Oggi, giovedì 17 settembre 2015

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PARTIRE DAI TRATTATI IN VIOGRE PER UN’EUROPA FEDERALE
di PAOLO FOIS, su La Nuova Sardegna on line del 17 settembre 2015
Gli stati europei, grandi e piccoli, sono chiamati a ricercare un faticoso, ma ormai inevitabile compromesso
Le drammatiche vicende legate all’incontenibile afflusso di migranti alle frontiere europee hanno indotto molti ad evocare la tesi che esistano oggi due Europe, ispirate da principi del tutto inconciliabili: “l’Europa dell’accoglienza” (impersonata dalla cancelliera Merkel) e “l’Europa dei muri” (che vedrebbe nell’ungherese Orban il suo più strenuo sostenitore). Le pur interessanti considerazioni sviluppate a questo riguardo hanno però omesso di evidenziare un punto per niente trascurabile: i fautori dell’Europa dei muri sono a ben vedere gli stessi Paesi che hanno dato vita ad un’altra significativa frattura esistente in seno al nostro Continente, l’Europa dell’euro e l’Europa degli Stati che non aderiscono alla moneta unica. Regno Unito, Danimarca, Paesi dell’Est appartengono invero al gruppo di quegli Stati membri dell’Unione europea che rifiutano tanto un’unione monetaria quanto il principio del diritto d’ingresso e di libera circolazione di tutti i migranti. La nuova spaccatura prodottasi in seno all’Unione europea favorisce una approfondita riflessione sulle proposte -particolarmente numerose in questi giorni – che invocano un profondo cambiamento nelle politiche dell’Unione, ritenuto necessario per evitare il fallimento del progetto di integrazione nel suo insieme. L’idea centrale – che sostanzialmente riprende quanto nei mesi scorsi sostenuto in occasione della crisi greca – è che un’Europa unita non può basarsi su un coacervo di politiche nazionali in tema di migrazioni e di asilo: l’emergenza profughi sarebbe una ragione ulteriore (e determinante) per puntare decisamente verso un’Europa federale, con la reazione di un vero governo europeo e il conseguente trasferimento dagli Stati membri all’Unione delle residue competenze in materia di politica estera, difesa, politica economica e monetaria, migrazioni ed asilo. Quando però si passa a precisare il percorso da seguire per raggiungere tale obiettivo, cominciano ad affiorare molte incertezze. Particolarmente frequente è il richiamo alla fin troppo abusata nozione di “cooperazione rafforzata”: un istituto in base al quale, secondo i Trattati, gli Stati che intendono procedere più rapidamente di altri nel processo di integrazione possono farlo, con una decisione adottata da almeno nove Stati membri. Se, a prima vista, questo procedimento consentirebbe di aggirare la regola dell’unanimità, lo stesso presenta limiti evidenti, su cui non appare corretto sorvolare, come molti invece fanno: la circostanza che la decisione debba rispettare i Trattati è determinante al riguardo. Per procedere verso il traguardo dell’Europa federale non resterebbe, allora, che puntare verso la conclusione di un nuovo Trattato, che sostituirebbe quelli attualmente in vigore e che vedrebbe fra le parti contraenti i soli paesi favorevoli al progetto di un’Europa politica. Una prospettiva, questa, vagheggiata da molti, ma che deve fare i conti con la realtà. Da un lato, sul piano giuridico osterebbe il fatto che per abrogare i Trattati preesistenti occorrerebbe il consenso anche degli Stati “recalcitranti”, consenso assai difficile da ottenere; dall’altro, sul piano delle politiche migratorie, ciò condurrebbe addirittura a complicare le difficoltà attuali, riducendo il numero dei paesi europei chiamati ad assicurare una equa ripartizione delle quote dei richiedenti asilo. Stando così le cose, conviene realisticamente rendersi conto che non è dai pur drammatici problemi sollevati dall’esodo biblico dei migranti verso l’Europa che possono trarsi convincenti argomenti a supporto di un rapido passaggio allo stadio di un’Europa federale. Ancora una volta, è partendo dal rispetto delle regole in vigore che tutti gli Stati europei – grandi e piccoli – sono chiamati a ricercare un faticoso, ma inevitabile, compromesso.

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