Israele Palestina: il sogno necessario

di Mariano Borgognoni*
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*Su Rocca n. 22/2023
E dunque ora che fare? Cosa immaginare per il futuro della terra dolorante e insanguinata di Israele e di Palestina? Dentro lo spessore di un odio seminato nel tempo dell’indifferenza della comunità internazionale e nel prevalere dentro i due campi delle forze più ciniche, miopi e aggressive? Nel periodo caratterizzato da un lato dal crescente logoramento della democrazia israeliana fino alle ripetute e grandi manifestazioni di piazza contro l’attacco da parte di Netanyahu e del suo governo di iperdestra alla magistratura costituzionale di cui anche Rocca ha ripetutamente parlato, e dall’altro dalla sempre più irriducibile spaccatura dentro il mondo palestinese tra Fatah e Hamas fino alla rottura tra l’Amministrazione della Cisgiordania e quella di Gaza. Per ricreare le condizioni di sbocco di un conflitto senza fine bisogna prima di tutto cercare di comprendere la situazione, le forze in campo e le loro dinamiche. Mai come ora valgono, soprattutto per quanti amano questa terra e i suoi popoli, le parole di un grande ebreo perseguitato anche dalla sua comunità, Baruch Spinoza: nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere. Non si tratta di mettere tutto sullo stesso piano. È evidente che tra un Paese pluralista e una organizzazione terrorista con basi di massa non c’è equidistanza però anche un Paese pluralista può con le sue scelte alimentare tensioni così profonde sulle quali finiscono per germinare e ingigantirsi le forze peggiori. Quelle che hanno portato a quello shabat di inizio ottobre che non solo deve essere condannato ma che, occorre dirlo, rappresenta un abominio senza precedenti. Ce lo dicono con grande sofferenza anche quanti, David Grossman e tanti altri intellettuali e pacifisti israeliani spesso residenti nei kibbuzzim violentati, hanno sempre combattuto per la pace e la convivenza ed hanno compreso e sostenuto la causa palestinese. Tuttavia il diritto di Israele a difendere la propria sicurezza non può, come sta avvenendo, scaricarsi sulla popolazione civile di Gaza nelle forme terribili cui stiamo assistendo e in violazione del diritto internazionale di guerra e di qualsiasi senso di umanità. C’è uno straordinario pensiero che Etty Hillesum scrive nel proprio diario di internata e poi di martire su cui varrebbe la pena riflettere: “È proprio l’unica possibilità che abbiamo, non vedo alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale…”

Non esiste altra strada di superamento di questo antico conflitto (lo Stato binazionale è solo una fuga in avanti pericolosa) se non quello di riprendere la via verso la costituzione di due Stati per due popoli avendo come bussola le risoluzioni delle Nazioni Unite e i diversi accordi disattesi lungo questi decenni. Forse quando si tocca il fondo dell’errore e dell’orrore si possono riaprire ipotesi apparentemente, sul momento, irrealistiche ma che costituiscono quel sogno necessario che abbiamo scelto come titolo di copertina di questo sofferto numero della rivista. Due popoli, due Stati con un rapporto confederativo che possa coinvolgere anche la Giordania, Paese i cui cittadini sono palestinesi per più del cinquanta per cento, in una terra che va dal Giordano al Mediterraneo. Per Israele è l’unico modo di garantirsi una sicurezza che non si fondi esclusivamente sulle armi, per i palestinesi l’unico modo per avere, per la prima volta, uno Stato, in un territorio che, lungo la storia, ha conosciuto solo una infinità di dominazioni. La comunità internazionale e in primo luogo l’Europa, se riesce ad uscire dalla sua invertebrata nanità politica, debbono sostenere con ogni sforzo questo processo. È fondamentale per la pace dentro un quadrante simbolico, culturale, economico e strategico tendenzialmente deflagrante. L’alternativa a questo è solo l’imporsi con la forza di uno dei soggetti in campo con la prospettiva di un ampliarsi della guerra fin dove non si sa e del dilagare del terrorismo interno e internazionale. In questo senso gli opposti fondamentalismi religiosi sono un veleno mortale. Israele non è tout court il popolo ebraico e il popolo ebraico è popolo che ha avvertito la chiamata di Dio non perché più virtuoso degli altri ma per essere, semmai, segno di pace tra gli altri, essendo come tutti gli altri, per dirla con uno dei fondatori del moderno Israele popolo di lavoratori, di donne e di uomini virtuosi, di ladri e di puttane. E cosi per il popolo arabo di Palestina sarebbe certo auspicabile che emergesse con più forza la compresenza di musulmani, cristiani, laici come per molti anni è stato che lascino immaginare un futuro non solo di indipendenza ma anche di libertà soprattutto per i giovani e le donne.

È ovvio che se si continua a coltivare il retropensiero secondo cui il male sta nella decisione delle Nazioni Unite di consentire la nascita dei due Stati prima inesistenti e che Israele deve essere espulso dall’area con le buone o con le cattive, allora non resta che il terrorismo e la guerra. E analogamente se in Israele si pensa ad un grande Stato “ebraico” non c’è che l’insicurezza permanente, la tensione, l’armarsi fino ai denti e l’aumento dell’odio e dello spirito di vendetta da parte di un popolo oppresso e privato dei propri diritti.

Capisco che questo ragionamento riposa ancora largamente su desideri ed auspici e tuttavia essi non sono campati in aria ma radicati in una terra che, in alcuni momenti preziosi, ha avvertito l’esistenza di una via d’uscita tanto ardua quanto reale e praticabile, un’altra via, per la quale valga la pena deporre le armi delle ragioni che, dall’una parte e dall’altra, possono essere accampate.

Le condizioni per seguire questa strada, l’unica realistica a dispetto delle apparenze contrarie, sono certamente difficili ma chi è fuori dal fuoco del conflitto ha il dovere di aiutare a definirle.

Innanzi tutto che cessi il massacro della popolazione civile a Gaza;

che si interrompa la crescente colonizzazione della Cisgiordania;

che l’Autorità Nazionale Palestinese, magari rinnovandosi e ponendosi all’altezza di questo tempo cruciale, prenda le distanze dal terrorismo e rilanci la proposta di un accordo sulla base del diritto internazionale;

che il mondo arabo moderato assuma la questione della costituzione dello Stato di Palestina dentro la cornice dei cosiddetti accordi di Abramo che invece stavano passando sulla testa dei palestinesi;

che la comunità internazionale accompagni un percorso sul quale, almeno a parole, i diversi Stati che la compongono si dicono concordi.

La via del terrorismo e della guerra non ha consentito di realizzare in settant’anni né la sicurezza di Israele né la nascita dello Stato palestinese. Avrà un senso o no imboccarne un’altra? Con molto realismo, senza massimalismi, senza integralismi e sovraeccitazioni religiose, si può immaginare non l’amore reciproco ma una convivenza decente. Il resto potrà farlo la scoperta progressiva di quanto quella terra, curata da due popoli, possa divenire ricca di benessere per tutti.

Non è troppo sperare in questa prospettiva, è troppo poco non fare tutto il possibile perché essa muova dei passi.
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PER CINQUE ANNI NON CI SARÀ NIENTE DA FARE
8 NOVEMBRE 2023 / COSTITUENTE TERRA / L’UNITÀ UMANA /
Il governo sarà al potere senza dipendere dalla fiducia parlamentare. L’ “antiribaltone” significa che potrà occupare tutte le istituzioni e fare qualsiasi fino alle riforme costituzionali

di Gustavo Zagrebelsky

Per una volta e contro l’indole dei vecchi che vedono sempre tutto nero, prometto di pensare positivo. Perciò non mi accodo alle prefiche e dico che la riforma è buona, molto buona, chiara, tecnicamente perfetta, democraticamente impeccabile. Direi, convincente. Si vede che vi hanno lavorato fini intelletti. Sarà certamente invidiata e imitata in giro per il mondo. I rancorosi dicono che saremmo i soli con questa riforma. E con ciò? È una critica? No, è che semplicemente siamo più svegli e più avanti. Il genio giuridico italico ancora una volta riluce.

Se le novità le guardiamo dal punto di vista del mondo politico, ci sono e ci saranno dissensi. Ma, se le guardiamo dal punto di vista dei cittadini – il nostro punto di vista – dobbiamo ammettere che è una riforma fatta per noi. Quantomeno, per il futuro ci libereremo di fastidiose incombenze.

Prevedibilmente, voteremo una volta sola ogni cinque anni per scegliere contemporaneamente il presidente del Consiglio e il Parlamento. Non abbiamo tante volte detto che in Italia si vota troppo? Le elezioni sono state una nostra persecuzione e, difatti, sempre più sono i cittadini che si sottraggono, disertando le urne elettorali. Ecco qua, allora: una volta sola ogni lustro. In più, si voterà “tramite un’unica scheda elettorale”. Non ci avevamo mai pensato finora: un voto che vale due. Altro che complicazioni nelle cabine elettorali, con l’elettore che ha in mano più schede, ci si perde, magari gli viene in mente di dare un “voto disgiunto” o qualcosa del genere.

Finalmente, le Camere la smetteranno di intralciare il lavoro del governo. Sapranno che, se mai passerà per la testa di sfiduciare il presidente del Consiglio che è stato “eletto per cinque anni”, oppure anche solo se gli daranno qualche fastidio inducendolo a “cessare dalla carica”, cioè a dimettersi di sua iniziativa, andranno incontro alla propria rovina, lo scioglimento. Parlamento e Governo saranno strettamente avvinghiati in vita e in morte ed entrambi vorranno vivere, mica morire. Basta tensioni; e basta anche prevaricazioni governative (l’altro lato della medaglia) come i decreti-legge a pioggia; i voti di fiducia per stroncare gli emendamenti del Parlamento; le forzature regolamentari: non ce ne sarà più bisogno.

Ciò malgrado, se qualche pur inimmaginabile incidente si verificasse, cioè se si incrinasse quel tacito patto di vita e di morte, poco male. I patti si basano sulla fiducia: fiducia per tutti i cinque anni successivi. Data la simultanea elezione del presidente del Consiglio e del Parlamento sarebbe assai strano che il governo non ottenga la fiducia all’inizio della sua vita. Ma, se per assurda ipotesi, ciò accadesse, poco male. Il presidente del Consiglio può riprovarci e, se di nuovo non ci riesce, c’è la sanzione: scioglimento delle Camere, a riprova che esse sono lì solo per dire sì al governo. Se invece la fiducia venisse meno in corso d’opera, cioè nel quinquennio, il presidente del Consiglio potrebbe – primo – tentare la pacificazione; oppure – secondo – un parlamentare della maggioranza potrebbe essere chiamato a sostituirlo, purché s’impegni ad attuare lo stesso programma del presidente del Consiglio precedente, sfiduciato; infine, se nemmeno questo risultasse possibile, allora scioglimento delle Camere. È l“anti-ribaltone”, invenzione al posto della “sfiducia costruttiva” che, sia pure piuttosto ipoteticamente, consentirebbe la formazione di un altro governo con diversa maggioranza. Qualche malpensante (non noi, che abbiamo deciso di pensare positivo) potrebbe rilevare una contraddizione: il presidente del Consiglio si vuole che nasca per il voto popolare diretto, invece così potrebbe essere uno dei tanti che sono stati, sì, eletti, ma per fare altro, cioè il parlamentare. E potrebbe anche pensare che così si voglia dare a un uomo forte della compagine governativa la possibilità di insidiare il presidente eletto direttamente, trafficando e tramando dentro la coalizione. Ma, insomma, qualche difetto siamo disposti ad accettarlo, anche a costo di complicazioni e raffazzonamenti.

Chiaro, comunque, è che non avremo più “governi tecnici”. Di fronte alla paralisi della politica, almeno ci saranno risparmiati i Ciampi, i Monti, i Draghi che tanto male hanno fatto al nostro Paese. Se la politica non riuscisse a produrre un governo, pazienza. Sempre meglio che mettersi nelle mani di qualcuno che dalla politica non proviene. C’è comunque, a garanzia, l’elezione diretta del capo del Governo, ogni volta “per cinque anni”. Questo è il cuore della riforma. Come si può dubitare che un tale “eletto” non sarà capace di governare, avendo dietro di sé una tale immensa spinta popolare? Come debba essere eletto, su questo la riforma è reticente. In unica tornata, bastando, per vincere, un voto in più rispetto agli altri; oppure, in due tornate, la seconda di ballottaggio? Sono due sistemi molto diversi, il secondo aprendo la strada alle coalizioni. Speriamo che non si finisca per scegliere quest’ultima: di coalizioni ne abbiamo avute fin troppe e ora è il tempo dell’uomo o della donna soli al potere, con la loro corte, anzi coorte, senza dover cedere a mediazioni e compromessi.

Basta, poi, con limiti, controlli, contrappesi. Sono zavorre. Perciò ben venga un sistema elettorale che garantisca a chi vince comunque, anche se con pochi voti, il 55% dei seggi in Parlamento. Garantirà la “governabilità”. Secondo il significato passivo della parola, saremo tutti felici d’essere governati: noi, così fastidiosamente indisciplinati e indocili. Con quel facile e bel premio a portata di mano, la maggioranza da sola potrà eleggere “il suo” presidente della Repubblica, rendendo obsolete le discussioni attuali circa la riduzione delle sue attuali prerogative; potrà con poca difficoltà eleggere “i suoi” giudici costituzionali e “i suoi” componenti del Consiglio superiore della Magistratura. Avendo vinto le elezioni, potrà occupare tutte le istituzioni, come è giusto che sia. Insomma, c’è un gran bisogno che ci si metta in riga, e la riforma promette bene. Se poi non basta, con quella maggioranza si potrà anche cercare di cambiare e ricambiare ancora la Costituzione, finché non si arrivi a ciò che serve. Insomma, stiamo tranquilli perché siamo in una botte di ferro.

Sì, stiamo tranquilli perché la volontà di questo governo di procedere senza sbavature è chiara, fin nei dettagli. Ne è l’esempio l’abolizione futura dei senatori a vita e la “categoria a esaurimento” in cui saranno messi e umiliati gli attuali. Esaurimento a uno a uno, fino a che morte non sopraggiunga o essi stessi non decidano di andarsene. Bene anche qui: chi credono di essere? Hanno “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. E con ciò? Forse che anche noi non siamo ugualmente patrioti? Dove va a finire l’uguaglianza se tolleriamo la presenza di questi signori che, la Patria, se la possono benissimo illustrare a casa loro?

Ma, il maggior merito di questa riforma sta indubbiamente nel “presidente eletto” direttamente. È il modo migliore per animare la competizione elettorale: si combatte per vincere e umiliare. Un poco di verve in più sarà benvenuta. Già ora, anche da noi, lo scontro elettorale è “personalizzato”, ma non basta. Altri sono molto più avanti di noi, quando si tratta di eleggere il “capo del Governo”. Dossieraggi, maldicenze, insulti, sicofanti, “macchine del fango”, intimidazioni, violenze sono tutte cose utili. Non che non le conosciamo già, ma si può certo migliorare per spaccare il Paese e poi reprimere chi non ci vuole stare.

C’è solo un timore, il timore che le componenti minoritarie della maggioranza, si accorgano, dati alla mano, che la riforma servirebbe solo alla componente più forte, mentre loro diventerebbero quasi irrilevanti. Qualora si accorgessero – e speriamo di no – che rischiano di essere poi ricordati come i classici utili idioti, gli auspici di quanti pensano positivo andrebbero facilmente in fumo. Ora, però, deve venire – se pur superfluo – l’avvertimento ai lettori che siano giunti fin qui.

Si saranno chiesti se il “pensare positivo” proposto all’inizio non sia altro che un artificio paradossale per mettere in guardia e non cadere in trappola. Cioè per sollecitare proprio il contrario, cioè un “pensiero negativo” o oppositivo o almeno circospetto. Norberto Bobbio ha scritto: «Non dico che gli ottimisti siano sempre fatui, ma i fatui sono sempre ottimisti».

La posta in gioco non è da poco.

Molto meglio cauti che fatui.

Gustavo Zagrebelsky

(da “La Repubblica” del 4/11/2023)

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