Gaza

Gaza brucia non è più tempo di parole
di Gianfranco Pagliarulo – Presidente ANPI
Gaza, rasa al suolo dalle bombe e dai caterpillar, brucia. Erano intrappolate 700mila persone. Nessuno saprà mai il numero reale di vittime. Gaza è in piena distruzione, ma assieme collassa moralmente Israele e il suo governo, e il Paese che lo sostiene dichiaratamente col suo presidente Trump, gli Stati Uniti. È una Caporetto di valori e di umanità, che coinvolge anche la Germania e, ahinoi, il nostro Paese, che continuano a inviare forniture militari a Israele e non muovono un dito per fermare questa immane tragedia. Si è già alzata e si deve alzare nei prossimi giorni una straordinaria mobilitazione di popolo, di persone, di tutti coloro che, indipendentemente dalle opinioni politiche, riconoscono in quello che sta succedendo un orrore indicibile, una indelebile macchia nella storia di questo secolo. Per questo l’ANPI partecipa e parteciperà a tutte le iniziative pacifiche di protesta e sostiene e sosterrà gli scioperi territoriali dei prossimi giorni fino allo sciopero generale del 19 settembre, con particolare riferimento alla Toscana che si fermerà per 8 ore. Non è più tempo di parole. Occorre arrestare un cuore di tenebra che può infettare, e forse sta già infettando, il mondo”
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Non mancano le prese di posizione degli intellettuali, manca la fiducia di cambiare le cose per la scomparsa degli antichi punti di riferimento in un tempo di dispersione, atomizzazione e solitudine. Urge dar vita a un nuovo blocco sociale che unisca il mondo del lavoro, della marginalità, della moderna intellighenzia, per il progetto di un domani per il nostro Paese e per l’Unione Europea che abbia al centro il ripudio della guerra
È vero che, davanti all’orrore di Gaza che si rinnova e si amplifica quotidianamente verso l’annientamento di un popolo, della sua memoria, delle sue istituzioni, il mondo delle arti, delle scienze e della cultura interviene in modo frammentario?
Come mai davanti alla montagna di cadaveri che a Gaza sta sotterrando qualsiasi residuo di credibilità internazionale dell’Unione Europea e del nostro stesso Paese, ci si limita a qualche balbettio di circostanza senza mai assumere un provvedimento concreto?
Come mai, davanti al concreto rischio di un terzo conflitto mondiale, l’Unione Europea è in ginocchio verso occidente a baciare l’anello (o ben altro) di Trump, e s’alza minacciosa verso oriente perché, innamorata della sua stessa propaganda come Narciso davanti alla sua immagine riflessa nell’acqua (pro memoria: Narciso cadde in quell’acqua, e vi affogò), si arma e si riarma contro l’invasione dei cosacchi prossima ventura?
E come mai stenta a configurarsi e a organizzarsi un grande movimento di popolo in dichiarato contrasto verso questa deriva?
Donald Trump, presidente Usa, e Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea (Imagoeconomica, Dati Bendo)
Gaza. Lavinia Marchetti, in un interessante scritto del 19 luglio, sottolinea che “è la cultura intera, che si è lavata le mani di fronte alla catastrofe. Dove sono i poeti, gli scrittori, gli artisti, i filosofi? Dove sono le loro parole che ardono, i manifesti, le veglie, le diserzioni dai festival, le lettere aperte, le interviste incendiarie? Non ci sono”.
A me pare un giudizio ingeneroso, ma c’è un fondo di verità. Intanto, non mi sembra che l’intero mondo della cultura e della scienza sia silente o distratto: le prese di posizione dei “grandi intellettuali” – filosofi, storici, artisti, scienziati – non mancano. Ma l’equivoco, antico e purtroppo persistente, sta nella identificazione della cultura con i suoi esponenti più noti, quelli che appaiono in televisione e che scrivono sui giornali, insomma che si presume facciano opinione. Oggi la cultura non si identifica totalmente con coloro che la producono (studiosi, ricercatori ecc.), ma comprende anche tutti coloro che la rielaborano e la trasmettono: gli “intellettuali-massa”, che in gran parte non sono niente affatto indifferenti al massacro di Gaza, e che anzi partecipano numerosi a tutte le iniziative per Gaza e sui palestinesi. Il problema è semmai un altro: che la loro (ma non soltanto la loro) mobilitazione è di natura sentimentale e morale, e fatica a tradursi in conseguenti assunzioni di responsabilità politica.
Alcuni tra gli artisti, attori, cantanti, registi che hanno espresso pubblicamente il loro sdegno per quanto accade in terra palestinese
Peraltro neanche gli intellettuali come massa ripongono oggi grande fiducia nella concreta possibilità di cambiare lo stato di cose esistente; i più tenaci si rifugiano nel volontarismo. La ragione è evidente: non ci sono più gli antichi punti di riferimento né si intravede il seme dei nuovi nel tempo della dispersione, della atomizzazione e della solitudine sociale.
Le domande sono: come mai siamo arrivati a questo punto? Che fare?
Leggo in un romanzo di Saramago parole profetiche: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Già! Ma perché siamo diventati ciechi?
Credo che la ragione fondamentale sia la seguente: quanto meno per l’occidente, è finita l’epoca delle masse sulla scena della politica, un tempo che ha coinciso con l’intero 900, che, nello scontro fra reazione e rivoluzione, ha segnato – nel bene e nel male – la storia dell’umanità, che, nonostante la catastrofe di due guerre mondiali e l’abominio della Shoah, ha consentito l’avvio della decolonizzazione del mondo, la conquista di insuperati standard di diritti sociali e civili in Europa e l’organizzazione e lo sviluppo di una particolare forma di governo che abbiamo chiamato democrazia. Una democrazia che si fondava sul suffragio universale, conquistato dalle lotte novecentesche del movimento dei lavoratori, si innervava su un complesso reticolo di forme di partecipazione al potere politico, si alimentava attraverso il virtuoso stimolo del conflitto sociale, si incarnava nell’affermazione dello stato di diritto, in cui tutti, compresi governi e istituzioni, sono soggetti alla legge.
Si tratta di un periodo che si avvia con gli effetti della seconda rivoluzione industriale e con la nascita dei sindacati, delle leghe, delle società di mutuo soccorso, dei partiti di massa. Il nazifascismo nasce come reazione a questa invasione dei popoli nell’intoccabile campo del Potere e la sua sconfitta modella le società europee in modo nuovo; la cultura e l’arte della seconda metà del 900 sono figlie di quel tempo e diventano avamposti della pietas e del peso della responsabilità, la res pondus.
Pensiamo alle grandi campagne contro la proliferazione delle armi nucleari, alla colomba di Picasso nel 1949, all’appello del 1955 di Albert Einstein contro il riarmo atomico. La cultura, la scienza, l’arte, la stessa politica dicono: mai più! Mai più la shoah, mai più Hiroshima, mai più la guerra. Nella seconda metà del 900 la cultura, la scienza e l’arte, nelle forme più varie, impregnano e interpretano il principio della sovranità popolare che è alla base della democrazia, ne diventano legittime rappresentanti, ne promuovono costruzione di senso, orizzonte, visione.
Questo tempo è finito. Quella politica è finita. La società è stata tendenzialmente espulsa da una politica che è sempre più inquinata dai centri di potere finanziario. Le avvisaglie sono del 1987, quando Margaret Thatcher afferma che «non esiste la società. Esistono gli individui, uomini e donne, e le famiglie». Se non esiste la società, perché dovrebbe esistere il popolo? Ma sono solo segnali, messaggi in codice. La frana avviene due anni dopo, con la caduta del muro di Berlino. Giustamente Rosi Bindi qualche tempo fa ha affermato: “Quando è caduto il muro di Berlino pensavamo avesse vinto la democrazia, in realtà aveva vinto il capitalismo”.
Da allora in poi è stata una regressione continua.
Cambiava la natura dei partiti, non più di massa, ma prevalenti comitati elettorali in cui il potere reale si concentrava nel gruppo parlamentare. Cambiava la natura delle istituzioni, perché i parlamenti venivano sempre più espropriati del loro ruolo rispetto all’esecutivo. Cambiavano le narrazioni politiche e istituzionali che riscrivevano la storia della Resistenza, del nazifascismo e persino della seconda guerra mondiale. Tramontava la partecipazione come forma democratica ineludibile. La rappresentanza diventava la cenerentola di un sistema istituzionale che sposava la sola governabilità. Si incrinava lo stato di diritto attraverso clamorose deroghe, da Guantanamo al rapimento illegale di Abu Omar dall’Italia all’Egitto nel 2003. I padroni della tecnologia – Apple, Google, Amazon – davano vita a imperi finanziari sovranazionali ademocratici e intoccabili. Il potere politico si mescolava al potere criminale: le infiltrazioni mafiose, la penosa grazia di Biden verso il figlio, il caso di scuola di Trump e la criminalità eletta a metodo di governo da parte di Netanyahu. Il panopticon, il modello di prigione ideale progettato da Jeremy Bentham nel XVIII secolo, caratterizzato da una struttura circolare dove tutto era visibile da una torre centrale di osservazione, tramontava, sostituito dal controllo sui social che ha reso trasparente il mondo.
E tutto ciò avveniva in un intreccio inestricabile. Era l’avvento della democrazia senza popolo, un ossimoro. Deperendo via via i riferimenti costitutivi della democrazia – i partiti, le istituzioni, lo stato di diritto, la partecipazione popolare -, cambiava progressivamente il quadro di riferimento necessario a un’arte, una scienza e una cultura organicamente collegati ai fondamenti e ai valori delle comunità nazionali del secondo dopoguerra.
D’altra parte, se la società non esiste ed esistono solo gli individui, appannandosi il valore della persona umana e della sua dignità, si spalancavano le porte alle Erinni di questo secolo: l’individualismo, la competizione, il nichilismo. E scomparivano progressivamente tutti i “mai più!” su cui si era retto l’equilibrio globale. Fino a oggi, quando, come scrive Lavinia Marchetti sempre a proposito di Gaza, “è questa la metafora della nostra Europa: un giardino curato che si stende accanto a un forno crematorio. Noi vediamo e sappiamo, ma è come se non vedessimo. E nonostante il sapere, scegliamo il rumore del frigorifero al suono delle bombe”.
Il compimento nazionale di questo composito processo è alle porte, e si chiama riforma del premierato.
Il tutto, sotto l’accorta regia di un sistema mediatico oramai diventato un’arma di distrazione di massa e di costruzione (e costrizione) del consenso attorno a un obsoleto ordine mondiale oramai incapace di nascondere i suoi orrori.
È il tempo che viviamo, il chiaroscuro fra il vecchio mondo che sta morendo e quello nuovo che tarda a comparire. E vennero i mostri: la guerra e il rischio di un nuovo fascismo.
Una delle tante iniziative del mondo della cultura e dell’arte per Gaza
Se è finito il tempo dell’irruzione dei popoli sulla scena della storia e perciò il tempo della buona politica, si possono quanto meno porre i presupposti per un cambiamento di fase?
Il campo dell’arte, della scienza e della cultura non è silente, come ho detto. Ma si tratta di scelte sradicate dal contesto storico-sociale che aveva caratterizzato il secolo scorso, e spesso ignorate, avversate, se non demonizzate, dal mainstream. Per di più gli intellettuali – nel senso più banale e ampio – hanno perso potere. Quanti sono coloro che sono in qualche modo condizionati da vincoli lavorativi e professionali con grandi imprese o con centri pubblici e privati – appunto – di potere reale? Per di più – diciamocelo – l’apoteosi dell’ignoranza celebrata dai populisti ha lasciato il segno.
Tutto ciò impone una straordinaria responsabilità, che è la ricostruzione delle condizioni basiche di un sistema democratico aggiornato al tempo in cui viviamo, a cominciare dalla rinascita di un tessuto partecipativo e dal progressivo svuotamento dell’immane serbatoio dell’astensionismo, che apre di per sé un delicato problema costituzionale: se la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, cosa avviene se la maggioranza del popolo rinuncia a tale esercizio perché sfiduciata del ruolo di rappresentanza delle istituzioni e tira a campare in condizioni di lavoro e di vita sempre peggiori, come sta concretamente avvenendo e come avverrà?
Ma non basta una straordinaria responsabilità. Occorre, assieme, l’avvio di un rapporto stabile e permanente del caleidoscopio dell’associazionismo, del volontariato e del movimento sindacale – e anche di ciò che di buono rimane nei partiti – con l’universo della cultura, dell’arte e della scienza. Con quale obiettivo? La composizione unitaria di forze sociali oggi separate e isolate, la costruzione di un nuovo blocco sociale che unisca il mondo del lavoro, della marginalità, dei moderni intellettuali.
Se l’occidente è in piena decadenza e se vogliamo salvare la parte migliore della sua eredità e della sua storia – la democrazia – dobbiamo immaginare una sua nuova frontiera, fondata sulla verità, sulla compassione, sulla pace, sulla bellezza, cioè sulla vita. Immaginiamo un’altra Italia in un’altra Europa, dalla decadenza a un nuovo rinascimento. In concreto un grande progetto di futuro per il nostro Paese e per l’Unione Europea, un progetto il cui fondamento dev’essere il ripudio della guerra. Un progetto che non può che essere disegnato col contributo di tutte le parti sociali, a cominciare – appunto – dal mondo della cultura, dell’arte, della scienza. Non è una possibile via. È l’unica via possibile per la salvezza dell’occidente e – per inciso – per la piena denuncia e la rigorosa abrogazione del raccapricciante doppio standard attuale, cioè per tornare umani.
Intanto Gaza. Non stanchiamoci. Non smarriamoci nei silenzi omertosi o complici di tanti governi occidentali. Nonostante tutto, tante personalità e tante forze diverse denunciano l’orrore. Se i governi sono l’assenza, continuiamo a manifestare e a valorizzare la presenza. Apocalipse Now non è più un film. È Gaza. Il colonnello Kurtz è Netanyahu con i suoi complici. È il cuore di tenebra di un occidente che ha smarrito se stesso.
Se da qualche parte è rimasto qualcosa di sacro, lo troviamo sicuramente sotto le macerie di Gaza. Quelle macerie sono oggi il più grande monumento al valore della vita umana.
Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi
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In testa foto del murales realizzato da Giorgio Polo sulla facciata del rudere della Scuola Popolare di Is Mirrionis (17/9/2025). Altra foto tratta dalla rivista Patria Indipendente dell’ANPI
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- Su Democraziaoggi.
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PRENDERE IL MARE
Esodo dall’Occidente
Settembre 17, 2025
I valori traditi: la tradizione ebraico-cristiana; la gloria del diritto; l’idea d’Europa.
Raniero La Valle
Cari amici,
siamo qui spinti dal dolore e dalla speranza di fronte al tragico inventario del genocidio, delle guerre e delle idolatrie che oggi devastano il mondo. Siamo a una svolta della storia del mondo, a un cambiamento d’epoca, come aveva ben visto Papa Francesco. Ma con quali occhi dobbiamo guardare quello che sta accadendo? Non bastano quelli della cronaca quotidiana che ci viene fornita dai giornali e dalla televisione. Nemmeno possiamo pretendere di avere la lucidità dello storico, e nemmeno il carisma della profezia, per capire dove stiamo andando, né abbiamo in mano le leve della politica e del potere, per decidere del nostro futuro. Però abbiamo il punto di vista più autorevole da cui guardare le cose, un punto di vista che ci permette di capirne il senso profondo, di farne una fondata ermeneutica. È il punto di vista delle vittime, la sapienza delle vittime: questo è il vero criterio ermeneutico per interpretare la storia del mondo. La vittima non è solo un oggetto di pietà, è uno strumento di conoscenza. Nel 900 c’è stata anche la grande intuizione dell’antropologo francese René Girard che nel sacrificio della vittima innocente ha scoperto il delitto fondatore della nostra società, ha svelato il meccanismo di legittimazione della violenza e individuato l’origine di tutte le istituzioni, di tutte le culture. È nel mettere a morte l’innocente che le società primitive risolvono i loro conflitti; è la cosiddetta crisi mimetica nella quale la lotta di tutti contro tutti si risolve nella violenza di tutti contro uno, che viene additato come il colpevole di tutto, la vittima sacrificale appunto nella cui uccisione la comunità ritrova l’unità perduta. Nella sua ricostruzione, a cui René Girard ha dedicato tutta la vita, chi ha smascherato questa funzione del sacrificio rivendicando l’innocenza della vittima è stato Gesù di Nazaret, che ha rivelato “le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”, Gesù dunque come il vero esegeta, il vero interprete della nostra storia. Come dice l’apostolo Giovanni nessuno ha mai visto Dio, il Cristo lo ha fatto conoscere, è lui che ne fa l’ermeneutica; allo stesso modo egli è la vittima innocente che spiega la storia umana. E questo oggi è Gaza, la vittima innocente, il popolo crocefisso che ci dice a quale tornante è giunta oggi la nostra storia.
La riviera di Gaza
Forse l’evento più significativo che ci può far capire di quale abisso si tratta è la pubblicazione dei progetti per la costruzione di hotel, ville e casinò su quella che sarà la Riviera del Mediterraneo, un investimento di 100 miliardi di dollari destinati a fruttarne 400 in dieci anni. Un progetto che si chiama Great Trust, un acronimo che vuol dire “ricostituzione, promozione economica e trasformazione di Gaza”, ovvero, come l’ha chiamata il filosofo Carlo Galli su “La Repubblica”, la “orgiastica valorizzazione monetaria del genocidio”, il vitello d’oro ovvero l’immane speculazione edilizia che progetta di erigere grattacieli di stampo trumpiano sulle macerie di Gaza, svuotata dei palestinesi. C’è un rovesciamento: con papa Francesco avevamo denunciato l’economia che uccide, ed ecco ora abbiamo il genocidio che arricchisce.
L’Occidente dov’era?
E in tutto questo l’Occidente dov’era? L’Occidente finora ha guardato dall’altra parte, ha costruito altrove il suo idolo, il suo vitello d’oro a cui dedicare tutto se stesso, un colossale riarmo per assicurare una sicurezza eterna all’Ucraina di Zelensky, mentre Trump fa tutt’uno con Israele. E dunque che cosa ci annuncia la tragedia di Gaza? Come il folle di Nietzsche andava al mercato gridando Dio è morto, e noi lo abbiamo ucciso, così il genocidio di Gaza va sul mercato immobiliare e finanziario a gridare che l’Occidente è morto, e che noi lo abbiamo ucciso. Potremmo anche fissare le date più simboliche di questa fine dell’Occidente. Forse la data è il 31 agosto, quando il Washington Post ha pubblicato i piani per la Riviera di Gaza; forse è stato il 9 novembre 1989, quando una lungimirante decisione di Gorbaciov faceva cadere la cortina di ferro e il muro di Berlino, e l’Occidente decideva che non per questo doveva rinunziare alla guerra, e anzi subito se ne riappropriava con la guerra dell’Iraq. Ma più che le date che scandiscono i passaggi della storia, dobbiamo saper riconoscere i processi, come ci ha insegnato papa Francesco, ed è appunto in un lungo processo che possiamo rintracciare il declino e infine con Trump, Netanyahu, e il delirio di guerra del Parlamento europeo, la fine dell’Occidente.
Quale Occidente finisce
Ma anzitutto ci dobbiamo domandare qual è questo Occidente che muore. Non è l’Occidente come lo descrive la geografia perché la geografia vorrebbe che all’Occidente appartenesse anche la Russia che invece ne è esclusa, mentre non dovrebbero farne parte i Paesi del Pacifico come l’Australia le Filippine e il Giappone che invece la Nato considera come parte dell’Occidente allargato. Non è un Occidente che si differenzia dall’Est o dal Sud del mondo per il suo sistema economico, perché il capitalismo generato dall’Occidente si è ormai esteso a tutta la terra sconfiggendo le alternative delle economie programmate. Non è l’Occidente come paradiso della democrazia perché anch’esso è gravido di dittature e di destre al potere, mentre anche in quello che il Corriere della Sera chiama il resto del mondo ci sono delle democrazie come quella dell’India o del Sud Africa, lo Stato uscito dall’apartheid che osa denunciare alla Corte Penale Internazionale l’occidentale Israele per genocidio. Allora qual è questo Occidente che muore? È l’occidente dei cosiddetti valori quello che si ritiene depositario di valori universali che avrebbe la missione di diffondere e impiantare anche con la forza in tutto il mondo, ignorando le altrui ricchezze e la diversità delle culture e delle fedi.
La tradizione ebraico-cristiana
Il primo di questi valori che l’Occidente sta perdendo o ha perduto è il carisma della tradizione che è stata chiamata la tradizione ebreo-cristiana. È questa eredità che è entrata in crisi, che rischia di essere travolta. Non parlo qui della secolarizzazione, che è piuttosto una sfida a trovare nuove forme di comprensione e di professione della fede. Voglio piuttosto parlare qui del sovvertimento che di questa fede viene operato da chi in nome di Dio sacrifica gli uomini e i popoli ai nuovi idoli umani. È questo il caso dell’attuale politica dello Stato di Israele. La condotta politica di Israele non avrebbe questo effetto se fosse praticata in nome di uno Stato, sia pure efferato come altri ce ne sono stati nella storia, ma l’effetto devastante sulla fede deriva dal fatto che questo genocidio e questi scempi vengono compiuti in obbedienza a un presunto comando di Dio, che col dono della terra promessa avrebbe richiesto al popolo ebraico di sterminare i nemici, di abbatterne le stele sacre e di distruggerne gli altari. Riconoscere questa radice estrema delle condotte dello Stato di Israele non è una interpretazione radicale fatta dall’esterno, si tratta di una rivendicazione che viene fatta dagli stessi governanti sionisti; l’ha fatta Netanyahu quando parlando all’assemblea dell’ONU ha detto di trovarsi davanti alla stessa opzione di fronte a cui fu messo Mosè quando all’ingresso nella terra promessa gli fu detto che doveva scegliere se lasciare in eredità alle generazioni future la benedizione o la maledizione; ed è quello che ha fatto Netanyahu presentando alla sbigottita assemblea delle Nazioni Unite due mappe geografiche, una con i Paesi della benedizione che sarebbero quelli legati ad Israele, una quella della maledizione che sarebbe quella dei Paesi musulmani e arabi contrari ad Israele, dall’Iran, all’Irak, alla Siria al Libano. È quello che ha fatto Netanyahu scatenando, proprio mentre a Roma era in corso il Conclave, l’operazione “carri di Gedeone” contro la Striscia di Gaza. È quello che hanno dichiarato i ministri cosiddetti religiosi del governo d’Israele quando hanno detto che la popolazione di Gaza, se non evacuata, poteva essere fatta morire di fame o arrendersi, ciò che era esattamente ciò che essi volevano. Il rischio è che attraverso queste narrazioni che giungono insieme ai grattacieli rasi al suolo di Gaza, passi nel mondo una lettura blasfema della fede di Israele, che poi è la stessa fede dei cristiani perché il Dio che in questo modo sarebbe implicato dalle azioni di Israele è lo stesso Dio che Gesù ha invocato come padre e che ha rivelato ai cristiani. Il rischio è che nella percezione popolare si perda la differenza che c’è tra questa lettura suicida della Bibbia e la lettura che ne ha fatto Gesù di Nazaret ed è stata trasmessa alla Chiesa. Questo rischio c’è se nel dialogo ebraico-cristiano, che è il grande bene da salvaguardare, non viene messo in luce questo contrasto di ermeneutiche e se non si salva l’autonomia della fede cristiana rispetto alla lettura storicistica e guerriera del messianismo biblico che ne fanno gli attuali sionisti. Né giova a salvaguardare l’alternativa cristiana del Dio crocefisso i “cordiali colloqui” intrattenuti dal Papa col presidente israeliano Herzog nella sua visita in Vaticano.
La gloria del diritto
L ‘altro grande valore che era proprio dell’Occidente e che sta andando perduto è il valore del diritto e anzi si è perduta la giustizia come “gloria del diritto”, che come diceva il grande filosofo e amico nostro Italo Mancini, è stato il grande “portento dell’Occidente, l’anima del suo ethos”; quella civiltà del diritto, anche del diritto positivo, che ha costruito, ancor più della filosofia e dell’arte, l’idea e il valore stesso di Europa[1]. Che la giustizia sia stata messa sotto i piedi dal prevalere di un sistema economico di violenza e di sfruttamento che ha creato sofferenze profonde e diseguaglianze non solo in Occidente ma in tutto il mondo, è noto da tempo. La novità è che lo stesso diritto positivo, il diritto scritto, la stessa normatività del dover essere sono oggi apertamente ricusati e svillaneggiati. È come se fosse stato invertito il corso delle cose, è come se fosse stato avviato un processo di rilegittimazione della violenza primitiva, di ripristino dell’arbitrio di un potere legibus solutus, di una revoca dell’habeas corpus e di ogni altra garanzia; e così è stato ripudiato quello stesso diritto che era arrivato a concepire un ordinamento che andasse al di là degli Stati nazionali, che fosse valido per tutto il mondo, per tutta la comunità delle Nazioni: quel diritto che aveva creato l’Onu, che aveva dato origine alle grandi Convenzioni internazionali, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo alla Convenzione contro il genocidio, a quella sui diritti dell’infanzia, sullo statuto dei rifugiati, contro la tortura, sul clima, sulla non proliferazione delle armi nucleari, un diritto che noi avevamo perfino pensato potesse giungere a stabilire una Costituzione per tutta la terra. Queste grandi Carte sono state stracciate in tutte le nostre guerre, che hanno ignorato le convenzioni di Ginevra e soppresso ogni diritto umanitario, a cominciare dalla guerra dell’Iraq, nel 1991, quando padre Balducci scrisse che “sulle acque bituminose del Golfo galleggiavano, come carta straccia, la Carta Atlantica, la Carta dell’ONU, la Carta Costituzionale italiana, la Carta di Helsinki”, sicché non ci restava “ormai se non metterci a sedere accanto alle vittime”[2]. E alla fine è arrivato Zelensky a dire che l’Onu doveva essere sciolta perché non aveva preso le parti dell’Ucraina nel conflitto con la Russia e poi sono arrivati Netanyahu che ha definito l’ONU come una palude antisemita e il suo ambasciatore che ha passato al tritacarte lo stesso statuto delle Nazioni Unite, in piena Assemblea generale. Ed ecco che ora arriva Trump, il Supremo Anarchico che ha tolto il potere ai giudici, discriminato i cittadini, deportato gli immigrati e che ora è giunto a mettere sotto accusa i giudici della Corte penale internazionale, coartandone la libertà e a infliggere severe sanzioni alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Palestina, Francesca Albanese, con l’accusa di condurre una campagna politica ed economica contro gli Stati Uniti e Israele.Le sanzioni comportano una specie di morte civile, e di fatto impediscono alla Albanese ogni operazione bancaria in tutto il mondo, perfino l’uso del bancomat, rendendo molto complicata la sua vita. Da ultimo Trump è giunto a interdire ai Palestinesi di mettere piede a New York per partecipare alla prossima sessione dell’Assemblea dell’ONU che, nella débacle del Consiglio di Sicurezza, dovrebbe prendere in mano la causa della pace del mondo. Il suo intento è chiaro: Trump vuole portare a termine il genocidio che in totale complicità con Netanyahu sta compiendo a Gaza, mettendo intanto il bavaglio al popolo palestinese. Ciò facendo la Casa Bianca demolisce il principio stesso di un diritto dei popoli e di una democrazia internazionale: negare i visti per accedere all’ONU sarebbe come se l’Italia impedisse ai cardinali di raggiungere il Conclave, secondo quanto è esplicitamente sancito dai Patti Lateranensi: è un’extraterritorialità che è prevista dai Trattati; dunque, è tutto un sistema che salta.
L’Europa perduta
Nella crisi dell’Occidente viene a cadere anche la sua perla forse più preziosa: l’Europa. L’Europa che è stata al centro della grande avventura civile culturale ed umana del mondo intero, l’Europa ricca delle sue tradizioni filosofiche politiche e religiose, l’Europa che dopo essere passata attraverso i tormenti della divisione e delle guerre fratricide era giunta a dare vita al sogno della sua unità. Ed eccola ora sbandata per aver perso la tutela americana e in mano ai signori della guerra, ai fabbricanti di armi e a improbabili governanti che la portano alla rovina, a cominciare dall’Ucraina data da Zelensky in olocausto alla maestà trascendente della NATO. Non è più riconoscibile l’Europa sognata da papa Francesco, “amica della persona e delle persone… un’Europa che sia una famiglia e una comunità… solidale e generosa…”. Un’Europa che ha perso il suo valore più alto che è la pietas, quella pietas che non è la pietà dei cuori teneri ma è la pietas che ti porta a riconoscere la luce che splende su ogni volto umano, la consapevolezza che il prossimo non è solo quello della tua famiglia della tua nazione della tua classe del tuo rango ma è ognuno di quelli che come dice il profeta Isaia sono della tua stessa carne (Is. 58,7).
In mano agli idoli
Questo è l’Occidente che oggi apre un problema per noi. Non solo perché se n’è andata l’America che si è messa fuori e al di sopra dell’Occidente perseguendo il suo folle progetto di dominare il mondo, non solo perché questo Occidente non è riuscito a concepire un ordine internazionale successivo al sistema di dominio e di guerra. Il problema nuovo è che esso si è prostituito a nuovi idoli molto più pericolosi e letali di quelli di prima. Gli idoli di cui siamo stati schiavi, come diceva il Salmo 115, erano argento e oro, avevano bocca e non parlavano, occhi e non vedevano, avevano orecchi e non udivano, narici e non odoravano; le loro mani non palpavano, i loro piedi non camminavano; dalla loro gola non uscivano suoni! Non erano veramente da temere, aggiungeva il profeta Geremia, “non fanno alcun male, come non possono neppure fare del bene”. Gli idoli di oggi, invece, mossi dall’Intelligenza artificiale e prima di tutto arruolati per la guerra, fanno il contrario, fanno male ed uccidono non hanno bocca e parlano, non hanno occhi e vedono, non orecchi e odono, non mani e sfregiano, non piedi e volano. Piovono come i droni sulla Global Flotilla o come in Polonia. A Gaza Israele ha impiegato un nuovo sistema di intelligenza artificiale, noto come Habsora (che paradossalmente significa il “Vangelo”), capace di identificare 100 obiettivi al giorno, contro i dieci che venivano colpiti prima. Un’ inchiesta del New York Times ha rivelato come Israele abbia trasformato il campo di battaglia in un laboratorio sperimentale per introdurre tecnologie militari basate sull’intelligenza artificiale, fino a livelli mai visti prima. Droni capaci di inseguire autonomamente bersagli, software di riconoscimento facciale per identificare i terroristi, programmi informatici che analizzano conversazioni in arabo, per uccidere i cosiddetti terroristi dovunque nel mondo, uno per uno. Tra gli strumenti in piena operatività spicca il “Lavender”, un algoritmo di apprendimento automatico per identificare presunti “terroristi” attraverso un’analisi incrociata di dati biometrici, sociali e digitali e per selezionare obiettivi di attacchi aerei. Il rischio, ora, è che quanto accaduto a Gaza diventi il modello delle guerre future. E il rischio ancora più grande è che l’homo sapiens abdichi alla sua sapienza, si consegni al dominio di una tecnologia affrancata dall’intelligenza dell’uomo e arbitra della sua libertà, rendendo ancora più pervasiva la sua alienazione, già realizzata dall’economia e dalla produzione: non più l’uomo che domina le cose, ma il dominio delle cose sull’uomo, che fa della persona umana un ingranaggio di un meccanismo che non può controllare, ciò per cui Heidegger si chiedeva se ormai solo un Dio ci può salvare.
L’esodo
Questa è dunque la fase che stiamo vivendo. Questo è il nostro Occidente. E noi che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo prendere il mare, come ha fatto la flotilla. Il mare è il nostro deserto che dobbiamo attraversare per uscire all’altra riva. Quello che noi dobbiamo fare è di fermare questo processo, cercare di impedire che continui a produrre i suoi frutti venefici. Noi dobbiamo fare un esodo da questo Occidente. Dobbiamo uscire dall’illusione che noi, come Occidente, siamo il sale della terra e la luce del mondo. Dobbiamo metterci alla stanga, costruire un altro futuro, preparare un mondo diverso. quel mondo che abbiamo sempre sognato e mai veramente intravisto. Ma che cosa vuol dire uscire dall’Occidente? Non vuol dire passare al nemico, passare ai barbari. Non ci sono barbari e non ci sono nemici. C’è un mondo che è fuori di noi, e accanto a noi, che è anch’esso il nostro mondo. I punti cardinali devono tornare ad essere solo dei punti cardinali. Qualche giorno fa c’è stato il Vertice di Shanghai, a Tianjin, in Cina, abbiamo scoperto Paesi noti ed ignoti che sono usciti allo scoperto, che hanno proposto un’alternativa per un mondo diverso, un ordine del mondo, che subito, a occhi chiusi è stato bollato come una sfida, come una minaccia contro l’Occidente. I nostri giornali hanno gridato stigmatizzando “la sfida dell’Imperatore”, che sarebbe secondo la Repubblica il presidente cinese. Chissà cosa le ha fatto, alla Repubblica, la Cina. Ma nessuno propone di adottare quel modello, non ci sono belli e pronti dei modelli alternativi. Anche qui va avviato un processo. Ma quello che non dobbiamo fare è di rinnovare l’antitesi, di riprodurre la dinamica degli opposti, i vecchi antagonismi. Noi vogliamo pensare un mondo che sia finalmente chiamato all’unità, che riconosca il valore delle differenze. che scopra la ricchezza delle alternative, che ne riconosca la fecondità. Un mondo dei dialoghi, degli incontri, delle cooperazioni. Non si tratta di neutralismo, di non voler stare nè da una parte né dall’altra, in una qualunquistica indifferenza… Ma vogliamo cogliere i valori profondi di una parte e dell’altra. Non è piatto il mondo, è una sfera e un poliedro, come diceva Papa Francesco, e ogni tessera, ogni angolo di questo poliedro ha la sua bellezza e il suo valore. Dobbiamo non far cadere l’appello per la costruzione di un altro ordine internazionale, solidale e pacifico, nel quale si costruiscano rapporti non di rivalità ma di cooperazione in una prospettiva strategica alta e di lungo termine, cominciando da Gaza. Ma chi ci potrà guidare in questo esodo dall’Occidente? Se ci fosse stato papa Francesco avremmo avuto il nostro Mosè. Forse potremmo farci ispirare da Mosà del passato, un Giuseppe Dossetti, un Panikkar, un Mandela. O forse dobbiamo uscire per mare tutti insieme, seguendo la stella che ci porta in Oriente, come sta facendo la Global Flotilla. Ma le manca una barca, la barca di Pietro.
[1] Italo Mancini, L’ethos dell’Occidente, Marietti, Genova, 1990, pp. 17, 23.
[2] v. L’Unità, 15 febbraio 1991.
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