“Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo distruzione? …Si giunga subito al cessate il fuoco.”

ed769876-dd6d-4a32-967f-848d7679851dCessate il fuoco

Con l’annessione delle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, la Russia ha scavato una trincea “politica” lungo le linee dei territori occupati, facendo sapere al nemico che da quelle linee non si muoverà, costi quel che costi.
Domenico Gallo​ 7.10.2022

Il 5 ottobre con la firma di Putin delle ratifiche dei trattati di annessione delle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson a seguito dell’esito dei referendum, si è verificato un fatto nuovo che cambia profondamente la natura del conflitto. Grazie ad un artifizio giuridico, la Russia ha trasformato i territori occupati dalle sue truppe in territorio della Federazione russa. In altre parole ha unilateralmente modificato i suoi confini, includendo nella Russia dei territori ancora formalmente soggetti alla sovranità dell’Ucraina. E’ evidente che ci troviamo di fronte ad una flagrante violazione del diritto internazionale, tanto della Carta dell’ONU, che dell’Atto finale della Conferenza di Helsinky (1975), che ha ribadito l’inviolabilità delle frontiere: queste possono essere modificate esclusivamente con mezzi pacifici e mediante accordo. Non può sussistere, pertanto, alcun dubbio sull’illegalità dell’annessione di questi territori alla Federazione russa. La Comunità internazionale non può riconoscere una modifica delle frontiere realizzata con la violenza bellica, ma questo non vuol dire che le vecchie frontiere debbano essere ripristinate con la forza.

La Comunità internazionale si è sempre rifiutata di riconoscere l’annessione di fatto realizzata da Israele della Cisgiordania a seguito della guerra dei sei giorni (1967). Più volte il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha qualificato Israele come potenza occupante, disconoscendo anche l’annessione di Gerusalemme est (in particolare con la Risoluzione 465), da ultimo lo ha fatto la Corte di Giustizia dell’ONU con la sentenza sull’illegalità del muro (9/7/2004), ma a nessuno è venuto in mente di spingere la Giordania o la Siria a riprendersi con la guerra i territori sottratti da Israele per ripristinare le frontiere violate. E’ pur vero che l’Ucraina può sempre invocare il diritto naturale di autotutela previsto dall’art. 51 della Carta dell’ONU, ma la mossa di Putin fa sì che, almeno su fronte interno, il Governo russo possa invocare il medesimo principio e trasformare “l’operazione militare speciale” in una sorta di guerra santa per la difesa della madre patria. Di qui il rischio che, di fronte ad un pericolo di smembramento, la Russia possa fare ricorso alle armi nucleari, come prevede la sua dottrina militare. Con questa svolta la Russia ha scavato una trincea “politica” lungo le linee dei territori occupati, facendo sapere al nemico che da quelle linee non si muoverà, costi quel che costi. Il fatto che la controffensiva ucraina stia riguadagnando il terreno perduto non è una buona notizia perché non può far altro che spingere la Russia ad incrementare il proprio impegno militare e alzare il livello dello scontro.

Si profila una fase nuova della guerra, simile alla guerra di logoramento che si combattè su vari teatri europei nel corso della Prima guerra mondiale. Nella sola battaglia di Verdun, che si protrasse dal febbraio al dicembre del 1916, ci furono nei due schieramenti oltre 700.000 morti. In tutto il conflitto la Francia ebbe oltre 1.300.000 morti (700.000 in Italia). Di fronte ad una catastrofe simile, aveva un senso chiedersi chi avesse iniziato o chi avesse vinto? La guerra era il male assoluto e la riannessione alla Francia delle terre di confine dell’Alsazia e della Lorena non poteva certo giustificare o mitigare le tremende devastazioni provocate dalla guerra e la perdita di milioni di vite umane. In questa nuova situazione la determinazione dell’Ucraina di recuperare manu militari i territori occupati dall’esercito russo apre uno scenario tremendo di violenza bellica simile a quello della Prima guerra mondiale, con la differenza che all’epoca non esistevano ancora le armi nucleari. Tanto per non suscitare equivoci sulle sue intenzioni, il Presidente Zelensky, dopo aver chiesto di essere anche formalmente ammesso nella NATO, ha emesso un decreto che vieta di aprire qualsiasi negoziato con la Russia.

La possibilità che la Russia, messa alle strette, ricorra all’uso di armi nucleari tattiche comporterebbe l’automatica estensione della guerra a tutti i 30 paesi della NATO poiché, come ci ha avvertito, da ultimo il gen. Petraeus, gli Stati Uniti, insieme agli alleati della Nato, “eliminerebbero” le forze russe in Ucraina e distruggerebbero la flotta russa nel Mar Nero. Nessun Parlamento potrebbe battere ciglio, l’Italia, come gli altri paesi NATO si troverebbe coinvolta in una tempesta di fuoco con la Russia, sullo sfondo della quale ci sarebbe l’olocausto nucleare Abbiamo visto che gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse al proseguimento di una guerra che dissangua la Russia e danneggia soltanto l’Europa, ma è possibile che tutti gli Stati europei continuino ad appoggiare con finanziamenti e rifornimenti militari questa aspirazione dell’Ucraina di andare allo scontro finale con la Russia? Di fronte a queste prospettive tremende, l’unica speranza è che venga ascoltato l’ultimo accorato appello al cessate il fuoco di papa Francesco: ” Mi addolorano le migliaia di vittime, in particolare tra i bambini, e le tante distruzioni, che hanno lasciato senza casa molte persone e famiglie e minacciano con il freddo e la fame vasti territori. Certe azioni non possono mai essere giustificate, mai! (..) E che dire del fatto che l’umanità si trova nuovamente davanti alla minaccia atomica? È assurdo. Che cosa deve ancora succedere? Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo distruzione? In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili.”

Anche noi ci chiediamo, cos’altro deve succedere prima che si verifichi un sussulto morale nella coscienza collettiva che faccia capire ai responsabili politici delle Nazioni che stanno commettendo un errore imperdonabile, perché la guerra in sé stessa è un orrore?

Per fortuna l’intervista di Conte ad Avvenire (5/10) dimostra che si sta aprendo una seria breccia nel muro dell’indifferenza della politica.

(una versione ridotta di quest’articolo è stata pubblicata dal Fatto quotidiano del 7 ottobre con il titolo: ha senso solo la via del Papa)

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Cessate il fuoco
Con la formale annessione alla Federazione Russa delle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson si è verificato un fatto nuovo che cambia profondamente la natura del conflitto in corso in Ucraina e apre la strada ad un’ulteriore escalation.
A fronte di una situazione critica sul piano militare dopo sette mesi di combattimenti ininterrotti, che hanno causato decine di migliaia di morti e distruzioni incalcolabili, questo ulteriore sviluppo rischia trasformare quella che il Governo russo ha definito una “operazione militare speciale” in una sorta di guerra santa per la difesa della madre patria. Si profila, pertanto un indurimento del conflitto, testimoniato dalla mobilitazione dei riservisti russi.
In questa nuova situazione le minacce di utilizzare l’arma nucleare da parte russa e la determinazione dell’Ucraina di recuperare manu militari i territori occupati dall’esercito russo apre uno scenario tremendo di violenza bellica simile a quello della Prima guerra mondiale, con la differenza che all’epoca non esistevano ancora le armi nucleari.
Il decreto del Presidente Zelensky che vieta di aprire qualsiasi negoziato con la Russia è un ulteriore segnale della volontà di portare il conflitto alle sue estreme conseguenze, incurante del rischio di un olocausto nucleare.
Di fronte a queste prospettive tremende, è urgente un cambiamento di rotta.
Non possiamo continuare ad alimentare l’ambizione del governo ucraino di “vincere” la guerra con la Russia e – persino – di recuperare con la forza quei territori che si sono distaccati nel 2014. L’Ucraina ha il diritto di difendersi ma non quello di trascinare il mondo in una guerra mondiale e tanto meno nucleare che cancellerebbe buona parte dell’umanità.
Condividiamo l’accorato appello al cessate il fuoco del Papa: “Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo distruzione? …Si giunga subito al cessate il fuoco.”
La Presidenza del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale condivide la necessità di una mobilitazione popolare promossa dal più largo schieramento possibile di associazioni e di persone che vogliono un immediato cessate il fuoco, l’avvio di trattative di pace, una conferenza internazionale per definire come uscire da questo pericoloso conflitto.
Il Cdc aderisce alle iniziative di associazioni laiche e cattoliche, dalle reti italiane ed europee che invocano il cessate il fuoco immediato, condizione imprescindibile per costruire percorsi di pace ed avviare una conferenza internazionale (come quella di Helsinky del 1975), che consenta di ricostruire una convivenza pacifica in Europa e nel mondo.
Invita tutti gli aderenti a lavorare per la più ampia partecipazione alle iniziative per il cessate il fuoco e per arrivare alla pace.

La Presidenza del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale
7/10/2022
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807de71e-2958-4561-ac01-376205c3c894L’appello della Conferenza episcopale russa.

Fratelli e sorelle amati nel Signore,
membri del clero, monaci e laici,

Il confronto in Ucraina è degenerato in un conflitto armato su larga scala, che ha già cancellato migliaia di vite, ha minato la fiducia e l’unità tra le nazioni e i popoli, e minaccia l’esistenza di tutto il mondo. Come sei mesi fa, noi desideriamo ripetere il magistero della Chiesa, secondo il Santo Vangelo e l’antica Tradizione: la guerra non è mai stata né mai sarà un mezzo di risoluzione dei problemi tra le nazioni; «Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra» (Pio XII, 1939).

Oggi i nostri cuori sono pieni di dolore e di impotenza per l’incapacità di fare qualcosa o anche solamente di trovare parole giuste, che possano cambiare la situazione in maniera decisiva ed evitare ulteriori vittime. Insieme a voi, fratelli e sorelle, ascoltiamo con attenzione le parole del Santo Padre, pronunciate in occasione della sua visita in Kazachstan: «Non abituiamoci alla guerra, non rassegniamoci alla sua ineluttabilità. Andiamo in aiuto di chi soffre e insistiamo perché si provi davvero a raggiungere la pace. L’unica via d’uscita è la pace, e l’unica strada per raggiungerla è il dialogo».

Consapevoli della nostra impotenza, preghiamo di vivere nello spirito della consacrazione dell’Ucraina e della Russia al Cuore Immacolato di Maria fatta da Papa Francesco, con piena fiducia nella cura di Dio per i suoi figli e nella sua infinita misericordia. L’unico modo per vivere così è essere umili costruttori di pace e difensori della giustizia, nella misura in cui i nostri talenti e le circostanze della nostra vita ce lo permettono.

La mobilitazione parziale proclamata in Russia ha posto molti nostri fedeli davanti a una scelta morale molto seria. Sappiamo che in determinate circostanze le autorità statali non solo hanno il diritto, ma devono anche usare le armi ed esigere dai cittadini l’adempimento dei doveri necessari per la difesa della patria; e che coloro che compiono rettamente il servizio militare per la patria servono il bene comune. Tutto questo è vero se le azioni militari sono finalizzate a una più rapida conclusione del conflitto e ad evitare il moltiplicarsi delle vittime (Cfr. il Catechismo della Chiesa cattolica 2307-2317).

In conclusione, la questione se sia ammissibile partecipare alle azioni di guerra è una questione che riguarda la coscienza personale, che è il santuario più segreto e sacro dell’uomo, nel quale egli è solo con Dio, e al cui giusto giudizio è sempre tenuto a obbedire (ibid., 1795, 1800).

D’altra parte, la Chiesa ricorda alle autorità dello Stato che esse «devono trovare una giusta soluzione nel caso in cui una persona si rifiuti di imbracciare le armi per sua convinzione, pur rimanendo obbligata a servire la comunità umana in altro modo» (ibid., 2311). Questo diritto è sancito dall’articolo 59, paragrafo 3, della Costituzione della Federazione Russa e ne chiediamo l’osservanza coerente.

Per quanto riguarda gli esponenti del clero e i monaci della Chiesa cattolica, va rimarcato che è categoricamente impossibile per loro partecipare alle ostilità, sia secondo le antiche regole della Chiesa che secondo le convenzioni internazionali in vigore.

Rinnoviamo l’invito a tutti i nostri fedeli a intensificare le preghiere e il digiuno per una pace giusta e sicura. I sacerdoti sono invitati a celebrare la Santa Messa per il mantenimento della pace e della giustizia, utilizzando la Preghiera Eucaristica per la riconciliazione, recitando la preghiera dall’Ufficio liturgico «sulla pace e la patria» e includendo nella Preghiera dei fedeli le richieste per la cessazione delle azioni militari e la salvaguardia della vita umana.

Paolo Pezzi
Arcivescovo metropolita della Madre di Dio a Mosca
A nome della Conferenza episcopale dei vescovi cattolici in Russia.
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È online
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Le primavere nascono d’inverno
Editoriale di Mariano Borgognoni

Abbiamo voluto dedicare la copertina alle alle ragazze, alle donne, ai giovani iraniani che si battono per avere il diritto alla libertà. Alla memoria di Mahsa Amini, di Hadis Najafi e alle tante e ai tanti assassinati dalla feroce repressione del regime. Assassinati nel nome di una immagine di Dio, sia detto con chiarezza, di cui è bene sentirsi atei. Speriamo che sempre più questa protesta senta il sostegno di quante e quanti in ogni parte del mondo avvertono l’emancipazione e la liberazione femminili come valori universali. Ci siamo sentiti toccati dal canto di Bella ciao intonato dalle giovani iraniane nella loro lingua; un canto di lotta per la dignità e la giustizia che, radicato nella Resistenza italiana, accomuna ormai quanti, in ogni parte del mondo, rifiutano di piegare la testa a violenze e soprusi.

Sull’esito delle elezioni del 25 settembre in Italia vi invito a leggere i notevoli approfondimenti di Ritanna Armeni, Andrea Gaiardoni e Maurizio Salvi. È l’inizio di una riflessione sulla situazione politica italiana che, continuerà nei prossimi numeri. Consentite soltanto alcune considerazioni molto più grossier.
1) Il dato altissimo ed allarmante dell’astensionismo che si avvicina al 40% degli aventi diritto al voto e che in molte parti del Paese (in particolare al Sud) supera il 50% è segno certo di un disagio e di una radicale sfiducia nei confronti della capacità della politica di affrontare i problemi della propria esistenza individuale e sociale. Stavolta è indice anche, per una parte non irrilevante, di un profonda irritazione, soprattutto nel centro-sinistra, nei riguardi di una offerta politica ritenuta del tutto inadeguata o velleitaria. La vergognosa, semidemocratica, ma consapevolmente non modificata legge elettorale, che l’editoriale impedisce di fatto una vera elezione del Parlamento, riduce la politica a un gioco tra pochi e stacca i nominati a Camera e Senato da qualsiasi rapporto reale con i territori. Eppure non c’è alcun partito che si proponga realmente di cambiarla. Attenzione perché di questo passo l’opinione pubblica comincerà a pensare che il presidenzialismo possa essere l’unico modo per avere una possibilità di scelta. E si andrà avanti a colpi di accetta nella riforma delle istituzioni (come è avvenuto per la tagliata da macellaio sul numero dei parlamentari) senza un preoccuparsi di dar vita ad un condiviso bilanciamento democratico.

2) Sulla vittoria della destra c’è poco da dire. Ha letto lucidamente il meccanismo elettorale ed ha unito le sue differenze. Il centro-sinistra ha, vai a sapere perché, abbandonato il campo che aveva in qualche modo coltivato e si è suicidato pur mettendo insieme quasi il 50% dei voti. La destra ringrazia del gentile omaggio! Insomma, per ricordare una vecchia frase cinica: peggio di un crimine è un errore politico. Ora qualche solone dirà che non si fa così la somma in politica, che il Pd ha perso il sensus sui (l’ha mai avuto?); che i contiani non avrebbero preso gli stessi voti stando in coalizione. Tutto vero ma se guardo la composizione dei due rami del Parlamento e in particolare del Senato penso che la partita sarebbe stata aperta e non dichiarata chiusa prima di cominciare.
3) Che fare? Diceva un tale. Beh chi governerà avrà da fronteggiare una situazione drammatica e staremo a vedere. Quello che hanno promesso, dal taglio del reddito di cittadinanza al riarmismo, dallo stop ai diritti civili a un atlantismo più sovranista che europeista, dal tassapiattismo alla denuncia della vecchiezza della Carta costituzionale, non fa stare allegri. Chi ha perso dovrà pensare all’opposizione. Almeno questo sembra un dato acquisito: opposizione politica a un governo politico. Non sembra esserci tanto spazio per le mezze ali specializzate nella manovra di palazzo e nell’oliatura dei sempiterni circuiti dell’establishment. Il Pd finalmente dovrà scendere sulla terra e spiegarsi che cosa pensa. È nato con l’idea di tenere insieme socialismo e popolarismo (il solito solone che prende sul serio le scadenze di calendario come segnatempo epocale e al quale ora non rispondo, dirà che son categorie del ’900) in realtà li ha espunti entrambi divenendo un partito di specialisti del governo dell’esistente, quasi un partito tecnico. Il «che fare» è un discorso lungo ma ci sarebbe tanto bisogno di costruire dal basso e dall’alto una forza di popolo in cui l’ispirazione socialista e cristiana faccia da ancoraggio al nuovo mondo del lavoro e del bisogno e incroci quell’istanza ambientalista che i giovani avvertono decisiva per il proprio futuro. È un compito che richiede un nuovo protagonismo civile. Forse i tempi non saranno brevi ma le primavere nascono d’inverno.

ROCCA 15 OTTOBRE 2022

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