PRENDERE PARTITO PER LA TERRA

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Le due salvezze
PRENDERE PARTITO PER LA TERRA

logo76Una scuola e una Costituzione della Terra: è questa la proposta per rispondere alla crisi globale che è stata preannunziata in un discorso tenuto nel Palazzo della Cultura di Messina il 9 dicembre. Se Dio non è geloso e non è causa di divisione tra gli uomini, un popolo della Terra si può costituire, come dicono oggi papa Francesco e le altre religioni. Ogni casa una scuola

di Raniero La Valle

Pubblichiamo un discorso tenuto a Messina nel Palazzo della Cultura il 9 dicembre 2019 da Raniero La Valle. La proposta che vi è contenuta era stata già illustrata il 30 novembre a Gioia del Colle (Bari), in un convegno promosso da “Cercasi un fine” sul tema “Una comunità che viene dal futuro”, in ricordo di Franco Ferrara.

Vogliamo oggi parlare del futuro a partire dalla svolta di papa Francesco.
Come si sa papa Francesco è un papa molto contestato, come non avveniva da molti decenni. Ancora ieri, 8 dicembre, a Piazza di Spagna a Roma, per la festa dell’Immacolata, si è visto quanto è amato dalle folle, sono quelle folle di cui sempre parlano i Vangeli, che si raccoglievano dove parlava Gesù. Sicché oggi le Chiese sono vuote, ma le piazze sono piene; e tuttavia i giornali sono pieni di questa contestazione al papa. Forse altrettanto contestato fu papa Giovanni XXIII, che si era permesso di convocare un Concilio, quando secondo i tradizionalisti, dopo la proclamazione dell’infallibilità pontificia, avvenuta al Concilio Vaticano I, di Concili non ce ne dovevano essere più. Però nessuno era arrivato ad accusare papa Giovanni di eresia come invece è accusato papa Francesco, perfino da alcuni cardinali. Perciò non si può parlare degli attacchi a papa Francesco senza dolore, e non si può non pregare per lui; e a mio parere la Chiesa, a cominciare dalla Chiesa italiana, dalla Chiesa di Messina, non lo fa, come se la controversia sul papa riguardasse solo il papa e la Curia, e non invece il destino dell’uomo sulla terra.
Perché una cosa dobbiamo dire. Quando Pietro, come si racconta negli Atti degli apostoli, fu incarcerato e tutta la Chiesa si mise a pregare per lui, ciò che era in gioco era l’esistenza e il futuro della Chiesa nascente. Ma oggi, con il pontificato di papa Francesco, non è in gioco il futuro della Chiesa, perché essa, bene o male, continuerà, potrà perfino sopportare un futuro papa reazionario come tanti ne ha avuti nella storia. Ma con il pontificato di papa Francesco, si gioca un’altra cosa, si gioca il futuro del mondo e della storia; non a caso l’unica Enciclica di papa Francesco, la “Laudato Sì”, è indirizzata “ad ogni persona che abita questo pianeta”: non solo ai buoni, ma anche ai cattivi, perché il destino è di tutti.
E allora bisogna cercare di capire che cosa c’è di veramente nuovo con papa Francesco, al di là delle cose più vistose, che tutti percepiscono, al di là dei luoghi comuni con cui viene rappresentato: che vive in albergo e non nel Palazzo, che porta le scarpe nere e non rosse, firmate Prada, che viaggia portandosi la borsa da sé, che alla Casa Bianca tra i macchinoni americani lui ci va con la Panda, che sotto il colonnato di San Pietro fa fare la barba e i capelli ai barboni, e poi li invita alle bellezze della Cappella Sistina, perché anche loro hanno diritto alla bellezza, e quando dà la luce non dà solo la luce della fede – “lumen Christi, lumen Ecclesiae, lumen Gentium” – ma anche la luce elettrica al palazzo occupato. Tutto questo si sa.
E nemmeno vogliamo qui ricordare tutte le eresie di cui è accusato: per esempio di voler dare la comunione ai divorziati risposati, contro il dogma dell’indissolubilità: ma questa non è un’eresia, semmai è un’eresia dimenticare che Gesù ha perdonato l’adultera e non ha istituito l’eucarestia previa esclusione delle coppie irregolari. Né vogliamo riferirci all’accusa di aver definito il proselitismo “una peste”, facendo cadere l’assioma dogmatico che aveva retto per secoli, cioè che “extra Ecclesiam nulla salus”, fuori della Chiesa non c’è salvezza: ossia fuori della Chiesa visibile, senza essere passati attraverso la porta della Chiesa costituita e organizzata come società in questo mondo, senza l’acqua del battesimo non ci sarebbe salvezza, come spiegava anche san Tommaso rispondendo alle “quaestiones” che gli venivano poste alla Sorbona; e si trattava in quel caso di un bambino nato e morto in un deserto, dove l’acqua non c’era. E questo licenziare il proselitismo, davvero per un’istituzione che rivendicava di avere il monopolio su Dio, può sembrare un’eresia.
Ma queste non sono novità e non sono eresie perché già si sapeva che Dio è per tutti. La vera novità che viene con papa Francesco è una novità che non si era mai prodotta prima nella storia del mondo ed è una novità da cui d’ora in poi dipende la storia del mondo. Io non dico che questa novità l’ha portata papa Francesco, perché al contrario è un segno dei tempi, che non è posto da noi. Però questa novità di certo papa Francesco la interpreta, la svela e la mette al mondo per noi.

La vera novità

La novità è che il mondo, il mondo fisico, il mondo profano, il mondo costruito da noi si trova dinanzi a un drammatico problema di salvezza; per la prima volta gli scienziati, i climatologi, e anche milioni di giovani e meno giovani in tutto il mondo parlano di salvezza, dicono che la terra può distruggersi, che può non esserci un futuro. All’orizzonte della politica, della cultura, della vita quotidiano, c’è un nuovo tema all’ordine del giorno: la salvezza della terra. [segue]
Prima a parlare della salvezza erano state solo le religioni, che infatti sono chiamate religioni della salvezza; il cristianesimo stesso, da quando è nato, è lì per annunciare un Dio salvatore.
Ma la percezione comune durata per secoli, era che si trattasse di un’altra salvezza. Per molti non credenti di questa salvezza non c’era nemmeno bisogno.
Ebbene, la novità è che ora, quando papa Francesco e il vertice sul clima riunito a Madrid, parlano della salvezza, parlano della stessa salvezza. Le due salvezze si congiungono in una sola e papa Francesco, con la sua Chiesa, si pone appunto come il papa delle due salvezze.
Per millenni gli esseri umani hanno in effetti vissuto divisi tra due salvezze. La salvezza della terra, il salvarsi cioè sulla terra con le opere della terra, e la salvezza del cielo, il salvarsi per la vita del cielo e con la fede nel cielo. A queste due salvezze, insieme negate e promesse, hanno corrisposto due storie, da un lato la storia profana del mondo, dall’altro la storia religiosa del sacro, quella che i Padri della Chiesa chiamavano la “historia salutis”. Ma c’è un problema: che tutta la nostra cultura, da Eraclito fino a Hegel e a Marx, è stata una cultura dominata dal demone della dialettica, dove le differenze sono vissute come opposti, uomo e donna, servo e signore, giudeo e greco, amico e nemico, noi e loro; e così anche il rapporto tra le due storie è stato vissuto come dialettico, come conflittuale, come antagonistico, santi e dannati, devoti e atei, pelagiani e antipelagiani, scelta religiosa o progetto culturale; addirittura per Lutero la sola giustizia era dovuta alla fede, l’uomo, ormai schiavo, dominato dal servo arbitrio, era nulla. Per non parlare di Agostino, le due città, mischiate ma opposte, un copione da tragedia.
Ora la novità interpretata da papa Francesco è che le due salvezze sono una sola, le due storie sono distinte ma congiunte, non confuse ma non separate, come dice il concilio di Calcedonia.
Ed è proprio la “Laudato Sì” a rivelarlo. Se non si salva la terra, come si può sperare la salvezza nei cieli? Che fine fanno le promesse di Dio? Per papa Francesco, che pur viene dalla lettura dialettica degli Esercizi di Sant’Ignazio, le due salvezze si incontrano ma non dialetticamente, cioè non una contro l’altra; la salvezza celeste non sopraggiunge come distruzione e antitesi di quella terrena: questa sarebbe l’Apocalisse, non il Vangelo, e anzi non sarebbe nemmeno l’Apocalisse di Giovanni, che è anch’essa evangelica, ma l’Apocalisse di Esdra; il IV libro di Esdra, ai tempi di Gesù, diceva che il mondo era venuto male, perciò sarebbe stato distrutto e ne sarebbe venuto un altro, ma non umano.
Purtroppo questa vena apocalittica, che a pensarci bene è il culmine e il suggello religioso della dialettica, ha continuato a serpeggiare nella nostra cultura. Il marchio della bestia, di cui parla l’Apocalisse di Giovanni, è rimasto impresso “sulla mano destra o sulla fronte di tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi”; l’uomo è perduto, ed anche la natura che soffre le doglie del parto, ma questo parto può essere un aborto.
Ed ecco che arriva Francesco, non il Francesco papa, ma Francesco di Assisi, che intona il Cantico delle creature. Nessuno pensa che gli uccelli, il sole, la luna, l’acqua, la terra abbiano la vita eterna. Dunque è chiaro che qui si tratta della salvezza della terra. E quindi anche della salvezza dell’uomo sulla terra. La “historia salutis” è allora anche la storia di questa salvezza.
Poi arriva Bergoglio, un uomo mandato da Dio, dal Salvatore del mondo e prende anche lui il nome di Francesco. E anche lui ripetendo “Laudato Sì” intona un cantico delle creature per la salvezza della terra. Due ecologie si incontrano: l’uomo, la donna e il cielo stellato sopra di loro; o l’ecologia è integrale, dice il papa Francesco, o l’ecologia non c’è, la casa comune non c’è.
Queste due ecologie però non si congiungono solo ora, quando con la crisi climatica e tutto il resto la terra va in pezzi, ma sono state unite, sono state una cosa sola sin dal principio.
Sia il Primo Testamento che il Secondo Testamento, in quel suo apice che è il Vangelo di Giovanni, cominciano con le parole “in principio”: “In principio Dio creò il cielo e la terra”; “In principio era il Verbo”. Dunque ambedue i Testamenti sono creazionisti. Oggi ci sono gli anti creazionisti, ma i due Testamenti sono creazionisti. Ci sarà stato pure il Big Ben, l’evoluzione, l’età della pietra, è tutto vero, Darwin ha ragione e anche Einstein. Ma in principio, dicono i sacri libri c’era il Verbo di Dio, cioè la parola di Dio; ma la parola è cosa dell’uomo. Se c’è una cosa che è umana è la parola. Dunque l’intreccio tra il divino e l’umano c’è fin dal principio. La prima epifania dell’umano sulla terra non è Adamo, è la Parola; e infatti l’uomo e la donna saranno a immagine di questa Parola.
Le due salvezze e le due storie nascono di lì. Ma purtroppo si sono infilate nella cultura della dialettica, sono state vissute come opposte, ciascuna protesa al “toglimento” al superamento, alla soppressione dell’altra. Dal Dio geloso che ispira a Giosuè lo sterminio di Gerico, alla rivoluzione culturale cinese e magari fino a Salvini, siamo tutti hegheliani. Il messianismo non era così, almeno il messianismo cristiano che ha preso il nome da Gesù, il Cristo, che vuol dire messia.
Il messianismo non era dialettico. Quando dice non c’è più né uomo né donna, né servo o signore, né ebreo o gentile, non vuol dire che gli uni hanno soppresso gli altri, ma tutti sono pari e liberi e salvi davanti a Dio. Il messianismo diceva non che l’arcangelo Michele vinceva il dragone nei cieli ma che ciascuno avrebbe vissuto in pace sotto la sua vite e sotto il suo fico, che l’asino e il bue, in barba alle leggi di purità, avrebbero arato insieme, che le lance sarebbero state trasformate il falci e che nessun popolo avrebbe più imparato l’arte della guerra. Perché la guerra non sta in natura si deve imparare, si deve inventarla per poterla fare.
È a questo punto che arriva san Francesco con le sue creature, a Greccio mette un bambinello contadino nella culla. Agata, mia moglie, quando era maestra, in prima elementare, con i bambini fece un presepio vivente e nella culla ci mise il bambino più handicappato e sfuggito di tutta la classe (avevano fatto le lotte per l’integrazione scolastica) e da quel momento i bambini sani lo accolsero e lo misero al centro della classe e al centro di tutto. Questo è il messianismo. E Francesco fa l’omelia agli uccelli, non credo in latino, come forse avrebbe voluto il suo papa Innocenzo III, ma in volgare, che doveva essere la lingua degli uccelli, un cinguettio, un tweet, e gli uccelli capirono.
E ora papa Francesco riparte da lì, e predica l’ecologia integrale, cioè l’unità delle due ecologie. Della prima ecologia, quella riguardante la terra, aveva cominciato a parlare Fanfani, perché il problema si poneva già allora. La seconda ecologia, quella riguardante gli abitanti della terra, era partita, anche se non si chiamava così, con la grande rivoluzione della libertà e dei diritti dopo la notte assoluta che era stata la seconda guerra mondiale, la guerra che ha prodotto i primi due crimini globali, la Shoà e la bomba su Hiroshima, i due nuovi peccati originali del mondo. Ora il problema qual è? Che le due salvezze non si possono più separare è la storia che ce le presenta indissolubilmente unite e noi le dobbiamo assumere insieme.

Che cosa ci sta succedendo?

E infatti che cosa ci sta succedendo? Che si sta rompendo la Terra, La Groenlandia si scioglie, fondono i ghiacciai alpini, a Venezia l’acqua sale di 187 centimetri, i viadotti crollano, i deserti avanzano, Giakarta dovrà essere evacuata e in ogni caso, sotto il livello del mare, non potrà essere più la capitale dell’Indonesia. Ma non è solo crisi climatica. L’Amazzonia brucia per fuoco amico, e anche l’Africa; Hong Kong è in rivolta perché vuole separarsi dalla Cina, e questa la reprime; la Gran Bretagna esce dall’Unione Europea senza accordi, l’Europa rischia di implodere, gli Stati Uniti fanno la guerra dei dazi e vendono i Curdi alla Turchia, le atomiche proliferano, ce n’è abbastanza da calcinare la Terra, Israele vuole tutta la terra per sé senza autodeterminazione per la nazione palestinese, nel Mediterraneo profughi e naufraghi non sono persone, muri si alzano dall’Occidente all’Oriente, in Italia si fomenta la sindrome del nemico. Tutto è divisione, e se il punto critico della temperatura terrestre sarà raggiunto nel 2050 come dicono gli scienziati australiani, siamo a poco dalla fine. Un aumento di 3 gradi della temperatura planetaria farebbe collassare buona parte degli ecosistemi terrestri, desertificherebbe e inonderebbe vaste aree abitate anche nelle zone più temperate e farebbe sì che il 35% della superficie terrestre, dove vive più della metà della popolazione mondiale, venga investita per almeno 20 giorni l’anno da ondate di calore letali.
Così si pongono oggi a livello mondiale questioni e rischi derivanti dal fatto che l’operazione umana, per mano pubblica o privata, ha attivato processi tecnologici finanziari e politici sempre più alienati dalla realtà, processi che stanno uscendo o sono usciti dal controllo dell’essere umano, ossia dall’attuale capacità della cultura, della scienza e della politica di determinarne i fini e padroneggiarne gli esiti, mentre si manifesta dovunque una crisi profonda della democrazia e del diritto a cui è urgente porre rimedio.
Siamo oggi in presenza di una novità sconvolgente e decisiva. Si è fatto incerto e imprevedibile ciò che fino a ieri era fuori discussione, cioè che la Terra fosse ancora a lungo il luogo adatto per viverci, e che la storia degli uomini e delle donne potesse continuare a svolgervisi per un indeterminato futuro. La fine del mondo, che era pensata dalle religioni e dalle Chiese come evento ultimo della storia e già posto oltre di essa, è invece ora all’ordine del giorno come una news che può irrompere nella cronaca ed essere raccontata dai telegiornali, quando ancora ci fossero. Essa è oggi nel calcolo degli scienziati, nella percezione delle culture, nell’evasione delle fictions, ma il possibile crollo di tutta la costruzione umana sulla terra non è assunto dalla politica come suo problema e come causa delle azioni da compiere. In verità nel Novecento la politica percepì e fronteggiò febbrilmente un’altra lotta con la fine, che si era profilata sotto la forma della minaccia dell’olocausto nucleare, e la sventò, ma oggi quando ben altre minacce si aggiungono e quella sta di nuovo irrompendo, la decisione politica sembra passare la mano al fato o al destino. Non mancano severe analisi ed enunciati programmatici di sostenibilità ambientale, ma ben lontano da quanto sarebbe necessario. Quella che manca è la comune determinazione degli uomini e donne di questo pianeta di salvare la terra e far continuare la storia. Questa determinazione non può che essere una determinazione politica; ma la politica e anche tutta l’informazione e l’intrattenimento vivono in una sorta di astrazione, vivono nella condizione del come se, del come se non: come se tutto ciò non dovesse accadere, e quando poi le cose accadono non sanno che pesci pigliare.
L’atteggiamento della politica moderna è quello dell’indifferenza; essa ignora la realtà che non vuole o non è in grado di affrontare. In effetti la politica interna ed estera degli Stati, concepita e organizzata per prospettive di breve periodo, non ha alcuna idea e alcuna cura riguardo al futuro.
Noi invece dobbiamo assegnarci un compito, dobbiamo darci un fine. Non possiamo andare avanti senza un progetto, metterci alla finestra a guardare come va a finire.

Il fine non può essere che quello di scongiurare la fine

Il fine non può che essere quello di far sì che la terra sia salva e la storia continui. Ora questa necessità di assumerci un fine si scontra con una difficoltà preliminare; e cioè che tutta la storia della cultura è giunta a un punto in cui l’idea stessa che possa esserci un fine è stata esorcizzata e scartata come non moderna. Basta vedere come sono trattate le ideologie. Le ideologie, e i partiti che vi si ispiravano, erano tali perché si prefiggevano un fine, che si trattasse della universalità dei diritti, o di una società senza classi, o di una società democratica non priva di valori cristiani, o di una prosperità magica assicurata dalla Mano Invisibile del Mercato. Ma oggi le ideologie sono accusate di pulsioni totalitarie, il politicamente corretto le esclude, e i partiti, che ne sono diventati orfani, boccheggiano e muoiono. La politica, che si tratti di Renzi o delle Sardine, è quella dell’attimo fuggente. Intanto la vera ideologia che, nascosta, sopravvive e prende il potere è quella del denaro sovrano, e dell’economia che uccide.
Ma non sono solo le ideologie. La filosofia della storia nega oggi che la storia abbia un fine. Essa è ben rappresentata dall’ Angelus Novus di Walter Benjamin, non a caso citato dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, nell’omelia per santa Rosalia. È un angelo che ha il viso rivolto al passato, dove vede solo un cumulo di rovine che vorrebbe sanare; ma una tempesta che spira dal paradiso si è impigliata nelle sue ali e lo sospinge irresistibilmente verso il futuro a cui egli volta le spalle, mentre il cumulo delle macerie cresce davanti a lui. È l’angelo della storia che la tempesta del progresso spinge ciecamente verso un futuro che ignora.
Noi dobbiamo impedire che queste macerie siano il nostro futuro.
I giovani di “Fridays for future”, ma anche le Sardine, ci chiedono questo.

L’inversione delle cose è possibile

Questa è allora la notizia che oggi vogliamo dare: l’inversione del corso delle cose è possibile. Essa ha un nome: Costituzione della terra. Il costituzionalismo statuale che ha dato una regola al potere, ha garantito i diritti, affermato l’eguaglianza e assicurato la vita degli Stati non basta più, occorre passare a un costituzionalismo mondiale della stessa autorità ed estensione dei poteri e del denaro che dominano la Terra.
La Costituzione del mondo non è il governo del mondo, ma la regola d’ingaggio e la bussola di ogni governo per il buongoverno del mondo. Nasce dalla storia, ma deve essere prodotta dalla politica, ad opera di un soggetto politico che si faccia potere costituente. Il soggetto costituente di una Costituzione della Terra è il popolo della Terra, non un nuovo Leviatano, ma l’unità umana che giunga ad esistenza politica, stabilisca le forme e i limiti della sua sovranità e la eserciti ai fini di far continuare la storia e salvare la Terra.
Salvare la Terra non vuol dire solo mantenere in vita “questa bella d’erbe famiglia e d’animali”, cantata dai nostri poeti, ma anche rimuovere gli ostacoli che “di fatto” impediscono il pieno sviluppo di tutte le persone umane.
Il diritto internazionale, come argomenta il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, è già dotato di una Costituzione embrionale del mondo, prodotta in quella straordinaria stagione costituente che fece seguito alla notte della seconda guerra mondiale e alla liberazione dal fascismo e dal nazismo: la Carta dell’Onu del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, i due Patti internazionali del 1966 e le tante Carte regionali dei diritti, che promettono pace, sicurezza, garanzia delle libertà fondamentali e dei diritti sociali per tutti gli esseri umani. Ma non sono mai state introdotte le norme di attuazione di queste Carte, cioè le garanzie internazionali dei diritti proclamati. Non è stato affatto costituito il nuovo ordine mondiale da esse disegnato. È come se un ordinamento statale fosse dotato della sola Costituzione e non anche di leggi attuative, cioè di codici penali, di tribunali, di scuole e di ospedali che “di fatto” la realizzino. È chiaro che in queste condizioni i diritti proclamati sono rimasti sulla carta, come promesse non mantenute. Riprendere oggi il processo politico per una Costituzione della Terra vuol dire tornare a prendere sul serio il progetto costituzionale formulato settant’anni fa e i diritti in esso stabiliti. E poiché quei diritti appartengono al diritto internazionale vigente, la loro tutela e attuazione non è soltanto un’urgente opzione politica, ma anche un obbligo giuridico in capo alla comunità internazionale e a tutti noi che ne facciamo parte.
Qui c’è un’obiezione formulata a partire dalla tesi di vecchi giuristi secondo la quale una Costituzione è l’espressione dell’«unità politica di un popolo»; niente popolo, niente Costituzione. E giustamente si dice che un popolo della Terra non c’è; infatti non c’era ieri e fino ad ora non c’è. La novità è che adesso può esserci, può essere istituito; lo reclama la scena del mondo, dove lo stato di natura delle sovranità in lotta tra loro non solo toglie la «buona vita», ma non permette più neanche la nuda vita; lo reclama l’oceano di sofferenza in cui tutti siamo immersi; lo rende possibile oggi la vetta ermeneutica raggiunta da papa Francesco e da altre religioni con lui, grazie alla quale non può esserci più un dio a pretesto della divisione tra i popoli: “Dio non ha bisogno di essere difeso da nessuno” – hanno detto ad Abu Dhabi – non vuole essere causa di terrore per nessuno, mentre lo stesso “pluralismo e le diversità di religione sono una sapiente volontà divina con cui Dio ha creato gli esseri umani”; la Terra stessa non è una sfera, ma un poliedro di differenze armoniose.
Per molti motivi perciò è realistico oggi porsi l’obiettivo di mettere in campo una Costituente della Terra, prima ideale e poi anche reale, di cui tutte le persone del pianeta siano i Padri e le Madri costituenti.

Prendere partito per una Costituzione della Terra

Di per sé l’istanza di una Costituzione della Terra emanata da un soggetto costituente che sia la comunità umana stessa, dovrebbe essere perseguita da quello strumento privilegiato dell’azione politica che, almeno nelle democrazie, è il partito – nazionale o transnazionale che sia – ossia un artefice collettivo che, pur sotto nomi diversi, agisca nella forma partito. Oggi questo nome è in agonia perché evoca non sempre felici ricordi, ma soprattutto perché i grandi poteri che si arrogano il dominio del mondo non vogliono essere intralciati dal controllo e dalla critica dei popoli, e quindi cercano di disarmarli spingendoli a estirpare le radici della politica e dei partiti fin nel loro cuore. È infatti per la disaffezione nei confronti della politica a cui l’intera società è stata persuasa che si scende in piazza senza colori; ma la politica non si sospende, e ciò a cui comunque oggi siamo chiamati è a prendere partito, a prendere partito non per una Nazione, non per una classe, non “prima per noi”, ma a prendere partito per la Terra, dalla parte della Terra.
Ma ancor più che la riluttanza all’uso di strumenti già noti, ciò che impedisce l’avvio di questo processo costituente, è la mancanza di un pensiero politico comune che ne faccia emergere l’esigenza e ne ispiri modalità e contenuti.
Non manca certamente l’elaborazione teorica di un costituzionalismo globale che vada oltre il modello dello Stato nazionale, il solo nel quale finora è stata concepita e attuata la democrazia, né mancano grandi maestri che lo propugnino; ma non è diventato patrimonio comune, non è entrato nelle vene del popolo un pensiero che pensi e promuova una Costituzione della Terra, una unità politica dell’intera comunità umana, il passaggio a una nuova e rassicurante fase della storia degli esseri umani sulla Terra.

Una Scuola per un nuovo pensiero

Eppure le cose vanno così: il pensiero dà forma alla realtà, ma è la sfida della realtà che causa il pensiero. Una “politica interna del mondo” non può nascere senza una scuola di pensiero che la elabori, e un pensiero non può attivare una politica per il mondo senza che dei soggetti politici ne facciano oggetto della loro lotta. Però la cosa è tale che non può darsi prima la politica e poi la scuola, né prima la scuola e poi la politica. Devono nascere insieme, perciò quello che proponiamo è di dar vita a una Scuola che produca un nuovo pensiero della Terra che fermenti causando nuove soggettività politiche per un costituzionalismo della Terra.
Certamente questa Scuola non può essere pensata al modo delle vecchie Accademie o dei consueti Istituti scolastici, ma come una Scuola disseminata e diffusa, telematica e stanziale, una rete di scuole con aule reali e virtuali. Se il suo scopo è di indurre a una mentalità nuova e a un nuovo senso comune, ogni casa dovrebbe diventare una scuola e ognuno in essa sarebbe docente e discente. Il suo fine potrebbe perfino spingersi oltre il traguardo indicato dai profeti Michea ed Isaia che volevano cambiare le lance in falci; Isaia aggiungeva che i popoli non avrebbero più imparato l’arte della guerra. Voleva dire che la guerra non era in natura: per farla, bisognava prima impararla. Noi l’abbiamo imparata e imparandola sempre più la facciamo e l’armiamo; la scuola dovrebbe farci disimparare l’arte della guerra, e farci imparare invece l’arte di custodire il mondo e fare la pace. .
Molte sarebbero in tale scuola le aree tematiche da perlustrare: 1) le nuove frontiere del diritto, il nuovo costituzionalismo e la rifondazione del potere; 2) il neo-liberismo e la crescente minaccia dell’anomia; 3) la critica delle culture ricevute e i nuovi nomi da dare a eventi e fasi della storia passata; 4) il lavoro e il Sabato, un lavoro non ridotto a merce, non oggetto di dominio e alienato dal tempo della vita; 5) la “Laudato sì” e l’ecologia integrale; 6) il principio femminile; 7) l’Intelligenza artificiale (il Führer artificiale?) e l’ultimo uomo; 8) come passare dalle culture di dominio e di guerra alle culture della liberazione e della pace; 9) come uscire dalla dialettica degli opposti, dalla contraddizione servo-signore e amico-nemico per assumere invece la logica dell’ et-et, della condivisione, dell’armonia delle differenze, dell’“essere per l’altro”, dell’ “essere l’altro”; 10) il congedo del cristianesimo dal regime costantiniano, nel suo arco “da Costantino ad Hitler”, e la riapertura nella modernità della questione di Dio; 11) il “caso Bergoglio”, preannuncio di una nuova fase della storia religiosa e secolare del mondo.
Naturalmente molti altri temi potranno essere affrontati, nell’ottica di una cultura per la Terra alla quale nulla è estraneo d’umano. Tutto ciò però come ricerca non impassibile e fuori del tempo, ma situata tra due “kairòs”, tra New Delhi ed Abu Dhabi, due opportunità, una non trattenuta e non colta, la proposta di Gorbaciov e Rajiv Gandhi del novembre 1986 per un mondo libero dalle armi nucleari e non violento, e l’altra che ora si presenta di una nuova fraternità umana per la convivenza comune e la salvezza della Terra, preconizzata nel documento islamo-cristiano del 4 febbraio 2019 e nel successivo Comitato di attuazione integrato anche dagli Ebrei, entrato ora in rapporto con l’ONU per organizzare un Summit mondiale della Fratellanza umana e fare del 4 febbraio la “Giornata mondiale” che la celebri.

Partecipare al processo costituente iscriversi al Comitato promotore

La proposta è pertanto di istituire una Scuola che prenda partito per la Terra. A questo scopo è stata costituita un’associazione denominata “Comitato promotore partito della Terra”. Si chiama così perché in via di principio non era stata esclusa all’inizio l’idea di un partito, e in futuro chissà. Il compito è oggi di dare inizio a una Scuola, “dalla parte della Terra”, alle sue attività e ai suoi siti web, e insieme con la Scuola ad ogni azione utile al fine che “la storia continui”; e ciò senza dimenticare gli obiettivi più urgenti, il risanamento del territorio, la rifondazione del lavoro, l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, la firma anche da parte dell’Italia del Trattato dell’ONU per l’interdizione delle armi nucleari e così via.
A questa iniziativa possono aderire e iscriversi persone di buona volontà e di non perdute speranze, esponenti di associazioni, aggregazioni o istituzioni già impegnate per l’ecologia e i diritti; unendosi al Comitato promotore che allo scopo è stato istituito, secondo le modalità che saranno ben presto indicate nel documento che a giorni sarà pubblicato per dare notizia di quanto qui vi ho già detto.
Intanto possiamo registrare con soddisfazione che la prima sede della Scuola si è aperta presso la Piccola Comunità Nuovi Orizzonti, proprio qui a Messina, al centro del Mediterraneo, la culla da cui tutto è cominciato, e da dove partì qualche anno fa anche il nostro impegno per la salvaguardia della Costituzione italiana che un improvvido referendum voleva snaturare.
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logo76 16 DICEMBRE 2019 / EDITORE / LA SCELTA DELLA MISERICORDIA /

One Response to PRENDERE PARTITO PER LA TERRA

  1. […] si può costituire, come dicono oggi papa Francesco e le altre religioni. Ogni casa una scuola. di Raniero La Valle, Editoriale del 16 dicembre 2019. […]

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