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Carissimi,
Siete corsi alle urne, e vi ringraziamo. E così hanno fatto un numero imprevisto di elettori. C’è stata questa corsa alle urne, questo “RUERE AD URNĀS” come mai c’era stato prima: si pensi che a Roma, in una sezione della Garbatella, il quartiere da cui viene la Meloni, l’affluenza al voto è stata dell’86,90 per cento, e in un’altra dell’83,60 per cento, e risultati altrettanto straordinari ci sono stati nelle grandi città, e nel Sud e nelle isole, e la maggioranza ha votato per la magistratura (che era sotto attacco), per la Costituzione e perfino per Mattarella, in quanto presidente dell’organismo che si voleva smembrare. Dunque ci sono stati due fatti in controtendenza: il primo ha smentito il cattivo presagio secondo il quale saremmo già entrati nell’età della post-democrazia; il secondo ha smentito che la maggioranza dei cittadini fosse ormai estranea alla politica, come attestato dal crescente astensionismo dal voto.
Tutto questo porta a chiedersi il perché di questa imprevista politicizzazione e di questa netta scelta dell’elettorato per il no.
Certamente non si può pensare che il sapere due magistrati, uniti o separati nella stessa aula di giustizia, fosse tanto appassionante da muovere le folle quanto la disputa provocata da Ario nei primi secoli cristiani sul dilemma dell’unione o della separazione tra natura umana e divina. La politicizzazione e la scelta devono essere state causate da altri moventi, altrettanto sentiti nella società secolare: non basta a spiegarlo né la politicizzazione indotta dalla Meloni nel postulare un voto per lei (tutta la legislatura!) o contro di lei, né la politicizzazione indotta da Salvini in Sicilia provocando la mobilitazione popolare contro il ponte sullo Stretto. Per ben altri interessi si erano viste le piazze piene, i giovani in corteo, gli studenti a occupare le scuole, i lavoratori in sciopero: si era manifestato per la Palestina, contro il genocidio, si era messa perfino in mare una flotilla, ci si era scontrati con la polizia per la libertà dei Centri sociali, e infine si era rimasti attoniti e sconcertati al vedere prostituirsi la democrazia americana, il cinismo mercantile e belluino di Trump, la crudeltà di Netanyahu, la falsa lotta tra bene e male in Ucraina, la corsa alle armi dell’Europa, e infine la guerra, in pieno negoziato, con l’Iran, l’omicidio premeditato dei suoi leader, scovati e uccisi dall’Intelligenza Artificiale e dai suoi strumenti umani uno per uno, e il mondo intero – energia, pace e petrolio -mandato alla rovina. E l’Italia, e la sua Presidente, a correre qua e là, a farsi vedere, ma non sapendo che fare, come essere con Trump e contro Trump, per la vittoria in guerra e per la conclamata scelta di non partecipare alla guerra.
Di fronte a tutto questo, che fare? Il senso del male incombente era pari al senso di un’impotenza. E se avesse ragione il tecnocrate miliardario americano venuto a Roma per snidare il Papa, Peter Thiel, secondo il quale la libertà, cioè la sovranità del denaro e l’onnipotenza della tecnica, ovvero la salvezza oggi promessa, sono incompatibili con la democrazia?
E così alla prima occasione di dimostrare in qualche modo che tutto non è compiuto, che l’alternativa c’è, che il popolo non è vinto e, nel contempo, che non c’è altro argine, non c’è altro “katécon” per dirla con Thiel, altra “forza frenante” che la democrazia, l’elettorato si è mosso, e questa prima occasione è stato il referendum. È successo un po’ quello che era accaduto quando abbiamo proposto, in pieno genocidio, di eleggere domicilio a Gaza: un atto solo simbolico, ma il solo che ognuno potesse fare, per dire in qualche modo di esserci, di militare contro questo male; così le elezioni di domicilio a Gaza, chi presso l’ospedale, chi presso la scuola, chi presso la parrocchia, chi presso il luogo bombardato mentre si prendeva il cibo, sono arrivate a valanga.
Dunque la democrazia c’è, il “no” si può esprimere, l’alternativa verrà. Basta darle l’occasione. E anche la pace si può fare.
Nel sito di Prima Loro e’ pubblicato: un articolo di Fabian Scheidler sulla sconfitta americana da parte dell’Iran, e uno di Guillem Pujol sulla figura del tecnocrate trumpiano Peter Thiel.
Con i più cordiali saluti,
da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
Raniero La Valle su Prima Loro
all’articolo di Riccardo Petrella che commentava la dichiarazione di Trump secondo la quale nessun potere lo può fermare, che è la definizione classica della sovranità, abbiamo messo nel sito il titolo: “Sovrano è il crimine” perché appunto di questo si tratta quando un potere che si pretende sovrano compie e rivendica un crimine (come i molti crimini “politici” commessi e annunciati da Trump), che nessuno al di sopra di lui (“superanus”) può giudicare. Ma questo significa la morte del diritto, e quindi un cambiamento d’epoca, che simbolicamente abbiamo datato al 3 gennaio scorso, il giorno del crimine – il colpo terroristico in Venezuela – così rivendicato da Trump.






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