Cagliari amore mio. Alla scoperta della città (IV)

img_7531Il ferro e le parole: i muri raccontano.
Scoperta a Cagliari una scritta del ventennio in un edificio abbandonato

di Carla Deplano

3daf0c89-d196-4a7c-b179-6f14c3caf0a3Sarà capitato un po’ a tutti di notare la scritta – seppur parziale e molto deteriorata – che campeggia a caratteri cubitali sul lato del Palazzo Onnis Bellegrandi (ex Chapelle) prospettante sulla piazzetta Mafalda di Savoia in Castello. Si tratta di un frammento del discorso tenuto dal balcone di Palazzo Venezia di fronte alla folla riunita per l’occasione con cui Mussolini il 9 maggio 1936 proclamò la nascita dell’impero italiano all’indomani dell’entrata ad Addis Abeba delle truppe di Badoglio. Il testo recita “IL POPOLO ITALIANO HA CREATO IL SUO SANGUE L’IMPERO, LO FECONDERÀ COL SUO LAVORO, LO DIFENDERÀ CONTRO CHIUNQUE CON LE SUE ARMI. MUSSOLINI”.
L’altra scritta d’epoca fascista, meno popolare ma in perfetto stato di conservazione, appare in via Sassari sulla parete di un’unità condominiale sovvenzionata edificata tra il 1925 e 1928 per i lavoratori dipendenti delle Ferrovie dello Stato. Nonostante la destinazione residenziale per una categoria sociale ed economica di medio livello, l’immobile si distingue per l’equilibrio compositivo e il pregio architettonico affidato ai dettagli, come i rivestimenti a punta di diamante, i mascheroni, le semicolonne che incorniciano le luci sormontate da una porzione di paramento murario che nell’insieme richiamano l’architrave del tempio greco e al contempo i bastoni scomposti del fascio littorio. È qui che si legge a chiare lettere profilate in basso rilievo il motto “SAVIEZZA GOVERNA, LAVORO OPERA, GIOIA RICOMPENSA, FEDELTÀ CONSERVA”.
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Durante le mie ricerche sul territorio mi sono imbattuta in un’altra scritta dell’epoca fascista, finora sfuggita ai cagliaritani e di cui non sussiste memoria storica. All’angolo compreso tra via Nazario Sauro e viale Trieste, di fronte alla cosiddetta foresta urbana, residua un’area dismessa da tempo e originariamente interessata dalla Ditta di legnami Enrico Fadda fondata nel 1866, di cui oggi sussistono sedi operative dislocate nel capoluogo e ad Oristano. Sbirciando al suo interno ho notato su un muro molto abraso alcune parole che si leggono a mala pena ed ho rimesso insieme come i tasselli di un puzzle storico.
Si tratta di una citazione dal discorso “Il ferro e le parole” tenuto da Mussolini il 25 aprile 1938 in occasione della fondazione di Pomezia: quinto comune dell’Agro Romano e Pontino a sorgere dopo Littoria, Sabaudia e Aprilia. Nel muro del fabbricato abbandonato si intravvede il passo “RICORDATE CHE IL FERRO – QUELLO DELLE SPADE E QUELLO DEGLI ARATRI – VALE E VARRÀ SEMPRE PIÙ DELLE PAROLE” estrapolato dal discorso inaugurale che recitava per intero con enfasi propagandistica “Per tutti i rurali italiani – che sono decine di milioni – e io mi vanto soprattutto di essere un rurale – dalle Alpi alla Libia, oggi è un giorno di festa. Si fonda il quinto Comune dell’Agro Pontino e dell’Agro Romano, entrambi ormai redenti dal vostro braccio e dalla vostra volontà. Una cerimonia come questa non tollera discorsi. I fatti sono sempre più eloquenti dei discorsi. Ricordate che il ferro – quello delle spade e quello degli aratri – vale e varrà sempre più delle parole”.
A 86 anni di distanza sono parole che al di là di qualunque ideologia portano con sé un peso importante: quello di una Storia sofferta e dolorosa di cui siamo eredi e di cui dobbiamo essere testimoni per il rispetto di chi ci ha preceduto.
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