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Carbonia, color di trachite

CARBONIA cittàdifondazione Dialogo con il professor Antonello Sanna.
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Alla vigilia del Sulkimake Humanities Lab che dal 27 al 29 marzo 2015 si svolgerà a Carbonia presso la Grande Miniera di Serbariu, abbiamo intervistato il prof. Antonello Sanna, Direttore del Dipartimento di Architettura presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Cagliari. Durante gli anni duemila, infatti, il prof. Sanna è stato tra i protagonisti del recupero della Grande Miniera di Serbariu e degli spazi pubblici della città di fondazione. Tuttavia, nonostante l’importante riconoscimento ricevuto nel 2011 con il Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa, il valore di questa esperienza culturale, sociale e urbanistica è forse ancora misconosciuto.

di Fabrizio Palazzari

Quando è stata la prima volta che si è interessato di Carbonia e perchè?
Come mestiere mi occupo di recupero del patrimonio edilizio storico. Ho cominciato dai centri storici e poi, negli anni Novanta, mi è sembrato interessante occuparmi di prodotti più recenti, ma di qualità, che erano un po’ più misconosciuti. Mentre quasi tutti sanno che Firenze ha un grande centro storico, e forse anche Cagliari o Iglesias, era invece più difficile trovare qualcuno che riconoscesse a entità fatte per esempio a partire dal 1937, come Carbonia, questo valore aggiunto dell’essere anche patrimonio, oltre che un semplice insieme di volumi costruiti. Carbonia evocava altre cose: evocava la fatica della miniera ed evocava, se vogliamo, anche la fuliggine del carbone. Ma non evocava valori e fu per questo che cominciammo a studiarla.

All’inizio degli anni duemila l’amministrazione comunale decide di partire dal recupero urbanistico e architettonico della città, per avviare un’importante forma di recupero identitario della stessa. Ci potrebbe raccontare come si articolò il progetto?
Prima che arrivassimo noi (Dipartimento di Architettura, ndr) l’amministrazione puntava sulla miniera soltanto, poi ci convincemmo insieme che, in realtà, città e miniera erano l’una funzionale all’altra. La città era proprio lì, a soli ottocento metri dalla miniera, era una vera e propria “company town” e, in un certo senso, era la città della miniera. Entrambe rappresentavano un grande progetto e un’utopia, sia pure autoritaria, che aveva degli aspetti molto avanzati. Perchè Carbonia è una città giardino, inserita nel paesaggio, nel verde, interamente progettata, sino all’ultimo dettaglio, da grandi architetti.
Ci convincemmo ben presto che se la miniera fosse riuscita a restituire alla città ciò che le aveva tolto, sarebbe stata l’occasione del suo riscatto. Ma questo sarebbe potuto accadere soltanto se anche la città avesse finalmente accettato se stessa. Questo processo sarebbe stato tanto più forte quanto più ampio fosse stato il suo perimetro di azione, che non doveva pertanto essere limitato ai ruderi della miniera, ma avrebbe dovuto includere anche valore umano, piazze, edifici, monumenti.

Da dove iniziò il recupero e che ricordi ha di quella stagione?
Cominciammo dalla piazza Roma, una piazza interamente d’autore. Dal Teatro Centrale al Dopolavoro, passando per la Torre Littoria, la Chiesa di San Ponziano e il Municipio: sono tutti prodotti o della mano dello studio di Gustavo Pulitzer, grande progettista triestino, o dello studio Valle-Guidi, i due grandi architetti romani che poi abbandoneranno Carbonia per andare a fare il piano di Addis Abeba. Lasciandola comunque al grande e brillante Eugenio Montuori e alla sua continua ricerca di un razionalismo mediterraneo.

Nel 2004 ci fu l’inaugurazione della piazza e fu una delle grandi emozioni della mia vita. Quando uscimmo dal Teatro Centrale trovammo nella piazza migliaia e migliaia di persone, un numero stragrande di abitanti di Carbonia, che invasero quello spazio. Fu in quel momento che compresi come, effettivamente, quell’operazione avesse avuto da un lato un significato culturale e, dall’altro, un significato sociale.

La fondazione di Carbonia ridefinisce il rapporto tra cittadino e abitare e anticipa le trasformazioni che a partire dal secondo dopoguerra, con il programma di edilizia popolare INA Casa, interesseranno Cagliari e i principali centri urbani dell’isola. Come viene ridefinito questo rapporto?
In una Sardegna caratterizzata dalla totale prevalenza dell’autocostruzione Carbonia rappresentò, effettivamente, un caso unico. Mentre nel resto dell’isola prevaleva questo rapporto di tipo familiare con la casa, in cui ciascuno è padrone a casa sua, a Carbonia avviene invece il contrario. La gente, infatti, non è padrona neppure del suolo e del sottosuolo. Perchè nel sottosuolo c’è il carbone, e quindi è della miniera, mentre il suolo e le stesse residenze sono pubblici.

Da un punto di vista sociologico tutto questo ha sicuramente determinato, soprattutto all’inizio, questo senso di estraneità, tra la città e la sua architettura. I carboniesi hanno avuto bisogno di riappropriarsi degli spazi, a volte con superfetazioni delle stesse case. Tuttavia, seppure di dimensioni modeste, erano comunque, in quel momento, case di eccellenza. In una Sardegna in cui nessuna casa, se non quelle di lusso, aveva il bagno in casa, a Carbonia ogni casa ne possedeva uno. In questo senso fu, senza dubbio, anche un modello sociale.

Da un punto di vista sociologico e della modernità, questo rapporto di estraneità tra cittadini di Carbonia e abitazioni è anche il rapporto tra la Sardegna e la città stessa, mirabilmente descritto nel 1954 da Salvatore Cambosu in “Carbonia, odore di zolfo”, una delle pagine più poetiche ed evocative di Miele amaro. Quanto la Sardegna di oggi è consapevole di quel che Carbonia ha rappresentato per la Sardegna stessa?
Diciamo che ho avuto l’impressione, anzi ho la certezza, che quando Carbonia, durante gli anni duemila, sviluppò quel programma di riappropriazione di se stessa, si sia imposta all’attenzione dell’intera Sardegna. La percezione che ci fossero una strategia, un obiettivo di alto profilo e che tutto venisse fatto in funzione di quell’obiettivo si è avuta. Poi, ad un certo punto, proprio quando nel 2011 vincemmo il Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa (Carbonia Landscape Machine, ndr), è anche vero che forse quella notizia non è andata molto in giro. E’ passata un po’ sotto silenzio. So che però, alla fine, la consapevolezza c’è.

Il carbone ha dato origine alla città, ma è stato anche la causa della sua crisi e, come ha avuto modo di evidenziare, era giusto che la miniera restituisse quanto sottratto. Tuttavia esiste un altro materiale “locale” che può rappresentare un’importante risorsa identitaria per il presente. Che ruolo ha, a questo proposito, la “trachite rossa” nel caratterizzare l’intero patrimonio residenziale della città?
Ci siamo soffermati spesso sul suo ruolo. Carbonia è, paradossalmente, da un lato un luogo di alta tecnologia, con i suoi macchinari e certi elementi costruttivi come le capriate in cemento armato a sezione sottile. Dall’altro, un po’ per ideologia e un po’ per necessità è un luogo dove si utilizza però anche il materiale naturale, che è quello che si cava in loco. E questo dà carattere a Carbonia. Le sue case, infatti, certamente non sono “identitarie”, ma di intelligente hanno questo uso di un materiale povero, come la pietra locale, ma straordinario. Perchè tutto lo zoccolo, tutti i basamenti di Carbonia sono fatti di trachite. E’ proprio questo il vero elemento unificante.

Molte delle sfide della città del XXI secolo passano da una riduzione delle emissioni di Co2 e l’architettura giocherà un ruolo fondamentale, a partire dal recupero degli immobili esistenti. Anche per Carbonia si apre una nuova stagione che, dopo il recupero della miniera e degli spazi pubblici, potrebbe adesso interessare l’edilizia privata. Come vede l’applicazione di elementi di domotica all’architettura per trasformare la ristrutturazione edilizia in rigenerazione urbana?
Penso che, in generale, non ci sia altra via. Se alla qualità pubblica non corrisponde anche la qualità privata una città non si salva. Possiamo fare tutte le piazze che vogliamo ma se dopo i cittadini, i tecnici, non percepiscono che anche le case devono stare dentro un certo ordine di logica, il tutto non funziona. Sono inoltre convinto che oggi l’innovazione si deve giocare esattamente, in senso generale, sulla sostenibilità. Pertanto abbiamo bisogno di città non più energivore, come abbiamo fatto, ma energicamente efficienti. Possono diventarlo in vario modo, da un lato con le energie rinnovabili e la riqualificazione delle case in senso energetico; dall’altro, con le città smart e quindi attraverso l’applicazione delle tecnologie immateriali.

Per concludere, nel libro Carbonia. Città del Novecento, gli autori Giorgio Peghin e Antonella Sanna parlano di Carbonia come di una “colonia autoctona”, quasi sospesa tra due paesaggi: un paesaggio millenario che è quello del Sulcis-Iglesiente e un paesaggio costruito e ricostruito, perchè comunque Carbonia cerca di integrarsi nel territorio. Che cosa ci può insegnare questa epopea urbanistica, mineraria e anche sociale?
Ci può insegnare che quando c’è un’impostazione qualitativamente valida – e Carbonia lo fu perchè fu fatta con un pensiero urbanistico con dietro anche un’utopia sociale, per quanto autoritaria, e un pensiero urbanistico importante e al passo con le esperienze europee più avanzate – possiamo dire che le realizzazioni costruite in questo clima di qualità poi durano nel tempo. Nel grande disegno paesaggistico di Carbonia – dentro una conca, affacciata su un terrazzo che guarda verso il mare, con questo sistema di spazi pubblici, di verde, che doveva un po’ risarcire la durezza della vita in miniera – è sempre possibile trovare ancora oggi queste qualità. E tutto questo, rispetto invece alla dimensione informe, priva di progetto di certe periferie contemporane, incluse quelle di una parte dell’hinterland di Cagliari, ci può insegnare che non è necessario creare, come direbbe Italo Calvino, delle “zuppe di città” per fare la nuova architettura.

Carbonia Peghin e A SannaCome il libro di Peghin e di Antonella Sanna dimostra, la vera lezione di Carbonia è che la nuova architettura può essere di livello e di grande qualità. Può interpretare un territorio, anzichè banalmente sovrapporsi ad esso come spesso, invece, dopo abbiamo fatto.
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- L’articolo di Fabrizio Palazzari viene pubblicato anche sui siti di FondazioneSardinia, Vitobiolchini, Tramasdeamistade, Madrigopolis, Sportello Formaparis, Tottusinpari e sui blog EnricoLobina e RobertoSerra, SardegnaSoprattutto.
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Martedì 3 febbraio 2015

aladinewsGli eventi di oggi segnalati da Aladinpensiero sul blog Aladinews agorà. PUNT ‘E BILLETTU: Questo pomeriggio con Homer…
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L’ Osservatorio Sardo Riforme Istituzionali si dota di uno spazio web per comunicare le sue iniziative e mettere a disposizione informazioni utili e pertinenti

Fondazione Sardinia logo2La Fondazione Sardinia ha attivato all’interno del suo sito web uno spazio dedicato all’Osservatorio sulle riforme isituzionali . Il sito è così organizzato:
O.S.R.I.
- Osservatorio Sardo Riforme Istituzionali
- Testi legislativi
- Convegni e Seminari
- Documentazione
- Comunicazioni
- Rassegna Stampa
Sardegna-bomeluzo22 – segue documentazione OSRI -

La “sharing economy” in Sardegna. Possibile modello economico o una moda destinata a sparire?

ape-su-stampace-IMG_4697di Fabrizio Palazzari
La “sharing economy” si traduce con “economia della condivisione” o della “collaborazione”. E’ un’espressione che, soprattutto in Italia, richiama esperienze di lunga tradizione, dal mutualismo alle cooperative fino alle imprese sociali. Si propone come un nuovo modello economico, capace di rispondere alle sfide della crisi e di promuovere forme di consumo più consapevoli basate sul riuso invece che sull’acquisto e sull’accesso e la condivisione piuttosto che sulla proprietà esclusiva.
In tempi recenti ha goduto di un improvviso successo grazie all’effetto concomitante di due fattori: da un lato lo sviluppo dei social network facilitato dalla diffusione di internet in mobilità; dall’altro la crisi che, con la riduzione del potere di acquisto, ha aumentato la sensibilità delle persone verso nuove forme di “consumo” e di abbattimento delle spese in moneta corrente.
Come di norma accade ai fenomeni che godono di improvviso successo, è facile trovare all’interno della stessa definizione delle pratiche spesso molto diverse tra loro. Crescono i servizi collaborativi digitali ossia quei servizi “peer to peer” che mettono in contatto le persone e che utilizzano la tecnologia. Per esempio per condividere la casa o una stanza, un passaggio in auto, gli oggetti, il tempo o per prestare il proprio denaro attraverso una delle numerose piattaforme di crowdfunding (raccolta di fondi).
In Italia, lo rivela uno studio Duepuntozero DOXA, il 13% della popolazione ha preso parte almeno una volta all’economia collaborativa. Per un confronto, negli Stati Uniti il 52 % delle persone hanno scambiato o prestato dei beni, mentre in Inghilterra si arriva al 64%. Secondo una ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano abbiamo ad oggi circa 160 piattaforme di scambio e condivisione e circa 40 esperienze di autoproduzione. Dal 2011 a oggi i numeri sono più che triplicati, in particolare nell’ambito del turismo, dei trasporti, delle energie, dell’alimentazione e del design.
Da questo quadro, sebbene non esaustivo, si evince come la crisi economica e la tecnologia digitale stiano cambiando il modo di interagire delle persone. E’ difficile conoscere sin da adesso se questi cambiamenti saranno permanenti o se si ritornerà alla situazione precedente, e quindi al prevalere del desiderio di possesso in esclusività. In ogni modo, il perpetuarsi della crisi stessa e la sensazione che non si tratti di un evento ciclico e di sistema ma di un mutamento profondo dello stesso, portano a pensare che questi cambiamenti avranno comunque effetti di lunga durata.
Tutto questo dovrebbe, a mio avviso, entrare a far parte anche del dibattito interno alla nostra regione sul modello (o sui modelli) di sviluppo economico da perseguire e, conseguentemente, sulla nostra capacità di articolare delle politiche in grado di dare risposte concrete alle domande sempre più complesse e urgenti della società sarda.
Innanzitutto, ci si dovrebbe chiedere quanto questi modelli siano legati alla crisi oppure rispondano a un ripensamento più strutturale dei rapporti tra economia e società. In secondo luogo, se questo dovesse essere il caso, gli interrogativi da porci sarebbero molteplici. Per esempio: disoccupazione, emigrazione, invecchiamento della popolazione e spopolamento sono problemi che potrebbero essere mitigati grazie alla diffusione dell’economia “collaborativa”? Che ruolo attribuire al pubblico e alla Regione in questo scenario? Quello di solo regolatore o anche quello di attore, investitore e animatore di iniziative? E ancora, come affrontare il rapporto tra distruzione di valore nei settori tradizionali e creazione di nuovo valore (l’ambito in cui questa ambivalenza si sta ponendo in forma evidente è, ad esempio, quello dei servizi di ospitalità in forma “condivisa”, che se da una parte stanno mettendo in difficoltà il comparto alberghiero, dall’altra incidono positivamente sui consumi culturali e la ristorazione)?
Diverse esperienze internazionali ci vengono in aiuto. Per la loro tendenza a essere facilmente replicabili anche in altri contesti, non dovremmo tralasciare quanto sta per esempio avvenendo in Ecuador con il progetto per la creazione di una “società della conoscenza libera e aperta” (www.floksociety.org) o in Uruguay con il progetto “C3” (www.c3uruguay.com.uy), per la creazione di un “Circuito di Credito Commerciale” per le micro, piccole e medie imprese uruguaiane.
E la Sardegna cosa ha da offrire? In realtà per secoli varie forme di “economia condivisa” hanno caratterizzato il sistema economico pre-moderno delle nostre comunità. Il cosiddetto “aggiudu torrau”, ovvero “l’aiuto reciproco”, altro non era se non una forma di “sharing economy” tra persone. Inoltre, sono stati diversi gli intellettuali sardi che, come Eliseo Spiga nel “Manifesto delle Comunità di Sardegna”, hanno elaborato delle proposte concrete per la costruzione di un nuovo paradigma, culturale ed economico, basato sulla collaborazione e la solidarietà. Lo stesso tipo di paradigma che, nel 1958, fu tra i principi alla base dell’accordo tra il Movimento Comunità di Adriano Olivetti e il Partito Sardo d’Azione.
In altri termini anche una crisi profonda come quella che stiamo vivendo può essere un’occasione per cambiare. Orientarsi al recupero dei legami con il territorio, all’aumento della sua resilienza e alla necessità di un rinnovato sistema economico e finanziario che sia al servizio del bene comune, pone sicuramente i modelli basati sui principi dell’ economia di collaborazione come meritevoli di considerazione anche in Sardegna. Sia per la loro capacità di generare una domanda che altrimenti rimarrebbe latente e inespressa, che per il loro stimolo alla creazione di nuove iniziative d’impresa.
Anche in assenza di un intervento pubblico dall’alto questo processo, per la naturale tendenza di questi modelli verso la decentralizzazione, potrebbe comunque partire dal basso. In questo caso un ruolo di primo piano potrà essere svolto dai Comuni, a patto però che ci siano degli attori politici capaci di farsene carico.
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* L’articolo di Fabrizio Palazzari viene pubblicato anche sui siti di FondazioneSardinia, Vitobiolchini, Tramasdeamistade, Madrigopolis, Sportello Formaparis, Tottusinpari e sui blog EnricoLobina e RobertoSerra, SardegnaSoprattutto.
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innovazione palle rotanti
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Approfondimento consigliato: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/02/17/news/le_comuni_delle_nonne-78814411/
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ape su sardegna

in giro con la lampada di aladin…

aladin-lampada-di-aladinews312
-FotoFabrizioPalazzari Fabrizio Palazzari presenta le tre liste con Michela Murgia candidata presidente, su Aladinews agorà
- I programmi elettorali delle sei coalizioni analizzati sul sito Sardinews

Gli OCCHIALI di PIERO

CITAZIONE DELLA SERA
Tornate all’antico e sarà un progresso. (Giuseppe Verdi)
Sarebbe ora, o sardi, di costruire unità e rapporti moderni tra città e campagna, tra zone interne e zone costiere, tra pianura e montagna.
Un intervento dell’amico Fabrizio Palazzari.
Quali Sardegne? Dal “triangolo dell’isolamento” verso la contemporaneità

Nazzari Caravaggio_fotodiscenaGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413AMEDEO NAZZARI
Muore a Roma il 6 novembre 1979 l’attore Amedeo Nazzari.
Cagliaritano, nato il 10 dicembre 1907, all’anagrafe Amedeo Buffa, adottò il nome del nonno materno come nome d’arte. Prima infanzia a Cagliari poi a Roma dopo la morte del padre Salvatore, quando ha sei anni.
Esordisce in teatro a vent’anni, poi nel cinema dal 1935.
(segue)

A si chesciai? No, est tempus pèrdiu! Lamentarci? No, tempo perso!

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di Gianni Mascia
A si chesciai? No, est tempus pèrdiu! De tempus meda no feus atru chi si chesciai e cun cali arrennèscida? A s’amagurai e a sighiri a incungiai negatividadi. Settembre, Caput anni, Cabudanni… S’annu agrìculu torrat a cumentzai e tocat a ghetai sèmini. Est su chi nosu sardus puru depeus fai in su campu casi sempri prenu de lullu de sa vida polìtica nosta. Seus casi in campagna eletorali, infatis de innoi a pagu eus a andai a votai po is regionalis e is europeas ddas ant a sighiri illuegus. S’ant agatai cun is manus in is manus e spartzinaus in milli arritzolus custa borta puru? No podit sutzedi prus chi si andit a votai a collegiu acorpau a sa Sicìlia! S’emus a torrai a agatai sentza de rapresentantis in Bruxelles, a aturai a sa ventana cun sa spera chi calchi parlamentari sicilianu si dimitat, cumenti est sutzèdiu candu sa Barràcciu est intrada in parti de Crocetta. Tocat a si donai de fai e a chistionai e fai chistionai de custa campànnia chi si fetzat arribai a tenni torra unu collègiu totu sardu, poita chi sa popolatzioni sbentiada po is milli spot chi ddi trumentant s’ànima dònnia die si donghit contu de cantu de importu mannu siat a essi innia aundi si detzidint is chistionis primàrias po su svilupu de s’ìsula nosta. Ma innoi nd’arribant is arriolus! De pagu apu fatu una spètzia de sondàgiu po cumprendi in cantus scipiant de is consultatzionis apeliosas e cun scoramentu mannu apu tentu sa cunfirma de su chi timemu: sa maioria de is pessonas no sciiant o in sa mellus de is ipotesis non sciiant chi nosu faessimus parti de su collègiu de is ìsulas, aundi is sicilianus sendi assumancu tres bortas tanti de nosu iant a essi tentu totus is sègius a dispositzioni. Ai custu puntu mi benit de pensai de cantu no si ndi potzat fai de mancu de torrai a partiri de s’educatzioni, de fai cresci tzitadinus cun sa cuscièntzia de ddu essi e cun su deretu-doveri de pigai parti a sa res publica, chi tengant sa cuscièntzia de cantu su votu, mancai sbregungiu e scoloriu, siat unu de is pagus momentus in chi podeus nai sa nosta. Seguramenti is ùrtimas atzionis de is politcus nostus, natzionalis e regionalis, ant sghiu a minai sa cunfia in is istitutzionis, e stesiau sempri de prus sa genti de sa politica, bista che fumu in is ogus po no essi stètia bona a ndi betiri atru chi disparidadi sempri prus manna, che a cursa fata feti po sighiri a preni sa buciaca insoru e sa de is amigus de is amigus ( e non ddi podeus nai chi no est beridadi) e fai de manera chi is ferrus intra de chini tenit tropu e chini nudda siant sempri prus obertus. Cun custa spètzia de guvernu natzionali “di larghe intese” eus pèrdiu nosu puru sa possibilidadi de andai contras a su dìciu “tanto sono tutti uguali” e imoi prus che mai serbint atzionis chi torrint a castiai a is arguais mannus chi pertocant a sa natzioni e prus che mai a s’ìsula e fetzant torrai in su pòpulu sa gana de participatzioni, chi arrennèsciant a fai cumprendi chi sentza de votai sciendi su chi seus faendi no podit esisti democratzia, chi no est una cosa bella su ddu fai tupendisi su nasu o bendendiddu po unu pratu de malloreddus, cumenti eus biu fintzas e tropu in is ùrtimus tempus. Sa tenta depit esssi a fai de manera chi sa genti tengat is anticorpus culturalis po si difendi de su bombardamentu mediaticu chi ddi stontonat su ciorbeddu circhendi de fai passai su messàgiu chi si no tenis su Rolex de oru, su SUV, o chi si no bestis Armani o no ses amistadau cun assumancu cincu o ses fèminas ses unu balossu, a fai cumprendi chi prus che a tenni tocat a essi, a fai cresci òminis indipendentis, chi feti aici si podit aberu arribai a s’indipendèntzia chi no depit essi amarolla separatismu, podit essi puru un’autonomia forti, fata nasci arribendi a tenni su coranta po centu cumenti sutzedit a is regionalis in Val d’Aosta, po si podi permiti de artziai sa boxi cun su guvernu natzionali e no a fai is tzeracus cumenti a s’ùrtima giunta, aundi eus dèpiu po fintas suportai s’afrentu de biri su Psd’Az arregalai sa bandera de sos bator moros a Berlusconi. In custa situatzioni pagu cussoladora is intellètualis podint tenni una parti de importu mannu ponendi a dispositzioni de sa tenta s’atividadi insoru, faendi nasci in is blog, situs, in is pàginas facebook, in is reading, in is presentadas de librus, in is performance, in is atòbius pùblicus, momentus de arrefrescia ponendi de manera lèbia ma chi intrit in costas su focus suba de cussas possibiladadis de crèscida colletiva puru atruessu de is linguàgius artìsticus chi permitint de mandai messàgius in butìllia e input de arrexonamentu puru a is prus mandronis. A bortas est difitzili a agatai su tempus po totu (de seu su primu a ndi tenni pagu…) ma si creeus in sa possibiladi de cambiamentu, depeus essi, cumenti naraiat calincunu, nosu su cambiamentu chi boleus essi, depeus essi nosu etotu a cumentzai sa “Rivolutzioni umana” (aici ddi narat su filosofu giaponesu Daisaku Ikeda ) poita chi si furrit a sa de totu s’umanidadi. Una rivolutzioni no podit cumentzai chi de una sotziedadi chi andit faci a is cosas a una sotziedadi chi andit faci a is pessonas. No tocat a tenni timoria de nai chi fàbricas de nudda no ndi cherimus prus, chi feti cun sa bonifica de is logus apestaus emus a tenni traballu po tempus meda, chi cherimus bivi de EcoAgriCulTurismu, de produtzionis sustenibilis, de is cosas spantosas chi teneus sa bona sorti manna de sciri fai.

Daisaku Ikedasoka-fullLamentarci? No, tempo perso! Da troppo tempo non facciamo altro che lamentarci e con quale risultato? Amareggiarci e continuare ad accumulare negatività. Settembre, Caput anni, Cabudanni… L’anno agricolo riparte con la preparazione del terreno alla semina. E’ quello che anche noi sardi dobbiamo fare nel campo spesso pieno di gramigna della nostra vita politica. Siamo quasi in campagna elettorale, infatti a breve avremo le regionali e le europee seguiranno subito dopo. Ci faremo trovare con le mani in mano e divisi in mille rivoli come al solito? Non può più capitare che si vada a votare a collegio accorpato alla Sicilia! Ancora una volta ci ritroveremo a non avere rappresentanza a Bruxelles, a stare alla finestra con la speranza che qualche parlamentare siciliano si dimetta, come accaduto con Crocetta a cui è subentrata la Barracciu. E’ necessario uscire allo scoperto e divulgare con ogni mezzo questa campagna affinchè la popolazione distratta da mille spot si renda conto di quanto sia importante essere presenti là dove si prendono decisioni fondamentali per lo sviluppo della nostra isola. Ma qui arrivano le difficoltà. Ultimamente ho fatto una sorta di sondaggio per capire in quanti siano informati dell’imminente consultazione e con grande sconforto ho avuto la conferma di quanto temevo: la maggior parte delle persone non sapevano o nella migliore delle ipotesi non erano a conoscenza del fatto che noi appartenessimo al collegio delle isole, dove i siciliani essendo almeno il triplo di noi sardi in quanto a numero di abitanti avrebbero ottenuto tutti i seggi disponibili. A questo punto mi viene da fare una riflessione sul fatto che sia indispensabile ripartire dall’educazione, dal creare cittadini con la coscienza di esserlo e con il diritto-dovere di partecipare alla vita politica, di avere la consapevolezza di quanto il voto, sia pur vituperato e scolorito, sia uno dei pochi momenti in cui abbiamo voce in capitolo. Certo le recenti performances dei nostri politici, nazionali e regionali, hanno continuato a minare la credibilità delle istituzioni e allontanato ulteriormente la gente dalla politica, vista come fumo negli occhi in quanto portatrice di efferate diseguaglianze, come corsa volta a rimpinguare le loro tasche e quelle degli amici degli amici (e come dargli torto?) e rendere sempre più aperta la forbice tra chi ha troppo e chi nulla. Col cosiddetto governo nazionale di larghe intese abbiamo perso poi anche la possibilità di controbattere al “tanto sono tutti uguali” e ora più che mai si rendono necessarie azioni che riportino l’attenzione sui problemi reali del paese e della nostra isola in particolare e facciano ritornare nel popolo la voglia di partecipazione, che riescano a far capire che senza voto consapevole non può esistere democrazia, che non bisogna andare a votare turandosi il naso o vendendolo per un piatto di malloreddus, come abbiamo visto fin troppo ultimamente. L’obiettivo dev’essere quello di fare in modo che la gente abbia gli anticorpi culturali per difendersi dal bombardamento mediatico che lobotomizza le menti cercando di far passare il messaggio che se non hai un Rolex d’oro, un Suv, o che se non vesti Armani o non hai almeno cinque amanti sei uno stupido, di far capire quanto sia più importante essere che avere, di far crescere uomini indipendenti, che solo così si potrà arrivare davvero all’indipendenza che non dev’essere obbligatoriamente separatismo, potrebbe essere anche una forte autonomia costruita arrivando ad ottenere il quaranta per cento dei voti come capita alle regionali in Val d’Aosta, per potersi permettere di fare la voce grossa con il governo nazionale e non fare i servitori come capitato all’ultima giunta regionale, dove abbiamo dovuto sopportare anche l’offesa di vedere la bandiera dei quattro mori regalata a Berlusconi dal Psd’Az. In questo quadro non certo confortante gli intellettuali possono svolgere un ruolo importante mettendo al servizio della causa la loro attività, creando cioè nei loro blog, siti, pagine facebook, nei reading, nelle presentazioni di libri, nelle performance e negli incontri pubblici, momenti di discussione incentrando in maniera leggera ma persuasiva il focus su quella possibilità di crescita collettiva anche attraverso la creatività dei linguaggi artistici che consentono di mandare messaggi in bottiglia e spunti di riflessione anche ai più pigri. A volte è difficile trovare il tempo per tutto, (io sono il primo ad averne poco…) ma se crediamo nella possibilità del cambiamento, come diceva qualcuno, dobbiamo essere noi il cambiamento che vogliamo, dobbiamo essere noi a cominciare la nostra “Rivoluzione umana”, ( così la chiama il filosofo giapponese Daisaku Ikeda), affinchè poi diventi quella di tutta l’umanità. Una vera rivoluzione dei valori non può che iniziare da una società orientata alle cose a una società orientata sulle persone. No bisogna aver paura di dire che fabbriche di nulla non ne vogliamo più, che solo con la bonifica dei siti inquinati ci sarebbe lavoro per molti anni e che noi vogliamo vivere di EcoAgriCulTurismo, di produzioni sostenibili, delle eccellenze che abbiamo la fortuna di saper creare!
Gianni Mascia
Gianni Mascia
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Così come promesso, il cerchio si è allargato e nuovi contributi arricchiscono il dibattito. Ecco allora pubbicato un intervento dello scrittore Gianni Mascia, che viene condiviso, oltre che su questo blog, anche sui siti della Fondazione Sardinia, vitobiolchini, Tramas de Amistade e Madrigopolis (new entry).
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Sardegna-bomeluzo22REMEMBER
Il presente contributo viene pubblicato anche in altri siti/blog, nell’ambito di un accordo tra diverse persone (tutte impegnate nel movimento culturale “In sardu”), le quali dispongono di detti spazi virtuali che mettono a disposizione per favorire la circolazione di idee (e l’organizzazione di iniziative di carattere politico-culturale) sulle problematiche della Sardegna, senza limiti di argomenti e nel pieno rispetto delle diverse opinioni e impostazioni politiche e culturali, ovviamente nella condivisione dello spirito e dei comportamenti democratici. I contributi saranno pubblicati in italiano e/o in sardo.

Ecco i siti/blog (a cui nel tempo se ne aggiungeranno altri, auspicabilmente) :

- aladinews

- vitobiolchiniblog

- Fondazione Sardinia

- Tramas de amistade

- Madrigopolis

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Il primo intervento di Salvatore Cubeddu

Il secondo intervento di Fabrizio Palazzari

Il terzo intervento di Nicolò Migheli

Il quarto intervento di Vito Biolchini

Il quinto intervento di Franco Meloni

Il sesto intervento di Salvatore Cubeddu

Il settimo intervento di Fabrizio Palazzari

L’ottavo intervento è di Vito Biolchini

Il nono intervento è di Piero Marcialis

Il decimo intervento è di Nicolò Migheli

L’undicesimo intervento è di Vito Biolchini

Il dodicesimo intervento è di Franco Meloni

Il tredicesimo intervento è di Vito Biolchini

Il quattordicesimo intervento è di Gianni Mascia

Chi organizza il dibattito fa crescere la società. Qualche domanda sugli intellettuali e la Sardegna di oggi

RODIN-PA aladindi Vito Biolchini

 

 

 

Dopo la (breve) sosta estiva, riprende l’appuntamento con i post del martedì che, oltre che su questo blog, vengono anche pubblicati sui siti della della Fondazione Sardinia, su Tramas de Amistade e su Vitobiolchini.

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Settembre, è il momento di ripartire. L’antico calendario agricolo rivive in noi, nella voglia innata che abbiamo di riprendere le nostre attività con nuovo vigore. Ma è anche il momento di scegliere cosa fare ancora e cosa non fare più. È il momento di immaginare il futuro.

Il bilancio individuale diventa progetto collettivo per chi, in un modo o in un altro, ha deciso di mettere la propria attività intellettuale al servizio della comunità.

(L’intellettuale, dunque, o vive in un sistema di relazioni o non è tale. Esiste oggi in Sardegna questo sistema di relazioni? È abbastanza ampio, ramificato, diffuso, riconosciuto? Prevalgono le aperture o le chiusure?).

A scadenze regolari gli intellettuali pensano di servire a qualcosa, e forse è proprio così. Nelle campagne elettorali, anche soltanto per riempire un programma, la politica ha bisogno di idee, di riflessioni, di ragionamenti in grado di alimentare una realtà possibile. Idee che non possono ovviamente arrivare dal nulla, ma che sono frutto di anni di studio, di confronti, di illusioni e disillusioni, di successi (pochi) e di sconfitte (la maggior parte).

(Gli intellettuali sono coloro che conoscono la strada giusta o forse coloro che più di altri sanno dove si è sbagliato e che errori bisognerebbe non commettere? Perché se così fosse sarebbe chiaro il motivo del sempre più accentuato distacco tra gli intellettuali e la politica, o meglio tra intellettualità critica e politica: perché gli intellettuali che danno ragione alla politica non rimangono mai senza lavoro).

Anche se lo ammette con sempre maggior riluttanza, la politica ha dunque bisogno degli intellettuali, cioè di chi è in grado di collocare un’idea in un tempo (questo) e in uno spazio (il nostro). Ma gli intellettuali sono pronti oggi ad affrontare in maniera dialettica il rapporto con la politica, soprattutto in questi mesi che ci porteranno a rinnovare il nostro Consiglio regionale?

Dei limiti della politica sappiamo tutto, ma quali sono invece i limiti di chi vuole con le proprie idee e le proprie riflessioni migliorare la società? In Sardegna gli intellettuali sono all’altezza dei tempi e delle sfide di oggi?

Per tre mesi a Cagliari si è tenuto un esperimento originale: un gruppo di sei persone (Salvatore Cubeddu, Nicolò Migheli, Piero Marcialis, Fabrizio Palazzari, Franco Meloni e Vito Biolchini), costituitosi in maniera né del tutto casuale né del tutto precisa, ha condiviso riflessioni sulla realtà sarda nel corso di un incontro settimanale dalla durata molto limitata (un’ora circa), tenutosi nella sede della Fondazione Sardinia. A turno ciascuno di essi proponeva la una riflessione scritta che poi veniva condivisa nei blog e nei siti degli altri partecipanti.

(Perché in effetti l’unico criterio con il quale inizialmente si è proceduto è stato questo: era necessario che ogni partecipante avesse un blog o un sito. L’attività intellettuale può essere quindi disgiunta da un’attività di divulgazione delle idee? E quali sono oggi i canali attraverso cui queste idee vengono divulgate? Sono sufficientemente ramificati? Quante persone raggiungono? E con quali ricadute?).

Settembre, è ora di immaginare il futuro, dunque di farsi domande. E se il gruppo di sei persone si allargasse? Se ogni lunedì fossimo in dieci? Ci sarebbero più idee, è vero. Ma come coniugare la maggiore ricchezza di contributi con la necessaria snellezza degli incontri, la cui durata non può certo essere estesa in proporzione ai partecipanti?

E come selezionare i nuovi arrivati? Sempre sulla base di un loro “potere mediatico”? E di quali idee dovrebbero essere portatori i nuovi innesti? Di quelle in cui si riconoscono (seppur con le inevitabili differenze) i sei “fondatori” oppure il confronto sarebbe più proficuo mettendo sul tavolo posizioni anche disomogenee?

Organizzare il dibattito significa contribuire concretamente alla crescita la società. Questo è quello che gli intellettuali possono e devono fare oggi in Sardegna. Prima ancora di lamentarsi dei limiti della politica.

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(Alla fine una decisione è stata presa: il gruppo del lunedì verrà ampliato ad altri tre-quattro blogger, mentre una volta al mese la discussione si aprirà a contributi esterni qualificati, nel corso di incontri che saranno aperti ad un gruppo più ampio di persone).

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Sardegnaeuropa-bomeluzo-stelle-300x211Nel sito di Vito Biolchini gli interventi nel dibattito

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Sa die de sa Sardigna 2013: pubblicati i video dell’evento “Le cinque domande del 2013, a noi stessi”

Pubblicati i video del convegno “Le cinque domande del 2013, a noi stessi”
Tramas de amistade ha pubblicato i video degli interventi del convegno “Le cinque domande del 2013, a noi stessi” che si è tenuto sabato 27 aprile 2013 nel Palazzo Viceregio di Cagliari. Il cercare di sapere dove deve andare la Sardegna di domani, rispondendo a cinque domande, è stato il tema dell’iniziativa con la quale la Fondazione Sardinia, le associazioni Tramas de Amistade e ‘Riprendiamoci la Sardegna’, il blog del giornalista Vito Biolchini a Aladinews hanno voluto celebrare Sa die de sa Sardigna.

Gli approfondimenti in Aladinews

Riflessione correlata: La Brigata Sassari di Emilio Lussu. Possiamo ripercorre quell’esperienza attualizzandola nei tempi di Erasmus e Master and Back?

Le non rimandabili scelte dei sardi: dalla “pentola bucata” alla “pentola scoperchiata”

Rumundu, alla ricerca di un sapere glocale per l’intera Sardegna

di Fabrizio Palazzari

Agli inizi degli anni Ottanta l’economista Paolo Savona paragona l’economia della Sardegna a una “pentola bucata” a causa dei segnali di una crisi del modello di sviluppo imboccato a partire dagli anni Sessanta. Un modello che oggi appare irreversibilmente concluso.

La teoria della “pentola bucata” fotografa da una prospettiva macroeconomica i risultati di un modello di sviluppo, basato sull’industrializzazione ad alta intensità di capitale pubblico e sul potenziamento della nascente industria turistica, che determinò profonde e radicali trasformazioni culturali e sociali della società sarda accompagnate dall’abbandono di modelli economici consolidati, soprattutto in campo agricolo e pastorale, in virtu di modelli ritenuti più moderni.

Spesso il non sapere”, il fatto che non si possedessero gli strumenti culturali e analitici per valutare la portata globale di quei modelli, giustificò l’accettazione degli stessi. In realtà alcuni sapevano e cercarono, con straordinaria capacità di analisi, di animare un dibattito. Come nel caso, per esempio, degli scritti di Antonio Simon Mossa relativi all’industrializzazione della piana di Ottana o alla nascente industria turistica della Costa Smeralda. Il problema è che quel sapere non divenne mai un sapere generalizzato e condiviso.

Oggi quel mondo sta venendo meno. Dall’ultimo rapporto Istat 2013, emerge che il tasso di inattività sardo è pari al 40.3% ( in altri termini ci sono 456mila persone , in età lavorativa, con le braccia incrociate). Non solo, con la ripresa dell’emigrazione e la fuga dei cervelli, l’effetto della “pentola bucata” è aggravato dai costi sociali ed economici dell’investimento in capitale umano perso per l’espatrio delle giovani generazioni.

Pertanto è diventato comune guardare a quella stagione mettendone in luce solo gli aspetti più deteriori senza evidenziarne alcuni importanti meriti, come quello di aver determinato un miglioramento basato sul reddito delle condizioni di vita materiali e, parallelamente, di aver così sostenuto una scolarizzazione di massa capace di aumentare la dotazione di capitale intellettuale e relazionale dell’intera regione.

Non solo, dietro la promessa della creazione di nuovi posti di lavoro, continuano ad essere proposti modelli di sviluppo antiteci rispetto alla vocazione dell’isola, come testimoniato di recente dalla vicenda del Qatar e degli stazzi galluresi, dai tentativi della Saras di estrarre metano nel Campidano o della Matrica di impiantare colture di cardo per alimentare la cosiddetta “chimica verde”.

Sebbene la protesta e la nascita di movimenti spontanei dal basso testimonino oggi una sensibilità e un’attenzione diffusa da parte delle popolazioni interessate rimane, in termini più generali, una forte predisposizione verso l’accettazione di questi modelli. Perchè?

Il vero dramma 

Perchè il vero dramma del nostro tempo è non solo nel lascito di quel mondo che oggi ci appare non in grado di garantire continuità tra passato, presente e futuro, quanto nella nostra incapacità di rimuovere tutte quelle barriere che impediscono di valorizzare pienamente il capitale intellettuale e relazionale esistente dei sardi residenti e di quelli che vivono oltremare.

Un capitale alimentante una domanda crescente di partecipazione che però troppo spesso rimane latente, inespressa e che solo in pochi casi riesce a diventare progettualità, fare e agire concreto capace di incidere sulla realtà e sulla nostra capacità di elaborare e condividere modelli di sviluppo sostenibili e rispettosi del territorio, dell’ambiente e delle persone.

A questo proposito, il riflettere sulle barriere che impediscono l’attivazione di questa “riserva” inesplorata di capitale sociale, potrebbe aiutarci a capire quali potrebbero essere oggi i meccanismi di valorizzazione della stessa.

Una prima barriera può essere individuata nella tendenza all’autoreferenzialità delle istituzioni oggi delegate a questa elaborazione. Un ulteriore limite è rappresentato dall’inerzia della politica e dell’amministrazione regionale. Infine, la terza, e probabilmente la più importante barriera, è che la nostra straordinaria capacità di analisi e di interpretazione della realtà non è sostenuta da una piena fiducia nei nostri mezzi. Rimaniamo insicuri, costantemente in attesa che siano gli “altri” a legittimarci.

Il progetto Rumundu

In questo scenario il progetto Rumundu appare non soltanto paradigmatico ma metafora di una Sardegna che non si rassegna ma viaggia, si apre al mondo e da questo mondo vuole riportare un sapere condiviso, che sia globale ma allo stesso tempo locale, in una parola “glocale”.

Nato da un’idea di Stefano Cucca, un trentaquattrenne di Sorso, consulente aziendale di professione e ciclista per passione, il progetto “Rumundu” consiste in un viaggio in bicicletta intorno al mondo alla ricerca di storie e stili di vita per dare voce a una community fatta di persone, storie, situazioni, micro mondi, momenti e stili di vita sostenibili che non senza difficoltà, si muovono in controtendenza rispetto a un’impostazione della nostra società fortemente legata ai consumi.

Stefano è partito da Sorso la mattina dell’8 giugno 2013, ha attraversato l’intera Sardegna, la Sicilia e adesso sta risalendo lungo la penisola italiana. Attraverserà l’Europa, l’Islanda, il Nord America, l’Asia, l’Oceania per poi, dopo aver raggiunto il Madagascar, spostarsi dal Sudafrica alla volta del Medio Oriente e infine fare rientro a Sorso nel giugno del 2014.

Strada facendo, raccoglierà spunti, consigli, racconti, foto, suoni e sensazioni provenienti dalla rete che verranno veicolati nel sito e nei social network per dare vita alla comunità Rumundu. Alla fine avrà percorso, dopo 365 giorni di viaggio e 9.000.000 di pedalate, 30.000 Km suddivisi in 300 tappe.

Al di là dei numeri quello che più colpisce è la staordinaria capacità di questo progetto di popolare il nostro immaginario collettivo di freschezza, energia ed entusiamo e di indicarci una delle tante vie alternative per superare le barriere che impediscono una piena valorizzazione del nostro capitale intellettuale e relazionale.

Il sito del progetto Rumundu 

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Il presente contributo viene pubblicato anche in altri siti/blog, nell’ambito di un accordo tra diverse persone (tutte impegnate nel movimento culturale “In sardu”), le quali dispongono di detti spazi virtuali che mettono a disposizione per favorire la circolazione di idee (e l’organizzazione di iniziative di carattere politico-culturale) sulle problematiche della Sardegna, senza limiti di argomenti e nel pieno rispetto delle diverse opinioni e impostazioni politiche e culturali, ovviamente nella condivisione dello spirito e dei comportamenti democratici. I contributi saranno pubblicati in italiano e/o in sardo.

Ecco i siti/blog (a cui nel tempo se ne aggiungeranno altri, auspicabilmente) :

aladinews

vitobiolchiniblog

Fondazione Sardinia

Tramas de amistade

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Il primo intervento di Salvatore Cubeddu

Il secondo intervento di Fabrizio Palazzari

Il terzo intervento di Nicolò Migheli

Il quarto intervento di Vito Biolchini

Il quinto intervento di Franco Meloni

Il sesto intervento di Salvatore Cubeddu

Sardegna, contro l’amnesia. Verso la costruzione di un “sè autobiografico”

di Fabrizio Palazzari

Chiunque osservi la società sarda odierna non può non coglierne un paradosso. Mentre da un lato gli indicatori macroeconomici più importanti fotografano ineluttabilmente una crisi che non è congiunturale ma strutturale e sistemica, dall’altro sono evidenti i segnali di una vitalità che, sebbene circoscritta a specifiche nicchie del mondo delle imprese, delle associazioni, dei movimenti, dell’editoria e dell’informazione, testimonia un’inaspettata capacità di questi attori di ribaltare paradigmi consolidati nei settori in cui operano al fine di concretizzare progetti e iniziative spesso altamente innovative.

Infatti, al calo costante del PIL e al tasso di disoccupazione regionale a due cifre, con quello giovanile che ha superato il 40%, fanno da contraltare iniziative imprenditoriali che vedono l’isola come laboratorio di esperienze innovative differenti tra loro ma accomunate da una medesima matrice. Si tratta naturalmente di un elenco non esaustivo, sicuramente non rappresentativo dell’intera economia isolana, ma di sicuro dalla forte valenza simbolica.

E’ in Sardegna, per esempio, che oggi esiste il più importante polo italiano della bioedilizia grazie a un’ imprenditrice di Guspini che ha saputo re-inventare l’utilizzo della lana di pecora; è sempre nell’isola che è nato, si è consolidato e si sta replicando in altre regioni italiane il più importante circuito di compensanzione multilaterale con moneta complementare, grazie all’idea di quattro giovani imprenditori di Serramanna che hanno saputo re-inventare i concetti di credito e di moneta; è sempre in Sardegna che si sperimenta e si innova in agricoltura con le fattorie didattiche e le colture sinergiche, con la reintroduzione di colture del passato, come nel caso della tabacchicoltura in provincia di Tempio, o con la reinterpretazione di un materiale tradizionale come il sughero applicato questa volta come filato ai tessuti. E’ sempre nell’isola, infine, che troviamo uno dei progetti italiani più avanzati di rete sociale di lettori, scrittori, editori, librai e biblioteche oppure alcuni degli esempi più dinamici, per crescita e reinterpretazione dei modelli di business, nei campi dell’editoria e del giornalismo online.

In realtà il paradosso è soltanto apparente e può essere spiegato sostenendo come in Sardegna sia in corso un processo di costruzione di un “sè autobiografico” che la crisi ha accellerato e che, per adesso, non è ancora diventato un fenomeno collettivo ma sta interessando solo alcune delle fasce più sensibili della società civile isolana; ovvero quelle accomunate dalla stessa forte consapevolezza di re-interpretare il passato, immaginare il futuro e re-inventare il presente.

Il “sè autobiografico”

In uno straordinario paragrafo del libro “La lezione spagnola”, il sociologo Victor Perez-Diaz, nel prospettare l’idea di come nella politica spagnola di fine XX secolo non ci fosse stata una forte inclinazione ad anticipare il futuro, nessuna identità collettiva precisa e nessun senso vigoroso del posto della Spagna nel mondo stabilisce un’analogia tra il “flusso di coscienza” di un soggetto individuale e il “flusso di storia” di un soggetto collettivo, ed esplora con grande finezza il problema di un soggetto (individuale o collettivo) che cambia in continuazione e nello stesso tempo mantiene la propria identità. Di che identità si tratta?

Riprendendo le tesi del neurofisiologo Antonio Damasio l’autore descrive come nel flusso di coscienza di un individuo il sè, avanzando nel tempo, cambi continuamente, anche se l’individuo conserva la sensazione che rimanga sempre lo stesso. A suo avviso la soluzione di questa apparente contraddizione si basa sul fatto che “il sè apparentemente mutevole e il sè apparentemente permanente non sono una sola entità ma due”. Il sè che cambia continuamente è il “sè profondo”, mentre il “sè che sembra rimanere lo stesso è il “sè autobiografico” basato su un bagaglio di ricordi di fatti fondamentali in una singola biografia che possono essere parzialmente riattivati e quindi fornire continuità e un’apparente permanenza alla nostra vita”. “Senza questi ricordi autobiografici – conclude Perez-Diaz -non avremmo il senso del passato e del futuro e non ci sarebbe continuità storica nelle nostre persone”.

Analogamente, anche nel caso di un soggetto collettivo possiamo individuare un “flusso di storia” – una narrazione, per esempio – che fa sì che questo soggetto agente cambi pur mantenendo la propria identità.

Amnesia e conseguenze

Ecco quindi che anche nel caso di un aggregato sociale è possibile immaginare forme di amnesia che, come negli individui, possano portare a forme di conservazione della “coscienza profonda” per gli avvenimenti del qui e ora accompagnate però da un’ assoluta incapacità di dare un senso, un’interpretazione a quelle situazioni perchè senza una autobiografia aggiornata il qui e ora risulta semplicemente incomprensibile.

Il paradosso richiamato all’inizio potrebbe essere pertanto ricondotto ad una forma di amnesia che continua ad affliggere la nostra regione, sebbene con un’intensità prima sconosciuta, e che si palesa in uno scarso interesse per il passato e il futuro e per un’intensa focalizzazione sui soli aspetti contingenti del qui e ora.

Una delle principali conseguenze è che tutto questo sta facilitando l’affermarsi di un genere di politica che distrae l’opinione pubblica, che le fa perdere la concentrazione distogliendola dalle sfide e dai pericoli di oggi, strumentalizzando gli aspetti emotivi del dibattito pubblico per perseguire interessi personali o di parte. Che cosa possiamo fare?

Che fare?

In assenza di una politica capace di offrire “figure politiche esemplari” occorre trovare uno o più modi per sostenere la costruzione di un solido “sè autobiografico” con il contributo dei soggetti di tutte quelle imprese, associazioni di ogni tipo e organi di stampa indipendenti che oggi, nella nostra isola, rappresentano le avanguardie più sensibili a queste tematiche per via del loro percorso personale di autoconsapevolezza. Un percorso maturato nel ricercare e ritrovare un senso nel passato e nel futuro, sino a determinare straordinari cambi di paradigma nei loro settori di interesse mediante la ri-scrittura del presente.

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Il presente contributo viene pubblicato anche in altri siti/blog, nell’ambito di un accordo tra diverse persone (tutte impegnaei nel movimento culturale “In sardu”), le quali dispongono di detti spazi virtuali che mettono a disposizione per favorire la circolazione di idee (e l’organizzazione di iniziative di carattere politico-culturale) sulle problematiche della Sardegna, senza limiti di argomenti e nel pieno rispetto delle diverse opinioni e impostazioni politiche e culturali, ovviamente nella condivisione dello spirito e dei comportamenti democratici. I contributi saranno pubblicati in italiano e/o in sardo.

Ecco i siti/blog (a cui nel tempo se ne aggiungeranno altri, auspicabilmente) :

- aladinews

- vitobiolchiniblog

- Fondazione Sardinia

- Tramas de amistade

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Il primo intervento di Salvatore Cubeddu

Nel riquadro creazione artistica Bomeluzo

Festeggiamo Sa die de sa Sardigna 2013. “Sas chimbe preguntas de su 2013, a nois”

Sa die de sa Sardigna 2013

Salone di Palazzo Viceregio,  CAGLIARI, sabato 27 aprile 2013, ore 10,00

SAS CHIMBE PREGUNTAS DE SU 2013, A NOIS   -    LE CINQUE DOMANDE DEL 2013, A NOI STESSI – L’evento su fb

“Sas chimbe preguntas de su 2013, a nois”, “Le cinque domande del 2013, a noi stessi” è il tema dell’iniziativa con la quale la Fondazione Sardinia,  le associazioni Tramas de Amistade e ‘Riprendiamoci la  Sardegna’, e il blog del giornalista Vito Biolchini vogliono celebrare Sa die de sa Sardigna. Un incontro pubblico e aperto a tutti, una sorta di assemblea nella quale cittadini, intellettuali, politici e amministratori saranno chiamati a rispondere a cinque domande intorno a cui ruota il futuro della nostra isola. Appuntamento sabato 27 aprile a partire dalle 10 nel salone del Palazzo Viceregio, in piazza Palazzo a Cagliari. Coordinerà l’iniziativa il giornalista Piersandro Pillonca.

Nel 1793 i sardi rivolsero cinque domande al re sul futuro dell’isola, con un atto che segnò un passaggio cruciale di quella “sarda rivoluzione” che aprì la Sardegna ai valori della modernità (libertà, uguaglianza, fraternità) e che la festa del 28 aprile vuole ricordare. Oggi resta la necessità di interrogarsi sul futuro dell’Isola ma l’interlocutore non possiamo che essere noi stessi, noi sardi.

1) La Sardegna ha una classe dirigente e politica all’altezza della crisi che sta vivendo? [INTRODUZIONE AL TEMA A CURA DI SALVATORE CUBEDDU]

2) L’Italia serve alla Sardegna? In che misura il superamento della crisi passa da un deciso cambio dei rapporti istituzionali tra la Sardegna e lo Stato italiano? [INTRODUZIONE AL TEMA A CURA DI NICOLO' MIGHELI]

3) Un “Partito della Sardegna”, slegato dalle grandi formazioni nazionali, può essere una risposta alla crisi istituzionale e alla mancanza di una adeguata rappresentanza sia nel parlamento romano che in quello europeo? [INTRODUZIONE AL TEMA DI VITO BIOLCHINI]

4) L’introduzione del bilinguismo può essere una risorsa per la Sardegna? [INTRODUZIONE AL TEMA DI PAOLA ALCIONI]

5) Quale proposta fare ai giovani sardi che hanno ripreso ad emigrare? [INTRODUZIONE AL TEMA DI FABRIZIO PALAZZARI ]

L’incontro non ha una scaletta precostituita. Dopo i saluti e gli interventi introduttivi che illustreranno il senso di ciascuna delle cinque domande (proposte da Salvatore Cubeddu, Nicolò Migheli, Vito Biolchini, Paola Alcioni e Fabrizio Palazzari), il dibattito sarà aperto a chiunque vorrà partecipare e che avrà a disposizione cinque minuti per portare il suo contributo alla discussione.

All’iniziativa sono stato invitati esponenti del mondo culturale, delle attività produttive, amministratori e politici, con l’intento di condividere un momento di confronto sui problemi e sulle possibili soluzioni alla crisi culturale, economica ed istituzionale che sta colpendo la Sardegna.

Cagliari 23 aprile 2013      Firmato: Fondazione Sardinia, P.za S. Seplcro, 5,  CAGLIARI – Associazione ‘Riprendiamoci la Sardegna’,  www.vitobiolchini.it

P.S. Per le informazioni e per i contributo al dibattito, entrate nei siti:www.fondazionesardinia.euwww.vitobiolchini.it , www.aladinpensiero.it

LE INIZIATIVE ISTITUZIONALI