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Balducci, uomo di pace: no alla guerra e no alla violenza.

img_4642III T. O.; B; Gio 3, 1-5. 10- SALMO: 24/25; 1 Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20 –
di Ernesto Balducci

Ora sappiamo quello che le vecchie generazioni non sapevano: se noi crediamo di affermare la pace attraverso la violenza non ci riusciamo perché muoiono le cose. Ora sta morendo il mare. Chissà quante cose moriranno!

Io sono convinto che viviamo nei tempi in cui la parola di Dio arriva da due sorgenti che un tempo sembravano senza relazioni fra di loro.
La prima sorgente è la coscienza dell’uomo, la quale ha in sé una verità antica come le montagne, occultata da strati di cultura feroce e la verità antica come le montagne è questa: non uccidere, non fare violenza. E una verità così profonda che sembra non vera, perché deve attraversare mille strati di distinguo e di sottigliezze inventate dalla nostra civiltà violenta.
Questa però è la verità. «Io ho messo davanti a te – questa è la formula del Deuteronomio – la vita e la morte. Secondo che tu sceglierai così avverrà». È la grande verità che però sembra urtare contro l’altra verità, quella che un grande fiorentino chiamò la ‘verità effettuale’, quella del realismo secondo cui ci vuole la violenza per respingere la violenza.
Questa verità profonda oggi trova un riscontro perentorio nella verità effettuale, nei fatti.
Ora sappiamo quello che le vecchie generazioni non sapevano: se noi crediamo di affermare la pace attraverso la violenza non ci riusciamo perché muoiono le cose. Ora sta morendo il mare. Chissà quante cose moriranno! Noi dobbiamo capire una verità che è predicata non dalla coscienza ma dalle pietre.
Il grande evento storico è che la coscienza e le pietre si sono incontrate.
Non è un evento così chiaro che travolge i parlamenti, però è un evento che sta arrivando alle coscienze. È questo un dato di fatto, fra tante ragioni di pessimismo, che dobbiamo afferrare. Le coscienze si stanno muovendo dovunque ma è difficile per queste coscienze, come per Giona, stare a predicare la conversione. È difficile, non è cosa scontata, perché in apparenza la loro è una parola innocentissima – ‘No alla guerra, no alla violenza’ – però in queste situazioni è una parola sovversiva, esecrabile, disfattista.
Ecco perché non va bene per i profeti, in questo tempo. Quando parlo di profeti non voglio alludere a figure singole perché ogni coscienza è profetica quando stabilisce quella specie di coniugazione con le pietre, con la verità che sale dalle cose. Prima tutto era a favore di chi sosteneva che se vuoi la pace prepara la guerra. Questa era la verità, come contestarla?
Viviamo in un mondo strutturalmente diviso. Se gli altri piangevano noi godevamo; la tua morte era la mia vita, io distruggo te e mi allargo – questa era la verità effettuale – oggi non è più così. Tutto è così legato che anche se la guerra è lontana perfino i mercatini della lontana sponda dell’Europa del Nord ne risentono. Siamo una sola città, lo vogliamo o no comprendere.
Essere profeti vuol dire gridare.
Quanto è bello vedere che sempre più numerosi sono coloro che lo gridano, incontrando certamente disprezzo, dileggio, criminalizzazione anche. Questo però deve avvenire senza ambiguità, cioè con fedeltà alla verità.
Non dobbiamo dimenticarci che la tragedia in cui siamo è dovuta alla prepotenza, alla prevaricazione, allo spregio di ogni diritto umano da parte di un potente. Questo non dobbiamo nasconderlo e spesso si rischia di nasconderlo. Un profeta amante della verità non deve però nascondere il tutto, deve affermare che per smontare questa prepotenza non ci vuole la violenza.
Tutte le vie vanno seguite tranne quella, perché nella violenza entriamo in una spirale che è mortale per tutti. A me piace chiamare questa coscienza profetica, con un linguaggio più partecipabile perché laico, ‘coscienza cosmopotitica’, cioè una coscienza che fa sua consegna la premura- per il mondo intero come tale.
Ecco allora le parole di Paolo che per noi acquistano un senso straordinario: «Il tempo è breve, quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero, …».
Io continuo: quelli che sono italiani vivano come se non fossero italiani, quelli che sono nel blocco di qua vivano come se non fossero di nessun blocco perché il tempo è breve e questo tempo breve ci unisce tutti in una stessa sorte. Ogni uomo è fratello all’uomo, di qualunque razza e religione. Anche il popolo di cui in questo momento siamo nemici armati è un popolo di nostri fratelli e noi non dobbiamo volere lo sterminio di nessuno. Se muore un bambino non domandiamoci di che parte è, è l’uomo che muore. Voi direte: questa è utopia. No, è realismo…

Ernesto Balducci – Dalle omelie inedite – anno B
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logo76Le guardie armate dell’apartheid europeo.
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di Raniero La Valle (dalla sua pagina fb)
Le guardie armate dell’apartheid europeo
La cosa più brutta è stato il decreto con cui si sono rifinanziate tutte le missioni militari italiane di “difesa avanzata” e si è dato il viatico all’esercito che torna in Africa in assetto di guerra, da colono. Poiché la bugia fa coppia fissa non con la politica, ma con la governabilità, cioè con la pretesa del potere di governare senza regole e senza Costituzione, il capo del governo ha detto che è una missione “no combat”, non per combattere; sarebbe con le buone che si respingerebbero le carovane dei profughi nel deserto verso i loro inferni, per non far loro passare i confini d’Europa, avanzati anche quelli fino al Sahel. Ma appunto è un bugia; ha avuto la lucidità di darne notizia la Repubblica, nonostante essa sia oggi accusata di essere in stato confusionale dal suo capitalista fondatore, l’ing. De Benedetti (quello che “indovina chi viene a cena” ed è sempre un Grande della terra). Ha scritto la Repubblica che nei colloqui con il governo Gentiloni i francesi non hanno usato mezzi termini: “nel Sahara siete i benvenuti, ma ricordatevi: noi lì facciamo la guerra”. Questo significa essere coloni seri: lo faccio e lo dico. Dal 1967 Israele mette colonie in terre non sue, e se ne fa un vanto; il Congo fu addirittura chiamato Congo Belga, e l’Algeria, senza pudore, francese. Noi invece mandiamo l’esercito ma non lo diciamo a nessuno di troppo, lo facciamo con un mormorio. Quando, la prima volta, nel settembre 1911, l’Italia dichiarò guerra alla Turchia ottomana e andò a prendersi Tripoli, il re era in vacanza a San Rossore, il Presidente Giolitti, come se niente fosse, se ne stava a Dronero, e il Parlamento era chiuso per ferie; e nemmeno i giornalisti italiani che erano a Costantinopoli, in casa del Nemico, ne sapevano niente, tanto che non ne parlarono nei loro dispacci, come si può leggere oggi nelle corrispondenze di uno di loro, pubblicate da Bordeaux nel libro “Cronache Ottomane di Renato La Valle”, utili per capire qualcosa di quello che succede anche oggi.
Dicono oggi che non andiamo nel Niger a combattere; chissà perché allora ci andiamo ben armati; ci fu una missione militare italiana veramente umanitaria, nel 1991-92, quando si trattava di risollevare l’Albania dal baratro, dopo la fine del suo comunismo alla cinese; ma lì l’esercito italiano ci andò senza portare armi, e non a caso l’operazione si chiamò “Pellicano”. Si portarono invece i camion, e ogni mattina i soldati partivano dalla base e andavano in montagna a portare cibo alle popolazioni stremate, e talvolta a spartire anche la loro colazione. La destra (allora c’era il Movimento Sociale Italiano) era furibonda, perché non si era mai visto un esercito senz’armi, indifeso. E il generale che comandava quei mille militari del contingente spiegò che la loro sicurezza stava proprio nel non avere armi, e perciò non essere percepiti come occupanti e nemici. Nel Niger saranno percepiti invece, insieme ai francesi, come le guardie armate dell’ “apartheid europeo”, che tornano nei vecchi domini per filtrare uomini donne e bambini e far passare solo le ricchezze, uranio o petrolio che siano. Inutilmente un missionario italiano in Niger, Mauro Armanino, ha scritto da laggiù che saremmo andati ad alimentare il terrorismo di Stato in un Paese di sabbia e di vento, uno dei più poveri del pianeta; il Parlamento, umiliato, ha vissuto il suo “mercoledì delle ceneri”, perché, già sciolto, è stato riconvocato apposta non per approvare fuori tempo massimo la legge che dà i diritti dello “ius soli”, ma per approvare fuori tempo massimo il decreto che intercetta il diritto di asilo e sparpaglia pezzi di forze armate italiane in trentacinque missioni su tre continenti.