Convegno Adriano Olivetti e la Sardegna – Dibattito
Convegno su Adriano Olivetti. Dibattito
Rileggendo Adriano Olivetti: che non era utopico ma oggi, forse, lo è.
di Gianni Loy
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Mercoledi 10 giugno Arnaldo Scarpa presenterà alla CSS il libro tratto dalla sua tesi di laurea magistrale, uscito a gennaio 2026. Il libro apre utili riflessioni, che tra l’altro oggi si possono legare alla prima enciclica “Magnifica Humanitas” di Leone XIV: sicuramente troverà spazio anche nella presentazione e nel dibattito che seguirà. L’evento sarà coordinato da Franco Meloni, giornalista.
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Pubblichiamo una recente intervista a Arnaldo Scarpa a cura di Luana Farina Martinelli per indielibri .
“Con Günther Anders. Per agire prima che sia troppo tardi”. Intervista all’autore Arnaldo Scarpa
Ne avevamo già parlato qui qualche settimana fa [QUI], ma tornarci sopra oggi ha ancora più senso. Il presente sembra muoversi lungo linee sempre più instabili: conflitti armati che tornano a minacciare scenari nucleari.
Nel saggio di Arnaldo Scarpa, il pensiero di Günther Anders (1902 – 1992) viene ripreso per offrirci una chiave di lettura lucida e scomoda. Le sue riflessioni sulla tecnica, sull’alienazione e sulla guerra non appartengono solo al Novecento, ma sembrano parlare direttamente al nostro tempo, mettendo a fuoco i rischi concreti che l’umanità sta affrontando.
Un libro che appare come un importante strumento di dibattito e riflessione nel presente.
Ne parliamo con l’autore in questa intervista realizzata da Luna Afarina Martinelli.
1) Nel tuo libro compare un concetto molto forte di cui Anders si è occupato in modo critico: “L’uomo per il mondo, non più il mondo per l’uomo” [***]. Cosa significa in un mondo tecnocratico come il nostro?
Sì, Anders arriva anche a parlare di un “mondo senza l’uomo”, non nel senso di un mondo privato della presenza della specie umana, magari a causa dell’olocausto nucleare, ma invece proprio del nostro mondo contemporaneo, dominato dalla tecnica. Un mondo in cui gli individui perdono capacità di autodeterminazione e diventano ingranaggi di grandi sistemi tecnocratici come il mercato globale che registra e studia i nostri comportamenti e, mediante gli algoritmi di comunicazione, orienta i consumi, ma anche il voto, di larghe fasce di cittadini e cittadine.
2) Tu parli della necessità di immaginare un futuro più umano e sostenibile. Da dove dovrebbe partire questo cambiamento?
Sì, direi prima immaginare un futuro a misura di uomo e di donna e poi progettare e costruire, in maniera graduale ma determinata questo futuro. Il futuro non è il prodotto del caso, non è necessario avere “fortuna”, ma piuttosto considerare che mentre ci muoviamo in questo mondo, in ogni istante, stiamo preparando quello che verrà immediatamente dopo. Abbiamo una grande responsabilità. Se ce ne accorgessimo, abbandonare ogni pulsione egoistica e violenta sarebbe automatico. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, non possono esistere benessere, felicità e pace, se non per tutti.
3) Nel libro emerge anche il tema della resistenza all’omologazione. Perché è così importante oggi?
Omologazione è quella che impone il sistema tecnocratico, significa perdere la propria individualità, la personalità, l’originalità per diventare ingranaggi di un sistema grigio che si ripete sempre uguale a sé stesso fino a quando non implode e si autoestingue. Significa diventare parte del “pensiero unico”. Ogni volontà autoritaria si serve dell’omologazione per costruire non cittadini, ma soldati pronti ad obbedire. Una volta caduti nella trappola dell’omologazione si è consegnati al ruolo di supporter del potente di turno, piccolo o grande, che sfrutterà gli omologati per perpetuare il proprio delirio di potenza. La sfida è resistere all’omologazione senza separarsi dal resto dell’umanità, senza costituire una forza esclusivamente antagonista, ma rimanendo in dialogo con tutti, fino a “con-vincere”, non nel senso di inculcare negli altri il nostro pensiero ma con quello di “vincere insieme”. Solo insieme ci si salva.
4) Il tuo libro contiene una critica molto dura alla civiltà tecnologica, ma allo stesso tempo emerge un grande affetto per l’umanità. Credi nell’essere umano?
Gli uomini e le donne sono certamente criticabili per molti aspetti, ma sono il nostro “noi”. Gli altri sono dentro di me, con tutte le loro incoerenze, le crudeltà, le stupidità, ecc., fanno parte del mio essere, sono il mio “esserCi” nel mondo, come direbbe Heidegger. Se fossi solo al mondo, senza che nessuno fosse stato prima di me, senza la possibilità di nessuno dopo di me, non potrei mai essere ciò che sono. Tutto il brutto dell’umanità è dentro di me, ma anche tutta la bellezza, l’arte, l’amore, la fratellanza e la sorellanza. Se guardo il mondo con occhi “amanti”, sono subito capace di provare per esso, e specialmente per quella parte che è costituita dagli uomini e dalle donne, la stessa pena che si prova per l’amato quando è in preda a qualche sofferenza. Il mondo soffre, l’umanità geme, e l’amore per entrambi ci rende capaci di soffrire con loro, ma anche di agire… prima che sia troppo tardi.
5) Ti definisci un “ecopacifista”. Cosa intendi con questa definizione?
L’ho usata per la prima volta, insieme all’aggettivo “irriducibile”, nel sottotitolo del mio primo libro, una raccolta di poesie giovanili accompagnata dalla mia autobiografia come chiave di lettura dei testi poetici. Il senso che io le voglio dare è sottolineare la strettissima relazione, direi necessaria, tra l’ecologia e la pace. Non può esistere l’una senza l’altra, l’impegno per l’ambiente non può essere separato da quello per la pace, a meno che non si voglia cadere nella completa inutilità dell’azione. Come potrebbe essere in armonia un mondo devastato (e inquinato) dagli effetti delle guerre? Lo pensavo da bambino, ho continuato a pensarlo da giovane e da adulto “maturo”. Per questo mi definisco un “irriducibile”.
6) Nel libro compare il concetto di Dasein, l’esserCi di Heidegger. In che modo questo concetto aiuta a comprendere la condizione dell’uomo contemporaneo?
Credo che l’esserCi debba essere considerata la condizione dell’uomo in ogni tempo. I miti antichi, la filosofia greca e quella latina, gli scritti sull’esistenza umana di ogni epoca, descrivono ogni individuo non come isolato ma come il prodotto di ciò che è stato prima di lui, di ciò che ha intorno, ma anche delle proiezioni future della sua esistenza nel mondo. Perciò, nessuna storia personale può mai essere presa in considerazione fuori dal suo contesto e nessun individuo può mai bastare a sé stesso. L’uomo e la donna sono sempre un esserCi insieme. Nella contemporaneità è come se i veli che potevano nel passato nascondere questa condizione antropologica della “insiemità” si siano dissolti per effetto della progressione scientifica (per esempio con la teoria dei sistemi) e della esplosione delle tecnologie della comunicazione. Il villaggio globale è una realtà sia dal punto di vista della comunicazione, sia sotto il profilo della dipendenza reciproca (interdipendenza) di ogni cosa da tutte le altre. L’uomo e la donna contemporanee si trovano davanti ad un bivio: seguire le spinte suicide di chi promuove l’oppressione, l’ingiustizia e la guerra permanente che ne consegue, dunque rinnegare quanto di buono la civiltà umana ha prodotto nei secoli; oppure essere parte attiva in un processo di cura del mondo che richiede di custodire i valori del passato e agire, nell’oggi, insieme, perché domani quei valori diventino sempre più costitutivi dell’essere.
7) Citi Günther Anders e il suo pensiero sull’“uomo antiquato”. Quanto è attuale oggi questa riflessione?
A mio parere tutto ciò che ha scritto Anders, con una produzione letteraria che ha attraversato quasi tutto il XX secolo, è ancora attuale. L’umanità di oggi appare spesso inebetita di fronte alla potenza delle tecnologie e dei loro effetti pratici sulla vita di ogni giorno, ad ogni livello. All’enorme sviluppo tecnologico a cui abbiamo assistito negli ultimi 100 anni non possiamo certo dire che abbia corrisposto una pari crescita della capacità di comprensione e di gestione delle tecnologie da parte della nostra specie. Allo stesso modo in cui i capitali continuano a concentrarsi nelle mani di pochi speculatori, anche la gestione degli apparati tecnologici è riservata ad un’élite sovrapponibile con gli stessi super-capitalisti che detengono la proprietà di holding, strutture e tecnologie. Gli uomini e le donne del presente dovrebbero fare ogni sforzo per liberarsi del dominio di questa élite attraverso la conoscenza dei sistemi in cui sono imbrigliati e l’attivazione di processi di rivoluzione nonviolenta.
8) Nel libro emerge anche la questione etica legata alla bomba atomica e al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. Perché questo episodio rimane centrale?
È lo spartiacque della storia umana. Prima di quei terribili eventi, la specie umana non aveva mai posseduto strumenti di morte capaci di determinare la propria estinzione. Di conseguenza, il 6 agosto 1945 (bomba su Hiroshima) ha significato una svolta anche nella vita di Günther Anders, la seconda dopo quella legata alla salita al potere di Hitler. Da quel momento in poi, tutta la sua attività è stata dedicata ad ammonire e mettere in guardia l’umanità rispetto alla necessità di attivarsi per allontanare il più possibile lo spettro della morte globale. Per Anders era come se fossimo tutti già morti, la morte futura abitava dentro di lui e dentro ogni suo contemporaneo, ma anche in noi, suoi successori, essendo entrata nell’essere dell’umanità attraverso le duecentomila vittime dell’atomica. Ciò nonostante, anzi a maggior ragione per questo, per il maggior amore che consegue alla maggior compassione, Anders non smise mai di credere nella possibilità dell’uomo di riorientare il proprio destino e continua anche ora ad incitare ognuno di noi a farlo… prima che sia troppo tardi.
9) Nel tuo libro citi una teoria scritta settant’anni fa ma ancora attuale: la “filosofia d’occasione”. Sarà grazie a questa che saremo capaci di interrogare la tecnica, la politica e l’etica del nostro mondo?
La filosofia d’occasione coincide proprio con la capacità propria di ogni uomo e ogni donna di interrogarsi sulla vita e sul contesto in cui si esprime. Quando Hitler andò al potere, nel ’33, Anders era un promettente professore di Filosofia “accademica”, ma di fronte all’orrore del nazismo al potere, ritenne che qualsiasi discorso astratto dovesse essere messo da parte e il pensiero filosofico, cioè quello che va in profondità, dovesse essere applicato all’attualità del mondo, prendendo spunto dall’occasione. Ora siamo di fronte ad altre sfide che hanno molto a che fare con il male assoluto che furono i fascismi e le guerre del 900, e anche adesso, come fu per Anders, il pensiero filosofico profondo, libero e non preordinato, può salvare ognuno di noi dal perder sé stesso, acconsentendo all’omologazione, e soprattutto, può indicare all’intera umanità una via di fuga dalla morte programmata.
(A cura di Luana Farina Martinelli)
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[***] Cfr Vangelo “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”
LIBRO. Arnal do Scarpa, Con Günther Anders. Per agire prima che sia troppo tardi, Catartica Edizioni, Sassari, 2026
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Materiali pertinenti
J F Kennedy all’Assemblea dell’Onu del 25 settembre 1961
Nello sviluppo delle Nazioni Unite risiede l’unica vera alternativa alla guerra, e la guerra non rappresenta più un’alternativa razionale. Una guerra incondizionata non può più condurre a una vittoria incondizionata. Non può più servire a risolvere le controversie. Non può più riguardare solo le grandi potenze. Perché un disastro nucleare, diffuso dal vento, dall’acqua e dalla paura, potrebbe benissimo travolgere grandi e piccoli, ricchi e poveri, convinti e indecisi. L’umanità deve porre fine alla guerra, altrimenti la guerra porrà fine all’umanità.
(…) Proclamiamo una tregua al terrorismo. Invochiamo la benedizione della pace. E mentre costruiamo una capacità internazionale per mantenere la pace, uniamoci per smantellare la capacità nazionale di condurre la guerra.
…
La sovranità politica è una farsa senza i mezzi per combattere la povertà, l’analfabetismo e le malattie. L’autodeterminazione è solo uno slogan se il futuro non offre alcuna speranza.
…
Signore e signori di questa Assemblea, la decisione spetta a noi. Mai le nazioni del mondo hanno avuto tanto da perdere, né tanto da guadagnare. Insieme salveremo il nostro pianeta, o insieme periremo tra le sue fiamme. Possiamo salvarlo, e dobbiamo salvarlo, e allora ci guadagneremo l’eterna gratitudine dell’umanità e, come operatori di pace, l’eterna benedizione di Dio.
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Dal Dossier Caritas 2025
L’oscurità della guerra, la speranza della pace. Come superare la crisi delle Nazioni Unite. L’Europa: una nuova Camaldoli per rifondarla
di Franco Meloni
In diverse occasioni Papa Francesco con la sua straordinaria capacità di leggere “i segni dei tempi” ci ha fatto riflettere sul tempo che stiamo vivendo nel quale «i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza». [Nota 1]
I cambiamenti si presentano come un coacervo di evenienze di valenza positiva e negativa, a seconda degli utilizzi che se ne fa e, evidentemente, del punto di vista degli osservatori. Così l’Intelligenza artificiale, novità dei nostri tempi, può essere utilizzata per fare del bene: es. combattere il cancro (qui dovremo essere universalmente d’accordo) o come strumento per fare del male, es. la sua introduzione nelle micidiali armi da guerra (qui troviamo molti fautori, a partire dai costruttori/commercianti di armi che le vendono a governi e trafficanti, lucrando profitti astronomici, nonostante questi sofisticatissimi ingegni, come i droni dotati di armamenti, seminino morte e distruzione negli scenari di guerra) [Nota 2].
La Democrazia in crisi
Un altro esempio di cambiamento in atto, a mio parere estremamente negativo, su cui ci soffermiamo, essendo una questione che ci sta a cuore, la democrazia: un sistema di gestione della cosa pubblica, nella modernità giudicata come l’optimum, risultando vincente nel confronto con i sistemi del socialismo reale, in termini di sviluppo economico, partecipazione dei cittadini al potere pubblico, esercizio delle libertà. Ricordiamo la famosa frase di Winston Churchill: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora» [Nota 3]. Fino ai nostri giorni si trattava solo di andare avanti. L’Occidente in tempi diversi, soprattutto dopo il secondo dopoguerra, ha impostato i sistemi istituzionali dei singoli Stati che ne fanno parte sulla base di questa convinzione dotandosi di Costituzioni democratiche. A livello planetario è stato costituito l’ONU (1945) e nel tempo i vari organismi collaterali [Nota 4]; è stata varata la ”Dichiarazione universale dei diritti umani” (1948) [Nota 5 ] e tanti altri Documenti, Carte e Convenzioni (tra queste ultime ricordiamo le COP sull’ambiente) [Nota 6] Non possiamo inoltre tralasciare l’Unione Europea, giustamente considerata “un esperimento unico al mondo e nella storia. Nata come progetto di pace con l’obiettivo di costruire uno spazio comune di riconciliazione, cooperazione e sviluppo tra i popoli del continente dopo secoli di conflitti e la tragedia delle due guerre mondiali” [Nota 7]. Queste e altre iniziative di democrazia e ricerca della pace e del benessere universali si sono sviluppate nel tempo in un crescendo, irto di difficoltà, che tuttavia mirava a sempre migliori traguardi per l’umanità intera. E così era generalmente percepito.
Certo il mondo continuava ad essere diviso in due blocchi (semplificando): da una parte l’Occidente, dall’altra l’Oriente, con l’Impero sovietico comunista, con alcune varianti dello stesso segno, come la Cina e, in altre dimensioni, la Jugoslavia e diversi paesi del cd terzo mondo. Lo spartiacque, lo ribadiamo, era il sistema economico sociale e la concezione delle libertà individuali e collettive. Tutto si teneva in equilibrio, definito del “terrore” o della “guerra fredda”, basato principalmente sulla deterrenza nucleare. Scriveva Giovanni XXIII nella sua memorabile ultima enciclica “Pacem in terris” (1963) [Nota 8]: “Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. (…) E che “quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”.
Da qui la previsione di un successo delle politiche di Disarmo, soprattutto della auspicata “non proliferazione nucleare”, con la diminuzione dei relativi arsenali. Impegni che vanno disattendendosi! [8 bis].
Il disfacimento dell’Unione Sovietica, con il forte impatto simbolico della caduta del muro di Berlino (1989), faceva ben sperare che alla dissoluzione dei blocchi seguisse un’accelerazione del cammino dell’Umanità verso una società “fondata sul dialogo tra gli Stati e su una diplomazia multilaterale, in un contesto sempre più globale. Superare le diseguaglianze, sradicare la povertà, creare le basi di un nuovo diritto internazionale e aiutare l’umanità a intraprendere un cammino di pace e benessere apparivano obiettivi raggiungibili.” [9]
Purtroppo non è andata così, la storia si è rivelata ben più complessa.
“Dopo la fine della Guerra Fredda, le Nazioni Unite hanno cercato di promuovere processi capaci di umanizzare la globalizzazione, mettendo al centro i diritti e la dignità della persona. Tuttavia, l’assenza di garanzie efficaci nel loro assetto istituzionale ha reso questi intenti, di fatto, semplici petizioni di principio. Le diseguaglianze non si sono ridotte; anzi, sono aumentate. Il dominio del capitale è diventato asfissiante, la politica si è piegata all’economia, mentre il ritorno di nazionalismi e fondamentalismi religiosi ha spaccato il mondo, alimentato circa 60 conflitti armati e prodotto guerre e massacri spaventosi. Il diritto internazionale è stato messo in discussione, i tribunali internazionali delegittimati, e anche negli Stati occidentali lo Stato di diritto e la democrazia sono oggi erosi dalla crescente affermazione delle autocrazie — a cominciare proprio dagli Stati Uniti” [10].
Sembra paradossale ma i principali sistemi di governo dei singoli Stati sembrano tendere a uniformandosi verso un modello autocratico in cui un singolo individuo detiene un potere assoluto e incontrastabile, senza condividerlo con altri organi o classi dirigenti diversi dal suo clan. Il “sovrano autocrate”, che oggi si chiama presidente, sia che venga nominato dall’Assemblea del popolo o sia eletto attraverso elezioni più o meno libere, comunque fortemente condizionate dagli strumenti persuasivi dei media in mano ai più ricchi, si sente investito da una sorta di diritto divino e può (o comunque tende a) esercitare un potere illimitato e privo di vincoli. Nell’“Occidente dei diritti scanditi dalle Costituzioni democratiche” il percorso, per nostra fortuna, è “accidentato”, complicato com’è dai principi democratici: la separazione e l’equilibrio dei poteri, l’autonomia delle magistrature, il sistema dei controlli… e ultimo ma non certo per importanza, il voto popolare, sempre più svalutato dall’astensionismo. Insomma la democrazia è in crisi in tutto il mondo in cui era sistema di governo indiscusso. L’Italia è investita in pieno da questo fenomeno involutivo, nel momento in cui si tende a ridimensionare la Costituzione o, nella prassi, non applicarla.
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Una mia riflessione datata 24 ottobre 2024
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La situazione complessiva del nostro Pianeta per guerre diffuse, crescenti povertà, disuguaglianze all’interno dell’umanità, condizione ambientale e climatica… è talmente disastrosa e priva di prospettive di miglioramento, che si è riproposta la celebre frase di Martin Heidegger (1889-1976): «Ormai solo un Dio ci potrà salvare» . [1]
Heidegger non si riferiva direttamente alla guerra, piuttosto alle sue profonde ragioni, determinate dal sopravvento sull’umanità della tecnologia, che consente la costruzione delle armi di distruzione e di morte, così come degli strumenti che portano alla compromissione dell’eco-sistema planetario. Insieme, non dimentichiamolo mai, coesistono i tanti, quantitativamente e qualitativamente più numerosi, utilizzi virtuosi, che ci fanno godere degli avanzamenti della scienza e delle relative applicazioni tecnologiche, contribuendo al benessere dell’umanità. E’ evidente come si ponga anche qui da una parte il controllo etico della ricerca scientifica e delle eccezionali (e di suggestiva vastità) applicazioni tecnologiche, dall’altra la questione della distribuzione dei relativi benefici: basti pensare – ed è solo un esempio – al “diritto alla sanità per tutte le persone”, largamente disatteso anche nei paesi cd sviluppati [2]. Ma, c’è il rovescio della medaglia: la scienza e la tecnologia utilizzate per fini perversi. Commenta al riguardo il teologo Leonardo Boff [3]: prevale “una mentalità che si orienta attraverso lo sfruttamento, il calcolo, la meccanizzazione e la efficienza applicata a tutti gli ambiti, principalmente in relazione alla natura. Questo modo di comprendere è entrato in noi a tal punto che riteniamo la tecnologia come la panacea di tutti i nostri problemi. Inconsciamente ci definiamo contro la natura, che deve essere dominata e sfruttata. Noi stessi siamo diventati oggetto di scienza, destinati a essere manipolati compresi i nostri organi e perfino i nostri geni”.
In argomento è pertinente anche il riferimento all’Intelligenza Artificiale e alla sua ambiguità nell’uso davvero sbalorditivo, fino ad essere inimmaginabile, che se ne potrà fare. E di cui sono in atto stupefacenti applicazioni . Al riguardo condividiamo in toto il pensiero di Papa Francesco: (…) «Serve l’etica» Restiamo umani e non deleghiamo il nostro futuro alle macchine. Per questo, di fronte alle sfide e ai pericoli dell’Intelligenza artificiale, serve una visione etica e il primato della buona e sana politica (14 giu 2024) [4] .
Anche qui, in tutta evidenza, è opportuno rimarcare quanto già sostenuto sull’utilizzo virtuoso della scienza/tecnologia.
Continua il teologo Boff: “Quello che Heidegger afferma viene pure gridato da notevoli pensatori, scienziati e ecologi. O cambiamo direzione oppure la nostra civiltà mette a rischio il suo futuro. Il nostro atteggiamento è di apertura a un avvento di Dio, quella energia poderosa e amorosa che sostiene ogni essere e l’intero universo. Lui ci potrà salvare (…). Siccome Dio secondo le scritture è «il supremo amante della vita» (Sapienza, 11,24) speriamo che non permetta una fine tragica per l’essere umano”.
Dal tempo di Heidegger la situazione del Pianeta è complessivamente decisamente peggiorata, per i danni provocati dalle guerre e per altre scelte umane contro l’ambiente. E l’appello a Dio del filosofo problematico (che si autodefiniva ateo di principio) non è stato per niente ascoltato. E, in fondo è giusto così: Dio ha già mandato il suo Figlio unigenito Gesù Cristo, che ci ha salvato e dato la chiave di soluzione per vivere – fin da subito – un Regno di pace, solo se noi lo vogliamo, ma purtroppo l’umanità continua a non ascoltare fino in fondo il suo messaggio d’amore e di pace. E non sarebbe pensabile un nuovo intervento risolutivo di Dio, se non, come proclama il Credo, nel giudizio finale.
Al riguardo il teologo Salvatore Loi [5] cita e commenta due frasi del Vangelo: una è di San Luca «ma il Figlio dell’uomo, alla sua venuta, troverà forse la Fede sulla terra?» (Lc. 18,8) e l’altra è di San Matteo «per il moltiplicarsi dell’iniquità si raffredderà la carità di molti» (Mt. 24,12). Dice Salvatore Loi: “A pensar bene sono due frasi drammatiche: sembra che Gesù veda con amarezza tempi in cui fede e amore entreranno in agonia. E l’agonia della fede e dell’amore coincide con l’agonia di Dio nel mondo, ma anche con l’agonia dell’uomo. Forse oggi essere uomini significa vivere accettando la terrificante condizione umana senza lasciarsene vincere. (…) La presenza di Dio: ora consolante e ora sconvolgente, però tale che non ci toglierà la fatica di essere uomini. Ci darà solo il coraggio di esserlo fino in fondo, se noi vorremo”.
Raniero La Valle, in una recente riflessione [6] riprende la frase di Heidegger: “un’ipotesi temeraria, non “politicamente corretta”, in quanto proferita nel cuore di una modernità fondata sull’ipotesi opposta, che “Dio non ci sia e non si occupi dell’umanità”; (…) di questa ipotesi la modernità ha fatto un assoluto e su questo presupposto ha fondato tutta la sua identità, la sua feconda laicità e il dogma del secolarismo, escludendo come dismessa e infantile l’ipotesi opposta. Ma oggi, di fronte alla guerra perpetua e alla minaccia della fine non è forse venuto il momento di rimettere in questione questo assunto, e chiederci se l’ipotesi esclusa della presenza amorevole di Dio nella storia non debba avere la stessa legittimità di quella assunta per vera?”.
Ecco il punto, ne deduciamo che non dobbiamo invocare Dio perché ci risolva i problemi, ma perché ci dia la forza di affrontarli e possibilmente risolverli.
Scrive Raniero La Valle (Roma, 22 febbraio 1931): “Ciò non vuol dire invocare un miracolo, un intervento straordinario da parte di Dio, abbandonarsi a una trascendenza che non possiamo controllare, ma vuol dire sapere come in rapporto con questo Dio gli uomini possano cambiare, possano convertirsi, possano abbandonare i loro propositi di guerra di sterminio e di odio; e questo è possibile perfino se non credono in Dio e se non sanno nulla della grazia, perché come dice papa Francesco con un neologismo spagnolo, Dio “primerea”, cioè arriva col suo amore prima ancora dell’invocazione o del peccato dell’uomo (…) Se rimettiamo in gioco l’ipotesi esclusa, forse possiamo chiedere a noi stessi e agli altri che sono con noi in questa vita, di rimettere in discussione le loro scelte, le loro guerre, la loro idea del Nemico, e dar mano a costruire una società diversa, un mondo diverso, un mondo che non finisca”.
La guerra è un prodotto umano, così come la pace. Non dimentichiamolo.
Pertanto non dobbiamo demordere nonostante tutto, condividendo il motto di San Paolo, «spes contra spem» (Rm. 4,18): «la speranza contro ogni speranza, essere speranza per dare speranza».
Tutto ciò ci appare perfettamente coerente con le considerazioni e le proposte di Papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo 2025, non a caso intitolato «Spes non confundit», «la speranza non delude» (Rm 5,5) [7]: “8. Il primo segno di speranza si traduca in pace per il mondo, che ancora una volta si trova immerso nella tragedia della guerra. Immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza. Cosa manca ancora a questi popoli che già non abbiano subito? Com’è possibile che il loro grido disperato di aiuto non spinga i responsabili delle Nazioni a voler porre fine ai troppi conflitti regionali, consapevoli delle conseguenze che ne possono derivare a livello mondiale? È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte? Il Giubileo ricordi che quanti si fanno «operatori di pace saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti. Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura” [7].
In conclusione: tantissime sono le tematiche su cui lavorare, sviluppando un impegno comune senza distinzione tra credenti e non credenti. La PACE tra tutte deve avere un posto particolare, una priorità.
Urge intervenire, per quanto poco possiamo fare, è necessario farlo. Per fortuna non iniziamo da zero. Abbiamo grandi maestri che ci indicano concretamente la strada da percorrere. Tra i molti ricordiamo Giorgio La Pira e Gino Strada.
E, come sempre, ci soccorre il nostro amico e guida papa Francesco: ogni giorno ne inventa una! L’ultima è di oggi [24 ottobre 2024]: la sua quarta enciclica Dilexit nos.
Dilexit nos, la nuova enciclica di papa Francesco: il Cuore di Cristo per cambiare il mondo LETTERA ENCICLICA DILEXIT NOS DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULL’AMORE UMANO E DIVINO DEL CUORE DI GESÙ CRISTO
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NOTE
[1] «Ormai solo un Dio ci potrà salvare» («Nur noch ein Gott kann uns retten»): c osì Martin Heidegger (1889-1976), uno dei più profondi filosofi tedeschi del secolo XX in un’intervista concessa al settimanale Der Spiegel il 23 settembre 1966, ma resa nota soltanto il 31 maggio 1976, una settimana dopo la sua morte.
[2] Dall’Agenda Onu 2030 sullo Sviluppo sostenibile: “Ogni individuo ha il diritto di accedere ai servizi sanitari e sociali che il suo stato di salute e benessere bio-psico-sociale richiede nel rispetto e in armonia dell’ambiente in cui abita e di una sostenibilità ambientale essenziale per favorire una piena ed equa inclusione”. Quanta enorme differenza tra gli enunciati e la realtà di grandi iniquità nel Pianeta!
[3] Leonardo Boff al secolo Genésio Darci Boff (Concórdia, 14 dicembre 1938), è un teologo e scrittore, già frate minore e presbitero, brasiliano. È uno dei più importanti esponenti della Teologia della Liberazione. Così commenta il celebre detto di Martin Heidegger: https://leonardoboff.org/2013/05/24/solo-un-dio-puo-salvarci/
[4] Papa Francesco ha in più occasioni trattato il tema dell’Intelligenza Artificiale. Si cita il suo Messaggio per la 58ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali e il suo discorso al Summit G7, tenutosi a Borgo Egnazia, nel comune di Fasano in Puglia, dal 13 al 15 giugno 2024 (https://inno3.it/2024/06/17/summit-g7-papa-francesco-discorso-intelligenza-artificiale/#:~:text=%E2%80%9CNon%20possiamo%20permettere%20a%20uno,proprio%20contro%20la%20sua%20espansione%E2%80%9D), del quale pubblichiamo alcuni passi: «La Sacra Scrittura attesta che Dio ha donato agli uomini il suo Spirito affinché abbiano “saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro” ( Es 35,31)» [...]. La scienza e la tecnologia sono dunque prodotti straordinari del potenziale creativo di noi esseri umani [...]. Ebbene, è proprio dall’utilizzo di questo potenziale creativo che Dio ci ha donato che viene alla luce l’intelligenza artificiale.2 Quest’ultima, come è noto, è uno strumento estremamente potente, impiegato in tantissime aree dell’agire umano: dalla medicina al mondo del lavoro, dalla cultura all’ambito della comunicazione, dall’educazione alla politica. Ed è ora lecito ipotizzare che il suo uso influenzerà sempre di più il nostro modo di vivere, le nostre relazioni sociali e nel futuro persino la maniera in cui concepiamo la nostra identità di esseri umani [...]. Il tema dell’intelligenza artificiale è, tuttavia, spesso percepito come ambivalente: da un lato, entusiasma per le possibilità che offre, dall’altro genera timore per le conseguenze che lascia presagire. A questo proposito si può dire che tutti noi siamo, anche se in misura diversa, attraversati da due emozioni: siamo entusiasti, quando immaginiamo i progressi che dall’intelligenza artificiale possono derivare, ma, al tempo stesso, siamo impauriti quando constatiamo i pericoli inerenti al suo uso [...].
MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAPA FRANCESCO PER LA LVIII GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI: https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/20240124-messaggio-comunicazioni-sociali.html
[5] Salvatore Loi (1943-2018), già presbitero della Chiesa di Cagliari. La fatica e il coraggio di essere uomini, di Salvatore Loi, Guamaggiore 1971, su Aladinpensiero News: https://www.aladinpensiero.it/?p=77938
[6] Raniero La Valle, su “Chiesadituttichiesadeipoveri”, News n. 348 dell’11 ottobre 2024, ripreso su Aladinpensiero News: https://www.aladinpensiero.it/?p=158152.
[7] La bolla papale di indizione del Giubileo 2025 «Spes non confundit» è scaricabile integrale nel sito della Santa Sede: https://www.vatican.va/content/francesco/it/bulls/documents/20240509_spes-non-confundit_bolla-giubileo2025.html. Qui riportiamo il punto 8 che si occupa precipuamente della pace nel mondo.
[8] Dilexit nos, la nuova enciclica di papa Francesco: il Cuore di Cristo per cambiare il mondo
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