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Perché il fenomeno El Niño in America Latina può influire anche sul clima politico
In principio fu l’Argentina di Javier Milei. Poi sono seguiti Bolivia, Cile, Colombia, Costarica, Ecuador, Honduras, Perù. E adesso, a quanto pare, toccherà al Brasile, dove un recupero del presidente uscente Lula al ballottaggio, contro Flávio Bolsonaro, sembra alquanto improbabile. Ci sono pochi dubbi sul fatto che le ultime tornate elettorali abbiano segnato uno spostamento a destra del pendolo politico latinoamericano. Eppure, in un intervento su Foreign Affairs, Dan Restrepo e Ricardo Zuniga, in passato entrambi consiglieri dell’ex presidente Usa Barack Obama, invitano a esser cauti nel parlare di una nuova fase politica per la regione. O, meglio, nello scommettere che si tratterà di una fase duratura. «Più che l’ideologia, ciò che sembra guidare gli elettori è la frustrazione per l’incapacità dei politici tradizionali nel risolvere i problemi di tutti i giorni. Nell’ultimo ciclo elettorale, si sono ribellati al collasso dell’ordine pubblico; nel prossimo, potrebbero reagire all’aumento dei costi e alle persistenti disuguaglianze socio-economiche della regione».
A loro avviso, due sono i fattori che potrebbero innescare, anche a breve, un nuovo spostamento del pendolo politico: la crisi dello Stretto di Hormuz e El Niño, il periodico riscaldamento delle temperature superficiali del mare nell’Oceano Pacifico che quest’anno, causa amplificazione da da cambiamento climatico si annuncia pronunciato come non mai (qui un approfondimento di Patrizia Varone su Pianeta 2030). Sia Hormuz che El Niño hanno già iniziato a surriscaldare i prezzi, con effetti politici tutt’altro che impercettibili. «Leader come il presidente cileno José Antonio Kast e il presidente ecuadoriano Daniel Noboa, eletti con programmi incentrati sulla sicurezza, hanno visto crollare la loro popolarità con l’aggravarsi delle difficoltà economiche. Il presidente argentino Javier Milei, che nel 2023 ha condotto una campagna elettorale da outsider contro la cattiva gestione economica, si trova ad affrontare una difficile rielezione nel 2027, con gli argentini in lotta con le sfide economiche quotidiane nonostante i miglioramenti macroeconomici del Paese. Tutto ciò pone le basi per ulteriori oscillazioni politiche nei prossimi anni, poiché i cambiamenti climatici e gli equilibri geopolitici generano choc a un ritmo tale da rendere difficile per qualsiasi governo farvi fronte».
Gli effetti della crisi di Hormuz sui prezzi – a partire da quelli energetici e poi a cascata tutti gli altri – sono talmente familiari anche dalle nostre parti che è forse inutile insistervi. Se non per rimarcare che, in America Latina, molti ci rimettono (a partire da Paesi con economie già traballanti come Nicaragua, Repubblica Dominicana e altri Paesi caraibici), ma qualcuno ci guadagna: in Guyana le entrate petrolifere sono cresciute di oltre il 50% dall’inizio dell’anno; in Argentina, l’espansione della produzione di petrolio e gas di scisto ha trasformato il Paese da importatore netto di energia a esportatore; il Brasile è il maggiore produttore di petrolio dell’America Latina e uno dei primi dieci al mondo, con ampi margini di crescita; Perù e Cilehanno compensato l’aumento dei costi energetici esportando minerali, tra cui rame e oro, i cui prezzi hanno raggiunto livelli record. Persino il Venezuela, dopo la rimozione forzata di Nicolás Maduro per mano statunitense, ha visto una ripresa, non si sa quanto duratura, del settore petrolifero.
Più interessante è indagare il ruolo che potrebbe giocare El Niño. Il catalogo di tutto quel che potrebbe andar male è lungo:«Nei prossimi mesi, è probabile che provochi inondazioni in Argentina, Brasile, Ecuador, Paraguay e Perù; siccità in America Centrale e nella foresta amazzonica; e interruzioni nelle principali attività di pesca del Pacifico. Avendo già prosciugato i propri bilanci per far fronte agli choc di mercato causati dal conflitto del Golfo, molti governi si troveranno ad affrontare queste nuove sfide con le casse vuote. (…) Data la sua estensione e la varietà dei suoi climi, il Brasile è il Paese più esposto a rischi. El Niño minaccia i raccolti di soia e mais nel sud, di far cadere nella siccità savane e foreste, innescando incendi boschivi. L’energia idroelettrica, che fornisce la maggior parte dell’elettricità al Brasile, rischia di subire un calo, costringendo a un maggiore ricorso a fonti di energia elettrica più costose, come gas, diesel e carbone, nel nord e nel nord-est. Questo cambiamento potrebbe richiedere sussidi per i consumatori e rallentare il boom dei data center nel Paese. (…) In Argentina, il piano economico di Milei si basa su un buon raccolto di cereali per ricostituire le riserve in dollari e sostenere la sua crociata contro l’inflazione. Dopo una prolungata siccità che ha compromesso i raccolti precedenti, l’Argentina ha bisogno delle precipitazioni superiori alla media che El Niño porterà, ma un eccesso di pioggia potrebbe danneggiare le infrastrutture e ridurre i raccolti, con conseguenti ripercussioni sulle esportazioni. Minori entrate agricole lascerebbero il governo con meno denaro a disposizione, e una minore produzione alimentare interna farebbe aumentare i prezzi al consumo, entrambi fattori favorevoli ai populisti peronisti più estremisti che si candideranno contro Milei nel 2027».
Può essere che Restrepo e Zuniga siano delle Cassandre, ma i precedenti e alcuni segnali recenti fanno pensare che l’apparente catastrofismo non sia lontano dal realismo. Dieci anni fa, un forte El Niño danneggiò gli agricoltori di El Salvador, Guatemala e Honduras, alimentando un’ondata migratoria verso gli Stati Uniti (e oggi, con restrizioni molto più severe al confine tra Stati Uniti e Messico che impediscono alla migrazione di fungere da valvola di sfogo, il risultato potrebbe essere l’aumento dei disordini sociali all’interno di quei Paesi). Le scarse precipitazioni stanno inoltre riducendo i livelli idrici del Canale di Panama e rallentando le spedizioni, mettendo ancor più a dura prova il già precario commercio di gas naturale liquefatto. Il Perù è stato flagellato da forti piogge, frane e inondazioni che hanno interessato centinaia di migliaia di persone. La Colombia, colpita da un terremoto di magnitudo 7.4 ad agosto, deve affrontare le pressioni esercitate da El Niño sulle sue centrali idroelettriche e sulla produzione di caffè, che rimane una delle principali fonti di reddito da export.
Che forma potrebbe prendere lo scenario peggiore? «Se i governi della regione non riusciranno ad affrontare l’inflazione, l’insicurezza alimentare e altri problemi economici, ne conseguiranno disordini sociali. I leader eletti sulla base di programmi incentrati sulla sicurezza, come il presidente salvadoregno Nayib Bukele e l’ecuadoriano Noboa, probabilmente intensificheranno la loro retorica e le loro politiche radicali. Altri, tra cui il presidente colombiano Abelardo de la Espriella, che ha recentemente avviato una stretta sui migranti venezuelani nel suo Paese, saranno tentati di alimentare la xenofobia per deviare le responsabilità delle proprie inefficienze politiche. I kirchneristi argentini, sostenitori dell’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner, e altri populisti economici guadagneranno nuovamente terreno alle urne. Come è loro consuetudine, i populisti si presenteranno con promesse che non possono mantenere e attueranno politiche che faranno aumentare la spesa e il deficit senza generare una crescita significativa e ampiamente condivisa».
La buona notizia, secondo Restrepo e Zuniga, è che, anche se l’America Latina può fare poco per far tornare alla normalità il traffico nello Stretto di Hormuz o per raffreddare le acque del Pacifico, il caos non è inevitabile: «L’area possiede le risorse per adattarsi a un contesto più instabile. I suoi minerali critici, l’abbondanza di energie rinnovabili e il solido settore agricolo sono esattamente ciò di cui il mondo ha bisogno per la sicurezza alimentare, le tecnologie avanzate e la transizione energetica».
Per sfruttare questi punti di forza, però, andranno sciolti nodi irrisolti da tempo. «Nessuna regione al mondo commercia meno con sé stessa dell’America Latina e dei Caraibi. I governi devono trovare la volontà politica per collegare meglio le proprie economie nell’interesse di una crescita che raggiunga i cittadini comuni. Devono inoltre rafforzare lo Stato di diritto ed esercitare una maggiore disciplina fiscale. Le banche multilaterali di sviluppo della regione – la Banca Interamericana di Sviluppo, la Banca di Sviluppo dell’America Latina e dei Caraibi e una serie di banche subregionali – possono contribuire su diversi fronti. Possono fornire finanziamenti di emergenza e supporto alla pianificazione per la risposta alle calamità. Possono anche incentivare maggiori investimenti privati».
Tutto ciò non vuol dire che l’America Latina possa fare tutto da sola. Una grossa mano potrebbe riceverla sia dall’Europa che dagli Stati Uniti. Con la prima, una nuova stagione potrebbe aprirsi davvero se, tra qualche mese, la Corte di Giustizia, alla quale si è rimesso l’Europarlamento, confermerà il tanto atteso accordo di partenariato Ue-Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), negoziato per più di vent’anni. Attraverso l’iniziativa «Global Gateway», l’Ue sostiene inoltre l’economia dell’area con oltre 50 miliardi di dollari di investimenti pubblici e privati.
Con gli Stati Uniti il rapporto è più problematico. Donald Trumpproclama di voler ripristinare (anche con interventi a gamba tesa, vedi il «prelevamento» di Maduro, il maxi prestito all’Argentina di Milei in campagna elettorale o i dazi al Brasle per la condanna di Jair Bolsonaro) la dottrina Monroe del «giardino di casa» statunitense (ne abbiamo parlato anche di recente in questa Rassegna). «Ma un simile approccio – mettono in guardia Restrepo e Zuniga – rischia di dilapidare l’influenza statunitense nella regione nel lungo periodo. Un’America Latina stabile e prospera è nell’interesse degli Stati Uniti, come lo è mantenere le principali catene di approvvigionamento vicine a casa propria, in particolare per i minerali critici e le tecnologie avanzate».
Sarebbe una perfida ironia della storia se, dopo aver contribuito a far soffiare in America Latina un vento di destra a lui molto gradito, proprio Trump ne favorisse uno opposto, con l’insistenza nella guerra all’Iran e nel negazionismo climatico. Se così fosse, peraltro, c’è già chi è pronto ad approfittarne: «Se gli Stati Uniti e l’Europa non sosterranno l’integrazione economica – concludono Restrepo e Zuniga – la Cina intensificherà i suoi legami in tutto l’emisfero promettendo risultati rapidi e visibili a governi di ogni orientamento ideologico, sostenendoli nel breve termine ma aggravandone le difficoltà nel lungo periodo».
*Giornalista professionista. Dopo aver conseguito la laurea in filosofia, ha lavorato come freelance per i principali organi di stampa italiani. Attualmente collabora con «Il Corriere della Sera» e scrive sul suo blog.
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7 ottobre: Il mondo deve smetterla di iniziare la storia dal mezzo
Di Mohammed Altaj* – Common Dreams
Sono passati tre anni. Molto è cambiato, e molto di più è stato distrutto. Ma la domanda che si poneva il 6 ottobre non è scomparsa il 7 ottobre, e tutta la guerra che ne è seguita non l’ha cancellata: quando i palestinesi potranno vivere liberamente sulla propria terra?
Sono passati tre anni dal 7 ottobre 2023, eppure gran parte del mondo continua a far partire la storia da quella mattina.
Come se i palestinesi si fossero improvvisamente svegliati quel giorno e avessero deciso di entrare nella storia.
Come se Gaza non fosse già stata sotto blocco. Come se la Cisgiordania e Gerusalemme Est non fossero già state sotto occupazione. Come se insediamenti, posti di blocco, arresti, demolizioni di case e confische di terre non facessero già parte della vita quotidiana dei palestinesi.
Non scrivo oggi per giustificare l’uccisione di civili, palestinesi o israeliani che siano.
Una vita civile non ha bisogno di una nazionalità per essere degna di protezione. Ma mi rifiuto di accettare il 7 ottobre come una gomma che cancella tutto ciò che è venuto prima e diventa una giustificazione a tempo indeterminato per tutto ciò che è seguito.
Quando viene ucciso un israeliano, ci viene detto di tornare al 7 ottobre.
Quando viene ucciso un palestinese, ci viene detto: «Ricordate il 7 ottobre».
Quando Gaza viene distrutta, la sua popolazione sfollata e i suoi bambini uccisi, la risposta è la stessa: il 7 ottobre.
Ma se ci viene chiesto di ricordare quel giorno, allora dovremmo anche poter porre una semplice domanda: cosa c’era il 6 ottobre?
C’erano milioni di palestinesi che vivevano già sotto occupazione.
Più di 2 milioni di palestinesi a Gaza vivevano sotto il blocco da anni.
In Cisgiordania, i palestinesi vivevano tra posti di blocco e insediamenti, senza libertà di movimento sulla propria terra, mentre i coloni israeliani si muovevano nello stesso territorio godendo di diritti e protezione negati ai palestinesi che vi abitavano.
C’erano prigionieri nelle carceri israeliane. Le case venivano demolite. La terra veniva confiscata.
Nulla di tutto questo è iniziato il 7 ottobre.
I palestinesi portano con sé il ricordo della Nakba del 1948, dell’occupazione del 1967 e di decenni di espansione degli insediamenti, sfollamenti e blocco.
Quella storia non rende accettabile l’uccisione di civili. Ma non rende nemmeno accettabile l’affermazione secondo cui questo conflitto sia iniziato il 7 ottobre.
C’è una differenza tra condannare un atto e usare quell’atto per cancellare tutto ciò che l’ha preceduto.
A distanza di tre anni, ciò che è accaduto a Gaza non può più essere ridotto alla parola «risposta».
Una risposta non può essere un assegno in bianco. Il 7 ottobre non può diventare una giustificazione permanente per uccisioni, distruzione, sfollamenti e fame, né per far pagare il prezzo a un intero popolo, anno dopo anno.
Persino il cessate il fuoco annunciato nell’ottobre 2025 non ha posto fine alla tragedia. La devastazione è rimasta. Le famiglie hanno continuato a cercare tra le macerie i corpi dei propri cari. E le uccisioni non si sono fermate del tutto.
Allo stesso tempo, l’occupazione in Cisgiordania non si è fermata in attesa che la guerra a Gaza finisse. La terra ha continuato a essere confiscata. Gli insediamenti hanno continuato ad espandersi. I posti di blocco hanno continuato a isolare i palestinesi gli uni dagli altri.
Ed è proprio qui che sta il nocciolo della questione.
I palestinesi non chiedono un privilegio negato agli altri.
Vogliono vivere liberamente sulla propria terra. Muoversi liberamente senza dover chiedere il permesso a un soldato di occupazione. Sentire che le loro case, la loro terra e il futuro dei loro figli sono al sicuro.
Non si tratta di richieste straordinarie.
Sono le normali condizioni di vita di cui gode la maggior parte delle persone nel mondo senza nemmeno doverci pensare.
Quindi, a distanza di tre anni, non basta chiedersi: «Cosa è successo il 7 ottobre?».
Dobbiamo anche chiederci: cosa è stato fatto ai palestinesi prima di quel giorno e cosa gli viene fatto adesso?
Al mondo non viene chiesto di scegliere tra il sangue palestinese e quello israeliano, né di trovare scuse per l’uccisione di civili da entrambe le parti.
Gli viene chiesto di smettere di invertire il rapporto tra l’occupante e l’occupato.
I palestinesi non sono un popolo che occupa la terra di un altro popolo.
I palestinesi sono il popolo che vive sotto occupazione.
Non si tratta di un’affermazione emotiva. È un fatto che non può essere ignorato in nessuna lettura seria di ciò che è accaduto prima del 7 ottobre, il 7 ottobre stesso o dopo.
Sono passati tre anni. Molto è cambiato e molto di più è stato distrutto. Ma la domanda che esisteva il 6 ottobre non è scomparsa il 7 ottobre, e tutta la guerra che ne è seguita non l’ha cancellata: quando i palestinesi vivranno liberamente sulla propria terra?
Quindi, se il mondo non vuole davvero vedere un altro 7 ottobre, non basta ricordare ciò che è accaduto quel giorno.
Deve anche ricordare ciò che esisteva il giorno prima.
Ciò che era esistito per decenni prima di allora.
E ciò che esiste ancora in questo preciso momento.
L’occupazione.
*Scrittore palestinese e fondatore di The Witness Stone, un’iniziativa umanitaria indipendente promotrice dell’appello globale «Let Gaza Bury Its Dead».
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