Other news – Oggi primo Agosto

img_7945America Latina, una donna uccisa ogni due ore. Le destre rispondono con il populismo punitivo

Di Giorgio Trucchi* – PagineEsteri

L’Osservatorio parità di genere della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Eclac, per la sua sigla in inglese) delle Nazioni Unite ha registrato 19.254 femminicidi negli ultimi cinque anni, cioè 11 morti violente di donne per ragioni di genere al giorno, 1 ogni due ore. Nel 2024, 14 delle 25 nazioni con i tassi d’incidenza relativa di femminicidi più alti al mondo si trovano in America Latina e i Caraibi (UN Women ed Eclac), guidate dall’Honduras con 4,7 vittime ogni 100.000 donne, il Guatemala (1,9) e la Repubblica Domenicana (1,7). Tutto ciò senza contare l’enorme sottostima dei dati dovuta principalmente al timore o all’impossibilità di denunciare e, molto spesso, alla mancanza di fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e di sistemi di giustizia visti come indifferenti, supponenti o, addirittura, complici dei criminali.

Dati che vanno ben oltre la media ponderata della regione, che oscilla tra 1 e 1,3 casi ogni 100.000 donne. Brasile e Messico guidano la lista dei Paesi con il maggior numero assoluto di femminicidi, rispettivamente con 1.568 e 768 reati di sangue (2025). Il 42% degli attacchi mortali viene commesso dal partner o ex partner e l’ambiente domestico rappresenta il principale focolaio di rischio, in particolare per le donne con un’età compresa tra i 21 e i 30 anni (22% dei femminicidi).

Nel 2025, in Honduras, l’Osservatorio del Centro per i diritti delle donne (Cdm, per la sua sigla in spagnolo) ha registrato 936 aggressioni contro donne e bambine, tra cui 412 reati sessuali e 262 femminicidi. Ciò significa che in Honduras una donna o una bambina viene uccisa ogni 33 ore. Il 46% delle persone aggredite ha un’età compresa tra gli 11 e i 39 anni, il che rappresenta un aumento del 49% rispetto all’anno precedente. La maggior parte degli aggressori apparteneva alla cerchia ristretta delle vittime. Per la prima volta, i reati sessuali (44%) superano i reati contro la vita (31%), colpendo principalmente bambine e ragazze (297). Le denunce di violenza domestica sono state 41.895 e quelle di maltrattamenti familiari 48.642.

Nei primi sei mesi del 2026 la situazione non è cambiata. L’Osservatorio ha registrato 126 morti violente di donne, una ogni 34 ore. A maggio sono state uccise 8 donne in soli quattro giorni, quattro delle quali minorenni.

Di fronte alla gravità della situazione e all’enorme sommerso e sottostimazione esistente, il Cdm e una ventina di organizzazioni, collettivi e piattaforme di donne e femministe hanno preso posizione a sostegno della necessità di un approccio integrale alla violenza contro le donne.

“Questi numeri non sono statistiche astratte, sono vite strappate, famiglie distrutte, figli e figlie che crescono senza le loro madri. Ogni cifra ha un nome, una storia e una comunità che piange la sua assenza. Di fronte a questa realtà, nessuna organizzazione impegnata a favore dei diritti delle donne può rimanere in silenzio”, avvertono in una dichiarazione congiunta.

Nel 2013, dopo una lunga lotta, il movimento delle donne honduregno ottenne un successo storico: la tipificazione del delitto di femminicidio. Nonostante ciò, come appena visto, l’emergenza non è cessata e i numeri testimoniano una situazione estremamente preoccupante.

Il nuovo Parlamento, controllato dalle forze ultraconservatrici del bipartitismo tradizionale, come risultato di “elezioni truffa” fortemente condizionate dall’ingerenze statunitense e da denunce di brogli elettorali, ha approvato una riforma che innalza le pene per il delitto di femminicidio (da 25 a 30 anni) e femminicidio aggravato (tra i 40 e i 60 anni) e crea organi giudiziari specializzati. Per le organizzazioni che lottano per i diritti delle donne, questa misura non solo non è sufficiente, ma rischia di essere un debole palliativo, una sorte di “populismo punitivo” che si sta espandendo parallelamente all’avanzata delle destre nel continente latinoamericano.

“Non serve a nulla aumentare le pene se non si promuovono politiche di prevenzione, né si attacca seriamente l’impunità che interessa più del 90% delle morti violente di donne”, spiega a Pagine Esteri, Erika García, coordinatrice del programma giustizia e contenzioso strategico femminista del Cdm. Sotto accusa c’è quindi il sistema di giustizia e la mancanza di un approccio integrale al dramma della violenza di genere. Oltre a ciò, continua García, le organizzazioni denunciano il mancato rafforzamento del processo investigativo, la sistematica riluttanza di chi amministra giustizia ad applicare la figura del femminicidio, così come la complicità delle forze dell’ordine, composte in maggior parte da uomini.

Dopo le elezioni del 2021, vinte da Xiomara Castro e dal partito Libertà e Rifondazione (Libre), varie organizzazioni si fecero promotrici di una proposta di legge speciale integrale contro la violenza verso le donne. L’allora maggioritaria opposizione bipartitista, con il sostegno dei settori religiosi fondamentalisti e l’apparato mediatico controllato dai gruppi di potere economico e politico, si oppose strenuamente alla sua presentazione in aula e il progetto non arrivò mai a essere discusso. La recente riforma resta quindi più un atto mediatico improvvisato che una risposta complessiva e integrale.

“Da quando si sono insediati il nuovo parlamento e il nuovo governo hanno esposto la bandiera del movimento pro-vita sia nell’emiciclo che nei diversi ministeri. Inoltre – continua l’avvocata del Cdm – non hanno mai voluto ascoltare il parere di quelle organizzazioni che da anni sono in prima linea nel sostegno alle donne e che conoscono molto bene le dinamiche che permettono che le violenze si riproducano e si rafforzino. Sono molti, troppi gli esempi di incoerenza di questa gente”.

Forte la critica anche contro il doppiopesismo della maggioranza parlamentare, che da un lato dice di voler difendere la vita delle donne, ma dall’altro approva leggi che la compromettono seriamente. “Hanno approvato normative che blindano le attività agroindustriali, che criminalizzano la difesa della terra e i beni comuni, che spogliano le comunità delle loro terre, che riattivano l’impiego a tempo parziale, precarizzando ulteriormente il mercato del lavoro e smantellando i diritti. Sono le donne le principali vittime di queste leggi”, avverte García.

Denunciano infine l’ipocrisia dell’agenda ultraconservatrice che ha legiferato la proibizione totale e assoluta dell’aborto, blindandola con una riforma che permette la sua modifica solo con il voto favorevole dei tre quarti dei deputati, e che trama, insieme all’integralismo religioso, per negare i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. “La deriva fondamentalista religiosa e la sua incidenza sui diritti delle donne è una costante globale che va di pari passo con la radicalizzazione a destra dei governi della regione, diventandone uno strumento privilegiato”, conclude l’avvocata del Cdm.

Molto grave è anche ciò che le donne vivono in Guatemala, al secondo posto tra i Paesi con il maggiore indice relativo di femminicidi. Nel 2025, le morti violente sono state 595, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente, di cui 206 femminicidi (+14,4%). Le denunce per violenza di genere sono state 17 al giorno, con un tasso di 402,2 denunce per ogni 100.000 donne (Procura generale). Nonostante ciò, è solo il 9% di chi subisce violenza che denuncia gli abusi. La sottostima colpisce in modo particolare le popolazioni indigene, che in Guatemala rappresentano il 46,3% della popolazione totale (Revista Puentes de Diálogos).

Per ciò che riguarda la violenza sessuale, la Procura generale ha riportato 9.649 denunce, di cui il 60% (5,834 vittime) riguardava violazioni e il 29% (2.839 vittime) aggressioni sessuali. La maggior parte delle vittime sono bambine e ragazze (65,9%). La violenza porta poi all’aumento esponenziale delle gravidanze adolescenziali e infantili, con 2.101 parti di madri tra i 10 e i 14 anni nel 2024, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente (Osservatorio della salute sessuale e riproduttiva).

Malgrado nel 2008 le organizzazioni di donne e femministe abbiano ottenuto l’approvazione di normative speciali contro il femminicidio e altre forme di violenza contra le donne (decreto 22-2008), con pene tra i 25 e i 50 anni, e per la ricerca immediata di donne scomparse (decreto 9-2016), il Guatemala resta uno dei Paesi in cui le donne muoiono e scompaiono di più al mondo. Sarebbero almeno 13.800 le donne scomparse negli ultimi sette anni, cioè quasi 5 al giorno.

“Dobbiamo tornare alla storia del Guatemala, uno Stato con caratteristiche coloniali che ha sempre rappresentato gli interessi delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale, escludendo sistematicamente i popoli originari e le donne. Uno Stato che poi nasconde questa realtà dietro una falsa narrazione di difesa dei diritti delle persone”, spiega a Pagine Esteri, Virginia Gálvez, membro del collettivo femminista Actoras de Cambio.

I 36 anni di conflitto armato interno e di repressione feroce con più di 200 mila vittime e almeno 45 mila desaparecidos, così come l’influenza diretta degli Stati Uniti nelle politiche contrainsurrezionali, hanno usato la militarizzazione e il controllo maschile dei territori, nonché la violenza sessuale come armi contro i popoli, le donne maya, le donne organizzate.

“Fu una vera e propria istituzionalizzazione della violenza sessuale, che è rimasta in quasi totale impunità e che si è rafforzata con il passare degli anni. Siamo quindi di fronte a una vera e propria disumanizzazione della donna, soprattutto quella indigena, il cui corpo diventa estensione del territorio da controllare e invadere od oggetto da sfruttare sessualmente”, segnala Gálvez.

Varie organizzazioni di donne e femministe segnalano l’assistenza alle sopravvissute, il contenzioso strategico e la lotta contro l’impunità, la guarigione ancestrale e comunitaria e l’attività di sensibilizzazione politica come i principali elementi di una strategia integrale per affrontare il flagello del femminicidio e della violenza di genere.

Per l’attivista è fondamentale inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, denunciandone l’ipocrisia, legittimando il lavoro delle organizzazioni, costruendo meccanismi di risposta e di riparazione, di guarigione e recupero delle donne, generando condizioni sociali di non ripetizione.

“Ci sono condizioni strutturali che devono essere cambiate, ma dobbiamo anche avanzare nella lotta contro l’impunità, nella denuncia del simulacro di protezione da parte dello Stato, rompendo il silenzio, riappropriandoci della nostra voce, del nostro corpo, della nostra storia”.

*Giorgio Trucchi, giornalista, residente in America Centrale dal 1998, è corrispondente dell’agenzia Rel UITA e collabora con diversi media internazionali, tra cui Kaos en la Red, Peacelink, Pressenza, Rebelión e Tercera Información.
La questione più importante non è chi sarà il prossimo presidente dell’Ungheria, bensì la sua prossima Costituzione

Di Bea Bakó* – Reporting Democracy

Il primo ministro ungherese ha destituito il presidente, mantenendo così una promessa elettorale volta a rimuovere dai pubblici uffici i “burattini del Fidesz”. Un tentativo caotico di nominare un successore ha conquistato i titoli dei giornali, ma l’attenzione dovrebbe concentrarsi sull’elaborazione, da parte del governo, di una costituzione completamente nuova.

«Lo Stato di diritto significa, prima di tutto, rispetto della legge – ovvero la supremazia della legge sul potere arbitrario, la supremazia delle norme sulle decisioni individuali dell’autorità pubblica. Se la politica di potere prevale sui vincoli della legge, ciò avrà conseguenze imprevedibili per il nostro Paese». È stato divertente sentire queste parole uscire dalla bocca di Tamas Sulyok il 18 luglio, quando è scaduto il termine entro il quale il presidente avrebbe dovuto firmare e promulgare l’emendamento costituzionale che lo destituiva dalla carica.

Sulyok aveva dichiarato che avrebbe firmato l’emendamento e stava spiegando la sua decisione in un video dal tono drammatico pubblicato su Facebook. Era difficile guardarlo senza ridere, perché la politica che prevale sui vincoli della legge è proprio ciò che Sulyok ha permesso durante i suoi due anni come presidente dello Stato nell’era di Viktor Orbán, e prima ancora come presidente della Corte costituzionale.

Sembra che solo ora, con l’insediamento di un nuovo governo, Sulyok abbia improvvisamente scoperto le preoccupazioni di natura costituzionale. Durante i 16 anni di governo del Fidesz, con una maggioranza costituzionale di due terzi in parlamento, quando le proteste erano vietate e giornalisti e ONG venivano minacciati, non gli è mai venuto in mente di consultare la Corte costituzionale prima di firmare una legge o anche solo di sollevare pubblicamente questioni di costituzionalità.

Lo Stato di diritto e il costituzionalismo sono diventati importanti per lui solo quando il nuovo governo ha voluto destituirlo.

Rendere funzionale la presidenza?

La rimozione di Sulyok dalla presidenza è stata una questione simbolica e una promessa elettorale fondamentale del nuovo primo ministro, Peter Magyar, che ha ottenuto una vittoria schiacciante con il suo partito Tisza alle elezioni generali del 12 aprile, assicurandosi un numero record di 141 seggi (su 199) nel parlamento ungherese.

Possedere la magica maggioranza dei due terzi significa avere un potere praticamente illimitato: questa maggioranza qualificata è necessaria per redigere e modificare la Costituzione, per adottare e modificare le cosiddette leggi cardinali che regolano questioni costituzionali fondamentali (e non solo), e per nominare i funzionari pubblici di più alto livello. E per la prima volta, questo potere non appartiene al Fidesz di Orbán, ma al partito Tisza di Magyar.

Il potere assoluto induce sempre ad abusarne, per cui molti osservatori hanno espresso preoccupazione riguardo alla destituzione del presidente da parte di Magyar tramite un emendamento costituzionale, suggerendo che ciò equivalga allo stesso tipo di politica di potere mascherata da manovre formalmente legali che il Fidesz ha praticato negli ultimi 16 anni. Inoltre, nei mesi successivi alle elezioni, Sulyok aveva dimostrato disponibilità a collaborare con il nuovo governo, nominando debitamente i ministri e firmando le leggi nei tempi previsti – si potrebbe sostenere che non ci fosse alcuna necessità di destituirlo.

Eppure vi sono almeno due ragioni per cui la destituzione di Sulyok non costituisce un abuso di potere. In primo luogo, si trattava di una promessa elettorale esplicita – per la cui attuazione Magyar ha ricevuto dagli elettori un mandato parlamentare a maggioranza dei due terzi. In secondo luogo, Sulyok si è dimostrato decisamente inadatto al ruolo costituzionale del presidente, ovvero quello di «custode del funzionamento democratico dell’organizzazione statale».

Nel sistema parlamentare ungherese, il presidente è piuttosto debole e gli strumenti a sua disposizione per svolgere questo ruolo di custode sono piuttosto limitati. Ma Sulyok ha scelto di non avvalersi mai nemmeno di queste limitate competenze. Il fatto stesso che si sia servilmente allineato al governo del Fidesz e che poi, dopo le elezioni del 12 aprile, abbia cercato di allinearsi al governo di Tisza su ogni questione tranne che sulla propria destituzione, dimostra che gli mancava l’autonomia necessaria – e che quindi non avrebbe mai potuto agire come tale custode.

Il Parlamento ha ora 30 giorni (a partire dal 19 luglio) per eleggere un nuovo presidente. Nel frattempo, le competenze presidenziali sono state temporaneamente assunte dalla presidente del Parlamento, Agnes Forsthoffer (del partito Tisza), come previsto dalla Costituzione.

La scelta del prossimo presidente ungherese sta già suscitando un intenso interesse pubblico, come ha dimostrato il tentativo fallito di convincere Judit Polgar, la più grande scacchista di tutti i tempi, ad accettare la candidatura. Ovviamente, eleggere un altro «burattino» come presidente sarebbe politicamente rischioso per Tisza, poiché trasmetterebbe il messaggio che sostituire il burattino del nemico con uno proprio costituisce effettivamente un abuso di potere. Ma se la maggioranza di Tisza in parlamento riuscirà a eleggere qualcuno chiaramente al di sopra delle logiche di partito e dotato dell’autonomia necessaria per rendere funzionale la carica presidenziale, allora la destituzione di Sulyok non sarà vista come un abuso di potere, bensì come un passo corretto verso il miglioramento dello Stato di diritto e il ripristino dei controlli e degli equilibri.

Il nuovo presidente sarà comunque eletto solo per un periodo provvisorio, fino a quando non sarà stata redatta, adottata e confermata con un referendum una nuova costituzione. Ed è proprio su questo che dovrebbe concentrarsi l’attenzione dell’opinione pubblica.

Sulyok firma la «condanna a morte» della democrazia – e poi la piange in modo teatrale

Nel firmare la propria destituzione, Sulyok ha dichiarato in modo drammatico che con questo emendamento costituzionale «lo Stato democratico di diritto, istituito al momento del cambio di regime, ha cessato di esistere».

È difficile dire se Sulyok creda davvero che sia stata proprio la sua destituzione, qui e ora, a porre fine allo Stato di diritto democratico in Ungheria – e non i sedici anni di governo sempre più autoritario del Fidesz che lo hanno portato sull’orlo del baratro. Se davvero lo crede, allora è sconcertante il motivo per cui abbia firmato l’emendamento invece di dimettersi semplicemente. Come potrà guardarsi allo specchio con la coscienza pulita ora che la sua firma compare proprio sull’atto che apparentemente ha abolito lo Stato di diritto democratico in Ungheria?

Infine, il presidente uscente ha avuto la lungimiranza di fornire argomenti al partito Fidesz, ora all’opposizione e inorridito dal potere arbitrario, dichiarando che il suo successore sarebbe stato in ogni caso illegittimo – poiché lui stesso era stato, come ha affermato, destituito illegalmente.

I politici del Fidesz hanno di conseguenza iniziato a fare eco a questa narrativa: chiunque venga nominato presidente dal Parlamento sarà privo di legittimità costituzionale perché la destituzione di Sulyok era essa stessa incostituzionale. Questa linea argomentativa tralascia il fatto che fu proprio il precedente governo del Fidesz a impedire esplicitamente alla Corte costituzionale di esaminare nel merito gli emendamenti costituzionali. Quindi, ora non c’è semplicemente più nessuno che possa affermare che sarebbe incostituzionale se una maggioranza parlamentare dei due terzi destituisse il presidente della Repubblica nelle disposizioni finali di un emendamento costituzionale e votasse qualcun altro al suo posto.

Da questo momento in poi, il parere degli esperti tra i politici del Fidesz ha lo stesso peso di quello di chiunque si trovi al bar del paese. Almeno dal punto di vista giuridico.

Dal punto di vista politico, ovviamente, potrebbero verificarsi situazioni interessanti. Se il Fidesz si impegnasse davvero, in modo coerente, a sostenere che la destituzione di Sulyok e l’elezione da parte del Parlamento del suo successore – chiunque esso sia – siano incostituzionali, ne conseguirebbe che non dovrebbe riconoscere come vincolanti nemmeno le leggi firmate e promulgate dal nuovo presidente. In effetti, seguendo quella logica, potrebbero anche abbandonare del tutto il parlamento. Dopotutto, perché continuare a fare i buffoni lì dentro se le leggi che ne derivano, firmate e promulgate dal presidente, saranno comunque viziate dal punto di vista costituzionale, giusto?

Prima che qualcuno avesse il tempo di riflettere seriamente su tali domande retoriche, Viktor Orbán è tornato a casa dai Mondiali FIFA negli Stati Uniti, dove aveva trascorso questi ultimi giorni turbolenti – e ha immediatamente chiarito come lui e il suo partito avrebbero opposto resistenza.

La spudorata resistenza di Orban – contro cosa, esattamente?

L’ex primo ministro non ha assunto il suo mandato parlamentare dopo le elezioni che il suo partito ha perso in modo così clamoroso, ma è ancora presidente del partito Fidesz. Mercoledì scorso ha dichiarato che, dopo l’emendamento costituzionale che ha destituito Sulyok, lo Stato di diritto ha cessato di esistere in Ungheria; d’ora in poi, c’è solo tirannia.

Dopo 16 anni trascorsi a consolidare il potere e a nominare funzionari fedeli in ogni istituzione indipendente, Orban ora sostiene che le azioni del nuovo governo siano illegittime perché mirano a monopolizzare il potere. Pertanto, il Fidesz non parteciperà all’elezione dei funzionari in sostituzione di quelli rimossi, poiché considera illegittimi anche i nuovi funzionari. Oltre al presidente della Repubblica, ciò riguarderà quattro posti vacanti di giudici costituzionali, poiché l’emendamento costituzionale approvato da Tisza ha reintrodotto l’età pensionabile di 70 anni per i giudici della Corte costituzionale e quattro di loro, che hanno superato tale età, dovranno ora andare in pensione il 1° settembre.

Orbán ha ricordato che, secondo la Costituzione, tutti hanno il diritto di opporre resistenza legittima ai tentativi di assicurarsi il controllo esclusivo del potere politico. Ha promesso che Fidesz sosterrà chiunque si impegni in tale resistenza. A questo punto vale la pena ricordare che, quando era primo ministro, coloro che esprimevano una resistenza simile venivano solitamente etichettati come traditori e agenti stranieri – ma «i tempi stanno cambiando», come cantava Bob Dylan.

È probabile che, con il suo programma di resistenza, Fidesz voglia minare i piani del nuovo governo per la stesura della Costituzione. Il primo ministro Magyar ha chiarito che nel processo di elaborazione costituzionale, previsto a partire da settembre, sarà coinvolta la società ungherese, il che è in netto contrasto con le pratiche di stesura costituzionale guidate esclusivamente dall’élite che gli ungheresi hanno finora sperimentato.

Invitando i propri sostenitori alla resistenza e descrivendo il governo come arbitrario, il Fidesz spera probabilmente anche di scoraggiare la partecipazione al processo di elaborazione della costituzione, in modo da poter etichettare come illegittima qualsiasi nuova costituzione. Tuttavia, questa strategia potrebbe facilmente ritorcersi contro di loro, dato che l’attuale Legge Fondamentale è stata praticamente redatta da due politici del Fidesz su una tavoletta, dopo una consultazione per corrispondenza con i cittadini piena di domande tendenziose e opzioni di risposta semplificate. Questo livello di trasparenza e coinvolgimento sociale non è poi così difficile da superare, anche se alla fine il Fidesz dovesse decidere di boicottare il processo.

Al di là della sua legittimità, la questione fondamentale riguardo a qualsiasi nuova costituzione è se e in che modo essa sarà in grado di impedire una concentrazione di potere simile a quella a cui abbiamo assistito negli ultimi 16 anni. Ciò potrebbe comportare varie soluzioni istituzionali, a seconda dell’esito delle consultazioni nel processo di elaborazione della costituzione.

Varrebbe la pena considerare la reintroduzione del bicameralismo in cui, se si trovasse il giusto equilibrio istituzionale, la camera alta potrebbe fungere da contrappeso al governo e alla sua maggioranza nella camera bassa. Anche i referendum dovrebbero essere resi funzionali. Sebbene attualmente esistano sulla carta, è praticamente impossibile indire un referendum giuridicamente vincolante a causa dell’elevata soglia di affluenza e dell’ampio elenco di argomenti vietati. Ma soprattutto, le norme elettorali e le disposizioni costituzionali che regolano la legislazione e le istituzioni devono garantire che nessun partito possa da solo modificare la Costituzione o sancire le proprie priorità nelle leggi fondamentali, e che nessun partito possa riempire le istituzioni indipendenti di persone a sé fedeli, svuotandole dall’interno.

Trovare le giuste soluzioni costituzionali a tutte queste questioni è di gran lunga più importante di chi ricoprirà la presidenza per un periodo provvisorio di uno o due anni.

*Ricercatrice indipendente, ha conseguito un dottorato in diritto costituzionale ed è coautrice della newsletter ungherese Gemišt.
OtherNews
Via Panisperna 207, Roma – Italy
www.other-news.infoIo

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>