Editoriali

Giuseppe Calasanzio: chi era costui?

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Oggi 25 agosto la Chiesa cattolica festeggia San Giuseppe Calasanzio (1557–1648), illustre sacerdote e intellettuale spagnolo, diventato romano, noto per essere considerato il fondatore della prima scuola pubblica gratuita d’Europa per i figli delle famiglie meno abbienti (1597). La sua figura è molto conosciuta per il suo impegno sociale e religioso di vastissima portata, particolarmente per il suo messaggio pedagogico innovativo, applicato alla formazione dei ragazzi. Impostazione che affinò per gli aspetti scientifici con personaggi illustri come Galileo Galilei e Tommaso Campanella, come lui “sorvegliati speciali” del Santo Uffizio della loro epoca per l’adesione ai principi scientifici in opposizione a ignoranze consolidate. Fondò l’Ordine religioso degli Scolopi, che operò in Sardegna dagli anni immediatamente successivi alla sua formale costituzione (1627) e fino ai giorni nostri. A Cagliari la presenza degli Scolopi risale al 1640 fino al 1866 (con riferimento all’anno di soppressione con il quale lo Stato Sabaudo non riconosceva più gli Ordini, le Corporazioni e le Congregazioni regolari e secolari). Di essi e del santo fondatore resta un ricordo purtroppo sempre più sfuocato e importanti opere edilizie, come la chiesa dedicata dedicata a San Giuseppe, che di fatto prese il nome del santo e il complesso del Collegio delle opere Pie (Scolopi). Tutte strutture passate alla proprietà pubblica (Il Comune per quanto riguarda l’ex Collegio e lo Stato per la chiesa, attraverso l’apposito Fondo Edifici del Culto). Proprio la chiesa si trova in una fase di ricupero strutturale, finanziato dal PNRR, che dovrebbe essere conclusa. Si pone ora l’interrogativo di quale possa essere un utilizzo della chiesa rispettoso dell’importanza culturale del luogo e della buona memoria della cittadinanza. Tra le ipotesi, seppure mai ufficializzata, quella di un uso civile per attività culturale (convegni, congressi, concerti, mostre stabili ed estemporanee), non escludendosi l’apertura al culto per determinate occasioni, come la celebrazione religiosa della festa del santo il 25 agosto.
Sul tavolo del Rettore dell’Università anche la proposta avanzata da Franco Meloni, direttore della news online Aladinpensiero e socio di Unica Alumni, per l’acquisizione della chiesa ai fini culturali da parte dell’Università che potrebbe affidarla alla neo costituita Associazione Unica Alumni. Ma questa è solo una proposta da confrontarsi in una interlocuzione con più soggetti.
Intanto si ricordi come si conviene la figura del grande santo. A Cagliari nessuna iniziativa di rilievo: solo la celebrazione in suo onore e suffragio della Messa vespertina alle ore 18 del 25 agosto nella chiesa parrocchiale di Sant’Eulalia.
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San Giuseppe Calasanzio (1557-1648) è il Fondatore delle Scuole Pie.
[Dal sito web dei padri Scolopi, Genova] Nato nel 1557 in un piccolo borgo della Spagna, Peralta de la Sal, ultimo di sette figli, ebbe dai genitori una buona formazione religiosa. Durante i suoi studi si sentì chiamato al sacerdozio, anche se trovò la contrarietà del padre. Si preparò con un forte impegno, conseguendo con lode i titoli accademici di baccalaureato in lettere e laurea in teologia. Ordinato sacerdote nel 1583, svolse una intensa attività apostolica al servizio di diversi vescovi della sua regione. Forse fu proprio per espletare qualche pratica giuridica del suo vescovo, che nel 1592 venne a Roma, che sarebbe stata la città delle sue scelte definitive. Veramente la permanenza a Roma, nelle sue intenzioni, doveva essere breve; ma le vie del Signore sono diverse dalle nostre.

La pratica dell’assegnazione di un canonicato che gli desse la necessaria tranquillità economica, si disperse nei meandri della burocrazia vaticana; nel frattempo nella sua vita romana egli faceva scoperte che lo avrebbero trasformato radicalmente. Aveva iniziato al servizio del Cardinale Colonna come educatore dei suoi nipoti. Intanto veniva a conoscenza della realtà dolorosa e degradata della Roma dei quartieri popolari, di Trastevere in particolare, molto diversa da quella splendente della corte pontificia e dei palazzi cardinalizi e aristocratici. Si operò in lui una vera e propria conversione.

Rimase particolarmente colpito dalla miserevole condizione dei tanti bambini lasciati a se stessi, nello squallore della strada, senza che nella Roma dei Papi qualcuno si curasse di loro. Calasanzio capì subito che non era sufficiente per questi ragazzi il gesto caritatevole del momento; essi avevano soprattutto bisogno di una scuola che li facesse uscire dalla loro condizione di ignoranza e di subalternità. Fu così che nell’autunno del 1597 aprì una piccola scuola nei locali della parrocchia di Santa Dorotea. Dirà poi: ho trovato in Roma modo migliore di servire Dio nell’aiutare questi bambini e non lo lascerò per nessuna cosa al mondo. Abbandonò il tranquillo palazzo Colonna, smise le vesti di seta, dimenticò il canonicato e la stessa sua patria. Divenne romano come questi bambini: il suo cuore grande, la sua vita di sacerdote, la sua intelligenza tutto ormai doveva essere messo al servizio amorevole e diligente dei suoi piccoli. Una scelta che segnò non solo la sua vita personale, ma la storia dell’uomo; nella sua monumentale Storia dei Papi L. von Pastor definì quella del Calasanzio la prima scuola popolare gratuita d’Europa.

Inizia così la sua grande avventura: bambini sempre più numerosi si presentano alla scuola di questo sacerdote spagnolo, ormai tutto dedito a inventare la struttura, l’organigramma, i contenuti didattici necessari allo sviluppo di questa sua opera. Raduna intorno a sé dei collaboratori; necessitano locali sempre più grandi per contenere l’afflusso crescente dei bambini, spinti dai genitori, che vedono nella scuola del Calasanzio un momento fondamentale per la crescita dei loro figli. Calasanzio aveva chiamato la sua opera Scuole Pie, per significare che esse dovevano essere totalmente gratuite.

Calasanzio non era un teorico della formazione, ma la sua intelligenza e l’amore paterno che lo guidavano nel fare scuola ai piccoli lo resero esperto pedagogo, senz’altro il più grande del suo tempo e fu soprattutto il più lungimirante. La sua scuola non doveva essere un semplice atto di carità per aiutare i poveri, ma una consapevole e necessaria opera di giustizia, in quanto risposta a un bisogno e a un diritto primario dell’uomo: l’accesso di tutti alla cultura. La sua scuola sconvolgeva gli schemi ideologici e classisti del suo tempo, dove si dava per scontato che solo agli aristocratici spettasse l’istruzione e, quindi, la gestione del potere. Un grande filosofo dell’epoca, Tommaso Campanella, amico carissimo del Calasanzio non ostante le gravi condanne subite dal Santo Uffizio, capì molto bene la carica rivoluzionaria della scuola calasanziana: in un suo libro a difesa delle Scuole Pie, l’autore della Città del sole afferma che il bambino in esse formato certamente non avrebbe sopportato la tirannide né politica né religiosa.

Nel mondo della Controriforma e della Riforma Cattolica, Calasanzio, più di ogni altro, aveva capito che non sarebbero state le opere grandiose e ampollose del barocco romano, né le severe condanne impartite dal Santo Uffizio a riformare la chiesa e la società, ma l’umile silenziosa attività educativa impartita nella scuola. In Roma, una città con circa centomila abitanti, ormai più di millecinquecento bambini venivano formati alla pietà e alle lettere nelle Scuole Pie di San Pantaleo. Da questa formazione – il Calasanzio ne è convinto e lo scrive nelle sue Costituzioni – sarebbero derivate senza alcun dubbio, la realizzazione piena e felice della vita del ragazzo e la riforma della repubblica cristiana.
Un’opera benefica, ma troppo innovativa; per questo né le autorità civili, né gli altri Istituti religiosi, ai quali il Calasanzio si era rivolto, vollero prendersene cura. Fu così che nel 1617 lui stesso, con i suoi collaboratori sacerdoti e laici, per dare futuro alle sue scuole, fondò una Congregazione religiosa, che, oltre i voti di povertà, castità e obbedienza, si impegnasse con un quarto voto alla educazione dei bambini e dei giovani, specialmente poveri. Il nuovo Istituto, approvato da Papa Paolo V, prese ufficialmente il nome di Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie e i nuovi religiosi dal nome Scuole Pie furono poi chiamati Scolopi. Il Calasanzio ne scrisse le Costituzioni e chiese che fosse riconosciuto dalla Chiesa come Ordine religioso.

Furono numerose le richieste di apertura delle Scuole Pie in varie parti delle regioni italiane e, dagli anni trenta, anche in moltissimi luoghi dell’Europa Centrale. La pianta era cresciuta e si era ben radicata in tante zone. Nell’anno 1629 i Padri Scolopi furono chiamati anche nella Firenze medicea e il Calasanzio di buon grado accettò la richiesta. Anzi, fu molto contento della presenza in città del grande scienziato Galileo Galilei, alla cui alta scuola avviò numerosi suoi religiosi, nonostante le avversioni e la condanna del S. Uffizio. Del grande scienziato, isolato negli ultimi anni in Arcetri, Calasanzio permise che il P. Clemente Settimi divenisse segretario.
Il Fondatore ai suoi religiosi raccomandava sempre massima diligenza nel fare scuola e lui stesso, nonostante l’età, era il primo a prestarsi, specialmente con i bambini più piccoli, che spesso gli altri Padri gestivano con fatica. Chiamò i suoi maestri Cooperatori della verità e volle che ne fossero idonei. Per esserlo, da essi richiedeva una insignis eruditio (grande cultura), una singularis industria (singolare laboriosità e inventiva), una excellens virtus (virtù eccezionale), accompagnate da una gratia in loquendo (affabilità nel parlare) e dalla facilitas in docendo (facilità nell’insegnare). Nel rapporto educativo con i bambini ai suoi collaboratori raccomandava che avessero amore di padre; voleva che usassero sempre una grande pazienza e che mai ricorressero a parole mordaci. Dovevano essere attenti ai bisogni degli studenti, al fine di sviluppare al massimo le loro potenzialità. Nei bambini – scrive spesso il Calasanzio – il maestro deve vedere lo stesso Gesù, che volle essere educato da Maria.

Calasanzio dovette difendere le sue scuole da non pochi detrattori. Specie nell’ultimo periodo della sua lunga vita soffrì avversioni e persecuzioni tali da meritare dal Papa, che lo beatificò, il titolo di novello Giobbe. Mal visto dal Segretario del Santo Uffizio, subì l’umiliazione di esservi portato tra le guardie. Nemici interni ed esterni all’Ordine pretesero dal Papa Urbano VIII che fosse deposto da Superiore Generale e Innocenzo X nel 1646 soppresse le Scuole Pie come Ordine religioso. Quando il Calasanzio, all’età di novantadue anni, si spense il 25 agosto del 1648, la sua opera giuridicamente non esisteva più. Egli, però, in quegli anni terribili, non perse mai la speranza; nel suo Epistolario sollecita i suoi Religiosi a fare bene scuola e a sperare: il Signore avrebbe provveduto. E così avvenne di fatto: pochi anni dopo la sua morte, nel 1656, il Papa Alessandro VII ristabilì le Scuole Pie come Congregazione religiosa e il suo successore Clemente IX, tredici anni dopo, le dichiarò nuovamente Ordine religioso di voti solenni. La speranza del Calasanzio non fu delusa perché era riposta in Dio e nella consapevolezza che le Scuole Pie erano opera di Dio. Il Papa Benedetto XIV nel 1748 lo proclamò Beato e Clemente XIII nel 1767 Santo. Un grande uomo, un grande educatore, un grande amico dei bambini e dei giovani, un grande santo che anche oggi ha tante cose da dire a noi Scolopi, ai nostri ragazzi e ai tanti Collaboratori laici, Docenti e Genitori.
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Uno scolopio lombardo diventato sardo
Colli Vignarelli Francesco

Professioni: Sacerdote, professore, preside
Ambiti di produzione: Cultura locale, educazione collegiale, Scolopi
Luoghi di attività: Lombardia, Sardegna

Francesco Colli Vignarelli nacque a Rho (Milano) il 6 gennaio 1918. Entrato nell’ordine delle Scuole pie nel 1933, fu ordinato sacerdote a Roma il 4 aprile 1942. Si iscrisse all’università di Genova e si laureò prima in Lettere classiche e poi in Filosofia. In seguito ottenne anche il diploma di Archivistica e Paleografia.

Dopo aver svolto il ministero a Savona e Carcare, nel 1952 fu destinato a Sanluri come rettore e preside del locale istituto, fondato nel 1946 dall’arcivescovo di Cagliari mons. ➙ Ernesto Piovella e affidato agli Scolopi nel 1950. Anche grazie alla direzione del C. l’istituto (con corsi di scuola media e ginnasio liceo) arrivò ad annoverare 150 convittori e rappresentò una delle scuole cattoliche più importanti per la formazione dei giovani sardi nel secondo dopoguerra.

Oltre ad aver fama di grande educatore e ad aver inciso profondamente sulla vita dell’istituto, il C. fu anche studioso di storia della Sardegna, argomento sul quale pubblicò diversi lavori, in particolare il saggio Gli Scolopi in Sardegna, che ripercorre la storia dell’ordine nell’isola e ne documenta le iniziative educative intraprese in tempi diversi. Curò anche un’edizione della Vita di S. Giuseppe Calasanzio del Tommaseo con introduzione e note.

Nel 1970 si trasferì prima a Roma, dove diresse lo Studentato interprovinciale, e poi a Genova per guidare il collegio «Calasanzio». Il C. tornò in Sardegna nel 1976 e morì a Sanluri il 13 marzo 1979.

[Andrea Marrone]

Fonti e bibliografia: documentazione sul C.V. è conservata presso l’Archivio dell’Associazione «Ex allievi istituto Calasanzio dei padri Scolopi», Sanluri (Cagliari).

F. Floris (ed.), La grande enciclopedia della Sardegna, Sassari, Editoriale La Nuova Sardegna, 2007, vol. III, pp. 60-61.

F. Colli Vignarelli, Gli Scolopi in Sardegna, Cagliari, Gasperini, 1982 pp. 348-353; Id., Paesi del campidano, Cagliari, Associazione «Ex allievi istituto Calasanzio dei padri Scolopi», Sanluri, 2009, pp. 1-5.

Il Papa al Meeting di Rimini

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Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!

Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.

In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).

Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.

Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.

Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.

Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.

Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).

Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!

Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!

Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.

Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.

Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]

Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!

Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francescoin occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).

Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).

È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!

Grazie! Grazie!

Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:

Padre Nostro…

Benedizione

Grazie e buon cammino!

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[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.

[2] Ibid.

[3] Benedetto XVI, Omelia nella Messa inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida (13 maggio 2007). Francesco, Catechesi (11 gennaio 2023).

[4] Cfr L. Giussani, Si può vivere così?, Milano 2007.
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Fonte: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2026/08/22/0658/01224.htmlScreenshot
Fonte: https://www.avvenire.it/chiesa/al-meeting-in-60mila-acclamano-il-papa-lincontro-coi-ragazzi-il-discorso-a-comunione-e-liberazione_112247
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Campagna umanitaria: “Il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza”. «Basta. Se avete carità, basta voi che uccidete. Basta voi che mentite. Basta voi che non fate niente. Basta se ancora siete qualcosa che somiglia a un uomo»

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Avvenire ha rilanciato la proposta di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace. Una iniziativa potente per urlare: «Basta. Se avete carità, basta voi che uccidete. Basta voi che mentite. Basta voi che non fate niente. Basta se ancora siete qualcosa che somiglia a un uomo». La proposta ha avuto circolazione soprattutto sui social e ha suscitato molto interesse, tanto da essere sottoscritta da centinaia di persone (parte delle adesioni sono pubblicate in coda a questa pagina, si può aderire scrivendo a petizione.gaza@avvenire.it)
Aladinpensiero aderisce e s’impegna per la Campagna di diffusione dell’informazione e raccolta delle adesioni alla petizione. Ricordiamo. per aderire scrivete a petizione.gaza@avvenire.it
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Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».
Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.
La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.
Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato.

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«Il Nobel per la pace ai bambini palestinesi»: salgono a migliaia le adesioni della società civile
di Antonella Mariani su Avvenire
Docenti, professionisti, sindaci e parlamentari, da Schlein a Bersani, ma anche tanta gente comune. Critica la Comunità ebraica milanese
Oltre 3.000 adesione in poche ore alla mail petizione.gaza@avvenire.it: cittadini comuni, sindaci, professori di scuola e di università, professionisti, sacerdoti e suore. L’iniziativa di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia a Napoli, “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza”, ha avuto vasta risonanza anche nel mondo della politica. Si contano le adesioni della segretaria del Pd Elly Schlein, che chiede di «non far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori», e tra gli altri di Peppe Provenzano, Pier Luigi Bersani, Ilenia Malavasi, Silvia Costa, degli europarlamentari Sandro Ruotolo e Matteo Ricci, che osserva: «È un gesto simbolico, ma serve a rompere il silenzio assordante che si è creato intorno alla questione palestinese». Sottoscrive anche Roberta Mori, coordinatrice nazionale delle donne democratiche. Ancora, si registra il “sì” degli ex ministri Livia Turco e Andrea Orlando, e di sindaci come Dario Veneroni (Vimodrone)
L’appello di Eugenio Mazzarella intende porre all’attenzione la mancata attuazione della tregua proclamata lo scorso ottobre: i bambini continuano a essere uccisi al ritmo di uno al giorno, e quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure insufficienti «stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa». Alle parole dell’ex deputato Pd si sono aggiunte quelle di padre Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia i diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio». Compaiono diversi sacerdoti e religiose tra gli aderenti alla proposta: don Marco Tenderini, cappellano del carcere di Lecco, scrive che i bambini di Gaza «sono le vittime più numerose, più innocenti, più rappresentative di tutti i colpiti dal male disumano di tutte le guerre». Suor Roberta Arcaro, delle Suore Francescane Angeline, aggiunge che «questo premio sarebbe un vero schiaffo per i potenti della terra che giocano con la dignità di ogni cosa creata». Tonio Dell’Olio, già coordinatore nazionale di Pax Christi, sostiene che assegnare il Nobel per la pace ai bambini di Gaza ci obbligherebbe «a capire finalmente che cosa la pace deve proteggere. Significherebbe impedire che vengano ricordati solo come numeri: morti, feriti, amputati, orfani, sfollati. Restituirebbe loro un volto e quasi una parola davanti al mondo». Critico sull’iniziativa, invece, il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «Anche io piango per i bambini palestinesi vittime di questo terribile confitto. Ma tracciare una linea di demarcazione sulla sofferenza dei più piccoli è pericoloso. Un’iniziativa come questa cancella i bambini ebrei, anch’essi travolti da una guerra non certo voluta da Israele. È un’apartheid morale».

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«Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»
di Antonella Mariani
Centinaia di adesioni alla candidatura proposta dal professor Mazzarella tramite Avvenire. Anche la leader del Pd, Schlein, si schiera: no al silenzio sulla situazione drammatica dei minori. Padre Ibrahim Faltas: riconoscere il loro sacrificio è un atto di verità e di giustizia

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Matteo Zuppi. Il saluto all’amico Francesco

ScreenshotScreenshotDi seguito il saluto che il cardinale Matteo Zuppi ha letto ai funerali laici di Francesco Guccini [8 agosto 2026].
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Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo ma, una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o dove non so, presenziare con il suo saluto. Tocca a me.

Credo, però, che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco: non sappiamo con precisione, (con una certa presunzione ci illudiamo di volere e soprattutto capire tutto) cosa vedi, la pienezza di quella luce che in realtà hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita. Dicevi di te di essere «agnostico possibilista». In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto tantissimi amici tuoi (quanti ne avevi!) che si sono sentiti tutti un po’ più soli. Assenza ma anche presenza. Abbiamo letto tante osservazioni, emozioni, tutte personali e positive, piene di umanità. Avviene sempre così nella poesia e nella musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti che parlano all’interiorità. La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore.

Te ne sei andato nelle «stanche, lunghe e oziose ore di agosto» (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo in due sciocchezze quanto sei commosso e poi, in realtà, facendoci commuovere per come ti racconti. Abbiamo capito anche quello che stava urlando dentro di te per uscire, e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.

Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo, i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti col chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore, quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore, i manichei che gridano o con noi o contro di noi. Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione.
«Quelli che piacciono al Signore hanno il cuore grande»
Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé. Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza ma radici di sapienza antica, «cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia». Alieno all’esibizione, eppure delicatissimo nel comunicare.

«Non si è rassegnato a essere cattivo»
Parlando e riparlando del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che ha una spiegazione nei nostri legami di amore per cui è sempre vero per tutti che «io non sono quando non ci sei». È la migliore definizione di Dio, perché Dio si capisce solo nell’amore, interrogandoci su quale sapore nuovo abbia l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa . Che l’oggi restasse senza domani o che domani potesse tendere all’infinito? Non si è rassegnato ad essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali. Questa domanda per Francesco, e per tutti, è l’intuizione che è porta apertissima nel cuore: dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto e dove troveremo il per sempre. «E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto» (Vite).

«L’umiltà di chi non ha la supponenza di aver raggiunto traguardi» In questi termini amavi parlare della tua vita, ma non era retorica, era l’umiltà, contrario dell’hybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e l’arroganza di avere raggiunto traguardi, ma si muove nelle strade della vita al pari di un pellegrino dall’andatura precaria. Ci hai parlato dell’«eterno gocciolare del tempo», del «rintocco scaglioso dei momenti» (Vite), della «musica dell’oggi che se n’è andato dove è andato l’ieri» e non sapremo mai dove (Un altro giorno è andato). Il tempo è «come quel male a cui non si dà il nome, un’ossessione circolare fra la volontà ed il non potere» (Canzone per Anna). Ti sei domandato – e tutti noi con te – «ma il tempo, il tempo chi me lo rende?» (Lettera) e anche come essere nel tempo, ad esempio quando l’uomo deve imparare a vivere senza ammazzare, amarissima considerazione che ha trovato drammaticamente in questi tempi tante ulteriori domande.
«La precarietà della vita ti ha sempre arrovellato».

La precarietà della storia e del tempo ti ha sempre arrovellato, mistero e tormento, come l’orologio che enfatizza ogni secondo. Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive: ogni giorno, dicevi, «son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male» (Canzone per Piero). L’etica dell’umano, la dignità della politica, allergica ai dogmatismi vuoti, proprio perché etica e con al centro l’umano, per non avere «paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare, paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera» (Canzone per Silvia); con il tuo don Chisciotte tu «fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare», ci hai costretto a chiederci «dovrei tirarmi indietro perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità e accettare che sia questa la realtà?» per poi invitarci a «sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte». Non smette di stupirci la vita, com’è fatta e come uno la gestisce, e i mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità.

Ora Francesco, come hai detto con parole struggenti a Van Loon–babbo Ferruccio, avrai «tanto tempo per pensare»; avevi «i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente», troverai un tuo luogo, una tua storia, i tuoi libri, i vecchi amici e, finalmente, l’infinito (Van Loon). Ma non ti mancherà il controcanto ironico che ti è sempre appartenuto e ti permetteva di comunicare leggerezza anche nelle circostanze più buie; e sorriderai ricordando agli amici che ritroverai e ti faranno una gran festa le parole che tu, come pochi altri, riuscivi a pronunciare con spirito pungente e insieme con garbo: «se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male». E che Dio «ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochi» (Gli amici). Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell: sono le voci che hai fatto tue, brusìo e infinita eco di Dio.

È la nostra realtà: sospesa tra la notte che sta per finire, vegliare sempre, insistere, ridomandare, senza stancarci. «Ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà: Shomèr ma mi-llailah».
«Non hai mai spesso di chiedere e ascoltare»
Oggi incontri la risposta, che in realtà era nella nostalgia, nella ricerca di luce e nello stupore per l’umanità che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere. Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa sua la domanda dell’umano, scopre sempre la presenza di Dio. Traina, che so cara a Raffaella, agnostico lasciò questa poesia postuma, che è anche una confessione di fede: «Quando starò davanti a te, Signore, se non perdonerai chi non si è unito al coro degli osanna, forse perdonerai chi ha confessato, Signore, di soffrire la tua assenza». «Bisogna continuare a domandarsi, anche quando non c’è una risposta», dicevi. «Starem a veddre».

Mi aiutano queste parole: «Stamane pensavo: il bambino nel ventre della madre sta caldo e probabilmente è felice. Crede che quel breve spazio tiepido sia un universo, ove nulla gli manchi. Dell’universo che conosciamo noi, che sospetto può avere lui? Nessuno? Ammettendo che ci si possa mettere in comunicazione col bambino che ancora non è nato, che nozioni potremmo dargli di quello che è un libro, una casa? Nemmeno la più piccola. Ci troviamo nella stessa situazione in rapporto al mondo dell’aldilà che si stende intorno a noi e che non raggiungiamo se non con la morte. In realtà stiamo anche noi dentro una cavità buia ove ci parliamo e noi non nasceremo che gridando, quando morremo. Allora scopriremo un universo d’una bellezza indicibile e passeggeremo liberamente in mezzo agli astri».

L’intuizione dell’amore e del cuore.
Ecco, la fede dà parole e certezza a quell’intuizione dell’amore, del cuore, tutt’altro che palliativo, per cui «vogliamo ricordarti com’eri. Pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti. Che come allora sorridi». La risposta è Dio che non solo è dentro di noi ma anche fuori, è un Tu, è l’amore senza il quale non siamo e che oggi nel suo mistero si rivela.

«Tu sei, lo so, ma dove, chi può dirlo? In me ti rassomiglia ciò che vedo…. Lasciamo creder dunque che sei qui. E quando verrà l’ora del timore chiuderà questi miei occhi umani, aprimene, Signore, altri più grandi per contemplare la tua immensa face e la morte mi sia un più grande nascere». (Eugenio Montale).

«Dio che si rivela nell’umano»
Francesco è morto nel giorno della Festa della trasfigurazione, la gloria di Dio che si rivela nell’umano, nel giorno in cui ricordiamo Hiroshima e chiediamo che quell’orrore faccia scegliere consapevolmente la difesa e non il riamo, il dialogo e non lo scontro. Perché dobbiamo imparare a vivere senza ammazzare. È anche il giorno della morte di Paolo VI. «Ecco, mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata dall’infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così incomplete, così nostalgiche e così chiare ormai per denunciare lì loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo.

La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, di un Dio creatore, che si chiama il Padre Nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre in quest’ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica luce; è una rivelazione naturale di una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole». (Paolo VI).

Matteo Zuppi, cardinale.
Arcivescovo di Bologna
Presidente della CEI

Francesco Guccini. Ciao Francesco, sei stato sempre parte di noi, della nostra vita

Screenshotdi Antonio Spadaro, su fb
Francesco #Guccini è morto stamattina a Pàvana, a 86 anni, nella casa dei nonni, sull’Appennino dove era stato bambino durante la guerra.
Umberto Eco disse che era il più colto dei cantautori italiani — «che coraggio far rimare “amare” con “Schopenhauer”». Ha costruito un pensiero in forma interrogativa, e l’ha lasciato lì, aperto.
Le sue canzoni finiscono spesso con una domanda. Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire. Che senso avranno mai, che senso abbiamo? Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa. È una scelta precisa. Vecchioni lo ha detto meglio di chiunque: lui parlava di dubbi per vivere.
Eppure, non c’è nichilismo. Chi canta l’isola non trovata sa che l’isola in qualche modo esiste, altrimenti non ne sentirebbe il profumo nel vento. Chi scrive “siamo qualcosa che non resta” aggiunge subito “e il cuore di simboli pieno”. È una poetica della negazione che non finisce nel niente.
Si definiva «agnostico inquieto in cerca dell’infinito»: uno che si ferma alla domanda, senza risolverla. Ma il caso di “Dio è morto” fu eclatante. La RAI la censurò; Radio Vaticana la trasmise. Guccini commentò che “i censori RAI si dimostrarono più papisti del Papa” — e aveva ragione. Quel Dio lo uccidono – ieri come oggi – le guerre, il razzismo, i falsi miti del consumo e del potere; e nel finale risorge, “in ciò che noi crediamo”. Il titolo viene più da Ginsberg che da Nietzsche: è un grido di denuncia, non una sentenza metafisica.
In Guccini il lessico sacro non è ornamento: è struttura del linguaggio poetico. L’apocalisse che attraversa la “Canzone dei dodici mesi”, il tempo che torna su sé stesso invece di procedere, la nostalgia dell’assoluto rimasta senza oggetto. Era un uomo di soglia. Campagnolo inurbato, eterno studente, fra la Via Emilia e il West: sempre tra due rive, mai su una sola. Resta il catalogo delle domande. Che è, poi, una sua grande eredità. #francescoguccini Francesco Guccini
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img_7945E se la destra fallisse?
Di Sandra Weiss* – International Politics and Society (IPS-Journal)

La destra sta perdendo consensi in tutta l’America Latina. Ma questo da solo non basterà a riportare la sinistra al potere.

Per i nuovi capi di Stato di destra dell’America Latina, questi giorni rappresentano un’occasione gradita per dimostrare il proprio potere sulla scena regionale. Il 28 luglio, la conservatrice neoliberista Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, ha assunto la carica di presidente in Perù. Questa settimana, il populista di destra Abelardo de la Espriella seguirà il suo esempio in Colombia.

La «marea rosa» progressista che aveva gradualmente travolto il continente dall’inizio del millennio sta lasciando il posto a una «marea blu» populista di destra. Solo il Messico, il Brasile e i paesi più piccoli come l’Uruguay e il Guatemala sono ancora governati da forze socialdemocratiche. Tuttavia, questi quattro paesi insieme ospitano poco meno dei due terzi della popolazione del subcontinente, quindi il numero stesso dei paesi nasconde l’effettivo equilibrio di potere.

Negli ultimi mesi, politici dell’opposizione e nuovi arrivati privi di esperienza politica ma carismatici in Cile, Bolivia, Honduras, Perù e Colombia hanno abilmente sfruttato i fallimenti dei loro predecessori di sinistra per alimentare campagne elettorali altamente emotive. Il desiderio di una leadership forte in tempi incerti, unito alla rabbia per l’impennata della criminalità, della corruzione, dell’inflazione e della stagnazione economica, ha spinto al potere leader carismatici di destra e populisti di destra. Questi hanno trovato facili capri espiatori – migranti, criminali e politici di sinistra corrotti – e hanno promesso un futuro radioso: attraverso il rinnovamento morale, una linea dura contro la criminalità e lo sblocco delle forze liberiste di mercato mediante lo smantellamento della regolamentazione statale. Ma mobilitare gli elettori è una cosa. Trasformare una vittoria elettorale (di solito molto risicata) in una governance di successo è ben altro. Per diversi capi di Stato di destra neoeletti, le cose stanno già andando terribilmente male, a pochi mesi dall’inizio del loro mandato.

Un bilancio finora deludente

In Cile, José-Antonio Kast ha vinto attaccando i migranti e promettendo una repressione senza compromessi della criminalità. Tuttavia, la sua gestione ha comportato principalmente lo smantellamento delle normative ambientali e l’introduzione di agevolazioni fiscali per i ricchi e le imprese, tagliando al contempo la spesa per la sanità, l’istruzione, la scienza e la cultura e lasciando che i prezzi del carburante salissero rapidamente. Eletto con il 58 per cento dei voti, il suo indice di gradimento è da allora sceso al 30 per cento.

In Argentina, i sostenitori del «presidente motosega» libertario Javier Milei sottolineano i successi macroeconomici: l’inflazione è scesa dal 200% a circa il 30%. Ma le statistiche nascondono più di quanto sembri a prima vista. I prezzi non sono diminuiti perché l’economia è diventata più produttiva, ma perché il governo ha deliberatamente eroso il potere d’acquisto dei salari. Chiunque faccia acquisti a Buenos Aires ora paga prezzi europei – con salari argentini. Poiché nel Paese non arrivano quasi più nuovi investimenti ad alta intensità di manodopera, decine di migliaia di lavoratori hanno perso il posto di lavoro, mentre allo stesso tempo si stanno operando tagli alla sanità, all’istruzione e alle prestazioni sociali. In breve: la classe media, un tempo numerosa, si sta impoverendo.

In Ecuador, il presidente Daniel Noboa ha ripetutamente fallito nei suoi tentativi di modificare la costituzione progressista, sia davanti alla Corte Suprema sia direttamente tramite il popolo, da ultimo in un referendum. Neppure il suo approccio intransigente in materia di sicurezza ha finora prodotto successi eclatanti. Il suo modello è la politica di sicurezza del presidente salvadoregno Nayib Bukele, che è riuscito a ridurre drasticamente il tasso di omicidi – da 36 ogni 100.000 abitanti nel 2019 a 1,3 nel 2025 – attraverso un approccio di pugno di ferro e arresti di massa. Eppure, nonostante i numerosi imitatori, l’esempio salvadoregno rimane un’anomalia regionale, ottenuta a costo di massicce violazioni dei diritti umani: le carceri sono sovraffollate di tre volte rispetto alla loro capienza e 92.000 persone sono state arrestate e condannate in processi di massa senza garanzie giuridiche. In paesi come l’Ecuador, dove questo approccio alla sicurezza ha finora mostrato scarsi risultati, crescono i dubbi sull’opportunità di perseguirlo.

I risultati deludenti della nuova destra al governo sono allettanti per la sinistra, ma non dovrebbero portare a un ottimismo prematuro. Il fatto che Kast, Milei o Noboa stiano perdendo consensi non significa che l’elettorato tornerà automaticamente a votare a sinistra. Le condizioni di fondo che hanno aiutato la destra ad arrivare al potere in primo luogo – la rabbia per la criminalità, l’inflazione, la corruzione e la sensazione di essere stati delusi dal proprio governo – non sono scomparse. Si sta solo aspettando che la prossima forza politica affronti queste questioni in modo credibile.

Una nuova visione

Per il campo progressista, ciò significa che la debolezza dell’opposizione rappresenta un’opportunità, ma non una garanzia. Il fattore decisivo sarà la capacità della sinistra di rendere visibili e accessibili al pubblico i risultati ottenuti dal proprio governo, anziché limitarsi a difenderli. Il compito è dimostrare in modo convincente che problemi quali la sicurezza, l’inflazione e la stagnazione economica possono essere risolti senza smantellare il welfare sociale e la democrazia.

In primo luogo, ciò significa produrre risultati anziché limitarsi a gestire la situazione. Il Brasile e il Messico hanno una responsabilità particolare in questo senso, in quanto fungono da «vetrine». Sia il loro successo che il loro fallimento avranno ripercussioni a livello regionale. Il presidente brasiliano Lula e la presidente messicana Claudia Sheinbaum devono dimostrare che la criminalità, l’inflazione e la disuguaglianza possono essere arginate attraverso la politica sociale piuttosto che con misure puramente repressive – e devono comunicare in modo proattivo questi successi prima che la destra se ne attribuisca il merito o li sminuisca.

In secondo luogo, occorre un rinnovamento del personale e delle politiche, anziché limitarsi a difendere lo status quo. Si tratta di un compito ancora più arduo, poiché sia Lula che Sheinbaum affondano le radici nelle ideologie politiche del secolo scorso, che si tratti della lotta di classe marxista o delle teorie della dipendenza capitalista di Stato dell’era industriale. Questi approcci non ci porteranno da nessuna parte nel XXI secolo, che sarà caratterizzato da protezionismo, conflitti geopolitici, rivoluzione dell’intelligenza artificiale, migrazione e crisi climatica.

L’America Latina ha bisogno di una visione propria, distinta dal capitalismo di Stato cinese e dal capitalismo da casinò statunitense, che considerano entrambi il subcontinente esclusivamente come un mercato e una fonte di materie prime. Una visione che renda giustizia alla sua posizione geografica ed economica, nonché alla sua storia e cultura. Gli approcci possibili sono numerosi: ad esempio, il post-estrattivismo, che mira a una transizione graduale dalla dipendenza dalle esportazioni di materie prime verso un’economia diversificata. L’attenzione in questo caso è rivolta al rafforzamento delle comunità locali, alla resilienza economica e all’economia circolare. Esempi concreti si possono già trovare oggi, ad esempio per quanto riguarda i diritti della natura, riconosciuti in varie forme in più di 40 paesi. Oppure nei progetti di beni comuni, in cui le risorse vengono gestite e utilizzate collettivamente anziché essere soggette alla proprietà privata o al controllo statale – come l’acqua, le foreste, i pascoli e le zone di pesca, ma anche la conoscenza, il software e lo spazio pubblico urbano. Un altro approccio è l’economia della cura. Essa si concentra sulla riproduzione della vita e sulla cura interpersonale, anziché orientare il pensiero economico esclusivamente verso il profitto e la crescita.

In terzo luogo, ciò richiede alleanze sostanziali – piuttosto che meramente tattiche – con intellettuali, movimenti sociali e quei settori della società che plasmano attivamente la politica sul campo giorno dopo giorno. Ciò richiede una nuova cultura politica, che si allontani dalle rigide gerarchie per orientarsi verso una partecipazione più attiva. I problemi devono essere risolti in modo pratico a livello locale; le persone devono essere messe in grado di farlo da sole. Ciò che serve, quindi, è più democrazia di base e meno controllo dall’alto verso il basso.

E in quarto luogo, la stessa sinistra politica deve resistere alla tentazione dell’autoritarismo che persino alcuni dei suoi stessi leader avvertono quando si profilano soluzioni rapide e drastiche. Il caso di El Salvador mostra dove conduce questa strada una volta che le istituzioni sono state svuotate: lì, Bukele – che ha iniziato la sua carriera nel partito di sinistra FMLN – ha concentrato tutti i poteri sotto il proprio controllo, ha messo a tacere la stampa critica e sta pianificando un terzo mandato incostituzionale. Impedire che questo esempio costituisca un precedente è attualmente il compito più urgente che le forze progressiste dell’America Latina devono affrontare, non solo in relazione alla destra, ma anche come monito a se stesse. Che il pendolo torni indietro non dipenderà quindi dal fallimento della nuova destra, ma dalla capacità della sinistra di dimostrare, entro quel momento, di poter fare di meglio.

*Politologo ed ex diplomatico. Giornalista freelance, scrive articoli sull’America Latina per diversi quotidiani tedeschi, tra cui *Die Zeit* e *Die Welt*.
La crisi di Ceuta del 2026

Di Gustavo Buster* e Carlos Girbau** – Sin Permiso

La crisi migratoria di Ceuta ha causato in due giorni 72 morti sul versante spagnolo del frangiflutti che funge da confine e 17 sul versante marocchino. Ma si continuano a recuperare cadaveri dall’acqua. Non si sa quante persone siano entrate a Ceuta superando i controlli di frontiera, ma 24 ore dopo, dopo aver dormito per le strade e nei parchi di una città chiusa ermeticamente, senza alcuna possibilità di procurarsi acqua o cibo, con le speranze di accoglienza e di una vita migliore ormai affossate, 48.000 persone sono uscite nuovamente scavalcando le recinzioni, riuscendo così a essere censite dalle telecamere. Non si conosce il numero esatto di queste persone che rimangono a Ceuta; si stima che siano alcune migliaia, molte delle quali minorenni o provenienti dall’Africa subsahariana, che sanno o hanno sentito dire che non possono essere espulse con la forza e nutrono ancora la speranza di essere accolte nel CTI, ormai completamente saturo.

La tragedia umanitaria, evidente nelle prime ore con le immagini delle ferite riportate sul frangiflutti e dei corpi trascinati fino alla spiaggia di El Tarajal, ha lasciato ben presto il posto a un linguaggio di paura, di sicurezza violata e di sovranità oltraggiata, spostando l’attenzione dalle vittime, intese come migranti indifesi – carne da cannone manipolata dal regime alawita – agli abitanti di Ceuta, che si chiudevano nelle loro case e, in alcuni casi, uscivano per lanciare pietre contro coloro che cercavano rifugio nelle aree verdi. Nell’opinione pubblica spagnola si è finito per imporre il ricordo, ravvivato dai media, della crisi del maggio 2021, quando il governo marocchino utilizzò la migrazione irregolare per forzare un cambiamento di posizione nei negoziati sul Sahara occidentale promossi dalle Nazioni Unite. Da una crisi migratoria e umanitaria, innanzitutto, si è passati alla lettura di una crisi geopolitica di interesse. Con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Il catalizzatore della crisi migratoria

Sebbene sia ancora presto per avere un quadro completo dei fatti e delle cause, nelle prime ore del mattino del 30 hanno circolato massicciamente sui social network marocchini messaggi che annunciavano che i confini con la Spagna a Ceuta erano stati aperti e che chi fosse entrato sarebbe stato accolto e le cui richieste di asilo sarebbero state esaminate. Nei mesi precedenti si era già registrato un aumento degli ingressi irregolari a Ceuta, che erano raddoppiati fino a raggiungere le 1.400 persone. La sentenza della Corte Suprema spagnola dell’8 luglio stabiliva che nessuno che entrasse a nuoto – a differenza di chi scavalcava le recinzioni – potesse essere respinto immediatamente. E i social la presentavano come una prova definitiva, insieme alla regolarizzazione dei migranti conclusasi il 30 giugno, che la possibilità di entrare in Spagna via Ceuta non era una bufala, ma un’ultima opportunità.

Migliaia di giovani del nord del Marocco, ma anche del resto del Paese e migranti clandestini provenienti da altri Paesi, hanno creduto – perché è ciò che sperano settimana dopo settimana – che questa fosse l’occasione che cercavano. Dalle loro testimonianze raccolte da organizzazioni come il CEAR, la Croce Rossa o l’AMDH, sappiamo che lungo la strada verso El Tarajal si sono imbattuti in bancarelle che vendevano pinne e galleggianti, con gendarmi marocchini che li guidavano quando scendevano dai camion e dai veicoli che si occupavano di portarli il più vicino possibile.

A mezzogiorno di giovedì 30 luglio, quando migliaia di persone erano già entrate attraverso la diga, la gendarmeria marocchina ha smesso di cercare di contenere la colonna di altre migliaia di persone che si stava accumulando e che minacciava di provocare una calca contro le recinzioni, come era già accaduto in precedenti occasioni. A quaranta chilometri di distanza, a Tetouan, si svolgevano le cerimonie della Giornata del Trono, in commemorazione del 27° anniversario dell’incoronazione di Mohammed VI.

La Giornata del Trono è la celebrazione annuale più importante del regime alawita. La sua Costituzione, nonostante le riforme del 2011, continua a stabilire una doppia fonte di sovranità, il popolo e il monarca, che inoltre vanta la legittimità religiosa di essere l’Emiro dei Credenti. Mostrando chiari segni di declino fisico, Mohammed VI ha presentato un bilancio impeccabile di successi e ha sancito la successione a favore del giovane figlio Muley Hassan, alla vigilia delle elezioni legislative del prossimo 23 settembre. Il messaggio non poteva essere più chiaro: «Ciò che ci rende più orgogliosi è la sicurezza e la stabilità che regnano in Marocco, così come l’efficace funzionamento delle istituzioni».

L’affermazione si fonda su una gestione macroeconomica con tassi di crescita compresi tra il 4,5% e il 5,3% negli ultimi tre anni, una riduzione del deficit di bilancio al 3%, un regime pluviometrico particolarmente favorevole nel 2025-2026, che è stato una manna per l’agricoltura destinata all’esportazione, e forti investimenti nelle infrastrutture generali e in vista dei Mondiali di calcio del 2030. Ma il Marocco è un’economia duale, con un coefficiente di Gini che, secondo la Banca Mondiale, è pari al 39,4 e che, secondo altre istituzioni, si avvicina maggiormente al 50, in ogni caso significativamente superiore ai coefficienti dei paesi mediterranei del Nord Africa. Con un tasso di disoccupazione generale del 13%, la disoccupazione raggiunge il 37,2% tra i giovani delle aree urbane e il 20% tra le donne in cerca di lavoro.

Perché la prima cosa da spiegare è la crisi migratoria che si è scatenata con tale intensità il 30 e il 31 luglio. Che più di 50.000 persone, per lo più giovani, vogliano abbandonare il proprio Paese nel giro di poche ore e lo spieghino alle telecamere dicendo che non c’è speranza in Marocco, che vogliono vivere come i loro amici e parenti che sono già in Europa e che in questi giorni stanno arrivando in auto per le vacanze, carichi di regali, nell’operazione «Attraversamento dello Stretto».

Il precedente della Generazione Z del 2025

Non è che non ci fossero stati segnali di allarme, anche se non sono stati menzionati nel discorso reale. Il 27 settembre 2025, su iniziativa del gruppo Discord GenZ 212 creato una settimana prima, si sono diffuse manifestazioni e proteste nelle piazze delle grandi città che, entro il 30 dello stesso mese, avevano già raggiunto l’intero territorio del Regno. Rivendicando le stesse promesse di prosperità fatte da Mohammed VI, gli slogan non potevano essere più chiari: «Vogliamo ospedali, non stadi», «Dimissioni di Ajanuch». Il Marocco conta la metà dei medici ogni 10.000 abitanti rispetto all’Algeria (7,7 contro 16,6, mentre l’OMS raccomanda un minimo di 25). Nonostante la moratoria sulle proteste, in segno di rispetto durante il discorso di apertura del Parlamento di Mohammed VI, il bilancio pubblico fornito dalle autorità il 1° ottobre non poteva essere più desolante: 409 arresti, 193 persone accusate di vandalismo, 263 agenti feriti, attacchi a centri commerciali, assalto alla stazione di polizia di Lqliâa con tre morti per arma da fuoco…

Nulla di tutto ciò ha modificato né il testo né il tono dei discorsi della Giornata del Trono del 2025 e del 2026. L’unica risposta è stata la repressione, come ha potuto testimoniare l’AMDH. E una frustrazione tra i giovani che finisce per sfogarsi nella crisi migratoria. Con il timore da parte del governo di Ajanuch, come ha sottolineato un commentatore del quotidiano Al Yaoum, di dare all’estero l’immagine di «essere incapace di gestire i propri confini».

Proprio come gli eventi di un anno fa, la crisi migratoria che coinvolge oltre 50.000 persone ha colto nuovamente di sorpresa il regime alauita. Sì, era a conoscenza dell’aumento degli attraversamenti irregolari verso Ceuta. Sì, era a conoscenza del malcontento latente tra i giovani. Ma, per affrontarli, fa affidamento, soprattutto, sulla repressione e sulla mancanza di un’alternativa politica, a seguito della sconfitta elettorale del 2021 del partito islamista Giustizia e Sviluppo e di fronte a una sinistra frammentata. Nel quadro di un nazionalismo anticoloniale monarchico la cui priorità principale è l’annessione definitiva del Sahara Occidentale con il sostegno dell’amministrazione Trump, la gestione del Paese è nelle mani dei partiti del Majzen (Palazzo).

Lungi dall’aver provocato la crisi migratoria con un piano machiavellico, la tragedia di Ceuta mette in luce la debolezza del regime alawita. Il fatto che proprio nel Giorno del Trono, con tutte le ossequiosità da caciques che ciò comporta, si sia verificata, a 40 chilometri dalla cerimonia, l’ondata di attraversamento del confine con Ceuta, mette radicalmente in discussione la presunta efficacia di uno Stato «sicuro» al quale l’Unione Europea ha affidato la gestione esterna dell’emigrazione dall’Africa occidentale in cambio di un regime di cooperazione senza pari con gli altri paesi della zona.

Il Marocco mantiene un regime commerciale che gli consente di essere il primo esportatore di veicoli in Africa, supera il blocco algerino importando la maggior parte del gas liquefatto che consuma attraverso le infrastrutture spagnole; allo stesso tempo è un alleato privilegiato in materia di sicurezza e difesa e gode del sostegno alle sue rivendicazioni sul Sahara occidentale.

Dodici ore più tardi, il 31 settembre, dopo la visita di Pedro Sánchez a Ceuta e l’intervento diretto del ministro dell’Interno Marlaska, con lo schieramento in strada di 3.000 militari, qualunque fossero stati i dubbi precedenti, la situazione è cambiata: il Marocco si è impegnato ad aprire la frontiera e ad accogliere tutti coloro che erano entrati irregolarmente a Ceuta, il che ha permesso di ridurre la portata della crisi nel giro di 24 ore. In mezzo al silenzio assoluto della stampa marocchina, impegnata nelle fastose celebrazioni della Festa del Trono, l’unica spiegazione è stata quella dell’ambasciatrice a Madrid, Karima Benyaich, che durante il suo ricevimento ha accennato al coinvolgimento delle mafie criminali. Una spiegazione che Pedro Sánchez ha fatto propria nonostante la sua inverosimiglianza: la mafia dei roscos e delle alette. Solo la rivista “360” ha osato suggerire una spiegazione diversa, al di là dei social media: l’Algeria.

La gestione della crisi migratoria da parte del governo progressista

Anche la gestione della crisi migratoria da parte del governo di Pedro Sánchez rivela un certo stupore. Sulla scia del precedente del 2021, ha intessuto un forte rapporto con il Marocco a partire dal presunto vincolo dell’accettazione della soluzione marocchina per il Sahara Occidentale (già dottrina ufficiale come quadro negoziale nella risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza, che estende il mandato della Minurso fino al 31 ottobre 2026).

La Spagna è il principale partner commerciale del Marocco, con un quinto del commercio bilaterale. È il suo principale fornitore di gas naturale liquefatto attraverso le infrastrutture di Enagás. Anche la cooperazione in materia di sicurezza, antiterrorismo e difesa, oltre che di immigrazione, è essenziale. Il rapporto con la Spagna è ciò che conferisce al Marocco un margine di negoziazione con la Francia e con l’Unione Europea.

Tuttavia, come ha esplicitamente sottolineato Marlaska, non vi è stata alcuna segnalazione da parte dei servizi di intelligence riguardo al pericolo imminente di una crisi migratoria, tanto meno riguardo alla sua strumentalizzazione da parte del regime alawita. Il presidente di Ceuta, Juan Vivas, in carica da 25 anni, compresa la crisi del 2021, e la Guardia Civil avevano segnalato l’aumento degli arrivi irregolari e la situazione del CTI. Ma la richiesta di ripartizione dei minori tra le Comunità Autonome è stata bloccata dal suo stesso partito, il PP.

Nel bel mezzo della peggiore crisi di incendi della penisola, i nuovi arrivi sembravano più legati alla stagione dell’anno che a un presagio della crisi in arrivo. Affinché questa fosse possibile, partendo dal problema strutturale della povertà, della disoccupazione e della frustrazione giovanile, si sono aggiunte tutta una serie di coincidenze, che hanno fatto da catalizzatori: l’eco delle regolarizzazioni nel contesto dell’operazione «Cruce del Estrecho» sull’emigrazione regolare marocchina in Europa, la sentenza della Corte Suprema dell’8 luglio sui rimpatri di immigrati irregolari via mare, le celebrazioni della Festa del Trono a Tetouan e gli stessi incendi in Spagna che hanno reso prioritario lo schieramento delle forze di polizia su entrambi i lati del confine.

L’opposizione demagogica del PP e di Vox, la comparsa di gruppi di estrema destra nelle strade di Ceuta, la tensione crescente dovuta alla mancanza di risorse per assistere i migranti, il timore di scontri tra loro e con la popolazione di Ceuta – con l’immagine non più di cadaveri trascinati sulla spiaggia, ma distesi nei parchi, provocando l’inevitabile intervento delle forze di sicurezza e dell’esercito –, hanno costretto Sánchez e Marlaska a recarsi a Ceuta. Ma anche a negoziare con il governo marocchino il rimpatrio immediato attraverso i valichi di frontiera aperti, mentre la gendarmeria marocchina cercava di bloccare a Castillejos-Fnideq le persone che continuavano ad arrivare per gettarsi in mare. Il governo spagnolo ha ringraziato in modo particolare per questa cooperazione, che ha permesso di spostare la crisi in un altro scenario nel giro di 24 ore. Resta ora da gestire la situazione delle migliaia di minori e dei richiedenti asilo e rifugio, in conformità con la legislazione spagnola ed europea. E non va dimenticato non solo il verdetto del Tribunale Superiore, ma anche l’interdizione di 9 anni, a partire da settembre 2025, inflitta all’ex delegata del governo e all’ex vicepresidente di Ceuta per l’espulsione di 51 minori.

L’estrema destra e la trasformazione in crisi geopolitica

Di fronte a questa gestione della crisi migratoria – criticata sotto alcuni aspetti dal co-direttore del CEAR, Mauricio Valiente, per aver anteposto l’allontanamento dei migranti da Ceuta alla tutela dei loro diritti individuali di asilo e rifugio –, il PP e Vox hanno voluto trasformarla sin dall’inizio in una crisi di sovranità provocata da un governo inefficiente, compiacente nei confronti delle mafie migratorie, debole di fronte al ricatto del regime alawita che l’avrebbe orchestrata. E trasformare la presunta crisi di sovranità in una crisi geopolitica, con il sostegno di Israele, Trump e dei governi di estrema destra dell’Unione Europea, guidati strategicamente dal presidente del PP europeo Manfred Weber e dalla presidente italiana Meloni, nella configurazione europea dello stesso blocco di alleanza che in Spagna è rappresentato dal PP-Vox.

La gestione della crisi geopolitica ha messo in luce fino a che punto il governo progressista sia isolato nel contesto europeo e fino a che punto le politiche migratorie costituiscano linee di polarizzazione ideologica. Meloni e Weber sono riusciti a articolare la loro critica alle politiche migratorie del governo progressista – in particolare la regolarizzazione e il rifiuto dei centri di smistamento dei migranti nei paesi terzi – in una lettera firmata da 22 Stati membri, mentre Italia, Finlandia e Danimarca chiedevano di escludere temporaneamente la Spagna dallo spazio Schengen, nonostante Ceuta e Melilla ne siano specificatamente escluse. In un post al vetriolo su X, Sánchez ha deplorato la mancanza di solidarietà, il mancato rispetto dei Trattati e la manipolazione dei dati sugli ingressi irregolari che, nel caso dell’Italia, sono il doppio di quelli della Spagna. Ha poi chiesto una conferenza urgente dei ministri dell’Interno sulle politiche migratorie per spiegare la crisi di Ceuta nel contesto dell’UE.

Israele e gli Stati Uniti hanno approfittato della situazione per regolare i conti. Il primo ha avanzato paragoni insostenibili tra le situazioni di Gaza e Ceuta, come se una crisi migratoria e un genocidio fossero paragonabili. Trump ha avvertito che la crisi migratoria di Ceuta potrebbe verificarsi negli Stati Uniti se i democratici dovessero vincere le elezioni di medio termine di novembre. Poco importa il luogo in cui questi commenti vengono rivolti al regime alauita, nonostante le lodi come alleato delle politiche imperialiste. Ma è evidente che il governo progressista sia nel mirino dell’estrema destra internazionale, che farà tutto il possibile per collaborare con il PP e Vox nel suo accanimento e nella sua destituzione. Nulla di tutto ciò è nuovo, ma è la manifestazione congiunturale dell’utilizzo della crisi migratoria di Ceuta per proiettarla sulle tensioni geopolitiche già esistenti.

Più grave e con conseguenze a più lungo termine è la convinzione che sembra radicarsi nell’opinione pubblica spagnola secondo cui la crisi migratoria di Ceuta del 2026 sia stata orchestrata e manipolata dal regime alawita come punizione per la parziale normalizzazione delle relazioni con l’Algeria e l’accettazione, tramite iter parlamentare, della legge sulla cittadinanza per i saharawi originari dell’ex colonia spagnola. In definitiva, il 2026 non è stato altro che una ripetizione del 2021, il che mette in discussione l’intera politica di buon vicinato con il Marocco, un regime dittatoriale che avrebbe inoltre imposto subdolamente e tramite ricatti il cambiamento della posizione spagnola di neutralità nella risoluzione della questione del Sahara Occidentale.

È necessaria una spiegazione da parte del governo, con tutti i dettagli di quanto accaduto. Una parte essenziale della sua politica estera viene messa in discussione dal proprio elettorato, che non solo non capisce cosa abbia realmente causato la crisi del 2021, ma anche la successiva decisione di Sánchez e Albares di accettare le tesi marocchine per una soluzione del conflitto del Sahara Occidentale. Il pericolo di non farlo non è solo l’erosione del governo, ma anche quello di lasciare un’eredità che finisca per rafforzare la narrativa neocoloniale e xenofoba sul Marocco e sui marocchini diffusa dal PP e da Vox, soprattutto quando più di un milione di persone di origine marocchina vivono tra noi e hanno già dovuto subire pogrom da parte dell’estrema destra, come a Torre Pacheco un anno fa. Non si può lasciare aperta questa porta all’ideologia di un’estrema destra che fa di una presunta e mitica «Riconquista» la base della propria essenza, contrapponendola a un presunto «sostituzione» in corso delle popolazioni europee da parte dei musulmani, siano essi moderati o radicali.

E in questo contesto, la sinistra alternativa farebbe bene a ricordare l’eredità del dibattito anticoloniale, in particolare in relazione alla sottomissione e al saccheggio del Marocco nel XIX e XX secolo nei «protettorati» spagnoli del nord e del sud, compreso l’impiego della sua popolazione nella Guerra d’Spagna da parte dell’esercito ribelle d’Africa e nella dimenticata guerra di Sidi-Ifni. Ricordare quel contesto storico coloniale, le cicatrici che ha lasciato e che continuano a persistere, potrebbe forse aiutare a comprendere più nel dettaglio crisi come quelle di Ceuta e Melilla. Almeno, questo era ciò che credeva ai suoi tempi uno dei fondatori della sinistra spagnola, Pablo Iglesias Posse, i cui discorsi parlamentari degli anni ’10 del Novecento andrebbero riletti.

I movimenti sociali e la sinistra marocchina stanno già organizzando per il 7 agosto manifestazioni di protesta nelle principali città del regno alawita. La crisi di Ceuta potrebbe essere stata solo l’ennesima di un ciclo innescato dal fallimento del progetto di modernizzazione neoliberista e autoritario del regime alawita, con inevitabili ripercussioni sull’Unione Europea e sulle sue politiche neocoloniali nel Nord Africa.

*Co-editore di Sin Permiso.

**Consigliere comunale di Más Madrid a Ciempozuelos, è amico di Sin Permiso.

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La lettera aperta di Gustavo Zagrebelsky a Giorgia Meloni. Vi invito a leggerla

La lettera aperta di Gustavo Zagrebelsky a Giorgia Meloni. Vi invito a leggerla…

“Cara Giorgia,
a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio.
Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri.

Menti sapendo di mentire.
Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina.
Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto.
I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra.
Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità.

Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump.
Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca.
Te lo dico in breve:
1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale.
2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci.
3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini.

Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari.
Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri.
Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X.
Questo non è governare.
Questo è sciacallaggio.
Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea.

Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco.
Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione.

Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre.
I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia.
Loro no.
È l’unica differenza.
Una madre lo sa.
Da cristiana non ne parliamo neanche.
Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera.
Non quella retorica dei tuoi tweet.
Ti chiediamo una cosa sola: smettila.
Smettila di mentire agli italiani sulle cause.
Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump.
Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali.
E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre.
E sei cristiana.”

#Zagrebelsky #Meloni #Ceuta
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Aggiornamenti
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Cari Amici,

il progetto di lettera al Papa che vi abbiamo sottoposto per un consiglio nella nostra newsletter del 27 luglio ha suscitato un largo interesse e moltissime sono state le risposte, di credenti e non credenti, tutte preziose, dal più piccolo al più grande, con molti commenti, suggerimenti, consigli, proposte di correzione. Vi ringraziamo della vostra sollecitudine. Alcune critiche ripetute, meno però di quante se ne sarebbero potute attendere date le mode di lettura del tempo, sostengono che si tratti di una lettera troppo lunga; però la gravità del suo oggetto non permette che se ne tratti in modo spicciativo. Con particolare attenzione vengono discussi il suggerimento di promuovere un Concilio Vaticano III e i modi di coinvolgervi diverse espressioni di questa “magnifica humanitas”.

La lettera è in via di stesura definitiva, e sarà recapitata al Papa si pensa il 28 agosto, festa di S. Agostino, però non sarà corredata dal lungo elenco di firme, per non dare l’impressione che si sia voluto mettere su un gruppo di pressione per forzare le sue libere decisioni. In ogni caso la documentazione dell’intera corrispondenza sarà pubblicata nel sito di “Prima Loro”. Se qualcuno desidera che non sia menzionato il suo nome o commento, è pregato di comunicarlo allo stesso indirizzo.

Di eventuali sviluppi parleremo a suo tempo. Sperando che nel frattempo il governo italiano e gli altri “sovrani” non finiscano di smontare l’Europa.
Grazie e buona estate.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
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Simona Fanzecco nuova Segretaria generale CGIL della Sardegna

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È Simona Fanzecco la nuova segretaria generale della Cgil Sardegna. La staffetta oggi, nel corso dell’Assemblea generale, che ha salutato il segretario uscente: Fausto Durante, in carica da ottobre del 2022 lascia il mandato per il raggiungimento dell’età pensionabile. A suggellare l’elezione della prima segretaria donna della Cgil regionale il segretario generale Maurizio Landini, al T-Hotel a Cagliari insieme all’organizzativo Pino Gesmundo.

Cagliaritana, 48 anni, Simona Fanzecco è iscritta alla Cgil da quando aveva 19 anni. Dipendente di un grande supermercato ha percorso lì i primi passi da delegata per poi svolgere attività sindacale nella categoria della Filcams, dove ha svolto gli incarichi di segretaria di Cagliari e poi regionale. Nel 2011 il passaggio alla segreteria confederale della Camera del Lavoro Metropolitana di Cagliari, che l’ha poi eletta segretaria generale nel 2022.

“Per la Cgil della Sardegna e per tutta la Cgil questa è una giornata molto importante che dà il segno del valore che la nostra organizzazione dà alle competenze e alle esperienze – ha detto il segretario generale della Cgil nazionale Maurizio Landini – non solo perché abbiamo eletto una compagna, la prima donna alla guida della struttura confederale regionale qui in Sardegna, ed è questo un elemento significativo, ma perché al di là della questione di genere va riconosciuta la qualità con cui Simona ha svolto il suo lavoro nel percorso svolto fin qui”.

Il primo pensiero della segretaria regionale neoeletta, nella sua relazione programmatica, è andato a Fabrizio Pittalis, il giovane studente morto pochi giorni fa mentre lavorava nell’ecocentro vicino a Oniferi: “Morire a 18 anni non è una fatalità – ha detto – è la condanna di un intero Paese che, diciamocelo chiaramente, è ingiusto, basta con i rituali delle parole di circostanza, basta con i ritardi: l’attuazione immediata del Protocollo di Buggerru, i controlli serrati e la tolleranza zero sono la priorità”. Una dichiarazione che racchiude già il senso di un impegno, di un piglio e una linea politica poi esplicitata nella lunga relazione in cui la segretaria ha toccato tutti i nodi critici della Sardegna, le sfide regionali e nazionali che attendono l’organizzazione.

Simona Fanzecco ha poi rivolto “un sentito e profondo ringraziamento alla Cgil nazionale, al nostro segretario generale Maurizio Landini e a tutta la segreteria nazionale, non solo per la fiducia che hanno voluto riporre in me, ma per la vicinanza, la guida e il costante sostegno garantiti a tutta la nostra struttura regionale durante questo lunga e complessa fase di transizione.
In questo percorso è stata fondamentale e essenziale la presenza del compagno Fausto Durante, al quale voglio esprimere, a nome di tutta la Cgil della Sardegna e mio personale, la più profonda stima e il nostro sincero riconoscimento per lo straordinario e instancabile lavoro svolto alla guida della nostra organizzazione in questi anni”.

Nel corso dell’Assemblea la neoeletta ha poi proposto due nomi per integrare l’attuale segreteria: in continuità sono quindi parte della squadra Nicola Cabras (segretario della Fp Cgil Cagliari) e Francesca Nurra (ex segretaria della Camera del Lavoro di Sassari), ed entrano due nuovi componenti, Margherita Tola (componente della segreteria della Camera del
lavoro Nuoro Ogliastra e segretaria Fiom dello stesso territorio) e Franco Bardi (segretario della Camera del Lavoro della Sardegna Sud Occidentale).

Il segretario nazionale Landini ha rivolto un ringraziamento particolare al segretario uscente Fausto Durante, al quale è andato anche il saluto caloroso dell’assemblea generale. In questi anni Durante ha saputo coinvolgere delegati e dirigenti a ogni livello in un dibattito sempre attento alle trasformazioni del mondo attuale e alle specificità della Sardegna ma con quello sguardo nazionale e internazionale che deriva dalla sua lunga esperienza sindacale, prima in Fiom nazionale, poi nel centro nazionale come responsabile dell’area politiche europee e internazionali e della consulta per le politiche industriali. “È stata una bellissima esperienza – ha detto Durante – ringrazio tutti i compagni e le compagne che mi hanno accolto con affetto e si sono messi a disposizione per portare avanti le tante vertenze e rivendicazioni di questi anni. La Sardegna ha risorse e potenzialità inespresse e mi auguro che possa svilupparle al più presto, resta non poco rammarico per le crisi industriali rimaste irrisolte a causa della gravissima inerzia del governo nazionale, quest’Isola merita di colmare i suoi gap infrastrutturali e rilanciare il suo sistema produttivo nel segno dell’innovazione”.
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Congratulazioni e Auguri di Buon Lavoro Simona carissima, per i lavoratori e le lavoratrici della Sardegna e oltre!
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Non vogliamo non possiamo non dobbiamo. La vicenda dell’ex Ospedale Marino In trasformazione come hotel di lusso. Dalla parte dei bambini

Sono contento che sulla trasformazione dell’ex Ospedale marino in hotel di lusso, sia stato aperto un dibattito in città, che inevitabilmente rivelerà significative divisioni anche “traversali”. Quasi a mitigare il solleone di luglio ci arriva la freschezza della nobile posizione dei contrari, tra cui senza esitazione mi sono schierato. Il merito “di non farla passare in cavalleria” lo ha innanzitutto Vittorio Pelligra, con il suo ormai citatissimo intervento sulla sua pagina fb (immediatamente da noi ripreso). Vittorio ha avuto uno straordinario successo di audience. La sua autorevolezza personale e scientifica, ha perfino portato taluni a fraintendere (credo in malafede) il suo pensiero, pur di non ammettere di averlo contro. Lasciamo cadere questa possibile polemica per concentrarci sulla vicenda del ricupero e sui suoi possibili sviluppi, in diverse direzioni. Siamo interventi in molti, tra i quali Marco Cadinu a Alfonso Stiglitz. Alfonso ha oggi ripreso la questione su il manifesto sardo, con un intervento che condivido e che ci permettiamo riproporre integralmente su AladinPensiero.
Di seguito. Screenshot
Con la deliberazione n. 52/58 dell’8.10.2025 la Giunta Regionale dà il via definitivo al progetto di riqualificazione dell’ex Ospedale Marino, sulla spiaggia del Poetto a Cagliari. Una procedura lunga e travagliata che ha portato progressivamente allo snaturamento della funzione comunitaria della struttura in funzione di una visione privatistica, esclusiva ed escludente.

L’edificio ha una lunga storia che inizia nel 1937 con la progettazione di una struttura stabile in sostituzione di alcuni padiglioni in legno destinati ai sofferenti di malattie polmonari. La sua destinazione era quella di colonia marina finalizzata al benessere dei bambini e alla loro istruzione fascista: come tante altre era, ovviamente, intitolata al Duce (Mussolini, per le/gli smemorate/i).

Nel 1938 vennero avviati i lavori con vari ripensamenti progettuali, almeno cinque, ma la struttura non fu portata a termine a causa della guerra. Nel dopoguerra fu acquisito dal Consorzio antitubercolare che ne completò la costruzione, con modifiche, per adattarlo al nuovo uso come Ospedale Marino, aperto nel 1947. L’edificio, pur nella modifica di uso, mantenne la sua funzione originaria di sollievo alla popolazione, un bene pubblico per la comunità. La sua attività si concluse nel 1982, con il trasferimento dell’ospedale nell’ex hotel Esit e, pochi anni dopo, fu abbandonato definitivamente.

Nel 2006, visto lo stato di abbandono e grave deterioramento delle strutture la Regione (Presidente Soru) avvia un procedura per il suo recupero attraverso l’affidamento ai privati. Nella delibera si sottolinea che per «il delicato equilibrio ambientale e paesaggistico di questa parte importante del litorale cagliaritano» si rende necessario «orientare le scelte di valorizzazione verso destinazioni turistiche non residenziali» rivolte « alla cura, al benessere e ai servizi alla persona».

La procedura di affidamento dura a lungo con ripensamenti e contenziosi. È una lungaggine ‘dinamica’, con un senso di urgenza che si trasforma in emergenza e che favorisce (as usual, qui da noi) il progressivo slittamento di destinazione, da centro di servizi alla persona (ancorché privato) a hotel di gran lusso: nel 2018, infatti, la Giunta Regionale (Presidente Pigliaru) revoca la precedente delibera e stabilisce di «indirizzare, invece, la riqualificazione del bene in chiave turistico ricettiva».

Il «delicato equilibrio ambientale e paesaggistico» scompare per essere sostituito dalla «razionale fruizione». Slittamento semantico che sarà accompagnato dalle modifiche nel Piano Urbanistico Comunale, con un ribaltamento gerarchico: non è il PUC a stabilire le linee guida dello sviluppo urbano in funzione della comunità, ma è la visione privatistica a guidare le modifiche: su xelu a conc’abbasciu.

Il discorso pubblico legato a questo progetto declina poco nei termini della sua destinazione d’uso, un hotel di lusso a 5 stelle; in sostanza un uso riservato a pochi, escludente la comunità. La narrazione, invece, si sposta sul progettista originario, Ubaldo Badas. Scientificamente – e filosoficamente – ho difficoltà a capire come si possa mettere insieme l’idea delle opere cagliaritane di Badas, destinate alla comunità, con l’idea dell’hotel extralusso per pochi: nel lasso di tempo del ventennio, in contemporanea con la Colonia, Badas progetta la Scuola all’aperto ‘Attilio Mereu’ (1933), l’Albergo del povero (1934), La passeggiata del terrapieno (1930-1938), le Case ‘popolarissime’ 1935-1937), tutte opere destinate al ‘benessere’ della popolazione, opere che potremmo definire ‘inclusive’.

A questo punto, evidentemente, il problema della narrazione è quello di giustificare la trasformazione della Colonia inclusiva, insieme alle altre opere, in Colonia esclusiva. Si tratta di un’operazione turistico-immobiliare che si trova nella necessità di essere fatta accettare a posteriori dai cagliaritani attraverso un comitato scientifico la cui missione è quella di dimostrare che si tratta di un’operazione finalizzata a esaltare l’opera architettonica di uno straordinario personaggio sardo del ‘900.

Ubaldo Badas, trasformato in feticcio, diventa il grimaldello per far passare un’operazione immobiliare lontana dalle sue opere destinate alla comunità. Il comitato scientifico, cioè, ha la funzione di creare la narrazione che organizza e legittima l’hotel di lusso per ‘Odisseo in vacanza’: «come una semeiotica che ci sveli il sistema modellizzante della cultura turistica» (Bachisio Bandinu).

In questo percorso si inserisce la pervicace volontà di mantenere la denominazione di Colonia Dux (anzi DVX): una forma di sbiancamento di una memoria nera, anzi nerissima. Il Dux non è semplicemente, come è stato detto, un titolo romano impropriamente utilizzato nel ventennio: Dux/Duce era il titolo di Mussolini, che assunse anche un valore costituzionale con le famose leggi fascistissime che lo ponevano al di sopra di tutti. Quando si parla di Duce, oggi, nessuno pensa a qualche condottiero romano, ma esclusivamente a Mussolini.

D’altra parte il nome Colonia Dux (anzi DVX) rimane sulla carta dei progetti e non sarà mai realmente utilizzato; per la totalità della sua vita, e del suo successivo abbandono, ebbe a mantenere il nome di Ospedale Marino e, come tale, è conosciuto dalla comunità. Cancellarlo è l’altro aspetto della estromissione della comunità da un luogo comunitario, riservandolo a pochi ed escludendone il nome riconosciuto. È una forma di esproprio, padronale direi, nonché nostalgico.

PS. Per scrivere questo articolo ho ripreso in mano ‘Costa Smeralda’ di Bachisio Bandinu, pubblicato nel 1980; lettura per me ricorrente, da allora, come manuale di antropologia del turismo, ancora insuperato. Chissà se i nostri amministratori l’hanno mai sfogliato.

Consiglio, anche, la lettura dell’agile volume: Ubaldo Badas. La Colonia marina Dux a Cagliari. Architettura e video, a cura di G.B. Cocco e M. Tanca. Gangemi, Roma 2012.

«In questa schietta esplosione di gioia si esprimerà quanto mai profondo e commosso il sentimento di imperitura gratitudine al Duce nel cui amato nome le Colonie estive della G.I.L. spalancano le loro porte, danno inizio alla superba, imponente attività assistenziale» (Unione Sarda 24 luglio 1940)

Il miracolo di Is Mirrionis

ScreenshotCi sono voluti più di dieci anni (*) per realizzare la meravigliosa struttura denominata Casa del quartiere -hangar di via Nebida a Is Mirrionis, il più popoloso quartiere di Cagliari. E’ stato ristrutturato e convertito in centro civico un capannone, ricompreso nel complesso di un centro di formazione regionale, che avrebbe (forse) dovuto ospitare la strumentazione di lavoro degli apprendisti meccanici. Tutto il Centro fu acquisito dalla Regione e dalla stessa destinato alla sua Agenzia del Lavoro (oggi Aspal), che ancora vi ha sede. Non risulta che il capannone, conosciuto come hangar, abbia mai avuto l’utilizzo citato, invece lo fu come deposito di pratiche di varie amministrazioni pubbliche cittadine, finchè fu scelto nel lontano 2016 dal Sindaco Massimo Zedda per realizzarvi appunto un centro di aggregazione socio-culturale nell’ambito del programma europeo ITI, finanziato dall’Europa e dalla Regione Sarda.
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Il centro è stato inaugurato il 23 aprile 2026. Il miracolo consiste nel fatto che dallo stesso giorno ha iniziato a funzionare, affidato dal Comune di Cagliari all’Associazione “La Casa del quartiere Is Mirrionis” in corresponsabilità con ADA, associazione per i diritti degli anziani.

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{*} L’iter di approvazione dell’intervento per il centro di aggregazione nell’ex Hangar di via Nebida (diventato poi la “Casa del Quartiere”) all’interno del programma ITI Is Mirrionis si è sviluppato in due passaggi chiave, come segue.
- Maggio 2016 (Approvazione quadro): Il programma generale dell’Investimento Territoriale Integrato (ITI) Cagliari “Is Mirrionis”, che includeva tra le sue azioni cardine il recupero funzionale e il riuso dell’ex Hangar, è stato formalmente approvato dalla Giunta Regionale della Sardegna (Delibera GR n. 26/6 del 11 maggio 2016) e sancito dalla firma dell’Accordo di Programma tra Regione e Comune di Cagliari il 30 maggio 2016.
- Dicembre 2018 (Approvazione del progetto specifico): La Giunta Comunale di Cagliari ha approvato nello specifico il progetto di fattibilità tecnica ed economica per la ristrutturazione edilizia e il cambio di destinazione d’uso dell’ex Hangar il 20 dicembre 2018. Questa delibera ha stanziato circa 2 milioni di euro (a valere sui fondi POR FESR e su PON FSE dell’ITI) per trasformare ufficialmente la struttura dismessa in uno spazio di aggregazione e inclusione sociale. Dopo le successive fasi di progettazione definitiva ed esecutiva, l’opera è stata completata e la struttura è stata ufficialmente inaugurata e restituita alla comunità il 23 aprile 2026.

L’hotel di lusso al posto dell’ex colonia del Poetto: non vogliamo, non possiamo, non dobbiamo.

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La vicenda dell’ex Ospedale Marino, la vecchia “Colonia Dux”, costruita sulla spiaggia del Poetto di Cagliari, non riguarda soltanto il recupero di un edificio abbandonato. Riguarda il modo in cui una città decide che cosa fare dei propri luoghi simbolici. L’edificio nasce negli anni Trenta come colonia marina, poi diventa presidio sanitario – tutti usi pubblici – infine viene lasciato per decenni al degrado. Il rudere indubbiamente andava recuperato. Nessuna città può permettersi di abbandonare un bene di quel valore architettonico, storico e paesaggistico.
Ma la domanda decisiva non è se recuperare. È come recuperare. E soprattutto per chi.
La scelta maturata negli anni, sostenuta dall’amministrazione comunale e dalla Regione, è stata quella della destinazione turistico-ricettiva. L’ex Ospedale Marino diventerà un albergo a cinque stelle. Meglio un hotel che un rudere, si dirà. Meglio un investimento privato che l’abbandono. Meglio riusare un edificio esistente che consumare nuovo suolo.
Sono argomenti comprensibili, ma superficiali. Perché un bene può restare formalmente pubblico e diventare, nei fatti, accessibile solo a chi può permetterselo. Può essere restaurato con cura, raccontato con eleganza e raffinatezza culturale, valorizzato dal punto di vista architettonico, e tuttavia smettere di appartenere alla vita ordinaria della città.
Il Poetto non è un luogo qualsiasi per i cagliaritani. È uno degli spazi più popolari, democratici e affettivi della città. Non è solo una spiaggia. E’ la passeggiata, la memoria familiare, il tempo libero, l’incontro e il paesaggio condiviso. Trasformare un ex presidio pubblico collocato in questo luogo in una struttura per pochi privilegiati significa cambiare profondamente il rapporto tra quell’edificio e la città.
Cos’è successo alla ex colonia di Stella Maris di Montesilvano?
Anche lì c’era una ex colonia fascista. Anche lì un edificio storico, difficile, ingombrante, simbolicamente complesso. Anche lì degrado, abbandono, necessità di recupero. Ma la risposta è stata diversa: non un hotel privato, bensì un centro culturale, scientifico, formativo e civico. La Stella Maris è stata pensata come luogo per la ricerca, la didattica, la divulgazione, gli eventi, l’educazione ambientale, la memoria del mare e del territorio. Un edificio nato dentro l’immaginario disciplinare del fascismo viene così ri-significato attraverso una funzione pubblica: non cancellazione della memoria, ma sua trasformazione civile.
Qui sta la differenza fondamentale. Nel caso di Montesilvano il recupero non coincide semplicemente con il restauro dell’involucro. Coincide con la restituzione di una funzione collettiva. La domanda non è stata solo: come salviamo questo edificio? Ma: quale nuova vita pubblica può generare?
Due ex colonie. Due edifici difficili. Due occasioni di rigenerazione. Ma due idee opposte di città.
Da una parte, la città come spazio da mettere a reddito attraverso funzioni pregiate, selettive, turistiche. Dall’altra, la città come infrastruttura comune, capace di produrre conoscenza, accesso, relazioni, educazione, partecipazione.
Ciò che scrive l’urbanista Elena Granata in “La città è di tutti”, rende ancora più chiara la vicenda dell’ex Ospedale Marino.
Granata mostra, infatti, come lo spazio urbano contemporaneo ripeta sempre più spesso un messaggio implicito: se non consumi, non esisti. Si paga il tempo libero, la sosta, lo sport, la mobilità, perfino la natura. Gesti elementari come sedersi all’ombra, bere da una fontana, giocare in uno spazio comune diventano sempre più rari. Per questo, scrive, occorre ripensare una “grammatica del possibile”; ripensare ciò che nello spazio pubblico deve restare accessibile, gratuito, di tutti.
Il vecchio modo di intendere la città identifica la valorizzazione con la messa a reddito. Un edificio vale se produce entrate, se attrae investimenti, se diventa competitivo, se si inserisce in una filiera economica immediatamente misurabile. In questa prospettiva, trasformare un bene pubblico in un hotel di lusso appare quasi naturale: il mercato interviene dove il pubblico non è riuscito, il degrado scompare, l’edificio rinasce.
Ma Granata ci invita a rovesciare la domanda. Non basta chiedersi quanto rende uno spazio. Bisogna chiedersi quanta città produce. Produce accesso o esclusione? Mescolanza o separazione? Vita comune o consumo selettivo? Appartenenza o distanza? Cittadinanza o rendita?
Proviamo a farci queste domande e a darci una risposta rispetto al caso dell’ex Ospedale Marino di Cagliari. Cosa ne possiamo concludere?
La città non è solo un insieme di servizi. È un ambiente comune di vita. Non tutto ciò che vale deve avere un prezzo. Anzi, la qualità democratica di una città si misura proprio dalla quantità di cose preziose che possiamo ancora fare senza comprare nulla: camminare, sostare, incontrarci, studiare, guardare il mare, attraversare un luogo bello senza sentirci ospiti tollerati o clienti mancati.
La città non può essere un prodotto per chi paga di più. È un’eredità comune, un patto da rinnovare a ogni generazione. Ed è proprio per questo che lo spazio pubblico dovrebbe restare sottratto al primato del denaro, del potere, del merito e della fortuna.
Per questo l’alternativa non era tra abbandono e hotel. Questa è una falsa alternativa. L’ex Ospedale Marino avrebbe potuto diventare un centro del mare e della città costiera, il museo del Poetto e dell’architettura di Badas, un centro di educazione ambientale sulle dune e sul cambiamento climatico, uno spazio universitario per ricerca, la formazione e l’accoglienza di studiosi stranieri, un luogo per mostre, seminari, scuole, laboratori, incontri.
Il modello alternativo di riuso della colonia Stella Maris di Montesilvano dimostra che queste possibilità sarebbero state del tutto alla portata. Anche lì c’era una ex colonia fascista, un edificio difficile, abbandonato, simbolicamente complesso. Ma la scelta non è stata quella di una struttura ricettiva privata, bensì un centro culturale, scientifico, formativo, aperto alla cittadinanza.
È qui che si vede la differenza tra due idee di città. Da una parte, la città-mercato per cui recuperare significa rendere attrattivo, monetizzare, affidare al consumo la rinascita dei luoghi. Dall’altra, la città di tutti, dove recuperare significa restituire funzioni comuni, produrre accesso, generare relazioni, creare spazi dove non sia necessario pagare per esistere.
Granata parla esplicitamente della città pubblica che lascia spazio alla città-mercato, del cittadino che diventa consumatore e del patrimonio pubblico che viene trattato come peso economico invece che come capitale civico. Anche parole seducenti come “valorizzare”, “rigenerare”, “rendere attrattivo” possono in questo modo nascondere un’idea pericolosa: quella che misura il valore solo in termini di profitto.
Nel caso della Colonia Dux, la narrazione culturale costruita attorno al progetto può avere certamente un valore. Ma rischia di funzionare come “cultural washing” se serve a rendere più accettabile una privatizzazione d’uso. La cultura non dovrebbe essere la cornice elegante della rendita, ma il modo attraverso cui un bene comune torna davvero alla città.
La “città di tutti” non è la città in cui ogni rudere viene semplicemente rimesso a nuovo, la è la città in cui i luoghi migliori non vengono sottratti alla vita comune, ma restituiti a usi condivisi.
Per questo la domanda sull’ex Colonia Dux resta aperta. Doveva rinascere come luogo per pochi, o come pezzo di città restituito a tutti?
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Documentazione pertinente inviataci da Dolores Melis.
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La ricetta magiara / Marco Rubio, il viceré del Venezuela

img_7945La ricetta magiara
di Eszter Kováts* – International Politics and Society (IPS-Journal)

Una forma positiva di populismo? La vittoria di Péter Magyar dimostra che, se si vogliono sconfiggere le forze illiberali, è necessario affrontare le paure degli elettori, non ignorarle.

Sin dalla sua vittoria elettorale, al nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar è stata ripetutamente posta la stessa domanda durante le conferenze stampa internazionali: quale consiglio darebbe ai suoi omologhi francesi, tedeschi o austriaci su come affrontare l’ascesa del Rassemblement National, dell’AfD o dell’FPÖ? È una domanda legittima — chi vede nella sconfitta di Viktor Orbán il segnale della fine dell’«Internazionale illiberale» si sbaglia.

La risposta di Magyar è sorprendentemente diretta. Ogni società, afferma, deve innanzitutto comprendere le vere ragioni alla base della popolarità di questi partiti. In gran parte dell’Europa, i partiti tradizionali si sono allontanati dal linguaggio che la gente parla e dai problemi che affronta nella vita quotidiana. Anziché stigmatizzare i propri elettori, i politici dovrebbero ascoltarli, prendere sul serio le loro preoccupazioni e offrire risposte politiche migliori. Questo è il vero senso della cosiddetta «ricetta di Magyar». Non è né spettacolare né nuova. Ma è proprio per questo che rappresenta una sfida così grande per molti partiti occidentali. Magyar fa ripetutamente riferimento alla propria campagna elettorale: ha attraversato il Paese, visitato quasi 700 città e villaggi – quasi un quarto di tutti i comuni ungheresi – e ascoltato di persona centinaia di migliaia di persone. Lavoro, lavoro, lavoro.

Il segreto del successo del Tisza risiedeva proprio nel fatto che non prometteva nulla di fondamentalmente nuovo. L’idea che i politici debbano «ascoltare la gente» e «prendere sul serio le loro preoccupazioni» non sembra né particolarmente originale né particolarmente controversa. Eppure, almeno alle orecchie austriache e tedesche, ha assunto una connotazione populista. Questo perché le élite culturali e politiche di questi paesi si sono barricate dietro tabù costruiti linguisticamente. Sostengono che «il popolo non può essere trattato come una massa omogenea» e che quindi non bisogna «cedere all’omogeneizzazione esclusiva del populismo». Insistono inoltre sul fatto che «il discorso razzista dell’estrema destra non deve essere normalizzato». In questo contesto, è facile perdere di vista il fatto che ciò che viene etichettato come tale discorso possa talvolta anche mettere in luce problemi reali ed esperienze vissute.

Tali argomentazioni contengono già di per sé un elemento di autoassoluzione — una liberazione dall’obbligo di ascoltare. Ma c’è di più: il divieto di «normalizzare» le posizioni razziste può trasformarsi in un appello morale che solleva i politici dalla necessità di trattare gli elettori come adulti o di confrontarsi seriamente con le loro paure, esperienze e prospettive. Chiunque non riesca a esprimere, in un linguaggio politicamente corretto, che i milioni di immigrati arrivati negli ultimi anni hanno generato preoccupazioni di natura culturale, relative alle risorse e alla sicurezza, viene rapidamente bollato come populista o razzista. Ciò non significa che ogni forma popolare di ostilità nei confronti dei «migranti» sia giustificata o debba essere fatta propria dai politici. Ma potrebbe significare che sarebbe più sensato rispondere a tali preoccupazioni non con strategie discorsive – riformulazione, evasione o accuse di razzismo – bensì con risposte concrete, siano esse di natura culturale, legate alle risorse o alla sicurezza.

Anche proteste come quelle organizzate contro il congresso dell’AfD a Erfurt alla fine si sono ridotte a poco più di una dimostrazione pubblica del fatto che i manifestanti consideravano l’AfD un partito estremista e lo condannavano. Ciò può rafforzare la coesione del gruppo e consolidare l’immagine che i partecipanti hanno di sé stessi, ma, vista l’esperienza degli ultimi anni, è dubbio che abbia convinto anche un solo simpatizzante dell’AfD a non votare per il partito. «Difendere la democrazia» è diventato troppo spesso un gesto ipocrita. Può essere sincero, ma è politicamente inefficace.

Il successo della forma positiva di populismo sostenuta da Tisza si basava anche su qualcos’altro: incarnava una concezione diversa dell’attività politica. Anziché mettere costantemente in luce le tendenze antidemocratiche del Fidesz, Magyar ha riconosciuto che questo era stato uno dei più grandi errori della vecchia opposizione. Che piaccia o no, quel messaggio semplicemente non è riuscito a trovare riscontro in molte persone. Il popolo non può essere sostituito.

L’educazione conservatrice di Magyar ha indubbiamente giocato a suo vantaggio. Ha voltato le spalle alle élite culturali, alle aspettative e al linguaggio in codice dei circoli intellettuali di Budapest, così come di Vienna, Berlino e altrove. Semplicemente non gliene importava, o forse non si è mai reso conto che avrebbe dovuto conformarsi a quelle aspettative. Non erano il suo punto di riferimento. Quando lo scorso anno il Fidesz ha vietato il Pride – proprio per attirare Magyar sul terreno simbolico delle élite urbane e dividere il suo elettorato eterogeneo – lui ha abilmente evitato la trappola. Da allora lo ha fatto centinaia di volte. Il risultato è ben noto.

Sento già le obiezioni. Dove sta il confine tra, da un lato, il rifiuto delle cause care alle élite culturali e del loro linguaggio politicamente corretto, ormai distaccato dalla gente comune, e, dall’altro, la violazione dei diritti fondamentali e l’incitamento all’odio contro le minoranze? È proprio questo il nocciolo del dibattito — e, al tempo stesso, l’aspetto che appare più estraneo dal punto di vista dell’elettore medio: il meta-dibattito su dove debba essere tracciata quella linea. Le élite culturali parlano di una «svolta a destra» e dello «spostamento verso destra dei confini del discorso accettabile», mentre i loro critici – non solo tra gli elettori dell’AfD o dell’FPÖ – parlano di spazi di dibattito sempre più ristretti e di una crisi della rappresentanza politica. Invece di tenere lezioni di teoria democratica, Magyar ha messo in pratica la democrazia: scendendo in piazza, ascoltando le persone, confrontandosi con le loro preoccupazioni e trasformando l’energia dei 50.000 attivisti organizzati nelle cosiddette Isole della Tisza in una mobilitazione politica a livello nazionale.

Oltre il firewall

Francia, Austria e Germania devono ancora sperimentare cosa significhi che forze illiberali detengano il potere nazionale. I loro partiti di governo si trovano quindi di fronte alla questione di come impedire che ciò accada. Come possono fornire soluzioni rapide ed efficaci in materia di economia, stato sociale, infrastrutture, migrazione, istruzione e molte altre questioni urgenti prima che l’impazienza dell’opinione pubblica raggiunga il punto di rottura? I loro elettori, infatti, nutrono aspettative diverse, persino contraddittorie, nei confronti dei partiti tradizionali. La popolazione non è omogenea.

Una cosa, tuttavia, sembra certa: invocare la «minaccia fascista» non basta a unire «l’altra parte», proprio come non è riuscito a farlo in Ungheria durante le campagne elettorali del 2014, 2018 e 2022, quando diversi partiti di opposizione hanno formato coalizioni diverse. Il desiderio di rimuovere Orbán dalla carica non ha prevalso su ogni altra considerazione politica. Una delle questioni più dibattute in vista delle elezioni negli stati tedeschi del Meclemburgo-Pomerania Anteriore e della Sassonia-Anhalt è come i partiti tradizionali possano impedire al probabile vincitore di prendere il potere mantenendo il Brandmauer («firewall»). Non è un caso che la Frankfurter Allgemeine Zeitung abbia scelto il seguente titolo per la sua intervista a Magyar: «I firewall non fanno altro che rafforzare queste forze».

Anziché stigmatizzare gli elettori di Fidesz, ha dimostrato il legame tra le preoccupazioni quotidiane della gente e il governo di Fidesz. In qualità di leader populista, ha temporaneamente forgiato l’unità tra gli oppositori di Orbán. Attraverso il suo movimento, ha dato a molte persone la sensazione che la politica parlasse la loro lingua e si occupasse dei loro problemi e delle loro vite.

Per quanto tempo riuscirà a tenere insieme questa ampia coalizione elettorale rimane incerto. Ma non c’è dubbio che la «ricetta della Tisza» abbia funzionato quando si è trattato di sconfiggere il regime populista di Orbán e di rimuoverlo dal potere attraverso le elezioni. Se la stessa ricetta possa funzionare nell’Europa occidentale rimane una questione aperta. Così come resta da vedere se le élite politiche di quella regione siano disposte a imparare dall’Ungheria. Forse hanno prima bisogno di vivere la loro esperienza «Orbán».

*Ricercatrice post-dottorato Marie Skodłowska-Curie presso l’Istituto di Scienze Politiche dell’Università di Vienna e ricercatrice affiliata alla Central European University.

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Marco Rubio, il viceré del Venezuela

di Francesc Peiró* – La Vanguardia

Il «New York Times» spiega come il Segretario di Stato comandi a Caracas in nome dell’imperialismo di Trump.

Come se fossimo nell’epoca coloniale, il viceré del Venezuela si chiama Marco Rubio.

Il titolo di viceré era quello conferito ai governatori che amministravano l’impero spagnolo fino a quando il Venezuela e la maggior parte delle altre province d’oltremare si ribellarono e ottennero l’indipendenza all’inizio del XIX secolo.

Ma nel XXI secolo, il capo del Dipartimento di Stato e responsabile della diplomazia degli Stati Uniti si occupa di supervisionare e impartire ordini alla presidente ad interim e fantoccio, Delcy Rodríguez, nonostante non metta piede in quel Paese da molto tempo.

Quella che era il braccio destro di Nicolás Maduro fino a quando non è stato rapito nella sua abitazione e trasferito a New York all’inizio dell’anno, ha accettato di fungere da prestanome del nuovo imperialismo di Donald Trump, il quale ha ribaltato l’ordine delle cose e ora si riferisce al Venezuela come al prossimo 51° Stato degli Stati Uniti al posto del Canada.

Ciò non significa che abbia cambiato i suoi propositi espansionistici, ma che li abbia ampliati, oltre alla Groenlandia o al Canale di Panama.

Quel 3 gennaio, poche ore dopo l’operazione di cattura di Maduro, oggi incarcerato nella Grande Mela in attesa di essere processato come presunto capo del narcoterrorismo, Rodríguez ha avuto colloqui in spagnolo con Rubio, originario di Cuba, il quale le ha chiarito che o si fosse sottomessa alla volontà della Casa Bianca oppure avrebbe assistito a un’offensiva molto più ampia contro le infrastrutture del Venezuela, le sue basi militari e i suoi alti funzionari, e naturalmente anche lei sarebbe stata inclusa in quella rappresaglia.

Dopo alcune trattative, Rodríguez ha accettato, secondo quanto riportato domenica scorsa dal New York Times in un ampio articolo che illustra come Rubio sia il vero braccio destro di Trump in quel paese caraibico.

La verità è che Rubio, in competizione con il vicepresidente J.D. Vance come eredi alla guida dei repubblicani nel 2028, governa già il Venezuela a distanza. Negli ultimi sei mesi, esercita un potere effettivo su una nazione sovrana in un modo che nessun funzionario statunitense aveva mai esercitato da quando L. Paul Bremer III arrivò a Baghdad nel 2003 per amministrare l’Iraq occupato dagli Stati Uniti.

Rubio controlla ora, di fatto, le finanze del Venezuela, la distribuzione delle sue risorse naturali e il suo governo, sempre secondo quanto riportato dall’Times. È profondamente coinvolto nelle operazioni quotidiane dell’esecutivo. Mantiene un contatto molto stretto con Rodríguez, presidente ad interim grazie agli Stati Uniti. Entrambi si scambiano messaggi in spagnolo su WhatsApp, dove condividono voci di corridoio, auguri di compleanno e selfie.

«Nonostante questo trattamento cordiale, il rapporto tra Rubio e Rodríguez è ben lontano dall’essere un’associazione tra pari. È una manifestazione del potere statunitense nell’era Trump, in cui il vincitore si prende tutto, senza curarsi né della sovranità né del diritto internazionale», ha sottolineato il Times nel suo articolo.

Il controllo diretto sulle entrate pubbliche del Venezuela, in particolare, distingue l’influenza che Washington esercita in quel Paese da quella che mantiene nella maggior parte degli altri Paesi assoggettati al suo potere militare e finanziario.

Il Dipartimento del Tesoro riceve le entrate provenienti dalla maggior parte delle esportazioni venezuelane e le trasferisce poi al Venezuela attraverso il sistema bancario del Paese, in un rapporto paragonabile a quello di genitori che consegnano la paghetta ai propri figli, cita come esempio il quotidiano newyorkese. Rubio e il suo team stabiliscono le condizioni relative alla destinazione di tali fondi e determinano chi può utilizzarli.

Questo sistema ha permesso a Rubio di bloccare i piani di corruzione più eclatanti del Venezuela. Inoltre, apporta alcuni benefici all’esecutivo di questa neo-colonia, poiché sfrutta la protezione del Dipartimento del Tesoro per ricevere entrate senza essere tormentato dai numerosi creditori che cercano di recuperare miliardi di dollari di debiti insoluti.

Ma l’accordo ha conferito a Rubio un’enorme capacità di pressione su Rodríguez, il quale dipende da quei fondi per pagare i lavoratori e sostenere la moneta nazionale.

Alcuni detrattori dell’amministrazione Trump hanno reagito con orrore a queste rivelazioni. Tra le altre reazioni raccolte sul sito web di Common Dreams, testata giornalistica indipendente e senza scopo di lucro, Elizabeth Saunders, docente di Scienze Politiche alla Columbia University, ha descritto il potere di Rubio sul Venezuela come «una follia», oltre che «negligente, inaccettabile e contestabile».

Per Orlando J. Pérez, docente di Scienze Politiche alla University of North Texas di Dallas, tali informazioni rendevano ridicole le dichiarazioni di Rubio in cui affermava di voler riportare la democrazia in Venezuela. «A quanto pare si è trasformato da paladino della promozione della democrazia a operatore della realpolitik transazionale», ha sottolineato Pérez.

Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch, ha scritto che il controllo statunitense sul Venezuela sembrava simile al tipo di potere imperiale esercitato dalle nazioni europee nel XIX secolo.

«Trump ha trasformato il Venezuela in una vera e propria colonia degli Stati Uniti, con Marco Rubio come viceré e Washington che controlla i proventi petroliferi del Paese e ne detta le principali politiche estere e interne. La democrazia è stata relegata a un futuro lontano», ha osservato Roth.

Lo storico Bradley Simpson, dell’Università del Connecticut, ha ritenuto che l’attuale accordo degli Stati Uniti con il Venezuela rappresenti un ritorno all’imperialismo palese. «Siamo letteralmente tornati ai tempi della “diplomazia del dollaro” degli anni ’10 del Novecento», ha affermato.

«Quando gli Stati Uniti invadevano i paesi, si impadronivano dei loro sistemi finanziari e li amministravano come colonie di fatto, cosa palesemente illegale ed estremamente corrotta. Dove sono l’Organizzazione degli Stati Americani o l’ONU per denunciare tutto questo?», ha chiesto Simpson su quel sito web.

La sottomissione di Rodríguez rasenta l’umiliazione. Quando Fox l’ha contattata per un’intervista, ha risposto che doveva chiedere il permesso a Trump. Dopo che gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, il Venezuela ha rilasciato un comunicato a sostegno del proprio alleato in Medio Oriente. Nonostante fosse moderato, il governo di Caracas ha dovuto cancellarlo. E di recente, quando si è appurato che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti stava indagando su Rodríguez – cosa auspicata dall’opposizione, che la considera pari o peggiore di Maduro – Trump ha negato tale possibilità. Rodríguez ha inviato un messaggio di ringraziamento, ma prima è stato supervisionato da Rubio.

*Corrispondente di «La Vanguardia» a New York.

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«Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo.»

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La vicenda dell’ex Ospedale Marino, la vecchia “Colonia Dux”, costruita sulla spiaggia del Poetto di Cagliari, non riguarda soltanto il recupero di un edificio abbandonato. Riguarda il modo in cui una città decide che cosa fare dei propri luoghi simbolici. L’edificio nasce negli anni Trenta come colonia marina, poi diventa presidio sanitario – tutti usi pubblici – infine viene lasciato per decenni al degrado. Il rudere indubbiamente andava recuperato. Nessuna città può permettersi di abbandonare un bene di quel valore architettonico, storico e paesaggistico.
Ma la domanda decisiva non è se recuperare. È come recuperare. E soprattutto per chi.
La scelta maturata negli anni, sostenuta dall’amministrazione comunale e dalla Regione, è stata quella della destinazione turistico-ricettiva. L’ex Ospedale Marino diventerà un albergo a cinque stelle. Meglio un hotel che un rudere, si dirà. Meglio un investimento privato che l’abbandono. Meglio riusare un edificio esistente che consumare nuovo suolo.
Sono argomenti comprensibili, ma superficiali. Perché un bene può restare formalmente pubblico e diventare, nei fatti, accessibile solo a chi può permetterselo. Può essere restaurato con cura, raccontato con eleganza e raffinatezza culturale, valorizzato dal punto di vista architettonico, e tuttavia smettere di appartenere alla vita ordinaria della città.
Il Poetto non è un luogo qualsiasi per i cagliaritani. È uno degli spazi più popolari, democratici e affettivi della città. Non è solo una spiaggia. E’ la passeggiata, la memoria familiare, il tempo libero, l’incontro e il paesaggio condiviso. Trasformare un ex presidio pubblico collocato in questo luogo in una struttura per pochi privilegiati significa cambiare profondamente il rapporto tra quell’edificio e la città.
Cos’è successo alla ex colonia di Stella Maris di Montesilvano?
Anche lì c’era una ex colonia fascista. Anche lì un edificio storico, difficile, ingombrante, simbolicamente complesso. Anche lì degrado, abbandono, necessità di recupero. Ma la risposta è stata diversa: non un hotel privato, bensì un centro culturale, scientifico, formativo e civico. La Stella Maris è stata pensata come luogo per la ricerca, la didattica, la divulgazione, gli eventi, l’educazione ambientale, la memoria del mare e del territorio. Un edificio nato dentro l’immaginario disciplinare del fascismo viene così ri-significato attraverso una funzione pubblica: non cancellazione della memoria, ma sua trasformazione civile.
Qui sta la differenza fondamentale. Nel caso di Montesilvano il recupero non coincide semplicemente con il restauro dell’involucro. Coincide con la restituzione di una funzione collettiva. La domanda non è stata solo: come salviamo questo edificio? Ma: quale nuova vita pubblica può generare?
Due ex colonie. Due edifici difficili. Due occasioni di rigenerazione. Ma due idee opposte di città.
Da una parte, la città come spazio da mettere a reddito attraverso funzioni pregiate, selettive, turistiche. Dall’altra, la città come infrastruttura comune, capace di produrre conoscenza, accesso, relazioni, educazione, partecipazione.
Ciò che scrive l’urbanista Elena Granata in “La città è di tutti”, rende ancora più chiara la vicenda dell’ex Ospedale Marino.
Granata mostra, infatti, come lo spazio urbano contemporaneo ripeta sempre più spesso un messaggio implicito: se non consumi, non esisti. Si paga il tempo libero, la sosta, lo sport, la mobilità, perfino la natura. Gesti elementari come sedersi all’ombra, bere da una fontana, giocare in uno spazio comune diventano sempre più rari. Per questo, scrive, occorre ripensare una “grammatica del possibile”; ripensare ciò che nello spazio pubblico deve restare accessibile, gratuito, di tutti.
Il vecchio modo di intendere la città identifica la valorizzazione con la messa a reddito. Un edificio vale se produce entrate, se attrae investimenti, se diventa competitivo, se si inserisce in una filiera economica immediatamente misurabile. In questa prospettiva, trasformare un bene pubblico in un hotel di lusso appare quasi naturale: il mercato interviene dove il pubblico non è riuscito, il degrado scompare, l’edificio rinasce.
Ma Granata ci invita a rovesciare la domanda. Non basta chiedersi quanto rende uno spazio. Bisogna chiedersi quanta città produce. Produce accesso o esclusione? Mescolanza o separazione? Vita comune o consumo selettivo? Appartenenza o distanza? Cittadinanza o rendita?
Proviamo a farci queste domande e a darci una risposta rispetto al caso dell’ex Ospedale Marino di Cagliari. Cosa ne possiamo concludere?
La città non è solo un insieme di servizi. È un ambiente comune di vita. Non tutto ciò che vale deve avere un prezzo. Anzi, la qualità democratica di una città si misura proprio dalla quantità di cose preziose che possiamo ancora fare senza comprare nulla: camminare, sostare, incontrarci, studiare, guardare il mare, attraversare un luogo bello senza sentirci ospiti tollerati o clienti mancati.
La città non può essere un prodotto per chi paga di più. È un’eredità comune, un patto da rinnovare a ogni generazione. Ed è proprio per questo che lo spazio pubblico dovrebbe restare sottratto al primato del denaro, del potere, del merito e della fortuna.
Per questo l’alternativa non era tra abbandono e hotel. Questa è una falsa alternativa. L’ex Ospedale Marino avrebbe potuto diventare un centro del mare e della città costiera, il museo del Poetto e dell’architettura di Badas, un centro di educazione ambientale sulle dune e sul cambiamento climatico, uno spazio universitario per ricerca, la formazione e l’accoglienza di studiosi stranieri, un luogo per mostre, seminari, scuole, laboratori, incontri.
Il modello alternativo di riuso della colonia Stella Maris di Montesilvano dimostra che queste possibilità sarebbero state del tutto alla portata. Anche lì c’era una ex colonia fascista, un edificio difficile, abbandonato, simbolicamente complesso. Ma la scelta non è stata quella di una struttura ricettiva privata, bensì un centro culturale, scientifico, formativo, aperto alla cittadinanza.
È qui che si vede la differenza tra due idee di città. Da una parte, la città-mercato per cui recuperare significa rendere attrattivo, monetizzare, affidare al consumo la rinascita dei luoghi. Dall’altra, la città di tutti, dove recuperare significa restituire funzioni comuni, produrre accesso, generare relazioni, creare spazi dove non sia necessario pagare per esistere.
Granata parla esplicitamente della città pubblica che lascia spazio alla città-mercato, del cittadino che diventa consumatore e del patrimonio pubblico che viene trattato come peso economico invece che come capitale civico. Anche parole seducenti come “valorizzare”, “rigenerare”, “rendere attrattivo” possono in questo modo nascondere un’idea pericolosa: quella che misura il valore solo in termini di profitto.
Nel caso della Colonia Dux, la narrazione culturale costruita attorno al progetto può avere certamente un valore. Ma rischia di funzionare come “cultural washing” se serve a rendere più accettabile una privatizzazione d’uso. La cultura non dovrebbe essere la cornice elegante della rendita, ma il modo attraverso cui un bene comune torna davvero alla città.
La “città di tutti” non è la città in cui ogni rudere viene semplicemente rimesso a nuovo, la è la città in cui i luoghi migliori non vengono sottratti alla vita comune, ma restituiti a usi condivisi.
Per questo la domanda sull’ex Colonia Dux resta aperta. Doveva rinascere come luogo per pochi, o come pezzo di città restituito a tutti?
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Il celebre “Non debemus, non possumus, non volumus” fu la storica risposta che Papa Pio VII diede nel 1809 all’ufficiale di Napoleone. Quando gli fu intimato di cedere i territori dello Stato Pontificio alla Francia, il Papa oppose un fermo rifiuto, diventando il simbolo della resistenza morale contro i soprusi.
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Other News

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Il mondo può ancora collaborare?

Di Ramesh Jaura* – rjaura.substack.com
Amburgo e il futuro della cooperazione internazionale
“Le Nazioni Unite non sono state create per portare l’umanità in paradiso, ma per salvarla dall’inferno.” – — Dag Hammarskjöld

A ottant’anni dalla fondazione delle Nazioni Unite, l’ordine internazionale è sottoposto a una pressione senza precedenti. La guerra è tornata in Europa, i conflitti continuano in Medio Oriente e in Africa, il cambiamento climatico sta accelerando e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile stanno diventando sempre più irraggiungibili. In questo contesto, la recente Conferenza di Amburgo sulla sostenibilità ha offerto molto più di un semplice incontro tra governi ed esperti. Ha sollevato una questione più ampia: la cooperazione internazionale stessa può evolversi per affrontare le sfide di un XXI secolo frammentato?

La promessa

Ottant’anni fa, mentre il fumo della Seconda Guerra Mondiale aleggiava ancora su gran parte del globo, i rappresentanti di cinquanta nazioni si riunirono a San Francisco per redigere la Carta delle Nazioni Unite. L’Europa e gran parte dell’Asia giacevano in rovina. Decine di milioni di persone erano perite, intere città erano state distrutte e la fiducia nella civiltà stessa era stata profondamente scossa. Eppure, prima ancora che la devastazione fosse stata pienamente valutata, quei delegati intrapresero una delle imprese politiche più ambiziose della storia.

Non scelsero semplicemente di porre fine a una guerra. Scelsero di organizzare la pace. Compresero che l’umanità non poteva più permettersi ripetuti fallimenti della politica internazionale. La cooperazione non era più solo un’aspirazione; era diventata una condizione di sopravvivenza.

La loro convinzione era al tempo stesso pratica e visionaria. Una sicurezza duratura non poteva basarsi indefinitamente sulla vittoria militare o su equilibri di potere mutevoli. Richiedeva istituzioni capaci di trasformare il confronto in dialogo, la rivalità in negoziazione e la vulnerabilità condivisa in responsabilità condivisa. La pace esigeva regole che andassero oltre i confini nazionali e istituzioni attraverso le quali i governi potessero continuare a dialogare anche quando la politica li divideva.

Sebbene l’ordine internazionale di San Francisco riflettesse sia promesse che contraddizioni, esso sottolinea la necessità di riformare le istituzioni per allinearle meglio alle realtà globali contemporanee e promuovere una cooperazione efficace.

Le Nazioni Unite sono diventate l’esperimento più ambizioso della storia in materia di cooperazione internazionale organizzata, ispirando fiducia nell’azione collettiva. Hanno contribuito a plasmare le norme internazionali sui diritti umani, hanno promosso la salute globale e hanno dimostrato che la cooperazione rimane vitale nonostante le imperfezioni.

I loro risultati sono stati raramente spettacolari. Più spesso si sono intrecciati così silenziosamente nel tessuto della vita internazionale da essere gradualmente dati per scontati.

Sette decenni dopo, la stessa convinzione ha trovato nuova espressione nell’adozione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. I diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile rappresentavano il tentativo più completo mai intrapreso per ridefinire la sicurezza e la prosperità in termini umani piuttosto che puramente nazionali. Povertà, fame, disuguaglianza, cambiamenti climatici, istruzione, salute pubblica e pace non erano più trattati come sfide politiche separate, ma come elementi interconnessi di un’unica agenda globale.

Alla base degli Obiettivi c’era una proposizione semplice ma profonda: nessuna nazione, per quanto ricca o potente, poteva garantire il proprio futuro mentre altre rimanevano intrappolate nella povertà, nei conflitti o nel degrado ambientale. Lo sviluppo sostenibile non veniva presentato come un atto di generosità dei paesi ricchi nei confronti di quelli più poveri. Veniva riconosciuto come un investimento nella stabilità e nella prosperità condivise.

L’adozione degli SDG rifletteva l’ottimismo di un periodo in cui molti credevano che la globalizzazione, il progresso tecnologico e l’espansione della cooperazione internazionale si sarebbero rafforzati a vicenda, alimentando la fiducia nel fatto che le istituzioni multilaterali potessero affrontare efficacemente le sfide comuni, una fiducia che le recenti crisi globali hanno da allora messo in discussione.

Quella fiducia si è rivelata di breve durata.

La frattura

Gli anni successivi hanno trasformato il panorama internazionale in modo più profondo di quanto molti avessero previsto.

La pandemia di COVID-19 ha dimostrato sia le straordinarie possibilità sia la profonda fragilità della cooperazione internazionale. La collaborazione scientifica ha prodotto vaccini efficaci in tempi record, rivelando ciò che la conoscenza collettiva può realizzare quando viene mobilitata con urgenza. Tuttavia, la distribuzione ineguale di quei vaccini ha messo in luce quanto rapidamente le priorità nazionali possano eclissare la solidarietà globale. La stessa crisi che ha messo in luce la capacità di cooperazione dell’umanità ne ha anche rivelato i limiti politici.

Ancor prima che la pandemia si fosse completamente placata, la guerra è tornata in Europa su una scala che pochi avrebbero immaginato possibile. L’invasione russa dell’Ucraina ha infranto la convinzione che i grandi conflitti interstatali fossero ormai un retaggio del passato. La violenza è continuata in tutto il Medio Oriente e in alcune parti dell’Africa. La rivalità strategica ha plasmato sempre più le relazioni tra le principali potenze mondiali. Il commercio si è intrecciato con la sicurezza nazionale, la tecnologia con la competizione geopolitica e gli aiuti allo sviluppo con i calcoli politici interni.

Allo stesso tempo, il cambiamento climatico ha subito un’accelerazione. Gli eventi meteorologici estremi sono diventati più frequenti e più distruttivi. I paesi in via di sviluppo, spesso i meno responsabili delle emissioni globali, si sono trovati a dover affrontare le conseguenze più gravi, mentre lottavano sotto il peso di un debito crescente e di finanze pubbliche limitate. Le risorse urgentemente necessarie per l’istruzione, la sanità e infrastrutture resilienti sono state sempre più dirottate verso gli aiuti di emergenza, il servizio del debito e le crescenti spese per la difesa.

Le conseguenze si sono estese ben oltre le singole crisi.

I progressi nella riduzione della povertà hanno subito un drastico rallentamento. La fame ha ricominciato a diffondersi in diverse regioni. Il deficit di finanziamenti per lo sviluppo sostenibile si è ampliato. Le istituzioni internazionali che un tempo simboleggiavano uno scopo collettivo faticavano sempre più a tradurre accordi ambiziosi in un’azione politica duratura.

La sfida che la comunità internazionale si trovava ad affrontare era quindi più fondamentale della semplice attuazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile; comportava affrontare i limiti delle istituzioni e dei metodi esistenti che hanno plasmato la cooperazione internazionale dal 1945, i quali ora richiedono una rinnovata volontà politica e un rinnovato impegno.

Le istituzioni e i metodi che hanno plasmato la cooperazione internazionale dal 1945 potrebbero ancora rispondere in modo efficace senza una rinnovata volontà politica e un rinnovato impegno?

Il mondo disponeva di conoscenze scientifiche, capacità tecnologiche e risorse finanziarie maggiori rispetto a qualsiasi altro momento della storia. Ciò che mancava sempre più era la capacità politica di mobilitare tali risorse attorno a obiettivi comuni.

Il mondo è diventato straordinariamente efficace nel riconoscere i problemi comuni. Si è dimostrato invece notevolmente meno efficace nell’organizzare soluzioni comuni.

Tale osservazione è al centro della crisi attuale. L’interdipendenza non è scomparsa. È diventata oggetto di contesa.

L’esperimento di Amburgo

In questo panorama internazionale in evoluzione, la terza Conferenza di Amburgo sulla sostenibilità, tenutasi il 29 e 30 giugno, ha cercato di rispondere a una domanda concreta. Se i governi da soli non riescono a mobilitare l’entità di azione necessaria per affrontare le sfide globali, come dovrebbe evolversi la cooperazione internazionale?

Ciò che ha contraddistinto la Conferenza di Amburgo sulla sostenibilità rispetto ai precedenti incontri

è stata l’attenzione all’attuazione pratica, sottolineando che la cooperazione globale può evolversi attraverso misure concrete piuttosto che semplici dichiarazioni ed evidenziando la necessità di coalizioni più ampie per affrontare le sfide globali.

Anziché negoziare un’altra dichiarazione universale, la conferenza si è concentrata sull’attuazione, sottolineando che le soluzioni richiedono un’ampia coalizione di attori e consentendo al pubblico di comprendere il proprio ruolo nel plasmare il progresso. Ciò ha rappresentato non tanto un allontanamento dal multilateralismo quanto un tentativo di adattarlo.

I governi rimangono indispensabili. Solo essi possiedono la legittimità per negoziare accordi internazionali, stabilire regole comuni e far rispettare il diritto internazionale. Tuttavia, i governi non detengono più il monopolio sulle risorse finanziarie, sull’innovazione tecnologica o sulle competenze scientifiche necessarie per affrontare sfide quali il cambiamento climatico, la trasformazione digitale e lo sviluppo sostenibile.

La cooperazione internazionale è quindi entrata in una nuova fase. Il suo successo dipende sempre più dalla capacità di collegare l’autorità pubblica con gli investimenti privati, le conoscenze scientifiche e l’impegno civico, preservando al contempo la legittimità che solo le istituzioni internazionali possono fornire.

Non è ancora possibile sapere se tale approccio avrà successo. La storia offre ampie ragioni per l’umiltà.

Alla comunità internazionale non sono mai mancate dichiarazioni ambiziose o accordi negoziati con cura. La sfida maggiore è quasi sempre emersa dopo il ritorno dei delegati nei propri paesi, quando le priorità politiche sono cambiate e l’attuazione si è scontrata con le realtà nazionali. Le conferenze internazionali vengono ricordate meno per le promesse che fanno che per ciò che sopravvive dopo che le sale conferenze tacciono.

Amburgo dovrebbe quindi essere giudicata non in base al numero di iniziative annunciate durante i lavori, ma alla durata dei partenariati che contribuisce a creare e ai risultati concreti che questi producono nel tempo. Questo è il metro di misura con cui la storia probabilmente la valuterà.

Dalle dichiarazioni ai risultati

Uno dei contributi più significativi di Amburgo è consistito nella sua determinazione a colmare il divario sempre più ampio tra ambizione e attuazione.

Per decenni, la diplomazia internazionale ha dimostrato una notevole capacità di definire obiettivi comuni. Dalla Carta delle Nazioni Unite agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e all’Accordo di Parigi sul clima, i governi hanno ripetutamente dimostrato che è possibile raggiungere un accordo su principi generali. Trasformare tali principi in azioni concrete e durature si è rivelato molto più difficile.

Amburgo ha quindi posto un’enfasi insolita sull’attuazione. La sicurezza alimentare ne è stato un esempio. Migliorare la nutrizione durante i primi mille giorni di vita di un bambino non è semplicemente un obiettivo umanitario. Influisce sul rendimento scolastico, sulla salute pubblica, sulla produttività economica e sulla resilienza sociale per decenni. Investire nella nutrizione significa quindi investire nelle capacità umane stesse.

La stessa logica ha guidato le discussioni sulla finanza sostenibile. Il mondo non soffre di carenza di capitali. I mercati finanziari globali dispongono di risorse su una scala senza precedenti nella storia. La sfida consiste nell’indirizzare anche solo una modesta quota di tali risorse verso le società in cui i bisogni di sviluppo sono maggiori, ma i rischi di investimento rimangono elevati.

L’aiuto pubblico allo sviluppo rimane essenziale, in particolare per i paesi più poveri, ma da solo non può colmare il deficit di finanziamento che ostacola il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Mobilitare gli investimenti privati assicurando al contempo che sostengano obiettivi sociali e ambientali a lungo termine è diventata una parte indispensabile della strategia di sviluppo contemporanea.

L’intelligenza artificiale ha introdotto un’altra dimensione. Troppo spesso, l’IA viene discussa principalmente come arena geopolitica. Amburgo ha proposto una prospettiva diversa. L’intelligenza artificiale può diventare un bene pubblico globale? Può rafforzare l’istruzione, la sanità, l’agricoltura e la pubblica amministrazione nei paesi che rischiano di rimanere indietro rispetto alla rivoluzione digitale? Oppure non farà che accentuare le disuguaglianze esistenti tra le società che sviluppano tecnologie avanzate e quelle che si limitano a consumarle?

Queste domande vanno ben oltre l’innovazione. Riguardano la futura distribuzione delle opportunità.

Un’agenda incompiuta

La ricerca di forme più efficaci di cooperazione internazionale non è iniziata ad Amburgo. Ha accompagnato le Nazioni Unite quasi sin dalla loro creazione. Pochi sforzi lo hanno illustrato più chiaramente del lavoro della Commissione Brandt.

Quando la Commissione indipendente sulle questioni di sviluppo internazionale, presieduta dall’ex cancelliere della Germania Ovest e premio Nobel per la pace nel 1971 Willy Brandt, pubblicò nel 1980 il suo storico rapporto Nord–Sud: un programma per la sopravvivenza, mise in discussione molti dei presupposti che avevano plasmato le relazioni tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. La sua tesi centrale era al tempo stesso semplice e di vasta portata: la pace duratura, la prosperità economica e la giustizia sociale non potevano essere separate. Un mondo diviso da disuguaglianze sempre più marcate sarebbe, in ultima analisi, meno sicuro per tutti.

È trascorso quasi mezzo secolo da quando quel rapporto è stato pubblicato. Il panorama geopolitico si è trasformato. La Guerra Fredda è finita. La globalizzazione ha ridisegnato il commercio e la produzione. Le tecnologie digitali hanno modificato il funzionamento delle economie. Sono emerse nuove potenze, mentre il cambiamento climatico è diventato una sfida determinante per ogni società.

Eppure la tesi centrale della Commissione Brandt si è solo rafforzata. Lo sviluppo non è più semplicemente un obiettivo economico. È diventato una condizione essenziale per la stabilità internazionale.

Il cambiamento climatico, il debito sovrano, l’insicurezza alimentare, le pandemie, la migrazione e la disuguaglianza tecnologica dimostrano tutti che la prosperità non può rimanere al sicuro laddove altrove persistono privazioni e instabilità. L’interdipendenza descritta da Brandt è diventata più complessa, ma non è scomparsa. Semmai, è diventata più visibile.

Un nuovo dialogo Sud-Nord

In questo contesto, la creazione della Commissione Sud-Nord merita un’attenzione particolare. La sua importanza risiede non tanto nella sua istituzione quanto nelle questioni che essa intende riaprire. Il rapporto tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo può andare oltre i modelli tradizionali di aiuto per evolversi verso un vero e proprio partenariato? Il finanziamento dello sviluppo può essere organizzato su una scala commisurata alle sfide odierne? L’innovazione tecnologica può essere condivisa in modo più equo? Le istituzioni internazionali possono riconquistare la fiducia necessaria per mobilitare un’azione collettiva?

Queste domande non sono né nuove né di facile risposta. La storia ci esorta all’umiltà. Le commissioni internazionali vengono ricordate non per l’eleganza delle loro relazioni, ma per la volontà dei governi di agire sulla base delle loro raccomandazioni.

La Commissione Brandt ha contribuito a rimodellare il pensiero globale, anche se molte delle sue proposte sono state attuate solo in parte. La Commissione Sud-Nord dovrà affrontare un contesto internazionale ancora più impegnativo, caratterizzato da rivalità geopolitiche, debito crescente, rallentamento della crescita e calo della fiducia nelle istituzioni multilaterali.

L’importanza del suo avvio non può essere misurata dal suo successo. Sarà valutata in base alla qualità della sua analisi, alla praticabilità delle sue raccomandazioni e, soprattutto, alla capacità dei governi di dimostrare la determinazione politica ad agire di conseguenza. Questo giudizio non spetta agli osservatori di oggi, ma alla storia.

Le Nazioni Unite a ottant’anni

L’ottantesimo anniversario delle Nazioni Unite non invita né alla celebrazione né alla disperazione. Invita piuttosto a guardare le cose con prospettiva. L’Organizzazione è stata spesso criticata – e non senza ragione – per non essere riuscita a prevenire i conflitti, a superare le divisioni politiche o a riformare istituzioni le cui strutture riflettono ancora l’equilibrio di potere emerso dalla Seconda guerra mondiale.

Eppure questa è solo una parte della sua storia. Le Nazioni Unite vengono spesso giudicate in base alle crisi che non riescono a risolvere.

Meno spesso consideriamo le innumerevoli forme di cooperazione internazionale che dipendono da istituzioni comuni. L’aviazione civile, il diritto marittimo, la sorveglianza delle malattie, la protezione dei rifugiati, gli aiuti umanitari, le telecomunicazioni internazionali, la meteorologia e innumerevoli standard tecnici raramente attirano l’attenzione dell’opinione pubblica proprio perché sono diventati parte del normale funzionamento della vita internazionale.

Il loro silenzioso successo rimane uno dei risultati meno apprezzati dell’Organizzazione. Forse è inevitabile. Le istituzioni finiscono sui titoli dei giornali quando falliscono.

Raramente ricevono la stessa attenzione quando, giorno dopo giorno, prevengono il disordine, facilitano la cooperazione e sostengono silenziosamente il quadro su cui si basa un mondo interconnesso.

La storia delle Nazioni Unite non è quindi né una storia di successi ininterrotti né di fallimenti persistenti. È una storia di adattamento. Dal mantenimento della pace e dalla decolonizzazione allo sviluppo sostenibile e alla diplomazia climatica, l’Organizzazione ha ripetutamente ampliato la propria comprensione di ciò che la sicurezza internazionale richiede. Quella capacità di evolversi potrebbe rivelarsi la sua più grande forza.

Il prossimo capitolo

La storia raramente procede in linea retta. L’evoluzione della cooperazione internazionale non è mai stata una progressione costante dal conflitto al consenso. È avanzata attraverso cicli di crisi e rinnovamento, delusione e reinvenzione.

Le istituzioni create a San Francisco nel 1945 nacquero esse stesse da una catastrofe. La Commissione Brandt emerse durante un altro periodo di incertezza globale. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile riflettevano l’ottimismo di un mondo più interconnesso. Amburgo fa parte di questa storia in continuo divenire — non come suo culmine, ma come un ulteriore tentativo di adattare la cooperazione internazionale alle realtà in mutamento.

Non è ancora possibile sapere se tale tentativo avrà successo.

Le conferenze internazionali non cambiano il mondo con le dichiarazioni che producono. Hanno importanza solo quando influenzano decisioni prese molto tempo dopo che le sale congressuali si sono svuotate. La storia le giudica non in base all’eleganza dei loro comunicati, ma alle conseguenze pratiche che ne derivano.

Amburgo non dovrebbe quindi essere vista né come una svolta né come una delusione. È meglio considerarla un monito. Un monito sul fatto che la cooperazione internazionale non può rimanere statica mentre il mondo che la circonda si trasforma. Le istituzioni devono evolversi. I partenariati devono ampliarsi. I finanziamenti devono diventare più innovativi. La tecnologia deve essere gestita con maggiore saggezza. Soprattutto, i governi devono riscoprire la volontà politica di perseguire interessi comuni a lungo termine anche quando le pressioni nazionali a breve termine puntano in un’altra direzione.

La sfida che la comunità internazionale si trova oggi ad affrontare va quindi oltre l’attuazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile o la riforma delle singole istituzioni. La questione è se le abitudini di cooperazione costruite con grande impegno nel corso di otto decenni possano sopravvivere a un’era sempre più caratterizzata da rivalità geopolitiche, competizione strategica e fiducia in declino.

La risposta non si troverà in una singola conferenza. Né sarà determinata da una singola istituzione. Dipenderà dal fatto che governi, imprese, organizzazioni internazionali, scienziati e società civile riconoscano che l’interdipendenza non è più una scelta politica. È la condizione determinante del XXI secolo.

I fondatori delle Nazioni Unite lo avevano compreso attraverso l’esperienza della guerra. La nostra generazione deve affrontare prove diverse. Il cambiamento climatico non conosce confini. Le pandemie si diffondono più velocemente della diplomazia. L’intelligenza artificiale mette in discussione i sistemi di governance esistenti. L’instabilità finanziaria si diffonde da un continente all’altro in pochi istanti.

Nessuna di queste sfide può essere contenuta entro i confini nazionali. Ciascuna richiede una cooperazione su una scala che spesso appare politicamente difficile, ma che è diventata storicamente inevitabile. Forse è questa la lezione duratura che collega San Francisco, la Commissione Brandt e Amburgo nel corso di otto decenni.

Non che la cooperazione internazionale sia mai completa. Ma ogni generazione è chiamata a rinnovarla.

I fondatori delle Nazioni Unite non credevano di stare creando un mondo perfetto. Avevano compreso qualcosa di più semplice e al tempo stesso più impegnativo: la cooperazione non era la via più facile. Era quella necessaria.

Ottant’anni dopo, la distribuzione del potere è cambiata. La tecnologia ha trasformato la condizione umana. Le sfide che l’umanità deve affrontare si sono moltiplicate. Eppure la domanda fondamentale rimane sorprendentemente familiare.

Le nazioni sono ancora in grado di riconoscere che i propri interessi a lungo termine sono indissolubilmente legati al bene comune?

I fondatori delle Nazioni Unite hanno scritto il primo capitolo della cooperazione internazionale organizzata. Se la nostra generazione possieda la determinazione necessaria per scriverne il prossimo rimane una delle domande fondamentali del nostro tempo.

*Affiliato all’ACUNS, il Consiglio Accademico delle Nazioni Unite, e giornalista di grande esperienza con sessant’anni di carriera professionale come freelance, direttore dell’Inter Press Service e fondatore-direttore di IDN-InDepthNews. La sua competenza si basa su un’ampia attività di reportage sul campo e su una copertura completa di conferenze ed eventi internazionali.
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Other news. L’Europa sta bruciando: l’ondata di caldo mortale che mette a nudo la criminalità del capitalismo fossile e l’economia del genocidio.

img_7945L’Europa sta bruciando: l’ondata di caldo mortale che mette a nudo la criminalità del capitalismo fossile e l’economia del genocidio

Di Michael Leonardi* – CounterPunch

L’Europa è in fiamme. Ondate di calore da record hanno colpito il continente, spingendo le temperature oltre i 40 °C (104 °F) in diversi paesi, mettendo a dura prova le infrastrutture, sovraccaricando gli ospedali e causando migliaia di vittime. Non si tratta di un disastro naturale. È il risultato prevedibile e redditizio di decenni di dipendenza dai combustibili fossili e di sfruttamento capitalistico.

Secondo una analisi che fa riflettere pubblicata da The Economist, il picco di calore di fine giugno potrebbe causare circa 12.000 decessi in eccesso in tutta Europa. Lo studio, che ha preso in esame 854 città, dimostra che il cambiamento climatico causato dall’uomo ha reso questo evento molto più letale di quanto sarebbe stato altrimenti. La sola Francia ha già segnalato oltre 1.000 decessi in eccesso, mentre anche Spagna, Italia e Germania stanno subendo pesanti perdite, e i paesi del nord — spesso meno preparati al caldo — devono affrontare temperature ben superiori ai 30 °C. Gli anziani e i poveri stanno pagando il prezzo più alto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato oltre 1.300 decessi in eccesso legati al caldo dal 21 giugno.

Gli oceani raccontano una storia ancora più cupa. Nel giugno 2026, le temperature globali della superficie del mare hanno raggiunto un nuovo record storico, toccando medie di 21,0 °C secondo il Copernicus Marine Service dell’UE — superando i precedenti record stabiliti nel 2023 e nel 2024. Gli scienziati avvertono che stiamo entrando in «territorio inesplorato», con ondate di calore marine che si espandono e si intensificano. Un El Niño particolarmente intenso ha gettato ulteriore benzina sul fuoco di un pianeta già in fiamme, ma la causa principale è chiara: decenni di emissioni di carbonio incontrollate da parte dell’industria dei combustibili fossili.

Questa non è sfortuna. Si tratta di omicidio di massa per profitto.

I giganti dei combustibili fossili — ExxonMobil, Shell, BP, Chevron, l’italiana ENI — sanno da mezzo secolo che i loro prodotti stanno surriscaldando il pianeta. Hanno mentito, hanno esercitato pressioni, hanno temporeggiato e hanno continuato a perforare, a praticare il fracking e ad espandersi. Solo nel 2025, l’ENI ha registrato utili netti rettificati pari a circa 5 miliardi di euro, mentre le major petrolifere europee hanno collezionato collettivamente guadagni eccezionali e scandalosi. Greenpeace e altri rapporti hanno ripetutamente denunciato come queste aziende continuino a dare priorità all’estrazione piuttosto che alla sopravvivenza, pur cercando di abbellire la propria immagine con investimenti simbolici nella “transizione” che ammontano a una frazione della loro spesa per i combustibili fossili.

L’ENI è stata profondamente coinvolta in accordi energetici legati alle operazioni di Israele nelle acque palestinesi occupate, fornendo petrolio greggio che alimenta l’apparato militare che sta compiendo quelle che molti esperti legali descrivono come azioni genocidarie a Gaza. Il capitale fossile non si limita a riscaldare il pianeta: alimenta le guerre e le occupazioni che accelerano il collasso ecologico.

In nessun altro ambito ciò risulta più scandaloso che nella fusione tra guerra e distruzione ecologica. Le forze armate mondiali — guidate dagli Stati Uniti e dai loro alleati — sono tra i maggiori emettitori istituzionali del pianeta. I genocidi in corso a Gaza e in Sudan, e le guerre in Ucraina, in Iran e altrove, riversano nell’atmosfera decine di milioni di tonnellate di CO₂ attraverso aerei, carri armati, bombe e attività di ricostruzione che consumano ingenti quantità di carburante. Ogni missile sparato, ogni drone lanciato, ogni città ridotta in macerie accelera proprio quel collasso climatico che rende queste ondate di calore ancora più letali. La guerra non è separata dalla crisi climatica: ne è uno dei motori più feroci.

I nuovi sacerdoti dell’era digitale — i data center iperscalabili che alimentano l’intelligenza artificiale — stanno aggiungendo un enorme carico di calore a un pianeta già surriscaldato. Nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh a livello globale, pari all’1,5% circa dell’elettricità mondiale, e si prevede che tale consumo quasi raddoppi entro il 2030. In Europa, la domanda sta esplodendo. Un singolo grande centro di addestramento per l’IA può consumare tanta energia quanto 100.000 famiglie, mentre il calore che generano aumenta le temperature superficiali del suolo locale in media di 2 °C, con picchi che in alcune aree raggiungono i 9 °C. Il boom dell’IA non è una «tecnologia pulita»: è un altro vorace consumatore di energia fossile in un sistema che non può smettere di crescere.

Ancora più terrificante è il limite invalicabile del corpo umano. Gli scienziati definiscono una temperatura del bulbo umido di 35 °C (95 °F) come la soglia teorica di sopravvivenza — il punto in cui, anche all’ombra e con acqua illimitata, il corpo umano non è più in grado di raffreddarsi attraverso la sudorazione. Studi recenti dimostrano che lo stress da calore letale si sta già verificando a livelli di bulbo umido inferiori, specialmente per gli anziani e per chi soffre di patologie preesistenti. Durante questa ondata di caldo, ampie zone dell’Europa meridionale si sono avvicinate o hanno superato soglie pericolose, in cui la mortalità aumenta drasticamente. Non stiamo solo perdendo il comfort. Stiamo perdendo le condizioni ambientali fondamentali necessarie alla sopravvivenza umana.

Gli scettici continuano a tirare fuori argomenti triti e ritriti: «Sono solo cicli naturali», «I modelli sono sbagliati» o «Gli allarmisti come Guy McPherson prevedono la fine del mondo da anni». McPherson, il controverso ecologista che da tempo mette in guardia dall’estinzione umana a breve termine, continua a sostenere che stiamo assistendo a un collasso improvviso e irreversibile guidato da circuiti di retroazione: il rilascio di metano nell’Artico, lo scioglimento del permafrost e il riscaldamento accelerato. Sebbene la sua tempistica esatta rimanga oggetto di dibattito, la scienza alla base delle sue affermazioni — il riscaldamento fuori controllo e i punti di non ritorno — è sempre più confermata dalle osservazioni scientifiche mainstream. Il bilancio reale dei negazionisti è fatto di continui fallimenti: ogni previsione di «raffreddamento» o «stabilizzazione» è stata smentita da dati inarrestabili sulle temperature, dallo scioglimento dei ghiacci e dall’innalzamento del livello dei mari. Il loro scetticismo non è scienza: è la difesa ideologica di un modello di profitto ormai moribondo.

L’Europa ama definirsi un leader in materia di clima. In realtà, rimane pericolosamente impreparata. La maggior parte delle città non dispone di adeguate infrastrutture di raffreddamento. I piani d’azione contro il caldo sono inadeguati. Le popolazioni vulnerabili vengono abbandonate a soffrire e morire, mentre i governi danno priorità ai profitti delle aziende e ai bilanci militari rispetto alla sopravvivenza umana.

Il messaggio di questa ondata di caldo è brutalmente semplice: non ci stiamo più avvicinando all’abisso. Siamo in caduta libera. Ogni frazione di grado in più significa più cadaveri, più sofferenza e più danni irreversibili all’unica casa che abbiamo.

Il tempo delle mezze misure e delle promesse di «greenwashing» è ormai finito da un pezzo. Abbiamo bisogno di uno smantellamento spietato e immediato dell’economia dei combustibili fossili, della fine delle guerre che la alimentano e di un riorientamento radicale verso una giustizia autentica — per le persone e per il pianeta.

Il caldo non sta arrivando. È già qui. E anche con lo smantellamento del sistema criminale che lo alimenta, è probabile che la situazione non faccia che peggiorare — fino a diventare insostenibile. Esistono strategie che potrebbero aiutare a fornire un po’ di sollievo temporaneo se il mondo collaborasse e cooperasse per attuarle. La lotta per l’esistenza umana è iniziata. La domanda è se combatteremo con l’urgenza che questo momento richiede per dare priorità alla nostra comune umanità e al nostro pianeta, piuttosto che permettere che tutto continui come al solito.

*Giornalista e attivista residente in Italia.
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Il terremoto in Venezuela e la politica della catastrofe

Di Vijay Prashad* – Instituto Tricontinental de Investigación Social

Il Venezuela si sta ricostruendo nel mezzo di una guerra dell’informazione che nasconde gli effetti delle sanzioni, del congelamento dei beni e di decenni di guerra economica statunitense, e trasforma la sofferenza umana in un ulteriore pretesto per screditare il processo bolivariano.

Il 24 giugno 2026, una serie di terremoti consecutivi ha scosso il Venezuela, a pochi mesi dal bombardamento della capitale da parte degli Stati Uniti e dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata dell’Assemblea Nazionale Cilia Flores. Quest’anno è stato crudele per il Venezuela, il cui popolo è stato sotto l’attacco degli Stati Uniti sin dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana. Il bollettino di questa settimana include il nostro ultimo allarme rosso, La verità tra le macerie, pubblicato in collaborazione con l’Assemblea Internazionale dei Popoli, ALBA Movimientos, Sociedad Patriótica, Unión Comunera, Fuerza Patriótica Alexis Vive e il Frente Francisco de Miranda. È riportato di seguito ed è disponibile una versione stampabile qui.

La verità tra le macerie

I disastri naturali rivelano ben più del semplice movimento delle placche tettoniche: la forza delle società, la resilienza delle comunità e le falle politiche che determinano quale sofferenza viene vista e quale viene strumentalizzata. A poche ore dai devastanti terremoti che hanno scosso il Venezuela il 24 giugno 2026, i social media e alcuni settori della stampa internazionale stavano già diffondendo narrazioni già note. Ancor prima che le operazioni di soccorso potessero iniziare sul serio, il disastro si era trasformato in un altro campo di battaglia nella lunga campagna guidata dagli Stati Uniti per minare il processo bolivariano avviato dall’elezione di Hugo Chávez nel 1998.

Nulla di tutto ciò deve sminuire l’immensa tragedia che il popolo venezuelano sta affrontando. Interi quartieri sono stati devastati. Centinaia di edifici sono crollati. Ospedali, strade, ponti e altre infrastrutture pubbliche sono in rovina. Le famiglie continuano a cercare i propri cari mentre le squadre di soccorso lottano contro la pioggia, le scosse di assestamento e le difficoltà di accesso via strada. Ma la solidarietà richiede più della semplice compassione, richiede la verità. Per questo motivo, l’allerta rossa n. 22, La verità tra le macerie, esamina alcuni dei miti più diffusi che circolano sul terremoto e li confronta con le prove disponibili.

Mito 1: Il governo del Venezuela non ha reagito in modo efficace al terremoto

È necessario comprendere la portata della catastrofe prima di poter esprimere un giudizio serio. Il numero dei decessi aumenta ogni giorno man mano che le squadre di primo intervento e i volontari setacciano le macerie, con decine di migliaia di persone ancora disperse. Quasi 200 edifici sono crollati completamente e centinaia di altri sono stati parzialmente distrutti. Anche gli ospedali che normalmente accoglierebbero i feriti sono stati a loro volta danneggiati. Un ponte importante e diverse strade hanno subito danni nello stato di La Guaira, che tra i sei stati colpiti è stato quello in cui il terremoto ha colpito con maggiore intensità, rendendo estremamente difficile il trasferimento delle attrezzature e delle squadre di soccorso nelle zone colpite. Le piogge incessanti e le quasi 800 scosse di assestamento hanno complicato ulteriormente le operazioni di soccorso, mentre il crollo parziale dell’aeroporto di Caracas ha costretto le squadre di soccorso internazionali a raggiungere il Paese attraverso aeroporti più distanti per poi spostarsi su strada. Nessun Paese dispone di una capacità di emergenza illimitata di fronte a una distruzione di questa portata.

Tuttavia, il Venezuela ha affrontato questa catastrofe con un peso aggiuntivo che pochi paesi hanno sperimentato su questa scala: anni di guerra economica attraverso misure coercitive unilaterali imposte principalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Queste misure hanno congelato oltre 30.000 milioni di dollari di beni pubblici venezuelani che, altrimenti, avrebbero potuto rafforzare la preparazione alle catastrofi, modernizzare le infrastrutture e finanziare le riserve di emergenza. Hanno gravemente limitato la capacità del Paese di acquistare attrezzature specializzate per il soccorso, macchinari pesanti, medicinali, pezzi di ricambio e materiali da costruzione, e hanno causato una migrazione di massa.

L’inasprimento delle sanzioni promosso dagli Stati Uniti nel 2017 ha accelerato l’emigrazione e provocato una massiccia fuga di lavoratori dai servizi pubblici essenziali. La relatrice speciale delle Nazioni Unite, Alena Douhan, ha riferito che, nel 2021, i servizi pubblici avessero perso tra il 30% e il 50% del proprio personale, tra cui molti medici, infermieri, ingegneri, insegnanti, giudici e altri professionisti qualificati, e molti ospedali pubblici hanno segnalato che tra il 50% e il 70% dei posti di specialisti erano vacanti. Questa perdita di personale ha indebolito la capacità di risposta alle emergenze del Paese: meno lavoratori qualificati, carichi di lavoro più pesanti per chi è rimasto e servizi pubblici meno in grado di intervenire in caso di calamità.

Gli effetti delle catastrofi naturali non possono essere separati dalle condizioni politiche ed economiche in cui si verificano. Tuttavia, il Venezuela non è una vittima indifesa. Nonostante il devastante costo in termini di vite umane, il Paese ha iniziato a riprendersi lentamente. Dopo una contrazione del 75 % del PIL tra il 2013 e il 2021, il PIL del Venezuela è cresciuto di circa il 9 % nel 2024 e ancora una volta nel 2025. È passato dall’importare oltre il 70 % del proprio approvvigionamento alimentare nel 2017 a produrne il 96 % a livello nazionale entro marzo 2026. I proventi petroliferi, che erano scesi da 93.000 milioni di dollari nel 2012 a 4.200 milioni di dollari nel 2020, si erano ripresi fino a raggiungere circa 18.000 milioni di dollari negli ultimi anni. La vita non era priva di sfide significative, né il Paese era tornato ai livelli pre-crisi, ma — nonostante le circa 1.000 misure coercitive unilaterali ancora in vigore — l’economia, le infrastrutture, i servizi pubblici e la qualità della vita di gran parte della popolazione venezuelana avevano iniziato a migliorare, compresa la risposta alle catastrofi.

Mito 2: Il governo venezuelano sta bloccando gli aiuti umanitari

Forse l’affermazione che ha avuto maggiore diffusione è stata quella secondo cui le autorità venezuelane avrebbero deliberatamente impedito ai volontari e agli aiuti di raggiungere le comunità colpite. Tuttavia, le moderne operazioni di ricerca e soccorso dipendono da un coordinamento meticoloso. I cani da soccorso hanno bisogno di silenzio per individuare i sopravvissuti sotto le macerie. I mezzi pesanti richiedono vie di accesso libere. Le ambulanze hanno bisogno di strade senza ingorghi. Il movimento disorganizzato di migliaia di civili nelle zone colpite dal disastro, per quanto ben intenzionato, può ostacolare le operazioni di soccorso e costare vite umane.

I resoconti dal campo indicano che i veicoli di soccorso rimanevano bloccati nel traffico civile. Percorsi che normalmente richiedono 40 minuti richiedevano ore. Le ambulanze che trasportavano vittime gravemente ferite subivano ritardi a causa di strade congestionate e impraticabili. Limitare l’accesso alle zone colpite dal disastro non è, quindi, una prova di repressione, ma piuttosto una prassi standard in caso di emergenza adottata in tutto il mondo.

Allo stesso tempo, la partecipazione organizzata dei volontari è stata ampia sin dall’inizio, con migliaia di persone registrate formalmente dopo il 26 giugno per svolgere operazioni di soccorso coordinate insieme ai servizi di emergenza professionali, garantendo che la solidarietà rafforzi, anziché ostacolare, le operazioni di soccorso. La questione non è mai stata se i civili debbano aiutare, ma se l’assistenza sia organizzata in modo da salvare vite umane.

Mito 3: Le comunità colpite vengono trascurate dal governo venezuelano

Il primo giorno della tragedia, gli sforzi congiunti della Protezione Civile, delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB), della polizia e delle famiglie e comunità delle vittime hanno permesso di trarre in salvo 2.407 persone dalle zone più colpite di La Guaira. Entro il primo luglio, una settimana dopo il terremoto, erano stati dispiegati in tutta l’area del disastro circa 26.000 effettivi provenienti da organismi di protezione civile, servizi di emergenza, polizia, forze armate e altre istituzioni pubbliche. Circa 17.000 volontari si erano formalmente uniti alle operazioni di soccorso. In tutte le zone colpite sono state salvate 6.461 persone. Le autorità hanno coordinato gli sforzi di soccorso con oltre 4.000 membri di squadre di soccorso straniere e almeno 41 delegazioni internazionali che partecipano alle iniziative umanitarie. La risposta umanitaria ha già distribuito direttamente quasi 9 milioni di chilogrammi di generi alimentari, circa 28.000 pacchi alimentari e 3,2 milioni di litri di acqua potabile nelle zone colpite — cifre che aumentano significativamente ogni giorno grazie agli sforzi di soccorso in corso e ai resoconti quotidiani dell’Assemblea Nazionale. Oltre 80.000 famiglie hanno ricevuto assistenza, che comprende generi alimentari, trasporti, assistenza medica, sostegno psicologico e alloggi di emergenza.

Le équipe mediche hanno prestato assistenza a oltre 17.000 persone in ospedali, cliniche da campo e centri di triage di emergenza. L’erogazione di energia elettrica è stata in gran parte ripristinata in tutte le zone colpite. Le accuse secondo cui le abitazioni costruite nell’ambito della Gran Misión Vivienda Venezuela — il programma emblematico del governo in materia di alloggi, che ha fornito una casa a 5,2 milioni di famiglie — fossero di scarsa qualità sono crollate quando anche quelle costruite dai governi precedenti e da appaltatori privati hanno subito danni simili. Sono stati aperti 13 grandi centri di accoglienza a La Guaira, e ce ne sono altri 12 operativi a Caracas, Miranda e in altri stati colpiti, oltre a iniziative di ampliamento in corso. Nessuno di questi risultati cancella l’enorme sofferenza che persiste. Ma dimostrano che, lungi dal restare con le mani in mano, le istituzioni pubbliche del Venezuela e migliaia di cittadin*e organizzate continuano gli sforzi di soccorso in condizioni straordinariamente difficili.

Mito 4: La preoccupazione degli Stati Uniti per il Venezuela può essere separata dalla loro guerra ibrida

Ogni contributo umanitario autentico merita riconoscimento, indipendentemente dalla sua origine. Ma i gesti umanitari non possono essere separati dalla realtà politica più ampia né dal contesto storico. Gli Stati Uniti continuano a imporre sanzioni che hanno sistematicamente indebolito l’economia del Venezuela, limitato il suo accesso alla finanza internazionale, bloccato le importazioni di beni essenziali e congelato miliardi di dollari che appartengono al popolo venezuelano. Non si può elogiare l’assistenza umanitaria e, allo stesso tempo, mantenere politiche che aggravano le emergenze umanitarie.

Le sanzioni e altre misure coercitive unilaterali sono spesso politicamente efficaci proprio perché sono invisibili. A differenza delle bombe, raramente producono immagini drammatiche. Al contrario, erodono lentamente i sistemi sanitari pubblici, le infrastrutture, la capacità produttiva e le istituzioni statali nel corso di molti anni. Quando infine si verifica una catastrofe, le istituzioni indebolite vengono presentate come prova dell’incompetenza del governo, anziché come l’effetto cumulativo di una guerra economica deliberata. Il costo umano di questa guerra economica è stato devastante: le sanzioni statunitensi hanno causato oltre 40.000 decessi tra il 2017 e il 2018 e hanno messo 300.000 persone a rischio di subire la stessa sorte, non avendo accesso a farmaci o cure essenziali.

Circa 31 tonnellate di oro venezuelano — valutate a circa 1.950 milioni di dollari nel 2020 — sono ancora trattenute presso la Banca d’Inghilterra dopo che il Regno Unito si è allineato alla campagna di pressione di Washington contro il Venezuela. Il Paese deve inoltre far fronte a un debito stimato in circa 240.000 milioni di dollari, che comprende obbligazioni sovrane e della PDVSA in sofferenza, interessi maturati, fatture non pagate, lodi arbitrali e prestiti bilaterali. Sebbene le sanzioni finanziarie imposte nel 2017 non abbiano generato l’intero debito, hanno isolato il Venezuela dai mercati finanziari statunitensi e limitano gravemente la sua capacità di pagare gli interessi e ristrutturare i propri debiti. Il continuo blocco dei beni e l’eccesso di debito ostacolano gli sforzi del Paese per ricostruire le infrastrutture, fornire alloggi e assistere con dignità i sopravvissuti.

Il gesto umanitario più significativo oggi non sarebbe un’altra dichiarazione di preoccupazione. Sarebbe invece l’immediata revoca di tutte le misure coercitive unilaterali e lo sblocco dei beni sovrani congelati del Venezuela a fini di ricostruzione.

Mito 5: Il terremoto dimostra che il processo bolivariano ha fallito

Il disastro ha messo in luce la capacità di una società organizzata, in grado di agire collettivamente sotto una pressione straordinaria. Le comuni, le organizzazioni di quartiere, le reti sanitarie pubbliche, i sistemi di distribuzione alimentare, le brigate di volontari e le istituzioni locali costruite nel corso di decenni sono diventate indispensabili per la risposta all’emergenza. In tutto il Paese, le comunità organizzate hanno mobilitato cibo, alloggi, trasporti, assistenza medica e volontari attraverso strutture che risalgono a ben prima del terremoto.

Nessuna società può eliminare la sofferenza causata da un disastro di questa portata. Ma le società con comunità organizzate sono solitamente meglio preparate a resistere e a rispondere a tali crisi rispetto a quelle che dipendono esclusivamente dai mercati e dall’iniziativa privata. Questa resilienza non è nata spontaneamente. Si basa su decenni di investimenti nell’istruzione pubblica, nell’alfabetizzazione, nell’assistenza sanitaria e nell’organizzazione comunitaria. Dall’inizio del processo bolivariano, milioni di venezuelani hanno avuto accesso all’istruzione, l’analfabetismo è stato sradicato, nuove università pubbliche hanno ampliato l’istruzione superiore e gli investimenti pubblici nella sanità sono aumentati drasticamente. Nonostante i danni inflitti dalla guerra ibrida guidata dagli Stati Uniti, questi progressi hanno rafforzato non solo gli indicatori sociali, ma anche le forme di organizzazione collettiva che diventano indispensabili nei momenti di emergenza nazionale.

Per il popolo venezuelano, devono essere adottate le seguenti misure:

1. Tutte le misure coercitive unilaterali, comprese le sanzioni economiche, imposte al Venezuela devono essere revocate immediatamente, e i beni pubblici venezuelani che rimangono congelati, trattenuti o comunque inaccessibili all’estero devono essere sbloccati.

2. Si deve porre fine a ogni forma di intervento straniero.

3. Il debito estero del Venezuela deve essere cancellato.

4. Gli aiuti umanitari devono essere coordinati con le istituzioni pubbliche e le comunità organizzate del Venezuela, anziché essere utilizzati come strumento di intervento politico o militare.

5. I movimenti internazionali devono continuare a sostenere il popolo venezuelano anche molto tempo dopo che l’attenzione dei media internazionali, inevitabilmente, si sarà spostata su altre questioni.

Le calamità naturali non si possono prevenire. Ma il fatto che si trasformino in catastrofi umanitarie dipende da decisioni politiche. Il popolo venezuelano si trova ora ad affrontare l’immensa sfida di ricostruire case, scuole, ospedali e comunità, mentre subisce le conseguenze di decenni di guerra economica. Pertanto, la solidarietà internazionale deve significare più della semplice compassione: deve respingere i miti promossi dai nemici del Venezuela, esigere la fine delle sanzioni e delle restrizioni sui beni che hanno indebolito la capacità di risposta del Venezuela e difendere il diritto del Paese a riprendersi, ricostruirsi e determinare il proprio futuro libero da coercizioni esterne.

*Direttore esecutivo dell’Istituto Tricontinentale di Ricerca Sociale.

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