MA VIENE UN TEMPO ED È QUESTO

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ranierolavalle-fbLA LEZIONE DI TORINO
C’è una decisione da prendere perché il terrorismo globale possa essere vinto e la storia possa riprendere: e tocca alle Nazioni Unite e a Stati Uniti, Russia, Cina, Inghilterra e Francia
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di Raniero La Valle*

Sabato 3 giugno la vigilia di Pentecoste sono successe diverse cose che ci parlano del presente e del futuro del mondo: la decisione di Trump di tradire gli obblighi assunti dagli Stati Uniti col trattato di Parigi sul clima, il nuovo attentato terroristico sul ponte di Londra, le bombe dei kamikaze contro un funerale eccellente nel cimitero di Kabul, la città di Marawi nelle Filippine occupata dai jihadisti islamici mentre si contano i morti della strage di Manila, a Torino, in una giornata di perfetta pace, un bambino in coma e 1527 feriti, in una folla in fuga che per la paura si è fatta male da sola. Quando poi si ascoltano le letture bibliche di Pentecoste, mentre tutte queste cose accadono insieme, sembra come se quel tempo nuovo che vi era annunciato non fosse mai cominciato.
Degli eventi di quel sabato 3 giugno la lezione più importante è quella di Torino. I cittadini e tifosi lì riuniti non avrebbero avuto nessuna ragione di fuggire, perfino se si fosse udito un petardo o qualche sconsiderato avesse gridato a una bomba. Ma avevano tutte le ragioni di aver paura per tutto ciò che era successo fino ad allora e per quello che stava succedendo a Londra, a Kabul, nelle Filippine, a Washington, in Africa e in Medio Oriente. In effetti a parte le vittime del clima, non quantificabili, quegli eventi in quelle ore hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti in diverse parti del mondo.

Qualcuno sui giornali, sconsideratamente, ha scritto che ormai la gente si è abituata alle stragi, che c’è una specie di assuefazione, e non si sa se lo ha detto per rammaricarsene o per rallegrarsi del fatto che, nonostante salga il conto delle vittime, tutto, anche gli affari, continui come prima.
Invece è proprio l’assuefazione, la rassegnazione, il “non c’è niente da fare”, “la vita continua” e i concerti pure, che non sono ammissibili, occorre non rassegnarsi, non abbozzare, non fare come se niente fosse, occorre dire di no e fermare la discesa nel precipizio. E se la novità è che, a differenza di quanto avveniva con l’IRA (Irlanda), con le Brigate Rosse (Italia), con l’ETA (Paesi Baschi), con i Tupamaros (Uruguay), che avevano ciascuno le proprie ragioni, oggi il terrorismo è globale ed ha una centrale mondiale, vuol dire che va combattuto e interdetto a livello globale. E ci vorranno pure le armi, ma per mettere fine alla minaccia globale c’è un solo mezzo, ed è il solo mezzo che oggi non c’è, non c’è più, né si vuole che ci sia, e questo mezzo è la politica. E se la politica non provvede, e se il terrorismo globale non finisce, il tempo è bloccato, e la storia non può ricominciare.
C’è stato un altro momento in cui il mondo era totalmente preda della violenza e, se ciò non finiva, la storia non poteva ricominciare.
Fu nel 1945 quando la seconda guerra mondiale aveva già prodotto e stava ancora producendo immani dolori, e si decise di voltare pagina. Le Nazioni si unirono a San Francisco per organizzare un mondo “dopo la guerra”, cioè un’epoca senza più guerre, e ci furono cinque Nazioni che si assunsero il compito di vegliare e operare perché la pace fosse preservata e la storia potesse cominciare; i loro nomi erano Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Francia e Cina. Erano di lingue, culture e religioni diverse, nessuno avrebbe potuto accusarli di essere crociati di una parte sola. Ma questo collettivo dei “5 Grandi” ha poi tradito il suo compito, si sono divisi e combattuti tra loro, e la guerra è tornata.
Oggi siamo in una situazione analoga. Il terrorismo globale va combattuto ma, come si è visto, se lo combattono Stati Uniti o Francia o l’Occidente intero da soli, invece di diminuire, aumenta. Anche perché prima di combatterlo l’hanno generato e forse addirittura finanziato ed armato, in ogni caso l’hanno usato, ciascuno cercando di volgerlo a favore della propria ragion di Stato.
E così la storia di nuovo si è fermata. Quei Cinque insieme devono ora tornare ai giorni della decisione comune. C’è il capitolo VII della Carta dell’ONU che dice che cosa devono fare. Devono creare un Comitato di Stato Maggiore formato dai Capi di Stato Maggiore dei loro cinque eserciti, devono formare un corpo di polizia internazionale comandato congiuntamente da loro e, invece di bombardare e massacrare inutilmente “terroristi” e civili innocenti, con gli aerei o coi droni, mandare un corpo di spedizione integrato a liberare Raqqa e Mosul, restituire secondo il diritto i loro territori strappati alla Siria di Assad e all’Iraq di Fuad Masum, e togliere all’ISIS o Daesh di Abu Bakr al-Baghdadi l’usurpata qualifica di soggetto internazionale e la struttura politica militare e territoriale di uno Stato. Ciò vuol dire, in un mondo dove tutto si privatizza ed è sottratto al pubblico, privatizzare e escludere da una dimensione pubblica la centrale terrorista, toglierle gli strumenti pubblici della comunicazione e del potere, impedirle di convocare, accogliere e addestrare terroristi kamikaze e foreign fighters per tutto il mondo, e insomma tagliare la testa del serpente.
È una guerra? Ebbene sì, ma è la guerra già in corso, finalmente convertita in un uso legittimo di una forza internazionale, regolata e organizzata da una Costituzione mondiale da tutti sottoscritta, insospettabile di mire imperiali o coloniali, spoglia di ogni connotazione ideologica o religiosa, aliena dalla totalità distruttiva e indiscriminata che è propria della guerra destinata alla distruzione del nemico, e mirante all’unico scopo di rimuovere il macigno che oggi incombe sul mondo e permettere che la storia del mondo di nuovo cominci.
Se questo non si vuole fare, se non lo si può fare (non tutto è possibile alla politica), se si vuole che il terrorismo resti globale, c’è la lezione di Torino: la gente non dovrà più temere solo gli altri, dovrà temere se stessa. E qui c’è un inconcepibile, pauroso rimedio: trasporre dal locale al globale quelle che in certe situazioni furono misure di emergenza di poteri totalitari: stabilire un coprifuoco mondiale, vietare assembramenti di più di tre persone, finirla con stadi, partite, concerti, comizi processioni e cortei. Forse si morirebbe in meno, ma la civiltà, e la vita stessa, sarebbero finite.
Perciò occorre tornare alla politica, quella grande, esercitare l’azione internazionale, fino all’uso della forza (proibito invece ai singoli Stati) contro le minacce alla pace, le violazioni della pace e gli atti di aggressione, a norma degli artt. 39 – 42 della Carta dell’ONU, e riprendere una cooperazione globale di tutti i membri della comunità giuridica mondiale.
Questa sarebbe una politica all’altezza dei problemi di oggi. Certo, si può continuare così, che ognuno pensi solo a se stesso, che la Carta dell’ONU resti inattuata, che il terrorismo prosperi e la gente sia sempre più impaurita, che gli stranieri anneghino e che aumentino gli scartati e gli esclusi. Ma che senso avrebbe lasciare che tutto vada secondo questo verso, l’inquinamento non meno del terrorismo, la strage di migranti e di profughi non meno che l’ingiustizia globale?
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* Raniero La Valle, lunedì 5 giugno 2017 sul suo blog.
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Perché la svolta profetica di Papa Francesco metta radici
lampadadialadmicromicro13Riceviamo da Tonio Dell’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, e volentieri diffondiamo.
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Diamo futuro alla svolta profetica di Francesco

Di fronte al pontificato di Francesco c’è chi esulta ma c’è anche chi non vede l’ora che passi. Chi esulta si riconosce nella “chiesa in uscita” e nell’attenzione ai poveri e condivide non solo lo stile dell’annuncio con parresìa ma anche il coraggio della denuncia verso il sistema economico-politico che genera la miseria e le nuove forme di schiavitù. Chi storce la bocca contesta la mancanza di uno spessore teologico nell’insegnamento del Papa e un improprio superamento della dottrina secolare della chiesa. Sotto il fuoco incrociato c’è sicuramente il documento Amoris Laetitia frutto della discussione sinodale ma anche l’insistenza sul magistero sociale. Noi riteniamo che la vera rivoluzione non stia tanto nella riforma della Curia e dello IOR, pur importanti per rendere più spedito e trasparente il cammino e la presenza nella storia di una Chiesa secondo il Vangelo e il Concilio, ma soprattutto nell’immagine di Dio. Una riproposizione teologica che pone al cuore della fede il Dio della misericordia di cui i credenti sono chiamati ad essere eco e presenza nel mondo. Si tratta di una vera e propria svolta in un “cambiamento d’epoca” come quello che stiamo vivendo. Per queste ragioni la Pro Civitate Christiana, fedele alla propria storia che l’ha vista protagonista di dialogo, riflessioni e incontri, propone ad associazioni, gruppi, movimenti e singoli, credenti e non credenti, di riflettere e avanzare progetti tanto alle chiese locali, quanto alla chiesa e alla società italiane, perché la svolta in atto metta radici. Si tratta cioè di tradurre in scelte concrete e durature la proposta di cambiamento che sgorga profetica dal magistero di Francesco per non correre minimamente il rischio di voltare disinvoltamente pagina dopo questo pontificato. E allora per incarnare “la Chiesa in uscita” chiediamo di iniziare un percorso di riflessione sino ad elaborare proposte di cambiamento da avanzare innanzitutto alla chiesa italiana ma anche alle istituzioni civili sui seguenti temi:
- il modello teologico che emerge dal pontificato di Papa Francesco, ovvero quale immagine di Dio;
- la chiesa povera per i poveri;
- l’ecologia integrale;
- il dialogo ecumenico e interreligioso;
- le nuove schiavitù.
Ciascuno, a partire dalle proprie competenze ed esperienze sul tema, cercherà di elaborare riflessioni e proposte che farà confluire ad Assisi dal 24 al 28 agosto in occasione della 75ma edizione del Corso di Studi Cristiani dove anche con l’aiuto di esperti si potranno consegnare alla chiesa e alla società italiana alcune linee guida o una proposta articolata che ci aiutino a trasformare in scelte concrete, in prassi, in itinerari formativi…, la ricchezza e la profondità dell’insegnamento di Francesco. Perché dobbiamo riconoscere che in questo siamo stati alquanto carenti e che l’adesione e l’entusiasmo da soli non bastano. Con buona pace dei denigratori del Papa a suon di manifesti anonimi e di edizioni falsificate de L’Osservatore Romano, di dubbi sollevati apertamente e di mormorazioni nascoste, c’è un popolo vasto che non si rassegna al tentativo di frenare il vento del Concilio e ritiene maturo il tempo per una sua completa applicazione sotto l’egida dell’aggiornamento necessario per questo tempo inedito. Per rispondere soprattutto al grido dei poveri che poi è lo stesso del Vangelo di Cristo.
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martedì 30 maggio 2017
MA VIENE UN TEMPO ED È QUESTO
“Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” mette a tema il cambiamento d’epoca in atto proponendo un percorso di riflessione che culminerà in un’Assemblea nazionale convocata a Roma per il prossimo 2 dicembre
di Raniero La Valle
Cari Amici,
a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, una rete di associazioni e di cristiani qualunque volle richiamare in vita quell’evento e rilanciarne la ricezione nella Chiesa, in quattro successive assemblee annuali che si tennero a Roma dal 2012 al 2015. Quella vasta iniziativa di base, in controtendenza rispetto al clima ecclesiale di allora, si chiamò “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”. Essa concluse il suo ciclo con l’Assemblea del 9 maggio 2015 che, richiamando la “Gaudium et Spes”, aveva come tema: “Gioia e speranza, misericordia e lotta”. Quel titolo già risentiva di una novità: era successo infatti che nella sede di Pietro avesse fatto irruzione papa Francesco, che proprio dal Concilio aveva preso le mosse per rimettere in cammino la Chiesa e riaprire, nel cuore di una modernità che la stava archiviando, la questione di Dio.
Proprio all’inizio del pontificato, dinanzi a una platea che non poteva essere più universale, essendo formata dai 6000 giornalisti che avevano seguito il Conclave, il papa svelò il suo programma dicendo: “Come vorrei una Chiesa povera per i poveri!”.

Sembra naturale che quanti come lui volevano e vorrebbero una Chiesa così, continuino a lavorare per questo scopo. Perciò dopo una pausa di parecchi mesi, dal 7 marzo di quest’anno abbiamo rinnovato e rilanciato il sito intitolato alla “Chiesadituttichiesadeipoveri”, l’abbiamo alimentato ogni settimana e abbiamo intrapreso l’ invio regolare di una newsletter che giunge a tutti i richiedenti come notizie@dachiesadituttichiesadeipoveri. Stabilita tale base operativa, abbiamo ora convenuto di aprire una riflessione che ci conduca fino al prossimo incontro. Il tema che intendiamo proporre è: “Ma viene un tempo ed è questo”, tema che vorremmo portare a un primo confronto pubblico il 2 dicembre prossimo a Roma in un’Assemblea promossa dai gruppi già partecipi delle precedenti iniziative e aperta a tutte le persone interessate (a cominciare dai teologi, ma anche da quei teologi che sono i semplici cristiani, fino a quanti non si ritengono o non sono né teologi né cristiani).
Naturalmente sotto questa proposta di riflessione e di Assemblea c’è un’idea, o se si vuole un’ipotesi, che appunto si tratta di valutare; un’ipotesi abbastanza importante da apparire meritevole di essere esplorata, perfino se fosse infondata.
L’idea, o l’ipotesi, è che il tempo non si è fermato, che il progresso storico non è ricacciato indietro dalla tempesta della crisi e che, nonostante tutto, viene un tempo nuovo ed è questo (sempre se gli lasciamo aperto anche un piccolo varco per il quale possa entrare).
C’è un simbolo, di grande impatto popolare, di questo nuovo tempo che viene, ed è il pontificato di papa Francesco. Non si tratta di fare paragoni incresciosi tra questo e altri pontificati; il fatto è che questo pontefice ha rimesso nel cuore della Chiesa il tema messianico. Aprendo ogni giorno il vangelo al popolo, egli ha ristabilito un continuo rimando, che si era perduto, dal Messia al Padre, ha scrostato dal volto di Dio la patina di errate dottrine onde si credeva di rendergli onore, ha annunciato un Dio non violento ed è arrivato a proporre la non violenza come stile radicale di vita agli uomini e agli ordinamenti. In tal modo egli si è ricongiunto al grande tema messianico di Isaia e di Michea delle lanci trasformate in falci, oltrepassando i confini della Chiesa istituita e mettendo la misericordia, contro i falsi messianismi, al centro della storia del mondo e della salvaguardia del creato.
Ma se questo è il simbolo e forse il volano che introduce all’epoca nuova, molti altri segni ci sono che un tempo è finito e un altro preme alle porte.
Non era mai successo che il mondo fosse materialmente unito come è adesso, quando tutte le cose dell’esistenza ormai sono globali e comuni, denaro e debito, armi e materie prime, ponti e muri, onde elettromagnetiche e blackout, inquinamento ed energia; ed anche la guerra è globale e comune, sparsa dovunque, oltremare e sulle soglie di casa.
Non era mai successo che popoli interi, famiglie con bambini e bambini non accompagnati, a migliaia e a milioni, migrassero e si muovessero da una patria all’altra, non per conquistare nuove terre ma per andare ad abitarle, e ne fossero ricacciati e affogati.
Non era mai successo che ognuno, in tempo reale, potesse avere notizia e fare esperienza di tutto.
Ciò che non è globale, ciò che non si è messo in comune è invece lo spirito di cui vive il mondo; non sono patrimonio comune la giustizia e il diritto, la condiscendenza e l’accoglienza, i saperi e gli aneliti, l’amore di Dio e l’amore del prossimo.
In questa contraddizione c’è l’alternativa tra l’epoca nuova e la catastrofe.
Nel decidersi di questa alternativa l’unica cosa che non si può dire è che la religione non c’entri. L’artificio cristiano su cui si è costruita la modernità, “facciamo come se Dio non ci fosse e il mondo lo costruiamo lo stesso”, oggi non è più possibile. Sono gli altri che non ci stanno. Si può decidere che Dio non c’è, e promuovere una società che gli sia indifferente, come è nel segreto pensiero dell’Occidente, ma non si può immaginare che sia così per tutti, che se ne spenga il fuoco sulla terra, e che perfino le religioni facciano a meno di Dio, quando invece è proprio in suo nome che anche oggi vengono perpetrati i peggiori delitti o scattano i più alti antidoti per la salvezza del mondo. In altre parole il retaggio religioso è troppo potente per non avere impatto, nel bene o nel male, sulla crisi epocale in atto. E perché questo impatto non sia per il male (come si teme dal fanatismo islamista e non solo), ma sia per la pace e per il bene, non basta che la conversione sia del cristianesimo (dove pure recalcitra), occorre che sia di tutte le religioni. Non si tratta solo di dialogo, ma di una nuova creazione. Il Dio nonviolento non è solo il Dio inedito ora annunciato dalla Chiesa, è il Dio nascosto da portare alla luce in ogni religione o fede teista; la lettura storico-critica e sapienziale delle Scritture non deve essere solo della Bibbia, ma deve esserlo del Corano e di ogni testo sacro; il discernimento tra il Dio dell’ira e della vendetta e il Dio della misericordia e del perdono deve essere non solo dei battezzati, ma dei confessanti di ogni fede, pur ciascuno restando un tassello del poliedro.
Questo sembra il tempo nuovo che la Chiesa ripartita dal Concilio e fatta scendere in strada da Francesco ha oggi il compito di annunciare e di far accadere. Sì, le cose del mondo vanno male: Ma…. Sì, i tempi sembrano brutti: Ne viene un altro. Sì, ma quando mai sarà questo tempo? È questo. Come dice Gesù alla donna samaritana, indicando il momento e la sostanza della svolta: “Ma è venuto il tempo, ed è questo, in cui i veri adoratori non lo faranno su questo monte o a Gerusalemme ma adoreranno il Padre in spirito e verità”.
Che cosa voglia dire questo, da quali Gerusalemme o santuari si debba uscire per dare avvio al tempo nuovo, e come il suo avvento possa essere il programma del terzo millennio non sappiamo. Questo è tuttavia l’oggetto della riflessione cui sono chiamati oggi i discepoli di Gesù, e questo è pure il tema dell’assemblea del 2 dicembre. Il sito chiesadituttichiesadeipoveri è al servizio di questa impresa.
Con cordiali saluti

Per “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”: Vittorio Bellavite, Monica Cantiani, Emma Cavallaro, Giovanni Cereti, Franco Ferrari, Valerio Gigante, Raniero La Valle, Serena Noceti, Enrico Peyretti, Stefano Toppi, Renato Sacco, Rosa Siciliano, Rosanna Virgili.

Roma 30 maggio 2017

One Response to MA VIENE UN TEMPO ED È QUESTO

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