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Editoriale
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Buone letture. Discorso del presidente statunitense John F Kennedy all’ ONU del 25 settembre 1961
Presidente John F. Kennedy,
New York,
25 settembre 1961Signor Presidente, stimati delegati, signore e signori:
Ci incontriamo in un momento di dolore e di sfida. Dag Hammarskjöld è morto. Ma le Nazioni Unite continuano a vivere. La sua tragedia è profondamente radicata nei nostri cuori, ma la missione per la quale ha sacrificato la sua vita è in cima alla nostra agenda. Un nobile servitore della pace ci ha lasciati. Ma la ricerca della pace ci attende.
Il problema non è la morte di un uomo, il problema è la vita stessa di questa organizzazione. O crescerà per affrontare le sfide della nostra epoca, oppure svanirà nel nulla, senza influenza, senza forza, senza rispetto. Se la lasciassimo morire, se ne indebolissimo il vigore, se ne paralizzassimo il potere, condanneremmo il nostro futuro.
Nello sviluppo di questa organizzazione risiede l’unica vera alternativa alla guerra, e la guerra non rappresenta più un’alternativa razionale. Una guerra incondizionata non può più condurre a una vittoria incondizionata. Non può più servire a risolvere le controversie. Non può più riguardare solo le grandi potenze. Perché un disastro nucleare, diffuso dal vento, dall’acqua e dalla paura, potrebbe benissimo travolgere grandi e piccoli, ricchi e poveri, convinti e indecisi. L’umanità deve porre fine alla guerra, altrimenti la guerra porrà fine all’umanità.
Impegniamoci dunque affinché Dag Hammarskjöld non abbia vissuto, né sia morto, invano. Proclamiamo una tregua al terrorismo. Invochiamo la benedizione della pace. E mentre costruiamo una capacità internazionale per mantenere la pace, uniamoci per smantellare la capacità nazionale di condurre la guerra.
II
Ciò richiederà nuova forza e nuovi ruoli per le Nazioni Unite. Perché il disarmo senza controlli è solo un’ombra, e una comunità senza legge è solo un guscio vuoto. Le Nazioni Unite sono già diventate sia la misura che il veicolo degli impulsi più generosi dell’uomo. Hanno già fornito – in Medio Oriente, in Asia, quest’anno in Africa, in Congo – un mezzo per tenere entro certi limiti la violenza umana.
Ma la grande questione che si presentò a quest’assemblea nel 1945 è ancora di fronte a noi: se le speranze più care all’umanità di progresso e pace debbano essere distrutte dal terrore e dalla distruzione, se i “venti nefasti della guerra” possano essere domati in tempo per far spazio ai venti rinfrescanti della ragione, e se le promesse della nostra Carta debbano essere mantenute o disattese – promesse di garantire la pace, il progresso, i diritti umani e il diritto mondiale.
In questa Sala non ci sono tre forze, ma due. Una è composta da coloro che cercano di costruire il tipo di mondo descritto negli articoli I e II della Carta. L’altra, che aspira a un mondo ben diverso, minerebbe nel processo questa organizzazione.
Oggi più che mai, la nostra dedizione alla Carta deve essere mantenuta. Essa deve essere rafforzata innanzitutto attraverso la scelta di un funzionario pubblico di spicco che porti avanti le responsabilità del Segretario Generale: un uomo dotato sia della saggezza che del potere di dare significato alla forza morale della comunità mondiale. Il compianto Segretario Generale ha coltivato e affinato l’obbligo delle Nazioni Unite ad agire. Ma non lo ha inventato. Era già presente nella Carta. Ed è tuttora presente nella Carta.
Per quanto difficile possa essere trovare un sostituto per il signor Hammarskjöld, è meglio che a ricoprire tale ruolo sia un solo uomo piuttosto che tre. Persino i tre cavalli della Troika non avevano tre guidatori, ognuno diretto in una direzione diversa. Ne avevano uno solo, e così deve essere per l’esecutivo delle Nazioni Unite. Insediare un triumvirato, o qualsiasi altro organo collegiale, o qualsiasi autorità a rotazione negli uffici amministrativi delle Nazioni Unite significherebbe sostituire l’ordine con l’anarchia, l’azione con la paralisi, la fiducia con la confusione.
Il Segretario Generale, in un certo senso, è al servizio dell’Assemblea Generale. Diminuire la sua autorità significa diminuire l’autorità dell’unico organo in cui tutte le nazioni, a prescindere dalla loro potenza, sono uguali e sovrane. Finché tutti i potenti non saranno giusti, i deboli saranno al sicuro solo nella forza di questa Assemblea.
Un’azione esecutiva efficace e indipendente non è la stessa cosa di una rappresentanza equilibrata. Visto l’enorme cambiamento nella composizione di questo organismo dalla sua fondazione, la delegazione americana si unirà a qualsiasi sforzo volto a una rapida revisione della composizione degli organi delle Nazioni Unite.
Ma affidare a quest’organizzazione tre guida – permettere a ciascuna grande potenza di decidere autonomamente – significherebbe consolidare la Guerra Fredda nel quartier generale della pace. Qualunque vantaggio un simile piano possa offrire al mio Paese, in quanto una delle grandi potenze, lo respingiamo. Perché preferiamo di gran lunga il diritto mondiale, nell’era dell’autodeterminazione, alla guerra mondiale, nell’era dello sterminio di massa.
III
Oggi, ogni abitante di questo pianeta deve contemplare il giorno in cui questo pianeta potrebbe non essere più abitabile. Ogni uomo, donna e bambino vive sotto la spada di Damocle nucleare, appeso a un filo sottilissimo, pronto a essere reciso in qualsiasi momento da un incidente, un errore di calcolo o dalla follia. Le armi da guerra devono essere abolite prima che ci aboliscano.
Gli uomini non dibattono più se gli armamenti siano un sintomo o una causa di tensione. La semplice esistenza di armi moderne – dieci milioni di volte più potenti di qualsiasi altra arma mai vista al mondo, e a pochi minuti di distanza da qualsiasi obiettivo sulla Terra – è fonte di orrore, discordia e sfiducia. Gli uomini non sostengono più che il disarmo debba attendere la risoluzione di tutte le controversie, perché il disarmo deve essere parte integrante di qualsiasi soluzione definitiva. E gli uomini non possono più fingere che la ricerca del disarmo sia un segno di debolezza, perché in una spirale di corsa agli armamenti, la sicurezza di una nazione può benissimo diminuire anche se i suoi armamenti aumentano.
Per quindici anni questa organizzazione si è impegnata per la riduzione e la distruzione degli armamenti. Ora questo obiettivo non è più un sogno, ma una questione di vita o di morte. I rischi inerenti al disarmo impallidiscono al confronto con i rischi insiti in una corsa agli armamenti senza limiti.
È in questo spirito che la recente Conferenza di Belgrado, riconoscendo che non si tratta più di un problema sovietico o americano, ma di un problema umano, ha approvato un programma di “disarmo generale, completo e rigorosamente controllato a livello internazionale”. È in questo stesso spirito che noi, negli Stati Uniti, ci siamo adoperati quest’anno, con rinnovata urgenza e con un nuovo organismo, ora istituito per legge e pienamente approvato dal Congresso, per trovare un approccio al disarmo che fosse così lungimirante, eppure realistico, così reciprocamente equilibrato e vantaggioso, da poter essere accettato da ogni nazione. Ed è in questo spirito che abbiamo presentato, con l’accordo dell’Unione Sovietica – sotto l’etichetta ora accettata da entrambe le nazioni di “disarmo generale e completo” – una nuova dichiarazione di principi di negoziazione, recentemente concordati.
Siamo ben consapevoli, tuttavia, che non tutte le questioni di principio sono risolte e che i principi da soli non bastano. È quindi nostra intenzione sfidare l’Unione Sovietica non a una corsa agli armamenti, ma a una corsa alla pace: avanzare insieme passo dopo passo, tappa dopo tappa, fino al raggiungimento di un disarmo generale e completo. Li invitiamo ora ad andare oltre l’accordo di principio e a raggiungere un accordo su piani concreti.
Il programma che verrà presentato a questa assemblea – per un disarmo generale e completo sotto un effettivo controllo internazionale – si propone di colmare il divario tra coloro che insistono su un approccio graduale e coloro che parlano solo di un risultato finale e totale. Prevede la creazione di un meccanismo per il mantenimento della pace, parallelamente alla distruzione del meccanismo bellico. Si articola in fasi equilibrate e protette, concepite per non conferire a nessuno Stato un vantaggio militare rispetto agli altri. La responsabilità finale per la verifica e il controllo viene attribuita a chi di diritto, non alle sole grandi potenze, né all’avversario o a se stessi, bensì a un’organizzazione internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite. Garantisce la condizione indispensabile per il disarmo – un’ispezione effettiva – applicandola in fasi proporzionate al livello di disarmo raggiunto. Riguarda sia i sistemi di lancio che le armi. In ultima analisi, ne interrompe la produzione e i test, il trasferimento e il possesso. Si tratterebbe di realizzare, sotto la supervisione di un’organizzazione internazionale per il disarmo, una costante riduzione delle forze armate, sia nucleari che convenzionali, fino all’abolizione di tutti gli eserciti e di tutte le armi, ad eccezione di quelle necessarie per l’ordine interno e per una nuova Forza di Pace delle Nazioni Unite. E questo processo inizierebbe ora, oggi stesso, non appena avranno inizio i negoziati.
In breve, il disarmo generale e completo non deve più essere uno slogan, usato per resistere ai primi passi. Non deve più essere un obiettivo senza i mezzi per raggiungerlo, senza i mezzi per verificarne i progressi, senza i mezzi per mantenere la pace. Ora è un piano realistico e una prova: una prova per coloro che sono disposti solo a parlare e una prova per coloro che sono disposti ad agire.
Un piano del genere non porterebbe a un mondo libero da conflitti e avidità, ma a un mondo libero dagli orrori della distruzione di massa. Non inaugurerebbe l’era del super-stato, ma un’era in cui nessuno stato potrebbe annientare o essere annientato da un altro.
Nel 1945, questa Nazione propose il Piano Baruch per internazionalizzare l’atomo prima ancora che altre nazioni possedessero la bomba atomica o smilitarizzassero le proprie truppe. Proponemmo, insieme ai nostri alleati, il piano di disarmo del 1951 mentre eravamo ancora in guerra in Corea. E presentiamo le nostre proposte oggi, mentre rafforziamo le nostre difese su Berlino, non perché siamo incoerenti, insinceri o intimoriti, ma perché sappiamo che i diritti degli uomini liberi prevarranno: perché, pur essendo costretti contro la nostra volontà a riarmarci, guardiamo con fiducia oltre Berlino, verso quel mondo disarmato che tutti preferiamo.
Propongo pertanto, sulla base di questo Piano, che i negoziati sul disarmo riprendano tempestivamente e continuino senza interruzioni fino a quando non sarà stato concordato un programma completo per il disarmo generale e totale, ma anche fino a quando non sarà stato effettivamente realizzato.
IV
Il punto di partenza logico è un trattato che garantisca la fine degli esperimenti nucleari di ogni tipo, in qualsiasi ambiente e sotto controlli efficaci. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno proposto un trattato di questo tipo, che è al contempo ragionevole, efficace e pronto per la firma. Siamo ancora pronti a firmarlo oggi stesso.
Abbiamo inoltre proposto un divieto reciproco dei test atmosferici, senza ispezioni né controlli, al fine di salvare il genere umano dal veleno delle ricadute radioattive. Ci rammarichiamo che l’offerta non sia stata accettata.
Per 15 anni abbiamo cercato di fare dell’atomo uno strumento di crescita pacifica anziché di guerra. Ma per 15 anni alle nostre concessioni si è contrapposto l’ostruzionismo, alla nostra pazienza l’intransigenza. E le suppliche dell’umanità per la pace sono state accolte con indifferenza.
Infine, mentre le esplosioni altrui oscuravano il cielo, il mio Paese non ha avuto altra alternativa che agire nell’interesse della propria sicurezza e di quella del mondo libero. Non possiamo mettere a repentaglio tale sicurezza astenendoci dai test mentre altri perfezionano i propri arsenali. Né possiamo metterla a repentaglio con un altro lungo divieto di test senza controlli. Per tre anni abbiamo accettato questi rischi nella nostra società aperta, mentre cercavamo un accordo sui controlli. Ma quest’anno, mentre noi negoziavamo in buona fede a Ginevra, altri stavano segretamente preparando nuovi esperimenti di distruzione.
I nostri test non inquinano l’atmosfera. Le nostre armi di deterrenza sono protette contro esplosioni o utilizzi accidentali. I nostri medici e scienziati sono pronti ad aiutare qualsiasi nazione a misurare e affrontare i rischi per la salute che inevitabilmente derivano dai test nell’atmosfera.
Ma per fermare la proliferazione di queste terribili armi, per fermare la contaminazione dell’aria, per fermare la spirale della corsa agli armamenti nucleari, restiamo pronti a cercare nuove vie di accordo; il nostro nuovo Programma di Disarmo comprende quindi le seguenti proposte:
Innanzitutto, la firma del trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari da parte di tutte le nazioni. Questo può essere fatto ora. I negoziati sulla messa al bando degli esperimenti nucleari non devono e non dovrebbero attendere il disarmo generale.
In secondo luogo, interrompere la produzione di materiali fissili destinati all’uso in armi nucleari e impedirne il trasferimento a qualsiasi nazione attualmente sprovvista di armi nucleari.
–Terzo, vietare il trasferimento del controllo sulle armi nucleari agli Stati che non ne sono proprietari.
–Quarto, impedire che le armi nucleari creino nuovi campi di battaglia nello spazio.
–Quinto, distruggere gradualmente le armi nucleari esistenti e convertire i loro materiali a usi pacifici; e
Infine, porre fine ai test e alla produzione illimitati di vettori strategici per il lancio di testate nucleari, e procedere alla loro graduale distruzione.
V
Distruggere le armi, tuttavia, non è sufficiente. Dobbiamo creare anche mentre distruggiamo: creare un sistema giuridico e di forze dell’ordine a livello mondiale, mentre mettiamo al bando la guerra e le armi in tutto il mondo. Nel mondo che desideriamo, le Forze di Emergenza delle Nazioni Unite, assemblate in fretta, rifornite in modo incerto e finanziate in modo inadeguato, non saranno mai sufficienti.
Pertanto, gli Stati Uniti raccomandano a tutte le nazioni membri di destinare unità speciali per il mantenimento della pace all’interno delle proprie forze armate, che siano a disposizione su richiesta delle Nazioni Unite, dotate di addestramento specifico e rapidamente reperibili, e con una predisposizione anticipata per il supporto finanziario e logistico.
Inoltre, la delegazione americana proporrà una serie di misure per migliorare il meccanismo delle Nazioni Unite per la risoluzione pacifica delle controversie – per l’accertamento dei fatti sul posto, la mediazione e la risoluzione delle controversie – e per estendere lo stato di diritto internazionale. Perché la pace non è solo una questione di problemi militari o tecnici, ma è soprattutto una questione politica e di persone. E a meno che l’uomo non riesca a eguagliare i progressi in campo militare e tecnologico con pari progressi nello sviluppo sociale e politico, la nostra grande forza, come quella dei dinosauri, diventerà ingestibile e, come i dinosauri, scomparirà dalla faccia della Terra.
VI
Così come estendiamo lo stato di diritto sulla Terra, allo stesso modo dobbiamo estenderlo al nuovo dominio dell’uomo: lo spazio extra-atmosferico.
Tutti noi rendiamo omaggio ai coraggiosi cosmonauti dell’Unione Sovietica. I nuovi orizzonti dello spazio non devono essere guidati dai vecchi e amari concetti di imperialismo e rivendicazioni di sovranità. Le gelide distese dell’universo non devono diventare la nuova arena di una guerra ancora più fredda.
A tal fine, solleciteremo proposte che estendano la Carta delle Nazioni Unite fino ai limiti dell’esplorazione umana dell’universo, riservando lo spazio extra-atmosferico agli usi pacifici, proibendo le armi di distruzione di massa nello spazio o sui corpi celesti e aprendo i misteri e i benefici dello spazio a ogni nazione. Proporremo ulteriori sforzi di cooperazione tra tutte le nazioni nella previsione meteorologica e, in futuro, nel controllo del clima. Proporremo, infine, un sistema globale di satelliti per le comunicazioni che colleghi il mondo intero tramite telegrafo, telefono, radio e televisione. Non sarà lontano il giorno in cui un tale sistema trasmetterà in televisione i lavori di quest’assemblea in ogni angolo del mondo a beneficio della pace.
VII
Ma i misteri dello spazio non devono distogliere il nostro sguardo né le nostre energie dalle dure realtà che affliggono i nostri simili. La sovranità politica è una farsa senza i mezzi per combattere la povertà, l’analfabetismo e le malattie. L’autodeterminazione è solo uno slogan se il futuro non offre alcuna speranza.
Ecco perché la mia nazione, che ha liberamente condiviso il suo capitale e la sua tecnologia per aiutare gli altri ad aiutarsi da soli, propone ora di designare ufficialmente questo decennio degli anni ’60 come il Decennio delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Nell’ambito di tale Risoluzione, gli sforzi già in atto delle Nazioni Unite per promuovere la crescita economica potranno essere ampliati e coordinati. Indagini regionali e istituti di formazione potranno ora mettere in comune i talenti di molti. Nuove ricerche, assistenza tecnica e progetti pilota potranno sbloccare le ricchezze delle terre meno sviluppate e delle acque inesplorate. E lo sviluppo potrà diventare un’impresa cooperativa e non competitiva, per consentire a tutte le nazioni, per quanto diverse nei loro sistemi e credenze, di diventare, di fatto e di diritto, nazioni libere e uguali.
VIII
Il mio Paese auspica un mondo di Stati liberi e uguali. Concordiamo con chi afferma che il colonialismo sia una questione cruciale in questa Assemblea. Ma è necessario che tutti i fatti relativi a tale questione vengano discussi in modo esaustivo.
Da un lato, va detto che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, una dichiarazione di indipendenza a livello mondiale ha trasformato quasi un miliardo di persone e 9 milioni di miglia quadrate in 42 stati liberi e indipendenti. Oggi meno del 2% della popolazione mondiale vive in territori “dipendenti”.
Non ignoro i problemi irrisolti del colonialismo tradizionale che ancora oggi affliggono quest’assemblea. Tali problemi saranno risolti con pazienza, buona volontà e determinazione. Nei limiti delle nostre responsabilità in tali questioni, il mio Paese intende partecipare attivamente, e non limitarsi a osservare, al pacifico e rapido passaggio delle nazioni dallo status di colonie a quello di partner pari. Questa ondata di autodeterminazione, che scorre con tanta forza, gode della nostra simpatia e del nostro sostegno.
Ma il colonialismo, nelle sue forme più dure, non si limita allo sfruttamento delle nuove nazioni da parte di quelle vecchie, delle persone dalla pelle scura da parte di quelle dalla pelle chiara, o alla sottomissione dei poveri da parte dei ricchi. La mia nazione un tempo era una colonia, e sappiamo cosa significa colonialismo: lo sfruttamento e la sottomissione dei deboli da parte dei potenti, dei molti da parte dei pochi, dei governati che non hanno dato il loro consenso a essere governati, qualunque sia il loro continente, la loro classe sociale, il loro colore della pelle.
Ed è per questo che non si può ignorare il fatto che l’ondata di autodeterminazione non ha raggiunto l’impero comunista, dove una popolazione ben più numerosa di quella ufficialmente definita “dipendente” vive sotto governi insediati da truppe straniere anziché da libere istituzioni – sotto un sistema che conosce un solo partito e un solo credo – che sopprime il libero dibattito, le libere elezioni, i giornali liberi, i libri liberi e i sindacati liberi – e che erige un muro per tenere la verità straniera e i propri cittadini prigionieri. Discutiamo a fondo del colonialismo e applichiamo il principio della libera scelta e la pratica dei liberi plebisciti in ogni angolo del globo.
IX
Infine, in qualità di Presidente degli Stati Uniti, ritengo mio dovere riferire a quest’Assemblea su due minacce alla pace che non figurano nella vostra fitta agenda, ma che destano in noi, e nella maggior parte di voi, la più profonda preoccupazione.
La prima minaccia di cui vorrei parlare è ampiamente fraintesa: le braci ardenti della guerra nel Sud-est asiatico. Il Vietnam del Sud è già sotto attacco, a volte da parte di un singolo assassino, a volte da un gruppo di guerriglieri, recentemente da interi battaglioni. I confini pacifici di Birmania, Cambogia e India sono stati ripetutamente violati. E il pacifico popolo del Laos rischia di perdere l’indipendenza che ha conquistato non molto tempo fa.
Nessuno può definire queste “guerre di liberazione”. Si tratta infatti di paesi liberi che vivono sotto i propri governi. Né queste aggressioni sono meno reali solo perché gli uomini vengono accoltellati nelle proprie case e non uccisi sui campi di battaglia.
La questione, molto semplice, che si pone alla comunità internazionale è se si possano escogitare misure per proteggere i più deboli e i più piccoli da tali tattiche. Perché se avranno successo in Laos e nel Vietnam del Sud, le porte si spalancheranno.
Gli Stati Uniti non cercano per sé basi, territori o posizioni speciali di alcun tipo in quest’area. Sosteniamo un Laos veramente neutrale e indipendente, il cui popolo sia libero da interferenze esterne, viva in pace con se stesso e con i propri vicini, con la certezza che il proprio territorio non sarà utilizzato per attacchi contro altri, e sotto un governo paragonabile (come concordato tra me e il signor Kruscev a Vienna) a quello della Cambogia e della Birmania.
Ma ora i negoziati sul Laos stanno raggiungendo una fase cruciale. Il cessate il fuoco è, nella migliore delle ipotesi, precario. La stagione delle piogge sta per finire. Il territorio laotiano viene utilizzato per infiltrarsi nel Vietnam del Sud. La comunità internazionale deve riconoscere – e tutti coloro che sono coinvolti – che questa grave minaccia alla pace e alla libertà del Laos è inscindibile da tutte le altre minacce che essa stessa rappresenta.
In secondo luogo, desidero informarvi sulla crisi che coinvolge la Germania e Berlino. Non è questo il momento né il luogo per toni eccessivi, ma la comunità internazionale ha il diritto di conoscere le questioni, per come le vediamo noi, nella loro semplicità. Se c’è una crisi, è perché una pace esistente è minacciata, perché un’isola di libertà è sotto pressione, perché accordi solenni vengono trattati con indifferenza. I diritti internazionali consolidati sono minacciati da un’usurpazione unilaterale. La libera circolazione è stata interrotta da filo spinato e blocchi di cemento.
Viene in mente l’ordine dello Zar nel “Boris Godunov” di Puškin: “Prendete provvedimenti in quest’ora affinché i nostri confini siano recintati da barriere… Che nessuna anima varchi il confine, che nessuna lepre possa correre né un corvo possa volare”.
È assurdo affermare che stiamo minacciando una guerra solo per impedire all’Unione Sovietica e alla Germania dell’Est di firmare un cosiddetto “trattato” di pace. Gli Alleati occidentali non sono interessati ad alcun accordo formale che i sovietici possano stipulare con un regime da loro stessi creato, su un territorio occupato dalle loro truppe e governato dai loro agenti. Nessuna azione di questo tipo può ledere i nostri diritti o le nostre responsabilità.
Se a Berlino c’è una crisi pericolosa – e c’è – è a causa delle minacce agli interessi vitali e ai profondi impegni delle potenze occidentali, nonché alla libertà di Berlino Ovest. Non possiamo rinunciare a questi interessi. Non possiamo venire meno a questi impegni. Non possiamo rinunciare alla libertà di questo popolo di cui siamo responsabili. Un “trattato di pace” che includesse disposizioni che distruggono la pace sarebbe una frode. Una “città libera” che non fosse veramente libera soffocherebbe la libertà e sarebbe un’infamia.
Affinché una città o un popolo siano veramente liberi, devono avere il diritto sicuro, senza pressioni economiche, politiche o di polizia, di fare le proprie scelte e di vivere la propria vita. E come ho spesso detto, se qualcuno dubita di quanto la nostra presenza sia desiderata dagli abitanti di Berlino Ovest, siamo pronti a sottoporre la questione a un libero voto in tutta Berlino e, se possibile, tra tutti i tedeschi.
Il punto fondamentale di questa crisi è che è inutile. Gli strumenti elementari per una soluzione pacifica si trovano nella Carta. In base alla sua legge, gli accordi devono essere rispettati, a meno che non vengano modificati da tutti coloro che li hanno stipulati. I diritti stabiliti devono essere rispettati. L’orientamento politico dei popoli dovrebbe basarsi sulla loro volontà, liberamente espressa in plebisciti o libere elezioni. Se ci sono problemi legali, possono essere risolti con mezzi legali. Se c’è una minaccia di ricorso alla forza, questa deve essere respinta. Se c’è desiderio di cambiamento, questo deve essere oggetto di negoziazione e, se si negozia, deve essere fondato sul rispetto reciproco e sulla considerazione dei diritti altrui.
Le potenze occidentali hanno fermamente deciso di difendere, con qualsiasi mezzo si renda necessario, i propri obblighi e il diritto di accesso ai cittadini liberi di Berlino Ovest, nonché l’autodeterminazione di questi ultimi. Questa generazione ha imparato a proprie spese che sia brandire minacce che cedere ad esse può condurre solo alla guerra. Ma la fermezza e la ragione possono condurre a quel tipo di soluzione pacifica in cui il mio Paese crede profondamente.
Non ci impegniamo a seguire formule rigide. Non vediamo una soluzione perfetta. Riconosciamo che truppe e carri armati possono, per un certo periodo, mantenere una nazione divisa contro la sua volontà, per quanto questa politica possa sembrarci imprudente. Ma crediamo che sia possibile un accordo pacifico che tuteli la libertà di Berlino Ovest e la presenza e l’accesso degli alleati, riconoscendo al contempo gli interessi storici e legittimi di altri nel garantire la sicurezza europea.
Si stanno esplorando le possibilità di negoziazione; è troppo presto per prevedere quali saranno gli sviluppi. Da parte nostra, saremo lieti di annunciare al momento opportuno che è stata trovata una soluzione. Non c’è infatti bisogno di una crisi a Berlino che minacci la pace, e se coloro che hanno creato questa crisi desiderano la pace, la pace e la libertà a Berlino ci saranno.
X
Gli eventi e le decisioni dei prossimi dieci mesi potrebbero benissimo decidere il destino dell’umanità per i prossimi diecimila anni. Non ci sarà modo di sfuggire a questi eventi. Non ci sarà appello contro queste decisioni. E noi, qui in questa sala, saremo ricordati o come parte della generazione che ha trasformato questo pianeta in una pira funeraria in fiamme, o come la generazione che ha mantenuto la promessa di “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”.
Nel tentativo di onorare tale promessa, vi prometto ogni sforzo di cui questa Nazione dispone. Vi prometto che non commetteremo né provocheremo aggressioni, che non fuggiremo né ricorreremo alla minaccia della forza, che non negozieremo mai per paura, che non avremo mai paura di negoziare.
Il terrore non è un’arma nuova. Nel corso della storia è stato usato da coloro che non sono riusciti a prevalere, né con la persuasione né con l’esempio. Ma inevitabilmente hanno fallito, o perché gli uomini non hanno paura di morire per una vita degna di essere vissuta, o perché gli stessi terroristi hanno compreso che gli uomini liberi non si lasciano intimidire dalle minacce e che l’aggressione avrebbe incontrato la sua giusta risposta. Ed è alla luce di questa storia che ogni nazione oggi dovrebbe sapere, sia essa amica o nemica, che gli Stati Uniti hanno sia la volontà che le armi per unirsi agli uomini liberi nell’assumersi le proprie responsabilità.
Ma oggi sono qui per guardare oltre questo mondo di minacce a un mondo di pace. In questa ricerca non possiamo aspettarci alcun trionfo definitivo, perché nuovi problemi sorgeranno sempre. Non possiamo aspettarci che tutte le nazioni adottino sistemi simili, perché il conformismo è il carceriere della libertà e il nemico della crescita. Né possiamo aspettarci di raggiungere il nostro obiettivo con espedienti, per decreto o persino per volere di tutti.
Ma per quanto a volte ci sembri di essere vicini a quell’oscuro e definitivo abisso, nessun uomo di pace e di libertà si disperi. Perché non è solo. Se tutti noi sapremo perseverare, se in ogni terra e in ogni carica sapremo guardare oltre i nostri confini e le nostre ambizioni, allora certamente sorgerà l’era in cui i forti saranno giusti, i deboli al sicuro e la pace preservata.
Signore e signori di questa Assemblea, la decisione spetta a noi. Mai le nazioni del mondo hanno avuto tanto da perdere, né tanto da guadagnare. Insieme salveremo il nostro pianeta, o insieme periremo tra le sue fiamme. Possiamo salvarlo, e dobbiamo salvarlo, e allora ci guadagneremo l’eterna gratitudine dell’umanità e, come operatori di pace, l’eterna benedizione di Dio.
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