Rapporto Svimez: l’eterno ritorno o il punto di non ritorno?

Ouroboros l'eterno ritronoCassandra Svimez e punto di non ritorno
di Nicolò Migheli

L’istituto fondato da Pasquale Saraceno nel 1946 descrive ogni anno le performance del Mezzogiorno. Un rapporto che negli ultimi vent’anni è stato inascoltato. I governi che si sono succeduti dalla caduta di Prodi, hanno avuto come obiettivo costante la diminuzione dei trasferimenti verso le regioni del sud. Opera cominciata con Tremonti e proseguita con Monti, Letta – per quel che è durato -, ed oggi con Renzi. Il risultato, ben oltre i numeri, è una perdita generalizzata di fiducia in se stessa da parte della società meridionale.

Come spiegare se non così il decremento demografico, la fuga dei giovani? La mancanza di prospettive non basta, è qualcosa di più profondo, un negare vita futura alla comunità dove si è nati e cresciuti. Secondo Svimez, si rischia un sottosviluppo permanente. L’anticipazione del rapporto invita il governo ad un piano consistente per lo sviluppo. Qualsiasi cosa quel termine voglia dire.

La crisi del sud non è di oggi. La sua origine è nell’Unità d’Italia, in quel rapporto scellerato tra ceti del nord e classe dirigente meridionale. Lo scriveva Antonio Gramsci cento anni fa ed oggi è più che mai attuale. I dati economici preunitari davano il sud in leggero vantaggio rispetto al settentrione. Oggi però ci troviamo davanti ad una desertificazione che riguarda anche la Sardegna, i dati di arretramento del Pil dal 2008 ad oggi sono drammatici, benché gli indicatori generali- riportati da altre fonti- siano migliori del Meridione.

La crisi di questi anni è stata pagata dovunque dalle aree deboli. Lo conferma il rapporto Eurostat sulla qualità della vita in Europa uscito in questi giorni. L’Fmi in un suo studio dichiara che all’Italia occorrano vent’anni per ritornare ai valori pre-crisi. La Bce a sua volta indica nello stivale l’economia europea che ha reagito peggio all’introduzione dell’Euro. Fino alla moneta unica la crescita del Pil italiano e dell’occupazione conseguente, era stata costante. Ad impedire la deriva non sono bastati neanche i fondi strutturali, è così da noi, è così in Spagna. Anche la tanto decantata Irlanda, depurata dal Pil delle multinazionali che lì hanno sede, mostra un panorama critico. Per le aree marginali dell’Eurogruppo, noi compresi, si è giunti al punto di non ritorno?

Non a caso Polonia e Cechia, pur candidati ad entrare nell’Eurozona, nicchiano, si tengono stretta la moneta loro, ultimo baluardo di sovranità. Ma il processo di espropriazione delle sovranità nazionali continua. Con l’adesione al trattato del commercio transatlantico, i governi diverranno simulacri dell’autorità che avevano. Le imprese potranno citarli in arbitrato per rimuovere norme ambientali e sanitarie che venissero considerate come blocco alla libertà di mercato. È ipotizzabile che in un quadro simile, anche gli interventi per le zone svantaggiate potranno essere considerati aiuti di stato.

La programmazione dei fondi strutturali 2014-2020 potrebbe essere l’ultima. Se i dati sono così sconfortanti, se le azioni per lo sviluppo hanno mostrato tutti i loro limiti, nessuno che si chieda se sia il modello ad essere sbagliato? Se il concetto stesso di sviluppo e di crescita non fossero adeguati alle diversità territoriali? Mercato come sacramento, liberismo come verità rivelata e modernizzazione come processo omologante. Eppure ogni luogo ha diritto alla sua modernità. Principio non solo ignorato ma disprezzato. Solo i modelli esogeni hanno cittadinanza, chi vive in luoghi definiti sottosviluppati è arretrato per definizione.

Tutto questo per aree come la Sardegna ha portato ad un benessere effimero durato solo durante l’industrializzazione classica. Processo che ha lasciato più problemi di quanti ne abbia risolti. Un panorama che mette a dura prova l’ottimismo della volontà. Come uscirne? Oggi non sembrano esserci risposte se non in azioni che limitino il danno. Questo sistema di diseguaglianze programmate e volute, di accaparramento costante del bene pubblico, non reggerà. Non è sostenibile né per l’ambiente né per la società. È a rischio anche la democrazia.

Pare però che non importi a nessuno, tanto meno a quelle èlite che pensano di trarre vantaggi dalla crisi accrescendo potere e controllo. Poteva funzionare fino a quando le persone raccoglievano le briciole del banchetto. Fino a quando reti familiari e solidarietà funzionavano. Oggi la sugna di porco è finita. Quando non c’è più nulla da dividersi tutto può succedere. La rabbia popolare compressa potrebbe esplodere e i giustizieri, quelli veri, al potere. L’allarme lanciato da Svimez non è l’unico.

Non si è più in presenza di segnali deboli, ma di campane a stormo. Nella speranza che ci sia in giro gente capace di ascoltarle.

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By sardegnasoprattutto / 31 luglio 2015/ Economia & Lavoro/
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Da La Repubblica.it del 1 agosto 2015
Caro premier il Sud sta morendo: se ne vanno tutti, persino le Mafie
La lettera: “Lei ha il dovere di intervenire e ancora prima ammettere che nulla è stato fatto. Ci sono tante persone che resistono: le ringrazi una ad una. Liberi gli imprenditori capaci ba burocrazia e corruzione”

di ROBERTO SAVIANO

Caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, torno a scriverle dopo quasi due anni e lo faccio nella speranza di poter ottenere una risposta anche questa volta. La prima volta Le scrissi quando il suo governo aveva appena iniziato la propria azione di “riforma radicale della società italiana”. Oggi non si può certo pretendere dal Suo esecutivo la soluzione di problemi endemici come la “questione meridionale”: ma non ci si può neppure esimere dal valutare le linee guida della sua azione.

Game Over. Questa è la scritta immaginaria che appare leggendo il rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno. Game Over. Per giorni i media di tutti il mondo sono stati con il fiato sospeso in attesa di un accordo che scongiurasse l’uscita della Grecia dalla zona euro: oggi apprendiamo che il Sud Italia negli ultimi quindici anni ha avuto un tasso di crescita dimezzato rispetto a quello greco. La crisi è ben peggiore: ed è nel cuore dell’Italia. Il lavoro come nel 1977, nascite come nel 1860.

Tra i fattori di grave impoverimento della società meridionale ci sono il decremento del tasso di natalità e l’aumento esponenziale della emigrazione che coinvolge sopratutto i giovani più brillanti: quelli formati a caro prezzo, nelle tante Università meridionali, funzionali più agli interessi dei docenti che a quelli degli studenti.

Ci sono meno nascite perché un figlio è diventato un lusso e averne due, di figli, è ormai una follia. Chi nasce, poi, cresce con l’idea di scappare: via dalla umiliazione di non vedere riconosciute le proprie capacità. Questo è diventato il meridione d’Italia: spolpato dai tanti don Calogero Sedara che non si rassegnano ad abbandonare il banchetto dell’assistenzialismo.

Ed è in questo contesto che si ripopongono nostalgie borboniche: l’incapacità del governo e la non linearità della sua azione resuscitano bassi istinti già protagonisti della nostra storia.

“Fate Presto” era il titolo de Il Mattino all’indomani del terremoto del 1980. Andy Wharol ne fece un’opera d’arte. E oggi quella prima pagina si trova a Casal di Principe, in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, che ospita una esposizione patrocinata dal Museo degli Uffizi di Firenze. Le consiglio di andarci, caro premier: Le farebbe bene camminare per le strade del paese, Le farebbe bene vedere con i suoi occhi quanto c’è ancora da fare e come il tempo, qui, sia oramai scaduto. Per com’è messo, oggi, il Sud Italia, anche quel “Fate Presto” è ormai sintesi del ritardo.

Potrei dunque dirLe che agire domani sarebbe già tardi: ma sarebbe inutile retorica. Le dico invece che – nonostante il tempo sia scaduto e la deindustrializzazione abbia del tutto desertificato l’economia e la cultura del lavoro del Mezzogiorno – Lei ha il dovere di agire. E ancora prima di ammettere che ad oggi nulla è stato fatto. Solo così potremo ritrovare la speranza che qualcosa possa essere davvero fatto.

Le istituzioni italiane devono infatti chiedere scusa a quei milioni di persone che sono state considerate una palla al piede e, allo stesso tempo, sfruttati come un serbatoio di energie da svuotare. Sì, qualche tempo fa c’è stato pure chi ha pensato di tenere il consiglio dei ministri a Caserta, a Napoli. Ma di che s’è trattato? Di pura comunicazione: nient’altro. Che cosa ha invece opposto la politica italiana al dissanguamento generato dalla crisi? Dal 2008 a oggi contiamo 700mila i disoccupati in più. Sono certo che Lei mi risponderà che la Sua riforma del mercato del lavoro va in questa direzione: vuole fermare il dissanguamento. Ma a me corre l’obbligo di dirLe che anche una buona riforma – e se quella attuale lo è lo capiremo solo negli anni – può generare effetti perversi se calata in un sistema-Paese claudicante.

Nel frattempo, la retorica del Paese più bello del mondo ha ridotto il Mezzogiorno a una spiaggia sulla quale cuocere al sole di agosto: per poi scappar via. Ammesso che ci si riesca ad arrivare, su quella spiaggia, dato che – come è accaduto alla Salerno-Reggio Calabria – si può incapparei interruzioni sine die (secondo le indagini, tra l’altro, frutto ancora una volta della brama di denaro da parte di funzionari infedeli). Non creda che nelle mie parole ci sia rancore da meridionalista fuori tempo: ma, mi scusi, che cosa crede che sarebbe successo se le interruzioni avessero riguardato un’arteria cruciale del nord Italia?

Troppe volte ho sentito dire che è ormai inutile intervenire. Che il paziente è già morto. Ma non è così. Il paziente è ancora vivo. Ci sono tantissime persone che resistono attivamente a questo stato di cose e Lei ha il dovere di ringraziarle una ad una. Sono tante davvero. E tutte assieme costituiscono una speranza per l’economia meridionale. E Lei che ha l’ingrato ma nobile compito di mostrare che è dalla loro parte: e non da quella dei malversatori. Tra i quali, purtroppo, si annidano anche coloro che dovrebbero rigenerare l’economia.

Massimiliano Capalbo si definisce imprenditore “eretico” e legge nella desertificazione industriale un elemento positivo. Se desertificazione significa che impianti come l’Ilva di Taranto o la Pertusola di Crotone o l’Italsider di Bagnoli scompariranno dalle terre del Sud, questa – argomenta gente come Capalbo – può essere anche una buona notizia: vuol dire che il Sud potrà crescere diversamente. Aiutare il Sud non vuol dire continuare ad “assisterlo” ma lasciarlo libero di diventare laboratorio, permettergli di crescere diversamente: con i suoi ritmi, le sue possibilità, le sue particolarità. Non dare al Sud prebende, non riaprire Casse del Mezzogiorno, ma permettere agli imprenditori con capacità e talenti di assumere, di non essere mangiati dalla burocrzia, dalle tasse, dalla corruzione. La corruzione più grave non è quella del disonesto che vuole rubare: la vergogna è quella dell’onesto che – se vuole un documento, se vuole un legittimo diritto, se vuole fare impresa o attività – deve ricorrere appunto alla corruzione per ottenere ciò che gli spetta. A sud i diritti si comprano da sempre: e Lei non può non ricordarlo.

No, non mi consideri alla stregua del radicalismo ciarliero tipico dei figli dei ricchi meridionali, i ribelli a spese degli altri. Il vittimismo meridionale, quello che osserva gli altri per attendere (e sperare) il loro fallimento e giustificare quindi la propria immobilità è storia vecchia. Va disinnescato dando ai talenti la possibilità di realizzarsi. Provi a cogliere le mie parole come la “rappresentanza” di una terra che smette di essere al centro dell’attenzione qundo non si parla di maxiblitz o sparatorie (tra parentesi, perché non è questo l’oggetto di della discussione: tanti studi ormai spiegano che certi exploit della violenza criminale al Sud siano anche l’”effetto” di “cause” dall’origine geografica ben più lontana).

Caro Presidente del Consiglio, parli al Paese e spieghi che cosa pensa di fare per il Sud. Lei deve dimostrare di saper comprendere la sofferenza di un territorio disseccato: solo allora avrà tutto il diritto di chiedere alla gente del Sud di smetterla con la retorica della bellezza per farsi davvero protagonista di una storia nuova – costruita camminando sulle proprie gambe. A Lei, quale più alto rappresentante della politica italiana, spetterà dunque il compito di levare ogni intralcio a questo cammino. E i progetti dovranno naturalmente essere concreti. Permette un paradosso? E’ un tristissimo paradosso. Dal Sud, caro primo ministro, ormai non scappa più soltanto chi cerca una speranza nell’emigrazione. Dal Sud stanno scappando perfino le mafie: che qui non “investono” ma depredano solo. Portando al Nord e soprattutto all’estero il loro sporco giro d’affari. Sì, al Sud non scorre più nemmeno il denaro insaguinato che fino agli anni ’90 le mafie facevano circolare…

Il Sud è scomparso da ogni dibattito per una semplice ragione: perché tutti, ma proprio tutti, vanno via. Quando milioni di italiani partirono da Napoli per le Americhe. Lei lo sa che cosa succedeva al molo dell’Immacolatella? Le famiglie si presentavano con un gomitolo di lana: le donne davano un filo al marito, al figlio, alla figlia che partiva. E mentre la nave si allontanava, il gomitolo si scioglieva, girando nelle mani di chi restava. Era un modo per sentirsi più vicini nel momento del distacco. Ma anche per dare un simbolo al dolore: al distacco immediato.

La speranza era che quel filo che i migranti conservavano nelle tasche potesse continuare a essere mantenuto dai due capi così lontani.

Faccia presto, caro Presidente del Consiglio, ci faccia capire che intenzioni ha: qui ormai s’è rotto anche il filo della speranza.

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Da La Nuova Sardegna 1 agosto 2015
Il capitalismo all’italiana
Manca una politica industriale e il “salotto buono” non c’è più
di Bruno Manfellotto
Mettiamola così: è un bene o un male che i capitani coraggiosi del tempo che fu cedano il passo a capitali stranieri? Pirelli cinese, Italcementi tedesca e magari domani Ilva franco-indiana? Sì e no, verrebbe da dire. Ma aggiungendo subito che l’ennesimo episodio del made in Italy in vendita solleva problemi di fondo, certo non nuovi ma sempre più gravi. Vediamo quali. Cominciando dai numeri. Dunque Pirelli, Italcementi, Telecom (ora più spagnola), Fiat (mezza americana), Pininfarina (indiana), Indesit-Merloni (ora è degli americani della Whirlpool). Ma l’elenco delle piccole e grandi aziende passate di mano si è via via allungato sempre di più, 4-500 almeno: Krizia è cinese, Poltrona Frau americana; Loro Piana di monsieur Bernard Arnault, gruppo Louis Vuitton, che in Italia s’è già comprato Acqua di Parma, Emilio Pucci, Fendi; un altro francese illustre, Francois-Henry Pinault, ha messo le mani su Bottega Veneta e Gucci (ma anche su Punta della Dogana e Palazzo Grassi a Venezia) e Valentino e Missoni parlano l’arabo dell’emiro del Qatar. Per non dire del cibo: Parmalat e Galbani, Invernizzi e Locatelli sono francesi; la Pernigotti è turca, Riso Scotti e Star sono spagnole; non sono più italiani i salami Fiorucci, Orzo Bimbo, Buitoni, Perugina, Bertolli, Birra Peroni, Acqua San Pellegrino… E via vendendo. Intendiamoci, non tutti gli stranieri vengono per nuocere. In un mercato ormai globalizzato, per sopravvivere bisogna crescere e investire, e non è detto che ciascun imprenditore abbia benzina sufficiente per spingere sull’acceleratore. Senza vendere almeno un pezzo dell’azienda si può anche morire o finire sopraffatti. Lasciando entrare capitali altrui, invece, si possono salvare l’attività e i posti di lavoro. Qualche esempio, a parte i grandi? Be’, da quando è finita in mano ai tedeschi dell’Audi-Volkswagen, la Ducati conosce di nuovo sviluppo e bilanci in attivo; e, in tutt’altro campo, il marchio Gucci è ancora sinonimo di grande qualità tuttora autenticamente made in Italy. E comunque anche noi continuiamo a fare shopping all’estero, valga per tutti il caso della Luxottica di Leonardo Del Vecchio (Ray-Ban, Oliver, Oakley), anche se il saldo è ben lontano dal pareggio. Cosa invece deve preoccuparci? Molto. Per ogni azienda che passa di mano, c’è il rischio che parte della produzione e della ricerca approdino altrove dove la manodopera costa meno o dove i laboratori sono più forti e attrezzati. Spesso, poi, si vende perché lo straniero faccia ciò che l’italiano non se la sente di fare: ridurre il personale, razionalizzare, delocalizzare. E non è detto dunque che ogni acquisizione porti con sé più posti di lavoro, anzi: non è certo un caso che, mentre registriamo l’ennesimo passaggio di mano, l’Istat ci informi che gli occupati non aumentano e che il tasso di disoccupazione è ancora il più alto tra i grandi d’Europa. Insomma, anno dopo anno assistiamo all’inesorabile disimpegno del capitalismo all’italiana, perfino favorito dai grandi gruppi bancari che, travolti dalla crisi, non possono lanciarsi in nuove iniziative. Un tempo, poi, gli imprenditori del “salotto buono” (Pirelli, Pesenti, Agnelli) potevano contare sulla presenza, l’appoggio, le strategie di Mediobanca, che per esempio spinse i Pesenti alla conquista del cemento francese. Oggi che le banche si tirano indietro per mancanza di soldi ed Enrico Cuccia non c’è più, che cosa resta di quel mondo? Poco o niente. E tantomeno un disegno di politica industriale utile a disegnare il futuro dell’impresa. Mancando quello, finiti i rapporti privilegiati tra imprenditori e banche di sistema che comunque garantivano lo sviluppo dell’impresa, il nostro capitalismo senza capitali mostra sempre di più i suoi limiti. E il suo assoluto ritardo rispetto alle esigenze di un mercato globale.

One Response to Rapporto Svimez: l’eterno ritorno o il punto di non ritorno?

  1. admin scrive:

    Da La Nuova Sardegna martedì 4 agosto 2015
    IL SUD VITTIMA DI SCELTE SBAGLIATE
    di Andrea Saba
    L’origine del fallimento è nei contributi a fondo perduto alle imprese Il modello da seguire era invece quello della legge Sabatini
    Una parte rilevante dell’enorme debito pubblico italiano è conseguenza del fallimento della politica di sviluppo del Mezzogiorno. La Svimez, anziché limitare la sua attività di studio alla descrizione annuale della situazione meridionale, dovrebbe dedicare un’ampia indagine per chiarire le cause del fallimento di una politica durata 65 anni, dalla fondazione della Cassa del Mezzogiorno nel 1950. In una prima fase, dedicandosi solo alla realizzazione di una nuova rete di infrastrutture, la Casmez fu certamente positiva. Sul modello della Tennessee Valley Authority godeva di una totale libertà economica e di decisione e le sue realizzazioni – per esempio l’acquedotto pugliese – sono ancora modelli imitati nel mondo. Con la creazione delle regioni, e il loro mediocre risultato, anche la Casmez perse vitalità. Ma il grande disastro è stato il tentativo di industrializzazione. Proprio nella sede della Svimez si svolse il grande dibattito sul “dualismo”. Napoleoni, Sylos-Labini, Fuà sostenevano, giustamente, che quando un sistema ha una parte industrialmente avanzata e una con un’attività industriale ridotta, la seconda non può sperare di vincere la concorrenza con l’industria del nord. Saraceno ed altri, invece, sostenevano che, compensando con consistenti incentivi finanziari e creditizi le imprese nascenti, il divario poteva essere superato. I governi, accogliendo questa tesi, disposero che con “l’intervento straordinario” le imprese potessero ricevere un contributo a fondo perduto del 40% del valore del capitale investito e credito a tasso ridotto per il rimanente dell’investimento. Un contributo micidiale fu quello di accogliere la richiesta sindacale di salari uguali in tutta Italia, cosa giusta in via di principio, ma negativa quando la produttività del lavoro nel Sud era meno della metà di quella del nord. All’inizio nacquero imprese positive, specie nell’agro-alimentare, ma, in breve, corruzione, clientelismo ed anche criminalità scoprirono che questa massa di contributi a fondo perduto erano una fonte perenne di guadagno. Da presidente dell’Istituto per l’assistenza allo sviluppo del mezzogiorno, Iasm, ricordo un imprenditore calabrese che aveva ricevuto in regalo un contributo di 60 milioni per una fabbrica di pantofole. Piangeva disperato: la criminalità aveva minacciato di morte i suoi figli se non sganciava la metà del regalo ricevuto (è un regalo, devi dividere con noi !) poi l’amministrazione voleva un “pizzo” per ogni permesso burocratico. Gli consigliai di andarsene dal Sud e di chiedere un contributo con la legge Sabatini che prestava i soldi (non li regalava)per l’acquisto di macchinari. È la legge che ha consentito uno sviluppo straordinario del Veneto, delle Marche e della Toscana ed è alla base della creazione dei distretti industriali che sono uno dei vanti dell’economia italiana. Nel contempo si pensò, usando Iri ed Eni e concedendo enormi regali a imprese private, di trasferire nel sud grandi imprese di base. Nacquero le famose “cattedrali nel deserto” che non potevano produrre effetti indotti per mancanza di una classe imprenditoriale adeguata. Poche cose positive: in parchi tecnologici come la Tecnopoli di Bari, il Csr4 di Cagliari, il centro tecnologico di Catania e altri che hanno prodotto imprese di avanguardia come Microsoft e Tiscali, che però senza una collaborazione continua col mondo delle imprese non possono avere una azione continua e sistematica. Nella mia esperienza una delle cose positive è stata la predisposizione di progetti di alto livello regalarli alle amministrazioni locali che, davanti ad un progetto morlto buono, lo realizzavano in modo positivo, come il porto turistico di Alghero, il distretto di Valvibrata a Teramo, l’area attrezzata artigianale di San Cipiriello, Partinico e altre. Credo che il Sud disponga oggi di maggiori capacità imprenditoriali che stanno crescendo da sole nell’agro-alimentare, nelle nuove tecnologie e in altri settori di avanguardia. È necessaria una nuova politica industriale in cui la legge Sabatini, che ha funzionato benissimo, trovi un posto fondamentale per il finanziamento delle imprese.

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