Internazionale

La Pace è solo un’utopia?

img_4715LA VIA STRETTA
di Anna Foa
Una strada di Betlemme
C’è ancora la possibilità di percorrere la via sempre più stretta che passa tra i sostenitori di Netanyahu e quelli di Hamas, di battersi ancora per la creazione accanto allo Stato di Israele di quello palestinese, per una civile convivenza tra israeliani e palestinesi, contro ogni razzismo e suprematismo, ma anche contro ogni terrorismo fondamentalista come quello di Hamas? Oppure il tempo è scaduto, scaduto nel bagno di sangue e di orrore del 7 ottobre, ma forse anche prima, nel lungo governo Netanyahu e poi nella sua alleanza con fascisti e razzisti, nel suo progetto di rosicchiare poco a poco i territori dell’Autorità palestinese e di sbarazzarsi, alla fine, degli stessi palestinesi in Israele, quelli che sono cittadini israeliani e che avrebbero dovuto esserlo, anche se così non è, a tutti gli effetti? Nel supporto senza limiti ai coloni e alle loro continue violenze senza che l’esercito o la polizia vi si opponessero? Nella pretesa, che rende i coloni ebrei tanto simili ai terroristi di Hamas, di agire in nome di Dio?

Costituente Terra – Chiesa di tutti Chiesa dei Poveri

b8d4f079-0a9d-4306-b131-9b630a570a4ecostituente-terra-logo Costituente Terra Newsletter n. 137 del 2 novembre 2023 – Chiesadituttichiesadeipoveri Newsletter n.318 del 2 novembre 2023
QUANTI NAUFRAGI
Cari amici,
non c’è una gerarchia delle tragedie. Ma nemmeno per mettercene sul cuore una, possiamo dimenticare o tacere le altre. Perciò, mentre assistiamo attoniti alla strage di Gaza, e nel vederne svelate le finalità nel progetto dello Stato di Israele di “dislocare l’intera popolazione palestinese nel deserto del Sinai” (nonostante la memoria storica della deportazione degli ebrei a Babilonia) dedichiamo questa newsletter alle ultime notizie sui naufragi nel Mediterraneo che ci trasmette dalla ONG “Mediterranea” Mattia Ferrari: da un naufragio all’altro!

Guterres dice solo la verità

img_4915CONFLITTO ISRAELE – HAMAS
25 OTTOBRE 2023 su http://www.fanpage.it – https://www.fanpage.it/esteri/cosa-ha-detto-davvero-il-segretario-generale-dellonu-guterres-su-hamas-e-israele/

Cosa ha detto davvero il segretario generale dell’ONU Guterres su Hamas e Israele
Il discorso integrale pronunciato ieri dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres: “Ho condannato inequivocabilmente gli atti di terrore terrificanti e senza precedenti compiuti da Hamas in Israele il 7 ottobre”. Tuttavia “gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione”.

A cura di Davide Falcioni

Oggi mercoledì 25 ottobre 2023

img_2726Cessare il fuoco è un atto di saggezza e di forza
25 Ottobre 2023. A.P. Su Democraziaoggi.
In tutto il mondo, anche in Italia si moltiplicano le manifestazioni pro Palestina. Anche a Cagliari se ne è svolta una, sabato, molto partecipata, indetta dall’Ass. Sardegna-Palestina. Perché non possiamo non essere dalla parte dei palestinesi? Perché i palestinesi sono un popolo senza stato, senza libertà, oppresso dallo stato di Israele.
Perché non possiamo essere […]
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Israele-Palestina

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di Gianni Lixi su lazuccablog.
Un politico italiano insignificante (Toti ex ministro con Berlusconi e presidente reg Liguria) l’altro giorno da Floris rispondeva provocatoriamente a chi parlava di catastrofe umanitaria a Gaza dicendo che il problema è politico e non bisogna guardarlo da un punto di vista della morale facendo il conto dei morti. Lui naturalmente intendeva il fallimento politico dell’attentato di Hamas.

Bene allora lasciamo perdere il lacerante conteggio dei morti da una parte e dall’altra e analizziamo l’episodio da un punto di vista politico:

Il Mondo che verrà. Questo è il momento di progettare un altro mondo per non andare tutti all’altro mondo

img_1666Il Mondo che verrà
15 Ottobre 2023

Adesso che un nuovo tremendo conflitto insanguina il Medio Oriente, mentre non accenna a placarsi la guerra in Ucraina, è più che mai necessario pensare alla pace. E’ questo il momento di pensare ad un altro mondo se non vogliamo finire tutti all’altro mondo.

di Domenico Gallo

La guerra continua da oltre un anno e mezzo senza neanche un giorno di tregua. La controffensiva che avrebbe dovuto portare l’Ucraina alla vittoria è iniziata da più di tre mesi, senza produrre nessuno spostamento significativo del fronte. È in corso una orribile guerra di attrito che ci ricorda quella delle prime undici battaglie dell’Isonzo combattute da giugno 1915 a agosto 1917. Battaglie combattute praticamente senza spostamenti significativi del fronte, ma con centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti. «La realtà, da un lato e dall’altro, è una guerra di trincea – ha scritto il generale Antonio Li Gobbi su Analisi difesa – che pensavamo fosse relegata con le sue brutture nella nostra preistoria. Combattimenti senza gloria condotti in fetide trincee dove le lacrime si mischiano al sudore, il sangue agli escrementi, il fango ai cadaveri che non possono trovare tempestiva sepoltura». I numeri di questa carneficina, fatti trapelare dal colonnello Douglas Macgregor (cfr Mini, il Fatto quotidiano, 13/9/2023), già consigliere del Pentagono, sono impressionanti. «Valutiamo che gli ucraini abbiano avuto 400 mila morti in combattimento. Nell’ultimo mese di questa presunta controffensiva che avrebbe dovuto spazzare il campo di battaglia, hanno avuto almeno 40.000 morti. Non sappiamo quanti siano i feriti, ma sappiamo che probabilmente tra i 40 e i 50.000 soldati hanno subito amputazioni, che gli ospedali sono pieni».

Gli esperti militari avevano avvertito i responsabili politici che la “vittoria” sul campo dell’Ucraina era un obiettivo impossibile. In particolare, il Capo di Stato maggiore dell’esercito americano, gen. Mark Milley, aveva avvisato: «Né l’Ucraina né la Russia sono in grado di vincere la guerra che, invece, può solo concludersi ad un tavolo negoziale». Le scelte degli Usa e della Nato, invece, puntano ad istigare Zelensky alla guerra ad oltranza. Da ultimo il segretario di Stato Antony Blinken si è recato a Kiev, il 6/7 settembre, portando aiuti per un miliardo di dollari. Gli aiuti statunitensi – ha detto Blinken – consentiranno alla controffensiva ucraina di “acquisire slancio”. L’orientamento degli architetti della politica internazionale dell’Occidente di proseguire la guerra ad oltranza (promettendo a Zelensky una vittoria impossibile) comporta il prolungamento di un massacro senza senso e senza nessuno sbocco, come fu la guerra di Corea, che si concluse con un armistizio lasciando inalterata la linea del fronte, dopo aver provocato quasi tre milioni di morti. L’armistizio, firmato il 27 luglio del 1953, pose fine ai combattimenti ma non allo stato di guerra poiché dopo settant’anni non è stato ancora stipulato un Trattato di pace.

Mentre continua il coro, intonato da politici e mass media sulle note di Biden e Stoltenberg, che invoca la vittoria e promette la continuazione del massacro, nessuna Cancelleria, nessuna forza politica è capace di aprire una finestra sul futuro. Nessuno è in grado di azzardare un progetto per il futuro, anche perché gli eventi che hanno provocato la guerra e che determinano la sua continuazione ad oltranza, annunziano un futuro oscuro del quale è meglio non parlare. È stato uno dei principali interpreti della prima guerra fredda, Henry Kissinger (in un intervista al Corriere della Sera del 28 giugno 2022) ad avvertirci che bisogna guardare come porre fine al conflitto: «Stiamo arrivando a un momento – afferma – in cui bisogna affrontare la questione della fine della guerra in termini di obiettivi politici altrettanto che militari: non si può semplicemente continuare a combattere senza un obiettivo».

Per Kissinger l’unico obiettivo realistico che può garantire la pace è di reintegrare la Russia nell’Europa, non certo spingerla ad est nelle braccia della Cina. Perché questo è il punto centrale del suo ragionamento: va sconfitta l’invasione dell’Ucraina, «non la Russia come Stato e come entità storica». E dunque, quando le armi alla fine taceranno, «la questione del rapporto fra Russia ed Europa andrà presa molto seriamente». Il presupposto, sottolinea Kissinger, è che la Russia è stata parte della storia europea per cinquecento anni, è stata coinvolta in tutte le grandi crisi e «in alcuni dei grandi trionfi della storia europea»: e pertanto «dovrebbe essere la missione della diplomazia occidentale e di quella russa di tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante».

Senonchè l’obiettivo di reintegrare la Russia nel sistema europeo è diametralmente opposto agli obiettivi perseguiti da una politica che, attraverso l’allargamento ad est della Nato e la svolta russofoba dell’Ucraina dopo il golpe di Maidan, ha identificato la Russia come nuovo nemico da sostituire alla dissolta Unione Sovietica, scavando un solco per dividere per sempre la Russia dal resto dell’Europa. Questo solco adesso si è trasformato in una cortina di ferro fondata sul sangue e sull’odio. Una cortina invalicabile perché alimentata dall’odio generato da 500.000 morti, milioni di profughi e distruzioni incommensurabili.
Il conflitto in corso rischia di essere una guerra costituente su cui si decideranno gli equilibri geopolitici internazionali, la posta in gioco è il futuro del mondo. Un mondo nel quale, alla collaborazione fra le principali potenze posta a base del progetto di pace delle Nazioni Unite, si sostituirebbe la logica della contrapposizione inevitabile e del confronto politico-militare fra l’Occidente collettivo a guida Usa e la Cina, in un crescendo di tensioni e di corsa al riarmo. Questo vale soprattutto per Europa dove – qualora si dovesse giungere ad una tregua di tipo coreano – la guerra proseguirebbe con altri mezzi. Resterebbero in piedi le sanzioni, la separazione economica e l’apartheid nei confronti della società e della cultura russa. Resterebbe in piedi l’accumulo delle minacce militari e la corsa al riarmo, a danno delle spese sociali. Una cappa di terrore e di odio, graverebbe sul continente avvelenando la vita delle nazioni.

Non bisogna rassegnarsi al futuro orribile che il conflitto in corso lascia intravedere. Se è indifferibile un’azione politica per fermare la prosecuzione della guerra, a cominciare dal blocco della fornitura di armi, è altrettanto urgente pensare a come uscire dalla guerra e dalle cause che l’hanno generata.
In realtà è proprio durante la guerra che è più forte l’esigenza di pensare la pace, di delineare un progetto che consenta di superare le cause che hanno provocato la guerra per ristabilire la convivenza pacifica fra le nazioni. Come fecero quei visionari che nel 1941 misero mano al Manifesto di Ventotene. Come ci ha ricordato Pasqualina Napoletano (CRS: Pensare la pace sotto le bombe): «quel gruppo di visionari, riuscì a concepire un progetto capace di andare oltre l’odio, con l’intento di riappacificare popoli e nazioni, responsabili di due Guerre Mondiali. Un progetto coraggioso, che non si fondasse sull’umiliazione e sulla vendetta ma sulla integrazione economica e politica: gli Stati Uniti d’Europa». Quale progetto per la riappacificazione e la convivenza pacifica, o quanto meno per la sicurezza collettiva in Europa abbiamo articolato? Quale progetto abbiamo in mente per prosciugare l’oceano di odio che la guerra ha creato fra due popoli fratelli e ripudiare il conflitto tribale fomentato dai nazionalismi, l’un contro l’altro armati? Se si oscurano le cause che hanno portato alla scoppio del conflitto, ivi compreso il fatto che per oltre 25 anni gli Usa hanno praticato una nuova guerra fredda per umiliare ed isolare la Russia, come si fa a rimediare agli errori commessi per impostare un nuovo criterio di convivenza pacifica?

La visione del futuro può nascere solo da una revisione critica del passato, dal ripudio di una politica orientata a costruire l’ostilità nei rapporti fra le nazioni, a perseguire la “sicurezza” di una parte (la nostra) a danno dell’altra parte, incrementando le minacce militari e l’assedio geopolitico al “nemico”. Bisogna costruire un percorso a ritroso, riprendendo la strada che portò alla Conferenza sulla Sicurezza e cooperazione in Europa, conclusasi nel 1975 con l’Atto finale di Helsinki. I principi della Conferenza, condensati nell’Atto finale sono serviti a favorire la distensione fra i contrapposti blocchi militari in un’epoca in cui erano ancora presenti tutte le insidie della guerra fredda, ed hanno configurato la sicurezza in Europa come sicurezza collettiva fondata sul disarmo. Questi principi sono stati calpestati da una politica che ha privilegiato la contrapposizione al posto della cooperazione, l’emarginazione al posto del dialogo, il riarmo unilaterale al posto del disarmo negoziato, la costruzione dell’ostilità al posto dell’amicizia fra i popoli.

Per prima cosa occorre ripudiare la pretesa di costruire la pace attraverso la “vittoria”, cioè l’umiliazione della Russia e la negazione dei suoi interessi. Questa pretesa esclude ogni possibilità di negoziato, la mediazione non contempla vittorie, ma è, per antonomasia, la conciliazione di interessi geopolitici contrapposti, a cui si deve dare identica legittimità .
Bisogna pensare ad un futuro “disarmato”, in cui la sicurezza per i singoli Stati e per l’Europa nel suo complesso non sia fondata sul riarmo e l’estensione della minaccia militare, bensì sul disarmo negoziato e sulla riduzione della pressione militare. La Nato deve cessare di “abbaiare” ai confini della Russia e l’Ucraina non può essere la lancia della Nato nel costato della Russia. Deve essere restaurata la convivenza pacifica fra i due popoli dell’Ucraina e fra l’Ucraina e la Russia. Il baratro di dolore che la guerra ha scavato fra i due popoli può essere colmato solo col negoziato e non con le armi o la vendetta. Un negoziato sotto l’egida dell’Onu che dia la parola alle popolazioni interessate, perché se le frontiere sono inviolabili, ancora più inviolabili sono gli esseri umani, che non possono essere sacrificati dai loro governi per tracciare i confini con i coltelli.

È questo il momento di definire un progetto che superi non solo il conflitto in armi, ma quel sistema di dominio e di contrapposizione politica e militare che ha generato la guerra e sta distruggendo l’Europa. È il momento di pensare che un altro mondo è possibile e di progettarlo, come fecero quegli intellettuali cattolici che scrissero fra il 18 e il 24 luglio del 1943, prima della caduta del fascismo e nella fase più drammatica della guerra, il “codice dei Camaldoli”, prefigurando un nuovo ordinamento che trovò inveramento, grazie al contributo fecondo di altre culture, nella Costituzione della Repubblica italiana.
Bisogna pensare a come reintegrare la Russia nell’Europa, ad un negoziato che punti a ristabilire il dialogo, il confronto, la fiducia, gli scambi culturali con il popolo russo, in modo che la Russia non sia più avvertita come una minaccia per l’Europa e l’Europa non sia più avvertita come una minaccia per la Russia. Bisogna ripensare all’Europa recuperando l’impostazione originaria dei padri fondatori che hanno messo la costruzione della pace a fondamento del progetto europeo.
Il mondo che verrà sarà orribile se non saremo capaci di ripudiare le scelte che hanno aperto la strada al ritorno della guerra in Europa e nel resto del mondo. Questo è il momento di progettare un altro mondo per non andare tutti all’altro mondo.
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NON VOGLIO VENDETTA DA NESSUNO
11 OTTOBRE 2023 / COSTITUENTE TERRA / SI SALVANO INSIEME /
La vendetta è il contrario della sicurezza, è il contrario della pace, è anche il contrario della giustizia. Netaniahu: ” un uomo dai molti slogan. Promette che Israele prenderà una potente vendetta e che il nemico pagherà un prezzo senza precedenti”

Orly Noy* (The Guardian)

Siamo sotto shock mentre digeriamo gli attacchi di Hamas e i fallimenti del governo di Netanyahu. La preoccupazione ora è ciò che verrà dopo

È ancora impossibile digerire questi giorni più bui del buio, iniziati con le sirene che ci hanno svegliato di soprassalto sabato mattina, un giorno che sembra infinito e probabilmente non finirà per molti giorni a venire. Il pensiero dei rapiti nella Striscia di Gaza mi opprime dal dolore. Ogni pensiero su di loro lascia uno strato di terrore sulla pelle. Le immagini e le testimonianze di corpi sparsi in ogni angolo, di famiglie tenute in ostaggio per ore come scudi umani nelle proprie case dai militanti di Hamas, tormentano ancora la mente, congelando il cuore.

Lo shock assoluto causato dall’attacco di Hamas alle città del sud ha assunto varie forme con il passare delle ore: paura, impotenza, rabbia e, soprattutto, un profondo senso di caos. I colossali fallimenti del governo di Benjamin Netanyahu e dell’apparato di sicurezza stanno convergendo in un senso di collasso totale. Il sistema di intelligence, che sorveglia ogni aspetto della vita dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, non era a conoscenza dell’attacco; i civili sono rimasti indifesi per molte ore contro i militanti di Hamas, che li hanno intrappolati nelle loro case e massacrati senza l’intervento militare – gli stessi militari incaricati di proteggere ogni colono in Cisgiordania in ogni momento.

Siamo scioccati dalla mancanza di informazioni affidabili durante le lunghe ore in cui le persone cercavano disperatamente familiari e amici scomparsi, inondando i social network con le foto dei propri cari scomparsi. E ora assistiamo all’assenza di rifornimenti e cibo sufficienti per le forze di riserva arruolate frettolosamente e inviate in prima linea contro Hamas, lasciando il compito di organizzare gli articoli di cui hanno bisogno ai civili in ogni città e paese.

Domenica Netanyahu ha dichiarato formalmente guerra e ora, in questo momento, tutto Israele è in stato di guerra. I missili che sono caduti nel cuore di Tel Aviv e il bombardamento delle città del nord hanno trasformato l’intero paese in un campo di battaglia, almeno nella percezione pubblica.

Qui a Gerusalemme si cerca di mantenere la speranza che Hamas non lanci missili verso la città a causa della sua vicinanza alla moschea di al-Aqsa, ma l’ansia generale persiste. Le scuole sono state chiuse, così come tutte le attività commerciali, e pochissime persone sono in strada. Chi non deve farlo, non esce di casa. Sabato sera, dopo ore trascorse con ansia a guardare la televisione e i social media, mia figlia è stata presa dal panico per il timore che i militanti di Hamas, armati e ancora all’interno del territorio israeliano, potessero raggiungere Gerusalemme e attaccarci nella nostra casa. Solo dopo un giro approfondito tra i rifugi pubblici del quartiere si è calmata un po’ ed è riuscita ad addormentarsi.

In mezzo a questo caos assoluto, Netanyahu si è rivolto ai cittadini sabato sera: una dichiarazione vuota con slogan come “vinceremo”, “li colpiremo”, “annienteremo il terrorismo”. È un uomo dai molti slogan. Promette che Israele “prenderà una potente vendetta” e che “il nemico pagherà un prezzo senza precedenti”, subendo “un fuoco di risposta di una portata che il nemico non ha conosciuto”.

Quel linguaggio è intenzionale. Infatti, mentre l’opinione pubblica israeliana traumatizzata non è ancora pronta a cercare la profonda resa dei conti politica e morale che questa catastrofe richiede, la rabbia già diretta verso Netanyahu è palpabile. Un primo ministro coinvolto in procedimenti legali ha nominato, per soddisfare le sue esigenze politiche, persone che non solo erano estremamente aggressive ma anche altamente poco professionali – e le ha incaricate della nostra sicurezza. Giustamente ora è considerato personalmente responsabile. Cerca di salvare la propria pelle politica, ancora una volta, esortando la Knesset a istituire un governo di emergenza nazionale, molto simile a quello formato tre anni fa con il leader del partito di Unità Nazionale, Benny Gantz, con il pretesto del coronavirus. risposta. Ma anche senza la formazione di un governo di emergenza nazionale, l’opposizione ebraica alla Knesset sostiene pienamente l’attacco mortale del governo a Gaza. E non sono soli: molti israeliani vogliono vedere l’intera Striscia di Gaza pagare un prezzo senza precedenti.

Il desiderio pubblico di vendetta è comprensibile e terrificante, ma la cancellazione di qualsiasi linea rossa morale è sempre una cosa spaventosa.

È importante non minimizzare o condonare gli atroci crimini commessi da Hamas. Ma è anche importante ricordare a noi stessi che tutto ciò che ci sta infliggendo adesso, lo stiamo infliggendo ai palestinesi da anni. Spari indiscriminati, anche contro bambini e anziani; intrusione nelle loro case; bruciando le loro case; prendere ostaggi – non solo combattenti ma civili, bambini e anziani. Continuo a ricordare a me stesso che ignorare questo contesto significa rinunciare a un pezzo della mia stessa umanità. Perché la violenza priva di contesto porta a un solo possibile risposta: vendetta. E non voglio vendetta da nessuno. Perché la vendetta è il contrario della sicurezza, è il contrario della pace, è anche il contrario della giustizia. Non è altro che altra violenza.

Ritengo che ci siano crimini di abbondanza e che ci siano crimini di fame, e non solo abbiamo portato Gaza sull’orlo della fame, ma l’abbiamo portata ad uno stato di collasso. Sempre in nome della sicurezza. Quanta sicurezza abbiamo ottenuto? Dove ci porterà un altro giro di vendetta?

Sabato sono stati commessi crimini terribili contro gli israeliani, crimini che la mente non può comprendere – e in questo momento di oscuro dolore, mi aggrappo all’unica cosa a cui mi è rimasta aggrappata: la mia umanità. La convinzione assoluta che questo inferno non sia predestinato. Né per noi né per loro.
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*Orly Noy è giornalista ed editore della rivista di notizie in lingua ebraica Local Call
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CI STIAMO TRASFORMANDO TUTTI IN VITTIME E CARNEFICI
11 OTTOBRE 2023 / COSTITUENTE TERRA / DISIMPARARE L’ARTE DELLA GUERRA /
Mi addolora il fatto che abbiamo adottato il terrore e l’orrore che abbiamo subito per affermare il nostro impellente diritto alla vita

di Ali Rashid

Corre il tempo, e cambiano i contenuti essenziali, le idee, i concetti e sensi. E’ compiuto il processo di trasvalutazione di ogni valore! Dio è morto. Viva l’eroica morte, giusto l’annientamento del “nemico”. Dilaga il nichilismo e trionfa la tecnica.

Vivo è in me il racconto di mio nonno, che andava a Safad in Galilea per comprare il fulard di seta dalla comunità ebraica sfuggita alla inquisizione in Portogallo, e che impararono la tessitura della seta dagli arabi in Spagna.

Il ricordo di Khaiem, socio del mio nonno nella cava vicino a Gerusalemme. Khaiem non ha potuto salvare la mia famiglia dalla pulizia etnica ma continuava a mandare la sua parte del guadagno della impresa finché non morì.

Non ho notizie dei figli di Khaiem, ma io ho seppellito mia sorella in Norvegia, un fratello in America, un mio stimatissimo zio una settimana fa a New York mentre la salma del mio nonno giace in un cimitero affollato ad Amman.

Nelle case di pietra fatte a mano del mio bellissimo villaggio Lifta confinante con Gerusalemme, stanno per costruire un villaggio per i ricchi turisti , mentre una volta era un rifugio sicuro per gli ebrei che fuggivano dal fascismo e dal nazismo che discriminava e annientava gli ebrei nella inenarrabile tragedia dell’ Olocausto.

Dio è morto con tutti i valori che ci rendono uguali. Trionfante è l’affermazione della volontà di potenza che affida alla tecnica i propri fini e diventa l’intima essenza dell’essere in un mondo disincantato. Eppure una volta eravamo tutti fratelli.

Stiamo scivolando tutti nel Nulla, nella mancanza di senso.

E la ragione? La pietà? La misericordia per i vivi e per i morti? La convivenza? Il rispetto? Il diritto?

Ma chi non ha un aereo di guerra sofisticato e moderno o un carro armato deve solo piangere in eterno il suo destino? Deve morire in silenzio?

Come in una “discarica”, sono finiti a Gaza gli abitanti della costa meridionale della Palestina, vittime della pulizia etnica. Secondo i nuovi storici israeliani, per svuotare ogni città o villaggio palestinese furono compiuti piccoli o grande massacri, lo stesso è avvenuto nei luoghi dove sono sorte le nuove città e insediamenti intorno a Gaza che sono stati teatro degli ultimi eccidi compiuti da noi palestinesi. Mi addolora il fatto che abbiamo adottato il terrore e l’orrore che abbiamo subito per affermare il nostro impellente diritto alla vita.

Ma questa catena di morte è inarrestabile?

Eppure una volta eravamo fratelli e abbiamo provato la ricchezza e i vantaggi della convivenza e del rispetto reciproco.

Ci stiamo trasformando tutti in vittime e carnefici per la gabbia del finto stato nazionale con confini discriminatori sempre più stretti e selettivi e in nome di fasulle razze e convenienze, di banali appartenenze e schieramenti.

La ragione, l’umanità, la vita ci supplicano a dire no alla guerra! Non siamo condannati a farci a pezzi rassicurando tutti per un proprio futuro!

Non dobbiamo discriminare i vivi e i morti.

Alì Rashid

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Un convegno a Assisi di Rete Radié Resch

img_4636Da padroni a ospiti della Terra
“Da padroni a ospiti della Terra” è il tema del convegno nazionale che si svolgerà alla Cittadella di Assisi dal 20 al 22 ottobre, promosso dalla Rete Radié Resch, associazione di solidarietà internazionale presente da quasi 60 anni in molte città italiane. Al centro delle riflessioni del convegno ci sarà la drammatica situazione del nostro Pianeta, sempre più minacciato dal cambiamento climatico ma anche da guerre che aggravano ulteriormente la situazione e costringono milioni di persone a dolorose migrazioni.

Il carcere Palestina

a6e89a40-ed21-4a31-a2d5-6d37fbdc81e0 «Dentro e fuori dalla cella, la Palestina è un carcere» CISGIORDANIA/GAZA. Intervista alla Relatrice speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati che ha presentato il suo ultimo rapporto al Palazzo di Vetro img_3930
https://ilmanifesto.it/dentro-e-fuori-dalla-cella-la-palestina-e-un-carcere
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[Pierpaolo Loi] Questo è solo un aspetto dello stato di profonda ingiustizia che dura da più di 70 anni nei confronti del popolo palestinese. La comunità internazionale se ne lava le mani.
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Che succede?

b8d4f079-0a9d-4306-b131-9b630a570a4ecostituente-terra-logo Costituente Terra Newsletter n. 116 del 10 maggio 2023 – Chiesadituttichiesadeipoveri Newsletter n. 297 del 10 maggio 2023

SAGGEZZA DI UN AMBASCIATORE

Cari amici,
ci sono alcune importanti notizie da raccogliere.
Il “Corriere della Sera” dell’8 maggio, forse con qualche imbarazzo, ha pubblicato un clamoroso articolo dell’ex ambasciatore a Mosca Sergio Romano in cui si chiede lo scioglimento della NATO, oggi priva delle ragioni per cui è nata. L’articolo dell’autorevole esperto di politica internazionale dice infatti così: “L’Alleanza atlantica ha avuto una parte utile e rispettabile. Ma la Guerra fredda è finita, il comunismo è sepolto, gli Stati Uniti hanno avuto un presidente come Trump e sarebbe giunto il momento di fare a meno di un’istituzione, la Nato, che ha ormai perduto le ragioni della sua esistenza”. L’accenno a Trump sembra dire che gli Stati Uniti non sono più affidabili, Per giungere a tale conclusione l’articolo richiama l’accordo “fondatore” Nato-Russia del 27 maggio 1997 in cui era scritto che “Nato e Russia non si considerano nemiche e intendono lavorare insieme per contribuire a instaurare in Europa una sicurezza comune e globale in conformità ai principi dell’ONU” . Invece è accaduto il contrario: facendo proprie le parole dello storico Giovanni Buccianti, l’ambasciatore ricorda che “in seguito all’implosione dell’URSS (e non alla vittoria degli Usa nella Guerra Fredda) la NATO prese a svolgere una costosa campagna acquisti di tanti Paesi portandoli tutti a giocare contro la Russia e arrivando ai confini del suo territorio. Possibile che nessuno abbia ancora detto che così facendo si stava favorendo lo scoppio della Terza guerra mondiale?”. Così Sergio Romano e il “Corriere della sera”. Ma allora chi ha aggredito chi?
La Siria è stata riammessa nella Lega Araba. Ciò, insieme alla rappacificazione tra Iran e Arabia Saudita mediata dalla diplomazia cinese, sta cambiando gli equilibri mondiali. Gli Stati Uniti che perseguono altri progetti , e l’Unione Europea, “continuano ad opporsi – scrive lo stesso “Corriere della Sera” – a qualsiasi regolarizzazione dei rapporti”. L’idea sembra essere che alla guerra non si può rinunziare.
In Texas ci sono state altre due stragi, che hanno provocato in tutto 16 morti. Dall’inizio dell’anno ce ne sono state più di 200, cioè più di una al giorno, mentre nel Paese in mani private ci sono più armi (393,3 milioni) che Americani. Questi corpi del reato in mano a tutti i cittadini sono protetti dal secondo emendamento della Costituzione americana. Biden ha detto: “perché continuare con questa carneficina?”. Già, perché continuare? Il problema è che a garantire che dalla “Libera Impresa” – uno dei tre cardini del modello di società che gli Stati Uniti vogliono installare in tutto il mondo – non sia escluso il business delle armi, non c’è solo la Costituzione, ma soprattutto la cultura del Paese. Questa è ancora quella del West, del “chi spara per primo”, ma è anche la cultura che discende dal potere, e che lo stesso Biden e i governi degli Stati Uniti adottano nei rapporti col resto del mondo. È in forza di questa cultura che, riguardo al nucleare, gli Stati Uniti hanno deciso di passare alla dottrina del “first use”: la vecchia concezione basata sulla deterrenza e sulla risposta a un eventuale attacco altrui, non funziona più. Questa opzione non si può più fare, sta scritto, perché non si può lasciare che i nemici colpiscano per primi. La miglior difesa è l’offesa. Quindi è prevista, di fronte a una minaccia, l’azione preventiva.
Sono partite con una fittizia consultazione delle opposizioni le riforme costituzionali. Giorgia Meloni, benché affermi di voler instaurare un sistema che dia più stabilità ed efficienza al sistema, si dice indifferente alla scelta tra presidenzialismo e premierato elettivo, anche se c’è una grande differenza tra le due ipotesi: le basta che ci sia qualcuno eletto al comando. Ciò rivela la ragione personalissima per cui la presidente del Consiglio intraprenda con tale urgenza la via delle riforme costituzionali. Il suo governo è scaturito da un’elezione estiva, con la complicità di una cattiva legge elettorale, di un forte astensionismo e della sbadataggine dei partiti oggi all’opposizione. È molto difficile, se non impossibile, che queste condizioni abbiano a ripetersi. Volendo perpetuare il suo potere oltre gli anni di questa legislatura, l’unica strada per lei è l’elezione popolare diretta, non importa a quale delle due cariche, nell’idea che il favore degli attuali sondaggi ad personam si traducano in un voto plebiscitario a suo favore. Si tratta di un’illusione, quando il Paese, a parte l’establishment, non è affatto di destra. Né si fida di una “destra costituente”, anche per le prove che su questo versante la destra sta dando di sé.
I riformatori costituzionali, di ieri e di oggi, non capiscono che il Paese ama le sue istituzioni; il meno amato è proprio il governo. Da quando Mussolini ha detto che voleva fare della Camera un bivacco di manipoli, il Parlamento è il bene da difendere, non si può profanare. Ora, su regia del suo presidente La Russa, l’aula del Senato è stata trasformata, come scrive “Critica liberale”, in un “bivacco pop”, per far «cantare a Gianni Morandi “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” e altre canzonette da discoteca di paese». La Russa si è anche fatto dare dall’Archivio di Stato l’originale della Costituzione che è inserito negli atti ufficiali delle leggi della Repubblica. Tomaso Montanari se ne indigna, ma nota che una profanazione ben maggiore della Costituzione si sta preparando “con la manovra a tenaglia del presidenzialismo e dell’autonomia differenziata, due armi letali che se sommate diventano una bomba nucleare capace di annichilire la Repubblica disegnata dai costituenti”.
Nel sito pubblichiamo l’articolo dell’ambasciatore Romano e un articolo in lode dell’artigiano di Beppe Manni. Vi segnaliamo, nel sito Costituente Terra, il testo del discorso di Putin sulla Piazza Rossa nella ricorrenza del 9 maggio, che non è stato fruibile sulla stampa d’informazione. Se è un nemico, perché non sapere quello che dice? Come sostiene il papa: “ Credo che la pace si faccia sempre aprendo canali, mai si può fare una pace con la chiusura. Invito tutti ad aprire rapporti, canali di amicizia”.
Ricordiamo che si può firmare scrivendo a Ripudio della Guerra l’appello “Per un’alternativa all’impero”.
Con i più cordiali saluti,

Raniero La Valle

Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri
Costituente Terra
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PER UN’ALTERNATIVA ALL’IMPERO
3 MAGGIO 2023 / COSTITUENTE TERRA / LA CONVERSIONE DEL PENSIERO /
Gli ultimi avvenimenti hanno aperto due visioni del mondo: un dominio universale o una pace nelle differenze. Un appello

La guerra in Ucraina è giunta ormai ad essere una guerra suicida: il Regno Unito combatte contro se stesso e la propria stessa immagine annunciando apertamente l’invio di proiettili anticarro ad uranio impoverito, l’Ucraina vuole riconquistare il Donbass grazie a queste armi con componenti nucleari capaci di contaminare l’ambiente per migliaia di anni e di intossicare chi lo inala o chi lo ingerisce: “si sospetta – spiega il pur simpatizzante Corriere della Sera – che arrivi a modificare il DNA, causando linfomi, leucemie e malformazioni dei feti”, tutto ciò a danno delle stesse popolazioni di cui si rivendica l’appartenenza all’Ucraina; la Russia sfida l’esecrazione universale minacciando per tutta risposta di schierare atomiche tattiche in Bielorussia.

A sua volta, dopo una debole tergiversazione, e con la spinta determinante del presidente Biden, il cancelliere tedesco Sholz ha dato il via libera alla distribuzione di carri armati tedeschi a tutti i fornitori di armamenti a Zelenski che insistentemente li chiede. In tal modo settant’anni dopo l’”Operazione Barbarossa” vediamo di nuovo i Panzer tedeschi avanzare nella pianura d’Ucraina per sconfiggere la Russia non più sovietica.

Questa volta però la regia è americana, gli attori ucraini, mentre ogni negoziato è escluso per legge dallo stesso Zelensky.

È difficile ignorare l’impatto emotivo di questa svolta. Si può avere la memoria corta e il cuore indurito, ma nelle viscere della terra corre un sussulto dinanzi al ritorno dei carri tedeschi proiettati a combattere contro i russi nel cuore dell’Europa, quando quell’evento fu al centro della seconda guerra mondiale e ne precedette di poco l’esito con la tragedia della bomba atomica, l’ingresso dell’umanità tutta nell’età del nucleare genocida, l’adozione di un rapporto internazionale postbellico temerariamente fondato sulla “reciproca distruzione assicurata”, fino alle attuali strategie di guerre preventive e di minacciato ricorso all’arma assoluta.

In tal modo va in scena il sempre esorcizzato e incombente conflitto tra la NATO e la Russia in Europa. E dopo? Potrà ancora sussistere l’ONU, quando gli alleati di ieri, diventati i nemici di oggi, dovrebbero stare insieme come Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza per salvaguardare la pace e la sicurezza del mondo, e invece sono intenti a distruggerle? Non a caso l’Ucraina contesta già oggi la presidenza russa pro-tempore del Consiglio di Sicurezza. E siamo sicuri che questa volta, per non scomparire, la Russia invece di versare nell’olocausto 26 milioni e 600.000 morti, non sarà indotta alla scelta disperata di difendersi col “primo uso” dell’arma nucleare?

E tutto ciò accade quando il mondo ha distolto lo sguardo dalla vera priorità, che è salvare la Terra dal disastro ecologico, e anzi va allo scontro proprio sul gas, l’energia. I beni vitali e la reciproca deterrenza nucleare.

È chiaro che la priorità è cercare le vie d’uscita dalla crisi in Ucraina. Se ne sarebbe potuto trovare la soluzione, se non fosse stata sacrificata a interessi estranei all’Europa, fino al 24 febbraio 2022, quando l’assalto militare russo ha gettato tutto nella fornace dello scontro armato; e forse all’inizio un negoziato sarebbe stato risolutivo. E ora ci sono di mezzo centinaia di migliaia di caduti, orfani, vedove, città distrutte, odi implacabili e l’accecamento, nella perdita di ogni verità, della maggior parte dei protagonisti, degli ispiratori, osservatori e narratori del conflitto. Però non possiamo non dire che giunti a questo livello di rischio, i protagonisti palesi od occulti della guerra la devono immediatamente fermare, anche contro ogni irredentismo territoriale: il negoziato è necessario e possibile, la ragione e il cuore hanno sempre la possibilità di risorgere.

Quale visione del mondo?

Qui però vogliamo interrogarci soprattutto sulle due visioni del mondo che gli ultimi avvenimenti hanno aperto davanti a noi, e che ci pongono davanti a scelte da cui dipende un lungo futuro, e forse la possibilità stessa di un futuro. Non si tratta infatti di dettagli, ma di un crinale a cui siamo giunti, da cui si potrebbe cadere in un precipizio senza rimedio, quel crinale che il vecchio La Pira, negli anni più paurosi della guerra fredda, chiamava il “crinale apocalittico della storia”, intendendo col termine “apocalittico” non la fine stessa della storia, ma lo svelamento dell’alternativa radicale cui essa era pervenuta mettendo la guerra come principio e signore di tutte le cose, e nello stesso tempo invitava i sindaci delle città opposte a Firenze.

Qual è la nostra visione del mondo, stando noi su questo crinale?

La visione del mondo che ci viene proposta con grande insistenza, e che ci viene attribuita come connaturale alla nostra civiltà e alla nostra storia, è la visione del mondo propria dell’Occidente, anzi dell’“Occidente allargato”, che ha oggi il suo centro in America, la sua potenza militare negli Stati Uniti e nella Nato, la vocazione a estendersi fino agli estremi confini della terra.

È in nome dei suoi valori che siamo chiamati alle armi, per “mettere il nostro mondo saldamente sulla strada di un domani più luminoso e pieno di speranza”, come promette oggi il presidente Biden nell’illustrare la “Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Di fronte a noi abbiamo però, gravemente inquietanti, due documenti fondativi che propugnano e illustrano questa visione del mondo e la assumono come normativa. Si tratta dei due documenti programmatici in cui, in piena guerra d’Ucraina, il 12 e 27 ottobre 2022, la leadership americana ha enunciato le due strategie fondamentali degli Stati Uniti: il primo è per l’appunto la “National Security Strategy” (october 2022 – The White House Washington) del Presidente Biden (in sigla NSS), il secondo ne è la pianificazione operativa sul piano militare, ed è la “National Defense Strategy of The United States of America 2022” (in sigla NDS) del capo del Pentagono Lloyd Austin, corredata da un dettagliato aggiornamento della “postura” o visione nucleare americana. Questa visione o “postura” ribadisce la decisione di non adottare la politica del “Non Primo Uso” dell’arma nucleare perché essa “comporterebbe un livello di rischio inaccettabile alla luce della gamma di capacità anche non-nucleari degli avversari che potrebbero infliggere danni di natura strategica agli Stati Uniti e ai loro alleati e partners”. È la conferma di quanto era già stato deciso dopo l’attacco alle Torri gemelle: la vecchia concezione basata sulla deterrenza e sulla risposta a un eventuale attacco altrui, non funziona più. Questa opzione non si può più fare perché non si può lasciare che i nemici colpiscano per primi. La miglior difesa è l’offesa. Quindi è prevista, di fronte a una minaccia, l’azione preventiva; la nuova strategia è di ricorrere se necessario per primi all’arma nucleare. scudo al cui riparo si possono condurre senza rischi per gli Stati Uniti le guerre convenzionali necessarie. E questa nuova dottrina, adottata ormai anche dalla Russia, fa sì che dietro questo scudo si pensa che si possnoa combattere tutte le guerre convenzionali, come si è sempre fatto in tutto il corso della storia.

Due documenti programmatici

Per quanto strettamente americani, questi due documenti, di fatto ignorati in Occidente, riguardano tutti, perchè investono non solo l’una o l’altra regione del globo, ma il destino del mondo come tale. E ciò è dimostrato dal fatto che di questo mondo gli Stati Uniti rivendicano globalmente la leadership, che vi installano le loro basi militari da per tutto, e che intendono disporne con l’affermazione che “non c’è nulla che vada oltre le nostre capacità: possiamo farcela, per il nostro futuro e per il mondo”; la posta in gioco sarebbe “di rispondere alle sfide comuni e affrontare le questioni che hanno un impatto diretto sulla vita di miliardi di persone. Se i genitori non possono nutrire i propri figli – specifica Biden – nient’altro conta. Quando i Paesi sono ripetutamente devastati da disastri climatici, interi futuri vengono spazzati via. E come tutti abbiamo sperimentato, quando le malattie pandemiche proliferano e si diffondono, possono aggravare le disuguaglianze e portare il mondo intero al collasso”. Sarebbe questa la preoccupazione degli Stati Uniti, la giusta ragione del loro intervento ma anche il motivo per cui il raggio d’azione entro cui la loro impresa, politica e militare, si deve esercitare è senza limiti territoriali: “Abbiamo approfondito le nostre alleanze principali in Europa e nell’Indo-Pacifico. La NATO è più forte e unita che mai, stiamo facendo di più per collegare i nostri partner e le nostre strategie nelle varie regioni attraverso iniziative come il nostro partenariato di sicurezza con l’Australia e il Regno Unito (AUKUS). E stiamo forgiando nuovi modi creativi per lavorare in comune con i partner su questioni di interesse condiviso, come con l’Unione Europea, il Quadrilatero Indo-Pacifico, il Quadro economico Indo-Pacifico e il Partenariato per la prosperità economica delle Americhe”; e da lì lo sguardo si spinge fino all’Artico.

Si postula dunque un unico potere che si protende alla totalità del mondo, nella presunzione che questo debba avere un unico ordinamento politico, economico e sociale, corrispondere a un unico modello di convivenza umana; e questo è un presupposto che da tempo gli Stati Uniti avevano posto a base della loro relazione col mondo, da quando, dopo l’11 settembre 2001 e lo shock dell’attacco alle Due Torri, avevano enunciato l’ideologia a cui doveva essere conformato l’assetto del mondo, perché questo corrispondesse agli interessi e alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Secondo quella ideologia il solo modello valido per ogni nazione sarebbe riassumibile in tre termini: Libertà, Democrazia e Libera Impresa; dunque un modello che mette insieme una definizione antropologica, una indicazione di regime politico ed una forma obbligatoria di organizzazione economico-sociale, e questo composto era dichiarato come normativo per tutti, sulla scia del “progetto”, pubblicato nell’ottobre del 2000, del “nuovo secolo americano”. Dunque non venivano contemplati tanti possibili regimi politici, economici e sociali, corrispondenti eventualmente a diverse teorie. Ce ne sarebbe uno solo che comporta un modello umano, quello dell’individualismo liberale, un modello politico, quello della democrazia occidentale, ed un modello economico, quello del capitalismo d’impresa. Altri modelli non sono ammessi e compito degli Stati Uniti sarebbe di diffondere questo modello in tutto il mondo.

Si potrebbe dire, fin qui, che non possiamo fare obiezioni: ognuno può avere la propria visione del mondo e auspicare e operare perché si realizzi.

Una chiamata alle armi anche per noi

Il problema è però che gli Stati Uniti vogliono fare tutto questo non per conto loro, ma coinvolgendo “l’impareggiabile rete di alleanze e partnership dell’America”. Questi partners nello stabilire l’ordine del mondo sono chiamati in causa 167 volte nei due documenti del presidente Biden e del Pentagono e attraverso la NATO in questa chiamata alle armi siamo coinvolti anche noi.

Dunque la cosa ci riguarda; e da partners e alleati, e non da sudditi o “vassalli”, come ha detto Macron, dobbiamo decidere se questa è la visione del mondo che abbiamo anche noi, se questo è il mondo che vogliamo costruire e qual è la nostra idea dello “stato del mondo” in cui ci troviamo ad operare.

La supremazia americana

La premessa da cui parte Biden e su cui tutta la strategia americana è fondata, “la nostra visione nel tempo”, come egli la definisce, è che “l’era post-Guerra Fredda è definitivamente finita”. Sarebbe una buona notizia se annunziasse la fine della guerra come tale. Purtroppo invece non è così: essa sancisce solo la fine della sua modalità come “guerra fredda”, cioè come una guerra sempre minacciata e mai combattuta, con armi sempre pronte all’uso ma accumulate e tenute ferme negli arsenali. Paradossalmente invece quella che ne deriva è una guerra liberata, non più trattenuta dai rischi di uno scontro nucleare, tornata ad essere libera all’esercizio, come non lo era stata all’epoca della competizione tra I blocchi, fino alla rimozione del muro di Berlino, e poi subito era stata recuperata come necessaria, buona e giusta e persino umanitaria con la prima guerra del Golfo, già nel 1991.

La seconda premessa è che liberato dai vincoli della guerra fredda, l’ovvio modo degli Stati, anzi delle maggiori Potenze, di relazionarsi tra loro, debba essere e sia quello di “una competizione strategica per plasmare il futuro dell’ordine internazionale” e, per gli Stati Uniti, quello di “far avanzare gli interessi vitali dell’America, posizionare gli Stati Uniti per superare i concorrenti geopolitici, affrontare le sfide comuni. Non lasceremo il nostro futuro vulnerabile ai capricci di chi non condivide la nostra visione di un mondo libero, aperto, prospero e sicuro”, dice Biden. Dovranno essere pertanto gli Stati Uniti a vincere in questa competizione: “Essi guideranno con i nostri valori”, “nessuna nazione è meglio posizionata degli Stati Uniti per avere successo”, naturalmente col corteo dei loro seguaci, di “tutti coloro che condividono i nostri interessi”: dunque si parte vincenti e lo spazio di tempo in cui ciò deve avvenire è “il prossimo decennio”, che il documento programmatico del presidente Biden definisce come “decisivo” e che poi nella programmazione della Difesa di Lloyd Austin si estende a comprendere “due decenni” destinati peraltro a prolungarsi nei decenni successivi. Dunque è un testo sul futuro del mondo.

La sfida culminante: la Cina

Questo è il mondo come è visto nel tempo, ma come è visto nello spazio, come viene proposto al nostro sguardo (e alle nostre decisioni) di oggi? Esso è un mondo di cui una parte (peraltro minore) si identifica con la democrazia, ed è contro l’altra, quella delle autocrazie, considerate costitutivamente minacciose e aggressive.

Nel documento del ministro della Difesa Lloyd Austin, esso è considerato come “l’ambito di sicurezza” in cui deve operare l’insieme delle Forze Armate americane (Joint Force), ovvero è il mondo come gli Stati Uniti se lo immaginano e vogliono che sia. È un mondo diviso tra quattro grandi soggetti considerati come contrapposti e in lotta fra loro: 1) Gli Stati Uniti e i loro alleati e partners; 2); la Cina; 3) la Russia, la Corea del Nord e le organizzazioni violente e estremiste, cioè il terrorismo; 4) la “zona grigia” che non è integrata in nessuno dei tre campi suddetti. L’Europa è aggregata al primo mondo, attraverso la NATO.

E subito, sia nel documento della Casa Bianca, sia in quello del Pentagono, vengono designati I due “competitori strategici”, quelli con cui dovrebbe disputarsi il dominio del mondo: e il maggiore non è, a sorpresa, il nemico tradizionale degli Stati Uniti, l’altra grande Potenza della seconda Guerra mondiale, la Russia, i cui “limiti strategici – sostiene Biden – sono stati messi in luce dopo la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina”; ora il vero nemico è la Cina. “La Russia – dice Biden – rappresenta una minaccia immediata e continua all’ordine di sicurezza regionale in Europa ed è una fonte di disturbo e instabilità a livello globale, ma non ha le capacità trasversali della Repubblica Popolare Cinese”.

Pertanto è la Cina a rappresentare la “sfida culminante” (pacing challenge) nel prossimo decennio e nei decenni successivi, a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio”. È questa la ragione per cui il piano di pace presentato da Xi Jinping per l’Ucraina, non è stato preso in considerazione.

È singolare che mentre per la Russia Biden abbia buon gioco nell’attribuirle “una minaccia immediata al sistema internazionale libero e aperto come ha dimostrato la sua brutale guerra di aggressione contro l’Ucraina”, ragione per cui essa doveva essere ridotta per punizione alla condizione di “paria” (che nel sistema indiano delle caste significa essere gettati fuori dall’umanità e dalla storia) per la Cina non c’è alcuna motivazione che sia addotta per doverla combattere, se non il fatto che essa sarebbe “l’unico concorrente che ha l’intenzione di rimodellare l’ordine internazionale e, sempre più spesso, ha il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per perseguire tale obiettivo”.

Sulla scia di questa “damnatio” pronunciata da Biden, pochi giorni dopo, il 27 ottobre, il documento operativo sulla “Strategia della Difesa Nazionale degli Stati Uniti” pubblicato dal Segretario alla Difesa Lloyd Austin, illustrava in che modo l’immenso potenziale americano sarebbe stato predisposto a sostenere con la deterrenza questa sfida con la Repubblica Popolare Cinese e a “scoraggiare l’aggressione”; esso sosteneva bensì che il conflitto con la Cina non è “né inevitabile né auspicabile” ma anche che gli Stati Uniti sono pronti, se la deterrenza fallisce, “a prevalere nel conflitto”, come del resto in ogni altro conflitto che si trovino a combattere.

Che succede in Israele e Palestina? La situazione volge al peggio. Tuttavia s’intravede qualche segnale positivo.

    bb3bf13b-a1c0-4fd5-9346-8f5b63f22861Israele e Palestina
    di Franco Meloni
    «Per il popolo palestinese non c’è fine al dolore, all’oppressione, al sacrificio, alla negazione della libertà e dell’indipendenza, ma solo muri, divieti, repressione e segregazione che dura dal 1967. #FreePalestine». Non sono certo un fan di Beppe Grillo e neppure appartengo al Movimento 5 Stelle da lui fondato, ma devo dire che condivido totalmente questo tweet da lui scritto il 7 aprile scorso e riportato sul suo blog, a commento di un articolo, che pure ho apprezzato, scritto da Torquato Cardilli, dal titolo “Sacrilegio e orrore in Terrasanta”, sugli episodi di violenza perpetuati dalla polizia e dall’esercito israeliano nei confronti di fedeli musulmani che pregavano nella “spianata delle moschee”.
    Il tweet è stato pubblicato poche ore prima dell’attentato terroristico di Tel Aviv in cui ha perso la vita il giovane avvocato italiano Alessandro Parini. Fino a quel momento i commenti al tweet di Grillo erano stati del tutto positivi, a sostegno della causa palestinese. Dopo hanno prevalso commenti di dileggio e insulto nei confronti di Grillo.

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    Noi non abbiamo avuto nessuna esitazione a condannare duramente l’atto di terrorismo che ha ucciso Alessandro Parini, sempre che di questo si sia trattato (come nella versione delle autorità israeliane). Ma questo esecrabile episodio, come pure i lanci dei razzi da Gaza, non cancellano le pesanti responsabilità del Governo israeliano che alimenta un clima di violenza, prima causa degli episodi di terrorismo destinati a ripetersi, come prevede la gran parte dei commentatori politici internazionali.
    ————————-
    In questo quadro di disperazione, spunta tuttavia qualche segno positivo, a cui vogliamo aggrapparci. Ci riferiamo alla notizia del calo di consensi del capo del governo israeliano Netanyahu e, ancor più al

    Sondaggio Gallup a favore dei palestinesi – La prima volta nella storia!

    Un blog di un movimento internazionale pro Palestina ci informa che ai primi di marzo, Gallup, una delle più grandi organizzazioni di sondaggi di opinione pubblica al mondo, ha reso noto un’indagine sulle “simpatie in Medio Oriente”, secondo cui il 49% dei democratici statunitensi ha espresso le proprie simpatie per i palestinesi, a fronte dell’oltre 38% per gli israeliani [la prima volta nella storia del sondaggio con un risultato a favore dei palestinesi]: “Guardando a tutti gli adulti statunitensi, indipendentemente dall’affiliazione partitica, il divario tra la preferenza verso Israele e la Palestina è il più stretto da quando sono iniziati i sondaggi sulla questione”. Al sondaggio Gallup nello stesso periodo se n’ è aggiunto un altro del Pew Research Center che ha mostrato che “più americani condividevano opinioni favorevoli che sfavorevoli sugli ebrei”. Come ha sottolineato lo scrittore e analista politico palestinese-americano Yousef Munayyer in un recente Tweet.
    Scorrendo i dati degli ultimi dieci anni, Munayyer ci avverte che gli atteggiamenti democratici nei confronti degli ebrei sono rimasti relativamente fermi, mentre le loro simpatie per i palestinesi sono aumentate. Questi due sondaggi (Gallup e Pew) presi insieme sono significativi perché offrono prove concrete che “simpatizzare con la situazione palestinese sotto l’oppressione delle sistematiche violazioni dei diritti umani da parte di Israele non dovrebbe avere nulla a che fare con l’atteggiamento della gente nei confronti degli ebrei o di qualsiasi gruppo”.
    Secondo il citato movimento pro Palestina, questo significa che “il mondo sta prendendo coscienza del fatto che il sostegno ai palestinesi e le critiche a Israele non hanno nulla a che fare con il proprio atteggiamento nei confronti del popolo ebraico”. Si dirà: si tratta di un sondaggio che riguarda solo gli USA. Ma tutti sappiamo quanto contano gli USA per Israele, se solo pensiamo al flusso di aiuti americani che beneficiano Israele e che potrebbero rischiare un ridimensionamento!
    Cogliamo allora questi segnali positivamente, enfatizzandoli, perché vanno nella direzione giusta, da noi auspicata in sintonia con i movimenti pacifisti e di impegno sociale di cui parlava anche il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, in uno dei suoi illuminanti interventi che tra i tanti abbiamo ripreso nella nostra News.
    Torneremo sulla questione, per opportuni approfondimenti, come nei nostri programmi.
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    - Nella foto in testa l’ingresso al campo profughi Aida di Betlemme (dicembre 2022).
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    politica-internazionale-correttto-copiarocca-8-del-15-apr-2023
    Il direttore di Rocca, Mariano Borgognoni, nell’editoriale dell’ultimo numero di Rocca preannuncia, a partire dal prossimo numero, un approfondimento della questione israelo-palestinese, anticipando questo impegno con la copertina della rivista: “Abbiamo voluto dedicare la copertina a quella grande parte del popolo israeliano che, con una mobilitazione senza eguali nella storia di quel Paese, ha per ora bloccato la riforma di Netanyahu, volta ad azzerare i poteri della Corte Suprema (il Parlamento, oltre a scegliere i giudici, potrebbe annullare le decisioni della Corte). La partita tuttavia rimane drammaticamente aperta. (…) approfondiremo la questione con l’attenzione che merita per l’importanza che, da diversi punti di vista, rivestono quel Paese e quella tormentata area del mondo”. In piena sintonia con gli amici di Rocca e della Pro Civitate Christiana di Assisi, ai quali ci legano consolidati rapporti di amicizia e collaborazione, vogliamo con Aladinpensiero unirci a tale programma, sia “rimbalzando” gli articoli che Rocca proporrà, sia proponendone altri di carattere documentale, di analisi e opinioni. In questo contesto siamo anche impegnati a segnalare e sostenere le iniziative della Caritas diocesana di Cagliari che al termine di un Pellegrinaggio in Terrasanta, tenutosi tra la fine dello scorso dicembre e l’inizio del nuovo anno, ha deciso di partecipare a programmi di solidarietà con il popolo palestinese, proposti dalla Caritas di Gerusalemme, rivolti soprattutto ai giovani palestinesi e alle persone di quelle zone in situazione di particolare disagio. Non solo quindi documentazione, dibattito e confronto di idee ma anche concreta operatività, per quanto possiamo fare.
    ————————-
    Cominciamo questa attività con la segnalazione di un importante documento, un dossier su “Apartheid in Israele – Appello urgente alle Chiese di tutto il mondo” redatto da Kairos Palestina e Global Kairos for Justice – 2022 e così firmato:
    firme-appello-palestina
    e, di seguito, alcuni articoli di Avvenire che danno conto di importanti iniziative di solidarietà in Palestina.
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    palestina-02
    APPELLO URGENTE
    ALLE CHIESE
    DI TUTTO IL MONDO

    UN DOSSIER SU APARTHEID IN ISRAELE Per scaricare il testo pdf dell’Appello: https://smips.org/2023/03/24/appello-urgentealle-chiesedi-tutto-il-mondo/
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    politica-internazionale-correttto-copia
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    avvenire-it_logoSolidarietà. Caritas-Focsiv insieme in Terra Santa per ripartire dai giovani
    Luca Geronico, inviato a Gerusalemme e Betlemme sabato 1 aprile 2023
    L’accesso per tutti all’istruzione, in Cisgiordania come in Israele, è la chiave dei progetti che si sviluppano intono alle nuove generazioni. «Quello che hanno smarrito è la speranza»
    ———————————————–
    L’iniziativa. Betlemme: pane, amore e sviluppo
    Luca Geronico, inviato a Betlemme martedì 4 aprile 2023
    Il forno dei salesiani da più di un secolo è punto di riferimento nella città. Le Ong: «Un’impresa sociale da seguire» Martedì 4 aprile su Tv2000 e Radio InBlu la maratona di solidarietà «Insieme per gli ultimi»
    —————————————-
    f23ce055-7b07-470f-80aa-a68917feb7f1Democrazia fragile in Israele. Speranza nei giovani
    3 Aprile 2023 by Fabio | su C3dem.
    La democrazia in Israele è fragile, i giovani la salveranno:
    Francesca Caferri, In piazza con Grossman “La democrazia è fragile i giovani la salveranno” (la Repubblica).
    - David Grossman.
    ————————————
    Un sabato santo pieno di tensioni. Colloquio con il patriarca latino di Gerusalemme mons. Pierbattista Pizzaballa. Su formiche.net:
    https://formiche.net/2023/04/conflitto-medio-oriente-patriarca-latino-gerusalemme/
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    ———Eventi segnalati————————-
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    ffd713e0-6677-4082-a5ad-0478fb5c68bcEvento venerdì 21 aprile 2023.
    L’incontro, dal titolo “Laicità e laicismo: una questione aperta”, si terrà venerdì 21 aprile 2023, alle ore 17.30, nell’Aula magna della Facoltà Teologica della Sardegna. Dopo i saluti del Preside della Facoltà, Mario Farci, interverrà Luca Diotallevi, docente ordinario di Sociologia all’Università Roma Tre. Modererà il giornalista Franco Siddi. L’evento è organizzato dalla Facoltà Teologica della Sardegna e dall’Associazione Suor Giuseppina Nicoli, con la collaborazione degli Amici del Cammino sinodale.
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    5c534135-1dfc-40db-9176-9fe11577a596
    ———————13 aprile 2023
    anpi-13-4-23
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Israele e Palestina

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Il direttore di Rocca, Mariano Borgognoni, nell’editoriale dell’ultimo numero di Rocca preannuncia, a partire dal prossimo numero, un approfondimento della questione israelo-palestinese, anticipando questo impegno con la copertina della rivista: “Abbiamo voluto dedicare la copertina a quella grande parte del popolo israeliano che, con una mobilitazione senza eguali nella storia di quel Paese, ha per ora bloccato la riforma di Netanyahu, volta ad azzerare i poteri della Corte Suprema (il Parlamento, oltre a scegliere i giudici, potrebbe annullare le decisioni della Corte). La partita tuttavia rimane drammaticamente aperta. (…) approfondiremo la questione con l’attenzione che merita per l’importanza che, da diversi punti di vista, rivestono quel Paese e quella tormentata area del mondo”. In piena sintonia con gli amici di Rocca e della Pro Civitate Christiana di Assisi, ai quali ci leganoo consolidati rapporti di amicizia e collaborazione, vogliamo con Aladinpensiero unirci a tale programma, sia “rimbalzando” gli articoli che Rocca proporrà, sia proponendone altri di carattere documentale, di analisi e opinioni. In questo contesto siamo anche impegnati a segnalare e sostenere le iniziative della Caritas diocesana di Cagliari che al termine di un Pellegrinaggio in Terrasanta, tenutosi tra la fine dello scorso dicembre e l’inizio del nuovo anno, ha deciso di partecipare a programmi di solidarietà con il popolo palestinese, proposti dalla Caritas di Gerusalemme, rivolti soprattutto ai giovani palestinesi e alle persone di quelle zone in situazione di particolare disagio. Non solo quindi documentazione, dibattito e confronto di idee ma anche concreta operatività, per quanto possiamo fare.
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Cominciamo questa attività con la segnalazione di un importante documento, un dossier su “Apartheid in Israele – Appello urgente alle Chiese di tutto il mondo” redatto da Kairos Palestina e Global Kairos for Justice – 2022 e così firmato:
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e, di seguito, alcuni articoli di Avvenire che danno conto di importanti iniziative di solidarietà in Palestina.
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APPELLO URGENTE
ALLE CHIESE
DI TUTTO IL MONDO

UN DOSSIER SU APARTHEID IN ISRAELE Per scaricare il testo pdf dell’Appello: https://smips.org/2023/03/24/appello-urgentealle-chiesedi-tutto-il-mondo/
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Luca Geronico, inviato a Gerusalemme e Betlemme sabato 1 aprile 2023
L’accesso per tutti all’istruzione, in Cisgiordania come in Israele, è la chiave dei progetti che si sviluppano intono alle nuove generazioni. «Quello che hanno smarrito è la speranza»
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L’iniziativa. Betlemme: pane, amore e sviluppo
Luca Geronico, inviato a Betlemme martedì 4 aprile 2023
Il forno dei salesiani da più di un secolo è punto di riferimento nella città. Le Ong: «Un’impresa sociale da seguire» Martedì 4 aprile su Tv2000 e Radio InBlu la maratona di solidarietà «Insieme per gli ultimi»
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f23ce055-7b07-470f-80aa-a68917feb7f1Democrazia fragile in Israele. Speranza nei giovani
3 Aprile 2023 by Fabio | su C3dem.
La democrazia in Israele è fragile, i giovani la salveranno:
Francesca Caferri, In piazza con Grossman “La democrazia è fragile i giovani la salveranno” (la Repubblica).
- David Grossman.

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———Eventi segnalati————————-
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ffd713e0-6677-4082-a5ad-0478fb5c68bcEvento venerdì 21 aprile 2023.
L’incontro, dal titolo “Laicità e laicismo: una questione aperta”, si terrà venerdì 21 aprile 2023, alle ore 17.30, nell’Aula magna della Facoltà Teologica della Sardegna. Dopo i saluti del Preside della Facoltà, Mario Farci, interverrà Luca Diotallevi, docente ordinario di Sociologia all’Università Roma Tre. Modererà il giornalista Franco Siddi. L’evento è organizzato dalla Facoltà Teologica della Sardegna e dall’Associazione Suor Giuseppina Nicoli, con la collaborazione degli Amici del Cammino sinodale.
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La Pace è possibile? Incontro dibattito a Iglesias con Marco Tarquinio

32f34d44-b83b-4659-b638-b38592f5a718 Diocesi di Iglesias, Parrocchia Cuore Immacolato di Maria
e Settimanale Diocesano Sulcis Iglesiente Oggi

COMUNICATO STAMPA
per incontro pubblico con Marco Tarquinio
Direttore del quotidiano Avvenire

America, America

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DONALD TRUMP E IL CAOS
di Marino de Medici*

La carta che Donald Trump ha deciso di giocare per impedire la vittoria democratica a Novembre è una sola: il caos. E’ ormai chiaro infatti che l’intento del presidente repubblicano è di rendere impossibile una pacifica transizione del potere, generando un’incontrollabile agitazione civile e per l’appunto il caos politico, qualora dovesse perdere le elezioni. In tal caso, vale il suo grido di battaglia: “facciamola finita con la democrazia!”. Il preludio della guerra di Trump contro le istituzioni democratiche è ormai strettamente associato al costante messaggio che egli emana: “le elezioni sono una frode”. Lo va ripetendo con crescente intensità. Il messaggio più recente giunge a questo estremo: “In conseguenza delle schede inviate per posta, l’elezione del 2020 sarà la più truccata nella storia della nazione – a meno che non venga arrestato
un corso così stupido. Abbiamo votato durante la prima guerra mondiale e la seconda guerra mondiale senza problema, ma ora stanno servendosi del Covid al fine di truffare con il voto postale”. Senza il minimo ritegno, il presidente si è spinto fino a sostenere che le schede per il voto postale “già vengono stampate in Paesi stranieri”.
Più chiaro di così il presidente non potrebbe essere: se non dovesse vincere, sarà una frode, perpretata con il voto postale.

I fatti dimostrano che il voto postale non è un’invenzione recente dei democratici ma un metodo di voto che gli stessi repubblicani hanno usato in precedenti elezioni con risultati a loro favorevoli in certi casi. L’accanimento di Trump contro il voto postale è legato ad un altro fatto, che entrambi i partiti hanno investito ingenti risorse
nello sforzo diretto a far votare per posta il maggior numero possibile di cittadini per una giustificabile salvaguardia contro il flagello della pandemia. La strategia di Trump è un’altra: quella di preparare il terreno ad una serie di denunce e ricorsi alla magistratura come base del suo rifiuto di accettare una sconfitta elettorale.
Trump spera in uno o più eventi in cui il conteggio a lui favorevole dei suffragi espressi alle urne dovesse essere rovesciato al termine dello spoglio dei voti pervenuti per posta.

Si può purtroppo immaginare un film dell’orrore, quello di un’interminabile notte elettorale in cui i cittadini americani apprendono dalla televisione l’esito della consultazione in uno stato per poi essere trascinati nel dubbio dalla rimonta dei voti postali.
La democrazia impone che il conteggio dei voti sia scrupoloso ma anche che sia rapido.
E’ un fatto comunque che in diverse occasioni le autorità elettorali hanno dovuto sospendere l’annuncio dei risultati in attesa che venissero conteggiati i voti espressi per corrispondenza. In pratica, la democrazia ammette la possibilità di un ritardo nell’annuncio dell’esito elettorale ma è prevedibile che Trump sfrutterà il ritardo come prova di una frode, o addirittura di una congiura in atto. Il caos è l’obiettivo del presidente nel caso in cui gli exit polls dovessero segnalare la vittoria di Joe Biden.

Un altro aspetto strumentale della strategia del caos è quello della “suppression” del voto democratico, attraverso una serie di maligni artifizi che vanno dalle “purghe” dei registri elettorali all’imposizione di condizioni perverse come quelle degli stati
repubblicani che obbligano l’elettore a presentare un documento di identità con fotografia, approvato dall’autorita’ del luogo. Questi ed altri impedimenti alla democrazia rappresentativa non salveranno la presidenza Trump ma dovranno fornire lo spunto alla prossima aministrazione ed al Congresso per regolamentare un processo elettorale moderno ma tale da assicurare il pieno esercizio del diritto di voto per classi come quelle degli afro-americani e di gente di colore che da tempo immemorabile si sono trovate escluse in forza di norme come l’odiosa “poll tax” negli stati del sud o i documenti con foto e la prova di residenza dei giorni nostri.

In una panorama catastrofico come quello del mancato riconoscimento della potenza distruttiva del coronavirus prima e della sciagurata riapertura dopo (basti segnalare che i casi di infezione sono aumentati in misura pari a quelli registrati a Marzo), la sensazione dominante in una massa di americani è che l’America ha perso completamente il ruolo di leader mondiale. Non solo gli Stati Uniti hanno fallito nel compito di portare sotto controllo la pandemia al momento del suo insorgere, ma dopo aver registrato una crisi di pubblica sanità incomprensibile in un Paese scientificamente avanzato, hanno ripetuto ed aggravato il fallimento delle misure sanitarie. Il “genio stabile” che Trump si è pubblicamente vantato di essere ha ignorato le raccomandazioni degli esperti, pur avendo accesso a straordinarie risorse mediche e finanziarie, tali da far fronte alla pandemia. Il coronavirus che ha prostrato l’America non è il prodotto di una congiura democratica per cacciare Trump dalla Casa Bianca ma della sua assoluta incompetenza e del rifiuto della scienza.

L’ultima definitiva prova della insensibilità di Donald Trump dinanzi alla scandalosa deficienza della “public health” negli Stati Uniti è fornita dal ricorso della sua amministrazione alla Corte Suprema con la richiesta di annullamento della legge sanitaria conosciuta come Obamacare, che un giudice trumpista del Texas ha definito “anti-costituzionale”. La perdita dei benefici di Obamacare colpirebbe non meno di 23 milioni di americani che hanno perso il lavoro, e quindi la copertura assicurativa. In termini umani, la crociata anti-Obama
– una perdurante ossessione del presidente – nel bel mezzo di una pandemia che finora ha ucciso 130.000 americani – è “un atto di impenetrabile crudeltà”, come l’ha definito lo Speaker della Camera Nancy Pelosi. Ma il vero scandalo, che presumibilmente i democratici sfrutteranno a fondo nelle battute finali del dibattito elettorale, è l’ipocrisia di Trump nell’assicurare che Obamacare sarà rimpiazzata da “un’alternativa altamente migliore e molto meno costosa”. Di fatto, in tre anni di governo, l’Amministrazione Trump non ha introdotto ne’ proposto una simile “alternativa”. Nel quadro elettorale, torneranno certamente a farsi sentire le preoccupazioni per l’assistenza sanitaria di gran parte dell’elettorato che contribuirono in misura sostanziale alla vittoria dei democratici nelle elezioni per la Camera del 2018.

Molto lascia pensare che la contesa elettorale verrà decisa dal danno economico che l’America ha patito e continua a patire in conseguenza della pessima gestione sanitaria e dell’incapacità del presidente di dare fiducia ad una nazione sconvolta da una crisi mostruosa. Per tutta risposta, il presidente repubblicano ha tagliato i fondi per il “testing” ed ha propagato accuse di “complotti” che rispondono alla sua strategia di “guerra culturale” volta a dividere gli americani e a promuovere il “culto” di Donald Trump. Se verrà il caos, secondo Trump ed il suo vice Mike Pence sarà colpa della stampa che mira ad “infondere paura” tra gli americani. Da notare infine che lo stesso
Pence, come del resto il presidente, ha evitato di consigliare l’uso delle mascherine ma ha suggerito che gli americani seguano le istruzioni degli stati in merito alle “coperture facciali”. Il mediocre evangelico vice di Trump ha concluso con un appello: “continuate a pregare”. All’America insomma non resta che pregare perché non venga il caos predisposto da Donald Trump.
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usa-e-getta
LE DONNE E I GIOVANI ARBITRI DEL VOTO

Le donne e i giovani sono le due ruote del lotto elettorale americano dal quale uscirà il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti. Le previsioni sono sempre una scommessa che riposa su una gamma di sondaggi che in realtà rappresentano uno “snap shot”, una foto del momento. Al momento, se si considera lo “snap shot” di questa fase elettorale, Donald Trump è avviato ad una sonora sconfitta e il partito repubblicano alla perdita della maggioranza al Senato.

Cominciamo dalle donne e dalla previsione che voteranno a favore del candidato democratico Biden in misura maggiore rispetto al loro voto per Hillary Clinton nel 2016.
La forte condanna della stravolgente presidenza Trump è ormai associata al doloroso impatto del coronavirus, aggravato dagli errori dell’amministrazione all’insorgere della pandemia. Il “gender gap”, ossia il divario di genere che ha proiettato le donne verso le posizioni democratiche è risultato decisivo nelle elezioni congressuali del 2018 che hanno portato alla Camera dei Rappresentanti un numero record di donne, 117 contro le 89 della precedente legislatura. Nelle elezioni presidenziali del 2016 Hillary conquistò la maggioranza del voto femminile ma non nella proporzione necessaria per strappare il voto del Collegio Elettorale negli stati chiave, dove Trump prevalse grazie al voto degli uomini bianchi. Questa volta la musica è cambiata. Ad esempio, nel Wisconsin, la più inaspettata vittoria di Trump nel 2016, le donne votarono per Hillary con un margine di dieci punti (53 contro 43 per cento). Il rilevamento demoscopico di questi giorni nel Wisconsin conferisce a Biden un vantaggio di 20 punti tra le donne (55 contro 33 per cento) che in presenza di un voto costante per Trump tra gli uomini (55 per cento) dovrebbe conferire a Biden un margine di vantaggio del 3 per cento nello stato. Analoghi sondaggi registrano un netto vantaggio di Biden in taluni stati chiave per il Collegio Elettorale, tra cui la Pennsylvania, il Michigan e la Florida. In quest’ultimo stato Biden è appoggiato dal 51 per cento delle donne rispetto al 38 per cento a favore di Trump.

Nel quadro del voto femminile va fatta una distinzione, che di fatto Trump raccolse la maggioranza dei suffragi delle cosidette “working women” bianche, con un margine del 27 per cento. Le donne che lavorano non hanno un titolo di studio superiore. Il vantaggio in quella categoria si è ridotto ora, stando ai sondaggi, a 6 punti. Se questo dato dovesse essere confermato a Novembre, si tradurrebbe per Trump in una perdita di 2 punti del voto popolare suggellando la sua sconfitta elettorale.
Nel 2016 infatti Trump strappò la maggioranza del Collegio Elettorale con il 46 per cento del voto popolare. Con il 44 per cento non sarà possibile.

La macchina elettorale di Trump sta lavorando intensamente per recuperare il voto delle cosiddette “downshifters”, le donne che avevano votato per lui nel 2016 ma avevano poi abbandonato i candidati repubblicani nel 2018. Ma anche questa è una missione impossibile perchè le donne che lavorano sono quelle che hanno più sofferto dalla pandemia e dalla drammatica contrazione economica che tra l’altro ha sottratto loro i mezzi per pagare gli asili nido. Un’altra importante differenza emersa è che mentre il 59 per cento degli uomini bianchi senza laurea si pronunciano a favore del rilancio dell’economia rispetto allo sforzo di contenimento del virus, il 57 per cento delle donne che lavorano invocano la neutralizzazione del virus anche al costo di una sofferenza economica. I demografi confermano che sarà pressocchè impossibile per Trump far leva sul voto femminile in quanto le donne sono “stanche” della sua presidenza. Con Trump – osservano – le donne avevano provato “qualcosa di nuovo” ma ora sanno che il presidente repubblicano è “uno che non unisce ma divide”. In conclusione, le donne non rappresentano un blocco monolitico ne’ votano necessariamente in base alle priorità feminili, ma negli ultimi tre anni hanno preso parte attiva alla vita politica, in ragione del 29 per cento in più rispetto al passato, dovuto soprattutto al concorso della generazione dei “millennials” e delle donne appartenenti a minoranze. Un ultimo fattore che sospinge il voto femminile per i democratici è l’impegno assunto da Biden di scegliere una donna per la candidatura vicepresidenziale. L’effetto sarà tanto più rilevante se dovesse trattarsi di una donna di colore, un ulteriore forte incentivo al voto degli afro-americani.

Negli Stati Uniti, i giovani votano in misura nettamente inferiore rispetto alle maggiori età e sono meno propensi ad affiliarsi ad un partito politico. Ma le cose vanno cambiando anche per la generazione dei “millennials” e per la cosidetta “generazione Z”, quella dei nati tra il 1995 ed il 2015. Sono noti come “zoomers”, in pratica i nipoti dei famosi “boomers”. La peculiarità distintiva di queste nuove categorie di elettori è che sono nella maggior parte indipendenti, ne’ democratici ne’ repubblicani, portati a votare in base alle loro preferenze politiche oppure ai valori dei candidati in lizza. Un’indagine demoscopica tra gli elettori di età compresa tra i 17 e i 35 anni ha accertato
che il 35 per cento si classifica democratico, il 24 per cento repubblicano e il 37 per cento indipendente. Tra coloro che ancora non si sono iscritti nelle liste elettorali, la grande maggioranza – il 72 per cento – si definisce indipendente.
In generale, i giovani elettori appaiono bene informati ma alieni da una identificazione partitica. Di fatto, molti di loro professano una forte dose di scetticismo nei confronti del partito democratico e dei suoi leader. Quelli che si definiscono conservatori rifuggono da una identificazione con il partito repubblicano, e dissentono in particolare dai capisaldi della piattaforma repubblicana in materia di politiche sociali e del clima. Un altro aspetto che li contraddistingue è il fardello di debiti che li opprime in confronto al minor debito personale delle precedenti generazioni. La recessione economica generata dalla crisi del coronavirus ha accentuato la protesta dei giovani contro la diseguaglianza economica e le politiche sociali dell’amministrazione Trump, che per quanto abbia lievitato il mercato azionario, non ha accresciuto il reddito e la ricchezza della classe media.

Altrettanto cruciale ai termini delle preferenze dei giovani è il fatto che nella recrudescenza della pandemia sono i giovani a farne maggiormente le spese. I casi di coronavirus sono drammaticamente aumentati in 40 dei 50 stati americani e quattro stati in particolare – Arizona, Florida, California e Texas – hanno registrato un alto numero di infezioni tra le giovani generazioni. In ultima analisi, il comportamento dei giovani elettori non può che essere ricondotto all’impatto che su di essi ha avuto e sta avendo il “trumpismo”, un cocktail incendiario di populismo economico, nazionalismo anti-immigrazione ed isolazionismo alla fasulla insegna del MAGA (Make America Great Again). Nell’elezione midterm del 2018 ha votato il 22 per cento degli aventi diritto al voto tra i 18 e i 24 anni e il 30 per cento tra i 25 e i 29. L’affluenza sarà certamente più alta a Novembre anche perchè i giovani sono più portati a votare in una consultazione presidenziale. Non meno importante è il dato che gli elettori tra i 18 e i 29 anni appartengono all’unico gruppo demografico che ha accresciuto la sua
affluenza alle urne nell’arco di tempo tra il 2012 e il 2016. Tutti i rilevamenti demoscopici recentemente condotti pronosticano un’affluenza alle urne ancor maggiore, accompagnata ad un crescente livello di entusiasmo. Altrettanto interessante è la scoperta che il 54 per cento di coloro che seguono la campana elettorale sui “social media” ed offline si dichiara “estremamente propenso” a votare. E’ quindi prevedibile che il voto dei giovani in questo rilevante segmento di elettori che si affidano al telefono e al laptop anzichè alla televisione via cavo, peserà a favore dei candidati democratici alla Casa Bianca e Senato.

I giovani sono influenzati da preoccupazioni sociali ed economiche che vanno dal pesante debito contratto per gli studi universitari alle scarse opportunità di avanzamento socio-economico. Le adunate di giovani, bianchi e di razza mista, che sono scesi nelle piazze per le dimostrazioni del “Black Lives Matter” rappresentano un importante indicatore di sostegno delle candidature democratiche. I giovani tra i 18 e i 35 anni costituivano un settore non sfruttato dell’elettorato americano. Oggi, una percentuale in deciso aumento di giovani elettori è avviata a far valere le sue ragioni nella consultazione presidenziale e senatoriale. Sono infatti in palio 35 seggi senatoriali su 100 e i democratici puntano a guadagnarne quattro (senza perderne alcuno) per conquistare una maggioranza che cambierebbe il corso della politica americana dopo la rovinosa parentesi della presidenza Trump. In conclusione, donne e giovani forniranno il margine di successo di Joe Biden per il ritorno ad una amministrazione “normale”.

Gli americani di età superiore ai 65 anni sono di gran lunga i votanti più affidabili, con un’affluenza alle urne del 58 per cento nel 2014 e del 73 per cento nel 2016.

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USA. Trump: una presidenza che sta scivolando verso la disperazione

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usa-sanita-marino-e-giovanni La battaglia delle mascherine .
marino-de-medici-fdi Marino de Medici.
L’America è spaccata a metà su una molteplicità di fronti che riconducono alla battaglia elettorale, che sarà decisa – convengono praticamente tutti gli osservatori – dal decorso della pandemia e dell’economia. Il contrasto più sconcertante è quello sulle mascherine di protezione. Una massa di americani si è sollevata contro le disposizioni statali e cittadine che impongono l’uso delle mascherine come se queste fossero un’imposizione tirannica invece che misure di controllo consigliate dalla scienza contro il coronavirus. Sono molti gli esercizi commerciali che violano deliberatamente le restrizioni precauzionali mentre vaste ammucchiate di festaioli di molti stati, dall’Arizona alla Florida, ignorano completamente le regole che impongono il distanziamento. Altri ancora, e non sono pochi, si sono semplicemente stancati di osservare le precauzioni prescritte da amministratori e autorità sanitarie.

L’America assiste allo sconcertante confronto tra stati sulle due coste, dove la Florida non impone l’impiego delle mascherine mentre nella California sono obbligatorie. In pratica, la pandemia è un altro campo in cui gli americani
sono divisi a motivo delle loro ideologie e simpatie politiche. Per alcuni la mascherina è sinonimo di accettazione di un dovere pubblico e della disponibilità ad accettare il sacrificio individuale per il bene pubblico. Per altri,le mascherine rappresentano l’ennesimo tentativo di espansione del potere federale ed una violazione delle libertà personali. Il presidente Trump ha incoraggiato la politicizzazione del confronto, con il chiaro intento di fomentare accesi contrasti e divisioni che egli spera possano ricreare il clima che lo portò sorprendentemente alla Casa Bianca.

Entro un paio di settimane, intanto, sapremo se il comizio all’aperto a Tulsa, cui sono intervenute poche migliaia di sostenitori invece dell’adunata che il presidente si aspettava, sia stato un disastro per la pubblica sanità oppure uno stimolo per la rielezione. In parole povere, Trump ha fatto una scommessa usando come posta le vite dei suoi fedelissimi. Gli osservatori possono scommettere a loro volta che Trump punterà ancora su oceanici comizi alla barba dei dati che registrano una crescente percentuale di contagi. Il comizio di Tulsa è stato un grosso errore anche perchè la macchina elettorale di Trump aveva pompato le aspettative in termini di partecipazione e di impatto sulla platea generale dell’elettorato. Lo stesso discorso del presidente ha confermato il sospetto di molti osservatori che il presidente abbia problemi psicologici che lo rendono incoerente. E’ questa un’altra importante ragione perchè il candidato democratico Biden osservi un basso profilo, lasciando che Donald Trump si autodistrugga.
[segue]

Il culto della personalità per sostituire la democrazia

93216bd0-0268-42d5-a7ec-c0edb6ad700b Il volto codardo dell’autoritarismo.

The New York Times del 3 dicembre 2018
di Timothy Snyder* – Traduzione di Raffaele Deidda

Prima vediamo la faccia. La faccia dell’America Donald Trump o dell’Ungheria Viktor Orban, o del russo Vladimir Putin, o del turco Recep Tayyip Erdogan, il volto di uomini che vogliono trasformare le democrazie in culti della personalità.

Il volto è il marchio più antico della leadership, il marchio che funziona per clan o tribù. Se vediamo solo la faccia, non pensiamo alle politiche o alla politica. Stiamo invece accettando il nuovo regime e le sue regole. Tuttavia una democrazia riguarda la gente, non una singola persona mitizzata. Le persone hanno bisogno della verità, quella che il culto della personalità distrugge. Le teorie della democrazia, dagli antichi greci attraverso l’illuminismo fino ad oggi, danno per scontato che il mondo intorno a noi dia la precedenza alla comprensione. Seguiamo i fatti insieme ai nostri concittadini. Ma nel culto della personalità la verità è sostituita dal credere e noi crediamo in ciò che il leader vuole che crediamo. Il volto sostituisce la mente.

La transizione dalla democrazia al culto della personalità inizia con un leader che è disposto a mentire sempre, con lo scopo di screditare la verità in quanto tale. La transizione è completa quando le persone non possono più distinguere tra verità e sentimento. Il culto della personalità funziona allo stesso modo ovunque; si basa sulla nozione imprecisa che il volto rappresenta in qualche modo la nazione. Il culto della personalità ci fa sentire, piuttosto che pensare. In particolare, ci fa sentire che la prima domanda della politica è “Chi siamo noi e chi sono loro?” piuttosto che “Com’è il mondo e cosa possiamo fare noi al riguardo?” Una volta che accettiamo che la politica riguardi “noi e loro”, sentiamo di sapere chi siamo “noi”, dal momento che sentiamo di sapere chi sono “loro”. In realtà, non sappiamo nulla, dal momento che abbiamo accettato la paura e l’ansia, le emozioni animali, come base della politica. Siamo stati giocati

Gli autoritari di oggi dicono bugie di media grandezza. Queste si riferiscono solo superficialmente alle esperienze; ci trascinano in una caverna di emozioni. Se crediamo che Barack Obama sia un musulmano nato in Africa (una menzogna americana con il sostegno russo), o che Hillary Clinton sia una mezzana pedofila (una menzogna russa con il sostegno americano), in realtà non stiamo pensando; stiamo cedendo il passo alla paura sessuale e fisica.
Queste menzogne ​​di media grandezza non sono proprio le grandi bugie dei totalitarismi, sebbene gli attacchi di Orban a George Soros come leader di una cospirazione ebraica gli assomiglino. Sono, tuttavia, abbastanza grandi da contribuire a rendere disabile il mondo reale. Una volta accettate queste bugie, ci disponiamo a credere a tutta una serie di altre falsità, o almeno sospettiamo che ci siano altre, più vaste cospirazioni.

Il volto del leader diventa, di conseguenza, una bandiera, un indicatore arbitrario di “noi” e “loro”. Internet e i social media ci stanno aiutando a vedere la politica in questo modo binario. Pensiamo di fare delle scelte mentre stiamo seduti di fronte ai nostri computer ma le scelte sono, di fatto, strutturate per noi da algoritmi che apprendono cosa ci terrà online. La nostra attività online insegna alle macchine che gli stimoli più efficaci sono negativi: paura e ansia. Quando i social media diventano istruzioni politiche, ci sentiamo rappresentati dai politici che riproducono lo stesso binario: cosa ci fa paura e cosa ci fa sentire sicuri? Chi sono loro e chi siamo noi?

Una volta il culto della personalità aveva bisogno di monumenti; ora richiede “meme” (contenuti che in poco tempo diventano virali, n.d.r). I social media pervadono l’immaginazione pubblica come le gigantesche statue dei tiranni dei tempi passati che occupavano lo spazio pubblico. Ma, come ricordano quei monumenti, i tiranni muoiono sempre. La vuota postura eterosessuale, le foto insulse senza camicia, la misoginia e l’indifferenza per l’esperienza femminile, le campagne anti-gay, sono progettate per nascondere un fatto fondamentale: il culto della personalità è sterile. Non può riprodursi. Il culto della personalità è la mitizzazione di qualcosa di temporaneo. È quindi confusione e, in fondo, vigliaccheria: il leader non può accettare il fatto che morirà e sarà sostituito, e i cittadini sono complici dell’illusione dimenticando che condividono la responsabilità per il futuro. Il culto della personalità diminuisce la capacità di far andare avanti un paese. Quando accettiamo un culto della personalità, non stiamo solo rinunciando al nostro diritto di scegliere i leader, ma anche smussando le capacità e indebolendo le istituzioni che ci permetterebbero di farlo in futuro. Mentre ci allontaniamo dalla democrazia, dimentichiamo il suo scopo: dare a tutti noi un futuro. Il culto della personalità dice che una persona ha sempre ragione; così dopo la sua morte arriva il caos.

La democrazia dice che tutti noi commettiamo errori, ma che abbiamo la possibilità, ogni tanto, di correggere noi stessi. La democrazia è il modo coraggioso di avere un paese. Il culto della personalità è un modo vigliacco di distruggerne uno.

* Docente di Storia all’Università di Yale e membro permanente presso l’Institute for Human Sciences di Vienna.

Link all’articolo originale: https://www.nytimes.com/2018/12/03/opinion/authoritarian-leaders-trump-putin-orban.html?fbclid=IwAR2ZUru4uP4Adc5lRmFluk1Q_K7D8SkmHhNUMYo731-_XO8MUBlLq4JeksoH