SOCIETÀ
Costituente Terra
Panoramica del libro
Con questo volume si compie il percorso iniziato con Per una Costituzione della Terra: non più soltanto la necessità di un costituzionalismo globale, ma il disegno delle istituzioni capaci di renderlo possibile. Un libro destinato a segnare il dibattito sul futuro della democrazia e dell’ordine mondiale.
Innovazione sociale con la cogestione dei beni comuni della città: il caso dell’ex Collegio degli Scolopi e della chiesa di San Giuseppe Calasanzio
IL COMPLESSO DEGLI SCOLOPI DI SAN GIUSEPPE IN CASTELLO A CAGLIARI: DAL RECUPERO DELLA CHIESA CON I FONDI PNRR ALLA SFIDA CIVICA PER UNA FONDAZIONE DEI BENI COMUNI
di Franco Meloni
Cagliari custodisce le tracce profonde di un’identità plurale e millenaria, stratificata dalle memorie puniche e romane fino alle epoche giudicale, pisana, aragonese, spagnola e sabauda, per arrivare ai nostri giorni. Nel quartiere di Castello, caratterizzato da torri e bastioni fortificati, tra le altre evidenze spicca per rilevanza storica e monumentale il complesso edificato nella seconda metà del XVII secolo dai Padri Scolopi, composto dal Collegio e dalla Chiesa di San Giuseppe. È una storia che affonda le radici nel Seicento, attraversa le grandi riforme del Settecento illuminista e parla direttamente al nostro presente, stimolando pratiche di cittadinanza attiva e innovazione sociale.
Other News. Tecnologie e transizione, la Cina consolida il vantaggio sugli USA

Tecnologie e transizione, la Cina consolida il vantaggio sugli USA
Alessandra Colarizzi* – Materia Rinnovabile
Settembre 2015: Xi Jinping viene ricevuto per la prima volta alla Casa Bianca da Barack Obama. A Washington, clima e transizione energetica sono al centro di una rara stagione di cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Nel comunicato congiunto, i due leader definiscono il cambiamento climatico una delle maggiori minacce per l’umanità. Pechino annuncia l’introduzione di un sistema nazionale di scambio delle emissioni e un contributo da 20 miliardi di yuan per i paesi in via di sviluppo. Washington conferma il Clean Power Plan, destinato a ridurre le emissioni del settore elettrico statunitense. Sullo sfondo c’è Parigi: l’intesa tra Xi e Obama contribuisce a preparare il terreno per l’accordo globale sul clima che verrà firmato tre mesi dopo.
Passati dieci anni, alla Casa Bianca non c’è più Obama, c’è Donald Trump. Il dossier Clima è sparito dallo Studio Ovale, né ve ne è menzione nelle dichiarazioni rilasciate al termine della visita di Xi, la prima da quel lontano 2015. D’altronde, lo scetticismo dell’ex tycoon nei confronti delle tematiche ambientali è cosa nota. Il paradosso tuttavia non potrebbe essere più evidente. Proprio mentre il clima sembra perdere importanza nelle interlocuzioni bilaterali, le tecnologie necessarie alla transizione energetica diventano sempre più centrali nella competizione economica e tecnologica tra le due superpotenze: chi controlla batterie, pannelli, veicoli elettrici, materiali e componentistica controlla una parte crescente delle infrastrutture necessarie non solo alla transizione energetica, ma anche allo sviluppo delle industrie di frontiera.
La Repubblica popolare è arrivata al vertice di Washington con un netto vantaggio in termini di produzione, installazioni ed esportazioni di tecnologie pulite. A sette mesi dall’inizio della guerra in Iran, gli Stati Uniti invece affrontano costi energetici in aumento e una maggiore dipendenza dal gas per alimentare le infrastrutture del futuro. Il bilancio provvisorio del summit vede rafforzata ulteriormente la posizione della Cina lungo tutta la filiera: dai materiali critici, indispensabili per l’industria verde, fino all’intelligenza artificiale (AI), settore in cui il paese asiatico sta accorciando velocemente la distanza con gli States, nonostante i divieti sulla vendita di chip avanzati introdotti da Joe Biden.
Il fumo negli occhi è l’annuncio della Casa Bianca secondo cui, “in seguito al rilancio dell’industria carbonifera americana voluta dal presidente Trump, la Cina si è impegnata a importare almeno 10 milioni di tonnellate di carbone”. Come scritto su queste colonne, la Repubblica popolare continua a considerare il combustibile fossile come riserva, non come fonte primaria; sul lungo periodo è invece alle rinnovabili che si affida per ridurre la dipendenza dai mercati energetici d’oltremare. Questa auspicata maggiore autosufficienza si basa innanzitutto sul controllo delle materie prime. Un controllo che la visita di Xi a Washington lascia ancora una volta nelle mani di Pechino.
Il risultato più concreto del bilaterale riguarda senza dubbio la tregua commerciale: conclusa lo scorso anno a Busan (Corea del Sud) e in scadenza a novembre, è stata prolungata fino al 10 gennaio. Così facendo la Cina ha ottenuto un ulteriore congelamento dei dazi statunitensi e una riduzione su alcuni specifici beni di consumo. In cambio ha implicitamente (ri)promesso di allentare le restrizioni all’export di terre rare, in quantità e con tempistiche tutte da accertare.
Mettendo da parte il vecchio attendismo, all’inizio della seconda amministrazione Trump Pechino ha reagito ai dazi annunciando l’introduzione di limitazioni sulle esportazioni di materiali critici. L’accordo pattuito lo scorso anno, finora, ha riguardato solo settori non strategici, mentre Pechino si avvale tutt’oggi del diritto di restringere le forniture destinate a scopi militari con una discrezionalità che ha già suscitato diverse lamentele sia negli Stati Uniti sia in Europa. Il tempo è dalla parte della Cina. Gli sforzi di Washington per creare un’industria nazionale richiederanno non solo massicci investimenti. Secondo il report 2024 di S&P Global, lo sviluppo di un nuovo progetto per le terre rare negli Stati Uniti necessita in media di quasi 29 anni dalla scoperta iniziale del giacimento all’effettiva fase di produzione.
A valle la posizione del gigante asiatico è persino più solida. Secondo un rapporto di Atlas Public Policy e Clean Power Information Project (aggiornato al giugno 2026), la Repubblica popolare conta ormai sul 57% degli investimenti annunciati a livello mondiale nella produzione di tecnologie verdi. Ben 16,7 miliardi di dollari solo nella prima metà del 2026, più del triplo rispetto ai 5,2 miliardi di dollari provenienti dagli Stati Uniti. A maggio 2026, il gigante asiatico controllava il 49% della capacità solare installata a livello globale, il 50% della capacità eolica e il 63% delle vendite mondiali di veicoli elettrici, anche se il mercato a stelle e strisce è blindato da dazi doganali superiori al 100% e restrizioni sulle auto con software di fabbricazione cinese. “Nessun altro paese si avvicina minimamente a questi risultati”, commenta Atlas.
È un vantaggio che assume maggiore rilevanza nel contesto della doppia crisi energetica attuale: la guerra scatenata da Washington contro l’Iran ha contribuito alla volatilità dei mercati di petrolio e gas, mentre l’aumento della domanda di elettricità legata ai data center per l’AI richiede nuove fonti e infrastrutture stabili. L’amministrazione Trump mostra segni di difficoltà nel gestire entrambe le emergenze. Secondo i sondaggi, la stretta inflattiva rischia di influenzare negativamente le elezioni di medio termine previste a novembre, mentre da gennaio a oggi manifestazioni in quarantadue stati hanno bloccato la costruzione di oltre cento data center, invisi perfino più delle centrali nucleari per gli enormi consumi di energia e acqua. L’ex tycoon l’ha definita “una cospirazione malvagia che fa felice solo la Cina”.
Venerdì 25 settembre, mentre Trump accoglieva Xi agli Archivi nazionali, un gruppo bipartisan del Congresso ha presentato un disegno di legge volto a vietare componenti cinesi nei data center per motivi di sicurezza nazionale. Ma, stando alla Reuters, nessuna delle aziende statunitensi disporrebbe della capacità produttiva necessaria per sostituire i fornitori della Repubblica popolare. Un grattacapo non da poco, considerato che la competizione nell’AI non riguarda soltanto chi sviluppa i modelli migliori, ma anche chi riesce a costruire più rapidamente l’infrastruttura fisica necessaria per farli funzionare.
Proprio la nuova tecnologia è stato uno dei temi più discussi subito prima e durante la trasferta di Xi a Washington. Il comunicato rilasciato sabato 26 settembre da Pechino la menziona negli otto punti in cui le due parti hanno raggiunto un consenso. Nello specifico si parla di “istituire un dialogo Cina-USA per scambiare opinioni sui rischi e i benefici” dell’AI, nonché di stabilire “canali di comunicazione” nell’attesa dei prossimi colloqui che “si terranno a novembre di quest’anno”.
L’annuncio sembra confermare la nascita di quel meccanismo sulla sicurezza della tecnologia concordato dai rispettivi capi negoziali alla vigilia del vertice. Ancora si sa poco ma, secondo gli esperti, potrebbe funzionare come il “telefono rosso” lanciato da Stati Uniti e Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda. Restano da chiarire vari punti, a partire dalle scelte lessicali: il readout cinese parla di “rengong zhineng” (intelligenza artificiale in mandarino) invece di “Super Intelligence”, il neologismo coniato da Trump e utilizzato dalla Casa Bianca. Una dissonanza terminologica che potrebbe tuttavia mascherare divergenze più profonde. Non solo per via del divieto − condannato spesso da Pechino − sulla vendita di chip avanzati statunitensi, un punto su cui entrambe le letture del summit tacciono.
Come spiega a Materia Rinnovabile Kyle Chan, ricercatore del Brooking Institution, “una delle principali differenze tra i negoziati in corso sulla sicurezza dell’AI e quelli passati sul disarmo nucleare è proprio la mancata comunanza di vedute sui presupposti di fondo: all’epoca della Guerra Fredda sia l’Unione Sovietica sia gli Stati Uniti condividevano una visione dei rischi derivanti dalle armi nucleari. Nel campo dell’AI, invece, oggi Cina e Stati Uniti valutano le minacce in modo diverso”.
Se negli USA il dibattito si è concentrato sulle capacità dei modelli di frontiera, sulla sicurezza nazionale e sul rischio di una perdita di controllo umano, nella Repubblica popolare la sicurezza dell’AI viene affrontata attraverso una lente più ampia: controllabilità, uso improprio, integrità dell’informazione e conseguenze sociali. Il tratto distintivo dell’approccio cinese è dunque la forte interdipendenza attribuita a sviluppo e sicurezza: due obiettivi che devono procedere sullo stesso binario.
“Una linea di emergenza potrebbe aiutare i due governi a comunicare sui rischi futuri, ma da sola non risponderebbe alla domanda su chi può esaminare un modello mentre viene sviluppato. Su questa questione, gli approcci differiscono ancora”, spiega Poe Zhao, analista indipendente nonché curatore della newsletter Hello China Tech. La differenza principale, secondo l’esperto “è chi ottiene l’accesso, e quando. Una cooperazione più ampia rimarrà difficile perché la sicurezza dell’AI è strettamente connessa alla competizione su chip, potenza di calcolo e modelli avanzati”.
Mentre collaborare non sarà facile, una cosa invece sembra certa: oltre la Muraglia l’evoluzione della tecnologia comincia ad agitare il sonno della leadership comunista. “Xi sottolinea da tempo l’importanza del controllo umano sull’AI”, ci spiega Chan, secondo il quale il discorso del presidente cinese alla Casa Bianca riecheggia quanto affermato durante la World AI Conference (WAIC) di quest’estate. “Non credo che le sue parole siano una reazione ai recenti sviluppi negli Stati Uniti, come il caso Hugging Face”, commenta l’esperto. “Penso piuttosto vadano considerate tanto una mossa diplomatica quanto il sintomo di una reale preoccupazione. Se da una parte la Cina vuole chiaramente presentarsi al mondo come un attore responsabile, esistono rischi concreti legati all’AI che Pechino prende molto sul serio.”
*Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
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La minaccia dell’intelligenza artificiale riuscirà a risvegliare l’umanità in tempo?
Di David Korten* – Common Dreams
Ci troviamo ora ancora una volta di fronte alla logica di un patto suicida globale. Tutti possono riconoscere il pericolo, eppure nessun partecipante si sente libero di ritirarsi dalla competizione.
L’intelligenza artificiale pone l’umanità di fronte a un paradosso di importanza storica. Se utilizzata per potenziare la cooperazione umana e l’apprendimento condiviso al servizio della vita, l’IA può essere uno strumento potente per creare un mondo che funzioni per tutti. Se invece impiegata come arma competitiva nella ricerca del profitto, del controllo politico e del dominio militare, accelererà quasi certamente il percorso dell’umanità verso l’autodistruzione.
La minaccia è reale e immediata. Eppure potrebbe anche essere la nostra più grande fonte di speranza. L’IA ci pone di fronte, in modo più chiaro di qualsiasi altra tecnologia precedente, a una verità alla quale abbiamo a lungo opposto resistenza: l’umanità non può sopravvivere come un insieme di individui, imprese e nazioni in competizione tra loro, che perseguono il proprio vantaggio individuale senza riguardo per il benessere dell’insieme. Rendendo inequivocabili e potenzialmente imminenti le conseguenze del nostro percorso attuale, l’IA potrebbe fornire l’incentivo più potente che l’umanità abbia mai sperimentato per intraprendere quella profonda trasformazione culturale da cui ora dipende il nostro futuro comune.
Il dibattito pubblico tratta comunemente l’IA come un’intelligenza indipendente che un giorno potrebbe rivoltarsi contro i suoi creatori umani. Questo indirizza la nostra attenzione verso la domanda sbagliata. L’IA non possiede uno scopo morale indipendente. È uno strumento creato dall’uomo che serve agli scopi di chi la sviluppa, la possiede e la controlla. La domanda fondamentale non è se l’IA sceglierà di controllare l’umanità. È se l’umanità sarà in grado di superare il proprio attaccamento alla competizione e al dominio in misura sufficiente da governare l’IA – e se stessa – al servizio della vita.
All’interno della nostra attuale cultura globale, l’IA viene sviluppata principalmente come strumento di vantaggio competitivo. Le aziende la utilizzano per eliminare posti di lavoro, monitorare i lavoratori, manipolare i consumatori, appropriarsi della creatività umana, acquisire informazioni personali e raggiungere il dominio del mercato. Gli attori politici la utilizzano per diffondere falsità, alimentare la paura e screditare gli avversari. I governi la utilizzano per espandere la sorveglianza, mentre le forze armate la impiegano per identificare obiettivi, guidare armi e sviluppare sistemi di uccisione autonomi.
La giustificazione per sviluppare l’IA il più rapidamente possibile è sempre essenzialmente la stessa: se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri concorrenti. I dirigenti aziendali potrebbero riconoscere che l’eliminazione di milioni di posti di lavoro potrebbe devastare la società, ma temono di perdere contro le aziende che agiscono più rapidamente. I leader nazionali potrebbero comprendere che le armi autonome potrebbero sfuggire al controllo umano, ma temono la sconfitta da parte delle nazioni che le sviluppano per prime. I leader politici potrebbero sapere che l’inganno generato dall’IA sta distruggendo la democrazia, ma temono di perdere contro avversari che la utilizzano in modo più aggressivo.
Questa è la logica di un patto suicida globale. Tutti potrebbero riconoscere il pericolo, eppure nessun partecipante si sente libero di ritirarsi dalla competizione.
L’IA aumenta la velocità, la portata e l’ampiezza di ogni iniziativa competitiva. Può manipolare milioni di menti, monitorare intere popolazioni, eliminare un numero enorme di mezzi di sussistenza e prendere decisioni militari a velocità che sfuggono alla comprensione umana. Può concentrare un potere senza precedenti nelle mani delle aziende e dei governi che controllano i più grandi sistemi di dati e le strutture informatiche. Nel frattempo, tali strutture consumano quantità crescenti di elettricità, acqua, terra e minerali rari, gravando ulteriormente sulla Terra vivente da cui dipende tutta la vita.
Questi pericoli non sono intrinseci all’IA. Sono conseguenze di una civiltà che definisce il progresso come aumento del consumo, considera il denaro il valore supremo dell’umanità, premia la ricerca di ricchezza privata illimitata e organizza le relazioni attorno al dominio e alla competizione. L’IA non crea queste patologie. Le amplifica.
Abbiamo urgente bisogno di leggi che vietino le applicazioni più pericolose dell’IA, tra cui le armi autonome, la sorveglianza di massa, l’usurpazione di identità politiche, il furto di opere intellettuali e l’uso sconsiderato di energia e acqua. Abbiamo bisogno di trasparenza, responsabilità democratica, tutela dei lavoratori e dei creatori e chiara responsabilità legale per i danni causati. Tali misure sono essenziali per rallentare i danni e dare all’umanità il tempo di scegliere un futuro diverso.
Non saranno tuttavia sufficienti. Nessun sistema normativo potrà rendere sicura l’IA fintanto che le imprese e le nazioni rimarranno impegnate in lotte per il dominio. Le regole saranno continuamente indebolite, eluse o abbandonate da coloro che temono che il rispetto delle stesse li metta in una posizione di svantaggio competitivo.
La nostra unica protezione duratura è quindi una trasformazione della cultura globale che determina il modo in cui noi esseri umani utilizziamo l’IA. Ciò richiede che passiamo da una civiltà organizzata attorno alla competizione per il denaro e il potere a una civiltà dedicata al benessere della Terra vivente e di tutti i suoi esseri umani e altri esseri viventi. Quella che molti di noi scelgono di chiamare una Civiltà Ecologica.
Una civiltà di questo tipo riconoscerà la Terra come una comunità vivente, non come un magazzino di materie prime in attesa di essere rivendicate, estratte e vendute a scopo di lucro. Comprenderà che il benessere umano dipende dal benessere del tutto e che la nostra capacità distintiva di scelta consapevole comporta la responsabilità di prenderci cura della vita che ci sostiene. Organizzerà le economie per soddisfare i bisogni di tutti, risanando al contempo la Terra, distribuendo il potere, limitando gli estremi della ricchezza, ripristinando l’autosufficienza locale e rendendo le imprese responsabili nei confronti delle comunità e degli ecosistemi che dipendono da esse.
Una civiltà ecologica non eliminerà la concorrenza. Incoraggerà la concorrenza, non per dominare e sfruttare gli altri, ma piuttosto per essere la più creativa ed eccellente nel promuovere una cultura di cooperazione e responsabilità reciproca a favore del benessere dell’insieme. Le funzionalità essenziali dell’intelligenza artificiale saranno regolate come parte di un patrimonio informativo globale comune. La conoscenza da cui dipendono — creata nel corso di generazioni da innumerevoli esseri umani — sarà trattata come un’eredità condivisa. Il suo utilizzo sarà soggetto a controllo democratico, a limiti ecologici e al requisito fondamentale che il suo impiego sia al servizio della vita.
L’IA potrebbe quindi aiutare educatori, agricoltori, guaritori, scienziati, funzionari pubblici, custodi della conoscenza indigena e organizzatori di comunità a condividere ciò che stanno imparando. Identificherà relazioni al di là della portata di qualsiasi mente individuale, tradurrà tra le lingue, metterà in luce gli errori e ci sosterrà nell’adattare approcci di successo alle esigenze specifiche di ogni luogo. Potrebbe rafforzare la nostra capacità collettiva di ripristinare suoli e foreste, conservare l’acqua, prevenire le malattie, eliminare gli sprechi, localizzare la produzione, risolvere i conflitti e garantire una vita dignitosa per tutti.
In questo ruolo, l’IA non sostituirebbe l’intelligenza umana. Potenzierebbe la nostra capacità di imparare insieme. L’intelligenza più essenziale per il nostro futuro non risiederebbe né nella macchina né nell’individuo isolato, ma nelle relazioni attraverso le quali condividiamo esperienze, approfondiamo la comprensione e organizziamo l’azione collettiva al servizio della vita.
I cambiamenti climatici, il collasso ecologico, le disuguaglianze estreme e la guerra hanno dimostrato il fallimento della nostra civiltà competitiva. Eppure queste minacce sono spesso sembrate lontane, graduali o separabili. L’IA le riunisce e rende sempre più evidente che nessuna impresa può garantire il proprio futuro distruggendo la società che sostiene i suoi mercati; nessuna nazione può raggiungere la sicurezza attraverso armi che minacciano tutte le nazioni; e nessuna parte dell’umanità può prosperare su una Terra morente.
Per la prima volta, l’umanità sta creando uno strumento così potente che il suo uso sicuro potrebbe rivelarsi impossibile senza trasformare la cultura della civiltà che lo ha creato. Questo potrebbe essere il dono più grande dell’IA. Ci pone di fronte a una scelta che non possiamo più rimandare: cooperare per garantire il benessere dell’insieme o continuare a competere verso la nostra comune distruzione.
La domanda è se riconosceremo questa scelta e agiremo in tempo.
Nota dell’autore: Il mio scopo nel condividere questo articolo è quello di contribuire a diffondere questo messaggio essenziale nel mondo il più rapidamente e ampiamente possibile attraverso molti messaggeri e canali. Se questo articolo vi colpisce, per favore, senza bisogno del mio permesso o riconoscimento, inoltrate la nostra newsletter, condividete il link al nostro sito web, pubblicatelo sui social media e/o riproducetelo, adattatelo, condividetelo con i vostri amici e follower, ed esprimete pubblicamente il suo messaggio con le vostre parole e la vostra voce. Vi invito quindi a condividere con me come lo state utilizzando, inviando le informazioni a info@greatturning.org.
*Autore americano, conferenziere, cittadino impegnato, studioso di psicologia e sistemi comportamentali, ex professore della Harvard Business School, critico di spicco della globalizzazione corporativa e sostenitore della transizione umana verso una Civiltà Ecologica.
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In ricordo di un’amica
Doretta veniva da Sant’Arennera.
Gianni Loy – 1 ottobre 2026.
Avete presenti i cavalloni estivi che setacciavano il mare antistante la spiaggia del poetto, sino a frangersi impetuosi sulla sabbia – allora bianca – dell’arenile, dopo aver scavalcato il bagnasciuga?
E i bambini che ad ogni ondata perdevano il contatto con il fondo, e annaspavano tra le schiume, terrorizzati ma contenti, ansiosi di ritrovare, dopo la paura, la quiete dopo la tempesta. Una quiete breve, perché già annunciava l’imminente arrivo di un altro flutto, e ancora l’ansia, e la paura, e soprattutto la fatica, del dibattersi all’interno dell’onda.
Proprio così è stata la vita terrena di Doretta, che oltretutto veniva da Sant’Arennera, – ancora mezza campagna e mezza periferia urbana – dove tra cortile e parrocchia si potevano ancora praticare gli antichi riti del vicinato, prima di inerpicarsi, assiema al suo compagno di tutta la vita, fin sul liminare della collina che si affaccia sulla pineta, alla ricerca di serenità. Un susseguirsi interminabile di sfide, al termine delle quali tornava immancabilmente il sereno.
Si chiamava Maria Dolores, per la verità, ma spesso la chiamavamo Doloretta, tra il serio e il faceto, perché sembrava proprio che fosse destinata ad essere accompagnata dal dolore, lungo il sentiero della vita.
Other news. L’India sostiene la Palestina al vertice BRICS mentre rifornisce di armi Israele / L’operazione di cambio di regime di Trump e Rubio in Brasile deve essere sventata
L’India sostiene la Palestina al vertice BRICS mentre rifornisce di armi Israele
Di Gaurav Kumar* – The Cradle
In qualità di paese ospitante del vertice BRICS di questo mese, l’India ha adottato una delle posizioni più dure mai espresse su Gaza, ma le sue fabbriche, comprese quelle statali produttrici di armi, hanno continuato a rifornire la macchina da guerra israeliana.
Other news. La nuova guerra infinita. Con l’avvicinarsi delle elezioni, la polemica su Naza colpisce al cuore la crisi israeliana
Di Ali Vaez* – Foreign Affairs
Perché gli Stati Uniti e l’Iran continuano a combattere senza ottenere la vittoria.
Quando finirà la guerra in Iran? I funzionari americani sostengono che la risposta sia “presto”. “Penso che la guerra finirà subito dopo le elezioni [di novembre]”, ha dichiarato a settembre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. “Non possono resistere ancora a lungo”. I leader iraniani concordano sul fatto che la fine della guerra sia vicina. Teheran ha «messo in ginocchio l’esercito più pesantemente armato della storia del mondo», ha proclamato Ahmad Vahidi, comandante in capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, ad agosto. Molti analisti esterni ritengono che il conflitto si protrarrà ancora a lungo e si concluderà con negoziati piuttosto che con un chiaro vincitore. Ma in generale, si ha la sensazione che i combattimenti si risolveranno presto, in un modo o nell’altro.
Auguri a padre Salvatore Morittu, che oggi compie 80 anni
Padre Salvatore Morittu compie oggi 80 anni. Auguri carissimo Salvatore, ti conosciamo dai tempi in cui padre Agostino, tuo importante Confratello, Maestro e Amico ci fece incontrare in diverse gite nelle montagne trentine/valdostane e poi nelle tantissime occasioni di convegnistica e incontri/celebrazioni legati proprio alla frequentazione del nostro Agostino, fino agli anni della sua vecchiaia e morte. Sei una grande persona dai meriti iscritti nel registro dei giusti, sempre umile francescano, anche quando, giustamente, il presidente Mattarella ti ha insignito del titolo di Commendatore della Repubblica. Ti siamo amici e ne siamo onorati, parteci in aeternum della compagine degli Amici di padre Agostino.
[Nella foto sotto gli 89 anni di padre Agostino Pirri il 17/4/2019 a Sant’Antonio di Quartu S.Elena. Tra gli altri, come sempre per festeggiare Agostino, padre Salvatore Morittu]
Congratulazioni e Auguri di buon lavoro a Omar Chessa nuovo Rettore dell’Università di Sassari
Omar Chessa Magnifico Rettore dell’Università di Sassari – Università della Sardegna 
[Dal sito Uniss] Così si è espressa la comunità accademica – composta da docenti, studenti e personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e linguistico – nel corso della terza e decisiva votazione del 28 settembre, che ha fatto registrare un’affluenza del 91.6%, corrispondente a 1068 persone su 1166 aventi diritto.
Dettaglio delle preferenze:
Omar Chessa – 364 voti
Francesco Morandi – 312 voti
Schede bianche – 22
Il nuovo Rettore guiderà l’Ateneo di Sassari per i prossimi 6 anni ed entrerà in carica l’8 dicembre 2026.
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Other News. Solo inchiostro su carta
Editoria. Verso la costruzione di una Federazione sarda dei piccoli editori della stampa
La necessità che venga quanto prima costituita una Federazione della Stampa sarda a tutela delle piccole testate è dimostrata dall’attuale stato dei rapporti con gli uffici regionali che si occupano di editoria. Senza attribuire agli organi politici o agli uffici intenzioni malevole, capita che i provvedimenti in materia di editoria non tengano in dovuto conto le precipue caratteristiche ed esigenze della piccola editoria, si tratti di quella che utilizza i mezzi cartacei o, come nel nostro caso, totalmente online. In tema, in tempi passati avevamo avanzato una proposta che, mutatis mutandis e con le opportune specificazioni ci piace riportare di seguito. Si tratta di un articolo apparso su Cittàquartiere del mese di agosto 1988 (38 anni fa!). Anticipiamo che con gli amici di Giornalia, a cui contiamo di aggiungere altri piccoli editori, stiamo costruendo una precisa proposta associativa, che contiamo di presentare pubblicamente nel prossimo mese di agosto. A presto dunque!















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