Monthly Archives: maggio 2017

Anteprima

92be8b1b76a41af396b70a43d70707a489x111Don Lorenzo Milani. Martedì 20 giugno in Facoltà teologica a Cagliari.

Campagna Ero Straniero – L’umanità che fa bene

1ero-stranieroMartedì 6 giugno
18813713_284weaa837061977171_1029665250984258969_n
************* Le adesioni delle organizzazioni locali

2 giugno

2-giugno-2017-a-ca

Oggi mercoledì 31 maggio 2017

————————————Il commento——————————————–
democraziaoggiCaro Pigliaru, a quando le dimissioni?
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Caro Pigliaru,
ti scrivo con la preoccupazione del cittadino e l’ansia dell’amico. Lo faccio per spirito di servizio verso la Sardegna, di cui per un decennio ho avuto l’onore d’essere rappresentante in Consiglio regionale, e per l’istintivo senso di protezione che si ha verso uno […]
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sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. SardegnaCheFare? Rapporto Crenos 2017: la consegna è sorridere, ma purtroppo la realtà ci dice che non c’è ragione di farlo
UNA QUESTIONE DI ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA’ DIFFUSA
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di Marco Zurru, su fb
—————————————Beni Comuni Urbani———————————–
labsusAddio postmoderno, benvenuto expostModerno. A Bari un crowdfunding per #uncinematuttonostro
Giovanna Magistro – 30 maggio 2017, su LabSus.
Ci parlano di un’Italia di giovani disoccupati, Neet e in fuga dal nostro paese. Noi vi vogliamo parlare anche di altri giovani, protagonisti nella società. Giovani rivoluzionari, capaci di avviare esperienze innovative che cambiano il volto delle loro città e di chi le vive.(…)
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SOCIETÀ E POLITICA »GIORNALI DEL GIORNO» ARTICOLI DEL 2017
eddyburgLe buone carte per un gioco truccato
di Norma Rangeri, su il manifesto, ripreso da eddyburg.
«Se è vero che l’Italia è un laboratorio politico, è arrivato il momento per la sinistra di presentarne uno serio e credibile all’opinione pubblica, non da ultimo dandogli un nome e un volto». il manifesto, 30 maggio 2017 (p.d.)
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programma_Unica&Imprese_2017_008
Tutte le informazioni sul sito web di Unica.
********* Registrazione all’evento.
logo_crea-unica-01_trasparente_white-01E’ online il sito web di Crea.Unica.
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linkiesta logoIl lavoro è un diritto, ma se non crea ricchezza sociale non serve a nulla
I militanti del Movimento 5 Stelle sono scesi a manifestare per il “diritto al non lavoro”, il reddito di cittadinanza. Ma il vero problema dell’Italia non è l’articolo 1 della Costituzione, quanto il ripensamento di un modello di società e di mobilità sociale al passo coi tempi
di Francesco Luccisano , Stefano Zorzi, su LinKiesta.

Sussidiarietà e Lavoro

lavoroxlavoroSussidarietà per una nuova socialità che mette al centro la persona e porti al ridisegno delle Istituzioni
di Franco Meloni

Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente del Comitato scientifico della Settimana sociale dei cattolici italiani (a Cagliari dal 26 al 29 ottobre sul tema, suggerito da Papa Francesco, “Il lavoro che vogliamo libero, creativo, partecipativo, solidale”), ha spiegato che il filo conduttore del Convegno sarà “il principio di sussidiarietà, che richiama un’esigenza di raccordo degli ordini civili articolandoli in modo che nessuno possa avanzare la pretesa di possedere il monopolio degli interventi sulla società”.
Sul concetto di sussidiarietà ci sembra utile fornire sintetici elementi di chiarificazione. In un secondo intervento cercheremo di ragionare sulle sue implicazioni nella gestione dei beni comuni, rispetto alla creazione di lavoro e della sua valorizzazione nei termini esplicitati dal tema convegnistico.
La sussidiarietà come principio di organizzazione sociale trova accoglimento e sistematizzazione teorica nella dottrina sociale della Chiesa cattolica. Il primo documento che la contiene è l’enciclica Rerum Novarum (1891) di papa Leone XIII. Successivamente la Chiesa ha ulteriormente elaborato il concetto attraverso le encicliche di altri Papi: Pio XI Quadragesimo Anno (1931); Giovanni XXIII Mater et magistra (1961); Giovanni Paolo II Centesimus annus (emanata nel 1991 nel centenario della “Rerum Novarum”), la quale ultima riafferma e attualizza le precedenti elaborazioni: «Disfunzioni e difetti dello Stato assistenziale derivano da un’inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune». - segue -

Lavoro, lavoro, lavoro

agendala_2012_990Il problema numero uno è il lavoro (e non solo da noi): sono possibili risposte globali ?
LAVORO
di Leonardo Becchetti sul blog La felicità sostenibile.

Il problema numero uno nel nostro paese è quello del lavoro. Un problema sul quale bisogna fare chiarezza statistica prima di tutto. Gli ultimi dati BCE fanno un importante passo in avanti andando oltre il tasso di disoccupazione classico e mettendo assieme ad esso la quota degli inattivi (coloro che non cercano occupazione) scoraggiati e la quota di chi lavora meno ore di quelle che vorrebbe (che cattura tutti coloro che fanno qualche ora di lavoro o sono impegnati in tirocini e quindi non hanno un vero e proprio posto di lavoro). Se consideriamo la somma di questi tre gruppi abbiamo un tasso di insoddisfazione derivante dalla mancanza di un lavoro degno molto più alto in Europa e anche in Italia.

Ma il problema non è certo legato ai problemi dell’UE o dell’Eurozona.

La questione è mondiale e ha a che fare con la corsa al ribasso nei costi tipica del nostro sistema economico calata nel nuovo (ormai non più tanto nuovo) contesto dell’economia globale. Basta leggere un qualunque manuale di microeconomia per capire che il modello economico vigente ha due obiettivi principali. Il primo è creare la massima ricchezza possibile per gli azionisti, il secondo è aumentare il benessere dei consumatori fornendo la maggiore varietà di beni a prezzi possibilmente sempre più bassi. E’ il lavoro ? E’ un input di produzione come il capitale, una voce di costo, una riga di bilancio. L’obiettivo della dignità del lavoro e del benessere del lavoratore non lo troverete in nessuna riga di nessun capitolo. Un sistema così congegnato, con due ruote perfette (benessere azionista e consumatore) ed una completamente sgonfia (benessere del lavoratore) non può che far deragliare la macchina e produrre infelicità. E’ infatti ben noto nella vastissima mole di studi econometrici sulle determinanti della felicità che il lavoro è parte essenziale della dignità della persona e della sua soddisfazione di vita.

Come correggere la rotta tenendo conto che la buona volontà di un solo paese potrebbe paradossalmente produrre delocalizzazione con le imprese che fuggono verso paesi dove i costi del lavoro sono minori e un sindacato globale che protegga allo stesso modo gli interessi dei lavoratori di tutti i paesi è al di là da venire ?

Stiamo provando in questi mesi a costruire due risposte. La prima viene dalla consapevolezza che il potere forte del mercato siamo noi. Ovvero il potere nell’economia di mercato è nelle mani dei consumatori e dei risparmiatori. Che purtroppo sono poco consapevoli, frammentati e utilizzano al momento il loro voto col portafoglio molto al di sotto del potenziale. Un luogo dove il voto col portafoglio può aggregarsi e pesare di più è sicuramente quello della finanza. Nel settore ambientale sempre più fondi d’investimento “decarbonizzano” e votano per un ambiente più pulito. Quest’azione, combinata con quella istituzionale ha ormai invertito la rotta. Trump o non Trump i mercati hanno votato per il futuro perchè Tesla (l’impresa automobilistica che fa solo motori elettrici) vale più della Ford. Ma il problema più grave del clima è quello sul posto di lavoro e la specie che è più urgente tutelare e proteggere è quella degli umani quando lavorano. A quando dunque fondi che misurano l’impronta della dignità del lavoro e premiano con il loro lavoro le imprese leader in materia ? Per arrivare a questo risultato è fondamentale costruire un’infrastruttura informativa che aiuti consumatori e risparmiatori a scegliere, per il loro stesso interesse, in direzione della dignità del lavoro. Per questo dalla rete della società civile riunita in Next sta nascendo Eye On Buy, un Trip Advisor a 3D dove alle stellette sulla qualità del prodotto si aggiunge l’informazione sulle stellette della dignità del lavoro e della sostenibilità ambientale. Con i cittadini che contribuiscono attivamente con le loro valutazioni e segnalazioni assieme alle imprese alla determinazione dei punteggi. Eye On Buy punta su semplicità, sburocratizzazione per evitare che la responsabilità sociale ed ambientale si traduca in elevati costi fissi diventando un lusso abbordabile solo dalle grandi imprese. Il centro di Eye On Buy non sarà il cittadino o l’impresa ma la relazione tra i due perché solo mettendo al centro la relazione sarà possibile trasformare l’energia delle differenze di opinioni da conflitto in vero progresso. Come anche nel settore ambientale l’inversione di rotta può arrivare da una combinazione di azione dal basso e iniziative di policy. Queste ultime, per evitare il rischio di corsa al ribasso e delocalizzazione, devono necessariamente agire dal lato della domanda e non dell’offerta. La rimodulazione dell’IVA con una social consumption tax che premi le filiere con migliore qualità del lavoro sarebbe a questo punto decisiva una volta costruita l’infrastruttura informativa per misurare la qualità del lavoro stessa.

Oggi martedì 30 maggio 2017

Prima del 4 dicembre 2016
barcaccia a susiccu
Il 4 dicembre 2016
giunta-affondata—————————————-Il commento——————————————-
Paolo Maninchedda lascia la nave affondata il 4 dicembre. Dove andrà?
30 Maggio 2017
democraziaoggiAndrea Pubusa su Democraziaoggi.
Paolo Maninchedda l’ho visto all’opera da vicino quando abbiamo capeggiato, con Tonino Dessì e tanti altri, la battaglia referendaria contro la legge Statutaria di Soru. Vi assicuro che è un fulmine di guerra. E’ da oltre mezzo secolo che faccio politica, sopratutto di movimento, personaggi ne ho conosciuto tanti. Paolo è certamente uno di quelli […]
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sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. Il lavoro del futuro, il futuro del lavoro. Si ampliano gli spazi per l’economia sociale e solidale.
PRIMO WELFARE / Lavoro
Il lavoro del futuro: nuove prospettive per l’economia sociale e per la “care economy”.
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linkiesta logoScuole in comune e ostetriche di paese: così si salvano i piccoli comuni dallo spopolamento.
Il 29 e 30 maggio ad Aliano (Matera) si tiene il Forum delle aree interne, dove 180 tra sindaci e progettisti si incontrano per fare il punto sulla Strategia nazionale aree interne, che ha l’obiettivo di salvare il 60% del territorio italiano.
di Lidia Baratta su LinKiesta
——————————————-Beni comuni———————————-
labsus“Cosa fare intanto?” A Trento un incontro pubblico per l’edificio ex Atesina.
Redazione Labsus – 29 maggio 2017
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renzolaconi

Rapporto Crenos 2017. A prescindere… Antonello Cabras ha detto cose giuste.

Su Unica.it, Sergio Nuvoli – fotografie di Sara Piras.
Cagliari, 26 maggio 2017 – (…)
acabras-crenosDopo la presentazione dei dati a cura di Barbara Dettori, è intervenuto Guido de Blasio (Banca d’Italia): “In Abruzzo c’è stato nel 2000 un calo drastico dei finanziamenti europei – ha detto tra l’altro – che ha causato il calo del PIL e il crollo dei guadagni. Un dato che indica che quando i fondi ci sono bisogna spenderli bene”. Mikela Esciana (Finsardegna) ha invece rimarcato che ci sono “Imprese destinatarie di finanziamenti pubblici che hanno rinunciato ai fondi ottenuti perché non hanno trovato cofinanziatori. I tempi della Pubblica amministrazione non sono quelli delle imprese: attenzione alla sfiducia. Occorre lavorare sulla cultura finanziaria di impresa”: D’accordo Chiara Sini (Guide Me Right), che ha sottolineato come la tecnologia possa contribuire a migliorare i processi economici. Il presidente della Fondazione di Sardegna Antonello Cabras ha proposto una riflessione articolata: “La crisi attuale della nostra Isola – ha spiegato – non è effetto di un andamento ciclico, dura da troppo tempo. Il sistema economico e sociale sardo sta cercando da anni qualcosa che ci faccia uscire dalla difficoltà: servono decisioni che non si basino solo su timidi segnali positivi, ma su elementi strutturali”.

SardegnaCheFare? Rapporto Crenos 2017: la consegna è sorridere, ma purtroppo la realtà ci dice che non c’è ragione di farlo

sardegna-dibattito-si-fa-carico-181x300UNA QUESTIONE DI ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA’ DIFFUSA
di Marco Zurru, su fb

Ho appena finito di leggere la Sintesi del 24° Rapporto Crenos, presentato ieri mattina [26 maggio] a Cagliari. Appena posso metto mano all’intero Rapporto, anche se il quadro della situazione socio-economica dell’Isola è già abbastanza chiaro e deprimente che si potrebbe magari evitare di aggravare il proprio stato di avvilimento fermandosi qui, alla Sintesi…

Dunque, l’Isola primeggia ancora come una delle 65 Regioni dell’Unione europea più povere. Uno sfascio totale: il nostro PIL è inferiore del 30% della media europea. Ogni sardo, nel 2015, si è messo in tasca poco più di 15mila euro, più o meno quanto riusciva a guadagnare 20 anni fa.

Il tessuto industriale dell’Isola è diventata cosa minuscola se non evanescente rispetto alle rispettive dinamiche nelle altre regioni meridionali (per non parlare del resto d’Italia). La pastorizia pesa ancora molto (un quarto del totale degli imprenditori sardi fa il pastore e la quota del Pil prodotto è del 5% del totale, mentre altrove sono fermi al 2%). Ma pastori e altri imprenditori non riescono ad uscire dal “nanismo” dimensionale: imprese piccole, se non formate dal solo titolare.

Una delle note conseguenze è il bassissimo volume di occupazione presente e la sua qualità: creiamo poco lavoro, poco istruito, malpagato e in settori poco strategici dal punto di vista dell’innovazione tecnologica.

L’unico settore che “va bene” (si fa per dire…) è quello pubblico: “In Sardegna i settori legati alle attività svolte prevalentemente in ambito pubblico e ai servizi non destinabili alla vendita sono responsabili di circa un terzo del valore aggiunto complessivo, mentre le imprese che producono beni e servizi destinati al mercato hanno un peso relativamente esiguo, denotando una scarsa capacità da parte del sistema produttivo isolano di creare valore”.

Tradotto: senza lo Stato, nelle sue diverse articolazioni istituzionali, il volume di occupati e i differenti investimenti, la nostra ricchezza complessiva sarebbe solo il 70% di quella che oggigiorno disponiamo. SETTANTA PER CENTO IN MENO, lo ricordi chi si espone con superficiali e poco ponderati aneliti di indipendentismo…

Invece è presente anche quel 30% statale, i soldi li abbiamo tutti e, infatti, li spendiamo: una delle poche voci col segno + è quella dei consumi delle famiglie. Quasi sicuramente, continuiamo a spendere meno per mangiare e di più per fare i fighi con gli amici mettendo in evidenza il nostro ultramegaipernuovissimo modello di cellulare del cappero…

In compenso i fattori che alimentano la crescita possono continuare a farci una sonora pernacchia, più o meno come stanno facendo da un trentennio: le nostre Università laureano appena il 18,6% dei giovani trenta/trantaquattrenni sardi. Solo Sicilia e Campania fanno peggio di noi rispetto a ciò che, mediamente, è capace di fare la UE (39%).

In compenso/bis la “produzione” di laureati nelle discipline “hard”, quelle tecnico-scientifiche – storicamente capaci di innestare processi di innovazione nelle realtà economiche – è a dir poco ridicola: 17,8%, più o meno la metà di ciò che è mediamente capace di fare l’Europa.

In compenso/ter anche le altre istituzioni dell’offerta di istruzione non se la passano meglio: il 23% dei sardi tra i 18 e i 24 anni ha interrotto il proprio percorso scolastico e formativo avendo conseguito al massimo la licenza media. Solo la Sicilia in tema di abbandono scolastico fa peggio di noi in Italia e “solo” 239 regioni europee (su un totale di 254) fanno meglio di noi…

Però il turismo va meglio e blablabla.. forse è il caso di allungare le stagioni turistiche e blablabla…

Dunque. Senza offender nessuno, è arrivato il momento di sdoganare non solo una parola, ma tutto il volume di significati che la stessa ha acquisito in quasi un secolo di produzione scientifica e non: siamo in una condizione, ormai strutturale, di SOTTOSVILUPPO.

E’ ridicolo girarci attorno, usare dizionari ah hoc, evitare di assumere toni drastici (mantenendo simpatiche, quanto pericolosamente cretine, ricette zuppe di riserve di facile ottimismo sulle nostre sorti): siamo una regione sottosviluppata.

Se siamo ancora a galla e la testa non scivola sotto il pelo della melma, è solo grazie alla produzione di ricchezza che arriva dalla componente statale. Lo Stato, piaccia o non piaccia, ha in mano la cordicella a cui è legato il salvagente a cui è disperatamente aggrappata la Sardegna.

Alle diverse latitudini istituzionali – sia di tipo politico, che amministrativo, imprenditoriale, delle rappresentanze degli interessi, universitario, scolastico – si dovrebbe pigliare seria consapevolezza della condizione di sottosviluppo dell’Isola.

Si dovrebbe iniziare ad annichilire qualsiasi narrazione e retorica sulle fasulle condizioni sociali ed economiche dell’Isola. Si dovrebbe iniziare a smettere di ragionare ed agire “a compartimenti stagni”, come se ciò che accade in un ambito non abbia rilevanti e durature conseguenze negli altri.

Si dovrebbe assumere una responsabilità diffusa, ché non è “colpa” di alcuno in particolare se siamo finiti in questa condizione, ma – anche se in modi e con pesi diversi – di tutti, sia nella sfera della produzione, che in quella politica, amministrativa, educativa e finanche in quella del consumo. La colpa è di tutti, e tutti, nei confini delle possibilità che attengono ai propri ruoli, dovremmo sentirci moralmente impegnati per il bene comune, che è di tutti, mio come tuo.

Sulle modalità e le forme attraverso cui ciò può tradursi in azione non esiste alcuna ricetta: quelle provate per risollevare le sorti della nostra Isola (che siano soldi e investimenti che arrivano da fuori, che siano strutture e modalità produttive che arrivano da fuori, che siano modalità di indurre cooperazione dal basso, etc etc..) a volte non hanno funzionato e a volte hanno funzionato, ma a cappero.

Non esiste una ricetta, ma mille modi di tradurre delle energie in azione: ma una volontà di azione senza spinta etica si riduce a banale, contingente e, spesso, opportunistica e fugace opportunità.

Per ora mi accontenterei del livello della coscienza; una piena consapevolezza del nostro stato di sottosviluppo. Poi, magari, se ci si “sprama” qualcosa nella sfera dell’etica accade, e poi in quello dell’azione… Però basta dirci balle, basta…
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sardegna

Verso il Convegno settembrino “Lavorare meno, Lavorare tutti”. Buone pratiche legislative

agendala_2012_990Documentazione tavolo tematico sull’Economia sociale e solidale.
NORME PER LA PROMOZIONE E IL SOSTEGNO DELL’ECONOMIA SOLIDALE IN ITALIA
costat-logo-stef-p-c_2lavoroxlavoro
- Normativa sull’economia sociale e solidale in Italia.

Verso il Convegno settembrino “Lavorare meno, Lavorare tutti”. Buone pratiche: la legge regionale dell’Emilia e Romagna per il sostegno all’economia solidale

Documentazione tavolo tematico sull’Economia sociale e solidale.
logo_assemblea_legislativaLEGGE REGIONALE 23 luglio 2014, n. 19
NORME PER LA PROMOZIONE E IL SOSTEGNO DELL’ECONOMIA SOLIDALE
Testo coordinato con le modifiche apportate da: L.R. 21 ottobre 2015, n. 17costat-logo-stef-p-c_2lavoroxlavoro

La legge elettorale deve rispettare la Costituzione

NO-NO-NOOO1costat-logo-stef-p-c_2di Mauro Beschi del Comitato Nazionale per la Democrazia Costituzionale.

Come abbiamo appreso dalle notizie di stampa, sembra che la Legge elettorale sia tornata al centro della discussione. Una discussione ancora confusa e, soprattutto, priva di trasparenza, tanto è intrecciata con i tempi di sopravvivenza del Governo e con patti per future alleanze. Inoltre lo stesso “Sistema alla tedesca” di cui si parla molto non è sicuro venga proposto con la stessa intrinseca coerenza proporzionale, oltre che per problemi di natura Costituzionale (il numere di Seggi in Germania è variabile) anche per i tentativi di piegare gli adattamenti a interessi di Parte (premio di governabilità e voto unico sia nella votazione nel Collegio uninominale che per la quota proporzionale).
La coda del diavolo si vede nei dettagli, per cui riteniamo sarebbe utilissimo assumere iniziative per premere sul Parlamento affinchè la sua discussione porti ad una Legge rispettosa dei valori costituzionali.
Anche il calendario della discussione in Aula, alla Camera, è ancora incerto a causa della necessità di approvare la “manovra finanziaria” (quella che reintroduce i voucher proseguendo nella precarizzazione del lavoro con in più l’intollerabile ed immorale aggiramento dell’articolo 75 della Costituzione su cui sarebbe indispensabile una posizione del Capo dello Stato, garante della Costituzione stessa).
A questo si aggiunga il fatto che siamo vicini alle elezioni amministrative che possono comportare una sospensione dei lavori parlamentari.
Pur in questo quadro di incertezza, pensiamo che le date più probabili della cruciale discussione, alla Camera, siano il 13 e 14 Giugno.
Come Comitato nazionale invitiamo, quindi, in queste date, laddove non siano già state previste iniziative, a mettere in campo una mobilitazione in tutti i territori, nelle forme che si riterranno più utili ed incisive, al fine di premere affinchè la Legge elettorale sia coerente con la Costituzione.
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PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE
La legge elettorale deve rispettare la Costituzione

Dopo il referendum del 4 dicembre che ha confermato il modello di democrazia costituzionale consegnatoci dai Costituenti, dopo due dichiarazioni di incostituzionalità che hanno verificato l’illegittimità sia del porcellum che dell’italicum, è indispensabile che la prossima legge elettorale sia coerente con i principi e i valori della Costituzione.

Il sistema elettorale

- deve restaurare la sovranità del cittadino elettore
- deve restituire ai cittadini il potere di concorrere a determinare la politica nazionale mediante un Parlamento composto da rappresentanti liberamente scelti
- deve ricondurre i partiti alla loro funzione costituzionale di canali di collegamento fra la società e le istituzioni, piuttosto che di strutture di potere autoreferenziali

In questi giorni alla Camera si stanno compiendo le scelte decisive sulla legge elettorale che incideranno per lungo tempo sulla qualità della democrazia italiana. Queste scelte devono avvenire attraverso un dibattito pubblico e trasparente e i partiti debbono rendere conto delle loro scelte. Non possiamo accettare trucchi o sotterfugi che manipolino la volontà popolare.
Dobbiamo vigilare per evitare che venga varata una nuova legge truffa.
Gli elettori hanno il diritto di decidere da chi vogliono essere rappresentati e il loro voto deve essere libero ed uguale negli effetti. L’Italia ha bisogno che la rappresentanza del popolo italiano sia reale e non alterata da leggi bugiarde.
Questo è indispensabile per ripristinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche, per evitare lo svuotamento della democrazia garantita dalla Costituzione, per evitare derive autoritarie e personalistiche.
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Oggi lunedì 29 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. CONTRO LA PRECARIETÀ. UNA POLITICA GLOBALE DEL LAVORO. UN’INTERVISTA DI GRANDE ATTUALITA’ AL GRANDE SOCIOLOGO LUCIANO GALLINO, SCOMPARSO DELL’OTTOBRE DEL 2015.
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democraziaoggiFluorsid: occorre una mobilitazione dei cittadini
29 Maggio 2017
Marco Mameli a domanda risponde, su Democraziaoggi.
Sulla vicenda Fluorsid indaga la magistraturi, ma si muovono anche diverse associazioni. Ne parliamo con Marco Mameli dell’Assotziu Consumadoris Sardigna, Organizatzioni No po’ Lucrai de Utilidade Sotziali (Associazione Consumatori Sardegna Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale), da sempre impegnato nelle tematiche ambientali.
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renzolaconiCagliari: dibattito su Renzo Laconi costituente.
Su Democraziaoggi.
Nell’ambito del programma di attività promosso dall’ANPI Cagliari,
“Costituzione via maestra. Letture del nostro tempo”, martedì 30 maggio alle ore 16,30 presso Hostel Marina, Scalette Santo Sepolcro, Cagliari, Maria Luisa Di Felice, Claudio Natoli, Francesco Cocco parleranno con noi di “RENZO LACONI. Un Costituente sardo”.
L’iniziativa è promossa da ANPI, CIDI, SPI e Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria. All’incontro partecipano studenti della Scuola secondaria con letture e riflessioni.
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eddyburgSOCIETÀ E POLITICA »CAPITALISMO OGGI» CRITICA
Il canto del cigno occidentale
di Tonino Perna su il manifesto, ripreso da eddyburg.
«E’ evidente che quello di Taormina è stato un estremo tentativo di salvare l’immagine di un Occidente che attraversa una crisi irreversibile e che non riesce nemmeno a trovare al suo interno un minimo di strategia comune». il manifesto, 28 maggio 2017 (c.m.c.)
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SOCIETÀ E POLITICA »TEMI E PRINCIPI» LAVORO
Contro il totem della meritocrazia: la grande lezione di papa Bergoglio
di Fabrizio d’Esposito su eddyburg.
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LocandinaSettimanaSociale2017Papa all’Ilva di Genova: l’obiettivo non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti!

Domani lunedì 29 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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lun-29-mag17-arch- Su web.

Il lavoro del futuro, il futuro del lavoro. Si ampliano gli spazi per l’economia sociale e solidale

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PRIMO WELFARE / Lavoro
Il lavoro del futuro: nuove prospettive per l’economia sociale e per la “care economy”
Alcune riflessioni dell’Amministratore Delegato di Euricse a margine della conferenza dell’International Labour Organization delle Nazioni Unite
di Gianluca Salvatori su Percorsi di secondo welfare.
21 aprile 2017
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Il futuro del lavoro non è mai stato tanto arduo da prevedere. Può sembrare un’affermazione infondata: in fondo già altre volte, nel passato, si è passati attraverso trasformazioni di grande impatto che hanno modificato sostanzialmente le forme e il vissuto del lavoro.

È accaduto con il passaggio dall’agricoltura all’industria moderna, e poi si è ripetuto in occasione di ogni rivoluzione industriale. Eppure ogni volta la nascita di nuovi lavori – in settori diversi rispetto a quelli in cui l’innovazione tecnologica si è sviluppata, perché l’”effetto reddito” ha superato quello di sostituzione – ha finito per compensare nel medio-lungo termine l’estinzione di attività tradizionali – fossero quelle del maniscalco o del palafreniere – provocata dall’introduzione di nuove tecnologie.

Il più delle volte migliorando la stessa qualità delle condizioni di lavoro: finora infatti i nuovi posti di lavoro che hanno sostituito quelli distrutti sono risultati generalmente migliori e meglio retribuiti di quelli che l’innovazione ha sostituito.

Gli effetti delle innovazioni tecnologiche
La certezza che l’automazione nel lungo periodo crei tanti posti quanti ne distrugge oggi però vacilla. Da qualche anno assistiamo a un fenomeno che genera un segnale d’allarme per l’occupazione. Le nuove tecnologie non si propongono più soltanto in sostituzione della forza fisica, risparmiando agli umani i lavori più pesanti e logoranti. Straordinari progressi nel campo dell’intelligenza artificiale consentono di sostituire funzioni che fino a poco tempo fa non si sospettavano automatizzabili. E le maggiori competenze richieste per produrre e gestire queste tecnologie riguardano un numero esiguo di posti di lavoro, con la conseguenza di un saldo negativo rispetto al quale non è affatto chiaro quale alternativa perseguire.

Sembrano temi futuribili, ma in realtà gli effetti di questa trasformazione sono già in atto. La lenta uscita dalla recessione sta avvenendo all’insegna di una crescita senza occupazione. A farne le spese sono i lavoratori industriali meno qualificati, sostituiti in fabbrica dai robot, ma anche la classe media impiegata nel settore dei servizi. Non è più solo l’impiegato allo sportello ad essere sostituito dal bancomat, ma è lo stesso analista finanziario che rischia di essere reso obsoleto da robo-advisor e nuove fintech.

Gli algoritmi intelligenti mettono le macchine in diretta competizione con gli umani per una serie di funzioni sempre più ampia e sofisticata. La sicurezza che guidare un automezzo – ed è solo un esempio tra i molti possibili – metta al riparo dalla globalizzazione, perché ci sarà sempre bisogno di conducenti, è scossa da un futuro ormai prossimo in cui il mestiere di autista potrebbe essere cancellato da veicoli a guida autonoma. Altro che la battaglia per salvare i conducenti di taxi dall’assalto di Uber…

Quindi la questione nasce da una profonda discontinuità, perché la tecnologia è entrata di prepotenza in un terreno che si pensava dominio riservato in via esclusiva alla capacità cognitiva degli umani. L’automazione che stiamo vivendo non segue la logica incrementale alla quale eravamo abituati e che ci aveva garantito il tempo necessario ad adattarci elaborando nuove competenze. I computer stanno dimostrando di emulare le nostre capacità, e in più casi persino a superarle, ad un ritmo sconvolgente.

Come gestire la transizione verso il “lavoro del futuro”
Le forme istituzionali ed organizzative, così come gli stessi paradigmi culturali, fanno fatica a prendere le misure di questa nuova realtà. Per rendersene conto un buon punto di osservazione è quello dell’International Labour Organization (ILO), l’agenzia delle Nazioni Unite che nella sua placida sede di Ginevra vive nell’equilibrio un po’ anacronistico delle sue tre componenti: rappresentanti governativi, sindacati e organizzazioni datoriali. Una tripartizione che sempre meno riesce a rappresentare le nuove dinamiche del lavoro, in cui la frammentazione e la precarietà della “gig economy” sembrano costituire la tendenza dominante.

Interrogarsi sul futuro del lavoro è quindi un’iniziativa decisamente opportuna, specie in vista dei festeggiamenti del centenario dell’ILO che sarà celebrato nel 2019. La riflessione ha mosso i primi passi con una conferenza dedicata al tema, alla quale Euricse ha partecipato come una delle poche organizzazioni invitate a portare la voce dell’economia sociale. Già questa sottovalutazione di un settore in costante crescita occupazionale è di per sé un indizio.

Di fronte alla questione di come gestire la transizione verso il lavoro del futuro gli schieramenti nella platea dell’ILO sono stati piuttosto prevedibili. Mentre tutti si sono detti d’accordo nel celebrare al passato le virtù del lavoro, che da costrizione imposta si è gradualmente evoluto nell’epoca moderna a strumento di emancipazione individuale, le analisi rivolte al futuro hanno preso direzioni divergenti. Di fronte alla sfida dell’automazione si sono levate molte voci che hanno invocato forme pubbliche di regolazione, vuoi come tassazione dei robot vuoi come enforcement di norme pubbliche rivolte a garantire la qualità del lavoro. Applicando schemi di pensiero alquanto tradizionali i fautori di queste soluzioni sembrano davvero credere nella possibilità rassicurante di ricondurre l’ignoto al noto, imponendo un freno al processo di sostituzione degli umani con le macchine. Peccato però che la storia dimostri la fragilità di questa impostazione, che non è mai riuscita ad imbrigliare lo sviluppo tecnologico nelle maglie degli interventi normativi.

Di contro, i meno persuasi che i processi di trasformazione tecnologica possano essere arrestati hanno argomentato a favore di forme di mitigazione dell’impatto della ristrutturazione del mondo del lavoro mediante meccanismi di redistribuzione del reddito. Con gradazioni diverse di volontarismo: dalla proposta, invero non molto argomentata sotto il profilo della sostenibilità economica, di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato fino all’idea, apparentemente meno visionaria ma in realtà più intrigante dal punto di vista concettuale, di introdurre degli schemi di profit sharing a partire da nuove forme di proprietà degli strumenti di innovazione tecnologica, per redistribuire l’automation dividend tra coloro che vengono minacciati dall’automazione. Anche in questo caso però, come per i sostenitori dell’intervento normativo di freno all’automazione, gli ostacoli non mancano, perché meccanismi di redistribuzione di questa natura non potrebbero funzionare su scala esclusivamente nazionale ma richiederebbero di essere introdotti a livello globale e con tempistica simile. E comunque non molto si è detto a Ginevra sulle forme che questi nuovi modelli di proprietà degli strumenti di innovazione tecnologica potrebbero assumere.

In ogni caso, quella che emerge da entrambi gli approcci è l’impressione che la riflessione sia ancora agli inizi e serva ancora un lungo processo di creazione dell’infrastruttura concettuale, regolativa, formativa, e istituzionale per inquadrare le nuove forme del lavoro. La tentazione di ricondurre all’interno delle categorie esistenti la sfida del futuro è ancora molto forte, e lo si avverte soprattutto nel modo in cui fenomeni come l’economia sociale non vengono quasi presi in considerazione.

Un nuovo ruolo per l’economia sociale e per la “care economy”
Eppure – in una prospettiva come quella che Euricse indaga – un’analisi non superficiale dei meccanismi di automazione aiuterebbe a mettere in luce come non tutte le competenze umane siano rimpiazzabili nel breve-medio termine da sistemi di intelligenza artificiale. Se sul fronte della pattern recognition la partita ormai sembra chiusa, non altrettanto vale per le capacità che riguardano problem solving e dimensione emozionale e creativa, che sono tratti cruciali di tutti i lavori basati su un ruolo importante dell’interazione umana. Ciò si traduce in opportunità di sviluppo nel settore dei servizi alla persona e sociali, intesi nel senso più ampio ed evolutivo. Un settore in cui la sfida oggi consiste nell’incrementare il valore delle attività high touch, gestendone la trasformazione in lavori con un più elevato contenuto di competenza, con una maggiore stabilità e con maggiori tutele.

La “care economy” è stata citata marginalmente nell’incontro di Ginevra, ma senza indagare più di tanto né la rilevanza che essa è destinata ad assumere, anche in termini economici e occupazionali man mano che aumenta la domanda pubblica e privata di servizi, né le implicazioni nei termini dei nuovi approcci organizzativi e imprenditoriali che potrebbero contribuire sostanzialmente a tracciare le prospettive del lavoro del futuro. Eppure più di uno dei problemi evocati nella conferenza ILO si presterebbe ad essere affrontato in una logica di economia sociale.

Si pensi alle potenzialità del modello cooperativo, soprattutto nelle forme delle cooperative di lavoro, nell’ambito delle attività ad alto contenuto relazionale e fiduciario come appunto i servizi di cura. Oppure si pensi anche alle potenzialità del modello cooperativo, come cooperative di consumo, in quanto possibile declinazione delle forme collettive di proprietà richieste per la realizzazione dei profit sharing scheme con cui ridistribuire il dividendo digitale. Una opportunità concreta, se solo si affrontasse il problema dal lato di forme originali di organizzazione per mantenere la proprietà dei dati individuali in capo ai cittadini, al fine di evitarne lo sfruttamento gratuito da parte delle grandi corporation del settore digitale, anziché inseguire queste sul terreno in cui primeggiano sognando di sostituirle con cooperative platform.

O si pensi ancora al tema del controllo della qualità del lavoro – il decent work che sta tanto a cuore dell’ILO – lungo le filiere internazionali di fornitura, in cui oggi prevale un meccanismo di sostanziale deresponsabilizzazione della grande impresa nei confronti del piccolo fornitore. Quando la supply-chain sposta la produzione in paesi in cui la tutela del lavoro è fragile, e la grande azienda committente rifiuta di assumersi la responsabilità dell’intera catena (benché non rinunci affatto ad esercitare il proprio controllo sui processi produttivi), l’enforcement di standard di lavoro decente può essere promosso a livello decentrato, supplendo alle carenze dei poteri pubblici con l’azione di organizzazioni intermedie di tipo cooperativo, che aiutino i soggetti locali a esercitare un potere negoziale nei confronti delle lead company.

Sono solo due esempi di come il dibattito sul futuro del lavoro potrebbe beneficiare di un approccio che tenga conto delle opportunità offerte dall’economia sociale. Il percorso è appena agli inizi: l’auspicio è che anche questa voce venga tenuta in conto.

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