Risultato della ricerca: Sardegna Europa

Oggi giovedì 23 giugno 2022

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0e6ac9d6-fa36-4a54-8634-2a0ffcab193ad5c069ac-db7e-430b-b656-0805141d9bcePresentato il Comitato No armi-trattativa subito
22 Giugno 2022 su Democraziaoggi.
e2d5b0b8-ce6d-4e89-a162-b604ba1973beComitato No Armi Trattativa subito
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[Su L’Unione Sarda di giovedì 23 giugno 2022].
La Conferenza stampa di presentazione del Comitato presso la sede dell’Ordine dei giornalisti a Cagliari ha visto una larga partecipazione di pacifisti, anche via web, che con la loro presenza attiva hanno voluto esprimere il loro consenso e […]
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Avvenire: il quotidiano cattolico fuori dal coro dell’informazione omologata.

743fcec0-1fdf-446c-8289-db79332f1ba8avvenire-loghettoL’INCONTRO
ROCCA 1 LUGLIO 2022
L’orrore delle armi il realismo della pace
d5f2bdef-9513-4c00-905d-f863e5ee9553 conversazione con Marco Tarquinio*

[a cura di Marco Bevilacqua su Rocca]

Fin dall’inizio del conflitto in Ucraina, Marco Tarquinio non ha avuto dubbi: reagire alla guerra con la guerra non porta alla pace, ma produce come unico risultato una tragica serie di carneficine. Il quotidiano che dirige, l’Avvenire, è schierato con decisione sulla linea pacifista. Recentemente su quelle pagine Luigino Bruni ha scritto: «ci volevano tremila anni di Bibbia e duemila di Cristianesimo per rispondere a un’invasione militare con il mestiere delle armi?». Partendo dall’assunto che l’origine delle guerre va sempre ricercata negli interessi economici, Bruni individua la principale causa del fallimento dell’umanesimo cristiano, in questo e altri drammatici frangenti, nella modalità di selezione delle nuove classi dirigenti: la maggior parte dei manager oggi è formata dalle grandi agenzie globali di consulenza, i cui linguaggi sono di chiara ispirazione militare; per averne conferma basta esaminare le parole-chiave in voga nei corsi di strategia d’impresa, tutti costruiti sul registro maschile e sulla competizione intesa come lotta per vincere (tanto che loser, perdente, è il nuovo insulto in questo mondo). Ebbene, da queste scuole non sono uscite soltanto le élite economiche e bancarie, ma anche buona parte dei politici e dei funzionari che detengono le leve del potere nel mondo.

Direttore, se ne deduce che il capitalismo di oggi, fortemente impregnato del concetto di leadership, sia per sua natura destinato a produrre conflitti…

Tutte le guerre hanno motivazioni di fondo di carattere economico, e anzi vengono combattute con le armi dell’economia. E non mi riferisco soltanto, come nel caso dell’Ucraina, alle sanzioni che vengono imposte in reazione a un’aggressione. Ci sono anche guerre non dichiarate combattute esclusivamente sul piano dell’economia; fra il 2011 e il 2022 ne abbiamo viste di tutti i colori: penso alle aggressioni che ha subìto la Grecia (ma anche l’Italia stessa) da parte del capitalismo finanziarizzato, prima che l’Europa decidesse finalmente di tornare sui suoi passi. I costi umani di guerre come queste non sono i morti sotto le bombe, ma le persone che perdono il lavoro, la casa, la protezione sociale, l’assistenza sanitaria, la dignità. Sono gli effetti del mercato globale così come l’abbiamo costruito, un mercato senz’anima e senza umanesimo, ma retto da logiche di predazione e da una competizione esasperata. Se un tempo si poteva dire che la guerra fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi, oggi potremmo dire che la guerra non è altro che la prosecuzione dell’economia.

Quindi sì, questo capitalismo produce conflitti.

L’accumulazione di risorse non è in sé un male assoluto, ma produce effetti diversi a seconda dell’uso che se ne fa e della presenza o meno di controlli e correttivi. Oggi i disequilibri e le disparità sono diventati giganteschi, insostenibili. Mi sembra che abbiamo perso l’ancoraggio al sistema di equità che è elemento fondativo del mercato, è questo il problema vero.

Torniamo alla guerra in Ucraina e alle posizioni del pacifismo. Un paese aggredito e invaso militarmente come dovrebbe reagire nell’immediato se non difendendosi con le armi?

È questo l’interrogativo drammatico cui dobbiamo cercare di dare una risposta. Io penso che esista una forma di resistenza alternativa al ricorso alle armi, che anche quando è puramente difensivo contribuisce ad alimentare il numero delle vittime civili. Sto parlando della difesa nonviolenta, che non significa resa, ma volontà di resistere senza il ricorso alle armi restando al proprio posto, assumendo il rischio della violenza altrui senza contrapporle altra violenza. È la strada indicata da Gandhi, da Martin Luther King, da Nelson Mandela, da papa Francesco. È la strada indicata da Cristo al cospetto di chi veniva a crocifiggerlo. Molti dicono che questa non sia una strada realistica, io invece sostengo che sia iperrealistica, l’unica sensata in un mondo sempre più brutale. È la scelta di chi non vuole che sia immolata una sola vita per rispondere alla prepotenza altrui e sopporta i soprusi, la prevaricazione, l’offesa rifiutando di adottare i metodi dell’aggressore.

La guerra è il male assoluto, dunque, da qualunque motivazione sia mossa.

Dopo aver vissuto, da cronista e da cittadino, decine di guerre in ogni parte del mondo, posso dire che non ho mai visto un conflitto che si concluda con la sconfitta del più ‘cattivo’, con il ristabilimento di una giustizia che assicuri la felicità dei popoli che hanno subìto un’aggressione. La guerra porta sempre non solo morte e distruzione fra gli innocenti, ma anche fratture profonde e irrimediabili. Pensiamo solo a quanto è successo in Iraq, per effetto del conflitto innescato da noi occidentali per ‘esportare’ la democrazia: gli yazidi e i cristiani sono stati vittime quasi invisibili del dopoguerra, i primi annientati dallo stato islamico, i secondi ridotti a una sesta parte di quel che erano. Per non parlare della Siria, dove una guerra alimentata da diverse ambizioni ha finito con il cancellare il mosaico sociale e religioso che esisteva pacificamente, pur sotto la cappa oppressiva del regime degli Assad. I conflitti arricchiscono qualcuno, ma portano all’annientamento di intere comunità, a epurazioni e segregazioni, e provocano ulcerazioni insanabili nei tessuti sociali. Le migliaia di morti che ne sono l’effetto più diretto hanno l’unico scopo di fare da piedistallo ai tavoli sui quali si concludono i negoziati e si siglano i trattati di pace, che potrebbero essere firmati prima delle carneficine, senza sacrificare nessuno al moloch della violenza. Dalla caduta del Muro di Berlino in poi, il grande fallimento di questi decenni è non aver saputo escludere la guerra dall’ordine mondiale, e non per paura dell’arma assoluta di distruzione di massa, ma per il desiderio di realizzare un equilibrio nuovo e diverso.

Se rispondere con le armi alle armi è deleterio, specie quando il conflitto minaccia di estendersi nel tempo e nello spazio, la via delle sanzioni imboccata da una parte della comunità internazionale per isolare la Russia può produrre risultati dirimenti?

Io sulle sanzioni ho un giudizio critico. Tranne che nel caso del Sudafrica, dove l’apartheid alla fine è stata sconfitta anche grazie all’isolamento internazionale, non ho mai visto cadere dittatori e oppressori per effetto di sanzioni. Le sanzioni non piegano i tiranni, ma piagano i popoli. Nel caso dell’Ucraina, per essere efficaci nel tentativo di fermare Putin, avremmo forse dovuto noi fare il sacrificio supremo, cioè chiudere completamente e fin dall’inizio, non gradualmente come si sta facendo, il rubinetto del gas e delle altre fonti fossili provenienti dalla Russia e affrontare scientemente e coraggiosamente la recessione e un prezzo sociale più pesante di quello che in ogni caso pagheremo. I nostri governi avrebbero dovuto spiegare all’opinione pubblica che tale scelta immediata sarebbe stata l’unica che consentisse di non fare il pieno ai carrarmati di Putin con i nostri soldi. Altrimenti si entra nel paradosso che stiamo vivendo: l’Europa sta aiutando l’Ucraina ogni giorno e in mille modi, ma contemporaneamente ogni giorno consegna nelle mani dei russi un miliardo di dollari per acquistare energia. Questa guerra, come sempre accade, sta arricchendo a dismisura i produttori di armi e si prepara a fare altrettanto con chi avrà il compito di ricostruire; e oltre a tutto ciò, nessuno si sogna di sospendere gli affari più lucrosi, quelli connessi al mercato energetico, che procedono come niente fosse. E così, l’aggressore viene esecrato e condannato, ma al tempo stesso resta il partner economico privilegiato.

Quella in Ucraina non è l’unica guerra in corso, purtroppo. Ce ne sono molte altre, in tutti gli angoli del mondo. Il suo giornale ne parla diffusamente, in una sorta di rubrica quasi quotidiana. Quanto è importante darne conto all’opinione pubblica?

India e Pakistan (entrambi potenze nucleari, non va dimenticato) combattono fra loro per il Kashmir da più di 27 mila giorni, con migliaia di morti.
In Congo cinque eserciti si affrontano per il controllo delle terre rare, essenziali per mantenere il sogno digitale delle società opulente. Nel mondo ci sono attualmente 169 conflitti aperti. Conoscerne le motivazioni, poter valutare quali siano le forze in campo e la posta in gioco aiuta a comprendere la realtà, a formarsi un’opinione libera dai luoghi comuni del mainstream. A capire magari che, nel gioco di egemonie fatto sulla pelle dei deboli, quelli che sono i ‘cattivi’ su un fronte talvolta sono anche i buoni soccorritori su un altro.

La guerra in Ucraina è anche un duro banco di prova per l’Europa. Come vede il futuro dell’Unione, alla luce delle sue divisioni interne sempre più marcate?

Temo che l’Unione Europea uscirà con le ossa rotte da questa crisi. Spero naturalmente che non sia così. Spero che, in questa tempesta, fra Mosca e Bruxelles non venga meno la possibilità di costruire un ponte che non escluda Kiev, ma la coinvolga in una forma diversa. L’Europa non deve rinunciare al suo ruolo di grande laboratorio di integrazione pacifica delle differenze, delle etnie, delle culture. Servono coraggio, creatività e coesione. Creare una difesa comune europea, magari chiaramente ispirata ai principi della nonviolenza e affidata in parte a militari e in parte a corpi civili di pace, servirebbe a rompere lo schema del riarmo nazionale e nazionalistico, che oggi rappresenta un ulteriore fattore di rischio per la stabilità internazionale. Auspico poi che nella crisi ucraina si produca una svolta grazie all’impulso diplomatico di Stati come la Germania e la Francia, specie quest’ultima, dato che è una potenza nucleare ed è membro permanente del consiglio di Sicurezza dell’Onu. Se riusciamo a capire che aiutare gli ucraini a fare la guerra non è l’unico modo di aiutarli, magari questa orribile tragedia potrebbe trasformarsi da macigno che seppellisce l’Europa a volano che ne rilancia il ruolo e il senso.

E l’Italia?

Ai tempi della famigerata Prima Repubblica, in caso di conflitti l’Italia riusciva sempre a tenere aperti canali di comunicazione con tutte le parti in causa, come nel caso di Israele e dei palestinesi. Anche durante i decenni della guerra fredda, i rapporti con Mosca non sono mai stati chiusi, e non solo per merito del Pci e delle sue peculiarità di grande partito di sinistra inserito in una dialettica politica democratica. Ora invece mi pare che per l’Italia questo contributo di dialogo sia venuto meno, per la mancanza di una linea di politica estera ben definita.

Gli Usa sono credibili come nazione guida delle democrazie occidentali e della Nato mentre al loro interno si susseguono con impressionante frequenza le stragi di innocenti causate da una indiscriminata circolazione delle armi? Gli autori delle stragi sono quasi sempre dei disadattati, persone isolate dalla comunità e a loro volta spesso vittime di violenze, segregazione, bullismo. Evidentemente siamo di
fronte a una società che non è in grado di gestire e curare un disagio che poi esplode in modo incontrollato.

Quando circolano tante armi, i disagi si armano. Va ricordato che tre quarti dei morti per arma da fuoco negli Usa sono suicidi, cioè persone fragili che fanno del male a se stesse.
L’America che continua a garantire come elemento di libertà inossidabile il poter disporre liberamente di armi non è certo il paese guida delle democrazie. Lo è però quando si riconosce nelle idee e nell’operato di persone come Robert Kennedy, l’uomo che, da ministro della Giustizia, fu capace di accompagnare la rabbia dei neri dopo l’assassinio di Martin Luther King con le armi della protesta civile, con un grande progetto di integrazione e di pacificazione. È quella l’America in cui mi riconosco: se Bob Kennedy fosse diventato presidente, sono certo che avrebbe indirizzato la parabola della democrazia americana in una direzione storica diversa da quella che poi è stata ed è oggi,
compresa la questione della circolazione di armi. Penso che avremmo potuto anche costruire una globalizzazione
diversa da quella che si è poi verificata. Il solco tracciato da Robert Kennedy (e in misura minore anche, prima di lui, da suo fratello John) attinge alle radici più belle e vigorose della democrazia e attende ancora di raccogliere un testimone. Anche se è un impero declinante, e sempre più esposto a una rivalità frontale con l’ascendente potenza cinese, la democrazia americana ha ancora grandi riserve positive al suo interno, e se saprà dialogare con l’Europa potrà continuare a essere non già il gendarme del mondo, ma una delle sue guide virtuose. Perché, esattamente come l’Europa, l’America è vincente quando è capace di attrarre con il proprio modello, non quando pretende di esportarlo sulla punta delle baionette che oggi sono i droni e le armi robotizzate.

I lettori dei giornali tradizionali sono in costan- te calo. I talk show privilegiano commentatori sempre più litigiosi e divisivi, i social alimentano la diffusione di notizie false o non verificate e soprattutto diffondono una visione del mondo basata sulla contrapposizione frontale. È sempre più difficile distinguere un fatto da un’opinione, e spesso ci sono fatti che non producono notizie e notizie che non hanno dietro un fatto. Che sta succedendo al mondo dell’informazione?

L’efficacia e il valore di ciò che circola oggi nel mondo dell’informazione dipendono anche dal grado di consapevolezza e dall’assunzione di responsabilità da parte dei lettori e dei fruitori di tali flussi, che al tempo stesso ne sono anche autori. Ma coloro che io chiamo i custodi dei pozzi di acqua potabile, cioè i giornalisti e i comunicatori di professione, continueranno ad avere un ruolo importante: sono loro prerogative la deontologia professionale, l’impegno solenne a garantire l’aderenza delle notizie ai fatti e la chiarezza nel qualificare chiaramente le opinioni come tali. Più la realtà si fa complessa e multiforme, più le persone avranno bisogno di informazioni solide e verificate. Il primo anno del Covid lo ha dimostrato chiaramente: nella mole gigantesca di dati e suggestioni in circolazione, nella quale spesso hanno regnato sovrane improvvisazione, dicerie e vere e proprie invenzioni, si è avvertita come non mai l’esigenza di trovare notizie attendibili e verificate, che aiutassero davvero a comprendere la situazione. Oggi la tendenza è sicuramente quella di trasformare le informazioni in slogan, come quelli che usano i politici ‘di grido’, mi consenta il termine, che utilizzano i social per sbraitare le loro verità e conquistarsi un consenso del tutto effimero. Il giornale, anche quello non su carta, non è soltanto un elenco di notizie o un palinsesto costruito grazie a un motore di ricerca che seleziona le firme che già conosciamo e gli argomenti che prediligiamo. È la preghiera laica del mattino, come diceva Hegel; è il racconto di un giorno della vita nel mondo, al quale cerca di dare un senso offrendo al lettore delle chiavi di lettura. Il mondo giornalistico dovrà in qualche modo riassestarsi, riposizionarsi organizzativamente sui nuovi media, ma lo spazio per un’informazione seria ci sarà sempre, se ci sarà sempre qualcuno capace di ascoltare davvero gli altri e disposto a battersi per garantire la libertà, l’approfondimento e la non omologazione delle notizie.

Marco Bevilacqua

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* Marco Tarquinio dal 2009 è direttore del quotidiano Avvenire. La linea editoriale del suo giornale è fortemente incentrata sui temi della pace, della lotta alla diseguaglianze, della giustizia e della sostenibilità economica e ambientale. Molta attenzione viene riservata alle esperienze del Terzo settore e della cosiddetta «economia civile»
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Oggi martedì 21 giugno 2022

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——————Opinioni, Commenti e Riflessioni———
La guerra inizia a produrre i suoi effetti pericolosi anche fuori dall’Ucraina
21 Giugno 2022
A.P. Su Democraziaoggi.
L’onda lunga della guerra in Ucraina si fa sentire sempre più forte in Europa. Le sanzioni alla Russia si rivelano un boomerang, e mentre Macron, Scholz e Draghi vanno in treno a Kiev a vendere fumo, gli imprenditori si recano a Mosca per salvare, per quanto è possibile i loro affari e le loro aziende. […]
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Oggi lunedì 6 giugno 2022

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Opinioni, Commenti e Riflessioni————–
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Sulla guerra Russia/Ucraina una voce fuori dal coro
6 Giugno 2022
Andrea Pubusa su Democraziaoggi
Per fortuna ci sono letture spiazzanti della guerra come quella che la racconta come una guerra civile in Occidente. Raniero La Valle la vede così. In fondo Putin lo ha messo su l’occidente quando non ha saputo fare come diceva Gorbaciov una rivoluzione democratica capace di coinvolgere i due fronti usciti dalla guerra fredda, […]
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SOLO FAR FINIRE LA GUERRA È NORMALE E NON BASTA IL MERCATO A FARE PACE
logo-firma-luigino-bruniNote di un cristiano ingenuo in margine al conflitto riacceso dall’invasione russa dell’Ucraina
di Luigino Bruni
pubblicato su Avvenire il 26/05/2022
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Comitato No Armi Trattativa subito. Aggiornamento Appello [al 5 giugno 2022]

img_9189Noi condanniamo senza se e senza ma l’invasione dell’Ucraina. Putin dovrà risponderne al suo popolo e alla Storia.
Per porre fine al massacro abbiamo di fronte due strade: affidarsi alla forza delle armi o mobilitarsi con un’azione nonviolenta per una trattativa immediata e una soluzione diplomatica. (segue)

Ostinatamente per la Pace. Nulla di intentato

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La guerra come abitudine
3 giugno 2022 – Tonio Dell’Olio

Ci siamo arrivati. Ormai con la guerra ci conviviamo. Assuefatti inconsapevoli guardiamo le immagini del tiggì di turno e ascoltiamo di tattiche e di sfondamenti del nemico e di atti eroici di quelli della nostra parte. Le apparizioni di Zelensky-che-chiede-armi in ogni convention politica, sportiva o dello spettacolo è parte del rito. Insomma conviviamo con la guerra come col bollettino metereologico, tant’è che i giornalisti devono andare a pescare testimonianze e interviste sempre più impossibili, sempre più vicine al fronte di guerra, in un rifugio sempre più interrato del precedente. E non si parla di pace. Il dramma vero è questo. È riuscita l’operazione mediatica, politica, sociopsicologica e soprattutto commerciale, di far diventare la guerra più normale della pace. E se qualcuno stia realmente lavorando per mettere in piedi tavoli credibili di dialogo o cerca di far prevalere la diplomazia, non lo sappiamo e nemmeno lo chiediamo più. All’inizio, la guerra che torna ad affacciarsi in Europa era detto con scandalo, ora è ripetuto come una rassegnata litania cui si risponde automaticamente con la stessa espressione di prima ma senza capire veramente la portata della cosa. Le guerre lontane non sappiamo nemmeno che esistono. Per questo, ridare lo spazio alla pace oggi è diventata una sfida più difficile. L’altra parte, quella degli strateghi e delle armi, dell’informazione embedded e dei giochi di guerra, è molto più forte. Però non siede dalla parte giusta della storia.

https://www.mosaicodipace.it/index.php/rubriche-e-iniziative/rubriche/mosaico-dei-giorni/3064-la-guerra-come-abitudine

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Mosaico di pace
Via Petronelli n.6
76011 Bisceglie (BT)
tel. 080-395.35.07
www.mosaicodipace.it
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Ucraina. Guerra giorno 100: un bilancio e la strategia del tanto peggio tanto meglio
Andrea Lavazza venerdì 3 giugno 2022 su Avvenire.
L’invasione russa ha provocato migliaia di morti e distruzioni diffuse. Le conseguenze a livello alimentare, energetico e ambientale sono diventate un’arma che il Cremlino può usare contro l’Occidente

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La strategia europea ha come principali obiettivi un’ondata di rinnovamenti con l’aumento dei tassi di riqualificazione edilizia nei prossimi 10 anni, per ridurre consumi e aumentare la qualità della vita. Nel piano la rivisitazione delle norme e degli standard sulle prestazioni energetiche degli edifici con tre priorità: contrasto alle inefficienze energetiche; ristrutturazione dell’edilizia pubblica; decarbonizzazione dei sistemi di riscaldamento e raffrescamento.

Lunedì 6 giugno 2022 ore 9:00/13:30 – Aula Magna G. Cima, via Corte d’Appello 87, Cagliari

Lunedì 6 giugno il Dicaar e Legambiente organizzano una giornata di studio sulla decarbonizzazione dei consumi nel settore edilizio durante la quale si confronteranno, tra gli altri, esperti del settore, esponenti del mondo del lavoro e della produzione edilizia. Punto di partenza della discussione sarà la presentazione di uno studio di Elemens su dati e benefici della decarbonizzazione in edilizia. Al convegno interverranno, tra gli altri, Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, Fabrizio Pilo, prorettore all’innovazione, Vincenzo Tiana, responsabile energia di Legambiente Sardegna, e Antonello Sanna, docente Dicaar.

Il professor Giorgio Querzoli, che coordinerà l’evento, spiega che “L’efficientamento del parco edilizio e l’elettrificazione dei consumi per il riscaldamento domestico sono un combinato perfetto per ridurre i consumi da fonti fossili, e quindi anche la dipendenza dal gas russo, per diminuire le emissioni climalteranti migliorando la qualità dell’aria e per alleggerire il costo della bolletta”.
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Aggiornamento appello

img_9189Noi condanniamo senza se e senza ma l’invasione dell’Ucraina. Putin dovrà risponderne al suo popolo e alla Storia.
Per porre fine al massacro abbiamo di fronte due strade: affidarsi alla forza delle armi o mobilitarsi con un’azione nonviolenta per una trattativa immediata e una soluzione diplomatica. (segue)

Oggi giovedì 26 maggio 2022

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La guerra, l’impegno per la pace e gli interessi del Paese e dell’Europa. L’isteria bellicista fa i conti coi fatti
26 Maggio 2022
A.P. Su Democraziaoggi

Di solito i talk show, dopo l’inizio della guerra, sono insopportabili. Nessun dibattito o approfondimento, propaganda allo stato puro, con un gioco su tutti: prendere a male parole chi osa muovere interrogativi o avanzare opinioni critiche sulla vulgata governativa e sulla linea del Governo.
Martedì, da Floris, l’aria era diversa, quasi capovolta. Il conduttore ha avuto […]
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Ostinatamente per la Pace – Nulla di intentato

Aggiornamento Appello.
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Noi condanniamo senza se e senza ma l’invasione dell’Ucraina. Putin dovrà risponderne al suo popolo e alla Storia.
Per porre fine al massacro abbiamo di fronte due strade: affidarsi alla forza delle armi o mobilitarsi con un’azione nonviolenta per una trattativa immediata e una soluzione diplomatica.
Pensiamo che le armi siano la risposta sbagliata. Il nemico più grande è la guerra, la pretesa di sconfiggere Putin con una escalation militare, scalzandolo dal potere, comporta innumerevoli morti, sofferenze atroci tra i civili e un futuro di miseria per una moltitudine di persone,, anche in Europa, Italia e Sardegna.
Più di tutto ci preoccupa il possibile impiego di armi nucleari, che rappresentano una minaccia per l’insieme della vita sulla terra e una possibile sentenza di morte per l’umanità.
La parola pace è censurata. L’informazione non esprime la varietà di posizioni presenti tra l’opinione pubblica. La maggioranza contraria all’invio di armi viene sistematicamente ignorata, anche dal governo e dal parlamento italiani.
Per i media non c’è alternativa alla guerra, che rappresentano come uno scontro tra buoni e cattivi, dove la somma degli orrori cancella il “chi, dove, come, quando e perché”. Il sangue delle vittime deve chiamare altro sangue per giustificare la necessità di una sconfitta definitiva dell’aggressore.
È ora di dire basta alle armi e di agire in maniera nonviolenta, a partire dall’accoglienza dei profughi di ogni guerra. Creiamo una comunità determinata a far sentire la propria voce contro l’invio di armi in Ucraina, contro il riarmo per una trattativa immediata. La nostra iniziativa è una protesta per opporsi alla deriva verso l’allargamento e il proseguimento del conflitto armato.
Intendiamo su questi obiettivi avviare una campagna in Sardegna, a cui tutti coloro che condividono l’obiettivo possono aderire e partecipare.

Per aderire: https://chng.it/8nJCM7VNXf
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[segue aggiornamento adesione appello]

Per la Pace in Ucraina: NO armi. Cessate il fuoco e Trattativa subito

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Noi condanniamo senza se e senza ma l’invasione dell’Ucraina. Putin dovrà risponderne al suo popolo e alla Storia.
Per porre fine al massacro abbiamo di fronte due strade: affidarsi alla forza delle armi o mobilitarsi con un’azione nonviolenta per una trattativa immediata e una soluzione diplomatica.
Pensiamo che le armi siano la risposta sbagliata. Il nemico più grande è la guerra, la pretesa di sconfiggere Putin con una escalation militare, scalzandolo dal potere, comporta innumerevoli morti, sofferenze atroci tra i civili e un futuro di miseria per una moltitudine di persone,, anche in Europa, Italia e Sardegna.
Più di tutto ci preoccupa il possibile impiego di armi nucleari, che rappresentano una minaccia per l’insieme della vita sulla terra e una possibile sentenza di morte per l’umanità.
La parola pace è censurata. L’informazione non esprime la varietà di posizioni presenti tra l’opinione pubblica. La maggioranza contraria all’invio di armi viene sistematicamente ignorata, anche dal governo e dal parlamento italiani.
Per i media non c’è alternativa alla guerra, che rappresentano come uno scontro tra buoni e cattivi, dove la somma degli orrori cancella il “chi, dove, come, quando e perché”. Il sangue delle vittime deve chiamare altro sangue per giustificare la necessità di una sconfitta definitiva dell’aggressore.
È ora di dire basta alle armi e di agire in maniera nonviolenta, a partire dall’accoglienza dei profughi di ogni guerra. Creiamo una comunità determinata a far sentire la propria voce contro l’invio di armi in Ucraina, contro il riarmo per una trattativa immediata. La nostra iniziativa è una protesta per opporsi alla deriva verso l’allargamento e il proseguimento del conflitto armato.
Intendiamo su questi obiettivi avviare una campagna in Sardegna, a cui tutti coloro che condividono l’obiettivo possono aderire e partecipare.

Per aderire: https://chng.it/8nJCM7VNXf

Oggi giovedì 19 maggio 2022

f63326b1-2285-43fa-8a37-0347491098b4GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2aladin-logonge-cover-1lampadadialadmicromicro13democraziaoggi-loghettogf-02
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——————-Opinioni, Commenti e Riflessioni——————–
Importante presa di posizione dell’Anpi nazionale: Draghi spieghi con urgenza improvvise manovre Nato in Sardegna
18 Maggio 2022 su Democraziaoggi
(askanews) – La Segreteria nazionale dell’Anpi “si associa pienamente alle preoccupazioni espresse dal Coordinamento regionale della Sardegna per le improvvise manovre militari che si stanno svolgendo nella regione e che mettono la popolazione isolana nelle condizioni di dover sopportare un intollerabile clima di guerra”. E “chiede al Presidente del […]
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Il conflitto in Ucraina
“VINCERE”: L’IRRESPONSABILE GIOCO DELLA GUERRA.

di Domenico Gallo
18 MAGGIO 2022 / EDITORE / DICONO I FATTI / su Chiesadituttichiesadeipoveri.
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Effetti collaterlali: la rottura di collaborazioni e di rapporti anche personali. Furio Colombo lascia il Fatto
19 Maggio 2022
Andrea Pubusa su Democraziaoggi

Furio Colombo lascia il Fatto quotidiano, di cui è stato cofondatore e apprezzato (direi amato) editorialista. Spesso i suoi scritti – com’è naturale – non erano (almeno per me) del tutto comdivisibili, e tuttavia le opinioni di Colombo sono così stringenti e argomentate, la sua onestà intellettuale così limpida, da indurre alla riflessione e […]
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Guerra ucraìna, il sogno oppure l’incubo

SCENARI. C’è il rischio di un conflitto nucleare. Urge, secondo la Carta Onu, che le potenze occidentali affianchino l’Ucraina in un negoziato con vera volontà di pace e con lo spirito di Helsinki ’75
Pubblicato su il manifesto, Edizione del 17 maggio 2022

di Luigi Ferrajoli
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Ostinatamente per la Pace in Ucraina e nel Mondo

d70482ae-aa05-4278-a229-636a4d3b48ebUn Comitato per dare più forza in Sardegna alla opposizione all’invio di armi, al riarmo e per una trattativa immediata

Si è tenuto lunedì 16 maggio nella sede della CSS la prima riunione dei firmatari dell’appello “Comitato NO ARMI-Trattativa subito” per allargare il fronte di opposizione al riarmo, all’invio di armi e per la cessazione della guerra in Ucraina con la trattativa sotto l’egida delle organizzazioni internazionali preposte al mantenimento della pace nel mondo.
Hanno partecipato una quarantina di persona, e, in collegamento, esponenti di vari territori: Nuoro, Oristano, Carbonia, S. Antioco, Medio Campidano, Marmilla.
Ha introdotto l’incontro Andrea Pubusa, il quale ha svolto una breve relazione spiegando le ragioni del Comitato.

“Siamo di fronte ad una situazione straordinaria e ad un’urgenza assoluta. Dobbiamo mettere in campo tutte le nostre forze per contrastare un’isteria bellicista, mai vista in epoca repubblicana, dobbiamo opporci con decisione al riarmo e alla militarizzazione del dibattito pubblico e politico. Dobbiamo difendere sul campo la Costituzione, attaccata apertamente sopratutto nella libertà di manifestazione del pensiero e nelle preroative del Parlamento.
C’è una criminalizzazione del pensiero critico, c’è una censura nei confronti di chi non è per l’incremento della risposta armata ed è per una trattativa immediata. Il Presidente del Consiglio ha arrogato a sé e al Ministro della difesa le competenze sulla politica in relazione al conflitto Russia/Ucraina e non accetta di assumere gli indirizzi del Parlamento cui la Costituzione demanda le scelte politiche generali, sopratutto in una materia, la guerra, su cui la nostra Carta specificamante richiama e sottolinea la comptenza del Parlamento.
In questo modo il popolo italiano, che in larga misura è contro l’invio di armi e il riarmo e vuole iniziative di pace, viene messo ai margini, come avvenne già nella Prima e Seconda guerra mondiale.
Ecco perché questa voce noi dobbiamo sollecitarla, organizzarla e farla sentire forte e chiara al governo e nel dibattito pubblico.
Ora, in Sardegna la risposta è debole, nei piccoli centri è quasi nulla, perché i gruppi di compagni hanno difficoltà di organizzazione, non hanno supporti, mancano di riferimenti, non essendoci più partiti o organizzazioni politiche capaci di esprimere in particolare su questa questione della guerra un orientamento omogeneo.
Ecco, noi dobbiamo sforzarci col Comitato che oggi vogliamo varare di offrire un riferimento, di dare una sponda a queste realtà e metterle, per quanto è possibile, in movimento, dovremo lanciare una campagna in tutta la Sardagna.
È un’impresa molto difficile, ma abbiamo nel territorio dei nuclei di compagni che già si sono mobilitati, ad es. nel referendum del 2016, molti dei compagni di quella battaglia hanno già aderito a questa di oggi. Per il loro tramite vediamo come nella varie province e nella varie zone possiamo mettere in piedi la nostra campagna.
Sia ben chiaro questo Comitato non si sovrappone alle iniziative di associazioni che già si stanno muovendo e si muoveranno su questo fronte. Semmai, nei limiti delle nostre possibilità, cercheremo di dare una mano a chiunque si mobiliti in questa battaglia. Per questo le adesioni al Comitato sono individuali, anche se evidentemente ognuno di noi si porta dietro i rapporti e i legami che ha nelle situazioni in cui opera.
Dobbiamo dunque ora decidere se questa esigenza che vi ho rappresentato è reale, se il Comitato che sinteticamente vi ho poposto è utile e necessario, come lo organizziamo. Io penso che debba essere un organismo molto agile e snello con alcuni compagni che si assumano il compito di coordinare e tenere i rapporti coi territori.
Dobbiamo sollecitare i compagni del sassarese ad assumere una iniziativa analoga alla nostra onde rendere più adeguata ed incisiva la campagna nel Nord Sardegna.
Dovremmo stabilire le forme per lanciarlo, conferenza stampa o altro, e iniziare a lavorare ad alcune iniziative grosse nei capoluoghi di provincia e negli altri centri maggiori dell’Isola per raccogliere i compagni e dare un visibile segnale esterno”.
È seguito un intenso dibattito [19 interventi prima delle conclusioni di Pubusa]* in cui sono stati affrontati i problemi politici e quelli organizzativi. E’ emersa una volontà di impegno unitario, pur nella varietà di accenti sui vari aspetti che la complessa vicenda bellica pone. Ora si farà il censimento delle forze nei territori, ci si propone di arrivare alla presentazione del Comitato e del suo programma e di avviare le prime iniziative.
Ecco l’appello che verrà sottoposto alla discusione, per poi porlo alla base delle adesioni.

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Comitato NO ARMI-Trattativa subito

Noi condanniamo senza se e senza ma l’invasione dell’Ucraina. Putin dovrà risponderne al suo popolo e alla Storia.
Per porre fine al massacro abbiamo di fronte due strade: affidarsi alla forza delle armi o mobilitarsi con un’azione nonviolenta per una trattativa immediata e una soluzione diplomatica.
Pensiamo che le armi siano la risposta sbagliata. Il nemico più grande è la guerra, la pretesa di sconfiggere Putin con una escalation militare, scalzandolo dal potere, comporta innumerevoli morti, sofferenze atroci tra i civili e un futuro di miseria per una moltitudine di persone,, anche in Europa, Italia e Sardegna.
Più di tutto ci preoccupa il possibile impiego di armi nucleari, che rappresentano una minaccia per l’insieme della vita sulla terra e una possibile sentenza di morte per l’umanità.
La parola pace è censurata. L’informazione non esprime la varietà di posizioni presenti tra l’opinione pubblica. La maggioranza contraria all’invio di armi viene sistematicamente ignorata, anche dal governo e dal parlamento italiani.
Per i media non c’è alternativa alla guerra, che rappresentano come uno scontro tra buoni e cattivi, dove la somma degli orrori cancella il “chi, dove, come, quando e perché”. Il sangue delle vittime deve chiamare altro sangue per giustificare la necessità di una sconfitta definitiva dell’aggressore.
È ora di dire basta alle armi e di agire in maniera nonviolenta, a partire dall’accoglienza dei profughi di ogni guerra. Creiamo una comunità determinata a far sentire la propria voce contro l’invio di armi in Ucraina, contro il riarmo per una trattativa immediata. La nostra iniziativa è una protesta per opporsi alla deriva verso l’allargamento e il proseguimento del conflitto.
Intendiamo su questi obiettivi avviare una campagna in Sardegna, a cui tutti coloro che condividono l’obiettivo possono aderire e partecipare.—————————————-
*Sono intervenuti dopo i saluti di Giacomo Meloni e la relazione di Andrea Pubusa (che ha anche chiuso): Dina Raggio, Emanuele Pes, Franco Meloni, Graziano Bullegas, Rosa Maggio, Claudia Zuncheddu, Antonello Murgia, Paolo Pisu, Graziano Pintori, Riccardo Cardia, Gianna Lai, Carla Cossu, Dina Raggio (2), Enrico Sanna, Piero Carta, Antonello Giuntini, Marco Mameli.
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Russia-Ucraina: il mondo deve imporre il negoziato
di Matteo Zuppi

La tragica guerra tra Russia e Ucraina non sfugge al bipolarismo da like/no like che il web impone, facendo illudere di contare, in realtà semplificando pericolosamente perché ignora l’intreccio tra torti e ragioni e la complessità della storia. Il contrario, ovviamente, non è il sospetto che scivola nell’irrazionalità e nelle fake news.

Chi sfugge al bipolarismo agonistico prende la posizione che deve orientare le scelte, senza ambiguità, ma con intelligenza: la pace. Solo scegliendo la pace si trovano le soluzioni e i compromessi indispensabili per raggiungerla. Perché ogni secondo di guerra è un conto che pagano le vittime, dirette (le migliaia di civili, considerati volutamente come bersagli) e indirette (gli anziani che non hanno protezione o i malati che devono interrompere le terapie).

Occorre “fare” la pace, a qualsiasi prezzo. Certo, c’è aggressore e aggredito, e “fare” la pace non significa mettere tutti sullo stesso piano. La Russia ha perso tutte le ragioni avviando un conflitto che papa Francesco per primo ha svelato per ciò che effettivamente è: non si tratta «solo di un’operazione militare speciale, ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria». La posizione è quindi chiara: condanna della guerra in atto e di chi l’ha iniziata. Ma quello che serve ora, insieme al diritto a difendersi, è lavorare con determinazione per «porre le basi di un dialogo sempre più allargato», imponendo il negoziato.

Occorre coinvolgere interlocutori che si impegnino per identificare la soluzione e garantirne l’attuazione. Solo cercando la pace si mette un limite alla logica della guerra! Il realismo da scegliere è il disarmo, e finanziare organismi internazionali capaci di limitare i nazionalismi, per far crescere il concerto di nazioni che hanno cura dell’unica “casa comune”. Il fatto è che, come dice l’enciclica Fratelli tutti, «non c’è più spazio per diplomazie vuote, per dissimulazioni, discorsi doppi, occultamenti, buone maniere che nascondono la realtà». Il processo di pace «è un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta».

Questo è ciò che serve oggi: non belle intenzioni, ma scelte consapevoli che affrontano il presente e preparano un futuro di pace
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[Dal Blog di Enzo Bianchi
​Fondatore della comunità di Bose]

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Ostinatamente per la Pace: costituito il Comitato NO Armi – Trattativa subito

29c6c4d9-c5a2-4dff-9e16-4a016e78b82fUn Comitato per dare più forza in Sardegna alla opposizione all’invio di armi, al riarmo e per una trattativa immediata

Si è tenuto lunedì 16 maggio nella sede della CSS la prima riunione dei firmatari dell’appello “Comitato NO ARMI-Trattativa subito” per allargare il fronte di opposizione al riarmo, all’invio di armi e per la cessazione della guerra in Ucraina con la trattativa sotto l’egida delle organizzazioni internazionali preposte al mantenimento della pace nel mondo.
Hanno partecipato una quarantina di persona, e, in collegamento, esponenti di vari territori: Nuoro, Oristano, Carbonia, S. Antioco, Medio Campidano, Marmilla.
Ha introdotto l’incontro Andrea Pubusa, il quale ha svolto una breve relazione spiegando le ragioni del Comitato.

“Siamo di fronte ad una situazione straordinaria e ad un’urgenza assoluta. Dobbiamo mettere in campo tutte le nostre forze per contrastare un’isteria bellicista, mai vista in epoca repubblicana, dobbiamo opporci con decisione al riarmo e alla militarizzazione del dibattito pubblico e politico. Dobbiamo difendere sul campo la Costituzione, attaccata apertamente sopratutto nella libertà di manifestazione del pensiero e nelle prerogative del Parlamento.
C’è una criminalizzazione del pensiero critico, c’è una censura nei confronti di chi non è per l’incremento della risposta armata ed è per una trattativa immediata. Il Presidente del Consiglio ha arrogato a sé e al Ministro della difesa le competenze sulla politica in relazione al conflitto Russia/Ucraina e non accetta di assumere gli indirizzi del Parlamento cui la Costituzione demanda le scelte politiche generali, sopratutto in una materia, la guerra, su cui la nostra Carta specificamente richiama e sottolinea la competenza del Parlamento.
In questo modo il popolo italiano, che in larga misura è contro l’invio di armi e il riarmo e vuole iniziative di pace, viene messo ai margini, come avvenne già nella Prima e seconda guerra mondiale.
Ecco perché questa voce noi dobbiamo sollecitarla, organizzarla e farla sentire forte e chiara al governo e nel dibattito pubblico.
Ora, in Sardegna la risposta è debole, nei piccoli centri è quasi nulla, perché ii gruppi di compagni hanno difficoltà di organizzazione, non hanno supporti, mancano di riferimenti, non essendoci più partiti o organizzazioni politiche capaci di esprimere in particolare su questa questione della guerra un orientamento omogeneo.
Ecco, noi dobbiamo sforzarci col Comitato che oggi vogliamo varare di offrire un riferimento, di dare una sponda a queste realtà e metterle, per quanto è possibile, in movimento, dovremo lanciare una campagna in tutta la Sardegna.
È un’impresa molto difficile, ma abbiamo nel territorio dei nuclei di compagni che già si sono mobilitati, ad es. nel referendum del 2016, molti dei compagni di quella battaglia hanno già aderito a questa di oggi. Per il loro tramite vediamo come nella varie province e nella varie zone possiamo mettere in piedi la nostra campagna.
Sia ben chiaro questo Comitato non si sovrappone alle iniziative di associazioni che già si stanno muovendo e si muoveranno su questo fronte. Semmai, nei limiti delle nostre possibilità, cercheremo di dare una mano a chiunque si mobiliti in questa battaglia. Per questo le adesioni al Comitato sono individuali, anche se evidentemente ognuno di noi si porta dietro i rapporti e i legami che ha nelle situazioni in cui opera.
Dobbiamo dunque ora decidere se questa esigenza che vi ho rappresentato è reale, se il Comitato che sinteticamente vi ho poposto è utile e necessario, come lo organizziamo. Io penso che debba essere un organismo molto agile e snello con alcuni compagni che si assumano il compito di coordinare e tenere i rapporti coi territori.
Dobbiamo sollecitare i compagni del sassarese ad assumere una iniziativa analoga alla nostra onde rendere più adeguata ed incisiva la campagna nel Nord Sardegna.
Dovremmo stabilire le forme per lanciarlo, conferenza stampa o altro, e iniziare a lavorare ad alcune iniziative grosse nei capoluoghi di provincia e negli altri centri maggiori dell’Isola per raccogliere i compagni e dare un visibile segnale esterno”.
È seguito un intenso dibattito in cui sono stati affrontati i problemi politici e quelli organizzativi. È emersa una volontà di impegno unitario, pur nella varietà di accenti sui vari aspetti che la complessa vicenda bellica pone. Ora si farà il censimento delle forze nei territori, ci si propone di arrivare alla presentazione del Comitato e del suo programma e di avviare le prime iniziative.
Ecco l’appello che verrà sottoposto alla discussione, per poi porlo alla base delle adesioni.

img_9189Comitato NO ARMI-Trattativa subito

Noi condanniamo senza se e senza ma l’invasione dell’Ucraina. Putin dovrà risponderne al suo popolo e alla Storia.
Per porre fine al massacro abbiamo di fronte due strade: affidarsi alla forza delle armi o mobilitarsi con un’azione nonviolenta per una trattativa immediata e una soluzione diplomatica.
Pensiamo che le armi siano la risposta sbagliata. Il nemico più grande è la guerra, la pretesa di sconfiggere Putin con una escalation militare, scalzandolo dal potere, comporta innumerevoli morti, sofferenze atroci tra i civili e un futuro di miseria per una moltitudine di persone,, anche in Europa, Italia e Sardegna.
Più di tutto ci preoccupa il possibile impiego di armi nucleari, che rappresentano una minaccia per l’insieme della vita sulla terra e una possibile sentenza di morte per l’umanità.
La parola pace è censurata. L’informazione non esprime la varietà di posizioni presenti tra l’opinione pubblica. La maggioranza contraria all’invio di armi viene sistematicamente ignorata, anche dal governo e dal parlamento italiani.
Per i media non c’è alternativa alla guerra, che rappresentano come uno scontro tra buoni e cattivi, dove la somma degli orrori cancella il “chi, dove, come, quando e perché”. Il sangue delle vittime deve chiamare altro sangue per giustificare la necessità di una sconfitta definitiva dell’aggressore.
È ora di dire basta alle armi e di agire in maniera nonviolenta, a partire dall’accoglienza dei profughi di ogni guerra. Creiamo una comunità determinata a far sentire la propria voce contro l’invio di armi in Ucraina, contro il riarmo per una trattativa immediata. La nostra iniziativa è una protesta per opporsi alla deriva verso l’allargamento e il proseguimento del conflitto.
Intendiamo su questi obiettivi avviare una campagna in Sardegna, a cui tutti coloro che condividono l’obiettivo possono aderire e partecipare.—————————————-

Prime adesioni: Andrea Pubusa, Antonello Murgia, Luisa Sassu, Franco Meloni, Lucia Chessa, Gianni Fresu, Fernando Codonesu, Salvatore Lai, Giacomo Meloni, Mauro Tuzzolino, Rosamaria Maggio, Marco Mameli, Graziano Pintori, Nicola Melis, Gianna Lai, Marco Pitzalis, Carla Cossu, Marco Lostia, Raffaele Felce, Lorena Cordeddu, Piero Carta, Mariantonietta Pilia, Francesca Pubusa, Simone Angei, Riccardo Cardia, Carlo Marras, Lidia Roversi, Graziano Bullegas, Roberto Loddo, Paolo Pisu, Lorenzo Marilotti, Federico Melis, Emanuele Pes, Pino Calledda, Pasquale Alfano, Roberto Deiana, Roberto Piras, Mauro Tunis, Ninni Santus, Franco Nurzia, Martino Pani, Maria De Murtas, Maria Silvana Congiu, Paolo Zedde, Angela Multinu, Cecilia Lilliu, Maria Grazia Mele, Gianna Melis R., Adry Sanna, Maria Paola Lai, Carlo Gessa, Ennio Cabiddu, Amalia Trudu, Maria Elisabetta Angius, Annamaria Castaldi, Gianmario Bordicchia, Giorgio Borgini, Igna Colombi, Claudia Zuncheddu, Irma Ibba, Gisella Trincas Maglione, Dina Raggio, Rosalba Meloni, Lidia Roversi, Beatrice Massa, Giovanni Deriu, Mario Argiolas, Antonio Muscas, Tina Argiolas, Gianfranco Ghironi, Egidio Addis, Margherita Concas, Adriana Morittu, Susanna Sitzia, Andrea Giulio Pirastu, Letizia Calledda, Arnaldo Scarpa, Roberta Piacenza, Giuseppino Granara, Remo Ronchitelli, Rina Salis, Carlo Bellisai, Enrico Sanna, Antonio Contu, Marco Meloni Lai, Valeria Casula, Franco Dolia, Erminia Piera Biancini, Francesco Casula, Peppe Luisu Pala Melone, Efisio Serra, Dino Biggio, Marco Veloce
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Oggi domenica 15 maggio 2022 contro la guerra per la Pace

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In Sardegna prove di guerra. Conferenza stampa-sit-in di protesta oggi domenica alle 10 al Molo Ichnusa
15 Maggio 2022 su Democraziaoggi.
Oggi domenica, ore 10 al Molo Ichnusa conferenza stampa di protesta indetta da “Prepariamo la pace” contro le operazioni militari in Sardegna
. Chi può faccia una passeggiata al Molo e partecipi.
Sbarco di “guerra” nel Porto di Cagliari. Aerei radar della Nato in volo sulle zone interne dell’Isola, Sardegna completamente circondata anche sul fronte aereo, così […]
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logo-anpi-nazionaleComunicato stampa dell’ANPI della Sardegna
Sbarco di “guerra” nel Porto di Cagliari
Aerei radar della Nato in volo sulle zone interne dell’Isola, Sardegna completamente circondata anche sul fronte aereo, così titola L’Unione Sarda, fotografando con preoccupazione la situazione. Un’operazione segreta, come tutte quelle militari, senza alcun preavviso. Con un’ordinanza, la Capitaneria di Porto di Cagliari dispone, «con decorrenza immediata», il divieto di immettersi nelle 17 aree indicate nel mare sardo. Il dispiegamento imponente nel Porto di Cagliari è una evidente esibizione di forza, un messaggio “guerrafondaio” nel cuore della città, da trasmettere all’Europa e al Mondo. Un messaggio di allerta che mal si concilia con le parole di Draghi dell’altro giorno e parla, coi fatti, di guerra e non di lavoro per la trattativa.
La Sardegna, “con ben 35 mila ettari di territori occupati e recintati per perenni giochi di guerra”, viene segnalata all’attenzione internazionale come bersaglio in caso di escalation della follia bellicista.
L’ANPI della Sardegna, ribadendo la propria ferma opposizione all’invio di armi in Ucraina e al generale riarmo in atto, ribadisce la propria opposizione alla politica del governo e al silenzio della Regione, in contrasto con la volontà largamente maggioritaria dei sardi e della popolazione italiana.
Cagliari 15.05.2022
Il coordinatore regionale Antonello Murgia
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img_9189Su aladinpensiero online l’elenco aggiornato delle adesioni all’appello che sarà discusso nella riunione di insediamento del Comitato contro le armi per la trattativa, lunedì 16 maggio alle ore 18 presso la sede della CSS in via Marche 9 Cagliari: http://www.aladinpensiero.it/?p=133311