Legge elettorale sarda. Pubusa: guardiamo alla Sicilia. Quasi come Lussu per lo statuto sardo

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ape-innovativaRicordate la vicenda della formazione dello statuto sardo quando Emilio Lussu e Mario Berlinguer, preoccupati dei ritardi della Consulta sarda nella redazione del testo statutario, proposero al governo di estendere alla Sardegna lo statuto che era stato ottenuto dalla Sicilia? Ma, nonostante la disponibilità governativa di accedere a tale richiesta, i consultori sardi rifiutarono sdegnosamente l’idea di uno statuto “concesso dall’alto”. Pertanto non se ne fece nulla. Sapete come andò a finire: il 31 gennaio 1948 – in articulo mortis, cioè allo scadere definitivo del suo mandato – l’Assemblea Costituente approvò lo Statuto proposto dalla Consulta sarda, dotato di minori competenze rispetto a quelle riconosciute alla regione Sicilia.

Tale vicenda mi è tornata in mente rispetto alla pressante richiesta del Comitato d’Iniziativa costituzionale e statutaria di dotare la Sardegna di una nuova legge elettorale, che sostituisca quella indecente attualmente vigente. Stiamo parlando evidentemente di due questioni diverse, ma con analogie nel metodo proposto e nelle conclusioni, che così sintetizziamo: Cari consiglieri regionali sardi, se non ce la fate a proporre una legge elettorale che garantisca la rappresentatività democratica dei sardi, adottate la legge siciliana, con alcune importanti correzioni che la facciano corrispondere sostanzialmente a tale scopo. Infatti la legge elettorale siciliana, con alcune importanti modifiche, può corrispondere nella sostanza alle indicazioni contenute nell’apposito documento di principi formulato dal Comitato d’Iniziativa costituzionale e statutaria, a cui rimando.

Per spiegare in dettaglio questa proposta di seguito riporto gli interventi di Andrea Pubusa e di Gianni Pisanu, rispettivamente coordinatore e componente del CoStat.
(segue)
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Legge elettorale regionale: in Sardegna (…). Quali spunti dalla Sicilia per una vera riforma?
(…) Occorre una riflessione e un impegno a tutto tondo per fare una nuova legge elettorale, in sintonia con la Costituzione e lo Statuto. E’ quanto sta facendo il Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria (già Comitato per il NO), che mercoledì prossimo illustrerà al Presidente del Consiglio Ganau le linee guida per una vera riforma elettorale: sistema proporzionale, scelta diretta del presidente, meccanismi per una reale parità di genere, eliminazione dello sbarramento di coalizione, riequilibrio territoriale.
In proposito alcuni spunti vengono dalle recenti elezioni sicule. L’Assemblea regionale siciliana, infatti, è stata eletta nei giorni scorsi con una nuova legge elettorale. Di essa abbiamo già detto, ma è bene riparlarne ora, per valutarla alla prova dei fatti.
Quali le novità? Grazie a questa recente legge il plenum è passato da 90 a 70 deputati, tra di loro anche il presidente della Regione eletto direttamente dai votanti. Dei 70 parlamentari regionali, 62 (finora erano 80) sono stati eletti con il sistema proporzionale, mentre nel cosiddetto “listino del presidente” sono sette gli eletti, presidente compreso. L’ultimo seggio viene assegnato di diritto al candidato presidente secondo classificato. Per quanto riguarda l’attribuzione dei seggi, essa – come detto – avviene su base provinciale. E qui vengono le dolenti note perché le circoscrizioni sono molto disomogenee: Palermo eleggerà 16 deputati (finora erano 20), Catania ne avrà 13 (al posto degli attuali 17), a Messina 8 (erano 11), ad Agrigento 6 (prima erano 7), a Siracusa e a Trapani 5 (Trapani ne aveva 7 mentre Siracusa ne aveva 6), a Ragusa spettano 4 seggi (ne aveva 5), a Caltanissetta 3 seggi (ne aveva 4) e a Enna 2 seggi (ne aveva 3). I seggi sono assegnati con il metodo proporzionale e l’attribuzione dei più alti resti (con recupero sempre a livello provinciale) alle liste che abbiano superato lo sbarramento del 5% a livello regionale.
Questa, in sintesi, la disciplina contenuta nella nuova legge elettorale siciliana. E’ un modello utile per la riflessione e il dibattito in corso da noi, in Sardegna. L’elemento che colpisce è che il sistema siciliano è proporzionale con scelta diretta del presidente da parte degli elettori. In Sardegna molti proporzionalisti ritengono le due cose incompatibili e sbagliano. Sono compatibili, il problema è la c.d. governabilità perché il presidente eletto deve poi trovare in consiglio la sua maggioranza. Ma questo vale anche per chi opti per il sistema proporzionale senza scelta diretta del presidente. In questo caso in Consiglio si deve formare la maggioranza e trovare anche il presidente.
Vediamo i punti a prima vista discutibili.
Anzitutto. lo sbarramento del 5% su base regionale per partito/coalizione con sistema proporzionale per l’elezione dei consiglieri su base provinciale. Il 5% è troppo alto? Può bastare il 3%? O soltanto l’avere un quoziente pieno almeno in un collegio? Secondariamente, è molto penalizzante l’elezione dei consiglieri su base provinciale. La lista Fava, ad esempio, ha avuto un solo seggio con circa 100 mila voti, mentre il PD ne ha avuto 11 con circa 250 mila voti. C’è sproporzione, il principio di rappresentatività è palesemente violato. In un sistema correttamente rappresentativo Fava avrebbe dovuto avere almeno 3 seggi, se non 4. Quali i rimedi? Raccogliere i resti su base regionale? O disegnare circoscrizioni provinciali più omogenee per popolazione e seggi?
Infine, non c’è premio ufficiale, ma ce n’è uno camuffato. Il listino del presidente, molto ampio (7 consiglieri). Con maggioranza a 36 (50%+1) la quota del listino rappresenta circa 1/5 della maggioranza teorica. E’ troppo alta? Va ridotta? O completamente abolita?
Insomma, la nuova legge siciliana è più equilibrata di quella truffaldina vigente in Sardegna (che rimarrà tale anche con più donne), ma presenta alcune evidenti e gravi criticità, sopratutto in relazione al principio di rappresentatività. Comunque offre interessanti spunti di riflessione per il movimento isolano che si batte per una nuova legge elettorale regionale, anche perché coniuga l’elezione diretta del presidente a ad un sistema proporzionale corretto nella distribuzione dei seggi, che – da noi – molti ritengono incompatibili. Con qualche miglioramento il testo siciliano può costituire una base utile per la Sardegna.
(Su Democraziaoggi del 10 novembre 2017)

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Legge elettorale siciliana: spunti per la Sardegna?
18 Novembre 2017

Gianni Pisanu del Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria, su Democraziaoggi.
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(Il Comitato illustra al Presidente Ganau le proposte per una vera riforma elettorale)

Possiamo ragionare sulla legge elettorale siciliana in chiave sarda? Intanto la prima novità. E’ una legge proporzionale – presidenziale, secondo alcuni un ossimoro e invece compatibile, almeno fino a prova contraria al vaglio della pratica. Ha un premio dell’8,5 % alla coalizione del Presidente, più modesto degli iperpremi della legge sarda: 55% dei seggi alla coalizione che supera i 25% e non il 40%, 60% dei seggi a chi supera questa soglia.
L’Assemblea è composta da 70 membri, di cui 62 ( 88,5 %) eletti con sistema proporzionale; 7 seggi, di cui 1 al presidente eletto assegnati ai partititi o liste coalizzate col listino del presidente ; 1 seggio al candidato presidente primo dei non eletti. Lo sbarramento per le liste è del 5% in ambito regionale, senza distinzione fra liste singole o coalizzate. In casa nostra sbarramento al 5% per le singole liste e al 10% per le coalizioni, con l’effetto assurdo di impedire alla Murgia di essere in Consiglio con 75 mila voti.
Il territorio siculo è stato diviso in 9 circoscrizioni corrispondenti alle provincie storiche. Così la coalizione di Destra con il 42, 041 % dei voti di lista ottiene 36 seggi – ( 29 + 6 + 1 ), la lista M5S con il 26,674 % 20 seggi – (19 + 1 ), la coalizione guidata dal PD con il 25,405 % 13 seggi. la lista di sinistra con il 5,266 % 1 seggio.
Questo quadro sintetico consente di individuare i punti critici.
La notevole differenza di dimensioni fra le 9 circoscrizioni: Palermo 16 seggi- Catania 13 – Messina 8 – Agrigento 6 – Trapani 5 – Siracusa 5 – Ragusa 4 – Caltanissetta 3 – Enna 2 – tot. seggi 62, determina in molti casi, tranne Palermo e in parte Catania, l’attribuzione di seggi solo alle formazioni maggiori, e l’esclusione di tutte le altre anche di una certa consistenza. E’ certo che nelle circoscrizioni medio piccole i seggi saranno appannaggio esclusivo delle formazioni maggiori a prescindere dalla validità o meno dei candidati. Questo effetto determina un deficit di rappresentanza in termini politici (Fava ha un solo seggio con 100 mila voti; il PD 11 con 250 mila) e sul piano territoriale.
C’è un rimedio? Ridisegnando le circoscrizioni, riducendole di numero, es. 4 circoscrizioni o massimo 5 da 12 a 18 seggi ciascuna e rendendole più omogenee, il bacino elettorale darebbe maggiori possibilità di scelta all’elettorato e si avrebbe un maggior equilibrio politico e territoriale.
E lo sbarramento? Attualmente è al 5%. Col 3 si avrebbe una maggiore rappresentatività. Quindi, guardando alla nostra Isola, si potrebbe eliminare lo sbarramento, pretendendo solo un quoziente pieno in almeno una circoscrizione o lo sbarramento al 3%, che, in pratica è più o meno la stessa cosa.
Vediamo altri dati significativi.
Il PD con 250.633 voti ha ottenuto 11 seggi, la lista 100 passi con 100.583 ne ha ottenuto 1 (uno), la lista Fd’I – Lega con 108.713 ne ha ottenuto 3, la lista Sicilia futura con 115.751 voti 2, la lista ” Diventerà bellissima” con 114.708 voti 4. I seggi sopra riportati si intendono al netto del premio per la lista del Presidente eletto, che senza il seggio presidenziale compensato dal seggio al candidato presidente dell’opposizione consistono in 6 seggi pari – come si è già detto – all’ 8,57% dell’assemblea e 1/6 della maggioranza.
Come si vede, ci sono evidenti disparità nella distribuzione dei seggi. Giocando sulla dimensione delle circoscrizioni e riducendo o eliminando lo sbarramento si avrebbe un risultato più vicino alla forza reale delle singole liste. Comunque la legge siciliana offre spunti di riflessione per cambiare la legge sarda. Con qualche ritocco potrebbe essere adattata alla nostra regione. Ma nei palazzi del potere non è alle viste l’intendimento di lavorare ad una vera riforma. Tutte le sigle presenti in Consiglio, grandi e piccole, si tengono stretta la vigente legge truffa, con buona pace dei sardi.

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La differenza tra gatto e leone*
La Nuova Sardegna, 10 ottobre 2004

La storia dello Statuto sardo comincia lo stesso giorno in cui finisce la guerra in Italia. 29 aprile 1945: mentre a Piazza Loreto la macabra esposizione dei cadaveri di Mussolini e degli altri fucilati di Dongo chiude nell’orrore il ventennio fascista, si riunisce a Cagliari la Consulta regionale. Cerimonia solenne, aperta da un lungo messaggio di Ivanoe Bonomi che indica nella preparazione della carta autonomistica della Sardegna il compito principale del nuovo organismo.
Finisce la dittatura, nasce la democrazia: qualcuno dice «rinasce», perché anche l’Italia prefascista lo era. Ma la Consulta nazionale, qualche mese dopo, sarà inaugurata da una dura polemica fra Ferruccio Parri, uno dei capi della guerra di Liberazione, e Benedetto Croce, il patriarca dell’Italia liberale, proprio su questo punto: per Parri quella che c’era prima del fascismo non era una vera democrazia, ma un regime di oligarchie borghesi. Il «Vento del Nord» dovrebbe portare aria nuova.
Quell’aria nuova si dovrebbe sentire anche in Sardegna, una delle pochissime regioni d’Italia (quasi l’unica) che sia stata risparmiata dalla guerra guerreggiata, dallo scontro e dal passaggio degli eserciti contrapposti. Emilio Lussu, che è in questo momento (nonostante i mugugni di qualche vecchio notabile del suo partito) l’unico vero leader dell’isola che abbia avuto esperienze europee, nel giugno 1943, pochi giorni prima di tornare dall’esilio francese, ha scritto un librino intitolato «La Ricostruzione dello Stato». Lo Stato cui pensa è uno stato federale e socialista. Quando è tornato in Sardegna, nel luglio del ’44, subito dopo la liberazione di Roma, ha chiamato «compagni» gli amici sardisti d’un tempo, con grande loro sconcerto. La cultura che circola nel mondo politico sardo è una cultura libresca, che gli intellettuali di provincia contrari al fascismo hanno messo insieme leggendo i testi che riuscivano a penetrare nella cortina (a maglie larghe, bisogna dire) della censura del regime. Sono soprattutto avvocati, delle città piccole e grandi, che hanno testimoniato le loro idee politiche spesso coraggiosamente: Gonario Pinna, a Nuoro, è stato proposto più volte per il confino, Michele Saba, a Sassari, è stato arrestato due volte, e una tenuto a lungo a Regina Coeli. C’è stato anche un antifascismo operaio e proletario, molta gente è finita nelle isole (in «villeggiatura», come diceva il titolo d’un film di Marco Leto) o davanti al Tribunale speciale. Ma la loro voce, di cui pure si fanno eco i partiti di sinistra, è molto meno ascoltata dell’altra.
Il discorso l’ha aperto una volta Guido Melis, a proposito della debolezza sostanziale dello Statuto sardo: quello Statuto era cosi debole perché era debole, non aggiornata, la cultura degli uomini che lo scrissero? È un fatto che di questa debolezza si cominciò a vedere i segni da subito, mentre lo Statuto era ancora nel ventre della Consulta. Che, intanto, di progetti di statuto ne approntò soltanto due, uno firmato Dc e l’altro firmato Psd’A (le sinistre non volevano immischiarsi, arroccate com’erano, allora, su posizioni antiregionaliste), e presentati per di più a poco meno di un anno dall’entrata in funzione della Consulta. Intanto la Sicilia aveva avuto il suo Statuto: Mario Berlinguer e Emilio Lussu capirono i danni che poteva fare tutto quel ritardo e proposero al governo di estendere alla Sardegna lo statuto «forte» che era stato dato ai siciliani. I consultori cagliaritani rifiutarono con sdegno l’idea di uno statuto «octroyé», come si diceva, cioè graziosamente concesso dall’alto invece che duramente conquistato dai diretti interessati – che tanto duri, in realtà, non erano. Ancora a luglio del 1947 Lussu implorava il governo, alla Costituente, perché si sbrigasse a dare all’isola lo strumento autonomistico. «Faciamus experimentum», lasciateci fare questo esperimento, aveva già chiesto cinquant’anni prima l’economista Giuseppe Todde. Ma in quel luglio del ’47 troppe cose erano cambiate. A primavera De Gasperi aveva estromesso comunisti e socialisti dal governo di unità antifascista, la Dc si stava spostando sempre più velocemente a destra mentre le sinistre si erano (tardivamente) convertite al regionalismo.
Lo Statuto che arrivò alla Costituente aveva già subito tutti gli indebolimenti di cui gli schieramenti politici isolani di maggioranza si erano fatti carico. La commissione della Costituente incaricata di esaminare il progetto ci mise altro del suo. C’è un dato irrefutabile: l’Assemblea aveva concluso la sua esistenza il 31 dicembre 1947, appena varata la Costituzione. Durava in carica sino alla fine di gennaio soltanto per assolvere a due compiti, come dire?, complementari: approvare gli statuti delle cinque Regioni a statuto speciale e fissare le norme per l’elezione del Senato. Allo Statuto sardo furono dedicati due giorni, il 28 e il 29. C’era aria di liquidazione, come quando una famiglia si prepara a traslocare. E c’era anche l’opposizione dei liberali: quella di Einaudi (vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio) agli articoli sull’autonomia finanziaria della Regione fu cosi forte che si dovette sospendere la seduta, il vecchio guru Francesco «Ciccio» Nitti gridò che quello statuto minava le basi stesse dello Stato.
Lo Statuto fu votato il 31 gennaio, verso le dieci di sera. Mancavano due ore alla fine della Costituente. Su 362 votanti, ebbe 280 voti a favore, 81 contrari. Lussu era scontento. «Al momento del voto dissi a Pietro Mastino – avrebbe ricordato – che votavo a favore solamente per evitare che per un solo voto lo Statuto non venisse approvato neppure cosi ridotto». Ricordando quel momento, Lussu ci ha lasciato una delle sue indimenticabili battute: «Lo Statuto che ci diedero somigliava a quello che i sardi avevano sognato per anni come un gatto somiglia a un leone: l’unica cosa che hanno in comune è che tutt’e due appartengono alla famiglia dei felini».
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* La Nuova Sardegna, 10 ottobre 2004

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