro.
​Torniamo ad assistere all’ingerenza esterna nei processi elettorali.
​La divisione del mondo in zone d’influenza e le mire neocoloniali sulle risorse strategiche costituiscono gesti anacronistici.
​Il popolo venezuelano merita di definire il proprio destino.
​Il Nicaragua non risolverà i suoi problemi impedendo all’opposizione di correre alle elezioni.
​La crisi ad Haiti continua a testare i limiti dell’indifferenza della comunità internazionale.
​A Cuba, il mondo assiste sbigottito alla punizione collettiva imposta a 10 milioni di persone da un embargo economico e da un assedio energetico illegali.
​Signor Presidente,
​Il Brasile non sottovaluta la sfida rappresentata dalla criminalità organizzata.
​Siamo pronti ad affrontare le organizzazioni criminali che terrorizzano le nostre comunità.
​I lavoratori vengono rapinati.
​Le madri perdono i loro figli.
​I poliziotti non tornano a casa.
​Le persone sono stanche della violenza.
​Ma non delegheremo a terzi la responsabilità di difendere i nostri confini e di garantire alla popolazione il diritto di vivere senza paura.
​Non abbiamo bisogno di portaerei che sorveglino le nostre acque. Abbiamo bisogno di cooperazione per bloccare il flusso di armi e denaro che alimentano la criminalità.
​La Legge Anti-fazione che abbiamo appena approvato impone alla criminalità organizzata pene superiori a quelle previste per il terrorismo.
​Criminalità organizzata e corruzione vanno di pari passo.
​La lotta alla corruzione continuerà inesorabile, chiunque ne faccia le spese. Nessuno è al di sopra della legge.
​Signore e signori,
​I pilastri del multilateralismo vengono corrosi.
​L’Organizzazione Mondiale del Commercio è tenuta in vita artificialmente.
​Quando i governi capitolano di fronte a chi usa le tariffe come armi di coercizione e ricatto, le conseguenze sono nefaste.
​Nell’era della disinformazione, gli oscurantisti resistono all’evidenza della scienza. Non dimenticheremo mai le milioni di vite perse a causa della superficialità nell’affrontare il COVID-19.
​Le campagne contro i vaccini stanno riportando malattie che ritenevamo sradicate.
​Indebolire l’Organizzazione Mondiale della Sanità rende tutti più vulnerabili.
​Fino a poco tempo fa, la risposta al cambiamento climatico era consolidata al centro dell’agenda internazionale.
​Quest’anno, il tema è scomparso dai dibattiti del G7 e del G20, forum che riuniscono i maggiori emettitori di carbonio.
​È tempo di riprendere l’offensiva e infliggere una sconfitta al negazionismo.
​La natura ci ricorda ogni giorno che il pianeta è uno solo.
​I ghiacciai dell’Himalaia si stanno sciogliendo. Un Super El Niño può provocare piogge torrenziali, siccità e incendi boschivi in diverse parti del globo.
​I suoi effetti colpiranno soprattutto i più vulnerabili.
​Il Brasile sta dimostrando che è possibile coniugare crescita economica e riduzione delle emissioni.
Il Brasile non tollererà questo modello di business.
​Abbiamo approvato una delle legislazioni più avanzate al mondo per proteggere bambini, adolescenti e donne nell’ambiente digitale.
​Garantiremo la giusta remunerazione ad artisti, musicisti e creatori di contenuti audiovisivi.
​Non cederemo alle pressioni delle multinazionali che vogliono privatizzare il nostro PIX, un’infrastruttura di pagamento pubblica e gratuita che ha reso l’inclusione finanziaria una realtà per milioni di brasiliani.
​Signore e signori,
​Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono bersaglio di attacchi da parte di forze reazionarie che desiderano normalizzare le ingiustizie.
​La disuguaglianza e il sottosviluppo sono il risultato di scelte politiche.
​È possibile inserire i poveri nel bilancio statale e far pagare ai ricchi la loro parte.
​È necessario tagliare i privilegi e investire in un’istruzione e in una sanità gratuite e di qualità.
​Esiste, in tutto il mondo, un legittimo anelito al cambiamento. Ma cambiare non significa retrocedere.
​Non significa sottrarre diritti.
​Non significa riproporre teorie di supremazia razziale o di sottomissione femminile.
​Non significa ricolonizzare il Sud Globale.
​Cambiare è avanzare verso un futuro di maggiore partecipazione e di conquiste più grandi.
​È creare e condividere soluzioni pubbliche efficaci per le sfide dello sviluppo attraverso uno Stato democratico, forte, efficiente e capace.
​È scommettere sullo spirito di solidarietà e sulla cooperazione con l’Africa, l’Asia, l’America Latina e i Caraibi.
​Iniziative come l’Alleanza Globale contro la Fame e la Povertà e il Pannello Internazionale sulla Disuguaglianza nascono da questa volontà politica.
​Il Brasile ha fretta di diventare una nazione sviluppata e socialmente giusta.
​Abbiamo adottato un modello economico che si basa sulla redistribuzione del reddito, sulla creazione di posti di lavoro e sulla valorizzazione dei salari.
​Puntiamo sul miglioramento della produttività, sull’espansione del credito e sulla costruzione di una solida rete di protezione sociale.
​Il Brasile è tornato a crescere in modo sostenuto. Siamo la terza destinazione principale per gli investimenti diretti esteri.
​Nonostante la pioggia di dazi contro la nostra economia, quest’anno batteremo un nuovo record di esportazioni.
​C’è ancora molto da fare.
​Il mondo del lavoro si sta trasformando.
​Le persone anziane vogliono rimanere attive. I giovani desiderano fare impresa.
​Il lavoratore ha bisogno di tempo per riposare, qualificarsi e stare con la famiglia.
​In Brasile, concretizzare questo obiettivo passa attraverso la fine della cosiddetta settimana lavorativa 6×1, per garantire al lavoratore 2 giorni liberi a settimana.
​Questo cambiamento è fondamentale per alleviare il sovraccarico domestico che ricade ancora sulle donne.
​Stiamo costruendo un Brasile in cui le donne non debbano chiedere il permesso per occupare spazi di potere o per inserirsi nel mercato del lavoro.
​Un paese libero dal femminicidio, in cui nessuna donna, dentro o fuori casa, viva sotto la minaccia della violenza.
​Questa è una causa che tutto il mondo deve abbracciare.
​Signor Presidente,
​Nel ricevere il Nobel per la Pace, Martin Luther King affermò che “ciò che le persone ripiegate su se stesse hanno distrutto, altre persone rivolte al prossimo possono ricostruire”.
​L’ONU è nata sotto il segno della speranza.
​Nel corso di otto decenni, ha contribuito alla decolonizzazione, ha promosso i diritti umani e ha sostenuto lo sviluppo sostenibile.
​Ha protetto migranti e rifugiati, ha condannato il razzismo, l’antisemitismo e l’intolleranza religiosa.
​Queste sono state conquiste di leader che hanno occupato questo podio mossi dall’indignazione di fronte alle ingiustizie del loro tempo.
​Uomini e donne che si sono rifiutati di accettare la guerra come destino, il colonialismo come diritto, l’apartheid come sistema legittimo.
​È da questa capacità di dire “no” alle disuguaglianze che sono nate alcune delle più grandi trasformazioni che abbiamo vissuto.
​Di fronte alla paralisi delle Nazioni Unite, dobbiamo ritrovare la volontà politica affinché essa torni a essere il tempio della pace.
​Desidero concludere con un messaggio sul mio paese rivolto a tutti coloro che ci ascoltano.
​Il quattro ottobre, milioni di brasiliane e brasiliani si recheranno alle urne per decidere il proprio destino.
​Non voteranno soltanto per eleggere il Presidente della Repubblica, i governatori statali e i rappresentanti del Potere Legislativo.
​Decideranno tra democrazia e negacionismo.
​Se il Brasile avanzerà verso un futuro di maggiori opportunità o se ritornerà a un passato di esclusione.
​Avremo un’elezione trasparente e competitiva, in cui tutti i candidati godranno della più ampia libertà di espressione.
​Sappiamo che alcuni abusano di questa libertà per allearsi con interessi stranieri contrari al paese.
​Non sottovalutiamo la sfida delle reti di disinformazione che intendono snaturare il dibattito pubblico durante la campagna elettorale.
​Ma disponiamo di un sistema elettorale moderno e solido.
​Sotto lo sguardo attento di una cittadinanza plurale e di una stampa libera, non permetteremo che i nemici della democrazia, interni ed esterni, attentino alla volontà popolare.
​La democrazia brasiliana appartiene ai brasiliani.
​Il Brasile continuerà a essere un paese sovrano.
​Nessuno. Nessuno ci allontanerà da questa strada.
​Che Dio benedica tutti noi.
​Grazie mille.”
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E il discorso di Donald Trump
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IL COMIZIO DEL DOTTOR STRANAMORE ALL’ASSEMBLEA ONU. E’
UN FOLLE CHE VA FERMATO PRIMA CHE CI PORTI ALL’ESTINZIONE
Questi i passaggi principali del torrenziale e demenziale intervento oggi all’Onu di Donald Trump, un megalomane pazzoide che si crede Dio ma che, purtroppo per noi, guida la maggiore potenza mondiale.

“L’America è tornata e oggi è più forte che mai. Mentre altri parlavano, io ho agito. Mentre altri parlavano di pace, io l’ho realizzata. Mentre altri ignoravano le minacce, io le ho affrontate. Mentre altri parlavano di coraggio, l’America lo ha dimostrato. Mentre altri promettevano forza, io l’ho usata per rendere l’America il Paese più potente del mondo. Non è vero che stiamo finendo le munizioni, i nostri arsenali sono pieni e lo saranno sempre di più.

A Washington e nelle altre città la criminalità è diminuita dell’87%, e i ristoranti sono pieni come non mai. La nostra economia è la più invidiata del mondo. Le nostre forze armate sono le più potenti della Terra. La nostra tecnologia non è seconda a nessuno e siamo leader praticamente in ogni campo. La nostra energia alimenta il pianeta. L’America sta risorgendo. La nostra nazione sta crescendo. La nostra potenza si sta espandendo. Il nostro Paese sta meglio che mai e il nostro futuro è davvero radioso”.

“L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente. L’abbiamo annientato, abbiamo seppellito il loro programma nucleare sotto montagne di macerie, Hormuz e i flussi di petrolio sono superiori a qualsiasi altro momento dall’inizio della guerra. Ora ho una decisione importante da prendere: concluderà un accordo con l’Iran oppure spedire la Repubblica Islamica all’inferno”.

“In Ucraina la guerra finirà prima di quanto si creda. Sto lavorando a stretto contatto con Putin e Zelensky per portare a termine la cosa. Succederà presto. Ne hanno abbastanza”.

“Cuba era un pericolo. Ha trascorso decenni a coordinarsi con la sinistra radicale e le reti comuniste negli Usa. Ha coltivato legami con gruppi sovversivi e radicali quali il Partito Comunista degli Stati Uniti, Antifa e i Democratic Socialists of America. Ora non lo sarà più. La mia amministrazione – ha detto mentre la delegazione cubana lasciava l’aula – sta perseguendo un cambiamento fondamentale della situazione a Cuba. Il regime comunista è sottoposto a una pressione enorme, la più forte che abbia mai subito. È uno Stato che ha fallito completamente, sta collassando e presto crollerà”.

“Sulla Groenlandia abbiamo stipulato un accordo meraviglioso con il Regno di Danimarca e con il popolo groenlandese. Avremo il controllo permanente e piena facoltà di agire per difendere il continente americano, nonché l’Europa e altre aree. Costruiremo due nuove basi militari. A nessun avversario degli Stati Uniti sarà consentito di stabilire una presenza militare o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia senza la nostra approvazione”.

“Respingerò qualsiasi tentativo di costruire un piano globalista per controllare l’intelligenza artificiale che d’ora in poi si chiamerà superintelligenza, perché l’uso della parola artificiale la fa sembrare falsa e pericolosa e invece non lo è. Coloro che la vogliono fermare sono le stesse persone che dicevano che saremmo tutti morti nel giro di 12 anni a causa del cambiamento climatico, mentre il pianeta si stava raffreddando non riscaldando. Lo stesso gruppo di persone che ha orchestrato la bufala Russia, Russia, Russia e quella su Ucraina, Ucraina, Ucraina. Gli stessi che vorrebbero i confini aperti contro la remigrazione che noi stiamo realizzando. Chi vince la sfida dell’IA vince (il dominio del mondo, ndr). Noi al momento siamo in netto vantaggio sulla Cina e su tutti gli altri. E continueremo così, manterremo questo vantaggio”.

“La Corte penale internazionale è una istituzione fuorilegge. Invito tutte le nazioni a ritirarsi dalla Cpi. Gli Usa non permetteremo mai che militari statunitensi vengano sottoposti a indagini o a processi farsa da parte di un tribunale antiamericano. Sono un gruppo di persone malvage. Come quei funzionari dell’Onu per i diritti umani che dedicano il loro tempo a criticare gli Stati Uniti per aver protetto i nostri figli dalla transizione di genere e dalla follia transgender,e per aver fatto rispettare le leggi sull’immigrazione”.
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OVAZIONE PER GUTIERREZ (Vedi commento di Marco Sini)
gutierrez-allionu-22-sett-2026

SpinTime. Una vicenda importante non isolata e non da isolare

img_0560SpinTime stravolge le nostre convinzioni
Silvano Falocco su il manifesto
Movimenti Il lungo agosto dell’occupazione romana ha favorito l’emersione di consapevolezze interessanti perché inedite e creato alleanze impreviste. Bisogna saper cogliere questa sfida.

Chi ha a cuore la costruzione di una città giusta, solidale e sostenibile – che consumi meno suolo, energia, acqua e risorse naturali, tuteli la biodiversità e gli ecosistemi e assicuri diritti, come quello alla salute, all’abitare e alla vita dignitosa – sa che deve disporre non solo delle visioni, degli obiettivi e delle azioni ma anche delle forze sociali, istituzionali, politiche, economiche e culturali necessarie per renderle egemoni e quindi praticabili.

Siamo pieni di discorsi, concetti, nuove parole e connessi acronimi, che prima si riempiono e poi si svuotano, in una rincorsa continua volta a evocare un cambiamento questa volta sì rivoluzionario. Tutti noi siamo stati attori e spettatori di questa sterile rincorsa. Ogni fase ha la sua parola – la sostenibilità, la decrescita, la conversione ecologica, la resilienza, la rigenerazione, la società circolare, il rilancio dell’urbanistica – che diventa, per un tempo sempre più limitato, il simbolo di questa rivoluzione evocata, fino a svilirsi e richiedere un’altra parola, che pian piano dimostra gli stessi limiti.

È un esercizio inutile ma diffuso e praticato; esercizio che sarebbe forse più utile qualora servisse a demistificare l’azione concreta dei soggetti economici che decidono della città.

Magari sottoponendo a verifica le parole utilizzate dalla stessa Investire Sgr – che ha la necessità di dimostrare al mercato di essere responsabile e sostenibile – quando riafferma, nel proprio codice etico, «attenzione alla sostenibilità delle proprie attività, promuovendo principi di comportamento etico, di rispetto dei diritti umani, di legalità, di tutela ambientale e di rispetto delle norme nazionali ed internazionali nei confronti degli stakeholder». Affermazioni che sembrerebbero lunari.

Il punto cruciale però sembra un altro: gli attori collettivi non sono mai lineari nella propria consapevolezza, che raramente procede per accumulo di forze. Esistono sempre dei punti di rotturaimprevisti, istantanei, inaspettati. Punti nei quali quel che non era chiaro prima diventa quasievidente.

L’agosto di SpinTime sembra essere uno di quei punti: nessuno saprà facilmente ricostruirne le ragioni e la ricostruzione dei nessi – collettivi e personali – che hanno fatto esplodere tutto questosarà impresa ardua ma utilissima.

Si sono affacciate, in quei giorni, nel luogo del conflitto, persone che nessuno poteva pensare lo facessero, creando alleanze impensabili, a partire da quella tra SpinTime Labs, Sindaco, governo di Roma Capitale e Chiesa; alleanze che vanno fatta crescere, accudendole, piuttosto che sottoponendole al retrospettivo e inutile vaglio dei fatti.

Sta alla saggezza degli attori collettivi non tanto rivendicare uno sterile imprimatur ma cogliere la sfida, magari trasformandosi, utilizzando al meglio i processi di apprendimento collettivo di unalotta sociale: il lungo agosto di Spin Time ha favorito l’emersione di nuove consapevolezze – interessanti proprio perché inedite – e creato alleanze impreviste, che oggi non andrebbero giudicate. La politica è anche questo, con un simbolico abbraccio a chi si è messo a disposizione.

Peraltro molte delle alleanze oggi chiare a tutti sono state costruite con un minuzioso lavoro, nel tempo; la Chiesa, ad esempio, è stata fondamentale nella costruzione dell’Incontro mondiale dei movimenti popolari, un fatto inedito e troppo poco considerato, nel quale si è addirittura tentata unasaldatura con il progetto di Costituzione della Terra, a cui aderiscono associazioni ed esperti di tutto il mondo, soprattutto in America Latina.

Sono queste alleanze che possono cambiare l’agenda politica, riperimetrare il campo di gioco, definire le priorità, intrecciare le battaglie per la giustiza sociale e la giustizia ambientale, mutare l’ordine delle idee e contribuire a cambiare il volto di una città.

Mentre ieri le operazioni ambigue di rigenerazione urbana – che movimentano economia, progettazione, servizi, studi professionali, partite iva – potevano agire indisturbate non pagando alcun prezzo alla loro azione, domani le stesse azioni agiranno in un terreno impervio. Il grado di attenzione s’alzerà e di questo abbiamo bisogno.

La domanda “di chi è la città?” potrebbe scuotere palazzi che prima, abituati a trattare in modo anche pragmatico con chi dispone delle risorse economiche, trovavano inutile la stessa domanda.

Spin Time, con la manifestazione del 19 settembre, apre scenari inaspettati, che vanno colti senza incertezze e senza distinguo, mettendo al centro dell’iniziativa le persone, l’umanità, il diritto a una buona vita, per tutte e tutti, la dignità, la cultura e la gioia, che non ci deve mai mancare, anche nei momenti più difficili.

*Fondazione Ecosistemi
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993c9368-c619-4b55-9895-7cecd6138bc8Presidio a SpinTime – Ansa

Dal nuovo modello SpinTime al nuovo modello di città
Andrea «Tarzan» Alzetta
Andrea «Tarzan» Alzetta
Movimenti Per vincere contro i fondi speculativi bisogna combinare l’eccezionale movimento visto questa estate dopo lo sgombero del palazzo all’Esquilino e la proposta neocooperativa e neomutualistica con strategie e convergenze inedite

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a7dc715d-4ed7-4014-9df5-397c0c3b8726Protesta davanti a SpinTime – Renato Ferrantini su il manifesto

Accade a volte che alcuni conflitti, anche inspiegabilmente e indipendentemente dalle soggettività coinvolte, riescano a condensare tensioni accumulate altrove ma fino a quel momento inesplose.

Ed è in quelle occasioni, ancorché abbastanza rare, che si dà la possibilità o meno di far evolvere il contesto generale rafforzando le istanze di democrazia sociale: se si vince, si incide positivamente su tutto il quadro; se si perde, è un problema per tutti.

Non si tratta di definire una graduatoria di importanza delle battaglie sociali, tutte sono importanti in egual misura. Si tratta di capire che a volte una o più vertenze possono far avanzare tutte le altre, soprattutto quando i rapporti di forza non sono esattamente a nostro favore. E se questo vale in generale in politica, a maggior ragione vale per i movimenti sociali che devono tenere insieme l’orizzonte politico con gli obiettivi raggiungibili, perché soprattutto per noi la politica non è mai stata la “lista della spesa” ma le azioni fatte e le cose portate a casa. Dalle quali ripartire con più forza.

Credo che sia questo il contesto nel quale noi tutti ci giochiamo la battaglia su SpinTime, che può diventare davvero «storica». Di momenti come questo io me ne ricordo pochi: lo straordinario percorso di costruzione che ci portò nel 2001 a sfidare i potenti del G8 a Genova, e non solo; sul fronte romano, la lotta per l’approvazione della Delibera 26, fatta soprattutto sulle barricate nella resistenza allo sgombero del centro sociale La Torre, più che — come alcuni vogliono raccontarla — intorno ai comodi tavoli di confronto con l’allora sindaco Rutelli. Proprio quella lotta, in una certa consonanza con questa di SpinTime, portò alla moltiplicazione degli spazi occupati in città e alla loro trasformazione in soggetto politico non più marginale. Sempre sul fronte locale, ricordo un momento in cui, come oggi, le iniziative di movimento si sono saldate con quelle istituzionali: quel momento è durato otto mesi, ed è stato rappresentato dalla lunga battaglia per fermare la delibera del Sindaco Alemanno che voleva privatizzare l’acqua, a un anno di distanza dall’esito del referendum che la voleva pubblica. Siamo arrivati alla vittoria, con il ritiro della delibera tanto contestata, dopo ben sei occupazioni dell’aula Giulio Cesare, per giungere alle quali mi sono trovato a svolgere, in quanto consigliere comunale di «movimento»ı, un ruolo di connettore.

Come allora e meglio di allora, per influire concretamente e non solo a chiacchiere nella critica a uno sviluppo delle città subalterno ai fondi speculativi, su SpinTime dobbiamo vincere. Con i tempi che saranno necessari. Per farlo, dobbiamo combinare l’eccezionale movimento che abbiamo visto in questo agosto in Via Santa Croce insieme con la proposta neocooperativa e neomutualistica sviluppata da Spin Time, con strategie e alleanze inedite. La prima mossa strategica riguarda il rapporto con i soggetti istituzionali seduti al tavolo della trattativa con la proprietà: rappresentanti della Chiesa, Sindaco e Prefetto. Questa inedita composizione, anche per esigenze di gestione del conflitto sociale in una città che ha imparato a farlo, ha impedito di ridurci a un problema di ordine pubblico e\o marginale, come è avvenuto in altre occasioni. Eravamo già un problema politico, la nostra forza è stata farlo assumere alle istituzioni e farle comportare di conseguenza. Non era scontato, non lo è stato in altre occasioni, non è detto che lo rimanga. Per questo tenere saldo il rapporto con i soggetti istituzionali e religiosi è fondamentale.

Con la Chiesa il rapporto è consolidato da anni: è culminato, all’interno del Giubileo, nell’Incontro mondiale dei movimenti popolari, nella suggestione dell’alleanza planetaria contro questo modello di sviluppo. Tutto ciò va valorizzato maggiormente e la battaglia di Spin Time deve assumere il valore internazionale che merita.

Il ruolo del Sindaco Gualtieri è stato sin qui centrale, si è già espresso per l’acquisizione di Spin Time e dobbiamo rafforzarlo nel tentativo di portare avanti la trattativa, anche dura, con la proprietà: non solo per il valore simbolico di quelle quattro mura, ma soprattutto per il modello che lì dentro possiamo realizzare. Se passa su Spin Time, quel modello neocooperativo e neomutualistico, che rende i non garantiti soggetto attivo di trasformazione e di conflitto verticale, può diventare replicabile nei tanti vuoti urbani altrimenti riempiti solo dai fondi speculativi come Investire. Dobbiamo tutti essere convinti e convincere la maggioranza di governo della città se ce ne fosse bisogno che un’alternativa esiste ed è realizzabile. Ormai è più che evidente che il modello estrattivo dei fondi immobiliari non è più sostenibile e mina la capacità di tenuta dello stesso governo della città. Da più parti si è avviata una riflessione su questi temi che guarda a un nuovo «patto» con la rendita speculativa, o comunque a un suo ridimensionamento a favore del diritto alla città. Questo deve essere il profilo politico della nostra battaglia e su questo tema sollevare vertenze, dibattito, iniziative in grado di connettere esperienze e riflessioni.

La stessa cosa, anche se su un versante diverso riguarda la relazione da tenere con il Prefetto Giannini e quindi con il rappresentante del Governo in città, mantenendo dritta la barra della dimensione politica del «problema Spin Time». Indipendentemente dalla gestione della Prefettura la manifestazione del 19 Settembre deve assomigliare, almeno nella ricchezza di composizione sociale più che nei numeri, a quelle per Gaza. Dobbiamo mettere al centro del corteo l’umanità e le questioni sociali, a partire da quella abitativa, invece che la «paura dei centri sociali». Non dobbiamo fare il gioco del Governo. Anche nel linguaggio e nell’immaginario dobbiamo «smilitarizzare» l’idea di un conflitto con le forze dell’ordine. Il conflitto è contro il potere e deve essere costituente verso un’idea diversa di società.

Detto ciò è strategico invece – ed è il vero motore del cambiamento possibile – che questa lotta si continui ad allargare alle alleanze e alla convergenza con tutti: i soggetti sociali, sindacali, associativi, a quelli provenienti dal mondo dei saperi e della cultura, e anche alle forze politiche che da quest’esperienza, forse, possono imparare a stare insieme, nella società reale e non solo in parlamento. I mesi che abbiamo di fronte saranno un banco di prova come pochi ne abbiamo visti negli ultimi anni. Di fronte a un cambiamento di contesto così radicale come quello che sta attraversando il mondo e le nostre società dobbiamo – tutti – ritarare le nostre priorità, reinventare nuovi fondamentali, immaginare scenari di condivisione che ci sfuggono, percorrendo insieme strade che una volta avremmo scartato, perché nei momenti complicati e difficili è proprio da questa eccedenza da cui può venire lo scatto, il guizzo del salto in avanti.
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dossier-caritas-2026Spin time. Ne scrivemmo un anno fa sul Dossier Caritas 2025.
L’oscurità della guerra, la speranza della pace. Come superare la crisi delle Nazioni Unite. L’Europa: una nuova Camaldoli per rifondarla

di Franco Meloni
(tratto da Dossier Caritas 2025)
(…)

Costituente Terra

ScreenshotE’ ripartita l’iniziativa internazionale di Costituente Terra, con un denso e impegnativo incontro tra Costituente Terra e il Global Governance Forum, promosso, d’intesa con l’organizzazione centrale, da Francesco Vincenti, del nodo Centro-Sud America dell’associazione.
L’incontro ha aperto interessanti e promettenti percorsi di lavoro e di iniziativa.
A questo ricco confronto, di cui si dà conto nel report di Luigi Marini, è seguito, il successivo 10 settembre, il Direttivo di Costituente Terra dedicato alla Conferenza di organizzazione, che sarà oggetto, in tempi strettissimi, di una successiva comunicazione.

Un caro saluto a tutti/e e una buona ripresa.

Screenshot
Incontro tra Costituente Terra e Global Governance Forum
Roma, 7-8 Settembre 2026

La necessità di una riforma sostanziale delle Nazioni Unite e di una revisione profonda della sua Carta è largamente riconosciuta da molti anni e il numero d’iniziative che intendono offrire una soluzione al
problema è oramai molto ampio, sia a livello di dibattito interno alle strutture ONU sia a livello politico e dottrinale sia a livello di movimenti della c.d. società civile.
Alcune proposte ritengono che un insieme di modifiche mirate al testo della Carta possa essere soluzione adeguata e percorribile, altre ritengono che occorra modificare in radice la struttura e le logiche dell’organizzazione.

In questo contesto così complesso, nei giorni scorso presso la sede dell’Università della Pace di Roma si sono confrontati il prof. Luigi Ferrajoli e un gruppo di lavoro dell’associazione Costituente Terra e il dr. Augusto Lopez-Claros, coordinatore del progetto Global Governance Forum. Quest’ultimo progetto, che riunisce esperti di alto livello in tema di diritto internazionale e sistema ONU, ha redatto una revisione della Carta delle Nazioni Unite, riscrivendo (sia eliminando sia mediante aggiunte) il testo del 1945 e accompagnando ogni modifica con una illustrazione delle scelte effettuate. Come sappiamo, il progetto di una Costituzione della Terra si muove su un piano diverso, con un nuovo testo di 100 articoli che sostituisce la Carta attuale e propone una vera e propria costituzionalizzazione delle Nazioni Unite, che vengono dotate di organi di garanzia, oggi non previsti, in una prospettiva di federalismo globale.

Nell’esaminare le due proposte, i partecipanti hanno individuato una comunanza di analisi e la presenza di importanti punti di convergenza su valori e urgenze.

Innanzitutto, la necessità di accettare l’idea che, pur nelle tante differenze, gli abitanti della terra costituiscono un unico popolo, affratellato da un destino comune. Di conseguenza, la rappresentanza su base statuale non è più idonea a rappresentare e governare i bisogni fondamentali e le aspirazioni dell’umanità. Le Nazioni Unite vanno “democratizzate” attraverso la presenza di rappresentati dell’umanità nelle sue istituzioni, a partire dall’Assemblea Generale per finire al controllo sulle scelte del Consiglio di Sicurezza. Una soluzione aggiuntiva è quella di dare voce a rappresentanze di quelli che oramai vengono chiamati i “global citizens” e alle loro aggregazioni.
Si può, quindi, pensare a una nuova forma di rappresentatività elettiva dell’Assemblea Generale, oppure al mantenimento della sua struttura su base statuale, affiancata, però, da una Assemblea Parlamentare elettiva, che ha anch’essa diritto e dovere di esprimersi mediante voti di natura decisionale.

In secondo luogo, i due progetti condividono le prospettive di fondo, quali la pari dignità delle persone, il superamento della povertà e delle disuguaglianze, l’accesso universale ai servizi essenziali (salute, istruzione, tecnologia), il rispetto dei diritti fondamentali, sia personali che sociali, il diritto delle persone e delle comunità a vivere in pace, la necessità che lo sviluppo sia davvero sostenibile e prevenga la devastazione dell’unico ambiente planetario.
Questi principi di fondo animano le proposte avanzate dalle due associazioni e si riconoscono nelle soluzioni contenute nei rispettivi documenti.

In terzo luogo, pur nella differente impostazione, entrambe le proposte affermano la distinzione fra le competenze che restano in capo agli Stati e quelle che spettano, invece, alle Nazioni Unite.
Ciò vale, innanzitutto, per le risposte alle due grandi catastrofi che minacciano l’umanità intera, e cioè la guerra e la devastazione ambientale. Esse impongono di unire gli sforzi di tutti gli attori globali e impongono di creare nuove forme organizzative in grado di prevenire e risolvere i conflitti e di adottare politiche ambientali che evitino la devastazione del pianeta.
- Per quanto riguarda il tema della pace, comune è la prospettiva di un disarmo globale, che lasci alla Nazioni Unite il monopolio di eventuali interventi armati, e la necessità che il Consiglio di Sicurezza diventi un organismo più democratico, più rappresentativo ed efficace. Il Global Governance Forum e Costituente Terra propongono soluzioni parzialmente diverse sia per la composizione di un Consiglio, comunque ampliato e con forme di elezione dei membri innovative, sia con riferimento al profilo critico del diritto di veto garantito ai P5, prevedendosi o una più radicale eliminazione di tale possibilità, oppure, in alternativa, il suo mantenimento, sovvertibile però dal voto della maggioranza di 2/3 delle due assemblee.
- Per quanto riguarda la protezione dell’ambiente, entrambe le proposte prevedono la creazione di un organismo dedicato (oggi esiste solo un “programma” di azione privo dei necessari poteri) che sia dotato delle competenze e degli attributi necessari a governare le politiche ambientali.

In quarto luogo, l’evidente natura universale dei processi in corso richiede l’individuazione di risorse e di programmi in grado di dare risposte concrete. In tale direzione vanno l’ipotesi di una riforma del bilancio delle Nazioni Unite che lo renda stabile e non soggetto ai capricci dei singoli Stati, nonché la previsione di forme di tassazione globale progressiva.

Inoltre, comune ai due progetti è la centralità dei principi dello stato di diritto e la necessità che gli organi giurisdizionali siano dotati di poteri effettivi di decisione e di implementazione delle decisioni. Se la Costituzione della Terra prevede una Corte costituzionale universale, sovraordinata rispetto alle decisioni degli altri organismi ONU e delle corti nazionali, il Global Governance Forum attribuisce alla Corte Internazionale di Giustizia una giurisdizione obbligatoria con compiti di controllo sull’applicazione del diritto internazionale (che potremmo definire come forma temperata di costituzionalizzazione).

L’incontro ha dedicato una attenzione particolare ai temi collegati all’Intelligenza Artificiale e all’impatto delle sue applicazioni su tutti gli aspetti fondamentale della vita delle istituzioni e delle persone. Un impatto che rischia di rendere obsoleto il dibattito attuale sulle istituzioni internazionali e sui loro poteri. La Costituzione della Terra già include previsioni dedicate al governo dell’IA, ma sappiamo tutti che questa disciplina generale dovrà trovare approfondimenti e sviluppi.

Muovendo da questi principi e dalla individuazione di esigenze avvertite come comuni, le due associazioni si sono date un piano di lavoro che prevede la prosecuzione dell’analisi comparata dei testi e la collaborazione a iniziative per la riforma delle Nazioni Unite e per la tutela del diritto internazionale quale strumento di governo della complessità e di garanzia per tutti i cittadini della terra.

Luigi Marini

Da solo, una sera. In ricordo di Roberto Loddo

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Da solo, una sera.
In ricordo di Roberto Loddo

L’aria sembrava leggera. Il senso della vita stretto nel pugno chiuso. Quel pugno chiuso che tante volte hai sollevato al cielo – invocando speranza – in attesa di un sol dell’avvenire che non hai visto, che neppure noi vedremo.
Stringevi nel pugno chiuso – caro amico – l’algoritmo della folle inversione di valori che predicavi, e che praticavi: prima i più deboli, prima i più bisognosi, prima i più poveri. Malati che fossero – della più misteriosa delle malattie – o rinchiusi in gabbie inospitali a scontare colpe che a volte avevano commesso, altre volte no, perché fosse riconosciuta, prima di tutto, la loro dignità.
Sei stato inconsapevole seguace, se non apostolo, di un Cristo che forse non hai incontrato, di un Dio che non è ancora resuscitato.
Cercavi persino di riorganizzare, all’interno di un partito, compagni che – per eredità ereditata – erano avvezzi ad inseguire la formula del come distinguersi, e dividersi, piuttosto che quella dell’invocata unità.
Hai poi raccolto, dalle mani di Marco, un prezioso testimone di libertà, contribuendo così, con pazienza, costanza e acume, a ricordare e tramandare un grande sogno del secolo scorso: un manifesto di impegno politico e civile capace di offrire appigli e speranza – a volte, ahinoi, anche nostalgia – a quanti, nel quotidiano inciampo, non si rassegnano allo sgretolarsi dei valori e al dileguarsi dei sogni.
Non potevi passare inosservato.
Ci hai lasciati, Roberto caro, stringendo forte nel pugno chiuso il segreto più segreto; il tuo, come quello di ciascuno di noi sopravviventi. Quel segreto che – tra le gioie e le pene che la vita riserva – gelosamente custodisce quelle che non si condividono, neppure con gli amici più cari.
Non cercheremo di aprire il tuo pugno chiuso. Non scandaglieremo il profondo del tuo mistero, coltiveremo il tuo insegnamento, questo sì, in silenzio, contentandoci del quia.
Ti salutiamo sotto il colonnato, dove una gatto osserva, disorientato, il pianto degli orfani che lasci, ma ti seguiremo in processione. E per essere sicuri di non inciampare, proseguiremo il cammino guardando all’indietro – anche all’indietro – dove stanno le tante, meravigliose, persone che abbiamo avuto la fortuna di incontrare in questa misteriosa, minuscola, porzione di infinito che è la vita.
Sollevando al cielo il pugno chiuso.

Gianni Loy
11 settembre 2026
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**Roberto è stato e resterà una persona unica nella nostra mia vita. Non era soltanto un amico, era molto di più: per me era come un fratello, una presenza speciale e insostituibile. La sua partenza improvvisa ha lasciato dentro di me un dolore immenso e un vuoto che nessuno potrà mai colmare. Ci manca tanto, ogni giorno. Mi mancano la sua presenza, il suo sorriso, le sue parole e soprattutto il suo modo di esserci.
Non so come si possa accettare una perdita così grande. So soltanto che continuerò a portarlo nel cuore, perché certe persone non se ne vanno mai davvero: rimangono dentro di noi per tutta la vita.
Ciao Roberto, persona unica e indimenticabile. Sei stato più di un fratello e lo sarai per sempre.
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Questo è uno dei tanti interventi di Roberto Loddo nelle infinite iniziative e attività che impegnano quotidianamente Asarp. Organizzare eventi pubblici sulla salute mentale è una delle mie più faticose ma necessarie azioni da presidente dell’Asarp per svegliare il sonno delle istituzioni e della politica sul tema della salute mentale. Dal momento in cui Roberto è entrato nel Direttivo dell’Asarp, la sua preziosa presenza e sostegno è stata per me e per l’Asarp un grande dono. Lui si spaventava, come tutto il Direttivo, quando chiamavo per dire “ho pensato questo – faremo questo – andremmo…”, ma ha sempre accolto, come del resto tutte le persone del Direttivo quella mia corsa quasi folle a costruire eventi e incontri pubblici senza sosta, come se non avessi tempo. La mia corsa continuerà e mi angoscia non aver al mio, al nostro fianco, Roberto. Questo grande mondo della salute mentale e dei diritti a cui apparteniamo, ha conosciuto Roberto, ne ha apprezzato la passione e le straordinarie doti umane. Non avete idea di quante persone mi hanno chiamato incredule, addolorate, che hanno espresso parole bellissime per Roberto. Parole di profondo dolore per la sua perdita. Questo video che condivido grazie a Martino Atzeni, è solo un piccolo frammento di questo nostro lavoro che trovate nelle nostre pagine YouTube (quella di Asarp e quella di Typos). Un lavoro enorme di testimonianza che possediamo grazie alla grande disponibilità dell’amico Roberto Robero Pili.
La perdita di Roberto è per me un grande dolore non solo perché perdo un amico caro e un compagno prezioso ma perché non trovo nessuna ma nessuna spiegazione alla tragedia che ha portato alla sua perdita. E se non trovo una sola ragione significa che chi di dovere dovrà necessariamente trovarla questa ragione che ci ha privati di un grande uomo, un giovane uomo buono e generoso. Un combattente che non si fermava davanti a nulla.
(Gisella Trincas, Asarp)
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Other News. Come l’11 settembre ha cambiato il Medio Oriente

img_7945Come l’11 settembre ha cambiato il Medio Oriente

Di Ronny P Sasmita* – Middle East Monitor

Pochi eventi hanno cambiato il corso geopolitico del Medio Oriente in modo così profondo come l’11 settembre 2001. Gli attacchi a New York e Washington non si sono limitati a scatenare una risposta militare americana. Hanno trasformato il modo in cui il potere, la sovranità e la sicurezza venivano intesi in tutta la regione.

Gli Stati Uniti hanno reagito dichiarando una “guerra al terrorismo” globale, inizialmente rivolta contro Al-Qaeda e i talebani in Afghanistan. Ma la campagna si è presto trasformata in una dottrina più ampia di guerra preventiva, cambio di regime e intervento militare. Il Medio Oriente è diventato il teatro principale in cui Washington ha messo alla prova una nuova concezione del potere americano.

Le conseguenze si sono rivelate ben più complesse di quanto avessero previsto gli artefici della strategia post-11 settembre. La superiorità militare si è dimostrata in grado di distruggere i regimi, ma ben meno capace di costruire ordini politici legittimi e duraturi. Le guerre lanciate in nome della sicurezza hanno invece contribuito alla frammentazione della politica regionale, all’espansione dell’influenza iraniana e all’emergere di nuove forme di competizione geopolitica.

Ma soprattutto, l’ordine post-11 settembre ha gradualmente indebolito proprio quel sistema unipolare che Washington aveva cercato di consolidare. Quello che era iniziato come un tentativo di rafforzare la supremazia americana ha finito per accelerare la transizione verso un Medio Oriente più frammentato, in cui le potenze regionali e gli attori esterni contestavano sempre più l’influenza degli Stati Uniti.

Iraq, Iran e lo sgretolarsi del vecchio ordine regionale

L’invasione dell’Iraq del 2003 è stata la svolta decisiva. La destituzione di Saddam Hussein ha dimostrato la straordinaria portata della potenza militare americana, ma ha anche messo a nudo i limiti della coercizione come strategia per l’ordine regionale.

L’invasione è stata condotta senza un’autorizzazione esplicita del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Così facendo, Washington ha indebolito i vincoli normativi relativi all’uso della forza e ha contribuito a ridefinire la sovranità attraverso il linguaggio dell’antiterrorismo e della sicurezza preventiva.

Il principio secondo cui gli Stati potevano essere attaccati perché ritenuti potenziali minacce future rappresentava un profondo allontanamento dalla tradizionale concezione westfaliana della sovranità. Tuttavia, l’effetto più significativo della guerra in Iraq fu di natura geopolitica. Saddam Hussein era stato un importante contrappeso all’Iran. La sua destituzione eliminò quella barriera. Allo stesso tempo, l’intervento statunitense smantellò gran parte dell’architettura politica e di sicurezza esistente in Iraq, creando un vuoto che fu rapidamente colmato dalla mobilitazione settaria, dall’insurrezione e dagli interessi regionali contrastanti.

L’Iran è emerso come uno dei principali beneficiari. La rimozione sia di Saddam Hussein in Iraq che del regime talebano in Afghanistan ha ridotto drasticamente due forze ostili ai confini dell’Iran. Teheran ha guadagnato maggiore spazio strategico proprio nel momento in cui Washington stava cercando di stabilire un dominio regionale incontrastato.

La violenza che ne è seguita ha messo in luce un’altra contraddizione al centro della Guerra al Terrorismo. La distruzione delle strutture politiche autoritarie non ha prodotto automaticamente istituzioni democratiche liberali. Al contrario, la frammentazione politica ha creato le condizioni in cui il settarismo, l’insurrezione e il militante transnazionale potessero prosperare.

L’ascesa dell’ISIS non è stata quindi semplicemente un fenomeno terroristico isolato. È emersa dal più ampio crollo dell’ordine politico in Iraq e in Siria. Il gruppo ha rappresentato una delle conseguenze indesiderate più drammatiche dell’architettura geopolitica post-11 settembre: una guerra pensata per eliminare le minacce alla sicurezza ha contribuito a creare un ambiente in cui potesse emergere un’organizzazione transnazionale ancora più radicale.

I costi umani ed economici sono stati immensi. Le guerre legate alla campagna post-11 settembre hanno causato milioni di morti e decine di milioni di sfollati, consumando al contempo trilioni di dollari. Al di là di questi costi misurabili, hanno indebolito le istituzioni, approfondito la frammentazione sociale e creato malcontenti politici le cui conseguenze continuano a plasmare la regione.

Medio Oriente multipolare

Nel secondo decennio dopo l’11 settembre, Washington ha riconosciuto sempre più chiaramente che il contesto strategico era cambiato. La “svolta verso l’Asia” dell’amministrazione Obama rifletteva lo sforzo di riorientare l’attenzione americana verso il crescente potere della Cina. Ma il Medio Oriente ha ripetutamente riportato Washington al punto di partenza.

Le rivolte arabe, le guerre in Libia e in Siria e l’emergere dell’ISIS hanno dimostrato che la regione non poteva essere semplicemente gestita da Washington. L’intervento militare è rimasto uno strumento importante, ma la sua efficacia politica è diventata sempre più incerta.

Il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan nel 2021 ha rappresentato un simbolo particolarmente forte di questa trasformazione. Dopo due decenni di impegno militare e di costruzione dello Stato, l’abbandono di Washington ha messo in luce i limiti del tentativo di plasmare l’ordine politico attraverso una potenza militare schiacciante.

Nel frattempo, l’equilibrio regionale stava cambiando. L’Iran ha ampliato la propria influenza attraverso reti di attori statali e non statali. La Russia è tornata sulla scena come attore militare e diplomatico di primo piano, soprattutto grazie al suo intervento in Siria. La Cina si è fatta sempre più strada nella regione attraverso il commercio, le infrastrutture, l’energia e la diplomazia, piuttosto che con un intervento militare convenzionale.

Questo non significava che il potere americano fosse scomparso. Gli Stati Uniti conservavano enormi capacità militari, finanziarie e diplomatiche. Ma la loro posizione era cambiata: da una supremazia relativamente incontrastata a un’influenza contesa.

Il Medio Oriente si stava quindi muovendo verso una forma di multipolarità frammentata. Gli Stati della regione perseguivano sempre più strategie autonome, anziché limitarsi ad allinearsi con Washington. Allo stesso tempo, Russia e Cina hanno acquisito un maggiore margine di manovra, mentre l’Iran ha consolidato una posizione regionale che sarebbe stata difficile da immaginare prima del 2001.

Questa trasformazione rivela il paradosso più profondo dell’era post-11 settembre. Gli Stati Uniti sono entrati in Medio Oriente all’apice del loro potere unipolare, convinti che la superiorità militare potesse instaurare un ordine regionale più sicuro e stabile. Invece, le guerre e gli interventi prolungati hanno contribuito proprio all’erosione di quell’ordine.

La lezione non è che gli Stati Uniti siano diventati irrilevanti, né che il potere militare abbia smesso di contare. È che la supremazia militare non può, da sola, produrre legittimità politica, stabilità istituzionale o un ordine geopolitico duraturo.

Venticinque anni dopo l’11 settembre, il Medio Oriente non è quindi semplicemente una regione che convive con le conseguenze del terrorismo. È una regione che convive con le conseguenze della trasformazione geopolitica che ne è seguita.

La domanda centrale non è più se l’ordine post-11 settembre sia sopravvissuto. Non è sopravvissuto. La domanda più importante è: cosa lo sostituirà? La risposta è sempre più evidente: un Medio Oriente conteso, frammentato e multipolare in cui nessuna singola potenza esterna può dettare il futuro politico della regione.

*Analista senior presso l’Indonesia Strategic and Economics Action Institution.

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La disputa sul Pacifico

Editoriale / Analisi – Diario Red

Il Pacifico è la nuova trincea della guerra economica. E l’America Latina, ancora una volta, è il campo di battaglia, ma la domanda non è chi vincerà la disputa, bensì come la regione riuscirà a sopravvivere a questo assalto.

L’America Latina è diventata il terreno decisivo nella corsa geopolitica tra Stati Uniti e Cina. Minerali strategici, terre rare, risorse naturali: la regione è lo scacchiere su cui si gioca l’egemonia del XXI secolo. E su quello scacchiere c’è una pedina che finora era passata inosservata, ma che oggi attira tutti gli sguardi: l’Oceano Pacifico.

I continui messaggi di Trump che ribattezza i territori a suo piacimento: il Golfo del Messico, il Lago Ontario, il Nuovo Messico, o definire il Venezuela e il Canada «stati» degli Stati Uniti non sono semplici trovate o capricci, ma aspirazioni imperiali che mirano a dimostrare il controllo su territori sovrani. E tra questi messaggi, uno spicca per la sua importanza strategica: ribattezzare l’Oceano Pacifico. Non è un caso. Il Pacifico è il canale di comunicazione diretto con l’Asia orientale, la porta d’accesso al cuore economico del XXI secolo.

Il Pacifico, dal Messico all’Argentina, è diventato il tassello essenziale per entrambi gli imperi. Da un lato, gli Stati Uniti cercano di mantenere il loro controllo storico usando la lotta al traffico di droga come scusa per intervenire militarmente. Dall’altro, la Cina consolida la sua presenza economica con accordi commerciali, investimenti nelle infrastrutture e l’acquisto di risorse strategiche. La regione non è più un cortile sul retro: è un campo di battaglia dove si decide il futuro dell’ordine globale.

E per la prima volta, la Cina risponde con una fermezza insolita. Non solo ribadisce il suo rispetto per la sovranità dei paesi della regione, ma mette in guardia contro qualsiasi minaccia ai suoi accordi commerciali. Pechino ha capito che il Pacifico latinoamericano è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di Washington. I porti, le rotte marittime, i minerali critici e le terre rare sono risorse di cui la Cina ha bisogno per sostenere la propria economia e il suo progetto di de-dollarizzazione.

Nel frattempo, Trump si diverte a rinominare oceani e mappe, come se il mondo potesse essere riscritto con un tweet. Ma la geopolitica non si definisce sui social, bensì nei porti, negli investimenti, nelle alleanze commerciali. E in questa battaglia, gli Stati Uniti sembrano arrivare in ritardo perché già da molti anni la Cina è lì, con accordi firmati, infrastrutture costruite e una diplomazia che offre ciò che Washington nega: il rispetto della sovranità latinoamericana

Il Pacifico è la nuova trincea della guerra economica. E l’America Latina, ancora una volta, è il campo di battaglia, ma la domanda non è chi vincerà la disputa, bensì come la regione sopravviverà a questa offensiva.

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Leggi anche: https://www.diario-red.com/articulo/america-latina/que-nos-deja-gira-marco-rubio-sudamerica/2026091022

Other News. Friedrich Merz ormai ha i giorni contati. Ma non è per questo che il trionfo dell’AfD è un evento epocale

img_7945Friedrich Merz ormai ha i giorni contati. Ma non è per questo che il trionfo dell’AfD è un evento epocale

Di Jörg Lau* – The Guardian

Il consenso antifascista sul nostro passato nazista è fondamentale per la democrazia tedesca. Ma, incredibilmente, sta andando in frantumi.

Mentre domenica si diffondeva lo shock per la portata della schiacciante vittoria elettorale dell’estrema destra in Germania, non tutti erano scontenti.

Pochi secondi dopo la diffusione dei primi exit poll dalla Sassonia-Anhalt, Donald Trump ha pubblicato i risultati sulla sua piattaforma Truth Social, apparentemente entusiasta della debacle dei cristiano-democratici (CDU), di orientamento centrista-conservatore, e dell’ascesa dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD).

È stata davvero un’umiliazione per il cancelliere della CDU, Friedrich Merz, il cui partito ha perso più della metà dei seggi nel parlamento regionale, mentre l’AfD è passata da 23 a 39 seggi.

Questo è stato l’esatto contrario di ciò che Merz aveva promesso durante la campagna elettorale. Con un buon governo sotto la sua guida, insisteva, avrebbe facilmente dimezzato i consensi dell’AfD. I co-leader dell’AfD non si sono lasciati sfuggire l’occasione di sottolineare lo storico ribaltamento nei loro discorsi di vittoria, con Alice Weidel che si è persino vantata che la CDU «non vincerà mai più un’elezione».

Lasciando da parte la spavalderia dell’AfD, si tratta di un terremoto politico con conseguenze che vanno ben oltre un piccolo Land nel centro della Germania. Le onde d’urto continuano a farsi sentire. Per cominciare, non è chiaro se (e per quanto tempo) Merz riuscirà a tenere insieme la sua coalizione e a mantenere la carica di cancelliere.

È vero, le perdite nel Land della Sassonia-Anhalt non sono direttamente colpa sua. Ma questo solo perché è talmente impopolare che il suo stesso partito non ha voluto che facesse campagna elettorale. Il volto di Merz non compariva su nessun manifesto e, quando ha visitato il capoluogo dello stato, Magdeburgo, il pubblico è stato accuratamente tenuto alla larga. Questo la dice lunga sulla sua posizione all’interno del partito.

Il 20 settembre ci saranno altre due elezioni, a Berlino e nello stato costiero baltico del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Se continua così, la CDU rischia altre due debacle.

La leadership di Merz è diventata un peso, e prima o poi verrà messa in discussione. Per ora, a proteggerlo ci sono solo la mancanza di un’alternativa convincente e i tanti ostacoli costituzionali che in Germania impediscono cambiamenti improvvisi al vertice.

Lui è il volto pubblico di una crisi di fiducia nella leadership tedesca, ma non ne è l’unica causa. La portata epocale di questo momento va ben oltre le tattiche di partito. La Germania sta entrando in un periodo di sconvolgimenti politici in cui i valori fondamentali della repubblica del dopoguerra sono messi in discussione.

La cosa più scioccante è che questo si estende al consenso antifascista del «mai più», consolidato nel corso di decenni attraverso accesi dibattiti sull’Olocausto e sui crimini della Wehrmacht. L’AfD è riuscita a mettere in discussione il consenso nazionale secondo cui confrontarsi con il passato nazista è fondamentale per la democrazia in Germania. Il messaggio del partito è l’opposto: la cultura della memoria è un «disturbo identitario» che frena la Germania. È un punto centrale del programma dell’AfD l’idea di poter «guarire» il Paese relativizzandone la colpa e concentrandosi invece sulla grandezza tedesca.

Ecco perché Charlotte Knobloch, una sopravvissuta all’Olocausto di 93 anni ed ex presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, ha espresso “orrore” per i risultati.

Knobloch ha detto che “in giorni come questi, faccio fatica a riconoscere la mia patria”, aggiungendo: “Neanche nei miei incubi peggiori avrei potuto immaginare che gli estremisti di destra potessero vincere di nuovo le elezioni in questo modo”. Ha ragione ad essere allarmata. La sezione regionale della AfD in Sassonia-Anhalt è stata confermata dai servizi segreti interni come una delle più radicali a livello nazionale. Ex neonazisti incalliti ricoprono posizioni influenti.

Una caratteristica distintiva dell’estrema destra tedesca rispetto a quella francese o italiana viene spesso trascurata. L’AfD è nettamente diversa dagli altri partiti populisti di destra in Europa: diventa sempre più radicale man mano che si avvicina al potere.

La dirigenza di Magdeburgo impiega diversi ex membri di gruppi neonazisti vietati. Queste persone potrebbero presto ricoprire alte cariche nello Stato, controllando la polizia, i servizi segreti interni (Verfassungsschutz), la magistratura e l’istruzione. È un segno del deterioramento delle norme politiche nel mio Paese il fatto che questa prospettiva scioccante sia passata quasi inosservata all’indomani delle elezioni. Il tabù tedesco sugli estremisti di estrema destra nelle cariche esecutive si sta sgretolando.

Gli slogan dell’AfD contro i partiti tradizionali (“Altparteien”) hanno un’atmosfera tipicamente weimariana, che riecheggia la propaganda d’odio contro il disprezzato “sistema” di un secolo fa. Non è un caso che i libri sulla fine della Repubblica di Weimar siano dei bestseller in questo periodo.

L’AfD non è un partito normale. Va inteso come un movimento (contro)rivoluzionario che cerca di cambiare il sistema dall’interno. Le ambizioni dei suoi leader vanno ben oltre questo o quel cambiamento politico. Prendi il tema cruciale dell’immigrazione: il numero delle richieste di asilo sta calando rapidamente (in calo del 48% a luglio 2026 rispetto allo stesso mese dell’anno scorso), in parte a causa delle misure restrittive del governo di Merz.

Eppure, l’estrema destra sta crescendo e radicalizzandosi allo stesso tempo. Al centro c’è l’idea di uno Stato etnico tedesco con il minor numero possibile di stranieri. Il grido di battaglia del partito, la “rimigrazione”, prende di mira non solo i “clandestini”, ma tutti gli immigrati (e i loro discendenti) con origini straniere indesiderate.

La leadership ha coniato un termine per definire ciò che non vuole diventare: giura di evitare la «Melonizzazione». Giorgia Meloni, nonostante le sue radici neofasciste, ha sorpreso molti in patria e all’estero avvicinandosi al mainstream, schierandosi a fianco dell’Ucraina e sostenendo l’eurozona, la NATO e il principio della libera circolazione all’interno dell’UE.

L’AfD, al contrario, promette di uscire dall’UE e dall’eurozona e di porre fine all’accordo di Schengen. È ferocemente filorussa e vuole tagliare ogni sostegno all’Ucraina (compreso il rimpatrio dei rifugiati). Il timore di un’escalation con la Russia ha giocato un ruolo importante nelle elezioni. I recenti attacchi ibridi all’aeroporto di Lipsia e ad altre infrastrutture potrebbero aver fatto pendere l’ago della bilancia: Merz aveva puntato il dito contro la Russia e giurato di «far pagare i responsabili». Questo si è rivelato un argomento perfetto per la campagna dell’AfD. Abbandonare l’Ucraina, riavvicinarsi alla Russia, riaprire il gasdotto Nord Stream nel Baltico: tutto questo è stato presentato come una «politica di pace». Questa è anche una vittoria elettorale per Vladimir Putin.

E adesso? Senza una maggioranza assoluta, l’AfD potrebbe dover contare sulla collaborazione di un minuscolo partito scissionista. La leadership dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), che si è staccata da Die Linke (sinistra radicale), potrebbe voler dare una mano. Rappresentano una nuova forma di nazionalismo di sinistra, ferocemente anti-immigrati e filo-russa – e in questo senso compatibile con l’AfD. Tuttavia, formare un governo a Magdeburgo non sarà una passeggiata. E da qui all’AfD che conquista Berlino la strada è ancora lunga.

Un barlume di speranza è che la società civile si sta mobilitando, ora che lo shock iniziale si è attenuato. Ci si possono aspettare grandi manifestazioni nelle principali città. Una maggioranza antifascista silenziosa sta cominciando a organizzarsi. Ma sarà difficile spezzare l’incantesimo oscuro che questa vittoria in uno stato travagliato ha gettato sul panorama politico tedesco.

Una cosa è certa: le prossime settimane saranno una sfida per l’immaginazione politica, non solo per i tedeschi.

*Corrispondente internazionale del settimanale tedesco Die Zeit.
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Da Bishkek a Nuova Delhi: costruire una nuova Eurasia

Di Pepe Escobar* – The Cradle

Immagina un “Mondo Nuovo” con nuove rotte globali già operative che aggirano tutti i punti di strozzatura occidentali. Ora immagina che tutte le transazioni su queste rotte vengano pagate in valute locali, attraverso piattaforme di transazione regionali, con investimenti esclusivamente eurasiatici.

In Asia tutto ruota attorno agli incontri faccia a faccia o agli “scambi tra persone”, come li definisce il presidente cinese Xi Jinping. I vertici politico-economici sono considerati importanti tanto per il loro valore nel definire politiche comuni quanto come occasioni in cui nessuno deve perdere la faccia. Il consenso – e il rispetto reciproco – sono fondamentali. Il che significa che, a differenza di quanto accade nell’Occidente collettivo, la vera diplomazia è una priorità assoluta.

I vertici che si susseguono in Asia e in tutta l’Eurasia sono di solito molto significativi. L’anno scorso si è tenuto a Tianjin il 24° vertice annuale dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO), ospitato dalla Cina, seguito subito dopo dal Forum Economico Orientale a Vladivostok, nell’Estremo Oriente russo. Quest’anno, il vertice della SCO per il suo quarto di secolo si è aperto a Bishkek, in Kirghizistan, seguito dall’incontro di Vladivostok, e si concluderà la prossima settimana con il vertice annuale dei BRICS a Nuova Delhi, ospitato dall’India.

L’SCO è finalmente salito alla ribalta mondiale come organismo multilaterale chiave proprio l’anno scorso a Tianjin, quando la Cina ha messo a punto la sua attenta tabella di marcia verso la governance globale. Quest’anno, come rivela la Dichiarazione finale di Bishkek, i dettagli sono stati importanti quanto il quadro generale.

Dal vertice sono emerse due decisioni di spicco: in primo luogo, i membri della SCO hanno condannato all’unanimità la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Ciò significa una condanna generalizzata da parte dell’Eurasia, India compresa.

In secondo luogo, i membri della SCO hanno affermato il loro pieno sostegno a un «sistema commerciale multilaterale aperto, trasparente, equo, inclusivo e non discriminatorio», basato sul diritto internazionale e che includa un «trattamento speciale per i paesi in via di sviluppo».

Facciamo commercio, non guerra

A Bishkek non solo si è opposta all’unanimità all’«ingerenza nella sovranità degli Stati», ribadendo al contempo «l’indivisibilità della sicurezza», ma si è anche dato il via, nella pratica, alla regolamentazione del Centro Universale per contrastare le sfide e le minacce alla sicurezza degli Stati membri della SCO.

Si tratta, in effetti, di un meccanismo per contrastare le guerre ibride e calde lanciate in rapida e infinita successione dall’egemone occidentale nei suoi giorni di declino.

Il presidente russo Vladimir Putin ha sottolineato come, oggi, «la SCO sia di fatto la più grande associazione regionale non solo nel nostro comune continente eurasiatico, ma nel mondo intero. I suoi Stati membri ospitano quasi la metà della popolazione mondiale e rappresentano più di un terzo del PIL globale».

Putin ha anche sottolineato che «il commercio della Russia con i paesi della SCO ha superato i 400 miliardi di dollari nel 2025, mentre i nostri Stati usano sempre più spesso le valute nazionali nei pagamenti reciproci. Nelle transazioni della Russia con i membri della SCO, la loro quota supera ormai il 98 per cento».

Questa è già una super-tendenza della SCO: continuare ad aumentare gli scambi nelle valute reciproche. Anche i BRICS stanno seguendo la stessa strada.

Come Putin, anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sottolineato l’urgenza di creare la proposta Banca di Sviluppo della SCO. Il presidente russo ha sostanzialmente affermato che questa banca dovrebbe essere «il più indipendente possibile» da quelle potenze che usano «gli strumenti economici come armi».

In altre parole, le potenze eurasiatiche puntano a una Banca di Sviluppo della SCO molto più indipendente della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) – la banca dei BRICS, il cui statuto è legato al dollaro statunitense.

Da sei anni ormai, la NDB ha iniziato ad ammettere Stati che non fanno parte dei BRICS. Alcuni sono poi diventati partner. Tra questi ci sono ora, per esempio, Algeria, Bangladesh, Colombia, Uzbekistan e Zimbabwe. Eppure il capitale sottoscritto si attesta a soli 53,6 miliardi di dollari – una cifra decisamente troppo bassa per una banca di sviluppo del Sud del mondo.

L’SCO sta inoltre portando avanti una Strategia di cooperazione energetica dell’SCO, che dovrebbe essere attuata nei dettagli fino al 2030. Ciò include una serie di progetti, come il gasdotto «Power of Baikal» – l’ex «Power of Siberia II» – dalla Russia alla Cina passando per la Mongolia (un partner della SCO).

Costruisci la tua strada – con un sistema finanziario annesso

Ora colleghiamo la SCO al forum economico di Vladivostok.

Non c’è modo di comprendere le immense sfide legate allo sviluppo della Siberia, dell’Artico e dell’Estremo Oriente russo – un imperativo di sicurezza nazionale, supervisionato personalmente da Putin – senza seguire le sessioni di discussione chiave che si tengono ogni anno a Vladivostok.

Prendi, ad esempio, questo dibattito sull’architettura dei corridoi di trasporto che descrive in dettaglio il Corridoio di Trasporto Trans-Artico (TATC): un sistema integrato e multimodale (mare, ferrovia, strade, oltre ai fiumi più grandi della Siberia).

Per diversi aspetti, il TATC rispecchia il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), anch’esso multimodale e legato ai BRICS (Russia–Iran–India), così come i molteplici corridoi della Nuova Via della Seta costruiti dalla Cina da est a ovest.

L’ambizione della Russia spazia dal riorientare i flussi di merci verso est e sud, all’integrazione dell’Estremo Oriente nel nascente TATC. La pianificazione strategica è già stata concretizzata in un «Piano d’azione unificato per la zona artica della Federazione Russa e il Corridoio di trasporto transartico».

E questo ci porta all’Artico – e alla Rotta del Mare del Nord – che i cinesi descrivono poeticamente come la Via della Seta polare.

Durante un importante dibattito a Vladivostok, a cui ha partecipato Vladimir Panov della ROSATOM – colosso del settore nucleare e rappresentante speciale per lo sviluppo dell’Artico – è stato spiegato in dettaglio come la politica artica della Russia non preveda solo lo sviluppo di una base di risorse strategiche attiva 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e 365 giorni all’anno, ma anche l’impegno a «preservare le tradizioni e lo stile di vita delle popolazioni indigene del Nord e a proteggere l’ambiente».

Nell’ambito della sua complessa strategia per l’Estremo Oriente, la Russia sta anche aprendo un Centro Finanziario Orientale, la più grande riforma istituzionale del mercato finanziario russo degli ultimi tempi, come ha spiegato il viceministro delle Finanze Alexei Moiseev.

Quando si parla di corridoi di connettività, la scommessa russa sulla Rotta del Mare del Nord è davvero unica nel suo genere. La complessità è sbalorditiva: come creare un sistema completamente nuovo, attraente per i clienti di tutto il mondo, in cui il trasporto marittimo, il supporto dei rompighiaccio, le infrastrutture portuali e la regolamentazione governativa debbano interagire senza intoppi.

Putin a Vladivostok è andato dritto al punto: l’Estremo Oriente e l’Artico vengono sviluppati insieme come un unico sistema fisico: energia, dati, ferrovie e una rotta polare totalmente indipendente dai punti di controllo della NATO.

Il protagonista assoluto è il TATC, che parte da San Pietroburgo e Murmansk, attraversa la Rotta del Mare del Nord fino a Vladivostok e prosegue verso tutte le destinazioni dell’Asia-Pacifico. In sintesi, partendo quasi da zero, si costruisce un ponte terrestre fatto di acciaio, ghiaccio ed energia – insieme al sistema finanziario collegato al percorso stesso.

Confrontalo con l’INSTC, attraverso il quale tre nazioni del BRICS/SCO possono condurre tutti i loro scambi senza passare per un solo punto di strozzatura che potrebbe essere chiuso da Washington, con l’Iran che funge da porta d’accesso meridionale della Russia nell’ambito di una strategia più ampia volta a contrastare il contenimento occidentale.

Russia e Cina puntano al massimo sugli investimenti produttivi

Nel loro insieme, Bishkek e Vladivostok hanno offerto una serie di esempi concreti di come l’Eurasia stia mettendo a punto la sua tabella di marcia del «dimentichiamoci dell’Occidente».

Il professor Michael Hudson ha una proposta rivoluzionaria su cosa si dovrebbe fare riguardo a quello che è senza dubbio il nocciolo della questione per il Sud del mondo: il debito in dollari. La soluzione, insiste, deve venire dalle potenze eurasiatiche Russia e Cina, sotto forma di «fornire il credito per consentire ai partner commerciali e di investimento, compresi quelli dell’iniziativa Belt and Road».

Ciò equivarrebbe a nientemeno che un nuovo ordine economico finanziato in gran parte dai membri della SCO e del BRICS – Cina, Russia e Iran –, con «i creditori che assumono una partecipazione azionaria nelle economie dei paesi di cui finanzieranno le infrastrutture pubbliche attraverso programmi come l’iniziativa cinese Belt and Road», e le nazioni dipendenti dal petrolio «che si assumono debiti nei confronti dell’Iran che potrebbero essere garantiti dalla Cina».

Per quanto il BRICS sia essenzialmente un gruppo riformista e non rivoluzionario, rimane, insieme alla SCO, il nucleo multilaterale della spinta verso la multipolarità. Non ci sono illusioni su eventuali progressi decisivi da raggiungere a Nuova Delhi alla fine di questa settimana. Eppure Russia, Cina e Iran – tutti presenti al tavolo – possono fare riferimento ai progressi significativi decisi a Bishkek e Vladivostok.

È una strada lunga e tortuosa, ovviamente. Il dollaro statunitense rappresenta ancora il 57% delle riserve valutarie globali, il 54% della fatturazione delle esportazioni mondiali e l’89% delle transazioni in valuta estera. Ma tieni d’occhio l’aumento inarrestabile degli scambi in valute locali, comuni e regionali: Russia-Cina; Russia-India; all’interno e all’esterno dell’ASEAN; la crescita del Sistema Panafricano di Pagamenti e Regolamenti. L’elenco si allunga sempre di più.

I BRICS potrebbero essere sul punto di istituire finalmente un proprio meccanismo di regolamento dei pagamenti in valute locali tramite un sistema di messaggistica finanziaria transfrontaliera. Devono completare la costruzione dell’infrastruttura e raccogliere la volontà politica collettiva per puntare tutto, il che significa ribaltare il dominio del dollaro nel commercio e nelle transazioni. Le lezioni di Bishkek e Vladivostok potrebbero salvare la situazione, se gestite con astuzia a Nuova Delhi.

*Editorialista di The Cradle, redattore speciale di Asia Times e analista geopolitico indipendente specializzato in Eurasia. Dalla metà degli anni ’80 vive e lavora come corrispondente estero a Londra, Parigi, Milano, Los Angeles, Singapore e Bangkok.

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Other news. IA generativa: può pensare senza essere umana?

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IA generativa: può pensare senza essere umana?

Di Giuseppe Zollo* – Meer Italia

Gli aerei volano, eppure non depositano uova. Come l’aereo non imita l’uccello, così la GenAI può ottenere prestazioni intelligenti attraverso processi diversi da quelli della mente umana.

Gli aeroplani volano da più di un secolo, eppure nessuno ha mai rimproverato loro di non possedere piume, polmoni e ossa cave. Né ci siamo meravigliati scoprendo che un Boeing non depone uova. Abbiamo capito abbastanza presto che, per sollevarsi da terra, una macchina non deve diventare un uccello. Deve risolvere il problema del volo.

La distinzione sembra ovvia. Eppure ci sono voluti secoli, molti tentativi falliti e qualche uomo caduto malamente da una collina prima di comprenderla. All’inizio, per volare, gli uomini guardarono gli animali che già lo facevano. Era la scelta più ragionevole. La natura dispone di un laboratorio che lavora da milioni di anni e non chiude neppure nei giorni festivi.

Leonardo da Vinci osservò a lungo il nibbio. Studiò il modo in cui sfruttava le correnti, governava la direzione con la coda e modificava l’assetto delle ali. Disegnò macchine che cercavano di tradurre quei movimenti in leve, membrane e ingranaggi. A poco a poco, però, il problema cambiò. La domanda non era più: come possiamo riprodurre un uccello? Diventò: che cosa permette a un corpo più pesante dell’aria di restare sospeso e di controllare il proprio movimento?

Secoli dopo, anche i fratelli Wright partirono dagli uccelli, ma nel loro laboratorio entrarono altri due oggetti: l’aquilone e la bicicletta. L’aquilone consentiva di sperimentare le forze dell’aria senza rischiare ogni volta la vita. La bicicletta aveva insegnato loro che l’instabilità può essere governata con piccole correzioni continue. Ai due fratelli non interessava costruire il migliore uccello artificiale. Cercavano una macchina capace di sollevarsi, avanzare e cambiare direzione senza cadere.

Il passaggio decisivo avvenne quando l’imitazione lasciò il posto all’astrazione. Dall’uccello, dall’aquilone e dalla bicicletta furono ricavati i principi del volo. La soluzione tecnica seguì poi una strada propria: ali fisse, superfici di controllo, un motore leggero e due eliche fecero ciò che piume, muscoli e battiti d’ala compivano in altro modo. L’aeroplano non era un uccello riuscito male. Era una diversa soluzione allo stesso problema.

La biomimetica contemporanea segue questo percorso. Osserva una prestazione della natura, ne individua il principio funzionale e lo trasferisce in materiali e dispositivi che possono avere un aspetto completamente diverso dal modello iniziale. Il treno ispirato al becco del martin pescatore non ha bisogno di nutrirsi di pesci. Un adesivo modellato sulle zampe del geco non deve arrampicarsi sui muri durante la notte. A un certo punto la buona imitazione deve smettere di imitare.

Il passaggio dall’imitazione all’astrazione e a una nuova implementazione può essere considerato un’estensione del principio di equifinalità, che afferma che condizioni iniziali differenti e percorsi differenti possono condurre un sistema aperto a uno stesso stato finale. Più in generale, architetture diverse possono conseguire risultati funzionalmente comparabili attraverso processi diversi. Un sottomarino percorre il mare senza branchie; una macchina fotografica registra immagini senza possedere una retina. Le differenze dei mezzi non impediscono l’equivalenza delle prestazioni.

Ho voluto ricordare questo principio perché, quando si parla dell’intelligenza artificiale generativa (genAI) che opera col linguaggio naturale, i giudizi assumono talvolta forme singolari. Si sostiene che una macchina non possa produrre prestazioni comparabili a quelle umane perché non possiede un corpo biologico, una coscienza, intenzioni, valori o una comprensione semantica del mondo. Sarebbe come affermare che un’automobile non possa scalare il Monte Bianco perché non ha due gambe. Nessuno, però, ha mai chiesto alla Ferrari di sostituire le ruote con le gambe.

Il disagio è comprensibile. La GenAI entra nel territorio che consideravamo più nostro: compone testi, risponde a domande, riconosce immagini, costruisce argomentazioni. Lo fa elaborando enormi quantità di dati e calcolando relazioni statistiche, non ricordando un’infanzia, desiderando un futuro o provando vergogna per una frase mal riuscita. Il risultato ci somiglia; il processo molto meno. È precisamente questa distanza a disorientarci.

Conviene allora separare due domande che spesso vengono sovrapposte. La prima riguarda la prestazione: una macchina può produrre un testo efficace, pertinente rispetto alla situazione in cui viene interrogata? La seconda riguarda il suo statuto: la macchina comprende ciò che scrive, attribuisce significati alle parole, possiede una mente o una coscienza? Il successo nella prima prova non risolve automaticamente la seconda. Ma neppure l’incertezza sulla seconda cancella ciò che accade nella prima. Un aeroplano che vola non dimostra di essere diventato un uccello. Allo stesso modo, una macchina che costruisce un testo sofisticato non dimostra, per questo solo fatto, di possedere una mente umana. Sarebbe tuttavia singolare negare che voli soltanto perché non è un uccello.

Il problema non è nuovo. Nel 1950 Alan Turing aggirò prudentemente la domanda «Le macchine possono pensare?», troppo carica di parole difficili da definire. Propose un criterio operativo: se, durante un’interazione linguistica, un osservatore non riesce a distinguere con affidabilità la macchina dall’essere umano, abbiamo buone ragioni per attribuire alla macchina un comportamento intelligente. Turing non aprì la macchina per cercarvi una piccola mente. Guardò ciò che accadeva nello scambio.

Trent’anni dopo John Searle spostò di nuovo il problema. Immaginò un uomo chiuso in una stanza, munito di istruzioni che gli consentivano di ricevere caratteri cinesi e restituire risposte corrette. L’uomo poteva manipolare i simboli secondo regole sintattiche senza comprendere una sola parola di cinese. La conclusione di Searle era netta: la sintassi può bastare a trattare correttamente i simboli, ma non basta, da sola, a generare semantica e comprensione.

Turing e Searle non pongono esattamente la stessa domanda. Il primo ci invita a giudicare una prestazione osservabile; il secondo ci mette in guardia dal confondere la prestazione con la presenza di una mente. Entrambi hanno ragione nel delimitare il proprio problema. La confusione comincia quando usiamo la mancanza di una mente umana per negare la prestazione, oppure la qualità della prestazione per proclamare la nascita di una mente.

Le macchine generative non conoscono il mondo come lo conosciamo noi. Non hanno attraversato una piazza assolata, litigato con un amico o atteso con impazienza una telefonata. Eppure riescono a organizzare parole e immagini con una flessibilità che fino a pochi anni fa sembrava inseparabile da quelle esperienze. Questo fatto non dimostra che comprendano nel nostro stesso modo. Dimostra qualcosa di forse più interessante: alcune prestazioni che ritenevamo

Pro Pontefice Leone – C’è chi propone il Concilio Vaticano III

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Caro papa Leone,

A TE CHE RESISTI vogliamo dire anzitutto la nostra ammirazione per l’umile coraggio con cui osi chiedere ai potenti del mondo di rovesciare le loro condotte per instaurare una pace disarmata e disarmante. Temiamo però che se Tu restassi solo a proclamare la necessità di questa conversione per la salvezza del mondo, saresti additato come un trasgressore e un pericoloso visionario, e forse anche ingiuriato con l’intenzione di travolgerti.

D’altra parte la situazione di pericolo a cui è giunta la storia che stiamo vivendo è a uno stadio così avanzato che Tu nella raccolta delle tue invocazioni alla pace giungi a porre una questione radicale: la specie umana, cioè tutti noi, dobbiamo, e meglio ancora, possiamo, “continuare ad abitare la Terra”? Questa domanda insorge quando, come Tu osservi, “la combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione”, e quando “oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra, e le armi rimbombano e uccidono” dall’Ucraina al Medio Oriente fino al Congo, “e in tante altre situazioni”: Noi condividiamo il tuo dolore, perché una viva sofferenza ci procura la distruzione anche di una sola casa nell’uno o nell’altro teatro di guerra.

A questa realtà si può aggiungere il pericolo che la fine violenta del mondo possa intervenire quasi per caso, contro la stessa volontà degli uomini, anche dei più potenti, perché, come è stato denunciato qualche settimana fa dalla OpenAI, una delle maggiori industrie americane di Intelligenza Artificiale, due dei suoi sistemi informatici sono sfuggiti al controllo umano ed hanno deciso, sulla base di loro “ragionamenti” del tutto autonomi e inintelligibili dai loro stessi creatori, delle azioni che in altre circostanze potrebbero essere tali da giungere alle conseguenze più nefaste; e in tal caso non ci sarebbe alcuno Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico da Te ricordato, che potrebbe impedirlo.

Così stando le cose, la nostra risposta non può essere di routine, mentre non si intravvede un’assunzione di responsabilità da parte di quegli artefici della politica odierna che credono solo alle armi e prendono posizioni stantie o solo interessate alla competizione per il potere, come si è visto anche in quest’ultima torrida e guerreggiante estate. Occorre al contrario mettere in campo risorse non ancora esperite o nascoste, occorre una reazione di straordinaria portata di cui sia protagonista l’umanità tutta intera, quella “magnifica humanitas” che hai esaltato nella tua ineguagliabile enciclica.

Né tranquillizza l’idea che in futuro l’Intelligenza Artificiale sarà domesticata così da diventare un puro strumento nelle mani dell’uomo; questa candida rassicurazione non basta più quando sempre più si fa manifesto come la tecnica cessi di essere strumento per farsi signora: ne fece una denuncia precoce, che non si può ignorare, il filosofo Martin Heidegger già nel 1966: “la tecnica moderna nella sua strapotenza planetaria non è uno strumento e non ha più a che fare con strumenti: essa strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra”; una strozzatura che lo portava a chiedersi se, giunti a questo punto, “solo un Dio ci può salvare”.

Avvertendo la gravità della crisi, alcune voci profetiche del Novecento, uscite dal mondo laico, si posero questa stessa domanda, in controtendenza rispetto al pensiero della modernità secolare, soprattutto occidentale. Decodificata, questa domanda suggeriva che l’umanità in “una rinnovata cooperazione, una rinnovata cooperazione con Dio”, secondo le parole di Claudio Napoleoni, potesse salvarsi e uscire dalla chiusura a cui la storia del mondo era pervenuta.

I credenti sanno, che proprio questa è la strada della salvezza. Ma per il senso comune e la cultura del tempo questo è un pensiero alieno, perché si tratterebbe di richiamare Dio dall’esilio a cui l’età moderna, affidandosi alle sole risorse dell’uomo, lo ha relegato, confinandolo nel privato. Ma per preservare il mondo e perché la storia continui è proprio a questa domanda che l’uomo di oggi dovrebbe dare riscontro e così, nell’unità di credenti e non credenti, in forza del comune principio di responsabilità a cui ha richiamato Hans Jonas, porre mano all’impresa del rovesciamento del corso letale della storia.

Questo comporta però che il Dio richiamato dal suo esilio sia un Dio credibile. Ma purtroppo sono in circolazione nel mondo di oggi immagini non lusinghiere di Dio, non solo per sovrapposizioni e superstizioni che nei secoli si sono andate accumulando su di Lui, ma anche per l’uso strumentale che viene fatto del suo nome per interessi del tutto mondani e per vere e proprie corruzioni di cui negli ultimi tempi è stata oggetto la sua figura. Tu stesso ne sei stato colpito quando alla tua affermazione che Dio ripudia tutte le guerre, e “non è mai dalla parte di coloro che impugnano la spada”, il vicepresidente americano Vance ha replicato che Dio “era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti”, e ti ha invitato ad andare a lezioni di teologia. Altrettanto aberrante è stata la scena della imposizione delle mani alla Casa Bianca per consacrare il nuovo messia, e grottesco il coro dei pretesi attuali antagonisti dell’Anticristo.

Ma dove la contraffazione dell’immagine di Dio è stata più dolorosa e tale da suscitare la ripulsa più motivata, è stato nel sovvertimento che soprattutto nelle vicende più recenti il nome e il mandato di Dio hanno subito ad opera dello Stato di Tel Aviv, col rischio di un travolgimento degli stessi valori universali della fede d’Israele e dell’intero popolo ebraico. La promessa della terra è stata interpretata come legittimante l’esclusione e perfino lo sterminio di ogni altro popolo, le operazioni militari anche più efferate sono state designate con nomi biblici, e l’operazione guidata dalla piattaforma di Palantir per il tracciamento e l’uccisione degli “obiettivi” da eliminare a Gaza, è stata chiamata “Gospel”, cioè Vangelo.

Per contro una straordinaria purificazione dell’immagine e della figura di Dio è stata operata nella Chiesa cattolica negli ultimi decenni, come nelle altre Chiese cristiane, e incoativamente anche nell’Islam. Non che nella Chiesa sia stata minimamente cambiata la nozione della fede nel Dio Padre del Figlio crocefisso, né la corrispondente teologia tramandata dai Concili, ma ne è stata via via affinata l’interpretazione e straordinariamente arricchito l’annuncio. Ciò è stato necessario anche perché nell’attuale rapidità e sommarietà dell’informazione e della trasmissione del sapere, alcune tradizioni bibliche che giustamente vengono presentate come “parola di Dio”, se percepite in modo letterale e al di fuori di un’interpretazione o ermeneutica altrettanto ispirata (che era poi quella, secondo gli evangelisti, di Gesù), si prestano ad equivoci fino a risolversi in contromessaggi. Basta pensare a che cosa arrivi a un orecchio abituato all’informazione quotidiana quando sente lodare il Dio degli eserciti, data l’ignominia degli eserciti moderni, o sente il racconto di popoli che per comando divino sono votati allo sterminio, a cominciare da Gerico, o l’invocazione dei Salmi al Dio che punisce tutte le genti. Veramente qui echeggia la verità di un verso dolente del poeta e frate servita David Maria Turoldo quando con struggente affetto cantava: “Oh quale per Te tenerezza mi ispira il carico di errate preghiere onde si crede di renderti onore!”.

Perciò è stato così importante che in questi anni il Dio annunciato dalla Chiesa, sia stato un Dio esente da ogni ambiguità denigratoria, un Dio di cui, per significare la bontà, la lettera a Tito esalta l’“humanitas” (un Dio umano!), di cui papa Francesco diceva che è solo misericordia e, con uno dei suoi neologismi spagnoli, che “primerea”, cioè arriva primo nell’amore, e di cui Benedetto XVI, già non più papa, scriveva che l’idea che per essere risarcito del peccato degli uomini avrebbe avuto bisogno del sacrificio del Figlio era “del tutto errata”, fino alla tua affermazione che Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue.

Anche nell’Islam abbiamo visto come si sia affinata la percezione di Dio, sia nel Documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza Umana, firmato insieme a Papa Francesco dal Grande Imam di Al-Azhar, secondo il quale “le diversità di religione sono una sapiente volontà divina”, sia con l’affermazione dei sapienti musulmani, contro lo Stato islamico, secondo cui la nozione che il Profeta sia stato “inviato con la spada” è parte di un Hadith che è “specifico rispetto a un determinato tempo e luogo, tempo e luogo che si sono ormai esauriti”.

È dunque questo Dio della libertà e della misericordia che l’umanità intera può ritrovare, richiamandolo dal suo esilio, per riprendere lena e riappropriarsi del futuro.

A noi pare che questo possa fare oggetto di una grande e straordinaria iniziativa della Chiesa, e se possibile delle Chiese e di altre confessioni religiose, che tutte insieme e in comunione tra loro si rivolgano all’umanità tutta intera perché si distolga dalla via sbagliata e intraprenda la strada della sua salvezza storica aperta sul futuro. In particolare, pensiamo che compito della Chiesa sia di “aggiornare” l’annunzio di questo Dio, e di farlo nel modo più solenne e a lei proprio che potrebbe essere la convocazione di un Concilio Vaticano III, portando così a compimento il ciclo cominciato col Concilio Vaticano II. Come Giovanni XXIII, contro “i profeti di sventura” ebbe il coraggio profetico di indire un Concilio per rinnovare la figura della Chiesa “nel mondo di questo tempo”, così oggi la Chiesa potrebbe rispondere alle angosce di oggi offrendo l’immagine di un Dio sempre uguale a se stesso, ma compreso secondo le domande e le sfide del mondo di questo tempo; e come il Concilio Vaticano II si concluse con la “Gaudium et Spes”, così il Vaticano III potrebbe concludersi mostrando il volto del “Dominus Deus in mundo huius temporis”.

Ciò darebbe anche l’occasione di adempiere a un compito che può essere attuato solo collegialmente, di una nuova scelta delle letture bibliche proclamate nelle occasioni liturgiche per aiutare il popolo cristiano a una nuova corretta elaborazione della fede: impresa di carattere pastorale che valga a far meglio rilucere l’unità dei due Testamenti, contro ogni sospetto di indulgenze cosiddette “marcionite”. Così anche la Chiesa cattolica farebbe la sua parte nella restituzione al mondo della vera immagine di Dio mediante una disambiguazione di letture bibliche e preghiere che nelle liturgie quotidiane a fronte di una moltitudine di fedeli, se recepite in modo letterale o “fondamentalista”, possono prestarsi a fraintendimenti e offuscamenti dello splendore della fede. Come tu stesso hai ricordato nel discorso al III Word Meeting «sulla Fraternità Umana», «nella Bibbia sono i testi più recenti e più maturi a narrare una fraternità che supera i confini etnici del popolo di Dio e che si fonda nella comune umanità», segno che non tutti i testi della Bibbia hanno pari validità pastorale.

Così rinnovato “il concetto di Dio” dopo le sfide letali di oggi, così come fu rivisitato alla fine del III millennio “il concetto di Dio dopo Auschwitz”, una grande comunione di popoli potrebbe dare riscontro alla domanda se “solo un Dio ci può salvare”. Così, nel 1934, Dietrich Bonhoeffer propose un “grande concilio ecumenico della santa chiesa di Cristo” per il disarmo e la pace.

Naturalmente questa è una suggestione, se non un suggerimento di cui solo Tu, caro papa Leone, puoi giudicare l’opportunità e decidere che fare.

Con tutta la nostra solidarietà e il più sincero affetto,

Raniero La Valle,

Luis Carlos Orellana,

Giovanni Spallanzani

Con:

Raffaele Luise, Roberto Savio, Riccardo Petrella, Domenico Gallo, Mario Agostinelli, Agata Cancelliere, Angelo Gaccione, Sergio Paronetto, Francesco Domenico Capizzi, Tecla Mazzarese, Annika Colombi, Claudio Ciancio, Massimo Zucconi, Gian Giacomo Migone, Enrico Peyretti, Franco Ferrari con i Viandanti PRS, Anna Sabatini Scalmati, Fabio Filippi, Flavio Pajer, Centro Impastato di Palermo, Agnes Duerrschnabel, Eugenio Castioni, Bianca de Matthaeis, Maria Cristina Giorcelli, Centro Gandhi onlus, Carlo Fiocchi, Maria Luisa Arena, Fausta Ferraro, Angela Mancuso, Carlo Maria Ferraris, Federico Palmonari, Giovanna Pitrone, Salvatore Nocera, Pasquale De Sole, Gianfranco Maddoli, Angelo Mozzappi, Carla Porelli, Paolo Bertagnolli, Oberhofer Rosa Maria, Antonino Nigito, Fabrizia Orsaria, Rossana Mattiussi, Anna Maria Viviani, Agnese Rastelli, Monica Simenoni, Fiorella Tagliaferri, Marina Rossi, Elisabetta Rossi, Mario Dal Negro, Carla Portesine, Magda Gruarin, Fulvia Carrucoli, Danilo Solfaroli Camillocci, Luciano Benini, Emanuela Ferrari, Aldo Preda, Giorgio Giunta, Maurizia Manini, Anna Bardelli, Severino Piovanelli, Piergiorgio Bortolotti, Isabella Falletti, Anna Maria Gon, Luisa Fattorusso, Giuseppe De Marco, Angela Silvestre, Pina Garau, Eliana Princi, Cristina Stevanoni, Ivano Mariconti, Maurizio Quattrocchi, Gianni Pastro, Giovanna Carrara, Maria Ragonese, Paola Mancinelli, Ambretta Greco, Daniele Barbieri, Ester Prestini, Salvatoreantonio Aulizio, Irene Ciravegna, Rolando D’Alonzo, Marco Lisandrelli, Grazia Zuriatti, Enrico Virtuani, Enzo Robles, Alida Airaghi, Alfio Minetti, Nanda Regondi, Enzo Carpentieri, Valeria Aimaretti, Rinaldo Geremia, Ado Grilli, Paola Saccani, Angelo Bufalari, Elida Della Lucia, Mario Ghidoni, Silvia Rizzi, Maria Grazia Papaleo, Santo Di Nuovo, Paola Lazzaro, Paola Bottoni, Valeria Dalla Bona, Paola Redaelli, Anita Cappello, Mirella De Gregorio, Luisa Mucci, Lino Allegri, Fabiola Dessi, Chiarastella Pesenti, Massimo Zamboni, Mario Marchiori, Alessandra Manzoni, Franca Littarru, Rosalba Capitaneo, Giuseppe Turani, Piera Gaia, Maria Rizzi, Ales Bello, Maria Adele Valperga, Giuliana Moda, Giuseppina Timpani, Fabio Fabio, Raffaele Iavazzo, Angelo Persiani, Fabrizio Persico, Roberto Serone, Margherita Masè, Mariella Smiroldo, Maria Gabriella Fornero, Suor Annamaria Mulazzani, Leonelli Cristina, Mario Vatta, Roberta Amoroso, Luigi Alfieri, Liliana Frascati, Vincenzo Pezzino, Caterina Siligardi, Carmela Dortello, Giovanna Monina, Carmen Campesi, Sebastiana Ottaviani, Gabriella Verucci, Romano Demicheli, Sandra Niccolai, Ilva Palchetti, Marialuisa Virtuani, Chiara Benvenuti, Mariarosa Tinaburri, Stefano Poli, Barbara Daga, Giuseppe Cago, Salvatore Maugeri, Vittorio Florioli, Isa Benatti, Romano Madera, Doriana Laraia, Alessandra Basilio, Nicoletta Negri, Nicola Lo Bianco, Grazia Napoletano, Pierpaolo Loi, Alessandro Bazzan, Claudio Freschi, Pietro Pizzuti, Paolo Farinella prete, Luigi Elli, Angela Margaritelli, Danilo De Regis, Antonia Bufano, Laura Donati, Maria Rita Vella, Rosangela Mura, Mariateresa Chiesa, Cristina Marchionni, Valeria Caroli, Clara Benedini, Lucia Tibaldo, Carmine Miccoli, Silvia Gonzato, Anna Maria Bionda, Pina Allegrini, Renata Longo, Nevio Santini, Roberto Gelpi, Paolo Restuccia, Alfonso Pastore, Maria Pia Tironi, Massimo Pesenti, Luciano Paradisi, Pietrina Rubanu, Patrizia Guarise, Mariagrazia Medici, Patrizia Farronato, Rosaria Carbone, Andrea Gusmini, Giuseppe Angelastro, Mauro Conte, Maria Manzotti, Aldo Bacchiocchi, Rossana Papagni, Sandro Calvani, Carla Portesine, Francesco Maisto, Massimo Laureano, Andrea Melodia, Giuliana Sarogni, Francesco A. Romito, Mirella De Gregorio, Gabriela Lovato, Antonino Nigito, Giuseppe Staccia, Sergio Flotta, Silvana Botassis, Maria Speranza Perna, Melania Sinibaldi, Libere Cittadine, Giovanni Ambrosoni, Francesco Maisto, Stefano Poli, Paola Seri, Fabrizia Baldissera, Nicola Ianni, Carlos Cerón, Rosario Grillo, Carmen Secchi, Nunzio Marotti, Giorgia Delledonne, Sandra Speranzini, Cecilia Attiná, Roberto Bosi, Eralda Caserio, Mario Casini, Ermelinda Lando, Elisabetta Alberton, Camilla Briganti, Angela Vezzani, Raffaele Magrone, Monica Zanolla.

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P.S. «Prima Loro» è una piattaforma di Intelligenza Naturale che sostiene che bisogna salvare prima gli Ultimi, perché se si salvano prima loro, si salvano tutti.

Prima Loro
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Mercoledì 26 agosto 2026

img_7945La fame nel mondo e la malnutrizione hanno raggiunto livelli critici

Di Lawrence S. Wittner* – Foreign Policy In Focus (FPIF)

L’amministrazione Trump ha cercato di eliminare ogni forma di assistenza alimentare degli Stati Uniti.

La fame è un modo particolarmente crudele e orribile di morire. Inizia con una fame e un dolore intensi, seguiti da sfinimento e deterioramento mentale; poi il corpo continua a consumare gradualmente i propri tessuti in una spirale discendente verso la morte.

La principale protezione contro la fame di massa in tutto il mondo è il Programma Alimentare Mondiale (PAM), che nel 2020 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per il suo fondamentale lavoro umanitario. Con centinaia di milioni di persone a rischio a causa di povertà, carestie, conflitti violenti e condizioni meteorologiche estreme, questa agenzia delle Nazioni Unite distribuisce enormi quantità di aiuti alimentari – solo l’anno scorso ha raggiunto più di 100 milioni di persone che soffrivano di fame acuta – salvando così milioni di vite.

Ma con l’avvento del secondo mandato di Trump nel gennaio 2025, il WFP, che nel 2024 aveva ricevuto quasi la metà dei suoi finanziamenti dal governo degli Stati Uniti, è entrato in un periodo di crisi che da allora non ha fatto che aggravarsi.

Il primo giorno in carica, il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che congelava tutti gli aiuti esteri degli Stati Uniti, dichiarando che «il settore degli aiuti esteri e la burocrazia non sono in linea con gli interessi americani e in molti casi [sono] in contrasto con i valori americani». In breve tempo, l’operazione DOGE del multimiliardario Elon Musk ha posto fine all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), che forniva la maggior parte degli aiuti umanitari statunitensi all’estero alle nazioni più povere. Definendo l’USAID un’«organizzazione criminale», Musk ha dichiarato che era «ora che morisse».

L’assistenza alimentare d’emergenza, parte integrante degli aiuti esteri statunitensi, era uno degli obiettivi principali dell’amministrazione. Nell’aprile 2025, l’amministrazione Trump ha interrotto i finanziamenti al Programma Alimentare Mondiale (PAM) per i programmi alimentari in 14 delle nazioni più povere del mondo. In risposta a questa mossa, il PAM ha avvertito che «questo potrebbe equivalere a una condanna a morte per milioni di persone che affrontano la fame estrema e la inedia».

In risposta alle aspre critiche dell’opinione pubblica sui tagli, alcuni dei tagli agli aiuti alimentari sono stati ripristinati. E nel giugno 2025, l’amministrazione ha improvvisamente concesso al WFP una sovvenzione di 800 milioni di dollari. Anche se queste azioni hanno portato il totale degli aiuti alimentari statunitensi all’estero per il 2025 a circa 2 miliardi di dollari, durante l’ultimo anno dell’amministrazione Biden il contributo degli Stati Uniti al WFP era stato di 4,5 miliardi di dollari.

Grazie quasi esclusivamente al cambiamento di politica degli Stati Uniti, il WFP ha subito un calo del 40 per cento dei finanziamenti nel corso del 2025.

Le conseguenze dei tagli finanziari sono state terribili. In Kenya, dove l’amministrazione Trump ha bruscamente interrotto tutti i finanziamenti statunitensi alle operazioni del WFP, vivevano circa 720.000 rifugiati, tra le persone più vulnerabili del pianeta. Sebbene gli operatori umanitari e i funzionari statunitensi sul posto avessero ripetutamente chiesto il rinnovo degli aiuti alimentari da parte degli Stati Uniti, non arrivò alcuna risposta. Di conseguenza, secondo uno studio di ProPublica, i rifugiati «cominciarono a morire di mimi ho fame e molti – soprattutto bambini – morirono perché i loro corpi malnutriti non riuscivano a combattere le infezioni». In queste circostanze, «le madri dovevano scegliere quale dei propri figli sfamare. I giovani sono scesi in strada per protestare, e alcune di queste manifestazioni sono sfociate in violente rivolte. Le donne incinte con anemia potenzialmente letale erano così disperatamente alla ricerca di calorie che mangiavano fango».

Anche altrove la situazione è diventata sempre più disperata. In numerose nazioni povere, dove erano state distribuite confezioni speciali di pasta alimentare a 9,3 milioni di bambini sull’orlo della fame, le confezioni sono praticamente scomparse.

In una sola regione della Nigeria, 150 cliniche, gestite dal WFP e che fornivano cure nutrizionali a 300.000 bambini sotto i due anni, hanno chiuso i battenti nel luglio 2025.

Non sorprende che l’insicurezza alimentare acuta sia aumentata tra le persone in tutto il mondo, compresi circa 118 milioni di bambini.

Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha fatto pressione per ulteriori tagli agli aiuti alimentari statunitensi all’estero. La proposta di bilancio di Trump per l’anno fiscale 2026, presentata a maggio 2025, prevedeva l’eliminazione di due iniziative statunitensi di lunga data gestite in parte tramite il WFP: il programma “Food for Peace” e il programma di nutrizione infantile McGovern-Dole. Ma, alla fine, i legislatori repubblicani con elettori del settore agricolo hanno bloccato la mossa. Ansiosi di accontentare gli agricoltori fornendo un mercato per le loro eccedenze distribuite tramite questi programmi, si sono uniti ai Democratici per ripristinarli entrambi, anche se con un taglio del 23% ai finanziamenti.

L’amministrazione Trump, però, rimane determinata a smantellare ciò che resta dell’attuale programma di assistenza alimentare all’estero del governo statunitense. Nell’aprile 2026, la sua proposta di bilancio per l’anno fiscale 2027 prevedeva l’eliminazione totale dei programmi “Food for Peace” e McGovern-Dole. Per la prima volta dall’istituzione del Programma Alimentare Mondiale nel 1961, nessun finanziamento statunitense è stato stanziato per quell’agenzia delle Nazioni Unite,

Invece, lo scorso agosto, probabilmente per sviare le critiche dell’opinione pubblica e ingraziarsi la base religiosa di Trump, l’amministrazione ha annunciato una nuova iniziativa per la distribuzione di aiuti umanitari all’estero sotto la direzione di organizzazioni cristiane. Rispetto agli aiuti umanitari del governo statunitense del passato (ad esempio, 8 miliardi di dollari nel 2024), il finanziamento totale era irrisorio: 2 miliardi di dollari in cinque anni. Inoltre, anche se il nuovo programma apparentemente avrebbe fornito un po’ di assistenza alimentare, non sarebbe stato granché, dato che quasi tre quarti del finanziamento totale erano destinati all’assistenza sanitaria.

Naturalmente, a causa del crollo della tradizionale politica statunitense di assistenza alimentare, la fame e la malnutrizione nel mondo sono aumentate vertiginosamente. Secondo il WFP, «ben 266 milioni di persone si trovano… ad affrontare livelli di fame da crisi o peggio» nel 2026. Nel frattempo, «gravi carenze di fondi stanno costringendo il WFP a ridurre gli aiuti» e «le vite perse… saranno il prezzo da pagare».

È chiaro che serve una nuova direzione per evitare enormi sofferenze umane e morti. Nell’immediato futuro, altre nazioni ricche potrebbero farsi avanti per colmare il vuoto di finanziamenti lasciato dall’amministrazione Trump. A più lungo termine, alle Nazioni Unite e alle sue agenzie potrebbe essere fornita una fonte di reddito indipendente, ponendo così fine alla loro dipendenza dai capricci delle singole nazioni — specialmente quelle guidate da persone così incredibilmente ricche da non avere la minima comprensione della fame e dei suoi effetti.

Finché non verranno prese misure correttive, però, la fame e la malnutrizione nel mondo continueranno a essere una vergogna per l’umanità.

*Professore emerito di Storia alla SUNY/Albany e autore di *Confronting the Bomb* (Stanford University Press).

Giuseppe Calasanzio: chi era costui?

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Oggi 25 agosto la Chiesa cattolica festeggia San Giuseppe Calasanzio (1557–1648), illustre sacerdote e intellettuale spagnolo, diventato romano, noto per essere considerato il fondatore della prima scuola pubblica gratuita d’Europa per i figli delle famiglie meno abbienti (1597). La sua figura è molto conosciuta per il suo impegno sociale e religioso di vastissima portata, particolarmente per il suo messaggio pedagogico innovativo, applicato alla formazione dei ragazzi. Impostazione che affinò per gli aspetti scientifici con personaggi illustri come Galileo Galilei e Tommaso Campanella, come lui “sorvegliati speciali” del Santo Uffizio della loro epoca per l’adesione ai principi scientifici in opposizione a ignoranze consolidate. Fondò l’Ordine religioso degli Scolopi, che operò in Sardegna dagli anni immediatamente successivi alla sua formale costituzione (1627) e fino ai giorni nostri. A Cagliari la presenza degli Scolopi risale al 1640 fino al 1866 (con riferimento all’anno di soppressione con il quale lo Stato Sabaudo non riconosceva più gli Ordini, le Corporazioni e le Congregazioni regolari e secolari). Di essi e del santo fondatore resta un ricordo purtroppo sempre più sfuocato e importanti opere edilizie, come la chiesa dedicata dedicata a San Giuseppe, che di fatto prese il nome del santo e il complesso del Collegio delle opere Pie (Scolopi). Tutte strutture passate alla proprietà pubblica (Il Comune per quanto riguarda l’ex Collegio e lo Stato per la chiesa, attraverso l’apposito Fondo Edifici del Culto). Proprio la chiesa si trova in una fase di ricupero strutturale, finanziato dal PNRR, che dovrebbe essere conclusa. Si pone ora l’interrogativo di quale possa essere un utilizzo della chiesa rispettoso dell’importanza culturale del luogo e della buona memoria della cittadinanza. Tra le ipotesi, seppure mai ufficializzata, quella di un uso civile per attività culturale (convegni, congressi, concerti, mostre stabili ed estemporanee), non escludendosi l’apertura al culto per determinate occasioni, come la celebrazione religiosa della festa del santo il 25 agosto.
Sul tavolo del Rettore dell’Università anche la proposta avanzata da Franco Meloni, direttore della news online Aladinpensiero e socio di Unica Alumni, per l’acquisizione della chiesa ai fini culturali da parte dell’Università che potrebbe affidarla alla neo costituita Associazione Unica Alumni. Ma questa è solo una proposta da confrontarsi in una interlocuzione con più soggetti.
Intanto si ricordi come si conviene la figura del grande santo. A Cagliari nessuna iniziativa di rilievo: solo la celebrazione in suo onore e suffragio della Messa vespertina alle ore 18 del 25 agosto nella chiesa parrocchiale di Sant’Eulalia.
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San Giuseppe Calasanzio (1557-1648) è il Fondatore delle Scuole Pie.
[Dal sito web dei padri Scolopi, Genova] Nato nel 1557 in un piccolo borgo della Spagna, Peralta de la Sal, ultimo di sette figli, ebbe dai genitori una buona formazione religiosa. Durante i suoi studi si sentì chiamato al sacerdozio, anche se trovò la contrarietà del padre. Si preparò con un forte impegno, conseguendo con lode i titoli accademici di baccalaureato in lettere e laurea in teologia. Ordinato sacerdote nel 1583, svolse una intensa attività apostolica al servizio di diversi vescovi della sua regione. Forse fu proprio per espletare qualche pratica giuridica del suo vescovo, che nel 1592 venne a Roma, che sarebbe stata la città delle sue scelte definitive. Veramente la permanenza a Roma, nelle sue intenzioni, doveva essere breve; ma le vie del Signore sono diverse dalle nostre.

La pratica dell’assegnazione di un canonicato che gli desse la necessaria tranquillità economica, si disperse nei meandri della burocrazia vaticana; nel frattempo nella sua vita romana egli faceva scoperte che lo avrebbero trasformato radicalmente. Aveva iniziato al servizio del Cardinale Colonna come educatore dei suoi nipoti. Intanto veniva a conoscenza della realtà dolorosa e degradata della Roma dei quartieri popolari, di Trastevere in particolare, molto diversa da quella splendente della corte pontificia e dei palazzi cardinalizi e aristocratici. Si operò in lui una vera e propria conversione.

Rimase particolarmente colpito dalla miserevole condizione dei tanti bambini lasciati a se stessi, nello squallore della strada, senza che nella Roma dei Papi qualcuno si curasse di loro. Calasanzio capì subito che non era sufficiente per questi ragazzi il gesto caritatevole del momento; essi avevano soprattutto bisogno di una scuola che li facesse uscire dalla loro condizione di ignoranza e di subalternità. Fu così che nell’autunno del 1597 aprì una piccola scuola nei locali della parrocchia di Santa Dorotea. Dirà poi: ho trovato in Roma modo migliore di servire Dio nell’aiutare questi bambini e non lo lascerò per nessuna cosa al mondo. Abbandonò il tranquillo palazzo Colonna, smise le vesti di seta, dimenticò il canonicato e la stessa sua patria. Divenne romano come questi bambini: il suo cuore grande, la sua vita di sacerdote, la sua intelligenza tutto ormai doveva essere messo al servizio amorevole e diligente dei suoi piccoli. Una scelta che segnò non solo la sua vita personale, ma la storia dell’uomo; nella sua monumentale Storia dei Papi L. von Pastor definì quella del Calasanzio la prima scuola popolare gratuita d’Europa.

Inizia così la sua grande avventura: bambini sempre più numerosi si presentano alla scuola di questo sacerdote spagnolo, ormai tutto dedito a inventare la struttura, l’organigramma, i contenuti didattici necessari allo sviluppo di questa sua opera. Raduna intorno a sé dei collaboratori; necessitano locali sempre più grandi per contenere l’afflusso crescente dei bambini, spinti dai genitori, che vedono nella scuola del Calasanzio un momento fondamentale per la crescita dei loro figli. Calasanzio aveva chiamato la sua opera Scuole Pie, per significare che esse dovevano essere totalmente gratuite.

Calasanzio non era un teorico della formazione, ma la sua intelligenza e l’amore paterno che lo guidavano nel fare scuola ai piccoli lo resero esperto pedagogo, senz’altro il più grande del suo tempo e fu soprattutto il più lungimirante. La sua scuola non doveva essere un semplice atto di carità per aiutare i poveri, ma una consapevole e necessaria opera di giustizia, in quanto risposta a un bisogno e a un diritto primario dell’uomo: l’accesso di tutti alla cultura. La sua scuola sconvolgeva gli schemi ideologici e classisti del suo tempo, dove si dava per scontato che solo agli aristocratici spettasse l’istruzione e, quindi, la gestione del potere. Un grande filosofo dell’epoca, Tommaso Campanella, amico carissimo del Calasanzio non ostante le gravi condanne subite dal Santo Uffizio, capì molto bene la carica rivoluzionaria della scuola calasanziana: in un suo libro a difesa delle Scuole Pie, l’autore della Città del sole afferma che il bambino in esse formato certamente non avrebbe sopportato la tirannide né politica né religiosa.

Nel mondo della Controriforma e della Riforma Cattolica, Calasanzio, più di ogni altro, aveva capito che non sarebbero state le opere grandiose e ampollose del barocco romano, né le severe condanne impartite dal Santo Uffizio a riformare la chiesa e la società, ma l’umile silenziosa attività educativa impartita nella scuola. In Roma, una città con circa centomila abitanti, ormai più di millecinquecento bambini venivano formati alla pietà e alle lettere nelle Scuole Pie di San Pantaleo. Da questa formazione – il Calasanzio ne è convinto e lo scrive nelle sue Costituzioni – sarebbero derivate senza alcun dubbio, la realizzazione piena e felice della vita del ragazzo e la riforma della repubblica cristiana.
Un’opera benefica, ma troppo innovativa; per questo né le autorità civili, né gli altri Istituti religiosi, ai quali il Calasanzio si era rivolto, vollero prendersene cura. Fu così che nel 1617 lui stesso, con i suoi collaboratori sacerdoti e laici, per dare futuro alle sue scuole, fondò una Congregazione religiosa, che, oltre i voti di povertà, castità e obbedienza, si impegnasse con un quarto voto alla educazione dei bambini e dei giovani, specialmente poveri. Il nuovo Istituto, approvato da Papa Paolo V, prese ufficialmente il nome di Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie e i nuovi religiosi dal nome Scuole Pie furono poi chiamati Scolopi. Il Calasanzio ne scrisse le Costituzioni e chiese che fosse riconosciuto dalla Chiesa come Ordine religioso.

Furono numerose le richieste di apertura delle Scuole Pie in varie parti delle regioni italiane e, dagli anni trenta, anche in moltissimi luoghi dell’Europa Centrale. La pianta era cresciuta e si era ben radicata in tante zone. Nell’anno 1629 i Padri Scolopi furono chiamati anche nella Firenze medicea e il Calasanzio di buon grado accettò la richiesta. Anzi, fu molto contento della presenza in città del grande scienziato Galileo Galilei, alla cui alta scuola avviò numerosi suoi religiosi, nonostante le avversioni e la condanna del S. Uffizio. Del grande scienziato, isolato negli ultimi anni in Arcetri, Calasanzio permise che il P. Clemente Settimi divenisse segretario.
Il Fondatore ai suoi religiosi raccomandava sempre massima diligenza nel fare scuola e lui stesso, nonostante l’età, era il primo a prestarsi, specialmente con i bambini più piccoli, che spesso gli altri Padri gestivano con fatica. Chiamò i suoi maestri Cooperatori della verità e volle che ne fossero idonei. Per esserlo, da essi richiedeva una insignis eruditio (grande cultura), una singularis industria (singolare laboriosità e inventiva), una excellens virtus (virtù eccezionale), accompagnate da una gratia in loquendo (affabilità nel parlare) e dalla facilitas in docendo (facilità nell’insegnare). Nel rapporto educativo con i bambini ai suoi collaboratori raccomandava che avessero amore di padre; voleva che usassero sempre una grande pazienza e che mai ricorressero a parole mordaci. Dovevano essere attenti ai bisogni degli studenti, al fine di sviluppare al massimo le loro potenzialità. Nei bambini – scrive spesso il Calasanzio – il maestro deve vedere lo stesso Gesù, che volle essere educato da Maria.

Calasanzio dovette difendere le sue scuole da non pochi detrattori. Specie nell’ultimo periodo della sua lunga vita soffrì avversioni e persecuzioni tali da meritare dal Papa, che lo beatificò, il titolo di novello Giobbe. Mal visto dal Segretario del Santo Uffizio, subì l’umiliazione di esservi portato tra le guardie. Nemici interni ed esterni all’Ordine pretesero dal Papa Urbano VIII che fosse deposto da Superiore Generale e Innocenzo X nel 1646 soppresse le Scuole Pie come Ordine religioso. Quando il Calasanzio, all’età di novantadue anni, si spense il 25 agosto del 1648, la sua opera giuridicamente non esisteva più. Egli, però, in quegli anni terribili, non perse mai la speranza; nel suo Epistolario sollecita i suoi Religiosi a fare bene scuola e a sperare: il Signore avrebbe provveduto. E così avvenne di fatto: pochi anni dopo la sua morte, nel 1656, il Papa Alessandro VII ristabilì le Scuole Pie come Congregazione religiosa e il suo successore Clemente IX, tredici anni dopo, le dichiarò nuovamente Ordine religioso di voti solenni. La speranza del Calasanzio non fu delusa perché era riposta in Dio e nella consapevolezza che le Scuole Pie erano opera di Dio. Il Papa Benedetto XIV nel 1748 lo proclamò Beato e Clemente XIII nel 1767 Santo. Un grande uomo, un grande educatore, un grande amico dei bambini e dei giovani, un grande santo che anche oggi ha tante cose da dire a noi Scolopi, ai nostri ragazzi e ai tanti Collaboratori laici, Docenti e Genitori.
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Uno scolopio lombardo diventato sardo
Colli Vignarelli Francesco

Professioni: Sacerdote, professore, preside
Ambiti di produzione: Cultura locale, educazione collegiale, Scolopi
Luoghi di attività: Lombardia, Sardegna

Francesco Colli Vignarelli nacque a Rho (Milano) il 6 gennaio 1918. Entrato nell’ordine delle Scuole pie nel 1933, fu ordinato sacerdote a Roma il 4 aprile 1942. Si iscrisse all’università di Genova e si laureò prima in Lettere classiche e poi in Filosofia. In seguito ottenne anche il diploma di Archivistica e Paleografia.

Dopo aver svolto il ministero a Savona e Carcare, nel 1952 fu destinato a Sanluri come rettore e preside del locale istituto, fondato nel 1946 dall’arcivescovo di Cagliari mons. ➙ Ernesto Piovella e affidato agli Scolopi nel 1950. Anche grazie alla direzione del C. l’istituto (con corsi di scuola media e ginnasio liceo) arrivò ad annoverare 150 convittori e rappresentò una delle scuole cattoliche più importanti per la formazione dei giovani sardi nel secondo dopoguerra.

Oltre ad aver fama di grande educatore e ad aver inciso profondamente sulla vita dell’istituto, il C. fu anche studioso di storia della Sardegna, argomento sul quale pubblicò diversi lavori, in particolare il saggio Gli Scolopi in Sardegna, che ripercorre la storia dell’ordine nell’isola e ne documenta le iniziative educative intraprese in tempi diversi. Curò anche un’edizione della Vita di S. Giuseppe Calasanzio del Tommaseo con introduzione e note.

Nel 1970 si trasferì prima a Roma, dove diresse lo Studentato interprovinciale, e poi a Genova per guidare il collegio «Calasanzio». Il C. tornò in Sardegna nel 1976 e morì a Sanluri il 13 marzo 1979.

[Andrea Marrone]

Fonti e bibliografia: documentazione sul C.V. è conservata presso l’Archivio dell’Associazione «Ex allievi istituto Calasanzio dei padri Scolopi», Sanluri (Cagliari).

F. Floris (ed.), La grande enciclopedia della Sardegna, Sassari, Editoriale La Nuova Sardegna, 2007, vol. III, pp. 60-61.

F. Colli Vignarelli, Gli Scolopi in Sardegna, Cagliari, Gasperini, 1982 pp. 348-353; Id., Paesi del campidano, Cagliari, Associazione «Ex allievi istituto Calasanzio dei padri Scolopi», Sanluri, 2009, pp. 1-5.